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Reg. Trib. di Napoli N. 27 del 6/4/2012

num. 2 - Anno II marzo/aprile 2013

IL FENOMENO

JUSTIN BIEBER

IN QUESTO NUMERO

© Marco Iazzetta

La fine dei blocchi H I musei al tempo della crisi Juliana Buhring Vi racconto la mia storia Tutte pazze per Justin Coca-Cola diventa social David Bowie is Vent’anni di web Facebook e Google Earth, insieme!


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Editoriale Essere Innocenti – dalla prefazione del libro

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Registrazione al Tribunale di Napoli N. 27 del 6/4/2012 Direttore Responsabile: Fabrizio Ponsiglione Direttore Editoriale: Stefania Buonavolontà Art Director: Marco Iazzetta Grafica & Impaginazione: Menthalia Design Hanno collaborato in questo numero: Valeria Aiello, Stefania Buonavolontà, Marco Quadretti, Andrea Ponsiglione, Elena Serra, Diego Vecchione Menthalia srl direzione/amministrazione 80125 Napoli – 49, Piazzale V. Tecchio Ph. +39 081 621911 • Fax +39 081 622445 Sedi di rappresentanza: 20097 S. Donato M.se (MI) – 22, Via A. Moro 50132 Firenze – 17/A, Via degli Artisti Tutti i marchi riportati appartengono ai legittimi proprietari. La pubblicazione delle immagini all’interno dei “Servizi Speciali” è consentita ai fini dell'esercizio del diritto di cronaca.

ella vita ci sono degli incroci obbligati e il mio incontro con Juliana è stato uno di questi. Quando ho conosciuto l’affascinante e dura storia raccontata in questo libro, mi sono subito reso conto che avrei dovuto in qualche modo partecipare al progetto di Juliana. Così abbiamo deciso insieme di pubblicare la versione italiana di Not Without My Sister, romanzo già tradotto in 11 lingue e che ha venduto ben 500.000 copie nel mondo, posizionandosi tra i best seller in alcuni Paesi come l’Inghilterra. La prima edizione, pubblicata nel 2007, racconta una storia molto intensa e toccante di avvenimenti realmente accaduti, pagine di vite parallele di tre sorelle, Juliana, Kristina e Celeste, raccolte in un unico “diario” che narra le loro vite a partire dall’infanzia di chi, come loro, è nato e cresciuto nel culto della setta dei “Bambini di Dio”. Questa setta è stata fondata con ispirazioni diverse da quelle che sono state le reali condizioni di vita di quelli che ne facevano parte, con una quotidianità diametralmente opposta all’amore cristiano, al perdono e alla libertà: valori professati alla base di questo culto. Infanzia violata, soprusi e condizionamenti psicologici appartenevano alla quotidianità di chi, come Juliana, Kristina e Celeste, ha avuto la condizione di nascere tra i “Bambini di Dio”. Questo libro ha avuto il ruolo di smascherare la vera natura della setta e di “liberare” quasi la totalità degli adepti. Anche se molti di loro, nonostante la setta sia stata dichiarata ufficialmente sciolta, continuano ancora a vivere in varie parti del mondo seguendo i dogmi di questa “fede”. Essere Innocenti racconta le storie di vita vissuta dalle tre sorelle all’interno della setta. In alcuni punti la narrazione è forte ma è stata lasciata inalterata rispetto all’originale per evitare di stravolgerne i contenuti. Un adattamento del testo si è reso necessario per migliorarne la fruibilità e per avvicinare un pubblico più ampio, perché questo libro vuole raccontare, denunciare e far luce su fatti che si spera non accadano mai più, senza sminuirne la carica emotiva dettata da una narrazione in alcuni punti molto difficile da leggere. In conclusione, la descrizione migliore è stata data dalle autrici stesse nel prologo originale che hanno definito la loro lotta per la libertà come quella di “butterflies caught in a spider’s sticky web”, “farfalle catturate in un’appiccicosa ragnatela”.

