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Un omaggio alla scrittura infinita di F.S. Dòdaro e A.Verri

della domenica 05 - 24 novembre 2013 - anno I n. 0

spagine Periodico culturale dell’Associazione Fondo Verri

Enrico CP Carpinello per la locandina di Washing by Watch - a cycle of videoart and photo screening a cura di Valeria Raho e Francesca De Filippi alla Lavanderia Jefferson


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Lecce, 24 novembre 2013 - spagine n° 0 - della domenica 05

Ambiente Il senatore Maurizio Buccarella rende note le foto aeree che rilevano possibili zone di interramento di rifiuti tossici nell’area di Supersano

Operazione trasparenza Figura n°3 del dossier: Infrarosso a falsi colori. Dettaglio dell’area di studio con evidenziata in rosso la vegetazione ed in ciano le anomalie termiche

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perazione trasparenza su rifiuti tossici e crimine organizzato in Salento, Puglia. Il Movimento 5 Stelle mette in Rete, a disposizione di tutti i cittadini, le foto aeree relative alle deposizioni del collaboratore di Giustizia Silvano Galati. L'operazione trasparenza è stata avviata dal vice presidente della Commissione Giustizia del Senato Maurizio Buccarella, che una volta venuto in possesso della documentazione ha deciso di renderla pubblica. Il documento prodotto nel 2008 dalla DDA di Lecce per la Commissione Bicamerale per il ciclo dei rifiuti, evidenzia con foto aeree, le zone dove secondo le indicazioni di Galati potrebbero essere presenti rifiuti tossici nel sottosuolo. Col recupero di queste mappe, si rende pubblico un altro pezzetto di verità a tutela degli interessi dei cittadini del Salento che per troppo tempo sono stati abbandonati e tenuti all'oscuro di verità scomode. Nelle immagini MIVIS (Multispectral Infrared and Visible Imaging) del Comando Carabinieri Tutela Ambiente di Napoli, scattate nell'estate 2004 ed elaborate dal CNR, sono indicati i terreni che presentano una temperatura superiore a quella media delle aree circostanti. I luogi ritratti riguardano il comune di Supersano (Lecce), fra la Masseria denominata "Li Belli" e la vicina pineta, luogo del presunto interramento illecito di rifiuti pericolosi prodotti da un'azienda del settore produzione e cromatura di fibbie per scarpe e borse, il cui titolare è stato condannato in via definitiva. Nell’immagine a lato: Figura n° 4 del dossier - Infrarosso termico (principal component) in scala di grigio. La gradazione della temperatura va dal nero, basse temperature, al bianco, alte temperature.


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Lecce, 24 novembre 2013 - spagine n° 0 - della domenica 05

Ambiente Il 18 novembre in una affollato incontro si è costituito il comitato provinciale che riunisce centinaia di cittadini e un folto gruppo di associazioni

“Liberi dai veleni e dai rifiuti tossici” di Gianni Ferraris

Chi secreta e tace è vittima, complice o che altro?

I

l verbale integrale dell'interrogatorio de-secretato a Carmine Schiavone si trova a questo link: http://leg13.ca mera.it/_bicamerali/rifiuti/resoconti/Documento_unificato.pdf Leggerlo è istruttivo, rimangono tuttavia inquietanti interrogativi, per esempio, il signor Giorgio Napolitano all'epoca era ministro degli interni, come mai secretò tutto quanto? E i ministri degli interni che lo seguirono (Iervolino, Bianco, Scajola, Pisanu, Amato, Maroni, Cancellieri, Alfano) e i loro presidenti del Consiglio (Prodi, D'Alema, Berlusconi, Monti e Letta) perchè acconsentirono a nascondere tutto sotto una coltre di silenzio? Forse avevano il terrore che gli abitanti dei luoghi dove "fra vent'anni avranno tutti il cancro" si rendessero conto della situazione e si inalberassero? E i parlamentari progressisti hanno taciuto per disciplina di partito o che altro? Il vincolo di mandato non esiste (per fortuna) in Italia. Intanto la gente crepa di cancro. E ancora, come scritto da qualche commentatore, quale differenza esiste fra il reato di tentato (o riuscito parzialmente) genocidio e quello dei tossico nocivi seppelliti ovunque? Chi secreta e tace è vittima, complice o che altro? Domande inquietanti veramente. Ci sono voluti i ragazzacci del Cinque stelle a scoperchiare la pentolaccia. Succede con l'interrogatorio Schiavone, succederà oggi, 22 novembre 2013, per le documentazioni fotografiche relative alle campagne di Supersano, nel Salento leccese, Maurizio Buccarella, senatore cinquetellato, ha pubblicato su facebook la notizia del ritrovamento di tale materiale in Senato. Ma non c'era una folta schiera di parlamentari salentini al lavoro in tutti questi anni? Oltre a cinguettare fra loro

