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Anno I numero zero 7 marzo 2011

Sanità

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Lazio

del

UNA SQUADRA FANTASMA

E LA REGIONE TAGLIA I POSTI

SI TEME L’EFFETTO DOMINO

IL RISIKO DELLE POLTRONE

Neuropsichiatria Infantile, aumentano le patologie, diminuiscono i servizi

Braccianese e Frusinate, sul piano Polverini per ora decide il Tar

Ancora troppe caselle vuote nella mappa del potere della sanità regionale

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IL PRIMO FREE PRESS DEDICATO INTERAMENTE ALLA SANITA’

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Nella foto il governatore della Regione Molise, Michele Iorio, con il presidente Bambino dell'Ospedale Gesù, Giuseppe Profiti

ATTUALITA’

Anno I numero zero 7 marzo 2011

IN PRIMO PIANO L’eccellenza della sanità pediatrica investe nel Molise

Il Bambino Gesù sbarca al Sud Accordo con la Regione, nasce un nuovo polo all’ospedale di Larino. “Mai più trasferte a Roma per i bambini malati”. Personale messo a disposizione dalla Asrem Stefania Pascucci obilità passiva, addio. Almeno per quella pediatrica, ma che investe intere famiglie molisane. I viaggi della speranza ora si potranno fare in meno di un’ora e dentro il perimetro della propria regione. Un colpo messo a segno dal presidente Iorio che da un anno lavorava al progetto di “portare” in casa propria il Bambino Gesù. L’eccellenza della pediatria italiana si avvicina ai territori più bisognosi e di fatto diventa realtà con un protocollo d’intesa firmato lo scorso 25 gennaio. A mettere nero su bianco ci hanno pensato in tre: il presidente dell’ospedale pediatrico di Roma Giuseppe Profiti, il presidente della Regione Molise, Michele Iorio e il sub commissario alla sanità, Isabella Mastrobuono. Dunque la nuova unità pediatrica del Bambino Gesù sarà collocata a Larino, a venti chilometri da Ter-

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moli, l’ospedale con vista sull’Adriatico, una struttura aperta nel 2000 e chiusa parzialmente lo scorso anno perché nel mirino del piano di governo dell’extra deficit della sanità molisana. Da lì però ripartirà la specialistica dell’équipe pediatrica guidata dal dottor Italo Trenta da un decennio nell’organizzazione medica dell’ospedale al Gianicolo. E’ lui a parlare dell’atteso progetto con “Sanità Lazio – Online news” per la prima volta pubblicamente e a spiegare le novità introdotte nel servizio sanitario pubblico della Regione per i bambini bisognosi di cure specialistiche. Allora, dottor Trenta: un sogno per i molisani che si traduce finalmente in realtà? Il 25 gennaio scorso è stato sottoscritto l’accordo a Campobasso e da quella data si sancisce l’inizio della nostra attività. Nei limiti di una tempistica: entro 60 giorni da quella data si dovrà disporre della struttura di Larino e l’organico dovrà essere al completo entro 90 giorni. Il

mese di aprile sarà quindi determinante per avviare il servizio che avrà a cuore la cura dei bambini. Larino sarà la stella polare della sanità molisana? L’accordo prevede la realizzazione di un reparto nel quale troveranno risposte le domande di salute delle famiglie molisane con i loro bambini che a tutt’oggi vengono a trovarci a Roma attraversando l’Appennino e sopportando notevoli spese di viaggio, trasferte, assenze dal posto di lavoro. L’intento sarà quello di aiutare le famiglie, di concerto con tutte le strutture pediatriche presenti in Molise, in particolare nella provincia di Campobasso. Con quali orari andrà a regime la nuova pediatria a Larino? Il reparto funzionerà tutta la settimana, ma non ci sarà attività di pronto soccorso. Il servizio sanitario è stimato in 3.000 ore in visite ambulatoriali e day hospital. Funzionerà anche la sala operatoria?

Sicuramente potremmo effettuare una chirurgia “minore”, cioè piccoli interventi di bassa complessità in day surgery: si entra la mattina e si esce la sera. Il programma prevede 3 anni di sperimentazione del servizio. E’ certo che entreremo in sintonia con la sanità molisana: esiste già una realtà pediatrica di ottimo livello. Quale sarà l’équipe Bambino Gesù di Larino ? Oltre alla mia persona e al capo degli infermieri le altre figure si dovranno reperire in loco. Potrebbero essere quelli che già erano in pianta organica prima della chiusura? No, perché erano prevista una pianta organica in grado di essere riassorbita. Sarà l’Asl del Molise a fornirà le risorse umane. Quindi sarà l’Asrem ad assumere l’organico? Si, a condizione che abbiano gli stimoli giusti per lavorare nella nostra squadra. La mobilità passiva è un costo insop-

portabile per il piccolo Molise. Un paziente che viene a Roma costa tanto alla famiglia quanto al servizio sanitario pubblico. Si tratta complessivamente di 5 milioni di euro di mobilità passiva pediatrica annua complessiva. Noi siamo un punto di attrazione per quasi il 50 per cento della spesa. E Il loro piano di rientro è molto ferreo. Ma noi andiamo lì per lavorare senza sovrapporci ad altre strutture ospedaliere che sono presenti. Avete in programma un coordinamento locale con i pediatri i medici di base dei bambini fino a 14 anni? E’ in agenda un incontro con i medici di base, la Fipe e di tutte le sigle sindacali presenti anche ospedaliere, per i primi di marzo. Spero di trovare collaborazioni con i colleghi. Sarà stretta anche la collaborazione con l’Università del Molise per il dipartimento di Pediatria. Cerchiamo collaborazioni con tutti: diciamo no al fort apache, come del resto è la mission del nostro ospedale 150 anni.


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11 ATTUALITA’ L'INTERVISTA/3

Parla Giovanni Valeri, responsabile del reparto di neuropsichiatria infantile del Bambino Gesù

Disturbi psichici in aumento, è emergenza Dall’autismo alla depressione, dalla anoressia ai disturbi psicotici l’ospedale romano è il punto d'arrivo di migliaia di famiglie disperate Stefania Pascucci bambini e la loro mente. Al Bambino Gesù il reparto di neuropsichiatria infantile e l’attività di ricerca sono in continua evoluzione. Anche a dispetto dei tagli della sanità pubblica. Qui arrivano i casi più complessi: autismo, depressione, anoressia, disturbi psicotici. La diagnosi si fa a tutti ma poi bisogna delegare i presidi territoriali. Che non sono in grado di dare risposte sempre efficaci o, nella peggiore delle ipotesi, non esistono. E, allora che fare? I genitori sono disperati: o rinunciano a curare i propri figli o pagano. Ma gli sciamani in questo settore sono sempre dietro l’angolo. Mentre le strutture di eccellenza vengono lasciate a livelli di pericoloso equilibrio finanziario. « Occorre aumentare la sensibilità politica», dice il dottor Giovanni Valeri,«affinché i piccoli malati che oggi possiamo riportare a condurre una vita normale non diventino malati cronici con costi altissimi per la società». E i dati, non solo di letteratura internazionale, provenienti dalla casistica del reparto indicano come i disturbi mentali tra i giovani siano in pericoloso aumento. Il reparto di neuropsichiatria è fondamentale per le famiglie che devono farsi carico dei disturbi mentali dei propri cari che hanno bisogno di sostegno. Cosa offre il suo servizio, il suo dipartimento? Il reparto neuropsichiatria infantile che si trova nel dipartimento di neuroscienze si articola in reparto di ricovero, uno di day hospital e uno ambulatoriale. Noi ci occupiamo di minori da zero a 18 anni che presentano dei disturbi psichici. Dopo i 18 anni ci sono altri servizi, quelli della salute mentale. Parliamo di disturbi psichici che interessa tra il 10 e il 20% della popolazione. Il che vuol dire che 1 adolescente su 10 nel corso della sua età evolutiva presenterà un disturbo psichico. che può andare dal disturbo di ansia, psicotici, depressione, comportamenti alimentare, anoressia e bulimia. In questa cornice, il Bambino Gesù essendo un ospedale pediatrico specializzato e un istituto di ricovero e ricerca a carattere scientifico si colloca come una struttura di 3° livello a cui afferiscono i casi

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Nella foto l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, al Gianicolo

più complessi. Noi cerchiamo di fare una valutazione diagnostica il più possibile accurata e una parte di questi casi vengono seguiti direttamente da noi, un’altra parte vanno rimandati nei servizi territoriali. E qui inizia la criticità, l’assenza o la scarsa capacità di questi servizi. Non potete seguire tutta l’utenza? Seguiamo 3000 persone in day hospital all’anno e non possiamo fare di più. E quindi come vengono supportate le famiglie? Noi facciamo una accurata valutazione diagnostica, in alcuni casi riusciamo a seguire il paziente in trattamento, in altri casi no perché ci satureremmo immediatamente e molti casi le terapie dei disturbi psichici sono terapie anche di medio lungo periodo. Cosa succede di fatto? Alcune terapie che sono quelle più complesse in cui è necessaria una terapia farmacologica in età evolutiva continuiamo a seguirla noi. Mentre tutta un’altra serie di interventi quelli di sostegno ai genitori, con la scuola cerchiamo di farli con i servi territoriali che, ripeto, in questo momento sono in grande sofferenza. Dalla sua esperienza è in aumento il problema neuropsichiatrico infantile? Sicuramente è aumentato, sia per il servizio che svolgo, per la mia esperienza, ma anche dai dati della letteratura internazionale. Ci sono delle forme che sono aumentate come i disturbi del comportamento, del comportamento alimentare. L’autismo è una delle grandi emergenze. Attualmente questa malattia interessa 1 bambino ogni 150. Vuol dire che ogni sei classi di 25 bambini noi troviamo un bambino che presenta un disturbo dello spettro autistico. Noi abbiamo una richiesta massiccia di valutazioni, perché la dia-

gnosi precoce è essenziale. E’ una speranza in più di cura. Ora si sa che si possono fare diagnosi di autismo tra i 2 e i 3 anni mediamente, prima non solo in Italia ma anche in Europa, la diagnosi si faceva non prima dei 5 anni e nei casi lievi non prima dei 12 anni, quindi un gap enorme. Ci siamo dati un obiettivo: garantire una diagnosi più precoce possibile. Trattate non solo pazienti italiani. Non solo da altre regioni italiane ma anche dai Paesi dell’Est, che vogliono la conferma, una consulenza. Noi cerchiamo di garantire una diagnosi precoce poi cerchiamo di organizzare un servizio che subentra post diagnosi e si tratta di un intervento di training ai genitori che ha lo scopo di fornire una terapia e di verificare un’efficacia di modello e poi collaboriamo con varie associazioni. Quali? C’è l’esperienza de “La breccia nel muro” che ha la sede nell’Opera Don Calabria sull’autismo in collaborazione con la Fondazione “Handicap Dopo di noi”e il Bambino Gesù che segue un certo numero di bambini autistici che è riuscita a mettere insieme diverse istituzioni. Quale servizio offrite? Facciamo la verifica all’inizio e alla fine del trattamento controllando l’efficacia. Diagnosi a tutti, alcuni trattamenti specifici che cerchiamo di fare noi al nostro interno, altri devono andare fuori. I vostri numeri sul piano degli interventi.

Non solo pazienti italiani. In crescita anche i degenti in arrivo dai Paesi dell’Est Europa Per esempio con la malattia autistica diagnostichiamo circa 300 bambini l’anno sia di nuovi casi che di controlli, di questi 50 li seguiamo con il servizio di training, altri 80 li seguiamo con altre strutture tipo “La breccia nel muro” e altre cooperative e i rimanenti li deleghiamo ai servizi territoriali. Avete problemi di riduzioni dei fondi? Non ci sono stati dei tagli ma noi siamo già ai limiti. Faccio un esempio. Per l’emergenza psichiatrica per tutti gli adolescenti che possono avere uno scompenso che va dal tentativo di suicidio, all’esordio psicotico, alla depressione grave, all’anoressia in tutta Italia esistono solo 79 posti letto. Nel Lazio ne esistono 12, 6 a via dei Sabelli e 6 nostri (reparto psichiatrico). Quindi nel Lazio esistono solo 12 posti letto per cui un taglio ulteriore sarebbe letale. Se il disturbo mentale è in continuo aumento a questo però non corrisponde ad un aumento della sensibilità politica. Ne abbiamo più volte parlato nei convegni. L’impressione è che ci siano tanti aspetti, oltre che politici, di natura culturale. In Italia continua a prevalere l’idea che il disturbo psichico non esiste che tutto sommato è la famiglia, la

scuola che si deve fare carico e quindi bisogna affrontare il problema nella scuola, nella famiglia e così via. C’è una difficoltà culturale a riconoscere quello che negli ultimi 10 anni è un dato scientifico. E la scuola come protegge questo tipo di alunno? La maggior parte dei bambini che hanno un problema psichiatrico è più facile che abbia un sostegno scolastico che non serve, invece servirebbe un équipe psicologica che lo curi. L’altro messaggio importante è che molti disturbi psichici in età evolutiva se diagnosticati per tempo possono essere curabili, oppure possono ridurre fortemente l’impatto che hanno nella persona. I genitori si vergognano di non avere il figlio “perfetto”. Allo stigma si aggiunge una sorta di negazione: facciamo fatica a pensare che quell’adolescente sia depresso. Accettiamo che un bambino possa avere il diabete, una cardiopatia o un tumore ma fatichiamo ad accettare i disturbi psichici: ecco la vergogna sociale che contribuisce al disinteresse. I bambini sono il nostro futuro. Non curarli in età evolutiva vuol dire che ci troveremo a curare i cronici con costi sociali altissimi.

