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Spagine della domenica n°34 - 22 giugno 2014 - anno 2 n.0 Periodico culturale dell’Associazione Fondo Verri Un omaggio alla scrittura infinita di F.S. Dòdaro e A. L. Verri


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I

l Puglia Pride inizia lunedì 23 giugno, a Foggia, e si conclude sabato 28 giugno, a Lecce. Il 26 giugno, a Bari, ci sarà un convegno sulla omogenitorialità, all’Università. Il 27 giugno, a Taranto, si terrà il convegno “Cosa c’è di diverso”. Molto atteso il primo Gay Pride, a Lecce, che ospiterà il corteo per i diritti omosessuali. Il capoluogo salentino, candidato a diventare Capitale della Cultura per il 2019, mostra il suo volto morbido, aperto, moderno. Un po’di giorni fa, il 31 maggio scorso, nei pressi di Palazzo Celestini, uomini e donne del gruppo confessionale “Sentinelle in piedi”, che manifestavano a difesa della famiglia tradizionale e contro il ddl Scalfarotto che vuole punire i reati omofobici, sono stati duramente contestati dagli attivisti gay. Certo, chi sosta in piedi, in silenzio, con un libro in mano, per divulgare idee e concezioni d’un certo tipo, anche per biasimare una costituenda normativa contro l’omofobia, non dovrebbe allarmare, spaventare più di tanto. Però, fuori d’ogni polemica, le proteste integrali e ipercattoliche delle “Sentinelle in piedi”, in un tempo di sensibili e palesi discriminazioni, appaiono decisamente anacronistiche e fuori luogo. Molto più contemporanei, in linea con gli accadimenti, sono i Gay Pride, in quanto la comunità Lgtb avanza l’intento di battersi con vigore per la protezione di tutti i cittadini. E per la tutela di sacrosanti diritti, ancora non riconosciuti. La strada malagevole, accidentata, che conduce all’eguaglianza, è irta di ostacoli, densa di fraintendimenti. Addirittura, secondo certuni, lesbiche e gay sarebbero “accecati dall’ideologia”. Ma cosa c’è di più umano che chiedere e desiderare amore alla luce del sole? Nell’Italia delle contrapposizioni cruente e degli scontri bipolari, abbiamo più che mai bisogno d’una legge contro l’omofobia e contro la transfobia e d’una liberale normativa sulle coppie di fatto. Cionondimeno, la battaglia contro le prevaricazioni si conduce con calma, con la pazienza dei saggi: non bastano le valide misure e le strette securitarie per assicurare maggiore giustizia e la diffusione di floridi semi di comprensione. Non è sufficiente una legge a spazzare via le dense brume della emarginazione, della esclu-

“Chi differenzia gli esseri umani e li oltraggia, lo fa perché è un soggetto lacerato da vuoti interiori. Ogni civiltà dovrebbe fondarsi sulla ricchezza e sulla variabilità delle interazioni, sulla complessità” sione. Chi alza con grettezza barriere fra gli individui deve essere sconfitto con le armi della non violenza e della cultura. Non c’è niente di più oltraggioso, di più obbrobrioso, di più odioso, della ghettizzazione degli esseri umani in base alla loro diversa appartenenza di genere o orientamento sessuale. Si dà scacco all’omofobia con l’impavidità dei gesti, con la corretta comunicazione, con l’amore per la reciprocità. La sensibilità istituzionale e delle varie agenzie sociali possono creare un nuovo vivido terreno di coltura: da qui devono cominciare a pullulare i germogli del riscatto. La scuola e la famiglia hanno il dovere morale di sanare un vulnus e di pacificare gli individui. Noi cittadini, al cospetto di malcelati soprusi, possiamo fare una semplice analisi antropologica. Chi differenzia gli esseri umani e li oltraggia, lo fa perché è un soggetto lacerato da vuoti interiori. Ogni civiltà dovrebbe fondarsi sulla ricchezza e sulla variabilità delle interazioni, sulla complessità. Tutti dovremmo, comunque, rispettare le libere espressioni delle individualità. La sessualità esprime parte della identità personale, che deve essere integralmente vista in ogni estrinsecazione del sé. Ancora oggi, c’è chi ignobilmente insulta cittadini omosessuali e trans, chi vigliaccamente li aggredisce. La Chiesa cattolica, fedele alla sua dottrina e ai suoi valori “non negoziabili”, è contraria nettamente alle unioni gay. Papa Francesco, appena insediato, ha detto sorprendentemente: “Chi sono io per giudicare un gay?”. Purtuttavia, Benedetto XVI non perdeva occasione per rammentare: “L’amore generoso e indissolubile”, fra un uomo e una donna, è fondamento del vivere”. Ma una Chiesa che “si oppone a qualsiasi forma di negazione della vita umana”, può continuare a chiudere gli occhi di fronte a una realtà composita, in movimento, che vuole essere solo decodificata in modo chiaro, non dogmatico? Perché continuare a disconoscere l’esistente, che non è qualcosa di astratto, ma rimanda all’amore, alla sofferenza, ai giorni vissuti, di uomini e donne, sovente ghettizzati? Se la Chiesa cattolica è vittima d’una evidente chiusura, il mondo

di Marcello Buttazzo

politico non può che riconoscere il valore e il significato inerente del “fare famiglia”, non può che garantire a tutti un appropriato sistema giuridico di diritti e doveri. Da più parti, si sostiene la necessità di pervenire ad una cittadinanza più coesa: è vitale che ognuno di noi consideri l’altro eguale e diverso; è prioritario riscoprire la bellezza dell’appartenenza, del senso civico, del rispetto per il bene pubblico, per l’alterità, che definiscono compiutamente “un’etica di gruppo”. Tutti i cittadini devono sentirsi comunità, devono sentirsi protagonisti, e non soggetti marginalizzati, in uno Stato laico e liberale. È una irrinunciabile aspettativa, che si può dispiegare solo aderendo serenamente a visioni di ampio respiro. I pronunciamenti etici dovrebbero essere flessibili, in grado di assicurare sempre libertà e pari opportunità. La Natura sa anche essere accogliente, una grande madre che sa unire tutti. Cosa c’è di più entusiasmante che stringersi in calorosi abbracci, senza il rischio greve di incorrere nella volgarità della discriminazione, nella superficialità di chi è incline a proferire parziali giudizi? Cosa c’è di più antropologicamente dinamico che concedere ad ognuno il tempo, lo spazio e il passo d’un mutuo rapporto? C’è chi ancora, fra i cattolici, asserisce che “l’omosessualità va contro la natura di quello che Dio ha originariamente voluto”. La morale cristiana è molto rigida, rigorosissima, a volte innalza steccati di incomunicabilità. Perché, invece, non aprirsi al flusso del vivente? “L’omosessualità è contro natura”, è un’asserzione abnorme, fallace, che può soddisfare i dettami dell’etica tradizionale, ma scontenta e mortifica tanti uomini, tante donne. In quest’era di conflittualità, s’avverte la necessità di marcare un dominio dei diritti civili. Il Puglia Pride è una eccellente evenienza per ricordare che le famiglie sono al plurale, che i cittadini sono tutti eguali e che l’organizzazione affettiva spetta a loro. Il concetto di famiglia deve essere allargato, e non negato. Invece, da Forza Italia al Nuovo centrodestra, fino all’Udc, sono numerosissimi i politici che innalzano sperticati inni di lode “all’unica famiglia possibile”, cioè “quella naturale fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna e orientata alla procreazione”.


