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Ci sembra ieri che iniziammo a punzecchiarli e annusarli circospetti. Sbirciavamo il loro bunjee jumping orfico saltando sul nostro tappeto elastico da circensi; a ogni salto uno scorcio del loro funambolismo mistico e lynchiano; a ogni salto una visione, una suggestione letteraria; a ogni salto uno starnuto, perché siamo allergici alle siepi d’ogni tipo. Diffidenti e ammirati, intrigati e sospettosi, li seguivamo e leggevamo come se si trattasse di un foglio clandestino. I crapuli, trapezisti ucronici, con la loro algebra ebbra e ipertrofia umanistica, camminavano sul filo, ripetendosi per darsi coraggio mantra in lingue sconosciute che solo in seguito imparammo a decriptare. Sotto di loro c’era la realtà, arida e prevedibile, e loro lì sempre sul filo sottile come le illusioni che ci diamo consapevolmente. Crapula non ha mai avuto tentazioni didascaliche o pedagogiche, se n’è sempre infischiata, e questo ci è sempre piaciuto. La loro rivendicazione di libertà, la loro voglia di creare mondi e linguaggi, è sempre stata coerente e ineluttabile, come l’ultimo uomo rimasto sulla Terra che si ostina a scrivere e scrivere. Facciamo parte dello stesso circo, sono nostri simili. Loro vanno in overdose di letteratura in un loop continuo, rischiano, amano perdersi e complicarsi le cose anche quando sono semplici, perché, se no, che gusto c’è? È commovente e divertente vederli sbattersi nel loro lavoro (perché di lavoro si tratta! Con la cultura non si mangia? Ditelo agli psocotteri!). Noi li guardavamo durante la pausa pranzo e, confessiamo, è proprio rilassante vedere qualcuno faticare mentre ci si riposa un attimo. Ci piaceva spiarli, cercare un ordine dove non c’è e il caos nell’ordine, come dei rabdomanti ad Atlantide, in cerca di sabbia e ciottoli privi di senso. Ognuno ha le sue perversioni, d’altronde. Ecco, il senso, quello comune, quello buono, non ci è mai interessato, né a noi, né a loro, crediamo. Nella caverna della litweb entrambi scorgevamo delle ombre, le chiamavamo lit-blog o riviste, ma sempre di ombre si trattava. Simulacri di vite ed esperienze passate, consapevoli che tutto conta e niente rimane. Verde, Crapula, scompariranno e non hanno avuto senso, ciò che rimarrà è Nuova Edizione, la fantomatica, fantasmatica, impossibile e velleitaria Nuova Edizione. Intanto ogni atomo di Crapula si sta già interpolando, perdendo e ritrovandosi, come una matrioska onirica, in un futuro senza utopie, né giochi per bimbi. Cari amici di teoria e pratica, ci vedremo e rivedremo. Non possiamo essere ancora amici perché lo siamo già stati. Se esistesse un Libro in cui tutto è scritto, i nostri discenti di Prometeo farebbero uno psico-editing pazzesco, medianico e invasivo. Noi, a quello stesso libro, daremmo fuoco: ma quale cosa è più iconoclasta? La loro personale ermeneutica metafisica e riscrittura automatica non sarebbe totalitaria, ma per giocare un po’ con noi potrebbero anche fingere di essere dei teorici della letteratura dogmatici. Potremmo scambiarci i ruoli e alternarci, detective e bombaroli, e giocare, giocare, giocare, all’infinito. (Nuova Edizione, 11 settembre 1973, Ready-made, everlasting)


La cattura dell’idolo Ci sono innumerevoli versioni di questo racconto, ma non ne esiste una versione originale e primigenia. Così come ci sono innumerevoli piani di realtà senza che uno prevalga; diverse mimesi di differenti realtà; infiniti uomini in competizione con differenti divinità; ognuno ha un fuoco fatuo da rubare al proprio dio; diversi lettori e autori che, come prede e cacciatori, si alternano e rincorrono in un gioco infinito. Lettori e autori si controllano a vicenda, in un eterno gioco delle parti, si autocensurano, si giudicano, si sottovalutano e sminuiscono, diffidano delle loro intenzioni, sono truffatori in competizione. Un bambino, unico vero idolo sconosciuto e al riparo, custode della meraviglia, assiste allo spettacolo sempre più annoiato, e sembra pronto ad abbandonarli. A volte mette la storia sul piatto e gioca con lo scratch, accelerazioni, improvvisi ritorni, dejà vu, premonizioni e flashback confondono la narrazione. È lui che bisognerebbe catturare e uccidere per uscire dal gioco.

* Il viso di Anthony R. Shields è intermittente. Il cavo è sfilacciato, si sta rompendo. Il suo volto assume i connotati di tutti gli idoli che ha catturato o salvato. Il filo emette deboli scintille, emicranie lancinanti e ronzii elettrici non gli danno pace. Con le mani insanguinate impasta con denso fango il punto in cui il cavo si è rotto. Lo tira, verifica se tiene, è saldo. La faccia si è stabilizzata. I suoi piedi scalzi sono feriti e doloranti, li immerge in un ruscello. Davanti a lui, solo alberi e boscaglia, è buio, umido, vede a malapena. Poggia la testa su un tronco cavo, marcio, e ci sprofonda dentro, è troppo stanco, si addormenta così. Io non ho idoli, non ho bisogno né di roghi, né di altari, di esempi da imitare o venerare, né di capri espiatori per sacrifici rituali. Non mi interes4


sa contribuire alla costruzione del mito e assistere alla sua rovinosa caduta. Non glorifico, non lapido. Non ho bisogno di questo per ricordarmi della caducità, della transitorietà di tutte le cose. Non ho comunità, non ho appartenenza, non ho paura. Sto tornando dentro il varco, verso l'oblio, dove tutto è iniziato, dove tutto finirà. Sono pronto. Caroline Meredith fugge nel bosco, sulle spalle porta un manichino con le sue fattezze, senza peso. Degli uomini la inseguono, sente le loro urla, le intimano di fermarsi. Continua a correre sul terreno viscido come conoscesse ogni ramo, ogni sterpaglia o trappola, non sente fatica, ma qualcosa la fa rallentare, un dubbio che si fa sempre più pressante. Si ferma di scatto. Fa cadere il manichino senza neanche guardarlo, si gira e va incontro ai suoi inseguitori, lentamente. Più si avvicina, più le loro voci le sembrano lontane: i cacciatori sono svaniti.

