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fotoracconto 02/05

“Sola dosis facit venenum”. È la dose a determinare la pericolosità di una sostanza, a renderla un veleno. Così, parafrasando, scriveva Paracelso nel Rinascimento, aprendo la strada ai progressi della chimica. E il suo ragionamento pare quanto mai azzeccato pensando ai problemi dell’agricoltura di oggi. La terra da coltivare, per il cibo e non solo, rischia infatti di trasformarsi, da bene comune, in cui gli agricoltori e i consumatori traggono vantaggio dal contributo della meccanica e delle biotecnologie, a ostaggio 4

della chimica e dell’industrializzazione dei processi produttivi. Una filiera intensiva in cui si corre il rischio di spezzare gli equilibri interni, senza peraltro offrire risposte adeguate e durature a chi dalle coltivazioni dipende per fame e lavoro. Perciò un’agricoltura semplice e biologica, capace di migliorare di giorno in giorno le proprie rese proteggendo fertilità dei terreni e salubrità dell’ambiente, va valorizzata. Per una nuova rivoluzione verde dopo quella degli anni ’70, che sia innanzitutto culturale e recuperi

l’importanza della conoscenza maturata dai contadini nei campi, riportando potere di scelta nelle loro mani, e che affermi un rapporto sostenibile tra l’umanità e le risorse naturali. Dalla biodiversità deriva del resto un cibo che nutre meglio, favorendo lo sviluppo sociale e la conservazione del paesaggio, lo abbiamo scritto nel dossier. E lo raccontano gli scatti che abbiamo scelto per il fotoracconto: immagini di fattorie bio e del lavoro dei contadini. La bellezza della loro terra pare un perfetto antidoto al veleno.

Siamo alla Cascina Forestina, nel Parco Agricolo Sud Milano, alle porte del capoluogo lombardo e a due passi dalla sede di Expo 2015. In mezzo a boschi e vecchi fontanili sorge questa cascina, dove si coltiva la terra seguendo metodi biologici. Nelle foto i prodotti della terra: le zucche coltivate nell'orto e la verza (sulla carriola). I germogli che sfidano la neve sono quelli del pisello proteico, leguminosa miglioratrice del terreno: venduto secco alla stalla biologica della Cascina Isola Maria di Albairate (Mi), che fornisce alla Forestina crescenza, ricotta e taleggio per il ristoro. «Si tratta di un vero e proprio baratto», racconta lo storico proprietario della Cascina Forestina, Niccolò Reverdini. www.laforestina.it ARCHIVIO CASCINA FORESTINA

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DOSSIER TERRA AVVELENATA

Fiumi di veleni di Valentina Neri

In Italia si vendono meno pesticidi, ma l’ultimo rapporto dell’Ispra ha rilevato un aumento dei residui chimici nelle acque dei nostri fiumi. I controlli sono effettuati sulla base dei dati forniti dagli stessi produttori

LA SORTE AMARA DELLE API

I non addetti ai lavori faticheranno a immaginare che un piccolo coleottero scuro stia mettendo in ginocchio un intero settore. ma è proprio così: si chiama Aethina Tumida, le sue larve si nutrono di miele, polline e uova di ape, scavano nei favi fino a distruggerli e fanno fermentare il miele. originaria del Sudafrica, è stata avvistata per la prima volta in Italia il 5 settembre 2014, a Gioia Tauro, per poi diffondersi velocemente tra Calabria e Sicilia. Il ministero della Salute ha reagito nel modo più drastico: al minimo segno di contaminazione, l’alveare va bruciato e i terreni arati. Sono già andati a fuoco 3.600 alveari, 250 milioni di insetti. Immediata la levata di scudi degli apicoltori, tra ricorsi al Tar e manifestazioni. I roghi non servono: i coleotteri vivono anche fuori dall’alveare, volano per chilometri e inevitabilmente ricompaiono. Unaapi e Conapi, tramite una nota, chiedono di monitorare con le trappole gli alveari a rischio e smettere con le “limitazioni della movimentazione di api”. Prendendo esempio da Canada e Florida, dove negli ultimi 15 anni le trappole hanno sortito buoni risultati. ma le minacce per le api arrivano da più fronti. a ribadirlo è uno studio condotto da Greenpeace International in 12 Paesi europei, pubblicato ad aprile 2013. Su 25 campioni di pane d’api (polline stoccato nei favi), 17 risultavano contaminati da almeno uno tra 17 diversi pesticidi: 9 insetticidi/acaricidi e 8 fungicidi. Sono 53 (22 insetticidi/acaricidi, 29 fungicidi e 2 erbicidi), invece, le sostanze trovate in 72 dei 107 campioni di polline prelevati all’ingresso degli alveari. In altre parole, i due terzi del polline sono contaminati. Un dato che, si legge nel report, «pone seri interrogativi», poiché alcune di queste sostanze «possono agire, singolarmente o in combinazione fra loro, aumentando la sensibilità delle api a malattie e parassiti». Le più tristemente celebri sono i neonicotinoidi, messi al bando dall’Ue ad aprile 2013. L’ultima conferma della loro pericolosità è della Harvard School of Public Health: i neonicotinoidi riuscirebbero ad alterare i meccanismi biologici delle api portandole ad abbandonare gli alveari, con un tasso di mortalità altissimo. L’allarme si diffonde anche negli Usa, tradizionalmente “liberisti” di fronte all’agrochimica (vedi bOx a pag. 11): a gennaio i rappresentanti di 118 aziende alimentari hanno chiesto all’Environmental Protection agency di vietare i neonicotinoidi, seguendo le orme del Vecchio Continente. ma anche in Europa i due anni di stop stanno passando in fretta: a dicembre sarà tutto da rifare. E c’è da scommettere che le lobby si faranno sentire. 14

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ono nei campi, nel cibo che mangiamo, ma non solo. La presenza dei pesticidi è palpabile anche nelle acque. Una realtà documentata dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) fin dal 2003, con un Rapporto Nazionale annuale. Dall’edizione 2014, che riporta i dati 2011-2012, emerge una verità che può stupire: in Italia si vendono meno pesticidi, ma ciò non significa che la situazione migliori. Anzi. Nel 2012, testimonia l’Istat, sono state messe sul mercato circa 134mila tonnellate di prodotti fitosanitari, pari a circa 61mila tonnellate di principio attivo. Nel 2001 eravamo rispettivamente a quota 147mila e 76mila. A crollare letteralmente, con un 30,2%, sono le vendite dei prodotti più pericolosi, classificati come “molto tossici e tossici”. Il trend complessivo sembra evidenziare un uso dei pesticidi “più cauto”, favorito dagli “orientamenti della politica agricola comunitaria e nazionale”, che punta sull’«adozione di tecniche agricole a basso impatto» e sulla «valorizzazione delle produzioni agricole e di qualità», si legge nel rapporto Ispra.

ACQUE AVVELENATE Possiamo tirare un sospiro di sollievo, dunque? Non ancora. Perché i motivi di preoccupazione per le nostre acque sono tangibili. Nel biennio 2011-2012 l’Ispra ha trovato ben 175 sostanze, molte di più rispetto al passato. Per la maggior parte si tratta di erbicidi, ma aumentano anche fungicidi e insetticidi, soprattutto nel sottosuolo. Qualche cifra: nel 2012 sono state cercate 355 sostanze in 14.250 campioni, prelevati da 3.500 punti (1.355 in superficie e 2.145 nel sottosuolo). I pesticidi sono stati trovati nel 56,9% delle acque valori / ANNO 15 N

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DOSSIER TERRA AVVELENATA

Non tutto il biotech vien per nuocere di Corrado Fontana

Biotecnologia e contadini uniti per selezionare le piante migliori, senza modificarne il Dna: perché chi si nutre meglio sarà meno povero. Mentre l’agrochimica e l’industria Ogm votano per lo status quo

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dati di partenza non sono affatto buoni: nel mondo circa 842 milioni di persone soffrono ancora la fame (Fao 2013) e per rispondere alla crescita della popolazione globale (saremo 9 miliardi di persone entro il 2050) la produzione di cibo dovrebbe aumentare di circa il 70%. Su queste basi le multinazionali degli Ogm e dei pesticidi fanno leva, affermando di essere la soluzione. Ma il loro è l’approccio migliore da considerare?

