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2013/14

XXXIII STAGIONE CONCERTISTICA

TITO CECCHERINI direttore FLORALEDA SACCHI arpa FABIO FABBRIZZI flauto

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XXXIII STAGIONE CONCERTISTICA

TITO CECCHERINI

direttore artistico Giorgio Battistelli direttore principale Daniel Kawka direttore ospite principale Daniele Rustioni

FLORALEDA SACCHI

direttore arpa

FABIO FABBRIZZI flauto

MARIO CASTELNUOVO TEDESCO

Concertino per arpa e orchestra da camera

WOLFGANG AMADEUS MOZART

Concerto in do maggiore per flauto, arpa e orchestra K.299 Allegro Andantino Rondeau (Allegro)

GIOVEDÌ 8 MAGGIO 2014

Firenze, Teatro Verdi ore 21.00 concerto trasmesso in differita da VENERDÌ 9 MAGGIO 2014

Empoli, Palazzo delle Esposizioni ore 21.00 SABATO 10 MAGGIO 2014

Arezzo, Auditorium Fiere e Congressi ore 21.15

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FRANZ SCHUBERT

Sinfonia n.8 in do maggiore D.944 ‘La grande’ Andante – Allegro ma non troppo Andante con moto Scherzo, allegro vivace Allegro vivace

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TITO CECCHERINI

Considerato tra i direttori più colti, profondi e di talento dei nostri giorni, Tito Ceccherini sta diventando un punto di riferimento per l’interpretazione del repertorio moderno. Appassionato interprete di musica del nostro tempo, collabora intensamente con compositori come Giorgio Battistelli, Hugues Dufourt, Ivan Fedele, Philippe Hurel, Salvatore Sciarrino. Fra le numerose prime assolute, degne di nota sono l’esecuzione postuma di Sette di

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Niccolò Castiglioni, diverse opere dello stesso Sciarrino (Lohengrin 2, Da gelo a gelo, Superflumina) e La Cerisaie di Philippe Fénelon al Boshoi Theatre e all’Opéra de Paris. Fondatore dell’ensemble «Risognanze», affronta regolarmente i capolavori del repertorio cameristico moderno da Debussy ai nostri giorni, realizzando numerose registrazioni discografiche, oltre all’ampio repertorio operistico dall’Alessandro di De Majo al Belcanto italiano (I Puritani di Bellini, Maria Stuarda di Donizetti, etc.), Puccini (Turandot) e Strauss (Guntram, Ariadne auf Naxos). È stato sul podio di prestigiose orchestre come la BBC Symphony londinese, la HR-Sinfonieorchester di Francoforte, la SWR di Stoccarda, la Deutsche Radio Philharmonie, la Tokyo Philharmonic, l’Orchestra Sinfonica della RAI, del Teatro La Fenice, del Teatro San Carlo, l’Orchestra “G.Verdi” di Milano, l’Orchestre de Chambre de Genève, la OSI di Lugano, la Haydn di Bolzano, l’ORT, ensemble rinomati come il Klangforum Wien, Contrechamps e in sedi prestigiose e festival internazionali quali la Philharmonie di Berlino, la Suntory Hall di Tokyo, la Philharmonie di San Pietroburgo, la Cité de la Musique, il Festival d’Automne, lo Schwetzingen Festspiele, la Münchner Biennale, il Festival Musica di Strasbourg.

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Nel 2012 ha debuttato al Festival di Lucerna dirigendo Pollini Perspectives con il Klangforum Wien e i Neue Vocalsolisten, progetto presentato anche a Tokyo, Parigi, Berlino e Milano e ha inaugurato il nuovo Festspielhaus a Erl in Austria, con un’acclamata interpretazione del Castello di Barbablù di Bartók. I principali impegni della stagione 2013/14 lo vedono debuttare con l’Orchestre Philharmonique de Radio France, il Maggio Musicale Fiorentino, al Teatro Colón in Buenos Aires, al Teatro alla Scala e al Théâtre du Capitole de Toulouse. Incide per Amadeus, Col legno, Kairos, Stradivarius, ottenendo grande successo da critica e pubblico, e premi come Choc di Le Monde de la Musique, e Diapason d’Or; l’incisione del Lohengrin di Sciarrino (Col legno) è stata premiata al Midem Classical Awards nella sezione opera. Attivo didatta in Europa e Giappone, è membro dell’Accademia di Montegral. Insegna presso il Landeskonservatorium di Innsbruck, dove è titolare della cattedra di direzione d’orchestra, e collabora con il Conservatoire National Supérieur de Musique et de Danse di Parigi. Già ospite nell’ambito della prima edizione del festival Play It! nel 2011, ritorna sul podio dell’ORT deliziando il pubblico con un programma davvero molto particolare.

