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Periodico d’informazione sulla comunicazione e dintorni N. 5 - ANNO V MAGGIO 2016

NOTHING IS ORIGINAL

All’alba del domani: è nata la coalizione per l’auto che si guida da sola Project manager e leadership Una birra per le volpi da bere con una… volpe! Ceres premia Drinkwater Snapchat: il nuovo anti-facebook Open source in medicine global medical platform Prendere una decisione: gli errori Airbnb reinventa ancora il concetto di turismo Nothing is original, esp. In design Gli Radiohead e l’ultimo capolavoro mediatico Amazon si espande, sfida a Netflix e Google


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numero 5 - maggio 2016

Editoriale

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Registrazione al Tribunale di Napoli N. 27 del 6/4/2012 Direttore Responsabile: Fabrizio Ponsiglione Direttore Editoriale: Marco Iazzetta Grafica & Impaginazione: Diego Vecchione Hanno collaborato in questo numero: Federica Aiello, Michele Botti, Riccardo Catapano, Danilo Di Domenico, Silvia Iazzetta, Elena Mittino, Loredana Romano, Stefano Rossi Rinaldi, Mariano Santoro. Menthalia srl direzione/amministrazione 80125 Napoli – 49, Piazzale V. Tecchio Ph. +39 081 621911 • Fax +39 081 622445 Sedi di rappresentanza: 20097 S. Donato M.se (MI) – 22, Via A. Moro 50126 Firenze – 20, Via Cardinal Latino Tutti i marchi riportati appartengono ai legittimi proprietari. La pubblicazione delle immagini all’interno dei “Servizi Speciali” è consentita ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca.

ari lettori del Magazine di Menthalia, ben ritrovati con il numero di maggio del nostro periodico d’informazione sulla comunicazione e dintorni. Qualche giorno fa Linkedin festeggiava il suo 13° compleanno e l’importante traguardo dei 9 milioni di utenti iscritti in Italia, un milione in più rispetto al numero di utenti registrati nello stesso periodo del 2015. Quando, nel 2011, Linkedin approMarco Iazzetta dò nel nostro paese ne fui subito catturato intuendo General Manager le buone potenzialità di un progetto che si presentava Menthalia con ottime credenziali per essere integrato nel lavoro di tutti i giorni. Il bacino d’utenza non era elevatissimo: 2 milioni di utenti registrati e gli uffici di Linkedin Italia che contava appena 4 dipendenti. Nel giro di qualche anno però il fenomeno è esploso, raggiungendo come detto i 9 milioni di iscritti nel nostro paese a fronte dei 433 milioni sparsi in tutto il globo, tra cui 4 milioni di aziende che sempre di più lo integrano nelle loro attività. Numeri che rispecchiano in maniera abbastanza decisiva la realtà in cui il professional network più famoso al mondo va a collocarsi. Si, professional network. Non sono infatti troppo d’accordo con chi lo inserisce nel calderone dei social network quali Facebook, Twitter, Instagram etc. A differenza di questi, non credo infatti che Linkedin sia un luogo dove socializzare e fare nuove amicizie, credo piuttosto che Linkedin sia uno strumento fondamentale al professionista e all’azienda per approfondire la conoscenza relativa al proprio interlocutore, sia esso un collega, un superiore o un concorrente. Utilissimo strumento per condividere e scambiarsi opinioni con chi fa già parte della propria cerca e soprattutto direi fondamentale per i giovani neolaureati che si affacciano per le prime volte al mondo del lavoro. Ah dimenticavo... è online da poche ore il nuovo sito internet, realizzato da Menthalia, della Maison Tatiana Fabergé. Fondata a Ginevra nel 1974 da Tatiana Fabergé nell’intento di perpetuare il nome del bisnonno Carl Fabergé, passato alla storia grazie alle Uova Imperiali che egli realizzò fra il 1885 e il 1917 per la famiglia imperiale russa. Parleremo di tutto questo nel prossimo numero del Menthalia Magazine, stay tuned!


