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LA VIA DEL CEDRO

RIVIERA

dei CEDRI di CALABRIA


LA VIA DEL CEDRO

RIVIERA

dei CEDRI di CALABRIA


Sommario Presentazione del Presidente del Consorzio del Cedro

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Benvenuto del Sindaco di S.ta Maria del Cedro

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La Via del Cedro I Paesi della Riviera

Saluto dell’Assessore al Turismo della Regione Calabria 10 Saluto dell’Assessore all’Agricoltura 12 della Regione Calabria Il territorio della Riviera

Storia, Arte e Cultura

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15-29

Il Cedro

Aieta

84-85

Belvedere

86-88

Buonvicino

89-91

Cirella

92-92

Diamante

93-94

Grisolia

95-96

Maiera’

97-97

Orsomarso

98-99

Papasidero

100-105

Praia a Mare

106-111

Sangineto

112-115 116-119

La Storia della Pianta

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Il Legame con gli Ebrei

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S.Nicola Arcella

Cenni Botanici

42-51

S.ta Domenica Talao 120-123

Il Consorzio del Cedro

52-68

S.ta Maria del Cedro 124-131 Scalea

Gastronomia d’eccellenza

132-136

Gastronomia e Cedro

70-75

Tortora

137-140

Tipicita’ e Ricette

76-82

Verbicaro

141-143

A SX:

L’isola di Cirella di Dino e Praia a Mare

PAG.2.L’isola


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PRESENTAZIONE Consorzio del Cedro di Calabria

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Il Presidente del Consorzio del Cedro di Calabria

’immagine del viaggio è una suggestiva metafora della nostra vita, che significa scoprire, conoscere, sperimentare e far proprie realtà nuove e diverse dalle esperienze dell’esistenza. Ma viaggiare vuol dire anche aprirsi al confronto e all’accoglienza. Tutti atteggiamenti indispensabili, questi, per progredire nel proprio cammino di crescita e di arricchimento personale. Con la pubblicazione di questo progetto, “La Via del Cedro di Calabria”, il Consorzio si appresta ad iniziare un esclusivo percorso alla ricerca delle proprie origini. Premessa ideale per un futuro di rilancio e di sviluppo del prezioso agrume. Ma “La Via del Cedro”si offre al turista anche come un itinerario fatto di storia, monumenti, tradizioni e, soprattutto, Cedro. Non solo, vogliamo sorprendervi con il ritratto di una Riviera inedita, spesso celata fra le pieghe dei boschi e delle case che respirano arie antiche e farvi inebriare da un sole che bacia un Mediterraneo dai colori cangianti. E’ una suggestione anche dell’anima quella che il Consorzio desidera sollecitare negli incuriositi visitatori perché si rinnovi l’amore per una Riviera Dei Cedri, incoronata dalle sue straordinarie ricchezze gastronomiche e paesaggistiche. La motivazione che ci ha portato a questa appassionata iniziativa, si ispira al ricordo di Don Francesco Gatto, precursore di tanti nostri sogni, oggi un po’ più realtà. A lui, che il viaggio l’ha iniziato molto tempo prima di noi, un grazie per aver solcato il mare della nostra storia, preparando l’avvenire che noi già stiamo iniziando a vivere. ANGELO ADDUCI

La corte interna del Carcere-Impresa di Santa Maria del Cedro

A DX:


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BENVENUTI Comune di Santa Maria del Cedro

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Il Sindaco di Santa Maria del Cedro

l valore delle cose semplici è la più appetibile esca per consentire a tutti di essere permeati dai significati più rilevanti del mistero che ci circonda. I colori, gli umori, i profumi, i sapori, il tatto, sono una semplice e spontanea mediazione che non richiede impegno di spiegazione ma, già di per sé, selezionano in noi scelte, preferenze, appartenenze. Il frutto profumato del cedro, il frutto storico di una terra mediterranea, ti spinge al recupero di una memoria che di per sé volge verso una spiegazione antropologica, storica, culturale, filosofica, religiosa, mitica, mistica dell’uomo. E vero o no che stiamo parlando di un valore di una semplice cosa? Cosa, materia, che ti tocca e che ti attraversa però più per i suoi valori immateriali. Dio dice a Mosè di utilizzare il “frutto dell’albero più bello”, noi popolo semplice e marginale, ormai unico, che custodisce inconsapevolmente un valore biblico; quanto più soli nella propria marginalità, quanto più Terra Promessa del mondo Ebraico che trasfonde valori, presenze, speranze, promesse. Vecchio e Nuovo Testamento, il Peccato Originale di una laicità imperturbabile nel suo divenire incomprensibile, per mondi che oggi si sovrappongono e si contaminano bagnati dallo stesso Mediterraneo: cabalistici segnali di un’esigenza di trascendente che parli attraverso l’amore fra i popoli, la pace fra i popoli, atomo esplosivo di una volontà di esserci anche attraverso un valore così semplice come il cedro, per il destino del nostro mondo. FRANCESCO MARIA FAZIO

Panorama di S.ta Maria del Cedro

A DX:


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SALUTO Regione Calabria Assessorato al Turismo

L’Assessore al Turismo della Regione Calabria

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arà per le sue acque limpide e verdi, per la sua vegetazione mediterranea, fatta di cedriere, ulivi e vigneti, per il suo clima piacevolmente mite, ma sta di fatto che l’Alto Tirreno Cosentino conosce una seconda giovinezza. Non si può, infatti, restare indifferenti di fronte alla tranquillità sussurrata dalla terra, dall’acqua e dai colori che questo lembo di Calabria, conosciuto da sempre come “Riviera dei Cedri”, offre. Apprezzato e visitato sin dall’antichità, scelto a dimora dagli uomini della preistoria, dai Greci e dai Romani, dai monaci dell’Oriente e dai Longobardi, dai Bizantini e dai Normanni, dagli Angioini e dagli Aragonesi, oggi la Riviera viene proposta differentemente: la differenza sta ne “La Via del Cedro di Calabria”, che grazie all’integrazione tra cedro, turismo, produzioni tipiche ed informazione offre la conoscenza degli aspetti gastronomici legati al cedro che vanno ad integrare pienamente una realtà turistica già lungamente affermata. Per rispondere in maniera adeguata alle esigenze del turista che ama contaminarsi delle tipicità della terra che visita, “La Via del Cedro di Calabria”, di cui è anche espressione questa guida e l’intero cofanetto di cui è parte, vuole far vivere ad ognuno di voi la meraviglia, la delicatezza e la forza di questa nostra terra: bagnata da un mare di rara bellezza, protetta da boschi invidiabili, inebriata dal profumo del cedro“Nettare delle Sirene”. NICOLA ADAMO

La suggestiva costa nei pressi di Praia a Mare


SALUTO

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Regione Calabria Assessorato Agricoltura

