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DISTRIBUZIONE GRATUITA

presso i migliori negozi di audio & video - Centri di formazione - Sala prove - Studi di registrazione - Università MZK News NOVEMBRE / DICEMBRE 2017 Ph. by Robert Ascroft

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SOMMARIO MZK News N°5 Novembre/Dicembre 2017

Editore MZK Lab S.r.l.s. Via Flaminia 670, 00191 Roma Direttore Responsabile Valeria Barbarossa Art Director & Progetto Grafico Jacopo Mancini Assistenza Legale Avv. Vanessa Ivone Caporedattore Alessio Boccali Redattori Carlo Ferraioli, Francesco Nuccitelli Collaboratori Esterni Gianluca De Angelis, Alessandro Sgritta, Gianluca Meloni, Marco Claudio Fusco

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Sede Redazionale Via Emilia 82, 00187 Roma Sito & Contatti Tel. +39 3331785676 www.mzknews.com redazionemzknews@gmail.com Stampa produzione@miligraf.it Via degli Olmetti, 36 Formello 00060 Finito di stampare nel mese di novembre 2017

Marketing & Comunicazione Alice Locuratolo comunicazionemzknews@gmail.com Tel +39 / 3382918589

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Autorizzazzione rilasciata dal Tribunale Civile di Roma N°2 / 2017 del 19.1.2017

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AVVISO IMPORTANTE: Alcune delle foto di questa rivista sono tratte dalla rete internet in totale mancanza di indicazioni sul

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SOMMARIO

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EDITORIALE: Musica Ribelle: un’illusione? CAPAREZZA CURIOSANDO: The boss... L’AURA ELISA ROSSI MEI: Giordano Sangiorgi MTV MUSIC & VH1: Marco Danelli WRONGONYOU SONY MUSIC: Marcella Montella ANALISI TESTI GENERATION: DAVE CLARKE I CONTROLLER MIDI RADIO CAROLINE

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RADIO ROCK: Emilio Pappagallo ALLE ORIGINI DEL TESTO: Roberto Casalino LA MUSICA VAPORWAVE LUOGHI DI CULTO: Il Folkstudio CASTROCARO 2017: Luigi Salvaggio SPAZIO MUSICA: Promozione artisti SPAGHETTI UNPLUGGED: Gianmarco Dottori MONS’N’MUSIC: Jacopo Ratini AUDIO RANDOM: Corsi di audio tecnica L’HANG DRUM ANALOGICO VS DIGITALE LA LIFE È BELLA: DIAVÙ HARRY POTTER ORCHESTRA

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ight sulla proprietà e sull’autore, si intendono quindi usate in completa buona fede. Chiunque riconoscesse come suo uno scatto è pregato di segnalarcelo per un’immediata soluzione del problema. Contatta redazionemzknews@gmail.com

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EDITORIALE

MUSICA RIBELLE UN’ILLUSIONE? di Alessio Boccali

E se quella della nascita del rock come musica ribelle fosse solo un’enorme truffa? Ebbene, c’è chi, come Eugenio Capozzi, docente di storia contemporanea, sostiene che quello del rock sovversivo sia soltanto “un mito costruito da una parte degli ex giovani vissuti attraverso un periodo di rivolgimenti politici e generazionali in Occidente nel tentativo di nobilitare quella stagione della loro vita e di accreditare l’idea che la cultura di massa, di cui essi sono stati fruitori, fosse meno massificata di quella delle altre generazioni e dei loro coetanei non politicizzati.”* Un mito questo, che rappresenta certamente un fatto storico rilevante, ma che a livello politico, sempre secondo Capozzi, ha ben poco da dire. Eppure, e questo non lo mette in dubbio nessuno, la cultura politica radicale e movimentista del decennio ’60 -’70 influenza fortemente la cultura musicale occidentale: suoni molto “emozionali”, che diffondono messaggi travolgenti, facilmente condivisibili, conformi allo spirito di unione “rivoluzionaria” dell’epoca. E allora dov’è la verità? Come sempre la soluzione sta nel mezzo. La natura ambivalente della musica rock, da una parte sound non addomesticabile e quindi, se vogliamo, ribelle e dall’altra prodotto di consumo di massa, ha dato vita ad un fenomeno caleidoscopico particolarmente complesso, in cui hanno convissuto, e convivono tutt’ora, gli apocalittici e integrati, di cui parlava Umberto Eco in altre occasioni. Ciò è ancor più evidente se prendiamo come punto di riferimento la musica italiana del solito periodo ‘60-’70. In quella, più che nelle altre forme culturali del nostro Paese, progressismo e passatismo si sono intrecciati in svariate combinazioni che hanno attratto le diverse tipologie di fruitori di musica. Tradizione melodica ed echi folklorici e cantautorali uniti sotto la stessa bandiera proprio come fratelli d’Italia. *Eugenio Capozzi in “Innocenti evasioni. Uso e abuso politico della musica pop 1954-1980”

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LE INTERVISTE

CAPAREZZA

“Devi fare ciò che ti fa stare bene…”

di Alessio Boccali

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C’era una volta Mikimix… età anni ’90: 1995 per l’esattezza. Michele Salvemini, nato a Molfetta ventidue anni prima, inizia la sua carriera musicale componendo brani melodici, che non convincono pienamente la critica e il pubblico. Ciò nonostante, la stoffa dell’artista non manca e dopo un paio di fugaci partecipazioni a Sanremo Giovani nel ’95 e nel ’96 ed un programma musicale su Videomusic, arriva una terza partecipazione nella categoria Nuove Proposte, che smuove qualcosa nella testa di Michele. Quello che sale sul palco è un ragazzo magro, con i capelli molto corti e con un accento pugliese ben marcato; il brano che canta, “E la notte se ne va”, è una ninna nanna rap stra-melodica e sdolcinata, che sembra veramente

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non aver nulla da chiedere. Come da copione, il pezzo scivola nel dimenticato… eccezion fatta per i meandri del web, che purtroppo non dimenticano nulla.

…poi, finalmente, venne Caparezza. «Egli fu Mikimix, cantante insignificante, dal cui autodisgusto nacque il sé stesso odierno.» (Autodefinizione di Caparezza) Dopo la pubblicazione di “La mia buona stella”, disco contenente anche il pezzo di Sanremo ’97, nella testa (e sulla testa) di Michele Salvemini qualcosa è definitivamente cambiato. Il ragazzo ha in mente un’altra idea di musica e sulla sua testa spunta una vaporosa acconciatura riccioluta accompagnata da un pizzetto nero. Da questo nuovo look nasce un singolare nome d’arte: Caparezza (letteralmente “testa riccia” in dialetto molfettese). Tra il

1998 e il 2000, la vena artistica del ragazzo di Molfetta inizia a colpire con dei fendenti ben assestati pubblico e critica, che iniziano a prestare attenzione a questo alieno venuto dal sud o, chissà, forse dalla luna. E “Vengo dalla Luna” è proprio uno dei brani che contribuisce al grande successo del primo periodo “caparezziano”. Esce nel 2004 insieme ad un altro brano cult del Capa come “Jodellavitanonhocapitouncazzo” e mette di nuovo K.O. le classifiche italiane, già conquistate dal singolo “Fuori dal tunnel”, contenuto nello stesso disco “Verità supposte”, e pubblicato solo qualche mese prima. È Caparezza-mania: TV, radio, palazzetti e grandi palchi sono tutti ammaliati da un personaggio straordinario, ironico, intelligente e magnificamente popular. La sua musica è un pop-rap travolgente e mai banale, le sue rime fanno buon viso a cattivo gioco; sono tremendamente crude e reali eppure lasciano sempre il sorriso sulle labbra. Michele Salvemini aka Capa-


LE INTERVISTE

foto di Robert Ascroft

CAPAREZZA

CAPAREZZA mzknews.com / MusicaZeroKm |

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LE INTERVISTE

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rezza, ha ormai conquistato tutti e i dischi successivi – TUTTI – da “Habemus Capa”, il lavoro più critico riguardo al suo passato nelle vesti di Mikimix, al più colto “Museica”, passando per l’album fonoromanzo (una sorta di colonna sonora del libro “Saghe mentali. Viaggio allucinante in una testa di capa” scritto dall’artista stesso) intitolato “Le dimensioni del mio caos” e l’irriverente e, più che mai, attuale “Il sogno eretico”, sono dei grandissimi successi.

Michele, però, c’è sempre stato. La storia di Michele Salvemini si potrebbe riassumere con la classica frase “Dalle stelle alle stalle”, ma si rischierebbe di rendere banale il tutto. La trasformazione operata dall’artista molfettese è frutto di una maturazione intelligente dovuta al suo amore per la musica e al forte bisogno di esprimersi attraverso questa; una maturazione che arriva a pieno compimento con il disco “Prisoner 709”, uscito a settembre e che rappresenta la summa delle esperienze artistiche e personali del Capa. Si tratta, infatti, di un disco maturo e molto riflessivo, ricco di quelle metafore semplici e, allo stesso tempo, intelligenti al quale il molfettese ci ha abituato, soprattutto, nella sua seconda vita artistica. Il tutto su una base pop/rap, che ora, spesso e volentieri, strizza l’occhio al rock e mette a nudo il Caparezza più intimo: quello timido che deve fare i conti con l’acufene e che spesso soffre di claustrofobia a causa della gabbia di convenzioni sociali, all’interno della quale noi tutti viviamo.

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Ah, a proposito di “Prisoner 709”… In occasione del meet&greet di Michele Salvemini aka Caparezza alla Discoteca Laziale di Roma, ho scambiato quattro chiacchiere con lui a proposito di questo nuovo album e non solo… Ciao Michele, partiamo subito dal titolo di questo nuovo lavoro: “Prisoner 709”. Hai spiegato che quel numero per te rap-

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foto di Robert Ascroft


LE INTERVISTE

«ABBIAMO LA PRETESA DI ESSERE VERI IN UN MONDO DOVE IN FONDO NON C’È NIENTE DI VERO.»

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presenta la dicotomia tra libertà (7 lettere) e prigionia (9 lettere), nella quale in mezzo c’è proprio questo disco (0 dalla forma a cerchio del CD). Possiamo dire che anche Michele (sempre 7 lettere) e Caparezza (sempre 9 lettere) sono per te libertà e prigionia? Sì, anche se non si sa chi rappresenti la libertà e chi la prigionia. Sono due ruoli diversi che rispecchiano un rapporto conflittuale; ognuno ha un ruolo nella vita con il quale ha un rapporto un po’ ostile. Stesso discorso per quanto riguarda la musica, per la quale nutro un rapporto conflittuale appunto: odio e amore. La musica certe volte la detesto, però la amo anche immensamente. Nel brano “Infinto” canti che “Solo accettando la finzione noi ritroveremo l’umanità…”. Cosa vuoi dire con questa frase? Voglio dire che il mondo virtuale in fondo non è così male; la finzione restituisce umanità a questo mondo, ti mette in pace col mondo. Non amo molto le persone sincere quando devono dirti una cosa brutta. A volte bisogna capire che se ti fanno un regalo di compleanno che non ti piace e tu gli rispondi “Ah, che bello…” nella tua finzione stai regalando a chi ti ha fatto quel regalo un po’ di umanità. Poi l’arte in generale è finzione ed io ne sono innamorato. Pensaci, abbiamo la pretesa di essere veri in un mondo dove in fondo non c’è niente di vero. I tuoi brani sono da sempre pieni di

riferimenti e citazioni a personaggi e situazioni molto “popular”. Perché? È la mia maniera per rendere più chiaro un concetto. Mi piace anche quando lo fanno gli altri; ad esempio, mi piace che un film viva anche dopo la sua proiezione, ovvero che il film “ricominci” quando faccio le ricerche sui suoi personaggi ed interpreti, sul periodo storico nel quale è ambientato… così mi piace l’idea che ciò possa accadere anche per una canzone: non ho capito quella parola, non conosco quel personaggio e allora vado a cercarmeli. La canzone non rimane più dentro lo stereo, ma comincia a perdere rivoli. Ultimamente sto leggendo “Come funziona la musica” di David Byrne e mi ha incuriosito molto la grande attenzione che il leader dei Talking Heads riserva al rapporto tra ambienti e musica. Per questo ti chiedo: quali sono i luoghi e i momenti adatti per ascoltare questo tuo nuovo album? Ce l’ho anch’io quel libro, ma non sono ancora riuscito a leggerlo perché un po’ mi spaventa: mi sembra un libro di ragioneria (ride, ndr). Comunque, come faccio a non dirti “la cella”? No, a parte gli scherzi, in una cella metaforica, in una condizione di claustrofobia. In una situazione così acquisisce maggiore significato anche “Ti fa stare bene”, il pezzo che parla dell’ora d’aria. Questo per arrivare ad una malinconica accettazione e, magari, a quel passetto successivo, che purtroppo però potrebbe anche non arrivare mai: la liberazione.

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CURIOSANDO

“The Boss” BRUCE SPRINGSTEEN di Francesco Nuccitelli

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THE BOSS...

Il soprannome “The Boss”, con la quale ormai da anni viene identificato Bruce Springsteen, deriva da fatto, che lo stesso Springsteen, distribuisse il compenso a fine serata fra i musicisti. In principio veniva utilizzato solo dai membri della band e dallo staff, un giorno tuttavia un giornalista sentì il modo con la quale veniva chiamato e lo diffuse fra i media. Ironicamente è stato chiamato così anche dall’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama nel 2009: “I’m the president, but he’s The Boss”

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DOPO UN CONCERTO...

Il 22 maggio 1997, terminato un concerto acustico al Teatro Augusteo di Napoli, i fan iniziarono a urlare così tanto, che dalle finestre del teatro si affacciò Springsteen e iniziò a suonare dando vita a un secondo concerto in strada (come successe già a Roma nel 1988).

UNA ROCKSTAR. DUE COPERTINE.

Springsteen è stata la prima rockstar ad apparire contemporaneamente sulla copertina di due settimanali importanti: il Newsweek e il Time. Era il 1975, Springsteen veniva dall’enorme successo di Born to Run.