Marco Iazzetta General Manager Menthalia


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La fine dei blocchi H di Riccardo Michelucci, Giornalista

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ra il 1971 quando a Long Kesh, nell’Irlanda del Nord, il vecchio campo di aviazione della RAF, cominciò ad essere utilizzato dal governo britannico per la detenzione degli internati senza processo del conflitto nordirlandese The Troubles. Solo successivamente, nel 1976, venne integrato con il Maze, il complesso di otto edifici a un piano a forma di H, divenuto tristemente famoso nel 1981 quando si svolse uno sciopero della fame in cui morirono 10 detenuti repubblicani dell’IRA e dell’INRA, tra cui Bobby Sands, l’attivista eletto membro del parlamento britannico come Anti H-Blocks/Armagh Political Prisoner dopo 66 giorni di digiuno nell’ospedale della prigione. La sua storia, ripresa nel fi lm Hunger di Michael Fassbender, è simbolo della lotta repubblicana per la riunificazione dell’Irlanda che vede proprio nel carcere di Long Kesh il simbolo più eloquente di un passato tragico. Ciò che rimane del teatro delle lotte carcerarie, dalla sua chiusura del 2000 con il trasferimento degli ultimi detenuti, è al centro di un decennale dibattito sulla riqualificazione. Il labirinto di cemento dal quale non si usciva è oggi un’opportunità unica per chiudere un capitolo fatto di vessazioni, soprusi e inumane condizioni di detenzione.

Le divergenze nate sul progetto comprendono da un lato i repubblicani indipendentisti che vorrebbero riprendere l’esperienza del carcere di Robben Island dove fu imprigionato Nelson Mandela, oggi museo sulla storia del Sudafrica democratico, dall’altro gli unionisti protestanti che temono che Long Kesh divenga un luogo di rievocazione della memoria per i combattenti dell’IRA e preferirebbero la soluzione adottata per il carcere tedesco di Spandau, il luogo di detenzione dei gerarchi nazisti, completamente demolito per far posto a una grande area commerciale. L’ipotesi di una rimozione della memoria appare destinata a cadere nel vuoto. È il premier protestante Peter Robinson a rispondere ai dubbi degli unionisti, dichiarando:

“Non diventerà un monumento ai terroristi. È solo allarmismo insensato”. “Sarà un monumento alla pace”, ha aggiunto il suo vice, Martin McGuinness. Un progetto dai costi complessivi stimati intorno ai 300 milioni di sterline, la cui parte più interessante è rappresentata dal PbCRC, il Centro Internazionale per la Pace e la Risoluzione dei Conflitti, che mesi fa ha ricevuto anche un cospicuo finanziamento europeo nell’ambito del programma Peace III.

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Il governo nordirlandese da così il via ad un progetto molto ambizioso, firmato dal famoso architetto statunitense tense Daniel Libeskind, che creerà 5.0000 nuovi posti p di lavoro permanenti e attirerà erà 300.000 sterline di investimenti. Daniel Libeskind, già autore ore di opere che hanno legato l’architetturaa alla storia tragica del XX secolo, come ill museo ebraico di Berlino, è tra gli artefici della rinascita di Ground Zero. L’architetto, noto in Irlanda da del Nord per aver contribuito al recupero ro dell’area della vecchia stazione di polizia ia di Andersonstown, nel cuore del ghetto to repubblicano di Belfast ovest, con il suo o stile immediatamente riconoscibile riconvertirà convertirà i famigerati blocchi H dove si trovavano le celle dei prigionieri, la torre rre di controllo e l’ospedale della prigione, e, in uno spazio condiviso che, assicurano i repubblicani, rispetterà la memoria di tutte le fazioni del conflitto, dunque anche che quella dei protestanti, senza scordare are il pesante tributo di sangue pagato to durante il conflitto dalla polizia penitenziaria. itenziaria.

“È veramente signifi ficativo costruire in un’area piena di speranza e raccontaree la storia del labirinto di Longg Kesh” ha detto Libeskind che con la sua architettura decostruttiviruttivista darà all’Irlanda del Nord ord un spazio ricco di emozione,, dalle linee dritte che volgono all’enerll’energia umana e aff rontano con coerenza l’ampio contesto da cui emergono. mergono.