L’Assessore all’Agricoltura della Regione Calabria

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n tuffo nel Mediterraneo, in una Regione, la Calabria, fatta di sapori ed odori particolari, ricca di bellezze naturali ed inesauribili risorse culturali. È così che mi piacerebbe che ognuno ripensasse ad essa, una volta a casa. Ed in particolare, per chi ha la fortuna di gustare il paesaggio della Riviera dei Cedri, un eccezionale “parco dei divertimenti”, che si snoda fra colline, vallate e fiumi, fino alle calde spiagge di un magnifico Mar Tirreno, vorrei, in più, che portasse con se un esotico e ineffabile odore, quello del nostro Cedro così Come per le Langhe il Nebbiolo, o per Bronte il Pistacchio. È l’autentico frutto che contraddistingue le rive e le zone pedemontane della Riviera. Un sapore che va scoperto sul posto, in questo territorio, verde di cedriere. Estremamente raffinato, sottilmente acidulo, caratteristico e stuzzicante. L’impegno è proprio quello di promuovere la coltura di questo agrume e dei prodotti a base di esso, la cultura ad esso legata e il territorio nel quale insiste. E “La Via del Cedro di Calabria” è un interessante progetto che mira a valorizzare proprio il territorio e le aziende che producono prodotti al cedro. In un solo momento i profumi e i sapori del territorio, le bellezze naturali e i monumenti si anticipano e riassumono, così, intorno al Cedro, testimonial ultramillenario, di questa porta di Calabria. MARIO PIRILLO

Il fiume Lao nei pressi di Papasidero


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Il Territorio della Riviera dei Cedri Storia, arte e cultura

I resti dell’antica Cirella


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Il Territorio tra storia, arte e cultura

I L TERRITORIO

Il territorio che dà vita alla Riviera dei Cedri è uno dei più belli ed armonici. Carico di storia e tradizioni si rivela, evidentemente, anche un territorio interessante per il ricchissimo patrimonio naturalistico che custodisce.

L’identità di questa terra è senza dubbio complessa e assai affascinante. Poche aree della nostra Calabria, e ancor più dell’intero Mezzogiorno, possono vantare un’identità così ricca e forte contemporaneamente. Un’idea di identità fondata su una presunta coesione ed omogeneità del suo territorio e delle sue genti, che, invece cela un brulicare di cosmi, di tradizioni storiche, di realtà territoriali , spesso anche stridenti fra loro, ma, certamente, cariche di vissuti notevoli e preziosi. Anzitutto, partiamo con il dire che la nostra storia è una delle storie delle nostre Calabrie. Sì, perché esistono più Calabrie: “jonica e tirrenica, montana e collinare, costiera ed interna, prospera e miserabile, intensiva al massimo e al massimo estensiva, latifondistica e polverizzata, sovrappopolata e disabitata” (M. Rossi Doria). Esistono più Calabrie geografiche, storiche, di costume e cultura. Diversità, che segnano la storia della

Calabria. Tanto quest’analisi è vera quanto è senza altro, immediatamente rintracciabile, ad esempio, in epoca medievale, una forte, diversa identità tra una Calabria settentrionale, di cui fa parte anche questo lembo di nostra terra, che andava dai confini lucani fino all’Istmo di Marcellinara, stretto fra i Golfi di Squillace e Sant’Eufemia (Calabria Citeriore), ed una Calabria meridionale (Calabria Ulteriore) che dall’istmo si estendeva verso sud, sulla balconata reggina, affacciandosi, poi, sullo Stretto di Messina. Ma, nel corso della sua storia, comunque, l’intera Calabria, compreso il nostro territorio, dunque, è stato solcato particolarmente nella formazione della sua identità, almeno fino alla fine del secolo scorso dalle strutture politiche, economiche e sociali, assenza o intervento dei governi, caratteri dei poteri locali, natura delle classi proprietarie. NELLE OMBRE DELLA PREISTORIA

Addentrandoci tra le ombre della preistoria, poco più giù del confine fra Calabria e Basilicata, nel territorio compreso fra gli attuali Comuni di Scalea e Mormanno, nei presi di Papasidero, la Grotta del Romito custodisce una delle testimonianze artistiche, storiche e culturali, in assoluto, più preziose della preistoria italiana. Un graffito con l’effige di due


Il graffito del Bos Primigenius all’ingresso della grotta del Romito di Papasidero

esemplari di Bos primigenius. Ma, se si ci allunga poco più in là, sempre nel territorio di Papasidero, ecco spuntare una piccola chiesetta bizantina, quella di Santa Maria di Costantinopoli (il toponimo Papasidero proviene da Papàs Isidoros, padre Isidoro, padre igùmeno, cioè capo della comunità di rito greco). Poco più a valle, poi, i resti di un castello di età medievale. Nella chiesa parrocchiale del paese, infine, opere d’arte: dipinti, acquasantiere e cori risalenti al ‘500 - ‘600 ed all’ ‘800. Basterebbero queste poche righe per

comprendere quanto ogni fazzoletto di questa nostra terra sia stato forgiato dall’uomo. Basterebbero queste poche righe per comprendere quanto un solo, piccolo angolo conservi una memoria tanto remota degli uomini. Basterebbero queste poche righe per comprendere quante diverse culture, quante diverse società lo hanno plasmato, l’hanno vissuto e, in qualche maniera e per qualche arcana ragione, lo vivono ancora oggi, nei figli dei figli! Evidentemente la storia della nostra terra, antica e intrecciata, sovrasta secoli e secoli. Ed infatti, in


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IN ALTO E A SX:

L’interno della grotta del Romito di Papasidero

questa passeggiata, fatta di tracce archeologiche e di territori, di uomini antichi, basta poco per imbattersi nelle selci ritrovate a Rosaneto di Tortora, dal Cardini, che attestano la frenesia di un Calabria abitata nel paleolitico (tra 1.000.000 – 100.000 anni prima della venuta di Cristo).

Una terra che racconta di se attraverso insediamenti preistorici, che lascia tracce di uomini del paleolitico! E mentre si scende poco piĂš a sud ecco la Grotta della Madonna di Praia a Mare e la spiaggia di Scalea (riparo est della Torre Talao), aree in cui si sono ritrovate testimonianze della


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I L TERRITORIO

un fermo: l’area del nostro territorio sembrerebbe non più abitata per alcuni secoli. Infatti, affinchè restituisca altre tracce bisognerà attendere l’epoca neolitica: sempre dagli insediamenti di Praia, metalli e pietra che testimoniano l’ipotesi di vie di collegamento fra il Tirreno e lo Jonio. Infatti, contrariamante a quanto avverrà in epoca greca, in questo periodo, l’ossidiana (roccia vulcanica nera), il “fossile guida” del neolitico, proveniente dalle aree delle Isole Eolie e dalla campana Cuma, correrà pria lungo il litorale tirrenico per poi dirigersi verso lo Jonio, all’altezza dell’istmo catanzarese. E poi, nuovamente un momento di letargo. E mentre tante altre aree della Calabria rilasciano testimoniaze, senza sensazionali scoperte, scorreranno le età dei metalli, del bronzo e del ferro per la Riviera. presenza dell’homo sapiens (35.000 – 15.000 anni a.C.), con manufatti che, però, recano le caratteristiche del tipo gravettiano (da L. Gravette nel Perigord – toponimo francese, giacimento preistorico caratterizzato da punte e lame a dorso ribattuto, frutto di una tecnica più avanzata). Dagli studi compiuti sembrerebbero, addirittura, insediamenti che da Scalea si allunghino verso l’interno! Ma, sempre dalla grotta della Torre Talao provengono anche delle selci del paleolitico medio, di cui la Grotta del Romito rappresenterebbe l’unico esempio italiano coevo. Dopo questo scalpitante inizio, ecco

