Issuu on Google+

spagine Spagine della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0 Periodico culturale dell’Associazione Fondo Verri Un omaggio alla scrittura infinita di F.S. Dòdaro e A. L. Verri


spagine

Il titolare e l’emerito G

li ultimi due papi, Benedetto XVI e Francesco I, hanno posto alla chiesa cattolica una serie di problemi non di poco conto. Probabilmente gli storici di là da venire registreranno radicali cambiamenti nella nostra epoca, che noi avvertiamo soltanto come timori o speranze, a seconda dei punti di vista. L’11 febbraio 2013 Benedetto XVI rinunciò al soglio pontificio e, benché qualcosa l’avesse fatta trapelare da tempo, il suo gesto colse il mondo di sorpresa; non così il Vaticano, in cui chi doveva sapere sapeva. Vedemmo tutti in televisione le gerarchie che ascoltavano la lettura delle dimissioni papali come se stessero ascoltando un banalissimo Pater noster. Sapevano, sapevano!

Il primo problema è: Benedetto XVI rinunciò sua sponte o fu indotto o costretto? Porre la questione non significa di per sé essere favorevoli o contrari ad una di queste ipotesi. Chi è aduso a trattar di storia la questione se la deve porre, mettendo da parte le categorie politiche dell’immediato e ragionando sulla base di consuetudini millenarie e di testi non smentibili. Agostino, a cui non andava giù l’accusa al cristianesimo di essere stato causa della decadenza dell’impero romano la metteva sul generale e sosteneva che ogni forma di civitas terrena prima o poi rovina perché si discosta dal modello della Civitas Dei. Per questo la chiesa cristiana conforma la sua civitas a quella celeste: un solo Papa nella terrena perché un solo Dio nella celeste. Come Dio non può abbandonare, così neppure il Papa può. Si tratta di “verità” indiscutibili. Ma il Papa, in quanto

uomo, può essere indotto o costretto a lasciare e dare l’impressione di averlo fatto spontaneamente e per il bene della Chiesa. Si dice per un verso che Benedetto XVI fosse vecchio, stanco, malato, deluso, incapace di far fronte ai tanti impegni e che perciò pensò bene di lasciare, per un altro che col suo gesto rivoluzionario ha compiuto la riforma iniziata da Paolo VI di svecchiamento della gerarchia ecclesiastica mettendo un limite di età: 75 anni ai vescovi, 80 ai cardinali, ad libitum il Papa. Paolo VI, infatti, introdusse l’ipotesi dimissioni papali nel diritto canonico. Ma il Papa, benché pure vescovo e cardinale, è il Papa, è ciò che nessun altro è, per il quale non valgono le leggi che invece valgono per gli altri. Il Papa che lascia perché fisicamente o mentalmente incapace vuol dire che non ha una curia all’altezza della situazione per continuare la missione pastorale, che a volte anzi è riottosa e infedele. Chi insiste nell’incapacità di Benedetto XVI dichiara incapace la stessa Chiesa e per ragioni ben più gravi dell’insufficienza fisica o mentale del Papa.

Il secondo problema che si sta ponendo da qualche tempo, non si sa per ora quanto collegabile all’esercizio pontificio di Francesco I, è quale ruolo ha oggi nel Vaticano Benedetto XVI. Si sa che il Papa argentino non gode, dentro e fuori del Vaticano, degli entusiasmi coltivati ed esibiti dai mass media, per via di certi suoi comportamenti e di certe sue affermazioni. Se i progressisti ridono, i conservatori si preoccupano. «Dicono che io sia comunista – ha affermato di recente – ma io sto solo col Vangelo». Una risposta non innocente, perché non si può pensare che così di-


Diario

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

C’è la chiesa di Papa Francesco I e c’è un’altra Chiesa, quella di Benedetto XVI, che in questa fase prega e soffre...

di Gigi Montonato cendo non si sia reso conto di aver equiparato comunismo e Vangelo. Non a caso il comunista, marxista-leninista, ateo e materialista Dario Fo – così si pregia di qualificarsi – grida a pie’ sospinto che questo Papa è straordinario e affettuosamente lo chiama, come l’altro Francesco, lu Santu Jullare. La scelta di campo del Papa ha aperto nella chiesa cattolica un fronte che diventa sempre più ampio. Ci si chiede: ma se il Papa rifiuta e combatte una società in cui ci sono i ricchi e ci sono i poveri, vorrebbe forse una società di soli poveri o una società di soli ricchi? La risposta è banale: il Papa dovrebbe non volere, ma prendere atto che la società è fatta di ricchi e di poveri e che i problemi degli uni e degli altri vengono affrontati in altra sede, con altri soggetti e con altri strumenti. Il Papa dovrebbe limitarsi a mitigare le sofferenze, quali esse siano e a chiunque toccassero. Invece Francesco I sembra preso da un delirio di onniscienza, mascherata da comportamenti umili e francescani. E meno male che, dopo un goffo iniziale tentativo di fare perfino l’esorcista, ha messo da parte il confronto diretto con Satana. Di recente si è proposto come mediatore tra israeliani e palestinesi. Muore dall’esibirsi!

La Chiesa, di fronte alla deriva pauperistico-comunista, di pretto stampo sudamericano, incomincia a prendere le misure… forse! In un articolo apparso sul “Corriere della Sera” del 28 maggio scorso Vittorio Messori, rifacendosi ad uno studio di Stefano Violi, docente di diritto canonico presso le facoltà di Teologia di Bologna e di Lugano, sostiene che «Benedetto XVI non ha

inteso rinunciare al munus petrinus, all’ufficio, al compito, cioè, che il Cristo stesso attribuì al capo degli apostoli e che è stato tramandato ai suoi successori. Il Papa ha inteso rinunciare solo al ministerium, cioè all’esercizio, all’amministrazione concreta di quell’ufficio» e conclude che ci sono due papi «chi dirige e insegna e chi prega e soffre, per tutti, ma anzitutto per sorreggere il confratello nell’ufficio pontificale quotidiano». Fuori dalle complicatissime questioni teologiche e giuridiche, par di capire che Benedetto XVI non abbia rinunciato ad essere papa, ma solo a fare il papa; di conseguenza il governo della Chiesa con compiti integrati è nelle mani dei due papi. La qualcosa ci fa tornare al punto di partenza, e cioè al modello agostiniano della civitas celeste, per escludere che essa possa consistere nella diarchia Benedetto-Francesco. Sta di fatto che sarebbe questa la tesi che una parte del mondo cattolico vorrebbe far passare. Il punto di domanda è: per quale ragione? Rassicurare i fedeli che non si riconoscono nel progressismo di Francesco I, con ciò tenendo unita la Chiesa? O avvisare Francesco I che c’è un’altra Chiesa, quella di Benedetto XVI, che in questa fase prega e soffre? A corollario di simile poco appassionante questione c’è che la Chiesa rischia davvero con questi ultimi due papi di cadere nel disordine. Di recente, infatti, Papa Francesco non ha escluso che ci possano essere altri papi emeriti. A questo punto il Vaticano rischia davvero di trasformarsi in una sorta di Confraternita degli Emeriti, un ordine composto di papi in pensione.


R spagine

icostruire, o meglio, costruire un nuovo soggetto di sinistra senza partire dalle liturgie del passato. Per capirci, senza partire da una sinistra che definirei, più che polverizzata, polverosa, ancora alla ricerca di chi è più puro di chi. Leggo su facebook un botta e risposta: “Tutta colpa di Berlinguer!”. “Non è vero, sto scrivendo un saggio che dice che la colpa è di Togliatti!”. Colpa di che? Ma del berlusconismo, ovviamente e delle evoluzioni post tangentopoli. Qualcuno più attuale imputerà presto a Vendola la scomparsa dei dinosauri. A dirne sono tutte persone che, alla lunga, ci si stanca di sentire, annoiano per il loro essere fuori dall’oggi, vivono in un passato remoto. Mi scriveva un amico dal centro America “voi europei vivete ieri e domani, noi viviamo oggi”. Ecco, avesse conosciuto le variegate sinistre (aggettivo) italiche si renderebbe conto che alcuni vivono solo l’altro ieri. In queste ultime elezioni, epocali, si sono verificati alcuni fatti imponenti.

Personalmente ritengo il 4% della lista Tsipras molto più eccezionale ed importante del 41% di Renzi e del 20% di Grillo. Importante innanzitutto per un problema squisitamente lessicale, che diventa politico a tutto tondo. Si parla della vittoria di Renzi e dei risultati di Grillo e Berlusconi. Ugualmente si dice del risultato della lista per Tsipras. Mentre la personalizzazione della politica è del tutto evidente nei primi casi in cui i nomi dei partiti spariscono per lasciare il campo ai loro tutor (padroni?), l’idea di qualcosa di plurale, fortunatamente, indica una lista che plurale ha voluto veramente essere. L’ultimo ventennio ha contribuito a trasformare la politica da “noi” a “io” , l’uomo solo al comando è stata l’imposizione del populismo dal quale non si è saputo sottrarre il PD da Veltroni in avanti, tranne il tentativo sfortunato, ahinoi, di un onestissimo Bersani. Il caso Grillo è emblematico, un insieme di emeriti sconosciuti fanno parte del secondo partito italiano, persone fuori da qualunque agone politico, spesso (come dimostrano Camera e Senato) incapaci, a volte inetti quando confondono il grano saraceno con quello importato, non è stata questione di poco conto, è una proposta di legge, e se, per assurdo, il parlamento la facesse passare così com’è? Vallo a spiegare che si è trattato di un refuso, si chiama disinformazione! Molto spesso questi individui sono stati votati da 15/20 persone in elezioni amministrative per poi passare di diritto alla Camera e al Senato. Ha vinto Grillo, non il Movimento Cinque stelle, ed ha vinto chi urlava più forte e chi era bravo a dire vaffanculo in TV. Lo stesso, sia pure con termini più moderati è successo con Renzi che incarna un neo populismo di sinistra che fa dire a gran voce “lui farà le riforme, lui risparmierà sulla spesa pubblica”, annotiamo i “Lui” e cassiamo di colpo ogni idea di Parlamento come mediatore fra le mire assolutistiche del conducator e gli elettori. Però, penso, proprio su questo cadrà il fiorentino, sulla sua spocchia quando scivolerà sui voti di chi schifa questo tipo di politica imposta alla maniera di altri recenti governanti o quando pesterà troppo i piedi ad un altro Lui. Addirittura, e questo è l’aspetto più perfido, il terzo partito è rappresentato da un fuorilegge condannato per reati contro lo Stato. Anomalia italica. Il tentativo estremo di Renzi di polverizzare tutto ciò che non sta dentro il suo recinto è andato a vuoto (per poco in realtà) proprio grazie alla capacità di molti elettori di volersi riconoscere nel

Sinistra

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

Dopo l’esperienza elettorale della Lista Tsipras

Nichi Vendola per il Gay Pride di Roma

Che fare

del Noi? plurale e non nel singolare, nel Noi e non nel Lui. E questo è accaduto anche nonostante le multicolori sinistre che amavano prevedere una ennesima debacle e probabilmente avevano già pronto il discorso che iniziava con: “noi l’avevamo detto!”