tossici, tenutosi presso l’Auditorium Comunale di Casarano lo scorso 10 novembre, che ha visto la partecipazione di tantissimi cittadini e numerose associazioni, il 18 novembre, in una affollata riunione, si è costituito formalmente il comitato provinciale “Liberi dai veleni e dai rifiuti tossici” al quale aderiscono, oltre a centinaia di cittadini, anche le seguenti realtà associative: LILT - Sez. Prov. di Lecce; Legambiente di Casarano; Comitato civico “Io conto” di Ugento; Cittadinanzattiva – Tribunale per i Diritti del Malato; Libera contro le mafie, presidio di Casarano; CSV Salento; Associazione SOS Costa Salento di Alessano; Associazione “Gaia” di Corsano; Comitato per l'ambiente e la salute di Taurisano; CSTSA Comitato Supersanese di Tutela della Salute e dell'Ambiente; Forum Amici del Territorio di Cutrofiano; Forum Ambiente e Salute; Associazione “Punto e a capo” di Vernole; Associazione “Idee Insieme” di Casarano e tantissimi liberi cittadini.

Figura n°2 del dossier: RGB a colori reali Dettaglio dell’area con evidenziate in ciano le anomalie termiche

“Quale differenza esiste fra il reato di tentato (o riuscito parzialmente) genocidio e quello dei tossico nocivi seppelliti ovunque?” sulla linea del partito che altro facevano? Peccato che il senatore sia in un partito guidato da personaggi strambi, altrimenti lo voterei! Intanto, una notizia...

“I salentini dicono basta ai segreti sui veleni e sui rifiuti e chiedono alle Istituzioni un impegno deciso per contrastare l’incremento dei tumori collegati con l’inquinamento In seguito all'incontro pubblico sulla scottante questione dei rifiuti

In linea con quanto stabilito nella riunione di costituzione, il Comitato si pone in un'ottica di collaborazione con tutte le Istituzioni, da quelle locali (Comuni, Provincia, Regione, ASL), a quelle nazionali (Prefettura, Governo); al contempo il Comitato ribadisce con fermezza la volontà di fare chiarezza su questa allarmante vicenda, perché i cittadini hanno diritto di conoscere la verità. Per queste ragioni, si è provveduto a richiedere un incontro urgente con il Presidente della Provincia ed il Prefetto, per illustrare le preoccupazioni delle popolazioni dell'intera provincia, e per chiedere estrema chiarezza su quanto è emerso, affinché venga garantita la tutela della salute dei cittadini”.


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Lecce Capitale Europea della Cultura 2019

L’importante è parlarne insieme

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Lecce, 24 novembre 2013 - spagine n° 0 - della domenica 05

di Gianni Ferraris

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ecce è con PerugiaAssisi, Matera, Siena, Cagliari e Ravenna tra le città che rimangono in corsa per divenire Capitale Europea della Cultura nel 2019. Prima dell’appuntamento romano, c’è stato dibattito sulla candidatura della nostra città e sul Bid Book, il libro con le proposte e i programmi. Detrattori, sostenitori, indifferenti e via dicendo. In tutto questo parlare la città ha superato il primo step, nel 2014 ci sarà la sentenza definitiva. Forse è prematuro parlarne, tuttavia non è tempo perso, potremmo sintetizzare la discussione sul comprendere se la scelta è da rigettare tout court perchè arriva dalla maggioranza al governo della città, oppure se pensare al tutto come un’opportunità. * * * Partiamo dalla considerazione che Lecce, al di là e oltre il suo valore aggiunto che richiama turisti nonostante scelte urbanistiche e politiche che sembrano volerla penalizzare, (cito le colate di plastica bianca in Piazza Sant’Oronzo, la mancanza di piste ciclabili, la mancata pedonalizzazione, una viabilità indecorosa per una città d’arte, parcheggi ovunque fin quasi sotto la colonna del Santo, marciapiedi in circonvallazione dove un passeggino non passa perchè sono troppo stretti, allagamenti nelle strade ad ogni temporale, ad esempio via Oberdan, provate a passarci a piedi durante un temporale, arriverete a casa bagnati fradici), e via dicendo. Troppe cose non funzionano nella città che è fra le più belle d’Europa. Questo detto rimangono i numeri citati nell’articolo di Quotidiano di Puglia (http://www.quotidianodipuglia.it/lecce/capitale_della_cultura_per_lecce_progetti_da_210_milioni_e_4700_p osti_di_lavoro/notizie/360607.sh tml). Son di un’importanza immensa per una città ed una provincia che

