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valori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015


editoriale

OPPORTUNITÀ OLTRE LE IDEOLOGIE di Andrea Di Stefano

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a stagione finalmente è arrivata. Nonostante molti mal di pancia, timori non fondati su dati reali ma sensazioni, forse anche l’Italia si cimenterà con una forma di reddito minimo garantito. Attenzione! Questa volta le parole hanno un significato: reddito di cittadinanza, reddito minimo e salario minimo sono tre strumenti di politica economica e sociale con impostazioni differenti e obiettivi distinti. Per il nostro Paese, dove la forte tradizione cattolica e comunista (post o meno non importa) ha sempre considerato “moralmente” disdicevole erogare del danaro a chi non ne ha, parlare anche solo di reddito minimo garantito è una rivoluzione. Lo si capisce benissimo nelle reazioni sofferenti, a volte addirittura stizzite, di diversi esponenti del mondo sindacale. Dal nostro punto di vis ta si tratta, invece, di civiltà, rispetto della persona umana e riconoscimento del diritto di un cittadino ad avere il minimo per vivere in maniera dignitosa. Il reddito minimo garantito può essere anche un’eccezionale occasione per un grande cantiere sociale. Guardiamo alle esperienze internazionali, adottiamo i modelli più avanzati (per esempio nelle modalità di erogazione che garantiscano che le somme erogate siano spese in modo appropriato) e sfruttiamo la forza spesso inespressa del volontariato, della cooperazione sociale, del no-profit e del Terzo settore. Se lo spirito sarà questo, senza steccati ideologici e demagogici, avremo la possibilità di verificare concretamente se un piccolo sforzo (le cifre dello stesso ufficio studi della Camera lo confermano) può produrre un moltiplicatore sociale di inestimabile valore. Un primo cantiere di sperimentazione può essere quello della Lombardia, dove il governatore leghista Maroni, a sorpresa, ha deciso di accelerare. L’auspicio è che si usi davvero

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L’introduzione, anche in Italia, del reddito minimo garantito può essere l’occasione per un grande cantiere sociale: può coinvolgere territori, enti locali, società civile e Terzo settore in piani di azione per garantire, nel lungo termine, la sostenibilità dello strumento questo strumento per sperimentare politiche attive non solo di welfare ma anche di carattere economico-sociale-ambientale. Fondamentale deve essere il coinvolgimento dei territori (amministrazioni locali, associazionismo e Terzo settore) che possono indicare veri e propri piani di azione nei quali coinvolgere i soggetti destinatari del reddito in modo da garantirne una sostenibilità a medio-lungo termine. La più strutturata tra le sperimentazioni, quella del Trentino, evidenzia che il “reddito di garanzia” non impatta negativamente sul mercato del lavoro e viene utilizzato per lo più come un polmone di emergenza anche grazie a una particolare vitalità economica di quel territorio. Non avremmo gli stessi livelli di performance (solo il 30% dei beneficiari in Trentino rimangono in condizioni di bisogno) in gran parte del Paese ma il segnale sarebbe forte e con indubbio impatto moltiplicatore anche delle più tradizionali dinamiche economiche. È infatti arcinoto e documentato da tutte le analisi e ricerche economiche che queste risorse si trasformano immediatamente in consumi primari, dando inevitabilmente una spinta al Pil e generando, quindi, un immediato ritorno diretto e indiretto nelle casse delle amministrazioni pubbliche. ✱ 3


fotoracconto 02/04

Si fa presto a dire “reddito di cittadinanza”. La misura racchiude in sé un innegabile fascino, ma le esperienze concrete raccontano una realtà diversa, fatta di restrizioni per l’accesso a questa forma di sussidio. Dove l’esperienza è ormai sviluppata da più tempo, spiegano che la sua efficacia è connessa con la presenza di altri fattori. Il caso del Trentino, oggetto del fotoracconto di questo mese, è emblematico: il loro “reddito di garanzia” è sostenibile perché nel territorio l’amministrazione provinciale (che lì, grazie allo Statuto speciale, è una sorta di deus 6

ex machina con decine di competenze diverse) ha introdotto non solo obblighi di formazione continua per chi riceve l’assegno mensile. Ma ha previsto altre norme per rendere appetibile il territorio a chi vuole fare impresa: sette “incubatori” permettono a start-up e aziende già affermate di aprire una sede, iniziare a lavorare in poco tempo e a costi contenuti. Due di quegli incubatori, il Polo della Meccatronica sorto nell’ex stabilimento Pirelli e il Progetto Manifattura di Rovereto, accolgono solo realtà dell’hitech e della green economy.

E un tessuto imprenditoriale vivace è essenziale per ridurre il tasso di disoccupazione e quindi il numero di persone che accedono al reddito minimo. Al tempo stesso, per sostenere chi perde il lavoro in tarda età, c’è il Progettone: un’iniziativa di reimpiego che coinvolge i “lavoratori anziani” in iniziative di tutela del territorio, di gestione museale e assistenza agli anziani. Ma, sopra a ogni cosa, c’è un altro fattore: un patto sociale saldo, alla base di un rapporto virtuoso tra cittadini e amministrazione. Chiamatelo, se volete, capitale umano...

Dall’alto, in senso orario: la sede del Polo della Meccatronica, incubatore dedicato dalla Provincia Autonoma di Trento alle imprese dei settori elettronico, meccanico e informatico, nell’area che una volta ospitava lo stabilimento Pirelli a Rovereto. Un prototipo di uno schermo touch per poli museali e usi ospedalieri realizzato da una delle start-up del Polo. L’ingresso di Progetto Manifattura, incubatore per realtà della green economy che sorge nell’ex palazzo della Manifattura Tabacchi, sempre a Rovereto. Un particolare dell’“albero delle Idee” esposto all’ingresso del Palazzo della Manifattura.

FOTO: LUCA BOLLI, EMANUELE CAPOSCIUTTI

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QUESTIONE DI CIVILTÀ ARCHIVIO PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO


QUESTIONE DI CIVILTÀ DOSSIER

“leggera”, quella del reddito minimo garantito. Si tratta, in larga parte, di un sussidio variabile, destinato a disoccupati, poveri o indigenti. Qualcosa di diverso (vedi GLOSSARIO ), insomma, ma pur sempre un punto di partenza. Italia e Grecia a parte, forme di reddito minimo garantito esistono da tempo in tutto il Continente. Dal Minimax belga al Beinstand olandese, passando per le misure di Regno Unito, Francia e Germania, le nazioni europee si sono dotate di sistemi più o meno generosi con livelli variabili di condizionalità (durata del sostegno, impegno alla ricerca di un impiego). Ma una normativa comune a livello Ue è tuttora assente. Anche, se non soprattutto, per ragioni puramente tecniche. «A differenza di ciò che accade con la politica monetaria, gli interventi in materia sociale e fiscale sono affidati alle sole disposizioni nazionali» spiega Andrea Fumagalli, professore associato di Economia Politica presso l’Università di Pavia e membro dell’Executive Committee del BIEN (Basic Income Earth Network) e del Bin-Italia (Basic Income Network). «Per dirla in altre parole, insomma, fino a quando l’Unione non sarà dotata di una politica fiscale comune, una normativa europea condivisa sul reddito minimo garantito non potrà esistere».

LA FATTIBILITÀ Nel 2016, ma la data certa è ancora da stabilire, la Svizzera affronterà un referendum su una proposta clamorosamente ambiziosa: un reddito di cittadinanza pari a 2.500 franchi mensili (2.700 dollari). Un’ipotesi, nota l’Economist, che costerebbe circa 210 miliardi di dollari l’anno, quasi un terzo del Pil. In Francia, Regno Unito e Germania (l’elaborazione è nostra, vedi MAPPA ) programmi di assistenza al reddito (non di cittadinanza) come il Revenu de solidarité active (RSA), l’Hartz IV e l’Income Support costano in media mezzo punto percentuale di Pil. In Brasile, Bolsa Familia, uno dei progetti più significativi nel panorama globale, arriva a quota 1,5%. L’ammontare totale dei costi a livello Ue – che dovrebbe tenere conto di iniziative diverse all’interno dei vari Paesi – non è facile da individuare. Ma il suo peso, per chi decidesse di introdurre la misura per la prima volta, potrebbe essere decisamente relativo. «Difficile definire i costi – spiega Gianfranco Cerea, professore ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Trento – ma in ogni caso non va dimenticato che ad essi andrebbe sottratto il risparmio derivante da quei programmi di welfare che il reddito garantito andrebbe a sostituire». Un cambio di gestione, insomma, che potrebbe permettere un uso più efficiente delle risorse pubbliche. Tema, quest’ultimo, a cui l’Europa è da sempre molto sensibile. ✱ valori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015

Ad eccezione di Italia e Grecia, in Europa forme di sostegno economico di base esistono da tempo ma i beneficiari sono limitati e le erogazioni sono spesso di durata limitata

