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valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


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valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


fotoracconto 02/04

Tutto ebbe inizio con Gordon Gekko e la sua frase entrata nella storia («L'avidità, non trovo una parola migliore, è giusta»). Personaggio fittizio ma che ha spinto Forbes a dedicargli una copertina e che è valso a Michael Douglas il suo primo (e finora unico) Oscar come attore: il ritratto dello yuppismo rampante in un’America fieramente reaganiana, in cui conta solo trovare la via più breve per fare soldi. Tanti. Subito. Senza scrupoli né sensi di colpa. Con Wall Street di Oliver Stone, nel 1987 Hollywood scopre che 6

la finanza può essere anche uno straordinario soggetto cinematografico. La realtà della Borsa viene da quel momento, spesso e volentieri, trasformata in campione d’incassi. Registi, autori, eccelsi attori, si sono confrontati con storie e figure di speculatori, broker, lobbisti, avvoltoi dei listini per trovare la cifra stilistica in grado di far arrivare al grande pubblico la pericolosità (la perversione?) di questioni comprensibilmente incomprensibili ai più. Gli anni della crisi, è ovvio, hanno dato una mano enorme alla diffusione di questo tipo

di opere. Accomunati dal tema di fondo ma appartenenti a categorie diverse: non ci sono solo film di denuncia. Molte volte un thriller o, perché no, una commedia hanno saputo raggiungere in pieno l’obiettivo. E nel bagaglio dello spettatore, accese le luci in sala, c’è la consapevolezza che le decisioni finanziarie possono sconvolgere la vita di tutti noi, prima ancora di quella dei protagonisti.

A sinistra, Michael Douglas è Gordon Gekko in Wall Street (1987), disponibile in dvd e blue-ray), di Oliver Stone.

In alto, una scena di Margin Call (2010), opera prima dello scrittore/regista J.C. Chandor. Un thriller sulle scelte degli uomini chiave di una grande banca d’investimenti nelle 24 ore precedenti allo scoppio della crisi del 2008. Sopra, le analisi sulle follie della finanza si trasferiscono in Italia con Il gioiellino di Andrea Molaioli (2011), storia ispirata alle vicende del crac Parmalat.

PER WALL STREET: 20TH CENTURY FOX PER MARGIN CALL: 01 DISTRIBUZIONE PER IL GIOIELLINO: BIM DISTRIBUZIONE

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DOSSIER LA TRUFFA È SERVITA

Manipolazioni dei mercati Epidemia globale di Matteo Cavallito

La truffa dei tassi di riferimento è solo la punta dell’iceberg. Negli ultimi anni le accuse di alterare il mercato hanno investito tutti i comparti finanziari. Anche perché farlo non è mai stato così semplice

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miliardi di dollari. È la cifra sborsata da Deutsche Bank per chiudere le proprie pendenze giudiziarie con quattro diversi organi di controllo di Usa e Regno Unito di fronte all’accusa di manipolazione di tre tassi interbancari: il Libor (calcolato a Londra), l’Euribor (eurozona) e il Tibor (Tokyo). Una frode di mercato che ha coinvolto diversi istituti generando un impatto potenzialmente enorme. Ma anche, e soprattutto, una strategia di rara semplicità basata sull’intesa tra i trader, capace di offrire alle banche guadagni immediati. «Per una banca, muovere l’Euribor a sei mesi significa spostare pochi punti base dal momento che ogni istituto ha una significativa esposizione su prodotti finanziari che garantiscono un certo pagamento, ovvero uno scambio di flussi di cassa, al variare del tasso

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di riferimento» spiega a Valori un analista finanziario che ha chiesto di restare anonimo. «Basta che le banche si mettano d’accordo tra loro – prosegue – e il gioco è fatto. Come dire, oggi io do una mano a te, domani tu dai una mano a me. Oggi prendo io, domani prendi tu. Semplice». Tradotto: piccole alterazioni, grandi guadagni. Un sogno proibito divenuto realtà.

ALLARME GENERALE Negli ultimi anni la vicenda relativa ai tassi non ha costituito certo un caso isolato. A finire nel mirino dei regolatori, ad esempio, è stato anche il mercato valutario, un comparto colossale in cui gli scambi quotidiani, secondo la Financial Conduct Authority (Fca) del Regno Unito ammonterebbero a circa 5,3 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. L’inchiesta è partita nella primavera del 2013 richiamando l’attenzione delle autorità americane ed europee. A maggio, gli istituti Barclays, Citigroup, JP Morgan e RBS si sono dichiarati colpevoli per le accuse di manipolazione sui cambi di euro e dollaro patteggiando una multa complessiva da circa 5 miliardi con la giustizia Usa (nell’accordo rientra anche una sanzione da 550 milioni a UBS per la vicenda Libor). Ma i sospetti, le inchieste e in alcuni casi le sanzioni non hanno risparmiato praticamente nessun comparto. Dal petrolio – con BP, Shell e la norvegese Statoil sotto accusa a New York – ai metalli (platino e palladio, sempre a New York: Goldman Sachs, Hsbc, Standard Bank e Basf dopo la denuncia della Modern Settings, un’impresa del settore dell’oreficeria di base in Florida) passando per l’oro (vedi BOX ) e i titoli di Stato Usa. Un capitolo, quest’ultimo, che ha portato l’attenzione sulle valori / anno 15 n. 129 / giugno 2015


LA TRUFFA È SERVITA DOSSIER

IL MERCATO DELL’ORO? “ALTERATO PER DIECI ANNI”

Dieci anni di manipolazione dei prezzi nel mercato IL PREZZO DELL’ORO DAL 2004 A OGGI London BuLLIon MarkEt aSSocIatIon (LBMa), http://www.LBMa.org.uk/prIcIng-and-StatIStIcS, MaggIo 2015. dell’oro. È la denuncia dello studio della new York FontE: datI In doLLarI pEr oncIa. un’oncIa EquIvaLE a 28,35 graMMI cIrca university’s Stern School of Business condotto dalla 2000 1896.5 docente Rosa Abrantes-Metz e dal managing director di Moody’s investors Service, Albert Metz, alla fi- 1800 ne del 2013. Tutto ruota attorno al cosiddetto London 1600 gold fix, il valore di mercato utilizzato come indicato- 1400 re principale dai grandi operatori del settore (imprese 1200 minerarie e i gioiellieri oltre ovviamente alle banche 1000 centrali). A calcolarlo ci pensano cinque diverse ban800 che – Barclays, Deutsche Bank, Bank of nova Scotia, 600 HSBC Holdings Plc e Société générale – che, due vol400 373,5 te al giorno, alle 10.30 e alle 15, si collegano via tele200 Gen 04 Gen 05 Gen 06 Gen 07 Gen 08 Gen 09 Gen 10 Gen 11 Gen 12 Gen 13 Gen 14 Gen 15 fono per dichiarare la quantità di oro che intendono acquistare a un determinato prezzo. Tutto bene? non esattamente. Perché nel corso delle contrattazioni un’indagine su una decina di istituti tra cui Barclays, Hsbc, JP Morgli stessi istituti possono operare liberamente sul mercato dei futu- gan, Société générale, Credit Suisse e Deutsche Bank. res, i contratti derivati che garantiscono un acquisto differito a un A partire dal 20 marzo scorso, il sistema è stato modificato. Pur baprezzo prefissato e che, come tali, possono essere scambiati sul mer- sandosi ancora sul doppio appuntamento giornaliero (le contrattacato. una possibilità, rilevano da tempo gli osservatori, che garanti- zioni del mattino e del pomeriggio), lo schema di fissazione del prezrebbe ai soggetti coinvolti di poter ottenere profitti ulteriori approfit- zo è ora gestito dalla iCE Benchmark Administration (iBA), un provider tando di un evidente vantaggio informativo. Lo studio, riferiva a fine indipendente (una compagnia britannica controllata dalla statuniten2013 Bloomberg, avrebbe rilevato alcune operazioni sospette nelle se intercontinental Exchange, società che opera nei settori dell’enercontrattazioni avvenute dal 2004 in avanti che avrebbero determina- gia, delle commodities e dei derivati nelle piazze extra borsistiche) to frequenti picchi di prezzo nel pomeriggio e che, a giudizio dei ri- «scelto dopo una consultazione con gli operatori di mercato che forcercatori, renderebbero evidente la presenza di comportamenti scor- nisce la piattaforma, la metodologia e l’intera gestione e governance» retti. il giro d’affari del mercato dell’oro, ricordava ancora Bloomberg, del processo, come ricorda il sito della London Bullion Market Assoammonterebbe a 20mila miliardi di dollari. A febbraio, ha riferito il Wall ciation (LBMA), l’organizzazione internazionale che rappresenta gli Street Journal, il Dipartimento di giustizia degli Stati uniti ha avviato operatori del mercato dell’oro e dell’argento su scala globale.

operazioni compiute nel mondo dell’high-frequency trading (vedi ARTICOLO a pag. 15).

UNA CRESCITA MAI VISTA In molti casi, come si diceva, siamo solo al livello dei sospetti. Ma tanto basta per indurre gli osservatori a una prima riflessione. Tra cartelli illeciti, abuso di informazioni reali (insider trading) e un po’ meno reali (Pump and dump, vedi BOX a pag. 13), e rastrellamenti di titoli e contratti d’ogni sorta, la storia della finanza è notoriamente costellata di frodi memorabili (vedi INFOGRAFICA a pag. 14). Ma la sensazione, di fronte al susseguirsi degli scandali, è che la patologia, per quanto vecchia come il mercato stesso, conosca oggi una recrudescenza mai vista. «C’è stato un tempo in cui per alterare il valore del sottostante era necessario esporsi massicciamente sui derivati, una cosa tutto sommato facile da rilevare da parte delle autorità di controllo» spiega ancora a Valori lo stesso analista. «Di fronte all’attuale dimensione dei mercati finanziari, invece, è sufficiente spostare valori / anno 15 n. 129 / giugno 2015

pochi basis points (centesimi di punto percentuale, ndr) per ottenere grandi guadagni senza fare il minimo rumore». L’ipotesi, insomma, è che la crescita abnorme dei mercati finanziari e l’aumento della complessità degli strumenti abbiano favorito i comportamenti illeciti, divenuti col tempo molto più semplici da attuare e assai più complessi da rilevare. A maggior ragione in un contesto di sostanziale deregulation. «La repressione del fenomeno va bene, quello che non funziona è il monitoraggio» nota ancora l’analista. «Non è un caso che gli scandali scoppino sempre a partire dalle soffiate dei cosiddetti whistleblowers (le “gole profonde”, ndr). La Bce – prosegue – ha creato un sistema assurdo in cui la determinazione dell’Euribor è affidata a un meccanismo d’asta autoregolamentato che coinvolge 43 banche prive di qualsiasi controllo esterno. In queste condizioni la manipolazione è inevitabile. Con il controllo pubblico i comportamenti illeciti sono un rischio, con l’autoregolamentazione privata diventano una certezza». ✱ 11


finanza etica cure a stelle e strisce

Sanità Usa La riforma è zoppa ma abbatte i costi di Paola Baiocchi

Rispetto alla versione iniziale, l’Obamacare ha subito pesanti modifiche. Intanto però calano i non assicurati e la spesa sanitaria cresce di meno. Ma i dubbi sull’efficacia del sistema statunitense rimangono

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otto il cielo a stelle e strisce c’è un’anatra che appare ancora più zoppa del presidente Barack Obama, uscito sconfitto dalle elezioni di medio termine, che hanno sancito la riconquista da parte repubblicana della maggioranza del Congresso: è la riforma dell’assistenza sanitaria varata dall’attuale inquilino della Casa Bianca, molto malvista e causa di disaffezione anche tra i possibili beneficiari.

La saLute secondo oBama: Limiti ai proFitti e più vincoLi aLLe assicurazioni

affordable care act (aca) o obamacare è la “legge per le cure accessibili” varata dalla presidenza Obama nel 2010, che ha cercato di dare una soluzione ai 50 milioni di statunitensi che non potevano accedere a un’assicurazione sanitaria e ha cercato anche di frenare i peggiori abusi delle compagnie assicurative. Con i nuovi regolamenti i piani salute per i bambini (e fino ai 19 anni) non possono essere più limitati o negati a causa di una patologia preesistente. I giovani fino a 26 anni possono di norma essere coperti dal piano sanitario dei genitori. Le compagnie assicurative non possono più cancellare una copertura, in caso di errore in buona fede. Inoltre sono vietati i limiti di durata sulle nuove polizze, posti di solito dalle assicurazioni per cercare di liberarsi di assicurati che nel frattempo sviluppano malattie costose. Con l’Aca viene riconosciuto ai pazienti il diritto di rinegoziare il piano sanitario, in caso di rifiuto di un pagamento. Le assicurazioni devono giustificare pubblicamente i loro aumenti: viene richiesto alle compagnie di spendere almeno l’80% dell’importo dei premi per l’assistenza sanitaria, contenendo i costi amministrativi e i profitti al 20%. L’Obamacare consente di scegliere il medico di base e di beneficiare di servizi sanitari di prevenzione. Rende possibile rivolgersi al pronto soccorso di un ospedale anche se è al fuori della propria copertura assicurativa. Tuttavia l’Obamacare non copre le spese per i ricoveri ospedalieri e restano al di fuori di ogni copertura assicurativa sanitaria ancora circa 18 milioni di statunitensi. 24

L’Affordable Care Act (Aca), meglio noto come Obamacare (vedi Box ), cavallo di battaglia di Obama nella campagna elettorale del 2008, durante il lungo iter approvativo è passata sotto la pressa delle potenti lobby farmaceutiche e assicurative, uscendone ridimensionata negli intenti e negli effetti. Come condizione per il sostegno alla legge di riforma, afferma Maria Angell, medico e prima direttrice donna del New England journal of medicine, l’industria farmaceutica ha chiesto che venissero mantenute due leggi che Obama, in campagna elettorale, aveva promesso di ribaltare: la prima vieta al programma federale Medicare di usare il suo potere d’acquisto per controllare i prezzi dei farmaci. L’altra proibisce agli statunitensi di importare da altri Paesi medicinali a prezzi più convenienti di quelli di casa. Big Pharma ha inoltre ottenuto che un’altra parte della riforma non vedesse la luce: la possibilità che venisse creata una public option, cioè un’assicurazione federale, in concorrenza con i privati.

AUMENTI IN CALO Le principali disposizioni dell’Obamacare sono entrate in vigore nel 2014 e dalla firma, apposta il 23 marzo 2010, ci vorranno almeno dieci anni perché la portata completa della riforma si esplichi. Sempre che non vengano compiuti passi indietro. I Repubblicani usano infatti la riforma sanitaria come un ariete contro i Democratici, nella corsa alla Casa Bianca del 2016, indicandola come un’indebita ingerenza dello Stato nelle libertà individuali (vedi Box ) e una spesa eccessiva: 849 miliardi di dollari fino al 2015. Anche se il periodo di osservazione sugli effetti della riforma è limitato, qualche dato va analizvalori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015


finanza etica paradisi fiscali

Lotta all’evasione Tante lacune tra i buoni propositi di Emanuele Isonio

Nel 2009 la Banca Europea per gli Investimenti aveva approvato linee guida per evitare che i suoi fondi finissero nei Paesi off-shore. Sei anni dopo però il flusso continua: colpa di criteri di esclusione troppo morbidi

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La copertina del rapporto Towards a Responsible Taxation Policy for the EIB

ev’essere stato un giorno da ricordare, il 31 marzo 2014, per Ahamed Heikal. Per lui, fondatore del fondo d’investimenti egiziano Qalaa, era una sorta di battesimo pubblico davanti a quelli che contano: ad ascoltarlo, l’allora presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, vari commissari (tra cui l’italiano Antonio Tajani), boss delle principali banche d’affari e amministratori di varie multinazionali. Tutti riuniti a Bruxelles per il 5° Business Forum Europa-Africa, con il nobile obiettivo di «coinvolgere il settore privato nella crescita inclusiva e sostenibile» del continente africano. Heikal era lì come rappresentante di un fondo che, dall’alto dei suoi 9,5 miliardi di dollari, doveva rappresentare

un “caso di successo in Africa”. Per i suoi azionisti lo è stato sicuramente: la compagnia, nei primi sei anni di vita, ha garantito loro 2,2 miliardi di utili.

SOLDI PUBBLICI E TASSE ALLO 0,2% A suscitare dubbi è però il modello di business costruito dalla Qalaa ed emerso grazie a un’analisi dell’Illicit Finance Journalism Programme (IFJP) del Tax Justice Network. Il fondo ha infatti sfruttato al massimo i vantaggi assicurati dai paradisi fiscali per pagare molte meno tasse. I suoi ultimi rapporti hanno rivelato che su 130 filiali dell’azienda, un terzo è in aree off-shore: 38 operano nelle British Virgin Islands, cinque alle Mauritius e una in Lussemburgo.

I PRESTITI BEI TRAMITE I PARADISI FISCALI - 2011-2013 Fonte: Cee bankWatCh netWork

Titolo del progetto DASoS Timerland Fun II I & P Capital III

Progression eastern African Microfinance equity Fund Investec Climate Action FL ecoenterprises Fund II Crescent Clean energy Fund Turkey

Fund for the Mediterranean Region II Capital North Africa Venture Fund II The Palestine & Lebanon Growth Capital Fund euromena III Fund

Data 2/01/2013

29/12/2012 20/12/2011 28/10/2011 7/12/2011 5/10/2011

20/12/2012

21/12/2011

Luogo Internazionale Africa

Africa dell’est

Settore Agricoltura

Servizi

Servizi

Sud Africa energia America Latina Agricoltura Turchia, Turkmenistan, energia Bulgaria, Armenia Nord Africa

Servizi

Cliente Dasos Capital

I&P Management

Progression eastern African Microfinance equity Fund Investec ecoenterprises Crescent capital

Mediterrania Capital Partners

21/12/2010

19/12/2013

Nord Africa Servizi Gaza/Cisgiordania Servizi e Libano Nord Africa Servizi

Capital Invest 8fund manager) Ryada enterprise Development (Abraaj Capital) Capital Trust Group (CTG)

Badia Impact Fund

18/12/2012

Giordania

Servizi

Accelerator Technology Holdings

Leapfrog II

30/08/2013

ACP

Servizi

Leapfrog Group Ltd

Commenti Sede in Finlandia, uffici a Singapore Base in Mauritius, recentemente rinominata Adenia Partners

Importo eUR 30m

Londra, Regno Unito Virginia, Usa

eUR 50m eUR 5m

Base alle Mauritius

Irlanda

eUR 8m

eUR 25m

Registrata a Malta

eUR 20m

Abraaj ha sede a Dubai

eRU 10m

Registrata in Lussemburgo

CTG incorporata a Lussemburgo Accelerator Technology Holdings è registrato in Guernsey e agisce attraverso un gruppo di aziende con sede in Bahrain e Giordania LeapFrog Investments è situata alle Mauritius

Per gentile concessione di una elaborazione di Laurens Bielen, Cee Bankwatch Network, sulla base di dati ufficiali Bei. Non è, tuttavia, un elenco esaustivo. 26

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eUR 10m

eRU 20m

eUR 4m eUR 20m

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paradisi fiscali finanza etica

«I suoi documenti – spiegano dall’IFJP – mostrano chiaramente che, a fronte di utili per 142 milioni, nell’ultimo decennio ha pagato tasse per 298mila euro». In pratica, lo 0,2%. Irritante ma probabilmente lecito: «Non c’è elemento – ammettono gli stessi analisti di IFJP – che faccia sospettare qualcosa di illegale». L’aspetto più controverso è forse un altro: il fondo Qalaa ha infatti ricevuto centinaia di milioni di prestiti da parte della Banca Europea degli Investimenti, istituzione pubblica che dovrebbe servire a offrire finanziamenti a lungo termine per lo sviluppo europeo e dei Paesi limitrofi (vedi Box ). Quei soldi hanno rimpinguato conti correnti nelle Isole Vergini. E la storia della relazione fra Qalaa e la Bei ha finito per sollevare un vespaio di polemiche sull’efficacia delle norme anti-evasione approvate ormai sei anni fa. Un recente rapporto – “Towards a responsible taxation policy for the EIB” (Verso una politica fiscale responsabile per la Bei), prodotto dall’associazione Re:Common e dalla rete europea Counter Balance – ha evidenziato come – nonostante nel 2009 la Bei sia stata la prima istituzione finanziaria internazionale ad avere adottato linee guida specifiche rispetto al tema dei paradisi fiscali, a distanza di più di cinque anni, il suo denaro finisca ancora negli stessi Paesi. Quanti? Difficile dirlo, forse impossibile. «Per un quadro dettagliato – spiega Antonio Tricarico, estensore del rapporto – servirebbe ottenere informazioni su dove sono registrati i beneficiari dei fondi. Ma sulla questione la trasparenza è poca. In più, il 40% del volume di prestiti della Bei avviene tramite intermediari e questo complica le cose». È certo però che il viaggio dei soldi (pubblici) della Bei verso i paradisi fiscali non si è fermato. La Ong CEE Bank-watch Network ha individuato almeno una dozzina di casi relativi al triennio 2011-2013, per un controvalore di oltre 200 milioni (vedi TABeLLA ).

UNA LISTA INSUFFICIENTE Il nodo della questione è nei criteri adottati dalla Bei per inserire gli Stati fra i paradisi fiscali, le cosiddette “giurisdizioni non collaborative (NCJ)”. Quella lista è redatta dal Global Forum per la Trasparenza dell’Ocse. Ma eccezioni e lacune si sprecano. E l’efficacia dello strumento diminuisce. «Tra i paradossi più eclatanti – spiega Tricarico – c’è il fatto che la sede dell’istituzione e alcuni suoi investimenti sono in Lussemburgo, Paese che rientra fra le giurisdizioni non collaborative secondo l’Ocse». Una situazione imbarazzante ma in qualche modo risolvibile: «Serve indubbiamente un comportamento attivo da parte della Bei», prosegue Trivalori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015

164 miLiardi di risorse deGLi stati memBri

«La Banca europea per gli investimenti ha il compito di contribuire, facendo appello al mercato dei capitali e alle proprie risorse, allo sviluppo equilibrato e senza scosse del mercato comune nell’interesse della Comunità. A tal fine facilita, mediante la concessione di prestiti e garanzie, senza perseguire scopi di lucro, il finanziamento dei seguenti progetti in tutti i settori dell’economia: per la valorizzazione delle regioni meno sviluppate; per l’ammodernamento o la riconversione d’impresa oppure la creazione di nuove attività richieste dalla graduale realizzazione del mercato comune; per iniziative d’interesse comune per più Stati membri». Sono le parole dell’articolo 198E del Trattato di Maastricht che aggiornava le competenze della Bei, creata nel 1957 con il Trattato di Roma. Ma la Banca opera anche al di fuori dei Paesi Ue, per attuare le politiche di cooperazione previste da trattati e accordi che legano la Ue a circa 130 Paesi. Membri della Bei sono gli Stati dell’Unione europea, che ne hanno sottoscritto il capitale sociale. Tale somma è attualmente pari a quasi 164 miliardi di euro, suddiviso in quote e ripartite tra gli Stati in considerazione di fattori economici e politici (l’Italia partecipa oggi con il 16%). La sede è in Lussemburgo ma uffici della banca si trovano anche ad Atene, Berlino, Bruxelles, Lisbona, Londra, Madrid, Parigi, Roma e Il Cairo.

un miLione di cittadini per dire no aLLe società di comodo

un milione di firme entro il 1° ottobre per una petizione europea che chiede di neutralizzare le “società schermo”, create con il solo obiettivo di evadere il fisco o riciclare denaro sporco. Grazie ad esse, i reali beneficiari rimangono nell’ombra, nascosti dietro dei prestanomi. L’obiettivo è stato lanciato dall’European Citizen’s Initiative, cartello di associazioni impegnate nella lotta contro i paradisi fiscali e per un sistema di tassazione internazionale più giusto e trasparente. Le firme dovranno pervenire da almeno sette Stati membri ed essere raccolte attraverso l’apposito sito protetto della Commissione europea (il link è disponibile su www.transparencyforall.org). Potranno aderire tutti i cittadini europei over 18. «L’infiltrazione dell’economia lecita da parte di flussi finanziari di origine criminale – spiega Chantal Cutajar, direttrice del gruppo di ricerca sul crimine organizzato all’Università di Strasburgo – minaccia la stabilità del settore finanziario e del mercato interno. Per neutralizzarla, le informazioni sui beneficiari reali delle società devono essere disponibili. La trasparenza deve pertanto essere disciplinata uniformemente su scala europea, nel quadro di uno strumento giuridico di diritto delle società». [em.is.]

carico. «Prima di concedere un prestito deve svolgere una seria indagine sui richiedenti per capire chi sarebbero i reali beneficiari. E c’è poi uno strumento potenzialmente molto efficace: il country by country reporting». In pratica, qualsiasi società o impresa che voglia accedere ai finanziamenti Bei dovrebbe presentare un rapporto con i bilanci aziendali disaggregati per ogni singolo Stato. «In questo modo si potrebbe sapere quale parte del fatturato societario è in Paesi offshore». ✱ 27


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economia solidale i pirati nel piatto

La Patria del crimine è in alto mare di Emanuele Isonio

Il fenomeno della pesca illegale ha raggiunto ormai dimensioni planetarie. 29 miliardi di tonnellate per un valore di quasi 50 miliardi. Il danno è duplice: ai concorrenti onesti e all’ambiente

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onvenzioni internazionali ridotte a carta straccia, obblighi nazionali aggirati, carichi di merce trasferiti da una nave all’altra per “lavarli” come si fa con il denaro sporco, catture illecite spacciate per legali, ufficiali resi muti a suon di mazzette, equipaggi minacciati e ridotti in condizione di schiavitù. E ovviamente tanta, tantissima evasione fiscale che danneggia le economie nazionali e gli operatori regolari. Lontano dalle coste e in giro per mari e oceani, la criminalità organizzata pare aver trovato l’habitat perfetto per fare affari d’oro. In termine tecnico, si parla

«L'ITALIA FERMI LA PESCA ECCESSIVA NELLO STRETTO DI SICILIA»

Prendere misure contro la pesca illegale nel Canale di Sicilia e appoggiare un piano di gestione per fermare la pesca eccessiva. Il destinatario dell'appello, lanciato dalla Ong internazionale Oceana, è il nostro Paese, che, secondo le informazioni raccolte dagli analisti dell'organizzazione, starebbe agendo a livello europeo per bloccare tutte le possibili misure necessarie al recupero efficace degli stock ittici sovrapescati e alla prevenzione della pesca degli esemplari più giovani. Di tali catture sarebbero infatti responsabili, per oltre il 50% dei casi, i pescherecci italiani. «Gli scienziati – osserva Lasse Gustavsson, direttore esecutivo di Oceana in Europa – hanno valutato che per il recupero di una risorsa ittica è necessaria una riduzione della pesca fino al 70% per specie come il nasello e il gambero rosa, insieme alla protezione degli esemplari giovanili. Domani tali misure potrebbero essere molto più stringenti e drastiche. Sta al governo italiano e ai rappresentanti del settore intervenire subito. Una visione cieca, che si rifiuti di farlo, produrrà unicamente una scelta dannosa». Quanto avviene nel Canale di Sicilia è direttamente legato alle attività della flotta italiana. Hanno il tricolore a poppa oltre il 75% delle barche operanti in quell'area. E i nostri pescherecci, insieme a quelli maltesi e tunisini, pescano l'80% del gambero rosa. 36

di “pesca INN”: illegale, non dichiarata, non regolamentata (vedi GLOSSARIO ). In pratica: una serie quasi infinita di attività illecite per un fatturato a dieci zeri.

820 CHILI DI PESCE RUBATI OGNI SECONDO La fotografia è stata presentata a Doha dalle organizzazioni The Black Fish e The Global Initiative Against Transnational Organized Crime durante il 13° congresso Onu sulla prevenzione del crimine. L’impatto economico è probabilmente difficile da immaginare per chi non è addetto ai lavori: tra il 10 e il 22% del pescato globale proviene dalla pesca illegale. «In pratica – fanno notare i tecnici di PEW Charitable Trusts – vengono “rubati” 892 chili di pesce ogni secondo». In termini economici, ogni anno vengono sottratti ai pescatori onesti tra i 10 e i 30 miliardi di dollari. In Europa la situazione è anche peggiore: le stime indicano che la metà di tutti i prodotti ittici immessi in commercio finisce per foraggiare in qualche modo la criminalità organizzata. La Commissione europea calcola che le importazioni di pesce “pirata” nella Ue ammontino a più di 1,1 miliardi di euro ogni anno.

