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IRONIA IRONY

SEPTEMBER 2008 n째 12 MOMA VOICE MAGAZINE


PREFAZIONE

LA VOLONTÀ DI ESPRIMERSI A QUALSIASI COSTO Eccolo qua. Un ex copywriter con delle velleità da scrittore, culminate con una partecipazione al programma di Dacia Maraini “Io scrivo, tu scrivi” alla RAI. Poi, abbandonata la scrittura, alcuni tentativi con la tela e i pennelli, stroncati da una stancante, travagliata quotidianità. Espressionismo demenziale può forse essere definita l’opera pittorica di Renzo Mengoni. Un senso di inquietudine sottile emana dai volti sogghignanti dei personaggi creati dalla fantasia senz’altro malata di un pittore che chiaramente non sa dipingere. Tuttavia, nella sua ingenua volontà di volersi esprimere a qualunque costo, il Mengoni riesce perfettamente nel suo intento: creare in chi guarda un senso di profonda pena sia per l’autore, sia per quelle teste che si protendono nel

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nulla tramite i loro assurdi colli di lombrico, per quelle bocche paralizzate in una smorfia patetica, per quei nasi gocciolanti, per quelle figurine che sembrano uscite dal quaderno di un bambino traumatizzato. Forse a qualche originale potrà piacere la stupidità disarmante e senza senso di cui è pregna l’opera nel suo insieme, perché assomiglia tragicamente a una certa realtà contemporanea. Renzo, come un nuovo Don Chisciotte, va avanti a tentoni per una strada piena di tanti, troppi mulini a vento. Sicuramente non gli impediranno di sfuggire a un destino purtroppo chiaramente segnato: la pazzia, il ricovero in una clinica psichiatrica, la cintura di forza, la lobotomizzazione.

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Questo numero di MOMA VOICE è dedicato all’IRONIA

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creatività questo magazine alla o m ia ch di de i es m i Ogni se e to Creativity dicate this magazin de to t an w e w s th Every six mon 69701

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di Renzo Mengoni

Scarpe. Piedi. Storie. Ne ho sentite tante. Quella terribile del naufrago che se le è mangiate per sopravvivere. Quella fantastica della serva che aveva perduto la scarpina prima di mezzanotte. Quella a luci rosse di uno studente giapponese che ci aveva piazzato una microcamera per riprendere da sotto la gonna le mutandine della professoressa. Quella banale del cornuto a cui l’amico gli aveva fatto le scarpe. Ma la più assurda e incomprensibile è senz’altro questa. Questa che è successa a me.   A me che me ne stavo da giorni e giorni tranquillamente disteso sul letto, a pensare beatamente a niente, contemplando la bellezza del vivere alle spalle dell’assegno di disoccupazione generosamente erogato dall’INPS. Cosa poteva succedermi di male? Non appena le erogazioni sarebbero terminate, avrei trovato sicuramente un ottimo lavoro, adeguato alle mie capacità. E poi i parenti non avrebbero permesso che continuassi a vivere di espedienti. La mia vita, quindi, scorreva tranquilla e spensierata. Quel giorno, però, era accaduto qualcosa di inaspettato. Si vede che i tempi stavano diventando duri. Ero andato in piscina a fare una nuotatina e quando mi andai a rivestire le mie scarpe nuove, nuovissime, 64702 appena comprate, non c’erano più! Al loro posto, dei vecchi scarponi bucati numero quarantacinque. Che disastro Le avevo comprate appena il giorno prima. Tutta colpa di una telefonata del mio amico Gianni: “Ehi, mi accompagni a vedere le vetrine?” “Certo, sono disoccupato, non ho niente da fare.” Eravamo entrati in un negozio di un certo livello. Beh, io avevo pochi soldi in tasca, ma la vista di quelle bellissime calzature era stata irresistibile. Avevo pensato: ”Ho bisogno di trovarmi un nuovo lavoro. Forse un bel paio di scarpe nuove mi serviranno a presentarmi meglio e a migliorare l’autostima.” Così, mentre Gianni che è ingegnere non comprava niente, io me ne ero ritornato a casa con delle fantastiche scarpe che, devo ammetterlo, erano anche abbastanza costose. Ed erano sparite. Me ne stetti per un po’ pensieroso. Sarei dovuto andare a denunciare il furto dai Carabinieri? E se quelli si mettevano a ridere? Mi immaginavo la scena: “Signor Mengoni, è sicuro che questi scarponi non siano suoi? Qui dentro c’è la sua impronta, come si spiega?” “Me li sono messi per ritornare  a casa! E poi guardate, sono quarantacinque, io ho quarantuno!” “Allora favorisca patente e libretto… cioè… piede e calzetto… procederemo a un controllo. Mi può descrivere le generalità delle presunte scarpe scomparse?” “Ma che scomparse, rubate! Ru-ba-te! O pensate che se la siano svignata da sole?” “Embè? Non si sa mai… con tutto quello che succede oggigiorno, signò…” No, no. Niente denuncia, decisi. E allora? “Ehi, qualcuno ha visto un paio di bellissime calzature numero quarantuno? Oppure un tipo sospetto camminare sulle punte come se portasse delle scarpe troppo strette?” Chiesi a voce alta, più rivolto a me stesso che a qualcuno in particolare. “Ma… veramente il tipo sospetto mi sembra lei, con quegli scarponi palesemente troppo grandi! Non li avrà mica rubati?” Mi disse l’addetta alla reception. “Ma guarda te, adesso va a finire che il ladro sono io”. Decisi che era meglio uscire da lì. Certo che quel furfante aveva avuto la vista lunga. Chissà se era un professionista oppure qualcuno attratto talmente tanto da non aver saputo resistere. In preda a una certa confusione portai gli scarponi a casa e li misi in uno scaffale. Nei giorni seguenti cominciai a fare dei

