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COVER #4 SPECIAL GUEST

CREDITS

David Jimenez Iniesta (Spain, 1987) Graduates with High Honors in Architecture at the Polytechnic School of the University of Alicante (Spain). David complements his studies with exchange programs in other universities such as the Technical University of Lisbon and the University of Alcalá de Henares (Madrid, Spain). In 2012, he holded a scholarship of the Japan Foundation and the University of Valladolid. Since 2008 he complements his studies with collaborations with studios of Alicante and Murcia as Jose María Torres Nadal, Ad-hoc msl, Antonio Abellán, Magicarch, and StudioÄnimal among others. Since 2010 teams up with Mª Ángeles Peñalver Izaguirre. Nowadays collaborates in Carlos Arroyo Architects in Madrid.

FOUNDING

MªÁngeles Peñalver Izaguirre (Spain, 1986) Architect by the University of Alicante with Honors Cum Laude in her Final Project. Grant Holder / Researcher at the University of Alicante in the “Architecture and Urbanism of the Campus” program in 2014. During her college years has been fortunate to be able to complement her studies in exchange programs with other universities as Anadolu University (Eskişehir. Turkey), Hacettepe University (Ankara. Turkey) and the University of Alcalá de Henares (Madrid, Spain). Scholarship holder of the Japan Foundation and the University of Valladolid (Spain) in 2012. Since 2008 combined her academic studies with varied professional experiences collaborating with studios in Alicante and Murcia such as adHoc, Martin Lejárraga and StudioÄnimal among others. Since 2010 teams up with David Jiménez Iniesta. Nowadays collaborates in the architecture office ArenasBasabePalacios in Madrid. Together, their effort has been recognized with different awards. They have been awarded in National competitions such as the Tram Stop Competition for the University of Alicante, Transitarte 2013 (Art Gallery design) and International competitions as “CevisamaLAB” (new design of a ceramic piece), Europan 12, Thinkspace: Urban Borders or the Is Arch Awards among others.

The cover is part of their Final Diploma Project, “A Lobotomy’s Tale”, a research which questions the official story about the Kowloon Walled City in Hong Kong trying to dismantle through four exercises the main axioms which gave form to this architectural myth.

Orazio Caruso, Sebastian Di Guardo

EDITORIAL STAFF

Orazio Caruso, Sebastian Di Guardo

ADDRESS

Via Pio VII 64, 00167 Rome, ITALY

CONTACTS

architettandocontacts@gmail.com

ISSN 2421-7239 (since 15/09/2015)

NUMBER FOUR DATE Summer 2015

COLLABORATORS Davide Luca, Francesco Di Traglia, Marilisa Iannuzzo

TRANSLATIONS

Laura Dumbrava, Luigi Cavallo, Orazio Caruso

www.paroladarte.altervista.org The independent blog of Parola d’Arte follow us

What is Parola D’Arte? A collection of articles , essays and / or interviews selected by the publishers , divided into thematic and structured in the form of a magazine . These collections are organized into booklets , they have periodic nature nor any profit. The sale of all or part of the material is forbidden. Each image or track is shown citing the author . Each interview is presented with the express permission of the interviewee . Reproduction of any material , including texts and images contained in this report is forbidden except with the express consent of the authors or citing the author himself more explicitly.


CONTENTS issue #4 / innovative traditions / summer 2015

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Ciò che è fisso è anche fermo, privo di sviluppo, non-vitale.

Lo spazio del corpo.

Appunti di unviaggio in Sicilia. Contocircuiti tra un passato mai finito e un futuro mai arrivato.

editorial

What is fixed is also still, without development, non-vital.

Sebastian Di Guardo

article #1

The space of the body.

Orazio Caruso

translation: O. Caruso e L. Cavallo

translation: L. Dumbrava

article #2

A trip to Sicily notes. Short circuits between a never ending past and never arriving future.

Davide Luca, Marilisa Iannuzzo translation: L. Dumbrava

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Originali citazioni. Original quotes.

Confrontarsi, dialogare, scontrarsi.

translation: L. Dumbrava e L. Cavallo

Sebastian Di Guardo

article #3

Francesco Di Traglia

interview #7

To confront, to dialog, to collide. translation: O. Caruso e L. Dumbrava


CIÒ CHE È FISSO È ANCHE FERMO, PRIVO DI SVILUPPO, NON­V ITALE

(pensiero Zen)

Vogliamo aprire il sipario su questo numero quattro con qualcosa di più di un titolo e una citazione: vogliamo cominciare con un’incitazione. Certo, può sembrare sorprendente la definizione di cambiamento come sinonimo della vita nel contesto di una religione, com’è il buddismo Zen, perché ogni religione è in sé immutabile. Siamo anche coscienti che il tema trattato, tradizione e innovazione, è uno dei più dibattuti nell’ambito dell’Architettura, specialmente in territorio accademico. Eppure non vogliamo rinunciarvi, perché lo scopo di Parola d’Arte è riflettere in modo nuovo su ciò che definisce i margini della professione dell’artista, dell’architetto, e in generale di chi immagina e attraverso il suo lavoro genera delle emozioni. L’Arte e l’Architettura non sono campi del sapere in normale evoluzione, come si può dire della Scienza che si affina senza posa, ma sono piuttosto delle esigenze umane che si nutrono dello spirito del loro tempo, oltre che di un desiderio atavico, che sia estetico o funzionale; e tali esigenze sono in perpetuo divenire, come la società in cui nascono. Lo spazio modellato dall’architettura è quindi per sua natura un tutto fluido e vitale che coagula modi di vivere, e molta vita è contenuta in potenza e nel tempo tra volumi, superfici, sentieri. L’Arte contemporanea, a sua volta, vive dell’interpretazione, della scoperta di un messaggio sotteso. Smettere di parlare del rapporto tra la tradizione e l’innovazione è quindi vano, perché nei nostri pensieri e nelle nostre vite emergono costantemente nuove forme di Architettura e nuove visioni dell’Arte. Parola d’Arte prende spunto dalle antinomie tra idee tradizionali e innovative ma con un atteggiamento entusiasta. Crediamo ferma-

mente che una sorta di “rinnovamento radicato” sia necessario, perchè l’unico modo per non creare attrito con qualcosa è muoversi in modo univoco con essa. Lo abbiamo fatto fin dal primo numero, “edificare un linguaggio”, quando abbiamo sostenuto una rivoluzione dell’intero “sistema” dell’Arte, e il discorso ha avuto un naturale svolgimento con le edizioni successive. È emerso che un movimento artistico e una “scuola” d’Architettura davvero contemporanei devono ormai nascere, perchè non è più opportuno sfruttare modelli che abbiamo ereditato dal passato, come il post modernismo o gli stili delle Star Architects, quando la società, i costumi, l’evoluzione del corpo stesso sono cambiati in modo imprevedibile. La resilienza umana del pensiero e delle discipline è l’unica alternativa e resistere risulta pericoloso e straniante. Affrontando il tema del linguaggio e di un nuovo modello di città abbiamo compreso meglio cosa significa essere “uomini massmediatici”. Certo la società massmediatica (ricordate i terrificanti dirigibili pubblicitari del film Blade Runner?) esercita una forte influenza sull’uomo, la sua arte, i luoghi dove vive la sua quotidianità. I sistemi tecnologici hanno cambiato le nostre vite e per alcuni di noi anche il corpo, integrandolo in senso fisico. Abbiamo ormai constatato l’appiattimento delle differenze culturali e sociali, la globalizzazione della finanza con ricadute ora positive ora negative, e il pericolo dell’insostenibilità ambientale. Questo si può considerare sufficiente per la costruzione di un pensiero radicato nel presente, un presente nel quale dobbiamo “risvegliarci”. Spunti nuovi su come attivare un processo rin-

Following page: Kasimir Malevic, The man whit the bag, 1912. Gouache on paper, 88 x 71 cm, Amsterdam, Stedelijk Museum

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novatore, sono giunti già nel numero precedente: rivitalizzare l’obsolescente, perchè nulla può più essere sprecato, e progettare a partire da un nuovo principio, quello delle emozioni. I nostri cinque sensi e il nostro cervello sono stati artificialmente potenziati e integrati e pretendono un qualcosa di più: qualcosa di più delle architetture o opere d’arte create per esaltare il potere economico di una società per azioni, o basate solo sull’idea di sostenibilità ambientale (vera o presunta), o legate a uno stile particolare, eredità dell’ordine architettonico. Siamo ormai abituati ad assorbire un numero impressionante di immagini e suoni. Si tratta in altre parole di esperienze, che sempre più spesso depositiamo in forzieri digitali sociali nella forma di immateriali byte diffusi nell’etere. Almeno questa volta Blade Runner non è stato, per fortuna, buon profeta: presto nessun momento si disperderà nella pioggia.