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I musei al tempo della crisi di Elena Serra, Events Management

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n un clima di crisi così profonda e globale sono necessari ripensamenti in campo finanaziario, economico, sociale ma anche culturale. Si parla di perdite e forti disavanzi quando i musei, gli istituti e l’intero patrimonio culturale dovrebbero essere un piacere irrinunciabile. L’intervento pubblico permette ancora a molte strutture di continuare ad essere aperte ma, dati alla mano, si parla di una gestione dei siti museali quanto mai discutibile. A pagare il biglietto nei musei italiani sono solo 16 milioni di utenti sul totale di 36 milioni e mezzo di visitatori. E gli introiti di tutte le biglietterie dei musei italiani messe insieme superano di poco più un centinaio di milioni di euro. Davvero molto poco se si considera che il museo parigino del Louvre da solo incassa il 25% in più. Poche idee, gestione centralistica, mancanza di trasparenza nei bilanci, carenze nella formazione economica degli storici dell’arte sarebbero, secondo gli alcuni esperti, i problemi alla base della difficoltà economica dei musei italiani. Le vittime del calo sono principalmente le gallerie pubbliche, soprattutto quelle dedicate al contemporaneo. E nonostante la tendenza a visitare i luoghi d’arte a livello internazionale sia in crescita, i musei nostrani navigano controcorrente chiudendo in negativo. Secondo la classifica annuale del Giornale dell’Arte e The Art Newspaper, che stila ogni anno la classifica dei musei più visitati al mondo, l’Italia è fuori dalla top ten, non essendoci nessun museo che abbia fatto registrare numeri da record. In questo contesto va quindi collocato il primo posto nella classifica italiana della Galleria degli Uffizi il museo più visitato. La galleria fiorentina chiude il 2012 con un totale di 1,7 milioni di visitatori, seguita da Palazzo Ducale di Venezia con 1,3 milioni di visitatori, e dalle Gallerie dell’Accademia di Firenze, visitate da 1,2 milioni di persone. Al quarto posto si piazza Castel Sant’Angelo, primo dei musei romani con 905 mila visitatori. In Italia il PIL prodotto dall’industria dell’arte, secondo una recente ricerca della Fondazione industria e cultura è di 36 mi-

liardi l’anno, il 2% del PIL totale e la metà di quello prodotto da Germania, Francia e Gran Bretagna. Una totale disfatta se si riflette che in Italia il patrimonio artistico è notevole e vanta il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità. L’eredità del passato ha un grande valore. È arrivato il momento di sfruttarlo come avviene negli altri Paesi. Basti pensare che in Francia l’operazione Mission Val de Loire per la salvaguardia del paesaggio è fonte di incassi, per non parlare degli Stati Uniti che sono bravissimi nel gestire la singola organizzazione, un esempio su tutti, il Getty Museum di Los Angeles. Saper integrare quello che già esiste in percorsi nuovi che incuriosiscano un pubblico nuovo, più giovane e internazionale è il punto di partenza per stimolare la domanda in modo corretto e dare nuova linfa ad un patrimonio culturale italiano assopito da diversi anni.

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Juliana Buhring Vi racconto la mia storia di Valeria Aiello, Project Manager

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uella di Juliana è una storia di un’infanzia di grande sofferenza vissuta all’interno di un culto religioso, i Bambini di Dio, fondato da David Berg nel 1968 in California, poi diffuso in tutto il resto mondo. Una vita in un culto i cui membri predicavano la sessualità libera che coinvolgeva anche i minori, vittime di abusi fin da piccolissimi, in un mondo lontano da quello che noi conosciamo. La storia di Juliana è terrificante, fatta di perversione e di maltrattamenti, ma è anche il racconto di un viaggio emotivo che l’ha portata a lottare per la libertà. È lei a raccontarci della sua esperienza nei Centri di Addestramento, il luogo dove i bambini venivano mandati per essere condizionarti e renderli così dei “perfetti” membri del culto. “All’età di sei anni” racconta Juliana, “sono stata mandata in uno dei Centro di Addestramento. Nei centri non c’era istruzione, veniva insegnato solo ciò che era indicato dal culto. La mia vita e quella degli altri ragazzi che si trovavano nella mia stessa condizione erano come quelle di un regime militare. Si andava dovunque marciando, venivamo puniti fortemente se si metteva in discussione il loro insegnamento o se si voleva una vita

diversa. Un forte condizionamento, un lavaggio del cervello e un indottrinamento che non davano nessuna possibilità di scelta. Sono stata portata via dai miei genitori quando avevo solo tre anni. Avevamo un documento e chi aveva il pezzo di carta era in sostanza il tutore, ero insomma di loro proprietà”. Figlia di un padre accecato dalla devozione per la setta e dalla totale fiducia nelle profezie del leader, Juliana vive la sua infanzia e la sua adolescenza in diverse comunità appartenenti all’organizzazione, separata dalle sorelle oltre che dai propri genitori. “Mio padre” aggiunge, “lavorava per il culto e ogni qualvolta il leader della setta notava che lui si stava legando in particolar modo a qualcuna di queste donne, lo allontanava perché non voleva che mio padre avesse dei contatti personali con i membri della sua famiglia”. Sola in un mondo di prigionia dell’anima comincia, dapprima in segreto e poi sempre più apertamente, a interrogarsi sulla filosofia perversa e pedofila che la teneva prigioniera. “Il mio desiderio di fuggire da quella condizione è maturata all’età di 14 anni, ero molto piccola e avevo capito che esisteva un mondo al di fuori del culto e che quello che ci dicevano gli adulti non