Contemporanea

della domenica n°34 - 22 giugno 2014 - anno 2 n.0

Sabato 28 giugno si terrà a Lecce il “Puglia Pride” La città di Lecce è stata scelta perchè sede del nascente comitato Arcigay “Salento La Terra di Oz” e perchè città candidata a Capitale della Cultura 2019

Nella settimana che precederà la parata verranno organizzati incontri nei maggiori capoluoghi della regione, in un susseguirsi di eventi dedicati alle tematiche proprie della comunità arcobaleno volte a sensibilizzare i cittadini verso le tematiche del Pride

Insieme più forti

D

a lunedì 23 a sabato 28 giugno in tutta la Puglia si terrà la “Week Pride”, la settimana del Puglia Pride organizzato dall’omonimo coordinamento e con il patrocinio della Regione Puglia, un’iniziativa che percorrerà tutta la regione con una cascata di eventi per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche dei diritti LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender). Non solo un’occasione di riflessione ma anche una festa e un invito alla condivisione, alla fratellanza, all’amore, alla vita sotto lo slogan “Insieme siamo più forti”. Si parte lunedì 23 giugno da Foggia con il Pride Street (alle 18.00, su Corso Vittorio Emanuele), un flash-mob, seguito da un dibattito in piazza sulle buone pratiche per una corretta informazione. Mercoledì 25 tappa a Barletta (alle 17.30 - nella Sala Consiliare a Palazzo di Città) per “Queer ed Ora - Declinazioni d’amore”, convegno a cui parteciperanno psicologi e psicoterapeuti del territorio; alle 20.00 si terrà invece la presentazione del libro "Resto umano" a cura dell'associazione "Made in Blu" (presso l'associazione Arci "Carlo Cafiero"), a seguire Pride Party con esibizioni musicali live. Giovedì 26 sarà la volta di Bari (alle 16.30 - Aula Magna dell'Ateneo) con il convegno "Famiglie omogenitoriali: quali diritti e quali tutele per i minori", intervengono Rosy Paparella, "Garante regionale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza", Alessandro Taurino, professore di psicologia clinica all'Università degli Studi di Bari, Patrizia Famà, giudice del tribunale per i minorenni, Mauro Laskavj, giudice onorario del tribunale dei minorenni, introdurrà Rosa Perrucci di Arcilesbica Mediterranea Bari. In serata il party "Giovedì Friendly" (dalle 20.30 presso l’Eremo Club). Venerdì 27 il Pride fa tappa a Taranto con “Cosa c’è di Diverso?” un cartellone ricco di appuntamenti: alle 10.30 (Palazzo della Cultura, Biblioteca Acclavio) sarà inaugurato lo sportello del Centro di Ascolto LGBTIQ. Nell’arco dell’intera giornata, Piazza Maria Immacolata sarà “abitata” dagli attivisti di Arcigay e di Amnesty International, dai volontari di Hermes Academy Onlus e da Strambopoli – La Città degli Artisti, che offriranno il workshop gratuito di scrittura creativa e drammatizzazione sull’identità di genere. Alle 17.00 la Libreria Mondadori ospiterà il workshop “Le relazioni”, alle 21.00 invece appuntamento al Satyrion Jazz Club (Marina di Leporano), dove sarà allestito il Villaggio delle Diverse Arti, con una collettiva di arti visive e stand di numerose associazioni culturali e di volontariato. Dalle 21.00 in poi si susseguiranno gli interventi di Barbara Gambillara, consigliera di Parità della Provincia di Taranto, Anna Rita Lemma, consigliera regionale, e di altre autorità, psicologi, sociologi, avvocati, giornalisti; Miki Formisano, presidente di Tgenus, illustrerà le attività dell’associazione di volontariato, nata un mese fa, che si occupa di tematiche legate all'identità di genere; saranno inoltre messi in scena

due brevi recital teatral/musicali, frutto del percorso di scrittura e drammatizzazione che l’Hermes Academy Onlus offre alle donne vittime di violenza, agli omosessuali e alle loro famiglie e ai diversamente abili; saranno proiettati due corti realizzati dai videomaker Federico Paolini, Martina Manca e Giacomo Volpe, coordinatori di Hermes Academy Onlus – Roma. Alle 23.30 l’attore trasformista Audrey, già drag queen della Compagnia XQ28 di Roma, si esibirà in uno spettacolo di musica e teatro tratto dal suo ultimo lavoro discografico “Nuda”. A seguire, il Pride Party a cura dell’organizzazione LGBTIQ tarantina Castgay. Le iniziative godono del Patrocinio dell’Ufficio della Consigliera di Parità della Provincia di Taranto e del Patrocinio Morale del Comune di Taranto. Sabato 28 l’onda lunga del Puglia Pride arriverà a Lecce per chiudere quest’intensa settimana con un festoso corteo. È la prima volta che il Pride approda nel capoluogo salentino, la scelta del coordinamento è ricaduta sulla città in quanto sede del nascente comitato Arcigay “Salento La Terra di Oz” e in quanto città candidata a Capitale Europea della Cultura 2019. La parata, che ha ricevuto il patrocinio del Comune di Lecce, prenderà il via alle 16.30 da Porta Napoli, percorrendo Via F. Calasso per proseguire in via M. De Pietro, via Giuseppe Garibaldi, via Imperatore Adriano e via Nazario Sauro per arrivare in Piazza Mazzini. Alle 23.00 la giornata si chiuderà in festa alla stazione ferroviaria di Zollino (presso Locomotiva Breda) con il Color Party. *** Puglia Pride è un coordinamento composto da oltre 50 associazioni regionali e provinciali da tutta la Puglia a cui si affiancano associazioni e gruppi locali, che ampliano esponenzialmente la rosa dei partecipanti ufficiali. Variegato è il novero delle rivendicazioni dichiarate nel documento politico, a livello nazionale: matrimonio egualitario, adozioni per coppie dello stesso sesso, unioni civili, riconoscimento delle famiglie omogenitoriali e del genitore non biologico, procreazione medicalmente assistita, legge contro omofobia e transfobia, legge sul cambio di genere sessuale, leggi in materia di tutela della persona transessuale e intersessuale oltre che sul lavoro, l’introduzione di un codice di autoregolamentazione per le materie LGBTQI. A livello regionale si chiede: una campagna di sensibilizzazione e informazione sulle malattie sessualmente trasmissibili, di aderire alla rete Re.A.Dy., aiuto ai migranti LGBT tramite formazione e progetti, coinvolgimento dell’università e della scuola nei processi di formazione ed educazione inerenti alle tematiche LGBT, centri specializzati nel percorso di transizione, piani sociali di zona, istituzione dei registri delle unioni civili e una riformulazione della modulistica cambiando la dicitura madre/padre a “genitore”.