I CONTORNI DI UN FENOMENO GLOBALE «La pesca illegale – spiega Teale N. Phelps Bondaroff, che ha coordinato il gruppo di ricerca – porta grandi flotte in ogni angolo del globo. Queste ultime impiegano strategie sofisticate e coordinate per smerciare pesce e denaro e per evadere il fisco. Se riescono a portare avanti queste attività è perché violano ogni norma a tutela del valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


economia solidale trivelle contestate

Il pozzo dei desideri Eni ancora a caccia di petrolio nel Novarese. Contro un intero territorio, preoccupato per l’ambiente e l’economia locale fondata sull’agroalimentare di pregio. Ma lo Sblocca Italia potrebbe renderne ignorabile il parere

FOTO ANTONIO RINALDI

di Corrado Fontana

Specchio d’acqua nei pressi di Carpignano Sesia.

«C’

è un migliaio di aziende intorno a Carpignano Sesia, il 30% delle quali lavora nell’agroalimentare con centinaia di addetti: è l’unico settore in attivo nella provincia di Novara. Il nostro petrolio è questo»: non ha dubbi Salvatore Fiori, architetto per professione, ora responsabile della commissione tecnica del comitato DNT (Difesa Nostro Territorio) che, grazie all’impegno di esperti di geologia, impatto ambientale, attività petrolifere, cerca di opporsi al nuovo tentativo dell’Eni di realizzare un pozzo (innanzitutto esplorativo) di petrolio. Il tono è acceso, le argomentazioni sono chiare: il progetto nel suo Comune non s’ha da fare.

UN DECRETO SU MISURA La Divisione Esplorazione & Produzione della compagnia petrolifera nazionale aveva già pre38

sentato una richiesta per un pozzo esplorativo in prossimità del fiume Sesia nel 2012. Allora dovette però recedere, dopo aver trovato l’opposizione netta e unanime di un intero territorio, attraverso le associazioni ambientaliste e di categoria, le imprese e gli enti locali (a partire dalla Regione Piemonte, allora presieduta dal leghista Roberto Cota): tra aprile 2012 e maggio 2013 fioccarono delibere e ordini del giorno contrari dalle amministrazioni comunali di Ghemme, Sillavengo, Ghislarengo, Fara Novarese, Briona, Arborio, Novara, e dalle Province di Novara e Vercelli. La regione giudicò lacunoso il progetto e chiese a Eni delle integrazioni, ma la compagnia accettò le critiche e si ritirò. Fino a quando non è tornata alla carica nel dicembre 2014 con un nuovo progetto, ricollocato però tra Fara Novarese e Carpignano Sesia. Un ritorno in uno scenario politico-normativo cambiato radicalmente: «Nel frattempo – spiega Isabella Baccalaro, avvocato attivo nel DNT – è stato approvato il decreto Sblocca Italia, che attribuisce alla Regione un parere esclusivamente consultivo, lasciando al ministero dell’Ambiente la valutazione di impatto ambientale e al governo la decisione finale su queste materie». Così, dopo oltre due anni, il comitato ritrova nel nuovo progetto le criticità precedenti e non cede. «Il pozzo – prosegue Baccalaro – si troverebbe a pochissima distanza dalle case, dall’acquedotto di Novara e anche da un giacimento di acqua profonda considerato un serbatoio, uno dei sei principali del Piemonte, preziosissimo per il futuro dell’approvvigionamento di acqua potabile di un territorio molto vasto. Per non dire del rischio per le produzioni di vino Doc e Docg (Fara, Lessona, Gattinara, Ghemme) e salumi, formaggi, miele valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


trivelle contestate economia solidale

d’acacia, con annessi benefici occupazionali (circa 600 persone, ndr)». Il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino avrebbe dichiarato al DNT di considerare prioritaria la contrarietà del territorio. E la Regione, come già fece l’amministrazione precedente, ha chiesto a Eni alcune integrazioni anche al nuovo documento, su diversi punti, come ad esempio la mancanza di uno studio sufficientemente approfondito dei rischi di inquinamento della falda.

POCHE CERTEZZE, SOLO RISCHI E se varie sono le problematiche tecniche legate alla trivellazione, uno pare essere il nodo principale, quello del rapporto tra costi e benefici: tutti da calcolare e, soprattutto, da attribuire. Stando al dossier raccolto dal DNT, il petrolio stimato nel giacimento di Carpignano 1 basterebbe infatti ad appena due mesi di consumo nazionale d’idrocarburi. Ben poca cosa se ciò può minacciare sia un’economia di prodotti d’eccellenza che l’integrità delle falde acquifere, a rischio di contaminazione da parte dei fanghi prodotti durante l’esplorazione. Salvatore Fiori afferma infatti che, nonostante le rassicurazioni di Eni (vedi ARTICOLO ), le guaine protettive che dovrebbero isolare lo scavo non offrono garanzie sufficienti; né si potrebbe conoscere la vera natura dell’eventuale inquinamento causato da fanghi la cui composizione è coperta da segreto industriale. Una preoccupazione confermata da Marco Innocenti, vicepresidente dell’Ordine dei Geologi del Piemonte

«ENI RINUNCIA SE LA REGIONE SI OPPONE» di Corrado Fontana

La compagnia rassicura gli abitanti e mette sul piatto il tema-occupazione: «Carpignano serve a far vivere il Centro Olio di Trecate» L’unica cosa certa è che «senza il consenso della comunità locale, rappresentata dalla Regione Piemonte, Eni non porterà avanti il progetto». La conferma arriva dall’ufficio stampa della compagnia, che tuttavia valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

secondo cui l’aspetto idrogeologico è «in termini strettamente geologici, quello cui associare i maggiori rischi, poiché la trivellazione profonda del pozzo di ricerca petrolifera creerà le condizioni per una possibile comunicazione tra la superficie e gli acquiferi più profondi, soggetti a particolare tutela e a norme di salvaguardia, solitamente utilizzati per scopi di approvvigionamento di acqua potabile dai vari enti locali di gestione acquedottistica, e quindi una via attraverso la quale possono potenzialmente veicolarsi inquinanti di vario tipo». C’è poi da considerare la qualità del petrolio di Carpignano Sesia, che non dovrebbe essere diversa da quella del vicino pozzo di Trecate (in esauri-

sottolinea come l’eventuale pozzo di Carpignano 1 servirebbe anche a non chiudere quello in esaurimento nella vicina Trecate. Un tema forte che Eni propone come una prospettiva di salvataggio per gli occupati, e che il DNT legge invece come la paura di dover sostenere gli alti costi dello smantellamento. Ma se sulla capacità del pozzo in rapporto al fabbisogno (Eni parla di una produzione prevista che «potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico di consumo annuale di tutta la provincia di Torino per 20 anni») le stime sono tanto volatili da non creare grandi divergenze (Eni indicava 180 milioni di barili di volume nella sua valutazione più recente del giacimento, seguita ad altre assai differenti), ad accendere il dibattito è la questione dei rischi. Secondo la compagnia infatti «le attività di perforazione come quella prevista a Carpignano non comportano alcun rischio

La carta dei siti naturalistici e agroalimentari nell’area dei pozzi.

sismico» e soprattutto non esiste alcun rischio di contaminazione delle falde acquifere profonde, «grazie alle molteplici misure progettuali e alle migliori tecnologie messe in atto. Inoltre, non sarà presente alcuna emissione in atmosfera, poiché nel caso di messa in produzione del giacimento non sarà realizzato alcun impianto di trattamento e il greggio sarà inviato tramite oleodotto direttamente al Centro Olio di Trecate». Oleodotto che per Eni sarà un modo di ridurre l’impatto ambientale e sociale, mentre il DNT ritiene la sua realizzazione un’ipotesi non credibile. Sull’accusa di scarsa qualità dell'olio estraibile dal nuovo pozzo Eni infine precisa: «dal punto di vista tecnico, il petrolio si classifica in gradi Api, che ne misurano la leggerezza. Olii pesanti presentano meno di 10 gradi Api. L’olio di Trecate presenta 42 gradi Api, quindi è un olio leggero e pregiato». ✱ 39


fotoracconto 04/04

Non appaia dissacrante ma beghe finanziarie e maneggioni senza scrupoli sono alla base anche di due celebri commedie. Ed ecco quindi, in alto, un momento memorabile di Pretty Woman (1990, pellicola romantica per eccellenza, 463 milioni di dollari d’incasso), quando Richard Gere sta per spendere una “spudorata” somma di denaro per rifare il guardaroba a Julia Roberts. Quello che spesso si dimentica è che quei soldi provenivano da attività speculative: l’affarista da lui interpretato faceva milioni speculando su aziende sull'orlo del fallimento, che lui acquistava (anche con la complicità di politici compiacenti) per poi rivenderle in piccole parti.

A destra, Eddie Murphy insieme a Dan Aykroyd è il protagonista di Una poltrona per due di John Landis (1983). Film spassosissimo in cui i poveri (e i ricchi diventati poveri) riducono sul lastrico una coppia di super-Paperoni che, per diletto e per una modica scommessa (un dollaro), tentano di dimostrare una teoria: trasformare un affermato manager in un criminale facendogli terra bruciata attorno e, nel contempo, fare di un ladruncolo il loro più fidato braccio destro. Non ci riusciranno. I “buoni” per una volta vinceranno: d’altronde è un tipico film di Natale...

42

PER PRETTY WOMAN: TOUCHSTONE PER UNA POLTRONA PER DUE: PARAMOUNT / UNIVERSAL

valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


internazionale il rapporto segreto

403,1

374,2

unicamente su solare, eolico, biomasse, geotermia e altre energie pulite. E i costi? Crescerebbero di circa il 50% rispetto ad oggi. Ma sarebbero identici a quelli che si dovrebbero sostenere qualora il nucleare rappresentasse ancora, tra 35 anni, il 50% della produzione di energia (ovvero secondo lo scenario previsto dal governo di Parigi nella recente legge sulla transizione energetica). Ufficialmente, il direttore generale dell’Ademe, Fabrise Boissier, ha dichiarato che, a suo avviso, le ragioni per le quali si era deciso di non pubblicare lo studio non hanno a che fare con la politica. Fatto sta che un’informazione determinante, a pochi mesi dall’avvio della

62,5 Eolico in mare flottante Fotovoltaico al suolo

Solare termico a concentrazione 0,5

79,1 Eolico in mare

Eolico terrestre

Metanizzazione 8,2

Energia da rifiuti 3,8

26,3 Cogenerazione da legno

Geotermia 1,2

27,4

Biomassa (esclusi metano) Energie marine

33,9

50,0 0,0

Idroelettrico da laghi (stoccabile)

150,0 100,0

Energia mareomotrice 0,5

200,0

Fotovoltaico su tetti

190,4

250,0

Idroelettrico (non stoccabile)

PACA

Rhône-Alpes

Picardie

Poitou-Charentes

Pays de la Loire

Nord-Pas-de-Calais

Lorraine

Midi Pyrennées

Limousin

Île-de-France

Languedoc Roussillon

Franche Comté

Eolico Energie idrauliche

Alta Normandia

Centre

Champagne-Ardenne

Bretagne

Bourgogne

Auvergne

Solare Geotermia

Bassa Normandia

10,0

Alsazia

20,0

300,0

43,8

30,0

350,0

Moto ondoso

40,0

400,0

13,2

50,0

450,0

Idroeolico

60,0

FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Grafico 2 Produzione massima annuale da rinnovabili (in TWh)

70,0

Aquitania

FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Grafico 1 Produzione aTTuale di enerGia verde (in GW)

Conferenza mondiale sul clima di Parigi (COP21), non era stata diffusa. E il fatto non è stato accolto favorevolmente oltralpe. Anche perché, di spunti, il rapporto dell’Ademe ne fornisce molti. Innanzitutto la questione dei costi del nucleare. Dall’analisi emerge che l’atomo, di fatto, non è competitivo. Un fattore che non sorprende gli esperti, dal momento che, dalle maree in Normandia, all’eolico della Bretagna, fino al solare di Montpellier e Cannes e all’idroelettrico nelle Alpi, la Francia ha l’imbarazzo della scelta in fatto di rinnovabili. Soprattutto, il rapporto spiega che un megawattora in una Francia 100% rinnovabile costerebbe, nel 2050,

Giornalismo, saluTe, ambienTe: l’ue vuole GaranTire seGreTezza alle imPrese? di Andrea Barolini

La Commissione europea sta pensando a una direttiva per riformare il “segreto d’affari”. Le Ong accusano: è scritta con le multinazionali. E temono per la sicurezza dei consumatori Una vasta coalizione di Ong che operano in difesa dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori, della libertà di espressione e del diritto alla salute ha lanciato un mese fa un 46

appello alla protezione dei consumatori, dei giornalisti, dei ricercatori. Nel mirino, una direttiva europea attualmente in discussione a Bruxelles che, qualora fosse approvata, imporrebbe una nuova disciplina in materia di “segreto d’affari”. UN BAVAGLIO AI GIORNALISTI Secondo le associazioni, quella proposta dalla Commissione europea è una definizione eccessivamente ampia, e dunque pericolosa, di ciò che le imprese possono lecitamente nascondere alla collettività, in nome del segreto industriale. «Non sorprende in

questo senso che la disciplina sia stata elaborata in stretta collaborazione con alcune multinazionali, che la sostengono fortemente», hanno spiegato le Ong, secondo le quali la proposta di direttiva deve essere emendata, poiché il testo attuale «pone una seria minaccia alla libertà di espressione, non permettendo di proteggere né i giornalisti, né i whistleblowers (coloro che, lavorando per un governo o per un’azienda, e scoprendo comportamenti illeciti, decidono di denunciare pubblicamente i fatti, a costo di subire ritorsioni, ndr)». Questi ultimi, infatti, secondo il testo dovrebbero essere in valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


il rapporto segreto internazionale

119 euro tra installazione, manutenzione, stoccaggio e trasporto. Qualora si decidesse di mantenere in funzione le centrali nucleari, e di limitare al 40% la quota di energie pulite (l’idea appunto, del governo), il prezzo per MWh sarebbe inferiore di appena due euro: 117 euro (vedi TABELLA ). Il vantaggio “competitivo” del nucleare sarebbe perciò pari all’1,7% del prezzo totale di 1 MWh. Si tratta di cifre che cambiano le carte in tavola, dal momento che (almeno ufficialmente) lo scetticismo sulle fonti alternative si basa proprio su dubbi economici. Secondo l’associazione NégaWatt, che si batte a favore delle rinnovabili, «la Francia dispone di un considerevole potenziale di produzione da energie pulite, che va ben al di là della domanda domestica», e può scegliere un mix «adattato in funzione delle specificità di ciascuna regione» (vedi GRAFICO 1 ).

Il partito ambientalista Europe Ecologie - Les Verts non ha perso tempo e si è lanciato all’attacco del governo di Manuel Valls. «Piuttosto che tentare di minimizzare la diffusione del rapporto, il governo dovrebbe farlo proprio e accentuare gli sforzi sul tema della transizione energetica», ha spiegato il deputato ecologista Denis Baupin, aggiungendo che i dati dell’Ademe dimostrano che quando si parla di rinnovabili occorre «sconfiggere un tabù». La risposta alle critiche di EELV è arrivata dal ministro dell’Ecologia Ségolène Royal, secondo la quale l’interesse dello studio «non è tanto l’obiettivo» di raggiungere il 100% di energie rinnovabili entro il 2050, quanto quello di conoscere «il costo di ciascuna fonte quando ci si proietta in uno scenario estremo». ✱

UN PASSAGGIO TECNICAMENTE POSSIBILE Inoltre, il rapporto dimostra, dati alla mano, che «il passaggio ad un’elettricità 100% pulita è tecnicamente possibile dal punto di vista della rete elettrica. Quest’ultima dovrà ovviamente essere adattata, ma il costo totale del cambiamento secondo l’analisi dell’Ademe non sarebbe più elevato per i consumatori rispetto al mantenimento dell’opzione nucleare». E non è tutto: lo studio afferma anche che la produzione potenziale da rinnovabili in Francia «calcolata a partire dai fattori regionali di ciascuna filiera» è pari a 1.268 TWh, «ovvero il triplo della domanda annuale di 422 TWh».

grado di provare che «l’ottenimento, l’utilizzo e la divulgazione del segreto d’affari sia stato necessario». È evidente come molto spesso sia estremamente difficile dimostrare tale “necessità”, concetto già di per sé estremamente vago. Il REGALO A BIG PHARMA Ma c’è di più. A ottenere un vero e proprio regalo potrebbero essere le industrie farmaceutiche, che premono affinché tutti gli aspetti dello sviluppo clinico vengano coperti da segreto. «Al contrario – proseguono le associazioni nella lettera aperta – l’accesso ai dati delle ricerche biomediche da parte di autorità di vigilanza, ricercatori e pazienti (in particolare le informazioni riguardanti l’efficacia dei trattamenti e gli effetti indesiderati) sono essenziali per provalori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

Tabella cosTo (€/mWh) Per l’enerGia consumaTa in francia secondo diversi aPPorTi di enerGia rinnovabile

FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Costo dell’energia consumata €/MWh

100% ENR

119

teggere la sicurezza, per portare avanti ricerche approfondite e analisi indipendenti. Esse permettono, ad esempio, di evitare di spendere risorse pubbliche per terapie che in realtà non sono più efficaci dei trattamenti esistenti». Inoltre, spiegano, la divulgazione dei dati permette controlli finalizzati a evitare «metodi di sperimentazioni contrari all’etica». La proposta di direttiva, inoltre, rischia di porre seri problemi anche dal punto di vista della difesa dell’ambiente. Richiamandosi alla Convenzione di Aarhus (trattato sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale), le associazioni ricordano che le autorità pubbliche «non possono mantenere segreti i dati riguardanti le emissioni nocive per

95% ENR

116

80% ENR

113

40% ENR

117

l’ambiente», e che gli Stati stessi esigono «una diffusione ampia» anche da parte delle imprese private. Sarebbe pertanto paradossale se le aziende potessero «utilizzare la direttiva per rifiutarsi di divulgare informazioni sui prodotti pericolosi, come ad esempio quelli chimici contenuti nelle plastiche, nei capi di abbigliamento o nei detersivi». Infine, le organizzazioni non governative lanciano un allarme legato alla sicurezza alimentare. Ad oggi, l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza degli alimenti) è incaricata di effettuare controlli sui rischi associati ai prodotti che mangiamo: «Per questo è necessario che i dati su cui si basa l’organismo di vigilanza nelle sue valutazioni siano esclusi dalla direttiva», altrimenti «le ricerche aperte e collaborative diventeranno sempre più difficili nell’Unione europea». ✱ 47


internazionale analisi post-voto

Nebbia sulla Manica Il Continente è isolato di Paola Baiocchi

I risultati elettorali hanno rinvigorito il vecchio riflesso inglese di vedersi al centro del mondo: forti della maggioranza che permette un governo monocolore, i Tories vogliono rinegoziare gli accordi con la Ue

I

risultati delle elezioni inglesi di maggio sono noti: hanno vinto i Conservatori, o per meglio dire ha vinto Cameron, come titolavano tutti i giornali nazionali e internazionali a cui piace sempre di più la “leaderizzazione” della politica e gli “uomini forti, soli al comando”. Chi ha “sbancato” in questa tornata elettorale è stato, in realtà, il terzo classificato tra i partiti: lo Scottish National Party (Snp) degli indipendentisti scozzesi, ha conquistato 56 seggi su 59 (cinquanta in più rispetto alle precedenti elezioni del 2010), determinando la disfatta dei laburisti. Cosa resta ora delle elezioni generali britanniche? L’ammirazione dei nostri giornali perché lo

DI GIOVEDì ANDAVAMO ALLA POLLING STATION

Paese che vai, usanze che trovi. Come la scelta del giorno in cui votare, che in Italia è sempre stato di domenica (con una coda, in alcuni periodi, fino al lunedì a pranzo), ma negli Stati Uniti per le elezioni presidenziali è il primo martedì di novembre. È così dal 1845, quando il Congresso ha deciso una data unica per tutti gli Stati, scegliendola in modo che gli elettori che dovevano compiere lunghi tragitti a cavallo o in carrozza non fossero costretti a partire di domenica, saltando le funzioni religiose. Non andava bene neanche il mercoledì, perché giorno di mercato, e nemmeno il giovedì, perché non si poteva chiedere ai contadini di perdere proprio la giornata più intensa di lavoro. Ora che i mezzi di trasporto sono molto cambiati, la collocazione al martedì è indicata come una delle cause dell'alto astensionismo statunitense, ma non si riesce a spostare l'election day nel fine settimana, né tantomeno a cambiare il sistema elettorale. In Gran Bretagna sembra che si sia votato sempre di giovedì, tranne martedì 27 ottobre 1931. Il motivo è collegato alla consuetudine della consegna settimanale del salario: visto che il venerdì è giorno di paga, nella giornata precedente si presume che le tasche dei lavoratori siano vuote e quindi non abbiano la tentazione di andare a ubriacarsi al pub, disertando le stazioni elettorali collocate un po' dappertutto. Anche nei pub, nelle lavanderie a gettone e negli asili nido. [Pa.Bai.] 48

sconfitto Ed Miliband, senza accampare scuse risibili, ha immediatamente presentato le dimissioni dalla guida del partito, lasciandolo libero di ripensare le scelte politiche e di riorganizzarsi. Anche Nigel Farage ha presentato le sue dimissioni che, però, non sono state accettate, pur avendo l’United Kingdom Independence Party (Ukip) conquistato un solo seggio. Trattandosi però di un movimento costruito sul leader, un po’ come Forza Italia su Berlusconi, le sue dimissioni avrebbero portato allo sfaldamento della compagine, non esistendo ancora dirigenti che lo possano sostituire. Ci sono da registrare anche alcune reazioni entusiastiche sulla nostra stampa, a proposito della “governabilità” conquistata dai Conservatori con solo il 36,9% dei voti: secondo alcuni giornalisti nostrani il maggioritario sarebbe un ottimo motivo per consegnare la patente di vera democrazia alla Gran Bretagna, anche se resterebbe un po’ sacrificata la “rappresentatività”. In periodo di Italicum questo genere di commenti giornalistici sa tanto di consenso “tangente”: si parla bene del maggioritario inglese perché si porta acqua al mulino della legge elettorale del governo Renzi. Quella che Luciano Canfora ha recentemente definito il “bi-porcellum”.

UN SUCCESSO DETERMINATO DAL SISTEMA Guardando con più attenzione i numeri di questo rinnovo della Camera dei Comuni, l’unico dei due rami del Parlamento eletto a suffragio universale e legato da rapporto fiduciario con il governo (l’altro ramo è la Camera dei Lord, composta da membri ereditari o nominati dal sovrano e sprovvista del valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


imprese nel fango internazionale

rendiconTazione e TrasParenza. la sec non decide sulla “1504” di Matteo Cavallito

Una sezione del Dodd-Frank Act Usa impone alle aziende di rivelare gli accordi con i governi locali per sfruttare le risorse naturali. Ma il regolamento attuativo non arriverà prima dell’anno prossimo Non c'è solo la “sezione 1502” a irritare le multinazionali statunitensi quotate in Borsa. Un'altra norma della Dodd-Frank Act, la legge di riforma dei mercati finanziari approvata negli Stati Uniti nel 2010 e tuttora in fase di lenta implementazione, impone di rendere noti i pagamenti effettuati ai governi di ciascun Paese evidenziando così i dettagli sugli accordi fiscali e i prezzi delle concessioni allo sfruttamento delle risorse locali, con ovvie ricadute positive in termini di trasparenza. È la “sezione 1504”: ad esserne interessate le corporation quotate del settore gas, petrolio e risorse minerarie. Ma l'obbligo, al momento, resta di fatto vacante in attesa di un intervento risolutivo della SEC, la commissione di

in cui i minerali sono stati estratti; il 41% non ha dimostrato di avere avuto finora una politica interna per identificare i rischi nella catena di fornitura; nessuna società ha infine divulgato un esempio concreto di rischio nella propria filiera, mentre molte hanno affermato di non poter escludere che proprio i minerali di cui si approvvigionano servano a portare sostegno ai gruppi armati congolesi.

L’ALLERGIA PER LE REGOLE Un quadro con qualche luce e molte ombre che la Sezione 1502 contribuirà a migliorare, se supererà l’ostracismo di chi invece teme possa diventare un modello da diffondere. Tant’è che la norma ha subìto una decisa opposizione nelle aule di tribunale del District of Columbia (cioè di Washington). Nel mese di ottobre 2012 tre associazioni di industriali – la Camera di Commercio Usa, la National Association of Manufacturers e la Business Roundtable – ne hanno chiesto la cancellazione, sostenendo che la sua applicazione fosse eccessivamente gravosa e costosa per le aziende. Un parere considerato inconsistente dalla Corte d’Appello ad aprile 2014, ribadendo una sentenza negativa contro cui gli imprenditori avevano fatto appello. Ma da questo iter processuale è scaturito un frutto avvelenato: la SEC valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

vigilanza sulle operazioni di borsa chiamata a definire la regola attuativa della norma. La SEC aveva approvato una prima versione del regolamento nell’agosto 2012 scontrandosi con l’opposizione delle imprese del settore e delle organizzazioni di categoria. Nell’agosto dello stesso anno, l’American Petroleum Institute aveva impugnato la norma in tribunale aprendo così la strada alla contesa legale. Nel luglio 2013 la Corte distrettuale di Washington D.C. ha invalidato il regolamento attuativo accogliendo alcune eccezioni sollevate dai querelanti tra cui la presunta necessità di proteggere informazioni riservate per evitare un danno commerciale e l’incompatibilità della stessa “sezione 1504” con alcune norme nazionali sulla tutela dei dati “sensibili” (come le leggi in materia previste in Angola, Camerun, Cina e Qatar). La norma generale, in linea di principio, è stata confermata ma la sentenza ha imposto alla SEC una modifica della regola che al momento, tuttavia, tarda ad arrivare. Nel maggio 2014, ha ricordato il Wall Street Journal, la SEC aveva ipotizzato di poter approvare la norma definitiva entro il marzo 2015 salvo poi posporre la data all’ottobre di quest’anno. A marzo, ha riferito ancora il WSJ, la stessa authority ha posticipato ulteriormente la scadenza alla primavera del 2016. ✱

le analisi della SACE: Congo instabile e sempre più legato alla Cina

«Le elezioni del 2011 non hanno portato a una risoluzione definitiva delle criticità che hanno spinto il Paese alla guerra civile terminata nel 2003». La valutazione è della SACE, entità controllata da Cassa depositi e prestiti, che assicura gli investimenti delle imprese italiane nel mondo. Nella sua scheda-Paese, la società attribuisce alla Repubblica Democratica del Congo un 82% di rischio di guerra civile e disordini. «I temi etnici, quelli relativi al controllo sul territorio nelle aree orientali del Paese, la riforma dell’esercito devono ancora essere affrontati dal governo, e potrebbero essere fonte di instabilità nel futuro. Sul fronte internazionale – spiega ancora la SACE – permangono tensioni con l'Angola, soprattutto a causa di una disputa relativa alle frontiere marittime e ai giacimenti petroliferi offshore. Il legame tra RDC e Cina continua a intensificarsi sul piano militare e commerciale: attualmente quasi la metà delle esportazioni del Paese sono dirette al mercato cinese e l’80% degli impianti di lavorazione dei minerali in Katanga sono di proprietà di aziende cinesi».

ha infatti emanato nuove linee guida, che impongono di far valutare i report delle società da parte di un ente terzo solo se una compagnia sceglie di indicare un proprio prodotto come DRC conflict free, cioè di cui garantisca esplicitamente l’assenza di componenti provenienti dall’area di guerra della RDC. In pratica, basterà non farlo per mettersi al riparo da controlli indipendenti. E, finché i consumatori non esigeranno prodotti non realizzati con materie prime provenienti da zone di conflitto, per le grandi aziende non ci sarà vantaggio economico ad apporre tale indicazione. ✱

La cover del rapporto “Digging for Transparency” di Amnesty International e Global Witness 51


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fotoracconto 02/04

Tutto ebbe inizio con Gordon Gekko e la sua frase entrata nella storia («L'avidità, non trovo una parola migliore, è giusta»). Personaggio fittizio ma che ha spinto Forbes a dedicargli una copertina e che è valso a Michael Douglas il suo primo (e finora unico) Oscar come attore: il ritratto dello yuppismo rampante in un’America fieramente reaganiana, in cui conta solo trovare la via più breve per fare soldi. Tanti. Subito. Senza scrupoli né sensi di colpa. Con Wall Street di Oliver Stone, nel 1987 Hollywood scopre che 6

la finanza può essere anche uno straordinario soggetto cinematografico. La realtà della Borsa viene da quel momento, spesso e volentieri, trasformata in campione d’incassi. Registi, autori, eccelsi attori, si sono confrontati con storie e figure di speculatori, broker, lobbisti, avvoltoi dei listini per trovare la cifra stilistica in grado di far arrivare al grande pubblico la pericolosità (la perversione?) di questioni comprensibilmente incomprensibili ai più. Gli anni della crisi, è ovvio, hanno dato una mano enorme alla diffusione di questo tipo

di opere. Accomunati dal tema di fondo ma appartenenti a categorie diverse: non ci sono solo film di denuncia. Molte volte un thriller o, perché no, una commedia hanno saputo raggiungere in pieno l’obiettivo. E nel bagaglio dello spettatore, accese le luci in sala, c’è la consapevolezza che le decisioni finanziarie possono sconvolgere la vita di tutti noi, prima ancora di quella dei protagonisti.