* Vedete la stampa dietro di me? Io sono le forbici, voi le farfalle. Un uomo alla scrivania digita sulla tastiera del computer. Non stacca mai gli occhi dal monitor. Sta giocando a Storpio Rising, per un po' ci ha zipzappato dentro e fuori. Ma ora si è stancato. Quell'uomo è la civiltà che sta decretando la sua fine. Dietro di lui c'è la cantante Ella Galtellì, legata a una sedia e imbavagliata. Al suo fianco ci sono nove sagome sul pavimento impolverato. Su ognuna di esse c'è un post-it, all'altezza del cuore, con su scritto un nome. Sulla nona c'è scritto Hausman. In corrispondenza delle sagome di polvere c'è un acquario in cui galleggiano delle dita, in un liquido torbido come salamoia. Solo l'acquario dietro Hausman è vuoto. «Dove vai? Credi che ce la farai?» si sente una voce fuori campo. Ella Galtellì sembra terrorizzata. Forse la voce proviene dal computer. «Credevi di cacciare ma adesso la preda sei tu». «Non voglio partecipare alla caccia» dice Anthony Shields. «Non c'è modo di chiamarti fuori» risponde il computer. 5


«Conquisterò l'oblio». «Ah, davvero? E una volta che lo avrai che succederà? Avrai davvero il coraggio di scomparire dentro il varco? Non c'è via di ritorno, lo sai? Qua le regole le conosci, sai di volta in volta quale sarà il tuo ruolo, ormai conosci perfino le istruzioni». «Io voglio uscire dal gioco. Scollegarmi, disconnettermi. Riuscirò a morire, sia fuori che dentro il gioco e scoprirò cosa c'è là fuori». «E se non ci fosse niente?» «Quel niente sarebbe più reale del vostro gioco. E poi lì non dovrei fuggire da voi o preoccuparmi di cacciare». «In questo momento i miei uomini ti hanno appena trovato, ti stanno buttando dentro una vasca di deprivazione sensoriale per disattivarti». «Può essere, oppure non è vero. E io ti ho appena ucciso, caro Hausman». Detto questo, Anthony R. Shields prende il monitor del computer e lo getta nell’acquario libero. Shields si avvicina a Ella e le toglie il bavaglio. La ragazza ha il viso sfocato, intermittente, non a fuoco, ma il terrore nei suoi occhi è evidente. Prova a parlare ma emette solo un brusio metallico incomprensibile. Sono al computer, sto scrivendo un dialogo per la nuova versione di KIDNAPPING. Step successivo: in questa versione i profili fake sono reali e devono tutti cacciare gli idoli di FAME. Nessuno li proteggerà. La direzione ha deciso di redistribuire followers e fan, non si potrà superare una certa soglia di seguaci (ancora da specificare). Gli utenti vigileranno su loro stessi, noi non spenderemo un soldo, contiamo sulla delazione. Una volta terminato l'esperimento lanceremo GREED, il nuovo social. Questo è il monologo del bambino custode del gioco e della meraviglia. Si rivolge a Anthony nel bosco.

“Non è vero che questa realtà ormai è inutile. La realtà non ci serve solo per attaccare delle spine. Tu vedi la presa di corrente attaccata alla corteccia di quest'albero invece è qui con me. Non ti fidi? Staccala, avanti.

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Nelle macerie di questo mondo ancora si decidono le sorti dei vostri social e delle vostre applicazioni. Nobiltà eternamente decaduta, è da secoli che siamo Fine Impero e sai perché? Perché non esiste nessuna forza alternativa candidata a prendere il nostro posto. Siamo condannati a muovere i fili. Vedila così: noi siamo mani putrescenti, ossute, cadaveriche che agitano delle smaglianti marionette. Siete le nostre farfalle. Avete il tempo contato. Chi di voi avrà il coraggio di staccare i fili? Il cordone ombelicale che vi lega a noi, se reciso, vi ucciderà. Oppure no”. “Abbiamo interpolato così tanto KIDNAPPING con la realtà che perfino a noi ora sfugge la vera storia. La realtà si è evoluta, i cambiamenti, le parti ibride e artificiali si sono fuse divenendo un tutt'uno. La realtà è un cyborg in un mondo di cyborg. Impossibile discernere tra purezza reale e appendici virtuali. Voi siete una appendice del nostro gioco. L'unica cosa che conta è il nostro ordine. Cacciatori e predatori, a turno; controllo e autocensura di massa. Secoli fa si temeva la rivolta delle macchine, la ribellione dei mostri di Frankenstein o degli Hyde, oggi questo manicheismo, questa cesura netta sarebbe ridicola. Sarebbe ridicolo identificare un creatore, impossibile postulare il concetto di creazione. Quest'ordine è automatico, si perpetua e rigenera da solo per partenogenesi”.

* Sono nel bosco. Perso. Non ho una missione. Nessuno da cacciare o da proteggere. Raccolgo un masso da terra e con tutta la forza che ho me lo sbatto in piena fronte. La testa, aperta, sanguina tra fili elettrici e materia cerebrale, strappo tutti i cavi che trovo con veemenza, le mie mani sono sporche di sangue, sento un bruciore e un intorpidimento diffuso su tutto il corpo, mi muovo convulsamente, agito gli arti senza senso, senza controllo, emetto versi incomprensibili, grido frasi sconnesse in lingue estinte, piango, singhiozzi, singulti, spasmi muscolari, ho le mani che grondano liquidi organici e olio vischioso. Mi strappo uno degli occhi e lo schiaccio sul mio cranio scoperchiato, mi sto scrutando dentro, a fondo, sto vedendo cosa c'è dentro al pozzo, questa è la mia scatola nera, assisto al giorno del mio assemblaggio e aggiornamento, sento i dialoghi tra i programmatori. 7


Il programmatore mi rapisce, eccomi ascendere, la folla mi trattiene quaggiù, come zombie dal sottosuolo. Risponde ancora ai nostri comanndi, non riusciamo a conferirgli dubbio o imprevedibilità. Non sfugge al nostro controllo. C’è ancora tanto lavoro da fare. Causa-effetto, azione-reazione, risposte preordinate agli stimoli; bestie, questi umani non sono nient’altro che bestie prevedibili. Sono come biglie su un biliardo, traiettorie già segnate, balistica consueta. Riusciremo a correggerne gli errori? Così non hanno appeal e giocabilità, sono troppo semplici da risolvere, sono snake rudimentali che mangiano palline e niente di più.