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Diario politico

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on v’è dubbio alcuno che la crisi delle ideologie, la fine dei partiti e la perdita dei profili culturali di destra e di sinistra, nella confusione politica che ne è seguita hanno disorientato tutti, politici e analisti, anche quelli più attrezzati, i quali non hanno più punti di riferimento e si regolano come quegli artigiani che sprovvisti di metro valutano all’incirca. A volte, però, qualcuno pretende di essere preciso. Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera” di domenica, 15 giugno, è riuscito a ripetere due volte, in un breve editoriale, “Ma decidere non è una colpa”, che Matteo Renzi è «indiscutibilmente uomo di sinistra», «indubbiamente uomo di sinistra»; e lo ha dimostrato – dice Panebianco – con la redistribuzione dalla classe media ai ceti meno abbienti (gli ottanta euro) e con l’immigrazione. Ma proprio su questi due temi c’è da discutere circa l’orientamento di Renzi. A mio avviso non è né di destra né di sinistra, è un qualunquista, anzi un neoqualunquista, dice e fa quello che all’istante gli torna comodo e utile. O Franza o Spagna finché si guadagna, correggendo un vecchio detto popolare. Conferma questa mia opinione l’economista italo-americana Mariana Mazzucato, docente all’Università inglese di Sussex, autrice del recentissimo saggio “Lo Stato innovatore”, la quale, in un confronto col collega italiano Francesco Giavazzi, a “Otto e Mezzo” di Lilly Gruber, alla domanda se Renzi è un liberista o un socialdemocratico ha risposto che è un po’ dell’uno e un po’ dell’altro (16 giugno 2014). Dispiace che un analista politico come Panebianco non abbia capito – o si sta convertendo? – che Matteo Renzi è solo un pragmatico furbacchione. Con gli ottanta euro, che non sono andati proprio ai morti di fame, a quelli cioè che percepiscono poco più di 500 euro di pensione al mese, ma a chi ha un reddito mensile sotto i 1.500 euro, Renzi ha compiuto il miracolo di avere il 40,8 % dei votanti, che lo stesso Panebianco su “Sette”, il settimanale del “Corriere della Sera” del 13 giugno, suggeriva di leggerlo con maggiore correttezza politica (“L’Italia impari a dare i numeri. Giusti”). Renzi si è comportato come l’ultimo discepolo di Achille Lauro, pur senza averlo mai avuto per maestro. Quanto all’immigrazione, Renzi è sulla scia di Prodi, Monti e Letta: vuole farsi “bello” agli occhi dell’Europa. Per carità, tutto legittimo, ma dedurre che da questi provvedimenti si vede che è un uomo «indiscutibilmente di sinistra» ne passa. Lo stesso Renzi, qualche tempo fa, nella prefazione al riedito libretto di Norberto Bobbio sull’essere di destra o di sinistra, ha scritto che oggi non ha alcun senso porsi simili differenziazioni, l’unica essendo oggi tra essere veloci o lenti. Gli analisti sono costretti a prendere atto che oggi la realtà politica è avvolta da una cortina di fumo che impedisce qualsiasi distinzione e obbliga di navigare a vista. Al buio, che le vacche siano tante o sia una, non fa differenza alcuna, come non fa differenza il colore. Renzi oggi è di fatto il dominus della politica italiana proprio perché è stata azzerata la rosa dei venti. La vera meraviglia – starei per dire scandalo – è proprio questa: pur senza “occhi” vede benissimo al buio. Inutile ripetere tutte le ragioni

della domenica n°34 - 22 giugno 2014 - anno 2 n.0

Tutti lo cercano tutti lo vogliono di Gigi Montonato

Matteo Renzi

Visto e considerato che a fronteggiarlo non si busca niente, tanto vale farselo amico...

Una tavola di Stefano Disegni nel suo blog su ilfattoquotidiano.it

di questo strano fenomeno: ne basta una: è espressione di un’operazione che con la democrazia tradizionale non ha niente a che fare. Nessuno ha un motivo, che sia uno, per avversarlo. Lo stesso Berlusconi ha fatto la campagna elettorale in suo favore, ostentando una paura esagerata che potesse vincere Grillo; e lo stesso Grillo oggi bussa alla porta di Renzi, insieme alla Lega. Renzi, da quel “bombardino” che è (a Firenze chiamano così chi le spara grosse), mena vanto e dice: alcune settimane fa tutti mi trattavano come se avessi la peste, oggi tutti mi cercano e tutti mi vogliono. Ma è lecito chiedersi: lo cercano e lo vogliono convinti della sua bontà o è solo un cambiamento di tattica? Come dire: visto e considerato che a fronteggiarlo non si busca niente, tanto vale farselo amico. O è vera la terza: hanno trovato il “fesso” da mettere alle stanghe. I conti, evidentemente, se li sono fatti tutti male. Renzi vuole fare le riforme, ma come le vuole lui. Tanto di guadagnato se sono condivise dagli altri. In caso contrario, li mette alla porta tra insulti e sberleffi.

Sarà pure vero quello che gli ha detto Corradino Mineo, che si comporta come un autistico – e chissà che una qualche percentuale di autismo non ci sia davvero in lui – ma ciò non significa che non sia in grado di infliggere a tutti mortificazioni su mortificazioni. Finora gli è riuscito bene. Mozart, secondo una certa tradizione, ripresa dal celebre film di Milos Forman, sembrava un mezzo idiota; ma quello che produsse nella sua breve esistenza è quanto di più geniale potesse creare un musicista. I politici italiani sono come Salieri: odiano il loro Mozart-Renzi, ma non possono non stargli dietro. Sperano di poter avere una parte nella scrittura della riforma elettorale, che potrebbe essere per il sistema e per alcuni dei suoi protagonisti una vera e propria messa da requiem. In simile incerta situazione risulta davvero difficile per osservatori e analisti orientarsi nelle valutazioni e vedere in che direzione possano andare le nuove forme di organizzazione della competizione politica, legate evidentemente alla mamma di tutte le riforme. Appunto, quella elettorale.


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Ludopatie

della domenica n°34 - 22 giugno 2014 - anno 2 n.0

Delle operazioni di marketing dello Stato che promuove il gioco d’azardo, beneficiano le mafie che espandono il loro dominio in una zona grigia dove legale e illegale si mischiano pericolosamente

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stato pubblicato il rapporto della consulta Nazionale Antiusura 2014 relativo al gioco d’azzardo in Italia dal titolo “Il gioco d’azzardo e le sue conseguenze sulla società italiana – Le presenza della criminalità del mercato dell’alea”. Puntuali arrivano le conferme di quanto da anni chi si occupa di mafie e gioco d’azzardo, legale e non, ha intuito e documentato: la malavita ha un giro d’affari sul gioco d’azzardo pari al 20% , derivante dall’usura, dal gioco d’azzardo illegale, gestione di sale giochi eccetera. Lo Stato, con la sua pubblicità, diventa nei fatti il grimaldello delle mafie proprio come promotore dell’azzardo. Si innesca un meccanismo perverso nel quale lo Stato consuma più di quanto incassa e, come recita la Direzione Nazionale Antimafia: “forma un sistema di connivenze con funzionari pubblici e uomini delle forze dell’ordine”. In sostanza delle operazioni di marketing dello Stato, che promuove il gioco, beneficiano le mafie che espandono il loro dominio in una zona grigia dove legale e illegale si mischiano pericolosamente. All’espansione del gioco legale (spinto e potenziato dallo Stato) corrisponde speculare espansione di quello illegale che non entra in concorrenza, ma si potenziano reciprocamente. Le mafie propongono il nero, lo Stato rilancia mandando in onda nuovi giochi rendendoli più capillarmente diffusi e più rapidi. Questo giro infame genera nuove povertà, nuova usura, in sostanza, il legale aumenta la popolazione che entra in contatto con l’offerta criminale.