A sinistra, Michael Douglas è Gordon Gekko in Wall Street (1987), disponibile in dvd e blue-ray), di Oliver Stone.

In alto, una scena di Margin Call (2010), opera prima dello scrittore/regista J.C. Chandor. Un thriller sulle scelte degli uomini chiave di una grande banca d’investimenti nelle 24 ore precedenti allo scoppio della crisi del 2008. Sopra, le analisi sulle follie della finanza si trasferiscono in Italia con Il gioiellino di Andrea Molaioli (2011), storia ispirata alle vicende del crac Parmalat.

PER WALL STREET: 20TH CENTURY FOX PER MARGIN CALL: 01 DISTRIBUZIONE PER IL GIOIELLINO: BIM DISTRIBUZIONE

valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


DOSSIER LA TRUFFA È SERVITA

Manipolazioni dei mercati Epidemia globale di Matteo Cavallito

La truffa dei tassi di riferimento è solo la punta dell’iceberg. Negli ultimi anni le accuse di alterare il mercato hanno investito tutti i comparti finanziari. Anche perché farlo non è mai stato così semplice

2,5

miliardi di dollari. È la cifra sborsata da Deutsche Bank per chiudere le proprie pendenze giudiziarie con quattro diversi organi di controllo di Usa e Regno Unito di fronte all’accusa di manipolazione di tre tassi interbancari: il Libor (calcolato a Londra), l’Euribor (eurozona) e il Tibor (Tokyo). Una frode di mercato che ha coinvolto diversi istituti generando un impatto potenzialmente enorme. Ma anche, e soprattutto, una strategia di rara semplicità basata sull’intesa tra i trader, capace di offrire alle banche guadagni immediati. «Per una banca, muovere l’Euribor a sei mesi significa spostare pochi punti base dal momento che ogni istituto ha una significativa esposizione su prodotti finanziari che garantiscono un certo pagamento, ovvero uno scambio di flussi di cassa, al variare del tasso

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di riferimento» spiega a Valori un analista finanziario che ha chiesto di restare anonimo. «Basta che le banche si mettano d’accordo tra loro – prosegue – e il gioco è fatto. Come dire, oggi io do una mano a te, domani tu dai una mano a me. Oggi prendo io, domani prendi tu. Semplice». Tradotto: piccole alterazioni, grandi guadagni. Un sogno proibito divenuto realtà.

ALLARME GENERALE Negli ultimi anni la vicenda relativa ai tassi non ha costituito certo un caso isolato. A finire nel mirino dei regolatori, ad esempio, è stato anche il mercato valutario, un comparto colossale in cui gli scambi quotidiani, secondo la Financial Conduct Authority (Fca) del Regno Unito ammonterebbero a circa 5,3 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. L’inchiesta è partita nella primavera del 2013 richiamando l’attenzione delle autorità americane ed europee. A maggio, gli istituti Barclays, Citigroup, JP Morgan e RBS si sono dichiarati colpevoli per le accuse di manipolazione sui cambi di euro e dollaro patteggiando una multa complessiva da circa 5 miliardi con la giustizia Usa (nell’accordo rientra anche una sanzione da 550 milioni a UBS per la vicenda Libor). Ma i sospetti, le inchieste e in alcuni casi le sanzioni non hanno risparmiato praticamente nessun comparto. Dal petrolio – con BP, Shell e la norvegese Statoil sotto accusa a New York – ai metalli (platino e palladio, sempre a New York: Goldman Sachs, Hsbc, Standard Bank e Basf dopo la denuncia della Modern Settings, un’impresa del settore dell’oreficeria di base in Florida) passando per l’oro (vedi BOX ) e i titoli di Stato Usa. Un capitolo, quest’ultimo, che ha portato l’attenzione sulle valori / anno 15 n. 129 / giugno 2015


LA TRUFFA È SERVITA DOSSIER

IL MERCATO DELL’ORO? “ALTERATO PER DIECI ANNI”

Dieci anni di manipolazione dei prezzi nel mercato IL PREZZO DELL’ORO DAL 2004 A OGGI London BuLLIon MarkEt aSSocIatIon (LBMa), http://www.LBMa.org.uk/prIcIng-and-StatIStIcS, MaggIo 2015. dell’oro. È la denuncia dello studio della new York FontE: datI In doLLarI pEr oncIa. un’oncIa EquIvaLE a 28,35 graMMI cIrca university’s Stern School of Business condotto dalla 2000 1896.5 docente Rosa Abrantes-Metz e dal managing director di Moody’s investors Service, Albert Metz, alla fi- 1800 ne del 2013. Tutto ruota attorno al cosiddetto London 1600 gold fix, il valore di mercato utilizzato come indicato- 1400 re principale dai grandi operatori del settore (imprese 1200 minerarie e i gioiellieri oltre ovviamente alle banche 1000 centrali). A calcolarlo ci pensano cinque diverse ban800 che – Barclays, Deutsche Bank, Bank of nova Scotia, 600 HSBC Holdings Plc e Société générale – che, due vol400 373,5 te al giorno, alle 10.30 e alle 15, si collegano via tele200 Gen 04 Gen 05 Gen 06 Gen 07 Gen 08 Gen 09 Gen 10 Gen 11 Gen 12 Gen 13 Gen 14 Gen 15 fono per dichiarare la quantità di oro che intendono acquistare a un determinato prezzo. Tutto bene? non esattamente. Perché nel corso delle contrattazioni un’indagine su una decina di istituti tra cui Barclays, Hsbc, JP Morgli stessi istituti possono operare liberamente sul mercato dei futu- gan, Société générale, Credit Suisse e Deutsche Bank. res, i contratti derivati che garantiscono un acquisto differito a un A partire dal 20 marzo scorso, il sistema è stato modificato. Pur baprezzo prefissato e che, come tali, possono essere scambiati sul mer- sandosi ancora sul doppio appuntamento giornaliero (le contrattacato. una possibilità, rilevano da tempo gli osservatori, che garanti- zioni del mattino e del pomeriggio), lo schema di fissazione del prezrebbe ai soggetti coinvolti di poter ottenere profitti ulteriori approfit- zo è ora gestito dalla iCE Benchmark Administration (iBA), un provider tando di un evidente vantaggio informativo. Lo studio, riferiva a fine indipendente (una compagnia britannica controllata dalla statuniten2013 Bloomberg, avrebbe rilevato alcune operazioni sospette nelle se intercontinental Exchange, società che opera nei settori dell’enercontrattazioni avvenute dal 2004 in avanti che avrebbero determina- gia, delle commodities e dei derivati nelle piazze extra borsistiche) to frequenti picchi di prezzo nel pomeriggio e che, a giudizio dei ri- «scelto dopo una consultazione con gli operatori di mercato che forcercatori, renderebbero evidente la presenza di comportamenti scor- nisce la piattaforma, la metodologia e l’intera gestione e governance» retti. il giro d’affari del mercato dell’oro, ricordava ancora Bloomberg, del processo, come ricorda il sito della London Bullion Market Assoammonterebbe a 20mila miliardi di dollari. A febbraio, ha riferito il Wall ciation (LBMA), l’organizzazione internazionale che rappresenta gli Street Journal, il Dipartimento di giustizia degli Stati uniti ha avviato operatori del mercato dell’oro e dell’argento su scala globale.

operazioni compiute nel mondo dell’high-frequency trading (vedi ARTICOLO a pag. 15).

UNA CRESCITA MAI VISTA In molti casi, come si diceva, siamo solo al livello dei sospetti. Ma tanto basta per indurre gli osservatori a una prima riflessione. Tra cartelli illeciti, abuso di informazioni reali (insider trading) e un po’ meno reali (Pump and dump, vedi BOX a pag. 13), e rastrellamenti di titoli e contratti d’ogni sorta, la storia della finanza è notoriamente costellata di frodi memorabili (vedi INFOGRAFICA a pag. 14). Ma la sensazione, di fronte al susseguirsi degli scandali, è che la patologia, per quanto vecchia come il mercato stesso, conosca oggi una recrudescenza mai vista. «C’è stato un tempo in cui per alterare il valore del sottostante era necessario esporsi massicciamente sui derivati, una cosa tutto sommato facile da rilevare da parte delle autorità di controllo» spiega ancora a Valori lo stesso analista. «Di fronte all’attuale dimensione dei mercati finanziari, invece, è sufficiente spostare valori / anno 15 n. 129 / giugno 2015

pochi basis points (centesimi di punto percentuale, ndr) per ottenere grandi guadagni senza fare il minimo rumore». L’ipotesi, insomma, è che la crescita abnorme dei mercati finanziari e l’aumento della complessità degli strumenti abbiano favorito i comportamenti illeciti, divenuti col tempo molto più semplici da attuare e assai più complessi da rilevare. A maggior ragione in un contesto di sostanziale deregulation. «La repressione del fenomeno va bene, quello che non funziona è il monitoraggio» nota ancora l’analista. «Non è un caso che gli scandali scoppino sempre a partire dalle soffiate dei cosiddetti whistleblowers (le “gole profonde”, ndr). La Bce – prosegue – ha creato un sistema assurdo in cui la determinazione dell’Euribor è affidata a un meccanismo d’asta autoregolamentato che coinvolge 43 banche prive di qualsiasi controllo esterno. In queste condizioni la manipolazione è inevitabile. Con il controllo pubblico i comportamenti illeciti sono un rischio, con l’autoregolamentazione privata diventano una certezza». ✱ 11


finanza etica cure a stelle e strisce

Sanità Usa La riforma è zoppa ma abbatte i costi di Paola Baiocchi

Rispetto alla versione iniziale, l’Obamacare ha subito pesanti modifiche. Intanto però calano i non assicurati e la spesa sanitaria cresce di meno. Ma i dubbi sull’efficacia del sistema statunitense rimangono

S

otto il cielo a stelle e strisce c’è un’anatra che appare ancora più zoppa del presidente Barack Obama, uscito sconfitto dalle elezioni di medio termine, che hanno sancito la riconquista da parte repubblicana della maggioranza del Congresso: è la riforma dell’assistenza sanitaria varata dall’attuale inquilino della Casa Bianca, molto malvista e causa di disaffezione anche tra i possibili beneficiari.

La saLute secondo oBama: Limiti ai proFitti e più vincoLi aLLe assicurazioni

affordable care act (aca) o obamacare è la “legge per le cure accessibili” varata dalla presidenza Obama nel 2010, che ha cercato di dare una soluzione ai 50 milioni di statunitensi che non potevano accedere a un’assicurazione sanitaria e ha cercato anche di frenare i peggiori abusi delle compagnie assicurative. Con i nuovi regolamenti i piani salute per i bambini (e fino ai 19 anni) non possono essere più limitati o negati a causa di una patologia preesistente. I giovani fino a 26 anni possono di norma essere coperti dal piano sanitario dei genitori. Le compagnie assicurative non possono più cancellare una copertura, in caso di errore in buona fede. Inoltre sono vietati i limiti di durata sulle nuove polizze, posti di solito dalle assicurazioni per cercare di liberarsi di assicurati che nel frattempo sviluppano malattie costose. Con l’Aca viene riconosciuto ai pazienti il diritto di rinegoziare il piano sanitario, in caso di rifiuto di un pagamento. Le assicurazioni devono giustificare pubblicamente i loro aumenti: viene richiesto alle compagnie di spendere almeno l’80% dell’importo dei premi per l’assistenza sanitaria, contenendo i costi amministrativi e i profitti al 20%. L’Obamacare consente di scegliere il medico di base e di beneficiare di servizi sanitari di prevenzione. Rende possibile rivolgersi al pronto soccorso di un ospedale anche se è al fuori della propria copertura assicurativa. Tuttavia l’Obamacare non copre le spese per i ricoveri ospedalieri e restano al di fuori di ogni copertura assicurativa sanitaria ancora circa 18 milioni di statunitensi. 24

L’Affordable Care Act (Aca), meglio noto come Obamacare (vedi Box ), cavallo di battaglia di Obama nella campagna elettorale del 2008, durante il lungo iter approvativo è passata sotto la pressa delle potenti lobby farmaceutiche e assicurative, uscendone ridimensionata negli intenti e negli effetti. Come condizione per il sostegno alla legge di riforma, afferma Maria Angell, medico e prima direttrice donna del New England journal of medicine, l’industria farmaceutica ha chiesto che venissero mantenute due leggi che Obama, in campagna elettorale, aveva promesso di ribaltare: la prima vieta al programma federale Medicare di usare il suo potere d’acquisto per controllare i prezzi dei farmaci. L’altra proibisce agli statunitensi di importare da altri Paesi medicinali a prezzi più convenienti di quelli di casa. Big Pharma ha inoltre ottenuto che un’altra parte della riforma non vedesse la luce: la possibilità che venisse creata una public option, cioè un’assicurazione federale, in concorrenza con i privati.

AUMENTI IN CALO Le principali disposizioni dell’Obamacare sono entrate in vigore nel 2014 e dalla firma, apposta il 23 marzo 2010, ci vorranno almeno dieci anni perché la portata completa della riforma si esplichi. Sempre che non vengano compiuti passi indietro. I Repubblicani usano infatti la riforma sanitaria come un ariete contro i Democratici, nella corsa alla Casa Bianca del 2016, indicandola come un’indebita ingerenza dello Stato nelle libertà individuali (vedi Box ) e una spesa eccessiva: 849 miliardi di dollari fino al 2015. Anche se il periodo di osservazione sugli effetti della riforma è limitato, qualche dato va analizvalori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015


finanza etica paradisi fiscali

Lotta all’evasione Tante lacune tra i buoni propositi di Emanuele Isonio

Nel 2009 la Banca Europea per gli Investimenti aveva approvato linee guida per evitare che i suoi fondi finissero nei Paesi off-shore. Sei anni dopo però il flusso continua: colpa di criteri di esclusione troppo morbidi

D

La copertina del rapporto Towards a Responsible Taxation Policy for the EIB

ev’essere stato un giorno da ricordare, il 31 marzo 2014, per Ahamed Heikal. Per lui, fondatore del fondo d’investimenti egiziano Qalaa, era una sorta di battesimo pubblico davanti a quelli che contano: ad ascoltarlo, l’allora presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, vari commissari (tra cui l’italiano Antonio Tajani), boss delle principali banche d’affari e amministratori di varie multinazionali. Tutti riuniti a Bruxelles per il 5° Business Forum Europa-Africa, con il nobile obiettivo di «coinvolgere il settore privato nella crescita inclusiva e sostenibile» del continente africano. Heikal era lì come rappresentante di un fondo che, dall’alto dei suoi 9,5 miliardi di dollari, doveva rappresentare

un “caso di successo in Africa”. Per i suoi azionisti lo è stato sicuramente: la compagnia, nei primi sei anni di vita, ha garantito loro 2,2 miliardi di utili.

SOLDI PUBBLICI E TASSE ALLO 0,2% A suscitare dubbi è però il modello di business costruito dalla Qalaa ed emerso grazie a un’analisi dell’Illicit Finance Journalism Programme (IFJP) del Tax Justice Network. Il fondo ha infatti sfruttato al massimo i vantaggi assicurati dai paradisi fiscali per pagare molte meno tasse. I suoi ultimi rapporti hanno rivelato che su 130 filiali dell’azienda, un terzo è in aree off-shore: 38 operano nelle British Virgin Islands, cinque alle Mauritius e una in Lussemburgo.

I PRESTITI BEI TRAMITE I PARADISI FISCALI - 2011-2013 Fonte: Cee bankWatCh netWork

Titolo del progetto DASoS Timerland Fun II I & P Capital III

Progression eastern African Microfinance equity Fund Investec Climate Action FL ecoenterprises Fund II Crescent Clean energy Fund Turkey

Fund for the Mediterranean Region II

Data 2/01/2013

29/12/2012

20/12/2011

28/10/2011 7/12/2011 5/10/2011

20/12/2012

21/12/2011

Luogo Internazionale Africa

Africa dell’est

Settore Agricoltura Servizi

Servizi

Sud Africa energia America Latina Agricoltura Turchia, Turkmenistan, energia Bulgaria, Armenia Nord Africa

Servizi

Cliente Dasos Capital

I&P Management

Progression eastern African Microfinance equity Fund Investec ecoenterprises Crescent capital

Mediterrania Capital Partners

Capital North Africa Venture Fund II The Palestine & Lebanon Growth Capital Fund euromena III Fund

21/12/2010

19/12/2013

Nord Africa Servizi Gaza/Cisgiordania Servizi e Libano Nord Africa Servizi

Capital Invest 8fund manager) Ryada enterprise Development (Abraaj Capital) Capital Trust Group (CTG)

Badia Impact Fund

18/12/2012

Giordania

Servizi

Accelerator Technology Holdings

Leapfrog II

30/08/2013

ACP

Servizi

Leapfrog Group Ltd

Commenti Sede in Finlandia, uffici a Singapore Base in Mauritius, recentemente rinominata Adenia Partners

Importo eUR 30m

Londra, Regno Unito Virginia, Usa

eUR 50m eUR 5m

Base alle Mauritius

eUR 8m

Irlanda

eUR 25m

Registrata a Malta

Registrata in Lussemburgo

Abraaj ha sede a Dubai

CTG incorporata a Lussemburgo Accelerator Technology Holdings è registrato in Guernsey e agisce attraverso un gruppo di aziende con sede in Bahrain e Giordania LeapFrog Investments è situata alle Mauritius

Per gentile concessione di una elaborazione di Laurens Bielen, Cee Bankwatch Network, sulla base di dati ufficiali Bei. Non è, tuttavia, un elenco esaustivo. 26

eUR 12m

eUR 20m

eUR 10m

eRU 10m

eRU 20m eUR 4m eUR 20m

valori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015


paradisi fiscali finanza etica

«I suoi documenti – spiegano dall’IFJP – mostrano chiaramente che, a fronte di utili per 142 milioni, nell’ultimo decennio ha pagato tasse per 298mila euro». In pratica, lo 0,2%. Irritante ma probabilmente lecito: «Non c’è elemento – ammettono gli stessi analisti di IFJP – che faccia sospettare qualcosa di illegale». L’aspetto più controverso è forse un altro: il fondo Qalaa ha infatti ricevuto centinaia di milioni di prestiti da parte della Banca Europea degli Investimenti, istituzione pubblica che dovrebbe servire a offrire finanziamenti a lungo termine per lo sviluppo europeo e dei Paesi limitrofi (vedi Box ). Quei soldi hanno rimpinguato conti correnti nelle Isole Vergini. E la storia della relazione fra Qalaa e la Bei ha finito per sollevare un vespaio di polemiche sull’efficacia delle norme anti-evasione approvate ormai sei anni fa. Un recente rapporto – “Towards a responsible taxation policy for the EIB” (Verso una politica fiscale responsabile per la Bei), prodotto dall’associazione Re:Common e dalla rete europea Counter Balance – ha evidenziato come – nonostante nel 2009 la Bei sia stata la prima istituzione finanziaria internazionale ad avere adottato linee guida specifiche rispetto al tema dei paradisi fiscali, a distanza di più di cinque anni, il suo denaro finisca ancora negli stessi Paesi. Quanti? Difficile dirlo, forse impossibile. «Per un quadro dettagliato – spiega Antonio Tricarico, estensore del rapporto – servirebbe ottenere informazioni su dove sono registrati i beneficiari dei fondi. Ma sulla questione la trasparenza è poca. In più, il 40% del volume di prestiti della Bei avviene tramite intermediari e questo complica le cose». È certo però che il viaggio dei soldi (pubblici) della Bei verso i paradisi fiscali non si è fermato. La Ong CEE Bank-watch Network ha individuato almeno una dozzina di casi relativi al triennio 2011-2013, per un controvalore di oltre 200 milioni (vedi TABeLLA ).

UNA LISTA INSUFFICIENTE Il nodo della questione è nei criteri adottati dalla Bei per inserire gli Stati fra i paradisi fiscali, le cosiddette “giurisdizioni non collaborative (NCJ)”. Quella lista è redatta dal Global Forum per la Trasparenza dell’Ocse. Ma eccezioni e lacune si sprecano. E l’efficacia dello strumento diminuisce. «Tra i paradossi più eclatanti – spiega Tricarico – c’è il fatto che la sede dell’istituzione e alcuni suoi investimenti sono in Lussemburgo, Paese che rientra fra le giurisdizioni non collaborative secondo l’Ocse». Una situazione imbarazzante ma in qualche modo risolvibile: «Serve indubbiamente un comportamento attivo da parte della Bei», prosegue Trivalori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015

164 miLiardi di risorse deGLi stati memBri

«La Banca europea per gli investimenti ha il compito di contribuire, facendo appello al mercato dei capitali e alle proprie risorse, allo sviluppo equilibrato e senza scosse del mercato comune nell’interesse della Comunità. A tal fine facilita, mediante la concessione di prestiti e garanzie, senza perseguire scopi di lucro, il finanziamento dei seguenti progetti in tutti i settori dell’economia: per la valorizzazione delle regioni meno sviluppate; per l’ammodernamento o la riconversione d’impresa oppure la creazione di nuove attività richieste dalla graduale realizzazione del mercato comune; per iniziative d’interesse comune per più Stati membri». Sono le parole dell’articolo 198E del Trattato di Maastricht che aggiornava le competenze della Bei, creata nel 1957 con il Trattato di Roma. Ma la Banca opera anche al di fuori dei Paesi Ue, per attuare le politiche di cooperazione previste da trattati e accordi che legano la Ue a circa 130 Paesi. Membri della Bei sono gli Stati dell’Unione europea, che ne hanno sottoscritto il capitale sociale. Tale somma è attualmente pari a quasi 164 miliardi di euro, suddiviso in quote e ripartite tra gli Stati in considerazione di fattori economici e politici (l’Italia partecipa oggi con il 16%). La sede è in Lussemburgo ma uffici della banca si trovano anche ad Atene, Berlino, Bruxelles, Lisbona, Londra, Madrid, Parigi, Roma e Il Cairo.

un miLione di cittadini per dire no aLLe società di comodo

un milione di firme entro il 1° ottobre per una petizione europea che chiede di neutralizzare le “società schermo”, create con il solo obiettivo di evadere il fisco o riciclare denaro sporco. Grazie ad esse, i reali beneficiari rimangono nell’ombra, nascosti dietro dei prestanomi. L’obiettivo è stato lanciato dall’European Citizen’s Initiative, cartello di associazioni impegnate nella lotta contro i paradisi fiscali e per un sistema di tassazione internazionale più giusto e trasparente. Le firme dovranno pervenire da almeno sette Stati membri ed essere raccolte attraverso l’apposito sito protetto della Commissione europea (il link è disponibile su www.transparencyforall.org). Potranno aderire tutti i cittadini europei over 18. «L’infiltrazione dell’economia lecita da parte di flussi finanziari di origine criminale – spiega Chantal Cutajar, direttrice del gruppo di ricerca sul crimine organizzato all’Università di Strasburgo – minaccia la stabilità del settore finanziario e del mercato interno. Per neutralizzarla, le informazioni sui beneficiari reali delle società devono essere disponibili. La trasparenza deve pertanto essere disciplinata uniformemente su scala europea, nel quadro di uno strumento giuridico di diritto delle società». [em.is.]

carico. «Prima di concedere un prestito deve svolgere una seria indagine sui richiedenti per capire chi sarebbero i reali beneficiari. E c’è poi uno strumento potenzialmente molto efficace: il country by country reporting». In pratica, qualsiasi società o impresa che voglia accedere ai finanziamenti Bei dovrebbe presentare un rapporto con i bilanci aziendali disaggregati per ogni singolo Stato. «In questo modo si potrebbe sapere quale parte del fatturato societario è in Paesi offshore». ✱ 27


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valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


economia solidale i pirati nel piatto

La Patria del crimine è in alto mare di Emanuele Isonio

Il fenomeno della pesca illegale ha raggiunto ormai dimensioni planetarie. 29 miliardi di tonnellate per un valore di quasi 50 miliardi. Il danno è duplice: ai concorrenti onesti e all’ambiente

C

onvenzioni internazionali ridotte a carta straccia, obblighi nazionali aggirati, carichi di merce trasferiti da una nave all’altra per “lavarli” come si fa con il denaro sporco, catture illecite spacciate per legali, ufficiali resi muti a suon di mazzette, equipaggi minacciati e ridotti in condizione di schiavitù. E ovviamente tanta, tantissima evasione fiscale che danneggia le economie nazionali e gli operatori regolari. Lontano dalle coste e in giro per mari e oceani, la criminalità organizzata pare aver trovato l’habitat perfetto per fare affari d’oro. In termine tecnico, si parla

«L'ITALIA FERMI LA PESCA ECCESSIVA NELLO STRETTO DI SICILIA»

Prendere misure contro la pesca illegale nel Canale di Sicilia e appoggiare un piano di gestione per fermare la pesca eccessiva. Il destinatario dell'appello, lanciato dalla Ong internazionale Oceana, è il nostro Paese, che, secondo le informazioni raccolte dagli analisti dell'organizzazione, starebbe agendo a livello europeo per bloccare tutte le possibili misure necessarie al recupero efficace degli stock ittici sovrapescati e alla prevenzione della pesca degli esemplari più giovani. Di tali catture sarebbero infatti responsabili, per oltre il 50% dei casi, i pescherecci italiani. «Gli scienziati – osserva Lasse Gustavsson, direttore esecutivo di Oceana in Europa – hanno valutato che per il recupero di una risorsa ittica è necessaria una riduzione della pesca fino al 70% per specie come il nasello e il gambero rosa, insieme alla protezione degli esemplari giovanili. Domani tali misure potrebbero essere molto più stringenti e drastiche. Sta al governo italiano e ai rappresentanti del settore intervenire subito. Una visione cieca, che si rifiuti di farlo, produrrà unicamente una scelta dannosa». Quanto avviene nel Canale di Sicilia è direttamente legato alle attività della flotta italiana. Hanno il tricolore a poppa oltre il 75% delle barche operanti in quell'area. E i nostri pescherecci, insieme a quelli maltesi e tunisini, pescano l'80% del gambero rosa. 36

di “pesca INN”: illegale, non dichiarata, non regolamentata (vedi GLOSSARIO ). In pratica: una serie quasi infinita di attività illecite per un fatturato a dieci zeri.

820 CHILI DI PESCE RUBATI OGNI SECONDO La fotografia è stata presentata a Doha dalle organizzazioni The Black Fish e The Global Initiative Against Transnational Organized Crime durante il 13° congresso Onu sulla prevenzione del crimine. L’impatto economico è probabilmente difficile da immaginare per chi non è addetto ai lavori: tra il 10 e il 22% del pescato globale proviene dalla pesca illegale. «In pratica – fanno notare i tecnici di PEW Charitable Trusts – vengono “rubati” 892 chili di pesce ogni secondo». In termini economici, ogni anno vengono sottratti ai pescatori onesti tra i 10 e i 30 miliardi di dollari. In Europa la situazione è anche peggiore: le stime indicano che la metà di tutti i prodotti ittici immessi in commercio finisce per foraggiare in qualche modo la criminalità organizzata. La Commissione europea calcola che le importazioni di pesce “pirata” nella Ue ammontino a più di 1,1 miliardi di euro ogni anno.