TESORI ABBANDONATI E INESPLORATI Un dubbio legittimo, confermato dall’agronomo Salvatore Ceccarelli, che ricorda, da un lato, l’enorme spreco di cibo («100 chili pro capite all’anno per un cittadino europeo o nord americano, contro circa 10 chili del cittadino africano o asiatico») e, dall’altro, quanto sia invece il cibo disponibile («probabilmente ne produciamo già abbastanza per 12 miliardi di persone») e il potenziale inesplorato dell’agricoltura biologica, tacciata di rese troppo basse rispetto a quella dipendente dalla chimica. «In base a studi in corso su certe varietà di pomodoro è verificato come alcune abbiano una

resa superiore a quelle coltivate coi metodi convenzionali, e altre di poco inferiore. Se si vuole parlare seriamente delle potenzialità dell’agricoltura biologica, bisogna sperimentare varietà che siano state selezionate in modo specifico per il metodo bio», valutando ogni semente in base al metodo di coltivazione per cui è selezionata. Tanto più che non è solo questione di quanto e se, ma anche di cosa mangiamo, se è vero che oggi il 60% dell’apporto di calorie all’uomo proviene da mais, riso e frumento (tra le specie che consumano più acqua). «Mentre abbiamo smesso di mangiare il più nutritivo miglio e le leguminose. Certe specie di miglio hanno contenuti di ferro e zinco incredibili, due micronutrienti che l’aumento dell’anidride carbonica farà scemare in altre varietà che mangiamo più spesso». Sarebbe insomma utile, prima di dedicarsi a modificare il Dna degli organismi viventi, trasformare la nostra dieta, cambiando così gli scenari di un mercato in cui pochi noti (vedi pag. 15) ricavano enorme profitto dai semi delle specie tradizionali. Eppure «circa 63 milioni di persone – puntualizza Ceccarelli – muo-

OGM, L’EUROPA HA DECISO… DI NON DECIDERE di Corrado Fontana

A gennaio l’Europa ha approvato la politica sugli Ogm, lasciando l’onere di vietarli agli Stati, così esposti alle lusinghe delle lobby. Un voto condizionato dal peso dei negoziati sul TTIP, che teme il principio di precauzione 16

Dopo ben quattro anni di stallo per un “disaccordo tra gli Stati membri” dice una nota ufficiale il 13 gennaio scorso l’Europarlamento ha approvato una risoluzione in materia di organismi geneticamente modificati (ogm), con 480 voti favorevoli, 159 voti contrari e 58 astensioni. Una risoluzione che affida ai singoli Stati la facoltà di limitare o vietare (ma esclude la prova di danno ambientale tra le motivazioni ammesse) la coltivazione di ogm sul

proprio territorio, o tramite una decisione unilaterale oppure attraverso una negoziazione con le ditte produttrici. «Il risultato è la decisione di non decidere», sottolinea Eleonora Forenza, europarlamentare per l’altra Europa con Tsipras e membro della Commissione per l’ambiente, la Sanità pubblica e la Sicurezza alimentare; e sconta l’enorme peso imposto sulla discussione dai negoziati sul futuro trattato commerciale transatlantico (Transatlantic Trade and valori / ANNO 15 N

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finanza etica banche e governance

dizionali? È una tesi inaccettabile», dichiara Sapelli a Valori – e definita dal docente addirittura “incostituzionale”. Parole molto forti, insomma, contro un provvedimento che rischia di stravolgere il sistema di gestione degli istituti. Un modello apertamente “democratico”, come noto, ma non per questo privo di aspetti critici.

li. Come dire, la “democrazia economica” al suo meglio, ma le sfaccettature in realtà non mancano di certo. Perché, se è vero che con un sistema simile tutti gli azionisti sono formalmente uguali, è altrettanto palese che, nel corso degli anni, qualcuno ha saputo essere più uguale degli altri. Lo evidenzierebbe la presenza di inossidabili gruppi di controllo, capaci, in alcuni casi, di consolidare il proprio potere in modo discutibile (vedi ARTICOLO a destra) senza una concorrenza credibile proveniente dall’assemblea e, soprattutto, dal mercato, visto che il voto capitario, per forza di cose, rende gli istituti che lo applicano praticamente “inscalabili”. Ed è stata proprio l’ipotesi di future scalate – a cui la riforma aprirebbe implicitamente le porte – ad alimentare l’entusiasmo del mercato nei confronti delle banche popolari quotate (7 delle 10 interessate dalla riforma), protagoniste, nel-

IL VOTO CAPITARIO Al centro della questione c’è ovviamente il cosiddetto voto capitario, il principio “una testa, un voto” che annulla le differenze tra i singoli soci. In una banca “normale”, per intenderci, il peso di ciascun voto è ponderato per il numero di titoli posseduti, ovvero per la quota di proprietà in mano all’azionista. Nelle banche popolari, al contrario, possedere un’azione o controllarne 10mila non fa alcuna differenza, perché uno vale uno e i voti, per statuto, sono tutti ugua-

POPOLARI E BCC: PIÙ CREDITO DOPO LA CRISI

QUALE RIFORMA? A prescindere dalle accuse, quello delle riforme è comunque un tema antico. Di

Maggiore incidenza dei prestiti dubbi, ma anche un maggior peso del credito concesso ai clienti. È il trend fatto registrare negli ultimi anni dalle banche popolari e dagli istituti di credito cooperativo. Un fenomeno particolarmente evidente, soprattutto nel confronto con il mondo del “credito a breve” (banche commerciali o “retail”). Allo scoppio della crisi datata fine 2008, dicono i dati di Mediobanca, i crediti dubbi in mano alle banche commerciali erano pari al 3,3% dell’ammontare di credito erogato, contro il 3,5% delle popolari e il 5% delle banche di credito cooperativo (Bcc). Nel 2013, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati definitivi, le percentuali erano salite rispettivamente a quota 9,5% (retail), 12,7% (popolari) e 11,9% (credito cooperativo). Detto in altri termini, il peso dei prestiti problematici sul totale del credito erogato dalle Bcc era aumentato del 138% contro il 188% fatto registrare dagli istituti commerciali e il 263% delle popolari (vedi GRAFICO 1 ),

le quali, per altro, evidenziano la performance peggiore anche nel confronto a dieci anni di distanza (2003-13). Alla prestazione negativa sul fronte dei prestiti dubbi fa tuttavia da contraltare il dato relativo all’ammontare del credito erogato. Nel corso del 2013, l’ammontare complessivo dei prestiti concessi alla clientela da popolari, credito cooperativo e banche commerciali è stato pari a 1.736 miliardi di euro, equivalenti al 69% in più rispetto a 10 anni prima ma anche all’8% in meno del totale registrato nel 2008 (quasi 1,9 trilioni di euro) (vedi GRAFICO 2 ). Un risultato su cui pesa la contrazione dei prestiti degli istituti commerciali che nel 2013 hanno concesso alla clientela crediti per circa 1,2 trilioni di euro, più o meno 200 miliardi in meno rispetto all’ammontare registrato nel 2008. Nell’ultimo anno di rilevazione il credito erogato dalle Bcc ha raggiunto i 119,6 miliardi, ovvero il 4,2% in più rispetto alla cifra registrata cinque anni prima. Le popolari, da parte loro, hanno concesso prestiti per 402,1 miliardi, quasi l’11% in più rispetto ai 362,7 miliardi del 2008. [M.Cav.]