Bisca di Stato di Gianni Ferraris

I 161.252 sportelli per il gioco d’azzardo e le 7.346 strutture specializzate fanno si che ogni cittadini italiano entri in contatto con offerte di gioco più volte nell’arco delle 24 ore. Il tutto nella più bieca mancanza di rispetto per il cittadino di ogni età, sesso, religione che può sottrarsi al telemarketing con il registro delle opposizioni, ma non ha diritto di sottrarsi al gioco legale e soprattutto illegale.

Per i deboli questo mix è inquietante, aumentano i pensionati e i minori che giocano quotidianamente, aumentano le file di fronte agli schermi delle estrazioni “ogni 5 minuti” tanto decantate da falsi messaggi pubblicitari “vuoi vincere facile?”. Aumentano i display fuori dalle tabaccherie dove si dice “dall’inizio dell’anno qui si sono vinti X euro” nessun accenno a quanto è stato giocato, ovviamente. Secondo quanto riportato dal rapporto, questa densità elevatissima genera un’area grigia inquietante.

E il contrasto all’illegalità cozza con il controllo della spesa pubblica che ha ridotto a 400 unità, fra polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, gli uomini impegnati nella lotta all’azzardo. Le slot sono invece controllate in tempo reale telematicamente da SOGEI. Tuttavia correlando la propensione al gioco e le quantità di denaro effettivamente giocate qualcosa non torna. Mettendo i relazione Lotto e Superenalotto (giochi difficilmente clonabili) con le vlt e slot, mentre per i primi, Lotto e superenalotto, esiste una certa uniformità fra propensione al gioco e in-

zzzz

cassi ufficiali, per le seconde i dati sono molto differenti. Le quantità di denaro che nel 2012 è passato per gli apparecchi in forma ufficiale, differisce del 20% dal dato lordo registrato. In particolare a fronte di un dato ufficiale di 41,7 miliardi di euro registrati nel 2012, si stima una spesa reale di 50.3 miliardi. Gli 8,6 miliardi mancanti equivalgono all’intero incasso dell’erario per i giochi. In questo quadro è stato svelato anche il mistero di Pavia, una provincia ingiustamente penalizzata per un presunto record di propensione al gioco delle slot machine. Già dal 2007 Pavia balzò nelle prime pagine per un picco incredibile di gioco d’azzardo, ne parlarono anche blasonati giornali d’oltre oceano. Allora le giocate pro capite ammontavano a 1417 euro, contro una media nazionale che si aggirava sui 500. Negli anni successivi si riconfermava l’incongruenza con province dalle caratteristiche simili, le giocate erano doppie. La realtà che si va definendo è che in questa provincia i dati sono reali, corrispondono cioè a quanto effettivamente giocano gli italiani se nelle altre province venisse meno il nero. Proprio Pavia potrebbe rappresentare la metrica di base per calcolare il nero che regna incontrastato ovunque. Il rapporto conclude con una serie di raccomandazioni: distanza da luoghi sensibili delle sale per gioco d’azzardo. Stop alla pubblicità. Orari definiti. Controlli capillari e frequenti contro la diffusissima presenza di minori. Proposte che si fanno da anni ormai, trovando uno Stato sordo e cieco.


I resti di Bisanzio film scritto e diretto da Carlo Michele Schirinzi sarà proiettato venerdì 27 giugno a Pesaro in concorso per la 50a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema

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Un viaggio senza senso, un’urgenza di vuoto - da foga iconoclasta bizantina (nella storia e nella geografia dei personaggi), un ciclico ritorno ed un vagar per scene ed immagini come il perdersi nei tasselli musivi calpestati d’Otranto

C

non ha stimoli dal quotidiano e condivide questo malessere con due amici, S, bandista del paese, ed R, ex-benzinaio che vive apaticamente tra le mura della sua spoglia dimora. Da quest’ultimo, C preleva scolature di carburante per realizzare il suo sogno: bruciare il presente che non gli appartiene. C ha continue visioni incendiarie, effimere ed impotenti perché soltanto immaginate dalla sua mente ed affrescate nei suoi occhi. Intanto tre “turisti” approdati sulle rive adriatiche si perdono nel Capo di Leuca tra luoghi abbandonati dalla Storia, ruderi architettonici e macerie sociali mentre un terrorista culturale, chiuso in una vecchia torre costiera, imbastisce parole che forse nessuno leggerà.

E’ la sinossi de I resti di Bisanzio film scritto e diretto da Carlo Michele Schirinzi che sarà proiettato venerdì 27 giugno al Teatro Sperimentale di Pesaro unico film italiano selezionato al "Concorso Pesaro Nuovo Cinema" (sezione competitiva internazionale) per la 50a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Ad accompagnare il debutto pesarese del film – primo lungometraggio di Carlo Michele Schirinzi - una mostra a cura di Bruno Di Marino. La presa di coscienza della forza illusoria delle immagini religiose e la consequenziale rabbia iconoclasta che si scagliò contro di esse nell’antica Bisanzio, sono la premessa a tutto. I monaci scampati dalla furia approdarono in queste terre, scavarono eremi e vi dipinsero icone dando origine ad un’intima dimensione sacra: madonne private pronte a soddisfare ogni loro esigenza. Iconoclastia è lotta feroce contro l’apparenza, l’inganno, il miraggio, in altre parole, contro ogni falsità.

Il film Una terra condannata a lievi spostamenti tellurici, a guerre inventate, a fortificazioni inutili, a vani attracchi, a finti abbagli culturali: il film è un intimo ritratto del

Basso Salento dedicato a chi è naufrago nella propria vita. Non c’è storia ma azioni. La Storia è già stata e i personaggi sono rimasti fuori, esclusi a loro insaputa, non sappiamo se a danno o per fortuna (l’ultimo atto storico fu nei primi anni 90 quando l’Adriatico vomitò il grande sbarco albanese, lo stesso Adriatico che cinquecento anni prima portò i turchi a compiere l’iconoclastia umana ad Otranto). Il protagonista - eremita senza tempo, contemporaneamente invasore ed invasato - inala l’ossigeno che solo le immagini incendiarie riescono a donargli: è un piromane visionario ed impotente…non riuscendo a creare, con occhi e mente distrugge. Il film vuol ritrarre l’assenza d’identità di questo luogo, identità che oggi si cerca dannatamente di costruire senza tener conto del quotidiano spietato che si srotola sotto i nostri occhi lasciandoci in balìa del tempo che fugge, stranieri nella nostra stessa casa: accasciati dal pattume odierno, non ci curiamo del marcio che scorre come un fiume impazzito tra le rocce carsiche nascoste sotto la terra degli ulivi secolari. Scontrarsi col dramma non vuol dire ‘raccontarlo’: è una continua ed estenuante battaglia che non dà tregua perché contro ogni forma di storia, contro il voler a tutti i costi dare un sol senso, incanalare in un’unica rotta. Il film non vuole essere consolatorio o anticonsolatorio ma documentare un caos d’affetti, un’implosione di sentimenti in grado di percuotere il contemporaneo con le sue stesse armi: la vita non si racconta ma si attraversa, a volte senza direzione poiché il reale non appartiene alla Storia – i ricordi sono immagini –, la Storia è appiccicata dopo, quando l’incendio ha ceduto il posto alla cenere. Se il reale è incendiario, è con il fuoco che bisogna catturarlo, con l’immagine già satura di secolare dramma. ...chiudere gli occhi e non ascoltar parole è un diritto di chiunque, un diritto di critica alla galoppante globalizzazione, ai catastrofici tentativi di omogeneità ed alle, ancor più gravi, urgenze di nuove identità.