ragionamenti filosofici, chiedendomi ad esempio in che percentuale le scarpe possano determinare l’immagine complessiva di una persona. Il quattro per cento? Il dieci? Il venti? Il trenta? Sono solo un dettaglio, o hanno una funzione decisiva? Chissà se la mia vita avrebbe avuto un cambiamento con quelle scarpe nuove? Non l’avrei mai saputo, purtroppo. Non avrei dovuto portarmele in piscina, questa era la verità. Oppure avrei dovuto metterle dentro uno zainetto impermeabile per non separarmene neanche dentro la vasca. Conclusi che era inutile piangere sul latte versato. Ogni volta però che vedevo gli scarponi sullo scaffale, avevo la netta sensazione che non fossero al loro posto. Che si trovassero, se possibile, a disagio. Il fatto mi metteva un po’ di ansia. Immaginavo che fossero appartenuti a qualche boscaiolo russo o polacco, che fossero abituati ai rigidi inverni sottozero della tundra, pensavo che avessero calcato le rigide steppe una volta visitate da Gengis Khan. E allora che cosa ci facevano rinchiusi in un appartamento a Tolentino, in provincia di Macerata? Cominciai a sentirmi in colpa. Così, per cercare di risollevare il morale agli scarponi, un giorno me li portai in montagna. Li caricai dentro lo zaino e poi, arrivato sul monte Canfaito, li lasciai sul prato, a godersi l’aria pura, all’ombra dei faggi secolari. Io me ne andai a porcini per i boschi. Quando li ripresi per metterli nello zaino, mi accorsi che sulla suola di uno c’era appiccicato un pezzetto di carta con un numero. Sembrava di un cellulare. Non ci avevo fatto caso, prima. Quella sera, non so perché, composi il numero. Qualcuno mi rispose: “Ciao, la aspettavo, allora quando passa alla Studio Press in via Garibaldi tre?” “Quando?” “Va bene glielo dico io, amico, passi subito!” “Ma… ma…” “Niente ma, lo so benissimo chi le ha dato il numero… Chieda di Anacleto Rossi” Andai, chiesi di lui che si dimostrò gentilissimo e mi offrì un lavoro. Dovevo andare allo Studio Press tre volte a settimana per quattro ore a leggere delle bozze di fumetti per bambini. Poi dovevo scrivere cinque o sei righe di commento con le mie impressioni. Era tutto. Avevo a disposizione la macchinetta del caffè, un cellulare e un massaggiatore personale. Mi offrivano seimila euro al mese. Accettai. Così, grazie agli scarponi, non ebbi più il problema del lavoro. Da quel giorno li portai sempre con me. Devo confessare con un certo imbarazzo che iniziai anche a dormirci insieme. Naturalmente, continuai ad andare in montagna. Un giorno, ritornando da un lungo giro, constatai che gli scarponi non c’erano più. Spariti, volatilizzati. Non c’erano tracce di altre macchine nel prato in cui avevo parcheggiato, né sulla strada. Solo i soliti, enormi escrementi di mucca. Cercai per un’ora, guardando dappertutto: sotto la macchina, dietro i sedili, dentro il motore, sugli alberi, dentro i cespugli di pungitopo, tra l’erba più alta e le felci. Arrivai persino a chiamarli, cinguettando come un uccellino. “Cip cip… Scarponcini belli dove siete? Cip cip… Tornate qui, tornate dal paparino vostro… Rimasi come inebetito e me ne ritornai a casa a piedi, sperando di incontrarli da qualche parte. Poi, per vincere la tristezza mi ubriacai per tre giorni e tre notti di seguito.   Sono trascorsi già un paio d’anni dalla dolorosa separazione, anche se sembra ieri. Sto ancora cercando di farmene una ragione. A me piace pensare, e ne ho quasi la certezza, che gli scarponi abbiano ritrovato la loro strada da soli, riappropriandosi della loro intima natura, grazie alla mia romantica, disinteressata e un po’ ingenua complicità.