DA PAINE AI ROBOT. LA LUNGA MARCIA DEL MINIMO GARANTITO

«Esporrò ora il piano che debbo proporre e che consiste nella creazione di un fondo nazionale dal quale sarà pagata una somma di quindici sterline (equivalente, ha ricordato di recente l’Economist, a 2mila dollari odierni nonché a oltre la metà del reddito medio di un lavoratore del tempo, ndr) ad ogni persona al raggiungimento del ventunesimo anni di età (…) nonché una somma di dieci sterline annuali ad ogni persona vivente che abbia raggiunto i 50 anni e a tutti coloro che raggiungeranno quell’età». Così parlava Thomas Paine, filosofo, rivoluzionario ed esponente di spicco dei noti “padri fondatori” degli Stati Uniti d’America. Correva l’anno 1797 e il suo pamphlet “Giustizia agraria”, esposto pubblicamente al Direttorio della Repubblica Francese, introduceva ufficialmente nel dibattito pubblico il tema del reddito di cittadinanza. Da allora la discussione non si è mai sopita. Da Tobin a Samuelson, passando per John Kenneth Galbraith e Milton Friedman (teorico di un’imposta negativa sui redditi più bassi che sostituisse, almeno in parte, l’erogazione dei servizi di welfare), l’ipotesi di un reddito minimo garantito se non addirittura di cittadinanza (nel caso in cui quest’ultima sia l’unica condizione per la sua erogazione – vedi GLOSSARIO ) ha coinvolto a vario titolo autori di diversa impostazione. Determinante, secondo l’economista Martin Ford, il peso crescente della variabile tecnologica. L’aumento dell’automazione dei processi, argomentava nel 1964 nel suo “Rise of The Robots. Technology and the Threat of a Jobless Future”, avrebbe determinato una crescita della disoccupazione, una riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori e un incremento della disuguaglianza sociale. La soluzione? Una “qualche forma di garanzia di reddito minimo”. Un’idea rilanciata prepotentemente dal dibattito più recente, concentrato, per ovvie ragioni, sull’analisi delle conseguenze della crisi e sulle debolezze di un sistema economico contemporaneo. Tra jobless recovery, trappole deflazionistiche varie e crescita delle disuguaglianze. [M.Cav.]

 GLOSSARIO REDDITO DI CITTADINANZA Reddito minimo erogato ai cittadini in assenza di qualsiasi altro requisito al di fuori della cittadinanza stessa (ovvero senza distinzione di condizione sociale). Viene definito anche “reddito di base” (basic income). REDDITO MINIMO GARANTITO Reddito erogato ai cittadini in età lavorativa il cui reddito disponibile risulti inferiore alla soglia di povertà (corrispondente, di solito, al 60% del reddito mediano). REDDITO MEDIANO All’interno di una popolazione statistica (i cittadini di una nazione, ad esempio), la soglia reddituale che divide la popolazione stessa in due gruppi di uguale numerosità. Il valore mediano tende a essere maggiormente significativo rispetto al valore medio che, soprattutto in contesti di crescente disuguaglianza, tende ad essere implicitamente sbilanciato per il peso dei redditi più elevati. 11


DOSSIER QUESTIONE DI CIVILTÀ

Dietro ai progetti un problema politico di Matteo Cavallito

In Italia vi sono già due proposte di legge presentate da Sel e dai Cinque Stelle. Si parla di cifre mensili, ovviamente. Ma anche di vincoli per beneficiarne. Un tema destinato a stimolare il dibattito

ue proposte di legge parlamentare con lo stesso obiettivo: un reddito minimo garantito per chi è a rischio povertà, ad oggi quasi un quinto della popolazione italiana (vedi GRAFICO ). A redigerle Sel e Movimento Cinque Stelle. Abbastanza simili i contenuti essenziali: un contributo massimo di 600 euro al mese per «tutte le persone inoccupate, disoccupate e precarie con un reddito annuale inferiore a 7.200 euro» (ovvero 600 euro al mese meno il reddito percepito) nel caso di Sel, un reddito garantito fino a 780 euro per il M5S. Fondamentale, in entrambi i casi, essere disponibili all’impiego. Nella proposta del M5S, in particolare, la possibilità di rifiuto di un’offerta di lavoro è garantita per un massimo di tre proposte, in quella di Sel c’è invece l’obbligo di accettazione. In entrambi i casi si devono seguire percorsi di attivazione lavorativa e formativa. La proposta dei 5 Stelle, inoltre, introduce la possibilità dei Comuni di avviare lavori socialmente utili obbligando i beneficiari del reddito garantito a prestare da 4 a 8 ore settimanali di lavoro.

D

l’ipotesi del M5S, dal canto suo, non chiarirebbe in pieno l’identità dei beneficiari («si parla di cittadini italiani e residenti stranieri provenienti da Paesi con i quali l’Italia abbia stipulato accordi di reciprocità» spiega il docente. «Il problema è che non si capisce quali siano»). Tra i punti di forza, sottolinea per contro Fumagalli, il concetto di congruità delle proposte di lavoro (il diritto del beneficiario di rifiutare offerte di impiego non in linea con il curriculum, con l’ultima retribuzione percepita o caratterizzate da una sede di lavoro eccessivamente distante), un aspetto, quest’ultimo, destinato a dividere gli analisti. «L’idea della congruità delle offerte di lavoro rispetto al curriculum non ha senso» sostiene al contrario Gianfranco Cerea. «Se mi trovo in una situazione di emergenza devo essere disposto a fare qualsiasi cosa. Con l’eccezione dei casi più gravi, il reddito minimo garantito deve essere una misura transitoria, non certo permanente. Detto in altri termini: non si tratta di “dare ai poveri” ma di “affrancare dalla povertà”, un obiettivo ben diverso».

ASPETTI PROBLEMATICI

I CONFINI DELLA LIBERTÀ

Entrambe le ipotesi fanno ovviamente discutere. La proposta Sel, nota l’economista Andrea Fumagalli (vedi INTERVISTA ) «non garantisce a certe condizioni la possibilità di rifiutare l’impiego proposto» mentre

La discussione sulle “offerte congrue” è destinata a continuare, perché tocca un tema centrale: quello della condizionalità. Qualsiasi proposta per un reddito garantito presuppone la concessione al beneficiario di un certo grado di libertà. Ed è proprio la definizione di quest’ultimo, per forza di cose, a caratterizzare, più di ogni altra variabile, la natura stessa della misura di sostegno al reddito. Per dirla in altri termini, non è solo una questione di risorse disponibili, né al tempo stesso di “meccanica degli incentivi” (la capacità della misura assistenziale di stimolare comunque la ricerca del lavoro). Si tratterebbe di qualcosa di radicalmente diverso: la messa in discussione o meno – dipende ovviamente dai punti di vista – del sistema economico vigente e delle caratteristiche del suo mercato del lavoro. Una questione, va da sé, fortemente “politica”. ✱

ITALIA: RISCHIO POVERTÀ PER AREE GEOGRAFICHE

FONTE: EUROsTAT (HTTP://EC.EUROPA.EU/EUROsTAT), ANNO 2013. ACCEssO A MAggIO 2015

Nord-Ovest

10,1

Nord-Est

10,6

Centro

15,3

Italia

19,1

Sud

31,8

Isole 0,0

12

35,9 5,0

10,0

15,0

20,0

25,0

30,0

35,0

40,0

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DOSSIER QUESTIONE DI CIVILTÀ

Trentino: “Il diritto di sentirsi in dovere” di Emanuele Isonio

Introdotto nel 2009 dalla Provincia Autonoma, il “reddito di garanzia” ha riguardato il 2% delle famiglie e ha dimezzato il tasso di povertà. Ma è limitato nel tempo, pone obblighi ed è reso possibile da controlli rigorosi

A

nche in Italia si possono scovare pratiche virtuose nell’uso delle risorse pubbliche. E, in tema di reddito minimo, l’esperienza migliore che il nostro Paese può vantare è probabilmente quella adottata dalla Provincia Autonoma di Trento nel 2009. Una versione riveduta e corretta di un sistema che esiste fin dagli anni ’60, noto come “reddito di garanzia”. «Da tempo – spiega a Valori il presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi – cerchiamo di diffondere un concetto: avere uno Statuto speciale impone dei vantaggi ma anche degli obblighi. Possiamo usare le risorse prodotte dal territorio, ma non abbiamo trasferimenti statali e ci paghiamo da soli quasi tutti i settori della spesa pubblica. Non possiamo sprecare soldi. Anche in questo strumento abbiamo cercato di unire il diritto a una soglia minima di reddito per chi è in difficoltà a una serie di doveri da parte sua». segue da pagina 13

Oggi però cresce l’attenzione su temi come reddito e uguaglianza. È vero che la crisi sta aiutando un ripensamento generale dei problemi? È vero ma solo in parte, come dimostra il caso del Piano Garanzia Giovani promosso dal governo italiano. Si tratta di un progetto basato su un’impostazione estremamente conservatrice che, per così dire, non punta all’occupazione ma all’occupabilità e in nome di essa giustifica tutto, anche il lavoro gratuito. In questo senso l’occupazione non è una misura di crescita, ma solo una variabile statistica. A proposito di nuove tesi, il successo di quelle di Piketty è innegabile… Piketty analizza la crescente diseguaglianza nella distribuzione del reddito senza valutare i mutamenti nei processi di accumulazione fondati 14