* Aveva un casco di paglia, rovi e fanghiglia in testa, gocce melmose incrostate sulla fronte e due sassi di fiume schiacciati a fondo dentro gli occhi. La donna ha tolto a fatica il sasso conficcato nell’occhio di Shields, non ha resistito, in un primo momento ha solo sbirciato, poi ci ha scrutato dentro. Mundus Cereris. Caroline ha visto la testa del piccolo idolo in un fiumiciattolo, trasportata via dalla corrente. L’hanno ritrovata lì, paralizzata di fronte ad Anthony, catatonica. * L’esperienza di gioco come è andata? Soddisfacente?

Da Alfredo Zucchi, Caccia all’idolo, pubblicato su Crapula Club il 10 giugno 2016 8


È la vita che divora la vita che divora la vita Un uomo e una donna, e con loro un altro uomo, ma appena e sempre tre passi dietro, entrano nelle rovine di un tempio di stile dorico. Costruito su un’altura, il tempio volge a sud-est; in fondo, di un blu che vira allo smeraldo adombrato di una fitta boscaglia, il mare placidamente sbatte sulla roccia calcarea; in alto un castagneto allunga la sua ombra nera di parallepipedo in ascesa. Là dove millenni addietro c’era il tetto, resta il cielo stellato. L’uomo ricorda alcuni versi. «Ho sete», dice. La donna gli porge la borraccia. L’uomo tre passi dietro porta alla bocca una mano; comincia a masticare. Perlustrano il basamento del tempio. L’altare sacrificale è posticcio. Un’iscrizione nella lingua del dio degli ultimi dice qualcosa riguardo alla salvezza, che la natura selvaggia confuta coi suoi ispidi artigli rampicanti. Seduti al centro di quella che dovette essere la navata, l’uomo e la donna preparano il pranzo, e veloci vi gettano le mani. L’uomo tre passi dietro continua masticare lo stesso boccone.

Di lontano, la Sacerdotessa è Moch: il cacciatore fenicio. Si chiede: «Che cosa resta?» Si risponde: «Un tintinnio». Sorride, e si vela il viso con un lembo di manica trasparente. 9


«Gli occhi non basteranno a riportarmi indietro. A un certo punto mi volterò e sarà tutto finito. Tutto ricomincerà». Lo scroscio d’acque sottili, in fontanelle montane e distanti. «Questo mio talento... Ehehe... Servirà quando anche... tu!... passerai oltre», sussurra la donna allo specchio. «Conosciamo e non conosciamo che cosa stiamo cercando. Meglio tacere», s’ammonisce con calma, e sibila in segno di silenzio; le upupe sulle guglie si lanciano in picchiata, al cuore delle lumache nude. Accade velocemente. La vertigine dura quanto basta. La Sacerdotessa imbeve un panno bianco nel vino di Samo e s’asperge la fronte di Moch; serra i propri polsi e le caviglie all’altare. È pronta a divorarsi. «Tu!» Dice il cacciatore velato, respirando a bocca aperta. «Non cambi passo, avanzi in verticale ascendendo! Tu, voci senza volto?, voci su altre voci?, e le voci dei piani inversi?, e collidenti?, dei ricordi di dieci millenni?... Non c’è abbastanza spazio per inventarsi un altro sogno». Poi, resta a fiato corto: «Mnef...» Il lembo di manica ricade sui fianchi. Fuori del tempio, sulle rocce, per luoghi senza tracce, cacciare è proprio di un’intelligenza scaltrita che sa tenere la posizione eretta e sa arretrare di tre passi, all’occasione; e sopporta l’attesa. Il vento comincia a soffiare, nel sogno e nel bosco. «Che cosa ho mai pensato?» continua a chiedersi il cacciatore. Finalmente il sole sta calando nel mare di foglie. Non sa ciò che farà, le cose stanno cambiando rapidamente. Le ginocchia si sciolgono. Le braccia si fanno pesanti. Il castagneto sospira sulla nuca dei lupi. La donna e l’uomo camminano scalzi attraverso i resti crollati del tempio. «E dove c’è vita, deve esserci anche morte», dice l’uomo. «E dov’è morte, lì ci sono...», s’interrompe la donna. Si stendono all’ingresso del tempio come supplici. L’uomo tre passi dietro sputa a terra il seme lanceolato di un cardo selvatico. Il castagneto è attraversato da un torrente. Lì, dentro l’acqua che non è mai la stessa, il cacciatore ha affondato i piedi. Ha imparato a non lasciare tracce. Ha imparato che la corrente cancel10


la; che nel fango sì può trovare più vita complice che nell’aria sottile. «Sogno spesso a occhi mezzi aperti», dice a voce alta, mentre s’abbevera di ciceone; dissesto, stordito. Il kantaros della Sacerdotessa è opaco e incrostato dal fango secco. «E tutto ciò che è accaduto, ancora deve accadere», recita infine. E il sogno si manifesta. E nel sogno di Moch, della Sacerdotessa, c’è il vento, eterno, che durerà più del tempo. Il ventre di Moch si contrae. Il ventre della Sacerdotessa il ventre di tutti gli Uomini. Al secondo spasmo – uno sputo di sangue violaceo e muco. La morte è sostituzione della vita. Un cardo azzurro emerge dal guado del torrente. Quel cardo è un uomo. Un cacciatore paziente. Sopporta l’attesa. Arretrato, tre passi dietro la sua preda. La notte arriva sotto forma di un riverbero di echi, voci di fruscii di alberi nel vento. Sotto il cielo stellato, sacrificale, mentre l’uomo e la donna dormono e nel sonno l’uomo sogna il vento, e la donna una pozza d’acqua fredda in cui un altro uomo risciacqua una lama, la Sacerdotessa si china su entrambi, con i palmi delle mani rivolte verso la loro fronte. «Chi sei?» domanda l’uomo tre passi dietro. «Moch, il cacciatore: la Sacerdotessa». «Perché sei qui?» «Per passare oltre».