FONTE: NOSTRE ELABORAZIONI DA MEDIOBANCA, “LE PRINCIPALI SOCIETÀ ITALIANE”, OTTOBRE 2014

FONTE: NOSTRE ELABORAZIONI DA MEDIOBANCA, “LE PRINCIPALI SOCIETÀ ITALIANE”, OTTOBRE 2014

GRAFICO 1. LA CRESCITA DEI CREDITI DUBBI 188%

Banche retail

107% 138% 148%

Bcc

263%

Popolari 0%

202% 50%

Confronto 2008-13

20

la settimana successiva all’annuncio del governo, di rialzi complessivi a doppia cifra che hanno attirato l’attenzione della Consob alimentando l’ipotesi di possibili operazioni di insider trading condotte dalla Borsa di Londra (che dal 2007 controlla anche Borsa Italiana). È solo un sospetto, ancora tutto da verificare, ovviamente. Ma tanto è bastato per attizzare ulteriormente la polemica contro la “lobby finanziaria londinese” che da tempo, si dice, preme per una riforma delle popolari e che almeno in un caso, vedi il recente annuncio del numero uno di Algebris, Davide Serra, sarebbe già entrata con una quota minoritaria nella proprietà di un istituto di credito del comparto (Banco Popolare e Ubi prime indiziate secondo La Repubblica).

100%

150%

Confronto 2003-13

200%

250%

300%

GRAFICO 2. LA VARIAZIONE DEL CREDITO EROGATO 100% 90% 80% 70% 60% 50% 40% 30% 20% 10% 0% -10% -20%

90,1% 71,0%

69,0%

66,3%

10,9%

Popolari Confronto 2003-13

4,2%

-13,9%

Bcc Banche retail Confronto 2008-13 valori / ANNO 15 N

-8,0% Totale

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finanza etica non è una scienza

In economia è difficile fare previsioni di Andrea Barolini

La storia recente mostra come le previsioni economiche vengano spesso smentite dalla realtà. Nel suo ultimo libro Mark Buchanan, scienziato prestato all’economia, spiega il perché stupirci: la scienza economica (quella “ufficiale”) sconta, infatti, un ritardo culturale e metodologico che ne spiega le défaillances.

LA “MANO INVISIBILE” NON ESISTE

N

egli Stati Uniti d’America le previsioni (quelle “ufficiali”) per le prime settimane di settembre 2008 erano incoraggianti: un periodo calmo con, al più, qualche piccolo disturbo. Nonostante ciò, un diluvio universale ha travolto dapprima New York, poi tutto il Paese, quindi il mondo intero. No, la meteorologia non c’entra: le previsioni sbagliate (quelle “ufficiali”) erano economiche. Eppure il paragone non è affatto casuale. Come per le previsioni del tempo, infatti, gli outlook economici spesso risultano ampiamente sbagliati. La storia recente del gotha dell’economia globale è, non a caso, costellata di errori, abiure e ritrattazioni (vedi BOX ). Tutto ciò, secondo Mark Buchanan, scienziato che da anni si dedica all’applicazione dei principi (e del rigore) della fisica all’economia, non dovrebbe affatto 24

Nelle 270 pagine del suo libro intitolato Previsioni il fisico canadese spiega come la teoria economica moderna si basi su una falsa convinzione: il fatto che il sistema tenda “naturalmente” alla stabilità. L’idea di Adam Smith della famosa “mano invisibile” che porterebbe i mercati a un equilibrio benefico per tutti. L’autore offre molteplici esempi di situazioni che hanno visto il mainstream economico tentare disperatamente di difendere tale principio. La bolla di internet, quella immobiliare, il crollo dei mutui subprime, ma anche il flash crash di Wall Street del 6 maggio 2010 non potevano essere spiegati, per i difensori del sistema, se non come «il risultato di eventi eccezionali e anormali. Uno sbaglio, un grosso dito su una tastiera, una falla di un programma: in nessun caso si poteva ammettere che i mercati non fossero in equilibrio stabile», scrive Buchanan. Per la maggior parte degli economisti, in sostanza, è impossibile immaginare di aver speso an-

Previsioni. Cosa possono insegnarci la fisica, la meteorologia e le scienze naturali sull'economia di Mark Buchanan Novembre 2014

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non è una scienza finanza etica

ni, decenni, a trattare la scienza economica sulla base di «sofisticate teorie matematiche sviluppate negli anni Cinquanta», spiega Buchanan. La matematica, cioè, ha rappresentato per l’economia la “garanzia di scientificità”. Eppure, prosegue l’autore, «come molti altri fisici mi curo di teorie finanziarie ed economiche da un ventennio circa. Nell’accostarmi allo studio della teoria economica mi aspettavo di trovare un corpus di teoria speculativa e matematica sviluppato con la stessa abnegazione e onestà intellettuale che si incontra studiando fisica, ingegneria aeronautica, neuroscienza o psicologia sociale. La verità è sgradevolmente diversa. Se si studiano i teoremi economici che asseriscono di spiegare il funzionamento dei mercati, si nota una discrepanza esorbitante tra le affermazioni degli specialisti e la realtà. Ciò non vale per tutti gli economisti, naturalmente, ma per troppi di loro».

ADDIO MODELLI MATEMATICI «L’incapacità di analisi in economia – spiega Antonio Musolesi, professore di Econometria all’Università di Ferrara – è figlia degli eccessi del formalismo matematico. Si creano modelli eccellenti da un punto formale: perfetti, sofisticati, complessi. Ma spesso incapaci di rappresentare la realtà. È la critica di Robert Lucas. Una questione, potremmo dire, filosofica: all’economia manca uno sguardo sociologico, storico. Manca la capacità di comprendere i comportamenti dell’individuo». «Ci sono ragioni profonde – prosegue il fisico canadese nel suo libro – per pensare che le crisi finanziarie siano fortemente analoghe alle tempeste atmosferiche. Comprendere tali eventi significa avere a che fare con i concetti della retroazione positiva e dell’instabilità naturale. Per quanto possa sembrare strano è dunque necessario mutuare almeno in parte l’approccio della fisica». Gli scienziati parlano di “retroazione positiva” nei casi in cui i risultati di un sistema vadano ad amplificare il funzionamento del sistema stesso. Tutti sappiamo, ad esempio, che se il suono in uscita da un altoparlante ritorna al microfono dal quale origina, si avverte un sibilo crescente: in questo caso si forma, appunto, una retroazione positiva che amplifica all’infinito il suono. Col rischio di finire col rompere gli amplificatori. È ciò che accade, non di rado, in economia. «Nel 1952 – aggiunge Buchanan – il matematico britannico Alan Turing sottolineava che la retroazione positiva e le instabilità sono alla base della vita stessa, specialmente nel miracolo dello sviluppo embrionale, quando le cellule si dividono e specializzano per assumere ruoli differenti. Oggi valori / ANNO 15 N

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LA “MATITA ROSSA” SUI COMPITI DI FMI, OCSE E GOVERNI

Fmi, Banca mondiale, governi di tutto il mondo hanno dovuto ammettere errori e previsioni sbagliate, anche in modo macroscopico, negli ultimi anni. Un esempio per tutti: l’Ocse negli anni scorsi ha fatto una sorta di bilancio delle previsioni sulla crescita economica. Tra il 2007 e il 2009, le stime sul medio-lungo periodo sono state più alte di 1,9-2,6 punti percentuali. Ma neppure le previsioni a breve termine si salvano: anch’esse sono state sistematicamente sovrastimate (+0,1% in media). L’Ocse ammette, nel periodo della grande recessione, di aver sottovalutato le interconnessioni esistenti tra le diverse economie, la globalizzazione, i meccanismi di trasmissione e di “contagio”. Per non parlare dell’impatto dell’austerità: sia l’Ocse che il Fmi hanno continuamente creduto a quella che l’evidenza dei fatti ha ridotto ad una favoletta economica, ovvero la tesi del “rigore espansivo”. «Tirando la cinghia si crescerà», hanno ostinatamente immaginato. Sulla base di tale dogma, è stata distrutta un’economia intera, quella della Grecia, e devastato il suo popolo. Quanto a previsioni sbagliate, anche il governo italiano non fa eccezione: secondo un’analisi de La Repubblica, tra il 2006 e il 2013 le previsioni di crescita del Tesoro, per l'anno successivo a quello in corso, sono state sovrastimate in media del 2,2%. A breve termine, basti pensare che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il primo aprile del 2014, parlando di disoccupazione, dichiarava (dopo l’approvazione del Decreto Poletti, a marzo): «Nei prossimi mesi torneremo sotto la doppia cifra». Lo stesso ministro del Lavoro Poletti, il 3 giugno rincarava la dose: «Inversione di segno entro fine anno». E la responsabile delle Riforme, Maria Elena Boschi, l’8 ottobre gongolava: «La disoccupazione è in calo. Da agosto a oggi siamo a un risultato positivo di più 32 mila posti di lavoro». Poi, il 7 gennaio scorso, l’Istat spiegava la realtà: «Disoccupazione, nuovo record: a novembre 13,4%. Tra i giovani è al 43,9%».