TEMPORANEO E PROPORZIONALE Tutto sommato semplice l’approccio alla sua base: garantire ai nuclei familiari in difficoltà economica, anche monopersonali, un reddito annuale. Per una famiglia-tipo composta da due genitori e un figlio si garantisce un reddito minimo di 13.260 euro l’anno. Non un assegno uguale per tutti, ma proporzionale al livello di povertà: chi percepisce 6mila euro l’anno se ne vedrà versare altri 7.260. Chi ne percepisce 10mila ne riceverà “solo” 3.260. La misura è erogata dalla Provincia alle famiglie che hanno un bisogno economico. I nuclei con problemi socio-assistenziali possono farne domanda al proprio Comune, che può chiedere l’adesione a un progetto sociale. Ma l’erogazione non è sulla parola. Per evitare abusi, i controlli sono rigorosi: «Si valutano patrimoni, reddito al netto di imposte, spese mediche, affitto, interessi passivi su mutuo, e indicatori di consumo» spiega Gianfranco Cerea, economista all’Università

sulla conoscenza e le nuove tecnologie e, così facendo, si colloca su un versante keynesiano tradizionale, proponendo forme di assistenza al reddito che, nel contesto attuale, sono facilmente accettabili. In che senso? Nel senso che queste forme di reddito rientrano in pieno nella logica del sussidio, ovvero non mettono in discussione il vero problema: la ricattabilità crescente del lavoro al capitale. Si tratta, insomma, di forme di assistenza condizionate all’accettazione dell’attuale sistema del mercato del lavoro, leggasi precarietà generalizzata, una sorta di coazione all’impiego. Il reddito di base, in realtà, dovrebbe funzionare diversamente, garantendo – ed è questo il punto fondamentale della questione – la libertà di rifiutare ogni forma di sfruttamento. Ma questo, per l’ideologia attualmente dominante, non è ovviamente accettabile. ✱ valori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015


DOSSIER QUESTIONE DI CIVILTÀ

Un patto sociale per la via italiana di Corrado Fontana

Una proposta della Caritas lombarda del 2011 ha aperto la strada a una serie di riflessioni per coinvolgere la società civile nella costruzione di un modello virtuoso al reddito minimo. Che parta dalle famiglie

ccettuate Italia e Grecia, tutti i Paesi dell’Unione europea hanno inserito nei loro sistemi di protezione schemi di reddito minimo ispirati al principio dell’universalismo selettivo»: così scrivevano, ormai quattro anni fa, Rosangela Lodigiani ed Egidio Riva, sociologi all’Università Cattolica di Milano. Uno scenario europeo che nei fatti da allora non è cambiato. Ma in Italia, dopo una parentesi di sperimentazione per una misura nazionale, avviata e abortita al passaggio dal secolo scorso, finalmente se ne sta parlando: a giugno 2013 usciva dal ministero del Welfare la relazione di un Gruppo di lavoro sul reddito minimo (Verso la costruzione di un istituto nazionale di contrasto alla povertà). E la questione è entrata nella recente campagna elettorale per le regionali e nel dibattito politico nazionale.

LINK Fondazione Bruno Kessler www.fbk.eu REIS, Reddito d’inclusione sociale www.redditoinclusione.it/ la-nuova-proposta-2014

«E

IL DUBBIO DELL’ECONOMISTA: «QUEI SOLDI RISCHIANO DI FINIRE NELLE SLOT MACHINE»

Non usa mezzi termini l’economista Luigino Bruni (tra i principali animatori del movimento Slot Mob, contro la diffusione del gioco d’azzardo) sui limiti della politica in tema di reddito minimo: «La gran parte delle persone che si rovina con l’azzardo fa parte dei cittadini a basso e bassissimo reddito, moltissimi disoccupati. Le nostre proiezioni dicono che se noi dessimo 500 euro al mese a queste persone, soprattutto nelle regioni del Sud Italia e delle Isole, l’80% di quelle somme si perderebbe nelle slot machines: l’azzardo oggi sta rovinando circa 800mila nuclei familiari già in estrema difficoltà economica, e ciò che accade nel settore del gioco d’azzardo mostra una volontà intenzionale di affamare queste famiglie, di fare cassa con la povera gente. Perciò, se davvero si vogliono avanzare provvedimenti di reddito minimo, è necessario che i governi (che incentivano la ludopatia, autorizzando nuove concessioni e sostenendo i giochi in calo, consentendo la pubblicità del settore) facciano un atto di coerenza. Altrimenti questo trasferimento di risorse finirà per alimentare solo Lottomatica». 16

LE PAROLE SONO IMPORTANTI E allora il Reddito di autonomia proposto da Lodigiani e Riva, elaborato con Caritas e reso noto in un volume omonimo, pubblicato dal Centro studi Erickson, torna oggi utile (proprio mentre scriviamo, il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, ha annunciato di volersi rifare a quel progetto) ragionando su un provvedimento cui guardano in tanti. Ma non tutti allo stesso modo. Il progetto Caritas, sottolinea Riva, rientra infatti nell’ambito degli «strumenti di reddito minimo – e non di reddito di cittadinanza –: quindi misure di erogazione di un sostegno monetario accompagnato all’impegno da parte dei destinatari di attivarsi sul mercato del lavoro, o comunque lungo un percorso di inclusione economica e sociale». Una precisazione essenziale poiché, generalmente, gli strumenti di reddito di cittadinanza «prevedono un trasferimento di denaro non subordinato a impegni. Nemmeno a una verifica dello stato patrimoniale dei beneficiari». Le Caritas lombarde quattro anni fa proponevano alla Regione di adottare un Reddito d’autonomia da indirizzare «innanzitutto verso le famiglie con figli piccoli, per tentare di spezzare il passaggio intergenerazionale della fragilità economica, frequente nel nostro Paese». Famiglie destinatarie – non individui, su cui punta ad esempio l’ipotesi M5S – da sostenere se i loro componenti dovessero rispettare certe condizioni (iscrizione ai Centri per l’impiego; sottoscrizione della Dichiarazione di Immediata Disponibilità al lavoro per i soggetti in età attiva e abili al lavoro; completamento degli obblighi di istruzione per i minori; la partecipazione a programmi d’inclusione). valori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015


finanza etica il caso Dollfus I prImI dIecI paesI che perdono per l'evasIone fIscale In termInI assolutI [anno 2011] Fonte: ocse

Paese 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

STATI UNITI BRASILE ITALIA RUSSIA GERMANIA FRANCIA GIAPPONE CINA REGNO UNITO SPAGNA

Pil

Popolazione

Pil pro capite

US$’m 14.582.400 2.087.890 2.051.412 1.479.819 3.309.669 2.560.002 5.497.813 5.878.629 2.246.079 1.407.405

312.582.000 190.755.799 60.705.991 142.914.136 81.724.000 65.821.885 127.720.000 1.339.724.852 62.300.000 46.162.024

$ 46.651 10.945 33.793 10.355 40.498 38.893 43.046 4.388 36.053 30.488

battesimo, ma nella notte tra il 25 e il 26 aprile e si è reso necessario perché altrimenti – dice l’ordinanza di convalida di fermo del Tribunale di Milano – Dollfus «avrebbe fatto spedito rientro nella sicura Svizzera». Infatti, a partire dall’arresto del marzo del 2013 del suo socio in affari, Gabriele Bravi, Dollfus «pur avendo stretti legami familiari in Milano, dove vivono sua moglie e almeno un figlio» aveva evitato accuratamente il capoluogo lombardo, temendo di finire anche lui a San Vittore. Viene allora da porsi la domanda se Dollfus si sia mosso proprio perché il suo cuore di nonno glielo ha chiesto o se, invece, non ha ritenuto che fosse arrivato il momento giusto per consegnarsi alle autorità giudiziarie italiane. Ma con il suo stile defilato.

Pressione fiscale nazionale %

% 26,9 34,4 43,1 34,1 40,6 44,6 28,3 18 38,9 33,9

Spesa pubblica % rispetto al Pil

% 38,9 41 48,8 34,1 43,7 52,8 37,1 20,8 47,3 41,1

Tanto sotto le righe che di lui, prima di quelle segnaletiche, non circolavano foto.

UN AFFIDABILE RICICLATORE Nato a Lugano nel 1948, Dollfus ha costruito la sua “carriera” sull’affidabilità e la riservatezza, mettendo in piedi un’efficiente organizzazione finanziaria, in grado di gestire i capitali a molti zeri di centinaia di nomi della nobiltà e della borghesia nazionale e internazionale. Tra questi il principe Augusto Ruffo di Calabria, l’imprenditore Carlo Bonomi, il costruttore lombardo Massimo Pessina, l’ex manager Fininvest Daniele Lorenzano, coimputato di Silvio Berlusconi per la vicenda diritti televisivi Mediaset-Mediatrade. Ci sono poi Vitaliano e Gilberto Borromeo, discendenti del cardinal Federico, pro-

Dimensioni dell’economia occulta

US$’m 1.254.086 814.277 553.881 648.161 529.547 384.000 604.759 746.586 280.760 316.666

% dell’economia Tasse non pagate per l’economia occulta rispetto occulta al Pil % 8,6 39,0 27,0 43,8 16,0 15,0 11,0 12,7 12,5 22,5

US$’m 337.349 280.111 238.723 221.023 214.996 171.264 171.147 134.385 109.216 107.350

prietari sul Lago Maggiore della rocca di Angera e dell’Isola Bella, imparentati per matrimonio con gli Elkann-Agnelli. Peccato però che – ipotizza l’ordinanza di Milano – il denaro o le utilità gestite da Dollfus e da Bravi, nella maggior parte dei casi, sarebbero provenienti da delitti di appropriazione indebita, evasione fiscale, corruzione e riciclaggio. Sarebbero anche frutto di frode nelle pubbliche forniture, come nel caso di uno dei più affezionati clienti dell’organizzazione, Francesco Bellavista Caltagirone, finito agli arresti nel 2013 perché, durante la realizzazione del porto turistico di Fiumicino, con un sistema di attribuzione fittizia avrebbe distratto 35 milioni di euro, ai danni di due società del gruppo Acqua Marcia, a lui facente capo.