L’uomo dorme poggiato alla colonna dorica. Sogna di essere un mirmidone, ora. È dentro il corpo dell’insetto, ma incapace di comandare alle sue zampe il moto. È bloccato sulla punta di una foglia di cardo. La lama e la luna – nel sogno, Moch vede entrambe e intuisce. Con la delicatezza di due dita di Sacerdotessa, Moch afferra il mirmidone. Gli manda contro un piccolo soffio, e l’insetto vola via, diventando uomo appena a contatto con l’erba. Moch, con la sua mano di cacciatore, gli si fa sopra con poche falcate, gli affonda la lama nella schiena, le gocce violacee di sangue si fanno cardi. Moch vacilla, e quasi cade, ma riesce a tenere ancora un poco alta la testa, e prosegue. Si trascina con lentezza fino all’altare.

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Con un ultimo impulso si appoggia al marmo, lo sforzo stesso di scegliere un luogo per la propria morte gli ha fatto dimenticare il dolore del corpo, ora che non c’è più motivo di movimento, respiro e parola. Si accascia quasi senza respiro. Un uomo, tre passi dietro, ha tra le mani il capolino iridescente di un cardo: lo porta alla bocca: lo divora. La Sacerdotessa emette un gemito, si dice: «E gli occhi so che rimarranno.»

Da Luca Mignola, Mōch il cacciatore, pubblicato su Crapula Club il 4 maggio 2018 12


Donne post-empatiche dall’alba al tramonto del terzo millennio Rapporto #1 Questa mattina ha avuto inizio. Ho bussato, il mio uomo mi ha aperto, con il capo chinato ho allungato la mano, il mio uomo l’ha afferrata e ha posato la sua mano sul mio capo, l’ha strofinata, ha detto il mio nome mentre mi stringeva la guancia, infine mi ha fatto uscire. È andato tutto secondo protocollo. Il mio uomo mi ha dato da bere, mi ha lasciato gli avanzi del suo cibo, mi ha indicato il giaciglio. Il mio corpo non ha dato segnali negativi.

Rapporto #2 Nel primo mese il mio uomo ha fatto tutto da solo. Il mio corpo non ha dato segnali negativi.

Rapporto #25 In due anni il mio corpo ha dato i segnali negativi previsti.

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Il mio uomo qualche volta dimentica di espletare i compiti che lo riguardano e i compiti che mi riguardano. In questi casi dico al mio uomo cosa deve fare.

Rapporto #49 Il mio uomo spesso dimentica di espletare i compiti che lo riguardano e i compiti che mi riguardano. In questi casi dico al mio uomo cosa deve fare.

Rapporto #51 Il mio uomo non conosce il mio nome e mi chiama scrofa. Il mio uomo fa tutto quello che gli dico di fare. Il mio uomo si sveglia, mangia, beve, guarda la televisione, mi fa uscire, dorme. A casa non viene mai nessuno. Secondo il protocollo ho fatto ridurre al mio uomo la casa al minimo: ci sono pochi oggetti necessari a vivere e la televisione.

Protocollo #75 Il mio uomo non parla. Tutto procede secondo protocollo.

Rapporto #87 Il mio uomo non mi riconosce. Il mio uomo fa tutto quello che gli dico di fare. Il mio uomo qualche volta ha le mutande bagnate, io le prendo e le strofino nel lavandino, il mio uomo allunga le labbra e mostra i denti mentre mi tocca da dietro. Il mio uomo un giorno si è sporto dal balcone facendo forza sulle braccia e sollevandosi sulle punte, io ho allungato il braccio e l’ho toccato da dietro, il mio uomo ha aderito le piante dei piedi a terra. Ventotto giorni dopo il rapporto numero 87, la donna ha partorito un altro uomo. Il protocollo prevede l’abbattimento immediato della donna che, dal 14


momento del parto, è diventato un pericolo per la comunità. La donna, come suo diritto e dovere, ha redatto l’ultimo rapporto. I contenuti non sono stati confermati dal suo paziente né da alcun testimone. La vittima della donna è stata risarcita sia per il danno sia per il trauma subito.

Rapporto finale I fatti occorsi sono i seguenti. Io e il mio uomo ci siamo recati sul posto, il mio uomo ha preso dalla macchina i soldi come ogni mese, ce ne siamo andati. Lungo il percorso ho visto un altro uomo: magro, vestito con una tuta, dall’odore di erba e terra. L’altro uomo ha preso a camminare più veloce fino ad avvicinarsi al mio uomo: ha allungato la mano verso la tasca della giacca del mio uomo, ha preso i soldi del mio uomo. L’altro uomo si è girato in direzione opposta alla nostra, io ho pensato di mordergli il naso. L’altro uomo è sparito lungo la strada, il mio uomo si è girato, io e il mio uomo siamo tornati a casa. L’altro uomo c’era anche a casa, mentre io dicevo al mio uomo quello che doveva fare ho pensato all’altro uomo, ho pensato a me che gli mordevo il naso. Ho detto al mio uomo di prendere le mutande a terra. Ho detto al mio uomo di rimettermi nello sgabuzzino. La donna è sul divano della casa del suo paziente. Il medico prepara le due siringhe. Il paziente è seduto sul divano: non è nelle condizioni di capire cosa sta accadendo. Dopo la prima siringa, la donna sbarra gli occhi e rallenta il respiro. Il paziente guarda la donna: non è nelle condizioni di riconoscerla. Nessuno parla.