I BRUZI E I GRECI IN CALABRIA

Necessariamente veloci si arriva, dunque, al I millennio a.C. quando cioè i Bruzi, popolazione insediatasi in Calabria, di cui ancora non sono totalmente chiare le origini, e che chiameremo Bruzi anche se sul loro nome sarebbe necessario lungamente dibattere; quando, dicevamo, i Bruzi avevano, possiamo dire, occupato l’intera area centrale della Calabria, quella, cioè, che dall’altopiano della Sila si estendeva a nord fino alle sponde del Alcuni resti archeologici A DX: Il fiume Lao vicino Papasidero IN ALTO A SX:


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I L TERRITORIO

fiume Lao sul versante tirrenico e del bastro, una bocchetta ovoidale trilobaCrati sul versante ionico (A. ta, una pisside a parete concava, una Vaccaro). Ma nel frattempo, mascheretta fittile virile, la nostra regione era diveuna testina fittile con nuta anche meta deluomo barbuto. Ma, l’arrivo dei greci. E potremo parlare se pensiamo anche delle che le prime Necropoli colonie greche arcaiche di in Calabria Tortora. A tale risalgono al proposito VIII sec. a.C., sarebbe opporci rendiamo subituno non parlare to conto del fatto che di Bruzi, bensì di probabilmente i greci che Lucani, ceppo da cui, i vivevano sulle coste, convisseprimi, si emanciparono intorro, senza saperlo, con la gente no al IV sec. a.C. Da queste bruzia che abitava l’interno. necropoli proviene un’invidiabile Le due culture, quindi, lungaquantità di ceramica: da oinomente si divisero il territochoai, a kantharoi, a coppe e rio. Nel nostro lembo di anfore, a statuette fittili. Di questi ritrovamenti Riviera, senza dubbio, alcuni fra i più signile tracce degli uni e ficativi si conservano degli altri sono noteal Museo Nazionale voli e varie. Per di Reggio Calabria. quanto concerne il Per quanto riguarda mondo dei bruzi, i il periodo Magno ritrovamenti sono Greco, in particolare, diversi: basterà citare l’insediamento più qualche esempio su tutti. importante che abbiaA Belvedere, nei pressi mo ereditato è quello di capo Tirone durante IN ALTO E A DX: Materiale della città di Laos, i lavori per la costruarcheologico ritrovato durante colonia fondata da zione della Chiesa gli scavi archeologici nei territori Sibari, testimonianza, furono ritrovati diverdi Laos e Blanda quasi unica nel se parti di corredi Tirreno dello splendofunerari, tra cui un re classico. Infatti, nonostante il interessante disco di bronzo con la Tirreno fu la prima area ad aver ospifaccia concava riflettente, una collana tato i greci, a parte Neapolis e di terracotta dipinta e dorata, un fiore Poseidonia, non offrì una fioritura di fittile a sette petali, frammenti di ala-


I L TERRITORIO

colonie pari, per importanza, a quella della costa ionica. Da questo insediamento abbiamo ricevuto due notevolissimi corredi funerari. Una tomba a camera, ritrovata negli anni 60 a S.Bartolo, infatti, ha restituito un corredo maschile aristocratico, caratterizzato dal richiamo della pratica del simposio, cioè del consumo del vino, in qualche maniera legato all’atletismo, ma soprattutto alla guerra, e uno femminile con i richiami alla kosmesis e al governo dell’oikos come ruolo della donna. Entrambi fatti oggetto di restauri recenti, sono conferma di questo immenso bagaglio. Laos ebbe, inoltre, una struttura urbana grande quanto Pompei, e battè moneta argentea con il tipo del Toro Androposopo (il toro con la testa d’uomo). Di altri siti sparsi, ed oggi scomparsi, sul territorio, con le loro tombe e i loro corredi, ve ne sono! Emblematico, a tale proposito, rimane, a mo’ di denuncia e monito, il caso, ancora, di Belvedere, il quale vanta diversi ritrovamenti di quest’epoca, citati in documenti e Bollettini, ed oggi totalmente scom-

parsi, di cui non rimane che la memoria o qualche labile traccia. Avanzando poi nel tempo, le polis della Magna Grecia andarono perdendo potere velocemente a causa anche dall’avanzata dei lucani e dei bruzi, i quali cercarono sempre più un accesso al mare. Nel frattempo la grande Roma era nata ed ormai andava allargando le sue mire espansionistiche. Così, mentre si combatterono le guerre puniche, si finì anche col decidere dei destini dei bruzi e dei greci: mentre i primi, infatti, parteggiavano per i cartaginesi, i secondi facevano sponda ai romani. Ma, alla fine, dopo dure lotte, rivalse e distruzioni, anche gli stessi greci, rispetto al potere romano, si lasciarono completamente andare. LA CONQUISTA ROMANA DEL TERRITORIO

Di questo periodo restano sulla nostra costa diverse tracce: certo non abbiamo splendide e imponenti città con immensi monumenti, ma ci restano le vestigia di alcune ville schiavistiche, ville dell’otioum, e poi la bella Blanda Iulia di cui parlano Plinio, Tolomeo e Pomponio Mele. Ad ospita-

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IN ALTO:

I resti dell’antica citta’ di Cirella

re tale sito è l’area del colle del Palestro di Tortora. Una vera e propria città romana, perfettamente orientata, con il suo foro, i suoi templi del Capitolium, le sue tabernae. Un grande cippo, dedicato a Marco Arrio Clymeno, ci rimanda, infine, alla tradizione della magistratura del duovirato che lo reggeva. L’epoca che seguì, quella tardo-antica, quella nella quale i vecchi sistemi del potere, la viabilità maggiore e i sistemi economici andarono disgregandosi, non fu l’epoca della decadenza che introdusse all’altomedioevo, come comunemente la si è soliti chiamare, ma al contrario, fu

l’epoca che servì a far posto ai germi di una nuova società, quella medievale, di cui siamo interamente figli. L’avvento del cristianesimo, poi, che iniziò ad arrivare da noi con le prime fasi della sua diffusione nel bacino del Mar Mediterraneo (c’è sempre da ricordare che San Paolo arrivò a Reggio Calabria nel 64 d.C.) andrà ancor di più ad intersecarsi con questo particolare e cangiante momento storico. Il nostro territorio fu sede inoltre di due diocesi altomedievali: quella di Blanda, non anteriore al IV sec. d.C., e quella di Cerillae insediamento rurale già nel V-VI sec.