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All’alba del domani: è nata la coalizione per l’auto che si guida da sola Di Riccardo Catapano

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’unione fa la forza. Specialmente se si vuole varare una nuovissima idea di mercato: quella delle automobili senza il guidatore. E così capita che colossi come Google, Uber, Volvo, Lyft e Ford decidano di allearsi affinché si creino le basi per una realtà fatta di auto a guida autonoma. Siamo ovviamente in America, dove Alphabet, holding di controllo del più famoso motore di ricerca informatico, ha unito le forze con la casa automobilistica di Detroit e con la piattaforma per la condivisone di auto con autisti di San Francisco: lo scopo è quello di dar vita alla Self-Driving Coalition for Safer Streets (Coalizione dell’auto senza guidatore per strade più sicure), di cui fanno parte anche il team svedese Volvo, controllato dal gruppo cinese Zhejiang Geely Holding, e da Lyft, società rivale della stessa Uber. L’intento, così come indicato nella denominazione, è innanzitutto quello di rendere “più sicure” le trafficate strade americane che contano ogni anno quasi 33 mila vittime, e per far sì che ciò avvenga, la mega coalizione ha avviato una fitta rete di comunicazioni per spingere le autorità federali americane ad accelerare i provvedimenti destinati a regolare il mercato dei veicoli autonomi. Il portavoce, nonché consulente della coalizione, sarà l’ex funzionario della National Highway Traffic Safety Administration (Nhtsa), David Strickland: “Il percorso migliore per questa innovazione è avere una serie ben definita di norme federali; la coalizione lavorerà con i politici per trovare le giuste soluzioni che faciliteranno la diffusione delle auto senza conducente”, ha detto Strickland, aggiungendo che “La tecnologia delle auto che si guida-

no da sole renderà le strade d’America più sicure e meno trafficate”. Nonostante i dubbi che tale rivoluzione comporterebbe (una su tutte la crisi delle aziende automobilistiche tradizionali), i test di sviluppo proseguono incessantemente con Google che sperimenta già da sei anni tale tecnologia: ad esempio dozzine di Lexus self-driving progettate da Google già circolano in tre differenti città americane. La Ford a sua volta sta testando una tecnologia analoga nel campus di Dearborn, mentre Uber sta costruendo una sua struttura a Pittsburgh dedicata alle auto autonome e Volvo ha annunciato che testerà 100 veicoli autonomi in Cina. Ma nonostante il progetto sembri ben avviato siamo ancora ben distanti da una svolta decisiva: se tutto dovesse andare per il verso giusto (sia legalmente che tecnicamente) ci vorranno almeno un altro paio di decenni per vedere in modo massiccio auto che si guidano da sole solcare strade grazie ad un click sul proprio smartphone. Per citare una famosa opera del grande biochimico sovietico, Isaac Asimov: siamo solo “All’Alba del domani…”

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Project manager e leadership Di Loredana Romano

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a leadership di un project manager è un fattore chiave e di grande supporto per il successo del progetto. Nel corso del tempo si sono affermati come strumenti di management vari modelli di leadership. Alcuni di essi sono stati applicati efficacemente, altri sono rimasti in letteratura, visto che la loro applicazione si è rivelata troppo articolata rispetto alle diverse condizioni riscontrabili nelle organiz-

zazioni. Ad ogni buon conto, in ambito di project management, i vari modelli di leadership contemplano tutti tre necessità imprescindibili: 1) quella di esercitare un forte presidio nella defi nizione dei compiti e nel loro monitoraggio secondo specifiche metodologie di project management; 2) quella di una azione di “governo” dei team di progetto e dei sottogruppi all’interno dei vari team; 3) quella, in assoluto più delicata, di gestire i rapporti, i confl itti e la motivazione dei singoli componenti di ciascun team. In realtà ognuno di questi tre fattori si interseca con gli altri due: la gestione degli individui si sovrappone a quella dei gruppi, la gestione del team presenta implicazioni nella gestione dei task, e la gestione dei compiti obbliga a prendere in considerazione i componenti del team cui quei compiti vengono delegati. Di conseguenza, le azioni e gli interventi su ciascun fattore fi niscono per rafforzare gli altri due. Ne discende che un buon Project Manager afferma la sua leadership attraverso un controllo completo su tutti e tre i fattori considerati, quindi le sue competenze saranno di sicuro articolate sia sul fronte metodologico che su quello organizzativo e relazionale, con un approccio funzionale alle circostanze ed alle necessità e quindi necessariamente adattabile.

La gestione dei task, il primo dei tre fattori, sottintende responsabilità di: • chiarire i compiti che devono essere svolti in modo da orientare la vision e la direzione del team; • identificare le risorse (persone, pro-


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cessi e strumenti) necessarie per svolgere i vari compiti; defi nire ruoli e responsabilità all’interno del team; delegare il lavoro all’interno del team; fissare gli standard di qualità e comunicazione cui il team dovrà allinearsi; defi nire il piano di project management; svolgere azioni di controllo e monitoraggio sui risultati prodotti e sulla performance del team; effettuare un reporting puntuale sull’avanzamento del progetto in modo da aiutare i componenti del team nel raggiungimento dei loro obiettivi; valutare e aggiornare il piano introducendo on-going le modifiche necessarie.