sappiamo che aveva ragione: la biologia dipende dalle retroazioni positive per creare e controllare tutti i neuroni specializzati, le cellule del sangue, i tessuti muscolari e gli organi necessari alla vita. Ogni altra branca scientifica fiorì grazie a queste intuizioni, cui l’economia negli anni ’70 girò le spalle in modo piuttosto strano». In sostanza gli economisti, fatta eccezione per una piccola minoranza, hanno ignorato le grandi scoperte scientifiche degli ultimi decenni: «La teoria del caos, per esempio, e la scienza delle strutture frattali che osserviamo in ogni cosa, dal paesaggio alla distribuzione delle galassie nell’universo, sorte attraverso processi di squilibrio». Il risultato? «Non c’è modello computerizzato dell’economia europea a cui rivolgersi per scoprire che cosa accadrà, persino l’idea di realizzarlo è irragionevole. Se esistesse, altererebbe il comportamento delle persone rendendo fallace la previsione». Che fare perciò? «La soluzione – spiega Musolesi – è accettare l’eterogeneità. Di idee, di approcci, di risultati. E modificare anche il sistema delle carriere universitarie. Oggi si avanza grazie alle pubblicazioni. Ed è molto difficile, soprattutto per i giovani, pubblicare se si va controcorrente». ✱ 25


finanza etica parola di papa bergoglio

Questa economia uccide di Paola Baiocchi

Accusato di essere un papa marxista perché si occupa troppo dei poveri e di non capire niente dell’economia capitalista, Francesco risponde che non fa altro che rifarsi al Vangelo e alla dottrina sociale cristiana. E di volere una Chiesa aperta a tutti

EVANGELII GAUDIUM Esortazione evangelica ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale (24 novembre 2013 http://w2.vatican.va/content/ dam/francesco/pdf/apost_ exhortations/documents/papafrancesco_esortazioneap_20131124_evangeliigaudium_it.pdf 26

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apa Francesco fa discutere e con il suo messaggio riesce a coinvolgere anche i non credenti. Questa attrazione è sicuramente la prima conquista tra le sfide del suo papato che parla di una Chiesa aperta, che esce da se stessa e dall’autoreferenzialità per entrare nella vita di chi ha i problemi e direttamente nei problemi per risolverli. Questa economia uccide è il libro di Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi, vaticanisti de La Stampa, che hanno ripreso testualmente le parole di papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, la prima esortazione evangelica – e cuore del “documento programmatico” – del papa venuto dalla fine del mondo. Il libro si impernia sull’analisi dell’esortazione, ma anche sulle reazioni scomposte che ha suscitato, soprattutto negli ambienti conservatori nordamericani, che lo hanno accusato di essere marxista, pauperista (l’Economist l’ha definito addirittura “leninista”) e di non capire fino in fondo la bontà del capitalismo perché ha vissuto nella realtà latinoamericana, non ancora emancipata dal modello feudale. Ma, dicono i due giornalisti, nei suoi contenuti sociali i conservatori hanno trovato soprattutto il segno della fine dell’alleanza stipulata da Giovanni Paolo II, nel primo decennio del suo pontificato, con quella parte del mondo capitalista che condivideva con il papa venuto da Oltrecortina la lotta contro l’Unione sovietica e i suoi alleati.

PAUPERISMO? NO, VANGELO Ma il Muro è caduto e alle accuse di marxismo e pauperismo papa Francesco risponde di aver conosciuto dei marxisti che erano delle “brave persone”, ma che il marxismo è sbagliato e che lui si rifà, invece, al Magistero della dottrina sociale della Chiesa, citando San Matteo o San Giovanni Crisostomo, uno dei “dottori” della Chiesa vissuto tra

il 344 e il 407. O chiama in causa la durissima enciclica di Pio XI, Quadragesimo Anno, scritta nel 1931 all’indomani della crisi di Wall Street del 1929, nella quale il papa si scagliava contro il «funesto ed esecrabile internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro». Niente teologia della liberazione, però: proprio come Óscar Romero, l’arcivescovo salvadoregno ucciso nel 1980 dai fascisti degli squadroni della morte mentre celebrava la messa, di cui Bergoglio ha appena sbloccato la causa di canonizzazione osteggiata da ambienti neocon.

VINCERE LA GLOBALIZZAZIONE DELL’INDIFFERENZA Bergoglio si interroga sulle cause e sui possibili rimedi alla povertà e alle diseguaglianze. Rimedi che per lui stanno nella redistribuzione dell’enorme accumulazione resa possibile dalla finanziarizzazione dell’economia, dalla globalizzazione dei mercati e dal progresso tecnologico; stanno nelle politiche sociali che rendano possibile uscire dalla precarietà e riconoscano il «diritto a fondare una famiglia». Richiama i cristiani a rifiutare «la cultura dello scarto» e a impegnarsi nel sociale: «Bisogna rivendicare l’importanza della politica, anche se i politici l’hanno screditata, perché, come diceva Paolo VI, può essere una delle forme più alte di carità». La critica all’economia che uccide non lascia spazio all’immaginazione: è sbagliata la teoria della ricaduta favorevole, dice il Papa nell’intervista che chiude il libro, perché: «C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente si ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri». Sono sbagliate «la tirannia invisibile» imposta «dall’idolatria del denaro», è sbagliata «l’inequità» e c’è la necessità di un ritorno dell’economia e della finanza a un’etica in favore dell’essere umano. Tutti principi a lungo termine, ma Bergoglio è un gesuita, un politico fine che ragiona su tempi storici, sa che «il tempo è superiore allo spazio» e allora bisogna privilegiare l’avvio di processi che poi altri realizzeranno, piuttosto che l’occupazione di spazi di potere. Afferma che «l’unità prevale sul conflitto» che deve ricomporsi in forme armoniche che tengano conto delle diversità; che «tutto è superiore alla parte» e, pragmaticamente, «che la realtà è più importante dell’idea». Non sarà marxista, ma certo molti politici di “sinistra” dovrebbero andarci a lezione. ✱ valori / ANNO 15 N

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economia solidale quali gas dopo 20 anni

UNA CONTRAZIONE INNEGABILE Dati certi che confermino questa tendenza non ce ne sono. E lo stesso censimento presente sul sito della Rete Gas nazionale (www.retegas.org), che ne conta circa 900, non è affidabile perché non considera i gruppi che hanno cessato di esistere. È parlando con chi l’esperienza gasista l’ha vista nascere e svilupparsi che questa sensazione viene confermata: «La curva di crescita si sta appiattendo da ormai un paio d’anni», osserva Mauro Serventi, fondatore dello storico primo gruppo di Fidenza. «Si è esaurita la spinta propulsiva e la crescita esponenziale fatta registrare dal 2000», aggiunge Vincenzo Vasciaveo del Gas Baggio di Milano. Sul punto concordano tutte le analisi. A divergere è, invece, la spiegazione dei motivi della contrazione: c’è chi, come Francesca Forno, docente di Sociologia dei consumi all’Università di Bergamo e autrice di un meticoloso studio sul fenomeno Gas, ritiene che «l’esperienza ha saturato il bacino potenziale». In pratica, ha raggiunto tutti coloro che potevano essere interessati a prender parte a un Gruppo d’acquisto solidale. «I dati evidenziano che chi aderisce a un Gas ha alti gradi d’istruzione, redditi medio-alti e, nell’80% dei casi, ha già esperienze di associazionismo alle spalle. Non è facile avere un ade-

guato livello di senso critico e la spinta ideale per impegnarsi attivamente». Altri puntano il dito contro la crisi economica che non ha risparmiato parte dei membri dei Gas: «La contrazione del reddito destinato all’alimentazione è innegabile, anche all’interno del nostro mondo», ammette Davide Biolghini, del Tavolo Res (Reti economia solidale) Italia. Altri ancora collegano la stasi del movimento con l’incapacità di un colpo d’ali dell’economia solidale, accentuando l’approccio critico verso l’attuale modello economico. «Se i Gas si fermano all’acquisto di prodotti biologici locali non sono più innovativi. Potevano esserlo 20 anni fa. Oggi servono risposte a domande più ampie», osserva Serventi. «Senza dubbio, il movimento gasista non può accontentarsi del fatto di aver contribuito a diffondere pratiche salutistiche o a far comprendere l’importanza dell’agricoltura biologica».