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corrispondeva alla verità. Ho notato delle forti divergenze tra ciò che loro dicevano e ciò che invece facevano, c’erano delle incongruenze e ho potuto assistere agli abusi che loro hanno inflitto sui ragazzi della mia generazione. Da molto giovane ho cercato una liberazione e, quando dissi loro che volevo lasciare il culto, mi hanno mandato in un Centro di Addestramento molto duro per essere ancora più indottrinata. Così crescendo ho imparato a sopprimere il mio desiderio di ribellarmi e di fare domande”. Juliana in quella condizione ha vissuto per 23 lunghi anni, soffrendo le peggiori forme di abuso lontano dalla concezione cristiana dell’amore e del perdono. “Uno dei motivi per cui sono rimasta nel gruppo dei Bambini di Dio per tutto questo tempo” spiega, “era per stare con i miei fratelli e proteggerli. Poi capii che avrei potuto aiutarli dal mondo esterno. Quando decisi di abbandonare la setta mi trovavo in Africa, in Uganda. Lì conducevo una doppia vita: durante il giorno vivevo nella comune e mi occupavo dei bambini, mentre la sera uscivo perché avevo degli amici nel mondo esterno e avevo cominciato a creami dei contatti e una vita all’esterno. Fu quando mia sorella si suicidò e, a una settimana di distanza, fece lo stesso anche il figlio del leader del culto, che decisi di andarmene per lottare contro gli abusi che vedevo all’interno del gruppo e cercare di cambiare la vita ai miei fratelli”. Una fuga che Juliana realizza il 3 giugno del 2004 e che nel 2010 la porta a pubblicare insieme alle due sorelle, Kristina e Celeste un libro. “Una volta fuori dalla setta, ho pensato di scrivere un libro per denunciare cosa succedeva nel gruppo, tutto quello che hanno fatto a un’intera generazione di bambini. Con questo libro, è stato possibile incoraggiare gli altri a parlare, fino a quando la pressione mediatica ha obbligato la setta a disgregarsi”. Il libro, divenuto best seller in diversi Paesi con oltre 500000 copie vendute, esce ora anche in Italia con il titolo Essere Innocenti, edito da Menthalia. Verrà presentato il prossimo 17 maggio 2013 a Napoli, città dove adesso Juliana vive in occasione di un evento che si terrà presso la libreria Libri e Professioni in via Santa Brigida. “La nostra speranza è che, attraverso il racconto delle

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nostre storie, possiate sentire le voci di quei bambini che la setta ha provato a zittire” conclude Juliana. Oggi Juliana è una donna serena e, insieme alla sorella Celeste, attivista della Safe Passage Foundation, un’organizzazione noprofit che si occupa della tutela dei diritti dei minori e, in particolare, di quelli nati e cresciuti in ambienti estremisti, isolati e sette religiose: “Aiutiamo i ragazzi a rientrare nella società, li assistiamo psicologicamente, economicamente e diamo loro la possibilità di studiare. Sono ragazzi che hanno sofferto, subìto dei traumi ed è giusto che venga data loro una seconda possibilità”.

Juliana Buhring, durante la lavorazione del libro "Essere Innocenti".