In questo ambito la leadership di un project manager si esprime attraverso le seguenti modalità: • defi nisce e comunica gli standard attesi per la performance di progetto ed i comportamenti desiderati; • comprende le aspettative e le necessità del team nelle varie fasi del ciclo di vita; • mantiene disciplina e focalizzazione sugli obiettivi di progetto; • osserva e facilita la gestione e la risoluzione dei confl itti all’interno del team; • sviluppa la motivazione, il lavoro di gruppo e la cooperazione in modo da rafforzare lo spirito di gruppo ed il senso di coesione; • provvede a fornire la formazione necessaria;

• fa crescere la maturità del gruppo attraverso la progressiva delega di responsabilità; • svolge azioni di comunicazione sia all’interno del team che all’esterno in modo da precisare ciò che deve essere fatto soprattutto a fronte di situazioni impreviste; • fornisce e richiede continuamente feedback per verificare il livello di commitment ed allineamento agli obiettivi di progetto.

Nella gestione dei rapporti con i singoli componenti del team di progetto: • comprende le caratteristiche personali, gli obiettivi individuali, le motivazioni, le ambizioni, i punti di forza e debolezza di ciascuno in modo da consentirne un impiego mirato in relazione agli obiettivi di progetto e ai task richiesti; • si mostra sensibile a problemi e necessità individuali; • fornisce supporto e affiancamento; • concorda il livello di responsabilizzazione di ciascuno, comunicando con le persone sulla base di quanto concordato; • riconosce i successi personali di ciascun componente del team ed aiuta le persone nel superare le inefficienze, individuando le aree di miglioramento; • premia formalmente ed informalmente gli obiettivi raggiunti; • concorda con ciascun componente del team di progetto momenti periodici di valutazione della performance individuale e del contributo fornito al successo del progetto.

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Una birra per le volpi da bere con una… volpe! Ceres premia Drinkwater Di Elena Mittino

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era una volta una squadra di calcio, il cui simbolo era una volpe, che nonostante non avesse appoggio da alcuno, aveva deciso di mettersi in gioco in un campionato tanto importante quanto difficile, consapevole di essere un po’ un brutto anatroccolo ma pronta a lottare anche solo per la salvezza. Partita dopo partita, strada facendo, questa squadra si è trasformata in cigno, vincendo non solo la massima competizione del suo Paese, ma dando anche il via a una serie di iniziative di comunicazione molto importanti. Il Leicester, che nella graduatoria di investimenti economici risulta al quartultimo posto con 62.6 milioni di sterline, contro gli oltre 200 dei grandi club è diventato infatti, in questa favola moderna, il cigno del massimo campionato di calcio 2015/2016 d’Inghilterra; il Leicester guidato da un mister Made in Italy come Claudio Ranieri, che ha saputo con la sua squadra mettere mattoncino su mattoncino; quel Leicester che si sarebbe a malapena salvato e che invece è sul tetto del regno. Sembra banale come favola, ma affatto banale è che sia una realtà. Compresa la

campagna virale, che ha spopolato come ovvio, avviata da Ceres sui social e che ha preso di mira Danny Drinkwater, classe 1990, autore di due gol e otto assist in questa Premier League, e che per il produttore danese di birra ha dato il via a un evento. Non è la prima volta che si parla di bevande e vip: si pensi alla Sprite, con LeBron James e ora Marco Belinelli, oppure ai volti che hanno dato un… volto alle varie bevande, come Pepsi Boom con Star Wars. In qualche modo ciò che è di moda deve essere valorizzato, quindi anche in questo caso. Scelta di marketing? Naturale, la squadra si è distinta per il gruppo, ma andate a trovarlo un altro che si chiama proprio ‘Bevi l’acqua’ e al quale invece si dà da bere una birra! Il tutto offerto dai tifosi, cui è stato chiesto di preparare degli striscioni, con i quattro migliori che sarebbero stati scelti per l’incontro. ‘Al nostro segnale convincete Danny’, questo lo slogan del viaggio. Unico obiettivo: offrire da bere alla volpe tra le più significative di questa stagione. Iniziativa simpatica, è stata definita sul web: vero, ma sicuramente un’iniziativa specchio della società del web, in cui tutti hanno lo stesso peso, al di là del nome. Anzi, proprio i vip diventano gli amici di sempre. E allora perché non fermarsi per due chiacchiere proprio con Drinkwater, che l’acqua la beve veramente, per parlare di sport e magari con una birra in mano?