SUPERARE LE DIVISIONI Passare alla “fase 2” è quindi un’esigenza, non solo condivisa, ma anche inevitabile per non accontentarsi dei risultati ottenuti. Ma il salto di qualità richiede il superamento di una serie di ostacoli: non tanto di natura tecnica (la questione dei problemi logistici è, ad esempio, uno dei massi-

mi problemi organizzativi e lascia spazio a realtà del mondo profit per accaparrarsi una nicchia di mercato aperta con il sudore dei gasisti, vedi ARTICOLO ), quanto soprattutto di accentuare i legami nelle reti di economia solidale e superare la frequente (anche se paradossale) tendenza a essere, osserva Serventi, «una sommatoria di “io” incapaci di parlare con una sola voce: dobbiamo poter dare proposte concrete e condivise ai problemi dell’attuale società, proponendole a enti locali che spesso sono molto interessati a trovare soluzioni. Sono gli stessi sindaci a chiederci modelli che permettano di sviluppare forme di economia che aiutino i loro territori a risollevarsi». «La filosofia gasista – aggiunge la professoressa Forno – ha ampie possibilità di permeare le politiche pubbliche, a partire dalle iniziative di economia condivisa e ristorazione collettiva. Non è un caso che i Gas più disposti a progetti mutualistici siano quelli più in salute». Un approccio che somiglia molto alla creazione di una lobby, ramificata in territori diversi, che, proponendo soluzioni forti, possa riuscire a farsi ascoltare dai decisori pubblici e da nuovi strati di cittadinanza. Contraltare suggestivo a quanti hanno finora concepito l’attività lobbista solo come una tutela di interessi particolari (e non proprio virtuosi). ✱

PROGETTO BIOREGIONE UN “GEODATABASE” INCROCIA DOMANDA E OFFERTA di Emanuele Isonio

La facoltà di Agraria della Statale di Milano ha realizzato un sistema di mappatura della produzione e del consumo di prodotti agricoli in Lombardia

«Dobbiamo mappare che cosa si produce nella nostra regione e cosa si consuma». Proposito comprensibile, se si ha l’ambizione di far incontrare domanda e offerta dei prodotti agricoli di uno stesso territorio. Ma da lì a riuscirci il passo non è immediato. Le difficoltà non stanno spaventando i ricerca-

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tori della facoltà di Agraria dell’Università Statale di Milano sotto la supervisione del professor Stefano Bocchi, impegnati, da quasi due anni, nel progetto di trasformare la Lombardia, area a più elevato tasso industriale d’Italia, in una “Bioregione agricola”. Il traguardo finale non è stato ancora raggiunto, ma un tassello importante è stato posizionato: grazie alla collaborazione con Poliedra, consorzio del Politecnico di Milano, hanno messo a punto uno strumento informatico che si potrà rivelare molto utile. Tra gli addetti ai lavori è noto come “geodatabase”. Al suo interno è stata caricata un’enorme quantità di dati relativi sia alla produzione

agricola (superfici coltivate, numero e tipologie di capi allevati) sia ai principali prodotti alimentari consumati nelle mense lombarde di asili nido, scuole, ospedali e case di riposo. Un bacino impressionante, composto da 212 milioni di pasti ogni anno, per un fatturato di oltre 1 miliardo di euro all’anno. «Per ogni Comune all’interno del database è stata creata una tabella», spiega Roberto Spigarolo, coordinatore del progetto. «Ad ogni Comune sono associati attributi di base, quali il codice Istat, la superficie comunale, la popolazione residente, la provincia di appartenenza. Le tabelle sono poi riempite dai dati tematici oggetto del censivalori / ANNO 15 N

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economia solidale quali gas dopo 20 anni

lo tecnico che più ha reso complessa la vita di chi vuole costruire relazioni dirette con gli agricoltori. Cortilia lo risolve con un proprio software che, spiega Porcaro, «supporta la gestione dei mezzi di trasporto per ottimizzare la spesa, riducendo l’impatto ambientale ed economico del trasporto». In pratica gli utenti registrati (70mila finora, tra Milano, Monza, Brianza, Varese e Como) vengono associati a un “mercato on line” composto da produttori della sua stessa zona e, dal proprio pc, possono fare la spesa come al mercato rionale. Il punto di partenza dell’idea riprende uno dei temi fondanti della filosofia gasista rendendola disponibile per chi, magari, non ha tempo o motivazioni sufficienti per scovare, da solo, i produttori con i quali instaurare rapporti diretti. Inserendo però un’attività di intermediazione a scopo di lucro per nulla digeribile da molti settori dell’economia solidale. Che contro Cortilia hanno sollevato più di un dubbio: «Simili iniziative – osserva ad esempio Mauro Serventi, del Gas di Fidenza – prendono cose buone dai nostri percorsi inserendole nella logica commerciale convenzionale». La conseguenza? «Dell’aspetto solidale insito nel rapporto consumatoreproduttore non rimane nulla – commenta la sociologa Francesca Forno – e rischiano di erodere fette di mercato già presidiate dai Gas, senza iniettare nuova linfa al circuito del consumo critico». C’è poi il pericolo di tornare a giocare al ribasso sulla remunerazione dei produttori: «Per avere prezzi competitivi – aggiunge Vincenzo Vasciaveo, del Gas milanese di Baggio – devono necessariamente comprimere il ricavo dei produttori rispetto a chi, come i gasisti, accetta di costruire insieme un prezzo equo che remuneri adeguatamente il lavoro agricolo». Sospetti ai quali Porcaro indirettamente risponde spiegando che Cortilia chiede ai contadini una «percentuale che varia in base ai prodotti e alla stagionalità, garantendo inoltre un trasporto efficace e un’occasione per avere visibilità».

LA DIFFICOLTÀ DI COSTRUIRE PIATTAFORME “ETICHE” Al di là dei dubbi etici, l’aspetto chiaro a tutti è che creare una piattaforma che ri34

DAI GAS MILANESI AL VIA LE INIZIATIVE “ANTI TTIP”

Non c’è tutela dei propri territori e del proprio tessuto agricolo senza un’adeguata informazione sulle regole che potrebbero danneggiarli. Per questo i Gruppi d’acquisto solidali dell’hinterland milanese hanno aderito al Coordinamento per la campagna “Stop TTIP”, l’accordo per la liberalizzazione del commercio e dei servizi sul quale stanno lavorando (nel massimo riserbo) Unione europea e Stati Uniti d’America. E nelle scorse settimane hanno iniziato una campagna di sensibilizzazione sulle conseguenze negative che l’eventuale firma del trattato potrebbe avere sulla vita dei cittadini italiani, dal punto di vista sanitario, ambientale e dei diritti di lavoratori e consumatori. A preoccupare, soprattutto, l’obbligo di mutuo riconoscimento dei prodotti, in base al quale qualunque bene commercializzabile negli Usa dovrà essere vendibile anche in Europa. Forti i timori per un’apertura agli Ogm e a sostanze attualmente vietate in territorio comunitario. Anche perché, in base al trattato, uno Stato membro che si dovesse opporre a tale liberalizzazione potrebbe essere citato per danni dalle imprese che puntano ad aumentare i loro profitti grazie alla fine dei divieti. Le iniziative pubbliche culmineranno in un’assemblea pubblica sul Trattato transatlantico che al tempo stesso rilanci la proposta di istituire nel capoluogo lombardo un polo logistico da destinare ai prodotti dell’economia solidale, fruibile da produttori, gasisti e tutti i soggetti impegnati nella costruzione di un altro modello di mercato.