WHAT IS FIXED IS ALSO STILL, WITHOUT DEVELOPMENT, NON-VITAL. (Zen thought) We want to open the curtain of this fourth issue with something which represents more than a title and quotation: we want to start with an incitement. Obviously, it might seem surprising the definition of change as a synonym of life within a religion as it is the Buddhism Zen because each religion in its self is unchangeable. We are also aware that the selected theme, tradition and innovation, is one of the most debated in the architecture field, especially in the academic territory. Nevertheless, we do not want to let go of you because the purpose of Parola d’Arte is to reflect, in a modern way, what defines the sides of the artist’s profession, of the architect’s, and generally of whom imagines and through his work generates emotions. Art and Architecture are not fields of knowledge in a normal evolution, as it can be told about the science which improves without exposure, but they are mostly human exigencies which nourish themselves with the spirit of their time above an atavistic desire, whether esthetical or functional; and such exigencies are in a continuously growth as the society in which they are created. The space which is shaped by the architecture is therefore, by its nature, a whole fluid and vital which coagulates ways of living and much life is contained within the power and time among volumes, surfaces, trails. Contemporary art, on the other side, lives of interpretation, of discovering a hidden message. To stop talking about the relationship between

This and following page: Hieronymus Bosch, The traveler, 1494. Oil on panel 71x71 cm. Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam

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tradition and innovation is therefore useless because in our thoughts and our lives constantly emerge new forms of architecture and new visions of art. Parola d’Arte is inspired by contradictions between traditional and innovative ideas but with an enthusiastic attitude. We firmly think that such a thing like “radical renovation” is necessary because the only way not to create friction with something is to move along in a univocal way with it. We have done it since the first issue, “edifying a language”, when we supported a revolution of the entire “system” of arte and the discourse had a natural development with the next editions. It had been emerged that an artistic movement and a “school” of architecture, contemporary indeed, must be created by now because it is not opportune anymore to exploit models which we have inherited from past, such as the post modernism or the styles of the Star Architects because the society, the suits and the body’s itself evolution had changed unpredictably. Human resilience of thought and disciplines is the unique alternative, and withstanding could be dangerous and estranging. By confronting the theme of language and the new model of city, we have better understood what it means to be “mass media human beings”. Of course, the mass media society (remember the terrifying publicity airships in the Blade Runner film?) exercises a great influence on man, on his art, on his place where he spends his daily life. The technological systems have changed our lives and for some of us the body too by Following page: Dojo Zen. Drawing by Orazio Caruso

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integrating it in a physical sense. We have observed by now the flattening of the cultural and social differences, the globalization of the finance with positive and negative relapses, and the danger of environmental unsustainability. This could be considered enough to build a thought rooted in the present, a present in which we need to “wake up again”. New hints on how to activate a renovator process were already dealt in the last issue: revitalizing the obsolescent because nothing could be more wasted, and starting to project by starting from a new principle, that of emotions. Our five senses and our brain had been artificially strengthened and integrated and they pretend something more: something more than architectures or artworks created in order to exalt the economic power of a society guided by actions or based only on the idea of environmental sustainability (real or presumed) or linked to a particular style as a heritage of the architectonic order. We got used by now to absorb an impressive number of images and sounds. It deals, in other words, with experiences which we always store them within digital social coffers having the shape of immaterial bytes which are widespread within the ether. At least this time, Blade Runner was not, fortunately, a good prophet: soon no moment shall be dispersed in the rain.


VIVERE: LO S PA Z I O D E L C O R P O

Una sala da meditazione buddhista

Lo spazio metropolitano è per sua natura caotico. In questo scenario variegato e multiforme, gli spazi a misura d’uomo vengono ridotti al minimo se non annullati in nome di logiche che speculano in maniera consumistica sullo spazio, soprattutto pubblico, di fatto annullandolo. La necessità di rapidi spostamenti e la quantità enorme di persone coinvolte, genera flussi incontrollabili, sovrapposti. In questa realtà caotica si scopre tuttavia, con grande sorpresa, dell’esistenza di luoghi in cui si privilegia e si mette al centro del discorso l’individuo e il suo benessere anche spirituale, spesso con mezzi semplici e schietti. Questi ambienti sono un’altra cosa rispetto al turbine cittadino.

A Roma nel quartiere Marconi per esempio, si trova un luogo di culto chiamato Shobogendo, affiliato alla comunità Soto-zen di Fudenji (Salsomaggiore Terme). Si tratta di un tipo di spazio, unico nella capitale e rarissimo in Italia, nel quale poter praticare il Buddhismo della Sotoshu*, il cui culto comprende in maniera peculiare la meditazione seduta (Zazen), la meditazione camminata (Kin-hin) e la recitazione dei Sutra*. Un luogo religioso si potrebbe dire per semplicità, ma sarebbe riduttivo, senza dubbio. I maestri Zen possono rifiutarsi di dare una risposta immediata e diretta a chi gli chieda che cosa sia lo spazio Zen, sottolineando che si tratta più che di un luogo fisico, di un fatto personale, di un’esperienza non descrivibile a

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parole. E’ possibile semmai evocare delle suggestioni, delle impressioni che saranno però sempre personali e riferite al caso. Il dojo è assimilabile a un luogo nel quale si pratica di fatto l’esperienza dell’architettura, intesa questa non come semplice luogo fisico, fatto di materia, ma come fatto di esperienza reale, di comunità, di unità inscindibile con il proprio corpo. Si entra scalzi, si saluta e si viene a contatto con tutto l’ambiente, dalle persone agli oggetti presenti in sala. Si prende il thè seduti per terra e si conversa normalmente; poi alla fine della cerimonia d’incontro ci si alza e ci si prepara al silenzio, a varcare la soglia del dojo vero e proprio contrassegnato da un gradino, una barriera fisica che rappresenta il distacco dal mondo in cui ci troviamo. Si entra in uno spazio rettangolare, spoglio, essenziale: un mosaico di tatami verdi per terra, un seggio quadrato all’angolo, riservato al maestro, una striscia di parquet al centro della sala con un altare e il simulacro di Buddha, qualche strumento per i suoni che si fanno durante la cerimonia al lato opposto. Dopo essere entrati, tutto diventa lentamente importante, rigoroso: la ritualità dello Zazen, durante il quale si pratica l’immobilità assoluta seduti su un cuscino “zafu”, che rappresenta all’atto della meditazione il centro dell’universo, il punto di contatto estremo, l’inizio e la fine di tutto, la relazione totale con l’intorno e, per estensione, con tutte le esperienze esterne. Si pratica l’esercizio del rigore, della perfetta postura; ci si disillude riconoscendo l’impermanenza della materia; si prova a stabilire un contatto vero con il luogo del quale ci nutriamo e con il quale conviviamo. Chi

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vive questa esperienza non trova niente che già non fosse presente in precedenza, solo lo vede senza il filtro marcio delle propensioni e aspettative personali. Nello Zen, per usare un’espressione cara a certa architettura Moderna, si elimina il superfluo, la sovrapposizione, e si lascia il posto a quei pochi oggetti quali i tatami, i cuscini e pochi altri elementi che consentano, una volta varcata la soglia del dojo, di sentire esclusivamente una cosa: il contatto fisico dei piedi nudi con la terra, la simbiosi, che si evolve nel rigore della pratica buddhista e nella percezione attenta di ciò che è altro da sé e nello stesso tempo è tutt’uno con il proprio processo biologico. Viene rimosso quindi ogni “strato intermedio” inutile e dannoso per la corretta concentrazione in un ambiente che è esso stesso il centro della percezione di un’unità spaziale fatta di totalità anziché di episodi, di un tutt’uno anziché di percezione distratta, (l’opposto del fenomeno metropolitano). “L’idea dello sviluppo e della crescita rappresenta l’azione nel suo continuum che diventa l’esperienza della misura dello spazio”, per usare le parole di Kengo Kuma. “Atto totale, comunione totale”. E’ impossibile usare le parole per descrivere certe sensazioni. THE SPACE OF THE BODY A Buddhist meditation room The Metropolitan space is naturally chaotic. In this multiform and variegated scenario, the human space, especially the public space, is


Here and page 13: Rome, Hua Yi He, the largest Chinese Buddhist temple in Europe. Photo by Laura Dumbrava

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minimized or canceled in the name of consumerist behaviors. The need for rapid movement and the huge amount of people involved, generate overlapping uncontrollable flows. In this chaotic context you find out, however, with great surprise, about the existence of places in which the individual and his well-being (even spiritual well-being) is the focus of the speech, is favorite, often with simple and frank means. These environments are something different than the urban rush. In Rome, in Marconi district for example, there is a place of worship called Shobogendo1, affiliated to the Soto-Zen Community of Fudenji (Salsomaggiore Terme). It is a kind of space, the only one in the Capital and very rare in Italy, in which it’s possible to practice the Buddhism of Sotoshu2, whose worship is based on the sitting meditation (Zazen), walking meditation (Kin-hin) and recitation of Sutra3. We could consider it simply a religious place, but it would be definitely simplistic. Zen masters may refuse to respond immediately and directly to those who ask what is the Zen space, stressing that this is more than a physical place, it is a personal matter, an experience you cannot describe in words. However you can evoke suggestions and impressions always personal and related to the case. Dojo is a place where you practice actually the experience of architecture, which is not seen as a simple physical place, but rather as a real experience, a community fact, an indissoluble unity with your own body at the same time. You enter barefoot, greet and come into contact with the whole environment, with the people and the objects in the room. You have a

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tea seating on the floor and you talk normally; then at the end of the meeting ceremony you stand up and prepare yourself to the silence, to cross the threshold of the proper dojo marked by a step, a physical barrier which represents the detachment from the world in which we are. You get in a rectangular, bare and essential space: a mosaic of green tatami floor, a square seat in the corner, reserved for the master, a strip of parquet in the middle of the room with an altar and the statue of Buddha, some tools for the sounds that are made during the ceremony on the other side. After entering, slowly everything becomes important, rigorous: the rituals of Zazen, during which you practice the absolute immobility sitting on a ‘zafu’ pillow which represents the center of the universe during the meditation, the extreme point of contact, the beginning and the end of it all, the total relationship with the surroundings and, moreover, with all the external experiences. You practice the exercise of rigour, the perfect posture; you are disillusioned recognizing the impermanence of matter; you try to establish a true contact with the place of which we feed on and with whom we live together. Those who live this experience don’t find anything that there wasn’t already before, they just see it without the rotten filter of propensities and expectations. In Zen, using an expression which is near to some modern architecture, there is no place for the superfluous, for the overlay making way for a few elements such as tatami, pillows and a few other tools that allow, once you’ve crossed the dojo’s threshold, to hear only one thing: the physical contact of bare feet with the earth, the symbiosis which evolves in the rigor of Buddhist practice and in the careful


perception of what is different than yourself and at the same time is one with the biological process. Any useless ‘middle layer’, detrimental to the proper concentration in an environment which is itself the center of the perception of a spatial unity made of ​​ totality instead of episodes, of a whole instead of distracted perception, is than removed (the opposite of the metropolitan phenomenon).