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di Renzo Mengoni

63702 Clic Quando riagganciava la cornetta del telefono sentendomi dire ciao. Clic Sentire quel rumore è Una bastonata sulla capoccia a pera Che ti fa cadere per terra Senza lasciare il tempo di capire Cosa è stato? Cosa è accaduto? Clic Sentire quel rumore Una mazzata sulla gobba dura Che toglie il respiro Fa mordere la lingua E ti fa gridare Aaaglia, la lingua! Clic Sentire quel rumore è Una manganellata sulla lingua ferita Che ti paralizza E ti rende Senza credo Né fidanzata.

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di Renzo Mengoni

Correva correva. Mordeva i binari. Destinazione Catania. Il tempo passava. Il treno veloce. Mi ricorda qualcosa. Pensavi distratto. Lei venne all’improvviso, come un incidente o un terremoto. Lei venne con la zia. Aveva unghie viola. Indossava pantaloni attillati. Portava una maglia di lana. Tu eri seduto proprio di fronte. Eri seduto a meno di un metro. Meno di un metro fra te e lei. Il treno ripartiva e tu e la zia eravate lì. Anche lei era lì. E parlava. Dalla sua bocca usciva una voce. Una voce che formava parole. Meravigliato. Sei rimasto meravigliato. Come faceva ad essere com’era. Come faceva ad essere proprio lì. Che incredibile circostanza della vita. Che miracolo. Il treno andava andava e tu origliavi. Origliavi ed origliavi ed origliavi. Lei e la zia logorroica. Parole nel treno. Parole che volavano intorno. Lei parlava con accento romagnolo. Lei aveva un’aria sognante allegra malinconica. Lei aveva capelli bocca narici cuore fegato naso lingua denti guance mignoli pancreas ginocchia indici vertebre anulari medi palpebre gambe reni pollici mani piedi.

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Lei ha chiuso il mignolo della mano sinistra. Tu hai chiuso il mignolo della mano sinistra. Lei ha osservato un albero dal finestrino. Tu hai osservato un albero dal finestrino. Lei ha alzato il volto di sedici gradi. Tu hai alzato il volto di sedici gradi. Lei ha inspirato. Tu hai inspirato. Lei ha espirato. Tu hai ispirato. Lei ha mosso un orecchio. Tu hai mosso un orecchio. Lei ha abbassato una palpebra di mezzo millimetro. Tu hai abbassato una palpebra di mezzo millimetro. Lei ti ha guardato negli occhi. Tu hai avuto un sussulto. Tu hai ricevuto una sciabolata nel cervello. Tu hai intravisto un futuro impossibile. Tu hai tremato di paura. Tu hai chiesto a te stesso qualcosa. Quante probabilità avevi di fuggirci insieme su un’isola deserta. Unasumilleunasuunmilioneunasuduemilioniunasutremilioniunasuquindici milioniunasucentosettantamilioniunasuseicentotredicimilioniunasuunmi liardotrecentomilioniunasuduemiliardi. Una su cento miliardi.