duca spostamenti e tempi di consegna è una delle difficoltà più complesse da superare. Di iniziative, nel mondo dell’economia solidale, grazie all’impegno gasista, ne sono sorte più d’una: come Biomercato.info, che opera nell’area del Parco agricolo Sud Milano e conta circa 400 associati; Equos.eu che, nella provincia di Varese, serve mille famiglie divise in 31 Gruppi d’acquisto, distribuendo 6 tonnellate di frutta e verdura biologica a settimana e lasciando l’80% del prezzo di vendita ai produttori. O la cooperativa Corto Circuito che serve una quarantina di Gas nell’area di Como. «Queste esperienze – osserva Davide Biolghini, del Distretto rurale di Economia solidale del Parco Sud Milano – dimostrano che una logistica “sostenibile” si può fare. Ma le iniziative continuano a essere fragili e territorialmente limitate. Servono risorse per programmi di più ampio respiro a livello nazionale. Ma occorre anche un maggiore livello di coordinamento nel mondo dei gruppi d’acquisto. La sua assenza favorisce la nascita di strutture analoghe che hanno però l’obiettivo di fare profitti». ✱ valori / ANNO 15 N

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economia solidale mobili e accessori con un tocco in più

Quando il design è sociale di Valentina Neri

A “Fa’ la cosa giusta!”, 13-15 marzo a Milano, ci saranno anche realtà che propongono design artigianale e legato al territorio che sposa valori sociali

Abbiamo cominciato con Farm Cultural Park, l’officina culturale di Favara, nell’Agrigentino; abbiamo continuato con la carta e il cartone riciclato, preziose materie prime per arredi; ora raccontiamo l’arredamento che si fa veicolo di inserimento socio-lavorativo. Abbiamo scelto di avvicinarci così al Salone Internazionale del Mobile, in programma a Milano dal 14 al 19 aprile

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ualità dei materiali, funzionalità, bellezza estetica: sono tanti i criteri con cui si sceglie come arredare la propria casa. Ma, se si presta attenzione alla provenienza, si scopre che un mobile può celare storie, progetti e sfide. È questo il minimo comun denominatore di alcune delle realtà che potrete incontrare a Milano, dal 13 al 15 marzo, in occasione di “Fa’ la cosa giusta!” (vedi BOX ). Ci sono progetti appena nati come Hora, che per il debutto ha scelto i padiglioni di Fieramilanocity. Si tratta della “creatura” di Barbara Bottazzini che, arrivando da un percorso a metà tra il mondo della comunicazione e quello del sociale, si è messa alla prova con una collezione molto particolare. La progettazione, infatti, è opera sua, mentre la realizzazione spetta a piccole cooperative e realtà artigianali. Tutte nel raggio di poche decine di chilometri dalla sede di Arcore, come segnale di attenzione al territorio. Uno dei primi a “salire a bordo” è stato il Laboratorio Procaccini 14, che offre opportunità lavorative a persone con disagio psichico e rifugiati politici. Dalla sua sartoria escono i cuscini, imbottiti con materiale di riciclo delle bottiglie di plastica; ai decori provvede un’azienda della provincia di Bergamo. A “Fa’ la cosa giusta!” ci saranno anche i quaderni realizzati da La Meridiana 2, cooperativa sociale di Mezzago (in Brianza) e le sedie di un artigiano brianzolo che lavora esclusivamente con ma-

Torna “Fa’ la cosa giusta!”

Ormai è un appuntamento fisso ed è pronta a tornare, tra conferme e novità: l’edizione milanese di “Fa’ la cosa giusta!”, la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, animerà i padiglioni di Fieramilanocity dal 13 al 15 marzo 2015. Dopo un 2014 chiuso con 70mila visitatori e oltre 700 espositori, quest’anno la fiera si presenterà come una smart city della sostenibilità, con quartieri, vie e piazze che ospiteranno le varie sezioni espositive. Dall’abitare green, di cui abbiamo parlato in questa pagina, alla moda critica e la cosmesi naturale, passando per il commercio equo, l’associazionismo, l’alimentazione, il turismo consapevole, gli spazi per l’infanzia e gli sposi. Faranno il loro esordio anche alcuni approfondimenti trasversali: la sharing economy, l’autoproduzione, il welfare comunitario e la Cittadella della Pace. E ci saremo anche noi di Valori, ospiti dello stand di Banca Etica, nella sezione Servizi per la sostenibilità. 38

Aspettando il Salone del Mobile

terie prime italiane e vernici ad acqua certificate. «La fiera – dice Barbara – sarà il trampolino di lancio. Dopodiché, è tutto un work in progress». Fianco a fianco a questa realtà ancora giovanissima, ce ne sarà una con un decennio di storia alle spalle: la cooperativa ligure Jobel, che da un paio d’anni ha iniziato a gettare le radici per una falegnameria sociale. L’attività, aperta ad Albenga (in provincia di Savona), impiega otto persone, quattro delle quali sono ex-detenuti della casa circondariale di Sanremo. Da un lato – ci racconta il presidente Alessandro Giulla – c’è il capannone per la produzione di parquet e altri lavori di falegnameria tradizionale. Dall’altro, ci sono gli arredi per asili nido, legati alla lunga esperienza della cooperativa nei servizi per l’infanzia. Infine c’è la parte più artistica e artigianale, in cui si costruiscono «manufatti molto curati a livello di ricerca estetica, finiture e design», spiega l’art director Marco Rossi. «La nostra non è arte del riciclo – continua – ma del riuso: usiamo il legno dei bancali, o la legna da ardere, come un materiale nuovo. Abbiamo messo al bando compensati e laminati e le tinte sono naturali e vegetali, tutte certificate». ✱ www.horadesign.it http://www.ilcammino.coop/jobel.html valori / ANNO 15 N

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fotoracconto 04/05

La raccolta dei pomodori alla Fattoria Di Vaira. L’azienda si estende per 530 ettari in tutto. 100 dedicati alla produzione di ortaggi invernali ed estivi in rotazione: finocchio, cavolfiore, broccolo, cicoria puntarella, cicoria, radicchio, pomodori, zucchine, peperoni, meloni, angurie, melanzane. 70 ettari a vigneto (Aglianico, San Giovese, Trebbiano, Montepulciano, Falanghina, Merlot, Cabernet). 15 ettari a oliveto, per produrre olio extravergine nel frantoio aziendale. 300 ettari ospitano prati a pascolo e foraggi per l’alimentazione degli allevamenti.

ARCHIVIO FATTORIA DI VAIRA

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social innovation

Imprese responsabili

Etichette per l’impatto sociale di Andrea Vecci a tanto attesa direttiva Ue sulla “Rendicontazione non finanziaria”, approvata dal Parlamento Europeo nel mese di aprile 2014, rende necessario per le imprese divulgare informazioni sulle proprie politiche ambientali, sociali e sindacali. La direttiva riguarda le società quotate quanto le non quotate, come banche, compagnie di assicurazione e altre società che, in virtù delle loro dimensioni o del numero di dipendenti, devono comunicare in modo trasparente i rischi e gli effetti delle loro attività. Ma, ancora una volta, mancano standard condivisi di reporting, indicatori e misure col rischio che le imprese rendicontino gli impatti nel modo che ritengono più utile. La crescita del dibattito intorno all’impatto sociale (vedi Valori di settembre 2014) ha portato a una proliferazione di metodi e modelli di misura tale da rendere insufficiente la classica revisione annuale delle politiche di responsabilità sociale d’impresa (Csr). L’impatto sociale sta diventando una misura fondamentale per comunicare il valore che un’azienda genera per la società. I metodi, tuttavia, sono in evoluzione. Si può impostare uno standard per misurare l’impatto sociale? HCT Hackney Community Transport, l’impresa sociale che gestisce il trasporto pubblico di Londra (ne abbiamo parlato su Valori di giugno 2013), ha pubblicato il suo quinto report di impatto sociale. Secondo l’amministratore delegato, Dai Powell, impatto sociale è ciò che «HCT crea ma che non sarebbe stato creato senza di noi». Misurare e dimostrare un dato contro fattuale, però, non è così semplice. Nel panorama mondiale la lista delle certificazioni che includono l’impatto è in continua crescita: l’AccountAbility AA1000; il Global Compact delle Nazioni Unite; lo standard ISO 26000; il Codice della Sostenibilità Tedesco; il Sustainability Accounting Standards Board; l’ESG Disclosure Framework; l’HACT Value Insight, la Global Reporting Initiative, le raccomandazioni della SII Taskforce del G8. Un segnale di questo trend ce lo offrono anche le quattro grandi società di consulenza professionale e contabile: PricewaterhouseCoopers,