​‘The idea of development and growth represents the action as a continuum that becomes the experience of the measure of the space’, in the words of Kengo Kuma. ‘Total act, total communion’. It’s impossible to use words to describe some feelings.

1 - Worship Organization recognized by Presidential Decree dated 5.7.1999 (G.U. 23.9.1999). It was established in 1984 to support and promote the development of the mission which has its centre in the Shôbôzan Fudenji Temple. It joins the Italian Buddhist Union (U.B.I.). 2 - Japanese Soto-Zen School inspired by the thought of the founder Dogen Zenji. It differs from the Rinzai Zen School, also derived from Chinese Zen thought. 3 - The term sūtra (Pali sutta), Sanskrit ‘yarn’ (from Indo-European root *syū- , the same as the Latin suere , ‘sewing’), metaphorically translated as ‘short sentence’, ‘aphorism’, is used in Indian culture to indicate a set of philosophical concepts expressed in a brief and concise way. As part of Buddhism the term is translated into Chinese with jīng, into Japanese with kyō and into Tibetan with mdo.

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VIAGGIO IN SICILIA

APPUNTI DI UN

CORTOCIRCUITI TRA UN PASSATO MAI FINITO E UN FUTURO MAI ARRIVATO

Il binomio tradizione-innovazione trova una declinazione particolare in una terra come la Sicilia, in cui il rapporto tra il tempo e l’opera umana assume una connotazione originale e paradigmatica, tale da rendere più complesso e articolato il rapporto tra i due termini iniziali della questione. In Sicilia il tempo è una dimensione nella quale il passato ha la forza di una presenza quasi permanente, con cui si è obbligati a confrontarsi continuamente, e la consistenza plastica di una materia che prende forma, vitalità e significato in base a come viene lavorata. Arte e architettura si trovano davanti a due possibili atteggiamenti, radicalmente differenti. Da un lato, il rifiuto netto nei confronti di un passato e di una tradizione, vissuti come un’eredità troppo pesante e spesso negativa da cui tentare il riscatto; ecco quindi l’esigenza di un progetto utopistico di rigenerazione integrale dell’uomo, della società e del territorio su basi innovative. Dall’altro, la riscoperta che riattualizza il patrimonio sommerso e stratificato, che riscopre i fili che ci tengono legati alla tradizione, annullandone la distanza temporale rispetto al presente; attraverso il gesto commosso di comprensione delle tragedie del passato, cercando invano di cristallizzarne la memoria; o ancora il teatro come emozione collettiva del rito che si rinnova attraverso la magica simbiosi tra la potenza immanente del sito e le situazioni della commedia umana, costantemente reinterpretate sulla scena. Questo scritto nasce al termine

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di un viaggio compiuto da noi in Sicilia, un itinerario che sulla strada ha preso la forma di un circuito deciso tappa per tappa. Nella mente invece è stato teso a cercare le trame e i nessi impliciti di significato tra luoghi e situazioni che si sono rivelati occasioni per stimoli continui e suggestioni comuni. É stato un viaggio rivelatore delle diverse anime di un territorio complesso e sfaccettato, in con-


tinua tensione tra antico e moderno, tradizione e innovazione. Le esperienze raccolte si focalizzano su tre situazioni emblematiche, presentate attraverso un confronto abbinato. Siracusa, in cui emerge la duplice valenza dell’architettura come dispositivo di interpretazione visionaria di un sentimento religioso o come strumento rabdomantico per rintracciare identità nascoste nel passato. Noto, dove prevale l’immagine di una terra felice, con cui l’uomo ha stabilito un rapporto millenario produttivo e innovativo. La valle del Belice, dove arte e architettura hanno tentato (spesso invano) una terapia di risarcimento o rigererazione rispetto al trauma causato dal terremoto. Alla fine forse l’unica possibilità di riannodare i fili tra passato e presente sta nella pratica dei luoghi da parte della gente, nella continua contaminazione e rivisitazione dei testi antichi, con occhi nuovi e mente nuova.

si lucenti della massiccia pietra gialla si stemperano in una delicata tessitura di doghe di legno. Un luogo raccolto in una soffusa penombra, da cui iniziare un viaggio da fermi nel ventre della città, nei suoi strati coperti. Siamo infatti nel naos, il cuore del tempio di Artemide di cui non rimane traccia che delle fondamenta, sovrapposte a loro volta ai resti di un abitato pre greco. Il padiglione dell’Artemision fun-

Luoghi del sacro a Siracusa, tra riscoperta contemporanea dell’antico e visione moderna del sentimento religioso Artemision / Ortigia, Siracusa. L’architettura come finestra sul passato. Sull’isola di Ortigia, antico cuore storico della città di Siracusa, lungo piazza Minerva sfila una teoria di colonne doriche incastonate nel paramento murario dell’attuale Duomo, ex tempio di Atena. Ad un certo punto si apre un varco nella cortina degli edifici. Si viene come risucchiati all’interno, in uno spazio inatteso e sorprendente, in cui i rifles-

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ge da copertura agli scavi ed è contemporaneamente luogo di riscoperta della memoria storica della città, senza peró mai perdere di vista il sottile legame con il presente e con ció che del passato è una testimonianza visibile e incorporata nella struttura fisica di Siracusa. Infatti questa poetica incisione, un taglio stretto e lungo sulla facciata esterna, è in realtà una finestra da cui inquadrare perfettamente la colonna d’angolo del Duomo antistante l’Artemision, rivelando l’allieamento tra i due templi antichi. Un caso questo in cui l’innovazione e la bellezza del gesto architettonico contenporaneo consiste nell’autonegazione, nel valore del vuoto che seleziona e mette in una nuova luce il passato. Santuario della Madonna delle Lacrime / Siracusa. Schegge atopiche di futuro nella città generica. Immersa nella periferia di Siracusa svetta una guglia che si appoggia a terra sfaccettandosi in una reggiera di fasci e petali di cemento a vista. La chiesa presenta una pianta centrale e una forma conica, composta da costoloni incisi da tagli di luce lungo lo sviluppo verticale della struttura. Nonostante l’imponenza dell’edificio, il rapporto con il suolo è morbido e leggero. L’anello di base sembra infatti sospeso da terra, scomposto in una serie di corpi aggettanti che ospitano le cappelle della grande aula centrale alla quale si viene introdotti percorrendo delle rampe radiali che accompagnano il movimento ascensionale di tutta la struttura. L’impressione è quella di essere accolti all’interno delle

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pieghe di una veste sacra di meravigliose dimensioni. Progettata negli anni ‘60 da due architetti francesi, la chiesa é un esempio di come il brutalismo delle strutture metaboliste in cemento armato avesse nelle proprie corde la capacità di commuovere ed elevare lo spirito. Tuttavia la moderna concezione architettonica proponeva un’interpretazione troppo futurista per un sentimento religioso e popolare forse troppo antico per accettare il “vestito” della modernità. La costruzione infatti, iniziata nel 1966 e andata avanti tra contestazioni e polemiche, si è conclusa solo nel 1994.


Radicamenti evolutivi nel territorio di Noto. Esempi di un rapporto millenario e vitale con la terra Un bioagriturismo / Noto. Strutture antiche per nuovi modelli di turismo e di vita. Poco lontano da Noto, tra colline punteggiate da uliveti, carrubi e mandorli, e impreziosite da un ricamo di muretti a secco in pietra bianca, c’è l’agriturismo di Alfonso e Lucia, rispettivamente una guida turistica e un’archeologa che hanno recuperato il vecchio casolare di famiglia riadattandolo ad agriturismo. Un’esperienza ormai diffusa questa, che favorisce il turismo lento e a contatto con il territorio e i prodotti locali. Ma la novità sta nella scelta di diversificare e ampliare l’attività verso le scuole e i bambini integrando l’agriturismo con un agri-asilo, in cui poter insegnare a riconoscere le specie, familiarizzando con l’ambiente rurale di una fattoria. Un esempio virtuoso di una micro realtà economica su base familiare come avveniva in passato, ma diversificata e aperta alle nuove esigenze della società attuale.