Che fare ora di questi “Noi”? Ritentare, se possibile, la formazione di una forza che raggruppi gli altri Noi, consapevoli però di essere minoranza sempre e comunque, e l’opposizione, alla lunga, logora. Il dibattito pare accendersi sul come e quando salire sul carro del PD. Salirci perché? Per venire fagocitati in un partito (Lui) che prevede la demolizione della Carta Costituzionale e un sistema elettorale infausto? Salirci per fare minoranza interna e dire “siamo belli ma sfortunati?” Oppure restare fuori con una progettualità diversa, con la consapevolezza di poter essere parte di un governo con il quale condividere principi non negoziabili, penso alla priorità del lavoro, della dignità delle persone, dell’ambiente, della condivisione dei diritti, della pace come bene supremo e via negoziando. Anche in questo caso tutto dipenderà dalla forza del PD di saper dialogare al suo interno, se vincerà chi vuole larghe intese sempre e comunque la storia è finita, se invece si vorranno ricucire i dialoghi a sinistra i giochi sono aperti. Il Noi che si è esposto e mi ha fatto tornare la voglia di votare e di fare un minimo di campagna elettorale mi sta simpatico, è l’ideale proseguimento delle Fabbriche di Nichi, prima che lo stesso Nichi le annichilisse per tentare un improbabile partitino (l’ennesimo) nato con la conta di chi portava più voti, non sulle individualità. Si è formata una specie di casta che ora, per fortuna,

di Gianni Ferraris

pare voler correggere il tiro. Non penso affatto, quindi, allo scioglimento degli attuali partiti e in convergenze, porterebbero ad un’altra conta, a voti in assemblea passati sottobanco, a scenari già vissuti e deprimenti, penso all’inclusione di individui che provengano dalla sinistra diffusa soprattutto, le convergenze, se ci saranno, siano individuali. Forse da lì si può ripartire, chissà. Al momento rimango a guardare, l’anagrafe mi suggerisce di essere eventualmente elettore, magari critico, ma solo quello. Ammesso che ci sia una formazione credibile al punto di riportarmi al voto nella prossima tornata, superando magari anche lo schifo per l’incostituzionalità di una legge elettorale senza preferenze, con una camera di nominati ed un senato di non eletti. Soprattutto riuscendo a non vedere più i balletti inquietanti di queste ore, quando SEL dibatte se far fuori o meno la Spinelli (non conosco i termini del dibattito, perché non voglio conoscerli istintivamente non mi interessano) o come collocarsi in Europa, se con il PSE o altrove. Progettualità prima delle elezioni era chiedere troppo? Chiarezza con gli elettori era un lusso? Sembra quasi che siamo scesi dal letto con il piede sinistro, o che nessuno credesse veramente che si sarebbe superata la soglia. Restiamo a guardare, superando la stanchezza magari, o magari rifacendoci alla poesia che dovrà pure, prima o dopo, conquistare il mondo. Già li sento i soloni della concretezza, dello spread e del PIL, dire che questo è solo stare fuori dalla realtà, che ci vuole pragmatismo. Però che posso farci se non mi voglio più accontentare del meno peggio?


N spagine

el saggio “La vita in vendita”, di anni fa, il biologo Jacques Testart e il filosofo Christian Godin si pongono quesiti intriganti di pressante attualità. Testar è il padre scientifico della prima bambina in provetta della storia di Francia (Amadine, nata nel 1982). Godin è un autore rinomato. I due pensatori s’interrogano legittimamente sui rapporti fra scienza e mercato. Tutti, in affetti, ci chiediamo se la ricerca sia sempre a servizio dell’uomo. E ci soffermiamo sul fatto che la vita, l’umano e i suoi misteri potrebbero, talvolta, essere sopravanzati dalle leggi di mercato. Quando gli interessi industriali e finanziari diventano soverchianti rispetto ad una buona condotta morale, è necessario più che mai stare allerta e denunciare le possibili degenerazioni. La ragione etica deve lanciare un grido d’allarme contro la tirannia economica, contro il sopruso, contro il predominio di ristretti gruppi di privilegiati, che pretendono di indirizzare le grammatiche del vivente sui crinali d’un facile e duraturo guadagno. Però bisogna essere desti e sereni, con consapevolezza saper leggere fra le pieghe sensibili, individuando l’inestimabile valore umano che può sortire da una scienza virtuosa, sapientemente governata. Gli ultimi decenni hanno sancito irrefutabilmente l’avvento d’una nuova era: la decifrazione del genoma umano, la clonazione, la sperimentazione sulle staminali embrionali, il procedere delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, le terapie genetiche, sono solo alcuni aspetti dell’ultima rivoluzione biologica e medica di stampo liberale. Tranquillamente possiamo notare, inoltre, che la scienza non dovrebbe mai piegarsi irreversibilmente al cospetto di timori confessionali. In questi giorni, la commissione Ue ha bocciato la petizione “Uno di noi”, portata avanti dai cattolici più intransigenti, e che aveva la pretesa di sacralizzare l’embrione da subito, fin dall’atto anfimittico, e di bloccare i finanziamenti europei favorevoli all’aborto. Fra i cattolici, c’è chi sostiene come un mantra che la sperimentazione sulle embrionali sia inutile e pericolosa. Ma è chiaramente un falso, un trucco, una paura sventagliata. Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita, e compagni ripetono: “La ricerca sugli embrioni è gravemente lesiva dell’identità biologica e dell’identità ontologica”. Certo, si potrebbero manipolare gli embrioni sovrannumerari, provenienti dai vari ospedali e dalle cliniche di fecondazione assistita, impiegando inoltre le linee cellulari già esistenti, senza avanzare però l’anacronistica richiesta di bloccare un florido campo di studio. In Italia, i politici paladini dei valori cosiddetti “non negoziabili” hanno dovuto prendere atto d’aver confezionato, nel 2004, una legge sulla procreazione medicalmente assistita antiscientifica, illiberale, pasticciata. Ultimamente, la Corte Costituzionale e vari tribunali civili hanno smantellato pressoché completamente la vecchia e impraticabile normativa, aprendo di fatto alla diagnosi genetica pre-impianto e alla fecondazione eterologa. Forse, verrà, prima o poi, scritta una nuova legge. In questi anni, numerose coppie sterili, a causa degli assurdi divieti esistenti da noi, erano costrette a trasmigrare, a spostarsi in Paesi più permissivi. È vero, il liberalismo spinto, allegro, potrebbe causare scompensi. La vita è un deli-

Contemporanea

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

La scienza

ETICA

di Marcello Buttazzo

cato gioco in equilibrio: non è lecito cedere alle più spregiudicate logiche di domanda e offerta. Ma la compravendita di ovociti può essere inaccettabile solo se disciplinata da un sistema esterno, privo di controlli. Se si riuscisse a regolare con norme comprensibili e stringenti la “donazione” di ovociti e di spermatozoi, dovremmo di conseguenza accettare di poter ricorrere all’eterologa. La questione è politica: non si può vietare una tecnica normalissima, che in altri Stati è routine.

Da cittadini, dovremmo sempre con accortezza scovare possibili inganni. Talvolta, le distorte logiche di mercato sono davvero abnormi. Il bioeticista inglese Stephen Wilkinson vorrebbe consentire alle coppie dal suo Paese la possibilità di predefinire il sesso dei nascituri mediante le tecniche di fecondazione assistita. Ciò che legge inglese garantisce opportunamente nel caso di malattie genetiche, Wilkinson ritiene debba diventare procedimento ordinario. Evidentemente, per certuni, tutto è acquistabile al grande supermercato della biologia. Per certuni, tutto è migliorabile, tutto è perfettibile, tutto è modificabile. Ora, indipendentemente dalla cultura morale di ciascuno di noi, forse non dovremmo mai smarrire la giusta rotta. Un conto è l’utilizzo della tec-

nica a scopi unicamente terapeutici, per curare malattie, per evitare alla radice sofferenze; un altro, usare la ricerca per intendimenti eugenetici, per progettare addirittura a tavolino “figli su misura”. La scienza responsabile deve evitare la banalizzazione dell’esistenza. In America, ad esempio, è possibile acquistare in alcuni supermarket per pochi dollari un kit raccoglitore di saliva, che viene poi inviato dagli individui interessati ad aziende specializzate di genetica. Che arbitrariamente pensano di scandagliare a fondo il Dna, di indagare attentamente fra le basi azotate, individuando nientemeno che la predisposizione a contrarre malattie devastanti e perentorie. È chiaramente un vergognoso e fiorente business, che non ha niente da spartire con la sperimentazione paziente e meticolosa. Qualcuno crede erroneamente di servirsi della genetica per ipotecare il futuro. Quando alcune multinazionali piegano la biologia e l’appiattiscono sui versanti del riduzionismo e dell’iperdeterminismo, per evidenti intenti di speculazione economica, possono nascere cortocircuiti aberranti. Ma la scienza vera e intemerata è altra cosa. E, ogni giorno, dà sollievo all’uomo.