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Dopo la seconda siringa, la donna sbatte le palpebre più volte, gli occhi restano chiusi a lungo poi si riaprono e si richiudono. Il paziente guarda la donna. Il paziente allunga il braccio verso la donna e ne accarezza il capo. Il paziente ha gli occhi umidi. Poi dagli occhi le lacrime scorrono copiose. La donna non apre più gli occhi. Il paziente non smette di lacrimare. Il paziente urla. Il paziente biascica parole che non si capiscono, una di queste corrisponde al nome che è scritto sotto il collo della donna. Il paziente ha riconosciuto la donna. Il medico è sorpreso. Il paziente si allunga verso la donna, la accarezza, la abbraccia, manifesta il suo dolore. Io sono sorpreso. Dico al paziente che la donna è stata abbattuta in ottemperanza al protocollo: ha partorito un altro uomo, è pericolosa per la comunità. Il paziente mi guarda, il volto bagnato di lacrime, biascica parole, pronuncia parole che capisco: ha pensato a un altro uomo! Il paziente ha confermato il rapporto finale della donna. Il medico prepara due siringhe. Dopo la prima siringa, il paziente non parla più, i suoi occhi guardano il vuoto. Dopo la seconda siringa, il paziente chiude gli occhi, smette di respirare. Secondo protocollo, all’abbattimento della donna deve seguire l’abbattimento del paziente. Io allungo il braccio verso il medico, il medico me lo stringe. Il medico prepara due siringhe. Secondo protocollo, all’abbattimento della donna e del suo paziente deve seguire l’abbattimento del medico. Resto sola, cucino al calare del sole, conto le pecore, dormo. Da Antonio Russo De Vivo, Cani post empatici dall’alba al tramonto del terzo millennio, pubblicato su Crapula Club il 5 dicembre 2018

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/Shotgun/ Eupalinos o l’/ar-chi-tét-to/ Soffitto incenerito. Avvelena l’aria. La luce è aranciosurreale. A chiazze, compare il pomeriggio: è qui che sono la menta, il basilico, la salvia, la stevia: su un parapetto che comparirà dieci anni dopo in un’altra casa. Recinti di palazzi biancofango, occludono i canali onirici dell’infanzia scesa in strada. Balconi oblunghi, appesi a pensare. Si aspetta l’unico tramonto meritevole fumandosi l’estate. L’artistùcolo leziosetto del blocco popolare prende appunti che verranno disfatti da una ragazzina a fine agosto-inizio settembre alcuni anni dopo l’orrendo giorno. [αρχή – τέκτων. Anassimandro. Se primato valoriale = primato temporale, allora αρχή = Dio.] L’artigiano soppesa un disco in vinile che poi lancia, a giro come un satellite. Sgorga Gymnopédies di Erik Satie, che piace all’uomo perso in pensieri bianco e nero. [Ampiezza oscillazioni. Quanto ci muoviamo nello spazio? Quanto occupiamo? Intensità del suono – forte/debole. Frequenza oscillazioni. Quanto ci muoviamo nel tempo? Quanto ne occupiamo? Il mondo è pieno di rumori. Rumore: vibrazione irregolare aperiodica. Indagare sulla qualità del rumore.] L’uomo piange. Una madre – muta, severa, ammonitrice – s’infligge la punizione di non deglutire. È lo sfacelo, mormora una voce. Un vecchio 17


cammina, piedi gonfi su finta maiolica ruvida e sporca. Al guinzaglio vuoto un cane che non c’è più. Senza fermarsi dice: Era già malato da un anno. Un anno senza proteste formali. L’artistùcolo-uomo pensa: Farò il tassista. Io. Il tassista. Guiderò il taxi. Calmo. Fine delle angosce. T A X I. Taxi. AFFRANCATI. Affrancati. Perché non ti affranchi? Il tramonto sbuffa polvere densa sul circondario. Tre case tutte nostre, tutte sulla stessa strada. Solo una abitata. Abitata? Da chi? Astrazioni. Non concesse. Astri in diniego d’alto grado; tu, che sei solenne: rinuncia! Fai come Mileto. Mileto e il suo carattere di sistema liquido, consapevole di non poter aspirare a una solidità governativa: ma ruffiani! Un’altra vecchia, dalla pelle di tre gradi meno farinosa, si affaccia – intorpidita, annacquata di buio, obliqua ignoranza annessa – dalla sua camera della sola casa abitata. «Meriti» dice la vecchia affacciata, «di fare il tassista». Silenzio, o forse dissenso; comunque, un fastidio in rumore – non concesso.

Le corbusier a colazione Tempo perso e inedia. Lobi frontali sotto assedio già dalle cinque del mattino. «Guardami» e fissa il pavimento, «ti sembro più magra?» Formiche su pane di marmellata di fragole. Una lunga marcia. Le nuvole costrette a dividersi di netto. «Sì, un po’ più magra. Io ho la pancia. Un mal di schiena che dura anni» Lei sorride. Salta dal letto. Dalla cucina, «basta carboidrati, facciamo ginnastica». Mesi a sudare. Ciò che ho guadagnato, ho perso. Si sono infittiti i pensieri sul dove andare; con chi parlare; cosa credere. Valzerini di nausee gastriche. Un mal di schiena che dura anni, sempre ricurvo, stilettate di dolore lungo la spina dorsale. I muscoli legati. Mi troverò ricurvo a cinquant’anni? Spero di no. Ma la speranza non basta. Dovrei riprendere a far ginnastica. E a stare seduto composto. 18


Ho il mal di collo. Ho sbagliato, fisso l’abisso dal balcone. Tra le formiche-soldato. «All’assalto!» carica la formica Generale. Cominciano a salire dal pendio erboso della mia gamba. Imploro la quiete. La cerimonia del pasto delle formiche-soldato. La formica Generale azzanna con impeto, per dare esempio e slancio; cavalcano impetuose ai suoi cenni di conquista. Hanno stendardi e briciole di pane sulla groppa. All’improvviso scompaiono. Devono aver pensato: «Che sentiero tortuoso! C’è pure un morto a valle! ‘Ndiamocene!». Torchiato imperituro ma elegante – d’impaccio sovrapposto tra la gente. Sbatto le palpebre. Mi alzo in piedi. Mi servo del Laroxyl odor di niente. Vado a sedermi a tavola. «Ho fatto la pasta al sugo», lei. «Non la voglio, mangiala tu», lei. Cagna. Magrissima: dovrebbe perdere coscienza e invece so che morirò prima io. È già il mio quarto funerale. La pasta nel sugo nuota e non scuoce.