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13 NOMINE IL PERSONAGGIO

Dalle malattie degli immigrati alla portaerei della sanità capitolina

Morrone e la sfida del San Camillo Il dermatologo del San Gallicano, commissario a sorpresa, è deciso a rimanere alla guida dell’ospedale di Monteverde. Razionalizzazione e appropriatezza negli interventi e nella gestione Giovanni Tagliapietra celta a sorpresa (tutta politica, dicono nel clan della Polverini) per il San Camillo-Forlanini, la mega azienda ospedaliera di Monteverde : decaduto il commissario Massimo Martelli (tornerà, deluso, a fare il primario nel suo reparto a 5 stelle?) il governatore ha nominato un altro commissario, questa volta – pare – destinato a restare a lungo sul ponte di comando: ma questa volta ha pescato dall’altra parte della barricata, e cioè a sinistra. Il prescelto è Aldo Morrone, ideatore e leader indiscusso fin qui

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dell’Istituto Italiano per la salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà (Cnmp), nato a Roma tre anni fa e ubicato all’interno del San Gallicano, a Trastevere. Una struttura di frontiera che ha prestato i suoi medici (e il professor Morrone in persona) a Lampedusa nel momento più caldo dell’arrivo dei boat people. Direttore della Struttura Complessa di Medicina Preventiva delle Migrazioni, del Turismo e di Dermatologia Tropicale dell’Istituto San Gallicano (IRCCS) di Roma, viene considerato uno dei maggiori esperti mondiali di medicina delle migrazioni, delle patologie tropicali e della povertà. A partire dal 1985 si occupa della tutela e promozione della salute delle popola-

zioni immigrate e a maggior rischio di esclusione sociale presenti in Italia e da molti anni è impegnato con la sua équipe multidisciplinare in diversi progetti di cooperazione in campo clinico-scientifico, educativo e sociale in Africa, nel Sud-Est asiatico e in America Latina. Un curriculum eccellente, ma decisamente lontano dal target abituale dei direttori generali che si alternano negli ospedali romani. Gran professionista ma soprattutto ottimo comunicatore e profondo conoscitore delle dinamiche dei media Morrone di professione fa il dermatologo- s’è detto - ma il suo impegno politico lo ha portato a una scelta precisa prima all’interno del San Gallicano e poi in altri ambiti. La Polverini ha vi-

sitato alcune settimane fa il Cnmp ed entusiasta ha promesso una battaglia per trasformare quell’Istituto in Irccs. Poi ha “promosso” Morrone, offrendogli la direzione del San Camillo. Ljui ha già cominciato a traghettare i suoi collaboratori, dicono che sposterà al Forlanini anche il Cnmp. Il fatto che il professore nelle ultime amministrative sia stato candidato nelle liste di centrosinistra (ma ha preso solo 600 voti) pare sia ininfluente. Il governatore punta ad una “sua” squadra- Con questa mossa ha spiazzato certamente l’Udc di Ciocchetti, convinta di poterci piazzare il cavallo di ritorno Alessio. Ma il vice presidente della

In alto l'ex numero uno del San Camillo, Massimo Martelli. Nel tondo il nuovo commissario straordinario Aldo Morrone

Un medico di frontiera con il cuore a sinistra Aldo Morrone, medico dermatologo, direttore della Struttura Complessa di Medicina Preventiva delle Migrazioni, del Turismo e di Dermatologia Tropicale dell’Istituto San Gallicano (IRCCS) di Roma, viene considerato uno dei maggiori esperti mondiali di medicina delle migrazioni, delle patologie tropicali e della povertà. A partire dal 1985 si occupa della tutela e promozione della salute delle popolazioni immigrate e a maggior rischio di esclusione sociale presenti in Italia. Da molti anni è impegnato con la sua équipe multidisciplinare in diversi progetti di cooperazione in campo clinicoscientifico, educativo e sociale in Africa, nel Sud-Est asiatico e in America Latina. È docente in numerose università italiane e straniere e consulente dell’Ufficio dell’OMS di Venezia su Povertà, Salute e Sviluppo. È autore di oltre cinquecento articoli scientifici e di venti libri. Nel 2007 è stato nominato Direttore Generale dell’Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle Popolazioni Migranti e per il contrasto delle Malattie della Povertà.

e cronache lo ricordano in prima linea a Lampedusa, a coordinare per la parte di sua competenza le risposte all’emergenza sanitaria del tumultuoso arrivo degli immigrati dall’Africa e dal Medio Oriente. Il suo Istitito per la salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà , allocato al San Gallicano, nel cuore di Trastevere, è un punto di primo intervento contro un’altra emergenza sanitaria, quella dei senza nome e dei senza diritti, in ogni caso del soggetti deboli della capitale. Oggi il prof. Aldo Morrone è sul ponte di comando di una delle corazzate della sanità pubblica laziale e italiana, il San Camillo Forlanini, mega ospedale romano a Trastevere-Monteverde. La Polverini lo ha chiamato a quell’incarico convinta della sua capacità di gestire situazioni difficili, dal suo pragmatismo. Commissario straordinario al posto di un deluso Massimo Martelli, primario di uno dei reparti di eccellenza del Forlanini, lasciato solo (lo ha detto in un’intervista) e non sostenuto nonostante avesse proposto delle riforme strutturali a costo zero. Incontriamo il prof. Morrone nell’austero ufficio della Direzione Generale, nell’edificio principale del Forlanini. Edificio solenne, quasi deserto,come deserta è l’intera struttura dopo che quasi tutti i reparti sono stati spostati al San Camillo. Il futuro di questa struttura è una delle incognite maggiori per pazienti., operatori, per il territorio. Professore, questo ospedale non può essere governato da una figura commissariale, ha bisogno di tempi lunghi, di programmazione di medio termine. Sono d’accordo, e infatti non intendo essere considerato una figura di passaggio. Ho accettato l’incarico dopo aver avuto assicurazioni che potrò fare un lavoro serio fino in fondo e per un periodo di tempo adeguato. Quindi è vero, il Com-

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Piccolo scivolone con i sindacati: c’è Napolitano, lascia fuori la Fials-Consal

Giunta laziale si è già consolato ottenendo (in cambio?) diverse altre poltrone tra la sessantina in palio. Morrone di fronte a questo scenario sorride. Non gli appartiene, commenta.- E forse è sincero.

La SCHEDA

missario è rimasto folgorato da lei. Nonostante la si possa collocare politicamente in un’area non proprio di centro destra… Io sono un tecnico e faccio il mio lavoro, credo con buona professionalità. Non faccio il politico e la mia frequentazione con la Polverini è di lunga data. Abbiamo ragionato del mio modello di gestione., del mio approccio. Lo abbiamo condiviso. La mia sfida è quella di applicare lo stesso modello, applicato con successo all’Istituto, qui al San Camillo. Allarghiamo lo spettro, qui ci sono eccellenze di ogni tipo, collegate in rete con le omologhe eccellenze italiane, europee, mondiali. E questa è la prima linea da seguire. Poi bisogna concentrarsi sul territorio, sui bisogni del territorio, sui bisogni dei meno garantiti. Su questo, attraverso le eccellenze, si deve intervenire. Prendiamo patologie specifiche di fette consistenti di popolazione, diabete, malattie dismetaboliche, patologie della terza età.

Intervenire sul territorio significa alleggerire la pressione sull’ospedale, significa garantire dei risparmi complessivi enormi nel medio e nel lungo periodo. E’ lo schema che applica nelle sue attività precedenti.. Esattamente, La mia sfida è quella di rendere agile, pratica, operativa, performante la sanità pubblica. Il modello è semplice, macroeconomico e microeconomico. Cerco efficacia e appropriatezza. Parole vuote se non vengono riempite di significati, se non vengono surrogate dai fatti, da iniziative concrete. Così si fanno i risparmi, si mettono in riga i bilanci. Lei conta su una solidarietà ed un appoggio sia all’interno dell’ospedale sia negli studio dei medici di base. Pretende troppo Ho trovato un clima di grande collaborazione qui dentro, da parte dei vertici, della base e dei sindacati. Avevano bisogno di un direttore generale, penso che l’abbiano trovato. Non c’è la situazione di sfascio, di collasso che si vuole accreditare dall’esterno. Anzi. Ci sono risorse da riorganizzare, da redistribuire. Lo faremo. Per quanto riguarda i medici di base la sfida è appena iniziata, l’iniziativa degli ambulatori aperti nel week end è un esempio. Dicono che non funzioni, che gli ambulatori e certe macchine restino sottoutilizzati. Non creda a chi rema contro.Le assicuro che i dati sono confortanti. Uno dei problemi di questo ospedale è il futuro del Forlanini. Sto cominciando a studiare la situazione, mi dia tempo. Anzi, datemi tempo per tutto. Troppo ottimista, rassicurante, conciliante. Ma non può essere diversamente. Lei non può inimicarsi nessuno, a questo punto.

Piccola scivolata - involontaria - del neo commissario del San Camillo Forlanini Aldo Morrone. Durante l’inaugurazione, mercoledì scorso, dell’Unità di cure residenziali intensive per i pazienti in stato vegetativo (Ucri) dell’ospedale – a cui hanno partecipato anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, e il ministro della Salute Ferruccio Fazio – Morrone ha fatto uno sgarbo ad uno dei sindacati più aggressivi della sanità laziale, la Fials e se anche lo strappo verrà ricucito in fretta (per ragioni di chiusura in tipografia non siamo in grado di registrare la cosa) il pasticcetto resta. E pensare che Morrone aveva dichiarato di avere avuto uno splendido impatto con i sindacali del San Camillo. Il fatto in sè è una sciocchezza, a freddo tutti lo riconosceranno, ma lasciar fuori dalla porta la Fials Consal in occasione della visita all'ospedale del presidente della Repubblica è cosa che non si dimentica nel quadro delle relazioni sindacali. “La nostra organizzazione sindacale vuole esprimere una profonda indignazione a nome di tutti gli operatori sanitari iscritti alla Fials in quanto stamani, in occasione dell’inaugurazione presso l’Ospedale San Camillo del nuovo reparto per lo stato vegetativo cui hanno partecipato il presidente della Repubblica Napolitano, il ministro della Salute Fazio, il presidente Polverini, il nostro rappresentante seppur invitato preventivamente è stato lasciato fuori la porta dagli organizzatori della manifestazione”.Tutte le organizzazioni sindacali erano state invitate, solo la Fials Consal è rimasta fuori. "E’ ancora più grave se si pensa che il rappresentante sindacale della Fials, Giovanni Ronchi messo alla porta, ha ottenuto da solo circa 413 preferenze nelle ultime elezioni della rappresentanza sindacale aziendale. Vale a dire tante preferenze quante altre organizzazioni sindacali oggi invitate a partecipare e, impropriamente definite rappresentative, hanno ottenuto complessivamente nelle otto aziende sanitarie pubbliche di Roma e Provincia. I dati sulla rappresentatività nella pubblica amministrazione possono essere agevolmente verificati nel sito Web dell’Aran. Un episodio singolare quello di oggi e che per il futuro rispetto delle regole non promette nulla di buono, la discriminazione dei lavoratori aderenti o simpatizzanti dei sindacati scomodi potrebbe divenire prassi. Ci appelliamo, alle forze democratiche affinchè prendano posizione su tali atteggiamenti. Da parte nostra è stato già dato mandato all’ufficio legale di ricorrere alla magistratura competente per gli eventuali provvedimenti del caso". E Morrone è servito.


14 Anno I numero zero

ATTUALITA’

7 marzo 2011

LA SANITA’ CHE FUNZIONA La rivoluzione tecnologica del Campus Bio-Medico

Ci pensa Da Vinci, il chirurgo-robot Tempi di degenza dimezzati e maggiore operatività per i medici Il dg Oricchio: “Pronto un percorso universitario di specializzazione” mazioni in vista di qualsiasi suo perfezionamento. “L’accordo– spiega Eugenio Guglielmelli, Direttore degli Studi della Facoltà d’Ingegneria e Direttore del Laboratorio di Robotica Biomedica e Biomicrosistemi dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – ci permette di esplorare in modo sistematico le innovazioni ottenibili con queste tecnologie nel breve e medio periodo. Con ‘Da Vinci’ potremo inoltre integrare la parte sperimentale degli insegnamenti di Robotica Biomedica della nostra Facoltà”. Su una cosa sono pronti a scom-

Lorenzo De Cicco ini-invasività, libertà di movimento, sicurezza per il paziente. Sono solo alcuni dei vantaggi offerti dalla nuova chirurgia robot-assistita. È vero, i costi degli interventi sono superiori a quelli della chirurgia tradizionale, ma già la riduzione sensibile dei giorni di degenza rappresenta di per sé una fonte di risparmio. In ogni caso, per chi avesse dubbi sull’efficacia della robotica applicata alla medicina, basta chiedere agli operatori del Campus Bio-Medico di Roma, che nel primo mese e mezzo trascorso dall’attivazione del nuovo programma hanno effettuato già oltre trenta interventi. Gli ambiti vanno dall’Urologia alla Ginecologia, alla Chirurgia Generale e tra poco il robot debutterà anche in Cardiochirurgia. Per la prima volta in un ospedale della capitale è stata inoltre effettuata negli ultimi giorni, con il supporto del robot Da Vinci, l’asportazione di un tumore polmonare in un paziente di 71 anni. Laddove la chirurgia tradizionale avrebbe reso necessaria l’apertura delle costole per permettere al chirurgo di raggiungere il punto d’intervento, strumenti delle dimensioni di pochi millimetri, montati su bracci robotizzati e accompagnati da telecamere 3D ad alta risoluzione, hanno permesso di compiere il medesimo intervento praticando quattro incisioni millimetriche. Dimezzati i tempi di degenza per il paziente, che la sera stessa dopo l’intervento poteva stare seduto in poltrona, mentre i postumi di un intervento tradizionale lo avrebbero costretto a letto per circa due giorni con l’assunzione di medicinali per attenuare il dolore intercostale. “La mini-invasività del robot – spiega il Prof. Maurizio Buscarini, responsabile del programma di chirurgia robot-assistita del Campus Bio-Medico di Roma – è uno dei vantaggi di questa tecnologia. Il robot ha in più una libertà di movimento e una capacità di precisione, superiori alla mano del chirurgo”. Libertà di movimento e precisione che in interventi alla prostata permettono l’asportazione parziale o totale dell’organo, salvaguardando le innervature circostanti, che influiscono sulle funzioni urinaria ed erettile. E anche per quanto riguarda le prostatectomie, la chirurgia robot-assistita registra una sensibile riduzione dei tempi di degenza, che passano da una media di quattro giorni a non più di 24 ore. “A operare è sempre e comunque il chirurgo – rassicura il Prof. Roberto Angioli, Primario di Ginecologia del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico – la tecnologia robotica si offre però come un ausilio ecce-

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Alcune immagini del Robot Da Vinci, che nel primo mese e mezzo trascorso dall'attivazione ha già effettuato oltre trenta interventi.

zionale. Le immagini 3D ad alta risoluzione, per esempio, danno la sensazione non di guardare all’interno del corpo del paziente, ma addirittura di essere al suo interno. La possibilità di ingrandire fino a 10 volte queste immagini senza perdere qualità di risoluzione, ci permette di operare sul punto d’intervento con estrema precisione”. La tecnologia robotica ha cambiato la posizione del chirurgo in sala operatoria. Non più in piedi sotto i riflessi delle lampade scialitiche, bensì seduto a una console dotata di manopole attraverso le quali muove i bracci del robot e gli strumenti montati alle loro estremità. Mentre il chirurgo opera, un sistema elettronico di controllo elimina il naturale fenomeno del tremore della mano, problema an-

cora presente nell’altra metodica mini-invasiva di cui la chirurgia robotica appare ormai per molti aspetti l’evoluzione: la laparoscopia. La vista del punto d’intervento è garantita dal binocolo montato sulla medesima console, che restituisce a chi opera immagini in diretta, 3D e ad alta risoluzione. Gli strumenti montati sui bracci del robot si presentano come tubicini semirigidi, alle cui estremità sono collocate le attrezzature di presa e di taglio necessarie al chirurgo. Penetrano nel corpo del paziente attraverso al massimo quattro fessure, che vanno dai 5 ai 12 millimetri. Grazie alle loro ridotte dimensioni si “intrufolano” quindi nel corpo del paziente in modo molto più agile degli strumenti tradizionali. Da qui il fatto che la robotica abbia rapidamente dimostrando la sua

superiorità rispetto alla chirurgia tradizionale in quei tipi d’intervento che interessano distretti corporei caratterizzati da spazi angusti, come il torace e la pelvi. Mentre il chirurgo lavora alla console, 20 microprocessori - l’equivalente dei “cervelli” di 10 computer effettuano oltre mille controlli di sicurezza al secondo. Al letto operatorio, un secondo medico segue da vicino i movimenti dei bracci, mentre un monitor permette a tutta l’équipe di seguire le azioni di chi sta operando, scambiandosi informazioni attraverso un interfono. Ciò che ancora manca al robot con bisturi e camice bianco, è la capacità di restituire alle mani del chirurgo le sensazioni tattili degli organi e dei tessuti toccati attraverso gli strumenti operatori. Dotare le manopole della console di cosiddetti feedback aptici, è uno degli obiettivi del gruppo di medici e ingegneri biomedici del Campus Bio-Medico di Roma, che stanno lavorando a un programma di ricerca per il perfezionamento della tecnologia. Grazie a un accordo esclusivo di ricerca, stipulato con il produttore americano del Da Vinci, che in questo momento è l’unico esemplare di robot chirurgico disponibile sul mercato mondiale, l’Ateneo romano avrà ora per un anno accesso alla “scatola nera” del robot, che registra tutti i comportamenti della macchina durante gli interventi chirurgici e rappresenta quindi una fonte preziosa d’infor-

mettere i chirurghi che hanno sperimentato le potenzialità del “collega” robotico: “Se i nostri figli e i nostri nipoti dovessero fare un giorno il nostro mestiere, avranno quasi esclusivamente a che fare con tecnologie di questo tipo”. L’ingresso sempre più massiccio della robotica in sala operatoria apre quindi questioni importanti sulla formazione dei futuri chirurghi. Attualmente un medico già specializzato in chirurgia deve frequentare dopo numerosi anni di studio un ulteriore corso di formazione per essere abilitato all’utilizzo del “Da Vinci”. Se le previsioni degli esperti si confermeranno, Scuole di Specializzazione in Chirurgia Generale che ignorino la chirurgia robotica potrebbero essere in futuro paragonate a corsi di laurea in comunicazione che prescindono dall’uso del computer. “Proprio in considerazione di questi aspetti di formazione – spiega Gianluca Oricchio, direttore generale del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico – abbiamo deciso come primo Policlinico Universitario italiano di dotarci di un robot con doppia console, che permetta al chirurgo in formazione, già all’interno del percorso universitario di specializzazione, di esercitarsi in interventi chirurgici simulati su modelli anatomici artificiali, affiancato alla seconda console da un chirurgo esperto. È il medesimo principio della scuola guida effettuata con macchine a doppia pedaliera”.