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SPRINGSTEEN AND THE E STREET BAND

Tra il 1969 e il 1971 ricominciò a suonare con Steve Van Zandt, Danny Federici e Vini Lopez in una band che ebbe diversi nomi, fino a trovare un nome definitivo “Bruce Springsteen and The E Street Band”. Tale Band si sciolse nel 1989 (dove Springsteen utilizzo un’altra band “The Other Band”), per riformarsi quasi un decennio dopo, nel 1999.

THE BOSS AND THE BLUE COLLAR

Dopo l’album “Darkness on the Edge of Town” (uno dei grandi progetti discografici dell’artista), Bruce Springsteen venne definito come il cantante dei “blue collar”, ovvero dei colletti blu, i cosiddetti operai. Per questo gesto si guadagnò il titolo di “working-class hero”, ovvero l’eroe della classe lavoratrice.

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LE INTERVISTE

U A ’ L Il ritorno sfolgorante di L’Aura con

Foto di Cosimo Buccolieri

“Il Contrario dell’Amore”

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un concept album tutto da gustare ispirato alla musica degli anni ‘60, ‘70 e ‘90.


LE INTERVISTE

A R U

di Francesco Nuccitelli

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n’assenza lunga 6 anni e nonostante i vari impegni, tra una presentazione e l’altra ci ha concesso un’intervista:

Ciao L’Aura, innanzitutto complimenti per questo tuo nuovo album, sentendolo ho notato delle forti sonorità vintage, come mai questa scelta? Il primo brano che abbiamo arrangiato è stato “La meccanica del cuore” ed è venuta così bene che abbiamo deciso che la strada da percorrere era questa. Avevo già fatto cose simili su altri dischi così abbiamo deciso di fare un disco più pop, che però ricordi le cose che ci piacevano negli anni ‘60, ’70, fino ad arrivare agli anni ’90. Anche perché musicalmente sono cresciuta alla fine degli anni 90.

Attualmente è in rotazione radiofonica il brano, “La meccanica del cuore” e nel testo citi: “il cuscino celeste, quello dei passi falsi…”. Cosa vuole suggerire quest’immagine? Il “cuscino dei passi falsi” è quel cuscino dove la sera ti riposi e ricordi tutte le cose terribili, insomma i rimpianti che ti vengono fuori prima di andare a letto: gli ultimi pensieri prima di dormire, quelli che ci ricordano tutto ciò che abbiamo fatto, anche le cose stupide, che fanno comunque parte della vita. Per questo disco hai collaborato con uno dei migliori ingegneri del suono: Michael Brauer. Com’è stato lavorare con lui? Sì! È stata un’esperienza molto forte, ma se devo essere sincera, devo dire che ho collaborato con due ingegneri del suono molto bravi: uno appunto è Michael Brauer e l’altro è italiano e si chia-

ma Pino Pischetola, in arte Pinaxa, che è veramente eccezionale. Sono stata contenta di registrare a New York con Brauer, è stata una bella esperienza, molto utile soprattutto per il produttore che è anche mio marito. A posteriori, comunque, trovo che non abbiamo nulla da invidiare ai fonici americani; insomma anche noi stiamo messi bene. Non c’è da guardare sempre fuori nella musica, bisogna ascoltarne tanta e farsi influenzare anche dalla musica internazionale, però non c’è da cercare l’esterofilia a tutti i costi. Il tuo ultimo album si chiama per l’appunto il “Contrario dell’amore”, ma per te cos’è il contrario dell’amore? Se l’avessi saputo, avrei usato una parola specifica (ride ndr). Il contrario dell’amore è tutto ciò dell’amore che non si vede e non si capisce, ma che però c’è. Le famose due facce della medaglia. Ultima domanda, questo album esce a 6 anni di distanza dal tuo ultimo lavoro. Quanto pensi di essere mancata alla musica? Questo me lo devi dire tu, me lo deve dire il pubblico non posso rispondere io. … e quanto ti è mancata la musica? In realtà non ho mai smesso di suonare, non mi è mai mancata la musica in casa, però mi è mancato molto il contatto con il pubblico. Un saluto da L’aura per i lettori di MZK news Un saluto a tutti i lettori di MZK news da L apostrofo Aura (l’Aura). mzknews.com / MusicaZeroKm |

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INDIE

ELISA ROSSI La forza del suono nel mio “ECO” di Alessio Boccali

Foto di Massimo Di Scoccio

Il carpe diem è applicabile a 360° nella vita. Anche se la musica rimane per sempre, cogliere l’attimo nel quale arriva l’ispirazione è importante. Come dice il ritornello “Viviamo quest’istante…”, cioè viviamo del qui ed ora, accogliamo ciò che ci capita perché probabilmente non tornerà. Vivere alla giornata è un po’ la mia filosofia di vita. Ciò, naturalmente, non vuol dire non essere padroni della propria vita, ma semplicemente accoglierla così com’è.

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lisa Rossi è una cantautrice ed interprete poliedrica in continua evoluzione. Nata a Rimini, ma oramai romana d’adozione, ha alle spalle una gavetta di tutto rispetto, costellata da belle e importanti soddisfazioni come la vittoria al Musicultura 2007 o il Premio Bianca d’Aponte 2014. Nel suo C.V. anche un’esperienza televisiva ad X-Factor e la partecipazione ad un musical di successo come “Hair”. Nell’ultimo anno grande protagonista della sua carriera artistica è stato “Eco”, il suo ultimo disco pop elettronico pubblicato con l’etichetta IndieSoundsBetter. Ciao Elisa, com’è stato il percorso che ha portato a questo “Eco” e cosa rappresenta per te questo disco? Come spesso mi capita, il percorso è stato abbastanza tortuoso. Questo disco, arrivato dopo un periodo di allontanamento dalla musica, è stato un’esplosione emotiva di ciò che volevo comunicare. Per questo si chiama “Eco”, perché rappresenta la forza del suono che riempie tutto ciò che ha intorno con la sua energia spirituale per poi ritornare alla mia anima. Il tuo “Niente è per sempre” è un grande inno al cogliere l’attimo. Quanto è applicabile questo motto nel mondo della musica?

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Ne “I giganti” parli di Roma, la mia e quella che oramai è anche la tua città, cosa rappresenta per te questa metropoli? Roma ha rappresentato fin da subito una grande sfida, un grande campo di battaglia contro me stessa per sconfiggere i miei limiti. Per una ragazzina che deve affrontare sé stessa, delle sfide lavorative e personali per raggiungere i suoi obiettivi, Roma è davvero un gigante. Ho lottato tanto e a volte mi sono trovata molto spaesata, ma tutto ciò mi ha aiutato davvero tanto a crescere. Ultimamente stiamo assistendo ad una grande ondata indie che ha portato una ventata di freschezza nella musica italiana. Pensi che questo abbia aiutato anche i cantautori come te e la vostra libertà espressiva? Dipende da come intendiamo l’indie. Se parliamo di ex-indie diventati improvvisamente pop, in realtà, il loro successo è un po’ un’arma a doppio taglio. Non ci si riscopre pop, ci si evolve nei vari generi semmai. Io stessa sono partita dal jazz, passando per il pop, il cantautorato ed ora ho incontrato anche la musica elettronica. Personalmente mi sento un’artista molto libera, con i pro e i contro che ciò comporta; voglio continuare ad esprimermi appieno, con tutta la mia personalità. Oggi il pubblico è sicuramente molto più attento ai cantautori e questa è sicuramente una nota positiva perché c’è bisogno di riportare in auge tutta la storia del cantautorato. Com’è l’emozione di portare per la prima volta sul palco i brani che hai appena pubblicato? Sono sempre felicissima. Spesso la mia manager mi dice di inserire qualche cover nella mia scaletta, ma, benché in passato l’abbia fatto tranquillamente, oggi credo talmente tanto in quello che sto facendo, soprattutto grazie a quest’ultimo disco con il quale credo di aver centrato il mio obiettivo espressivo, che ho deciso di non fare cover negli ultimi live. Voglio che la gente si abitui ad ascoltare sempre cose nuove, le menti devono essere aperte e pronte ad accogliere.


Officina Pasolini #Concerto

Viaggio in Italia Cantando le nostre radici

A cura di Tosca, Felice Liperi e Paolo Coletta Supervisione musicale di Piero Fabrizi Regia di Massimo Venturiello

4 Novembre ore 21.00 IL GIALLO A ROMA - FILM CULT

Officina Pasolini #Proiezione

L’assassino

Regia di Elio Petri Interverranno Steve Della Casa e Antonio Ferraro

15 Novembre ore 21.00 Officina Pasolini #Teatro

L’ora dell’alt

Ideazione e Progetto Emanuele Marchetti e Sacha Piersanti Testi poetici Giorgio Caproni (da , Garzanti, 2016) Regia di Emanuele Marchetti

19 Novembre ore 18.00 20 Novembre ore 21:00 IL GIALLO A ROMA - FILM CULT

Officina Pasolini #Proiezione

I corpi presentano tracce di violenza carnale

Regia di Sergio Martino Interverranno Sergio Martino, Steve Della Casa, Antonio Ferraro

24 Novembre ore 21.00 Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini - Teatro Eduardo De Filippo Viale Antonino di San Giuliano - angolo Via Mario Toscano (zona Ponte Milvio)

INGRESSO GRATUITO FINO A ESAURIMENTO POSTI

WWW.OFFICINAPASOLINI.IT


EVENTI

“MEI” UN NUOVO PUNTO

DI RIFERIMENTO L’INTERVISTA A GIORDANO SANGIORGI, PATRON DELLA MANIFESTAZIONE di Alessandro Sgritta

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iao Giordano, a Faenza a fine settembre c’è stata la 23° edizione del MEI, il Meeting delle Etichette Indipendenti, puoi fare un bilancio, com’è andata? Bene, molto bene. Non poteva andare meglio. Convegni di qualità affollatissimi sulla Festa della Musica, con la WIN Associazione Mondiale Discografici Indipendenti per la prima volta in Italia e con i principali circuiti dei festival a significare che il MEI prosegue a essere punto di riferimento nazionale per l’aggiornamento professionale del settore. Teatro stracolmo con il Premio dei Premi che valorizza dieci giovani cantautori, vincitori di festival dedicati a grandi cantautori scomparsi in un mix tra tradizione e innovazione di grande impatto. Piazza centrale piena per i 40 anni degli Skiantos con migliaia e migliaia di persone senza dimenticare una grande attenzione a nuovi artisti affermati come España Circo Este e Canova, premiati per i live e i dischi fatti. Poi la valorizzazione di tanti giovani artisti emergenti su tanti palchi come Claver Gold, Roberta Giallo, Black Snake Moan, Cortex, Blùmia e tantissimi altri per innovare come sempre la nuova musica. Quando sei arrivato alla 20° edizione avevi detto che l’indie era morto e non aveva più senso fare il MEI, poi cos’è successo? È rinato? Sì esattamente così: è la ventitreesima

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IL MEETING DELLE ETICHETTE INDIPENDENTI

edizione ufficiale e il Mei 2017 è oggi il Mei delle nuove generazioni ed è quindi rinato e ha trovato nuova linfa con una nuova generazione che se ne è appropriata. Qual è secondo te oggi la differenza tra indie e mainstream? Ha ancora senso? Ha un senso ancora più forte oggi di un tempo dal punto di vista produttivo. Di fronte a un mercato globale che punta a far vendere a 3-400 artisti la stessa musica in tutto il mondo per avere il massimo dei profitti, essere produttori indipendenti oggi significa tutelare il “made in italy” della musica che altrimenti rischia di scomparire insieme agli investimenti per i giovani esordienti. Poi dal punto di vista stilistico molti produttori indipendenti vogliono conquistare le classifiche pop e si danno a prodotti leggeri che conquistano le classifiche… è una scelta. Cosa pensi della nuova scena indie italiana? C’è ancora spazio per un certo tipo di musica più coraggiosa e “sperimentale” o si sta andando solo verso il commerciale? (che sia pop, rap o trap, ricordo di aver sentito parlare di Ghali la prima volta al MEI due anni fa…) Siamo in una fase involutiva per mille motivi: la crisi economica che spinge le persone a cercare prodotti musicali rassicuranti più che innovativi, l’innovazione tecnologica che ha cambiato la fruizione della musica passata da un


EVENTI progetto musicale ampio a uno “one shot” di un brano solo e il ricambio generazionale che ha accantonato la centralità della chitarra rock valorizzando di più le basi rap e le basi di elettronica. Sono cambiamenti epocali che si riflettono anche sui live, che per gli stessi motivi vedono funzionare maggiormente gli artisti singoli come rapper, cantautori e dj. Oggi l’impegno paga meno di 20 anni fa quando la scena indie italiana esplose al ritmo delle posse su cassetta, vinile e cd impegnate politicamente e socialmente, ma resta che una certa musica riesce a conquistare comunque un grande pubblico anche senza mai passare dai grandi media, vedi i casi di Mannarino, Motta o Brunori. Ghali è stata una nostra scoperta e rappresenta la trap di nuova generazione intelligente e colta sia musicalmente che nel linguaggio e nell’approccio sociale e culturale. Oltre ai giovani emergenti avete sempre dato spazio anche ad artisti un po’ dimenticati dalla televisione e dal grande pubblico di massa, è una vostra missione?