Villa romana / Tellaro. Un’archeomasseria. Nel territorio di Noto, in mezzo alla campagna coltivata, segnalata timidamente da qualche cartello stradale, si trova una masseria che nasconde al proprio interno un tesoro inaspettato. Arrivando alla masseria ci si trova davanti ad una struttura tradizionale in pietra, ma una volta dentro ci si accorge che l’edificio rustico poggia i piedi su un prezioso tappeto di mosaici, con motivi floreali, scene mitologiche ed episodi di caccia ancora perfettamente conservati in tutta la loro forza espressiva. Era la villa romana del Tellaro, una delle più estese e ricche tenute agricole del periodo romano e testimonianza di un momento in cui la Sicilia era al centro di una cultura artistica e figurativa che parlava un linguaggio mediterraneo. Gli scavi sono coperti da una struttura metallica a doppia falda, agganciata all’antico fabbricato e tamponata in cotto verso il casale e in vetro verso il paesaggio della campagna. I mosaici e i loro ricchi motivi geometrici continuano ad essere fonte di ispirazione e materiale didattico

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e di studio per le scuole, come si vede dai lavori ospitati negli spazi del casale. Architettura e Arte nella Valle del Belice, tra distruzione, reinterpretazione e trasfigurazione del paesaggio Gibellina “Vecchia”. Il Cretto di Burri, quando la memoria diventa arte. Lasciandosi alle spalle lo scenario desolante della città “nuova” di Gibellina, attraverso un percorso tortuoso tra le montagne inizia la ricerca di Gibellina “vecchia”, quella che non esiste più, distrutta del terremoto del 1968 e abbandonata dai sui abitanti. Già dal primo scorcio in lontananza, si percepisce la grandiosità dell’istallazione artistica voluta dal genio di Burri e la presenza di quella forte assenza di un luogo ricco di vita nel passato e messo a tacere dalla natura. Il Cretto si sviluppa come un vasto velo di cemento interrotto da solchi che riprendono gli anti-

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chi tracciati, percorrendo i quali la memoria è guidata ad immaginare vecchi muri, porte, finestre, bambini, donne e anziani sugli usci, ma quando lo sguardo torna alla realtà, la rigidezza dei blocchi e la loro pesantezza, ricordano che tutto è messo a tacere da una natura che crudelmente ha tolto vita a quegli spazi. Anche Burri fu chiamato a partecipare alla costruzione “artistica” della nuova Gibellina, ma il suo sguardo lungimirante ha saputo scorgere nell’importanza delle antiche memorie il terreno fertile per la sua espressione artistica e per donare alla popolazione un’arte intima e privata che sottolinea il proprio passato. Chiesa Madre / Salemi. Il progetto moderno della rovina e la manutenzione della memoria. Come il Cretto di Burri a Gibellina che nella sua forza non nasconde la catastrofe del sisma ma ne esalta la drammaticità, così il progetto di valorizzazione della Chiesa Madre di Salemi non nascon-


de in una falsa ricostruzione l’evento, ma ne sottolinea la forza comunicativa lasciando la struttura come congelata allo stato di rovina. Vittima come Gibellina del terremoto del 1968, Salemi dal 1982 è interessata da un progetto di riqualificazione del centro storico che ha come epicentro la Chiesa Madre. Questo edificio è diventato il punto di partenza per convertire gli aspetti negativi del terremoto in elementi di rigenerazione urbana che, come l’effetto diffusivo di una lava, discendono per le vie della città. La ristrutturazione della chiesa che doveva diventare il fulcro generatore della riqualificazione consiste di fatto in un’operazione di ribaltamento spaziale di radicale innovazione. Quello che era un interno, trovatosi scoperto per effetto del crollo della copertura, viene suggellato come spazio aperto trattato come un podio, un’ara sacra pura e astratta, di contatto tra la città e il cielo. L’antica abside diventa a sua volta fondale della piazza e, allo stesso tempo, “scultura” commemorativa dell’evento passato. A giudicare dallo stato di incuria e abbandono in cui versa questo luogo, viene da riflettere su quali siano le possibilità dell’arte

e dell’architettura oltre che di stabilizzare e trasformare un luogo rispetto ad un evento, di riuscire ad accordarlo alle frequenze collettive di chi vive quei luoghi del presente. Riattraversiamo il paese, lasciandoci alle spalle strade case e piazze in cui la vita continua cosi come l’avevamo trovata, per imboccare l’autostrada. Teatro antico nuovi testi Teatro antico di Segesta. “Sogno di una notte di mezza estate”. Mai titolo di opera teatrale fu più inerente al contesto e alla sua presentazione emozionale come la messa in scena dell’opera shakespeariana nell’antico teatro greco di Segesta. Diversi sono in Sicilia gli eventi che vedono riprodotti nei teatri antichi riadattando testi drammaturgici, ma ciò che l’alba ha regalato alla rappresentazione ha reso questo spettacolo decisamente unico. Di fronte alla scenografia naturale del teatro greco di Segesta, l’opera di Shakespeare interpretata in chiave moderna da giovani attori, è l’incastro perfetto tra innovazione e tradizione. Ben spese le ore di sonno mancate e il

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fresco della notte, se oltre allo spettacolo in scena si può assistere allo spettacolo della natura: al risveglio da copione degli attori che dopo una notte tra fate e inganni amorosi svelano intrighi e passioni, fanno da corona le gradinate di pietra, illuminate gradualmente dai rossi raggi del sole che creano effetti di chiaroscuro sempre cangianti, continuando l’atmosfera sognante che porta lo spettatore a rincorrere la mattina sperando che il giorno ritardi. Impossibile tornare a dormire dopo tanta meraviglia e il viaggio può riprendere energicamente verso quel sole che si è visto nascere e che illuminerà chissà quale nuova bellezza da scoprire.

A trip to Sicily notes. Short circuits between a never ending past and never arriving future. The combination of the terms “tradition-innovation” has a particular meaning in a land as Sicily in which the relationship between time and human action assumes an original and paradigmatic character. Such relation makes the binomial stated before more complex. In Sicily, time is a dimension which makes past strong as an almost permanent presence; we are obliged to continuously confront with it, which assumes a plastic consistence such to have shape, vitality and meaning according the way in which it is worked. Art and architecture are found in front of two possible attitudes, radically different. On the one hand, the complete refusal towards a certain past and tradition which are lived as a very heavy heritage and often negative from which

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freedom is an attempt. Here it is, therefor, the exigency of an Utopian project of an integral regeneration of the human being, of the society and of the territory according to the innovative groundwork. On the other hand, the rediscovery makes again the heritage actual, black and stratified and it rediscovers the strings which keep us linked to tradition by cancelling the temporal distance compared to present; through the affected act of understanding the tragedies of the past by seeking in vain to eternally recall them; still, the theatre can be thought as a collective emotion and as a rite which renovates itself through the magical collaboration between the power of a place and the situations of the human comedy. This writing was created at the end of a trip made by us in Sicily, an itinerary which on the road got the shape of a route which we have decided step by step. In our minds, instead, we tried to understand the plots and links of meaning between places and situations; occasions had been revealed for continuous stimuli and common suggestions. It was a trip which revealed that the territory has different souls and it is complex and faceted, in a continuous tension between ancient and modern, tradition and innovation. The collected experiences are concentrated upon three situations which are presented across a combined confront. Syracuse, in which the double architecture value emerges as an instrument of visionary interpretation as a religious feeling or as a “dowsing” instrument designed to search out for hidden identities within the past. Noto, where the image of a happy land prevails and with which man stabilized a millenary, productive and innovative relationship. Belice Valley, where art and architecture tried


(often in vain) a compensation therapy or a regeneration compared to the trauma caused by the earthquake. Finally, maybe the only possibility to knot again the links between past and present is to be found in the practice of places by the people in a continuous contamination and revisiting of ancient texts through a new perspective. Syracuse’s holy places, between contemporary rediscover of the Ancient and modern vision of the religious feeling. Artemision / Ortigia, Syracuse.Architecture as a window over the past. On the Ortigia island, the ancient heart of the town of Syracuse, along the Minerva market, there are a series of “doriche” columns embedded within the walls of the actual cathedral, ex temple of Athena. At a certain point, a passage among the buildings opens.It is like being sucked indoors, in a surprising and unexpected space in which the bright reflexions of the yellow massive rock dilute themselves in a delicate web of wood slats. A place, which is collected in a widespread penumbra from which a trip in the womb of the town, in its covered layers, begins. We are, in fact, in the “naos”, the heart of Artemis temple from which it remained the foundations only by overlapping at their turn over the pieces of a previous place. Artemis’ pavilion covers the excavations and it is a place of rediscovering the historical memory of the town - without, however, forgetting the slight connection with the present and with everything from the past which it is a visible and incorporated witness in Syracuse’s physical structure. Indeed, a poetic, tight and long

cut on the external part is, in reality, a window from which the cathedral’s column corner, in front of the Artemis, can be perfectly framed and it reveals the alignment between the two ancient temples. This is a case in which the innovation and beauty of the contemporary architectonic act consists in auto-negation, in the value of the empty which selects and puts in a new light the past. Madonna delle Lacrime sanctuary / Syracuse. Typical chippings of future in the generic town. Emerged in the Syracuse’s periphery, a spire soars which lean itself on the ground with elements of cement which resemble petals. The church has a central plan and a conical shape made up of “ribs” which are engraved by clips of light along the vertical development of the structure. Despite the prominence of the building, its relationship with the soil is soft and light. The basic ring seems in fact suspended from the ground and decomposed in a series of suspended shapes which contain the chapels of the great central hall. The chapels can be accessed by walking radial ramps which accompany the movement towards the structure’s high. The impression is that of being received inside by folds of holy clothes. The church was designed in the 60’s by two French architects and it is an example of “brutalism” of “metabolised” structures in armed cement. This, however, has the ability to affect and elevate the spirit.Nevertheless, the modern architectonic conception suggested an interpretation too futuristic for a religious and popular feeling, maybe, too much ancient to accept the “dress” of modernity. The construction, in fact, began in 1966 and it went on among protests and

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arguments and it concluded only in 1994. Evolutive rootedness in Noto’s territory. Examples of millenary and vital relationship with earth. A bioagritourism / Noto.Ancient structures for the new models of tourism and life. Not very far from Noto, among valleys pointed by olive trees, carob trees and almond trees and embellished by an embroidery of low white rock walls, it is Alfonso’s and Lucia’s agritourism. They are actually a tourist guide and an archaeologist and they had recovered the old family’s cottage in order to do agritourism. It is an experience widespread, by now; it encourages the slow and the contact with territory and local products tourism. But the news is the choice to diversify and enlarge the activity towards schools and children by integrating the agritourism with an “agri-kindergarden”, in which it can be taught how to recognize the species by having experience with a factory’s environment. A virtuous example of a micro economic reality with familiar basis as it was in the past, but different and opened to the new exigences of the actual society. Roman villa / Tellaro. An archaeological farm. In Noto’s territory, in the middle of the cultivated country, there is a “farm” - shyly reported by some road signs - which hides in its inside an unexpected treasure. Arriving at the farm, we are found in front of a traditional rock structure but once, it can be noticed that inside the building leans its basis on a precious mosaic carpet, with floral motifs, mythological scenes and hunting episodes still perfectly conserved in all their expressive force. It was