Ad illustrare un’opera di Fulvio Tornese - Il resto non conta

Se le cose funzionassero come democrazia prevede... soffrono una crisi epocale, cascate di quattrini da investire e di possibili posti di lavoro. Non è poco veramente! Inutile dire che il ruolo della politica è assolutamente essenziale ed inevitabile, e quello dell’amministrazione imprescindibile, allora come ci si pone criticamente verso questa opportunità? Se le cose funzionassero come democrazia prevede e come intelligenza chiederebbe, ci si siederebbe attorno ad un tavolo, maggioranza, opposizione, associa-

zioni culturali e del territorio, univesrsità ecc. e si farebbe il punto della situazione, si discuterebbe sul come fare una commissione senza maggioranze precostituite, ma per competenze, una sorta di giunta esecutiva ed un consiglio “di amministrazione” che controlli nella più ampia trasparenza gli appalti, le scelte, le nomine, le assunzioni. Il tutto facendo sì che non si possa dire che tizio è stato assunto perchè cugino di caio e con un pacchettino di voti per sempronio. Soprattutto, visto che si tratta

di fare opere imponenti ed importanti, la commissione deve controllare che ogni mattone, ogni albero piantato, ogni piccolissima opera, dovrà avere una ricaduta futura per la città tutta. Magari recuperare invece di costruire, magari valorizzare anzichè abbattere. Mi torna in mente la svavillante Torino di Italia ’61, nel centenario dell’unità il capoluogo piemontese fece opere faraoniche, da palazzo Vela alla monorotaia e via dicendo. Un intero quartiere trasformato per quell’anno di festeggiamenti, miliardi spesi. Dopo il ’61 e per vent’anni tutto iniziò a decadere, inutilizzato, salvo poi utilizzarlo in buona parte per altri scopi. Questo non si deve ripetere assolutamente. La programmazione e la progettazione debbono essere al servizio della città e della provincia negli anni a venire. Questo e altri saranno i termini della discussione, e da qui occorre partire per comprendere se lasciar fare tutto quanto ad una parte sola osservando da fuori e criticando, oppure rendendosi protagonisti del combiamento (perchè di questo si tratta). Una bella scommessa ed un modo di lanciare non una sfida, piuttosto l’opportunità di cambiare il modo di concepire la politica stessa, l’amministrazione. Vediamo chi dirà no. Penso che lasciar fare dicendo che sono cose che non ci riguardano potrebbe essere un boomerang se quesi quattrini verranno spesi male, dati in mano ai soliti noti, senza controlli sulla legalità e sulle spese, sono però pubblici, di tutti. In sostanza, Lecce è in ballo, se vincerà l’ultimo giro di danza si può avere l’opportunità di chiedere e pretendere una giusta collaborazione paritaria, o lasciar fare, offrendo ad altri la possibilità di progettare il futuro di tutti. Chi rinuncia a questa opportunità o la respinge, si assumerà tutte le responsabilità del caso. Chissà forse sono sono pensieri in libertà, utopia, però ci si può pensare.