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FLORALEDA SACCHI

Eccezionale talento, riconosciuta come una delle più interessanti arpiste sulla scena internazionale. Si è esibita nei più prestigiosi teatri al mondo ed è spesso descritta dalla critica come una preziosa innovatrice nell’approccio al suo strumento. Ha inciso per le principali major discografiche (Decca, Philips e Deutsche Grammophon) oltre che per Tactus, Brilliant Classics e una collana per Amadeus Arte interamente dedicata a compositori che hanno scritto per lei. Ha suonato nelle sale più importanti di New York, Lipsia, Berlino, Gerusalemme, Milano, Tokyo, Kyoto,

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Lione, Monaco, Ginevra, Vancouver, Toronto, Washington, Rio de Janeiro, Roma e solista in numerose orchestre (Filarmonica Toscanini, Neubrandenburger Philharmonie, Camerata Portuguesa...), recentemente apparsa con l’Orchestra Giovanile Italiana per il Concerto di Natale trasmesso su Rai3 e in mondovisione. Collabora spesso con attori in spettacoli teatrali; ha composto le musiche di scena del monologo Donna non rieducabile, che esegue dal vivo con Ottavia Piccolo, per la regia di Silvano Piccardi; spettacolo trasformato da Rai2 nel film Il sangue, la neve (regia di Felice Cappa), e presentato alla 66° Biennale del Cinema di Venezia. Nata a Como, si è formata ispiratasi ai dischi di Annie Challan. Ha studiato con Lisetta Rossi, Alice Giles (Francoforte), Alice Chalifoux (Stati Uniti) e con Judy Loman a Toronto. Tra il 1997 e il 2003 si è aggiudicata ben 16 premi in competizioni musicali, tra cui il premio Harpa Award (Praga) per il libro sull’autore romantico Elias Parish Alvars, nonché moltissimi articoli apparsi sulle testate giornalistiche specializzate in tutto il mondo, contribuendo alla riscoperta di vari autori come Sophia Corri. Parallelamente alla musica, ha studiato inglese, francese e tedesco e dal 2006 è direttore artistico del LakeComo Festival, rassegna di musica da camera ambientata in luoghi storici lariani. Prima volta con l’Orchestra della Toscana.

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FABIO FABBRIZZI

Nato a Firenze, ha studiato con Giorgio Fantini al Conservatorio di Musica ‘’Luigi Cherubini’’ diplomandosi con il massimo dei voti e la lode. In seguito ha frequentato la classe di perfezionamento all’Accademia di Winterthur (Svizzera) con Conrad Klemm, e al Mozarteum di Salisburgo con Irena Grafenauer. È stato primo flauto con importanti orchestre, tra cui il Maggio Musicale Fiorentino, l’Accademia di Santa Cecilia e I Virtuosi di Mosca, collaborando con direttori d’orchestra quali Mehta, Chung, Hogwood, Krivine, Davies, Brüggen, De Bourgos, Inbal, Norrington, Koopman, Robertson, Mata, Salonen, Vonk, Sokhiev e altri.

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Per la musica da camera ha partecipato ai più importanti festival italiani e internazionali ed ha registrato per ORF (Radio Televisione Austriaca), Rai Radio3, Edipan e Nuova Era. Ha collaborato con attori come Michele Placido, Paolo Poli, Riccardo Massai, Anna Marchesini e recentemente con varie rockstar tra cui Sting. Collabora regolarmente con l’Accademia Chigiana e l’Istituto Musicale pareggiato Franci di Siena. Nel 1982, con l’allora direttore artistico Luciano Berio, ha vinto il concorso per primo flauto all’Orchestra della Toscana, ruolo che ricopre tuttora.