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the Roman villa of Tellaro, one of the most extended and rich agricultural estate of the Roman period and testimony of a moment in which Sicily was at the center of an artistic and figurative culture which talked a Mediterranean language. The excavations are covered by a metallic structure made up of double flap, docked to the ancient made, made up of tiles towards the house and made up of glass towards the country’s landscape. The mosaics and their rich geometrical motifs continue to be source of inspiration and didactic and study material for schools as it can be seen in the works hold in house’s spaces. Architecture and Art in Belice Valley between destruction, reinterpretation and transfiguration of the landscape “Old” Gibellina.The “Cretto” di Burri, when memory becomes art. By leaving behind the distressing scenery of the “new” town of Gibellina, through a winding journey among mountains, it begins the research of the “old” Gibellina, the one which does not exist anymore, destroyed by the earthquake of 1968 and abandoned by its inhabitants.Far away at the end, the greatness of the artistic installation desired by Burri’s genius and the presence of a deep absence are perceived: the ancient country is missing, a place full of life in the past and silenced by the nature. The “Cretto” develops itself as a vast veil of interrupted cement where the country’s streets are found.By exploring this place, the memory is guided to imagine old walls, doors, windows, children, women and elders at the doorways, but when the sight returns to reality, the rigidity of the cement pieces and their heaviness recall that nature removed life


from those spaces. Burri, too, was summoned to participate at the “artistic” construction of the new Gibellina, but he preferred to work on the ancient memories finding them important and donating to the population an intimate and private art which underlines the past.

present places. We walk across the country by leaving behind houses and markets in which life continues in the way in which we found it, in order to enter the highway.

The Ecclesia Mater (Cathedral) / Salemi. The modern project of ruin and the maintenance of memory

Segesta’s ancient theatre. “A Midsummer Night’s Dream” Never a title of a work has been most suitable to the context and its emotional presentation as the staging of Shakespeare’s writing in the Greek ancient theatre of Segesta. In Sicily, there are different events which are reproduced in the ancient theatres by re-adapting drama plays; but the feeling that the dawn of the ancient theatre has given to the representation rendered this performance definitely unique. In front of the natural scenography of Segesta’s Greek theatre, Shakespeare’s writing interpreted in a modern way by young actors is the perfect joint between innovation and tradition. There are well spent the hours without sleeping and the night’s chill if over the performance on stage we can assist: at the nature’s performance, at the couple of actors’ wake-up - whom after a night among fairies and love deceptions reveal intrigues and passions - at the rock steps’ crown gradually illuminated by the Sun’s red rays which are capable of creating shifting light effects. It goes on this way the dreamy atmosphere which makes the spectator to hope that daylight delays. It is impossible to get back to sleep after such a wonder. The travel can go on towards that Sun which it had been seen born and which enlightens who knows what beauty to be discovered.

As “Cretto” di Burri of Gibellina does not hide the earthquake’s catastrophes, but instead it exults the drama, in this way the development project of Ecclesia Mater of Salemi did not create a false reconstruction but it highlights the force of the event of the 1968’s earthquake because it leaves the structure as frozen, at the state of ruin. Since 1982, Salemi has been interested in a retraining project of the historical center which has Ecclesia Mater as an epicenter. This building became the start point of converting the earthquake’s negative aspects in elements of urban regeneration which descend on the town’s streets with the force of a volcanic lava. The church’s renovation consists, practically speaking, in a spatial overturn operation of radical innovation. What was the interior is found covered due to the collapse of the roof and becomes a platform, a sacred “ara”, pure and abstract, as a contact between the town and sky. At its turn, the ancient apse becomes backcloth for the market, a commemorative “structure” of the past event. By taking into consideration the state of carelessness and abandon on which stands this place, it can be meditated upon what could be the possibility of art and architecture more than giving stability and transforming a place in order to recall an event, to succeed to accord him at the tastes of whom lives in those

Ancient theatre, new texts

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ORIGINALI CITAZIONI A un occhio raffinato un’opera d’arte appare come una immensa biblioteca in cui sono racchiuse storie di popoli, aneddoti, visioni del mondo, rimandi culturali. In questo sottile gioco di specchi e nella facoltà di tessere la trama di un’opera sta il valore di essa e la grandezza di un artista. In più, ogni qual volta ci si fermi a riflettere sul passato e sulla necessità di rileggerlo o di confutarlo un sistema va in crisi e ci si ritrova a un gradino più in alto nella ricerca. Ogni artista, che lo voglia o no, ha a che fare con la tradizione; e già il fatto di rifiutarla o di demistificarla è di per sé una nuova affermazione di essa. Le Avanguardie storiche e le Neoavanguardie hanno riflettuto spesso sul rapporto con la tradizione e alla luce di tali esperienze oggi ci chiediamo se ha ancora senso porsi il problema di considerare il passato. Sembra quasi, infatti, che lo spirito della ricerca contemporanea abbia come primo obiettivo quello di lasciare un’impronta indelebile, talvolta utilizzando linguaggi provocatori, violenti o irriverenti, nel tentativo di liberare l’arte da questo labirintico gioco di rimandi e affermare definitivamente lo spirito del tempo presente. Eppure, a ben vedere, anche questo tentativo ha in sé il germe del fallimento dato che nel passato furono in molti a percorrere questa strada, certo con linguaggi diversi, ma con i medesimi intenti. Ancora una citazione, quindi, di nuovo un ricadere nel già sperimentato. Resta infine da considerare il fattore tempo che nel giro di qualche decennio trasforma in tradizione ciò che all’epoca della sua nascita si presentò come avanguardia.

Appare chiaro che dalla tradizione non ci si può liberare giacché essa rappresenta il vocabolario di forme e metodologie senza le quali il discorso artistico perderebbe i propri strumenti di lavoro. Sarebbe come tentare di scrivere un testo rifiutandosi di utilizzare delle parole. Allora, se dalla tradizione non si può prescindere, si può almeno tentare di sfruttarla per creare nuovi linguaggi e allargare gli orizzonti? Riteniamo di sì e alcune considerazioni di carattere storico possono aiutarci. L’idea dell’originalità esclusiva è di matrice romantica; è nella prima metà dell’Ottocento, infatti, che emerge il culto della personalità singola, il suo valore di rivelatore privilegiato e solitario di forme e mondi, l’affermazione di una volontà titanica di opporsi all’omologazione sociale. Da qui la sensibilità dell’artista maledetto, il suo anticonformismo, il suo genio solitario. Prima di tale periodo la percezione della genialità dell’artista era diversa. Nel Cinquecento il temine comincia a circolare nei trattati sull’arte legando il concetto di genio (etimologicamente forza produttrice) a quello di ingegno, quindi capacità di plasmare la materia per avvicinarla il più possibile all’idea. In questo contesto, però, sia colui che realizzava un’opera, sia colui che era in grado di copiarla o di citarla appartenevano alla stessa categoria perché entrambi capaci di utilizzare stessi metodi e strumenti. Su questo principio si basa ad esempio il Manierismo che attinge continuamente al vocabolario michelangiolesco per creare opere di ingegno; saper lavorare alla maniera di Michelangelo significava partecipare al suo genio e in questo atteggiamento non c’è rottura con la tradizione, ma continuazione di essa. Un altro aspetto da considerare e che si rivela come vero catalizzatore dell’innovazione

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artistica è il concetto di empatia con l’opera d’arte. Con questo termine si indica la capacità di immedesimarsi nell’altro e conseguentemente anche con il frutto della sua sensibilità, il prodotto artistico. Questa caratteristica conduce a un’intima negoziazione dei significati tra produttore e fruitore e si avvale anche del substrato culturale di chi osserva. Ciò comporta che in base alla quantità e alla qualità della cultura di ciascuno, in definitiva a una sorta di tradizione personale, la lettura di un’opera e la sua eventuale citazione in un nuovo prodotto artistico sarà differente da soggetto a soggetto. Per esemplificare il discorso possiamo far riferimento ad artisti di epoca differente che hanno interpretato in maniera del tutto personale alcuni concetti tradizionali. Il primo è il pittore austriaco Gustav Klimt (1862 1918). Egli ha riflettuto in tutto il suo percorso artistico sul ruolo della decorazione realizzando opere affascinanti e ricche di rimandi alla tradizione. Tra i periodi della storia prediletti dell’artista c’è il mondo bizantino, con il suo sfolgorio di oro e materiali preziosi, il gusto per la copertura totale delle superfici e la spiccata bidimensionalità delle immagini. Egli ha saputo rileggere una tradizione secolare alla luce delle tendenze artistiche di fine Ottocento individuando in un’arte essenzialmente religiosa elementi formali da riutilizzare. L’operazione di Klimt non fa altro che depurare i caratteri prevalenti dell’arte orientale e ravennate [fig. 1] dal substrato culturale che l’ha prodotta, incastonando temi e tecniche in un nuovo contesto; della tradizione rimane la raffinatezza e l’allusione, mentre la sacralità lascia il posto a una materia spiritualizzata di una visione laica e decadente [fig. 2]. Gli stilemi bizantini del periodo d’oro permangono