I CONTORNI DI UN FENOMENO GLOBALE «La pesca illegale – spiega Teale N. Phelps Bondaroff, che ha coordinato il gruppo di ricerca – porta grandi flotte in ogni angolo del globo. Queste ultime impiegano strategie sofisticate e coordinate per smerciare pesce e denaro e per evadere il fisco. Se riescono a portare avanti queste attività è perché violano ogni norma a tutela del valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


economia solidale trivelle contestate

Il pozzo dei desideri Eni ancora a caccia di petrolio nel Novarese. Contro un intero territorio, preoccupato per l’ambiente e l’economia locale fondata sull’agroalimentare di pregio. Ma lo Sblocca Italia potrebbe renderne ignorabile il parere

FOTO ANTONIO RINALDI

di Corrado Fontana

Specchio d’acqua nei pressi di Carpignano Sesia.

«C’

è un migliaio di aziende intorno a Carpignano Sesia, il 30% delle quali lavora nell’agroalimentare con centinaia di addetti: è l’unico settore in attivo nella provincia di Novara. Il nostro petrolio è questo»: non ha dubbi Salvatore Fiori, architetto per professione, ora responsabile della commissione tecnica del comitato DNT (Difesa Nostro Territorio) che, grazie all’impegno di esperti di geologia, impatto ambientale, attività petrolifere, cerca di opporsi al nuovo tentativo dell’Eni di realizzare un pozzo (innanzitutto esplorativo) di petrolio. Il tono è acceso, le argomentazioni sono chiare: il progetto nel suo Comune non s’ha da fare.

UN DECRETO SU MISURA La Divisione Esplorazione & Produzione della compagnia petrolifera nazionale aveva già pre38

sentato una richiesta per un pozzo esplorativo in prossimità del fiume Sesia nel 2012. Allora dovette però recedere, dopo aver trovato l’opposizione netta e unanime di un intero territorio, attraverso le associazioni ambientaliste e di categoria, le imprese e gli enti locali (a partire dalla Regione Piemonte, allora presieduta dal leghista Roberto Cota): tra aprile 2012 e maggio 2013 fioccarono delibere e ordini del giorno contrari dalle amministrazioni comunali di Ghemme, Sillavengo, Ghislarengo, Fara Novarese, Briona, Arborio, Novara, e dalle Province di Novara e Vercelli. La regione giudicò lacunoso il progetto e chiese a Eni delle integrazioni, ma la compagnia accettò le critiche e si ritirò. Fino a quando non è tornata alla carica nel dicembre 2014 con un nuovo progetto, ricollocato però tra Fara Novarese e Carpignano Sesia. Un ritorno in uno scenario politico-normativo cambiato radicalmente: «Nel frattempo – spiega Isabella Baccalaro, avvocato attivo nel DNT – è stato approvato il decreto Sblocca Italia, che attribuisce alla Regione un parere esclusivamente consultivo, lasciando al ministero dell’Ambiente la valutazione di impatto ambientale e al governo la decisione finale su queste materie». Così, dopo oltre due anni, il comitato ritrova nel nuovo progetto le criticità precedenti e non cede. «Il pozzo – prosegue Baccalaro – si troverebbe a pochissima distanza dalle case, dall’acquedotto di Novara e anche da un giacimento di acqua profonda considerato un serbatoio, uno dei sei principali del Piemonte, preziosissimo per il futuro dell’approvvigionamento di acqua potabile di un territorio molto vasto. Per non dire del rischio per le produzioni di vino Doc e Docg (Fara, Lessona, Gattinara, Ghemme) e salumi, formaggi, miele valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


trivelle contestate economia solidale

d’acacia, con annessi benefici occupazionali (circa 600 persone, ndr)». Il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino avrebbe dichiarato al DNT di considerare prioritaria la contrarietà del territorio. E la Regione, come già fece l’amministrazione precedente, ha chiesto a Eni alcune integrazioni anche al nuovo documento, su diversi punti, come ad esempio la mancanza di uno studio sufficientemente approfondito dei rischi di inquinamento della falda.

POCHE CERTEZZE, SOLO RISCHI E se varie sono le problematiche tecniche legate alla trivellazione, uno pare essere il nodo principale, quello del rapporto tra costi e benefici: tutti da calcolare e, soprattutto, da attribuire. Stando al dossier raccolto dal DNT, il petrolio stimato nel giacimento di Carpignano 1 basterebbe infatti ad appena due mesi di consumo nazionale d’idrocarburi. Ben poca cosa se ciò può minacciare sia un’economia di prodotti d’eccellenza che l’integrità delle falde acquifere, a rischio di contaminazione da parte dei fanghi prodotti durante l’esplorazione. Salvatore Fiori afferma infatti che, nonostante le rassicurazioni di Eni (vedi ARTICOLO ), le guaine protettive che dovrebbero isolare lo scavo non offrono garanzie sufficienti; né si potrebbe conoscere la vera natura dell’eventuale inquinamento causato da fanghi la cui composizione è coperta da segreto industriale. Una preoccupazione confermata da Marco Innocenti, vicepresidente dell’Ordine dei Geologi del Piemonte

«ENI RINUNCIA SE LA REGIONE SI OPPONE» di Corrado Fontana

La compagnia rassicura gli abitanti e mette sul piatto il tema-occupazione: «Carpignano serve a far vivere il Centro Olio di Trecate» L’unica cosa certa è che «senza il consenso della comunità locale, rappresentata dalla Regione Piemonte, Eni non porterà avanti il progetto». La conferma arriva dall’ufficio stampa della compagnia, che tuttavia valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

secondo cui l’aspetto idrogeologico è «in termini strettamente geologici, quello cui associare i maggiori rischi, poiché la trivellazione profonda del pozzo di ricerca petrolifera creerà le condizioni per una possibile comunicazione tra la superficie e gli acquiferi più profondi, soggetti a particolare tutela e a norme di salvaguardia, solitamente utilizzati per scopi di approvvigionamento di acqua potabile dai vari enti locali di gestione acquedottistica, e quindi una via attraverso la quale possono potenzialmente veicolarsi inquinanti di vario tipo». C’è poi da considerare la qualità del petrolio di Carpignano Sesia, che non dovrebbe essere diversa da quella del vicino pozzo di Trecate (in esauri-

sottolinea come l’eventuale pozzo di Carpignano 1 servirebbe anche a non chiudere quello in esaurimento nella vicina Trecate. Un tema forte che Eni propone come una prospettiva di salvataggio per gli occupati, e che il DNT legge invece come la paura di dover sostenere gli alti costi dello smantellamento. Ma se sulla capacità del pozzo in rapporto al fabbisogno (Eni parla di una produzione prevista che «potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico di consumo annuale di tutta la provincia di Torino per 20 anni») le stime sono tanto volatili da non creare grandi divergenze (Eni indicava 180 milioni di barili di volume nella sua valutazione più recente del giacimento, seguita ad altre assai differenti), ad accendere il dibattito è la questione dei rischi. Secondo la compagnia infatti «le attività di perforazione come quella prevista a Carpignano non comportano alcun rischio

La carta dei siti naturalistici e agroalimentari nell’area dei pozzi.

sismico» e soprattutto non esiste alcun rischio di contaminazione delle falde acquifere profonde, «grazie alle molteplici misure progettuali e alle migliori tecnologie messe in atto. Inoltre, non sarà presente alcuna emissione in atmosfera, poiché nel caso di messa in produzione del giacimento non sarà realizzato alcun impianto di trattamento e il greggio sarà inviato tramite oleodotto direttamente al Centro Olio di Trecate». Oleodotto che per Eni sarà un modo di ridurre l’impatto ambientale e sociale, mentre il DNT ritiene la sua realizzazione un’ipotesi non credibile. Sull’accusa di scarsa qualità dell'olio estraibile dal nuovo pozzo Eni infine precisa: «dal punto di vista tecnico, il petrolio si classifica in gradi Api, che ne misurano la leggerezza. Olii pesanti presentano meno di 10 gradi Api. L’olio di Trecate presenta 42 gradi Api, quindi è un olio leggero e pregiato». ✱ 39


fotoracconto 04/04

Non appaia dissacrante ma beghe finanziarie e maneggioni senza scrupoli sono alla base anche di due celebri commedie. Ed ecco quindi, in alto, un momento memorabile di Pretty Woman (1990, pellicola romantica per eccellenza, 463 milioni di dollari d’incasso), quando Richard Gere sta per spendere una “spudorata” somma di denaro per rifare il guardaroba a Julia Roberts. Quello che spesso si dimentica è che quei soldi provenivano da attività speculative: l’affarista da lui interpretato faceva milioni speculando su aziende sull'orlo del fallimento, che lui acquistava (anche con la complicità di politici compiacenti) per poi rivenderle in piccole parti.

A destra, Eddie Murphy insieme a Dan Aykroyd è il protagonista di Una poltrona per due di John Landis (1983). Film spassosissimo in cui i poveri (e i ricchi diventati poveri) riducono sul lastrico una coppia di super-Paperoni che, per diletto e per una modica scommessa (un dollaro), tentano di dimostrare una teoria: trasformare un affermato manager in un criminale facendogli terra bruciata attorno e, nel contempo, fare di un ladruncolo il loro più fidato braccio destro. Non ci riusciranno. I “buoni” per una volta vinceranno: d’altronde è un tipico film di Natale... 42

PER PRETTY WOMAN: TOUCHSTONE PER UNA POLTRONA PER DUE: PARAMOUNT / UNIVERSAL

valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


internazionale il rapporto segreto

403,1

374,2

62,5 Eolico in mare flottante Fotovoltaico al suolo

Solare termico a concentrazione 0,5

79,1 Eolico in mare

Eolico terrestre

Metanizzazione 8,2

Energia da rifiuti 3,8

26,3 Cogenerazione da legno

27,4

Geotermia 1,2

Fotovoltaico su tetti

190,4

unicamente su solare, eolico, biomasse, geotermia e altre energie pulite. E i costi? Crescerebbero di circa il 50% rispetto ad oggi. Ma sarebbero identici a quelli che si dovrebbero sostenere qualora il nucleare rappresentasse ancora, tra 35 anni, il 50% della produzione di energia (ovvero secondo lo scenario previsto dal governo di Parigi nella recente legge sulla transizione energetica). Ufficialmente, il direttore generale dell’Ademe, Fabrise Boissier, ha dichiarato che, a suo avviso, le ragioni per le quali si era deciso di non pubblicare lo studio non hanno a che fare con la politica. Fatto sta che un’informazione determinante, a pochi mesi dall’avvio della

33,9

Biomassa (esclusi metano) Energie marine

Idroelettrico da laghi (stoccabile)

50,0 0,0

Energia mareomotrice 0,5

150,0 100,0

Idroelettrico (non stoccabile)

PACA

Rhône-Alpes

Picardie

Poitou-Charentes

Pays de la Loire

Nord-Pas-de-Calais

Lorraine

Midi Pyrennées

Limousin

Île-de-France

Languedoc Roussillon

Franche Comté

Eolico Energie idrauliche

Alta Normandia

Centre

Champagne-Ardenne

Bretagne

Bourgogne

Auvergne

Solare Geotermia

Bassa Normandia

10,0

Alsazia

20,0

200,0 43,8

30,0

300,0 250,0

Moto ondoso

40,0

350,0

13,2

50,0

450,0

400,0

Idroeolico

60,0

FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Grafico 2 Produzione massima annuale da rinnovabili (in TWh)

70,0

Aquitania

FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Grafico 1 Produzione aTTuale di enerGia verde (in GW)

Conferenza mondiale sul clima di Parigi (COP21), non era stata diffusa. E il fatto non è stato accolto favorevolmente oltralpe. Anche perché, di spunti, il rapporto dell’Ademe ne fornisce molti. Innanzitutto la questione dei costi del nucleare. Dall’analisi emerge che l’atomo, di fatto, non è competitivo. Un fattore che non sorprende gli esperti, dal momento che, dalle maree in Normandia, all’eolico della Bretagna, fino al solare di Montpellier e Cannes e all’idroelettrico nelle Alpi, la Francia ha l’imbarazzo della scelta in fatto di rinnovabili. Soprattutto, il rapporto spiega che un megawattora in una Francia 100% rinnovabile costerebbe, nel 2050,

Giornalismo, saluTe, ambienTe: l’ue vuole GaranTire seGreTezza alle imPrese? di Andrea Barolini

La Commissione europea sta pensando a una direttiva per riformare il “segreto d’affari”. Le Ong accusano: è scritta con le multinazionali. E temono per la sicurezza dei consumatori Una vasta coalizione di Ong che operano in difesa dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori, della libertà di espressione e del diritto alla salute ha lanciato un mese fa un 46

appello alla protezione dei consumatori, dei giornalisti, dei ricercatori. Nel mirino, una direttiva europea attualmente in discussione a Bruxelles che, qualora fosse approvata, imporrebbe una nuova disciplina in materia di “segreto d’affari”. UN BAVAGLIO AI GIORNALISTI Secondo le associazioni, quella proposta dalla Commissione europea è una definizione eccessivamente ampia, e dunque pericolosa, di ciò che le imprese possono lecitamente nascondere alla collettività, in nome del segreto industriale. «Non sorprende in

questo senso che la disciplina sia stata elaborata in stretta collaborazione con alcune multinazionali, che la sostengono fortemente», hanno spiegato le Ong, secondo le quali la proposta di direttiva deve essere emendata, poiché il testo attuale «pone una seria minaccia alla libertà di espressione, non permettendo di proteggere né i giornalisti, né i whistleblowers (coloro che, lavorando per un governo o per un’azienda, e scoprendo comportamenti illeciti, decidono di denunciare pubblicamente i fatti, a costo di subire ritorsioni, ndr)». Questi ultimi, infatti, secondo il testo dovrebbero essere in valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


il rapporto segreto internazionale

119 euro tra installazione, manutenzione, stoccaggio e trasporto. Qualora si decidesse di mantenere in funzione le centrali nucleari, e di limitare al 40% la quota di energie pulite (l’idea appunto, del governo), il prezzo per MWh sarebbe inferiore di appena due euro: 117 euro (vedi TABELLA ). Il vantaggio “competitivo” del nucleare sarebbe perciò pari all’1,7% del prezzo totale di 1 MWh. Si tratta di cifre che cambiano le carte in tavola, dal momento che (almeno ufficialmente) lo scetticismo sulle fonti alternative si basa proprio su dubbi economici. Secondo l’associazione NégaWatt, che si batte a favore delle rinnovabili, «la Francia dispone di un considerevole potenziale di produzione da energie pulite, che va ben al di là della domanda domestica», e può scegliere un mix «adattato in funzione delle specificità di ciascuna regione» (vedi GRAFICO 1 ).

Il partito ambientalista Europe Ecologie - Les Verts non ha perso tempo e si è lanciato all’attacco del governo di Manuel Valls. «Piuttosto che tentare di minimizzare la diffusione del rapporto, il governo dovrebbe farlo proprio e accentuare gli sforzi sul tema della transizione energetica», ha spiegato il deputato ecologista Denis Baupin, aggiungendo che i dati dell’Ademe dimostrano che quando si parla di rinnovabili occorre «sconfiggere un tabù». La risposta alle critiche di EELV è arrivata dal ministro dell’Ecologia Ségolène Royal, secondo la quale l’interesse dello studio «non è tanto l’obiettivo» di raggiungere il 100% di energie rinnovabili entro il 2050, quanto quello di conoscere «il costo di ciascuna fonte quando ci si proietta in uno scenario estremo». ✱

UN PASSAGGIO TECNICAMENTE POSSIBILE Inoltre, il rapporto dimostra, dati alla mano, che «il passaggio ad un’elettricità 100% pulita è tecnicamente possibile dal punto di vista della rete elettrica. Quest’ultima dovrà ovviamente essere adattata, ma il costo totale del cambiamento secondo l’analisi dell’Ademe non sarebbe più elevato per i consumatori rispetto al mantenimento dell’opzione nucleare». E non è tutto: lo studio afferma anche che la produzione potenziale da rinnovabili in Francia «calcolata a partire dai fattori regionali di ciascuna filiera» è pari a 1.268 TWh, «ovvero il triplo della domanda annuale di 422 TWh».

grado di provare che «l’ottenimento, l’utilizzo e la divulgazione del segreto d’affari sia stato necessario». È evidente come molto spesso sia estremamente difficile dimostrare tale “necessità”, concetto già di per sé estremamente vago. Il REGALO A BIG PHARMA Ma c’è di più. A ottenere un vero e proprio regalo potrebbero essere le industrie farmaceutiche, che premono affinché tutti gli aspetti dello sviluppo clinico vengano coperti da segreto. «Al contrario – proseguono le associazioni nella lettera aperta – l’accesso ai dati delle ricerche biomediche da parte di autorità di vigilanza, ricercatori e pazienti (in particolare le informazioni riguardanti l’efficacia dei trattamenti e gli effetti indesiderati) sono essenziali per provalori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

Tabella cosTo (€/mWh) Per l’enerGia consumaTa in francia secondo diversi aPPorTi di enerGia rinnovabile FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Costo dell’energia consumata €/MWh

100% ENR

119

teggere la sicurezza, per portare avanti ricerche approfondite e analisi indipendenti. Esse permettono, ad esempio, di evitare di spendere risorse pubbliche per terapie che in realtà non sono più efficaci dei trattamenti esistenti». Inoltre, spiegano, la divulgazione dei dati permette controlli finalizzati a evitare «metodi di sperimentazioni contrari all’etica». La proposta di direttiva, inoltre, rischia di porre seri problemi anche dal punto di vista della difesa dell’ambiente. Richiamandosi alla Convenzione di Aarhus (trattato sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale), le associazioni ricordano che le autorità pubbliche «non possono mantenere segreti i dati riguardanti le emissioni nocive per

95% ENR

116

80% ENR

113

40% ENR

117

l’ambiente», e che gli Stati stessi esigono «una diffusione ampia» anche da parte delle imprese private. Sarebbe pertanto paradossale se le aziende potessero «utilizzare la direttiva per rifiutarsi di divulgare informazioni sui prodotti pericolosi, come ad esempio quelli chimici contenuti nelle plastiche, nei capi di abbigliamento o nei detersivi». Infine, le organizzazioni non governative lanciano un allarme legato alla sicurezza alimentare. Ad oggi, l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza degli alimenti) è incaricata di effettuare controlli sui rischi associati ai prodotti che mangiamo: «Per questo è necessario che i dati su cui si basa l’organismo di vigilanza nelle sue valutazioni siano esclusi dalla direttiva», altrimenti «le ricerche aperte e collaborative diventeranno sempre più difficili nell’Unione europea». ✱ 47


internazionale analisi post-voto

Nebbia sulla Manica Il Continente è isolato di Paola Baiocchi

I risultati elettorali hanno rinvigorito il vecchio riflesso inglese di vedersi al centro del mondo: forti della maggioranza che permette un governo monocolore, i Tories vogliono rinegoziare gli accordi con la Ue

I

risultati delle elezioni inglesi di maggio sono noti: hanno vinto i Conservatori, o per meglio dire ha vinto Cameron, come titolavano tutti i giornali nazionali e internazionali a cui piace sempre di più la “leaderizzazione” della politica e gli “uomini forti, soli al comando”. Chi ha “sbancato” in questa tornata elettorale è stato, in realtà, il terzo classificato tra i partiti: lo Scottish National Party (Snp) degli indipendentisti scozzesi, ha conquistato 56 seggi su 59 (cinquanta in più rispetto alle precedenti elezioni del 2010), determinando la disfatta dei laburisti. Cosa resta ora delle elezioni generali britanniche? L’ammirazione dei nostri giornali perché lo

DI GIOVEDì ANDAVAMO ALLA POLLING STATION

Paese che vai, usanze che trovi. Come la scelta del giorno in cui votare, che in Italia è sempre stato di domenica (con una coda, in alcuni periodi, fino al lunedì a pranzo), ma negli Stati Uniti per le elezioni presidenziali è il primo martedì di novembre. È così dal 1845, quando il Congresso ha deciso una data unica per tutti gli Stati, scegliendola in modo che gli elettori che dovevano compiere lunghi tragitti a cavallo o in carrozza non fossero costretti a partire di domenica, saltando le funzioni religiose. Non andava bene neanche il mercoledì, perché giorno di mercato, e nemmeno il giovedì, perché non si poteva chiedere ai contadini di perdere proprio la giornata più intensa di lavoro. Ora che i mezzi di trasporto sono molto cambiati, la collocazione al martedì è indicata come una delle cause dell'alto astensionismo statunitense, ma non si riesce a spostare l'election day nel fine settimana, né tantomeno a cambiare il sistema elettorale. In Gran Bretagna sembra che si sia votato sempre di giovedì, tranne martedì 27 ottobre 1931. Il motivo è collegato alla consuetudine della consegna settimanale del salario: visto che il venerdì è giorno di paga, nella giornata precedente si presume che le tasche dei lavoratori siano vuote e quindi non abbiano la tentazione di andare a ubriacarsi al pub, disertando le stazioni elettorali collocate un po' dappertutto. Anche nei pub, nelle lavanderie a gettone e negli asili nido. [Pa.Bai.] 48

sconfitto Ed Miliband, senza accampare scuse risibili, ha immediatamente presentato le dimissioni dalla guida del partito, lasciandolo libero di ripensare le scelte politiche e di riorganizzarsi. Anche Nigel Farage ha presentato le sue dimissioni che, però, non sono state accettate, pur avendo l’United Kingdom Independence Party (Ukip) conquistato un solo seggio. Trattandosi però di un movimento costruito sul leader, un po’ come Forza Italia su Berlusconi, le sue dimissioni avrebbero portato allo sfaldamento della compagine, non esistendo ancora dirigenti che lo possano sostituire. Ci sono da registrare anche alcune reazioni entusiastiche sulla nostra stampa, a proposito della “governabilità” conquistata dai Conservatori con solo il 36,9% dei voti: secondo alcuni giornalisti nostrani il maggioritario sarebbe un ottimo motivo per consegnare la patente di vera democrazia alla Gran Bretagna, anche se resterebbe un po’ sacrificata la “rappresentatività”. In periodo di Italicum questo genere di commenti giornalistici sa tanto di consenso “tangente”: si parla bene del maggioritario inglese perché si porta acqua al mulino della legge elettorale del governo Renzi. Quella che Luciano Canfora ha recentemente definito il “bi-porcellum”.

UN SUCCESSO DETERMINATO DAL SISTEMA Guardando con più attenzione i numeri di questo rinnovo della Camera dei Comuni, l’unico dei due rami del Parlamento eletto a suffragio universale e legato da rapporto fiduciario con il governo (l’altro ramo è la Camera dei Lord, composta da membri ereditari o nominati dal sovrano e sprovvista del valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


imprese nel fango internazionale

rendiconTazione e TrasParenza. la sec non decide sulla “1504” di Matteo Cavallito

Una sezione del Dodd-Frank Act Usa impone alle aziende di rivelare gli accordi con i governi locali per sfruttare le risorse naturali. Ma il regolamento attuativo non arriverà prima dell’anno prossimo Non c'è solo la “sezione 1502” a irritare le multinazionali statunitensi quotate in Borsa. Un'altra norma della Dodd-Frank Act, la legge di riforma dei mercati finanziari approvata negli Stati Uniti nel 2010 e tuttora in fase di lenta implementazione, impone di rendere noti i pagamenti effettuati ai governi di ciascun Paese evidenziando così i dettagli sugli accordi fiscali e i prezzi delle concessioni allo sfruttamento delle risorse locali, con ovvie ricadute positive in termini di trasparenza. È la “sezione 1504”: ad esserne interessate le corporation quotate del settore gas, petrolio e risorse minerarie. Ma l'obbligo, al momento, resta di fatto vacante in attesa di un intervento risolutivo della SEC, la commissione di

in cui i minerali sono stati estratti; il 41% non ha dimostrato di avere avuto finora una politica interna per identificare i rischi nella catena di fornitura; nessuna società ha infine divulgato un esempio concreto di rischio nella propria filiera, mentre molte hanno affermato di non poter escludere che proprio i minerali di cui si approvvigionano servano a portare sostegno ai gruppi armati congolesi.

L’ALLERGIA PER LE REGOLE Un quadro con qualche luce e molte ombre che la Sezione 1502 contribuirà a migliorare, se supererà l’ostracismo di chi invece teme possa diventare un modello da diffondere. Tant’è che la norma ha subìto una decisa opposizione nelle aule di tribunale del District of Columbia (cioè di Washington). Nel mese di ottobre 2012 tre associazioni di industriali – la Camera di Commercio Usa, la National Association of Manufacturers e la Business Roundtable – ne hanno chiesto la cancellazione, sostenendo che la sua applicazione fosse eccessivamente gravosa e costosa per le aziende. Un parere considerato inconsistente dalla Corte d’Appello ad aprile 2014, ribadendo una sentenza negativa contro cui gli imprenditori avevano fatto appello. Ma da questo iter processuale è scaturito un frutto avvelenato: la SEC valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

vigilanza sulle operazioni di borsa chiamata a definire la regola attuativa della norma. La SEC aveva approvato una prima versione del regolamento nell’agosto 2012 scontrandosi con l’opposizione delle imprese del settore e delle organizzazioni di categoria. Nell’agosto dello stesso anno, l’American Petroleum Institute aveva impugnato la norma in tribunale aprendo così la strada alla contesa legale. Nel luglio 2013 la Corte distrettuale di Washington D.C. ha invalidato il regolamento attuativo accogliendo alcune eccezioni sollevate dai querelanti tra cui la presunta necessità di proteggere informazioni riservate per evitare un danno commerciale e l’incompatibilità della stessa “sezione 1504” con alcune norme nazionali sulla tutela dei dati “sensibili” (come le leggi in materia previste in Angola, Camerun, Cina e Qatar). La norma generale, in linea di principio, è stata confermata ma la sentenza ha imposto alla SEC una modifica della regola che al momento, tuttavia, tarda ad arrivare. Nel maggio 2014, ha ricordato il Wall Street Journal, la SEC aveva ipotizzato di poter approvare la norma definitiva entro il marzo 2015 salvo poi posporre la data all’ottobre di quest’anno. A marzo, ha riferito ancora il WSJ, la stessa authority ha posticipato ulteriormente la scadenza alla primavera del 2016. ✱

le analisi della SACE: Congo instabile e sempre più legato alla Cina

«Le elezioni del 2011 non hanno portato a una risoluzione definitiva delle criticità che hanno spinto il Paese alla guerra civile terminata nel 2003». La valutazione è della SACE, entità controllata da Cassa depositi e prestiti, che assicura gli investimenti delle imprese italiane nel mondo. Nella sua scheda-Paese, la società attribuisce alla Repubblica Democratica del Congo un 82% di rischio di guerra civile e disordini. «I temi etnici, quelli relativi al controllo sul territorio nelle aree orientali del Paese, la riforma dell’esercito devono ancora essere affrontati dal governo, e potrebbero essere fonte di instabilità nel futuro. Sul fronte internazionale – spiega ancora la SACE – permangono tensioni con l'Angola, soprattutto a causa di una disputa relativa alle frontiere marittime e ai giacimenti petroliferi offshore. Il legame tra RDC e Cina continua a intensificarsi sul piano militare e commerciale: attualmente quasi la metà delle esportazioni del Paese sono dirette al mercato cinese e l’80% degli impianti di lavorazione dei minerali in Katanga sono di proprietà di aziende cinesi».

ha infatti emanato nuove linee guida, che impongono di far valutare i report delle società da parte di un ente terzo solo se una compagnia sceglie di indicare un proprio prodotto come DRC conflict free, cioè di cui garantisca esplicitamente l’assenza di componenti provenienti dall’area di guerra della RDC. In pratica, basterà non farlo per mettersi al riparo da controlli indipendenti. E, finché i consumatori non esigeranno prodotti non realizzati con materie prime provenienti da zone di conflitto, per le grandi aziende non ci sarà vantaggio economico ad apporre tale indicazione. ✱

La cover del rapporto “Digging for Transparency” di Amnesty International e Global Witness 51


52

valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


fotoracconto 02/04

Tutto ebbe inizio con Gordon Gekko e la sua frase entrata nella storia («L'avidità, non trovo una parola migliore, è giusta»). Personaggio fittizio ma che ha spinto Forbes a dedicargli una copertina e che è valso a Michael Douglas il suo primo (e finora unico) Oscar come attore: il ritratto dello yuppismo rampante in un’America fieramente reaganiana, in cui conta solo trovare la via più breve per fare soldi. Tanti. Subito. Senza scrupoli né sensi di colpa. Con Wall Street di Oliver Stone, nel 1987 Hollywood scopre che 6

la finanza può essere anche uno straordinario soggetto cinematografico. La realtà della Borsa viene da quel momento, spesso e volentieri, trasformata in campione d’incassi. Registi, autori, eccelsi attori, si sono confrontati con storie e figure di speculatori, broker, lobbisti, avvoltoi dei listini per trovare la cifra stilistica in grado di far arrivare al grande pubblico la pericolosità (la perversione?) di questioni comprensibilmente incomprensibili ai più. Gli anni della crisi, è ovvio, hanno dato una mano enorme alla diffusione di questo tipo

di opere. Accomunati dal tema di fondo ma appartenenti a categorie diverse: non ci sono solo film di denuncia. Molte volte un thriller o, perché no, una commedia hanno saputo raggiungere in pieno l’obiettivo. E nel bagaglio dello spettatore, accese le luci in sala, c’è la consapevolezza che le decisioni finanziarie possono sconvolgere la vita di tutti noi, prima ancora di quella dei protagonisti.