C. M. Schirinzi

Stefano De Santis è C, piromane e visionario

Carlo Michele Schirinzi


A Pesaro anche una mostra delle opere di Schirinzi a cura di Bruno Di Marino negli spazi di Didot LeggereFareGuardare L’inaugurazione giovedì 26 giugno

Arte&Cinema

della domenica n°34 - 22 giugno 2014 - anno 2 n.0

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Ballata naufraga, opera di Carlo Michele Schirinzi

La ballata del naufrago

iuniti e osservati insieme, i video e i lavori fotografici di Schirinzi si rafforzano a vicenda riaffermando quell’estetica della visione accidentata, sospesa tra il racconto biblico e la drammatica attualità, tra il Diluvio Universale e i viaggi disperati dei migranti che cercano, sbarcando sulle nostre coste, un futuro migliore. La cronaca diventa però solo lo spunto iniziale per un discorso più complesso sulla memoria, storica ma anche personale, biografica, attraverso la rielaborazione pitto-grafica di negativi familiari, i cui protagonisti - colti nei loro gesti quotidiani, vacanzieri in alcuni casi - acquistano una dimensione epica e drammaturgica. *** L’opera più suggestiva, che fornisce il titolo a questa mostra, è Ballata naufraga, un polittico di sette elementi rimando alle predelle delle antiche pale d’altare ma naturalmente anche ai fotogrammi di un film e, dunque, alla materia con cui lavora principalmente Schirinzi: quelle immagini in movimento che costituiscono il cuore del suo immaginario. Ispirato agli affreschi della basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina e al mosaico pavimentale della cattedrale dei Martiri ad Otranto, questo lavoro -

come suggerisce lo stesso Schirinzi - è una sorta di Via Crucis in sette stazioni.

Ad accomunare sia le visioni fisse sia quelle cinetiche di Schirinzi, è l’attitudine all’iconoclastia dell’artista-cineasta leccese; una distruzione e negazione delle immagini che, paradossalmente, le rende ancora più penetranti e indelebili. Se Ballata naufraga rimanda alla sequenza filmica, viceversa un suo video esposto in mostra, Notturno stenopeico, si basa su fotografie che, assemblate, ci restituiscono una visione confusa, lampeggiante. Attraverso una serie di aperture circolari e grandangolari che squarciano un profondo velo nero, intravediamo i volti e i corpi di centinaia di disperati che tentano di sbarcare sulle nostre coste, spesso trovandovi la morte. Il movimento nel video è dato solo grazie a squarci che illuminano frammenti di una visione apocalittica (il Gericault de Le Radeau de la Meduse). Il figurativo (e dunque il dramma, raccontato dai media) trasfigura inevitabilmente nell’onirico, la denuncia politica si fa muta poesia. Il mare assassino diviene in un altro suo video qui riproposto, Suite Joniadriatica, assoluto protagonista. La superficie liquida con le sue rifrazioni e i suoi riflessi, si trasforma in un’elegia di luce e di suono: siamo davanti a un mare deserto e primordiale da cui sca-

turisce l’origine di tutte le cose. Un mare che rassicura e a tratti inquieta, scandito dall’efficace musica elettronica di Gabriele Panico, che utilizza il rumore della risacca come elemento ritmico di base. Ritornando alle opere esposte, a completare questo paesaggio apocalittico Schirinzi ha aggiunto un’altra serie di lavori definiti «un’accozzaglia di pezzi: un Frankenstein imbastito da Baltrusaitis col filo della cronaca mediterranea». Il ciclo dei Grilli fonde, ancora una volta, figure “in negativo” con l’iconografia artistica sempre di derivazione medievale, proponendoci un bestiario umano fantastico. Tali figure, mostruose e disperate, vanno a popolare il presepe schirinziano, con un tocco grottesco ancora pregno, tuttavia, di echi drammatici dell’attualità: sono anch’essi dei naufraghi, freaks alla deriva prigionieri di una ballata onirica senza fine.

Nell’estetica di Schirinzi, il fotografico e il videofilmico mantengono un loro sapore analogico, dove il ritocco manuale, il graffito, la cancellazione, si affiancano alle rappresentazioni pittoriche e scultoree della sua terra, quella Puglia romanica e ancestrale, macabra e sensuale, sacra e profana, dove vengono messe in scena le bibliche catastrofi e i piccoli naufragi che costellano la nostra esistenza quotidiana. Bruno Di Marino


É

Letture

spagine

uscito per i tipi di Besa il romanzo incompiuto di Vittorio Bodini “Il fiore dell’amicizia”, riproposto così come Donato Valli lo pubblicò la prima volta sulla rivista della Banca Popolare Pugliese nel 1983, all’epoca Banca Popolare Sud Puglia, e arricchito della prefazione di Antonio Lucio Giannone. É un testo problematico, non tanto per la sua incompiutezza quanto per i contenuti che vi ricorrono e che lasciano ipotizzare improbabili sviluppi. Opere simili vanno lette così come sono. Se l’autore non ha voluto riprendere il romanzo e portarlo a conclusione o addirittura distruggerlo vuol dire che gli andava bene così; che così aveva un senso. Fatti salvi, ovviamente, tutti quei perfezionamenti tecnici e stilistici che caratterizzano le opere pronte per la stampa e che ne “Il fiore dell’amicizia” mancano. Nella discorsività narrativa che caratterizza il testo l’autore trascura qua e là dettagli importanti, stilistici e sintattici, come rilevato da Valli. Lo stesso titolo non è dell’autore. Ma di chi? Non è specificato. Ricorre nel testo: «mi parve che in quella sua domanda i nostri rapporti avessero toccato un segno più umano […], si fosse timidamente affacciato il fiore dell’amicizia» (capitolo XII, p. 123). Il punto è: qual è il senso di quest’opera lasciata in tronco? Il romanzo, dopo un approccio decisamente centrato sull’io narrante, si sposta sul gruppo di amici, che diventa il vero protagonista, e lì si spegne come lampada in esaurimento di olio al XIV capitolo, all’ingresso di una chiesa dove va a finire misteriosamente uno della comitiva, Ruggero, seguito e guardato da due suoi amici, uno dei quali è l’autore. Improbabile che il lettore si chieda che cosa sarebbe mai potuto accadere in un ipotetico prosieguo, se non qualche altra ragazzata, come ormai la narrazione fa presagire trascinandosi stancamente negli ultimi capitoli. Non pare un percorso di formazione. Non c’è Bildung. Fuori da quel gruppo di amici il protagonista non sembra avere altri interessi; nessuna menzione alla sua attività culturale, che pure c’era; i rapporti con la famiglia pressoché ridotti a zero; nessuna prospettiva di vita. Erano anni in cui Bodini collaborava a “La Voce del Salento”, diretta dal nonno materno Pietro Marti, gli anni del suo futurismo. Interessi culturali che Bodini, giovane tra giovani”, teneva scrupolosamente fuori del gruppo. Rimprovera aspramente l’amico Albertino che aveva rivelato a Nelly che scriveva poesie: «Perché [le] hai detto questo? E’ uno stupido scherzo di cui potevi fare a meno» (p. 69). C’è l’autocompiacimento di un’intelligenza superiore, di un giovane che sa di essere anche più bello e più fortunato (con le donne) degli altri, ammirato e rispettato dagli altri. Sottotraccia c’è il narcisismo di un dannunzianesimo epocale. A lui certe cose non potevano capitare! Non si considerava come gli altri. «Sapevo di non essere perfetto – dice – ma nel fondo di me trovavo la sicurezza che lo sarei diventato» (p. 127). La stessa comitiva di amici in verità non costituisce un tutto organico; fra di loro non c’è intesa, nessuna finalità di vita. Più che di amicizia Bodini ritiene che si tratti di «alleanza, non più che questo in quel nostro paese dove la vita è una guerra