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trasfigurati anche nel cosiddetto stile fiorito in cui la preziosità di materiali lascia il posto al virtuosismo della pittura, anch’essa deliziosamente cesellata [fig. 3]; ed è qui che l’innovazione appare compiuta, poiché la tradizione è stata pienamente assorbita dall’artista e non ha più motivo di essere palesata in quanto perfettamente compresa. Esiste ancora un sentore bizantino in questa pittura, che è antica e moderna insieme, perfettamente inserita nella tradizione eppure indubbiamente innovativa. Altra grande personalità che si interessò al mondo bizantino fu quella di Paul Klee (1879 - 1940). In particolare l’artista svizzero, individuò nell’arte musiva ravennate un modello da poter sviluppare filtrandolo attraverso una diversa matrice culturale rispetto a Klimt, quella cézanniana. Com’è noto Cézanne utilizzava il concetto di modulazione per dare solidità alla visione impressionistica della natura; con piccole campiture geometriche di colore egli costruiva un’immagine vibrante ma allo stesso tempo immutabile e perfetta, quasi a voler rappresentare sulla tela una presenza nuomenica [fig. 4]. Ebbene, Klee riprende Cézanne per le giustapposizioni di colore che a qualche critico sembrarono sottili correzioni di uno stesso tono, ma allo stesso tempo ripropone il modello primo del grande artista francese, il mosaico bizantino. Qui la mediazione operata da Cézanne è determinante per la riproposizione moderna di un tema antico e ha prodotto esiti totalmente differenti da quelli klimtiani [fig. 5]. È evidente che la modalità operativa iniziale, quella della campitura piatta delle superfici, non ha imprigionato in uno sterile citazionismo lo spirito degli artisti, anzi ha rivelato loro nuove strade da percorrere fecondando un terreno di per sé già fertile. In


Fig. 1 Procession of Theodora, the Basilica of San Vitale, Ravenna, sixth century.

Fig. 2 G. Klimt, Judith, Ă–sterreichische Galerie Belvedere, Vienna, 1901

Fig. 3 G. Klimt, Portrait of Eugenia Primavesi, private collection, 1913.

Fig. 4 P. CĂŠzanne, Le Mont Sainte-Victoire, Philadelphia Museum of Art, 1902-1904.

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Klee la modulazione cézanniana si arricchisce anche della dimensione musicale e permette di rendere visivamente palpitanti atmosfere sonore [fig. 6]. Altra matrice culturale, questa, che interagisce fondendo elementi diversi. Tra gli artisti contemporanei che si interessano al passato troviamo Stefano Arienti (nato nel 1961). Tra le sue opere più interessanti possiamo citare le riproduzioni di opere celebri realizzate col pongo [figg. 7 - 8]. L’uso spregiudicato di un materiale poco nobile rientra nei caratteri dell’Arte Povera e si iscrive in una sorta di volontà alchemica, tipica di molta arte contemporanea, di nobilitare la materia attraverso il tocco dell’artista. Le opere di Arienti costruite in questo modo sono del tutto uguali e diverse rispetto agli originali, come se egli sia penetrato a fondo nella materia e nella storia dei modelli primi per poi trasformarli dall’interno. Il medium classico e aulico dell’olio ha subito una fatale metamorfosi in un ibrido contemporaneo e certamente popolare, pur mantenendo intatta l’apparenza. Ed è forse in questa perdita del valore intrinseco delle cose che Arienti pone l’accento, quasi a voler stigmatizzare una società divoratrice di arte interessata più al luccichio dell’esteriore che all’epifania di un’idea. Nell’operazione di Arienti però è presente anche un atteggiamento ludico e irriverente, anch’esso figlio del Novecento, capace di associare al gesto critico dell’artista – intellettuale quello del bambino che guarda per la prima volta il mondo. Come si vede, gli artisti citati risolvono in maniera esemplare quello che sembrava essere un conflitto insanabile, una cesura irrimediabile tra passato e presente; essi dimostrano, inoltre, quanto sia necessario e determinante

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per raggiungere una propria originalità nutrirsi continuamente alla fonte della tradizione con la consapevolezza che nulla nasce se prima non è stato seminato. È con questo spirito e, guarda caso, con una citazione che chiudiamo. La frase è di Gustav Mahler e recita: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”.

Original quotes For a talented eye a piece of art appears as a huge library in which people’s histories, anecdotes, world visions, cultural references are enclosed. In this slight game of mirrors and in the capacity of weaving the plot of a work can be found their value and the greatness of an artist. Furthermore, sometimes a person stops and meditates on the past time and on the necessity to read it once more or to refute it, a system goes into crisis and you are in a higher step in the research. Each artist, whether he likes it or not, deals with tradition; the fact of refusing it or demystify it means maintaining it. Historical avant-gardes and new avant-gardes often reflected upon the relationship with tradition. Thanks to those reflections nowadays we wonder if the problem of considering the past still makes sense. It seems, indeed, that the spirit of contemporary research has as first target to let an indelible mark, sometimes using challenging, violent or insolent languages in order to release art affirming definitively the spirit of present time. However, if you think about it, even this attempt has in itself a failure since this way was


Fig. 5 P. Klee, Ad Parnassum, Kunstmuseum, Bern, 1932.

Fig. 6 P. Klee, Polyphony, Art Museum Emanuel Hoffman, Basel, 1932.

Fig. 7 S. Arienti, lilies, Galleries Piazza Scala, Milan, 1990.

Fig. 8 S. Arienti, Untitled (Van Gogh), Private Collection, 1990.

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used a lot in the past, of course with different languages, but with the same purpose. One more quote, then, backing doing what has already been tried again. In the end we have to consider the time factor which in some years converts into tradition everything used to be avant-garde. It is clear that we cannot release ourselves from tradition as itself represents the vocabulary of shapes and methodologies without which the artistic discourse would lose its own work instruments. It would be like trying to write a text by refusing to use the words. But then, if we cannot give up tradition, could it be possible at least to try to exploit it in order to create new languages? We consider it as a yes and some considerations of historical nature can help us. The idea of exclusive originality is Romantic; it’s in the first half of 19th century, indeed, when the cult of individual personality makes its appearance as well as its value of privileged and lonely revealer of shapes and worlds, a titanic will asserts itself opposing the social standardization. From all of this the sensibility of the cursed artist, his nonconformism, his lonely genius. Before that period the perception of artist’s genius was different. In the 16th century, the term started to be used in art treaties, connecting the concept of ‘genius’ (‘productive force’) with the one of ‘intelligence’, in other words, the genius has the ability to shape the matter in order to bring it as near as possible to an idea. But in this context both the one who created an artwork and the one who was able to copy it or quote it belonged to the same category because both of them were capable to use the same methods and instruments. On this prin-

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ciple it is based, for instance, the Mannerism which often uses Michelangelo’s art in order to create pieces of intelligence; knowing how to work as the Michelangelo’s manner meant to participate to his genius and within this attitude there is no disruption with tradition but a continuance of it. Another aspect which should be taken into consideration because it encourages the artistic innovation is the concept of empathy with the piece of art. With this term it is suggested the ability of identifying with another person and therefore even with his sensibility and his artistic production. This ability leads to an intimate negotiation of meanings between the producer and user and also implies the observer’s cultural background. This means that according to the quantity and quality of each one’s education - in other words, a sort of individual tradition - the reading of a piece of work and its possible quote in a new artistic product will be different from person to person. In order to give an example we can make reference to artists of different age which interpreted some of the traditional concepts in a totally individual manner. The first artist is the Austrian painter Gustav Klimt (1862 - 1918). During his artistic career he reflected over the decoration’s role by creating amazing pieces of work, rich of tradition references. Among the Artist’s favourite historical periods there is the Byzantine period which is characterized by the bright gold and precious materials, by the taste for the full covering of surfaces and the highlighted bidimensionality of images. He knew how to read back a secular tradition in light of the artistic tendencies of the end of 19th century by finding, in an essen-


tially religious art, formal elements to reuse. Klimt’s mission is to purify the prevailing nature of Oriental and Ravenna’s art (fig. 1) from the cultural background which produced it, by inserting themes and techniques in a new context; about the tradition refinement and allusion remain, while the sacredness gives way to a spiritualized matter with a laic and decadent vision. The Byzantine stylistic features of the golden period remain transfigured also in the so-called blooming style in which the preciousness of the materials is replaced by a virtuous and deliciously chiseled painting (fig. 3); and it is here where the innovation seems accomplished because the tradition had been fully absorbed by the artist and it does not have any more a reason to be pointed out as much as it was understood. A Byzantine feeling still exists in this painting, which is ancient and modern together, perfectly inserted into tradition and yet undoubtedly innovative. Another great personality who was interested in the Byzantine world was Paul Klee (1879 1940). Particularly, the Swiss artist individualized in Ravenna’s mosaic art a model which could be developed by filtering it, on contrary of Klimt, with a different culture, the one of Cézanne style. As it is well known, Cézanne used the concept of modulation in order to give solidity to the impressionistic vision of nature; with little colorful geometric patterns he built a vibrant image, but at the same time unchangeable and perfect, like representing on the canvas a noumenal presence (fig. 4). Well, Klee evokes Cezanne for color juxtapositions which some critic felt like slight corrections of the same tonality, but at the same time he suggests the great French artist’s first model, the Byzantine mosaic. Here the mediation made

by Cézanne is crucial for the modern revival of an ancient theme and it produced totally different results from Klimt’s ones (fig. 5). It is obvious that the initial operative modality, the one of the flat pattern of surfaces, did not limit the artists’ spirit into fruitless quotes, on the contrary it helped them to have new directions increasing further their perspectives. Kless enhances Cézanne’s modulation even with a musical dimension enabling the sound atmosphere to be clearly palpitant (fig. 6). Another cultural background, this one, which interacts by merging different elements. Among the contemporary artists who are interested in the past we find Stefano Arienti (born in 1961). Among his most interesting pieces of work we can quote the reproductions of famous pieces of art realized by pongo (modeling clay) (fig. 7-8). The unprejudiced use of a not-so-noble material is typical to the Poor Art and it can be thought as a type of alchemical will, typical to the contemporary art, in order to dignify the matter throughout the artist’s touch. Arienti’s pieces of art, which are this way built, are exactly the same and different compared to the original ones, as if he penetrated till the end in the matter and in the history of first models in order to transform them from the inside. The classical technique of oil painting suffered a fatal metamorphosis in a contemporary and obviously popular hybrid, while maintaining the appearance. Maybe Arienti highlights this loss of the intrinsic value of things, as if to punish a devourer society of art which is more interested in the exterior rather than in a vision of an idea. But in Arienti’s mission there is a playful and irreverent approach, also typical to the 20th century, capable of associating to the artist-intellectual’s critical gesture the one of a child who looks the world

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for the first time. As it is seen, the quoted artists resolve in a perfect manner the conflict which seemed incurable, a irremediable caesura between past and present; moreover, they prove that in order to achieve one’s own originality, it is necessary to continuously ‘nourish ourselves’ with tradition, being conscious that nothing grows if it had not been sowed before. It’s with this spirit and, not by chance, with a quote that we conclude. The phrase is by Gustave Mahler and it says: ‘Tradition is not the worship of ashes, but the preservation of fire’.