A sinistra, Michael Douglas è Gordon Gekko in Wall Street (1987), disponibile in dvd e blue-ray), di Oliver Stone.

In alto, una scena di Margin Call (2010), opera prima dello scrittore/regista J.C. Chandor. Un thriller sulle scelte degli uomini chiave di una grande banca d’investimenti nelle 24 ore precedenti allo scoppio della crisi del 2008. Sopra, le analisi sulle follie della finanza si trasferiscono in Italia con Il gioiellino di Andrea Molaioli (2011), storia ispirata alle vicende del crac Parmalat.

PER WALL STREET: 20TH CENTURY FOX PER MARGIN CALL: 01 DISTRIBUZIONE PER IL GIOIELLINO: BIM DISTRIBUZIONE

valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


DOSSIER LA TRUFFA È SERVITA

Manipolazioni dei mercati Epidemia globale di Matteo Cavallito

La truffa dei tassi di riferimento è solo la punta dell’iceberg. Negli ultimi anni le accuse di alterare il mercato hanno investito tutti i comparti finanziari. Anche perché farlo non è mai stato così semplice

2,5

miliardi di dollari. È la cifra sborsata da Deutsche Bank per chiudere le proprie pendenze giudiziarie con quattro diversi organi di controllo di Usa e Regno Unito di fronte all’accusa di manipolazione di tre tassi interbancari: il Libor (calcolato a Londra), l’Euribor (eurozona) e il Tibor (Tokyo). Una frode di mercato che ha coinvolto diversi istituti generando un impatto potenzialmente enorme. Ma anche, e soprattutto, una strategia di rara semplicità basata sull’intesa tra i trader, capace di offrire alle banche guadagni immediati. «Per una banca, muovere l’Euribor a sei mesi significa spostare pochi punti base dal momento che ogni istituto ha una significativa esposizione su prodotti finanziari che garantiscono un certo pagamento, ovvero uno scambio di flussi di cassa, al variare del tasso

10

di riferimento» spiega a Valori un analista finanziario che ha chiesto di restare anonimo. «Basta che le banche si mettano d’accordo tra loro – prosegue – e il gioco è fatto. Come dire, oggi io do una mano a te, domani tu dai una mano a me. Oggi prendo io, domani prendi tu. Semplice». Tradotto: piccole alterazioni, grandi guadagni. Un sogno proibito divenuto realtà.

ALLARME GENERALE Negli ultimi anni la vicenda relativa ai tassi non ha costituito certo un caso isolato. A finire nel mirino dei regolatori, ad esempio, è stato anche il mercato valutario, un comparto colossale in cui gli scambi quotidiani, secondo la Financial Conduct Authority (Fca) del Regno Unito ammonterebbero a circa 5,3 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. L’inchiesta è partita nella primavera del 2013 richiamando l’attenzione delle autorità americane ed europee. A maggio, gli istituti Barclays, Citigroup, JP Morgan e RBS si sono dichiarati colpevoli per le accuse di manipolazione sui cambi di euro e dollaro patteggiando una multa complessiva da circa 5 miliardi con la giustizia Usa (nell’accordo rientra anche una sanzione da 550 milioni a UBS per la vicenda Libor). Ma i sospetti, le inchieste e in alcuni casi le sanzioni non hanno risparmiato praticamente nessun comparto. Dal petrolio – con BP, Shell e la norvegese Statoil sotto accusa a New York – ai metalli (platino e palladio, sempre a New York: Goldman Sachs, Hsbc, Standard Bank e Basf dopo la denuncia della Modern Settings, un’impresa del settore dell’oreficeria di base in Florida) passando per l’oro (vedi BOX ) e i titoli di Stato Usa. Un capitolo, quest’ultimo, che ha portato l’attenzione sulle valori / anno 15 n. 129 / giugno 2015


LA TRUFFA È SERVITA DOSSIER

IL MERCATO DELL’ORO? “ALTERATO PER DIECI ANNI”

Dieci anni di manipolazione dei prezzi nel mercato IL PREZZO DELL’ORO DAL 2004 A OGGI London BuLLIon MarkEt aSSocIatIon (LBMa), http://www.LBMa.org.uk/prIcIng-and-StatIStIcS, MaggIo 2015. dell’oro. È la denuncia dello studio della new York FontE: datI In doLLarI pEr oncIa. un’oncIa EquIvaLE a 28,35 graMMI cIrca university’s Stern School of Business condotto dalla 2000 1896.5 docente Rosa Abrantes-Metz e dal managing director di Moody’s investors Service, Albert Metz, alla fi- 1800 ne del 2013. Tutto ruota attorno al cosiddetto London 1600 gold fix, il valore di mercato utilizzato come indicato- 1400 re principale dai grandi operatori del settore (imprese 1200 minerarie e i gioiellieri oltre ovviamente alle banche 1000 centrali). A calcolarlo ci pensano cinque diverse ban800 che – Barclays, Deutsche Bank, Bank of nova Scotia, 600 HSBC Holdings Plc e Société générale – che, due vol400 373,5 te al giorno, alle 10.30 e alle 15, si collegano via tele200 Gen 04 Gen 05 Gen 06 Gen 07 Gen 08 Gen 09 Gen 10 Gen 11 Gen 12 Gen 13 Gen 14 Gen 15 fono per dichiarare la quantità di oro che intendono acquistare a un determinato prezzo. Tutto bene? non esattamente. Perché nel corso delle contrattazioni un’indagine su una decina di istituti tra cui Barclays, Hsbc, JP Morgli stessi istituti possono operare liberamente sul mercato dei futu- gan, Société générale, Credit Suisse e Deutsche Bank. res, i contratti derivati che garantiscono un acquisto differito a un A partire dal 20 marzo scorso, il sistema è stato modificato. Pur baprezzo prefissato e che, come tali, possono essere scambiati sul mer- sandosi ancora sul doppio appuntamento giornaliero (le contrattacato. una possibilità, rilevano da tempo gli osservatori, che garanti- zioni del mattino e del pomeriggio), lo schema di fissazione del prezrebbe ai soggetti coinvolti di poter ottenere profitti ulteriori approfit- zo è ora gestito dalla iCE Benchmark Administration (iBA), un provider tando di un evidente vantaggio informativo. Lo studio, riferiva a fine indipendente (una compagnia britannica controllata dalla statuniten2013 Bloomberg, avrebbe rilevato alcune operazioni sospette nelle se intercontinental Exchange, società che opera nei settori dell’enercontrattazioni avvenute dal 2004 in avanti che avrebbero determina- gia, delle commodities e dei derivati nelle piazze extra borsistiche) to frequenti picchi di prezzo nel pomeriggio e che, a giudizio dei ri- «scelto dopo una consultazione con gli operatori di mercato che forcercatori, renderebbero evidente la presenza di comportamenti scor- nisce la piattaforma, la metodologia e l’intera gestione e governance» retti. il giro d’affari del mercato dell’oro, ricordava ancora Bloomberg, del processo, come ricorda il sito della London Bullion Market Assoammonterebbe a 20mila miliardi di dollari. A febbraio, ha riferito il Wall ciation (LBMA), l’organizzazione internazionale che rappresenta gli Street Journal, il Dipartimento di giustizia degli Stati uniti ha avviato operatori del mercato dell’oro e dell’argento su scala globale.

operazioni compiute nel mondo dell’high-frequency trading (vedi ARTICOLO a pag. 15).

UNA CRESCITA MAI VISTA In molti casi, come si diceva, siamo solo al livello dei sospetti. Ma tanto basta per indurre gli osservatori a una prima riflessione. Tra cartelli illeciti, abuso di informazioni reali (insider trading) e un po’ meno reali (Pump and dump, vedi BOX a pag. 13), e rastrellamenti di titoli e contratti d’ogni sorta, la storia della finanza è notoriamente costellata di frodi memorabili (vedi INFOGRAFICA a pag. 14). Ma la sensazione, di fronte al susseguirsi degli scandali, è che la patologia, per quanto vecchia come il mercato stesso, conosca oggi una recrudescenza mai vista. «C’è stato un tempo in cui per alterare il valore del sottostante era necessario esporsi massicciamente sui derivati, una cosa tutto sommato facile da rilevare da parte delle autorità di controllo» spiega ancora a Valori lo stesso analista. «Di fronte all’attuale dimensione dei mercati finanziari, invece, è sufficiente spostare valori / anno 15 n. 129 / giugno 2015

pochi basis points (centesimi di punto percentuale, ndr) per ottenere grandi guadagni senza fare il minimo rumore». L’ipotesi, insomma, è che la crescita abnorme dei mercati finanziari e l’aumento della complessità degli strumenti abbiano favorito i comportamenti illeciti, divenuti col tempo molto più semplici da attuare e assai più complessi da rilevare. A maggior ragione in un contesto di sostanziale deregulation. «La repressione del fenomeno va bene, quello che non funziona è il monitoraggio» nota ancora l’analista. «Non è un caso che gli scandali scoppino sempre a partire dalle soffiate dei cosiddetti whistleblowers (le “gole profonde”, ndr). La Bce – prosegue – ha creato un sistema assurdo in cui la determinazione dell’Euribor è affidata a un meccanismo d’asta autoregolamentato che coinvolge 43 banche prive di qualsiasi controllo esterno. In queste condizioni la manipolazione è inevitabile. Con il controllo pubblico i comportamenti illeciti sono un rischio, con l’autoregolamentazione privata diventano una certezza». ✱ 11


finanza etica cure a stelle e strisce

Sanità Usa La riforma è zoppa ma abbatte i costi di Paola Baiocchi

Rispetto alla versione iniziale, l’Obamacare ha subito pesanti modifiche. Intanto però calano i non assicurati e la spesa sanitaria cresce di meno. Ma i dubbi sull’efficacia del sistema statunitense rimangono

S

otto il cielo a stelle e strisce c’è un’anatra che appare ancora più zoppa del presidente Barack Obama, uscito sconfitto dalle elezioni di medio termine, che hanno sancito la riconquista da parte repubblicana della maggioranza del Congresso: è la riforma dell’assistenza sanitaria varata dall’attuale inquilino della Casa Bianca, molto malvista e causa di disaffezione anche tra i possibili beneficiari.

La saLute secondo oBama: Limiti ai proFitti e più vincoLi aLLe assicurazioni

affordable care act (aca) o obamacare è la “legge per le cure accessibili” varata dalla presidenza Obama nel 2010, che ha cercato di dare una soluzione ai 50 milioni di statunitensi che non potevano accedere a un’assicurazione sanitaria e ha cercato anche di frenare i peggiori abusi delle compagnie assicurative. Con i nuovi regolamenti i piani salute per i bambini (e fino ai 19 anni) non possono essere più limitati o negati a causa di una patologia preesistente. I giovani fino a 26 anni possono di norma essere coperti dal piano sanitario dei genitori. Le compagnie assicurative non possono più cancellare una copertura, in caso di errore in buona fede. Inoltre sono vietati i limiti di durata sulle nuove polizze, posti di solito dalle assicurazioni per cercare di liberarsi di assicurati che nel frattempo sviluppano malattie costose. Con l’Aca viene riconosciuto ai pazienti il diritto di rinegoziare il piano sanitario, in caso di rifiuto di un pagamento. Le assicurazioni devono giustificare pubblicamente i loro aumenti: viene richiesto alle compagnie di spendere almeno l’80% dell’importo dei premi per l’assistenza sanitaria, contenendo i costi amministrativi e i profitti al 20%. L’Obamacare consente di scegliere il medico di base e di beneficiare di servizi sanitari di prevenzione. Rende possibile rivolgersi al pronto soccorso di un ospedale anche se è al fuori della propria copertura assicurativa. Tuttavia l’Obamacare non copre le spese per i ricoveri ospedalieri e restano al di fuori di ogni copertura assicurativa sanitaria ancora circa 18 milioni di statunitensi. 24

L’Affordable Care Act (Aca), meglio noto come Obamacare (vedi Box ), cavallo di battaglia di Obama nella campagna elettorale del 2008, durante il lungo iter approvativo è passata sotto la pressa delle potenti lobby farmaceutiche e assicurative, uscendone ridimensionata negli intenti e negli effetti. Come condizione per il sostegno alla legge di riforma, afferma Maria Angell, medico e prima direttrice donna del New England journal of medicine, l’industria farmaceutica ha chiesto che venissero mantenute due leggi che Obama, in campagna elettorale, aveva promesso di ribaltare: la prima vieta al programma federale Medicare di usare il suo potere d’acquisto per controllare i prezzi dei farmaci. L’altra proibisce agli statunitensi di importare da altri Paesi medicinali a prezzi più convenienti di quelli di casa. Big Pharma ha inoltre ottenuto che un’altra parte della riforma non vedesse la luce: la possibilità che venisse creata una public option, cioè un’assicurazione federale, in concorrenza con i privati.

AUMENTI IN CALO Le principali disposizioni dell’Obamacare sono entrate in vigore nel 2014 e dalla firma, apposta il 23 marzo 2010, ci vorranno almeno dieci anni perché la portata completa della riforma si esplichi. Sempre che non vengano compiuti passi indietro. I Repubblicani usano infatti la riforma sanitaria come un ariete contro i Democratici, nella corsa alla Casa Bianca del 2016, indicandola come un’indebita ingerenza dello Stato nelle libertà individuali (vedi Box ) e una spesa eccessiva: 849 miliardi di dollari fino al 2015. Anche se il periodo di osservazione sugli effetti della riforma è limitato, qualche dato va analizvalori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015


finanza etica paradisi fiscali

Lotta all’evasione Tante lacune tra i buoni propositi di Emanuele Isonio

Nel 2009 la Banca Europea per gli Investimenti aveva approvato linee guida per evitare che i suoi fondi finissero nei Paesi off-shore. Sei anni dopo però il flusso continua: colpa di criteri di esclusione troppo morbidi

D

La copertina del rapporto Towards a Responsible Taxation Policy for the EIB

ev’essere stato un giorno da ricordare, il 31 marzo 2014, per Ahamed Heikal. Per lui, fondatore del fondo d’investimenti egiziano Qalaa, era una sorta di battesimo pubblico davanti a quelli che contano: ad ascoltarlo, l’allora presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, vari commissari (tra cui l’italiano Antonio Tajani), boss delle principali banche d’affari e amministratori di varie multinazionali. Tutti riuniti a Bruxelles per il 5° Business Forum Europa-Africa, con il nobile obiettivo di «coinvolgere il settore privato nella crescita inclusiva e sostenibile» del continente africano. Heikal era lì come rappresentante di un fondo che, dall’alto dei suoi 9,5 miliardi di dollari, doveva rappresentare

un “caso di successo in Africa”. Per i suoi azionisti lo è stato sicuramente: la compagnia, nei primi sei anni di vita, ha garantito loro 2,2 miliardi di utili.

SOLDI PUBBLICI E TASSE ALLO 0,2% A suscitare dubbi è però il modello di business costruito dalla Qalaa ed emerso grazie a un’analisi dell’Illicit Finance Journalism Programme (IFJP) del Tax Justice Network. Il fondo ha infatti sfruttato al massimo i vantaggi assicurati dai paradisi fiscali per pagare molte meno tasse. I suoi ultimi rapporti hanno rivelato che su 130 filiali dell’azienda, un terzo è in aree off-shore: 38 operano nelle British Virgin Islands, cinque alle Mauritius e una in Lussemburgo.

I PRESTITI BEI TRAMITE I PARADISI FISCALI - 2011-2013 Fonte: Cee bankWatCh netWork

Titolo del progetto DASoS Timerland Fun II I & P Capital III

Progression eastern African Microfinance equity Fund Investec Climate Action FL ecoenterprises Fund II Crescent Clean energy Fund Turkey

Fund for the Mediterranean Region II

Data 2/01/2013

29/12/2012

20/12/2011

28/10/2011 7/12/2011 5/10/2011

20/12/2012

21/12/2011

Luogo Internazionale Africa

Africa dell’est

Settore Agricoltura Servizi

Servizi

Sud Africa energia America Latina Agricoltura Turchia, Turkmenistan, energia Bulgaria, Armenia Nord Africa

Servizi

Cliente Dasos Capital

I&P Management

Progression eastern African Microfinance equity Fund Investec ecoenterprises Crescent capital

Mediterrania Capital Partners

Capital North Africa Venture Fund II The Palestine & Lebanon Growth Capital Fund euromena III Fund

21/12/2010

19/12/2013

Nord Africa Servizi Gaza/Cisgiordania Servizi e Libano Nord Africa Servizi

Capital Invest 8fund manager) Ryada enterprise Development (Abraaj Capital) Capital Trust Group (CTG)

Badia Impact Fund

18/12/2012

Giordania

Servizi

Accelerator Technology Holdings

Leapfrog II

30/08/2013

ACP

Servizi

Leapfrog Group Ltd

Commenti Sede in Finlandia, uffici a Singapore Base in Mauritius, recentemente rinominata Adenia Partners

Importo eUR 30m

Londra, Regno Unito Virginia, Usa

eUR 50m eUR 5m

Base alle Mauritius

eUR 8m

Irlanda

eUR 25m

Registrata a Malta

Registrata in Lussemburgo

Abraaj ha sede a Dubai

CTG incorporata a Lussemburgo Accelerator Technology Holdings è registrato in Guernsey e agisce attraverso un gruppo di aziende con sede in Bahrain e Giordania LeapFrog Investments è situata alle Mauritius

Per gentile concessione di una elaborazione di Laurens Bielen, Cee Bankwatch Network, sulla base di dati ufficiali Bei. Non è, tuttavia, un elenco esaustivo. 26

eUR 12m

eUR 20m

eUR 10m

eRU 10m

eRU 20m eUR 4m eUR 20m

valori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015


paradisi fiscali finanza etica

«I suoi documenti – spiegano dall’IFJP – mostrano chiaramente che, a fronte di utili per 142 milioni, nell’ultimo decennio ha pagato tasse per 298mila euro». In pratica, lo 0,2%. Irritante ma probabilmente lecito: «Non c’è elemento – ammettono gli stessi analisti di IFJP – che faccia sospettare qualcosa di illegale». L’aspetto più controverso è forse un altro: il fondo Qalaa ha infatti ricevuto centinaia di milioni di prestiti da parte della Banca Europea degli Investimenti, istituzione pubblica che dovrebbe servire a offrire finanziamenti a lungo termine per lo sviluppo europeo e dei Paesi limitrofi (vedi Box ). Quei soldi hanno rimpinguato conti correnti nelle Isole Vergini. E la storia della relazione fra Qalaa e la Bei ha finito per sollevare un vespaio di polemiche sull’efficacia delle norme anti-evasione approvate ormai sei anni fa. Un recente rapporto – “Towards a responsible taxation policy for the EIB” (Verso una politica fiscale responsabile per la Bei), prodotto dall’associazione Re:Common e dalla rete europea Counter Balance – ha evidenziato come – nonostante nel 2009 la Bei sia stata la prima istituzione finanziaria internazionale ad avere adottato linee guida specifiche rispetto al tema dei paradisi fiscali, a distanza di più di cinque anni, il suo denaro finisca ancora negli stessi Paesi. Quanti? Difficile dirlo, forse impossibile. «Per un quadro dettagliato – spiega Antonio Tricarico, estensore del rapporto – servirebbe ottenere informazioni su dove sono registrati i beneficiari dei fondi. Ma sulla questione la trasparenza è poca. In più, il 40% del volume di prestiti della Bei avviene tramite intermediari e questo complica le cose». È certo però che il viaggio dei soldi (pubblici) della Bei verso i paradisi fiscali non si è fermato. La Ong CEE Bank-watch Network ha individuato almeno una dozzina di casi relativi al triennio 2011-2013, per un controvalore di oltre 200 milioni (vedi TABeLLA ).

UNA LISTA INSUFFICIENTE Il nodo della questione è nei criteri adottati dalla Bei per inserire gli Stati fra i paradisi fiscali, le cosiddette “giurisdizioni non collaborative (NCJ)”. Quella lista è redatta dal Global Forum per la Trasparenza dell’Ocse. Ma eccezioni e lacune si sprecano. E l’efficacia dello strumento diminuisce. «Tra i paradossi più eclatanti – spiega Tricarico – c’è il fatto che la sede dell’istituzione e alcuni suoi investimenti sono in Lussemburgo, Paese che rientra fra le giurisdizioni non collaborative secondo l’Ocse». Una situazione imbarazzante ma in qualche modo risolvibile: «Serve indubbiamente un comportamento attivo da parte della Bei», prosegue Trivalori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015

164 miLiardi di risorse deGLi stati memBri

«La Banca europea per gli investimenti ha il compito di contribuire, facendo appello al mercato dei capitali e alle proprie risorse, allo sviluppo equilibrato e senza scosse del mercato comune nell’interesse della Comunità. A tal fine facilita, mediante la concessione di prestiti e garanzie, senza perseguire scopi di lucro, il finanziamento dei seguenti progetti in tutti i settori dell’economia: per la valorizzazione delle regioni meno sviluppate; per l’ammodernamento o la riconversione d’impresa oppure la creazione di nuove attività richieste dalla graduale realizzazione del mercato comune; per iniziative d’interesse comune per più Stati membri». Sono le parole dell’articolo 198E del Trattato di Maastricht che aggiornava le competenze della Bei, creata nel 1957 con il Trattato di Roma. Ma la Banca opera anche al di fuori dei Paesi Ue, per attuare le politiche di cooperazione previste da trattati e accordi che legano la Ue a circa 130 Paesi. Membri della Bei sono gli Stati dell’Unione europea, che ne hanno sottoscritto il capitale sociale. Tale somma è attualmente pari a quasi 164 miliardi di euro, suddiviso in quote e ripartite tra gli Stati in considerazione di fattori economici e politici (l’Italia partecipa oggi con il 16%). La sede è in Lussemburgo ma uffici della banca si trovano anche ad Atene, Berlino, Bruxelles, Lisbona, Londra, Madrid, Parigi, Roma e Il Cairo.

un miLione di cittadini per dire no aLLe società di comodo

un milione di firme entro il 1° ottobre per una petizione europea che chiede di neutralizzare le “società schermo”, create con il solo obiettivo di evadere il fisco o riciclare denaro sporco. Grazie ad esse, i reali beneficiari rimangono nell’ombra, nascosti dietro dei prestanomi. L’obiettivo è stato lanciato dall’European Citizen’s Initiative, cartello di associazioni impegnate nella lotta contro i paradisi fiscali e per un sistema di tassazione internazionale più giusto e trasparente. Le firme dovranno pervenire da almeno sette Stati membri ed essere raccolte attraverso l’apposito sito protetto della Commissione europea (il link è disponibile su www.transparencyforall.org). Potranno aderire tutti i cittadini europei over 18. «L’infiltrazione dell’economia lecita da parte di flussi finanziari di origine criminale – spiega Chantal Cutajar, direttrice del gruppo di ricerca sul crimine organizzato all’Università di Strasburgo – minaccia la stabilità del settore finanziario e del mercato interno. Per neutralizzarla, le informazioni sui beneficiari reali delle società devono essere disponibili. La trasparenza deve pertanto essere disciplinata uniformemente su scala europea, nel quadro di uno strumento giuridico di diritto delle società». [em.is.]

carico. «Prima di concedere un prestito deve svolgere una seria indagine sui richiedenti per capire chi sarebbero i reali beneficiari. E c’è poi uno strumento potenzialmente molto efficace: il country by country reporting». In pratica, qualsiasi società o impresa che voglia accedere ai finanziamenti Bei dovrebbe presentare un rapporto con i bilanci aziendali disaggregati per ogni singolo Stato. «In questo modo si potrebbe sapere quale parte del fatturato societario è in Paesi offshore». ✱ 27


30

valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


economia solidale i pirati nel piatto

La Patria del crimine è in alto mare di Emanuele Isonio

Il fenomeno della pesca illegale ha raggiunto ormai dimensioni planetarie. 29 miliardi di tonnellate per un valore di quasi 50 miliardi. Il danno è duplice: ai concorrenti onesti e all’ambiente

C

onvenzioni internazionali ridotte a carta straccia, obblighi nazionali aggirati, carichi di merce trasferiti da una nave all’altra per “lavarli” come si fa con il denaro sporco, catture illecite spacciate per legali, ufficiali resi muti a suon di mazzette, equipaggi minacciati e ridotti in condizione di schiavitù. E ovviamente tanta, tantissima evasione fiscale che danneggia le economie nazionali e gli operatori regolari. Lontano dalle coste e in giro per mari e oceani, la criminalità organizzata pare aver trovato l’habitat perfetto per fare affari d’oro. In termine tecnico, si parla

«L'ITALIA FERMI LA PESCA ECCESSIVA NELLO STRETTO DI SICILIA»

Prendere misure contro la pesca illegale nel Canale di Sicilia e appoggiare un piano di gestione per fermare la pesca eccessiva. Il destinatario dell'appello, lanciato dalla Ong internazionale Oceana, è il nostro Paese, che, secondo le informazioni raccolte dagli analisti dell'organizzazione, starebbe agendo a livello europeo per bloccare tutte le possibili misure necessarie al recupero efficace degli stock ittici sovrapescati e alla prevenzione della pesca degli esemplari più giovani. Di tali catture sarebbero infatti responsabili, per oltre il 50% dei casi, i pescherecci italiani. «Gli scienziati – osserva Lasse Gustavsson, direttore esecutivo di Oceana in Europa – hanno valutato che per il recupero di una risorsa ittica è necessaria una riduzione della pesca fino al 70% per specie come il nasello e il gambero rosa, insieme alla protezione degli esemplari giovanili. Domani tali misure potrebbero essere molto più stringenti e drastiche. Sta al governo italiano e ai rappresentanti del settore intervenire subito. Una visione cieca, che si rifiuti di farlo, produrrà unicamente una scelta dannosa». Quanto avviene nel Canale di Sicilia è direttamente legato alle attività della flotta italiana. Hanno il tricolore a poppa oltre il 75% delle barche operanti in quell'area. E i nostri pescherecci, insieme a quelli maltesi e tunisini, pescano l'80% del gambero rosa. 36

di “pesca INN”: illegale, non dichiarata, non regolamentata (vedi GLOSSARIO ). In pratica: una serie quasi infinita di attività illecite per un fatturato a dieci zeri.

820 CHILI DI PESCE RUBATI OGNI SECONDO La fotografia è stata presentata a Doha dalle organizzazioni The Black Fish e The Global Initiative Against Transnational Organized Crime durante il 13° congresso Onu sulla prevenzione del crimine. L’impatto economico è probabilmente difficile da immaginare per chi non è addetto ai lavori: tra il 10 e il 22% del pescato globale proviene dalla pesca illegale. «In pratica – fanno notare i tecnici di PEW Charitable Trusts – vengono “rubati” 892 chili di pesce ogni secondo». In termini economici, ogni anno vengono sottratti ai pescatori onesti tra i 10 e i 30 miliardi di dollari. In Europa la situazione è anche peggiore: le stime indicano che la metà di tutti i prodotti ittici immessi in commercio finisce per foraggiare in qualche modo la criminalità organizzata. La Commissione europea calcola che le importazioni di pesce “pirata” nella Ue ammontino a più di 1,1 miliardi di euro ogni anno.