I L TERRITORIO

Una antica mappa che rappresenta la costa tirrenica e ionica della Calabria

LE PRIME INVASIONI

Già dalla fine del IV sec. il mondo romano iniziò a dover fare i conti con quelle che vengono comunemente considerate le prime grandi “invasioni”: migrazioni di popoli non di stirpe latina che dai lembi più periferici dell’Impero si mossero verso la Penisola. Questi popoli, che già avevano contatti con i Romani, iniziarono quindi a scardinare il vecchio ordinamento. In particolare, la turbolenta lotta con i Visigoti di Alarico, e poi l’arruolamento di “barbari “da parte di Giustiniano, portò già nel 596 alla

conquista anche della nostra Crotone da parte dei Longobardi. A questo punto è bene ricordare che con il termine Calabria, fino a questo periodo, non si indicava l’attuale territorio calabrese, bensì la penisola Salentina della Puglia. Fu proprio, in seguito alla conquista di quei territori pugliesi da parte dei Longobardi, che il nome Calabria passò ad identificare l’attuale territorio della nostra regione. In particolare, per quanto concerne il territorio della Riviera, esso fu sotto il controllo dei Longobardi di Zottone, prima, e di Arechi, poi. Questa situazione, che vedeva il confine della

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I L TERRITORIO

Calabria bizantina segnata dai gastaldati di Cosenza e Cassano, e che per precisione, doveva scorrere lungo i corsi dei fiumi Crati e Savuto, rimase all’incirca stabile fino al IX sec., arco di tempo che vide la nostra terra palcoscenico di nuove ondate migratorie, non più bellicose, che lo segnarono profondamente: quelle, cioè dei monaci giunti dall’Oriente.

IN ALTO:

La statua di S.Ciriaco a Buonvicino

La Chiesa di S.ta Maria di Costantinopoli a Papasidero

IN ALTO:

Intorno al VII sec. d.C., infatti, iniziò l’arrivo di monaci provenienti dalla Siria, dalla Palestina, dalla Grecia, dall’Egitto a seguito delle invasioni Arabe e delle persecuzioni iconoclaste (la lotta contro l’utilizzo delle immagini sacre) propugnate da Leone l’Isaurico, Leone Copronico e Leone V l’Armeno. Indiscutibilmente la presenza del monachesimo greco segnò profondamente la Calabria, e ovviamente anche il nostro territorio. I monaci vennero in Calabria soprattutto per il contemporaneo dominio bizantino, ma concorsero a tale arrivo anche la collocazione geografica e le testimonianze della Magna Grecia, che erano ancora considerevoli ed affascinanti per degli uomini che dal mondo “greco” erano partiti. Vi è da ricordare, comunque, che la Calabria


Il Castello “Rugiero” a Belvedere Marittimo

era già stata raggiunta, nel 363, da San Basilio, il quale aveva dato vita ad una serie di monasteri che seguivano la sua regola. Nell’intera regiore, fu ,comunque, solo ora un fiorire di laure e cenobi. E alcuni centri della nostra Riviera, in cui è ancora visibile, sia a livello monumentale che spirituale, questa presenza, divennero luoghi privilegiati del medioevo bizantino calabrese, come comprendiamo dai documenti e dalle testimonianze materiali: il transitare o il fondare monasteri nell’area mercuriense da parte di santi monaci greci, da San Leoluca a San Ciriaco, la presenza di monasteri rupestri e cenobi ricordati nella tradizione e nei documenti, da S.ta Maria di Mercurio ad Orsomarso, a S.ta Maria del Rito a Verbicaro, agli ascetari di Papasidero e Buonvicino, non ne sono che la conferma!

MUSULMANI E NORMANNI

Ma, la serenità in questo periodo raggiunta, venne presto ad essere turbata dalle continue incursioni musulmane. Subito dopo l’anno Mille, però, ecco l’arrivo dei Normanni nel territorio. Tale conquista cambiò definitivamente i poli politici di controllo dell’intera regione. Nel desiderio del potere Normanno, di individuare una feudalità che non avesse ambizioni politiche e contemporaneamente garantisse una rilatinizzazione del territorio, i nuovi Signori del Mezzogiorno si affidarono ai monaci per la gestione territoriale. È, infatti, in questa prima fase della conquista che si colgono i segni, anche solo in nuce, dell’inizio di un processo di urbanizzazione del territorio attraverso la fondazione di alcuni monasteri e il recupero di vecchie


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Il fiume Lao nei pressi di Papasidero

vie di comunicazione di epoca romana, le quali rappresentavano di fatto l’unica alternativa possibile per uscire dall’isolamento. All’epoca normanna appartengono diverse testimonianze del nostro territorio: dai ruderi della rocca fortificata di Scalea, diversi, nell’impostazione, da quelli che oggi possiamo vedere, ad un primo primo insediamento fortificato del Castello di Belvedere, e di quello di Maierà. IL DOMINIO SVEVO

È questo il periodo in cui l’area dell’Alto Tirreno cosentino, finì per divenire solo una zona di transito e un serbatoio di risorse dal quale attingere: infatti, i porti andarono riducendo sempre più il loro movimento e

l’emarginazione dell’intera Calabria dalle grandi rotte e dai ciruiti vitali dei pellegrinaggi e del movimento crociato impedì la sedimentazione di quei processi che altrove, come in Puglia, produssero fatti culturali importanti come la costruzione di fabbriche romaniche o d’impostazione orientale.

Particolare importanza ebbero nei secoli centrali del Medioevo, le vie di comunicazione fluviali, ed in particolare il Noce, il Lao, l’Abatemarco e il Triolo; i primi due, erano navigabili alla foce con piccole imbarcazioni.


La facciata principale del Palazzo feudale di Aieta

L’EPOCA ANGIOINA - ARAGONESE

Con l’arrivo degli Angioini il sistema territoriale e di controllo ebbe un tracollo: un secolo di malgoverno segnò le sorti dell’intera Calabria, ridotta a brandelli. La “Via delle Calabria” l’antica Traianeia, rimase l’unica strada percorribile. A questa seguì l’epoca Aragonese che significò crisi profonda. La tendenza alla burocratizzazione, che si rese concreta nella riorganizzazione di Alfonso I, strinse in una morsa senza ampi respiri tutta la

Calabria. Alfonso poggiò le proprie speranze di riuscire a reggere il Regno proprio sull’apporto della fedeltà dei signori più forti, attraverso una politica di concessioni e di generosità che l’avrebbe portato, secondo il suo progetto, ad essere amato, piuttosto che temuto. Fu, infatti, questa l’epoca della nascita di tante piccole signorie locali, che affiancandosi alle grandi baronie feudali, dai Sanseverino ai Loira, e poi ancora agli Spinelli, ridisegneranno la geoeconomia locale del potere dell’Alto Tirreno Cosentino.