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Segni e storie

L’arte di Costruire la città Lecce, Castello CarloV° Bernardino Greco e la cappella del Crocifisso nella torre mozza

di Fabio A. Grasso

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ella così detta torre mozza del castello “Carlo V” di Lecce, su una delle sue quattro pareti perimetrali, c’è un piccolo e profondo vano (forse un tempo era una delle finestre della torre) di quella che si potrebbe definire una cappella. Essa è sollevata di quattro gradini rispetto al piano di calpestio dell'ambiente. Nella parete di fondo, inquadrata da un ordine architettonico dipinto che gira sulle pareti laterali (oggi parzialmente esistente), è la rappresentazione di una Pietà (la Vergine con il Cristo sulle sue gambe) alle cui spalle è un paesaggio collinare. Nei laterali sono rappresentati: a sinistra san Francesco di Paola, a destra san Pasquale Baylon; la presenza di questi santi, piuttosto che altri, specifica meglio la devozione della committenza. L'esecutore probabile di tali dipinti potrebbe essere il copertinese Bernardino Greco, attivo fra la seconda metà del Seicento e la prima del secolo successivo, autore di un autografo ciclo pittorico nel chiostro del convento dei Paolotti a Grottaglie, utile riferimento per questa attribuzione e non solo. Allo stesso artefice copertinese potrebbero, infatti, essere attribuiti anche quei dipinti murari che, nel palazzo dei Celestini a Carmiano, sono

A fianco la Cappella del Crocifisso e sopra l’epigrafe che reca la “firma” di Leonardo Castaldo

caratterizzati da un singolare gioco di putti (motivo spesso ricorrente nella vasta produzione di questo artista). Si segnala, infine che sulla stessa parete in cui si trova la cappella del Crocifisso, a sinistra di quest'ultima e in prossimità di uno dei quattro pilastri di sostegno della volta, è una iscrizione incisa su un blocco di tufo diviso verticalmente in due parti di diversa larghezza. Nella parte di sinistra, quella maggiore, su quattro righe si è inciso: “ LEONARDUS / CASTALDUS DE / MARI(G)LIA / NO”; in quella destra, la minore, su cinque righe si legge:” M / CC / CC / LX / XX”. Prima della “M” e al centro delle quattro “C” sembra scorgersi un cerchio “o” di più piccole dimensioni rispetto ai caratteri principali con cui è scritto l'anno. Leonardo Castaldo potrebbe essere il costruttore e forse anche il progettista della volta ed è originario forse di Marigliano (Napoli). L'anno scritto a caratteri romani nella parte più stretta dell'epigrafe è il 1480, anno fatale, per Terra d'Otranto e non solo, perché fu quello in cui avvenne l'invasione turca di Otranto. Un particolare ringraziamento all'architetto Ninì Elia, dirigente del Settore Cultura del Comune di Lecce; al prof. Paul Arthur e alla sue equipe. fabiograssofg@libero.it


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Due anni fa moriva Aldo Bello e con lui Apulia, la rassegna trimestrale della Banca Popolare Pugliese, da lui fondata nel 1974 su incarico di Giorgio Primiceri, presidente della Banca Agricola di Matino e poeta

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ue anni fa, si era in chiusura del 2011, moriva Aldo Bello, una delle più significative figure della cultura salentina, una di quelle che non sfigurano tra le grandi firme del giornalismo italiano. Operatore culturale anche; e di primissimo piano. Con lui moriva “Apulia”, la rassegna trimestrale della Banca Popolare Pugliese, da lui fondata nel 1974 su incarico di Giorgio Primiceri, presidente della Banca Agricola di Matino, poi, diventata in costante cambiamento e crescita l’attuale Banca Popolare Pugliese. Nacque come rassegna bancaria, ma non tardò a mostrarsi in ogni altra vocazione culturale salentina, senza perdere i caratteri primigeni. Per 37 anni il Salento conobbe i nomi più prestigiosi dell’economia mondiale attraverso “Apulia” e attraverso “Apulia” il mondo conobbe il Salento, la sua cultura, i suoi paesaggi, le sue storie, il suo contributo alla nazione. Sul perché si volle seppellire con Aldo Bello anche la sua “creatura” non vale punto soffermarsi. A me viene di pensare che fu anche un atto di riconoscenza da parte della Banca nei confronti di un grande uomo di cultura, che aveva lavorato con lealtà e spirito di servizio per rendere più bello e più importante l’azienda nella quale si era identificato. Insieme con lui fu dunque sepolto il suo “utensile” più usato, al modo degli antichi, dagli egizi agli etruschi, ai messapi, ai romani, con nella tomba gli oggetti più familiari e più cari all’estinto. Più prosaicamente la nuova direzione dell’importante istituto bancario ha inteso cambiare strategia comunicativa col territorio, puntando su una diversa e più diretta visibilità, e ha creato la “Fondazione” che di Giorgio Primiceri ha preso il nome, con obiettivi più sociali, di solidarietà e assistenza, in linea con le esigenze dei tempi nuovi. Che purtroppo restringono sempre più gli spazi del bello per l’avanzare del bisogno e della do-