Accade in città

Il regista Aldo Augieri con una lettera “teatralmente” solleva il coperchio sulla questione dello spazio di Asfalto Teatro all’ex Cnos

spagine

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

Infinitamente grazie... C aro dottor Cariglia, ho avuto il piacere di conoscerla e di aver lavorato con lei… non mi aspettavo il suo articolo ma devo dire che l’ho apprezzato molto…. non volevo sollevare questo coperchio, coperchio non di pentola ma di bara, perché dentro la bara bolliva qualcosa di inimmaginabile… ma tant’è… l’ha fatto lei ed io la ringrazio per le parole pronunciate riguardo al mio ultimo spettacolo H.H. e la ringrazio per lo sconforto espresso dopo essere venuto a conoscenza di ciò che sta accadendo da più di un mese e cioè il nostro sgombero dalla sede di Asfalto Teatro. Dopo questa breve introduzione vi avviso gentili lettori che adesso a parlare sarà un morto, non un ferito a morte, non un moribondo ma un morto… che bello… ce l’ho fatta a diventare fantasma… era il mio unico obiettivo nella vita. Avete mai desiderato essere una mosca che ascolta un discorso rivolto a voi senza che gli interlocutori sappiano che voi ci siete e ascoltate bene? – beh a me è successo... ero dietro la porta… ho origliato tutto… ho sentito il piano… il piano è peggio di quanto si potesse immaginare… è stato un caso fortuito… mi trovavo in quell’angolo ameno per puro caso… ma è stata la mezz’oretta più eccitante della mia vita… l’artista, il creatore, colui che inciampa sull’asciutto… che cretinerie… altro che scoprire la moglie a letto con l’amante… ragazzi, il piano è sanguinario… si cerca il contenitore, si prendono tanti soldi, tanti soldi e dentro ci si mette uno slogan, poi tutto va da se… dentro puoi anche lasciare tutto vuoto a vita… tutto vuoto a vita. E’ il fantasma che parla… nessuno se n’era accorto… solo il dottor Caligari o Cariglia spreme il frutto e lo fa bene perché mi ha spinto a svegliare quella cosa orribile che si chiama opinione pubblica… ah ahah e chi vi sveglia a voi?… neanche i tumori vi svegliano… figurarsi questa storiella malvagia.

Qualche giorno fa sono stato invitato ad una riunione, decine ne erano state fatte prima senza di me, a proposito ma la Film Commission lo sa o no che sta aprendo una sala proiezioni dove prima c’era un teatro? lo sa o no che ha sbattuto fuori per strada persone che lavoravano in una sala per creare visioni?…si questo è fare cultura… cacciare via senza neanche chiedere… imporre la propria proiezione... dunque, mi invitano ad una riunione e vi ricordo che ad una precedente avevo assistito di nascosto… senza che nessuno lo sapesse … e quella a cui avevo assistito era la più importante… mi viene offerto il caffè gentilmente, caffè che io rifiuto gentilmente e mi viene ordinato di sloggiare gentilmente, di andare via gentilmente, di non rompere il cazzo gentilmente, di andare fuori da Asfalto Teatro gentilmente, di andarmene affanculo gentilmente perché lì dove sono e dove lavoro insieme ad altre persone da 14 anni dovrà sorgere un cinema, una sala proiezioni come il Santa Lucia, ma Santa Lucia si può? – per te è finita ragazzo, abbiamo 600 mila euro da utilizzare, non puoi opporti al potere decisionale, sei rovinato gentilmente! Vi pare una brutta storia? – Vi sto facendo pena? –

Vi sembro un operaio della Fiat? – State pensando che storie come questa succedono ogni giorno in Italia? – la sentite la vittima? o sentite il morto? – attenti perché poi saranno cazzi vostri… avete letto i titoli che verranno? – le proiezioni di proiezioni di proiezioni di proiezioni di proiezioni di infelicità… lo slogan con dentro niente… qui c’è in gioco il desiderio, la gioia, ma anche la volontà di castrare, la castrazione proiettata. Che bello morire e stare ancora qui con voi, darvi la mano, fare l’amore, divenire mosca! – Capite bene come si esce da una riunione del genere?…tutto ciò che era stato fatto non contava nulla… zero assoluto… le visioni, Kafka, Kerouac, le gelosie, le masturbazioni celebrali come dice un mio (amico?) …Carroll, Lady Macbeth e ora Humbert – Humbert il più pericoloso di tutti, tutto il mio patrimonio, i miei personaggi fuorilegge sguinzagliati in giro per le strade… ma è troppo pericoloso… state sbagliando! Finirete male, loro non scherzano come me…

La finisco qui?...che ne dite?... o continuo?... o volete sapere il seguito?...per ora mi fermo ma prima di chiudere vorrei fare dei ringraziamenti… ringrazio il geometra, funzionario della Provincia di Lecce - Servizio Edilizia e Patrimonio, che una mattina mi ha offerto il caffè facendomi capire sempre gentilmente che io ero abusivo, che avevo tirato troppo la corda, troppo, che poteva bastare con le monellerie, lui lo faceva per me insomma diceva parole che non dimenticherò mai …grazie funzionario perfetto niente da dire… neanche una parola sulla ricerca della voce in variazione perenne e della scrittura in vortice automatico ma che dico?...sono scemo? In certi uffici non si dicono certe cose… Oibò? Ma perché chi scrive e sbaraglia la realtà per portarla a spasso con gli angeli deve confrontarsi con questi funzionari? Eh? Perché? con questi burocrati del marketing… che cazzo c’entrano con la cultura queste persone me lo dite?

Ringrazio Gigi De Luca (dal 2000 direttore dell’Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce, vice presidente della Fondazione Apulia Film Commission e componente della Consulta Territoriale per le Attività Cinematografiche) che una mattina sempre offrendomi il caffè gentilmente mi assicurava di poter tornare a fare teatro nella stessa sala che mi veniva tolta, bastava aspettare la fine dei lavori, ma ogni volta che chiedevo di mettere per iscritto queste parole lui si rifiutava con accanimento… perché secondo voi? – grazie Gigi, ora ho capito che con le parole ci si può permettere tutto ciò che si vuole, ma con le parole scritte il gioco cambia... e tutta un’altra storia... le parole scritte fanno paura… non è facile cancellarle… caro Gigi, mia madre giocava sempre con me a quel giochetto stupido te lo ricordi? Gigino Gigetto compare Gigino scompare Gigetto… posso farti una domanda prima di dimenticarti? – ma a te vicepresidente della Film Commission il cinema lo guardi?...non stai tutti i giorni in giro per svolgere al meglio il tuo lavoro? dove lo trovi il tempo di leggere e di informarti e di tenerti aggiornato? dove lo trovi? dove? Ringrazio il presidente Gabellone che una mattina

di Aldo Augieri

offrendomi il caffè mi ha fatto comprendere perfettamente come una presidenza quando decide qualcosa la decide in modo fermo e convinto… niente può farla mutare… sapete come funziona il gioco? prima di decidere ti fanno avere decine di incontri con funzionari e sottofunzionari… questi incontri servono solo a sfinirti, a toglierti le forze, a farti arrivare nella sala del presidente completamente svuotato… “vai via ragazzo, se aiuto te dovrei aiutare anche tutte le altre persone che me lo chiedono… e chi sei tu? Il figlio della cicogna?” – Ah ahah si è giusto, ma Presidente ora le dico una cosa… io non ho mai votato in vita mia, ma se la prossima volta dovesse venirmi il cruccio di votare, se voto lei perché non dovrei votare anche tutti gli altri?… tanto siete tutti uguali… Ringrazio la vicepresidente l’avvocato Simona Manca che nel momento in cui mi sentivo lacerato e frantumato come un bicchiere rotto per terra mi ha consigliato di trovarmi un deposito dove poggiare le mie scenografie ah ah ah… anche lei è stata davvero molto divertente…. ma Simona ho da chiederti una cosa… questo deposito dove mi consigli di trovarlo? Nel centro storico o in periferia? Oppure mi consigli di cercarlo in provincia dove gli affitti costano di meno? A quale agenzia di affitti mi consigli di andare?...o forse aspetto un po’?.. o approfitto della crisi? si lo so adesso certi affitti sono molto convenienti… Ah ahahah Simona, Manca per giunta, Simona Manca nella giunta…. Tutto è scritto nel nome… Il destino dentro un nome… è stato sempre così… E poi ringrazio l’ architetto Juri Battaglini che dopo aver progettato il cinema a mia insaputa continuava a salutarmi ogni giorno cordialmente dagli spazi limitrofi del limitrofo ex Knos… sia chiaro il signor Battaglini non era tenuto a dirmi niente, solo che… mi chiedo… che cazzo mi salutavi allora? Che cazzo mi chiedevi: “Come va con il lavoro? e il prossimo spettacolo quale sarà? Di cosa parlerà” … e una sera poi il signor Battaglini ha raggiunto l’apice quando mi ha calorosamente intercettato in un pub per dirmi a chiare lettere e con voce profonda e sincera: “Ti servirà ragazzo… crescerai in questo modo…” grazie Juri tu si che sei un amico… voglio crescere e diventare come te… battagliare come te… Come si fa? E infine ringrazio alcuni membri dell’ ex Knos i quali mentre sloggiavamo portando tutto via ci offrivano tanti caffè gentilmente… ancora con questi caffè… secondo voi dovrei preoccuparmi…? *** Finisco dicendo che Asfalto Teatro, il Teatro di Ateneo, Aldo Augieri, Daniele Sciolti, Antonio Cazzato, Bianca Sitzia, Emanuele Russo, Elisabetta Selleri, Salvatore Del Popolo, Vito Lettere, Federica Epifani, Stefania De Dominicis, Emanuele Augieri, Pippo Affinito, Anastasia Coppola si sono trasferiti al Principe Umberto in una sala molto ben allestita dove continueranno il loro lavoro… presto faranno rinascere un nuovo teatro perché la testa corre, il cuore galoppa, il teatro sono i nostri corpi e le nostre voci che nessuna riunione e nessun caffè avvelenato potranno uccidere…


spagine

Letture

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

Se alle vittime reali bisogna dare voce, la vittima presunta di voce ne ha già a sufficienza...