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Il Cedro La storia della pianta Il legame tra il Cedro e gli Ebrei Cenni botanici Il Consorzio del Cedro

Cedri sulla pianta


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I L CEDRO

L’origine della pianta

Il Cedro probabilmente è fra i prodotti più importanti del mondo Made in Italy. Infatti, nonostante non se ne conosca la rilevanza in termini di immagine, esso ha una interessante commercializzazione soprattutto all’estero. E la maggior parte, per non dire l’assoluto, della produzione proviene dalla piccola fascia di costa calabrese che va da Tortora a Sangineto. Ciò è vero nella misura in cui tale tratto costiero è conosciuto con il nome di Riviera dei Cedri. Chi fra questi paesi gode di un più antico e particolare legame è, senza dubbi, Santa Maria del Cedro.

Storicamente questa pianta, quella del Cedro, è antichissima: conosciuta già al tempo degli Egizi, quattromila anni fa, secondo alcuni studi riportati dal Fersini, Giorlando e Tuoto, da lì si diffuse nel mondo legandosi strettamente alle tradizioni e alle emigrazioni ebraiche. Conosciuto come Malus medica, o Malus felix o, ancora più semplicemente, come Citrus, secondo gli stessi studiosi, il cedro sarebbe stato originario della Media e della

Persia, il territorio che corrisponde all’incirca all’attuale regione nord occidentale dell’Iran, a sud del Mar Caspio, per la Media ed al resto dell’area iraniana per la Persia. Tutto ciò, comunque, secondo un’interpretazione non del tutto esatta di Teofrasto. Il filosofo greco, allievo ed amico di Aristotele, infatti, così la descriveva in “Ricerca delle Piante” del 313 a.C.: “Quest’albero ha foglie simili a quelle del corbezzolo o dell’alloro e spine come il pero selvatico ed il biancospino, ma lisce, assai acute e robuste..”. Ma non tutti gli studiosi sono concordi con l’origine geografica: secondo gli studi del Miquel, sarebbe, in effetti, originaria della Cina, mentre per il De Candolle proverrebbe dalla regione dell’ Himalaia, nelle Indie Occidentali. Secondo altri studiosi ancora, per esempio il Bonavia, sarebbe, invece, impossibile riuscire a determinare con esattezza quale regione geografica possa vantarne i natali. In conclusione, rispetto a quest’argomento, la tesi più accreditata sembrerebbe essere quella del Miquel, con l’arrivo dall’Estremo Oriente, anche se non è assolutamente condivisa da tutti gli studiosi. Più probabile ne rimane, invece, la diffusione: gli Ebrei, importatolo dall’Egitto, ne diffusero la coltivazione prima in Palestina e poi in tutte le altre regioni Il frutto del cedro sulla pianta


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I L CEDRO

dove furono costretti ad emigrare per sfuggire alle deportazioni. Ma anche su tale questione spesso si è assistito a forti dibattiti culturali. Secondo le ricerche del Fersini, Giorlando e Tuoto, infatti, non sarebbe secondaria l’ipotesi dell’arrivo del cedro, nel Mediterraneo, ai tempi di Alessandro Magno (III sec. a.C.), il conquistatore di tutto il mondo allora conosciuto, dalle regioni esotiche della Persia e della Media. Secondo questi studi, in effetti, il cedro fu portato, dalle truppe alessandrine, da quelle terre orientali dapprima in Grecia e poi, da lì, in Sardegna, in Corsica, per finire, intorno al 130 d.C., sui lidi campani e partenopei. Ma, la maggior parte degli studiosi è, comunque, concorde col sostenere la tesi della diffusione della pianta del cedro tramite le emigrazioni ebraiche. Quindi, secondo questa ipotesi, gli Ebrei conobbero il cedro,durante i quattro secoli di schiavitù in Egitto, da dove lo introdussero in Palestina e da lì in tutte le regioni del Mediterraneo dove furono costretti a fuggire per le persecuzioni: iniziando dalla deportazione degli Ebrei della Samaria, in Babilonia ad opera di Sargon II, all’Esilio in Babilonia, alla deportazione ad opera di Nabuccodonosor per finire con quella conosciuta col nome di Diaspora. Il Cedro all’interno delle cedriere


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Il cedro e gli Ebrei

I L CEDRO

“Perì ‘etz adar,” il frutto dell’albero più bello, è così che nella Bibbia viene chiamato il frutto del cedro.

Fu Jahvé ad indicare a Mosè il frutto dell’albero più bello (Lev. 23,40), frutto che secondo le tradizioni ebraiche divenne fondante della “Festa delle Capanne” (Sukkoth). Gli ebrei lo conobbero durante il lungo soggiorno in Egitto, di circa quattrocento anni. Poi, durante l’Esodo, al tempo di Mosè divenne il Perì ‘etz adar. Come abbiamo già detto la diffusione nel Mediterraneo del cedro è probabilmente opera loro: ne sono prova diverse tracce archeologiche. Iniziamo con il dire che da documenti posteriori al Pentateuco si apprende che fino all’epoca del II Tempio, dopo la liberazione dalla cattività babilonese, ad opera di Ciro il Grande (550 a.C.), non tutti gli ebrei fecero ritorno in Palestina e molti di essi si spostarono in diversi paesi, come prova il Tempio di Jahvé del 525 a.C. nell’isola di Elefantina. Questi ebrei conservarono, ovviamente, le loro abitudini e i loro riti religiosi. Tali fenomeni di migrazione, soprattutto, verso i territori siriaci, dell’Asia Minore ellenizzata e della Grecia, divennero maggiormante intensi nel corso del III sec. a.C.

quando la lingua ebraica sparì per lasciare spazio all’imponete greco. Queste migrazioni, dalla Grecia, portarono gli ebrei a toccare la Turchia, l’Albania e la corinzia Corfù, dove le tracce archeologiche risultano essere abbondanti. L’ipotesi di questa diffusione, ad opera degli ebrei del cedro, è anche ampiamente confutata da Flavio Giuseppe, il più autorevole scrittore di cose ebraiche, il quale


L’accurata e meticolosa scelta dei frutti operata dagli Ebrei durante il periodo di raccolta

sostiene che nel III sec a.C. in tutto il bacino del Mediterraneo era abbondante la presenza ebraica. Inoltre, verso il III, II a.C., secondo il rabbino Toaff, Rabbino capo della ComunitĂ Israelitica di Roma, gli ebrei, seguendo le rotte achee arrivarono nella penisola italica, presso le colonie di Metaponto, Sibari e Crotone sullo

Jonio e Laos e Posidonia sul Tirreno. Tale remota presenza in Italia, in Italia degli ebrei, è, inoltre, testimoniata sia dal viaggio nel 164 a.C., di Eupolemo e Giasone, ambasciatori dei Giudei, i quali furono ricevuti da una nutrita colonia di giudei elleni della capitale; sia dai ritrovamenti del Prof. Casella a Pompei ed Ercolano di pitture murali


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Presso gli ebrei tre sono le grandi feste religiose di pellegrinaggio: quella della Pasqua ebraica (Pesach), quella della Pentecoste (Shavuot), e quella delle Capanne, detta anche dei Tabernacoli (Sukkoth).