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Da Besa, Il fiore dell’amicizia romanzo incompiuto di Vittorio Bodini

Bodini, i luoghi, i tempi, la noia Vittorio Bodini con un gruppo di studentesse

La copertina del libro edito da Besa per la cura di Lucio A. Giannone

e chi oggi ci è accanto lo è solo per un reciproco calcolo, finché non si presentino nuove circostanze» (p. 123). L’esaurimento narrativo del romanzo dipende dall’assenza di ideali, di interessi comuni. Si avverte un senso di vano e di vuoto, che anticipa l’horror vacui, con cui l’autore avrebbe definito il barocco. Lecce è un paese di avvocati, un paese in cui non c’è che il gioco per passare il tempo, tra pettegolezzi, malignità e piccole invidie; un paese dove domina la morale piccolo-borghese. Dove «Vi è una sola libertà di cui gli abitanti di L. sono realmente gelosi, ed è quella che esercitano nel chiuso delle pareti domestiche» (p. 107). In pieno regime fascista la politica, se pure intesa come partecipazione alle magnifiche sorti e pro-

gressive del Paese, sembra non esistere. «In generale alla gente la politica non importava proprio nulla» (p.124). Perfino i tumulti che scoppiavano qua e là in provincia non erano politica, «si trattava piuttosto di fame» (p. 124). Il romanzo finisce proprio per mancanza di prospettiva; è asfittico e negli ultimi due capitoli si avvita senza sbocco. Viveva così la gioventù del tempo? E’ una lettura della realtà provinciale interessante se confrontata con quella che accreditava il regime come di una società mobilitata e tesa verso esiti grandiosi. Ma per Bodini non «Valeva la pena di mangiarsi l’anima per un governo lontano che non sapeva neanche che noi esistevamo, e per il quale tutta intera la nostra città non era altro che un nome su una carta geografica» (p. 124). Per il fascismo c’è damnatio nominis assoluta: «partito che occupava allora il potere», «partito che si era impadronito del potere», «il giornale di quel partito», «partito al governo» e così via. Soprattutto l’espressione «partito che occupava allora il potere» fa pensare che la stesura del testo è posteriore al fascismo, dopo il 25 luglio del 1943. Giannone propende per il periodo 19421944, Valli per fine 1946 inizi 1947. Dettagli, importanti per critici e biografi. La riproposizione odierna del romanzo rientra nelle iniziative editoriali per i cento anni della nascita di Bodini 1914-2014. Saranno pubblicati altri testi. Gigi Montonato


spagine Chi è Mistaman? Mistaman è uno dei componenti e fondatori dell’Unlimited Struggle, ossessionato della tecnica e delle rime e amante della musica, nello specifico dell’hip hop.

Musica

M-Theory il nuovo album di Mistaman

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Con quali generi musicali sei cresciuto e perché hai scelto il rap? Quando ero piccolo quello che ‘assorbivo’ era la musica italiana ma, crescendo e ascoltando le prime musiche hip hop, ho capito che c’era qualcosa in più ed ho iniziato ad approfondire questo genere musicale e a conoscere gente che già ci stava dentro. È stata una continua ricerca e scoperta.

A fine aprile è uscito il tuo disco ‘M-Theory’. Nasconde la teoria di Mistaman? Sono appassionato di fisica teorica e di saggi di fantascienza. M-Theory è prima di tutto una teoria di fisica che viene definita la teoria del tutto, che si propone di sapere tutto mettendo assieme tante teorie rendendole coerenti tra di loro. Io faccio lo stesso con la musica, cioè in questo disco convivono vari miei modi di fare rap e la coerenza tra queste teorie è data da me stesso. La ‘M’ di ‘M-Theory’ in fisica non ha un significato particolare ma il fisico che l’ha creata ha lasciato sospeso il suo significato quindi mi piaceva l’idea di appropriarmi di questa lettera ed associarla al mio nome Mistaman.

Nel tuo album si parla spesso del tema delle donne come ‘Con tutte le ragazze’ usando dei toni maschilisti. Non credi di poter spaventare il pubblico femminile? Nel disco convivono mie varie personalità. Il maschilismo, nel pezzo che mi hai citato, è fatto di proposito, infatti si sentono delle voci fuori campo come se ci fosse un pubblico ad assistere, quindi un’opera di finzione a scopo provocatorio. Da un lato spingo all’estremo il maschilismo che è presente nei testi hip hop, dall’altro lato critico il femminismo che si scatena contro i pezzi rap e che a volte è ingiustificato perché spesso il rap utilizza certi argomenti in chiave surreale. Per me è una doppia critica, un po’ sottile, al maschilismo e al femminismo. Nel disco ci sono diverse collaborazioni. Quale ti ha lasciato più soddisfatto? Tutte le collaborazioni sono state ricercate e volute. La mia esigenza era quella di collaborare attivamente con chiunque entrasse a far parte del disco senza cercare featuring prestigiosi. A livello di soddisfazione ognuno, a suo modo, mi ha soddisfatto.

Giovedì 12 giugno è uscito il video di ‘Lascia stare’ feat. Mecna, con delle immagini che riguardano il tennis, proprio nello stesso giorno in cui sono iniziati i mondiali di calcio. Vuole essere una critica ai mondiali?

Non proprio una critica ai mondiali ma è una coerenza con il nostro percorso musicale in quanto ci siamo sempre rivolti ad altro quando i nostri colleghi si rivolgevano all’immaginario nazional popolare.

Definisci Mistaman con tre aggettivi. Io mi sono definito in una rima con tre concetti più che con tre aggettivi: “33% flow, 33% di contenuti e 33% di punchline più un 1% di genio che voi non avrete mai!