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15 ATTUALITA’ IL CASO

Dopo il rinvio di dicembre, il 28 febbraio sono scaduti i termini per i controlli

Taxi, test antidroga a rischio raggiro Completati gli esami per i conducenti delle auto-bianche della Capitale Ma su internet i consumatori denunciano: operazione poco trasparente

A destra l'assessore alla Mobilità del Comune di Roma, Antonello Aurigemma subentrato a Sergio Marchi nell'Alemanno bis

Lorenzo De Cicco lla fine l’esame lo hanno fatto quasi tutti. A nove mesi dalla delibera comunale che imponeva a tutti i tassisti capitolini di sottoporsi ad un controllo per verificare “l’assenza di alcolismo o tossicodipendenza” – così recita la delibera approvata il 17 giugno 2010 – i conducenti delle auto bianche si sono adeguati e si sottoponendosi agli accertamenti. Ma prima del 28 febbraio – data in cui scadevano i termini degli esami – la vicenda aveva trascinato con sé una lunga scia di polemiche. Alcune ancora tutt’altro che concluse. “Le analisi costano almeno 150 euro, chi ce le paga?”, era stata la prima reazione dei sindacati dei tassisti quando in Aula Giulio Cesare si cominciò a parlare delle analisi obbligatorie per i titolari di licenza. Ma all’epoca il Campidoglio non volle sentire ragioni e optò per la linea dura, anche per indorare la pillola ad un’opinione pubblica già abbastanza infastidita dai rincari

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delle tariffe, aumentati del 28%. Ma la delibera, votata da tutti i gruppi consiliari, con due astenuti e nessun voto contrario, è rimasta carta bianca. Nessuna sollecitazione, nessuna pressione da parte del Comune sulle associazioni di categoria perché i tempi fossero rispettati e così, vista l’impossibilità di sanzionare due terzi degli autisti che ancora non si erano sottoposti ai controlli , il 10 dicembre 2010, venti giorni prima della dead line, l’assessore alla Mobilità Sergio Marchi – poi rimpiazzato da Antonello Aurigemma nell’Alemanno Bis – stabilì di rinviare i test di un anno, decisione poco gradita dall’opposizione, anche perché il provvedimento non è mai stato messo ai voti in Aula Giulio Cesare. “Marchi ha posticipato i controlli con una semplice memoria di giunta, che non ha alcun valore amministrativo – attaccava il capogruppo Pd in Campidoglio, Umberto Marroni - Per compiacere ulteriormente la lobby dei taxi l’amministrazione comunale disattende le delibere votate dal Consiglio Comunale sulla sicurezza del passeggero”.

Ma la decisione all’epoca lasciò perplessi anche a molti esponenti del Pdl. A partire da Fernando Aiuti, presidente della commissione Sanità, che non usò mezzi termini per condannare la delibera della Giunta. “I test su chi guida sono una misura di prevenzione ovvia, di buon senso – attaccava il professore dai banchi del Consiglio Comunale - Sono profondamente deluso e mi riservo di parlarne con il sindaco”. Come non bastasse, poco dopo, è stato il capogruppo Pdl Luca Gramazio a chiedere chiarimenti: “Credo sia necessaria una spiegazione sul percorso che ha portato una memoria di Giunta a modificare una delibera votata all'unanimità dall'assemblea capitolina». Uno scontro tanto forte interno alla maggioranza, che Alemanno decise di cassare la proposta di Marchi, riducendo il rinvio a soli 60 giorni, fissando appunto il limite massimo al 28 febbraio.Tutto bene quel che finisce bene, dunque. Ov-

viamente no. Da mesi nei circuiti mail degli addetti ai lavori circola una mail dal contenuto sospetto. “Il titolare della licenza – si legge nella lettera - ha la possibilità di nominare un medico competente per la sorveglianza sanitaria, il quale rilascia l'idoneità annuale che certifichi una corretta postura e la non dipendenza da alcol e droghe allo stesso titolare di licenza e ai collaboratori dei conduttori del taxi. La legge impone un rapporto diretto fra il medico competente e il datore di lavoro, senza lucrose intermediazioni di autorità e di associazioni”. Insomma, da quanto si legge nella mail, qualsiasi medico potrebbe mettersi d’accordo con il tassista e rilasciargli l’idoneità, che consentirebbe al conducente di “non sottostare all'obbligo di subire un test antidroga da parte delle autorità comunali”. “Per proteggere i terzi, i lavoratori e la licenza del taxi, nel rispetto della legge 81/08, vi è quindi la necessità di nominare un medico competente per la sorveglianza sanitaria dei conduttori di taxi”. Ovviamente chi ha inviato questa lettera, vuole in cambio qualcosa. “Noi offriamo il servizio completo con un contributo spese annuale di cento euro, la quale comprende: valutazione del rischio, sorveglianza sanitaria, visita medica e test antidroga annuale, con il rilascio dell'idoneità a condurre taxi e auto noleggio. Le autorità comunali che gestiscono le licenze dei trasporti obbligheranno i conducenti di taxi e autonoleggi, sprovvisti della sorveglianza sanitaria e dell'idoneità al test antidroga, a sottoporsi

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gionale e il Comune di Roma in merito al piano di riordino ospedaliero e passiva accettazione da parte di quest’ultimo. Insomma la protesta è contro il “silenzio assordante” del Campidoglio contro un piano che penalizza il territorio, secondo Dauri. Detto fatto, via un rappresentante se ne fa un altro. A presidiare la RmA ci va il prof. Vincenzo Bruzzese. Sarà più in linea con Alemanno, farà le barricate contro la Polverini (ma il delegato del sindaco osserva, non ha potere né competenze per farlo), sarà una spia intelligente e proporrà correttivi? Tutto da vedere. Per la cronaca al posto di Romano è stato nominato Lucio Alessandro. Par di capire che il ruolo di rappresentante del sindaco nelle Asl oltre al prestigio personale e a qualche benefit offra poco nulla. Ma vista la complessità del territorio capitolino e delle sue esigenze varrebbe la pena di dotare questi ambasciatori del Campidoglio di qualche potere in più.

Neuromed Una giornata dedicata all’emergenza Sla na giornata di confronto tra medici e pazienti sulla sclerosi laterale amiotrofica, ripercorrendo la storia della cura di questa patologia, i nuovi risultati della ricerca ed i suoi collegamenti con il mondo dello sport. Questo il tema del convegno ECM del 2 marzo nell’Aula Magna del Polo Didattico Neuromed di Camerelle. Nel corso degli ultimi anni si è evidenziato come la frequenza dei casi di Sla riscontrati fra i calciatori professionisti, oltre una cinquantina, sia stata molto più elevata rispetto alla media nazionale. Fra i casi più conosciuti, quelli di Stefano Borgonovo, ex attaccante di Fiorentina, e Gianluca Signorini, storico capitano del Genova. Al convegno sono intervenuti all’evento numerosi esperti del settore tra cui Mario Sabatelli, Antonio Pizzuti, Vincenzo Silani, Letizia Mazzini, Valerio Stefano Tolli, Nicola Vanacore ed Adriano Chiò: Ampio spazio anche alle associazioni, a partire dalla Fondazione Stefano Borgonovo, Viva la Vita Onlus, AISLA Onlus e Istituto Leonarda Vaccari.

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Quelle “sentinelle”del sindaco nelle Asl capitoline servono davvero a qualcosa? l Campidoglio, è cosa nota, non ha diretta giurisdizione sulle attività delle Aziende sanitarie locali allocate sul territorio capitolino. Ma cosa praticamente sconosciuta al pubblico dei non addetti ai lavori, prevede di avere dei rappresentanti all’interno delle singole “conferenze sanitarie locali”. Una presenza per lo più accademica, virtuale, narrano le cronache che non ricordano un solo intervento significativo in materia. Salvo quando uno di questi personaggi si dimette, come è appena accaduto a Ferdinando Romano, che da “sentinella”di Alemanno nella difficile Asl RmC è passato dall’altra parte della barricata a guidare lui stesso una Asl, la RmD, o alza un polverone e se ne va, come Pierfrancesco Dauri, delegato del sindaco per la Asl RmA che se ne è andato sbattendo la porta per protesta contro il piano di tagli della Polverini. Interessanti le motivazioni: assoluta mancanza di concertazione tra la Giunta Re-

annualmente al "test antidroga" coattamente e a spese del tassista”. La mail si conclude con una serie di recapiti telefonici “per concordare l'appuntamento per la visita e per il test antidroga, con immediato rilascio della idoneità rischio antidroga annuale. In attesa di essere contattati, porgiamo i più cordiali saluti”. Come a dire, fatta la legge trovato l’inganno, secondo gli accusatori. E le associazioni dei consumatori storcono la bocca. A partire dall’Adoc. Secondo il presidente del movimento, Carlo Pileri, i controlli devono essere realizzati “in strutture pubbliche preposte, atte a garantire la serietà e la certezza dei risultati delle analisi. Ci auguriamo che la nuova giunta di Alemanno possa intervenire per evitare che una prevenzione così importante possa essere sminuita lasciando perplessità sulla validità dei risultati”. Ma i sindacati delle auto bianche rispediscono le accuse al mittente. “Il Campidoglio ha solamente recepito un decreto legislativo 81 del 2008 – spiegano – Se ad occuparsi dei test fosse stata la Asl, le strutture pubbliche sarebbero state sia controllato che controllore”.

Nel tondo il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Il primo cittadino ha dei rappresentanti nelle Asl della capitale


16 Anno I numero zero

ATTUALITA’

7 marzo 2011

LA SANITA’ CHE FUNZIONA La sfida internazionale dell’Istituto Dermopatico dell'Immacolata

Idi Farmaceutici, da Pomezia alla Cina La sanità del Lazio perde colpi, ma l’"azienda" di Monti di Creta si espande. Il segreto del successo: tecnologia e partner di livello mondiale Renato Verra uovi prodotti, nuova ricerca, partnership internazionali ed un mercato in Est Europa e Asia tutto da conquistare. In tempi di vacche magre per la sanità italiana e laziale, l’Istituto Dermopatico dell'Immacolata è da iscrivere alle poche eccezioni positive. Un azienda produttiva, con i conti in attivo che pensa a come investire più che a risparmiare. Una delle punte di diamante del complesso è l’IDI Farmaceutici, nata e pensata dalla Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione di Via Monti di Creta negli anni ’60, quando i vertici dell’ospedale pensarono di iniziare a sviluppare i laboratori di tecnica farmaceutica e cosmetica strutturandoli a livello industriale.All’epoca si decise di stanziare lo stabilimento a Pomezia, che proprio in quegli anni iniziava la sua avventura industriale. “Siamo state tra le prime imprese del settore farmaceutico dell’area e oggi rappresentiamo, dopo grandi gruppi come Sigma Tau, una delle aziende meglio avviate – spiegano Domenico Temperini e Luciano Ragni, rispettivamente Amministratore e Consigliere Delegato di IDI Farmaceutici – Siamo orgogliosi di avere contribuito allo start-up industriale di un’area che oggi, insieme alla provincia romana e pontina, rappresenta il secondo polo farmaceutico nazionale”. In cinquant’anni di storia, quello che poteva essere un piccolo risultato a livello locale, giganteggia tra i colossi farmaceutici nazionali, con circa ottanta dipendenti a Pomezia e altrettanti informatori scientifici sparsi su tutto il territorio nazionale. La chiave del successo probabilmente sta tutta qui: nell’alta specializzazione dei prodotti. Oggi l’IDI Farmaceutici è infatti l’unica azienda italiana a fare della dermatologia clinica un criterio di ricerca. “Al di là della produzione di farmaci e cosmetici – sottolinea Padre Franco Decaminada, Presidente di IDI Framaceutici - ci siamo specializzati in linea con l’ospedale “Istituto Dermopatico dell’Immacolata” settore dermatologico, in tutte le patologie di quest’area, dall’acne alla psoriasi e questo è un elemento di grande rilievo sul piano clinico e farmaceutico”. Infatti sotto la guida del Presidente Franco Decaminada è stata messa in atto una visione lungimirante e strategica che ha portato l’azienda ospedaliera IDI e l’azienda farmaceutica in una dinamica moderna e competitiva. Peraltro l’IDI Farmaceutici è

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La SCHEDA L’IDI con i suoi 18.000 ricoveri e le 200.000 visite ambulatoriali annui è leader nel settore della dermatologia, dermocosmetologia, oncologia dermatologica, prevenzione, diagnosi trattamento e cura dei tumori cutanei, del melanoma,circa 22 diagnosi all’anno inerenti la cute, della medicina rigenerativa e delle malattie rare cutanee. Ma anche nel settore della chirurgia plastica e ricostruttiva, chirurgia vascolare. Il complesso è dotato anche di linee produttive d’avanguardia sia dal punto di vista della ricerca sperimentale che quella direttamente sul paziente , attraverso l’Idi Farmaceutici di Pomezia, nato negli anni ’60, dove un pool di ricercatori confronta quotidianamente i risultati ottenuti con le terapie dei pazienti. l’unica azienda al mondo che fa parte di un ospedale dermatologico di grandi dimensioni, il più importante d’Italia, anche per il numero di posti letto. La possibilità di sviluppare farmaci in stretta connessione con l’attività ospedaliera garantisce il massimo della collaborazione con i pazienti cioè la clinica. I prodotti distribuiti nelle farmacie sono già stati testati con successo sui pazienti del polo ospedaliero. Altro punto di forza, ha continuato il Presidente Decaminada, è la dotazione tecnologica dell’istituto. “Stiamo per avviare un laboratorio Gmp per la realizzazione di nuovi importanti farmaci nel settore dermatologico. Con il Laboratorio di Ingegneria Tissutale e Fisiopatologia Cutanea daremo vita ad un prodotto fatto con lembi di pelle da cellule staminali con cui riusciremo a trattare anche le grandi patologie dermatologiche: dalle ulcere croniche degli arti inferiori, alle grandi ustioni, alle malattie della pigmentazione, come la vitiligine”. La partnership con grandi gruppi farmaceutici potrà consentire all’IDI di avere in dotazione un apparato tecnologico di avanguardia e grazie agli studi condotti all’Istituto di ricerca IRCCS stiamo sviluppando una nuova linea di

prodotti in collaborazione con altre grandi compagnie internazionali. La sfida è quella di riuscire a risolvere le patologie ancora oggi difficili da curare”. E per farlo l’IDI guarda al futuro. E così mentre molti ospedali del Lazio sono costretti a ridimensionarsi, l’Istituto dell’Immacolata pensa ad aprire nuove strutture. “In futuro vogliamo aumentare il

numero dei laboratori (oggi sono 11, ndr), sviluppando anche altri filoni di ricerca, oltre a trapianti di pelle, come l’immunologia” ha concluso Padre Franco Decaminada. Tutte le statistiche dicono che le patologie da contatto su base immunitaria sono in aumento e con queste l’esigenza di trovare farmaci nuovi e più efficaci. “Noi siamo in prima linea. La sfida più ambiziosa è quella di agganciare il mercato dell’Est asiatico a partire dalla Corea del Sud e muovere i primi passi verso la Cina e l’India. Una scommessa che va però ancora studiata nei dettagli. Per il momento vogliamo indirizzarci verso i paesi Europei e guardare agli Stati Uniti. In futuro chissà. Tutto questo in linea con i principi di solidarietà umana e cura delle malattie fortemente voluti e perseguiti dalla Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione.