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CONFRONTARSI, DIALOGARE, SCONTRARSI

Il ruolo della cultura e dell’Arte nella fondazione di una città intervista a Enrico Stassi, coordinatore del MACRO

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SDG - Cosa puoi dirci del tuo lavo- perchè la sua forza - con luci e ombre - è stata quella di essere un ro a Gibellina? medium capace di connettere artiES - A Gibellina ero il Direttore del sti e intellettuali contagiandoli con uno spirito di collaborazione. museo di Arte contemporanea, che si trova in un edificio scolastico per metà museo e metà scuola SDG - Un lavoro così incredibile, media, la Giovanni XXIII. che io stesso e molti altri abbiamo voluto andare di persona a Gibellina come per “sincerarci” che SDG - Mi presento meglio e ci non fosse un miraggio. Un viaggio presento meglio, l’obiettivo della nostra webzine è trovare un particolare, in treno. minimo comune denominatore ES - Allora siete scesi a Salemi, tra persone differenti, lasciando molto spazio al dibattito sull’Arte perchè Gibellina rinacque in contrada Salinella, abbandonando i e l’Architettura. Cerchiamo conruderi del vecchio paese devastato cretamente di creare una rete dal terremoto del ‘68. comune di persone.

come caposettore musei nel 1984. Però certe cose sono scritte, e per una strana coincidenza nel 1982 andai a Gibellina a fare animazione teatrale per i bambini. Era un periodo in cui c’era un primo nucleo costruito ma gran parte della popolazione viveva ancora nelle baracche a Rampinzeri, e in una baracca risiedevamo anche noi. Gibellina era una landa desolata immersa nel verde, ma di fatto non aveva verde organizza-

ES - Allora prendo la palla al balzo SDG - Eri li quando è avvenuta la ricostruzione? e ti dico che questa esperienza sarebbe piaciuta molto al sindaco Corrao, il rifondatore di Gibellina, ES - Io ho cominciato a lavorare

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This and following page: Entrance to Belice - P. Consagra


to; allora fummo chiamati a fare un lavoro di sensibilizzazione dei bambini al verde; proprio nell’edificio della scuola elementare, in quei giorni, vi fu un convegno molto importante tra architetti.

ES - Devo farti una premessa. Il terremoto del ‘68 fu il primo disastro dal dopoguerra. Le autorità erano impreparate e favorirono l’emigrazione, con passaporti veloci, timbrati su dei banchetti, per emigrare. Nel 1978 Il sindaco SDG - Lei ha visto realizzato il Corrao insieme con Treccani, Gutsogno mio e di molti miei colleghi, tuso, Sciascia e molti altri scrissecostruire una città nuova. Cosa ro un appello per idee e progetti. Fu fatta una veglia immortalata le é rimasto impresso di questa dal quadro di Guttuso “La notte di esperienza? Gibellina”. Cominciò questa utopia, che doveva da quel momento confrontarsi, dialogare, scontrarsi con la realtà. La ricostruzione era gestita infatti dal Ministero dei lavori pubblici tramite l’istituto ISES. Prima si pensò ad una conurbazione di paesi ma i progetti venivano rifiutati e il tempo passava, finchè non arrivò il progetto che fu realizzato, ispirato alle città

giardino del Nord della Germania e dalla forma di due ali di farfalla con una spina centrale. La scommessa era “umanizzare”, dare un senso al progetto e alla rinascita. La molla della solidarietà é stato il processo fondativo in sé stesso, l’opportunità di lasciare un segno che abbia una cittadinanza, qualcosa di paragonabile al solco di Romolo. SDG - A noi sembra davvero interessante inoltre osservare un processo fondativo che si basò molto su un discorso culturale. ES - Esatto, anzi posso dire che la grande rivoluzione, la grande scommessa di Corrao fu rifondare un luogo sui valori della cultura. Gli contestarono di essere una persona che pecca di hybris, pro-

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prio nel senso che ha nel teatro greco, di osare oltre misura. Il museo raccolse commenti molto diversi, contando non solo chi era incuriosito, ma anche chi era spaesato. Alcuni chiedevano cosa c’entrasse tutto questo con Gibellina. Gli stessi abitanti, abituati alla campagna, si ritrovarono con strutture di Staccioli e Colla, non capivano dove mettere gli attrezzi agricoli né perchè le strade erano solo pedonali alternate a strade carrabili; persino i turisti si sentivano traditi, perchè non vedevano né coppole né muli. Per Corrao si trattava di fondare questa città sui valori della cultura in senso ampio. Una cultura contemporanea ma siciliana, caratterizzata dall’arte diffusa, come la tradizione dei pani di san Giuseppe dalle forme barocche come le chiese. Tutto il progetto secondo me rientra in questa follia. Continuando l’esem-

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pio, per la festa di S. Giuseppe ogni famiglia organizza un altare con forme di pane, pietanze, frutta; è fondamentale la visita che ogni famiglia fa alle altre. Si tratta di un rito grazie al quale ci si rende conto della situazione della comunità. Un altro esempio: la festa di S. Rocco, con la sfilata del “Presenti”, un lungo drappo broccato decorato, che anticamente era sempre lo stesso, ma poi fu elaborato ogni anno da un artista diverso, come Alighiero Boetti, poi Consagra e altri. SDG - Stiamo parlando di rigenerazione culturale e diffusione della cultura. Quali sono stati i momenti peggiori di questo processo secondo te? ES - Ancora una premessa. Questo strano posto, dove per prima cosa vedi la stella di Consagra in acciaio

inox, Cappello, le Piazze, il palazzo Venezia, il municipio di Samonà e poi ancora il grande aratro della tragedia di Didone di Pomodoro.. quando vedi tutto ciò è importante capire che questi segni d’Arte non sono stati concepiti come arredo della città. Anzi molte opere arrivarono quando la popolazione non si era trasferita e sono come dei punti di riferimento. Si diceva “staju unni c’è Melotti” (“abito dove c’è Melotti”) quindi non c’era identità e l’artista dialogava, si rapportava o si scontrava con la città dandole senso un pezzo alla volta. I problemi arrivarono quando la partecipazione cominciò a diminuire, come anche i fondi per le Orestiadi (manifestazioni culturali, ndr). Ci si rese conto che era un piccolo comune di 5000 anime e la manutenzione delle opere era un problema serio.

This page: Town of Tebe (from Oedipus rex) - P. Consagra + Civic Tower - Mendini


urbana. Oggi si tratta di una realtà di cui tener conto, un patrimonio che non è solo a carico del comune, ma anche della regione, come ES - Lo ricordo, nel 1994, stavamo accade a Segesta con il teatro mettendo in scena un testo di Sal- antico. vo Licata sui fasci siciliani quando si sentì il crollo nella notte. Il 1994 SDG - Abbiamo parlato di continuità culturale, ma anche di ibrifu l’anno in cui Corrao perse le elezioni, per soli 17 voti; ma aveva dazione, di innesti, per esempio riguardo la forma della città. Fu smosso davvero l’orgoglio dei una scelta giusta? cittadini, che andavano a fare le foto del matrimonio con le opere d’arte che preferivano per esem- ES - L’ibridazione é stata una scelpio. Il Cretto di Burri era argomen- ta di necessità. Dopo 13 anni passati a Gibellina, mi sono liberato di to di scontro di ogni campagna elettorale, tra l’opposizione che lo molte cose. Spesso si vive di idee, considerava un’opera criminale e ma a volte esse sono frutto di Corrao che lo descriveva come un uniformità, se non di bigottismo. Oggi penso che ogni idea non sia monumento ad eterna memoria “nera” o “bianca” ma più complesche evita una squallida imbalsasa. Un esempio potrebbe essere il mazione del passato. Tutto ciò andava bene, ma la popolazione discorso sulla redditivitá del bene culturale, che poi si scontra con aveva difficoltà con alcuni prouna decadenza altrimenti difficile blemi pratici, come la nettezza SDG - Basti pensare alla chiesa di Quaroni, il cui tetto crollò e che è stata completata solo nel 2010.