Il dossIer rIfIutI tossIcI e la somalIa di Paola Baiocchi

A Dollfus è dedicato un intero capitolo di un rapporto Greenpeace sui traffici illeciti nel Corno d’Africa. È forte il sospetto di un collegamento con la morte di Ilaria Alpi Il nome di Filippo Dollfus (oppure Dollfuss o Dolfuss, come a volte riportato erroneamente negli atti) compare in molte delle vicende italiane più oscure: viene investigato negli anni ‘90 dalla Procura di Palermo 22

per corruzione e associazione a delinquere di stampo mafioso; è protagonista nel 1994 del salvataggio della società Acqua Marcia di Caltagirone. E un intero capitolo del report The Network, del 1997, di Greenpeace è dedicato alla sua figura: “The Network” è il nome che l’organizzazione ambientalista dà a una sofisticata rete criminale internazionale, ben strutturata e coordinata, che compie traffici internazionali e smaltimenti illegali di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi. Caratteristica di questa rete è di appoggiarsi a una «struttura finanziaria, completamente separata da

quella operativa, la quale genera profitti notevolissimi grazie alle illegalità commesse nel trattamento dei rifiuti». Secondo Greenpeace questa enorme massa di profitti «viene riciclata all’interno di attività legittime grazie all’opera di finanziarie e fiduciarie svizzere, inglesi, italiane che a loro volta hanno costruito una rete di società offshore a Panama, Isole del Canale, Isole Vergini britanniche, Liechtenstein e Irlanda». Sovrapponibile come schema operativo a quello contenuto nell’ordinanza del Tribunale di Milano, ma con protagonisti e comprimari diversi, anche qui tutti di alto livello: valori / anno 15 n. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015


finanza etica fenomeno whistleblowers

Gole profonde tra limiti e paradossi di Matteo Cavallito

La “resistenza” delle società private, i maxi premi dei regolatori Usa, le lacune della legislazione italiana. Con il persistere dei reati finanziari, la tutela degli informatori resta un problema irrisolto

A

quasi sette anni di distanza dallo scoppio della crisi «molti continuano a credere che impegnarsi in attività illegali o comunque non etiche costituisca una strategia di successo in questo campo altamente competitivo». Lo ha sostenuto una ricerca condotta dall’università di Notre Dame e dallo studio legale Labaton Sucharow. L’indagine, condotta su un campione di 1.200 broker attivi «su entrambe le sponde dell’Atlantico» e diffusa alla fine di maggio, ha fornito un quadro sconcertante. Quasi la metà degli interpellati ha affermato di credere che i propri concorrenti abbiano probabilmente attuato comportamenti illeciti. Tra i manager di alto reddito (entrate annuali superiori ai 500mila dollari) quasi un terzo ha affermato di aver attuato o di aver assistito a operazioni scorrette.

LA GUERRA DELLE “SOFFIATE” A colpire in particolar modo è soprattutto un altro dato. Il 37% degli intervistati ha affermato di non essere a conoscenza dei programmi di protezione e immunità promossi dalla SEC statunitense per la tutela dei cosiddetti “whistleblowers”, gli informatori, mentre il 28% degli intervistati nella categoria ad alto reddito ha ammesso l’esistenza di linee guida interne nelle loro compagnie che vietano ai dipendenti di denunciare alle autorità possibili atti illeciti. Un fenomeno inquietante che contribuisce ad alzare la tensione tra il mondo finanziario e le autorità di controllo, impegnate, negli ultimi anni, a incoraggiare il più possibile il fenomeno del whistleblowing. La SEC statunitense dal 2011 ha avviato un programma di promozione delle denunce e di tutela

ItalIa: serve una nuova legge. «ma glI usa non sono un modello» di Matteo Cavallito

Fraschini (Transparency): «La norma italiana è scritta male. Servono anonimato e protezione. Lavoriamo a una nostra proposta» «Un solo articolo. Scritto pure male». Giorgio Fraschini, responsabile del servizio Allerta AntiCorruzione - ALAC di Transparency International Italia, non ha dubbi. La 24

legge sulla protezione dei whistleblowers non funziona. Un testo di poche righe e troppo debole, di fronte a un problema diffuso come quello della corruzione.

Quali sono i limiti della normativa? La legge italiana prevede la protezione dell’identità del segnalatore ma concede anche che quest’ultima possa essere rivelata «ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato». In sintesi: chi denuncia non può sapere se la

sua identità sarà protetta o meno. La normativa inoltre vale solo per i dipendenti del settore pubblico. Un limite notevole considerando che i casi di corruzione riguardano tipicamente operazioni che coinvolgono aziende private ed enti pubblici.

Insomma, serve una riforma. Si muove qualcosa? Il Movimento Cinque Stelle ha presentato una proposta di legge (“Disposizioni per la protezione degli autori di segnalazioni di reati o irvalori / anno 15 n. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015


finanza etica lotta all’evasione

Una minimum tax per le multinazionali di Emanuele Isonio

Premi Nobel, economisti, funzionari Onu si sono riuniti in un organismo indipendente per riformare la tassazione mondiale delle imprese. A Trento hanno presentato le linee guida contro l’elusione fiscale

U

na riforma del sistema di tassazione delle multinazionali per arrivare a un’imposta unica che neutralizzi l’uso dei paradisi fiscali: l’idea è talmente rivoluzionaria da apparire utopica. Se non fosse per il livello delle personalità che l’hanno proposta: un premio Nobel per l’Economia (Joseph Stiglitz) consigliere economico della candidata democratica alla Casa Bianca Hillary Clinton, un magistrato di origini norvegesi attualmente vicepresidente della Commissione speciale dell’Europarlamento per il tax ruling (Eva Joly), un docente della Columbia University ex sottosegretario Onu per gli affari economici (José Antonio Ocampo), un avvocato per i diritti civili, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema (Magdalena Sepúlveda Carmona).

le LINEE della rIforma GUERRA ALLE

SUCCURSALI

Rifiutare il trucco usato da molti gruppi multinazionali di considerare le proprie ramificazioni nei singoli Stati come aziende diverse, per trasferire gli utili nei Paesi con tassazione più vantaggiosa e lasciare le perdite negli altri Stati. Riconoscere, al contrario, che le varie entità sono rami operativi della stessa azienda. Il calcolo di quanta parte del fatturato globale viene realizzato effettivamente in ciascuno Stato può essere ottenuto attraverso dati oggettivi quali l’entità delle vendite e il numero di dipendenti in ogni Paese.

MINIMUM TAX GLOBALE

Le nazioni più sviluppate, attraverso gli strumenti a disposizione dell’OCSE, dovrebbero fare il primo passo per porre un argine alla competizione fiscale (in cui gli Stati cercano di attirare grandi aziende offendo sconti di tasse), a partire dalla pubblicazione di tutti gli accordi di natura fiscale. L’Icrict suggerisce inoltre agli Stati di trovare un accordo per una “minimum corporate tax” da far pagare alle multinazionali. 26

L’APPELLO DELLA SOCIETÀ CIVILE Sono alcune delle personalità che hanno deciso di riunirsi nell’Icrict: una Commissione indipendente per la riforma della tassazione delle imprese multinazionali. L’idea di coinvolgerli è arrivata da dieci tra Ong e sigle sindacali (ActionAid UK, Alliance Sud, CCFD-Terre Solidaire Christian Aid, Council for Global Unions, Global Alliance for Tax Justice, Oxfam, Public Services International, Tax Justice Network, World Council of Churches) che hanno chiesto il loro aiuto per sviluppare una proposta di revisione dell’attuale normativa fiscale che permette ai grandi gruppi industriali di pagare percentuali risibili sui loro profitti grazie a scorciatoie legali e agli accordi con i governi dei Paesi offshore. «Il tema della riforma dell’imposizione fiscale dei gruppi

CONTROLLI E

SANZIONI

Per rafforzare l’efficacia delle nuove norme, gli Stati dovrebbero trovare accordi che prevedano sanzioni penali per pratiche fiscali abusive. Ed è in tal senso essenziale garantire risorse adeguate a chi è chiamato a controllare il rispetto delle norme, anche attraverso Autorità indipendenti. Altrettanto cruciale è individuare sistemi di tutela degli whistleblowers, le “talpe” che rivelano accordi illeciti tra governi e multinazionali.