In alto Franco Decaminada, presidente dell'Istituto Dermopatico dell'Immacolata. Nella foto grande lo stabilimento di Idi Farmaceutici a Pomezia


SLazio

17 ATTUALITA’ LA DENUNCIA

E' polemica sul manifesto della campagna di prevenzione del ministero

Quelle immagini non aiutano le donne La senatrice Bianconi (Pdl) attacca il dicastero della Salute “Quella pubblicità è ingannevole. I dati citati sono sbagliati” uscita in questi giorni una pubblicità alquanto ridicola, e non aggiungo altro”, lo ha affermato durante una audizione del Ministro della Salute Professor Ferruccio Fazio in Commissione Sanità del Senato, la Senatrice del Pdl Laura Bianconi (nella foto) che ha voluto evidenziare gli errori della campagna sul tumore alla mammella firmata dal Ministero della Salute. Acquistare pagine di giornali e riviste per una campagna che ha come simbolo un reggiseno steso per metà, oltre ai dati sulle percentuali di incidenza del tumore al seno completamente errati, è una operazione decisamente ingannevole ed è questo

“E’

che la Senatrice Bianconi ha voluto evidenziare con il suo intervento, (ci chiediamo a chi è stata affidata e quanto è costata una campagna del genere… n.d.r.). Quante differenze esistono tra campagne pubblicitarie sempre sui temi della sanità. Abbiamo riportato sul nostro giornale la campagna dell’AIFA e del Ministero della Salute sul corretto utilizzo degli antibiotici, che sta raccogliendo un unanime consenso per la chiarezza del messaggio che è stato più volte ripreso anche durante importanti trasmissioni televisive. Così si fa la pubblicità che incide e le campagne pubblicitarie che danno risposte e che riscuotono consensi.

Colonscopia e prevenzione, Villa Pia all’avanguardia

Alcune immagini del convegno "La colonscopia come strumento di screening per le neoplasie colon rettali" organizzato dalla clinica Villa Pia di Roma lo scorso 22 febbraio. Nella foto accanto il segretario del Fimmg, Pierluigi Bartoletti

Stefania Pascucci La colonscopia come strumento di screening per le neoplasie colon rettali. E’ il titolo del convegno organizzato dalla clinica Villa Pia di Roma lo scorso 22 febbraio. Un incontro scientifico seguito da un vivace dibattito tra gli invitati, addetti ai lavori e non. Perché sottoporsi all’esame del tumore del colonretto? La relazione del dott. Pierluigi Pallotto ha raccontato alla folta platea, inusuale, data l’ora serale, dei casi del test di primo livello (esame sangue occulto nelle feci) e quello di secondo con la colonscopia. «La parte più difficile – ha detto Pallotto – è convincere le persone asintomatiche a sottoporsi al test di secondo livello». Anche perché i test solitamente – come ha voluto sottolineare il responsabile del servizio di Endoscopia e Gastroenterologia della casa di cura Villa Pia – di primo livello possono dare i cosiddetti “falsi negativi” in percentuali comprese tra il 65-90% dei casi. E quindi diventa necessario, per chi ha familiarità con questo tipo di tumore o abbia superato i 50 anni, sottoporsi all’esame della colonscopia. Secondo l’esperienza di Pallotto questo è un esame invasivo e i pazienti si sottopongono solo con una sedazione profonda per non sentire particolari dolori. E allora, quale potrebbe essere la nuova frontiera dello screening in

questo campo? La colonscopia virtuale, il dna fecale e i markers neoplastici. Villa Pia offre l’opportunità più moderna ai suoi pazienti e a tutti i cittadini, quella di poter eseguire la colonscopia virtuale perché dotata di questo nuovo strumento. Anche se ancora oggi – ripete – l’esame più efficace per escludere la patologia tumorale resta l’esame invasivo della colonscopia. Un nuovo “strumento” da un po’ di tempo è usato: il Labrador. Sì, proprio così: un cane che annusando, ma solo di quella specifica razza, feci e alito del paziente riesce a diagnosticare il tumore al colon nella fase iniziale. Sembra infatti che la sua attendibilità si attesti tra il 97-98%. «Se da una parte il fenomeno della mortalità è in diminuzione grazie al miglioramento delle tecniche chirurgiche, dall’altra è in aumento la neoplasia» A dare l’allarme è il dottor Carlo Garufi, diri-

gente di I° livello di Oncologia Medica al Regina Elena di Roma, che sottolinea l’importanza della prevenzione. Il messaggio è chiaro: si guarisce dal tumore al colon però va individuato e per farlo occorre sottoporsi all’esame della colonscopia. Un testimonial d’eccezione interviene dopo le relazioni mediche al convegno di Villa Pia: l’ex ministro della Salute Francesco De Lorenzo. Operato al cancro del colon otto anni fa oggi ha una fondazione che si occupa degli aspetti sociali della malattia (la Favo) tramite la quale ha messo in campo diversi progetti. Grazie al volontariato l’associazione ha creato il supporto psicologico per questi malati e ha promosso nell’ambito Ue la Giornata del malato Oncologico. E poi De Lorenzo legge il censimento effettuato dalla sua fondazione: «Lo screening viene effettuato a macchia di leopardo tra

nord e sud», sostiene, «Al sud la percentuale di adesione è molto bassa e si attesta tra il 4-5-6%». Risposte basse da parte del cittadino a una chiamata di prevenzione da parte del servizio sanitario regionale ma va fatta anche una riflessione: se rispondessero tutti non saremmo in grado di soddisfare la domanda di screening. I medici di famiglia, rappresentati in questa sede da Pierluigi Bartoletti, segretario regionale della Fimmg Lazio, replicano alla classica domanda: ma i medici di base perché non spingono verso questa prevenzione? «I pazienti vogliono stare bene e per noi è difficile far passare questo tipo di prevenzione», dichiara Bartoletti. Secondo il sindacalista i finanziamenti per lo screening andrebbero riallocati, in questo momento ci sarebbe solo uno spreco di risorse. «Non è il cittadino che deve farsi carico della malattia ma il medico eppure nella nostra regione non esiste la programmazione sanitaria», dice il segretario della Fimmg. A questo punto Carlo Garufi fa una domanda esplicita a Bartoletti: «Ma quanti medici di famiglia fanno passare il messaggio che la colonscopia riduce il rischio di mortalità?». «Se non lo fa bisogna cambiare medico!», risponde il sindacalista. «I medici di base fanno un lavoro di primo livello per lo screening del colon-retto» Sottolinea la dottoressa Cinzia Quondamcarlo, gastroenterologa ed esperta endoscopista dell’Ifo- Re-

gina Elena, «I medici Ifo non hanno spazi per lo screening, il lavoro dell’Amoc (un’associazione di volontariato che opera internamente all’Ifo, ndr) è sperimentale ma lo screening per funzionare deve essere mirato sia come operatori dedicati che come tempo da dedicare e dunque le strutture accreditate potrebbero essere strumento utile per abbattere i tempi lunghi degli screening e le carenze del pubblico». Bisognerebbe abbattere i tabù pubblico/privato: la prevenzione può partire anche da una task force composta da associazioni di volontariato, Fimmg, cliniche private accreditate dotate di strumenti efficienti e capofila del progetto l’Istituto di Ricovero e Cura a carattere Scientifico (Irccs) – Ifo di Roma. Ed è la proposta emersa al termine del convegno a Villa Pia. Una proposta da portare in Regione e sulla quale ragionare.

L’ONORIFICENZA Al Professor Raffaele Perrone Donnorso, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, è stata conferita dal Presidente della Repubblica, con decreto datato 27 dicembre 2010, l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica.


18 ATTUALITA’

Nella foto la sede del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, che ha respinto il ricorso di alcuni comuni del Frusinate contro il piano di riordino della sanità regionale

Anno I numero zero 7 marzo 2011

SCENARI La difesa delle amministrazioni locali di fronte alla strategia della Giunta regionale

Il piano Polverini “ostaggio” del Tar I comuni del Braccianese ottengono dai giudici amministrativi un temporaneo stop ai tagli, bocciato invece il ricorso degli amministratori del Frusinate. Possibile effetto domino Claudia Di Lorenzi embrava granitico, inattaccabile e immodificabile, una condanna senza appello, definitiva e inesorabile, e invece il Piano di riordino della sanità, imposto dalla governatrice del Lazio Renata Polverini, comincia mostrare le prime crepe. Perché – evidenzia il comune di Bracciano che insieme ad altri sei della provincia di Roma ha presentato il ricorso al Tar del Lazio, e vinto il primo “round” della battaglia, contro il declassamento dell’ospedale cittadino in “punto di primo intervento” - le disposizioni previste dal contestato decreto regionale n°30/2010 sarebbero state assunte “dal residente Commissario ad acta a seguito di una istruttoria

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frettolosa e sciatta, ed assumendo a presupposto del provvedimento impugnato taluni presupposti di fatto falsi e/o erronei”, in tal modo evidenziando ”eccesso di potere, illogicità, e contraddittorietà interna, difetto di istruttoria, travisamento dei fatti, nonché per difetto (carenza e/o insufficienza) di motivazione”. Insomma a mettere in discussione l’opportunità dei provvedimenti previsti sarebbe una debolezza interna del piano stesso, strutturato – si lamenta - su valutazioni sommarie, non aderenti ai fatti e ai dati reali. In particolare nel ricorso del comune di Bracciano si evidenzia che sebbene “il Piano tiene conto degli investimenti effettuati o in corso (…), della ricettività complessa delle strutture e della disponibilità delle sale operatorie (…) in tutti gli ospedali di piccole dimensioni riconvertiti in strutture territoriali”, disponendo che

vengano “mantenute funzioni che garantiscono l’utilizzo degli investimenti effettuati”, non si capisce perchè non si sia tenuto conto del fatto che “il Comune di Bracciano nel 1997 ha sostenuto economicamente con l’importo di 40milioni di lire (20.658 euro) il rifacimento del pronto soccorso” e che negli ultimi tre anni “sono stati investiti oltre 5 milioni di euro” per la realizzazione di 4 posti di terapia intensiva, inaugurati a marzo 2010, 2 moderne sale operatorie, una farmacia, e per la ristrutturazione dei locali da destinate alle attività intramoenia, e si sia presa piuttosto la “decisione illogica di non utilizzare” le strutture appena costruite. Inoltre – dice il ricorso “non è vero che la complessità della casistica è stata inferiore alla media regionale” – fra i motivi che nel decreto giustificano la riconversione – giacché l’ospedale Padre Pio di

Bracciano è una delle poche strutture nel Lazio ad effettuare complessi interventi di rimodellamento osseo. E poi alcuni dati significativi: nel 2009 sono stati effettuati 488 interventi chirurgici ortopedici, per il 75% di media e grande chirurgia”; l’occupazione dei posti letto è pari al 100%; il Pronto soccorso ha trattato patologie ad alta complessità per oltre il 15% degli accessi; la percentuale dei pazienti che nel 2009 hanno rifiutato il ricovero non è del 39% ma dell’8,4% e il bacino di utenza è più ampio di quello indicato nel decreto, giacché i comuni interessati hanno visto negli ultimi anni un “incremento della popolazione del 32%”. Questi ed altri rilievi hanno spinto il Tar ad accogliere il ricorso di Bracciano: ora la parola passa alla Regione, che ha 45 giorni di tempo per chiarire le ragioni del provvedimento, prima del pronun-

ciamento definitivo del tribunale, che si riunirà il 20 aprile. Ma la soddisfazione per la vicenda del nosocomio braccianese, tuttavia, non può bastare. Resta da chiarire se quella debolezza interna al Piano Polverini possa mettere in discussione l’opportunità dei tagli in altre strutture sanitarie della Regione. Ne sono convinti ad esempio gli amministratori e i cittadini della provincia di Frosinone, che invece hanno visto rigettati dal Tar i ricorsi presentati a difesa delle strutture del territorio, anche se i tagli riducono i posti letto al di sotto della percentuale minima prevista dal “Patto per la Salute” 2010-2012 fissato dal Governo. Ci si chiede se una nuova e meno “frettolosa” istruttoria possa ridiscutere la chiusura degli ospedali di Pontecorvo, Anagni, Arpino e Ceccano, e il ridimensionamento dei nosocomi di Atina, Ceprano, Ferentino.


SLazio

Nella foto Adolfo Pipino, direttore generale della Ausl di Viterbo, al vertice dell'azienda dall'agosto 2009 come commissario straordinario

19 DAL TERRITORI0 VITERBO

I vertici della Asl difendono le scelte aziendali. Prima era peggio

Luci ed ombre della sanità targata Pipino Tutto concentrato su Belcolle, da Acquapendente a Civita Castellana il risiko dei tagli e delle ristrutturazioni. Il manager si difende: con la gestione Aloisio avevano toccato il fondo roprio non ci sta ad accettare che il suo lavoro per la sanità viterbese sia considerato “scandaloso e devastante”: Adolfo Pipino, direttore generale della Ausl di Viterbo, a ridosso della presentazione in Regione dell’Atto aziendale, dichiara guerra alle grida allarmistiche di “molti protagonisti della vita sociale e politica locale, molto spesso male informati o imbeccati strumentalmente”, e difende il lavoro fatto insieme ai suoi collaboratori, il direttore amministrativo Grassi, il dirigente Accsi Foglia e il direttore sanitario Marina Cerimele. E piuttosto ammonisce: “Non è accettabile addossare colpe del passato a quella che è stata definita la gestione notarile di Adolfo Pipino. Cosa hanno fatto i nostri tecnici e politici che in-

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tervengono sulla stampa, per evitare ad esempio che Belcolle restasse per oltre trent'anni opera incompiuta?”. In effetti guardando ai frutti della “gestione Pipino” va riconosciuto che, in poco più di un anno, la perdita d’esercizio dell’azienda sanitaria è stata ridotta di 40 milioni, e che è stata trovata risposta a problematiche annose, tentando di tenere alla larga “la bulimica ingerenza” dei partiti. Ma per porre fine alle polemiche mai stanche, lo stesso dg esplicita il lavoro svolto, a partire da quella che definisce la “scandalosa” eredità dell’amministrazione Aloisio: un’emodinamica attiva 12 ore al giorno; strutture dipartimentali con un solo responsabile; unità operative che si sovrappongono; precari fermi da 40 anni; ricorso a consulenze esterne; lista d’at-

tesa di 50 giorni, etc. Vecchie carenze a cui Pipino dice di aver risposto con cure “devastanti”: portare l’emodinamica a H24; istituire una diabetologia per adulti; attuare un Piano per i precari; avviare il registro per i tumori; fornire l’UOC di Ostetricia e ginecologia di Belcolle di una sala operatoria; abbattere a 5 giorni le liste d’attesa della cardiochirurgia; azzerare le consulenze legali esterne, etc. Ma esplicitati gli interventi fatti, a precisare i termini dell’Atto ci pensa il direttore sanitario Cerimele, a partire da Ronciglione, dove restano “ematologia, il primo soccorso, l'ambulatorio in day service e radiologia” e si sperimenterà “un ambulatorio di degenza infermieristica”, mentre sul territorio è appena partito un servizio di assistenza domiciliare.