This page: System of squares - F. Purini & L. Thermes

da arginare. Abitare a Gibellina significava abitare una sorta di area metropolitana diffusa, dove la scuola era a Castelvetrano, o Salemi , ma si usciva la sera a Mazara, ci si muoveva continuamente. In quegli anni feci un viaggio a Houston, realtà completamente diversa, eppure respirai un’aria simile, e vidi una “città” che altro non è che un territorio. L’ibridazione non è negativa, per esempio i parcheggi e le connessioni funzionano bene. Metropoli é incontro: alla nostra scuola di teatro facevamo corsi giornalieri con ragazzi di Castellammare, Calatafimi Salemi. L’ibridazione evita il pittoresco e crea una situazione di modernità. SDG - Ma é più importante avere un museo o avere nel museo determinate opere? Il museo, come ne parli tu, attiva dei processi, mentre per le persone comuni il

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museo é un salvadanaio d’acciaio, va, davanti al “Contrappunto” di TO CONFRONT, da riempire e non aprire mai più. Melotti scrisse un pezzo musicale. TO DIALOGUE, ES - Tu usi una metafora, e allora lo faccio anche io, la metafora della porticina; che è una metafora, ma anche una realtà! Altro non era che un piccolo passaggio tra l’ala della scuola media e quella del museo. Ci fu un anno in cui la porticina si apriva e si chiudeva continuamente, perchè una giovane insegnante fece con i ragazzi un catalogo delle opere d’Arte di Gibellina con approccio innovativo, accomunando alle opere delle poesie o racconti, ottenendo un “catalogo fantastico” dove l’immaginario dei bambini e quello degli artisti si incontravano. Così si coglie l’Arte contemporanea, che è meno “ostile” di quello che si crede. Essa rappresenta se stessa e chiede un dialogo, o una ripulsa, un invito ad andare oltre. Un’allie-

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TO COLLIDE

SDG - E se definissimo la cultura The role of culture and art in the come una preziosa anzi necessaria foundation of a city catarsi? Interview to Enrico Stassi, MACRO coordinator. ES - Si ma non basta. Ti rispondo con una citazione di Angelo GuSDG - What can you tell us about glielmi, direttore di Rai3 negli anni your work at Gibellina? ‘80 quando Rai3 era una rete ad alto contenuto culturale: “La culES - I was the manager of Gibellitura non é una cosa ma un modo na Museum of Contemporary Art di fare le cose”. located in a scholastic building, half museum and half school, “John XXIII”. SDG - I present myself and us better, the goal of our webzine is to find a common denominator between different persons by allowing space for debate on Art and Architecture. We concretely try to create a common network of persons.

This page: Cathedral (ecclesia mater) - L. Quaroni


ES - Then I seize the moment and I tell you that this experience could have been liked by the mayor Corrao, the re-founder of Gibellina, because its strength - with lights and shades - was that to be a medium capable of connecting artists and intellectuals by infecting them with a spirit of collaboration.

reconstruction took place?

ES - I started to work as head of sector museums in 1984. But certain things are linked to the fate and by strange coincidence in 1982 I went to Gibellina to do theatrical animation for children. It was a time when there was a core group of building but a big part of the population was still living in Rampinzeri’s shacks and we too lived SDG – Such an incredible work in a shack. that I myself and many others would have wanted to go ourselves Gibellina was a wasteland surrounded by nature but in fact it to Gibellina in order to “be sure” that it wasn’t a mirage. A particular had no organized green; then we were called to do a job of making journey,by train. children aware of the green; just in ES - So you got off at Salemi be- the building of the primary schocause Gibellina was reborn in the ol, in those days, there was a very important meeting between archiSalinella district abandoning the ruins of the old country which was tects. devastated by the 68’s earthquake. SDG - You saw my and many of my colleagues’ dream realized, buSDG – Were you there when the

This page: Meeting Palace - P. Consagra

ilding a new city. In what way did this experience impress you? ES - I have to make an introduction. The earthquake of ‘68 was the first disaster after the war. The authorities were not prepared and they encouraged the emigration with fast passports stamped on the banquets, in order to emigrate. In 1978, Mayor Corrao together with Treccani, Guttuso, Sciascia and many others wrote an appeal for ideas and projects. It was made a vigil immortalized by Guttuso framework of “The Night of Gibellina”. He started this utopia which was designed then to discuss, to dialogue, to collide with reality. The reconstruction was in fact ran by the Ministry of Public Works through the institution ISES. Firstly, they thought of a conurbation of countries, but the projects were rejected and time was passing until

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the project was built. This was inspired by the garden city of North Germany with its shape of two wings of a butterfly with a central spine. The bet was to “humanize”, to give a meaning to the project and to the recreation. The spring of solidarity was the founding process in itself, an opportunity to leave a mark which has a citizenship, something comparable to the furrow of Romulus. SDG – To us, it seems very interesting to observe a founding process too which was based on a very cultural discourse. ES - That’s right, in fact I can say that the great revolution, the big bet of Corrao, was to re-find a place based on the values of culture. They challenged him to be a person who is guilty of hubris, in the sense as in the Greek theater: to

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dare beyond measure. The museum collected very different comments counting not only those who were intrigued, but also those who were lost. Some of them wondered what all of this had to do with Gibellina. The inhabitants, accustomed to the country, found themselves with structures by Staccioli and Colla and they did not understand where to put the agricultural tools or why the roads were only pedestrian alternating driveways. Even tourists felt betrayed because they did not see either caps or mules. Corrao meant to found this city on the values of the large culture. A contemporary but Sicilian culture characterized by the widespread art as the tradition of St. Joseph’s loaves from the Baroque style of the churches. I think the whole project is part of this madness. Continuing the example, for the feast of St. Joseph each family organizes an altar

with loaves of bread, food, fruit; it is critical that each family visits the other. It is a ritual through which we become aware of the situation of the community. Another example: the feast of St. Rocco with a parade of “Presenti”, a long brocade decorated cloth which in ancient times was always the same but then it was done annually by a different artists such as Alighiero Boetti and then Consagra and others. SDG - We are talking about cultural regeneration and culture spreading. What were the worst moments of this process in your opinion? ES - Another premise. This strange place where the first thing you see is the star of Consagra stainless steel, Cappello, the Piazzas, the Palazzo Venezia, the town hall

This page: City of the Sun - M. Rotella


and then Samonà still plow the great tragedy of Dido of Pomodoro. When you see all of this, it is important to understand that these signs of Art are not conceived as city furniture. Indeed, many works came when the population had not moved and they are as reference points. He said “staju unni c’è Melotti “ (“I live where Melotti is”) so there was no identity and the artist conversed, he was linked or clashed with the city by giving meaning piece by piece. The problems came when the investment began to decline as well as the funds for Orestiadi (cultural events, etc.). He realized that it was a small town of 5000 people and the maintenance of the works was a serious problem. SDG - Just think of the Quaroni church whose roof collapsed and was completed only in 2010.

ES - I remember it, back in 1994, we were staging a text of Salvo Licata on Sicily fascism when we heard the crash during the night. 1994 was the year in which Corrao lost the election for only 17 votes; but he had really commoved citizens’ pride that were going to take pictures of the wedding with the works of art that they preferred, for instance. The Burri Cretto was contentious issue of every election campaign including the opposition who considered the work a criminal one while Corrao described it as a monument to eternal memory that avoids a squalid embalming of the past. Everything was fine but the population had difficulty with some practical problems such as garbage. Today it is a reality to be reckoned with, a heritage that is not only the responsibility of the municipality but also of the region

This page: Home of the pharmacist - F. Purini

as it happens in Segesta with the ancient theater. SDG – We have talked about cultural continuity but also about hybridization, about grafting, as an example regarding the city shape. Was it a right choice? ES - The hybridization had been a choice of necessity. After 13 years of Gibellina, I got rid of a lot of things. We often thrive on ideas but sometimes they are the result of uniformity, if not bigotry. Nowadays, I think that every idea is not “black” or “white” but more complex. An example would be the discussion on the resultant profit of the cultural which then collides with a forfeiture otherwise difficult to defend. Living in Gibellina meant to live a kind of widespread metropolitan area where the school was in Castelvetrano, or Salemi,

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but you were going out at night to Mazara, where you were always moving. In those years, I made a trip to Houston, actually completely different yet similar breathed air and I saw a “city” which is nothing but a territory. The hybridization is not negative, for example the parking and the connections work well. Metropolis is meeting: our theater school classes had daily classes with boys of Castellammare, Salemi Calatafimi. The hybridization avoids the picturesque and creates a situation of modernity. SDG – What is more important? To get a museum or get certain artworks in the museum? The museum, as you say, active processes, while for ordinary people the museum is a piggy bank steel to be filled and never again be opened. ES - You use a metaphor, and then I also do. The metaphor of the door which is a metaphor but also a reality! It was nothing but a small passage between the wing of the school and the museum. There was a year when the door was opening and closing continually because a young teacher was doing with the boys a catalog of works of art of Gibellina with innovative approach linking the works of poetry or stories by getting a “great catalog” where the imagination of children and that of artists met. Art is understood this way which is less “hostile” of what is believed. It represents itself and calls for a dialogue, or a rejection, an invitation to go over. A student, in front of the “Counterpoint” Melotti wrote a piece of music. SDG – And how about defining culture as a valuable, actually, as a necessary catharsis? ES - Yes but it is not enough. I answer with a quote from Angelo Guglielmi, director of RAI-3 in the ‘80s when RAI-3 was a network with a high cultural content: “Culture is not a thing but a way of doing things.”

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This page: Cathedral (ecclesia mater) - Detail


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PDA#2 | Winter 2014 The (new) popular city editorial #2 – The city is our habitat #2.1 – Cities of Damaste #2.2 – Rediscovering the working class district #2.3 – Tokonama interview #2-4 – Prometheus is needed! Enzo Masci, stage director

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PDA#3 | Spring 2015 The (new) popular city (2) editorial #3 – The (new) popular city 2 #3.1 – interview #3 Emmanuele Pilia, architecture critic #3.2 – interview #4 Saverio Massaro, Esperimenti architettonici #3.3 – interview #5 Daniele Coccia, songwriter #3-4 – interview #6 Francesco Lipari, architect

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Parola d Arte #4  

In This webzine we talk about tradition and innovation in art and work and the relative debate. "We are also aware that the selected theme,...

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