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Tutte pazze per Justin di Marco Iazzetta tano “Still Kindrahul”, il nome che l’artista utilizzava agli esordi. Dopo “Beautiful”, cantata in duetto con Carly Rae Jepsen, è il momento di “One Less Lonely Girl”, dedicata ad una fortunatissima delle beliebers ollg che è riuscita a salire sul palco vicino al suo idolo. Nelle performance di “Somebody To Love”, “Never Say Never” Justin dà prova delle sue doti da artista navigato capace di far tutto, cantare, ballare, simulare strip tease. Corre, salta e va a stringere la mani delle fan in delirio. Un trionfo per il ventenne che si esibisce nel primo singolo tratto dal suo ultimo album “Boyfriend”, che rappresenta la svolta musicale del canadese che è passato da un genere per più adolescenziale a un genere che risente delle influenze di r&b ed elettronica. Molto apprezzate dal pubblico anche le versioni acustiche di alcuni brani, come “Fall”, cantata dall’alto di una gru che è stata parte integrante della scenografia del concerto. A chiusura della serata, Justin Bieber canta “Baby”, conclusione perfetta

© Marco Iazzetta

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ltre 15.000 fan per l’unica data italiana del tour 2013 di Justin Bieber, la giovane star canadese che ha conquistato il mondo a partire da YouTube. Arena di Bologna, e non solo, invasa dalle beliebers in fervente attesa per l’evento sold-out ormai da mesi. E Justin non ha deluso le aspettative. Arriva sul palco planando su enormi ali in un tripudio di fuochi artificiali. La sua energia e la sua forza comunicativa esplodono già dal primo pezzo, “All around the world” che Bieber canta accompagnato dalle immagini più significative della sua vita, da quando era solo un bambino al suo primo successo su YouTube, a quando l’allora dodicenne Bieber si esibiva davanti a una webcam postando in rete la sua arte, fino ad arrivare al successo internazionale. Ballerini e scenografia imponente per uno spettacolo che già dal primo pezzo preannuncia una serata emozionante e ricca di sorprese. Seguono “Take You”, “Catching Feelings” e “One time”, il primo singolo del cantante canadese sul quale le fan organizzano un flash mob con cartelloni che reci-


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per una serata in cui i cuori delle giovanissime fan hanno pulsato all’unisono per l’enfant prodige, capace di gestire la popolarità in un modo che persino un adulto farebbe difficoltà a maneggiare. Complessivamente lo show è durato un’ora e mezza, con una ventina di brani proposti. Questa la scaletta della serata: “All Around the World”, “Take You”, “Catching Feelings”, “One Time”, “Eenie Meenie”, “Somebody to Love”, “Love Me Like You Do”, “She Don’t Like the Lights”, “Die in Your Arms”, “Out of Town Girl”, “Be Alright”, “Fall”, “Never Say Never”, “Beauty and a Beat”, “One Less

Lonely Girl”, “As Long As You Love Me”, “Believe”, “Boyfriend”, “Baby”. Una produzione davvero mastodontica, uno stage faraonico ricco di luci e di ballerini e lui, il one boy band, il tutto condito dalla sua musica pop-rappata, da giochi pirotecnici e trovate intelligenti. Nulla di originale, intendiamoci, Justin nel suo spettacolo ha selezionato tutte quelle soluzioni che hanno fatto la fortuna di altri colleghi. Il cantante canadese le ha perfezionate e adattate al suo modo di fare musica ed il successo è stato totale.

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Chi è Justin, l’idolo delle teenager Justin Bieber nasce il 1° marzo del 1994 a London, Ontario ed è cresciuto a Stratford. Interessato all’hockey, al calcio ed agli scacchi, ha spesso tenuto le sue aspirazioni musicali per sé stesso. Crescendo ha imparato a suonare il pianoforte, la batteria, la chitarra e la tromba. Nei primi mesi del 2007, all’età di dodici anni, cantò So Sick di Ne-Yo per un concorso locale a Stratford ed arrivò al secondo posto. Insieme a sua madre, nel 2007 iniziò a caricare video su YouTube in cui cantava canzoni di vari artisti (Usher, Chris Brown, Stevie Wonder, Justin Timberlake ed altri) e la sua popolarità iniziò a crescere.Scoperto nel 2008 da Scooter Braun che si imbatté per caso in uno dei suo video, il giovanissimo talento del pop ottenne un primo contratto con la Raymond Braun Media Group e successivamente un altro con la Island Records, propostogli da L.A. Reid. Il suo singolo di debutto, “One Time”, fu pubblicato a livello mondiale nel 2009 e raggiunse la top ten in