Quindi Civita Castellana, dove – precisa Cerimele – la scelta di chiudere ostetricia e ginecologia è stata presa “in ossequio ai vincoli imposti” perché con 350 parti l’anno il reparto è al di sotto del limite di mantenimento dei 500, e comunque inserita nel Piano: se i decreti regionali “prevedono chiusure – spiega il direttore non ha autonomie da spendere” e “comunque Civita potenzia le attività ambulatoriali”; inoltre “pneumologia è prevista come osservazione breve (…) e Ortopedia conserva 12 posti”. Su Acquapendente, che “diventa centro clinico per l’assistenza distrettuale”, il decreto prevedeva ben poco – fa notare il direttore sanitario – ma l'azienda, vista la distanza da Belcolle, ha proposto nuove tutele con “il potenziamento di medicina, portando da 8 a 16 i

posti previsti, conservando il pronto soccorso con l'eliambulanza, la radiologia e il laboratorio analisi, mentre chirurgia è inserita come unità operativa semplice, day care”. A Montefiascone è mantenuto geriatria e resta il centro di salute Nepi-Vignanello. Il nuovo Atto conferma l’ospedale viterbese di Belcolle come struttura che accentra i servizi, anche grazie alla recente approvazione da parte della Regione di un progetto che ne finanzia il completamento: qui “terapia neonatale continua a operare con 4 posti letto, e cardiologia pediatrica sarà ancora garantita dentro pediatria” precisa Adolfo Pipino che infine chiosa: “non chiude nessuna linea di attività”. C.D.L.


t i . s w e n e n i l n o . w o w i l w i c a i i t i m t t o e d n a e Con ion

o z i a m r o f l’in


20 DAL TERRITORIO

Nella foto la Centrale nucleare di Borgo Sabotino. Il centro ha annesso un polo di smaltimento dei rifiuti a Garigliano

Anno I numero zero 7 marzo 2011

LATINA Si riapre il dibattito sull’ipotesi di una nuova centrale a Borgo Sabotino

Chi pensa al ritorno del nucleare nel Pontino Indagini epidemiologiche attestano: vivere nei pressi dell’impianto non lascia segni Ma le decisioni non sono semplici e vanno prese dal governo di concerto con la Regione i riaccende il dibattito sul progetto di costruzione di una centrale nucleare in provincia di Latina, presso il centro di Borgo Sabotino, con annesso centro di smaltimento dei rifiuti radioattivi in località Garigliano. I risultati di uno studio epidemiologico condotto dal Servizio Sanitario Regionale, con la collaborazione della Asl di Latina e di Arpa Lazio, sui cittadini dei comuni di Latina, Castelforte e Santi Cosma e Damiano, rassicurano la popolazione e sostanziano il rilancio dell’iniziativa. “Vivere nei pressi delle centrali nucleari di Borgo Sabotino e del Garigliano non aumenta il rischio di ammalarsi o di morire di una forma tumorale causata dalle radiazioni” è il dato emerso dall’analisi commissionata dall’Assessore regionale

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alle Politiche Sociali e alla Famiglia Aldo Forte, insieme con l’esponente politico locale Fabrizio Cirilli. “Si tratta – dichiara l’assessore Forte – di uno studio che, insieme al collega Cirilli, ho voluto che venisse finanziato, perché entrambi riteniamo che la discussione sul nucleare è talmente delicata da doversi basare prima di tutto su dati scientifici”. Dati che parlano chiaro: se da un lato lo studio avvalora il progetto di costruzione del sito nucleare nel territorio pontino, dall’altro – a sorpresa - offre solidi argomenti per scongiurarne la realizzazione. Lo spiega ancora l’assessore alle Politiche sociali: “se da un lato non è stata rilevata alcuna correlazione tra distanza dagli impianti e tumori, dall’altro l’equipe scientifica ha riscon-

trato nei territori pontini presi in esame una incidenza più alta rispetto alla media regionale di malattie e di altre forme tumorali non legate, però, alle radiazioni”. E’ proprio “la valutazione epidemiologica – continua Forte – uno di quegli elementi che, secondo la normativa, devono essere presi in esame nell’ambito della discussione sulla collocazione dei nuovi siti nucleari. E il fatto che stiamo parlando di territori che, per quanto riguarda i tassi di mortalità, presentano già una situazione valutata scientificamente critica, potrà avere il suo peso”. Un rilievo scientifico che infatti potrà essere offerto alla valutazione del Governo, che ha l’ultima parola sulla collocazione dei siti, ma che, al riguardo, ammette la concertazione con le Regioni. Lo prevede proprio la nuova

versione del decreto 31 sui siti atomici, varata dal Consiglio dei ministri, la quale introduce l’obbligo da parte del Governo di ascoltare il parere, seppur non vincolante, delle Regioni nelle decisioni che riguardano le singole centrali. Proprio grazie a questo “spiraglio” – osserva Cirilli – sarà possibile far valere “l’unica osservazione che forse può allontanare lo spettro di una nuova centrale”; in fondo “non serve appurare i legami certi tra patologie e servitù nucleare, possono bastare i legami potenziali, ed il registro tumori di Latina parla chiaro: il nostro territorio è fuori la norma di gran lunga per le patologie alla tiroide”. Forti di questo “postulato oggettivo” – esorta infine Cirilli – “tutte le forze politiche del nostro territorio devono unirsi (…) creare

una rete anche con gli altri territori dei quali Latina deve essere capofila” per elaborare “una proposta da lanciare a livello nazionale”. Un suggerimento valido che tuttavia tutela solo gli interessi locali, laddove, parlando di nucleare, pare irrinunciabile operare secondo una logica di interconnessione. Forse, ampliando lo sguardo, a fronte di un indubbio beneficio economico (l’introduzione del nucleare affranca l’Italia dalla dipendenza dall’estero per l’85% del consumo di energia elettrica) sarebbe prioritario verificare, in maniera certa e definitiva, l’entità del rischio connesso al nucleare. Ci si chiede se sia possibile, posto che ce ne fosse la volontà a livello istituzionale. C.D.L.


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Nella foto Rodolfo Gianani, nominato direttore generale della Asl reatina nel novembre dello scorso anno dal governatore del Lazio Renata Polverini

21 DAL TERRITORIO RIETI

Sindacati infuriati, l’Atto aziendale è peggio del piano Polverini

Il Reatino in rivolta contro la Asl Il direttore generale Gianani sotto accusa, “non ha nemmeno preso in considerazione le nostre richieste”. “Non in linea” le scelte per gli ospedali di Magliano e Amatrice? ’ durata poco la tregua tra i sindacati e la direzione generale della Asl nella Provincia di Rieti, dove con voce unanime Cgil, Cisl e Uil rifiutano il nuovo Atto aziendale definito “inaccettabile” perché “non tiene conto delle esigenze dei cittadini”. L’accordo siglato a inizio febbraio con il nuovo Dg Rodolfo Gianani, per spostare il baricentro dell’assistenza sanitaria dagli ospedali al territorio, trasferendo attività e competenze a hospice, studi medici convenzionati e ambulatori, già chiariva l’indirizzo dei vertici aziendali, ma le ultime precisazioni del manager sulla bozza dell’Atto riaccendono la polemica. E i sindacati lamentano: l’Atto è più mortificante del decreto Polverini e penalizza in maniera in-

E

giustificata un’area già provata da gravi carenze. “Siamo fermamente convinti che la bozza dell’Atto aziendale non può essere approvata – fanno sapere in un comunicato congiunto i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, rispettivamente Tonino Pietrantoni, Bruno Pescetelli e Alberto Paolucci - poiché risulta inconciliabile con i decreti commissariali in essere e con le esigenze di natura sanitaria ed assistenziale espresse dal nostro territorio (…) il Dg Gianani non sembra aver recepito minimamente le nostre richieste”. In particolare, i sindacati criticano la forte riduzione dei posti letto – invece “sufficienti” per il manager - che assegna alla provincia di Rieti un indice di 2.6 Pl per acuti, 0 di lungodegenza e 0.1 di riabilitazione, a fronte dei dati previsti dalla normativa na-

zionale che per gli stessi ambiti fissa indici di 4.0, 0.15, e 0.55. Secondo i sindacati questo “significa che la provincia di Rieti, per i prossimi anni, non potrà godere di un numero adeguato di Pl per acuti e continuerà a soffrire per la grave carenza di Pl di lungodegenza e riabilitazione”. Inoltre – osservano ancora Cigl Cisl e Uil - nell’Atto aziendale “in difformità a quanto previsto dal Piano Polverini e dai decreti commissariali”, il Dg ha provveduto alla creazione di nuove Unità Operative Complesse (UOC) fra cui quelle di Terapia Intensiva neonatale, Chirurgia Toraco-addominale, Chirurgia vascolare, Ematologia, Oftalmologia e Oculista, queste ultime con una dotazione minima di Pl, da 3 a 6. Parimenti sarebbe “eccessiva” la decisione di “istituire 10

UOC nel settore amministrativo su un totale di 156 Unità, una ogni 15 dipendenti”, giacché sebbene Gianani le ritenga “necessarie per migliorare il supporto fornito alle attività produttive e non concentrare nelle mani di pochi troppe responsabilità” - il decreto regionale 80/2010 ammette la costituzione di UOC solo in presenza di elementi che le giustificano: “20 dipendenti oltre al direttore”. E non convince i sindacati la possibilità di “correggere” l’Atto attraverso una riduzione del 10% delle UOC totali, giacché questa possibilità non sarebbe prevista dal decreto. Ma non è tutto: Pietrantoni, Pescetelli e Paolucci definiscono “non in linea” con il piano regionale le scelte previste per gli ospedali di Magliano e Amatrice, per i

quali nell’Atto manca l’indicazione dei tempi e delle modalità di riconversione e della distribuzione dei posti letto, “dando di fatto per scontato che le due strutture, come previsto dal Piano Polverini, sono destinate alla chiusura”. Del resto Gianani lo ha ribadito più volte: la riconversione dell’ospedale maglianese resta “blindata” perché il piano di riordino non può essere “rivisto”. E dunque il Marini “non riavrà i suoi posti letto per acuti né il suo pronto soccorso, sostituito da un primo soccorso con medici di medicina generale” chiariscono infine i sindacati che chiedono “la convocazione urgente della Conferenza dei Sindaci della provincia di Rieti per esprimersi sull’Atto prima che diventi definitivo”. C.D.L.


22 RUBRICHE

Nella foto un'ambulanza dell'Ares 118. Al vertice dell'azienda c'è Antonio De Santis, nomimato direttore generale dalla Polverini a novembre 2010

Anno I numero zero 7 marzo 2011

DIETRO AI FATTI

Diffidiamo di promesse e mosse ad effetto on c’è un Ospedale in Italia, sede di pronto soccorso, che non soffra, nei periodi clou ( eccesso di caldo in estate, di freddo e di influenza, in inverno) di sovraffollamento. Tutti gli addetti ai lavori lo sanno, i politici di maggioranza lo temono, quelli di opposizione lo attendono come uno dei momenti buoni per sferrare l’attacco a chi comanda: Marrazzo –Montino ieri, la Polverini oggi. Dunque: piove, governo ladro? Così, purtroppo, sembrerebbe. Ancora una volta. Non facendo, così, eccezione nel Lazio, nei giorni scorsi si è gridato allo scandalo, alla disorganizzazione ed a quant’altro perché le barelle del 118 stazionavano nei pronto soccorsi e la gente attendeva ore per essere visitata. L’ennesima, stucchevole, trasmissione televisiva ha rilanciato il tema. Che fare, allora? Certamente, si potrebbero aumentare i posti letto, a disposizione delle accettazioni e delle osservazioni brevi, provare a coinvolgere le cliniche private ed i medici di famiglia, come prima, più di prima. Tutto come ieri, tutto dejà vu! Ora, in più, potremmo trovarci anche con il S. Camillo che accoglie i migranti, perché abbiamo, udite udite, il miglior centro di accoglienza ad hoc che , trasferitosi al seguito del suo mentore e direttore generale, oggi si sposta dal S. Gallicano al S. Camillo.Sempre Santi sono! Che tristezza! Quanta demagogia! Quanto sperpero di risorse! Su questi temi, riteniamo si debba misurare la sanità moderna se vuole davvero cambiare e misurarsi con le Organizzazioni sanitarie più avanzate. Non abbiamo bisogno di imbonitori e di mercanti del tempio, che passano da uno Storace ad un Bertinotti, da un Fini ad un Berlusconi, da un Nieri ad una Polve-

N

rini con la facilità con la quale si cambia qualsiasi mezzo di consumo. Tornando a noi. Pensiamo per davvero che i medici di famiglia, ad esempio, possano risolvere il problema, aumentando le prestazioni a chiamata e quindi a pagamento? Magari in forma organizzata di cooperativa o stazionando presso ambulatori di cosiddetti codici bianchi e verdi presso gli ospedali? Ambulatori sempre più desolatamente vuoti e di cui la gente non si fida? Perché non abbiamo il coraggio di dire che è il mercato che deve indirizzare la nostra iniziativa? Non c’è legge, norma o raccomandazione, al di fuori di esso, del mercato. Solo gli epigoni di uno statalismo ormai estraneo ad ogni logica e che , paradossalmente trasversale, alberga solo nella sanità italiana e centromeridionale in particolare, possono pensare che i cittadini, acritici e senza capacità di decidere, possano essere comunque indirizzati verso strutture diverse dai pronto soccorsi, solamente perché, nei momenti difficili, il “solone di turno e ben pagato” pensa che questa sia la soluzione, indipendentemente dai bisogni espressi. Ecco la parola magica: bisogni espressi, ovvero LA DOMANDA del cittadino, che, unitamente all’APPROPRIATEZZA delle prestazioni dovrebbe costituire, queste sì, il Vangelo. Accanto alle dinamiche dell’emergenza, molti operatori ci hanno sollecitato, sempre più increduli, un approfondimento circa le nomine fatte e quelle mancate ai vertici delle Aziende sanitarie ed Ospedaliere, comprese quelle Universitarie. Una domanda alla Presidente ed al suo staff: Siete proprio certi delle vostre scelte? Ad

ormai quasi un anno dall’insediamento, francamente, abbiamo visto molto poco rispetto alla modernizzazione, alla innovazione, al rilancio della nostra regione. Ricordiamo lo slogan: il Lazio come riferimento nazionale! E come? “ Aprendo” gli ambulatori il sabato e la domenica? Ottima cosa, se avessimo la certezza che dal lunedì al venerdì essi fossero funzionanti almeno fino alle 20. E’ così? Temiamo di no. Temiamo che , nell’epoca delle telecamere , dei messaggi mediatici che durano lo spazio di una giornata, questi siano solo dei “ ballons d’essai” che lasciano incancreniti i problemi. Poi verranno gli altri che denunceranno quelli di prima , cioè voi, per non avere fatto nulla, per aver aumentato il deficit a dismisura con sperperi e clientele e così via discorrendo. Anche questo, dejà vu! Allora , siamo senza speranza? Certamente no! Anzi, abbiamo una certezza: sta crescendo, ormai sempre più nettamente, una fascia sociale che prende contezza e consapevolezza delle sue possibilità e che , fuori da ogni schema precostituito, porta avanti la professionalità, l’etica della responsabilità, soprattutto quella individuale, come metro e strumento di azione. Su di ciò si misurerà anche la Polverini. Abbiamo scritto molte volte che la Presidente ha ottime capacità, che , tra l’altro, per dote naturale, “ buca il video”. Accanto a ciò , la considerazione che molti suoi elettori si riconoscano in questa fascia sociale, trasversale per cultura, anagrafe e classi sociali, ci rende ancora prudentemente ottimisti circa il futuro.Ottimisti per volontà, da sempre: considereremmo il contrario una sciagura da evitare, per noi, per tutti. L’osservatore