L

E’ un’ingiustizia però...

o spettro che si aggira per il mondo contemporaneo è lo spettro della vittima. Non l’oppresso, non l’offeso, non il diseredato, cioè la vittima reale, ma la vittima presunta. Quest’ultima non chiede giustizia ma risarcimento; non invoca la risoluzione, fin dove è possibile, dell’offesa, ma vuole sempre che si riconfermi il suo status di vittima. La vittima presunta usurpa il posto della vittima reale. Sentirsi vittima, fare la vittima, paga e in Critica della vittima Daniele Giglioli (Nottetempo, 2014), docente di letterature comparate a Bergamo, prova a indagare questa figura complessa e la macchina mitologica che la produce e la giustifica. La vittima è una figura della storia e quella presunta ne è la sua effrazione.

Presentarsi come vittima rende, è una strategia di legittimazione di sé, di fronte alla vittima presunta non c’è ragione che tenga, tutto gli è dovuto. Se alle vittime reali bisogna dare voce, quelle, per esempio, delle guerre globali o dell’ineguaglianza economica, la vittima presunta di voce ne ha già a sufficienza. Questo è il paradosso che Giglioli intende illuminare. L’imprenditore ricchissimo e poi politico, e poi condannato per evasione fiscale, che fa del suo essere vittima della magistratura un attributo del suo carisma; il giornalista, Giampaolo Pansa, che nei suoi libri parte da un'antiretorica della Resistenza e finisce per presentare i fascisti come vittime della barbarie partigiana, eguagliando così tutte le ragioni e le verità in conflitto; gli “alti lai” dei conservatori americani che si sentono vittime della politica “nazista” di Obama, che si paragonano agli ebrei sotto Hitler, ma che certo sono lontanissimi dall’orgoglio wasp di un conservatore come il grande James Ellroy. In questo caso si può rilevare l’uso sconcio di associazioni come Obama-Hitler e Repubblicani-Ebrei, usate opportunisticamente come arma politica e ricerca del consenso. Ma si noti anche come l’uso dei termini “genocidio” o “Auschwitz”, impiegati come parametro e misura, sia ormai senza controllo: “Lo sterminio nazista degli ebrei è diventato il principale paradigma etico-politico contemporaneo, fonte di innumerevoli confronti, paragoni, moniti, evocazioni a proposito e sproposito”. Quando ne va del suo primato e

La copertina del libro edito da Nottetempo

di Sebastiano Leotta

vittime ossessionate dalla giovinezza perduta nelle foreste di Quang Nang (che intanto bruciavano sotto tonnellate di napalm); il caso di Antonio Moresco, che gioca parte della sua fama di scrittore sulla sua iniziale e traumatica esclusione o marginalizzazione dai grandi editori. Il paradosso è che si assume una condizione di minorità, afferma Giglioli, per aver potere e visibilità; la vittima usa come strumento la debolezza per imporsi: “La vittima è l’eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio […] La posizione di vittima conferisce una singolare forma di potere”.

della sua affermazione la vittima presunta gioca forte e Giglioli ne ripercorre una vasta fenomenologia che va dalla filosofia alla psicologia, dalla sociologia alla letteratura. L’enfasi data, in certa filosofia del Novecento, alla vulnerabilità e tragicità del soggetto (per esempio Lèvinas, Heidegger) – ma quanto più necessaria, invece, appare la tragica e virile infermità della filosofia leopardiana –, è vista dall’autore come il correlato teorico nella sua ricostruzione della genealogia della vittima.

Partendo da una costellazione concettuale che va da Kant a Foucault, passando per Adorno, il metodo critico di Giglioli analizza, scompone e discerne, ma è anche critica che giudica e contesta, che svela e mette in questione la presunta assolutezza e innocenza del mito contemporaneo della vittima. La vittima presunta assume i caratteri di quella reale: debolezza, passività, incolpevolezza. Il potente guadagna presentandosi come agnello. Così, il mercato capitalista che si sente vittima dei freni e dei limiti che vorrebbe imporgli la politica; i reduci del Vietnam diventati

In questo libro Giglioli mostra come la mistificazione della condizione di vittima non sia che una modalità di dissimulazione del potere (le sue manifestazioni pressoché infinite) attraverso l’uso strumentale della debolezza. È per questo che compito della critica è sciogliere, scomporre e svelarne il meccanismo di emissione o di “avvio” come scrive l’autore; si tratta di vedere, allora, come sia avvenuta “la trasformazione dell’immaginario della vittima in instrumentum regni”, che fa confondere le vittime reali con quelle presunte, per cui il cantante rock morto per droga (un povero miliardario strafatto in ultima analisi) diventa martire e icona e non si distingue più da chi, vittima reale e senza nome, fugge da guerre e staziona per anni in campi profughi o muore attraversando il Mediterraneo. Non c’è limite all’uso del “paradigma vittimario", come lo definisce Giglioli, e il libro in fondo ci invita all’esercizio della distinzione (che è uno dei compiti dell’etica) tra chi è vittima (e di chi è vittima) e chi non lo è. Potremmo aggiungere, in chiusura, che alla mitologia vittimaria discussa da Giglioli manca un protagonista: chi non ricorda Calimero, il cartone animato nato negli anni Sessanta? Il pulcino nero, la vittima tout court, aveva un suo suo mantra preferito: “Eh, che maniere! Qui ce l’hanno tutti con me perché io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia, però”. Ma certo la questione indicata da Giglioli è molto seria.


La mostra

spagine

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

Al MuSt “Lecce e l’immagine della città fascista. Le opere pubbliche del II decennio”

L’immagine della locandina

V

Un’ esposizione che sembra avere un solo referente: gli stessi organizzatori che appaiono chiusi in una sorta di bolla...

Quando c’era Lui! enerdì 6 giugno scorso (durerà fino al 6 luglio 2014) si è aperta a Lecce presso il Must (Museo Storico della Città di Lecce) la mostra dal titolo “Lecce e l'immagine della città fascista: le opere pubbliche del II decennio”. L'esposizione (accesso gratuito) è stata curata dall'architetto Gabriele Rossi con la collaborazione del Dicar-Politecnico di Bari. L'argomento della mostra non è nuovo, diciamolo subito, e l'architettura dell'epoca fascista non è da sdoganare come titolava qualche giornale locale e non solo. Cominciamo dall'inizio. Un visitatore, anche il meno accorto, vorrebbe vedere (e bene) tutta una serie di documenti e disegni storici originali. Nulla di tutto ciò in effetti e questa è già una gran pecca della mostra. Altra cosa che l'osservatore medio si aspetterebbe

di trovare è la facile leggibilità dei documenti e dei disegni. Nulla di tutto questo perché le informazioni sono servite al malcapitato visitatore in spesso lunghe colonne scritte con caratteri tipografici tali da non essere agilmente leggibili. Ultima cosa. La discesa in campo addirittura del Politecnico di Bari (che in questo caso ci metterebbe la faccia, giusto per usare un linguaggio comune in questi giorni) lascerebbe ipotizzare che la qualità dei disegni prodotti ex novo sia elevata, elevatissima e invece ci si trova di fronte a materiale grafico prodotto al computer che sembra ben al di sotto degli standard qualitativi riscontrabili in un tradizionale corso di Disegno e Rilievo (2° anno di una facoltà di architettura). Più di queste parole varrebbero i commenti raccolti alla mostra, facce perse fra la difficile leggibilità delle didascalie e la piattezza grafica dei disegni. Viene solo un dubbio.

di Fabio A. Grasso

Nei mesi scorsi frotte di studenti provenienti dal Politecnico di Bari sono state indirizzate (proprio da uno degli organizzatori) a recuperare presso gli archivi leccesi materiale storico avente lo stesso oggetto della mostra. Se in questa esposizione è stato utilizzato materiale identificato da quegli studenti - come potrebbero essere ad esempio le foto dei documenti storici (nell'esposizione ridotti purtroppo a tasselli di pochi cm. rispetto alle dimensioni delle tavole) - il loro nome dovrebbe essere ricordato nella mostra e nel catalogo. Una cosa è certa: questa esposizione sembra avere un solo referente ovvero gli stessi organizzatori che appaiono chiusi in una sorta di bolla, anzi blog, speculativo autoreferenziale. A chi si è occupato di questa esposizione, appunto, non rimane che dire, rubando le parole a Matteo Renzi: uscite da questo blog, per favore!


spagine

Mestieri

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

Si è tenuto lo scorso 29 maggio 2014 al Must di Lecce, il 1°convegno “Maestri d'Arte nella Moda” promosso dall’Associazione Culturale Rosanna Calcagnile in collaborazione con l’Accademia di Moda Calcagnile e Aps Ninfa.org e realizzato con il patrocinio e il contributo della Camera di Commercio di Lecce,il patrocinio del Comune di Lecce a sostegno di Lecce Capitale della Cultura 2019

L

del convegno Maestri d'Arte nella Moda, un confronto tra due generazioni è nata da una riflessione sul passato sartoriale - profondamente legato ai valori del lavoro, della ricerca e del fare artigiano - per immaginare un progetto di sviluppo del settore ispirato a quella sincera filosofia, certi che i suggerimenti degli esperti del settore e l' esperienza vissuta dei Maestri-protagonisti depositari di una tradizione e di una cultura profondamente legata al territorio, assumono particolare importanza nel processo formativo delle nuove generazioni. Nel corso dell’incontro al Must sono intervenuti l’assessore all’innovazione tecnologica del Comune di Lecce Alessandro Delli Noci; i maestri sarti Geppino Ramundo, Salvatore Solombrino. Lo

’idea

stilista Cardilli Valens. Rosalba Fantastico di Kastron, docente storia dell'arte e scrittrice, Rosanna Calcagnile, direttrice Accademia di Moda. Il giornalista Gustavo del Gado. Gigi Pedone, presidente dell’associazione "Fatto in Salento" e del CLAAI Regione Puglia; Vittorio Peretto, presidente Apulia Fashion Makers; Luciano Barbetta, presidente Politecnico del Made in Italy; Anna Rita Colelli, componente presidenza ECIPA-CNA; Gabriele Margiotta, consulente internazionalizzazione; Klodiana Cuka, presidente Integra; Stefania De Santis, Università del Salento; Santa Scioscio, docente di Costume e Moda. Nel corso della giornata sono stati consegnati i diplomi degli Anni Accademici 20112012 2012-2013 e la borsa di studio Premio "Salvatore Fantastico di Kastronper un

corso specialistico in “Couturier designer” alla fashion designer Monica Centonze.