Cose della M di Alessandra Margiotta


spagine Con il contributo del senatore, Dario Stefano, uomo vicino e sensibile ai temi e ai valori della comunità cristiana, con i patrocini della Regione Puglia, Provincia di Lecce e Città di Galatina, l’Associazione Boy’s sport arte e cultura realizza il progetto di donare un’opera d’arte “La via crucis in terracotta” dell’artista Vincenzo Congedo alla Chiesa dei Cappuccini di Galatina. La via crucis è stata pensata anche per festeggiare i sessant’anni di sacerdozio di Don Fedele Lazzari, il quale è stato sempre un prete molto amato e stimato dai cittadini galatinesi.

V

incenzo Congedo pensa da anni alla realizzazione di una via crucis in anni di ricerca si è sentito motivato dalla passione di Cristo ne ha approfondito con lo studio il significato nella storia ed ha sentito il bisogno di rappresentare il sacrificio della vita come dono di salvezza di Cristo attraverso una sua opera. I segni del lavoro sono quelli che indicano il carattere e i valori dell’artista, di un uomo che appartiene alla comunità cristiana e più ancora all’essere cristiano nel viaggio della salvezza così si racconta Vincenzo Congedo. Appartenere ed essere sono le novità più sorprendenti: la Resurrezione. La via crucis è un’opera di quattordici pannelli in terra cotta in bassorilievo ed un solo pannello in altorilievo inteso come chiave della narrazione della Passione di Cristo. Nell’incontro con l’argilla, Vincenzo Congedo fa vedere la sua preferenza per la terra e dimostra che non è un artigiano dell’argilla ma uno scultore esperto e sicuro del linguaggio estetico della rappresentazione difficile dei valori metafisici in chiave moderna e classica. L’argilla anzi esalta e facilita le capacità espressive di Congedo. È proprio la terra, la sua facilità di lavorazione, quella che consente all’esperto scultore di affrontare il grande e difficile tema come quello della salvezza concepito con l’esperienza di Cristo che si è fatto verbo quindi lievito della storia. L’argilla permette a Congedo di far superare il limite inconscio della ricerca della perfezione delle forme in armonia con la luce come realizzazione di bellezza. Il rigore dell’essenzialità delle linee, la precisione delle geometrie della materia e lo studio della luce sono la grammatica espressiva della scultura delle opere del cristiano artista come è Vincenzo Congedo. Nella via crucis lo studio e la ricerca è stato quello di curare le espressioni più significative delle figure: le mani e i volti dei figuranti sono l’espressione della tensione ideale del sentimento cristiano di Vincenzo Congedo. L’altorilievo del quindicesimo pannello dove il corpo di Cristo si esalta nella eleganza e nella tensione del corpo vuole essere il valore biblico della terra che Congedo sente molto e gli premette di narrare la Resurrezione come evento di novità come luce che orienta il viaggio di fede verso il porto della speranza: la Salvezza quindi sono nella tua storia io ti seguirò. Questo difficile discorso è possibile farlo con l’argilla che diventa per l’artista il linguaggio e la materia preferito. L’altro aspetto rilevante dell’opera è il tempo della realizzazione. Avviene infatti nel primo secolo e all’inizio del nuovo millennio. Per l’artista Congedo è il tempo del suo messaggio nell’arte, l’impegno e il desiderio di cucire il passato al presente per rafforzare nella continuità della storia l’insegnamento che viene ripetuto sempre dalla via crucis in occasione della Pasqua. Questa breve riflessione non è scritta nello spirito del mestiere del critico d’arte, ma nel metodo del-

Arte e comunità

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Sono nella tua storia,

io ti seguirò

di Luigi Mangia

l’ascolto. Nelle numerose discussioni, libere e sincere, l’artista Congedo ha avuto modo di approfondire le sue convinzioni le sue conoscenze di studioso credente sul ruolo di Cristo nella storia, il rapporto con la fede e l’insegnamento francescano ed infine la cultura cristiana nel mondo globalizzato. La Chiesa del terzo millennio è aperta e sensibile alla pluralità delle identità culturali. Il suo messaggio nelle culture globalizzate è sempre più senza barriere politiche, è universale diretto al mondo intero.

Una delle stazioni della Via Crucis Vincenzo Congedo

La narrazione della via crucis di Vincenzo Congedo è costruita secondo questo spirito: vuole rappresentare la società nel viaggio vero la Salvezza. La Salvezza cristiana è fatica, lotta contro il dubbio. Vincenzo Congedo sembra sentire il senso della fatica e la rappresenta con la forza della poesia del poeta Francesco Petrarca come fece nel 1300 nelle profonde pagine della sua opera “il monte ventoso”.


in Cucina

Le zucchine in carpione

spagine

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Nell’incanto della madre Ingredienti: Aceto bianco, due bicchieri. Vino bianco, un bicchiere. Aglio, cipolla, alloro, bacche di ginepro, salvia, grani di pepe nero.

Per il carpione: Appassire le cipolle tagliate grossolanamente in olio extra vergine d’oliva e ovviamente, trattandosi di cucina piemontese, una ragionevole noce di burro. Quando la cipolla è appassita aggiungere l’aglio schiacciato, l’alloro, il ginepro, il pepe, vino e aceto. Far cuocere per trenta minuti possibilmente senza far bollire.

Mentre cuoce affettare le zucchine longitudinalmente, infarinarle, friggerle in olio e sgocciolarle. Lasciare intiepidire, metterle in una terrina e ricoprirle con il carpione. Lasciar raffreddare mangiarle il giorno dopo anche conservate in firgorifero, saranno stupende. Le zucchine possono essere anche grigliate semplicemente oppure fritte senza essere infarinate. Vedete un pò voi.

zzzz

Q

uesta è la ricetta già "ammorbidita", un tempo l’aceto era rosso, come il vino. Però io ho ricordi, le cucino con Maria che sta lì accanto e mi dice “attento con l’aceto, poi non ti piace”. Già, non utilizzo quasi mai

aceto, a casa non si faceva, neppure il vino si usava. Con un padre astemio, nonostante fosse piemontese doc, il vino era bandito da tavola, Compariva solo in occasioni speciali, quando c’erano ospiti. Maria in fondo mi vuole bene. Per questo le ho cucinate con lei accanto, virtualmente accanto. Lei sapeva cucinare di tutto, la porta della cucina dava sul negozio, casa e bottega, il paese è piccolo, tutti conoscono tutto di tutti. Se lei stava con le mani in pasta (nel senso letterale) apriva con il gomito la porta a molle e invitava la cliente in cucina “aspetta che finisco di impastare”. Potevano essere gnocchi di patate o pasta fatta in casa, la signora comprendeva e ripassava, o entrava in cucina e si mettevano a parlare del più e del meno, dei mariti e dei figli. Se nessuno ascoltava dicevano sogghignando dell’amante della fruttivendola. Molte fruttivendole del paese hanno l'amante, forse. Ma questo non è dato sapere, solo immaginare. Un negozio da portare avanti, due figli che arrivavano da scuola, un marito che non si sapeva cucinare un uovo sodo, e lei con naturalezza riusciva a infornare coniglio disossato, pasta al forno. A inondare la casa di profumi di minestroni che quando arrivavano i figli dicevano “di nuovo minestrone?” Quasi un incubo! E si beveva acqua, neppure gassata, naturale. A volte in