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3 L’EDITORIALE

C’è una alternativa alla scure

’hanno vista in tanti, qualche giorno fa, la puntata di “Presa diretta” dedicata alla sanità laziale. E ne sono usciti con un sottile senso di angoscia, di precarietà. La trasmissione di inchiesta della Rai ha picchiato duro, durissimo, con un obiettivo ben preciso, quello di demolire la sanità targata Polverini, di mettere in mora la direzione politica, la strategia della Giunta di centrodestra. Ci sono riusciti benissimo. E non si può dire che non si sia tentato di mettere in campo un accettabile contradditorio. Non sappiamo se il Governatore sia stata interpellata (e abbia declinato l’invito a replicare), ma quel che è certo è che almeno un assessore e diversi dirigenti chiamati in causa non hanno fatto una splendida figura. Anzi. Imbarazzo e approssimazione. Dallo spaccato della realtà dei Pronto Soccorso alle “disattenzioni” e alle ingenuità e alle contraddizioni delle strategia del piano di rientro fino all’agghiacciante segmento dedicato al sostanzioso patrimonio immobiliare delle Asl lasciato marcire e non valorizzato adeguatamente. Usciamo dall’equivoco, lo sviluppo dell’inchiesta era “a tesi”. Ma anche tremendamente efficace e difficilmente opinabile; la conclusione suggerita non fa una grinta, senza sprechi e scelte sbagliate, con un utilizzo oculato delle risorse non sarebbe necessario tagliare i posti letto. Come

L

contestarla? Ospedali ristrutturati e abbandonati, ospedali sgomberati in poche settimane dopo enormi investimenti , e che ancora costano centinaia di migliaia di euro di vigilanza e bollette; servizi di elisoccorso “virtuali”, con piazzole abbandonate o realizzate nel deserto. Efficace la rappresentazione del problema legato all’ospedale di Subiaco, uno di quelli da riconvertire (ma forse si farà un’eccezione), ospedale di montagna, a un’ora e mezza di macchina dal nosocomio più vicino, a Tivoli. Quaranta50 mila utenti abbandonati a se stessi. Inquietante la finestra

sulla Fondazione S.Lucia, Irccs specializzato in neuro riabilitazione, servizi avveniristici. Utenti disperati: non c’è alternativa per i pazienti, ma la Regione non riesce a stoppare un processo che porterà alla chiusura dell’Istituto. Qualcuno avrà bene una responsabilità in tutto questo. Renata Polverini? I suoi collaboratori? La Giunta precedente? Non c’è dubbio che il presidente della Regione Lazio abia dovuto chinare il capo – al di là dei proclami di indipendenza – ai diktat governativi. Tagliare, tagliare per riportare i conti in linea e per far riaprire al ministro Tremonti i cordoni della

Una trasmissione televisiva inchioda la Giunta Regionale (e quella precedente) alle proprie resopnsabilità. E dopo "Presa Diretta" è polemica rovente.

borsa. Ma forse si può fare diversamente e non usare la scure in modo asettico, tecnico e non politico.La Polverini è sottoposta a troppi condizionamenti, è paralizzata dalla litigiosità e friabilità

IL “BORSINO”

Chi Scende

della sanità laziale Abbiamo sentito in un dibattito pubblico sulla politica sanitaria un pregevole intervento di Lionello Cosentino, oggi tranquillo senatore ieri assessore regionale alla sanità “pesante”. L’opposizione di sinistra lo rimpiange, servirebbe lui a dare la linea e una strategia per contrastare efficacemente la Polverini, a surrogare l’intramontabile ma comunque grigio Montino che passa distrattamente da una polemica all’altra (qualcuno dice che a lavorare per lui sia in realtà il suo portavoce, malelingue). Nella stessa occasione riscontrate con ammirazione la impagabile competenza di Donato Robilotta, la lucidità di Do-

menico Gramazio e il mestiere di Luciano Ciocchetti, vero uomo forte della Giunta Polverini. I registi e gli attori protagonisti sono sempre loro. In platea il pacchetto di mischia dei direttori generali e playmakers occulti, il manager di Tor Vergata Bollero, il sempreverde Palumbo ; ma anche una pletora di dirigenti “bolliti” e di aspiranti dg in cerca di ingaggio. Tacciamo i nomi per carità di patria. Sospendiamo il giudizio su Aldo Morrone, neo commissario del San Camillo Forlanini. Troppo presto per valutare. Dicono che si sia portato tutti i collaboratori dal San Gallicano e che presto sposterà negli spazi vuoti del Forlanini il suo istituto e i pro-

blemi dei migranti. Malignità. Intantoha già avuto qualche spiacevole confronto con i sindacati. Poi si vedrà. In una trasmissione tv (“Presa diretta”,Rai Tre) dedicata alla sanità laziale hanno fatto letteralmente a pezzi la Giunta Polverini.Tra le persone tirate in ballo (e in video) hanno fatto una brutta figura l’assessore regionale Fabio Armeni e il politico cangiante Marco Di Stefano. Ed è risultato sgradevole la posizione espressa dall’ex dg marrazziana Giusy Gabriele. Della quale,quando era nel pieno delle sue funzioni (e contava) si ricordano pochi interventi. Ma ora è tutta un'altra cosa e pur di uscire dal cono d'ombra....

A sinistra dall’alto Lionello Cosentino e Donato Robilotta. A destra dal basso Fabio Armeni e Marco Di Stefano.

delle forze politiche e sociali che l’hanno portata alla vittoria? E da chi si fa consigliare nei tortuosi sentieri della politica? Il fatto che ad un anno dalla sua vittoria ci siano ancora delle caselle vuote nel suo organigramma,nella mappa del potere sanitario laziale, il fatto che siano ancora molti i “ marrazziani” in circolazione nel management sanitario regionale significano qualcosa? Come vanno interpretati? Diverse scelte sembrano fatte sotto dettatura, altre appaiono squisitamente personali. Ma i prescelti non sono certo di centro-destra, in molti casi. Anzi. E allora a che gioco gioca Renata? Sta preparando una sua squadra per creare un “suo” partito da contrapporre al Pdl ( o per superarlo)?Tutti interrogativi aperti e legittimi. Ma alle risposte sono legati presente e futuro della sanità laziale., delle centinaia di migliaia di pazienti. Possibile che non si riesca a risolvere nulla? Che non si riesca a sgonfiare la pressione sui Pronto Soccorso? A Ridurre le liste d’attesa? Certo non basta l'apertura domenicale degli ambulatori ospedalieri di quattro ospedali, ci vuole qualcosa che faccia funzionare tutto da lunedì a venerdi. Facile a dirsi. Per chi ha creduto alla rivoluzione annunciata dalla Polverini la delusione è cocente. Ma forse basterebbe qualche piccolo passo avanti per far ritrovare la speranza.

Chi Sale


4 Anno I numero zero

ATTUALITA’

7 marzo 2011

IL RISIKO DELLE POLTRONE A un anno dalla vittoria la Polverini non ha ancora completato la squadra

La vera mappa del potere sanitario Casella dopo casella il mosaico riserva sorprese. Ci sono ancora posti non assegnati, i reduci dell’era marrazziana sono troppi. Scelte o condizionamenti? quanto riguarda la programmazione sanitaria. L’Asp vive in un regime di proroga zio talmente strutturato ormai da sembrare definitivo. Che motivo c’è di cambiare? Il presidente., Lucio D’Ubaldo, si è dimesso mille volte, ma sta ancora lì. Ma siede anche in senato. Come l’altro senatore, Domenico Gramazio , scaduto come tutto il Cda ma ancora seduto nella stanza dei bottoni di Piazza S.Costanza. C’è un direttore generale nuovo, Gabriella

Nel tondo il governatore del Lazio e commissario ad acta per la Sanità, Renata Polverini. A destra la sede della Regione in via Cristoforo Colombo

Giovanni Tagliapietra enata Polverini e la squadra che non c’è. O che non c’è ancora. Potrebbe essere la didascalia della copertina di questo numero di Sanità Lazio. Nell’estate del 2005, a pochi mesi dalla vittoria elettorale, Marrazzo si faceva fotografare sorridente con i suoi direttori generali, freschi di nomina. Una foto ricordo, stile gita scolastica. Che è rimasta a lungo negli archivi. Oggi Renata Polverini, a quasi un anno dal suo insediamento, alla foto ricordo non ci pensa affatto. O non è in grado di realizzarla. La sua è una squadra fantasma, tenuta in piedi con i cerotti, un mix di new entries, di conferme e di vecchie glorie, di manager sopravvissuti all’era marrazziana e di volti nuovi suggeriti dalle alleanze politiche. Basso profilo, fatta qualche eccezione, dicono gli addetti ai lavori, e forse hanno ragione. Non ci sono personaggi di spicco, eccezion fatta per il Morrone del San Camillo, ma in compenso ci sono figure discusse e contradditorie.

R

Scelte, imposizioni, chissà. Una squadra “operaia”, dice qualcuno prendendo a prestito l’espressione dalle cronache calcistiche. Ma difficilmente la squadra operaia, pur compatta e coesa, vince il campionato. Chi potrebbe pensare che questa lenta definizione del quadro ha ragioni economiche ha qualche ragione. Ci sono contratti in essere e in via di estinzione, il no allo spoil system è stato chiaro e definito, l’esperienza di Marrazzo che si è trovato a pagare doppi stipendi in più aziende sanitarie non andava ripetuta assolutamente. Ma ci sono dei limiti alla decenza. La mappacartina che pubblichiamo nella pagina a fianco è la cartina di tornasole della storia che vi stiamo raccontando. La lettura delle note a margine, delle sottolineature è interessante, estremamente esplicativa. Ci possono essere errori o approssimazioni, ma certamente per difetto. E può essere utile alla compagna di giro che governa la sanità laziale rita-

gliare la pagina intera per appuntarsi le modifiche che in corso d’opera sicuramente verranno nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. Ci sono spazi bianchi apposta, per le integrazione a matita. Ma è bene aver chiaro che se le linee generali vengono dal “cruscotto” (immaginifico termine coniato da Marrazzo) di via Cristoforo Colombo, la applicazione pratica spetta a chi siede su quella sessantina di poltrone. Se c’è qualcuno di poco affidabile o di distratto la macchina gira male. E pagano gli utenti. Si dice nei corridoi che diverse poltrone in questo periodo sono occupate a singhiozzo, che alcune di queste figure apicali si sentono di passaggio (o hanno avuto indicazioni precise in merito) e non si fanno praticamente vedere in ufficio. Perché prendere decisioni se me ne devo andare presto? Ma con questa logica va a fondo la salute dei cittadini, può replicare l’utente offeso. Giusto. Ma la cosa ha poca importanza. Conta il prevalere di questo o di quel comitato d’affari, di quella corrente politica o di potere. Amare considerazioni. Diamo la buona fede e tutte le at-

Soltanto uomini al comando Le donne? Poco più del 10 per cento vanti gli uomini. Proprio così: il 91 per cento dei nuovi arrivati nei posti chiave (direttori generali) della sanità pubblica laziale è rappresentato dai maschi. A conceder loro il mandato di potere è, ironia della sorte, una donna. Renata Polverini, governatrice della Regione Lazio da quasi un anno in carica, non ha però ancora completato il valzer delle nomine: troppe pressioni e tirate per la giacca, troppi orfani della lista Pdl in cerca di un posto al sole. E intanto il tempo passa. In alcune Asl addirittura latita quasi totalmente il management strategico, mentre la legge impone alla Regione Lazio di nominare la triade direttore generale, sanitario e amministrativo, in altre si va avanti con i precedenti manager nominati da Piero Marrazzo. Alla presidente la questione non sembra creare disagio tuttavia i ritardi per le nomine rischiano di paralizzare le attività ospedaliere di alcune strutture pubbliche. E le pari opportunità? Nemmeno a parlarne. L’ex sindacalista della Ugl non le prende in considerazione (durante la campagna elettorale diceva di avere un sogno: dare spazio alle donne). Finora le uniche donne col-

A

locate in cima alle direzioni generali sono due: Maria Sabia, alla Asl Rm E e Maria Paola Corradi, commissario straordinario all’azienda ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Altre otto donne occupano varie direzioni sanitarie e amministrative su un totale di 42 poltrone. Eppure la Polverini è recidiva sulle quote rosa: la composizione della prima giunta che varò a un mese dalla sua elezione si rivelò in aperto contrasto con l’equilibrio tra i due sessi stabilito dalla statuto regionale. E ora la Polverini ci riprova, stesso copione, stesse nomine al maschile. Le “risorse” femminili attendono da anni il loro turno, capaci e provviste di ottimi curricula, fissando quel soffitto di cristallo che non si rompe. Esse rimangono ai margini, non trovano spazio, anche se sono più brave e professionali di certi uomini che cambiano tessera politica quando suona la campanella del potere. Come il cane di Pavlov è una questione di salivazione. Ci vuole coraggio a rompere questa catena, sarebbe un peccato non provarci. S.P.

Non ci sono molti nomi illustri, mentre abbondano figure discusse e contradditorie tenuanti al Governatore, alcune cose le ha fatte, altre sta tentando di farle. Ma il problema rimane. Possibile che dopo un anno ci siano ancora delle caselle libere? Difficile mandare avanti le cose in modo organico se manca da una parte un direttore sanitario, dall’altra un direttore amministrativo. E meno male che nel complesso l’epoca dei commissari sembra stia lentamente esaurendosi (ma in alcuni casi, vedi al Policlinico, può durare ancora a lungo). Una precarietà in meno. Ma non basta. E dire che dall’elenco abbiamo volutamente tenuto fuori l’Asp, l’Agenzia di sanità pubblica che costituisce il braccio armato, lo strumento tecnico della Giunta per

Guasticci assieme ad un vecchio management e a tanti pretendenti. E per nominarla si sono dovute sudare le proverbiali sette camicie. Insomma una squadra fantasma (qualcuno direbbe un’armata Brancaleone), fatta di gente che in parte non risponde (se non de jure) alla Polverini. La quale sta cercando lentamente di circondarsi di fedeli e fedelissimi – in funzione di un futuro partito personale, autonomo, da contrapporre ad amici ed avversari, ma è costretta evidentemente ad uno slalom faticoso tra compromessi, cambiali da pagare, ostacoli di ogni genere. Alla fine la foto-ricordo la farà anche il governatore, ne siamo certi.