Autoradio Calo una bustina di tè davanti alla radio, ogni mezz’ora. /t/ dentale; esplosiva/ occlusiva/ momentanea; sorda. Sopra: una grossa luce eterna a scacchi. Mi faccio pena. È un’ora mite e di morte – questo dico – e renderà amarogelida una giornata di agonia che pure era partita soffice. Ora intollerabile. Alle ore allergico. C’è desiderio di rimandare, facendo finta di nulla. Dio, io dico: è domenica. Domenica pavida! Pavida. /p/ occlusiva/ momentanea/ esplosiva; bilabiale; sorda. La /p/ è un colpo sordo, netto, veloce, esplosivo. Una collusione tra due corpi, momentanea e rotonda, un suono circoscritto, immediato, facile da ri-produrre e da cogliere. Alcuni protraggono la loro immagine, o la loro morte. Labiale spalancato in un gemito. Aiuto. Aiuto, no! Un’epifania gonfia d’alba. Si avvicina con giudizio, dice che è qui – dunque è la fine. Mi preparo. E neanche provo a darmi colpe, o redimermi; non ho sbagliato. Ero impaziente per un giorno che tardava ad arrivare. Ma io volevo farmi criogenare. Volevo vivere per sempre. Arrendersi è di moda. Riavvolgo. Se mi sottraessi, non potrei più moltiplicarmi. Destino perentorio! Non ho più volontà. Se fossi 19


Socrate… se solo fossi Socrate. Opererei una ri-fondazione. Azzererei ogni coscienza. Metterei in discussione tutto, persino la morte. I filosofi sono caratterizzati da una tensione che va oltre l’osservazione e l’accumulo e la deduzione dai fatti o fenomeni riscontrabili empiricamente. Volontà di ferro. Sardonica giornata, eh? Dovrei godermi la domenica, no? E invece – Mi ritrovo a scrivere poesie un’altra volta ancora dieci anni dopo e più malato più ingolfato di prima, ma: sono o no un poeta beat?

/Shotgun/ Siamo seduti, io e lei, nel posto dove ci stiamo conoscendo per la prima volta, e io le dico: «Sono fidanzato, in realtà». Ma poi, per far colpo, aggiungo: «Sono uno scrittore». La vedo chiudere la bocca e gli occhi, togliersi con un gesto unico camicia e reggiseno, e dal petto una costa d’oriente, in una notte d’aprile, luccica come un grumo di sole. Mi tocca la gamba febbrile. «Ti amo, credo di amarti» dice lei, ansimando. «Questa è la lista delle parole che non devi mai usare con me. Non mi piacciono. [Stalla. Giugno. Coro. Martello. Berretto.] Io ho delle voci, nella testa» dice dividendosi i pesi d’afflizione. È quello che sognavo. «Prendi le stesse medicine di mia mamma» ridiamo. Abrasione. Quattro anni con la mia ragazza. Tengo molto ai suoi genitori. Dal vetro del ristorante scorgo i titolari che portano sulle spalle sacchi neri. Lei mi fa segno, vuole che la segua. «Io sono un pianeta, e tu ora mi orbiti intorno.» Vuole fare l’amore con me, ma la cosa non può finire così. 20


Mi tocca. UE! AAAAA. Interiezione. Mi precipito ad annebbiare il tutto. Penso alla triade presocratica classica. Penso alla fonestesia. All’eristica. Alla glottide. La fica maliziosetta – ventidue anni – vuole farmi salire da lei. «È graaande, casa mia. Ora vivo da sola.» No, impossibile salire. La costa d’oriente, avorio di alba in migrazione, prende spazio che non gli compete. Tiro fuori dai calzoni la mia arma preferita, anzi, la mia seconda arma preferita, uno shotgun bislungo con una radio incorporata, che mentre gracchia le note di “some of these days” spara un colpo che le sconquassa, frantuma, disgrega il petto. E la costa d’oriente sbriciolata, senza motivo alcuno. Un attimo e risorge. Anche io mi intendo di resurrezioni. «Non me lo meritavo. Perché ci siamo incontrati?», piange sconsolatuccia, scappa in casa. Vado coi piedi a tracolla, tra le vie della città che ora s’è svuotata per un’eclissi improvvisa. Nel mio appartamento trovo una lettera scritta in bella calligrafia dalla mia ragazza. È già da un po’ che non ti amo più. Mi guardo con biasimo. Non resta che scappare in direzione nord-ovest.

Impaginazione di Stefano Ezio Ermenegildo Felici. Grazie a Federica Anna Aleida Sabelli Felici per il PC. <3 Da Stefano Felici, Shotgun, pubblicato su Crapula Club l’1 aprile 2019 21


Il criceto dell’identità ? – , . , . , , . . . “ ”, ; “ ”, , , . , , . . . , , , . , , . . . , , , .

*** .,.:,,,’-.,...,,’.,.’.’,. ’ , . , ’ , ’ . , ’ . . . ( . ’ – . , . . ) : , . , , , , , ,., , ,’, ,’. “ : ”. , , : , . , : , . . , , « ’ » – , ! , ’ , – . , . , , « , » . , ’ , , , , , , ’ . ’ ’ , , , , , , , . , , . ’, , , . . , , ’ , “ ” , “ ” . ., ’ , ( : ) . ’ ( . ), , ’ . , . . , ’ . . . : « ’ ?» « .» « !» ; . ’. « , » , « ’ . ’?» « ’ . ?» « . .» « : ?» « . Il fatto è che ho rinunciato a scrivere, . . . » « . ’ . , ’ .» « . . .» ’ : « ,» , « ’ .» « ’ .» « ? .» ,,.,.,. «. , . , ; , ! , .» « , .» « . ’ . . , .» .,,,,.. « ,» , « , [1].» « . , , :’ ’ . . .’ - , ’ , , , ’ ,’ , ’ ’ . , , , . , , , . , , ? . ’ . , . , .». «[…] . , , , ’ . : . ’ . . , , . , , ( ) , ’ , , ’ . Ho sempre odiato la scrittura più di 22