TRASPARENZA

Le multinazionali dovrebbero essere obbligate a presentare dei dettagliati report della propria attività in ogni Stato, rendendoli disponibili al pubblico e ai media. I vari Stati dovrebbero ottenere inoltre i nominativi delle persone fisiche, beneficiarie finali delle azioni delle imprese. Ulteriori obblighi verrebbero introdotti per le aziende operanti nell’industria estrattiva, in base a quanto previsto dalla Sezione 1504 del Dodd-Franck Act Usa e della Direttiva Transparency della Ue. valori / anno 15 n. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015


30

valori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015


economia solidale il caso Avastin-Lucentis

re italiano, Napoleone Ferrara, che negli Stati Uniti nel 2004 aveva sintetizzato un farmaco oncologico per il tumore al colon-retto, il bevacizumab. Lo realizza per conto della Genentech e il principio attivo viene commercializzato da Roche, proprietaria al 100% della ditta Usa, col nome di Avastin. Il costo di un trattamento si aggira sui 50mila euro all’anno per paziente. Per caso, Ferrara scopre per ò un’altra cosa: che l’Avastin funziona anche per le maculopatie. E in quel caso il prezzo di un trattamento sarebbe molto più basso: un’ottantina di euro. Ma Roche non chiede mai la certificazione per curare col suo farmaco anche questa patologia. La Genentech invece crea un “clone” di Avastin, il ranibizumab, che viene venduto col nome di Lucentis dalla Novartis. Prezzo sul mercato: 660 euro a dose. Apparentemente incomprensibile la scelta di Roche di non sfruttare il proprio farmaco assai meno costoso. Tanto più che molti medici, pure in assenza di indicazioni specifiche dei produttori, prescrivevano comunque Avastin anziché Lucentis (sfruttando il diritto di somministrare farmaci off label, ovvero al di fuori delle prescrizioni “ufficiali”, vedi box ). Quasi autolesionista, poi, la richiesta fatta all’Agenzia europea per i medicinali (Ema) di specificare nel foglietto illustrativo del proprio prodotto che avrebbe potuto causare possibili complicazioni in caso di iniezioni intraoculari (scelta che spinge l’Aifa a vietare l’uso off label dell’Avastin in favore del

FARMACI OFF LABEL: IL PARLAMENTO CAMBIA LE REGOLE

La prescrizione di un farmaco, di regola, deve rispettare le patologie per le quali quel medicinale è autorizzato e i modi di somministrazione previsti nel foglietto illustrativo. Ma la legge permette anche un uso “diverso” se il medico curante, sulla base delle esperienze note nella letteratura scientifica, lo ritenga necessario e il paziente ovviamente approvi. Un comportamento noto come “off label”, per nulla raro nella pratica medica. In Italia però questa abitudine viene messa sotto osservazione dopo lo scandalo della “cura Di Bella” (il metodo antitumorale a base di un cocktail di farmaci ideati per altri usi, dichiarato inefficace dalla comunità scientifica). La legge 94/98 fissò dei margini di discrezionalità consentiti al medico. E autorizzò la prescrizione off label per medicinali già inclusi in un elenco predisposto dalla Commissione tecnico-scientifica dell’Aifa e solo in caso di assenza di alternative terapeutiche. Quei vincoli, comprensibili all’epoca del caso Di Bella, hanno di fatto contribuito a creare la vicenda Avastin-Lucentis. Per porvi rimedio, è stata approvata, a fine maggio, la legge 1470 che converte il decreto 36/2014. Grazie alle nuove regole, il fondo dell’Aifa, alimentato con i contributi obbligatori versati dalle case farmaceuitche, potrà essere destinato anche a sperimentare medicinali per usi diversi da quelli per i quali sono stati messi in commercio. Tali farmaci, se l’Aifa darà parere positivo, potranno essere erogati a carico del Servizio sanitario nazionale, purché l’indicazione sia nota e conforme a ricerche condotte nell’ambito della comunità medico-scientifica nazionale e internazionale. [Em.Is.]

Lucentis): l’effetto collaterale infatti si potrebbe verificare con qualsiasi tipo di farmaco iniettato nell’occhio. Ma la mossa appare meno illogica se si legge la sentenza con cui, nel febbraio 2014, l’Antitrust italiana ha inflitto 180 milioni di euro di multa alle due aziende svizzere per aver fatto cartello ai danni del Servizio sanitario nazionale (per un aggravio di costi «nel solo 2012, nella misura di quasi 45 milioni»). Nella sentenza, l’Antitrust chiarisce che il capitale sociale di Roche è «ripartito tra una società del gruppo Novartis detentrice di una quota

IN GERMANIA VINCE NOVARTIS MA LE CASSE SI RIBELLANO di Mauro Meggiolaro

Le mutue tedesche cercano di aggirare il blocco anti-Avastin. Le cause legali però incombono 500mila malati in tutto il Paese, 80mila pazienti trattati ogni anno. E la tendenza, visto l’invecchiamento generale della popola32

zione, è in rapida crescita. In Germania la maculopatia retinica (Amd) è una delle patologie più diffuse tra gli anziani, ma solo dal 1° ottobre del 2014 il suo trattamento con iniezioni intraoculari è stato ufficialmente inserito nell’elenco Ebm che permette di stabilire l’entità dei rimborsi delle prestazioni sanitarie da parte delle casse mutue pubbliche. «Purtroppo però le cliniche e i singoli oculisti

del 33,3% e altri azionisti minori». Da un punto di vista economico, per i due gruppi è meglio continuare a usare Avastin solo per i tumori e lasciare campo libero a Lucentis in ambito oftalmico.

LE RESISTENZE DELL’AIFA La via d’uscita ci sarebbe: le istituzioni pubbliche dovrebbero dichiarare validi entrambi i farmaci per la cura delle maculopatie. E in effetti qualcosa di simile avviene: il Consiglio Superiore di Sanità, ad aprile 2014, dichiara che Avastin e Lucentis «non presentano differenze stati-

possono utilizzare solo medicinali approvati per la cura specifica della maculopatia e cioè il Lucentis di Novartis ma non l’Avastin di Roche, che è molto meno caro», spiega a Valori Reinhold Preißler, avvocato specializzato in diritto sanitario. Per le assicurazioni sanitarie private, che coprono poco meno del 10% della popolazione e non sono sottoposte alle condizioni Ebm, il problema non si pone: i malati possono essere trattati con entrambi i farmaci e ottenere il rimborso. Ma le casse pubbliche sono tenute a rimborsare solo il Lucentis, che costa mille euro a trattamento contro i 60 euro di valori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015


il caso Avastin-Lucentis economia solidale

Avastin. «In totale stiamo parlando di circa mezzo miliardo di euro che lo stato potrebbe risparmiare ogni anno», ha dichiarato al canale pubblico ARD l’oftalmologo Markus Strauß. «Una cifra che equivale ai costi totali per tutti i trattamenti oculistici in Germania, dalle emergenze fino agli occhiali e alle lenti a contatto». Una spesa assurda, ingiustificata, che continua a ingrossare le casse di Novartis. Esistono però una serie di scorciatoie, anche nella ligia Germania. Già dal 2012 nel Baden-Württemberg la cassa pubblica Aok promuove l’uso di farmaci off label (vedi box ) come Avastin per il trattamento della macuvalori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015

ANDAMENTO DEI TRATTAMENTI AVASTIN-LUCENTIS IN ITALIA NOVEMBRE 2012 - FEBBRAIO 2015 FONTE: IMS

18.000 16.000

Lucentis

Avastin

14.000 12.000 10.000 8.000 6.000 4.000 2.000 0 no v. di 12 c. ge 12 n. fe 13 b m .13 ar . ap 13 m r.13 ag . gi 13 u. lu 13 g ag .13 o. se 13 t. ot 13 t.1 no 3 v. di 13 c. ge 13 n. fe 14 b m .14 ar . ap 14 m r.14 ag . gi 14 u. lu 14 g ag .14 o. se 14 t. ot 14 t no .14 v. di 14 c ge .14 n. fe 15 b. 15

sticamente significative dal punto di vista dell’efficacia e della sicurezza» e chiede all’Aifa di intervenire «il più presto possibile» per autorizzare l’uso del farmaco meno costoso. L’intervento arriva. Ma è qui che la cosa diviene scabrosa. Perché Aifa autorizza l’uso off label di Avastin solo per un tipo di maculopatia (quella senile) e pone due vincoli: la somministrazione può avvenire solo negli ospedali. E il frazionamento delle dosi di Avastin può essere fatto solo dalle farmacie ospedaliere, che comunque non possono venderlo all’esterno. Una decisione che ha scatenato l’ira degli oculisti italiani: «Nel mondo l’uso di Avastin sta crescendo. In Austria è usato nel 90% dei casi, negli Usa e Giappone nel 50%. Mentre dal 2012 (anno del divieto di uso off label, ndr) in Italia è crollato del 74%» spiega Matteo Piovella, presidente della Società oftalmologica italiana. «Questa scelta di Aifa è illogica. Danneggia i pazienti e non aiuta nemmeno le casse della sanità pubblica». A dire il vero, l’effetto economico di usare il più costoso Lucentis c’è stato: l’Italia ha speso per trattamenti intravitreali 177 milioni nell’ultimo anno, contro i circa 600 di Francia, Germania e Regno Unito. «Ma abolire i divieti per l’Avastin non sarebbe un danno: il budget oculistico delle strutture pubbliche è comunque fissato. Con Lucentis si curano solo meno pazienti e le liste d’attesa si allungano. Mentre con l’altro farmaco – osserva Piovella – si potrebbero curare tutti con una decina di milioni». ✱

SPESA PER I TRATTAMENTI INTRAVITREALI. CONFRONTO TRA FRANCIA, GERMANIA, REGNO UNITO E ITALIA. MARZ0 2014 - FEBBRAIO 2015 FONTE: IMS

700 600 500 400 300 200 100 0

[milioni di €]

661 560

573

177 Francia

Germania

Regno Unito

Italia

SPESA PER TRATTAMENTI INTRAVITREALI IN ITALIA PER FARMACO MARZO 2014 - FEBBRAIO 2015 FONTE: IMS

[milioni di €]