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Deloitte, Ernst & Young e Grant Thornton, che offrono servizi di revisione di impatto sociale. Il reporting dell’impatto sociale potrebbe così avvicinarsi alla contabilità più di quanto non abbia saputo fare la CSR. A luglio dello scorso anno il Chartered Institute of Management Accountants e l’American Institute of CPA hanno effettuato un sondaggio tra i dirigenti di aziende multinazionali per valutare l’interesse per la rendicontazione degli impatti. L’80% vede il potenziale di una certificazione di impatto, anche se la maggioranza non ha alcun piano concreto per adottarlo. Mentre uno standard universale per il reporting dell’impatto sociale può rivelarsi sfuggente, una metodologia comune potrebbe affermarsi tra i diversi sistemi pionieri emersi in questi ultimi anni. ✱ Maggiori approfondimenti sul blog Social Innovation di valori.it valori / ANNO 15 N

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internazionale sotto austerity

Il debito? «È solo un problema politico» di Matteo Cavallito

«Nel 2010 l’Europa avrebbe potuto salvare la Grecia con “soli” 25 miliardi», parola di Fabio Sdogati, del Politecnico di Milano

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a verità è che i titoli implicitamente pericolosi non esistono. Basta comprarli. Due anni fa (nel 2010, ndr) gli europei avrebbero potuto salvare la Grecia rispondendo da subito ai primi attacchi speculativi con l’acquisto dei suoi titoli di Stato. (…) Non sarebbe costato più di 25 miliardi». Nel maggio 2012, a colloquio con Valori, Fabio Sdogati, ordinario di Economia Internazionale del Politecnico di Milano, aveva sintetizzato così la situazione greca. Da allora sono passati quasi tre anni e la crisi ellenica si è ulteriormente aggravata. Un motivo in più, secondo il docente, per ribadire, oggi, la riflessione di allora. Professore, 25 miliardi… sarebbe bastato davvero così poco? Confermo. Se la Bce avesse comprato i titoli greci per contrastare la speculazione nel 2010, o per lo meno nel 2012, non ci troveremmo in questa situazione. Allora però si parlò di “azzardo morale”… Quella dell’azzardo morale è un’invenzione. Il vero problema è la contrapposizione tra i governi europeisti e quelli che non lo sono. Ecco, con la vittoria di Syriza in Grecia abbiamo finalmente il primo governo europeista sui 19 che compongono l’eurozona. È ancora un caso isolato, ma siamo comunque 18-1, che è molto diverso da 19-0. Ora aspettiamo la Spagna e la vittoria di Podemos. Per il 17 a 2. Ma che cosa significa esattamente “governi europeisti”? Parlo di europeismo in relazione all’idea stessa di gestione dell’Europa. Martin Wolf ha scritto di recente sul Financial Times che l’Ue dovrebbe essere un’unione di democrazie e non un impero. E il problema, ovviamente, è la Bce che a differenza della Fed si rifiuta di agire come prestatore di ultima istanza. La Banca centrale europea tratta la questione come un problema tecnico. Ma il debito in realtà è solo una questione politica. È stato

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grazie a una decisione politica che le banche del Nord Europa hanno concesso in passato ampio credito alla Grecia, ed è tuttora una scelta politica quella di far pagare il debito greco ai contribuenti anziché alle stesse banche. Dal “salvataggio” del 2012 ad oggi il debito greco è addirittura aumentato (dati FMI). È paradossale, non trova? Non è significativo. Se per questo il debito italiano è in costante crescita da molti anni. Ciò che conta è il deficit, ovvero il saldo finale tra le entrate e le uscite. Resta il fatto che con la persistente recessione il debito greco sembra ormai insostenibile Non ha senso parlarne in questi termini. I governi si indebitano con le banche del loro Paese e con gli istituti stranieri e ogni tanto capita che l’investimento venga rivisto. Ma il punto è che sono i debitori a stabilire quando un debito è sostenibile oppure no. Non è un fatto oggettivo. L’attuale accezione di sostenibilità si basa invece sul presupposto che il Pil sia la misura della capacità di un Paese di ripagare i suoi creditori, a partire dall’idea che esista una soglia oggettiva – il 90% del Pil secondo la teoria di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff – oltre la quale la spesa pubblica tenderebbe a deprimere la crescita. Non è così. Cosa accadrà a questo punto? Per ora siamo alla contrattazione. La Grecia è stata chiara: vuole restare nell’euro ma a queste condizioni non ce la fa più. L’ipotesi è quella di cancellare una parte del debito, come accaduto per la Germania nel 1953, e di rinominare i titoli in mano alle istituzioni pubbliche legando questi ultimi alla crescita. Per far questo, però, servono governi in grado di prendere posizioni forti in questa direzione. Il debito, almeno in parte, può essere ripagato. Ma solo attraverso una soluzione politica. ✱ valori / ANNO 15 N

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potenti lobby a bruxelles internazionale

Jean Claude Juncker: il presidente della retromarcia Limiti anti-inquinamento, parità di genere, diritti delle lavoratrici in maternità, economia circolare: l’esecutivo Ue cancella le proposte di direttive più ambiziose ereditate da Barroso. Vincono le lobby

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on aveva ancora lasciato ufficialmente il Berlaymont, storica sede della Commissione europea, e già i coccodrilli dei cronisti concordavano su una critica: la decennale guida di Manuel Barroso ha privato la Ue di una leadership autorevole e si è dimostrata molto spesso mera esecutrice del volere degli Stati più forti. Eppure, a pochi mesi dalla sua uscita, la situazione paradossalmente appare a molti osservatori anche peggiore. E il nuovo presidente Jean Claude Juncker rischia di essere ricordato per il suo appiattimento agli interessi delle lobby.

QUELLA LETTERA A TIMMERMANS Il sospetto era stato sollevato già in sede di presentazione della sua squadra di commissari, a partire dalla delega per i Mercati finanziari al conservatore inglese, Jonathan Hill, e a quella per l’Energia allo spagnolo Arias Canete. A pensar male si fa peccato, ma, leggendo le decisioni di Juncker sulle proposte di direttiva lasciategli in eredità dalla precedente Commissione, si ha l’impressione di aver indovinato. Una mole di 130 documenti legislativi che probabilmente non vedranno mai la luce. Obiettivo ufficiale: “pulire le scrivanie”, per concentrarsi sulle reali priorità dell’Unione. Almeno 80 di quelle proposte, in attesa di approvazione dal Parlamento e dal Consiglio dei ministri, saranno ritirate. Strategia comprensibile nella teoria, meno se si leggono i contenuti delle proposte che verranno scartate. Anche perché la lista dei testi sacrificati accoglie quasi totalmente le richieste contenute in un altro documento: una lettera, inviata al vicepresidente della Commissione, Frans Timvalori / ANNO 15 N

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di Emanuele Isonio

mermans, da BusinessEurope, la confederazione degli industriali europei alla quale aderisce anche Confindustria. Una lettera che chiedeva di cestinare molte norme invise agli imprenditori del continente, preoccupati di avere le mani legate da norme troppo stringenti in ambito ambientale e sociale (vedi SCHEDE ): via le proposte sulla qualità dell’aria che riducevano le emissioni consentite di polveri sottili e quelle che portavano all’80% gli obiettivi di riciclaggio degli imballaggi entro il 2030 e vietavano di conferire in discarica qualsiasi materiale riciclabile. Nella spazzatura, la direttiva sull’equilibrio uomo-donna nei CdA (attualmente il 91% dei membri è di sesso maschile) insieme all’estensione dei congedi di maternità. Ma gli industriali caldeggiavano uno stop anche per l’ambizioso pacchetto di direttive sull’economia circolare, che avrebbe traghettato l’Europa verso un modello di produzione incentrato sul riutilizzo dei materiali e sull’attenzione al ciclo di vita dei prodotti. Richieste estremamente controverse, che hanno suscitato proteste fra gli ambientalisti e tra i partiti progressisti dell’Europarlamento, ma che sono state fatte proprie dall’ex premier lussembur-