Canada e in altri trenta Paesi. L’album di debutto “My World” è stato certificato disco di platino negli Stati Uniti, doppio disco di platino in Canada e in Regno Unito. Stesso successo per “My World 2.0”, pubblicato nel 2010, che entra nella top ten di dieci Paesi e diventa disco di platino negli Stati Uniti. Il singolo Baby, pubblicato nel gennaio 2010, è accompagnato da un videoclip che, con oltre 800 milioni di visualizzazioni, ha detenuto il record di video più visualizzato di YouTube fino al 24 novembre 2012, quando è stato superato da Gangnam Style dell’artista sudcoreano PSY. Nel 2010 Justin ha vinto un American Music Awards nella categoria “miglior artista dell’anno”, ed è stato nominato sempre nello stesso anno ai Grammy Awards nella categoria “miglior artista emergente” e “miglior artista pop”. Tutto il resto è storia di oggi. Con i suoi album Justin Bieber ha venduto ad oggi oltre 15 milioni di copie e su Twitter ha ormai quasi toccato i 39 milioni di followers.


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Coca-Cola diventa social

#condividiunacocacola

di Marco Quadretti, Web development

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opo 127 anni, un evento rivoluzionario sta per cambiare il futuro del marketing della Coca-Cola Company. La domanda che si pongono i maggiori brand è “come aumentare le vendite in un periodo di crisi?”. La risposta arriva dall’Australia dove il progetto “Share a Coke” (condividi una CocaCola) sta spopolando. La campagna pubblicitaria all’insegna della condivisione sui più famosi social network ha già permesso un aumento dei guadagni dell’11% in poche settimane. L’idea è stata quella di permettere ai clienti, con soli 8 dollari, la personalizzazione delle lattine di Coca-Cola, sostituendo al marchio il proprio nome, soprannome o breve frase. Con quest’iniziativa, la CocaCola ha raggiunto un totale di 378.000 stampe personalizzate. Il risultato è stato talmente inaspettato da spingere l’azienda ad eliminare il logo sostituendolo con 150 nomi di persona scelti tra quelli più diffusi. Da qui è nata una vera e propria caccia al tesoro da parte dei teenager, pronti a tutto pur di accaparrarsi una bottiglia con il proprio nome e condividerla sui social network. In Australia, la prima fase di marketing, affidata a giornali, tv e manifesti, non ha portato un incremento sostanziale delle vendite. Ma la scintilla che ha fatto scattare questa epidemia virale è stata quella di regalare alcune bottigliette della nota bevanda a celebrità della tv e della musica, personalizzate con il nome della star o con il titolo del loro ultimo disco, le quali hanno cominciato condividerle su Facebook e Twitter. I risultati sono stati sbalorditivi. In pochissimo tempo le visite alla pagina ufficiale Coca-

Cola sono schizzate segnando un incremento dell’870% e una crescita di iscrizioni di oltre il 40%. Coca-Cola Italia si augura di raggiungere gli stessi risultati ottenuti nella terra dei canguri e con un comunicato ufficiale ringrazia “chi da sempre ama il marchio e i prodotti, perché sono proprio i suoi fan i veri protagonisti ed artefici del successo dell’azienda”. Intanto sul canale ufficiale di YouTube spuntano i primi video virali intitolati “Succedono cose strane”. Come ad esempio quello girato in un supermercato, dove tra gli scaffali delle bibite ci sono sei ragazzi vestiti con una maglietta rossa e con su scritto il proprio nome. I clienti del market acquistano i giovani, li mettono nel carrello e se li portano a casa. Ultimo video è quello di Chiara, una studentessa italiana, che si sveglia la mattina e si accorge che ogni cosa porta il suo nome, perfino la lattina della CocaCola. In Italia 350 milioni di bottigliette e le lattine personalizzate sono già pronte a riempire gli scaffali dei supermercati a partire dal 15 maggio, acquistabili al normale prezzo di vendita. Oltre ai nomi più comuni sarà possibile trovare anche espressioni del linguaggio giovanile come “La Vip”, “La Stilosa”, “Il Socio” e nomi generici, come ad esempio, “mamma”, “papà”, “amore”, “mito”, “tesoro”. L’idea di eliminare il logo da un prodotto può sembrare una scelta azzardata per un soft-drink, ma non per un colosso come la Coca-Cola Company che da sempre è riconosciuto come il prodotto di riferimento della sua categoria.