ASP

Ratificato il nuovo comitato scientifico dell’Agenzia vevamo già anticipato la notizia un mese fa, ora è ufficiale. Il consiglio d’amministrazione dell’Asp, l’Agenzia di sanità pubblica ha approvato all’unanimità l’integrazione del regolamento del Comitato scientifico che prevede la parteLucio D’Ubaldo cipazione di diritto all’organismo degli ex presidenti del consiglio di amministrazione dell’Agenzia e la decisione di procedere al rinnovo-conferma del Comitato scientifico stesso . C’è una new entry tra gli esperti del comitato, Pasquale Berloco, ordinario di chirurgia generale alla Sapienza. Il cda dell’Asp, va ricordato, agisce in regime di prorogatio in attesa di una decisione politica da parte del governo regionale.

A


Asl Roma A

Asl Viterbo

Direttore Generale

Dott. Camillo Riccioni

Direttore Generale

Dott. Adolfo Pipino

Direttore sanitario

Dott. Stefano Pompili

Direttore sanitario

Dott.ssa Marina Cerimele

Direttore Amministrativo

Dott. Franco Socci

Direttore Amministrativo

Dott. Giovambattista Grassi

Dott. Vittorio Bonavita

Direttore sanitario

Dott. Enrico Piroli

Direttore Amministrativo

Dott.ssa Paola Longo

A. Pipino, (manager di sinistra, già vicino al pluri-inquisito Petrella, vicino prima a Bassolino poi a Marrazzo.Era il direttore generale del San Filippo N eri, spostato in cosa a Viterbo dopo le dimissioni (forzate?) del dg Pippo Aloisio)

Dott. Paolo Palombo

Direttore Amministrativo

Dott. Giancarlo Gava

Nota

Direttore sanitario

Dott. Rodolfo Gianani

Direttore sanitario

Dott. Pietro Manzi

Direttore Amministrativo

Dott. Adalberto Festuccia

Dott. Carlo Mirabella

Direttore sanitario

Dott. Mauro Vicano

Direttore Amministrativo

Dott.ssa Ant. Costantini

Nota

Direttore Generale

C. Mirabella, (già manager con Storace, protagonista di un lungo braccio di ferro con la giunta Marrazzo, rimesso al suo posto dalla Polverini). Antonietta Costantini, (ha svolto il ruolo di commissario nell’ultima parte della gestione marrazziana dopo l’uscita di scena del dg Zotti. Rientrata al suo posto. )

Asl Latina

Asl Roma D Dott. Salvatore Romano

Direttore sanitario

Direttore Generale

Dott. Renato Sponzilli

Direttore sanitario

Dott. Carmine Cosentino

Direttore Amministrativo

Dott. Giuseppe Testa

Direttore Amministrativo

Direttore Generale

Dott.ssa Maria Sabia

Direttore sanitario

Dott.ssa Maria T.Sacerdote

Direttore Amministrativo

Dott. Franco Colaiocco

Nota

Asl Roma E

R. Sponzilli, (nominato a febbraio dalla Polverini, non è chiaro a quale soggetto politico risponda). Gi Testa (marrazziano, resiste dalla precedente gestione)

AZIENDE OSPEDALIERE

San Filippo Neri

Spallanzani

Direttore Generale

Dott. Salvatore Squarcione

Direttore sanitario

Dott. Giuseppe Quintavalle

Direttore Amministrativo

Dott. Paolo Risso

S. Squarcione, (chiamato all’incarico alla morte del precedente dg, Biagini, è legato alla gestione marrazziana)

Direttore Generale Comm.

Dott. Vitaliano De Salazar

Direttore Generale

Dott. Domenico Alessio

Direttore Sanitario

Dott.ssa Silvia Castorina

Direttore Sanitario

Dott. Lorenzo Sommella

Direttore Amministrativo

Dott.ssa Marta Branca

Direttore Amministrativo

Nota

Asl Roma F

Nota

Direttore Generale

Asl Frosinone

A. Paone (Passato indenne dalle bufere giudiziarie che hanno sconvolto questa Asl è stato rimosso e reintegrato dopo duro braccio di ferro)

Direttore Generale

Asl Rieti

Segnati dalla stella i manager dell’era marrazziana

Asl Roma C Dott. Antonio Paone

DEL POTERE IN SANITA’

LEGENDA

V. Bonavita, (manager di lungo corso della sanità laziale, entrato e uscito indenne da vicende poco chiare, ritenuto uomo vicino al leader Udc Ciocchetti. E. Piroli, (proiettato sul palcoscenico della capitale, a sorpresa, dal periferico ospedale di Tarquinia, nel Viterbese. Ma è stato candidato alle elezioni ion quota Udc…)

Direttore Generale

LA VERA MAPPA

Dott. V. De Salazar (Marrazziano. Ricopriva lo stesso incarico al S.Andrea; inviato come commissario allo Spallanzani, insediato come direttore generale martedì primo marzo. In passato aveva diretto l’Ares 118, ma era anche stato manager per il Campidoglio – Ama- gestione Veltroni )

S.Andrea

Asl Roma G Commissario straordinario Dott. Renzo Brizioli

Direttore Generale

Direttore sanitario

Dott. Ugo Gremigni

Direttore Amministrativo

Dott. Daniele

D. Alessio (manager al San Camillo con Storace, liquidato e poi riconsiderato dalla gestione Marrazzo, collocato al S.Filippo Neri in quota Udc nella precedente gestione. Lorenzo Sommella, un “monumento”, ricopre l’incarico da tempo, ha attraversato diverse gestioni

San Giovanni Addolorata Dott.ssa Maria P, Corradi

Direttore Generale

Dott. Gianluigi Bracciale

Direttore sanitario

Direttore sanitario

Dott. Salvatore Passafaro

Direttore Amministrativo

Direttore Amministrativo

Dott. Massimo Amadei

San Camillo Forlanini

Asl Roma H

Nota

Nota

Direttore Generale

Nota

Asl Roma B

5

Ifo Ircss

Direttore Generale

Dott. Alessandro Cipolla

Direttore Straordinario

Dott. Aldo Morrone

Commissario

Dott. Lucio Calpurso

Direttore sanitario

Dott. Vittorio A. Cicogna

Direttore sanitario

Dott. Diamante Pacchiarini

Direttore sanitario

Dott.ssa Amalia Alocca

Direttore Amministrativo

Dott.ssa Cristina Matranga

Direttore Amministrativo

Dott. Antonino Giliberto

Direttore Amministrativo

Dott. Giorgio Marianetti

A. Morrone, (Già considerato vicino al ministro Ds Livia Turco, poi a Bertinotti, a Storace, a Veltroni. Ora in “quota Polverini”. Ha in tasca la nomina a direttore generale. Lui si considera un tecnico). D. Pacchiarini (ternano, decisamente di sinistra, molto legato al dg precedente – marrazziano- Macchitella)

Nota

Ares 118

L. Calpurso, (nominato commissario a sorpresa poche settimane fa è dal primo marzo alla testa come direttore generale del più antico Ircss italiano. Anziano, fuori dai giochi e con un passato di sinistra. Era presidente del consiglio di indirizzo e verifica dell’Istituto. In passato ha svolto incarichi al San Filippo Neri). A Alocca (legata alle vecchie gestioni, sempre in pole per fare il salto di qualità. Non le era riuscito nemmeno al San Camillo-Forlanini). Marianetti (legato alle gestioni precedenti)

Nota

Nota

A. Cipolla (manager marrazziano, entrato in campo come commissario dopo l’uscita di scena - per ragioni giudiziarie - del direttore generale Mingiacchi. A. Cicogna (già in carica con la precedente gestione marrazziana)

Irccs INrca Ancona-Roma

Policlinico Universitario Umberto I

Dott. Giuseppe Zuccatelli

Commissario Straordinario

Direttore sanitario

Dott.ssa Rossella Carucci

Direttore sanitario

Dott. Claudio Maria Maffei

Direttore sanitario

Direttore Amministrativo

Dott. Giuseppe Salvati

Direttore Amministrativo

Dott.ssa Irene Lionelli

Direttore Amministrativo

Dott. Antonio De Santis (promosso con la gestione Polverini), Dott.ssa Rossella Carucc (promossa con la gestione Polverini)i

G. Zuccatelli (decisamente di area diessina, già commissario di Bassolino in Campania)

Nota

Direttore Generale

Nota

Dott. Antonio De Santis

Nota

Direttore Generale

Dott. Antonio Capparelli

A. Capparelli, già direttore amministrativo con Marrazzo, la Polverini è orientata per la riconferma. Rappresenta la continuità per l’Umberto I, ma anche la contestatissima gestione Montaguti)


6 Anno I numero zero

IN PRIMO PIANO

7 marzo 2011

L’INTERVISTA/1 Il vice presidente Luciano Ciocchetti (Udc) difende le scelte della Giunta

Abbiate pazienza, il nuovo trionferà “Spoil system addio, cambiamenti graduali. A fine contratto non ci saranno più marrazziani”. “La rivoluzione si farà, ma con calma”. “Lo ammetto, siamo determinanti” Giulio Terzi poil system addio. La Corte costituzionale ha mandato in soffitta a suon di sentenze il collaudato metodo di rimpiazzare i manager graditi alle vecchie amministrazioni. Il Lazio si adegua. “Bisogna aspettare la scadenza del contratto o verificare che ci siano state inadempienze rispetto agli obiettivi fissati”, spiega Luciano Ciocchetti, leader dell’Udc regionale e vicepresidente della Giunta targata Renata Polverini. Dunque nessun accordo con i vecchi dirigenti della squadra marrazziana, nessun voltagabbana confermato. “Ci sono tanti volti nuovi – prosegue Ciocchetti – i pochi che sono rimasti hanno tutti il contratto a termine e saranno sostituiti”. Assessore, com’è cambiata la sanità del Lazio in questi mesi? Quali ostacoli ha incontrato la “rivoluzione” di cui parlava la Polverini in campagna elettorale? È ancora presto per dare un giudizio. Purtroppo per attuare una vera, profonda riorganizzazione servono tempi lunghi, nessuno di noi ha la bacchetta magica. Dobbiamo confrontarci ogni giorno con una macchina amministrativa che si muove con difficoltà, un’organizzazione che negli anni passati è stata depotenziata. Cosa serve allora per ripartire? Se non si fa un’operazione di potenziamento dei compiti del Lazio nei confronti delle Asl, è difficile poter rimettere in piedi un sistema che non regge e che dobbiamo necessariamente riorganizzare. Due obbiettivi sono per me non secondari: consolidare i servizi territoriali e riconvertire i piccoli ospedali del territorio per fare i conti con una situazione finanziaria drammatica. A proposito di bilancio, le Regioni non hanno ancora deciso

S

Leader dei centristi del Lazio, uomo chiave del partito di Casini nella Capitale, Luciano Ciocchetti racconta in esclusiva a Sanità Lazio - Online News le mosse della Regione per attuare la "rivoluzione" promessa dalla Polverini in campagna elettorale. Da vicepresidente della Giunta e assessore all'Urbanistica, la sua è una posizione privilegiata per analizzare quanto è stato fatto in questi primi mesi di governo e programmare gli obiettivi futuri. Due i passaggi chiave per invertire la rotta: consolidare i servizi territoriali e riconvertire i piccoli ospedali del territorio per fare i conti con una situazione finanziaria drammatica. E a chi vorrebbe l'Udc fuori dalla Giunta ricorda: "In consiglio regionale siamo determinanti".

come spartirsi il Fondo sanitario nazionale, con i governatori dei distretti più piccoli che chiedono di applicare criteri diversi rispetto al numero degli abitanti. Qual è il ruolo del Lazio in questa partita? Al Lazio bisogna innanzitutto riconoscere alcune peculiarità, da sempre disattese in tutti i riparti, fino al Piano nazionale di oggi. Purtroppo questa situazione non deriva da scelte della Pisana, ma sono tutte direttive piovute dall’alto, deliberazioni non ascrivibili alla programmazione locale, ma all’agenda nazionale. Quando si parla del Lazio bisogna tenere in considerazione molti fattori. Ad esempio? Ad esempio la presenza del Bam-

bin Gesù o di tutti gli Irccs nazionali e regionali, istituti che coinvolgono una vasta area del Centro-sud del Paese, non solo Roma e provincia. E poi abbiamo la Capitale d’Italia in cui non vivono soltanto i residenti, ma la popolazione immigrata: abbiamo una presenza di extracomunitari -regolari e irregolari superiore a tutte le altre regioni d’Italia. La colpa insomma è tutta del governo? No, questo mi sembra eccessivo.

In alto Luciano Ciocchetti, leader dell'Udc del Lazio, nella Giunta Polverini è vicepresidente regionale e assessore con delega alle Politiche del Territorio e all'Urbanistica.

Ma il governo ha una predisposizione molto ragionieristica nei con-

fronti delle regioni e della sanità in generale. Finora c’è stata troppa rigidità, un atteggiamento che ha reso ancora più difficile la riorganizzazione del settore. Ma molto dipende da noi, se sapremo tagliare gli sprechi e ristrutturare profondamente il sistema, valorizzandone gli esempi migliori. Sicuramente non è tra gli esempi migliori il caos dei pronto soccorsi. Cosa pensa dell’emergenza barelle? Io vi inviterei a prendere i giornali dello scorso anno. La situazione è identica. Al Pertini, al San Carlo, a Tor Vergata: c’erano le foto delle barelle che rimanevano ferme nelle ambulanze. È un problema endemico. E quindi come si risolve? Dobbiamo governare diversamente codici verdi e bianchi, per dare priorità ai codici rossi e gialli. Bisogna rafforzare i presidi territoriali per svuotare i pronto soccorso. In ogni distretto territoriale della Regione deve esserci una UCP specifica per i codici bianchi. E’ fondamentale creare un sistema alternativo al pronto soccorso, dare vita ad una serie di strutture assistenziali parallele. Un’ultima battuta più politica. Cosa ha pensato quando Berlusconi ha detto: “Udc fuori dalle giunte di centrodestra”? È un’ipotesi che per noi non è mai esistita. Si tratta di dichiarazioni uscite sulle agenzie, riportate da alcuni parlamentari che hanno partecipato ad alcune riunioni. Nulla di ufficiale insomma. Anche perché il presidente del Consiglio ha subito smentito. In ogni caso, la situazione mi sembra molto chiara. In che senso? La Polverini conosce i numeri della Pisana e sa che siamo determinanti per tenere la maggioranza.