Un laboratorio per giovani giornalisti

Coinvolgere i futuri comunicatori su temi delicati come quelli che si discutono nell’Unione europea è cruciale per formare professionisti in grado di trasmettere correttamente le informazioni più scomode all’opinione pubblica continentale. Questi articoli sono stati quindi realizzati con il coinvolgimento degli studenti del laboratorio giornalistico Bejour (Becoming journalists in Europe), attivato dalla cattedra di diritto pubblico e della Ue della facoltà di Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma e cofinanziato dal programma comunitario Erasmus+ nell’ambito delle azioni Jean Monnet. Maggiori informazioni sul sito: https://web.uniroma1.it/bejour 47


fotoracconto 05/05

Niente fertilizzanti né pesticidi nei campi della Fattoria Di Vaira. Solo agricoltura biodinamica, che ruota attorno all’idea che l’azienda agricola sia un vero e proprio organismo vivente a ciclo chiuso. Oltre a recuperare pratiche tradizionali, quali il sovescio e la rotazione delle colture, l’agricoltura biodinamica si basa su una serie di “preparati” utilizzati in dosi omeopatiche, che funzionano come vere medicine per il terreno e per le piante. Ne risulta un progressivo risanamento del terreno, con un aumento di humus stabile e una qualità superiore dei prodotti.

ARCHIVIO FATTORIA DI VAIRA

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bancor

Tra la Grecia e l’Europa (o meglio la Germania) è scontro diretto. Questa volta potrebbe finire in modo diverso, forse in pareggio, soprattutto nell’interesse di Atene

con l’Ocse del messicano Gurría a far in un certo senso da mediatore. Ma intanto Atene, con in mano un memorandum che non intende più rispettare, non ha più accesso ai canali tradizionali dei mercati per finanziarsi: i titoli esistenti, scambiati over the counter e nel secondario, dove si traccia il famoso spread con il benchmark tedesco, sono schizzati a oltre l’11% per le scadenze a 10 anni e addirittura al 20% sul breve periodo, numeri che non si vedevano dal 2012. E, mentre i cittadini ritirano i soldi agli sportelli (25 miliardi solo negli ultimi due mesi), le banche non usufruiscono più della liquidità della Bce ma solo delle linee di credito d’emergenza, gestite, almeno finché l’Eurogruppo non chiuderà anche questo rubinetto, dalla Banca centrale greca, che sta già manovrando in questa fase una moneta virtuale “diversa” dall’euro e che potrebbe presagire un imminente ritorno alla vecchia dracma. Le casse dello Stato si stanno quindi prosciugando, vista anche l’estrema disinvoltura con la quale i greci riescono, soprattutto in certi momenti, a sottrarsi ai propri adempimenti fiscali: c’è liquidità, almeno sembra, fino a fine giugno, massimo luglio, ma questa volta il rischio che presto non ci siano più soldi (o meglio, euro) per stipendi, pensioni, servizi di assistenza e forniture energetiche è davvero molto alto. Che la Grecia ripaghi l’enorme cumulo di debito creatosi negli ultimi anni, 250 miliardi di euro (di cui quasi 200 a favore dell’Unione europea, 30 del Fondo Monetario Internazionale e 20 della Bce) su un totale di 323 miliardi (quasi due volte il suo Prodotto interno lordo) e, soprattutto, che lo faccia alle condizioni imposte negli ultimi anni dalla Troika è un’illusione di pochi. Tra chi ne ha maggior contezza c’è proprio Mario Draghi, impegnato con l’Ocse per un accordo “ad ogni costo”. Aveva appena azionato il tanto atteso bazooka del Quantitative Easing (QE), che a Francoforte (ri)esplode la grana Atene. L’accordo con Berlino per immettere liquidità per quasi un miliardo di euro nel giro di due anni, in aggiunta ai 2-3mila già stanziati in passato contro la spirale della deflazione e per il rilancio dell’economia, era costato al presidente della Bce un duro scontro all’interno del board, scontro che aveva fiaccato tutti e lasciato di fatto ancora aperte molte delle technicalities dell’operazione, dalla ripartizione degli impieghi tra gli Stati membri al rischio di monetizzazione dei debiti nazionali qualora il QE venisse usato per comprare titoli a rendimento negativo. Ma la trattativa con Tsipras e Varoufakis è per molti versi ancora più complessa e snervante, visto il delicato equilibrio tra posizioni di forza e debolezza che si instaura tra creditore e debitore, soprattutto quando

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si parla di un debito enorme. Un accordo in realtà servirebbe a entrambe le parti: il fallimento (formale) di Atene e la sua uscita dall’euro avrebbero ripercussioni serissime sui bilanci di molte banche e fondi pensione europei, così come sulla bolletta energetica di molti Paesi membri, visto anche il riacuirsi della crisi tra Russia e Ucraina e la continua destabilizzazione del Nord-Africa e del Medio Oriente. D’altra parte, però, concedere alla Grecia di Syriza una moratoria e una ristrutturazione del debito a condizioni molto più favorevoli creerebbe un precedente molto rischioso per l’establishment europeo e darebbe, a pochi mesi dal voto in Gran Bretagna, Spagna e Portogallo, ulteriore linfa ai movimenti euroscettici, da Podemos al M5S, fino al Front National e all’UKIP. Una exit strategy potrebbe venire dai privati: secondo le ultime stime, in Europa ci sono qualcosa come 1.200 miliardi di euro investiti in titoli a rendimento negativo: si tratta di asset legati in gran parte a obbligazioni tedesche e olandesi con scadenza a 4 e 5 anni, ma anche a titoli francesi, fino a scadenze biennali, e addirittura ai nostri Bot trimestrali. Un modo per girare alla Grecia parte di questa liquidità a un tasso ragionevole, diciamo del 2%, senza che la Troika rimanga con il cerino in mano e senza che a Tsipras siano imposti, magari sotto altra forma, ulteriori (e insosten bili) misure di austerità legate ai vincoli di bilancio.

Il programma di Syriza d’altra parte è chiaro: 400mila posti di lavoro, altrettanti alloggi popolari, energia e assistenza sanitaria gratuita a chi non può permettersela, salario minimo a 750 euro mensili, innalzamento e adeguamento delle pensioni al costo della vita tramite un fondo nazionale che sfrutti, in gran parte nazionalizzandole, risorse energetiche e turistiche, reinserimento dei dipendenti pubblici licenziati negli ultimi anni, introduzione di una “no-tax area” a 12mila euro, lotta senza quartiere a corruzione, criminalità ed evasione fiscale. Servirebbero risorse ingenti, anni se non decenni, e un consenso altissimo che in realtà per Tsipras è appeso a un filo: la speranza di farcela, chiudendo prima la trattativa sul debito, sta più nella fiducia che la Merkel e Juncker non intendano passare alla storia per coloro che hanno distrutto l’euro e l’Europa piuttosto che su un effettivo piano fatto di numeri consolidati e realistici. Se poi la trattativa, condizionata anche dalle pressioni dei mercati, finisse male e non ci fossero altri creditori pronti a sostenere Atene, allora, con una dracma a 350 contro un euro (come ai tempi dell’ingresso nell’Eurozona), o più realisticamente a 500, pensare di realizzare anche solo metà di quanto promesso sarebbe praticamente impossibile, ed è per questo che, alla fine, un compromesso potrebbe trovarsi. ✱ todebate@gmail.com valori / ANNO 15 N

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Mensile Valori n. 126 2015  

La ricchezza della terra L’agricoltura intensiva, a base di pesticidi e fertilizzanti chimici, è stata spacciata come il rimedio alla fame n...

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