In mostra nelle sale del Must, cinque camicie-prototipo ispirate al linguaggio artistico dello scultore Cosimo Carlucci e un capo che emblematicamente rappresenta la figura professionale del “Couturier designer”, nello specifico, questo soprabito realizzato in pelo di cammello, materiale solitamente applicato come rinforzo, reinterpreta tecniche e lavorazioni proprie dell’artigianato sartoriale innovandone l’utilizzo.

La mostra è ancora visitabile nelle sale del MuSt dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00. I lavori si potranno ammirare anche nei giorni 12/13/14 giugno, a sostegno dell’iniziativa Pe(n)sa Differente.

La creatività delle sarte

Fili di memoria. Una ricerca sulla realtà sartoriale di Vernole tra gli anni 19501980” è un districarsi tra i fili delle narrazioni di sarte e magliaie del territorio vernolese: una ricognizione a partire dalle memorie individuali, che contribuiscono a ricostruire “spezzoni” di storia più ampia di una comunità. E dall’intreccio tra testimonianze individuali e storia collettiva emerge che, nel trentennio oggetto di studio, la realtà dell’artigianato sartoriale ha seguito le linee di sviluppo tracciate dal mercato nazionale della moda, che ha individuato nel Salento una sede di nascita di laboratori avanzati, rispondenti alle esigenze del made in Italy, per il quale i mercati internazionali cominciavano a nutrire interesse. Il suo iniziale successo, causa ed effetto insieme, del fenomeno della dispersione scolastica, affonda le radici nel tessuto socio-economico del paese in quegli anni: la disponibilità di una manodopera femminile a basso costo favorì poil’affermarsi di un’organizzazione produttiva su commessa, che insieme con lo sviluppo dei distretti industriali segnò il declino dell’artigianato sartoriale. Si trattava, però, di forme imprenditoriali, in cui il capitale era concentrato nelle mani di pochi proprietari e il malcontento dei lavoratori dipendenti avrebbe decretato presto anche il rallentamento delle microimprese locali. A ciò si aggiunga che le imprese salentine faticavano ad assumere la forma di distretto: non riuscivano a instaurare un rapporto diretto con il mercato finale; erano caratterizzate da una

scarsa professionalizzazione e diversificazione delle mansioni, frutto della vecchia politica industriale e, infine, la mancanza di consorzi tra imprese di trasporti e manifatturierenon consentiva l’interazione tra i diversi attori territoriali. Superando le considerazioni socio-economiche, la ricerca indaga poi il passaggio dall’artigianato alla piccola media impresa dal punto di vista del processo lavorativo vero e proprio, cercando di cogliere punti di debolezza e di forza di entrambe le realtà. Ma a che pro? Nostalgia di tempi ormai trascorsi forse? No, proattivo sguardo al passato per tessere nuove trame nel presente. Un prodotto artigianale è depositario di cultura, tradizione e valori ad essa legati. Da un punto di vista pedagogico, una memoria dell’artigianato è auspicabile, poiché marchio di identità dell’artigiano è il conseguimento della qualità, il lavoro ben fatto, l’attenzione al dettaglio.Valori distintivi sono autonomia e integrazione sociale, solidarietà, cooperazione, dedizione, innovatività, creatività. Aspetti questi, di cui diventano sempre più carenti il mondo della formazione e del lavoro. Nei laboratori artigianali del medioevo come anche nei laboratori delle sarte del secolo scorso, la formazione avveniva attraverso il quotidiano contatto con l’esercizio del mestiere, l’emotività si coniugava alla cognitività, il fare al sapere, la creatività alla manualità. Il sapere,dunque, veniva trasmesso secondo la logica della bottega e dell’apprendistato, oggi rivalutabili attraverso gli studi sulla comunità di pratiche.

di Stefania De Santis

La riflessione sull’artigianato sartoriale non può prescindere da una riflessione sul sistema moda: gli abiti costituiscono artefatti culturali legati alle identità del territorio e rendono la moda espressione dell’universo sociale e valoriale. Come tale, evolve in risposta all’evoluzione della società e riveste una grande funzione comunicativa. Oggi il perfezionamento dei mezzi di comunicazione ha velocizzato il processo di diffusione della moda, rendendola effimera e determinando una diminuzione della funzione sociale.Essa vive sull’innovazione e si caratterizza per la rapida successione di cicli. L’importanza di una memoria della moda risiede proprio nella possibilità di recupero di tale funzione sociale, nonché nella possibilità della moda stessa di oscillare tra passato e futuro: il passato offre lo stimolo a un presente che difficilmente riesce a liberarsi completamente da esso ma, come scrive Benjamin, la moda si caratterizza per la sua capacità di anticipare il futuro, di cogliere la realtà percepibile con un anticipo di anni. Fine della ricerca, in sintesi,non solo trovare “il bandolo della matassa”, ma soprattutto rileggere e riqualificare nel presente antiche vocazioni locali, che in passato sono state fonte di benessere economico e sociale, promuovendo sinergie tra aziende locali e risorse umane del territorio, dalle giovani stiliste agli esperti di marketing, dalle sarte alle docenti di moda, con l’auspicio di rendere i prodotti locali competitivi sia sul mercato interno che su quello internazionale, scongiurando l’affermazione del commercio estero su quello italiano.


C spagine

ome uomo sensato non mi abbasso a protestare. A malapena cedo all’indignazione. Prendere sul serio le cose umane è segno di qualche carenza segreta. Il mondo è pieno di cretini, e quanto più son cretini tanto più facile è indottrinarli. Ora mi tocca pure subire l’esibizionismo strisciante di qualche teatrante (ateo confesso) che inneggia Papa Bergoglio, simulacro della venerazione… che anche a mia madre colpisce tanta insistita simpatia e benevolenza per quest’ultimo, come se quello di prima non bastasse. A lei piaceva comunque, ella sì religiosa, ignorante ma grandiosa e quasi mistica; non miscredente e darwiniana, o comunista, atea, agnostica e razionalista… Ella sì, più di qualunque altro, apprezzava i discorsi di Papa Benedetto XVI, e forse li comprendeva pure perché diceva: «Era un po’ timido ma tanto profondo e garbato». Come a dire: un Papa è un Papa e basta! Invece no, hanno inventato un Papa anche per i comunisti e per i Sinistri, o che piaccia ad essi, così che possano ricominciare a dire, come in passato, che Gesù Cristo è di sinistra. Già! Si cambia per restare gli stessi. Come diceva Don Camillo a Peppone (in un film di Guareschi): «Voi non comprenderete mai l’armonia del creato se non come una organizzazione politica». Ecco, ragion per cui seguo l’istinto e suggerisco di occuparci d’altro. Marina è d’accordo. Approva il mio concetto, «il tuo è un gran bel pensiero, sul quale ci siamo già soffermati: bravo» ella mi omaggia. «Grazie bella» io le rispondo, «andiamo avanti, allora, che è meglio». Io e Marina non chiediamo mai cos’è la vita; non ci chiediamo mai cos’è la luce. Si avvicina l’estate, avere una spiaggia e una sdraio e raccontare agli amici le favole, noi desideriamo. Sognare al mare: con il cielo che diventa sempre più blu. Amiamo fornire massime meravigliose, che si imprimono per sempre nella nostra mente, desiderosa d’assoluto. Con una simile tensione ed eleganza intellettuale, la mente conduce il pensiero all’estremo del suo rigore, al punto oltre il quale non può andare, dove avvertiamo il brivido dell’invalicabile. Vogliamo deridere il pensiero, cominciando a giocare, con raccontini o commediole che piacciano alla nostra mente di bambini. E il pensiero ci sorride amabilmente, incarnando deliziose storie elementari, ma che riflettono il mistero e l’enigma. Oltrepassiamo la parola nel silenzio: rivelando e nascondendo. Amiamo il viaggio, con gli occhi del viaggiatore guardiamo le cose che mutano, esaltando il flusso; anche se dopo ci appariranno immobili, quiete, e l’acqua non si curerà più di muovere le proprie onde, e il movimento e la stasi si identificheranno: gli opposti si equivarranno. Già! L’acqua si turba solo se viene agitata e non dura a lungo il movimento, poiché non nasce da lei ma dal vento. Ecco, in questo modo l’acqua si bea, riempiendo il vuoto: il segreto del mondo riposa, dunque, nel vuoto. Creiamo dunque in noi stessi un vuoto, annullando il proprio io; vale a dire uno “spazio” dove accogliere altra luce, altre istanze…