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David Bowie is

Una mostra per celebrare i 40 anni di successo del Duca Bianco di Stefania Buonavolontà, Marketing & Communication

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l Victoria and Albert Museum, David Bowie is, l’omaggio alla carriera di David Bowie, l’innovatore musicale e l’icona culturale che ha attraversato cinque decenni nella musica rock. La mostra ripercorre attraverso gli abiti, la musica e le immagini la vita del cantante londinese dai mille volti. Dai bellissimi vestiti di scena firmati Yamamoto e Ale-

xander McQueen, alle fotografie di Brian Duffy, Terry O’Neil, Helmut Newton, ai filmati dei concerti fino ai videoclip d’autore, in un tributo che rappresenta la leggenda londinese in una rilettura sontuosa e impeccabile del fenomeno. Il simbolo della rivolta giovanile contro i grigiore del dopoguerra capace di rimescolare i generi in una sfida aperta ai ruoli dell’uomo e della donna portata a livello di massa. È proprio questo quello che David Bowie fa attraverso il proprio corpo, come artista concettuale scegliendo di volta in volta una nuova identità che diventa plurima e confusa per diventare parte integrante della contemporaneità. La creatura aliena messa in scena nei suoi tour degli anni ‘70, dalle movenze teatrali è una star fragile e narcisista che intercetta il clima culturale londinese della fantascienza fino a spingersi agli echi newyorkesi di Warhol. Ziggy Stardust nasce dalla depressione politica ed economica dell’Inghilterra che


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aveva reso Bowie un alieno distopico alla ricerca di nuovi mondi, artistici e introspettivi. Space Oddity lo catapultò al successo, ma in un momento in cui l’Apollo 8 raggiungeva la Luna, il suo Major Tom perdeva contatti con Ground Control. Il pianeta blu è lì, con accanto il video di Ziggy che canta malinconico. È come stare alla finestra di una navicella spaziale. Con i suoi alterego, Bowie è una moltitudine di identità che l’artista ha ricercato in luoghi lontani dal tempo e dallo spazio, tracciando un percorso che in pochi anni lo ha portato ad essere interprete capace di emergere con il suo individualismo radicale e trasformarsi in icona del costume. All’ingresso la tuta in vinile nero Tokyo Pop, uno dei costumi più appariscenti firmato Yamamoto per Aladdin Sane. La mostra è un continuo rincorrersi di emozioni e suggestioni. Classe 1947 per Davie Jones, il bambino ai suoi primi approcci musicali. In video le band con cui cominciò a suonare a 16 anni. Mentre nelle orecchie risuonano le sue parole: “Ho sempre voluto essere un istigatore di nuove idee, ho cercato di provare tutto ciò che potesse essere uno strumento artistico, ho cercato di essere una rivoluzione fatta uomo”. Dal 1967 ad oggi ha prodotto 27 album in studio e 150 live.

Nel corso di questi 47 anni ha cavalcato l’onda dell’innovazione tecnologica e digitale e si è imposto con 140 milioni di dischi venduti, fino a oggi, con l’uscita dopo anni di silenzio di The Next Day. L’esposizione londinese è densa e minuziosa e ogni aspetto della sua carriera è rappresentato magistralmente e mettendo in risalto l’indole dello sperimentare, portarsi sempre oltre, provocare, celebrando una genialità che è sotto gli occhi di tutti più di 40 anni.

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Vent’anni di web di Diego Vecchione, Graphic Designer

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ono trascorsi vent’anni da quando al CERN di Ginevra il ricercatore britannico Tim Berners-Lee e il belga Robert Calliau diedero il via all’era del world wide web come oggi lo conosciamo. Era il 30 Aprile del 1993 quando venne deciso di rendere pubblico lo standard della tecnologia alla base comunicazione online. Sviluppato tra gli anni 1989 e 1990 e inizialmente utilizzato solo dalla comunità scientifica per la consultazione della documentazione in formato elettronico, il world wide web è diventata la modalità più diffusa al mondo per inviare e ricevere dati su internet. Dal protocollo iniziale che supportava la sola gestione delle pagine HTML statiche, si passò rapidamente all’implementazione di strumenti capaci di generare pagine HTML dinamiche, in un primo momento attraverso le CGI (Common Gateway Interface) e successivamente con l’aumento dell’interattività e della dinamicita attraverso l’evoluzione del linguaggio HTML stesso, la possibilità di interpretazione di linguaggi di scripting, come ad esempio il JavaScript, e il miglioramento della qualità di elaborazione dei server attraverso lo sviluppo di linguaggi integrati come il ASP, PHP, ecc. Il progetto originariamente concepito e sviluppato per soddisfare la richiesta di informazioni, condivisione tra i fisici nelle università e istituti di tutto il mondo, dopo poco meno di due anni si rivelò pronto al suo debutto ufficiale. Come per la nascita del personal computer, anche in quella della rete c’è lo zampino di Steve Jobs. Non è un caso che il primo server sul quale veniva ospitato il primo sito internet era prodotto dalla NeXT, l’azienda fondata dal CEO di Apple, con l’obiettivo di offrire computer in grado di avviare una nuova rivoluzione tecno-