150

142 100 50

18 0

337mila € Lucentis

lopatia, incentivando con un bonus gli oculisti che lo prescrivono. Una pratica che non sarebbe ammessa, almeno sulla carta. Il 1° aprile del 2015 in Baviera la stessa cassa Aok, che è organizzata in una serie di sedi regionali indipendenti, ha stipulato un accordo con l’associazione dei chirurghi oftalmici che permette il rimborso dell’Avastin. Nel frattempo, però, Novartis non sta a guardare. E ha iniziato a prendere di mira le farmacie che frazionano le dosi di Avastin. Il medicinale viene infatti venduto in boccette di vetro, senza conservanti, e per l’uso oftalmico deve essere frazionato in ambienti ste-

Avastin

Eylea

rili. «Novartis minaccia cause legali e le farmacie sono terrorizzate da possibili multe», spiega Preißler. «In questo modo si cerca di bloccare la catena di approvvigionamento di Avastin per le cliniche». La situazione è destinata a cambiare, anche se i tempi sono molto lunghi. «Un comitato federale si sta occupando della questione e nell’arco di uno o due anni potrebbe decretare l’equivalenza di Avastin e Lucentis nella cura dell’Amd», continua Preißler. «Nel frattempo cercheremo di fare causa a Novartis davanti all’Authority antitrust». Come si è fatto, con successo, in Italia. ✱ 33


economia solidale deontologia nel mirino

Formazione a misura di lobby? di Corrado Fontana

A un corso per l’aggiornamento obbligatorio dei giornalisti, esperti delle imprese energetiche cercano di indirizzare l’informazione per attaccare i comitati territoriali di protesta. Alcuni segnali destano preoccupazione

LE DOMANDE SULL’AGGIORNAMENTO OBBLIGATORIO

E

5

ra la mattina di sabato 30 maggio: un centinaio di giornalisti si è ritrovato alla Casa dell’energia di Milano (struttura musealedidattica di Fondazione AEM, appartenente al Gruppo a2a). C’era un incontro della formazione obbligatoria (vedi INfoGRafIca ). Come tanti. O forse no. Perché il tema, caldo e delicato, era il cosiddetto fenomeno nimby (cioè not-in-my-backyard, in italiano non-nel-mio-cortile), ovvero quei movimenti e comitati territoriali che si oppongono localmente alla realizzazione di impianti petroliferi, inceneritori, discariche.

PROFESSIONE LOBBISTA E sebbene l’identità del padrone di casa dell’evento potesse mettere sull’avviso, forse non era prevedibile il tenore generale della conferenza (critica uni-

Tutti i giornalisti, sia i professionisti sia i pubblicisti, sono tenuti al rispetto della “formazione professionale continua”. Nella stessa condizione sono anche gli iscritti a qualunque ordine professionale. Ma finora solo il 40% di tutti i giornalisti (107mila) ha attivato il proprio profilo nel 2014 sul sito internet nel quale è possibile prenotarsi ai vari corsi.

CHI

34

QUANDO

Il primo ciclo triennale di formazione è partito il 1° gennaio 2014 e terminerà il 31 dicembre 2016.

I 60 crediti possono essere ottenuti attraverso la partecipazione a corsi, gratuiti o a pagamento, su argomenti vari, organizzati direttamente dalle testate d’appartenenza o proposti dall’ordine nazionale, dagli ordini regionali o da enti formatori terzi, che hanno ricevuto l’accreditamento presso il ministero della Giustizia.

DOVE

È stata introdotta nel 2011 dalla legge 148 e dall’art.7 del DPR 137/2012. La norma obbliga tutti i giornalisti a raggiungere un minimo di 60 crediti (almeno 15 ogni anno e almeno 15 complessivi su temi deontologici). Per gli inadempienti un invito a mettersi in regola entro tre mesi e una generica segnalazione agli organi di disciplina degli ordini regionali.

CHE COSA

vocamente verso i comitati territoriali e i giornalisti che danno loro facile credito) nonostante la biografia dell’ospite-moderatore Alessandro Beulcke: presidente di Aris (Agenzia di Ricerche Informazione e Società) e dell’Osservatorio Nimby Forum (che sul proprio sito web definisce il nimby «vera e propria sindrome» che ostacola lo sviluppo infrastrutturale del Paese). Il sito di Aris (associazione no profit «che realizza studi e iniziative di divulgazione nei settori ambiente, energia, infrastrutture, trasporti, industria e servizi») non spiega chi la finanzia ma ci dice con chi collabora: in primis, con Allea (di cui Beulcke è di nuovo presidente), un’agenzia di consulenze strategiche in comunicazione (tra i suoi clienti a2a, Shell, Edison, ITW LKW Geotermia Italia); e poi Italiacamp, la cui fondazione ha tra i soci Enel, Mercedes, FS, Terna, Sisal. E tra i partner altri

L’obiettivo della legge è di obbligare chi opera nel mondo dell’informazione di tenersi aggiornato durante l’intera vita lavorativa. «Il suo svolgimento – si legge nel regolamento pubblicato dal bollettino ufficiale del ministero della Giustizia – è uno dei presupposti per la correttezza e la qualità dell’informazione».

PERCHÉ

valori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015


deontologia nel mirino economia solidale

ALLA RICERCA DELL’OBIETTIVITÀ PERDUTA di Corrado Fontana

Conflitti d’interesse alle lezioni per i media scientifici. L’ombra lunga delle aziende «Il fatto che ci siano docenti universitari a tenere questi corsi non è una garanzia: molti siedono nei board di consulenza delle aziende. Ciò è un rischio per una formazione indipendente, soprattutto per i settori della medicina e dell’alimentazione, su cui la pressione dei conflitti di interesse e già fortissima»: non va per il sottile Amelia Beltramini, già consigliere dell’Ordine lombardo, membro dell’associazione No grazie, formata da medici e giornalisti che rifiutano regali da parte delle

aziende del farmaco. E va oltre, segnalando casi in cui la formazione obbligatoria per i giornalisti segue vie «preoccupanti in prospettiva». Come mostrerebbe un corso tenutosi a metà giugno a Roma all’Università La Sapienza, dove tra i relatori comparivano Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, e Fabio Pammolli, presidente della Fondazione MSD (dell’americana Merck Sharp & Dohme), finanziatrice dell’evento. Commistioni isolate, ma che lasciano perplessi: «Gran parte della formazione medica svolta attraverso i media – spiega Beltramini – si basa già sui comunicati stampa delle imprese; e ci sono società cosiddette scientifiche, o associazioni di medici e di pazienti, di fatto mantenute dalle aziende. C’è poi il caso

nomi che pesano: Alitalia, Eni, Finmeccanica, Sace. Beulcke, che è anche, dal 2013, membro del consiglio dei soci fondatori di COOPI-Cooperazione internazionale, nel suo intervento non poteva che indicare come “virtuoso” un Paese in cui si riducessero i casi di nimby (in Italia 336 nel 2013).

PAROLE COME PIETRE Pur senza entrare nel dettaglio di tutti gli interventi, merita una menzione particolare quello conclusivo di Paolo Saraceno, dirigente dell’Istituto Nazionale di Astronomia ed Astrofisica (INAF). Scienziato, e per ciò stesso accolto con un credito di obiettività, presentato da Beulcke con soddisfazione, forse anche perché membro, da dicembre 2010, delle commissioni di valutazione di impatto ambientale (VIA) del ministero dell’Ambiente, cui lo Sblocca Italia attribuisce un ruolo decisivo nell’approvare opere considerate strategiche sul territorio italiano. Alcuni pensieri forti del professor Saraceno hanno di certo colpito la platea, travolta da un fiume impetuoso di argomentazioni e di slide fitte di dati, spesso piuttosto obsoleti: dall’apprezzamento per le nuove abbondanti riserve di petrolio in forma di shale oil («una notizia buona per l’economia e pessima per l’ambiente del Pianeta») all’insofferenza per la pigrizia delle persone («la gente contro il ponte di Messina è irrazionale, gli scienziati ci hanno studiato sopra 30 anni»); dalla considerazione che il fotovoltaico senza gli incentivi non sarà mai competitivo rispetto ai combustibili fossili («il valori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015

di Value relations, agenzia di comunicazione che lavora per società farmaceutiche, il cui amministratore delegato è Massimo Cherubini (lobbista farmaceutico auto-dichiarato, ndr), oggi consigliere dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, in passato consigliere nazionale. Value relations ha organizzato corsi di formazione obbligatoria insieme a Unamsi (associazione dei giornalisti che si occupano di medicina, finanziata dalla Takeda Italia) su temi non strettamente medici, poi diffusi attraverso la piattaforma web-journa lism.it, sponsorizzata da Ibsa, altra ditta farmaceutica, e dal partner editoriale della società di Cherubini, AboutPharma». Direttore responsabile di quest’ultima è una giornalista de Il Sole 24 Ore, giornale di Confindustria. ✱

futuro è eolico e nucleare») alle critiche per la cattiva gestione dei nostri rifiuti, che faremmo bene a bruciare nei nostri inceneritori, i quali – se fatti bene – inquinano meno delle caldaie casalinghe a gas o delle stufe a pellet; dal cattivo servizio offerto all’umanità da molte ong ambientaliste, che contrastano gli ogm e hanno combattuto la diffusione del golden rice (varietà di riso arricchito di nutrienti tramite la bioingegneria), all’errore delle politiche energetiche che non investono adeguatamente nell’energia geotermica. ✱