Sì perché penso che dobbiamo avere la memoria della musica indipendente italiana, altrimenti si rischia che si pensi che gli anni Ottanta erano solo Raf e gli anni Novanta solo Max Pezzali con la cancellazione della memoria alternativa.Credo che così noi teniamo acceso un faro su chi ha pioneristicamente costruito questa scena alla quale si rifanno molti giovani di oggi. La Piazza del Popolo di Faenza con migliaia di persone strapiena a ballare le canzoni di 40 anni fa degli Skiantos significa che quella fiamma è ancora viva. Ci puoi parlare delle tue recenti produzioni come editore con la Materiali Musicali? Sono usciti i nuovi dischi dei Piccoli Animali Senza Espressione “Sveglio fantasma” e del mitico Miro Sassolini, indimenticabile voce dei Diaframma, con “Del mare la distanza”… Sì e ne sono orgoglioso, due grandi dischi pieni degli echi migliori dei suoni alternativi degli anni ottanta. Un lavoro fatto naturalmente più per passione che per utile economico, ma che voglio proseguire a

fare. Quindi chi avesse progetti musicali in cantiere può inviarmeli! Mi piacerebbe tra l’altro fare un grande evento per i 40 anni della New Wave Italiana il prossimo anno con Garbo e tutti i principali esponenti italiani dell’epoca… Hai già in mente alcune idee per la prossima edizione del MEI? Si avvicina la 25° edizione, continuerà anche il Forum del giornalismo musicale? Sì, idee come sempre me ne escono tantissime, e certamente ne vedremo di nuove come ad esempio il lancio di “Romagna Mia” in spagnolo che faremo con i Kachupa e Tonino Carotone, per citarti una curiosità importante sulla quale stiamo lavorando per il mercato latino. Infine, il Forum del Giornalismo Musicale avrà un suo appuntamento coi giovani legati all’online a Roma e sta lavorando a coordinarsi come associazione. Stiamo facendo passi avanti importanti anche qui. Ma ti aspettiamo con tutti i vostri lettori a MEIllenials a Roma dal 21 al 23 dicembre!

I Premi degli Indipendenti per i giovani al Monk Con il supporto del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura” Dopo il successo del Mei 2017 a Faenza a fine settembre, la storica kermesse di musica indipendente ed emergente in Italia giunta alla ventitreesima edizione con circa 30 mila presenze all’attivo anche quest’anno il 21, 22 e 23 dicembre il MEI arriva al Monk di Roma con MEIllennials, I Premi degli Indipendenti per i Giovani, per l’Ultima Festa Indie dell’Anno! La tre giorni sarà una occasione speciale per i Premi PIMI e PIVI, indirizzati ai giovanissimi nuovi artisti della scena musicale indipendente ed emergente, a cui si aggiungerà la Festa di compleanno della rivista musicale ExitWell, arrivata a spegnere le 5 candeline! Il MEIllennials è rivolto ai giovani e giovanissimi musicisti, che stanno affacciandosi adesso al complesso mondo della Musica: durante la tre giorni si esibiranno, grazie a un contest esclusivo,le future leve musicali provenienti dai licei e dalle scuole di musica; inoltre, non mancherà la formazione, che prevede incontri, seminari e workshop per la formazione professionale nel settore musicale.

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I PROFESSIONISTI DEL SETTORE

MTVmusic & VH1 con il music editor MARCO DANELLI

di Alessio Boccali

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“Q

uando la musica diventa lavoro rischiano di cambiare diverse cose nel rapporto con essa. Per non rovinare il proprio rapporto con la musica bisogna saper separare bene ciò che ci piace da ciò per cui si lavora. Nel mio caso questa separazione è ancor più fondamentale che in altri lavori dell’industria musicale. Quando lavoro non sono più “io che ascolto la musica che voglio” ma devo diventare un pubblico, devo immedesimarmi in diversi tipi di persone, considerando che i miei ipotetici fruitori avranno gusti molto differenti dai miei. La musica che trasmetto deve avere dellecaratteristiche oggettive, sociali e funzionali.”

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iao Marco, cosa significa esattamente essere un music editor oggi? Come è nata questa tua professione? Significa veicolare la musica verso i giusti percorsi e canali di fruizione, per fare in modo che il pubblico entri in contatto con la musica che desidera o che desidererà ascoltare nel futuro prossimo. Ho cambiato spesso l’immagine mentale della mia professione: in questo momento storico la vedo come un grosso imbuto che ha il compito di filtrare solo le produzioni musicali interessanti per un determinato scopo. Da un primo e più magnanimo imbuto musicale sono ri-filtrate da altri imbuti sempre più piccoli e specializzati, da cui alla fine esce solo il meglio per la messa in onda dei vari programmi che gestisco. È un po’ quello che sognavo di fare da ragazzo quando non volevo rinchiudermi in un genere musicale. Sapevo che da qualche parte questa passione musicale multiforme avrei dovuto provare ad usarla per lavoro. Non ci ho mai sperato troppo, è solo quando sono stato ammesso al Master in Comunicazione Musicale [dell’Università Cattolica di Milano] che ho cambiato ottica e son diventato più consapevole dei miei mezzi. Poi da lì è stato tutto più veloce, ancor prima che finissi le lezioni del Master ottenni un colloquio per uno stage a MTV, che è dove quest’anno festeggio dieci anni di lavoro. Lavori con due giganti dei video musicali in TV: MTV e VH1. Quali caratteristiche deve possedere un video per essere adatto alla rotazione televisiva? Non ci sono delle leggi scritte. Sicuramente deve dialogare con il contesto musicale contemporaneo, deve aver qualcosa da dire ad un pubblico difficile come quello attuale e deve risultare godibile all’interno di una successione di altri video musicali per un pubblico eterogeneo. Fondamentale è l’equilibrio dei suoi aspetti: la fotografia è un elemento importante ma spesso viene sottovalutata in favore di scelte registiche decisamente troppo ambiziose, oppure alcuni video si scollano completamente dalla canzone o dall’ artista che stanno rappresentando, perdendo per strada l’obiettivo primario di saper comunicare l’immaginario della canzone e dell’interprete. L’unico banale requisito imprescindibile è puramente tecnico, cioè che la clip sia in un formato audio/video idoneo ad una messa in onda televisiva: HD broadcast. Poi meglio che il


I PROFESSIONISTI DEL SETTORE

“Gli ascoltatori di oggi hanno diverse chiavi di lettura per poter entrare nel mondo e nel linguaggio dei loro artisti preferiti. Spesso vogliono accedere alle loro vite, al loro stile, hanno fretta, vogliono scorciatoie.”

video non sorpassi i 5 minuti... Cosa deve avere invece un artista oggi per “sfondare” nel mondo della musica? Basta il talento o serve anche, e forse soprattutto, essere dei personaggi? Serve saper comunicare qualcosa che porti l’ascoltatore istintivamente oltre la singola canzone; bisogna creare un’immagine di sé e del proprio contesto in grado di coinvolgere ragazzi iperconnessi ed iperstimolati. Catturare il loro interesse, distinguersi. Gli ascoltatori di oggi hanno diverse chiavi di lettura per poter entrare nel mondo e nel linguaggio dei loro artisti preferiti. Spesso vogliono accedere alle loro vite, al loro stile, hanno fretta, vogliono scorciatoie. Allo stesso tempo però non sono fedeli; i Millenials si disinnamorano facilmente, vogliono sempre qualcosa in più, qualcosa di diverso. Questo non significa che un artista debba inondarci di instagram stories e di infiniti post facebook, o fare 4 videoclip al mese per paura di non essere abbastanza “presente”. La chiave del successo è la capacità di sapersi comunicare completamente al proprio ipotetico pubblico, riuscendo ad essere unici ma sempre sé stessi, originali ma credibili, degli idoli ma anche degli amici, delle persone di talento ma pur sempre persone “normali”. Per concludere: qual è stato l’artista che più di tutti ti ha fatto innamorare della musica ? Non riesco a rispondere a cuor leggero a questa domanda. Non ho un gruppo o un cantante preferiti ma mi vien sempre facile affermare che devo molto ai Depeche Mode e al loro lavoro con il fotografo/regista Anton Corbijn su cui ho scritto la tesi universitaria. Un tipo di rapporto artistico che mi affascina e che sintetizza bene la capacità di saper comunicare con il proprio pubblico. Hanno creato qualcosa che va oltre le can-

zoni, hanno costruito un immaginario ricco di stile, dettagli e significati. Un altro esempio di collaborazione creativa che mi affascina è quella di Storm Thorgerson coi Pink Floyd su cui è basato un altro mio scritto accademico. Per poi arrivare al mondo dei Tool e di Maynard James Keenan e delle sue contraddizioni, che sono di certo qualcosa in più di una semplice successione di note e parole in versi. …e qual è, secondo te, il “nome nuovo” di cui sentiremo parlare sicuramente nei prossimi anni? Più che altro ho delle speranze, nell’ hip hop spero venga definitivamente fuori anche da noi Loyle Carner. Quando l’ho visto performare dal vivo due anni fa era un giovanissimo ragazzino, praticamente solo e sconosciuto sul palco, con di fronte un mucchio di persone a cui ha saputo tener testa con naturalezza. Ne sono rimasto stregato. Poi in un contesto più “suonato” vorrei che si distinguessero i The Vryll Society, una band di ragazzi giovanissimi di Liverpool che fanno psychpop con una specie di bambino prodigio alla chitarra. Ed infine vorrei che Michael Kiwanuka entrasse davvero nei grandi nomi della musica contemporanea, già aver suonato prima dei Radiohead quest’anno lo porta ad un altro livello di notorietà ma son sicuro che può andare ben oltre. Per quanto riguarda la musica nostrana dico LIM, l’ex Iori’s Eyes sta costruendo un suo mondo audiovisuale splendido e di respiro internazionale. E poi vorrei che si imponesse il progetto Yombe, questo duo di napoli che fa elettro-pop sul cui disco ho diverse aspettative. Entrambi questi due sono stati programmati molto sui nostri canali grazie al progetto Mtv New Generation, la piattaforma di MTV che seleziona artisti emergenti e gli da spazio sia su internet che in Tv. mzknews.com / MusicaZeroKm |

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INDIE

WRONG ON YOU IL GIGANTE BUONO DELLE MONTAGNE di Alessandro Sgritta

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o incontrato Wrongonyou (alias Marco Zitelli) all’Home Festival di Treviso dove ha suonato, tra gli altri, con The Libertines ed Afterhours. Ecco il resoconto della nostra chiacchierata. Ciao Marco, hai iniziato a scrivere canzoni nel 2013 ed hai avuto subito una risposta molto positiva tramite Soundcloud; un professore di Oxford ti ha addirittura invitato a registrare 4 brani nello studio dove hanno iniziato anche i Radiohead. Dopo il tuo demo “Hands”, poi, hai firmato con la Carosello ed è uscito l’EP “The Mountain Man”, come mai questo titolo, vivi in montagna? Io sto ai Castelli Romani, ma apprezzo molto il silenzio montano. Mi sono immaginato questo tipo che vive nelle montagne come nel film “Into the wild” diretto da Sean Penn, l’ambientazione è quella. L’EP doveva essere un disco poi ho fatto una scrematura e ho pensato che era giusto fare uscire solo i brani che più mi rappresentavano in quel momento… Tra i brani, “The Lake” è stata presa come colonna sonora di una serie tv… Sì, una serie tv giapponese intitolata “Terrace House: Aloha State”, trasmessa da Netflix; sinceramente ancora non l’ho mai vista però. Comunque è andato molto bene anche in radio (Deejay, Radio2) e in tv (VH1, MTV music). Grazie a quel singolo e a “Let me down” sono stato per due volte artista del mese per MTV New Generation. So che questa estate hai suonato anche al Primavera Sound di Barcellona… Sì e la cosa bella è che appena ho toccato la chitarra mi sono ritrovato tutti gli italiani sotto al palco: è stata un’esperienza un po’ patriottica. Anche l’affetto dei ragazzi spagnoli e delle altre nazioni è stato grande; mi sono venuti a fare i complimenti, volevano foto, ecc. Ho avuto un bello spazio al tramonto: 40 minuti chitarra e voce.

Artista del mese per MTV New Generation con “THE LAKE”

&“LET ME DOWN” 22 |MusicaZeroKm / mzknews.com

Dopo “The Mountain Man” è uscito il singolo “I don’t want to get down” e stai preparando un nuovo disco, quando uscirà? Non so ancora quando uscirà, l’ho già registrato a Los Angeles con Michele Canova, mentre l’EP l’avevo registrato ai Castelli Romani da Impronte Records a Rocca Priora, che è il mio studio di riferimento, un posto magico. Esci dallo studio e ti ritrovi in mezzo a un bosco, l’ambiente che più mi ispira. Come mai la scelta di Michele Canova come produttore, hai cambiato genere? Forse, ancora non lo so. È stato un esperimento, ci siamo trovati. Tra noi c’è una stima reciproca e, anche grazie a lui, il mio genere sicuramente si è sviluppato. Il disco sarà più pop, ma anche “The Lake” secondo me è molto “pop”, nel senso dei Radiohead, l’idea era quella… Grazie Marco, buona fortuna e a presto col nuovo album. Grazie a te e un saluto ai lettori di MZK news.


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I PROFESSIONISTI DEL SETTORE

IL MESTIERE DEL

TALENT SCOUT “È bene che a parlare sia sempre la musica: i talenti sono talenti, questo vale per tutti, che si tratti di una major o di un’etichetta indipendente.”

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I PROFESSIONISTI DEL SETTORE

CE LO RACCONTA MARCELLA MONTELLA La A&R di Sony Music Italia

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arcella Montella è una professionista del settore musicale; da qualche anno lavora come A&R per Sony, una delle maggiori etichette discografiche internazionali, e vive 24 ore su 24 a contatto con la musica… Ciao Marcella, in cosa consiste esattamente la tua professione di Junior A&R? E come è nata questa tua professione? Ciao Alessio! Il mio ruolo di A&R manager consiste più generalmente nello scovare nuovi talenti e nell’intrattenere rapporti con gli artisti: li supportiamo nel loro sviluppo e nella loro crescita artistica. In pochissime parole: il lavoro più bello del mondo! È davvero ciò che ho sempre sognato di fare e ciò a cui aspiravo sin da bambina; motivo per cui i miei studi sono stati totalmente focalizzati sulla musica: dalla laurea in DAMS al master in comunicazione musicale, che sicuramente mi è stato di grandissimo aiuto per la mia formazione. Come dicevamo, hai frequentato un master di comunicazione musicale.

di Alessio Boccali Qual è la prima cosa che pensi debba imparare chi vuole lavorare nel mondo della musica? Penso sia fondamentale avere innanzitutto una buona cultura musicale, essere al passo con i tempi, capire cosa funziona nel corrente periodo storico. E poi, a mio parere, è molto importante conoscere bene i ruoli del settore. Quel master, tra le tante cose, mi ha dato la possibilità di avere una visione più chiara dell’industria musicale, anche se mettersi in gioco sul campo resta la palestra migliore. Lavori in una di quelle etichette cosiddette major (Sony n.d.r.), quale pensi sia la differenza tra lo scovare un talento per una major piuttosto che scovarne uno per una piccola etichetta discografica indipendente? Sicuramente la differenza più importante tra le due realtà la possono fare i mezzi a disposizione. Per il resto, non credo che oggi ci sia un’enorme differenza nello scouting tra major e label indie. È bene che a parlare sia sempre la musica: i talenti sono talenti, questo vale per tutti, che si tratti di una major o di un’etichetta indipendente.