La poesia necessaria

Cultura&Territorio

manda dell’utile; settore, questo, neppure prima trascurato dalla Banca Popolare Pugliese. Un aggiornamento nello spirito e nella memoria di Don Giorgio, che avrebbe approvato, non senza qualche dispiacere. Pochi oggi – ovvio che ci riferiamo al pubblico più vasto – ricordano che l’illuminato uomo di Matino amava la poesia ed egli stesso si cimentava a scrivere versi, preferibilmente in dialetto, di apprezzabile fattura formale e rivelatori di significativi contenuti umani. Nel 1985 pubblicò, per farne omaggio ai dipendenti della Banca, una plaquette intitolata “Divagazioni”, che in poco tempo raggiunse cinque edizioni, passando dalle iniziali 84 pagine alle 260, con un’intervista finale del buon Osvaldo Giannì, caro e indimenticato amico e collega. Il bello di queste poesie è che sono scritte apparentemente alla buona, senza ricerche formali e stilistiche, così in maniera spontanea, coi versi

Una fotografia di Sergio Stamerra tratta da Apulia settembre 2009

di Gigi Montonato

che le informano di fresca sincerità. Ovvio che l’autore avesse la sua cultura, le sue reminiscenze e soprattutto le sue esperienze. Don Giorgio Primiceri non resta nella storia di questa nostra terra come poeta, questo è chiaro – troppa luce proviene dalle sue grandi e importanti realizzazioni nel campo della promozione economico-finanziaria per consentire ad una fiammella di farsi notare – ma offre un esempio della straordinaria poliedricità dell’uomo salentino. Quando si cerca di definire la salentinità non si dovrebbe trascurare questi esempi, che contribuiscono a delineare un profilo antropologico assai attendibile. La banca, i soldi, gli investimenti, il lavoro, l’imprenditoria, la crescita sociale; ma anche la religiosità della vita, la solidarietà, il mettersi a disposizione degli altri, l’impegno per rendere competitiva la propria terra, il farsi faro di luce per aiutare gli altri a

non naufragare: ecco i temi delle “divagazioni” di un banchiere. Nelle poesie di Giorgio Primiceri emerge ciò che in un certo senso ha presieduto alle sue opere, ciò che ha dato un senso ad esse, la linfa spirituale che ha fatto crescere l’albero, lo ha mantenuto verde e carico di frutti. Il bene, la ricerca del bene, fare il bene: ecco la cifra di un’esistenza. “Che senso avrebbe se passasse invano / L’incontro misterioso col Signore / Se non sentissimo di richiamare / L’umile nostra vita verso il bene, / Verso il mistero della redenzione?” (L’ora di Dio). Il ricordo dei propri cari, dei morti, il dialogo col proprio corpo, la serenità della sera, l’avvicendarsi delle stagioni, i bozzetti paesani, i personaggi popolari, gli insegnamenti di vita, le riflessioni sulla vecchiaia, sulla morte. C’è nei versi di Primiceri tutto l’uomo al suo livello di vita normale, senza particolari angosce esistenziali ma anche senza superbe esaltazioni. C’è la sua Matino, coi casi di esistenza e di cronaca, belli e brutti. Ci sono i vizi del potere politico e della società, ma senza anatemi e condanne, come di chi la vita la conosce fin troppo bene con le sue apparenze e i suoi nascondimenti. Primiceri è l’uomo che si è fatto da solo, ma vuole fare qualcosa per gli altri. E’ l’uomo del buon senso, dei sentimenti comuni, alieno da atteggiamenti e comportamenti altezzosi. “Ci cunta tantu lu sapire, / Menu no cunta lu sapire fare” dice in una poesia a proposito di un medico bravo ma poco affabile coi pazienti. Si ritiene un uomo fortunato. E già questo è una dichiarazione di umiltà. “Poveri natali in virtuoso ambiente” sembra un’epigrafe. Ama la libertà, ma non quella abusata dei politici, bensì quella vera naturale. A degli uccellini che cinguettano nel suo giardino chiede della loro libertà, ricevendo la risposta: “L’amore e soprattutto la verità / Sono i portatori d’ogni libertà”. Da imprenditore economico è ottimista, di un ottimismo, però, coltivato, volitivo. La mente è un giardino: “Sìmmana bonu…te raccomannu, / Ca tantu de chiui e meju tie raccoji”. Certo, è un uomo che non nasconde le difficoltà, le contraddizioni della società, i vizi di chi può di più: “Purtroppo, sì, c’è più miseria in basso / Che comprensione e fratellanza in alto”. Il senso del dovere è avvertito quasi in maniera calvinista. Nella poesia “Lu duvere e la fede” stende la mano pietosa del Signore su un povero suicida, un poliziotto, che per riconoscenza di essere stato salvato, non arresta i suoi salvatori, benché ricercati, e si uccide per il rimorso di non aver compiuto il proprio dovere. La poesia, intesa, come necessità spirituale di dire, trova in Giorgio Primiceri un suo cultore; Giorgio Primiceri, uomo di vita, trova nella poesia il suo completamento.