IN ALTO: La scelta dei frutti piu’ belli avviene direttamente sulle piante A DX: Un ebreo con un cedro scelto

e mosaici raffiguranti il cedro e gli elementi sacri che servivano a celebrare la Festa delle Capanne. Insieme con questi ritrovamenti ricordiamo anche le scoperte nelle catacombe ebraiche di via Nomentana e dell’Appia nonché quelle nella sinagoga di Ostia Antica (I-IV sec. d.C.) di questi simboli del Sukkoth, a riprova di una importante e duratura presenza in Italia di comunità ebraiche. Per meglio comprendere, il ruolo del cedro nelle tradizioni ebraiche, è il caso di fare un po’ di luce su questo popolo.

Tutte e tre le feste hanno una dimensione storica di commemorazione dell’Esodo, ma celebrano altrettanto le tre stagioni del raccolto agricolo nella terra d’Israele. La Pesach è, così, la festa della libertà, che ricorda la liberazione degli israeliti dalla schiavitù dell’Egitto e si proietta verso la redenzione finale del mondo nell’epoca messianica. È anche, però, il tempo della raccolta dell’orzo (omer) e la fine della stagione delle piogge. Essa, dato il suo significato, cade sempre in Primavera. Per tutta la durata della festa è proibito mangiare pane lievitato e un giorno prima che la festa inizi tutto il lievito viene eliminato dalle case, dopo un ricerca minuziosa di ogni singola briciola nascosta, come ricorda Unterman, in ogni singola fessura. La festa dura sette giorni (otto nella diaspora) e comincia la sera del quindici di nisan (fine marzo, inizi di aprile), la notte dell’esodo, con un seder (cena familiare) accompagnata dal racconto dell’Esodo. La fine di Pesach ricorda il momento in cui gli israeliti attraversarono il Mar Rosso, e poiché la loro salvezza comportò l’annegamento degli egizi, i salmi dell’hallel vengono recitati in forma abbre-


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viata. Sette settimane più tardi viene celebrata la Shavuot (Pentecoste). È la festa del raccolto del grano. Viene letto il decalogo nella sinagoga, decorata con piante e fiori, per ricordare che il Monte Sinai, una montagna secca ed arida, si riempì di fiori in occasione della Rivelazione, mentre l’intera congregazione sta impiedi. A Shavout c’è la diffusa celebrazione dell’hallel (salmi). La festa del Sukkoth (Festa delle Capanne), celebrata intorno alla prima quindicina di ottobre, è, invece, nel suo originario carattere agricolo, la festa di fine raccolto, della gioia per il lavoro compiuto e per i frutti raccolti. Per una settimana gli ebrei, costruitasi una Capanna (sukkà) all’aperto, con materiali vegetali, non fissata al suolo e con un tetto che permetta loro di vedere il cielo, a ricordo dell’Esodo dall’Egitto, durante il passaggio nell’inospitale deserto, a memoria della protezione che Dio concesse al suo Popolo, devono abitarla. Durante questi sette giorni, ad eccezione del sabato, devono agitare in ogni direzione un mazzetto, che tengono nella destra, composto da un ramo di palma dattifera (lulàv), due rami di salice di fiume (aravà) e tre rami di mirto (hadas), mentre recano, nella sinistra, un frutto di cedro (etrog). Tutto ciò secondo quanto prescritto nel Levitico “ora il quindici del settimo mese, quando avre-

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IN ALTO: A DX:

Il momento della raccolta richiama giornalisti e TV I frutti sono stati meticolosamente selezionati

te raccolto i frutti della terra, celebrerete una festa al Signore per sette giorni… il primo giorno prenderete frutti dagli alberi migliori: rami di palma, rami con dense foglie e salici di torrente e gioirete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni… Dimorerete in capanne per sette giorni; tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che Io ho fatto dimorare gli Israeliti in capanne, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto…”. Secondo una tradizione allegorica ogni elemento indicato per la festa, rappresenterebbe un peccato da cui fuggire: la palma, eretta e diritta, paragonabile alla colonna vertebra-

le umana rappresenterebbe il peccato dell’orgoglio che fa sollevare la testa; il mirto, le cui foglie ricordano l’occhio, simboleggerebbe quello della curiosità di chi si guarda attorno con invidia; il salice, la cui foglia, invece, ricorda una bocca, quello della maldicenza; mentre il cedro, con la sua forma che ricorderebbe un cuore, dovrebbe indurre a confessare i peccati compiuti. Al contrario, secondo una interpretazione del Talmùd i quattro elementi indicherebbero ciascuno una qualità di quattro diversi tipi umani: la palma , con il dattero che ha sapore, ma non odore, ricorderebbe chi alla saggezza non fa seguire le opere; il mirto, dal buon profumo, ma senza


sapore, indicherebbe gli uomini che agiscono, ma senza saggezza; il salice, privo del profumo e del sapore, rappresenterebbe chi è privo sia di saggezza che di opere; ed infine, il nostro etrog, frutto dal buon odore e dal buon sapore, chi alla saggezza fa seguire opere altrettanto sagge. Inoltre, la conoscenza del cedro presso il mondo greco, data dalle testimonianze prima dette, e cioè, dall’arrivo di alcuni ebrei nel mondo ellenico già a partire dal VI a.C., ma, più tardi, soprattutto, da Teofrasto, ci permettono di fare un’ulteriore considerazione: la conoscenza di un frutto, considerato, dallo stesso Teofrasto, non commestibile, in una epoca così antica, in cui le fonti di sostentamento erano essenziali e primarie, la conoscenza precisa dei metodi di coltivazione di quest’agrume, ci inducono a sostenere che essa dovesse essere importante per altre ragioni. E quali ragioni potrebbero esser più valide se non quelle di un uso sacro di tale frutto? Vasto è inoltre l’uso letterario di questa pianta: sacra, esoterica, di un profumo ineffabile, struggente ed ammaliante. E’ citata settantadue volte nelle Sacre Scritture simbolo di alleanza. Tanto è preziosa questa pianta, agli occhi degli ebrei, da essere magnifica, da dover essere custodita gelosamente perché vicina a Dio per le sue altezze, per le sue imponenti e forti fronde, per i sui fusti che si innalzano al cielo liberi.

Simbolo di un ricordo che dura tutta la storia di un popolo, quello d’Israele.

Ogni estate, i rabbini di moltissime comunità israelitiche, da Londra a New York, vengono sulla Riviera per raccogliere i frutti più belli, indispensabili alla loro festa.

La raccolta è meticolosa e la scelta viene compiuta tenendo presenti le prescrizioni della tradizione: il frutto deve essere di una pianta non innestata al quarto anno di produzione; deve essere sano, di buona forma conica, di colore verde, con l’apice sano, che conservi la vestigia del fiore e deve recare un pezzo di peduncolo.