di Gianni Ferraris

estate la birra Peroni, raramente però. Questa era concessa. Poi Maria m’insegnò, un po’ controvoglia perché ai maschi non si addice la cucina, a fare la maionese. Poi le zucchine in carpione che mi faceva solo quando “siamo via e stai a casa solo, si conservano” e non c’era papà che non amava l’aceto. Così oggi le ho fatte usando la sua ricetta, quella annacquata. Metà aceto, metà acqua, il resto come sopra. Le bacche di ginepro no, non le avevo. E nel carpione ci potevi mettere uova in camicia, squisite, fesa di tacchino impanata o carne rossa, sempre impanata e fritta. Tempo prima, quando il Tanaro era pescoso e non inquinato, il pesce d’acqua dolce era conservato in carpione, dalle nostre parti esistono ricettari di pesce d’acqua dolce: carpe, tinche, cavedani. Tutto Delizioso. Maria forse apprezza, chissà. Ricordarla mentre prepara pesche al forno ripieno… A volte viene nostalgia di parlare con lei, a volte la si può sentire accanto che dà consigli. O che urla di chiuderlo il frigorifero, perché consuma. O quando le chiedevo “cos’hai votato?” e lei rispondeva “come papà”. Sono arrivato a trent’anni per sentirmi dire “ho sempre detto così a papà, ma ho sempre votato come mi pareva” e rideva. In fondo anche questa è ribellione.

Poesia Un inedito di Lara Carrozzo. Della poetessa da Lupo Editore la raccolta “Più suono”

L’alveare

e…fiori e flutti e Dio che ti parla in armonica danza tra un tuo difetto perfetto ed un altro ti serba ti serba negli interstizi la morsa sinuosa che brucia che brulica nel labirinto intestino e gioca con il tuo straccio di saliva che è fatica fatica di vita

lacerando innamorando l’interno del segno radice che accalora accalora la doglia inconsulta del brandello che succhia la vita che sciama sciama nel verde del vento impetuoso con forza! Non spiegandoti com’è che si nasce a questo mondo

Lara Carrozzo (Opera n°3)


Teatro Oggi a Holstebro l’Odin Teatret di Eugenio Barba festeggia i cinquant’anni con la messa in scena dello spettacolo Chiaro Enigma É lì Davide Barletti che con Jacopo Quadri è impegnato nella realizzazione di un film dedicato a questa straordinaria avventura teatrale

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copertina

Le fotografie da Holstebro sono di Davide Barletti e di Cristina Rajola

Dal 9 settembre al 6 ottobre Eugenio Barba sarà in Puglia per I MARI DELLA VITA: DAL MEDITERRANEO AL MARE DEL NORD Un progetto internazionale per i 50 anni dell'Odin Teatret

C’era una volta, a Holstebro, un sindaco postino”, così potrebbe cominciare la narrazione di una “nascita”, quella dell’Odin Teatret in un luogo remoto della Danimarca, nella regione dello Jutland centrale dove, quello che poi diverrà il Nordisk Teaterlaboratorium, trovò casa in una vecchia fattoria. Lui, Kik K Nelsen, pensò che per dare linfa nuova alla sua comunità era indispensabile lavorare sulla cultura. Sua amica era un’infermiera, Inger Land Sted, amava il teatro e aveva visto uno dei primi spettacoli di quella strana compagnia norvegese guidata da un italiano. E allora, con la statua di Giacometti, acquistata per ornare autorevolmente la piazza del Municipio, il sindaco-postino inaugurò la sua visione politica, stringendo un patto con il saldatore-marinaio-regista italiano. Eugenio Barba, poteva far pausa, riflettere e dare un altro via, con tavole sicure sotto i piedi questa volta, alla sua avventura: aveva finalmente un luogo dove rifugiarsi, fermare per un po’ il viaggio, per dare forma, vita e futuro al “suo” teatro e ai “suoi” attori. Sono trascorsi Cinquant’anni dalla fondazione dell’Odin Teatret e quella radice è ancora viva, florida, con tanta voglia di far festa. La festa, già, La festa! Cos’è una parata, cos’è il Libro delle Danze, cosa sono gli spettacoli dell’Odin se non sempre una festa? La catarsi rituale, la disarticolazione drammaturgica, il dare fiato ai morti, al ricordo, alla memoria dei Grandi Padri non è festa? Il confronto, il baratto, l’accoglienza e il dono non sono sempre festa? Andare ad incontrare i protagonisti di quella che è giusto ritenere una delle storie più straordinarie del Teatro del Novecento muove la macchina da presa di Davide Barletti che con Jacopo Quadri è in Danimarca per le prime riprese di un film dedicato ad Eugenio barba e al popolo segreto dell’Odin. Confondersi con la folla del Festuge, “stare” con e negli occhi de regista, guardare ciò che egli guarda, sceglie, salda è la cifra attraverso cui Barletti e Quadri vogliono costruire la particolarità del loro film. L’occasione è data dal tornare quest’anno a Holstebro del Festuge. Ecco la festa scelta! Quella grande della comunità, un rituale intimo della tradizione danese, su cui si innesta quello della celebrazione del Cinquantenario dell’Odin Teatret. Quest’anno, il titolo dato dall’Odin al Festuge è

“Facce del futuro. Fantasmi e Finzioni”. Lo spettacolo d’apertura, il 14 giugno, ha avuto il carattere dell’auspicio: è stato affidato ai bambini... “le facce del futuro”, sono state guidate da Pierangelo Pompa - da otto anni assistente di Eugenio Barba. In questa edizione particolare cura Eugenio Barba ha dedicato allo spettacolo di chiusura che avrà luogo oggi*. Significativo il titolo “Chiaro Enigma”, un atto a cui il regista lavora da tempo in gran segreto, chiuso in sala con i suoi attori, al riparo, nulla è dato sapere! Così accade! C’è sempre qualcosa di sconosciuto nel carattere di Barba, allenato dal Tempo a tenere sempre tutto in divenire, covato dai pensieri, accudito in una visione che via via prende forma, condensa la sua efficacia, trova respiro ed energia. Quanta caparbietà in quest’uomo. Quanta volontà! Essere se stesso, inseguire il futuro tenendo saldo il legame con il passato e nutrire, continuamente nutrire il bisogno di essere comunità. Una caparbietà da indagare come anche la scelta interamente politica di lavorare per il “bene comune”, con un coro che via via s’è fatto sempre più ampio ed articolato. Questo il valore dell’Odin e il valore della relazione con Holstebro, succede spesso che, l’Odin, sia chiamato nei rituali anche privati della vita di comunità. La politica odiniana, caratteristica peculiare del Terzo Teatro è sempre stata quella: mischiarsi, stare con gli altri, compiere il baratto per nutrirsi, reciprocamente scambiare il dono della creatività e della vita. Stare con il Mondo… Dalla parte del Mondo intersecando linee di ricerca, modi di espressione teatrale, sensibilità, antropologie diverse per andare all’uno, alla radice, alla matrice dell’essere movimento. Già, il Mondo, il popolo segreto dell’Odin, l’altro protagonista che la macchina da presa cercherà nel suo trovar tracce ad Holstebro… Mauro Marino

Chiaro Enigma sarà trasmesso oggi alle 16.00 in diretta streaming da Holstebro sul sito dell’Odin http://www.odinteatret.dk


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