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di Renzo Mengoni

Maledetti. È da quando sono nato che mi perseguitano. A cinque anni erano

A lezione di antropologia appresi che la calvizie è causata da un eccesso di

troppi, e venivo scambiato per una femminuccia. A tredici diventarono crespi,

ormoni maschili. Bisognava cercare di diminuirne la concentrazione in qualche

e passavo ore davanti allo specchio cercando di pettinarli. A diciannove

modo.

cominciarono a cadere.

Cominciai ad assumere ormoni femminili per via orale. Mi ero rivolto ai viados

Provai con l’agopuntura. La dottoressa Pappalà mi conficcava aghi acuminati sul

del porto: loro ne prendevano in continuazione. Ne avevo comprati sette chili

cranio, dietro le ginocchia, nella schiena, nei piedi, negli zigomi, nel pancreas.

selezionati della Patagonia. Mi crebbero due belle tettine a punta. L’organo di

”Quando avremo finito il trattamento ne faremo un altro, e poi un altro, un altro

piacere diventò p iccolo come un fiammifero. I capelli continuarono a cadere:

e un altro ancora...”

oramai la chierica era evidente. Per non pensarci mi rifugiai nell’alcool. Una ”E i capelli, quando smetteranno di cadere?”

sera all’osteria incontrai il mio amico Alessandro.

”Se continueremo anni ed anni ed anni ed anni,

”L’analisi tricologica pone fine al settantacinque per cento dei casi di alopecia!

alla fine sicuramente smetteranno. Smetteranno

L’ho letto sulla pubblicità dell’Istituto Canadese Hudson! Devi andarci

insieme a te.”

subito!”

Fuggii via. Cominciai a vivere di espedienti. Un anno dopo

L’Istituto Canadese Hudson era un posto impeccabile: infermieri in livrea,

trovai una banconota da centomila per terra. Forse la fortuna

porte damascate, bisturi di platino, analisi computerizzata del capello, del

stava cominciando a girare dalla mia: la raccolsi. C’era

follicolo e del bulbo pilifero. Cominciarono gli esami. Per mezzo di 0,0001

scritto “Il mago del Vulcano guarisce tutto, anche malocchi

milligrammi di azoto liquido venne incapsulato un capello. Fu poi tagliato in

- pidocchi - malattie - pene d’amore.”

microsezioni del diametro di 0,00001 millimetri, messo a bollire in un decotto

”Pronto, è il mago del Vulcano?”

con aglio, olio, rosmarino, cipolle e venne dato in pasto ai topi.

”In persona. Cosa la affligge?”

Dopo tre mesi di analisi sroboscopico-monoscopico-organolettiche dei residui

”Potrei parlarle a quattr’occhi?”

contenuti nelle feci dei roditori si appur&ogr ave; che:

Presi un volo per Catania. Arrivai nella sala d’aspetto del

1° - mio nonno materno era calvo;

mago in via Cristoforo Colombo. Davanti a me sostavano

2° - mio nonno paterno era calvo;

vecchie zitelle in cerca del primo amore, giovani gigolò

3° - mio padre è calvo;

in cerca di vecchie zitelle, giocolieri con le vertigini,

4° - il mio cane sta perdendo il pelo;

calciatori con troppo cervello, cantanti di cabaret senza

5° - le probabilità che io diventi completamente calvo prima dei quarant’anni

lingua, spogliarelliste senza tette, dromedari senza gobba,

sono pari al novantacinque virgola settantaquattro per cento.

pescispada senza naso. Arrivò il mio turno. Non feci in tempo ad entrare che quello con un’abile

Così, decisi di farla finita. La strage fu compiuta a mezzanotte, dopo aver

rotazione dei bulbi oculari mi ipnotizzò. “Tu

ripensato alla dottoressa Pappalà, al mago del Vulcano, ai viados spacciatori di

ora sei un capellone... Sei un capellone... Sei un capellone...” Uscii dopo dieci

ormoni ed aver maledetto gli specialisti dell’istituto canadese Hudson.

minuti, credendo di essere un lupo mannaro. In tasca mi e ra rimasto soltanto

Con una lama acuminata li feci fuori tutti quanti. La mia testa diventò più liscia

un vecchio capello.

di una palla di biliardo. Finalmente mi sentii libero e bello.