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MARIO CASTELNUOVO TEDESCO

(Firenze 1895 – Beverly Hills, California 1968)

Concertino per arpa e orchestra da camera durata: 18 minuti circa

Il fiorentino Mario Castelnuovo-Tedesco, espressione di un Novecento pacato, privo di impeti avanguardistici, ebbe la vita spezzata in due dalle leggi razziali. Rampollo di una famiglia israelitica benestante, allievo al «Cherubini» di Ildebrando Pizzetti, amico fraterno fin dall’infanzia di Primo Conti e Arturio Loria, più tardi anche di Alessandro Pavolini, futuro plenipotenziario del Fascio in città, fu spesso scritturato come pianista da Lyceum e Amici della Musica che spesso ne programmavano pure le musiche. Negli anni Trenta, dopo che Alfredo Casella aveva cominciato a includerne le composizioni per piano nei suoi recital, era forse il compositore vivente più eseguito all’estero - da Toscanini, dal violinista Jascha Heifetz, dal pianista Walter Gieseking e da Andrés Segovia, per la cui chitarra scrisse parecchio. In vista del Maggio Musicale Fiorentino del 1935, Mussolini in persona gli affidò la stesura della musiche di scena per il Savonarola di Rino Alessi allestito in piazza Signoria da Jacques Copeau; invece, al Maggio del ‘37, quelle per

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la première postuma dei Gidanti della montagna di Pirandello, commissionategli dall’autore, non poterono essere ascoltate per via dei dissensi con il regista Renato Simoni e con gli eredi del drammaturgo. Nel 1939 Castelnuovo-Tedesco emigrò in California dove cominciò a collaborare con la Metro-Goldwyn-Mayer. Sfornava circa duecento temi per colonne sonore all’anno: la migliore, a suo dire, quella per The Loves of Carmen con Rita Hayworth. Divenuto cittadino statunitense, a Firenze ritornò nel dopoguerra acquistandovi un minuscolo pied-à-terre in via de’ Bardi. Il Concertino op. 93 per arpa è uno degli ultimi lavori scritti dal compositore prima della forzata partenza per gli Stati Uniti. Venuto alla luce dopo un lungo periodo di inattività dovuta a un esaurimento nervoso da superlavoro, fu eseguito la prima volta al Festival Internazionale di Venezia del 1937 da Clelia Aldrovandi, moglie dell’eminente critico musicale Guido M. Gatti, uno dei fondatori del Maggio nonché, allora, amministratore delegato della Lux Film. In origine la partitura prevedeva, oltre

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all’arpa, quartetto d’archi, due clarinetti e clarinetto basso, ma l’anno seguente ne venne approntata una versione per orchestra da camera pubblicata soltanto nel 1971. Nell’autobiografia Una vita di musica, Castelnuovo-Tedesco lo definisce il minore dei suoi Concerti per dimensioni e sostanza (da qui il diminutivo). In effetti si tratta di una composizione delicatissima, esile d’aspetto e dalle trame sonore rarefatte che sembrano graffiate sul cristallo. Specie nel primo movimento, «Moderato quasi passacaglia», intelaiatura di stampo barocco riecheggiante un’antica danza, la passacaglia appunto, basata su un tema che assume via via forme cangianti. Il successivo «Recitativo», quasi un monologo dell’arpa in meditazione intima, immette direttamente nel «Finale spagnuolo» in tempo di malagueña influenzato da Ravel, come ammette lo stesso Castelnuovo-Tedesco, e con singolari effetti percussivi sulla cassa di risonanza dello strumento che erano stati suggeriti dalla Aldrovandi. Gregorio Moppi

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WOLFGANG AMADEUS MOZART

(Salisburgo 1756 – Vienna 1791)