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Snapchat: il nuovo anti-facebook Di Stefano Rossi Rinaldi

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napchat è ufficialmente il social network del momento. Fondato nel 2011 da Evan Spiegel, uno studente dell’Università di Stanford, il social del fantasmino si è reso protagonista di una crescita globale con pochi precedenti nella storia recente arrivando a togliersi addirittura lo sfizio di scalzare niente di meno che Facebook nel numero di visualizzazioni video al giorno. I numeri sono da capogiro, parliamo di 10 miliardi di visualizzazioni al giorno, 2 miliardi in più rispetto al social di Mark Zuckerberg, anche se ad impressionare di più è la crescita del +350% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A rinforzare le basi di questo successo annunciato la conquista del primato assoluto nel mercato social per quanto riguarda la fascia d’età compresa fra i 14 e i 19 anni. Lo studio condotto da Piper Jaffray colloca Snapchat in testa con il 28% di preferenze, seguito da Instagram con il 27%, Twitter con il 18% e con Facebook rilegato soltanto al quarto posto con “appena” il 17%. Numeri che fanno riflettere ma che nella sostanza si spiegano da soli. La diff usione mondiale di Facebook rappresenta ormai di fatto una barriera all’ingresso per un teenager che entrandone a far parte si troverebbe in un mondo in cui già sono entrati tutti i membri della sua famiglia (nonni compresi): insomma, un paese per vecchi. Snapchat ha reinventato il concetto stesso di social network come lo intendiamo oggi. Al lancio, l’App avvia automaticamente la fotocamera con il tasto centrale in basso – stile Instagram, ndr – con cui poter scattare fotografie o filmare un video lungo al massimo 10 secondi. L’assenza di profili da personalizzare e di timeline lo rendono diverso rispetto a tutta la concorrenza, piazzandosi

esattamente a metà strada fra il social e la chat. Una chat però caratterizzata dalla peculiarità, ed è questo il vero plus, che tutti i messaggi hanno una data di scadenza impostata dal mittente e oltre la quale non saranno più disponibili. Oltre che agli “amici”, uno Snap può essere aggiunto alla propria Storia nella quale saranno contenuti video e immagini prodotti nelle ultime 24 ore. Altra grande rottura rispetto ai social media convenzionali è l’assenza totale di like, reactions ed altri fronzoli simili. Così come non v’è traccia dell’immagine profilo e/o immagine di copertina, header e altre cose cui eravamo abituati a pensare di continuo e da aggiornare manco si trattasse di un curriculum. Al massimo, Snapchat consente di mettere il tuo volto all’interno dell’iconico fantasmino che funge tra l’altro come una specie di QR code che, se scansionato, permette ai tuoi amici di seguirti automaticamente. Insomma, una figata!

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OPEN SOURCE IN MEDICINE global medical platform Di Redazione Menthalia

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on il mese di mese di maggio siamo felici di annunciare la nascita di nuovo interessantissimo progetto targato Menthalia: Open Source in Medicine, nuovo portale d’informazione dedicato al mondo della medicina e della scienza, strutturato per off rire una pratica e piacevole consultazione dei contenuti. L’esperienza e il know-how maturato in tutti questi anni di attività hanno gettato le basi per la nascita di questo nuovo progetto che mira a diventare un punto di riferimento dell’informazione medico-scientifica. Non un portale tecnico, ma un sito aperto al grande pubblico che consenta approfondimenti sulle tematiche più disparate: dal nuovo vaccino contro l’influenza di stagione, ai consigli per mangiar sano passando per gli sviluppi della tecnologia nel mondo dell’industria farmaceutica. Al momento del lancio, le notizie su Open Source in Medicine saranno raggruppate in tre principali categorie. News, dove aff ronteremo temi della stretta attualità medica analizzando e commentando le notizie più recenti, nuove direttive da parte del Ministero della Salute, dall’AIFA e dalle aziende farmaceutiche. Medicina Hi-Tech, in cui racconteremo invece i passi in avanti della tecnologia e di quanto questa stia diventando sempre più incisiva nella cura e nella gestione dei pazienti, partendo dalla miriade di applicazioni per gli smartphone fi nendo a rivoluzionari macchinari per agevolare cure e terapie. Infi ne Scienza e Ricerca, per analizzare i progressi della ricerca e commentare gli studi che sottolineano, correggono o informano sulle abitudini di tutti noi.