Un’incredibile museo sottomarino al largo di Cancùn, le opere create dallo

Essere ACQ

Cancelliamo la tristezza, la collera, le ire; ritorniamo alla nostra natura innata, abbandoniamoci alla quiete. Tranquilli come la baia, silenziosi come il deserto, pacati come la melodia, esili come l’eco. Senza volontà né voglie, riflettiamo solo sugli opposti dell’universo. Passivi, muoviamo solo l’azione che nasce dal cuore immobile della vita, che comunica il suo mite e ininterrotto movimento a tutte le forme. Nel nostro mondo conosciamo solo antitesi, generate dalle idee umane. Rifiutiamo i due termini di ogni dilemma, abbandoniamo le costruzioni mentali che producono solo chiacchiere. Andiamo oltre, osservando l’impercettibile. Creiamo un vuoto (spazio) nella nostra mente che possa accogliere altre sensazioni. Attraversiamo il silenzio, conosciamo l’ignoranza, così che l’Essere si avvicini al Nulla, equivalendosi, e nell’armonia vivere in perfetta comunanza con le cose, senza che queste siano più in grado di nuocerci o di ostacolarci. Bene. Ho così dichiarato un modo altro di vivere l’estate, guardando il mare. Marina è già pronta, e comprende la mia storia, essa mi precede dappertutto evitando le spiegazioni

a cui spesso sono obbligato. Ci capiamo noi due… e non chiediamo mai niente a nessuno, noi. Vogliamo solo essere in pace, una pace che sorga dalla contemplazione dell’ordine, dell’ordine compreso, goduto, realizzato senza residui, gioia, trionfo, cessazione dello sforzo; ove tutto è chiaro, limpido, e l’occhio si posa sul tutto e sulle parti, e vede come le parti cospirano al tutto, coglie il centro dove scorre la linfa, il soffio, la radice della vita… E Marina è amore della vita, umile e vera. Dovremmo essere estenuati dalla pace.

Dalla finestra di casa intravediamo già il mare che si sfalda nel suo dormiveglia e scambia un colore con un altro. La saggezza del mare e della terra – pensavo. Già! Da qualche parte ho letto che al momento finale, quando la vita, superficie su superficie, si è incrostata di esperienza, sai tutto, il segreto, il potere e la gloria, perché sei nato, perché stai morendo, e come tutto sarebbe potuto andare diversamente. Sei saggio. Ma la saggezza maggiore, in quel momento, è sapere che l’hai saputo troppo tardi. Si capisce tutto quando non c’è più nulla da capire. Magari potessimo toccare la Legge dell’Universo o avvicinarci nel luogo in cui si è esiliata la Sag-


Scritture

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

L’auspicio M

scultore Jason deCaires Taylor, coprono una superfice di 420 metri

QUA di Antonio Zoretti

gezza, andando a tastoni per ritrovare la nostra lucidità perduta. L’unica verità che brilla in quella notte stellata è che la Saggezza si scopre nuda, e scopre che il proprio mistero sta nel non essere, se non per un momento, che è l’ultimo. Ma una cosa comunque è certa, che mi farebbe molto male pensare di non dover più vedere il mare, compresa la donna che viene dal mare: Marina. Bene, è quasi estate. Spero di aver scritto ciò che pensavo, anche se altri ne possono trarre altre cupe teorie o messaggi segreti da decifrare dietro la mia storia. Forse non ci crederanno che è puro ludibrio. E’ risaputo che l’Essere lancia sempre un messaggio dietro il suo oblio - penseranno, e cercheranno sempre un altro senso, anche nel mio silenzio. Sono ciechi alla rivelazione: la Vita è la vita e basta; non c’è bisogno di ricrearla. E’ lì davanti a noi: è l’armonia celeste; è il creato. E Dio ha detto che era cosa buona e giusta, e questo ci accompagna fin dalla prima alba. E allora tanto vale attendere Marina e guadagnarci il mare: è così bello! Buona vacanza.

i viene di ricordare che, oltre mezzo secolo fa, nella natia Marittima c'era un compaesano di nome Angelo, in gergo dialettale detto l’Ancilu ‘a Ddolurata ‘u Fiuranu, da autodidatta, armeggiava con l'armonica a bocca. Lo faceva, abitualmente, di sera, dopo la giornata lavorativa e la cena, come pausa di svago e di distrazione, all’interno della bottega di barbiere gestita da Alessandro, nei pressi della piazza, dove, in aggiunta agli sparuti clienti bisognosi del taglio della barba o dei capelli, solevano riunirsi gruppi di giovani, interpreti di semplici e allegri cori sulle note dell’armonica. Della compagnia, faceva parte ‘u Pippi ‘a Semira, dotato – lo è anche adesso – di una bella voce, il quale, negli anni successivi, fra l’altro, sarebbe divenuto cognato di Ancilu. Angelo e Pippi vivono ancora e, quando mi capita d’incontrarli, scatta sempre una sorta di ritorno ideale alle lontane stagioni di quel “salone” da barbiere, allietato da armonica a bocca e cori. *** Ho casualmente conosciuto in treno, Maira, nata nel 1991 in una cittadina sulle colline torinesi, rinomata, fra il resto, per la famosa “Lettera 43” e i cui abitanti sono denominati eporediesi. Figlia unica, dopo la maturità, per il proseguimento degli studi ha scelto di lasciare la sua terra, frequenta, infatti, psicologia in un ateneo del Veneto: le pesa un po’ il distacco dalle amiche delle elementari, medie e superiori, oltre che la separazione, nel senso chilometrico, dal suo ragazzo, rimasto a lavorare nel Piemonte. Nella sede universitaria, abita in un appartamento preso in affitto, dove, per risparmiare sul canone, condivide una camera con una ragazza, mentre una seconda stanza ospita uno studente d'origine pugliese, aspirante filosofo. Forse alla stregua di naturale reazione al suo stato di figlia unica, è contenta di dimorare insieme con i due giovani, si adopera ai fini della preparazione comune dei pasti, con ciò compiendo un utile tirocinio in vista dell’eventuale, futura creazione di una sua propria famiglia. Con il ragazzo, nell’estate 2012, ha trascorso una breve vacanza nel Salento, conserva un ottimo ricordo dei luoghi, in particolare dei mari e della gente.

di Rocco Boccadamo

Maira sente molto la responsabilità di conseguire un buon profitto nei corsi accademici, così da ripagare i sacrifici economici dei genitori; in pari tempo nutre fiducia circa il suo futuro professionale, tendendo volutamente a immaginare che, intanto che lei completi gli studi, la situazione in giro possa subire notevoli modifiche in meglio, rispetto ai risicati e precari sbocchi ora, come noto, offerti ai giovani. La coinquilina di camera, Giulia, viene invece dal Sud, dalla Basilicata, esattamente dal paese di Stigliano, ubicato in un’amena zona del Materano, ricca di verde e di corsi d'acqua, caratterizzata da estensioni di terreni non pianeggianti, bensì ondulati, con una serie di avvallamenti, i cosiddetti calanchi. La terra d'origine della ragazza richiama alla mente le plaghe del famoso poeta, sindacalista e politico locale, Rocco Scotellaro, vissuto solamente trent'anni: tra le sue opere, da ricordare in speciale modo “L’uva puttanella” e “Contadini del Sud”. Inoltre, si ricollega a un affascinante monumento religioso, che si erge su un’altura, il santuario dedicato a Maria Regina di Anglona, meta di nutriti pellegrinaggi da parte di devoti, provenienti sia dai territori vicini, sia da località distanti. A proposito della “emigrazione” per studio della lucana Giulia, anche lei iscritta a psicologia, colpisce, in particolare, il suo fermo intendimento di concentrarsi al massimo sulla strada scelta, restandosene fissa nella sede universitaria senza ravvicinati week end verso Sud e ciò rappresenta, inconfutabilmente, una palese conferma della grande forza di volontà che l'interessata pone sul fronte della realizzazione dell’obiettivo prefisso. Ho ritenuto d’incentrare i presenti appunti sulla rievocazione, antica ma ancora viva, di Angelo, marittimese suonatore di armonica a bocca, e su sprazzi di semplici e sommarie storie, attuali, di ragazze: vicende belle, senza enfasi o retorica, di e per un’Italia auspicabilmente bella nel suo insieme, in questo momento particolare in cui, alla ribalta della cronaca, dominano, purtroppo, altri, assai differenti eventi, riguardanti giovani donne, addirittura adolescenti. Meno male che, alla luce della generalità della vita comune che scorre quotidianamente, alla fine è dato di poter costatare che i puntini neri sono, in fondo, isolati ed eccezionali.


Federico Mello “Un altro blog è possibile Democrazia e Internet ai tempi di Beppe Grillo” Imprimatur Editore

spagine

C

Letture

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

Non cascate nella rete...

lasse ’77, Federico Mello fa parte, come me, di quella generazione che ancora cantava a squarciagola le canzoni di Guccini, tornando a casa di notte dopo un falò sulla spiaggia e che, allo stesso tempo, da pochissimo, aveva cominciato a prendere dimestichezza con la tastiera di un personal computer. Ricordo quei tempi. L’onda lunga dei movimenti sessantottini solleticava ancora le fantasie di quella (nostra) gioventù, mentre già si affacciava sull’orizzonte della storia il nuovo movimento controculturale del popolo della rete con i suoi precetti di orizzontalità, conoscenza, comunicazione, anticonformismo. O quantomeno le prime prove di offensiva contro l’establishment prodotte in termini di bit dalla «tradizione colta della ricerca scientifica condivisa». Leggendo il libro di Federico ho ricordato questa parte della mia adolescenza. Mi sono tornate alla mente alcune riflessioni di Bianciardi nel suo La Vita Agra. Sono andato a spulciare quel libro ed ecco il passo che dal fondo della memoria premeva alla coscienza per tornare a galla (quasi a voler dimostrare la sua irrevocabile verità): «faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche… A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare… per far crescere le medie e i bisogni». Purché cresca, aggiungerebbe quindi Mello, la “massa critica degli utenti”. Leggendo il libro di Federico si vive una sorta di epifania. Cioè si manifesta dinnanzi ai nostri occhi in maniera chiara tutto un mondo di cui avevamo solo percepito la presenza – o il fastidio. Il mondo appunto del marketing digitale. Io non ho mai frequentato molto la rete, e tantomeno i social network. E se qualcuno mi avesse chiesto il perché forse non avrei saputo rispondere altro se non «sento che mi infastidiscono, che mi intontiscono». Oggi Federico (che negli anni ha approfondito scientificamente l’osservazione sul mondo del web; si veda per esempio il suo precedente: “Il lato oscuro delle stelle”) chiarisce perfettamente le mie sensazioni e i miei dubbi. La rete negli anni è diventata una sorta di grande mercato, dove le merci sono appunto gli utenti. Le aziende digitali fondano i loro imperi economici sulle dimensioni del bacino delle utenze. E per accaparrarsi il mag-

di Andrea Cariglia

La copertina del libro edito Imprimatur e l’autore Federico Mello

capire chi è on line su Skype, guardare video, scorrere gli aggiornamenti di circa mille persone che seguo su twitter, ho capito che di fatto qualsiasi navigazione è di per se stessa un multitasking”, e arriva a concludere “il multitasking non funziona, perché qualunque cosa occupi la capacità di elaborazione della nostra mente allo stesso tempo riduce la nostra capacità di pensare”.