Concerto in do maggiore per flauto, arpa e orchestra K.299 durata: 27 minuti circa

Anche a Parigi, come più tardi a Vienna, Mozart­sperimentò a sue spese l’altalena dei ca­pricci del pubblico. Nel 1763, e poi nel ‘66, l’entusiasmo della capitale francese era anda­to alle stelle di fronte al piccolo cembalista, e dai fogli della Correspondence Littéraire l’au­torevole Friedrich Melchior Grimm gli aveva pronosticato un avvenire di grande composi­tore. Ma quando nella primavera del 1778 Mozart tornò a Parigi in compagnia della ma­dre, tutto ciò che ottenne fu la commissione per un balletto del celebre coreografo Noverre (Les petits riens) e un po’ d’attenzione nel tempio strumentale dei “Concerts Spiri­tuels” (la sinfonia “Parigina” K.297). Il frutto migliore del semestre parigino, la sonata pia­nistica K.310, fu scritta da Mozart sotto l’im­pressione dolorosa della morte improvvisa della madre, avvenuta appunto a Parigi nel mese di luglio. Ma le circostante che abbia­mo appena descritto fecero sì che una pagi­na di tanto peso potesse essere preceduta da un lavoro di carattere opposto, “leggero” e d’occasione come il Concerto per flauto e arpa K.299,

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FRANZ SCHUBERT

(Liechtenthal, Vienna 1797 – Vienna 1828) Sinfonia n.8 in do maggiore D.944 ‘La grande’ durata: 50 minuti circa

composto nel mese d’aprile. I committenti erano il duca di Guines, buon dilettante di flauto, e sua figlia, arpista. Il pa­dre la mandò da Mozart perchè la credeva dotata per la composizione, ma era una pia illusione: scrivendo al padre, Mozart deplorava infatti la totale mancanza di idee musicali della ragazza. Nacque così una delle pagine mozartiane più “francesi” per maliosità e finissimo garbo ga­lante, giustamente paragonata da Alfred Ein­stein alle malizie pittoriche di un François Boucher sotto le cui graziose vernici scorrono magari emozioni più profonde: si consideri, ad esempio, la seconda idea del primo movi­mento (Allegro) e l’Andantino centrale, men­ tre al gusto della suite rimanda il Rondò con­clusivo “in tempo di Gavotta”. Anche l’ano­mala accoppiata solistica di flauto e arpa, an­zichè mettere in imbarazzo l’autore, sembra invogliarlo a distillare il colorismo proprio del­la civiltà musicale francese. Elisabetta Torselli

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Enigma numerologico (e musicologico). Qual è il posto occupato dalla Grande nel catalogo schubertiano? Cerchiamo di capirlo attraverso lo schema seguente su cinque colonne: nella prima viene indicata la numerazione progressiva attribuita alle partiture completate (nel conto ci entra anche il torso dell’Incompiuta, sul piano espressivo, tuttavia, del tutto compiuto); nella seconda la tonalità e il nome (d’autore o meno) con il quale è nota; nella terza il diverso grado di finitezza; nella quarta il periodo di composizione; nell’ultima la data di pubblicazione. Dunque la nostra è l’ottava tra le sinfonie numerate. La settima, se si considerano soltanto quelle su cui Schubert volle (o riuscì a) lavorare da capo a fondo. La nona, se si conta anche la sinfonia in mi maggiore del 1821 completata da altri. Per nona la indicava pure una tradizione fondata sull’ipotesi che al settimo posto si trovasse una fantomatica «Sinfonia di Gmuden-Gastein», mai rinvenuta (ma di recente è stata incontrovertibilmente identificata con la Grande). Un gran bel pasticcio, insomma. Una cosa certa