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Racconti salentini

Gente dell’Ariacorte

di Rocco Boccadamo

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tamani, mentre andavo compiendo la consueta passeggiata propedeutica al rito del caffè, il pensiero è improvvisamente stato preso dal paesello natio, per la precisione si sono parati nella mente e dinanzi agli occhi i contorni del minuscolo, caratteristico, antico e popolare rione in cui sono venuto al mondo e ho vissuto i miei primi diciannove anni: l'Ariacorte, una specie di piccola isola, delimitata e racchiusa da tre o quattro brevi e strette vie, nell’ambito della già minuscola località di Marittima. L’immagine, o immaginazione se si preferisce, era riferita non allo stato d’oggi del quartiere in questione, bensì alla conformazione, ai dettagli urbanistici e, in speciale modo, all’universo e alle singole figure dei residenti, quali lo animavano intorno alla metà dello scorso secolo. Nell'Ariacorte, un tempo, era concentrata una quantità cospicua di nuclei famigliari, per di più, in linea con le abitudini e i costumi di allora, ciascuno comprendente, in genere, sette – otto componenti. Sin dall’età giovanissima, tutti i soggetti erano chiamati a svolgere un lavoro, un’attività, sicché, in pratica, restava poco tempo da dedicare a giochi, a svaghi e/o a conversazioni distensive. Qualche riferimento agli abitanti dell’Ariacorte, che conservo particolarmente vivo. *** La famiglia Mariano, Trifone a capo, la moglie Elisa e quattro figli, si distingueva per la bella abitudine della preparazione annuale, nella ricorrenza del 19 marzo festa di S. Giuseppe, di un pentolone di “massa”, tagliolini fatti in casa, piatto tipico di quel giorno, a beneficio delle famiglie meno abbienti del paese, allestiva, in altri termini, una tavolata, detta giustappunto, di San Giuseppe. Di fronte a loro, viveva, invece, una signora anziana e vedova, Pippina ‘a Raula (per dire Peppina nata da Laura), con una figlia, non a caso di nome Lauretta, poi sposatasi nella vicina Andrano. A pochissimi metri di distanza, le abitazioni, attaccate, di Vitale Coluccia, soprannominato “quendici”, vedovo di Donata, quattro figli e del fratello Ciseppe, detto pizza d'oro, ammogliato con Nicolina, andranese, soprannominata ‘a sciarpa, cinque figli, di cui la primogenita Valeria, sarebbe mancata, purtroppo, giovanissima, qualche tem-

Ad illustrare da Ricordi di una civiltà contadina - Vito Mauro su www.partecipiamo.it