I CONTORNI DI UN FENOMENO GLOBALE «La pesca illegale – spiega Teale N. Phelps Bondaroff, che ha coordinato il gruppo di ricerca – porta grandi flotte in ogni angolo del globo. Queste ultime impiegano strategie sofisticate e coordinate per smerciare pesce e denaro e per evadere il fisco. Se riescono a portare avanti queste attività è perché violano ogni norma a tutela del valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


economia solidale trivelle contestate

Il pozzo dei desideri Eni ancora a caccia di petrolio nel Novarese. Contro un intero territorio, preoccupato per l’ambiente e l’economia locale fondata sull’agroalimentare di pregio. Ma lo Sblocca Italia potrebbe renderne ignorabile il parere

FOTO ANTONIO RINALDI

di Corrado Fontana

Specchio d’acqua nei pressi di Carpignano Sesia.

«C’

è un migliaio di aziende intorno a Carpignano Sesia, il 30% delle quali lavora nell’agroalimentare con centinaia di addetti: è l’unico settore in attivo nella provincia di Novara. Il nostro petrolio è questo»: non ha dubbi Salvatore Fiori, architetto per professione, ora responsabile della commissione tecnica del comitato DNT (Difesa Nostro Territorio) che, grazie all’impegno di esperti di geologia, impatto ambientale, attività petrolifere, cerca di opporsi al nuovo tentativo dell’Eni di realizzare un pozzo (innanzitutto esplorativo) di petrolio. Il tono è acceso, le argomentazioni sono chiare: il progetto nel suo Comune non s’ha da fare.

UN DECRETO SU MISURA La Divisione Esplorazione & Produzione della compagnia petrolifera nazionale aveva già pre38

sentato una richiesta per un pozzo esplorativo in prossimità del fiume Sesia nel 2012. Allora dovette però recedere, dopo aver trovato l’opposizione netta e unanime di un intero territorio, attraverso le associazioni ambientaliste e di categoria, le imprese e gli enti locali (a partire dalla Regione Piemonte, allora presieduta dal leghista Roberto Cota): tra aprile 2012 e maggio 2013 fioccarono delibere e ordini del giorno contrari dalle amministrazioni comunali di Ghemme, Sillavengo, Ghislarengo, Fara Novarese, Briona, Arborio, Novara, e dalle Province di Novara e Vercelli. La regione giudicò lacunoso il progetto e chiese a Eni delle integrazioni, ma la compagnia accettò le critiche e si ritirò. Fino a quando non è tornata alla carica nel dicembre 2014 con un nuovo progetto, ricollocato però tra Fara Novarese e Carpignano Sesia. Un ritorno in uno scenario politico-normativo cambiato radicalmente: «Nel frattempo – spiega Isabella Baccalaro, avvocato attivo nel DNT – è stato approvato il decreto Sblocca Italia, che attribuisce alla Regione un parere esclusivamente consultivo, lasciando al ministero dell’Ambiente la valutazione di impatto ambientale e al governo la decisione finale su queste materie». Così, dopo oltre due anni, il comitato ritrova nel nuovo progetto le criticità precedenti e non cede. «Il pozzo – prosegue Baccalaro – si troverebbe a pochissima distanza dalle case, dall’acquedotto di Novara e anche da un giacimento di acqua profonda considerato un serbatoio, uno dei sei principali del Piemonte, preziosissimo per il futuro dell’approvvigionamento di acqua potabile di un territorio molto vasto. Per non dire del rischio per le produzioni di vino Doc e Docg (Fara, Lessona, Gattinara, Ghemme) e salumi, formaggi, miele valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


trivelle contestate economia solidale

d’acacia, con annessi benefici occupazionali (circa 600 persone, ndr)». Il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino avrebbe dichiarato al DNT di considerare prioritaria la contrarietà del territorio. E la Regione, come già fece l’amministrazione precedente, ha chiesto a Eni alcune integrazioni anche al nuovo documento, su diversi punti, come ad esempio la mancanza di uno studio sufficientemente approfondito dei rischi di inquinamento della falda.

POCHE CERTEZZE, SOLO RISCHI E se varie sono le problematiche tecniche legate alla trivellazione, uno pare essere il nodo principale, quello del rapporto tra costi e benefici: tutti da calcolare e, soprattutto, da attribuire. Stando al dossier raccolto dal DNT, il petrolio stimato nel giacimento di Carpignano 1 basterebbe infatti ad appena due mesi di consumo nazionale d’idrocarburi. Ben poca cosa se ciò può minacciare sia un’economia di prodotti d’eccellenza che l’integrità delle falde acquifere, a rischio di contaminazione da parte dei fanghi prodotti durante l’esplorazione. Salvatore Fiori afferma infatti che, nonostante le rassicurazioni di Eni (vedi ARTICOLO ), le guaine protettive che dovrebbero isolare lo scavo non offrono garanzie sufficienti; né si potrebbe conoscere la vera natura dell’eventuale inquinamento causato da fanghi la cui composizione è coperta da segreto industriale. Una preoccupazione confermata da Marco Innocenti, vicepresidente dell’Ordine dei Geologi del Piemonte

«ENI RINUNCIA SE LA REGIONE SI OPPONE» di Corrado Fontana

La compagnia rassicura gli abitanti e mette sul piatto il tema-occupazione: «Carpignano serve a far vivere il Centro Olio di Trecate» L’unica cosa certa è che «senza il consenso della comunità locale, rappresentata dalla Regione Piemonte, Eni non porterà avanti il progetto». La conferma arriva dall’ufficio stampa della compagnia, che tuttavia valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

secondo cui l’aspetto idrogeologico è «in termini strettamente geologici, quello cui associare i maggiori rischi, poiché la trivellazione profonda del pozzo di ricerca petrolifera creerà le condizioni per una possibile comunicazione tra la superficie e gli acquiferi più profondi, soggetti a particolare tutela e a norme di salvaguardia, solitamente utilizzati per scopi di approvvigionamento di acqua potabile dai vari enti locali di gestione acquedottistica, e quindi una via attraverso la quale possono potenzialmente veicolarsi inquinanti di vario tipo». C’è poi da considerare la qualità del petrolio di Carpignano Sesia, che non dovrebbe essere diversa da quella del vicino pozzo di Trecate (in esauri-

sottolinea come l’eventuale pozzo di Carpignano 1 servirebbe anche a non chiudere quello in esaurimento nella vicina Trecate. Un tema forte che Eni propone come una prospettiva di salvataggio per gli occupati, e che il DNT legge invece come la paura di dover sostenere gli alti costi dello smantellamento. Ma se sulla capacità del pozzo in rapporto al fabbisogno (Eni parla di una produzione prevista che «potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico di consumo annuale di tutta la provincia di Torino per 20 anni») le stime sono tanto volatili da non creare grandi divergenze (Eni indicava 180 milioni di barili di volume nella sua valutazione più recente del giacimento, seguita ad altre assai differenti), ad accendere il dibattito è la questione dei rischi. Secondo la compagnia infatti «le attività di perforazione come quella prevista a Carpignano non comportano alcun rischio

La carta dei siti naturalistici e agroalimentari nell’area dei pozzi.

sismico» e soprattutto non esiste alcun rischio di contaminazione delle falde acquifere profonde, «grazie alle molteplici misure progettuali e alle migliori tecnologie messe in atto. Inoltre, non sarà presente alcuna emissione in atmosfera, poiché nel caso di messa in produzione del giacimento non sarà realizzato alcun impianto di trattamento e il greggio sarà inviato tramite oleodotto direttamente al Centro Olio di Trecate». Oleodotto che per Eni sarà un modo di ridurre l’impatto ambientale e sociale, mentre il DNT ritiene la sua realizzazione un’ipotesi non credibile. Sull’accusa di scarsa qualità dell'olio estraibile dal nuovo pozzo Eni infine precisa: «dal punto di vista tecnico, il petrolio si classifica in gradi Api, che ne misurano la leggerezza. Olii pesanti presentano meno di 10 gradi Api. L’olio di Trecate presenta 42 gradi Api, quindi è un olio leggero e pregiato». ✱ 39


fotoracconto 04/04

Non appaia dissacrante ma beghe finanziarie e maneggioni senza scrupoli sono alla base anche di due celebri commedie. Ed ecco quindi, in alto, un momento memorabile di Pretty Woman (1990, pellicola romantica per eccellenza, 463 milioni di dollari d’incasso), quando Richard Gere sta per spendere una “spudorata” somma di denaro per rifare il guardaroba a Julia Roberts. Quello che spesso si dimentica è che quei soldi provenivano da attività speculative: l’affarista da lui interpretato faceva milioni speculando su aziende sull'orlo del fallimento, che lui acquistava (anche con la complicità di politici compiacenti) per poi rivenderle in piccole parti.

A destra, Eddie Murphy insieme a Dan Aykroyd è il protagonista di Una poltrona per due di John Landis (1983). Film spassosissimo in cui i poveri (e i ricchi diventati poveri) riducono sul lastrico una coppia di super-Paperoni che, per diletto e per una modica scommessa (un dollaro), tentano di dimostrare una teoria: trasformare un affermato manager in un criminale facendogli terra bruciata attorno e, nel contempo, fare di un ladruncolo il loro più fidato braccio destro. Non ci riusciranno. I “buoni” per una volta vinceranno: d’altronde è un tipico film di Natale... 42

PER PRETTY WOMAN: TOUCHSTONE PER UNA POLTRONA PER DUE: PARAMOUNT / UNIVERSAL

valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


internazionale il rapporto segreto

403,1

374,2

62,5 Eolico in mare flottante Fotovoltaico al suolo

Solare termico a concentrazione 0,5

79,1 Eolico in mare

Eolico terrestre

Metanizzazione 8,2

Energia da rifiuti 3,8

26,3 Cogenerazione da legno

27,4

Geotermia 1,2

Fotovoltaico su tetti

190,4

unicamente su solare, eolico, biomasse, geotermia e altre energie pulite. E i costi? Crescerebbero di circa il 50% rispetto ad oggi. Ma sarebbero identici a quelli che si dovrebbero sostenere qualora il nucleare rappresentasse ancora, tra 35 anni, il 50% della produzione di energia (ovvero secondo lo scenario previsto dal governo di Parigi nella recente legge sulla transizione energetica). Ufficialmente, il direttore generale dell’Ademe, Fabrise Boissier, ha dichiarato che, a suo avviso, le ragioni per le quali si era deciso di non pubblicare lo studio non hanno a che fare con la politica. Fatto sta che un’informazione determinante, a pochi mesi dall’avvio della

33,9

Biomassa (esclusi metano) Energie marine

Idroelettrico da laghi (stoccabile)

50,0 0,0

Energia mareomotrice 0,5

150,0 100,0

Idroelettrico (non stoccabile)

PACA

Rhône-Alpes

Picardie

Poitou-Charentes

Pays de la Loire

Nord-Pas-de-Calais

Lorraine

Midi Pyrennées

Limousin

Île-de-France

Languedoc Roussillon

Franche Comté

Eolico Energie idrauliche

Alta Normandia

Centre

Champagne-Ardenne

Bretagne

Bourgogne

Auvergne

Solare Geotermia

Bassa Normandia

10,0

Alsazia

20,0

200,0 43,8

30,0

300,0 250,0

Moto ondoso

40,0

350,0

13,2

50,0

450,0

400,0

Idroeolico

60,0

FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Grafico 2 Produzione massima annuale da rinnovabili (in TWh)

70,0

Aquitania

FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Grafico 1 Produzione aTTuale di enerGia verde (in GW)

Conferenza mondiale sul clima di Parigi (COP21), non era stata diffusa. E il fatto non è stato accolto favorevolmente oltralpe. Anche perché, di spunti, il rapporto dell’Ademe ne fornisce molti. Innanzitutto la questione dei costi del nucleare. Dall’analisi emerge che l’atomo, di fatto, non è competitivo. Un fattore che non sorprende gli esperti, dal momento che, dalle maree in Normandia, all’eolico della Bretagna, fino al solare di Montpellier e Cannes e all’idroelettrico nelle Alpi, la Francia ha l’imbarazzo della scelta in fatto di rinnovabili. Soprattutto, il rapporto spiega che un megawattora in una Francia 100% rinnovabile costerebbe, nel 2050,

Giornalismo, saluTe, ambienTe: l’ue vuole GaranTire seGreTezza alle imPrese? di Andrea Barolini

La Commissione europea sta pensando a una direttiva per riformare il “segreto d’affari”. Le Ong accusano: è scritta con le multinazionali. E temono per la sicurezza dei consumatori Una vasta coalizione di Ong che operano in difesa dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori, della libertà di espressione e del diritto alla salute ha lanciato un mese fa un 46

appello alla protezione dei consumatori, dei giornalisti, dei ricercatori. Nel mirino, una direttiva europea attualmente in discussione a Bruxelles che, qualora fosse approvata, imporrebbe una nuova disciplina in materia di “segreto d’affari”. UN BAVAGLIO AI GIORNALISTI Secondo le associazioni, quella proposta dalla Commissione europea è una definizione eccessivamente ampia, e dunque pericolosa, di ciò che le imprese possono lecitamente nascondere alla collettività, in nome del segreto industriale. «Non sorprende in

questo senso che la disciplina sia stata elaborata in stretta collaborazione con alcune multinazionali, che la sostengono fortemente», hanno spiegato le Ong, secondo le quali la proposta di direttiva deve essere emendata, poiché il testo attuale «pone una seria minaccia alla libertà di espressione, non permettendo di proteggere né i giornalisti, né i whistleblowers (coloro che, lavorando per un governo o per un’azienda, e scoprendo comportamenti illeciti, decidono di denunciare pubblicamente i fatti, a costo di subire ritorsioni, ndr)». Questi ultimi, infatti, secondo il testo dovrebbero essere in valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


il rapporto segreto internazionale

119 euro tra installazione, manutenzione, stoccaggio e trasporto. Qualora si decidesse di mantenere in funzione le centrali nucleari, e di limitare al 40% la quota di energie pulite (l’idea appunto, del governo), il prezzo per MWh sarebbe inferiore di appena due euro: 117 euro (vedi TABELLA ). Il vantaggio “competitivo” del nucleare sarebbe perciò pari all’1,7% del prezzo totale di 1 MWh. Si tratta di cifre che cambiano le carte in tavola, dal momento che (almeno ufficialmente) lo scetticismo sulle fonti alternative si basa proprio su dubbi economici. Secondo l’associazione NégaWatt, che si batte a favore delle rinnovabili, «la Francia dispone di un considerevole potenziale di produzione da energie pulite, che va ben al di là della domanda domestica», e può scegliere un mix «adattato in funzione delle specificità di ciascuna regione» (vedi GRAFICO 1 ).

Il partito ambientalista Europe Ecologie - Les Verts non ha perso tempo e si è lanciato all’attacco del governo di Manuel Valls. «Piuttosto che tentare di minimizzare la diffusione del rapporto, il governo dovrebbe farlo proprio e accentuare gli sforzi sul tema della transizione energetica», ha spiegato il deputato ecologista Denis Baupin, aggiungendo che i dati dell’Ademe dimostrano che quando si parla di rinnovabili occorre «sconfiggere un tabù». La risposta alle critiche di EELV è arrivata dal ministro dell’Ecologia Ségolène Royal, secondo la quale l’interesse dello studio «non è tanto l’obiettivo» di raggiungere il 100% di energie rinnovabili entro il 2050, quanto quello di conoscere «il costo di ciascuna fonte quando ci si proietta in uno scenario estremo». ✱

UN PASSAGGIO TECNICAMENTE POSSIBILE Inoltre, il rapporto dimostra, dati alla mano, che «il passaggio ad un’elettricità 100% pulita è tecnicamente possibile dal punto di vista della rete elettrica. Quest’ultima dovrà ovviamente essere adattata, ma il costo totale del cambiamento secondo l’analisi dell’Ademe non sarebbe più elevato per i consumatori rispetto al mantenimento dell’opzione nucleare». E non è tutto: lo studio afferma anche che la produzione potenziale da rinnovabili in Francia «calcolata a partire dai fattori regionali di ciascuna filiera» è pari a 1.268 TWh, «ovvero il triplo della domanda annuale di 422 TWh».

grado di provare che «l’ottenimento, l’utilizzo e la divulgazione del segreto d’affari sia stato necessario». È evidente come molto spesso sia estremamente difficile dimostrare tale “necessità”, concetto già di per sé estremamente vago. Il REGALO A BIG PHARMA Ma c’è di più. A ottenere un vero e proprio regalo potrebbero essere le industrie farmaceutiche, che premono affinché tutti gli aspetti dello sviluppo clinico vengano coperti da segreto. «Al contrario – proseguono le associazioni nella lettera aperta – l’accesso ai dati delle ricerche biomediche da parte di autorità di vigilanza, ricercatori e pazienti (in particolare le informazioni riguardanti l’efficacia dei trattamenti e gli effetti indesiderati) sono essenziali per provalori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

Tabella cosTo (€/mWh) Per l’enerGia consumaTa in francia secondo diversi aPPorTi di enerGia rinnovabile FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Costo dell’energia consumata €/MWh

100% ENR

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teggere la sicurezza, per portare avanti ricerche approfondite e analisi indipendenti. Esse permettono, ad esempio, di evitare di spendere risorse pubbliche per terapie che in realtà non sono più efficaci dei trattamenti esistenti». Inoltre, spiegano, la divulgazione dei dati permette controlli finalizzati a evitare «metodi di sperimentazioni contrari all’etica». La proposta di direttiva, inoltre, rischia di porre seri problemi anche dal punto di vista della difesa dell’ambiente. Richiamandosi alla Convenzione di Aarhus (trattato sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale), le associazioni ricordano che le autorità pubbliche «non possono mantenere segreti i dati riguardanti le emissioni nocive per

95% ENR

116

80% ENR

113

40% ENR

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l’ambiente», e che gli Stati stessi esigono «una diffusione ampia» anche da parte delle imprese private. Sarebbe pertanto paradossale se le aziende potessero «utilizzare la direttiva per rifiutarsi di divulgare informazioni sui prodotti pericolosi, come ad esempio quelli chimici contenuti nelle plastiche, nei capi di abbigliamento o nei detersivi». Infine, le organizzazioni non governative lanciano un allarme legato alla sicurezza alimentare. Ad oggi, l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza degli alimenti) è incaricata di effettuare controlli sui rischi associati ai prodotti che mangiamo: «Per questo è necessario che i dati su cui si basa l’organismo di vigilanza nelle sue valutazioni siano esclusi dalla direttiva», altrimenti «le ricerche aperte e collaborative diventeranno sempre più difficili nell’Unione europea». ✱ 47


internazionale analisi post-voto

Nebbia sulla Manica Il Continente è isolato di Paola Baiocchi

I risultati elettorali hanno rinvigorito il vecchio riflesso inglese di vedersi al centro del mondo: forti della maggioranza che permette un governo monocolore, i Tories vogliono rinegoziare gli accordi con la Ue

I

risultati delle elezioni inglesi di maggio sono noti: hanno vinto i Conservatori, o per meglio dire ha vinto Cameron, come titolavano tutti i giornali nazionali e internazionali a cui piace sempre di più la “leaderizzazione” della politica e gli “uomini forti, soli al comando”. Chi ha “sbancato” in questa tornata elettorale è stato, in realtà, il terzo classificato tra i partiti: lo Scottish National Party (Snp) degli indipendentisti scozzesi, ha conquistato 56 seggi su 59 (cinquanta in più rispetto alle precedenti elezioni del 2010), determinando la disfatta dei laburisti. Cosa resta ora delle elezioni generali britanniche? L’ammirazione dei nostri giornali perché lo

DI GIOVEDì ANDAVAMO ALLA POLLING STATION

Paese che vai, usanze che trovi. Come la scelta del giorno in cui votare, che in Italia è sempre stato di domenica (con una coda, in alcuni periodi, fino al lunedì a pranzo), ma negli Stati Uniti per le elezioni presidenziali è il primo martedì di novembre. È così dal 1845, quando il Congresso ha deciso una data unica per tutti gli Stati, scegliendola in modo che gli elettori che dovevano compiere lunghi tragitti a cavallo o in carrozza non fossero costretti a partire di domenica, saltando le funzioni religiose. Non andava bene neanche il mercoledì, perché giorno di mercato, e nemmeno il giovedì, perché non si poteva chiedere ai contadini di perdere proprio la giornata più intensa di lavoro. Ora che i mezzi di trasporto sono molto cambiati, la collocazione al martedì è indicata come una delle cause dell'alto astensionismo statunitense, ma non si riesce a spostare l'election day nel fine settimana, né tantomeno a cambiare il sistema elettorale. In Gran Bretagna sembra che si sia votato sempre di giovedì, tranne martedì 27 ottobre 1931. Il motivo è collegato alla consuetudine della consegna settimanale del salario: visto che il venerdì è giorno di paga, nella giornata precedente si presume che le tasche dei lavoratori siano vuote e quindi non abbiano la tentazione di andare a ubriacarsi al pub, disertando le stazioni elettorali collocate un po' dappertutto. Anche nei pub, nelle lavanderie a gettone e negli asili nido. [Pa.Bai.] 48

sconfitto Ed Miliband, senza accampare scuse risibili, ha immediatamente presentato le dimissioni dalla guida del partito, lasciandolo libero di ripensare le scelte politiche e di riorganizzarsi. Anche Nigel Farage ha presentato le sue dimissioni che, però, non sono state accettate, pur avendo l’United Kingdom Independence Party (Ukip) conquistato un solo seggio. Trattandosi però di un movimento costruito sul leader, un po’ come Forza Italia su Berlusconi, le sue dimissioni avrebbero portato allo sfaldamento della compagine, non esistendo ancora dirigenti che lo possano sostituire. Ci sono da registrare anche alcune reazioni entusiastiche sulla nostra stampa, a proposito della “governabilità” conquistata dai Conservatori con solo il 36,9% dei voti: secondo alcuni giornalisti nostrani il maggioritario sarebbe un ottimo motivo per consegnare la patente di vera democrazia alla Gran Bretagna, anche se resterebbe un po’ sacrificata la “rappresentatività”. In periodo di Italicum questo genere di commenti giornalistici sa tanto di consenso “tangente”: si parla bene del maggioritario inglese perché si porta acqua al mulino della legge elettorale del governo Renzi. Quella che Luciano Canfora ha recentemente definito il “bi-porcellum”.

UN SUCCESSO DETERMINATO DAL SISTEMA Guardando con più attenzione i numeri di questo rinnovo della Camera dei Comuni, l’unico dei due rami del Parlamento eletto a suffragio universale e legato da rapporto fiduciario con il governo (l’altro ramo è la Camera dei Lord, composta da membri ereditari o nominati dal sovrano e sprovvista del valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


imprese nel fango internazionale

rendiconTazione e TrasParenza. la sec non decide sulla “1504” di Matteo Cavallito

Una sezione del Dodd-Frank Act Usa impone alle aziende di rivelare gli accordi con i governi locali per sfruttare le risorse naturali. Ma il regolamento attuativo non arriverà prima dell’anno prossimo Non c'è solo la “sezione 1502” a irritare le multinazionali statunitensi quotate in Borsa. Un'altra norma della Dodd-Frank Act, la legge di riforma dei mercati finanziari approvata negli Stati Uniti nel 2010 e tuttora in fase di lenta implementazione, impone di rendere noti i pagamenti effettuati ai governi di ciascun Paese evidenziando così i dettagli sugli accordi fiscali e i prezzi delle concessioni allo sfruttamento delle risorse locali, con ovvie ricadute positive in termini di trasparenza. È la “sezione 1504”: ad esserne interessate le corporation quotate del settore gas, petrolio e risorse minerarie. Ma l'obbligo, al momento, resta di fatto vacante in attesa di un intervento risolutivo della SEC, la commissione di

in cui i minerali sono stati estratti; il 41% non ha dimostrato di avere avuto finora una politica interna per identificare i rischi nella catena di fornitura; nessuna società ha infine divulgato un esempio concreto di rischio nella propria filiera, mentre molte hanno affermato di non poter escludere che proprio i minerali di cui si approvvigionano servano a portare sostegno ai gruppi armati congolesi.

L’ALLERGIA PER LE REGOLE Un quadro con qualche luce e molte ombre che la Sezione 1502 contribuirà a migliorare, se supererà l’ostracismo di chi invece teme possa diventare un modello da diffondere. Tant’è che la norma ha subìto una decisa opposizione nelle aule di tribunale del District of Columbia (cioè di Washington). Nel mese di ottobre 2012 tre associazioni di industriali – la Camera di Commercio Usa, la National Association of Manufacturers e la Business Roundtable – ne hanno chiesto la cancellazione, sostenendo che la sua applicazione fosse eccessivamente gravosa e costosa per le aziende. Un parere considerato inconsistente dalla Corte d’Appello ad aprile 2014, ribadendo una sentenza negativa contro cui gli imprenditori avevano fatto appello. Ma da questo iter processuale è scaturito un frutto avvelenato: la SEC valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

vigilanza sulle operazioni di borsa chiamata a definire la regola attuativa della norma. La SEC aveva approvato una prima versione del regolamento nell’agosto 2012 scontrandosi con l’opposizione delle imprese del settore e delle organizzazioni di categoria. Nell’agosto dello stesso anno, l’American Petroleum Institute aveva impugnato la norma in tribunale aprendo così la strada alla contesa legale. Nel luglio 2013 la Corte distrettuale di Washington D.C. ha invalidato il regolamento attuativo accogliendo alcune eccezioni sollevate dai querelanti tra cui la presunta necessità di proteggere informazioni riservate per evitare un danno commerciale e l’incompatibilità della stessa “sezione 1504” con alcune norme nazionali sulla tutela dei dati “sensibili” (come le leggi in materia previste in Angola, Camerun, Cina e Qatar). La norma generale, in linea di principio, è stata confermata ma la sentenza ha imposto alla SEC una modifica della regola che al momento, tuttavia, tarda ad arrivare. Nel maggio 2014, ha ricordato il Wall Street Journal, la SEC aveva ipotizzato di poter approvare la norma definitiva entro il marzo 2015 salvo poi posporre la data all’ottobre di quest’anno. A marzo, ha riferito ancora il WSJ, la stessa authority ha posticipato ulteriormente la scadenza alla primavera del 2016. ✱

le analisi della SACE: Congo instabile e sempre più legato alla Cina

«Le elezioni del 2011 non hanno portato a una risoluzione definitiva delle criticità che hanno spinto il Paese alla guerra civile terminata nel 2003». La valutazione è della SACE, entità controllata da Cassa depositi e prestiti, che assicura gli investimenti delle imprese italiane nel mondo. Nella sua scheda-Paese, la società attribuisce alla Repubblica Democratica del Congo un 82% di rischio di guerra civile e disordini. «I temi etnici, quelli relativi al controllo sul territorio nelle aree orientali del Paese, la riforma dell’esercito devono ancora essere affrontati dal governo, e potrebbero essere fonte di instabilità nel futuro. Sul fronte internazionale – spiega ancora la SACE – permangono tensioni con l'Angola, soprattutto a causa di una disputa relativa alle frontiere marittime e ai giacimenti petroliferi offshore. Il legame tra RDC e Cina continua a intensificarsi sul piano militare e commerciale: attualmente quasi la metà delle esportazioni del Paese sono dirette al mercato cinese e l’80% degli impianti di lavorazione dei minerali in Katanga sono di proprietà di aziende cinesi».

ha infatti emanato nuove linee guida, che impongono di far valutare i report delle società da parte di un ente terzo solo se una compagnia sceglie di indicare un proprio prodotto come DRC conflict free, cioè di cui garantisca esplicitamente l’assenza di componenti provenienti dall’area di guerra della RDC. In pratica, basterà non farlo per mettersi al riparo da controlli indipendenti. E, finché i consumatori non esigeranno prodotti non realizzati con materie prime provenienti da zone di conflitto, per le grandi aziende non ci sarà vantaggio economico ad apporre tale indicazione. ✱

La cover del rapporto “Digging for Transparency” di Amnesty International e Global Witness 51


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fotoracconto 02/04

Tutto ebbe inizio con Gordon Gekko e la sua frase entrata nella storia («L'avidità, non trovo una parola migliore, è giusta»). Personaggio fittizio ma che ha spinto Forbes a dedicargli una copertina e che è valso a Michael Douglas il suo primo (e finora unico) Oscar come attore: il ritratto dello yuppismo rampante in un’America fieramente reaganiana, in cui conta solo trovare la via più breve per fare soldi. Tanti. Subito. Senza scrupoli né sensi di colpa. Con Wall Street di Oliver Stone, nel 1987 Hollywood scopre che 6

la finanza può essere anche uno straordinario soggetto cinematografico. La realtà della Borsa viene da quel momento, spesso e volentieri, trasformata in campione d’incassi. Registi, autori, eccelsi attori, si sono confrontati con storie e figure di speculatori, broker, lobbisti, avvoltoi dei listini per trovare la cifra stilistica in grado di far arrivare al grande pubblico la pericolosità (la perversione?) di questioni comprensibilmente incomprensibili ai più. Gli anni della crisi, è ovvio, hanno dato una mano enorme alla diffusione di questo tipo

di opere. Accomunati dal tema di fondo ma appartenenti a categorie diverse: non ci sono solo film di denuncia. Molte volte un thriller o, perché no, una commedia hanno saputo raggiungere in pieno l’obiettivo. E nel bagaglio dello spettatore, accese le luci in sala, c’è la consapevolezza che le decisioni finanziarie possono sconvolgere la vita di tutti noi, prima ancora di quella dei protagonisti.