Alle spalle del progetto, dal design responsive per rendere piacevole la user experience da qualsiasi dispositivo, la redazione medica di Menthalia che fornirà un’informazione continua e pratica, ricca di interessanti contributi da parte di opinion leader del panorama medico-scientifico. Il commento del CEO di Menthalia, Marco Iazzetta: “Il lancio del progetto Open Source in Medicine è una grande vittoria personale e di Menthalia. Diamo alla luce una nuova creatura che, sono sicuro, crescerà e riuscirà a darci tantissime soddisfazioni. Seguiremo questo nuovo progetto con l’attenzione, la professionalità e soprattutto lo spirito di sempre così da rendere Open Source in Medicine un punto di partenza per un qualcosa di ancora più importante”. Open Source in Medicine è consultabile all’indirizzo www.opensourceinmedicine.com e attraverso i nostri canali ufficiali di Facebook e Twitter.


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DISPONIBILE ONLINE IL PORTALE

www.opensourceinmedicine.com

I contenuti sono sviluppati per offrire un’informazione e un approfondimento su tematiche inerenti il mondo della medicina e della scienza orientate al paziente. News, curiosità e aggiornamenti scientifici in un linguaggio semplice e alla portata di tutti.

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Prendere una decisione: gli errori Di Silvia Iazzetta

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urante il processo decisionale gli individui possono commettere una molteplicità di errori sistematici, generalmente associati a una serie di bias che possono emergere quando si ricorre all’euristica. Le euristiche consistono in una serie di regole pratiche o accorgimenti utilizzati per ridurre la necessità di elaborazione delle informazioni. Si utilizzano in modo automatico, senza esserne realmente consapevoli, al fine di ridurre l’incertezza insita nel processo decisionale. Tali accorgimenti sono frutto di una conoscenza acquisita in seguito a passate esperienze; aiutano, pertanto, i decisori a valutare i problemi che si presentano. Le euristiche possono, tuttavia, anche causare errori sistematici che vanno a intaccare la qualità delle decisioni, in particolare quando esistono vincoli legati al tempo, come accade ai medici responsabili dell’assistenza sanitaria primaria. 1. Euristica della disponibilità. Descrive la tendenza del decisore a basare le sue decisioni su una serie di informazioni già presenti nella sua memoria. Tali informazioni sono più accessibili se si riferiscono a un evento accaduto in un passato recente, se hanno importanza rilevante (ad esempio un disastro aereo) e quando rievocano forti emozioni (ad esempio uno studente di liceo che spara contro altri studenti). Questo tipo di euristica porta, con facilità, ad attribuire una probabilità troppo alta al verificarsi di eventi rari. L’euristica della disponibilità è in parte anche responsabile del cosiddetto “effetto attualità”: è più probabile, ad esempio, che un manager dia una valutazione positiva al lavoro del

proprio collaboratore, se quest’ultimo ha dimostrato una grande efficienza nel corso degli ultimi mesi. 2. Euristica della rappresentatività. Viene adottata quando si valuta la probabilità che un evento si verifichi basandosi sulle impressioni legate ad avvenimenti simili. 3. Bias di conferma. Si articola in due componenti: la prima è decidere inconsciamente di fare qualcosa prima di accertarsi che la decisione sia quella giusta, per esempio acquistare un tipo particolare di smartphone. Questo determina direttamente la seconda componente, cioè la ricerca di informazioni a conferma della decisione presa ignorando le informazioni contrarie. 4. Bias di ancoraggio. Come rispondereste alle due domande seguenti: (1) la popolazione del Nepal è maggiore di 40 milioni di abitanti? (2) Secondo voi, qual è la popolazione del Nepal? La vostra risposta alla seconda domanda è stata influenzata dal numero citato nella prima? In questo caso, siete stati influenzati dal bias di ancoraggio, che si verifica quando i decisori sono influenzati dalle prime informazioni ricevute, anche se sono irrilevanti. Questa distorsione emerge perché informazioni, impressioni, dati, feedback e stereotipi delle fasi iniziali influenzano valutazioni e decisioni successive. 5. Overconfidence bias. È legato alla tendenza a essere eccessivamente ottimisti nelle proprie stime e previsioni, ed è particolarmente forte


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quando si deve rispondere a domande di difficoltà da moderata elevate, anziché a domande semplici. 6. Bias retrospettivo. Supponiamo che il docente di psicologia sociale è solito proporre test senza preavviso. La sera prima della lezione dobbiamo decidere se studiare per un possibile test oppure guardare la televisione. Due compagni di corso hanno deciso di non studiare, convinti che non ci sarà nessun test e alla fine anche noi non studiamo. Il giorno successivo, durante la lezione ecco il test! Allora diciamo: “lo sapevo! Perché vi ho dato ascolto?” Il bias retrospettivo si verifica quando la conoscenza di risultato influenza le convinzioni sulla capacità di prevedere quel risultato. Solitamente siamo soggetti a questa distorsione quando riesaminiamo le decisioni e tentiamo di ricostruire il processo che ci ha portato a prenderle. 7.