Andai a vivere sul cratere dell’Etna, ululando nelle notti di luna piena e mangiando vermi, ragni e locuste. Dopo sei mesi l’effetto dell’ipnosi era

E il Minoxidil?

terminato. I capelli avevano continuato a cadere, fregandosene di tutto. La mia capacità di intendere e di volere era però stata minata per sempre. Così decisi di

Ora per lavoro faccio il rappresentante del miracoloso liquido che fa ricrescere

iscrivermi all’università. Una buona iniezione di cultura forse avrebbe rafforzato

i capelli.

il cervello e di conseguenza le preziose radici a contatto.

Il mondo è pieno di gente terrorizzata dalla calvizie.

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di Renzo Mengoni

Arco aveva trascorso le giornate di quella primavera tropicale giocando con le

“Oh, ben volentieri, carino. Ma, ti avverto, può essere molto pericoloso.”

meduse e le seppie. Ogni tanto si mescolava a qualche branco di delfini, per

“Quali pericoli potrò mai correre accanto ad una creatura forte e grande come

fare a gara a chi saltava più in alto. Le giornate di quel piccolo baleno erano

te?”

state felici ma anche un po’ noiose, da quando aveva smarrito il branco. Fino

La petroliera avrebbe voluto mandare via Arco, ma erano tanti anni che si

all’incontro con quella petroliera che solcava le onde tutta fiera. Arco ne rimase

sentiva sola e triste e non ne ebbe il coraggio.

subito affascinato: com’era bella, e che camini alti aveva. E mandava quel canto

Così i due nuovi amici navigarono e visitarono nuovi mari per intere settimane.

armonioso: “Tuu! Tuuu! Tuuuu!” Sembrava quasi volesse dire: “Vieni con

Incontrarono tante creature e videro molte cose. Attraversarono le acque

me, vieni con me”. Il piccolo non seppe resisterere, e cominciò a seguire la

radioattive di Mururoa e quelle asfissiate dalle alghe dell’Adriatico; solcarono

grande nave. Quando quella se ne accorse fece: “Perché

i mari al carbonio del Giappone e i golfi al nitrato di sodio

mi vieni dietro? Sono tre giorni e tre notti che mi stai

degli Stati Uniti. Arco imparò così che gli esseri più

appiccicato alle calcagna. Vuoi forse rubarmi il carico che porto

pericolosi di tutti erano gli uomini. Però era felice lo stesso,

nel ventre?”

perché aveva incontrato un’amica sincera.

“Oh no, mia bella petroliera... Veramente... Veramente mi sono un

Ma un giorno una tempesta mandò la petroliera ad infrangersi sugli

po’ infatuato di te. Canti così bene!”

scogli delle isole Shetland. Una intera fiancata rimase squarciata,

Era la prima volta che una creatura marina le si rivolgeva con parole

e tutto il carico andò in mare. Il povero Arco si ritrovò così tutto

affettuose. Quanti insulti invece aveva dovuto sopportare nella

coperto da una sostanza nera ed appiccicosa. Era dunque quello,

sua biasimata carriera! E sempre perché qualche capitano troppo

il famigerato petrolio! Diventato tutto sporco, non riusciva più a

sbadato aveva fatto disperdere il carico in mare. Ma io e le mie

nuotare, e sudava in abbondanza.

colleghe che c’entriamo? - ragionava lei - noi facciamo soltanto

“Ah, se fossi stato più attento, e più svelto a scappare! Fra poco

il nostro dovere di brave navi, mica ce l’abbiamo con gli abitanti

morirò come quei gamberetti laggiù, per colpa di questa cattiva

dell’acqua!

sostanza maleodorante!”

Ma senza il petrolio lei stessa non avrebbe potuto muoversi. Il

Lo sfortunato balenottero aveva già cominciato a recitare le sue

suo motore usava un derivato di quella sostanza, non il vento o la

ultime preghiere. All’improvviso, invece, arrivarono degli uomini

forza delle onde come le sue antenate. Gli uomini l’avevano fatta

su una nave verde che lo ripulirono da cima a fondo. Poi, con

diventare una nemica del mare, e per quello, in fondo, si sentiva

una pompa, gli spruzzarono intorno tanta acqua pulita. Evviva!