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1

re maggiore frammento del I movimento

?1811

re maggiore

terminata il 28/X/1813

1884

10/XII/1814 - 24/ III/1815

1884

-

2

si bemolle maggiore

3

re maggiore

24/V - 19/VII/1815

1884

4

do minore Tragica

terminata il 27/ IV/1816

1884

5

si bemolle maggiore

settembre - 3/X/1816

6

do maggiore Piccola

ottobre 1817 febbraio 1818

-

re maggiore abbozzi pianistici di due movimenti

maggio 1818

-

re maggiore frammenti

dopo il 1820

mi maggiore -

7

8

si minore Incompiuta do maggiore Grande

frammenti dei quattro movimenti: orchestrate 110 battute del primo; partitura completata nel 1877 da John Francis Barnett, nel 1934 da Felix Weingartner, nel 1977 da Brian Newbould

agosto 1821

I e II movimento completi; il terzo lasciato alla battuta 128

ottobre 1822

1885 1982 1982

1934

estate 1825 - entro l’autunno 1826

re maggiore abbozzi: “restaurati� da ?estate-autunno 1828 Luciano Berio in Rendering (1989-90)

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1885

1867

1840

1982

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comunque c’è: la Grande è stata la sola sinfonia di Schubert a circolare su larga scala nell’Ottocento - almeno fino a quando, nel 1860, dall’oblio non emerse la partitura dell’Incompiuta. Il rinvenimento della Sinfonia in do maggiore, detta Grande per distinguerla dall’altra giovanile nella medesima tonalità ma di proporzioni più ridotte perciò denominata Piccola, si deve a un Robert Schumann in trasferta viennese: un pellegrinaggio nei luoghi beethoveniani e schubertiani il cui reportage il compositore tedesco pubblicò nel 1840 sul suo foglio di critica musicale, la «Neue Zeitschrift für Musik». Schumann aveva fatto visita a Ferdinand Schubert, che presso di sé conservava una gran messe di inediti del fratello Franz. Tra questi giaceva anche la partitura della Sinfonia in do maggiore, inviata immediatamente all’amico e collega Felix Mendelssohn, a Lipsia, perché la dirigesse nella stagione di concerti del Gewandhaus. Esecuzione avvenuta il 23 marzo 1839, di nuovo in dicembre, e poi ancora nel marzo e nell’aprile 1840. Era la prima volta che la Sinfonia veniva data in pubblico. Schubert non l’aveva mai potuta sentire perché la Società degli Amici della Musica di Vienna, cui era stata affidata alla fine del 1826, l’aveva trovata troppo lunga e di eccessiva difficoltà. Fino a qualche anno fa si credeva che la Grande risalisse al 1828, anno della morte del compositore, così come scritto sulla prima pagina del manoscritto. Studi piuttosto recenti (condotti anche sulla carta e sull’inchiostro impiegati)

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hanno invece permesso di retrodatarne la composizione. Dunque Schubert vi lavorò nell’estate del 1825, durante i soggiorni a Gmunden e Gastein, ritornandovi sopra a Vienna, in autunno. Nell’estate del 1827 la Società degli Amici della Musica pagava il copista che aveva provveduto a ricavare dalla partitura le parti orchestrali, segno inequivocabile che allora la Grande era già pronta da tempo. Rimane il problema della data riportata sull’autografo. Frustrato il suo desiderio di sentirla suonata, forse Schubert decise di puntare alla stampa: per venderla meglio agli editori pensò probabilmente di rinfrescarla stracciandone il frontespizio originale con la dedica alla Società viennese per inserirvi al suo posto, direttamente sulla prima pagina orchestrale, la dicitura «marzo 1828». Nonostante le proporzioni inconsuete per l’epoca, la Grande si mostra monumentale solo in superficie (la «sublime lunghezza» che le riconosceva Schumann). Nella sostanza invece è tutt’altro che granitica: procede con passo narrativo e svagato, trascolorante da un episodio all’altro in maniera discorsiva, piana, a tratti fantastica, attraverso morbide concatenazioni sintattiche e strutturali tipicamente schubertiane. Di Beethoven, venerato modello di riferimento cui viene reso omaggio nell’ultimo movimento richiamandone l’Inno alla gioia dalla Nona sinfonia, non vi sono l’impeto eroico di proporzioni ferree e stringate, le deflagrazioni dialettiche, lo sviluppo organico del materiale tematico.