Framing bias. Questo bias è legato al modo in cui sono poste le domande. La tendenza di considerare i rischi relativi ai guadagni diversamente dei rischi relativi alle perdite. Per evitare di cadere in questa distorsione, è consigliabile cercare una formulazione alternativa delle domande.

8. Escalation of commitment bias. Il concetto di intensificazione dell’impegno (escalation of commitment) si riferisce alla tendenza a perseverare in decisioni inefficaci anche quando è improbabile che la situazione negativa che si è venuta a creare possa essere ribaltata. Esempi nella vita

privata riguardano i casi in cui si spende altro denaro in un’auto già vecchia o fuori uso oppure si tenta di salvare un rapporto interpersonale distruttivo che dura da 10 anni. I ricercatori suggeriscono diversi modi per ridurre gli effetti di questo bias: stabilire degli obiettivi minimi di performance e fare in modo che i decisori paragonino il loro risultato con questi obiettivi. Durante lo svolgimento di un progetto, far ruotare regolarmente i manager che detengono posizioni chiave. Incoraggiare i decisori a diminuire il loro coinvolgimento psicologico nel progetto. Mettere al corrente i decisori relativamente ai costi necessari per il proseguimento di un progetto.

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Airbnb reinventa ancora il concetto di turismo Di Mariano Santoro

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e la continua innovazione è il segreto per una crescita costante, allora possiamo senz’altro affermare che Airbnb ha fatto i compiti a casa. L’azienda californiana è senza ombra di dubbio la grande protagonista del settore turistico nell’era moderna con le prenotazioni di camere e appartamenti che di mese in mese raggiungono picchi sempre più vertiginosi. Non bastasse la quotazione di 24 miliardi di dollari, che le ha permesso di scalzare un colosso del settore come Marriot, e il fatto di aver messo in moto l’ennesimo meccanismo che rivoluzionerà il settore alberghiero, Airbnb guarda già al futuro con la nuova campagna: “Don’t go there, live there”. Un nuovo concept che invita a visitare il mondo non come turisti, ma come gente del posto. “Le persone non vogliono sentirsi turisti quando visitano un nuovo posto e sempre meno scelgono di mettersi in chilometriche file, lottando con folla, per fare qualcosa come tanti altri e scattare sempre le stesse foto. La ragione principale per cui le persone scelgono di viaggiare con Airbnb è perché vogliono vivere come gente del posto. Non visitarlo, ma viverlo davvero”. Queste le parole del CEO e cofondatore della compagnia Brian Chesky a motivazione di una campagna

che è partita dalla gente con 2.300 americani intervistati allo scopo di capire il perché e il come affrontano un viaggio. Il risultato è stato che il 47% degli intervistati ha detto di non essere felice di essere considerato un turista quando sono in visita in una città nuova. Il restante 53% ha invece affermato che nella pianificazione di un viaggio preferisce un mix di esperienze da turista e più strettamente da locale, con il 23% di questi che preferirebbe tuttavia soltanto esperienze locali non essendo interessati a vivere classici cliché da turisti. La campagna, sviluppata dall’agenzia TBWA\Chiat\Day, si è presentata al grande pubblico con uno spot girato a Parigi mentre una voce fuori campo scandiva: “Non andare a Parigi, non visitare Parigi e per favore.. Non fare Parigi. Vivi Parigi!”. Il passaggio quindi a immagini di strade caratteristiche, locali di quartiere che si scoprono poi essere di Malibu in California, Shinagawa a Tokyo e l’East Village di New York. Immagini caratteristiche in stile Pinterest diffuse sul web sono il preludio per l’aggiornamento dell’App stessa di Airbnb che adesso è in grado di suggerirti appartamenti e camere di quartieri più indicate in base alle preferenze manifestate in passato. L’invito a scoprire i quartieri grazie alle nuove guide ricche di suggerimenti e di chicche inseriti direttamente dagli host i quali godranno chiaramente di un rank maggiore il base alla quantità/qualità di contenuti inseriti. Airbnb ha dunque aperto il suo prossimo capitolo con l’obiettivo di rivoluzionare, ancora una volta, il mondo del turismo.