Rimane poco del passato ma l’anima dei luoghi rimane, mantiene una sua intensità profonda certe volte, viene con il vento... po dopo. Giovanni ‘u Pativitu, che divideva il tetto con la consorte ‘Ndolurata, era contadino e, a tempo perso, fabbricante di panieri e cesti in giunchi e vimini. Suo unico discendente maschio, compare Chiaro, marito di comare Donata, due figli, soleva, saltuariamente, allestire, in un giardino di proprietà, una rudimentale trappola, con cui riusciva a catturare esemplari di volpe, resisi artefici e responsabili di stragi di galline: legittima difesa, diceva. Marta, moglie di Vitale, tre figli, prima del matrimonio, era stata la zita di mio nonno Cosimo. ‘Ndolurata ‘a pisatura, abitava da sola in una casetta con cortiletto; il suo nomignolo misterioso era forse collegato all’azione di pisatura (battitura) del grano e dei cereali in genere, successivamente alla mietitura, mediante un maglio in legno, oppure a un’attività di pisatura ( pesa pubblica) con bilance o bascule, espletata a beneficio dei compaesani. Giorgio ‘u cacasiu, la moglie Peppi

giunta da Andrano e quattro figli, seduto fuori dall’uscio nelle serate estive, durante i giochi di noi ragazzi, aveva l’abitudine di chiamarmi dicendomi “senti, vieni qui, colomba tutta pura”, copiando il passaggio di un canto religioso, evidentemente imparato a memoria, che, in una strofa, recitava: Ti salutiamo o vergine, colomba tutta pura, nessuna creatura è bella come te. Prega per noi, Maria, prega per i figli tuoi, madre che tutto puoi abbi di noi pietà. Peppe ‘u tappa o Peppe ‘u cardillu era un uomo di bassa statura, sposato con Consiglia, tre figli. Buono e scherzoso, ogni tanto preso di mira da noi bambini, che gli cantavamo: Zzumpa cardillu, mmemzu sti fiuri, zzumpa cardillu, lalleru lallà. Cosimo maccarrune, vedovo di Elvira e risposato con Nena originaria di Castiglione, tre figlie, al contrario, si offendeva sentendosi appellare col nomignolo di maccarrune e, quindi, bisognava contenersi. Tore ‘u torci o ‘u casinu, era ammo-

gliato con ‘Ntogna (Antonia), nativa di Andrano, tre figli di cui il più piccolo, Vitale, mio compagno di scuola, nato a molta distanza dal fratello e dalla sorella più grandi, forse perciò eccessivamente mmammatu, cioè legato alla madre, addirittura pretendendo, sino all'età di cinque - sei anni, di attaccarsi al di lei seno. Zia Amalia, vedova di Luigi ‘u Minicone, fratello a sua volta della mia nonna paterna Consiglia ‘u Minicone (quel soprannome, derivava da Domenico, loro genitore, un uomo molto alto), aveva nel cortiletto di casa uno stompu, grande parallelopipedo di pietra, scavato all’interno, dentro il quale, con una grossa mazza di legno, si frantumava il grano, per poi poterlo cuocere in minestre. Per la festa del Corpus Domini, alcune padrone di casa realizzavano, per devozione, l'altarino dell’Ariacorte, una specie di grande tenda o capanna di forma cubica, fatta di coperte ricamate e colorate e lenzuola, al cui interno, durante la processione per le vie del paese, il parroco si fermava ed esponeva il Santissimo Sacramento. Rosaria ‘u fusu, era rimasta vedova con la responsabilità di una folte prole. Ricordo il matrimonio del primogenito Andrea, in un giorno d’inverno in cui a Marittima capitò una nevicata eccezionale e l’episodio in cui un altro giovane figlio, Vitale, rimase vittima di un incidente sul lavoro, procurandosi un taglio, forse mal curato, che generò un’infezione di tetano: urla, strilla e pianti, in accompagnamento alla corsa verso l'ospedale più vicino, da cui per fortuna l’interessato ritornò guarito. Così, verso il 1950. Adesso, di quella Ariacorte, residuano pochissime tracce in senso demografico, le famiglie e le persone si contano sulla punta delle dita, per fortuna sono rimaste aperte tutte le case, in parte ristrutturate, però gli occupanti sono in larghissima maggioranza turisti forestieri che le aprono per brevi periodi, durante le vacanze estive o in occasione di altre fugaci puntate. Ciononostante l'anima dell’Ariacorte non è cambiata, mantiene una sua intensità profonda e un po’ magica, fra le sue viuzze circola quasi sempre un venticello particolare: è questo miscuglio di connotazioni che, stamani, mi si è riaffacciato dinanzi alla mente e agli occhi, raggiungendomi a mille chilometri di lontananza, in una cittadina veneta circondata e permeata da un’atmosfera completamente diversa.