quanto non l’abbia amata: , , . L’amore per il testo sta rapidamente scomparendo, sostituito dal suo esatto opposto. . , . . , , , . , , , , . . : , , , , , . , . .» . « , , , . , , . , – , – . ’ ’ . . . ? ? ’ ? ,’ ? , . , , , . ’ . , , ’ .» ’ : « .» « : ’ . . .» « . ’ ’ , . Ma ancor più bugiarda e quasi altrettanto ladra è la propaganda dell’arte in generale e della letteratura in particolare come funzione epistemologica, , , - , . Quando invece è ovvio che leggendo non si conosce niente, ma anzi si dimentica, ’ , . , . , , , , , , ’ . , , , , , . ! , , , , , , . . ’ , , , , , . , la letteratura è potentissima, , , , . , ’ . ’ . : ’ . , ’ . ! , … ’ , .» «[…] , . , , , . , ’ , , ( ’ - , - ), . , , , . , . , ( , , ’ ’ ?), , , , . . . , , , ’ . , , . ’ , , ’ , ’ , ’ . , . , , ’ , . , , : . . . , ’ , , , , . ’ , , , .» «[…] , : , . ’ , , ’ ’ ; , , , –! –; . , , primeggia il tema dell’identità, . , . , , (ciò che Borges chiamava specchio), , , . , , , .» ,,,,,’. «’ , . Mettiamola sul banco, questa identità. ’ , , inventando a partire solamente da sé, . , , . . , . , , ’ , , , , . , , , ’ , , . , . . , , , . , , , . . ’ , . , , , . ’ , ’ . : . ; ; - , , , , . , , , ’ ’ . , , , , , , , . . ’unico modo di scrivere che conosciamo, non possiamo dare senso a niente. , ( , , ecc.), raccontiamo la nostra incapacità di raccontarci. Questa dunque è l’identità: il criceto della coscienza.» «[…] . . ’ . , , . . ’ .» « » , « . ’ . ’ , , . ’ . , “what if”. , a parlare di me. . , , . , , , . . , . . ’ . .» , , « , , , ’ , , , .» , . fantasmi in ascolto. ’ , . , , , . « ? Vincenzo Testo, scrittore. , , , , , ; ; ’ . , , ( ), . “ ”, “ ”. L’identità guarda con sospetto al fare, , , , : – ’ ’ . Chi sono? , , “chi sono? chi sono?” . – , – , , . ? , . . . , , , “chi sono!” , “chi sono!” … , .»

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, . ’, , . « ? , : . ( ? ). . ? ? , . ’ , . Chi sono? . , , , , , , , , , . ; ’ , , ’ . , . , . , ,.;.,.,,. « , , ,» , . , , ( ), . «Chi sono? . ’ , ’ , , . : ; , ; ; , , , . , . , . ’ . , , ’ . ’ , . , : , . . ( , , .) . : . ’ ’ .» «Chi sono chi sono chi sono,», . «Ma chi cazzo se ne sbatte!» ’ , . ’ , . . , , ,– , . « ’ , . , , .» , ’ , , , . : « … …» « , . ’ , chi si lamenta è un imbecille. ’ ; . . Gli scrittori che credono nella letteratura ne stanno uscendo pazzi, stanno diventando tutti nazisti o giù di lì. . , . - , nel magma vorticoso di una memetica che, trionfo del trotzkismo, si rivoluziona ogni minuto. , , ?» ,,,. «’, ’’, ’. «Noi stiamo assemblando, prefigurando, balbettando il superamento del linguaggio. ’ , . . , . ’ ’ . «, , . – – , , , , , , –– , , , . «, , , , , , , : . ’. «. . , , , ’. ’, . , , . ’, , . . . , . , . . «,, . ’. , . , . , . « , , , .» ’ . ’ . .«Dove siete finiti tutti?» . , .« .» :« ! .» , . . «Non ha riconosciuto la citazione? ? ? . .» ; ; ’ : «[…] . . . . ( , ’ : , .) , . . . ’ ? . , , , , ’ , . , “più letteratura”. . .» « . ,» . « , ,» ’ . , , , . , , , .

*** [1] ’ , Letteratura e identità, . Purtroppo mutilo: . , . ’ ; . Si consideri questa una prima difettosa edizione, cui seguiranno certamente proposte filologiche assai al di fuori della mia portata. . 24


Da Gregorio Magini, Letteratura e identitĂ â&#x20AC;&#x201C; Ricordo di Vincenzo Testo, pubblicato su Crapula Club il 20 maggio 2019

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Gossip Club Salve, sono Graziano Gala, forse vi ricorderete di me per le interviste de Il Loggione Letterario, certi racconti su Verde Rivista e Reader for blind, oppure per quella brutta incomprensione con Greg Magini a Firenzerivista 2018 (chi l’avrebbe mai detto che da Temaquinho il menu sushi non è all you can eat, e però a lui che gli frega, Magini è ricco e magna come un animale, «vieni ti invito a cena in un bel posticino» e poi «Oh Graziano famo’ alla romana eh», tacci sua 72 euro di cena, e come se la rideva sotto i baffi) ma non sono qui per parlare di me. Ho avuto l’onore di visitare la redazione di CrapulaClub nel giorno della sua chiusura. La redazione di CrapulaClub sorge in cima a una vecchia sequoia (non autoctona, bensì importata dalla Sierra Nevada da Alfredo Zucchi in persona nel suo periodo Erasmus) al centro del bosco di Caianiello, in provincia di Caserta – che scopro essere un sontuoso rione di Napoli colmo di bei palazzoni d’epoca e belle donnine – è costruita tutta in legno e foglie di banano (di cui Zandomeneghi va ghiotto) secondo un progetto originale di Sara Mazzini realizzato ad altezza seconda media. Proprio Sara viene ad aprirmi la porta. Sfoggia capelli a lutto, neri come la pece: non ha preso bene la decisione di chiudere la rivista sebbene sappia che resta poco da fare. Non mi offre niente, ma mi fa accomodare presso una scrivania massiccia sulla quale una geografia di cartellette, risme di fogli, posacenere colmi di mozziconi, bicchieri mezzi vuoti e bottiglie ormai buone per il bidone disegnano una meticolosa riproduzione dello skyline di Mergellina. All’altro capo di Spaccanapoli, ecco seduto Alfredo Zucchi con un’espressione contrita. Credo di non averlo mai visto non sudato. Alfredo ha la presenza scenica di un Tony Stark nei film degli Avengers (di cui ho scritto su Movieblog.it) e con un solo sopracciglio sollevato è in grado di aumentare la carica sarcastica della stanza di un buon venticinque percento. 26