Nella società odierna è più facile emergere facendosi strada sul terreno virtuale di Internet oppure c’è ancora maggiore attenzione, da parte di voi addetti ai lavori, agli artisti che si esibiscono nei club? Credo che la nostra attenzione ancora oggi si concentri su entrambi i “terreni”. Oggigiorno le piattaforme digitali come Spotify e soprattutto YouTube permettono indubbiamente a chiunque di mettersi in gioco facendo ascoltare le proprie canzoni o solo la loro voce cantando delle cover. Sicuramente è più semplice per gli artisti farsi notare, e per noi addetti ai lavori può essere più immediato trovarli. Per concludere: qual è l’artista che più ti ha fatto innamorare della musica e quale il videoclip che ti è rimasto maggiormente impresso nel tuo percorso da fruitrice di musica? Le canzoni di Jovanotti e di Pino Daniele hanno segnato la mia infanzia e forse son stati i primi a farmi capire quanto veramente fosse potente ed emozionante la musica. Mentre il videoclip che più mi ha spiazzata e che continua ancora oggi a farlo è sicuramente quello di “Thriller” di Michael Jackson.

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FOCUS

ANALISI DEI TESTI di Alessio Boccali

BIRDY – SKINNY LOVE

GHALI – NINNA NANNA

Una canzone d’amore fuori dagli schemi coverizzata magistralmente da Birdy (l’originale è dei Bon Iver). Nessun trionfo di baci e cuoricini, ma un insieme di immagini sfocate che dipingono a tinte nostalgiche un amore fragile, uno “Skinny love” per l’appunto. Questo brano è la cronaca del momento in cui ci si accorge che le cose non possono più andare avanti in una determinata maniera e si cerca di voltare pagina, nonostante i ricordi del passato brucino come sale su una ferita aperta: “Come on, skinny love, just last the year, pour a little salt you were never here […] Staring at the sink of blood and crushed veneer”./ “Vieni, amore scarno, resisti fino alla fine dell’anno, versa un po’ di sale (sulla ferita), (convinciamoci) che non siamo mai stati qui […] Sto fissando la bozza di sangue e la vernice scrostata (ciò che resta del nostro amore)”. Eppure tutto questo cinismo, questa amara presa di posizione pian piano svanisce ed anche la voce di Birdy si fa più flebile ripensando al passato, ai tentativi fatti per tenere a galla la situazione: “And I told you to be patient, and I told you to be fine, and I told you to be balanced, and I told you to be kind, and now all your love is wasted. Then who the hell was I?” / “Ti ho detto di essere paziente, tranquillo, equilibrato, gentile e adesso tutto il tuo amore è sprecato. E allora chi diavolo ero io?”. Nel finale l’iceberg di cinismo si scioglie completamente e la voce della cantante inglese si fa ancora più dolce e malinconica mentre si domanda che cosa ne sarà di quell’amore fragile, che fino a ieri le sembrava senza alcun valore: “Who will love you? Who will fight? And who will fall far behind? Come on, skinny love…” / ”Chi ti amerà? Chi combatterà (per te)? Chi sarà (da te) lasciato indietro? Torna da me, amore fragile…”.

Cari amanti del rap, benvenuti nell’era del trap. Inutile nascondersi. Se il rap sta conquistando una fetta di pubblico sempre più rilevante, gran parte del merito è di una sua evoluzione: il trap appunto. Esponente di spicco di quest’ondata è l’italo-tunisino Ghali; un profilo che ha convinto pubblico e critica. “Ninna nanna” è il suo cavallo di battaglia, la canzone che l’ha fatto conoscere al grande pubblico. Stiamo parlando di un brano fortemente autobiografico, nel quale Ghali racconta in rima le rivincite ottenute con i suoi primi successi: “Sono uscito dalla melma, da una stalla a una stella. Compro una villa alla mamma e poi penserò all’Africa, figlio di una bidella con papà in una cella. Non è per soldi, giuro, wallah”. È una rivalsa sociale la sua; l’urlo soddisfatto di chi ce la sta facendo nonostante i bastoni tra le ruote, che gli hanno ostacolato la strada. Un successo ancor più prezioso perché libero da costrizioni anzi, figlio di un’apertura mentale e di una libertà di pensiero alla quale Ghali non intende certo rinunciare: “Io sono fuori: Brexit, fluttuo come un backflip, non sono un politico, io non cerco consensi. Fuck ciò che pensi…”. Tuttavia non è tutta “rose e fiori” la ninna nanna del rapper . D’altronde, come affermato nel testo, il flow di Ghali assomiglia ad un raptus, tagliente e spietato, e non può non tener conto del rovescio della medaglia del successo: la paura che sia tutto un sogno destinato a finire al suono della sveglia. “Zio, vogliono conoscerti se fai successo, ma poi quando è finito, dimmi che è successo?” è quindi la domanda che il rapper si pone unitamente ad un dubbio che sa di una certezza e nella testa di Ghali si esplica così: se un giorno tutto ciò finisse, questo bisogno di esprimermi come lo sazio?Insomma “Questo flow a chi lo do?”

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IALS L

o IALS – Centro danza musica teatro – nasce con lo scopo di contribuire in modo significativo alla formazione ed al perfezionamento professionale di alcune categorie artistiche, in particolar modo è rivolto ai danzatori e ai coreografi. “Nel centro si respira aria di arte in tutte le sue forme, camminando per i corridoi, nel vociare delle persone, nei vari stili, fino all’aula di riferimento, dove sparisce tutto il resto, sparisce la confusione e il tutto diventa solo arte in movimento.” Tutte le attività a favore dei professionisti sono iniziate nel lontano 1962, con diverse iniziative che lo IALS ha promosso e sviluppato nel corso degli anni, sempre in costante sintonia con le più attuali esigenze di aggiornamento dei professionisti, rispondendo alle domande di una solida formazione di base, sia per i semi-professionisti, che per tutti coloro che desiderano acquisire gli elementi propedeutici per le diverse discipline dello spettacolo. I corsi sono rivolti non solo ai danzatori, ma anche agli artisti del coro, i solisti e professori di orchestra jazz e si svolgono durante tutto l’anno, sia con le lezioni di training giornaliero, che con seminari complementari. Altre importanti attività, come quelle di studio, ricerca e documentazione, affiancano quelle dei corsi e ne rappresentano un corollario di fondamentale importanza culturale. Lo IALS è convenzionato con i maggiori teatri romani: Teatro Quirino, Teatro Brancaccio, Teatro Olimpico, Teatro Valle, Audi-

torium Parco della Musica ecc. Potrete avvicinarvi al mondo IALS, SABATO 23 Settembre 2017, a partire dalle h.10,00 fino alle h.21.00, quando, in tutte le sale si ospiteranno le lezioni dimostrative gratuite, dalla durata di un’ora, con lo scopo di promuovere le attività agli storici ed ai nuovi frequentatori dello IALS. Per prendere parte alla giornata gli utenti pagheranno 10,00 euro (tesserino giornaliero incluso) e potranno partecipare a tutte le lezioni. In settimana verrà annunciato il programma delle lezioni della giornata, che verrà riportato sia sul sito ufficiale WWW.IALS.ORG, che su Facebook, quindi attenti!

Via Cesare Fracassini, 60 Roma TEL/ 06/3236396 segreteria@ials.info /

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è aperto dalle 9 alle 23 tutti i giorni domenica compresa

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Classico, moderno, jazz, contemporaneo, balli da sala, burlesque, danze etniche, danze popolari irlandesi, danze orientali, flamenco, latino americani, breakdance, hip hop e su richiesta corsi di rilassamento, yoga e tecniche di respirazione


DANCE MUSIC

GENERATION La rubrica di Musica Elettronica

DAVE CLARKE “The Baron of Techno” fra alchimie, esperimenti e indipendenza

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oto anche come “Il Barone Rosso”, tradotto dalla lingua d’Inghilterra che quarantanove anni fa gli diede i natali in quel di Brighton, David Maurice Clarke è stato e continua imperterrito ad essere un pilastro della scena electro e techno del pianeta, sebbene a tutto ciò egli sia rimasto continuamente estraneo, coltivando il proprio eclettismo attraverso studio, applicazione, strumentazione e la voglia di scacciare ogni forma di malessere interiore. È un’artista, Dave, ma soprattutto un uomo, un appassionato, un professionista serio e poliedrico, tanto da far invidia al miglior Van Gogh per brillantezza e genialità. Già, perché da oltre vent’anni i suoi set sconvolgono le arene e le folle di mezzo mondo: dal Fuse Club in Belgio, agli Awakenings d’Olanda, passando

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di Carlo Ferraioli

per il Rex francese e l’Arches scozzese. Definito “barone” da John Peel, conduttore radiofonico britannico per la BBC, nonché storico amico per il quale ha da sempre, in seguito alla scomparsa, rinnovato l’immensa stima e la condivisione di idee e spunti su musica e società, David Maurice ha tolto il velo lo scorso ottobre sul suo terzo album, The Desecration of Desire, dopo un’attesa durata anni e la forza di un titolo che mostra una carica forse inesplosa, la voglia, la grinta, ma a volte anche l’amarezza, la solitudine, la malinconia: “la desolazione del desiderio”, letteralmente, con dieci tracce che, come qualcuno ha amato affermare, vanno ben oltre la pista da ballo, riepilogando carriera, successi, stili e la voglia di non fermarsi mai. Gelosamente innamorato della propria vocazione anarchica, del dar conto solo ed unicamente a sé stesso, l’artista inglese nutre in fondo uno spirito solidale, democratico, sensibile, che poco

sembrerebbe poter trapelare dai ricami delle proprie mani, ma che invece rifiorisce ad ogni intervista, ad ogni singola domanda sul passato, che possa riflettere il ricordo di un’età, di un’epoca, di un percorso che l’ha portato ad essere, partendo dal vendere scarpe, remixer di: Depeche Mode, Death in Vegas, Fisherspooner, Leftfield, Underworld e Laurent Garnier. Soddisfazioni, tante, accompagnate sì da errori, ma anche e soprattutto dall’unico vero propellente che l’uomo Dave abbia mai utilizzato, la droga più forte di tutte: la libertà, la passione per essa e l’autonomia. L’arte del djing, quattordici anni dopo, riproposta in tutta la sua efficacia dall’etichetta Skint, portata all’orizzonte dopo sacrifici, la vita di Amsterdam, le notti insonni e i continui viaggi; le paure, le soddisfazioni, le date e la gente in visibilio. Il tutto guidato da un’unica speranza, un’unica aspirazione: dare musica al proprio ritmo. Dare voce alla propria voce.


DANCE MUSIC

TOUR DATES:

11.11 MIND CLUB, Empoli, ITALIA 17.11 KOMPASS, Gent, BELGIO 18.11 TIVOLI VRENDENBURG, Utrecht, OLANDA 19.11 LE SUCRE, Lione, FRANCIA 1.12 HABITAT, Limerick, IRLANDA 2.12 TRESOR, Berlino, GERMANIA 8.12 BOOGALOO, Zagabria, CROAZIA 9.12 VILLAGE UNDERGROUND, Londra, UK 15.12 LENOX, Lussemburgo, LU 16.12 INDEX, Dublino, IRLANDA 22.12 REX CLUB, Parigi, FRANCIA 27.1 LUXOR, Arnhem, OLANDA

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FOCUS

CONTROLLER MIDI Touch pad, suoni e tecniche: capiamoci meglio

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di Carlo Ferraioli

on l’acronimo MIDI (Musical Instrument Digital Interface) si va anzitutto a far riferimento a ciò che è la definizione formale, insomma il protocollo standard per lo scambio e l’interazione di strumenti musicali elettronici, anche attraverso l’ausilio di PC. Tale sigla va a definire meglio il codice adoperato dai sintetizzatori per comunicare fra loro e può significare sostanzialmente due cose, un linguaggio informatico, come dicevamo prima, oppure una vera e propria interfaccia hardware, che permetta ai vari dispositivi di determinare un collegamento fisico col quale interagire. È proprio su questo punto che andremo a soffermarci maggiormente, osservando come, a differenza di una prima e passata sperimentazione iniziale, oggi, accanto alle più semplici tastiere di una volta, esistono e vengono utilizzati tanti altri pulsanti, ovvero altri tipi di controlli fisici, fra i quali i pads, i konbs/pots e i faders; tasti invece più specifici sono ad esempio i comandi di movimento, di bank change, di program change, di shift e così via, giusto per snocciolarne qualcuno. È bene dire, prima di continuare, che ogni tastiera ha una fisionomia ed un profilo diversi a seconda del tipo di mappatura per cui è stata predisposta che, tradotto, significa a seconda dell’utilizzo che il possibile acquirente/fruitore debba o voglia farne in seguito all’acquisto. Bene, lo sviluppo tecnologico e cognitivo, in questo campo, ha cambiato la vita professionale di tanti producer ai quali è stato aperto un mondo di innumerevoli e possibili scelte, a seconda di intenti, budget e stili. Non più utilizzati semplicemente e solo per attivare, innescare sample o tappare battiti. I migliori controller

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attuali svolgono quindi una funzione quasi autoreferenziale, andando ad essere praticamente loro stessi degli strumenti, con i quali comporre e registrare bassline, melodie e accordi. E fra questi, fra i migliori, vorremmo annoverarne qualcuno: Ableton Push 2, ad esempio, che dispone di una griglia a 64 pads (pulsanti) in grado di riprodurre e registrare clip melodiche e beat drum rack, oltre che facilitare la navigazione di dispositivi, preset e suoni. Altro controller degno di nota è Native Instruments Maschine, il quale viene fornito direttamente con un proprio software di accompagnamento e che, quindi, può tranquil-

lamente essere inteso come uno strumento a sé stante. Infine, a termine di questa breve “rassegna commerciale”, troviamo il controller MIDI della QuNeo, la cui peculiarità è l’essere dotato di ben 251 LED e 27 touch-based controls, fra cui pulsanti, cursori e manopole rotanti: dicono prometta bene, e non solo per le luci.