Copertina

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S’inaugura la rassegna Washing by watch di DamageGood alla Lavanderia Jefferson

Il tempo di un lavaggio L’appuntamento oggi, domenica 24 novembre, alle 19.00 con Giuseppe De Mattia per l’anteprima de I resti del viandante

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ensata con una cadenza mensile, Washing by watch è una rassegna piccola, orgogliosamente piccola realizzata da DamageGood a cura di Valeria Raho e Francesca De Filippi in collaborazione con l’associazione Collaboratori Particolari e Lavanderia Jefferson del documentarista Filippo “Pippo” Cariglia, che ospita l’evento. Vive di prestiti e baratti, una buona dose di improvvisazione, qualche disagio, molta voglia di fare. Le proiezioni e le presentazioni dei progetti durano giusto un ciclo, 60 minuti, a freddo, per una questione green. La rassegna si inaugura oggi, domenica 24 novembre, alle 19.00, in via Reale, a Lecce, con l’anteprima del progetto di Giuseppe De Mattia, “I resti del viandante”, una fanzine in corso di stampa realizzata da Milo Montelli per Skinnerboox. In linea con la poetica dell’artista, al crocevia tra documentazione fotografica, fascinazioni ambientali e quasi “scenografiche”, intrise della poetica dei luoghi e della memoria ad essi accordata, il progetto si dipana lungo un percorso ad un tempo visivo ed esperienziale, in cui il dato rilevante che emerge è il concetto di “traccia” in senso stretto. Tutto il materiale raccolto, risultante da queste “tratte di viaggio” compiute dall’artista lungo alcune brevi traiettorie (dalla campagna alla costa sud-est della Puglia e una

Giuseppe De Mattia fotografato da Enrico Carpinello ad illustrare due immagini tratte da”I resti del viandante”

parte della costa lungo il litorale di Monopoli, in provincia di Bari) si definisce e materializza attraverso una serie di scatti fotografici emblematici ma non solo. Attrezzato con svariati “utensili”, come una piccozza, piccoli contenitori, registratori audio, De Mattia ha segnato e stigmatizzato il suo “cammino di viandante” prelevando immagini come piccoli campioni dei luoghi che attraversava, modificandone quindi ad un tempo la sostanza come l’apparenza, e trascinandone con sè, appunto, alcuni “resti”.

Resti che potrebbero anche assumere quasi il significato simbolico di reliquie se non fosse per il fatto che obiettivo primario dell’artista è proprio quello di dimostrate la natura fondante della fotografia di “traccia” della realtà, che ben può essere rappresentata dall’oggetto stesso come dalla sua immagine poiché entrambi conservano in sè un’estetica e un “contenuto entropico del reale” che sono indipendenti da ogni intervento esterno o autoriale. * * * Giuseppe De Mattia è nato a Bari nel 1980, vive a Bologna, è fo-

tografo, produttore e curatore. Dopo gli studi al D.A.M.S. di Bologna ha completato la sua formazione presso il Politecnico di Milano, fondendo il linguaggio visivo del cinema con una conoscenza più tecnica degli impianti urbanistici ed architettonici. Dal 2006 al 2009 è a Lisbona dove fa esperienza come produttore televisivo per film e documentari e nel 2008 diventa assistente dell’artista Marina Ballo Charmet, con la quale sviluppa un progetto sui parchi urbani della cittadina portoghese. Nel settembre del 2009 viene invitato alla residenza artistica “Anamnesis Belgium – encounter for cinema, sound & oral tradition”. Da diversi anni è collaboratore stabile dell’Archivio Fotografico della Cineteca di Bologna. Nel 2010 realizza per la raccolta “Cartoline dalle Puglie”, curata da Fabrizio Bellomo, una serie di immagini, simbolo di un ideale percorso culturale nella terra di Puglia, per la casa editrice Guidone - Apulia Factory. Nel 2012 De Mattia è stato finalista al Premio di Fotografia Contemporanea Francesco Fabbri di Treviso ed ha pubblicato “Strada Maggiore 49 (Casa Arcangeli)”. http://giuseppedemattia.tumblr.com/

La manifestazione è supportata da Urka!. Info e contatti: infodamagegood@gmail.com http://damagegood.tumblr.com


Spagine della domenica 05