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Nothing is original, esp. In design Di Michele Botti

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n un business world dove si ricerca sempre di più il concetto di idea vincente, la notizia può apparire alquanto bizzarra se non contraddittoria. Ovviamente a lanciare la bomba non può che essere un tweet. L’autore del cinguettio è Spencer Chen, vicepresidente dell’Area Marketing e Business development del colosso internazionale Alibaba, leader nell’e-commerce interplanetario. Nella sua affermazione il Sig. Chen infatti sostiene che “Nothing is original, esp. in design”, niente è originale, specialmente nella progettazione. Alla dichiarazione sono allegati una serie di loghi che, ad una prima occhiata, sembrano essere quelli di Airbnb, Flipboard e Beats. Ecco, qui è il punto della situazione. Sembrano essere, ma non sono. Il logo della Beats Audio, specializzata in supporti audio, cuffie e casse, con sede in Santa Monica, California, acquistata da Apple per 3 miliardi di dollari nel 2014 - acquisto più costoso ed impegnativo per la società americana - è praticamente identico a quello creato nel 1971 per un’altra azienda, la Stadt Bruhl, ovviamente tedesca. La “b” in corsivo bombata in un cerchio infatti era già stata inventata tempo fa come riporta il libro del 1989, non proprio del mese scorso, “Trademark & Symbols of the world: The alfhabet in the design”, in cui era presente il logo già regolarmente registrato. Non è solo però la Beats ad essere incappata nella gaffe. Anche Airbnb, colosso creato quasi per gioco da dei ragazzi, come tutte le start-up mondiali o quasi, ormai leader del mondo della logistica e dei viaggi, ha di fatto riprodotto in maniera identica il logo aziendale di un’altra compagnia, made in Japan, Azuma Drive in, anno di grazia 1975. Finito qui? Niente affatto. Anche FlipBoard ha preso diciamo cosi

spunto per il suo “stacked blocks” logo, dalla Frisol, 1981, commercio specializzato in oli e raffinerie. Pensare che questi colossi, dal valore di miliardi e miliardi di dollari, che possono contare su squadre incredibili di designatori e developer, abbiano copiato a più di 40 anni di distanza è obiettivamente molto improbabile. Molto più interessante è invece l’opinione che gli studi, i progetti, le idee moderne sono molto spesso influenzate anche solo visivamente da elementi affrontati in passato, questo è il caso delle aziende che abbiamo studiato. La similitudine non sembra essere cosi voluta, ma puramente casuale. Abbiamo ovviamente affrontato solo alcuni casi, ma ad oggi, esistono numerosi esempi di identità tra loghi, quindi è ormai doveroso, se non necessario, appena possibile registrare il proprio logo, la propria idea di marchio su www.trademarks.com, si rischierebbero brutte sorprese…. sempre che il vostro logo non sia già esistente!

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Gli Radiohead e l’ultimo capolavoro mediatico Di Federica Aiello

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By Kollision [CC BY-SA 2.5 (http://creativecommons.org/ licenses/by-sa/2.5)], via Wikimedia Commons

o scorso 1 maggio gli Radiohead “sparivano” dalla rete con l’opacizzazione del sito ufficiale, la cancellazione di ogni foto, post e tweet pubblicati in questi anni sui canali social media. Situazione medesima per ciò che riguarda il profi lo personale di Thom Yorke, solista del gruppo in attività dal 1986. Una foto bianca come immagine profi lo della pagina ufficiale di Facebook, che ha raggiunto la bellezza di 64mila like e 4107 condivisioni, era l’unica traccia che la band inglese forniva al suo pubblico. In realtà no, anche perché YouTube e Spotify non sono stati intaccati minimamente. Come ultimo misterioso saluto al web alcuni volantini con la scritta “Sing the song of sixpence that goes - burn the witch - we know where you live” che fanno riferimento un brano inedito del gruppo vecchio di tredici anni, “Burn The Witch”. Tabula rasa? L’inizio di una politica anti-digitale?. Nessuno ci ha creduto neanche per un momento. Basti pensare che già nel 2007, quando tutto il fermento della tecnologia e dei social media era appena agli albori, la band mise veicolò il lancio dell’album “In Rainbows” sul proprio sito internet, rendendolo liberamente scaricabile dai fan. Una mossa su cui i professionisti della comunicazione si sono interrogati, hanno discusso e ribattuto ma numeri alla mano il risultato è stato semplicemente uno: riviste specializzate e