LA SFIDA DI FORMARE. MA SENzA SOLDI

Anche Gabriele Dossena, presidente dell’Odg lombardo, era tra i relatori del corso del 30 maggio. Di quella giornata ricorda innanzitutto l’opportunità di sviscerare la tematica nimby, ma apre squarci utili a riflettere sul futuro della formazione professionale: «Il suo avvio ha scatenato molti appetiti e interessi, anche di colleghi che agiscono in modo sfacciato. Ci siamo trovati di colpo ad affrontare una serie di grandi sfide organizzative, logistiche ed economiche. I colleghi devono capire che non abbiamo più un quattrino, o quanto meno, quello che ci spettava da Roma non è mai arrivato. Un’iniziativa di questo tipo, a costo zero, che riesca a insinuare il germe del dubbio nella platea, vuol dire che ha colpito nel segno: è formazione. Da qui andrò a sentire altre campane». E sulla delicatezza di certi ambiti formativi conclude: «Abbiamo bloccato proposte di corso, alcune provenienti da Unamsi, in cui la presenza di uno sponsor rischiava di inquinare la formazione, anche se copriva le spese. Quelli dell’energia e dell’informazione medico-scientifica sono i terreni più scivolosi. Ma non posso mettere la faccia su una formazione pagata da una singola azienda farmaceutica e poi andare in giro a parlare di deontologia professionale. L’iniziativa alla Casa dell’energia, oltre che da a2a, era sostenuta da una molteplicità di enti, anche se per lo più appartenenti ai cosiddetti “poteri forti”». 35


HTTPS://WWW.FLICKR.COM / ROBERTO FERRARI

edilizia virtuosa economia solidale

nismi regionali, che per bocca del suo presidente Paolo Buzzetti ha risposto che «è giusto dire addio alle grandi opere perché sono state quindici anni di fallimenti» e ha messo sul tavolo del ministro 5.300 progetti cantierabili, piccoli e di media entità (vedi INTeRvIsTa ). «Ben vengano lavori di entità più piccola, perché più controllabili e più vicini ai bisogni dei cittadini. Ora si tratta di vedere se alle ottime intenzioni faranno seguito i fatti» spiega Ivan Cicconi, esperto di appalti pubblici che fin dal 1998 ha individuato nell’Alta velocità una straordinaria macchina che ha sostituito il sistema tangentizio con una nuova forma di relazioni affaristiche tra i partiti e le imprese, al riparo della contestazione del reato di corruzione, e nella Legge obiettivo 113/2001, varata dal governo Berlusconi II con il ministro Lunardi, il braccio operativo delle grandi opere.

LEGGE OBIETTIVO CRIMINOGENA «Il nodo principale da smontare è proprio la Legge obiettivo, una norma speciale in totale deroga alle normative europee, che il presidente dell’autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, ha recentemente definito “criminogena”. La figura del general contractor disegnata dalla Legge obiettivo – continua Cicconi – nelle normative europee sugli appalti non esiste. Pianificare, progettare, realizzare, controllare i lavori è tutto affidato al general contractor (o contraente generale) che, quindi, esegue i lavori e si “controlla”». L’effetto distorsivo del general contractor è nei dati che pubblica la Cgia di Mestre, molti cantieri ancora aperti e costi schizzati alle stelle: la Tav Milano-Bologna-Firenze, per cui il Cipe nel 2001 aveva previsto un costo di quasi 1,3 miliardi di euro, è costata oltre 13 miliardi, con un incremento del 971%. Anche la realizzazione della statale 38 della Valtellina (variante Morbegno dallo svincolo di Fuentes allo svincolo di Tartano) è stata da capogiro: + 401%, da 481 milioni di euro a fine 2014 la spesa prevista era salita a 2,5 miliardi di euro. ✱ valori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015

UNA NUOVA STAGIONE DI LAVORI PUBBLICI di Paola Baiocchi

Le proposte del presidente dei costruttori, Buzzetti: dieci miliardi divisi in 5.300 progetti: azioni contro il dissesto idrogeologico e per riqualificare scuole e tessuto urbano Presidente Buzzetti, il ministro Delrio sostiene l’esigenza di tornare a una “normalità” nei lavori pubblici per chiudere l’epoca della legge Obiettivo, dell’emergenza, dei general contractor che scelgono i direttori dei lavori. Che ne pensa? Il punto è proprio tornare a realizzare le opere davvero “utili” per il Paese. Ci lasciamo alle spalle anni di errori e problemi di gestione, dovuti al ricorso sistematico a strutture speciali, deroghe e procedure di emergenza. Un meccanismo perverso che ha prodotto forzature e minato la concorrenza, con risultati spesso molto negativi, se pensiamo alla Protezione Civile o agli scandali legati a Expo e Mose. Quello che serve oggi è, invece, un mercato moderno e trasparente. Come mettere fine alle gare al ribasso, che vanno a scapito della qualità? Dando il via a una nuova stagione di opere pubbliche in termini di regole, tempi e costi certi. Noi proponiamo, in attesa del recepimento delle nuove direttive Ue, di anticipare con un decreto un pacchetto di poche norme, chiare e urgenti, capaci di garantire la realizzazione delle opere all’insegna della qualità. Tra i punti fondamentali: commissioni di gara con membri esterni alla stazione appaltante, il divieto dell’offerta economicamente più vantaggiosa per i piccoli lavori, la tutela delle imprese sane nelle Ati, in caso di crisi aziendali. E poi più controlli e responsabilità del risultato, tornando a dare forza alla vecchia figura dell’ingegnere capo. Dopo le parole del ministro Delrio stanno arrivando anche i fatti? Stiamo lavorando a stretto contatto con lui. Ci aveva chiesto di aiutarlo nell’opera di ricognizione del territorio, per mettere insieme un piano di interventi pronti a partire. Abbiamo individuato 5.300 progetti su tutto il territorio nazionale, per un importo di quasi 10 miliardi. Opere di collegamento, di manutenzione urbana, interventi contro il dissesto idrogeologico, per l’housing sociale e per la riqualificazione di scuole e periferie. Così otterremmo un doppio obiettivo: soddisfare le esigenze dei cittadini e svolgere un immediato ruolo anticiclico. Qualcosa come 165mila nuovi posti di lavoro e 32 miliardi di ricaduta positiva sull’economia del Paese. Le dico di più: i soldi per far partire questo programma ci sono. Almeno 19 miliardi, dei 39 miliardi contenuti nel Fondo di sviluppo e coesione, potrebbero essere impiegati su questi fronti strategici. Ha affermato che per ogni miliardo investito in edilizia si calcolano 17mila nuovi posti di lavoro creati: in che modo? È frutto di un’analisi che il nostro Centro Studi ha messo a punto assieme all’Istat, tenendo conto del ruolo di “moltiplicatore” del settore delle costruzioni, che mette in moto ben ottanta comparti industriali collegati, non delocalizza e anzi è l’unico in grado di creare rapidamente occupazione su tutto il territorio. Secondo questo studio, la ricaduta di ogni miliardo investito in edilizia è di ben 3,374 miliardi in tutto il sistema economico nazionale. ✱ 39


fotoracconto 04/04

Nella foto in alto, un gruppo di persone impegnate in una delle attività di manutenzione del territorio, organizzate in Trentino grazie al “Progettone”. L’iniziativa consente ai lavoratori che hanno perso il lavoro dopo i 50 anni di ricevere una forma di sostegno economico dietro l’impegno a partecipare ad attività di tutela ambientale e sociale. Un modo per continuare a coinvolgere attivamente importanti fasce di popolazione e di costruire un legame forte tra il diritto a una vita dignitosa e il dovere a contribuire al progresso della comunità. Nella foto a destra, il servizio agli anziani disabili ospitati dai centri sanitari della Provincia è un’altra delle attività previste per i beneficiari degli assegni del Progettone. Quello dei “disoccupati anziani” è un problema spesso sottovalutato nell’attenzione delle istituzioni pubbliche: il loro tasso è cresciuto del 146% in sei anni e in Italia ha ormai raggiunto le 438mila unità. La Provincia di Trento ha investito 45 milioni di euro nel programma di recupero, che coinvolge oggi circa 1.450 persone.