Cosa offriamo?

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CURIOSANDO

RADIO CAROLINE Il rock entra dentro i fili della radio… di Alessio Boccali

“Anno1964. Ronan O’Rahilly dà vita alla prima radio pirata”

“I

l Rock è trovare chi sei” ha affermato Gene Simmons dei KISS durante un’intervista qualche anno fa. Eppure non la pensava così l’opinione pubblica britannica dei primi anni ’60 del ‘900. La musica rock, così come tutto il resto delle produzioni indipendenti, infatti, non trovava spazio sulle emittenti radio tradizionali, le quali ospitavano solo artisti delle grandi case discografiche e, a causa di rigidi vincoli sulla musica originale, ricorrevano spesso a cover suonate da orchestre apposite. La loro funzione era prettamente pedagogica e quella del rock, ai benpensanti dell’epoca, sembrava tutto fuorché musica adatta a questo scopo. Come hanno fatto, allora, artisti come Beatles, Rolling Stones, Who, Kinks… ad imporsi sulla scena radiofonica britannica?

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Quella che sto per raccontarvi è una delle favole più importanti della storia della musica. Anno 1964. Un giovane imprenditore musicale di nome Ronan O’Rahilly, stanco del monopolio statale sulla musica imposto dalla BBC, decide di colmare quel vuoto culturale e musicale del suo paese rendendo reale quell’ “isola che non c’è” adatta ad ospitare la trasmissione di musica pop e rock. Sfruttando una lacuna normativa per la quale la legislazione del Regno Unito finiva pochi km dalle coste, O’Rahilly realizza quindi una propria stazione radio sull’acqua; per la precisione su una nave passeggeri danese di 700 tonnellate, la MV Fredericia, formalmente registrata a Panama e quindi sotto il controllo della legislazione, molto più permissiva, della nazione del Centro America. Ecco allora che alla

fine del marzo 1964, Chris Moore e Simon Dee, i primi conduttori di questa radio marittima, da un attracco al largo delle coste dell’Essex, a sud-est dell’Inghilterra, annunciano l’inizio delle trasmissioni dalla MV Caroline, così chiamata da O’Rahilly stesso in onore della piccola Caroline Kennedy. Fu subito un successo straordinario: gli speaker trasmettevano la loro musica preferita e molte star dell’epoca – tra cui addirittura i Beatles - erano così attratte da quest’esperimento da figurare come special guest durante le trasmissioni. Una storia, quella di Radio Caroline, che è impressa nell’immaginario collettivo come la favola romantica della radio pirata per eccellenza e che ha ispirato molti prodotti culturali: come, ad esempio, il film “I love Radio Rock”. Molti provarono ad imitare la lezione di Radio Caroline; alcuni ci riuscirono, altri no, poi per fortuna la programmazione delle radio, cosiddette ufficiali, iniziò ad aprirsi ad ogni realtà musicale. Resta il fatto, però, che tutto partì da qui, la trasmissione di musica rock in radio partì da qui…


I PROFESSIONISTI DEL SETTORE

RADIO ROCK

…e proprio in radio il rock coltiva la curiosità musicale A tu per tu con Emilio Pappagallo, station manager di Radio Rock 106.6

C

iao Emilio, subito una domanda secca. Qual è il filo conduttore della vostra programmazione musicale? Qui a Radio Rock c’è una grandissima libertà per quanto riguarda i contenuti: argomenti di discussione o musica. Ciascuno speaker porta la sua personalità e le sue idee musicali. Salvaguardando il fil rouge che ci lega rappresentato dal rock. Naturalmente una linea editoriale c’è ed è frutto di una scelta compatta. Siamo una radio mainstream con un grande bacino di utenza, che però mantiene l’indole indipendente e ribelle del rock. È questa la nostra forza e la nostra differenza rispetto ai più grandi network. Poi anche il legame col territorio romano è un nostro grande punto di forza… Che ne pensi delle web radio? Il panorama che viene subito da fare è quello con gli anni pionieristici dell’FM in Italia, c’è quello stesso spirito di proporsi in un settore poco regolamentato e che quindi è ancora un po’ una giungla nella quale è difficile emergere. Dal web comunque escono fuori cose molto interessanti frutto di quella libertà, che anche noi cerchiamo di conservare sull’FM. Mi permetto di dire che, con i costi odierni di una radio FM, per noi tenere viva questa libertà è una sfida ancor più coraggiosa, una sfida che va avanti da ben 34 anni per far capire che esiste un’alternativa valida ai grandi network. Siete media partner di molti eventi di musica live, quanto è difficile far uscire di casa le persone e portarle ad ascoltare musica live? Promuoviamo eventi, ma non li orga-

di Alessio Boccali

nizziamo, perché pensiamo che ognuno debba fare il suo mestiere e il nostro è fare radio. Spostare persone su un evento è veramente difficile: sia per la grande mole di eventi che ci sono, e questo è anche un

Muro Del Canto e i loro progetti solisti... e ti ho citato solo gli artisti “scoperti” negli ultimi anni. Naturalmente, quando c’è stato bisogno, ci siamo anche accodati agli altri nella diffusione di prodotti validi, non

“Sicuramente non è rock l’intolleranza...” bene, ma anche per le tante alternative tecnologiche, che fanno sì che si ragioni su numeri molto più bassi per i live. L’importante comunque è proporre proposte musicali credibili e di qualità. Negli anni avete tenuto a battesimo parecchi artisti… Sì, ti faccio qualche nome: gli Arcane Roots, che hanno aperto anche ai MUSE, i Public Service Broadcasting oppure gli Alt-J, che a febbraio suoneranno al Palalottomatica. Per quanto riguarda gli artisti nostrani, a Radio Rock possiamo dire di aver lanciato radiofonicamente Caparezza. Su Roma, poi, non posso non citarti Il

abbiamo la pretesa di essere i primi per forza se di mezzo c’è un progetto di valore. Ultimo domandone: com’è cambiato il rock dagli anni ’60-’70 ad oggi? Il modo più corretto per interpretare il rock e per farlo sopravvivere è quello di intenderlo al di fuori dei canoni musicali veri e propri. Rock è musica di rottura degli schemi e quindi, per esempio, è molto più rock chi non fa rock nel senso stretto degli anni ’60-’70, ma ha dentro di sé la voglia di innovare e di innovarsi senza porsi frontiere. Sicuramente non è rock l’intolleranza, bisogna sempre coltivare la curiosità musicale. mzknews.com / MusicaZeroKm |

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LE INTERVISTE

L’intervista a

ROBERTO CASALINO di Francesco Nuccitelli

R “La grandezza dell’autore sta nell’avere pazienza, nel non imporsi di scrivere qualcosa ad ogni costo.” 34 |MusicaZeroKm / mzknews.com

oberto Casalino non è solo un autore di successo, ma anche cantautore dalla spiccata sensibilità. Con il singolo “Errori di felicità” intende ripresentarsi al grande pubblico proprio in queste vesti. Nei giorni scorsi l’abbiamo raggiunto telefonicamente per un’intervista.

Ciao Roberto, attualmente sei uno degli autori più amati, hai scritto per tantissimi interpreti come Giusy Ferreri, Marco Mengoni e tanti altri. Com’è scrivere per artisti così diversi tra loro? Partiamo dal presupposto che io scrivo per me stesso, non scrivo mai su commissione pensando a chi sarà destinata la canzone. L’aspetto creativo nasce dall’urgenza di comunicare, di dire qualcosa, di raccontare certe emozioni: tutto ciò che racconto è autobiografico. Successivamente, nel momento in cui mi accorgo che il pezzo può essere adatto ad un artista in particolare, gli propongo il brano. Poi bisogna considerare se l’artista in questione apprezza il brano, se lo sente suo dato che comunque non è facile interpretare un brano che non hai scritto tu. Certo è che scrivere per tutti questi artisti è un privilegio ed un grande onore. Perché il lavoro dell’autore viene considerato meno rispetto a quello dell’interprete? È chiaro che l’interprete ci mette la faccia e soltanto i grandi estimatori di musica o i più curiosi tendono a spulciare e a vedere chi ha scritto la canzone. Faccio l’autore dal 2008, ma devo dire che negli anni la figura dell’autore è stata sdoganata, tanto che anche la stampa e i media hanno iniziato a mettere in luce gli autori. Possiamo comunque dire che l’autore è una sorta di ghost writer; lui scrive di nascosto e il cantante ci mette la faccia. Come nasce una canzone? Io non sono uno che si alza la mattina e decide di scrivere una canzone, non l’ho mai fatto e non so se ne sarei in grado. Non sono un artigiano della scrittura, scrivo quando avverto un


LE INTERVISTE

“Le mie canzoni, i miei “Errori di Felicità” guizzo: può capitare in ogni momento. Alcune canzoni le ho scritte mentre ero in fila al supermercato, altre alle poste, camminando per la città… Mi appunto sempre qualunque cosa, che potrebbe tornarmi utile. La grandezza dell’autore sta nell’avere pazienza, nel non imporsi di scrivere qualcosa ad ogni costo. Oltre ad essere un autore sei anche un raffinato cantautore. Da poco è uscito il tuo nuovo singolo “Errori di felicità”, ce ne parli un po’? È un brano molto viscerale e in quest’era, nella quale la maggior parte dei prodotti hanno virato su un sound più elettronico, ho cercato di recuperare le mie radici anni 90’ e ho fortemente voluto che questo singolo, che anticipa l’album in uscita a gennaio, fosse tutto suonato. Quindi circa un anno fa sono andato in studio con dei bravissimi musicisti ed è nato questo pezzo. Ad oggi, il tuo ultimo album risale al 2014, come mai hai aspettato tanto per rimetterti nelle vesti di cantautore? Ho continuato a scrivere e a mettere da parte canzoni per me e per altri artisti. Ci sono state delle vicissitudini che mi hanno portato a chiudere la collaborazione con il mio ormai ex produttore e quindi mi sono preso del tempo per riordinare le idee e per capire in che direzione volevo andare. Non avevo fretta di uscire con un nuovo album, la maggior parte delle persone mi conoscono come autore e quindi ho avuto la possibilità di prendermi il tempo necessario per poi pubblicare un brano come “Errori di Felicità”, che mi rappresenta in toto. Ci puoi già anticipare qualcosa del tuo nuovo album? Per il momento non posso dire molto, se non che sarà un album molto suonato e che “Errori di Felicità” è il manifesto di questo disco. Le tracce racconteranno in qualche modo ogni aspetto della mia sensibilità, come un quadro che rappresenti quello che sono in questo momento. Un album di cui sono entusiasta e che mi sono autoprodotto credendo in me stesso e con il talento di Marta Venturini, che ha arrangiato e realizzato tutte le tracce del disco.

“Le tracce dell’album racconteranno in qualche modo ogni aspetto della mia sensibilità...” mzknews.com / MusicaZeroKm |

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MUSIC STYLE

VAPORWAVE LA MUSICA DI INTERNET

S

e ultimamente sul folle web vi siete imbattuti in immagini fluo con font particolari e delfini volanti, magari accompagnate da musiche anacronistiche e psichedeliche, non vi preoccupate: avete probabilmente trovato qualcosa di appartenente alla Vaporwave. Esatto, perché se nello scorso numero vi avevamo parlato della Synthwave, corrente musicale che si rifà ai gloriosi anni ’80 per creare sonorità nuove, quando si parla di Vaporwave non ci si limita alla sola musica, ma si fa riferimento ad un’intera estetica. Nata come satira e critica verso la società consumistica neoliberista, la Vaporwave nasce nel grembo dello stesso internet, tra 4chan e Reddit, per poi venire pienamente alla luce solamente negli ultimi anni: secondo il Chicago Reader, infatti, la prima comparsa “pubblica” di questo genere pare risalire al 2011 con l’album New Dreams LTD di Laserdisc Visions, etichettato con il neologismo “vaporwave” da un produttore texano, un tale Robin Burnett. Ma come suona questa vaporwave? Beh, c’è da dire che accanto ad un’esplicita critica alla musica contemporanea pop e dance commerciale si accompagna una fortissima fascinazione verso i passati anni ’80 e ‘90, similmente alla synthwave. Le sonorità vaporwave, infatti, non solo riescono a creare un connubio incredibile tra future funk, newretrowave e summermusic, ma trovano ispirazioni anche nell’hypnagogic pop, nella lounge music, nello smooth jazz e soprattutto nella cosiddetta elevator music (quella, appunto, tipica degli ascensori e delle sale d’attesa). Non mancano però anche le contaminazioni puramente elettroniche, con suoni ripresi direttamente dai glitch e dai suoni generati da ogni tipo di

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Di Gianluca De Angelis

apparecchiatura, dai modem 56k ai videogiochi 8-bit. Una nota importante, però, è che gran parte della produzione musicale che si associa alla vaporwave consiste nel prendere tracce e musiche iconiche creandone versioni “rallentate”, magari con l’aggiunta di qualche campionamento di suoni elettronici e computerizzati; un effetto che si può ottenere facilmente anche in casa e semplicemente con l’utilizzo di un computer. Questo comporta una notevole differenza rispetto ad altre correnti elettroniche, perché, se anche dietro la synthwave c’è un discreto giro economico, per quanto riguarda la vaporwave ci troviamo davanti a veramente pochi artisti “ufficiali”, ai quali si accompagnano un’enorme quantità di produzioni anonime. Rimane il fatto che nel secondo caso si tratta di tracce rudimentali e raramente orecchiabili, mentre per quanto riguarda i produttori alle spalle c’è un grosso lavoro e preparazione artistica. Per la cronaca, se non avete mai ascoltato questo genere, dato che il primo approccio potrebbe essere alquanto traumatico vi consiglio di cominciare da artisti come Black Banshee, Saint Pepsi, Luxury Elite, Vektroid e James Ferraro. Chi conosce anche solo un minimo la vaporwave sa però anche che gran parte di ciò che la caratterizza è il suo immaginario e, appunto, la sua “estetica”: i video e le immagini di questa corrente riprendono infatti tutto ciò che abbiamo detto fino adesso per creare un vero viaggio sotto sostanza psicotrope fatto di surrealismo, cyberpunk, retro-futurismo e addirittura dadaismo.