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Cenni botanici I L CEDRO

L’albero del cedro è un albero a ramificazione bassa, i cui rami, allo stato giovane, presentano una colorazione rosso-violaceo sfumato. È possibile trovarlo sotto l’aspetto di arbusto. Grandi foglie glabre a forma ovoidale-allungata a nervatura principale rilevata che va ad assottigliarsi nell’area dell’apice, arricchiscono i suoi rami, protetti da spine sufficientemente lunghe e resistenti, fortemente aculeate. IN ALTO: A DX:

Particolare composizione di cedri Un tipico frutto sulla pianta


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Il Cedro, Citrus Medica, appartiene alla tribù delle Auriantaceae, famiglia delle Rutaceae, ordine delle Terebintae, come l’intero gruppo degli agrumi di cui fa parte e nel quale, la sua posizione sistematica, non sembra del tutto definita, essendo ancora controverso se lo si debba considerare una specie a sé stante, oppure una varietà del limone (Citrus Limonum, Risso), oppure ancora, come altri hanno ipotizzato, il capostipite di questo agrume. L’apparato radicale è costituito da un fittone principale che, a sviluppo completo, può spingersi oltre la profondità di 1.50 m. Da esso si dipartono altre radici secondarie munite di radici avventizie caratterizzate da un modo di vegetare piuttosto incostante sia per la direzione che per l’accrescimento. Il più delle volte, infatti, si osserva che esso è del tutto imprevedibile, anche se bisogna riconoscere, che in tale irregolarità, c’è la IN ALTO: A SX:

Frutti sulla pianta Il fiore del cedro

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diretta connessione con le caratteristiche fisiche del terreno nel quale tale pianta vive. Per quanto concerne il fusto, come tutte le specie del gruppo, il cedro ha un fusto abbastanza corto, il quale non supera l’altezza compresa fra i 3 e i 5 metri. A mezzo potatura la sua altezza viene, comunque, ridotta fra i 2.50 e i 3 metri. Ramificato alla base, il fusto dell’agrume risulta di normale vigore, con forma più arrotondata rispetto a quella del limone. Il diametro dipende dall’età e dalla cultivar, provvisto di germogli giovani angolosi che presentano una colorazione variabile dal porpora al violaceo. Il legno del cedro, a differenza della maggior parte di quello degli altri agrumi, non è molto forte ed elastico, al contrario si presenta come

relativamente fragile, per cui mal sopporta i venti. Da ciò la necessità di puntellare con pali i principali rami durante la fase di maturazione dei frutti, periodo nel quale la piante viene gravata di ulteriori pesi che potrebbe non reggere autonomamente.Tuttavia, per queste sue caratteristiche, il tronco del cedro è però usato dagli ebanisti per lavori d’intaglio. Le foglie sono di forma ovata-oblunga, di


IN ALTO E A SX:

Coltivazione del cedro all’interno delle cedriere

aspetto e consistenza coriacea, di colore verde, più intenso e lucido nella pagina superiore e più pallido in quella inferiore, e risultano abbastanza grandi. I fiori sono triclini, poligami, grandi ed odorosi. Il fiore è composto da un calice gamosepalo a 5 lobi, che racchiude una corolla di 5 petali bianchi, leggermente carnosi, e

da 3 a 30 stami filamentosi, saldati alla base in più fasci, con pistillo semplice con 13-15 logge, con uno stilo ed uno stimma lobato. I fiori completi nascono all’estremità dei rami, mentre quelli unisessuati sono distribuiti lungo l’asse e sono destinati a cadere. Pur essendo autofertili, i fiori del cedro, sono abbastanza attrattivi per


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varie specie di insetti, incluso le api, per cui in presenza di diverse varietà di cedri, si va incontro all’incrocio di diversi fiori. LA FIORITURA

Per il carattere di rifioritura, le fioriture si distinguono in: fioritura primaverile, marzo-maggio; fioritura estiva, giugno; fioritura tardiva, settembre. La più importante e abbondante fra queste fioriture è quella estiva, poiché è destinata a fornire la migliore qualità dei frutti. Meno importanti le altre che daranno frutti non completamente maturi, spesso di forma conica o imbutiforme, i quali risultano scarsamente commerciabili. La fioritura di luglio-agosto, nonostante un raccolto non comparabile, per qualità e quantità, con quello della fioritura di giugno costituisce, comunque, una riserva importante per i cedricoltori, nel malaugurato caso in cui, per una qualsiasi causa, il raccolto della fioritura principale estiva non risultasse soddisfacente. IL FRUTTO

Il frutto della pianta del cedro è un esperidio portato da un picciuolo lungo e robusto, proveniente dall’evoluzione dell’ovario. È di dimensione grossa e il suo peso varia da qualche centinaio di grammi ad alcuni chilogrammi. La lunghezza media di un frutto maturo è di circa 20-30 cm. La A SX:

La pianta di cedro


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forma varia da sub-sferico all’ovale allungato, acuminata verso l’apice, ed in alcuni casi risulta essere asimmetrico per un diverso sviluppo dei settori. Termina in una cavità peduncolare solcata, depressa alla base, larga, mediamente profonda ed irregolare. La scorza dell’agrume si presenta grossa e spessa, dura, rugosa o liscia, a secondo del cultivar. Il colore è, a maturità, giallo citrino. Il frutto è composto da un epicarpo con funzioni di copertura e protezione della parete interna dell’ovario, rugoso, giallo, cosparso di depressioni in corrispondenza degli orifizi ghiandolari; da un mesocarpo parenchimatoso, bianco, consistente e generalmente dello spessore di un quarto del diametro trasversale del frutto, strettamente legato all’epicarpo; infine da un endocarpo membranoso costituente la polpa.

IN ALTO:

Varieta’ di pianta innestata

IN ALTO:

Varieta’ di pianta originale

CEDRI ACIDI

Tali cedri presentano nuovi germogli colorati in rosa, mentre il rivestimento profondo del seme si presenta scuro e la polpa fortemente acida. Ai cedri acidi appartengono la Liscia Diamante, conosciuta anche come Italiana o Calabrese, la quale risulta essere la cultivar più diffusa in Italia ed anche la più ricercata dall’industria agroalimentare nazionale ed estera. Poi vi è la Limonifera, varietà greca più diffusa, apprezzata anche nella canditura per le sue caratteristiche morfologiche ed organolettiche simili a quella della Liscia Diamante.

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Poi la Policarpa anch’essa coltivata in Grecia, di medie dimensioni, forma sub-sferica, che ricorda quella dell’arancia. Infine, Etrog o Ethrog o Cedro dei Giudei, originaria della Palestina, i cui alberi risultano essere più piccoli e meno vigorosi. CEDRI SEMI-ACIDI

Ai cedri semi-acidi appartengono la varietà Earle, coltivata nel Portorico e a Cuba. Poi vi è la specie Digitato o Mano di Budda, originaria delle regioni indo-asiatiche , è coltivata a scopo religioso e ornamentale in Idocina, Cina e Giappone. Appartengono a questo gruppo anche la Saigon, coltivata in Marocco ed Algeria, la China, con piccoli frutti, e la Ponciro, tipica della Provenza. CEDRI DOLCI

Fanno parte di questo gruppo la Corsicana, il cui nome deriva dalla Corsica da dove si è diffusa in Provenza , Spagna meridionale, ed ancora Florida e California. Ma, non mancano altre varietà quali l’Assads e la M’Guergueb di origine marocchina, le quali, però, hanno solo rilevanza locale. LA COLTIVAZIONE