in colpa. Una volta, come le aveva raccontato nonna Caravella, le

Allora esistevano anche delle persone per bene! Quelli, con delle

cicogne usavano i pennoni più alti per costruire i nidi, i polipi si

bandierine, gli indicarono gentilmente la strada; e lui poté nuotare

rifugiavano tra le assi e i pesci più piccoli, le cozze e le

fino ad una baia amena. Lì fu delicatamente preso e

vongole si stabilivano al sicuro delle chiglie. I gabbiani e

trasportato in una grande fabbrica. Degli operai laboriosi

gli uccelli migratori, inoltre, usavano le imbarcazioni per ripararsi o riposarsi

lo tagliarono a fettine, che furono messe diligentemente a bollire. Fu quindi

tra una traversata oceanica e l’altra. Ora, invece, con quel terribile petrolio,

trasformato in buon mangime alimentare di marca ‘Pescibel’, ingrediente

nessuno osava più avvicinarsi!

basilare per una corretta nutrizione dei pesci rossi.

“Grazie, piccolo balenottero, sono commossa. Erano dieci anni che nessuno

Arco così aveva contribuito a rendere felici tanti pesciolini d’appartamento,

mi rivolgeva più la parola. Cosa posso fare per te?”

che se ne mangiarono ogni volta qualche milligrammo, leccandosi i baffi tutti

“Fammi venire sulla tua scia alla scoperta del mondo, ti prego!”

contenti.

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di Renzo Mengoni

Pioveva a dirotto quel sabato pomeriggio di febbraio; era freddo, stava per

silenziosi e concentrati, avevamo gli occhi sbarrati, fissi sulla preda.

nevicare da un momento all’altro e c’era pure la nebbia. Ci eravamo ritrovati

Ci sentivamo tutti fratelli, accomunati da un solo obbiettivo: mangiare

così soltanto in un centinaio alla partenza di quella gara sui dieci chilometri di

quell’uomo per sopravvivere. Ora l’uno, ora l’altro ci alternavamo in testa a

inizio stagione. A me non importava niente delle condizioni meteorologiche

fare l’andatura con fluide falcate.

avverse, ho sempre amato correre col tempo brutto. Mi è sempre piaciuto

Tra di noi si era instaurata un’intesa perfetta, formavamo una cosa sola,

sfidare la natura e poter affermare il mio ego su di essa fino al punto di dire:

ognuno si era dissolto per identificarsi completamente nel branco.

“Correrò lo stesso, niente mi potrà fermare.”

L’uomo davanti era evidentemente in difficoltà. La sua corsa era diventata

Così fu anche quella volta. Molti rimasero rintanati dentro le loro auto ma

scomposta. Dimenava le braccia in maniera anomala, sbagliava traiettoria

io no, pioveva diluviava grandinava e mi presentai lo stesso alla partenza

nel prendere le curve, sputava in continuazione.

insieme agli altri fanatici. Venne dato il via; poco dopo si formò un gruppetto

La distanza diminuiva sempre più. La nostra eccitazione era aumentata a

di cinque o sei concorrenti in testa e poi dietro un altro comprendente anche

dismisura, avevamo già l’acquolina in bocca. Passavamo la lingua sui denti

me. Sì, facevo parte di quella schiera di podisti che azzeccano una gara ogni

pregustando il lauto pasto oramai a portata di zampa.

cinquanta, ma che godono e soffrono veramente correndo.

Mario Verdi imprecava. Aveva da poco superato il settimo chilometro ed era

Ho sempre preferito procedere così, in gruppo, all’inseguimento di quelli

completamente scoppiato.

davanti, sperando nel sorpasso come il malato spera nella guarigione o il

Un vecchio lupo dal pelo rado fece un allungo, evidentemente eccitato

giocatore di tombola nella cinquina.

dall’odore umano divenuto fortissimo.

Di solito mi piazzo qualche metro dietro un altro concorrente per sfruttarne

Lo seguii: volevo avere il privilegio di dare il primo morso. Eravamo giunti

la scia, cercando di concentrarmi sul ritmo e non pensare a nient’altro.

a pochi metri dalla succulenta preda, scattai ancora: “WOOF! WOOF!”,

Quella volta, come tante altre, poco dopo la partenza ero riuscito ad evadere

ululando in maniera bestiale con un balzo gli fui sopra. E, SGNAC!, lo

completamente dalla realtà.

azzannai sul collo.