Il risultato è una commistione di scenari diversissimi, che compaiono insieme per creare immagini assurde: si va dalle statue grecoromane alla glitch/8-bit art, ma anche anime, VHS (preferibilmente “scrosciate”), la vecchia tecnologia Macintosh e Windows, e a dominare il tutto caratteri giapponesi che rimandano ai romanzi postmoderni di Banana Yoshimoto. C’è da dire, però, che tutte queste manipolazioni audio-video alle basi della NET. ART che compone la vaporwave, in fondo, funzionano alla grande: le sonorità sono accattivanti e soprattutto danno la sensazione, cosa assai rara al giorno d’oggi, di stare ascoltando qualcosa di veramente innovativo e poco importa se tutto questo immaginario che le circonda sembra uscito da qualche sogno fatto dopo aver mangiato troppo pesante. Il brutto, il fastidioso e il vecchio si plasmano e si trasformano in funzione dell’ “a e s t e t h i c s” (scritto rigorosamente in questo modo): un’estetica nuova, strana e originale che si fa portavoce di una sfavillante decadenza postmoderna. A dominare su tutto l’indecifrabilità e la capacità di “vaporizzare” i generi, confondendo le masse e ponendosi in una propria dimensione di caos allucinato, psichedelico e critico.


LUOGHI DI CULTO

FOLK STUDIO

di Francesco Nuccitelli

LA STORIA DELLA MUSICA A ROMA 38 |MusicaZeroKm / mzknews.com


I

l Folkstudio non è stato solo un semplice locale di musica, ma uno dei grandi trampolini di lancio per i giovani artisti emergenti del panorama musicale romano e non solo. Il locale nacque nel 1961 per mano di Harold Bradley e originariamente era collocato in uno scantinato di via Garibaldi (Zona Trastevere). In principio il locale era lo studio-cantina del pittore americano e proprio Bradley stesso, in questo spazio faceva sì, che si riunissero tutti i giovani artisti emergenti del periodo: pittori, artisti e musicisti provenienti da ogni parte del globo. In pochi anni il locale divenne un circolo culturale privato vittima di diverse denunce per disturbo della quiete pubblica durante le “riunioni”, nonostante ciò tale

LUOGHI DI CULTO

iniziativa ebbe un grande successo. Durante i vari incontri venivano trattati tutti i generi musicali senza alcuna distinzione: dalla musica popolare, passando per il jazz fino alla canzone d’autore. In una sola serata poteva capitare di spaziare dalla musica celtica a quella brasiliana, dalla canzone d’autore a quella politica, dal folk al blues. Insomma, il locale concedeva la possibilità ai giovani di esprimersi nella piena libertà musicale, senza condizionamenti commerciali. Tra i grandi che hanno suonato in questo luogo storico della Roma popolare, si dice che vi si sia esibito anche un giovanissimo e sconosciuto (all’epoca) Bob Dylan, e che proprio qui, con la sua inseparabile chitarra, abbia fatto ascoltare le sue prime composizioni.

Dopo diversi anni, Bradley tornò in America e la direzione del locale passò interamente a Giancarlo Cesaroni (anche lui tra i soci fondatori), il quale volle inaugurare una nuova stagione musicale. Lo stesso Cesaroni dedicò una sezione esclusiva agli esordienti della canzone d’autore e fu allora che diversi cantautori - oggi dei BIG della musica nostrana - resero pubblici i loro primi brani ed espressero in musica i loro pensieri. Pensate che nel celebre locale hanno suonato e mosso i primi passi, artisticamente parlando, artisti del calibro di Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Ernesto Bassignano, Mimmo Locasciulli, Rino Gaetano, Gianni Togni, Edoardo De Angelis, Giorgio Lo Cascio, Sergio Caputo, Grazia Di Michele e tanti altri…

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LE INTERVISTE

L’INTERVISTA A LUIGI SALVAGGIO Dalla Sicilia, a Castrocaro e… oltre

Il nome di Luigi Salvaggio è stato inserito nell’albo d’oro dei vincitori del festival di Castrocaro, il secondo festival più importante d’Italia, nel quale l’artista siciliano ha fatto apprezzare le sue grandi doti canore. Nei giorni scorsi l’ho raggiunto per un’intervista telefonica. di Francesco Nuccitelli

C

iao Luigi, innanzitutto complimenti per la vittoria del festival di Castrocaro Terme. Com’è stato trionfare in un festival così prestigioso? È stato un qualcosa di inaspettato, non pensavo di poter vincere un festival del genere; soprattutto visto i concorrenti di questa edizione. È arrivata la vittoria e mi sono ritrovato con il mio nome scritto nell’albo dei vincitori del festival di Castrocaro ed è spettacolare. Hai definito il tuo brano “Il silenzio delle stelle”, una preghiera spontanea per riflettere sul senso della vita. Domandona da un milione di dollari: qual è per te il senso della vita? Per me ruota tutto attorno ad una frase:

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“Baciarsi un po’ più forte, guardarsi da vicino e fare come una madre con il suo bambino”. Ogni cosa deve essere mossa dall’amore e dalla passione, senza questi ingredienti la vita non è nulla. Se si pensa che ne parla anche Dante: “L’amor che move il sole e l’altre stelle…” Al festival eri l’unico rappresentante della Sicilia, una bella responsabilità eh… Una grossa responsabilità, infatti prima di partire ero già stato chiamato da diversi giornali e televisioni siciliane. Dicevano: guarda hai delle grandi responsabilità, hai il peso della Sicilia sulle spalle. Mi avevano fatto salire l’ansia. Non mi sarei mai aspettato tutto ciò. Hai la possibilità di accedere alle sele-

zioni finali per la sezione nuove proposte Sanremo, in quell’occasione presenterai un nuovo brano, che cosa ci puoi anticipare? Purtroppo non posso anticipare nulla. Posso dire solo che ci sarà un bel tema. Non so che possibilità ci siano, ma spero di rientrare nei primi 8 per andare alla fase finale di Sanremo giovani. Di certo, io ce la metterò tutta. Ultima domanda: quali saranno i tuoi progetti futuri? Uscirà un album, usciranno nuovi singoli e quindi il lavoro non finirà con Sanremo. Abbiamo in mano qualcosa su cui lavorare e dobbiamo lavorarci a fondo perché sarà un anno pieno.


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SPAZIO MUSICA a cura di Alessio Boccali & Francesco Nuccitelli

NOME: GIULIA’S MOTHER TITOLO: HERE GENERE: POP/ROCK Registrazione in presa diretta che produce un suono ovattato d’altri tempi, che strizza l’occhio al genere ambient. In “Here” il duo torinese Giulia’s Mother ci trasporta in un locus amoenus attraverso delle immagini musicali semi-oniriche ispirate alle teorie di Stephen Hawking. Un disco che vive di alti e bassi ritmici, tra folk/rock ed intense ballad, tra momenti di sofferenza e momenti di panacea, mantenendo sempre il livello qualitativo alto e l’ascolto assai piacevole e coinvolgente. Undici tracce + una bonus (una cover intimista di “Long long long” dei Beatles) da ascoltare seduti sul divano coperti da un plaid.

NOME: IL BATTELLO EBBRO TITOLO: NON SO ESSERE ALTRO CHE VENTO GENERE: ROCK “Non so essere altro che vento” è il primo album della band il Battello Ebbro, un continuo viaggio nella musica, una condizione di vita bisbigliata, quasi sussurrata e intimistica, ma al contempo di forte impatto visivo ed emotivo, sotto la forma più libera e liberamente comunicativa attraverso la quale il portavoce assume un triplice ruolo di cantante, di scrittore, di musicista. Il disco è invaso da delicate sonorità rock progressive che si fondono al cantautorato, al pop e al folk. Un disco interessante, che mette in mostra tutta la bontà del rock italiano grazie anche ad una profondità nei testi da non sottovalutare.

NOME: GODBLESSCOMPUTERS TITOLO: SOLCHI GENERE: ELETTRONICA Elettronica calda che penetra i “Solchi” di una vita, come fosse un vinile analizzato al microscopio, e la racconta. La musica è una costante presenza, l’ultima speranza alla quale appellarsi sempre. Godblesscomputers naviga nel tempo alla ricerca delle musicassette lasciate a impolverare in soffitta e partorisce un suono caleidoscopico tra synth analogici, kalimbe, chitarre jazz, scratch, campionature e voci evanescenti. Il tutto impreziosito da collaborazioni e jam session di grande livello. Un disco nuovo anche nella sua passione amarcord, un calderone di influenze che mescolano il punto di arrivo e quello di partenza di questo viaggio musicale.

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MUSIC PROMO

PROMOZIONE ARTISTI INVIATE LE VOSTRE PRODUZIONI: press.spaziomusica@gmail.com

NOME: REMO ANZOVINO TITOLO: NOCTURNE GENERE: CLASSICA La delicatezza di questo album è incredibile. Remo Anzovino con il suo disco “Nocturne” crea una narrazione emozionale nella solitudine umana e contemporaneamente racconta la bellezza della vita e le contraddizioni della realtà odierna. Un disco cosmopolita, registrato tra Tokyo, New York, Londra e Parigi, ricco di collaborazioni che ne esaltano il tutto. Il compositore con questo progetto cerca di emozionare il suo pubblico, cercando di descrivere la solitudine umana e al tempo stesso la bellezza della vita. Uno di quegli album imperdibili, da ascoltare in quelle notti pensierose dove solo la musica sa essere una fedele compagna.

NOME: LA MASCHERA TITOLO: PARCOSOFIA GENERE: CANTAUTORATO POP Storie del popolo, storie di eroi comuni provenienti dalla strada. In “ParcoSofia” La Maschera mescola la realtà alla fantasia tenendo sempre ben piantati i piedi per terra, le radici nel cemento. È un disco popolato di storie questo, undici brani che partono da Napoli per arrivare in Africa – grazie alla collaborazione col senegalese Laye Ba – per raccontare la vita quotidiana e i suoi protagonisti: dignitosi e coerenti eroi della porta accanto. Un gioiello culturale che invita alla ricerca continua della felicità. Da ascoltare e riascoltare con la testa e col cuore.

NOME: LUCA GEMMA TITOLO: LA FELICITÀ DI TUTTI GENERE: CANTAUTORATO FOLK “La felicità di tutti”, è il nuovo album del cantautore Luca Gemma. Un album molto ritmato, caratterizzato da un forte mix tra folk, rock e la canzone d’autore e dal grande valore morale nella continua ricerca di un’utopia: la felicità di tutti. Un grande progetto, un disco che ti entra dentro e che intona un vero e proprio canto alla vita un messaggio importante, dall’indubbio valore. Il brano “la felicità di tutti”, che dà il nome all’album è un canto di gioia, che trasmette un concetto forse troppo avanti per i tempi d’oggi: la speranza.

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I PROFESSIONISTI DEL SETTORE

” D E G G U L P N “SPAGHETTI U LA DIREZIONE ARTISTICA DI

A TU PER TU CON GIANMARCO DOTTORI

di Alessandro Sgritta

“Q

uesta realtà nasce con l’idea di essere una serata inclusiva completamente controtendenza ai famigerati salottini musicali dove può suonare solo l’amico dell’amico. Abbiamo corso il rischio di lasciare il palco letteralmente aperto a chiunque e questo ad oggi ha portato i suoi frutti.”

C

iao Gianmarco, mi racconti la tua esperienza al MEI di Faenza, com’è andata? Benissimo! È stata un’esperienza decisamente nuova per me e per Spaghetti Unplugged. Abbiamo portato l’open mic fuori da Roma, come facemmo lo scorso anno a Torino durante il Reset Festival. In quei due giorni Faenza è diventata una piccola Capitale dei Buskers: tre palchi in varie piazze della Città dove abbiamo fatto suonare più di cinquanta artisti in due giorni

Domenica 15 ottobre è ripartita la quinta stagione di “Spaghetti Unplugged: il saloon romano della canzone” al Marmo di San Lorenzo, puoi spiegare brevemente a chi non la conosce di cosa si tratta? È una follia. Lavorare otto ore di domenica sera piuttosto che starsene seduti comodamente sul divano a vedere il posticipo di Serie A non può

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che considerarsi tale. A parte gli scherzi, Spaghetti negli anni è diventata una serata di riferimento per tantissimi artisti romani e non solo. A me piace pensare a “quel” palco come ad un terreno sul quale ognuno può gettare un seme da coltivare. A presentare le serate c’è Valentina Correani, attrice e conduttrice televisiva, qual è il tuo ruolo? La affianchi anche come presentatore o fai “solo” il cantautore-direttore artistico? Con Valentina ormai ci conosciamo da qualche anno e lei è il volto di Spaghetti. È un’amica e una professionista da cui un po’ tutti abbiamo imparato. Anch’io osservandola ho cominciato a capire come migliorare sia la conduzione che l’atteggiamento sul palco. Ecco, mi trovo nella duplice funzione di conduttore e direttore artistico, ovviamente insieme a Davide Dose con cui abbiamo iniziato anni fa questa avventura. Mi sento un po’ come Gianluca Vialli Player-Coach ai tempi del Chelsea.