FOTO: ARCHIVIO PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

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valori / ANNO 15 N. 130 / LUGLIO/AGOSTO 2015


internazionale festival economia

SE LO STATO È ASSENTE LA MOBILITÀ DIVENTA CRIMINALE

Corre un pericolo non da poco qualsiasi stato che pensi di sottovalutare il tema della mobilità sociale. Perché l’assenza di risposte forti e credibili da parte pubblica lascia spazio alle organizzazioni criminali per imporre il proprio potere che si trasforma, agli occhi di molti giovani, nell’unica speranza di crescita sociale. una sorta di “mobilità criminale” con la quale bisogna fare i conti, perché «quella speranza non sembra perdere mordente anche se è ormai evidente che per i ragazzi usati dalla ’ndrangheta come manovalanza non c’è nessuna possibilità di diventare boss. Finiscono ammazzati o in carcere». l’analisi è di giovanni ladiana, superiore dei gesuiti di Reggio Calabria, intervenuto a trento insieme a Michele Prestipino, magistrato che nel 2006 fece arrestare Michele Provenzano ed è attualmente procuratore aggiunto di Roma. ladiana, oggi prete di strada ma ex bracciante e muratore, il giogo mafioso lo combatte ogni giorno attraverso l’associazione Reggio Non tace. E va ricordando sempre quali siano i costi sociali di quel sistema: «Reggio è la città con il più alto tasso di povertà assoluta eppure naviga in un mare di denaro. il controllo esercitato dalla “casa madre” sulle attività che la ’ndrangheta gestisce nel mondo è rigoroso. il volume di affari è di circa 140 miliardi di euro, di cui circa 43 vengono riciclati nell’economia pulita». Per invertire la rotta, tutto parte da una scelta personale. «se intorno alle mafie crolla il consenso sociale – osserva Prestipino – il fenomeno criminale inizierà a disgregarsi. E quel consenso si compone di tanti fattori, anche religiosi, che si incarnano in tradizioni popolari, in rituali con venature di superstizione e radici nel paganesimo». i modi per fare scelte diverse esistono. lo stato deve dare risposte, ovviamente. a partire, secondo ladiana, «dalla lotta alla finanza speculativa e dall’avvio di un percorso fondato sul giusto salario, sul reddito minimo e su interventi pubblici in settori vitali come sanità, ambiente e servizi sociali». Ma l’attesa delle azioni dall’alto non può essere un alibi per non agire personalmente: «grazie a chi ha deciso di schierarsi – commenta ladiana – sono nate iniziative importanti a livello economico: la Mag delle Calabrie, un tentativo limpido di creare un’economia alternativa. E poi i consorzi etici, in agricoltura e non solo».

economica, coesione del sistema sociale e benessere collettivo. Tranne che per le élite, ovviamente.

SECOLI DI INIQUITÀ I critici parlano di “mobilità da Medioevo”. Un’affermazione forte ma basata su molte ricerche. Due analisti di Banki-

talia, Guglielmo Barone e Sauro Mocetti, si sono ad esempio divertiti ad analizzare i livelli di reddito delle famiglie fiorentine. Per farlo, hanno spulciato anagrafi e catasti della città attuale e della Firenze del 1427. Così facendo hanno potuto verificare che i cognomi dei più ricchi nel 21esimo secolo sono

LA cURvA DEL GRANDE GATSBy

Elasticità intergenerazionale

0,6

y = 0.013x - 0.0734 R2 = 0.5859

Il discorso vale anche per gli Stati Uniti. Che, anzi, sono un chiaro esempio di disuguaglianza. Lo evidenzia chiaramente l’analisi, riassunta nella celebre “curva del Grande Gatsby” (vedi GRAFICO ), in cui Alan Krueger, presidente del Consiglio dei consulenti economici di Barack Obama, mette in relazione la mobilità intergenerazionale e il coefficiente Gini (usato dalla Banca mondiale per misurare la disuguaglianza). Più un Paese non si preoccupa di ridurre gli squilibri, più l’ascensore socia-

Fonte: chetty, hendren, kline and saez (2013)

Perù Cina

Italia Argentina Pakistan U.K. Singapore Francia Svizzera 0,4 Spagna Stati Uniti Giappone Germania 0,3 Nuova Zelanda Svezia Australia 0,2 Finlandia Canada Norvegia Danimarca 0,1 20 25 30 35 40 45 50 Coefficiente GINI (Banca Mondiale) 0,5

Relazione tra disuguaglianze economiche e mobilità nei diversi Paesi 46

LA (VANA) RICERCA DELLA FELICITÀ

LA GEOGRAFIA DELLA MOBILITà INTERGENERAZIONALE USA

Fonte: alan krueger - the rise and consequences oF in equality in the united states

0,7

gli stessi di quelli di seicento anni prima: «membri delle corporazioni dei calzolai, dei mercanti di seta e lana, avvocati, marmisti» spiegano nel rapporto. Chi pensa che sia una peculiarità di una città in cui la popolazione è rimasta grosso modo la stessa lungo i secoli, rimarrà deluso. Perché a conclusioni analoghe è giunto un docente di Storia economica dell’università della California, Gregory Clark, tracciando le variazioni di reddito, educazione e status sociale dei membri di famiglie con cognomi inusuali (evidentemente più facili da seguire nel corso dei secoli). Dal suo studio ha dimostrato che la mobilità attuale non è molto diversa da quella del Medioevo. Le élite cercano di perpetuarsi. Secondo Clark, l’eventuale caduta di un gruppo sociale verso la povertà e l’ascesa di un nuovo segmento di popolazione può ovviamente avvenire. Ma occorrono 2-3 secoli e non qualche generazione.

Cile

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Brasile

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Più chiaro è il colore più alta è la mobilità. valori / anno 15 n. 130 / luglio/agosto 2015


internazionale energia

Nucleare francese La fine è vicina? di Andrea Barolini

Il colosso transalpino Areva naviga in cattive acque: quasi 5 miliardi di perdite. A causarle, gli investimenti nel reattore EPR. In quello della centrale di Flamanville sono stati riscontrati gravi problemi. Il governo minimizza ma intanto le previsioni di mercato si sono rivelate irrealistiche

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N

el mese di novembre del 2014 le azioni del colosso francese del nucleare Areva hanno subito un forte contraccolpo alla Borsa di Parigi. A causarlo, l’ammissione da parte dell’azienda di una condizione economica e industriale tutt’altro che rosea. Le perdite registrate lo scorso anno sono gigantesche: pari a 4,8 miliardi. I dirigenti dell’azienda hanno quindi spiegato che il gruppo non è in grado di centrare gli obiettivi che si era fissato per il 2015 e il 2016. E Standard & Poor’s ha abbassato il rating a BB+ (ovvero obbligazioni speculative).

DUE CENTRALI NELL’OCCHIO DEL CICLONE Le ragioni delle difficoltà di Areva sono molteplici e risalgono a scelte operate ormai da anni, aggravate dalla cronaca recente. Innanzitutto la questione, irrisolta e ormai pesantissima, del cantiere di Olkiluoto, in Finlandia: per la costruzione nel Paese scandinavo dell’EPR, un reattore di terza generazione, la compagnia ha già dovuto mettere in conto 3,9 miliardi di euro di perdite, mentre l’entrata in servizio è stata procrastinata al 2018 (l’impianto avrebbe dovuto essere completato nel 2011). Poche settimane fa il produttore di elettricità finlandese TVO ha annunciato di voler rinunciare alla costruzione di un ulteriore reattore nucleare a Olkiluoto, proprio a causa dei giganteschi ritardi registrati per quello attualmente in cantiere. Va detto che, nonostante ciò, la Finlandia ha deciso di insistere con l’atomo: nel dicembre 2014 ha concesso il via libera a una nuova centrale a Pyhäjoki, che sarà costruita dalla russa Rosatom e dovrebbe entrare in servizio nel 2024. Ma a preoccupare forse ancor più di Olkiluoto, è la centrale di Flamanville, nella Bassa Bretagna. Il 7 aprile scorso, l’Autorità transalpina per la sicurezza nucleare ha individuato delle «anomalie nella composizione dell’acciaio di determinate porzioni del coperchio e del fondo del serbatoio» del reattore EPR attualmente in costruzione. Una settimana più

tardi, nel corso di un’audizione tenuta al Senato di Parigi, il presidente dell’organismo di vigilanza, Pierre-Franck Chevet, ha ammesso che il problema «è molto serio. Si tratta di una questione che coinvolge una delle componenti principali della struttura. Vigileremo pertanto con grande attenzione». La reazione del governo di Manuel Valls? Solamente tantissima acqua sul fuoco. Il ministro dell’Ecologia, Ségolène Royal, ha assicurato in un’intervista rilasciata all’emittente France 5 che il progetto non è in discussione e non verrà abbandonato: «Il reattore non è condannato, dovremo solamente ritardarne l’apertura di un anno. Si tratta di lavori complessi: è normale che possano esserci aggiustamenti in corso d’opera. Effettueremo i test necessari, pubblicheremo i risultati, quindi i lavori riprenderanno regolarmente». E quanto alla questione sicurezza, la responsabile ambientale dell’esecutivo francese ha spiegato che «i cittadini possono stare tranquilli, perché il nostro è un sistema trasparente che permette al Parlamento di effettuare audizioni, e al governo di esigere valutazioni e test complementari». Resta il fatto che il nuovo EPR di Flamanville – il cui cantiere è stato aperto nel 2007 – avrebbe dovuto essere completato già nel 2012. Le ultime previsioni, invece, parlano del 2018. E, assieme ai tempi, sono lievitati anche i costi: a fronte di una stima iniziale pari a 3,3 miliardi di euro, si è passati a più di 9 miliardi.

LA CINA FA UN PASSO INDIETRO Ritardi e problemi tecnici hanno avuto eco fino in Estremo Oriente: di fronte alla vicenda del serbatoio di Flamanville, le autorità cinesi hanno spiegato di non voler caricare combustibile su due reattori EPR concepiti dalla stessa Areva. Tang Bo, dirigente dell’Amministrazione nazionale per la sicurezza nucleare, ha spiegato all’agenzia Reuters che «il ministro dell’Ambiente non darà il suo ok finché il problema in Francia non sarà completavalori / anno 15 n. 130 / luglio/agosto 2015


Mensile Valori n. 130 2015  

Questione di civiltà Sogno di molti, realtà solo per alcuni. Attorno al reddito minimo, il dibattito, culturale e politico, s’infiamma. Le...

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