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Approdando finalmente, dopo i numerosi tentativi abortiti, alla «grande sinfonia» a lungo vagheggiata, Schubert non poteva davvero tradire la sua natura più profonda, rinunciare all’espansione lirica, alle caratteristiche modulazioni e sospensioni armoniche, alla frequente contrapposizione timbrica e dinamica tra archi, forte, e fiati, piano, a spargere per la partitura gioielli tematici, paesaggi dello spirito, digressioni, indugi, pause, emozioni più o meno fugaci. La sua originalità sta nell’esser riuscito a connetterli in una struttura ariosa, certo distante dalla scultorea concentrazione beethoveniana, a suo modo, tuttavia, logica, coerente, unitaria. Unitarietà che nel primo movimento è raggiunta grazie all’imponente riproposizione, al termine dell’«Allegro ma non troppo», del tema che nell’«Andante» introduttivo viene enunciato all’unisono dai due corni, strumenti romantici per eccellenza. Un’atmosfera naturalistica e incantata, da leggenda popolare, pervade l’«Andante con moto» che tanto affascinava Schumann. La sovrapposizione a terrazze dei piani sonori, il colore, l’energia ritmica presenti nel successivo Scherzo (eccezionalmente in formasonata come quello della Nona di Beethoven) trapasseranno nelle omologhe pagine bruckneriane. L’accostamento di terzine filanti a ritmi puntati d’aspetto affermativo contribuisce a determinare la solare esaltazione ottimistica che inonda l’«Allegro vivace» finale. Gregorio Moppi

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VIOLINI PRIMI

Daniele Giorgi * Virginia Ceri * Paolo Gaiani ** Angela Asioli Gabriella Colombo Francesco Di Cuonzo Alessandro Giani Marco Pistelli Gianluca Stupia VIOLINI SECONDI

Chiara Morandi * Marian Elleman ** Patrizia Bettotti Stefano Bianchi Marcello D’Angelo Chiara Foletto Nicola Dalle Luche Paolo Lambardi VIOLE

Stefano Zanobini * Pier Paolo Ricci ** Caterina Cioli Elena Favilla Alessandro Franconi Agostino Mattioni VIOLONCELLI

Luca Provenzani * Andrea Landi * Augusto Gasbarri ** Stefano Battistini Giovanni Simeone

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CONTRABBASSI

Gianpietro Zampella * Amerigo Bernardi * Luigi Giannoni

TROMBE

Donato De Sena * Guido Guidarelli * TROMBONI

Fabio Fabbrizzi * Michele Marasco *

Stefano Bellucci * Rodolfo Bonfilio Sergio Bertellotti

OBOI

TIMPANI

FLAUTI

Flavio Giuliani * Emanuela Signorato

Morgan M.Tortelli *

CLARINETTI

Marco Ortolani * Emilio Checchini Alfredo Vena FAGOTTI

Paolo Carlini * Umberto Codecà * CORNI

Andrea Albori * Paolo Faggi * *prime parti **concertino ISPETTORE D’ORCHESTRA E ARCHIVISTA

Alfredo Vignoli

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CONTATTI FONDAZIONE ORCHESTRA REGIONALE TOSCANA

Via Verdi, 5 - 50122 Firenze tel.1 (+39) 055 2342722 | 2340710 fax (+39) 055 2008035 www.orchestradellatoscana.it Segreteria info@orchestradellatoscana.it

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TEATRO VERDI

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PROGRAMMA DI SALA A CURA DI

Ufficio Comunicazione ORT PROGETTO GRAFICO

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Mattia Vegni FOTO

Stefano Bottesi (copertina, 3) Daniel Vass (4) Hans Roger Benedetti (5) Marco Borrelli (6) STAMPA

Nuova Grafica Fiorentina (Firenze)

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OspitalitĂ e sala Teatro Verdi

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Palcoscenico Teatro Verdi

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Programma Ceccherini  

Direttore Tito Ceccherini | Arpa Floraleda Sacchi | Flauto Fabio Fabbrizzi | Firenze | Teatro Verdi | 8 maggio 2014 | Repliche a Empoli e Ar...