Lettera-appello del senatore Gramazio al ministro Fazio

Psichiatria, nel Lazio mancano decine di posti letto, ma la Giunta taglia ancora sichiatria, nel Lazio mancano decine di posti letto, ma la Giunta taglia ancora. Lettera-appello del senatore Gramazio al ministro Fazio. Torna in auge il grave problema delle cure psichiatriche nel Lazio. La denuncia parte dal senatore Domenico Gramazio, vice presidente vicario della XII commissione Igiene e sanità e componente della Indagine sul Servizio Sanitario Nazionale. Il senatore del Pdl torna dunque di nuovo a bussare alla porta del ministro Ferruccio Fazio rappresentandogli una carenza di 240 posti letto psichiatrici nella regione. «Ti rappresento nuovamente il

P

Nella foto il senatore Pdl Domenico Gramazio, vice-presidente della Commissione Sanità di Palazzo Madama

grave problema che riguarda il settore delle case di cura neuropsichiatriche che sono state con il DCA 90/2010 eliminate dal settore degli acuti per un orientamento governativo-ministeriale». In origine i posti letto dedicati per la malattia mentale erano addirittura 800 oggi ridotti a 240 dal commissario ad acta e presidente della Regione Lazio Renata Polverini per il riequilibrio del deficit della sanità. «Contrariamente a quanto accade nelle altre regioni in cui le case di cura neuropsichiatriche sono chiamate a partecipare alla rete di emergenza-urgenza nel settore della salute mentale per le attività sanitarie connesse ai ricoveri

in fase di acuzie», sottolinea Gramazio nella sua lettera in cui si appella alla sensibilità del ministro Fazio «chiedendo un autorevole intervento in questa delicatissima vicenda, specialmente per le conseguenze che potranno ricadere sui soggetti più deboli». Allega, infine, il senatore, la lettera firmata congiuntamente da quattro associazioni imprenditoriali d’interesse sanitario: Aiop, a firma di Jessica Faroni, Aris a firma di Michele Bellomo, Condindustria Sanità a firma di Riccardo Fatarella e Federlazio Salute a firma di Raniero Benedetto. Ora ci si attende una risposta. S.P.


SLazio

7 CAOS BARELLE L’INTERVISTA/2

Il direttore generale dell’Ares 118 si difende sulla crisi del sistema e rilancia

Emergenza, il problema è negli ospedali Il Pronto Soccorso deve essere considerato come la hall di un grande albergo. Si regola l’accesso, quando è pieno si dirottano i clienti altrove. Ma ci devono essere una regia e delle alternative. Renato Verra ronto soccorso intasati, pazienti ricoverati sulle barelle lungo i corridoi ed ambulanze bloccate. L’opposizione attacca e la maggioranza risponde. Ma perchè si intasano i pronto soccorso e vengono fermate le ambulanze? E soprattutto quali soluzioni tecniche mettere in campo per risolvere queste problematiche? Ne abbiamo parlato con Antonio De Santis, Direttore generale dell’ARES 118. Direttore, in questi giorni si fa un gran parlare di sovraffollamento degli ospedali e del conseguente blocco delle ambulanze. Tecnicamente cosa sta succedendo? Il blocco delle ambulanze davanti ai pronto soccorso, determinato dal sovraffollamento e dall’iperafflusso, è un problema datato che si trascina da anni nella nostra regione e che, periodicamente, si riacutizza, proprio come è successo in questi giorni. Per rendere comprensibile a tutti la problematica, noi dobbiamo pensare al pronto soccorso come fosse semplicemente una delle porte di ingresso dell’ospedale, come la hall di un grande albergo. E’ evidente, quindi, che l’entrata dei pazienti debba essere regolata e rapportata alla capacità di ricezione della struttura. Quindi è un problema di organizzazione? La sanità pubblica è un sistema complesso in cui interagiscono diversi protagonisti: è dalla giusta miscela del contributo di tutti questi attori che si arriva ad un sistema capace di garantire standard qualitativamente elevati. Gli ospedali possono aumentare la velocità di turnover interno alla struttura, ma in questo devono essere aiutati da strutture territoriali in grado di ridare dignità all’ospedale, che è il luogo deputato a curare gli acuti e non quelle patologie che potrebbero essere risolte con la medicina del territorio. Gli ospedali dovrebbero diventare più flessibili, rinunciare ad una strutturazione rigida e schematica per modularsi secondo la domanda di salute del momento: e proprio in questo senso mi sembra stiano andando le indicazioni della regione. E’ di inizio mese, infatti, una nota con cui si invitano tutti i Direttori Generali a porre in essere procedure per aumentare la risposta degli ospedali in questo periodo di picco influenzale. Spesse volte i sindacati medici hanno lamentato che in pronto soccorso arrivano pazienti che non hanno bisogno di un trattamento sanitario urgente, ma che potrebbero essere curati in altro modo. E’ quello di cui parlavo prima. Tenga in considerazione che noi, come

P

Antonio De Santis, direttore generale dell'Ares, spiega le strategie per uscire dalla crisi dei pronto soccorsi del Lazio. E' un problema di vecchia data che, periodicamente, si riacutizza: pronto-soccorsi sovraccarichi, pazienti sistemati sulle barelle, e ambulanze paralizzate proprio per l'assenza di lettighe. Ogni giorno si calcolano circa 500 pazienti costretti ad aspettare un posto letto sulle barelle del 118. L'attesa media è di circa 19 ore. La ricetta di De Santis? Più medicina del territorio, più informazione ai cittadini rispetto alle diverse strutture sanitarie pubbliche a cui possono rivolgersi, maggiore turnover nella gestione letti dei reparti ospedalieri e più elasticità nella procedura di dimissione dei degenti. azienda deputata istituzionalmente a fare emergenza sanitaria sul territorio, trasportiamo in ospedale mediamente non più del 15% del totale dei pazienti che si trovano in pronto soccorso. Questo significa che la stragrande maggioranza dei pazienti che accedono a questo tipo di strutture ci vanno autonomamente. Ed in questa altissima percentuale di “autonomi” c’è un po’ di tutto: dall’anziano affetto da patologia cronica che non è assistito a casa, a quello che si reca in pronto soccorso per effettuare accertamenti diagnostici per evitare le liste di attesa, fino a quello che non conosce strutture diverse a cui accedere per essere curato. Per anni, in questa regione, il sistema sanitario è stato infatti ospedalocentrico: se qualcuno aveva bisogno di cure si rivolgeva in ospedale. Questa Giunta sta cercando di potenziare la medicina del territorio e di assicurare maggiore appropriatezza nel ricorso alle strutture ospedaliere. E’ una felice intuizione, ad esempio, l’esperimento del Presidente Polverini di aprire nei weekend gli ambulatori di diagnostica: questo permetterà, secondo me, di ridurre di molto le liste di attesa e di limitare, allo stesso

dell’entità delle patologie. Maggiore turnover nella gestione letti dei reparti ospedalieri e, in tal senso, rendere modularmene più elastica la procedura di dimissione dei pazienti nell’arco di tutta la giornata, festivi compresi. Potrebbe anche essere utile, ai fini di limitare il blocco delle ambulanze, replicare il modello esistente in Francia, dove le ambulanze accedono al pronto soccorso da un ingresso riservato, diverso da quello pubblico. permettendone una più rapida presa in carico da parte dell’ospedale stesso. Voi come siete organizzati per il blocco dei mezzi di soccorso? Come le ho detto prima, il problema del blocco ambulanze è datato e questo ci ha permesso, nel corso degli anni, di realizzare un sistema flessibile capace, in ogni situazione, di rispondere adeguatamente alle richieste dei cittadini. Questa organizzazione modulare ci permette di attivare mezzi sostitutivi che sopperiscono alla momentanea carenza di ambulanze e di spostare i mezzi nelle aree limitrofe per assicurare costantemente la presenza sul territorio.

A sinistra il governatore del Lazio, Renata Polverini insieme al direttore generale dell'Azienda Regionale Emergenza Sanitaria 118, Antonio De Santis tempo, l’afflusso nei pronto soccorso. Quindi, in sintesi, qual è la sua soluzione al problema?

Più medicina del territorio. Più informazione ai cittadini rispetto alle diverse strutture sanitarie pubbliche a cui possono rivolgersi sulla base

Una barella costa 400 euro Quante ne servono per sgonfiare i Pronto Soccorso? mergenza sanità nel Lazio. Ogni giorno in tutti gli ospedali più grandi della Capitale, dal Pertini, al San Giovanni, passando per l’Umberto I e Tor Vergata, circa 500 pazienti rimangono sulle barelle ad aspettare il posto letto. L'attesa media è di circa 19 ore. Il fenomeno del sovraffollamento dei pronto soccorso, oltre a essere un grave disagio per i pazienti, determina anche il blocco delle ambulanze che rimangono 'ostaggio' degli ospedali finché il malato non viene preso in carico e gli si trova un posto. In molte strutture i malati vengano accolti nelle barelle in dotazione alle ambulanze e queste ultime, trovandosi sfornite, rimangono bloccate ore e ore nei luoghi dell’emergenza. Molti sono addirittura costretti a dormire sulle sedie per giorni a causa della mancanza di posti letto e barelle disponibili. E’ stato calcolato per esempio che nel 2008

E Nel tondo due operatori dell'Ares 118 della Regione Lazio

a Roma e provincia le ambulanze sono rimaste ferme per un totale di 50 mila ore. La carenza dei posti letto a Roma e nel Lazio è assoluta tant’è che negli ultimi due -tre anni sono stati tagliati 4 mila posti letto. Per non parlare dei problemi organizzativi: molti ricoverati, superata la fase acuta, invece di essere trasferiti in strutture di cura inferiori, rimangono a occupare posti preziosi. Se la Regione Lazio non correrà ai ripari, la sanità crollerà mentre la qualità dell'assistenza scade giorno dopo giorno. Un dato su tutti: la mortalità al pronto soccorso, solo al San Camillo tra il 2009 e il 2010 è aumentata di circa il 20%. Un dato estendibile a molti nosocomi del Lazio. Ora, considerando che una barella costa in media 400 euro, sarebbe necessario capire quante ne servano in aggiunta affinché il sovraffollamento dei pronto soccorsi e lo stallo delle ambulanze si sgonfi. Maria Lucia Panucci


8 Anno I numero zero

ATTUALITA’

7 marzo 2011

IL CASO Ancora caos dopo la morte di un disabile nella struttura di Santa Severa

RiRei, accreditamento appeso a un filo Storace attacca: “Situazione intollerabile. Servono provvedimenti drastici” Ma il Consorzio vanta crediti per decine di milioni di euro un'ispezione dei tecnici dell'assessorato regionale alla Sanità, la cui relazione completa sarà sulla scrivania della Polverini nelle prossime ore. La Regione vuole dare vita ad un controllo sistematico per vederci chiaro una volta per tutte, anche per questo a breve sarà analizzato l’intero assetto del Ri.Rei, passando in rassegna tutti i centri gestiti dal Ri.Rei, non solo Santa Severa. Un giro di vite in vista dell’imminente chiusura delle istruttorie per le strutture sanitarie accreditate. Perché il nocciolo della questione è proprio qui, l’accreditamento. “Ogni decisione sarà assunta tenendo saldo il principio di tutela e salvaguardia dei pazienti, dei lavoratori dipendenti e delle normative sanitarie vigenti”, spiegano da via

Salvatore Bergamo l primo ad alzare la voce per la morte di un disabile nella struttura di Santa Severa è stato Francesco Storace. Il leader della Destra, oggi al vertice della Commissione speciale per Roma Capitale, nei giorni scorsi ha denunciato il decesso di un disabile mentale nel complesso gestito dal Consorzio RiRei a Santa Severa, vicinoi a Civitavecchia. Il ragazzo, secondo Storace, non sarebbe stato curato adeguatamente nonostante fosse in gravi condizioni. Quella dell’ex governatore del Lazio è una denuncia a tutto campo, che va oltre l’ultimo, drammatico, episodio. “Qualcosa non va da molto tempo – attaccava l’ex ministro dalle pagine del suo blog - adesso la morte di un giovane disabile in un centro accreditato della Regione è intollerabile. Bisogna intervenire con la massima determinazione. E’ da tempo che i genitori delle persone assistite lamentano una condizione di assoluta noncuranza e credo che occorrano drastici provvedimenti”. Un monito chiaro al presidente Polverini affinché prenda in mano la situazione e sguinzagli gli ispettori della Regione. Anche perché il materiale su cui indagare non manca. Dal 2008 infatti è aperta un'indagine della procura di Civitavecchia sull'affidamento della struttura al consorzio RiRei a cui si è aggiunto un ulteriore procedimento per maltrattamenti ai disabili. C’è da dire che il lavoro dei magistrati non è sempre stato concorde. Mentre in un primo momento infatti il pubblico ministero aveva proposto l'archiviazione, il Giudice per le indagini preliminari ha invece ordinato la proroga delle indagini, suffragato dalle indagini dei Nas, che da tempo hanno rilevato numerose difformità relative ai requisiti minimi organizzativi, alla destinazione d'uso degli ambienti e alle insufficienti condizioni igienico sanitarie. Anche la Pisana in passato ha fatto la sua parte. Dopo un’ispezione dell'Agenzia di sanità pubblica nei centri Rirei nel 2009, la Regione revocò l'autorizzazione alla struttura di Santa Severa. “Entro 30 giorni i pazienti avrebbero dovuto essere trasferiti in

I

La Polverini ora vuole vederci chiaro Per i controlli in campo tutti gli uffici altre centri – attacca oggi Storace - ma la asl Roma F, cui era stata demandata la ricollocazione dei pazienti, non ha mai ottemperato alla decisione della Regione, senza che nessuno ne chiedesse conto”. “Credo - conclude Storace - che sia giunto il momento di porre fine a uno scandalo che si trascina da troppi anni e sono sicuro che la sensibilità della presidente della Regione metterà con le spalle al muro tutti i responsabili di questa storia vergognosa, a partire dalla Asl”.Dopo l’atto d’accusa dell’ex ministro della Salute, la Polverini ha deciso di scendere in campo pesantemente e gestire in prima

persona la situazione, a partire dalle verifiche di rito. Subito dopo la denuncia di Storace, infatti il governatore del Lazio ha dato incarico agli uffici competenti di esaminare gli atti relativi al consorzio Ri.Rei, “un’attività – precisano dalla Regione - che coinvolge non solo la Direzione dell'assessorato regionale alla Sanità ma anche l'Agenzia di sanità pubblica, le Asl di competenza e il segretariato generale”. Tutti gli uffici in campo per un monitoraggio completo. Per quanto riguarda il centro di Santa Severa poi all’inizio di febbraio, quindi prima del decesso del disabile, nella struttura aveva avuto luogo

In alto una manifestazione contro il consorzio RiRei. Sotto un'immagine del centro di Santa Severa. In alto a destra, il presidente della Commissione speciale per Roma Capitale, Francesco Storace.

Cristoforo Colombo. Ma ci sono “pezzi” importanti del centrodestra regionale che al RiRei l’hanno giurata. A cominciare dal partito di Storace, pedina fondamentale nello scacchiere del Consiglio regionale. Roberto Buonasorte, che alla Pisana è membro della commissione Sanità l’ha detto chiaro e tondo: “non ci sono più gli estremi perchè la struttura di Santa Severa rimanga ancora accreditata”. “Da

molto tempo – attacca l’esponente de La Destra - avevamo segnalato delle disfunzioni nella struttura. Credo sia necessario convocare con urgenza la commissione per esaminare l’accaduto”. Sulla stessa linea anche l’Ugl, il sindacato di cui la Polverini è stata al vertice fino al 2010, che denuncia un deficit organizzativo che da mesi non consenti a molti operatori di ricever il proprio stipendio. Ora la palla passa alla Regione. Fin qui tutto bene, ma c'è un rovescio della medaglia. Le tre cooperative che costituiscono la Ri.Rei sono "divorziate" di fatto, ma avanzano dalla Regione diverse decine di milioni di euro.Costrette ad entrare in campo per gestire i centri e i relativi pazienti dopo il crollo di Anni Verdi (il gestore precedente), non riescono a sganciarsi. I risultati si vedono.

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