logica. Dal primo server NeXT dell’aprile del 1993, si passò rapidamente ai 10.000 attivati nel 1994. Un successo inarrestabile fino ad oggi, giorno in cui il CERN per celebrare la giornata e evitare che l’ispirazione di Berners-Lee scompaia dalla memoria, lancia il progetto “First Website” con lo scopo di preservare tutti gli elementi digitali che hanno concorso alla formazione del primo web: il computer utilizzato per ospitare il sito, il software che si usava allora per navigare tra le pagine, l’indirizzo IP del primo server, il programma per creare pagine web e tutto ciò che serviva a ricreare lo spirito di quei primi anni. Collegandosi all’indirizzo http://info.cern.ch si fa letteralmente un salto nei primi anni ‘90 navigando nella prima era del web. Si possono visualizzare le informazioni sul progetto sviluppato dal CERN, le tappe della sua storia, le informazioni tecniche su come utilizzare il browser. Tra gli obiettivi di First Website vi è anche quello di rendere disponibili i software con cui si accedeva al web di allora. Accanto a browser che visualizzavano solo documenti testuali, nel 1992 già erano disponibili diversi software in grado di navigare tra documenti che contenevano immagini e che, funzionalità che oggi si è persa, permettevano non solo di leggere documenti, ma anche di scriverli e pubblicarli.


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Facebook e Google Earth, insieme! di Andrea Ponsiglione, Events Management

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ome può uno dei software più comuni al mondo e il social network per antonomasia far rincontrare madre e figlio dopo 25 anni? Parliamo di Saroo Brierley, nato e vissuto fino all’età di 5 anni in India, di Fatima, la madre di Saroo, di Google Earth, software che genera frame virtuali della terra utilizzando immagini satellitari, e di Facebook, il famoso social network creato da Mark Zuckerberg. Saroo, all’età di 5 anni, oggi ne ha 30, era nella stazione di Khandwa con il fratello Guddu che, dopo aver preso un treno per una cittadina vicina, gli chiese di aspettarlo perché di lì a breve sarebbe tornato a riprenderlo. Ma dopo qualche ora di sonno su una panchina, Saroo si svegliò al buio e in una stazione deserta; di fronte a lui un treno. Pensò che fosse il treno per tornare a casa, ma, non sapendo ne leggere e ne scrivere, non si accorse che il treno aveva come destinazione Calcutta a ben 1400 km di distanza. Il ragazzo si trovò, dopo un giorno di viaggio, in una città con 10 milioni di abitanti, in cui parlavano un’altra lingua e nella quale il disagio sociale è assolutamente all’ordine del giorno; un bambino di 5 anni solo per strada, quindi, non destava clamore o compassione. Per fortuna dopo qualche mese un centro di accoglienza a Calcutta riuscì a far adottare il bambino da una famiglia australiana. Saroo cominciò una nuova vita in Australia con la sua nuova famiglia, senza mai perdere la speranza di tornare nella sua città nativa e rincontrare la sua vera madre. Cominciò unaa lun lunga ricerca su internet, tra-

mite Google Earth appunto, della stazione dalla quale partì quella sera ma della quale aveva solo un flebile ricordo; cercò, sempre attraverso il software della Google, di ripercorrere i binari che da Calcutta andavano verso la sua città nativa ma le diramazioni erano talmente tante che dovette abbandonare l’idea. Ma un giorno, grazie a calcoli matematici, riconobbe delle immagini della sua città nativa, ricordando un particolare della stessa; trovò un gruppo su Facebook denominato “My Hometown is Khandwa” e si accertò che fosse la sua città nativa. Quindi, grazie solo ai ricordi flebili della sua infanzia, a Google Earth e a Facebook, Saroo il mese scorso ha fatto ritorno nella sua città natale ed è riuscito a riabbracciare sua madre che aveva perso qualsiasi speranza di rivederlo. La volontà delle persone unita alle moderne tecnologie di comunicazione riesce a creare anche storie di questo tipo; come si è soliti dire… incredibile ma vero!

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