A sinistra, Michael Douglas è Gordon Gekko in Wall Street (1987), disponibile in dvd e blue-ray), di Oliver Stone.

In alto, una scena di Margin Call (2010), opera prima dello scrittore/regista J.C. Chandor. Un thriller sulle scelte degli uomini chiave di una grande banca d’investimenti nelle 24 ore precedenti allo scoppio della crisi del 2008. Sopra, le analisi sulle follie della finanza si trasferiscono in Italia con Il gioiellino di Andrea Molaioli (2011), storia ispirata alle vicende del crac Parmalat.

PER WALL STREET: 20TH CENTURY FOX PER MARGIN CALL: 01 DISTRIBUZIONE PER IL GIOIELLINO: BIM DISTRIBUZIONE

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DOSSIER LA TRUFFA È SERVITA

Manipolazioni dei mercati Epidemia globale di Matteo Cavallito

La truffa dei tassi di riferimento è solo la punta dell’iceberg. Negli ultimi anni le accuse di alterare il mercato hanno investito tutti i comparti finanziari. Anche perché farlo non è mai stato così semplice

2,5

miliardi di dollari. È la cifra sborsata da Deutsche Bank per chiudere le proprie pendenze giudiziarie con quattro diversi organi di controllo di Usa e Regno Unito di fronte all’accusa di manipolazione di tre tassi interbancari: il Libor (calcolato a Londra), l’Euribor (eurozona) e il Tibor (Tokyo). Una frode di mercato che ha coinvolto diversi istituti generando un impatto potenzialmente enorme. Ma anche, e soprattutto, una strategia di rara semplicità basata sull’intesa tra i trader, capace di offrire alle banche guadagni immediati. «Per una banca, muovere l’Euribor a sei mesi significa spostare pochi punti base dal momento che ogni istituto ha una significativa esposizione su prodotti finanziari che garantiscono un certo pagamento, ovvero uno scambio di flussi di cassa, al variare del tasso

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di riferimento» spiega a Valori un analista finanziario che ha chiesto di restare anonimo. «Basta che le banche si mettano d’accordo tra loro – prosegue – e il gioco è fatto. Come dire, oggi io do una mano a te, domani tu dai una mano a me. Oggi prendo io, domani prendi tu. Semplice». Tradotto: piccole alterazioni, grandi guadagni. Un sogno proibito divenuto realtà.

ALLARME GENERALE Negli ultimi anni la vicenda relativa ai tassi non ha costituito certo un caso isolato. A finire nel mirino dei regolatori, ad esempio, è stato anche il mercato valutario, un comparto colossale in cui gli scambi quotidiani, secondo la Financial Conduct Authority (Fca) del Regno Unito ammonterebbero a circa 5,3 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. L’inchiesta è partita nella primavera del 2013 richiamando l’attenzione delle autorità americane ed europee. A maggio, gli istituti Barclays, Citigroup, JP Morgan e RBS si sono dichiarati colpevoli per le accuse di manipolazione sui cambi di euro e dollaro patteggiando una multa complessiva da circa 5 miliardi con la giustizia Usa (nell’accordo rientra anche una sanzione da 550 milioni a UBS per la vicenda Libor). Ma i sospetti, le inchieste e in alcuni casi le sanzioni non hanno risparmiato praticamente nessun comparto. Dal petrolio – con BP, Shell e la norvegese Statoil sotto accusa a New York – ai metalli (platino e palladio, sempre a New York: Goldman Sachs, Hsbc, Standard Bank e Basf dopo la denuncia della Modern Settings, un’impresa del settore dell’oreficeria di base in Florida) passando per l’oro (vedi BOX ) e i titoli di Stato Usa. Un capitolo, quest’ultimo, che ha portato l’attenzione sulle valori / anno 15 n. 129 / giugno 2015


LA TRUFFA È SERVITA DOSSIER

IL MERCATO DELL’ORO? “ALTERATO PER DIECI ANNI”

Dieci anni di manipolazione dei prezzi nel mercato IL PREZZO DELL’ORO DAL 2004 A OGGI London BuLLIon MarkEt aSSocIatIon (LBMa), http://www.LBMa.org.uk/prIcIng-and-StatIStIcS, MaggIo 2015. dell’oro. È la denuncia dello studio della new York FontE: datI In doLLarI pEr oncIa. un’oncIa EquIvaLE a 28,35 graMMI cIrca university’s Stern School of Business condotto dalla 2000 1896.5 docente Rosa Abrantes-Metz e dal managing director di Moody’s investors Service, Albert Metz, alla fi- 1800 ne del 2013. Tutto ruota attorno al cosiddetto London 1600 gold fix, il valore di mercato utilizzato come indicato- 1400 re principale dai grandi operatori del settore (imprese 1200 minerarie e i gioiellieri oltre ovviamente alle banche 1000 centrali). A calcolarlo ci pensano cinque diverse ban800 che – Barclays, Deutsche Bank, Bank of nova Scotia, 600 HSBC Holdings Plc e Société générale – che, due vol400 373,5 te al giorno, alle 10.30 e alle 15, si collegano via tele200 Gen 04 Gen 05 Gen 06 Gen 07 Gen 08 Gen 09 Gen 10 Gen 11 Gen 12 Gen 13 Gen 14 Gen 15 fono per dichiarare la quantità di oro che intendono acquistare a un determinato prezzo. Tutto bene? non esattamente. Perché nel corso delle contrattazioni un’indagine su una decina di istituti tra cui Barclays, Hsbc, JP Morgli stessi istituti possono operare liberamente sul mercato dei futu- gan, Société générale, Credit Suisse e Deutsche Bank. res, i contratti derivati che garantiscono un acquisto differito a un A partire dal 20 marzo scorso, il sistema è stato modificato. Pur baprezzo prefissato e che, come tali, possono essere scambiati sul mer- sandosi ancora sul doppio appuntamento giornaliero (le contrattacato. una possibilità, rilevano da tempo gli osservatori, che garanti- zioni del mattino e del pomeriggio), lo schema di fissazione del prezrebbe ai soggetti coinvolti di poter ottenere profitti ulteriori approfit- zo è ora gestito dalla iCE Benchmark Administration (iBA), un provider tando di un evidente vantaggio informativo. Lo studio, riferiva a fine indipendente (una compagnia britannica controllata dalla statuniten2013 Bloomberg, avrebbe rilevato alcune operazioni sospette nelle se intercontinental Exchange, società che opera nei settori dell’enercontrattazioni avvenute dal 2004 in avanti che avrebbero determina- gia, delle commodities e dei derivati nelle piazze extra borsistiche) to frequenti picchi di prezzo nel pomeriggio e che, a giudizio dei ri- «scelto dopo una consultazione con gli operatori di mercato che forcercatori, renderebbero evidente la presenza di comportamenti scor- nisce la piattaforma, la metodologia e l’intera gestione e governance» retti. il giro d’affari del mercato dell’oro, ricordava ancora Bloomberg, del processo, come ricorda il sito della London Bullion Market Assoammonterebbe a 20mila miliardi di dollari. A febbraio, ha riferito il Wall ciation (LBMA), l’organizzazione internazionale che rappresenta gli Street Journal, il Dipartimento di giustizia degli Stati uniti ha avviato operatori del mercato dell’oro e dell’argento su scala globale.

operazioni compiute nel mondo dell’high-frequency trading (vedi ARTICOLO a pag. 15).

UNA CRESCITA MAI VISTA In molti casi, come si diceva, siamo solo al livello dei sospetti. Ma tanto basta per indurre gli osservatori a una prima riflessione. Tra cartelli illeciti, abuso di informazioni reali (insider trading) e un po’ meno reali (Pump and dump, vedi BOX a pag. 13), e rastrellamenti di titoli e contratti d’ogni sorta, la storia della finanza è notoriamente costellata di frodi memorabili (vedi INFOGRAFICA a pag. 14). Ma la sensazione, di fronte al susseguirsi degli scandali, è che la patologia, per quanto vecchia come il mercato stesso, conosca oggi una recrudescenza mai vista. «C’è stato un tempo in cui per alterare il valore del sottostante era necessario esporsi massicciamente sui derivati, una cosa tutto sommato facile da rilevare da parte delle autorità di controllo» spiega ancora a Valori lo stesso analista. «Di fronte all’attuale dimensione dei mercati finanziari, invece, è sufficiente spostare valori / anno 15 n. 129 / giugno 2015

pochi basis points (centesimi di punto percentuale, ndr) per ottenere grandi guadagni senza fare il minimo rumore». L’ipotesi, insomma, è che la crescita abnorme dei mercati finanziari e l’aumento della complessità degli strumenti abbiano favorito i comportamenti illeciti, divenuti col tempo molto più semplici da attuare e assai più complessi da rilevare. A maggior ragione in un contesto di sostanziale deregulation. «La repressione del fenomeno va bene, quello che non funziona è il monitoraggio» nota ancora l’analista. «Non è un caso che gli scandali scoppino sempre a partire dalle soffiate dei cosiddetti whistleblowers (le “gole profonde”, ndr). La Bce – prosegue – ha creato un sistema assurdo in cui la determinazione dell’Euribor è affidata a un meccanismo d’asta autoregolamentato che coinvolge 43 banche prive di qualsiasi controllo esterno. In queste condizioni la manipolazione è inevitabile. Con il controllo pubblico i comportamenti illeciti sono un rischio, con l’autoregolamentazione privata diventano una certezza». ✱ 11


finanza etica cure a stelle e strisce

Sanità Usa La riforma è zoppa ma abbatte i costi di Paola Baiocchi

Rispetto alla versione iniziale, l’Obamacare ha subito pesanti modifiche. Intanto però calano i non assicurati e la spesa sanitaria cresce di meno. Ma i dubbi sull’efficacia del sistema statunitense rimangono

S

otto il cielo a stelle e strisce c’è un’anatra che appare ancora più zoppa del presidente Barack Obama, uscito sconfitto dalle elezioni di medio termine, che hanno sancito la riconquista da parte repubblicana della maggioranza del Congresso: è la riforma dell’assistenza sanitaria varata dall’attuale inquilino della Casa Bianca, molto malvista e causa di disaffezione anche tra i possibili beneficiari.

La saLute secondo oBama: Limiti ai proFitti e più vincoLi aLLe assicurazioni

affordable care act (aca) o obamacare è la “legge per le cure accessibili” varata dalla presidenza Obama nel 2010, che ha cercato di dare una soluzione ai 50 milioni di statunitensi che non potevano accedere a un’assicurazione sanitaria e ha cercato anche di frenare i peggiori abusi delle compagnie assicurative. Con i nuovi regolamenti i piani salute per i bambini (e fino ai 19 anni) non possono essere più limitati o negati a causa di una patologia preesistente. I giovani fino a 26 anni possono di norma essere coperti dal piano sanitario dei genitori. Le compagnie assicurative non possono più cancellare una copertura, in caso di errore in buona fede. Inoltre sono vietati i limiti di durata sulle nuove polizze, posti di solito dalle assicurazioni per cercare di liberarsi di assicurati che nel frattempo sviluppano malattie costose. Con l’Aca viene riconosciuto ai pazienti il diritto di rinegoziare il piano sanitario, in caso di rifiuto di un pagamento. Le assicurazioni devono giustificare pubblicamente i loro aumenti: viene richiesto alle compagnie di spendere almeno l’80% dell’importo dei premi per l’assistenza sanitaria, contenendo i costi amministrativi e i profitti al 20%. L’Obamacare consente di scegliere il medico di base e di beneficiare di servizi sanitari di prevenzione. Rende possibile rivolgersi al pronto soccorso di un ospedale anche se è al fuori della propria copertura assicurativa. Tuttavia l’Obamacare non copre le spese per i ricoveri ospedalieri e restano al di fuori di ogni copertura assicurativa sanitaria ancora circa 18 milioni di statunitensi. 24

L’Affordable Care Act (Aca), meglio noto come Obamacare (vedi Box ), cavallo di battaglia di Obama nella campagna elettorale del 2008, durante il lungo iter approvativo è passata sotto la pressa delle potenti lobby farmaceutiche e assicurative, uscendone ridimensionata negli intenti e negli effetti. Come condizione per il sostegno alla legge di riforma, afferma Maria Angell, medico e prima direttrice donna del New England journal of medicine, l’industria farmaceutica ha chiesto che venissero mantenute due leggi che Obama, in campagna elettorale, aveva promesso di ribaltare: la prima vieta al programma federale Medicare di usare il suo potere d’acquisto per controllare i prezzi dei farmaci. L’altra proibisce agli statunitensi di importare da altri Paesi medicinali a prezzi più convenienti di quelli di casa. Big Pharma ha inoltre ottenuto che un’altra parte della riforma non vedesse la luce: la possibilità che venisse creata una public option, cioè un’assicurazione federale, in concorrenza con i privati.

AUMENTI IN CALO Le principali disposizioni dell’Obamacare sono entrate in vigore nel 2014 e dalla firma, apposta il 23 marzo 2010, ci vorranno almeno dieci anni perché la portata completa della riforma si esplichi. Sempre che non vengano compiuti passi indietro. I Repubblicani usano infatti la riforma sanitaria come un ariete contro i Democratici, nella corsa alla Casa Bianca del 2016, indicandola come un’indebita ingerenza dello Stato nelle libertà individuali (vedi Box ) e una spesa eccessiva: 849 miliardi di dollari fino al 2015. Anche se il periodo di osservazione sugli effetti della riforma è limitato, qualche dato va analizvalori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015


finanza etica paradisi fiscali

Lotta all’evasione Tante lacune tra i buoni propositi di Emanuele Isonio

Nel 2009 la Banca Europea per gli Investimenti aveva approvato linee guida per evitare che i suoi fondi finissero nei Paesi off-shore. Sei anni dopo però il flusso continua: colpa di criteri di esclusione troppo morbidi

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La copertina del rapporto Towards a Responsible Taxation Policy for the EIB

ev’essere stato un giorno da ricordare, il 31 marzo 2014, per Ahamed Heikal. Per lui, fondatore del fondo d’investimenti egiziano Qalaa, era una sorta di battesimo pubblico davanti a quelli che contano: ad ascoltarlo, l’allora presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, vari commissari (tra cui l’italiano Antonio Tajani), boss delle principali banche d’affari e amministratori di varie multinazionali. Tutti riuniti a Bruxelles per il 5° Business Forum Europa-Africa, con il nobile obiettivo di «coinvolgere il settore privato nella crescita inclusiva e sostenibile» del continente africano. Heikal era lì come rappresentante di un fondo che, dall’alto dei suoi 9,5 miliardi di dollari, doveva rappresentare

un “caso di successo in Africa”. Per i suoi azionisti lo è stato sicuramente: la compagnia, nei primi sei anni di vita, ha garantito loro 2,2 miliardi di utili.

SOLDI PUBBLICI E TASSE ALLO 0,2% A suscitare dubbi è però il modello di business costruito dalla Qalaa ed emerso grazie a un’analisi dell’Illicit Finance Journalism Programme (IFJP) del Tax Justice Network. Il fondo ha infatti sfruttato al massimo i vantaggi assicurati dai paradisi fiscali per pagare molte meno tasse. I suoi ultimi rapporti hanno rivelato che su 130 filiali dell’azienda, un terzo è in aree off-shore: 38 operano nelle British Virgin Islands, cinque alle Mauritius e una in Lussemburgo.

I PRESTITI BEI TRAMITE I PARADISI FISCALI - 2011-2013 Fonte: Cee bankWatCh netWork

Titolo del progetto DASoS Timerland Fun II I & P Capital III

Progression eastern African Microfinance equity Fund Investec Climate Action FL ecoenterprises Fund II Crescent Clean energy Fund Turkey

Fund for the Mediterranean Region II

Data 2/01/2013

29/12/2012

20/12/2011

28/10/2011 7/12/2011 5/10/2011

20/12/2012

21/12/2011

Luogo Internazionale Africa

Africa dell’est

Settore Agricoltura Servizi

Servizi

Sud Africa energia America Latina Agricoltura Turchia, Turkmenistan, energia Bulgaria, Armenia Nord Africa

Servizi

Cliente Dasos Capital

I&P Management

Progression eastern African Microfinance equity Fund Investec ecoenterprises Crescent capital

Mediterrania Capital Partners

Capital North Africa Venture Fund II The Palestine & Lebanon Growth Capital Fund euromena III Fund

21/12/2010

19/12/2013

Nord Africa Servizi Gaza/Cisgiordania Servizi e Libano Nord Africa Servizi

Capital Invest 8fund manager) Ryada enterprise Development (Abraaj Capital) Capital Trust Group (CTG)

Badia Impact Fund

18/12/2012

Giordania

Servizi

Accelerator Technology Holdings

Leapfrog II

30/08/2013

ACP

Servizi

Leapfrog Group Ltd

Commenti Sede in Finlandia, uffici a Singapore Base in Mauritius, recentemente rinominata Adenia Partners

Importo eUR 30m

Londra, Regno Unito Virginia, Usa

eUR 50m eUR 5m

Base alle Mauritius

eUR 8m

Irlanda

eUR 25m

Registrata a Malta

Registrata in Lussemburgo

Abraaj ha sede a Dubai

CTG incorporata a Lussemburgo Accelerator Technology Holdings è registrato in Guernsey e agisce attraverso un gruppo di aziende con sede in Bahrain e Giordania LeapFrog Investments è situata alle Mauritius

Per gentile concessione di una elaborazione di Laurens Bielen, Cee Bankwatch Network, sulla base di dati ufficiali Bei. Non è, tuttavia, un elenco esaustivo. 26

eUR 12m

eUR 20m

eUR 10m

eRU 10m

eRU 20m eUR 4m eUR 20m

valori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015


paradisi fiscali finanza etica

«I suoi documenti – spiegano dall’IFJP – mostrano chiaramente che, a fronte di utili per 142 milioni, nell’ultimo decennio ha pagato tasse per 298mila euro». In pratica, lo 0,2%. Irritante ma probabilmente lecito: «Non c’è elemento – ammettono gli stessi analisti di IFJP – che faccia sospettare qualcosa di illegale». L’aspetto più controverso è forse un altro: il fondo Qalaa ha infatti ricevuto centinaia di milioni di prestiti da parte della Banca Europea degli Investimenti, istituzione pubblica che dovrebbe servire a offrire finanziamenti a lungo termine per lo sviluppo europeo e dei Paesi limitrofi (vedi Box ). Quei soldi hanno rimpinguato conti correnti nelle Isole Vergini. E la storia della relazione fra Qalaa e la Bei ha finito per sollevare un vespaio di polemiche sull’efficacia delle norme anti-evasione approvate ormai sei anni fa. Un recente rapporto – “Towards a responsible taxation policy for the EIB” (Verso una politica fiscale responsabile per la Bei), prodotto dall’associazione Re:Common e dalla rete europea Counter Balance – ha evidenziato come – nonostante nel 2009 la Bei sia stata la prima istituzione finanziaria internazionale ad avere adottato linee guida specifiche rispetto al tema dei paradisi fiscali, a distanza di più di cinque anni, il suo denaro finisca ancora negli stessi Paesi. Quanti? Difficile dirlo, forse impossibile. «Per un quadro dettagliato – spiega Antonio Tricarico, estensore del rapporto – servirebbe ottenere informazioni su dove sono registrati i beneficiari dei fondi. Ma sulla questione la trasparenza è poca. In più, il 40% del volume di prestiti della Bei avviene tramite intermediari e questo complica le cose». È certo però che il viaggio dei soldi (pubblici) della Bei verso i paradisi fiscali non si è fermato. La Ong CEE Bank-watch Network ha individuato almeno una dozzina di casi relativi al triennio 2011-2013, per un controvalore di oltre 200 milioni (vedi TABeLLA ).

UNA LISTA INSUFFICIENTE Il nodo della questione è nei criteri adottati dalla Bei per inserire gli Stati fra i paradisi fiscali, le cosiddette “giurisdizioni non collaborative (NCJ)”. Quella lista è redatta dal Global Forum per la Trasparenza dell’Ocse. Ma eccezioni e lacune si sprecano. E l’efficacia dello strumento diminuisce. «Tra i paradossi più eclatanti – spiega Tricarico – c’è il fatto che la sede dell’istituzione e alcuni suoi investimenti sono in Lussemburgo, Paese che rientra fra le giurisdizioni non collaborative secondo l’Ocse». Una situazione imbarazzante ma in qualche modo risolvibile: «Serve indubbiamente un comportamento attivo da parte della Bei», prosegue Trivalori / anno 15 n. 129 / GIUGNO 2015

164 miLiardi di risorse deGLi stati memBri

«La Banca europea per gli investimenti ha il compito di contribuire, facendo appello al mercato dei capitali e alle proprie risorse, allo sviluppo equilibrato e senza scosse del mercato comune nell’interesse della Comunità. A tal fine facilita, mediante la concessione di prestiti e garanzie, senza perseguire scopi di lucro, il finanziamento dei seguenti progetti in tutti i settori dell’economia: per la valorizzazione delle regioni meno sviluppate; per l’ammodernamento o la riconversione d’impresa oppure la creazione di nuove attività richieste dalla graduale realizzazione del mercato comune; per iniziative d’interesse comune per più Stati membri». Sono le parole dell’articolo 198E del Trattato di Maastricht che aggiornava le competenze della Bei, creata nel 1957 con il Trattato di Roma. Ma la Banca opera anche al di fuori dei Paesi Ue, per attuare le politiche di cooperazione previste da trattati e accordi che legano la Ue a circa 130 Paesi. Membri della Bei sono gli Stati dell’Unione europea, che ne hanno sottoscritto il capitale sociale. Tale somma è attualmente pari a quasi 164 miliardi di euro, suddiviso in quote e ripartite tra gli Stati in considerazione di fattori economici e politici (l’Italia partecipa oggi con il 16%). La sede è in Lussemburgo ma uffici della banca si trovano anche ad Atene, Berlino, Bruxelles, Lisbona, Londra, Madrid, Parigi, Roma e Il Cairo.

un miLione di cittadini per dire no aLLe società di comodo

un milione di firme entro il 1° ottobre per una petizione europea che chiede di neutralizzare le “società schermo”, create con il solo obiettivo di evadere il fisco o riciclare denaro sporco. Grazie ad esse, i reali beneficiari rimangono nell’ombra, nascosti dietro dei prestanomi. L’obiettivo è stato lanciato dall’European Citizen’s Initiative, cartello di associazioni impegnate nella lotta contro i paradisi fiscali e per un sistema di tassazione internazionale più giusto e trasparente. Le firme dovranno pervenire da almeno sette Stati membri ed essere raccolte attraverso l’apposito sito protetto della Commissione europea (il link è disponibile su www.transparencyforall.org). Potranno aderire tutti i cittadini europei over 18. «L’infiltrazione dell’economia lecita da parte di flussi finanziari di origine criminale – spiega Chantal Cutajar, direttrice del gruppo di ricerca sul crimine organizzato all’Università di Strasburgo – minaccia la stabilità del settore finanziario e del mercato interno. Per neutralizzarla, le informazioni sui beneficiari reali delle società devono essere disponibili. La trasparenza deve pertanto essere disciplinata uniformemente su scala europea, nel quadro di uno strumento giuridico di diritto delle società». [em.is.]

carico. «Prima di concedere un prestito deve svolgere una seria indagine sui richiedenti per capire chi sarebbero i reali beneficiari. E c’è poi uno strumento potenzialmente molto efficace: il country by country reporting». In pratica, qualsiasi società o impresa che voglia accedere ai finanziamenti Bei dovrebbe presentare un rapporto con i bilanci aziendali disaggregati per ogni singolo Stato. «In questo modo si potrebbe sapere quale parte del fatturato societario è in Paesi offshore». ✱ 27


30

valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


economia solidale i pirati nel piatto

La Patria del crimine è in alto mare di Emanuele Isonio

Il fenomeno della pesca illegale ha raggiunto ormai dimensioni planetarie. 29 miliardi di tonnellate per un valore di quasi 50 miliardi. Il danno è duplice: ai concorrenti onesti e all’ambiente

C

onvenzioni internazionali ridotte a carta straccia, obblighi nazionali aggirati, carichi di merce trasferiti da una nave all’altra per “lavarli” come si fa con il denaro sporco, catture illecite spacciate per legali, ufficiali resi muti a suon di mazzette, equipaggi minacciati e ridotti in condizione di schiavitù. E ovviamente tanta, tantissima evasione fiscale che danneggia le economie nazionali e gli operatori regolari. Lontano dalle coste e in giro per mari e oceani, la criminalità organizzata pare aver trovato l’habitat perfetto per fare affari d’oro. In termine tecnico, si parla

«L'ITALIA FERMI LA PESCA ECCESSIVA NELLO STRETTO DI SICILIA»

Prendere misure contro la pesca illegale nel Canale di Sicilia e appoggiare un piano di gestione per fermare la pesca eccessiva. Il destinatario dell'appello, lanciato dalla Ong internazionale Oceana, è il nostro Paese, che, secondo le informazioni raccolte dagli analisti dell'organizzazione, starebbe agendo a livello europeo per bloccare tutte le possibili misure necessarie al recupero efficace degli stock ittici sovrapescati e alla prevenzione della pesca degli esemplari più giovani. Di tali catture sarebbero infatti responsabili, per oltre il 50% dei casi, i pescherecci italiani. «Gli scienziati – osserva Lasse Gustavsson, direttore esecutivo di Oceana in Europa – hanno valutato che per il recupero di una risorsa ittica è necessaria una riduzione della pesca fino al 70% per specie come il nasello e il gambero rosa, insieme alla protezione degli esemplari giovanili. Domani tali misure potrebbero essere molto più stringenti e drastiche. Sta al governo italiano e ai rappresentanti del settore intervenire subito. Una visione cieca, che si rifiuti di farlo, produrrà unicamente una scelta dannosa». Quanto avviene nel Canale di Sicilia è direttamente legato alle attività della flotta italiana. Hanno il tricolore a poppa oltre il 75% delle barche operanti in quell'area. E i nostri pescherecci, insieme a quelli maltesi e tunisini, pescano l'80% del gambero rosa. 36

di “pesca INN”: illegale, non dichiarata, non regolamentata (vedi GLOSSARIO ). In pratica: una serie quasi infinita di attività illecite per un fatturato a dieci zeri.

820 CHILI DI PESCE RUBATI OGNI SECONDO La fotografia è stata presentata a Doha dalle organizzazioni The Black Fish e The Global Initiative Against Transnational Organized Crime durante il 13° congresso Onu sulla prevenzione del crimine. L’impatto economico è probabilmente difficile da immaginare per chi non è addetto ai lavori: tra il 10 e il 22% del pescato globale proviene dalla pesca illegale. «In pratica – fanno notare i tecnici di PEW Charitable Trusts – vengono “rubati” 892 chili di pesce ogni secondo». In termini economici, ogni anno vengono sottratti ai pescatori onesti tra i 10 e i 30 miliardi di dollari. In Europa la situazione è anche peggiore: le stime indicano che la metà di tutti i prodotti ittici immessi in commercio finisce per foraggiare in qualche modo la criminalità organizzata. La Commissione europea calcola che le importazioni di pesce “pirata” nella Ue ammontino a più di 1,1 miliardi di euro ogni anno.