«Gomez, benvenuto» mi dice. «E veramente io sarei Graziano, Alfre’» gli faccio senza convinzione. «Stai qua per verbalizzare quella che è ormai una situazione drammatica, ma che dico? Melo-drammatica. Chiamo i ragazzi e iniziamo la riunione. Uè Achtung! Guaglioncell, apparecchiate i vostri culi attorno al tavolo». Con mia grande sorpresa, da sotto il tavolo sbuca Andrea Zandomeneghi in persona che mi saluta calorosamente con i canonici tre bacetti. Mi si dice che Andrea è in grado di arrestare quasi del tutto il proprio metabolismo per non essere scovato dai predatori. Eppure a vederlo si direbbe che non vi possa essere nessuno intenzionato a fargli del male. Gli rincresce che si sia giunti a questo punto, spiega, ma Crapula era condannata sin da quel giorno di aprile in cui lui fu letteralmente cacciato. Chiedo delucidazioni. «Ricordo solo di aver buttato lì che Di Battista mi stava simpatico, ma ontologicamente, non politicamente, forse un po’ platonicamente e decisamente non eroticamente. Ne seguì una discussione che preferisco non rievocare». «Eeee Zando, poche manfrine!» lo richiama Zucchi. «Siamo qui per altro: ‘o post ‘e chiusura ‘e Crapula. S’ha da fa’». «Maremma nevrotica, sono pronto». «Aufgrund!» «Salute». Luca Mignola non sarà dei nostri: è impegnato a girare l’episodio pilota della sua visionaria serie Netflix dove interpreterà un vampiro narcotrafficante galantuomo riportato in vita da una strega maya e ora dedito a collaborare con una giovane detective partenopea della squadra antimafia interpretata da Giorgia Surina. Il titolo: Gotico Mediterraneo. Solo adesso noto una pesante tenda che divide in due l’ambiente come un sipario, simboli runici sono dipinti sul tessuto scuro. È da lì dietro che proviene la nenia che udivo quando sono entrato (e avevo dato per scontato provenire da uno stereo o essere comunque il naturale sottofondo prodotto da un congiurare di menti redazionali al lavoro) e che procede sempre uguale ininterrotta: asantesananazioneindianavannisantonineroedizioniasantesananazioneindianavannisantonineroedizioni… 27


Sara scosta la tenda a rivelare una pila altissima di La Lettura del Corriere della Sera (tutti numeri originali pubblicati dal 1901 al 1946) che raggiunge quasi il soffitto. Sulla sommità, in equilibrio precario ma senza mostrare difficoltà, si erge il Guru, Antonio Russo De Vivo, nella posizione dell’albero, o Vrikshasana, a occhi chiusi e in perfetta concentrazione. Di De Vivo ne ho sentito parlare parecchio, ma pensavo fossero estinti: colgo l’occasione per scattare un paio di fotografie con il mio cellulare. «Che sta facendo?» Zucchi si alza e mi mette una mano sulla spalla: «Ruhe!… Sta cercando di interpolare il nostro piano astrale con quello letterario». «Lo fa per salvare la rivista» aggiunge Zandomeneghi che ha capito che questo è il momento spiegone della vicenda. «Intende provocare un deus ex machina!» fa Sara. «Ma è follia!» dico io ingenuamente. «No, guarda, ci sta riuscendo!» E davvero il suo incantesimo comincia a distorcere la realtà, posso chiaramente vedere come il nostro tessuto spaziotemporale in verità sia solo un foglio all’interno del grande libro dell’esistenza e un po’ mi eccito al pensiero. Io, Graziano Gala, non avevo mai assistito a nulla del genere. Lo giuro, pensavo che sarebbe stata una giornata tranquilla con dei letterati, ma è ormai chiaro che qui nessuno mi spiegherà perché Crapula debba chiudere. «Se tutto va come deve, dovrebbe riuscire pure a risolvere la crisi dell’editoria» mi urla Sara Mazzini per sovrastare il frastuono di mille realtà che si scontrano. «Scheiße! STA PERDENDO LA CONCENTRAZIONE QUALCOSA LO STA DISTRAENDO!» Più tardi, dopo l’esplosione, dopo il fallimento del rito, dopo che l’intera sede di Crapula e mezza provincia di Caserta sono state rase al suolo, mi risveglio a fianco di un De Vivo sconvolto: «Io ho visto cose che voi scenicchiari non potreste immaginarvi… Ho visto Navi di Teseo in fiamme al largo delle Murate, ho visto collane di self-publishing balenare nel buio vicino alla porta San Frediano. Ho visto il codice sorgente della vita, dell’universo e di tutto quanto. C’era un refuso». 28


«Non mi piace Anto’, riproviamo». «Vabbuono»: Istruzioni per CrapulaClub, 2008[10]-†2019† Pudenda origo, pudendus finis[1] (su un muro di Vacca Pezzata)

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Il 26 dicembre 1991 il poeta e dissidente antisovietico Josif Michail Vardiashvili si tolse la vita all’indomani della pubblicazione di Эвридика 80, plaquette di bunjee jumpee orfico che si apriva con i celebri versi “Crapula Club/Miedo a la sbeurra”. Ventisette anni dopo la redazione del “litblog più amato da chi fa rivista” (Massimiliano Parente, 2018) opera in uno stabile sequestrato alla camorra nel centro storico di Caianello, in provincia di Caserta, Antonio Guru De Vivo, Anna Di Gioia, Sara Mazzini, Luca Mignola, Chiara Perrone, Andrea Zandomeneghi e Alfredo Zucchi tengono corsi di scrittura realvisceralista e poesia post-estrema a tossicodipendenti ludopatici, prostitute del basso Lazio, ambigui ex poliziotti imparruccati e, tra gli altri, a Marcello Dell’Utri e a Zdeněk Zeman. Dopo le accuse di neofascismo e revanscismo, la «Congiura Sacra» (2018) e la marcia sull’ultima edizione di Firenzerivista (settembre 2019), il gruppo confluì insieme a Verde in «Nuova Edizione», pubblicazione ufficiale del «Novo Pazzesco Romano».

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CRAPULA CLUB/MIEDO A LA SBEURRA - NUOVA EDIZIONE 2019  

Il 26 dicembre 1991 il poeta e dissidente antisovietico Josif Michail Vardiashvili si tolse la vita all’indomani della pubblicazione di Эври...

CRAPULA CLUB/MIEDO A LA SBEURRA - NUOVA EDIZIONE 2019  

Il 26 dicembre 1991 il poeta e dissidente antisovietico Josif Michail Vardiashvili si tolse la vita all’indomani della pubblicazione di Эври...

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