Ero di colpo diventato un lupo: intorno a me c’erano altri lupi, eravamo un

“Porc... che cavolo fai? Ma che, sei scemo?”

branco di bestie feroci all’inseguimento del drappello di uomini lì davanti.

Intesi confusamente queste esclamazioni, poi fui colpito da un tremendo

Tutto intorno c’erano le desolate terre del grande nord, soltanto la nebbia e

pugno nell’occhio sinistro. Caddi riverso sull’asfalto.

la bufera ci accompagnavano. Stavamo correndo per sopravvivere, eravamo

“Ma io ti faccio a striscioline, pezzo d’un imbecille!”

affamati e crudeli. Non ci saremmo fermati prima di aver raggiunto l’uomo

Ritornai alla realtà: Mario Verdi, fuori di sé dalla rabbia, era trattenuto da

più debole del gruppo davanti, che sarebbe inesorabilmente diventato il

tre dei miei compagni di branco, cioè di gruppo, che avevano assistito alla

nostro pasto.

scena. A quel punto cercai di giustificarmi.

Mario Verdi, ex-pugile, del club “Maratoneti Forti” di Terrascola aveva

“Scusa, sai... il branco, i lupi, la caccia...”

sbagliato tattica: era partito troppo forte e stava perdendo terreno rispetto

Quello invece diventò ancora più furioso di prima.

agli altri battistrada.

“Ah, mi pigli anche in giro? Ma io ti ammazzo!” Soltanto con l’intervento dei Carabinieri riuscii a scamparla, ma da allora

Non appena fu chiaro che quell’uomo era in difficoltà subentrarono in noi

sono conosciuto nell’ambiente come Giacinto, il maratoneta-lupo e per

lupi gli stimoli e le energie necessari per aumentare l’andatura. Correvamo

partecipare alle gare gli organizzatori mi costringono invariabilmente ad

tutti con la lingua di fuori e la bava alla bocca; nessuno ululava. Eravamo

indossare una museruola rinforzata, pena la squalifica.

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di Renzo Mengoni

Ăˆ il sogno della mia vita. Da piĂš di dieci anni ho in mente di scrivere questo bellissimo romanzo. Ma sono cosĂŹ pigr

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di Renzo Mengoni

Grunt si svegliò all’alba per andare al lavoro come al solito. Preparò gli attrezzi in silenzio, per non svegliare la moglie Brontola e la figlioletta Saura. Poi, sistemando il giaciglio, diede loro un’ultima tenera occhiata. Era fiero della sua famiglia, era fiero del suo possente torace e delle muscolose braccia con le quali si procurava da vivere. Quel giorno i colleghi lo lasciarono in pace, così il risultato fu più buono che mai. Con il frutto di quella giornata sarebbero andati avanti per almeno sei mesi. incredibile, non gli era mai successo di fare una caccia così abbondante. Ma ora lo aspettava la parte più difficile, cioé trasportare i cinque bisonti a casa. Si prospettava una faticaccia incredibile. Grunt pensò di concedersi un meritato riposino, e si sdraiò sull’erba accanto ad una pietra di forma circolare. Ma la fatica era stata tanta, la stanchezza ebbe il sopravvento e Grunt si addormentò come un sasso. Quandò si risvegliò il sole stava per tramontare. Maledizione, come avrebbe fatto a trasportare i cinque bisonti alla caverna prima che fosse notte? Aveva promesso a Brontola che sarebbe ritornato prima del tramonto! Di passare la notte all’addiaccio per fare la guardia ai bisonti, nemmeno a pensarci. Ci voleva un’idea. Ma Grunt non era abituato a lavorare con il cervello, l’unica cosa che sapeva fare era andare a caccia di bisonti. Pensando e ripensando, inciampò e cadde per terra. Rialzandosi, guardò in alto e vide le foglie degli alberi sopra di lui. All’improvviso gli venne quell’idea rivoluzionaria. Così, presentandosi la sera alla moglie, esclamò tutto contento: “Cara, se le piante si nutrono, crescono e vivono cibandosi d’aria, possiamo farlo anche noi!” Aveva inventato la dieta.

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Works & words by RENZO MENGONI www.renzomengoni.com

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1500 copies of MOMA VOICE have been printed by errebi grafiche ripesi in falconara (an) and they are available in MOMA shops

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