gior numero di utenti possibili sono pronte – anzi già lo fanno senza la benché minima remora – sono pronte ad usare qualsiasi becero mezzuccio. Federico, con un linguaggio veloce, incalzante – una scrittura moderna e personalissima – ci spiega passo per passo come si è prodotta la «rivoluzione della tecnologia dell’informazione» e come questa sia diventata il centro del sistema capitalistico e, ancora, come questa tecnologia abbia tradito il suo ruolo sociale - per il quale appunto nasce nelle intenzioni dei suoi genitori – riversandoci addosso un «palinsesto social spesso di pessima qualità» al solo scopo di < catturare l’attenzione degli utenti, per farli cliccare, guardare, condividere, “piacere”, twittare>. E aggiunge: “c’è sempre un nuovo contenuto, un nuovo video, un nuovo sito, un nuovo stimolo che ci chiama, una luce che si accende, un banner che lampeggia, così, on line, risultiamo fondamentalmente sempre DISTRATTI”. La distrazione appare così essere per l’autore l’escamotage sul quale puntano questi mercanti da strapazzo per dirigerci lì dove a loro più conviene. E ancora “dalla mia esperienza quotidiana” ci dice Mello “passata a chattare, scrivere, condividere status, mandare e mail,

Dopo queste osservazioni – e dopo altre non meno importanti – Federico sposta infine la nostra attenzione su una domanda di non poca importanza: un movimento politico come i Cinque Stelle, «che ha professato fiducia nella rete come luogo per prendere decisioni, darsi una linea, scegliere i suoi rappresentanti, superare la democrazia rappresentativa», un movimento che è in tutto e per tutto «l’emanazione di un blog», Beppegrillo.it per l’appunto, gestito da un’agenzia di marketing (Casaleggio e associati) al passo con le più moderne strategie di vendita; potrà questo movimento, influenzato e diretto da quella che a tutta prima sembra essere una gestione mercantile e monopolista delle informazioni tipica delle aziende che operano sul web, potrà emergere come una vera piattaforma di democrazia via blog? Per la risposta dell’autore a questa domanda vi invito caldamente a ricercarla nelle pagine del suo libro. Voglio però tirare le somme per le mie conclusioni. Brevemente. Dall’analisi condotta da Mello (che qualcuno ha definito sociologica ma che a me sembra più rivolta verso contenuti di economia aziendale) risulta evidente come il Mercato riesca sempre a trasformare – a corrompere – qualsiasi oggetto concreto o astratto, reale o immaginario in merce. Tant’è che così come fallirono la loro rivoluzione gli uomini e le donne del Sessantotto sembrano oggi destinati a fallire i contestatori dei movimenti no global e della più moderna cultura informatica. Tuttavia Federico Mello, ottimista per costituzione, ci ammonisce dalle pagine del suo libro e ci ricorda che non tutta l’informazione che circola sul web è informazione spazzatura e che ci sono molte realtà che resistono alle lusinghe del sistema capitalistico divulgando contenuti di qualità; e che, soprattutto, siamo Noi ad avere un ruolo fondamentale nella dialettica utente/media scegliendo di essere ATTENTI, perché sul web si nascondono tranelli e incantamenti dietro ogni angolo.


spagine

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

Le cose della vita è un libro di poesia: “Pensieri a frammenti” di Linda Perrone nel Magazzino di Spagine

L’algebra del sentire

T

ra poco sarà Brasile. Tra poco sarà Manaus. Tra poco sarà Amazzonia. Melius: quel che resta di quell’infinito, indecifrabile, meraviglioso, misterioso, primordiale, fantastico pezzo di Terra e d’Acqua, già abitato (soprattutto) d’una flora maestosa e d’una fauna incredibile, oltre che da uomini scalzi, senza TV, vivi d’un antico sapere, colorato da tutte le sfumature del verde e illuminato da mille arcobaleni. L’ho scoperta ragazzino, sul libro di geografia. Poi, l’ho cercata sul mappamondo. Non senza difficoltà. L’ho conosciuta nel numero uno di Mister No, il mitico eroe-antieroe di Sergio Bonelli. Era esattamente questo mese di quasi quarant’anni fa. Giugno 1975. Incontrai Jerry Drake che pilotava il suo Piper su tutta quella bellezza. Newyorkese di nascita, aveva trovato, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, un luogo dov’era ancora possibile dimenticare tutto il sangue e tutte le atrocità: Manaus. Poi, dovette andar via anche da lì… E non erano soltanto le strisce d’un fumetto… Tra poco inizierà un altro mondiale di calcio. Tra poco farà caldo davvero. Tra poco ci sarà altro oppio. Dopo un’altra morte. Che altra non è. I miei occhi l’hanno vista la prima volta in concomitanza con un altro mondiale di calcio. Erano occhi bambini.

Era il 1970. Ancora giugno. Un’altra America. Era il Messico. Italioti contro crucchi. Indimenticabile. I miei occhi salutarono per l’ultima volta nonna Angiolina, la madre di mio padre. I miei occhi restarono aperti sui suoi occhi chiusi. Non vedevo nient’altro. Mi destò un ceffone (più potente di mille parole, più efficace di mill’altri gesti…) di zia Margherita: non era spettacolo per un novenne, qual’io ero. Poi, la morte, in questa mia vita, l’ho vista indossare quasi tutto il suo guardaroba. Una volta (almeno) s’è presa anche il mio giubbotto di pelle nero… Ma questa stagione non l’avevo ancora incontrata, e – per quanto immaginata – era del tutto sconosciuta… Era, purtroppo non lo è più… Inutile dire che in questo caso avrei preferito che ancora fosse imperfetto (il tempo del verbo essere, intendo). Il 25 aprile per me non sarà più festa, mai più sarà liberazione, non

di Vito Antonio Conte

La copertina di “Pensieri a frammenti” per le Poesie dell’Abeccedario nel Magazzino di Spagine

sarà più nulla… Sul mio calendario quel giorno è cancellato…

Mio padre è ancora vivo! Gigi è sempre con me! Anche se non riesco ancora a scriverne. Facciamo due passi papà. Senza parole. Quelle non sono mai servite tra noi. Le mie per te le troverò. Come quell’unica volta che provai a dirti (con le parole) il mio amore per te e tu mi rispondesti: anch’io. Sì, anche tu… Quel giorno d’estate, a Bologna, mi laureavo... La felicità non si tocca mai davvero da soli. Quel giorno, la felicità aveva il nostro nome… il mio, quello di Maristella, e di Peppone, ma soprattutto quello di mamma e il tuo… La felicità è un piatto di spaghetti con le cozze e i pomodorini in quel ristorantino in riva al mare che non c’è più… Non ce la faccio ancora… Ti parlo dentro, da

dentro… Ma adesso non posso ancora scriverti… Non posso ancora scrivere di te. Di me. Di noi. Di quel ch’è stato. Di quel ch’è. Scriverò quando tutta questa fottuta fragilità avrà gambe per traversare la vulnerabilità della mia anima triste e potrò guardare ai giorni di Francia e del resto senza bagnare il tuo sorriso… Devo risolvere questo dolore. Comprendere la perdita. Una volta ancora. Mai come prima. Devo risolvere quest’equazione della vita dove la matematica non c’entra un cazzo. Per fortuna. Mai stato bravo in matematica! M’aiuta, imprevedibilmente, un verso. E dovrei spiegare quell’imprevedibilmente. Ma non lo farò. E dovrei dire di ogni abbraccio. Non lo farò. Del cuore e di cuore dovrei e vorrei dire. Neppure lo farò. Ché certe cose ci sono e basta. E ciò importa. Nient’altro. Le parole non serve cercarle. Vengono quando è scritto che verranno.