Negli anni scorsi avete avuto ospiti anche artisti poi diventati molto conosciuti come Thegiornalisti, Giulia Ananìa, Motta, ecc. ricordi qualche duetto o jam in particolare che ti è rimasta in mente? Abbiamo avuto in 5 anni davvero tantissimi ospiti e amici: da Riccardo Sinigallia, a Noemi, ai Kings of Convenience fino ad avere i recentissimi vincitori di Talent come Giò Sada e Michele Bravi, oltre ai già citati Thegiornalsiti e a tanti protagonisti della cosiddetta “scena romana”. La Jam session è la reale sorpresa della serata… può succedere davvero di tutto! Uno dei ricordi più belli riguarda la domenica in cui celebrammo David Bowie da poco scomparso e ci ritrovammo sul palco io, Francesco Forni, Ilaria Graziano, Marco Fabi, Leo Pari e Matteo Gabbianelli (kuTso) a suonare “The Man Who Sold the World”. Nel secondo appuntamento ci sono stati Tosca e alcuni giovani artisti che vengono direttamente dall’Officina Pasolini, volete diventare una sorta di “palestra”


I PROFESSIONISTI DEL SETTORE

“Decidemmo allora di procedere in una direzione ostinata e contraria a tutto ciò che di brutto stava accadendo, così nacque Spaghetti Unplugged”

live per gli allievi della scuola? C’è bisogno di spazi dove suonare e fare gavetta… Noi già lo siamo una palestra… e non solo! Quando iniziammo l’avventura di Spaghetti, Roma stava vivendo un momento buio: molti locali storici della città come il The Place ed il Circolo degli Artisti avevano appena chiuso. Roma stava perdendo dei punti di riferimento fondamentali per la sua scena. Decidemmo allora di procedere in una “direzione ostinata e contraria” a tutto ciò che di brutto stava accadendo, così nacque Spaghetti Unplugged. Con i ragazzi di Officina Pasolini e con Tosca è nata una collaborazione quasi spontanea qualche anno fa. È un progetto bellissimo guidato da un’artista eccezionale con una visione davvero pura di questo mestiere. È un luogo (quello dell’officina) dove un ventenne può confrontarsi con esperti del settore e imparare e formarsi con docenti come Niccolò Fabi e Joe Barbieri.

foto di Silvano Ti

Cosa pensi della nuova scena indie-pop italiana e soprattutto romana? C’è molto fermento in questi ultimi anni, penso ad artisti come Calcutta, I Cani, Gazzelle, Giorgio Poi, Joe Victor, gli stessi Thegiornalisti… Sono stato testimone (come musicista e direttore artistico) di qualcosa che si era perso o meglio si era “arrestato” fino a diventare un vero e proprio “movimento”: la “scena romana” che a mio avviso Spaghetti ha contribuito a far germogliare. È stato quasi magico vedere artisti come i Thegiornalisti, con cui condivido un’amicizia decennale e tantissimi altri come Joe Victor, Wrongonyou, piuttosto che tanti altri realizzare dei progetti artistici di livello nazionale. La svolta vera credo sia stata quella di voler condividere e giocare di squadra piuttosto che isolarsi. La prima volta che ho avuto la sensazione di aver costruito qualcosa di diverso e di vivere un momento “storico” per la scena musicale il 24 marzo 2016 quando organizzammo Spaghetti-Decathlon,

una maratona/manifesto al Quirinetta, dove siamo riusciti a radunare quanto di meglio in quell’anno stava girando per Roma con una risposta di pubblico senza precedenti. Tu invece solitamente fai pezzi pop “leggeri”, ma ultimamente ti sei avvicinato anche alla canzone folk romana, stai lavorando a un nuovo disco al momento e quando uscirà? Ho sempre cercato il pugno nello stomaco e la verità dietro ad ogni canzone. Sono abbastanza onesto in quello che scrivo e racconto nelle mie canzoni. La gente sente il bisogno di identificarsi in un brano o in un artista e fingere è sicuramente l’opzione peggiore. Ultimamente mi capita di assistere a “trasformazioni” artistiche di alcuni colleghi che mi lasciano perplesso. Personalmente sto sempre lavorando ad un disco nuovo! Sono in una bellissima e proficua fase di scrittura; ho voglia di fare qualcosa di completamente nuovo che sta prendendo piano piano forma. mzknews.com / MusicaZeroKm |

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I PROFESSIONISTI DEL SETTORE

“Per fare una programmazione artistica hai a disposizione due strade: la strada più redditizia di accodarsi alla moda del momento e così diventare una succursale dei grandi networks oppure prendersi dei rischi portando delle idee nuove e degli spettacoli diversi: insomma dare un’alternativa. Io ho scelto la seconda strada…

MUSICA DA CLUB JACOPO RATINI & MONS’N’MUSIC

C

di Alessio Boccali

iao Jacopo, com’è nata l’idea del giovedì musicale con MONS’N’MUSIC? L’idea è nata nel 2015, quando sono stato chiamato da Andrea per fare lì delle mie serate. Appena ho conosciuto Andrea e il suo locale ho pensato di dover creare un qualcosa che fosse un punto d’incontro per i cantautori e per la musica. Così, a fine settembre 2015, è nato l’appuntamento fisso del giovedì con MONS’N’MUSIC.

Puntare sulla musica inedita è stato certamente un rischio… Il rischio e la sfida danno sempre maggiori soddisfazioni. Con le sole cover e i tributi avremmo vinto facile. I primi tempi abbiamo fatto qualche serata di cover e il rischio di vedere la sala vuota era basso. Già dal 2016, ma soprattutto da quest’anno abbiamo deciso di puntare forte sulla musica inedita – per esempio, con la serata finale di ogni mese, intitolata goliardicamente “Threesome”, dedicata a tre emergenti a serata - con le sole eccezioni rappresentate da artisti di spicco della scena romana, che verranno a reinterpretare i grandi personaggi della musica. L’idea centrale è comunque quella di dar voce a chi scrive canzoni. Anche nelle reinterpretazioni c’è un cantautore che canta un altro cantautore, al quale, magari, si è ispirato. Nell’epoca del web qual è l’importanza del club? Il rapporto col pubblico. Nel piccolo club il pubblico sta praticamente sul palco, come fosse un ritorno alle origini: sia all’origine del fare musica, che all’origine del rapporto artista – pubblico. Se ci pensi, è questo rapporto una delle ragioni più forti, insieme al voler comunicare emozioni, che spinge l’artista a fare musica. Per questo poi anche artisti affermati come Pier Cortese o gli STAG, che hanno un’energia pazzesca e si esibiscono anche su grandi palchi, scelgono di fare live in un club di piccole dimensioni, come può essere il MONS. L’idea iniziale di quello che volevo fare insieme ad Andrea (proprietario del locale) era di trasmettere al pubblico un clima sereno, cosa che accade sempre più di rado nei locali. Naturalmente ci vuole pazienza. Il pubblico vuole musica live, anche in questo periodo nel quale sembra così difficile far alzare la gente dal divano. Che effetto fa, da artista, vedere gli altri che si esibiscono in una

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I PROFESSIONISTI DEL SETTORE serata organizzata da te, nella quale però non ti esibisci? Ha una doppia valenza. Da una parte mi dà sempre più grinta per tornare presto a fare dei miei concerti, dall’altra ti dico che tempo fa ho scelto di voler vivere di musica e per fare questo o diventi immediatamente un cantautore di successo o sei ricco di famiglia oppure cerchi di trovare vari compromessi. Io ho trovato dei bei compromessi, che mi permettono di vivere facendo musica. Jacopo Ratini è innanzitutto un cantautore, ma anche un docente di scrittura creativa, un organizzatore di eventi, un autore di testi, un producer e anche un po’ psicologo (ride n.d.r.). Ho capito che il successo non è solo direttamente proporzionale al talento e all’amore per la musica, ma è molto influenzato dalla sorte, quindi non me la sentivo di fare il cantautore e basta. Ho deciso di rendere il mio amore per la musica più costante nel guadagno per poter vivere di arte. Tornan-

do alla tua domanda poi, di fronte a chi si esibisce sul palco di una serata da me organizzata, mi emoziono spesso perché sono io, insieme ad Andrea, ad aver scelto quegli artisti e ad averci scommesso. …e lo Jacopo Ratini cantautore invece, quando torna? Bella domanda (ride n.d.r.), sto finendo di registrare il mio terzo disco e con l’anno nuovo, sicuramente, uscirà un nuovo singolo. Ci saranno diverse canzoni nuove, ma sto ancora decidendo come farlo conoscere al grande pubblico. Sono in una fase in cui, fortunatamente, non devo far uscire un disco per “vivere” perché mi sono costruito quelle realtà parallele, delle quali parlavamo in precedenza. Allo stesso tempo, però, ho molta voglia di tornare sulle scene e di avere un feedback da parte del mio pubblico. Ho voglia di far vedere lo “Jacopo Ratini parte terza” in un disco più maturo a livello compositivo.

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AUDIO RANDOM EDUCATIONAL

LA RUBRICA Benvenuti in AUDIO RANDOM, “IL NUOVO PORTALE DI AUDIO TECNICA A ROMA”. Brevi pillole per farvi scoprire le basi per la produzione e la registrazione di musica, curando gli aspetti tecnici delle strumentazioni usate dai produttori e dagli artisti, focalizzandoci sui software e i suoi “tips & tricks” dei programmi più gettonati come Ableton Live & Logic Pro, facendovi scoprire e risolvere in pochi passi le operazioni più complesse.

LA TUA SESSION IN STUDIO

Attraverso i software e le strumentazioni analogiche affronterai tutte le fasi del missaggio fino alla masterizazzione del prodotto audio. Conoscerai le tecniche fondamentali che ti permetteranno di avere più chiaro l’utilizzo degli strumenti applicati all’HOME RECORDING e all’EDITING dei tuoi brani. Il lavoro in studio consisterà nel creare sessioni di registrazione e mix, con microfoni, pre amplificatori e tutti gli strumenti hardware/software che daranno vita al tuo SOUND DESIGN preferito.

I MICROFONI

E LE MODALITA’ DI UTILIZZO PER LA REGISTRAZIONE AUDIO a cura di Gianluca Meloni

O

ggi parleremo dei microfoni e del loro utilizzo, nelle varie applicazioni della registrazione. Per prima cosa cominciamo a dividere le varie tipologie dei microfoni: microfoni a condensatore, microfoni dinamici, microfoni a nastro, microfoni USB di ultima gene-

razione. Il microfono, tanto per essere più chiari, per chi non sapesse nulla di questo argomento, è lo strumento che capta la sensibile pressione acustica dei suoni che ci circondano in un range di frequenze che va da 20Hz a 20 Khz per i piu’ giovani (con il passare degli anni, il fenomeno che questo range si riduca è del tutto normale e fisiologico). La membrana del microfono cattura le variazioni dinamiche delle vibrazioni nell’aria,l’“energia meccanica” e la traduce in bassa tensione elettrica, che essendo molto piccola sarà amplificata attraverso un mixer o preamplificatore dedicato; in parole povere, il “microfono” sarà il nostro ponte fra il mondo

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#3

acustico e quello elettrico per poi diventare suono analogico che viene trasfomato dalla scheda audio “DAC- digital analogic converter” in segnale digitale. Come dicevamo nell’introduzione, esistono varie tipologie di microfono, tutte con diverse caratteristiche. La differenza più significativa è fra il microfono a condensatore e quello dinamico; in particolare, quello a condensatore ha una capsula caratterizzata da un’alimentazione a “48volt” detta anche “alimentazione phantom”, che lo rende incredibilmente sensibile e gli permette di captare molto di più il segnale di qualsiasi sorgente, a differenza del microfono dinamico, il quale, non avendo questa alimentazione sulla capsula, capta i suoni in maniera piu debole, ma sempre dinamica. Ci sono varie tecniche per registrare i diversi tipi di strumenti, la voce umana ed anche i rumori di ambiente, e saper scegliere il microfono giusto renderà la vostra registrazione migliore. Partiamo dalla voce: per registrare la voce in studio si usa un


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infoaudiorandom@gmail.com microfono a condensatore, sempre con un “anti pop” posto davanti al microfono per evitare quei bruschi impatti d’aria che alcune consonanti, come la “P”, possono dare. In tal modo si eviterà il “boom” delle frequenze basse captate dal microfono; oltre a questo bisognerà aver cura di individuare il timbro di voce che stiamo registrando, e posizionare all’occorrenza un filtro “passa alto 80/100 Hz” sul preamplificatore che stiamo usando, o sul mixer. Per la registrazione in studio della voce sono anche previsti dei pannelli o delle cabine “Vocal Booth” per evitare che ci sia troppo riverbero nell’ambiente, così da catturare nel modo più realistico possibile il timbro naturale della voce. Il microfono dinamico per la voce è più usato nelle rappresentazioni live, così da assorbire soltanto la voce cantante, anche in questo caso viene usato sempre un filtro “passa alto” con l’obiettivo di eliminare quei bassi troppo profondi, che causerebbero sovrapposizioni con il basso elettrico e con il resto del sound dell’esibizione. Uno dei microfoni dinamici per registrare strumenti a percussione forte, come il rullante, o le chitarre è il famoso “Shure SM57” un microfono dinamico molto direzionale e quindi appropiato per captare al meglio il dettaglio del suono che ha davanti a sé. Le capsule dei microfoni sono di diversi tipi ed hanno diverse polarità, anche da queste caratteristiche, ed a seconda della sorgente che vogliamo registrare, si puo’ decidere che tipo di microfono utilizzare. Aiutiamoci con uno schema per capire i diagrammi polari:

Inoltre, anche se non molto diffuso, il microfono a nastro gode di caratteristiche molto interessanti. Stiamo parlando di un microfono dinamico nel quale il diaframma è costituito da un sottilissimo nastro metallico: molto delicato, ma dal suono molto equilibrato con frequenze alte morbide e delicate. Grazie alle sue caratteristiche, i campi di applicazione più diffusi di questo microfono riguardano la registrazione di chitarre elettriche, strumenti a fiato per la voce, soprattutto nelle registrazioni ambientali. Infine, oggi possiamo utilizzare anche dei microfoni USB. Questi non sono ancora molto usati a livello professionale in studio di registrazione, ma alcuni marchi si stanno pian piano avvicinando a caratteristiche qualitative importanti. Tuttavia, già oggi la loro peculiarità maggiore riguarda il facile utilizzo, visto che si possono connetere direttamente alle porte USB dei nostri dispositivi senza bisogno di un mixer. Nel prossimo appuntamento approfondiremo nel dettaglio la ripresa microfonica della chitarra acustica accompagnata dalla voce, con le relative nozioni sull’equalizazzione e la compressione in pre e post produzione.