non, hanno scritto ogni giorno della “sparizione” dalla rete degli Radiohead, creando un’attesa spasmodica e preparando di fatto, fan e non al lancio del nuovo lavoro. Dopo appena qualche giorno di assordante silenzio il ritorno all’azione con la pubblicazione di due clip animate: la prima di un uccellino che cinguetta e l’altra di una donna legata in ginocchio ad un albero e circondata da alcune persone mascherate e dotate di spada. È chiaro ormai che l’operazione non è altro che una geniale operazione di marketing per il lancio di un nuovo lavoro ed infatti, a distanza di qualche ora, il nuovo singolo “Burn The Witch” ha fatto la sua comparsa sul canale YouTube della band, con un approccio dark che, a detta dell’animatore Virpi Kittu, ha l’intento di esternare una profonda riflessione sulla crisi dei rifugiati in Europa. A distanza di qualche giorno quindi il secondo singolo “Daydreaming”, che ha anticipato l’uscita nel nuovo album “A Moon Shaped Pool”, nono lavoro in studio e seguito di “The King of Limbs” (2011), anticipato dai singoli. “A Moon Shaped Pool” è disponibile nei negozi digitale dalle ore 20:00 di domenica 8 maggio e dal 17 nei negozi fisici, mentre il vinile ha fatto la sua comparsa solo lo scorso 20 maggio. Che il genere musicale piaccia o meno, giù il cappello dinanzi all’ennesimo capolavoro mediato degli Radiohead.


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Amazon si espande, sfida a Netflix e Google di Danilo Di Domenico

E

ssere il principale responsabile dell’aumento del 60% della crescita delle vendite online nel 2015, evidentemente non era abbastanza per Amazon. Il colosso statunitense è in espansione e non solo per ciò che attiene ai contenuti del proprio store, che ormai include qualsiasi tipo di oggetto, ma soprattutto per ciò che riguarda l’espansione della propria piattaforma verso un vero e proprio ecosistema multimediale. Le danze sono state ufficialmente aperte con il lancio di Audible, società di Amazon dedicata all’intrattenimento audio che punta tutto sull’importanza della parola recitata. Un catalogo di circa 2000 titoli in lingua italiana, in cui non ci sono soltanto i “classici” audiobook ma anche corsi di lingua, manuali, podcast e tanto altro. Il secondo step è stato invece con l’attacco a Netflix sancito da Prime Video, rivisitazione dell’attuale piattaforma che consentirà la fruizione di film e serie tv on-demand al costo di 8,99 dollari al mese, uno in meno rispetto a Netflix. La grande differenza la faranno chiaramente i contenuti, su cui al momento Netflix non teme rivali, ma la nuova piattaforma di Amazon potrà contare sull’indiscutibile di consentire il download dei materiali, permettendo così la visione anche in un secondo momento e senza connessione. Inoltre, la strategia di Amazon per lanciare Prime Video è quella di legarlo a al servizio rapido di spedizione Prime: con due dollari in più al mese (10,99), gli utenti si abbonano a Prime Video e ottengono Prime. Non c’è due senza tre vi chiederete, ed infatti il servizio Video Direct chiude il magico terzetto della rivoluzione targata Amazon. Questa volta la dichiarazione di guerra è stata inviata a YouTube, con

un servizio che consentirà agli utenti di pubblicare video e di guadagnare con pubblicità e royalty. Un meccanismo molto simile a quello di YouTube ma se ne distingue dal fatto che ai clienti saranno prospettate una molteplicità di opzioni maggiori. I creatori dei contenuti potranno infatti scegliere come essere pagati, se attraverso la pubblicità e le royalties generate dalla popolarità dei propri video, oppure attraverso la vendita o il noleggio, ovviamente utilizzando la nuova piattaforma Amazon. Il servizio sarà inizialmente disponibile solo per un limitato numeri di paesi tra i quali Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Giappone e Austria, e supportato sulla totalità dei dispositivi disponibili in commercio con un’attenzione particolare chiaramente ai prodotti Fire. Le potenzialità per l’esplosione della piattaforma ci sono tutte e per incentivare il tutto, Amazon ha ben pensato di offrire un bonus mensile di 1 milione di dollari, che verrà distribuito tra i 100 migliori titoli. Mica male!

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Maison fondeèe en 1974 à Genève

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Menthalia Magazine Maggio 2016  
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