I CONTORNI DI UN FENOMENO GLOBALE «La pesca illegale – spiega Teale N. Phelps Bondaroff, che ha coordinato il gruppo di ricerca – porta grandi flotte in ogni angolo del globo. Queste ultime impiegano strategie sofisticate e coordinate per smerciare pesce e denaro e per evadere il fisco. Se riescono a portare avanti queste attività è perché violano ogni norma a tutela del valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


economia solidale trivelle contestate

Il pozzo dei desideri Eni ancora a caccia di petrolio nel Novarese. Contro un intero territorio, preoccupato per l’ambiente e l’economia locale fondata sull’agroalimentare di pregio. Ma lo Sblocca Italia potrebbe renderne ignorabile il parere

FOTO ANTONIO RINALDI

di Corrado Fontana

Specchio d’acqua nei pressi di Carpignano Sesia.

«C’

è un migliaio di aziende intorno a Carpignano Sesia, il 30% delle quali lavora nell’agroalimentare con centinaia di addetti: è l’unico settore in attivo nella provincia di Novara. Il nostro petrolio è questo»: non ha dubbi Salvatore Fiori, architetto per professione, ora responsabile della commissione tecnica del comitato DNT (Difesa Nostro Territorio) che, grazie all’impegno di esperti di geologia, impatto ambientale, attività petrolifere, cerca di opporsi al nuovo tentativo dell’Eni di realizzare un pozzo (innanzitutto esplorativo) di petrolio. Il tono è acceso, le argomentazioni sono chiare: il progetto nel suo Comune non s’ha da fare.

UN DECRETO SU MISURA La Divisione Esplorazione & Produzione della compagnia petrolifera nazionale aveva già pre38

sentato una richiesta per un pozzo esplorativo in prossimità del fiume Sesia nel 2012. Allora dovette però recedere, dopo aver trovato l’opposizione netta e unanime di un intero territorio, attraverso le associazioni ambientaliste e di categoria, le imprese e gli enti locali (a partire dalla Regione Piemonte, allora presieduta dal leghista Roberto Cota): tra aprile 2012 e maggio 2013 fioccarono delibere e ordini del giorno contrari dalle amministrazioni comunali di Ghemme, Sillavengo, Ghislarengo, Fara Novarese, Briona, Arborio, Novara, e dalle Province di Novara e Vercelli. La regione giudicò lacunoso il progetto e chiese a Eni delle integrazioni, ma la compagnia accettò le critiche e si ritirò. Fino a quando non è tornata alla carica nel dicembre 2014 con un nuovo progetto, ricollocato però tra Fara Novarese e Carpignano Sesia. Un ritorno in uno scenario politico-normativo cambiato radicalmente: «Nel frattempo – spiega Isabella Baccalaro, avvocato attivo nel DNT – è stato approvato il decreto Sblocca Italia, che attribuisce alla Regione un parere esclusivamente consultivo, lasciando al ministero dell’Ambiente la valutazione di impatto ambientale e al governo la decisione finale su queste materie». Così, dopo oltre due anni, il comitato ritrova nel nuovo progetto le criticità precedenti e non cede. «Il pozzo – prosegue Baccalaro – si troverebbe a pochissima distanza dalle case, dall’acquedotto di Novara e anche da un giacimento di acqua profonda considerato un serbatoio, uno dei sei principali del Piemonte, preziosissimo per il futuro dell’approvvigionamento di acqua potabile di un territorio molto vasto. Per non dire del rischio per le produzioni di vino Doc e Docg (Fara, Lessona, Gattinara, Ghemme) e salumi, formaggi, miele valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


trivelle contestate economia solidale

d’acacia, con annessi benefici occupazionali (circa 600 persone, ndr)». Il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino avrebbe dichiarato al DNT di considerare prioritaria la contrarietà del territorio. E la Regione, come già fece l’amministrazione precedente, ha chiesto a Eni alcune integrazioni anche al nuovo documento, su diversi punti, come ad esempio la mancanza di uno studio sufficientemente approfondito dei rischi di inquinamento della falda.

POCHE CERTEZZE, SOLO RISCHI E se varie sono le problematiche tecniche legate alla trivellazione, uno pare essere il nodo principale, quello del rapporto tra costi e benefici: tutti da calcolare e, soprattutto, da attribuire. Stando al dossier raccolto dal DNT, il petrolio stimato nel giacimento di Carpignano 1 basterebbe infatti ad appena due mesi di consumo nazionale d’idrocarburi. Ben poca cosa se ciò può minacciare sia un’economia di prodotti d’eccellenza che l’integrità delle falde acquifere, a rischio di contaminazione da parte dei fanghi prodotti durante l’esplorazione. Salvatore Fiori afferma infatti che, nonostante le rassicurazioni di Eni (vedi ARTICOLO ), le guaine protettive che dovrebbero isolare lo scavo non offrono garanzie sufficienti; né si potrebbe conoscere la vera natura dell’eventuale inquinamento causato da fanghi la cui composizione è coperta da segreto industriale. Una preoccupazione confermata da Marco Innocenti, vicepresidente dell’Ordine dei Geologi del Piemonte

«ENI RINUNCIA SE LA REGIONE SI OPPONE» di Corrado Fontana

La compagnia rassicura gli abitanti e mette sul piatto il tema-occupazione: «Carpignano serve a far vivere il Centro Olio di Trecate» L’unica cosa certa è che «senza il consenso della comunità locale, rappresentata dalla Regione Piemonte, Eni non porterà avanti il progetto». La conferma arriva dall’ufficio stampa della compagnia, che tuttavia valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

secondo cui l’aspetto idrogeologico è «in termini strettamente geologici, quello cui associare i maggiori rischi, poiché la trivellazione profonda del pozzo di ricerca petrolifera creerà le condizioni per una possibile comunicazione tra la superficie e gli acquiferi più profondi, soggetti a particolare tutela e a norme di salvaguardia, solitamente utilizzati per scopi di approvvigionamento di acqua potabile dai vari enti locali di gestione acquedottistica, e quindi una via attraverso la quale possono potenzialmente veicolarsi inquinanti di vario tipo». C’è poi da considerare la qualità del petrolio di Carpignano Sesia, che non dovrebbe essere diversa da quella del vicino pozzo di Trecate (in esauri-

sottolinea come l’eventuale pozzo di Carpignano 1 servirebbe anche a non chiudere quello in esaurimento nella vicina Trecate. Un tema forte che Eni propone come una prospettiva di salvataggio per gli occupati, e che il DNT legge invece come la paura di dover sostenere gli alti costi dello smantellamento. Ma se sulla capacità del pozzo in rapporto al fabbisogno (Eni parla di una produzione prevista che «potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico di consumo annuale di tutta la provincia di Torino per 20 anni») le stime sono tanto volatili da non creare grandi divergenze (Eni indicava 180 milioni di barili di volume nella sua valutazione più recente del giacimento, seguita ad altre assai differenti), ad accendere il dibattito è la questione dei rischi. Secondo la compagnia infatti «le attività di perforazione come quella prevista a Carpignano non comportano alcun rischio

La carta dei siti naturalistici e agroalimentari nell’area dei pozzi.

sismico» e soprattutto non esiste alcun rischio di contaminazione delle falde acquifere profonde, «grazie alle molteplici misure progettuali e alle migliori tecnologie messe in atto. Inoltre, non sarà presente alcuna emissione in atmosfera, poiché nel caso di messa in produzione del giacimento non sarà realizzato alcun impianto di trattamento e il greggio sarà inviato tramite oleodotto direttamente al Centro Olio di Trecate». Oleodotto che per Eni sarà un modo di ridurre l’impatto ambientale e sociale, mentre il DNT ritiene la sua realizzazione un’ipotesi non credibile. Sull’accusa di scarsa qualità dell'olio estraibile dal nuovo pozzo Eni infine precisa: «dal punto di vista tecnico, il petrolio si classifica in gradi Api, che ne misurano la leggerezza. Olii pesanti presentano meno di 10 gradi Api. L’olio di Trecate presenta 42 gradi Api, quindi è un olio leggero e pregiato». ✱ 39


fotoracconto 04/04

Non appaia dissacrante ma beghe finanziarie e maneggioni senza scrupoli sono alla base anche di due celebri commedie. Ed ecco quindi, in alto, un momento memorabile di Pretty Woman (1990, pellicola romantica per eccellenza, 463 milioni di dollari d’incasso), quando Richard Gere sta per spendere una “spudorata” somma di denaro per rifare il guardaroba a Julia Roberts. Quello che spesso si dimentica è che quei soldi provenivano da attività speculative: l’affarista da lui interpretato faceva milioni speculando su aziende sull'orlo del fallimento, che lui acquistava (anche con la complicità di politici compiacenti) per poi rivenderle in piccole parti.

A destra, Eddie Murphy insieme a Dan Aykroyd è il protagonista di Una poltrona per due di John Landis (1983). Film spassosissimo in cui i poveri (e i ricchi diventati poveri) riducono sul lastrico una coppia di super-Paperoni che, per diletto e per una modica scommessa (un dollaro), tentano di dimostrare una teoria: trasformare un affermato manager in un criminale facendogli terra bruciata attorno e, nel contempo, fare di un ladruncolo il loro più fidato braccio destro. Non ci riusciranno. I “buoni” per una volta vinceranno: d’altronde è un tipico film di Natale... 42

PER PRETTY WOMAN: TOUCHSTONE PER UNA POLTRONA PER DUE: PARAMOUNT / UNIVERSAL

valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


internazionale il rapporto segreto

403,1

374,2

62,5 Eolico in mare flottante Fotovoltaico al suolo

Solare termico a concentrazione 0,5

79,1 Eolico in mare

Eolico terrestre

Metanizzazione 8,2

Energia da rifiuti 3,8

26,3 Cogenerazione da legno

27,4

Geotermia 1,2

Fotovoltaico su tetti

190,4

unicamente su solare, eolico, biomasse, geotermia e altre energie pulite. E i costi? Crescerebbero di circa il 50% rispetto ad oggi. Ma sarebbero identici a quelli che si dovrebbero sostenere qualora il nucleare rappresentasse ancora, tra 35 anni, il 50% della produzione di energia (ovvero secondo lo scenario previsto dal governo di Parigi nella recente legge sulla transizione energetica). Ufficialmente, il direttore generale dell’Ademe, Fabrise Boissier, ha dichiarato che, a suo avviso, le ragioni per le quali si era deciso di non pubblicare lo studio non hanno a che fare con la politica. Fatto sta che un’informazione determinante, a pochi mesi dall’avvio della

33,9

Biomassa (esclusi metano) Energie marine

Idroelettrico da laghi (stoccabile)

50,0 0,0

Energia mareomotrice 0,5

150,0 100,0

Idroelettrico (non stoccabile)

PACA

Rhône-Alpes

Picardie

Poitou-Charentes

Pays de la Loire

Nord-Pas-de-Calais

Lorraine

Midi Pyrennées

Limousin

Île-de-France

Languedoc Roussillon

Franche Comté

Eolico Energie idrauliche

Alta Normandia

Centre

Champagne-Ardenne

Bretagne

Bourgogne

Auvergne

Solare Geotermia

Bassa Normandia

10,0

Alsazia

20,0

200,0 43,8

30,0

300,0 250,0

Moto ondoso

40,0

350,0

13,2

50,0

450,0

400,0

Idroeolico

60,0

FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Grafico 2 Produzione massima annuale da rinnovabili (in TWh)

70,0

Aquitania

FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Grafico 1 Produzione aTTuale di enerGia verde (in GW)

Conferenza mondiale sul clima di Parigi (COP21), non era stata diffusa. E il fatto non è stato accolto favorevolmente oltralpe. Anche perché, di spunti, il rapporto dell’Ademe ne fornisce molti. Innanzitutto la questione dei costi del nucleare. Dall’analisi emerge che l’atomo, di fatto, non è competitivo. Un fattore che non sorprende gli esperti, dal momento che, dalle maree in Normandia, all’eolico della Bretagna, fino al solare di Montpellier e Cannes e all’idroelettrico nelle Alpi, la Francia ha l’imbarazzo della scelta in fatto di rinnovabili. Soprattutto, il rapporto spiega che un megawattora in una Francia 100% rinnovabile costerebbe, nel 2050,

Giornalismo, saluTe, ambienTe: l’ue vuole GaranTire seGreTezza alle imPrese? di Andrea Barolini

La Commissione europea sta pensando a una direttiva per riformare il “segreto d’affari”. Le Ong accusano: è scritta con le multinazionali. E temono per la sicurezza dei consumatori Una vasta coalizione di Ong che operano in difesa dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori, della libertà di espressione e del diritto alla salute ha lanciato un mese fa un 46

appello alla protezione dei consumatori, dei giornalisti, dei ricercatori. Nel mirino, una direttiva europea attualmente in discussione a Bruxelles che, qualora fosse approvata, imporrebbe una nuova disciplina in materia di “segreto d’affari”. UN BAVAGLIO AI GIORNALISTI Secondo le associazioni, quella proposta dalla Commissione europea è una definizione eccessivamente ampia, e dunque pericolosa, di ciò che le imprese possono lecitamente nascondere alla collettività, in nome del segreto industriale. «Non sorprende in

questo senso che la disciplina sia stata elaborata in stretta collaborazione con alcune multinazionali, che la sostengono fortemente», hanno spiegato le Ong, secondo le quali la proposta di direttiva deve essere emendata, poiché il testo attuale «pone una seria minaccia alla libertà di espressione, non permettendo di proteggere né i giornalisti, né i whistleblowers (coloro che, lavorando per un governo o per un’azienda, e scoprendo comportamenti illeciti, decidono di denunciare pubblicamente i fatti, a costo di subire ritorsioni, ndr)». Questi ultimi, infatti, secondo il testo dovrebbero essere in valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


il rapporto segreto internazionale

119 euro tra installazione, manutenzione, stoccaggio e trasporto. Qualora si decidesse di mantenere in funzione le centrali nucleari, e di limitare al 40% la quota di energie pulite (l’idea appunto, del governo), il prezzo per MWh sarebbe inferiore di appena due euro: 117 euro (vedi TABELLA ). Il vantaggio “competitivo” del nucleare sarebbe perciò pari all’1,7% del prezzo totale di 1 MWh. Si tratta di cifre che cambiano le carte in tavola, dal momento che (almeno ufficialmente) lo scetticismo sulle fonti alternative si basa proprio su dubbi economici. Secondo l’associazione NégaWatt, che si batte a favore delle rinnovabili, «la Francia dispone di un considerevole potenziale di produzione da energie pulite, che va ben al di là della domanda domestica», e può scegliere un mix «adattato in funzione delle specificità di ciascuna regione» (vedi GRAFICO 1 ).

Il partito ambientalista Europe Ecologie - Les Verts non ha perso tempo e si è lanciato all’attacco del governo di Manuel Valls. «Piuttosto che tentare di minimizzare la diffusione del rapporto, il governo dovrebbe farlo proprio e accentuare gli sforzi sul tema della transizione energetica», ha spiegato il deputato ecologista Denis Baupin, aggiungendo che i dati dell’Ademe dimostrano che quando si parla di rinnovabili occorre «sconfiggere un tabù». La risposta alle critiche di EELV è arrivata dal ministro dell’Ecologia Ségolène Royal, secondo la quale l’interesse dello studio «non è tanto l’obiettivo» di raggiungere il 100% di energie rinnovabili entro il 2050, quanto quello di conoscere «il costo di ciascuna fonte quando ci si proietta in uno scenario estremo». ✱

UN PASSAGGIO TECNICAMENTE POSSIBILE Inoltre, il rapporto dimostra, dati alla mano, che «il passaggio ad un’elettricità 100% pulita è tecnicamente possibile dal punto di vista della rete elettrica. Quest’ultima dovrà ovviamente essere adattata, ma il costo totale del cambiamento secondo l’analisi dell’Ademe non sarebbe più elevato per i consumatori rispetto al mantenimento dell’opzione nucleare». E non è tutto: lo studio afferma anche che la produzione potenziale da rinnovabili in Francia «calcolata a partire dai fattori regionali di ciascuna filiera» è pari a 1.268 TWh, «ovvero il triplo della domanda annuale di 422 TWh».

grado di provare che «l’ottenimento, l’utilizzo e la divulgazione del segreto d’affari sia stato necessario». È evidente come molto spesso sia estremamente difficile dimostrare tale “necessità”, concetto già di per sé estremamente vago. Il REGALO A BIG PHARMA Ma c’è di più. A ottenere un vero e proprio regalo potrebbero essere le industrie farmaceutiche, che premono affinché tutti gli aspetti dello sviluppo clinico vengano coperti da segreto. «Al contrario – proseguono le associazioni nella lettera aperta – l’accesso ai dati delle ricerche biomediche da parte di autorità di vigilanza, ricercatori e pazienti (in particolare le informazioni riguardanti l’efficacia dei trattamenti e gli effetti indesiderati) sono essenziali per provalori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

Tabella cosTo (€/mWh) Per l’enerGia consumaTa in francia secondo diversi aPPorTi di enerGia rinnovabile FONTE: ADEME, VERS UN MIX ÉLECTRIQUE 100% RENOUVELABLE EN 2050, 2015

Costo dell’energia consumata €/MWh

100% ENR

119

teggere la sicurezza, per portare avanti ricerche approfondite e analisi indipendenti. Esse permettono, ad esempio, di evitare di spendere risorse pubbliche per terapie che in realtà non sono più efficaci dei trattamenti esistenti». Inoltre, spiegano, la divulgazione dei dati permette controlli finalizzati a evitare «metodi di sperimentazioni contrari all’etica». La proposta di direttiva, inoltre, rischia di porre seri problemi anche dal punto di vista della difesa dell’ambiente. Richiamandosi alla Convenzione di Aarhus (trattato sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale), le associazioni ricordano che le autorità pubbliche «non possono mantenere segreti i dati riguardanti le emissioni nocive per

95% ENR

116

80% ENR

113

40% ENR

117

l’ambiente», e che gli Stati stessi esigono «una diffusione ampia» anche da parte delle imprese private. Sarebbe pertanto paradossale se le aziende potessero «utilizzare la direttiva per rifiutarsi di divulgare informazioni sui prodotti pericolosi, come ad esempio quelli chimici contenuti nelle plastiche, nei capi di abbigliamento o nei detersivi». Infine, le organizzazioni non governative lanciano un allarme legato alla sicurezza alimentare. Ad oggi, l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza degli alimenti) è incaricata di effettuare controlli sui rischi associati ai prodotti che mangiamo: «Per questo è necessario che i dati su cui si basa l’organismo di vigilanza nelle sue valutazioni siano esclusi dalla direttiva», altrimenti «le ricerche aperte e collaborative diventeranno sempre più difficili nell’Unione europea». ✱ 47


internazionale analisi post-voto

Nebbia sulla Manica Il Continente è isolato di Paola Baiocchi

I risultati elettorali hanno rinvigorito il vecchio riflesso inglese di vedersi al centro del mondo: forti della maggioranza che permette un governo monocolore, i Tories vogliono rinegoziare gli accordi con la Ue

I

risultati delle elezioni inglesi di maggio sono noti: hanno vinto i Conservatori, o per meglio dire ha vinto Cameron, come titolavano tutti i giornali nazionali e internazionali a cui piace sempre di più la “leaderizzazione” della politica e gli “uomini forti, soli al comando”. Chi ha “sbancato” in questa tornata elettorale è stato, in realtà, il terzo classificato tra i partiti: lo Scottish National Party (Snp) degli indipendentisti scozzesi, ha conquistato 56 seggi su 59 (cinquanta in più rispetto alle precedenti elezioni del 2010), determinando la disfatta dei laburisti. Cosa resta ora delle elezioni generali britanniche? L’ammirazione dei nostri giornali perché lo

DI GIOVEDì ANDAVAMO ALLA POLLING STATION

Paese che vai, usanze che trovi. Come la scelta del giorno in cui votare, che in Italia è sempre stato di domenica (con una coda, in alcuni periodi, fino al lunedì a pranzo), ma negli Stati Uniti per le elezioni presidenziali è il primo martedì di novembre. È così dal 1845, quando il Congresso ha deciso una data unica per tutti gli Stati, scegliendola in modo che gli elettori che dovevano compiere lunghi tragitti a cavallo o in carrozza non fossero costretti a partire di domenica, saltando le funzioni religiose. Non andava bene neanche il mercoledì, perché giorno di mercato, e nemmeno il giovedì, perché non si poteva chiedere ai contadini di perdere proprio la giornata più intensa di lavoro. Ora che i mezzi di trasporto sono molto cambiati, la collocazione al martedì è indicata come una delle cause dell'alto astensionismo statunitense, ma non si riesce a spostare l'election day nel fine settimana, né tantomeno a cambiare il sistema elettorale. In Gran Bretagna sembra che si sia votato sempre di giovedì, tranne martedì 27 ottobre 1931. Il motivo è collegato alla consuetudine della consegna settimanale del salario: visto che il venerdì è giorno di paga, nella giornata precedente si presume che le tasche dei lavoratori siano vuote e quindi non abbiano la tentazione di andare a ubriacarsi al pub, disertando le stazioni elettorali collocate un po' dappertutto. Anche nei pub, nelle lavanderie a gettone e negli asili nido. [Pa.Bai.] 48

sconfitto Ed Miliband, senza accampare scuse risibili, ha immediatamente presentato le dimissioni dalla guida del partito, lasciandolo libero di ripensare le scelte politiche e di riorganizzarsi. Anche Nigel Farage ha presentato le sue dimissioni che, però, non sono state accettate, pur avendo l’United Kingdom Independence Party (Ukip) conquistato un solo seggio. Trattandosi però di un movimento costruito sul leader, un po’ come Forza Italia su Berlusconi, le sue dimissioni avrebbero portato allo sfaldamento della compagine, non esistendo ancora dirigenti che lo possano sostituire. Ci sono da registrare anche alcune reazioni entusiastiche sulla nostra stampa, a proposito della “governabilità” conquistata dai Conservatori con solo il 36,9% dei voti: secondo alcuni giornalisti nostrani il maggioritario sarebbe un ottimo motivo per consegnare la patente di vera democrazia alla Gran Bretagna, anche se resterebbe un po’ sacrificata la “rappresentatività”. In periodo di Italicum questo genere di commenti giornalistici sa tanto di consenso “tangente”: si parla bene del maggioritario inglese perché si porta acqua al mulino della legge elettorale del governo Renzi. Quella che Luciano Canfora ha recentemente definito il “bi-porcellum”.

UN SUCCESSO DETERMINATO DAL SISTEMA Guardando con più attenzione i numeri di questo rinnovo della Camera dei Comuni, l’unico dei due rami del Parlamento eletto a suffragio universale e legato da rapporto fiduciario con il governo (l’altro ramo è la Camera dei Lord, composta da membri ereditari o nominati dal sovrano e sprovvista del valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015


imprese nel fango internazionale

rendiconTazione e TrasParenza. la sec non decide sulla “1504” di Matteo Cavallito

Una sezione del Dodd-Frank Act Usa impone alle aziende di rivelare gli accordi con i governi locali per sfruttare le risorse naturali. Ma il regolamento attuativo non arriverà prima dell’anno prossimo Non c'è solo la “sezione 1502” a irritare le multinazionali statunitensi quotate in Borsa. Un'altra norma della Dodd-Frank Act, la legge di riforma dei mercati finanziari approvata negli Stati Uniti nel 2010 e tuttora in fase di lenta implementazione, impone di rendere noti i pagamenti effettuati ai governi di ciascun Paese evidenziando così i dettagli sugli accordi fiscali e i prezzi delle concessioni allo sfruttamento delle risorse locali, con ovvie ricadute positive in termini di trasparenza. È la “sezione 1504”: ad esserne interessate le corporation quotate del settore gas, petrolio e risorse minerarie. Ma l'obbligo, al momento, resta di fatto vacante in attesa di un intervento risolutivo della SEC, la commissione di

in cui i minerali sono stati estratti; il 41% non ha dimostrato di avere avuto finora una politica interna per identificare i rischi nella catena di fornitura; nessuna società ha infine divulgato un esempio concreto di rischio nella propria filiera, mentre molte hanno affermato di non poter escludere che proprio i minerali di cui si approvvigionano servano a portare sostegno ai gruppi armati congolesi.

L’ALLERGIA PER LE REGOLE Un quadro con qualche luce e molte ombre che la Sezione 1502 contribuirà a migliorare, se supererà l’ostracismo di chi invece teme possa diventare un modello da diffondere. Tant’è che la norma ha subìto una decisa opposizione nelle aule di tribunale del District of Columbia (cioè di Washington). Nel mese di ottobre 2012 tre associazioni di industriali – la Camera di Commercio Usa, la National Association of Manufacturers e la Business Roundtable – ne hanno chiesto la cancellazione, sostenendo che la sua applicazione fosse eccessivamente gravosa e costosa per le aziende. Un parere considerato inconsistente dalla Corte d’Appello ad aprile 2014, ribadendo una sentenza negativa contro cui gli imprenditori avevano fatto appello. Ma da questo iter processuale è scaturito un frutto avvelenato: la SEC valori / ANNO 15 N. 129 / GIUGNO 2015

vigilanza sulle operazioni di borsa chiamata a definire la regola attuativa della norma. La SEC aveva approvato una prima versione del regolamento nell’agosto 2012 scontrandosi con l’opposizione delle imprese del settore e delle organizzazioni di categoria. Nell’agosto dello stesso anno, l’American Petroleum Institute aveva impugnato la norma in tribunale aprendo così la strada alla contesa legale. Nel luglio 2013 la Corte distrettuale di Washington D.C. ha invalidato il regolamento attuativo accogliendo alcune eccezioni sollevate dai querelanti tra cui la presunta necessità di proteggere informazioni riservate per evitare un danno commerciale e l’incompatibilità della stessa “sezione 1504” con alcune norme nazionali sulla tutela dei dati “sensibili” (come le leggi in materia previste in Angola, Camerun, Cina e Qatar). La norma generale, in linea di principio, è stata confermata ma la sentenza ha imposto alla SEC una modifica della regola che al momento, tuttavia, tarda ad arrivare. Nel maggio 2014, ha ricordato il Wall Street Journal, la SEC aveva ipotizzato di poter approvare la norma definitiva entro il marzo 2015 salvo poi posporre la data all’ottobre di quest’anno. A marzo, ha riferito ancora il WSJ, la stessa authority ha posticipato ulteriormente la scadenza alla primavera del 2016. ✱

le analisi della SACE: Congo instabile e sempre più legato alla Cina

«Le elezioni del 2011 non hanno portato a una risoluzione definitiva delle criticità che hanno spinto il Paese alla guerra civile terminata nel 2003». La valutazione è della SACE, entità controllata da Cassa depositi e prestiti, che assicura gli investimenti delle imprese italiane nel mondo. Nella sua scheda-Paese, la società attribuisce alla Repubblica Democratica del Congo un 82% di rischio di guerra civile e disordini. «I temi etnici, quelli relativi al controllo sul territorio nelle aree orientali del Paese, la riforma dell’esercito devono ancora essere affrontati dal governo, e potrebbero essere fonte di instabilità nel futuro. Sul fronte internazionale – spiega ancora la SACE – permangono tensioni con l'Angola, soprattutto a causa di una disputa relativa alle frontiere marittime e ai giacimenti petroliferi offshore. Il legame tra RDC e Cina continua a intensificarsi sul piano militare e commerciale: attualmente quasi la metà delle esportazioni del Paese sono dirette al mercato cinese e l’80% degli impianti di lavorazione dei minerali in Katanga sono di proprietà di aziende cinesi».

ha infatti emanato nuove linee guida, che impongono di far valutare i report delle società da parte di un ente terzo solo se una compagnia sceglie di indicare un proprio prodotto come DRC conflict free, cioè di cui garantisca esplicitamente l’assenza di componenti provenienti dall’area di guerra della RDC. In pratica, basterà non farlo per mettersi al riparo da controlli indipendenti. E, finché i consumatori non esigeranno prodotti non realizzati con materie prime provenienti da zone di conflitto, per le grandi aziende non ci sarà vantaggio economico ad apporre tale indicazione. ✱

La cover del rapporto “Digging for Transparency” di Amnesty International e Global Witness 51


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Mensile Valori n. 129 2015  

La truffa è servita Dall’oro ai tassi di cambio, passando per mutui, petrolio e listini azionari. Le manipolazioni finanziarie crescono, cr...

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