Oggi è un verso e si chiama Algebra. Anche in questo caso, la matematica c’entra poco. Dimostrare gratitudine è una delle bellezze del vivere. Sono grato a molti. Uno a uno. Non è un pareggio. Non è una partita di calcio. Il mondiale sarà. Adesso è altro. È il mio grazie a tutte le sensibilità che mi hanno toccato… Oggi devo ringraziare una persona che non conosco. È una donna. Una donna alle prese col suo essere femmina e col suo opposto. Alle prese col suo corpo. Alle prese con la sua esistenza. Alle prese con la sua spiritualità. Alle prese col mondo d’intorno e col suo essere in quel mondo, in questo mondo. Con le spine da inserire o da togliere in tutte quelle prese. Evitando di restarne fulminata. Ecco: metafora e ironia tornano. Per le sue parole torno (…) anch’io. Confesso: alcuni suoi versi sono fulminanti: ho sentito la scossa, sono stato folgorato dalla sua poesia, ne sto scrivendo. Sto scrivendo. Sono vivo. Ma sono ancora troppo debole. Non ho la forza per descrivere del paradosso, non ho la forza per dire della contraddizione, non ho la forza per cennare della forza che contiene la sua scrittura… Potenza e leggerezza. Potenza hanno i suoi versi. Leggerezza hanno i suoi versi. Potenza che sfiora l’immortalità. Leggerezza che sfiora l’ovvietà. Il contrasto, voluto o meno che sia, dà un risultato di tutta efficacia all’insieme della raccolta poetica di Linda Perrone, Pensieri a frammenti, numero diciassette del Magazzino di poesia, pubblicato da Mauro Marino su Spagine. Oggi la parola è un verso che si chiama Algebra. Anche in questo caso, com’ho detto, la matematica c’entra poco. “La pelle / è la mente / che mi manca / la mente / è la pelle / che mi possiede. / Se riesci a risolvere / questa equazione / sarò tua”, questa è la provocazione di Linda Perrone. Provate a leggere la sua scrittura. Provate a risolvere l’equazione, se volete. Oggi non posso aiutarvi. Ho altro da risolvere. E devo farlo da me. Non posso aggiungere parole. Anche se, in questo caso, altre ce ne sarebbero. Altri, lo so, lo farà. Ché questi versi meritano attenzione. Ma ora non voglio aggiungere altre parole. Anche perché il segreto, se segreto c’è, il mistero, se mistero c’è, è sempre nel sottrarre… Siccome autenticamente fa Linda Perrone. Grazie Linda.


MMSarte spagine

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

Ancora immagini e versi da Art-icoliamo senza barriere percorso di poesia visiva rivolto ai bambini di quattro classi della Scuola Primaria Leonardo Da Vinci di Cavallino e Castromediano a cura di Monica Marzano

Il confine non aiuta

P

er Riccardo il confine spesso segna un fastidioso limite... un limite alla libertà di espandersi mentalmente, di conoscere nuove idee, di esplorare nuove culture.

P

er il piccolo Lenny sullla parola speciale Aiuto si può elaborare una vera e propria Teoria. La teoria dell'aiuto serve ad in-

Una frontiera non dovrebbe costingerci a sentirci estranei nel nostro pianeta... la Terra nasce libera da solchi che delimitano, da mura che cingono, da fili spinati che vietano... Eppure gli uomini hanno avuto paura di questa Terra libera, di questi spazi "co-

segnarci come sia possibile sperare in un mondo migliore fatto di solidali collaborazioni. La speranza di vivere con serenità, con fiducia nel prossimo, con la voglia comune di tenere pulito e ordinato il no-

Il testo è di Riccardo cannone, il disegno di Francesco Tortelli

muni" e nei secoli la conquista di un confine più ampio ha scatenato atroci lotte e terribili guerre... tutto per un confine... tutto per sete di potere, tutto a scapito di un "mondo migliore"... Bellissimo il disegno di Francesco che ha voluto sognare un

mondo libero da limitazioni fra città e campagna... un palazzone sorge in mezzo a prati, fiori e alberi... nessun confine fra cielo e terra... una totale convivenza fra natura, uomini e animali, nessun confine alla comune serenità.

Il testo è di Lenny Stendardo il disegno di Nicolò Capone

stro ambiente che risplenderá di note speciali di armonia come canti d'usignolo. E il piccolo Nicolò, questo canto di note di speranza, l'ha voluto disegnare con un grande e maestoso usignolo

che dovrà deliziare il mondo intero, infondendo la sana voglia di compiere sempre gesti altruisti di aiuto e vitale solidarietà

La galleria dei lavori della precedente edizione è su www.mmsarte.com


spagine

Mondo Reggae

Il singolo e il video di Maurizio “Mattune” Verardi della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

M

Strade di paese aurizio ‘Mattune’ Verardi è un giovane artista salentino che studia e si occupa di musica nella capitale. Il suo è stato sempre uno stile che guarda a più generi musicali ma sempre tenendo ben salde le radici reggae. Il nuovo singolo ‘Strade di paese’ infatti è un brano con base in levare ma contaminazioni popolari dove a dominare, in alcuni punti, è proprio la pizzica salentina. Mattune, in questa intervista, racconta la nascita del brano anticipando delle importanti novità.

Maurizio “Mattune” Verardi

di Alessandra Margiotta

stiny” di Buju Banton nacque un legame per la black music che non è più andato via.

Il tuo nuovo singolo 'Strade di paese', un incontro tra musica reggae e ritmi popolari, come è nato? In realtà il brano l’ho scritto su una vecchia version raggamuffin che avevo nel mio archivio, poi i primi arrangiamenti sono stati fatti proprio nel mio paese da Salvatore Angelè (BetterDaysRecords), completando il tutto a Roma da Bruno Avramo (Formadonda) dove con l’aiuto di Mino (Cosimo Romano), che ha seguito poi tutta la chiusura del disco, è uscito il missaggio finale Giovane salentino, appassio- del brano. Ho voluto parlare nato ai ritmi in levare. Come è delle mie origini musicali nate appunto per le strade del mio nata questa tua passione? Già da quando frequentavo le paese dove durante le serate scuole medie iniziai ad ascoltare passate per strada o in piazzetta alcuni brani rap, tramite un cantavo qualche strofa ai miei amico che aveva dei Cd maste- amici. Come descritto nel testo rizzati dal cugino più grande. sono cresciuto col ritmo del tamDate le origini, era impossibile burello suonato da mio nonno non avere una cassetta dei Sud cantando gli stornelli insegnati Sound System, dove nei testi da lui, spesso accompagnati spesso è spiegata l’importanza dalle note della sua armonica, è del messaggio e della cultura stata una soddisfazione per me della musica reggae, da lì iniziai trovare il groove giusto per racla ricerca. Quando ascoltai “De- chiudere i due generi.

Il singolo anticipa l'uscita dell'album, ci racconti qualche anteprima? L’album si chiamerà “Strade di paese” e sarà composto da dieci tracce trattanti tematiche che vanno dal sociale, alla religione, all’amore e sarà pieno di collaborazioni, sia a livello musicale con la partecipazione di musicisti e beat maker, sia a livello di featuring. Ci sarà un brano che si chiama “I 12 Mc” in cui si alterneranno dodici cantanti.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento? A livello artistico e musicale stimo tanto Damian Marley, per i testi, melodie, rime, ritmica. Prendo come riferimento tutto quello che proviene dalla musica black, dal reggae, al rap, al funk, blues, jazz, soul, per me sono musiche che trasmettono tanto, anche senza capire sempre le parole si riesce a cogliere quello che l’artista vuole interpretare. Contatti:

www.facebook.com/MattuneOfficialPage Sound Cloud: soundcloud.com/mattune Youtube: www.youtube.com/user/LuMattune Mail: info.mattune@ymail.com


spagine

Appuntamenti

della domenica n°32 - 8 giugno 2014 - anno 2 n.0

Pe(n)sa differente Festeggia il tuo peso naturale

copertina

D

omani, lunedì 9 giugno, alle 11.00 al piano terra del Must (Museo Storico della città di Lecce) si terrà la conferenza stampa di presentazione della settima edizione di “Pe(n)sa differente. Festeggia il tuo peso naturale!”, manifestazione internazionale di sensibilizzazione, informazione e formazione su anoressia, bulimia, obesità e altre in/differenze che si svolgerà a Lecce dal 12 al 14 giugno. Evento unico in Italia, in linea con manifestazioni di altri Paesi quali il Canada Eating Disorder Awareness Week, l’Inghilterra International No Diet Day e gli Stati Uniti I’m beautiful the way I am, si propone di celebrare la differenza fisica, mentale ed emozionale, inneggiare al pensiero libero da ogni omologazione, festeggiare la bellezza in tutte le sue forme, perché ogni persona è unica, ogni bellezza è autentica e ogni ‘differenza’ rappresenta un valore. Alla conferenza stampa prenderanno parte il sindaco Paolo Perrone, l’assessore alle Politiche Giovanili, Alessandro Delli Noci, il senatore Dario Stefano, la presidente dell’Associazione MadamaDorè, Anna Lucia Graziuso, il direttore Scientifico della manifestazione Caterina Renna e il direttore artistico Francesco Maggiore (Big

a Lecce dal 12 al 14 giugno

Sur), Iris Manca per Lecce 2019, Rocco Melcarne (Coordinamento Conferenza), Annamaria De Filippi (Coordinamento Danza), Mauro Marino (Coordinamento Mostre) Sergio Quarta (Coordinamento Eventi), Veronica Vantaggiato (Comitato scientifico). Sono stati invitati il direttore Generale della Asl Lecce Valdo Mellone, il direttore Sanitario della ASL Lecce Ottavio Narracci, il direttore del Dipartimento di Salute Mentale della ASL Lecce, Serafino De Giorgi. Tra gli invitati anche le associazioni e le aziende che sostengono la manifestazione: Panificio Vetrugno (Campi Salentina - Le), Caseifcio Antica Latteria (Lecce), Epifani Vini del Salento, Garden Idea Verde di Fabio Rizzo & C. (Lecce), AOB PasticciottoObamaPoint (Campi Salentina - Le), La Vinolearia Sas (Trepuzzi - Le), Il Giardino del Re (Otranto - Le), Degusto Salento (Leverano - Le), Azienda Agricola - San Lorenzo (Campi Salentina - Le), All’ombra del Barocco - Caffè di Liberrima, Fondo Verri, Laboratorio di Danza, Compagnia Elektra, Compagnia Atto, Big Sur Lab, Slow Food – Lecce, MadamaDorè, Accademia di Moda Calcagnile, Masseria didattica Tumeddhi, Lobello Records, Manifatture Knos, LeA, Marmocchi, Salvo La Maglietta, Artlab, Libreria Adriatica, Université de Lyon (France).

La copertina della rivista L’Osservatore in cammino che sarà diffusa nei giorni di Pe(n)sa differente e sotto un’illustrazione di Bela Abud illustratrice argentina ospite della manifestazione


Spagine della domenica32 0 8 giugno 2014