RIMANETE CONNESSI AL PROSSIMO

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FOCUS

L’Hang Drum

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i è mai capitato di vedere un artista suonare una specie di “disco volante” dal suono celestiale? Se vi siete chiesti il nome dello strumento in questione, probabilmente avete ascoltato un hang drum. In base alla tonalità dell’hang, il suono può ricordare tanto l’Asia quanto l’America Latina, ma non bisogna lasciarsi confondere. Stiamo parlando infatti di uno strumento nato in Svizzera nel 2000, nella città di Berna, per mano di due sapienti artigiani e ricercatori, Felix Rohner e Sabina Schärer. Il loro lavoro di ricerca è iniziato negli anni novanta, nello studio di percussioni etniche di vari paesi e nella produzione dello

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di Marco Claudio Fusco

steel pan, uno strumento originario dell’isola caraibica di Trinidad. Lo steel pan, d’origine popolare, è ottenuto da vecchi bidoni metallici opportunamente modificati, con cavità di varie dimensioni, le quali suonate con robuste bacchette, producono diversi suoni a seconda della cavità colpita. I due ricercatori, partiti da questo strumento conosciuto anche come steel drum, hanno capovolto e modificato alcune sue componenti, fino ad arrivare al primo prototipo di hang pan, presentato per la prima volta nel 2001, durante la fiera musicale di Francoforte. La PANArt, laboratorio dei due ricercatori, è stata l’azienda a lanciare la produzione di hang pan. Dopo quasi due decadi, le modiche rispetto al modello originario hanno portato i produttori di tutto il mondo a modificare il nome in hang drum. L’hang è uno strumento idiofono composto da due sfere appiattite in


FOCUS

“Il primo prototipo venne presentato nel 2001 durante la fiera musicale di Francoforte...” acciaio temperato. Prodotto in diverse tonalità sonore, ha un diametro di 53 cm e un’altezza di 24 cm. Nella parte centrale troviamo una protuberanza chiamata ding, nella parte inferiore un’apertura centrale chiamata Gu e sulla parte laterale sette piccole cavità (tonefield) capaci ognuna di riprodurre una nota e il suono della quinta e dell’ottava di quella nota. Il suono dell’hang, in base al tocco, può raggiungere delle alte frequenze ed è uno strumento usato nella musico terapia. La sua distribuzione passa ancora per circuiti “informali” e difficilmente lo si può trovare nei negozi di strumenti musicali. Il mondo che circonda questo strumento è fatto di festival in mezzo alla natura e di una produzione non massificata, nella volontà di preservare uno spazio di scambio musicale, fuori dalle logiche di mercato. Rimane uno strumento costoso (tra i 1500 e 5000€) da un profondo fascino, ancora ampliamente da esplorare.

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FOCUS

Analogico VS digitale:

L’importante è essere liberi e coscienti nel sapere quali sono gli strumenti più idonei a raggiungere il risultato musicale voluto.

una sfida senza tempo

di Marco Claudio Fusco

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e sfide, in qualsiasi campo di gioco, comportano la polarizzazione dello scontro e la conseguente necessità di decidere la parte per la quale schierarsi. Tante sono le “battaglie ideologiche” a cui assistiamo nella nostra vita. Nel mondo della musica lo scontro epico tra analogico e digitale, rimane uno dei classici “derby” che non trovano mai una sintesi definitiva, tranne ovviamente per quelle persone che hanno deciso per quale squadra tifare. Ogni

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tecnico del suono conosce il postulato chiave della questione: “la registrazione su nastro è migliore di quella digitale”. Nei sistemi analogici l’onda sonora viene registrata in maniera continua su nastro, mentre in digitale l’onda viene ricostruita con un certo grado di approssimazione. Questo renderebbe meno artefatto il suono analogico, capace di prestazioni più “calde”. Il “partito del digitale” ha tante obiezioni da poter mettere in campo sulle registrazioni analogiche: il flutter e il wow produ-

cono effetti tremolanti introducendo dei microsfasamenti; sul nastro può avvenire la distorsione dei picchi di frequenza; esiste il fenomeno dell’isteresi, per cui i suoni deboli come le alte frequenze non vengono incisi correttamente; infine il rumore di fondo sul nastro e il deterioramento del materiale che avviene ad ogni riproduzione, sono ulteriori elementi a sfavore. Questi dati aiutano a comprendere come nella registrazione analogica il segnale subisca delle alterazioni rispetto alla versione


FOCUS digitale, capace di campionare a frequenze sempre più elevate ed eliminare il “fastidioso” rumore di fondo. Eppure non a tutti dispiace il rumore di fondo delle vecchie registrazioni analogiche. In qualche modo quel suono “sporcato” racconta un’epoca della musica a cui in molti sono affezionati. La vera rivoluzione del digitale è sicuramente rappresentata dall’abbattimento dei costi per la produzione e la distribuzione. Quando nell’estate del 1999 Napster è arrivato on-line si è aperta la stagione del file sharing, della musica scaricata da pc e della conseguente violazione di massa del copyright. Il passaggio è stato epocale e le conseguenze per l’industria musicale sono ampiamente visibili: crollo dei dati di vendita dei dischi e aumento dei costi della musica live; nascita di sistemi a pagamento per comprare e ascoltare musica digitale. La produzione musicale ha cambiato marcia e oggi è piuttosto facile autoprodursi

il proprio demo, ottenendo degli ottimi risultati qualitativi nonostante i costi notevolmente ridotti. Eppure l’avvento della musica digitale, non ha mandato in pensione l’analogico, come in molti

Nel 2016 sono stati venduti nel Regno Unito 3,2 milioni di vinili avevano previsto. La British Phonographic Industry ha fatto sapere che nel 2016 sono stati venduti nel Regno Unito 3,2 milioni di

vinili, un risultato che non si vedeva dal 1991, anno di uscita di Nevermind dei Nirvana. Ogni anno le vendite dei vinili crescono di circa il 50%. I dati del digitale sono comunque superiori nella vecchia Albione: 47,3 milioni di CD; 18 milioni di copie in digitale e lo streaming che rimane a farla da padrone con 45 miliardi di canzoni ascoltate in rete. Il fascino per i mixer analogici, i circuiti a valvole e i registratori a nastro, non è stato completamente soppiantato dal progresso tecnologico. La precisione e l’accuratezza del digitale non è sempre quello che artisticamente serve agli autori e delle volte certi “difetti sonori” rendono meno artefatte le registrazioni musicali. In questo senso la sfida tra il mondo moderno e quello antico, si scioglie nell’esigenza del progetto musicale. L’importante è essere liberi e coscienti nel sapere quali sono gli strumenti più idonei a raggiungere il risultato musicale voluto.

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LA LIFE È BELLA

DALLA STRADA alle Stelle di Alessio Boccali

Diavù L’ARTE CONTEMPORANEA DI

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LA LIFE È BELLA

La fonte d’ispirazione più grande per tutte le opere resta sempre la stessa: l’umanità

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gni forma d’arte è un’arma potente contro l’ignoranza. L’arte di strada, o all’inglese “street art”, è una delle espressioni più popolari e genuine dell’arte figurativa del nuovo millennio. Anche se c’è voluto del tempo, ad oggi questa fonte di arte ha assunto finalmente grande importanza nel nostro Paese, riqualificando quartieri e ambienti, prima grigi e degradati, e assumendo quella funzione di “misteriosa” voce del popolo: quasi che gli artisti fossero proprio dei novelli Pasquino. Un grande interprete di questa forma d’arte contemporanea è David “Diavù” Vecchiato. Dal Quadraro – suo quartiere di origine – Diavù è riuscito a tracciare attraverso le sue opere un itinerario arti-

stico che percorre l’intera Capitale, dando vita così al “MURo – Museo di Urban Art di Roma”: un vero e proprio museo a cielo aperto nato, prima nella testa di David e poi sulla strada, tenendo sempre ben a mente i due obiettivi principali della street art, ovvero l’intento riqualificante e la soddisfazione del bisogno espressivo dell’artista. Attraverso una visita di luogo in luogo nei vari quartieri di Roma, l’arte di Diavù attira l’obiettivo curioso degli smartphone pronti ad immortalare le opere per poi postarle sui vari social networks e l’occhio clinico, più attento, degli appassionati di arte contemporanea, che possono godere delle scalinate e dei murales dell’artista romano dedicati ai più grandi personaggi dell’immaginario collettivo o a disegni cartoon provenienti dalla grande passione di David per i fumetti.

Pasolini, Totò, Anna Magnani, ma anche Michèle Mercier, Ingrid Bergman e addirittura Che Guevara, l’arte di Diavù non conosce limiti geografici né tematici; è libera come è libero il suo estro, che oltre che all’aria aperta si esibisce anche indoor, su tele che egli stesso non di rado espone in mostra. La fonte d’ispirazione più grande per tutte le opere resta sempre la stessa: l’umanità, con i suoi pregi, i suoi difetti e le sue contraddizioni. È forse questo quindi il segreto della sua arte? Ebbene sì, perché Diavù riesce a leggere i bisogni di quelle persone, ormai così avvezze a stare sedute sul divano a guardare la TV, che hanno proprio bisogno di uscire di casa e vivere una città avvolta da arte che dia ossigeno alle loro vite; quello stesso ossigeno che la Natura, violentata per far spazio al cemento armato, non gli può più dare.

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CINEMUSICA

E LA CAMERA DEI SEGRETI: MAGIA IN CONCERTO 80 elementi d’orchestra diretti dal Maestro Justin Freer interpreteranno dal vivo le musiche di John Williams di Gianluca De Angelis

I biglietti sono già in vendita su www.TicketOne.it: 56 |MusicaZeroKm / mzknews.com


CINEMUSICA

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opo il grandissimo successo dello spettacolo di “Harry Potter e la Pietra Filosofale”, a solleticare le corde della nostalgia e della nostra infanzia prosegue la serie dei cine-concerti organizzati dall’Orchestra Italiana del Cinema, che vede protagonista la saga del mago più famoso della letteratura inglese. A grande richiesta, infatti, saranno nuovamente Roma e Milano le città che ospiteranno gli spettacoli del secondo capitolo, “Harry Potter e la Camera dei Segreti”, a 15 anni di distanza dall’uscita del film nelle sale: più dettagliatamente, le date saranno 1, 2 e 3 Dicembre all’Auditorium della Conciliazione di Roma e 27 e 28 dicembre al Teatro degli Arcimboldi di Milano, nelle stesse cornici che hanno registrato a pochi mesi di distanza il sold out del debutto del primo capitolo. Anche questa volta c’è da dire che l’esperienza si preannuncia unica: mentre su uno schermo di 14 metri verrà riproposta in tutta la sua magia la pellicola di Chris Columbus, infatti, la formazione di oltre 80 elementi d’orchestra diretti dal Maestro Justin Freer interpreterà dal vivo le musiche della colonna sonora del Premio Oscar John Williams, in sincrono con le immagini (per queste musiche Williams fu anche nominato ad un Premio Grammy nel 2004). Freer è uno dei direttori di colonne sonore più ricercati del momento, con alle spalle un lungo elenco che va

dai grandi live sinfonici alle proiezioni olografiche, e ha fatto la propria comparsa in alcune delle maggiori orchestre del mondo, incluse la Chicago Symphony Orchestra, la London Philharmonic Orchestra, la New York Philharmonic, la Philadelphia Orchestra, la Philharmonia Orchestra, la San Francisco Symphony e la Sydney Symphony Orchestra. Ovviamente, l’orchestra che dirige non è assolutamente da meno: l’Orchestra Italiana del Cinema (O.I.C.) è il primo ensemble sinfonico italiano ad essersi dedicato esclusivamente all’interpretazione di colonne sonore. Nata nell’ambito del Forum Music Village, lo storico studio di registrazione fondato alla fine degli anni Sessanta da quattro pietre miliari della musica da film, Ennio Morricone, Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Luis Bacalov, il suo obiettivo è quello di promuovere in tutto il mondo la straordinaria eredità musicale delle colonne sonore di film sia italiani che internazionali. L’evento, presentato da Marco Patrignani e Forum Music Village, è realizzato in collaborazione con MIBACT, Ambasciata Britannica in Italia, Consolato Generale Britannico e Department for International Trade., ma c’è da dire che le date annunciate finora sono solo un antipasto: l’organizzazione prevede, infatti, di fissare, entro il 2018, centinaia di spettacoli in oltre 35 paesi in tutto il mondo. È davvero incoraggiante vedere come, in un periodo

in cui il cinema viene ritenuto sempre più in crisi, eventi come questi riescano ancora ad attirare migliaia di spettatori in sala: si punta su una fruizione alternativa più coinvolgente e sicuramente di un impatto insuperabile, unito ad un forte fattore di attrazione per film e saghe storiche che difficilmente avremmo altrimenti l’occasione di rivedere sul grande schermo. CineConcerts, infatti, una delle maggiori società produttrici di esperienze musicali dal vivo accompagnate da mezzi visivi e organizzatrice anche di questo evento, ha curato la messa in scena di molte altre esperienze di musica dal vivo cinematografiche: per citarne alcune, “Il gladiatore”, “Il padrino”, “La vita è meravigliosa”, “DreamWorks Animation In Concert”, “Star Trek: The Ultimate Voyage 50th Anniversary Concert Tour” e “Colazione da Tiffany”. Per quanto riguarda lo spettacolo di “Harry Potter e la Camera dei Segreti”, i biglietti sono già in vendita su www. TicketOne.it: le differenti posizioni dei posti, per l’occasione, a quanto pare verranno indicate con una denominazione uguale ai nomi delle quattro Case di Hogwarts. Volete il posto in Serpeverde, Corvonero, Tassorosso o in Grifondoro? Beh fossi in voi, vista la velocità con la quale sono andati a ruba i biglietti dell’edizione precedente, non staremmo lì ad aspettare e ci fionderemmo a consultare il Cappello Parlante per capire quale biglietto non lasciarsi scappare! mzknews.com / MusicaZeroKm |

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