Il terreno migliore per la coltivazione di questo agrume è quello costituito da argilla calcare, sabbia e humus, ricco di azoto e potassio. Per l’impianto di una cedriera bisogna siste-

mare il terreno, livellandone la superficie e delimitarne le corsie di servizio che consentiranno l’introduzione di mezzi meccanici. Le buche aperte nel terreno, dove verranno inserite le giovani piante, dovranno essere allineate e arricchite di letame stagionato, dopo che le radici delle stesse siano state immerse in una miscela di letame bovino ed argilla. Nei primi anni di vita è sconsigliata ogni forma di consociazione erbacea, per evitare danni all’apparato radicale. Una volta impiantato nelle cedriere, il cedro mal sopporta il freddo e le gelate, per cui sarà necessario costruire dei telai per proteggerlo. Inoltre le cedriere hanno bisogno di ripari fissi ai lati, quali palizzate in legno, siepi vive, o muri di cinta. Una volta ultimato l’impianto bisogna procedere con zappature, per lo più concentrate in autunno. Si rimuoverà il terreno spandendovi il letame. Le piante di cedro vanno sottoposte periodicamente a potatura, in quanto, se lasciate crescere liberamente, si svilupperebbero in una chioma irregolare con rami spinosi che andrebbero ad accavallarsi tra loro, impedendo alla pianta stessa di fruttificare. È dunque necessario potarle vigorosamente per reciderne i rami non fruttiferi (secchioni), quelli secchi e quelli malati. Inoltre bisognerà legare le piante affinché il vento non le faccia urtare fra loro e quindi provochi dei graffi sui frutti. La raccolta dei frutti va effettuata in giorno pieno. A SX:

Lavoro nelle cedriere


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Il Consorzio di S.Maria del Cedro

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Il territorio della Riviera, storicamente importante, è, da un punto di vista paesaggistico, ricco di emozioni e suggestioni. Parte di questo lembo di terra calabrese, infatti, è all’interno dei confini del Parco Nazionale del Pollino. Certamente quest’area ha subito negli anni forti trasformazioni, in parte dovute agli uomini che l’hanno modellata alle proprie necessità e bisogni,e, in parte a fenomeni del tutto naturali. Madre Natura, infatti, con il suo intervento, a volte, crea paesaggi diversi, nuovi, e comunque, sempre ricchi di fascino e di mistero. La classe politica, da parte sua, sia a livello locale che centrale, ha tentato, di non abbandonare questo territorio ad un degrado generale: prova ne sono, da una parte, le piccole e medie aziende che vivono il territorio, pur nelle tante e forti difficoltà, dall’altra, uno stile di attenzione all’ambiente, al territorio e alla programmazione che emerge come un nuovo concreto modo di operare. Senza voler esaltare o incensare inutilmente, bisogna rendersi conto, infatti, che alcuni passi, quelli, cioè, delle fondamenta, ovviamente, si sono e si stanno compiendo.

Un processo di rispetto per la propria terra si è avviato: si è iniziati, cioè, ad ingenera-

re, sia nella classe dirigente che nel singolo e comune cittadino, la volontà di migliorare e valorizzare il proprio patrimonio, culturale, storico-artistico, archeologico, paesaggistico, naturalistico.

Certamente, questo processo ha nel settore dell’offerta turistica il suo punto di forza. Garantire ai visitatori capacità di ricezione adeguata, infrastrutture efficienti, servizi di qualità, offerte diversificate nei settori della promozione territoriale significa riuscire realmente a rilanciare nella sua totalità questo territorio. Ovviamente, questo processo include diverse fasi: anzitutto, la volontà di cogliere proprio nel settore del turismo il volano reale per la valorizzazione delle economie locali. Su questo obiettivo è necessario, comunque, fare alcune precisazioni. Nonostante il nostro territorio non possieda grandi industrie né altri settori significativamente notevoli in campo di offerta lavorativa-economica, la scelta, integrata e strategica, di cogliere nel “turismo” la chiave di volta per l’intera area, semA DX: Uno scorcio del Carcere-Impresa di S.ta Maria del Cedro


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IN ALTO:

Panorama della zona da S.ta Maria del Cedro

brerebbe aver catturato solo oggi la sensibilità degli animi in maniera quasi collegiale. Dicevamo, inizialmente, come solo nell’ultimo periodo si è, infatti, dato vita ad un processo nuovo! Si tenta, cioè, di invertire alcune tendenze, cercando di elaborare insieme, coerentemente, dei programmi per il territorio, facendo nascere dei progetti efficienti e strategici per la nostra Riviera. Le classi politiche, soprattutto locali, hanno iniziato a non preoccuparsi solo più di gestire le micro economie, ma anche macro processi, uscendo, finalmente, da quelle

fastidiose ottiche da “campanile”, legate proprio ai singoli Comuni. Purtroppo, ancora, stiamo camminando lentamente poiché una parte di liberi professionisti e imprenditori, non sembra ancora, pienamente, convinta del processo di rilancio che dovrà avvenire proprio tramite quest’area di sviluppo. Certamente, coinvolgere pienamente anche loro, causa ed effetto di momenti di blocco del processo, è indispensabile per raggiungere un buon ciclo di gestione e valorizzazione delle risorse che sono alla base dell’intera economia di que-


IN ALTO:

L’ingresso al centro storico di S.ta Maria del Cedro


Esterno del Carcere-Impresa sede del Consorzio del Cedro di S.ta Maria del Cedro

st’aria. Il territorio della Riviera dei Cedri, infatti, è un territorio caratterizzato da un ricco patrimonio di beni culturali identificabili in chiese, palazzi storici, fortezze e torri di epoca medioevale. Da un punto di vista urbanistico tali strutture sono interamente inserite in dei Borghi Medievali

di rara bellezza. Un ricco e suggestivo “catalogo” di opere d’arte arricchisce spesso tali presenze, completandole. La presenza se pur sporadica di siti archeologici di epoca classica e medioevale fa da ulteriore cornice al resto del patrimonio. Inoltre, artisti contemporanei, affascinati da tali luo-


I L CONSORZIO

ca di questo clima, e cioè quella della Macchia Mediterranea. La risorsa turistico-ambientale più importante, il mare, risulta essere un valore aggiunto prezioso. La nascita di alcune proposte di turismo ambientale legate agli agriturismo e a delle attività come il trekking o il rafting completano la proposta in tale settore. Un ricco substrato di culture locali, sia materiali che di carattere più spiccatamente antropologico, si agita sul fondo di questa terra lungamente e variamente dominata. Terra di passaggio e di conquista reca in se le diverse e, in alcuni casi, contrastanti tracce di tali culture. Produce vernacoli riccamente rappresentati da poeti locali, strumenti da lavoro e sottoprodotti di uso quotidiano di un certo interesse e feste, sia sacre che “di paese”, caratteristiche e cariche di storia.

Cosa rappresenta il Consorzio in questo sistema?

ghi, ne hanno aumentato la bellezza donando o creando per essi ulteriori opere. Il patrimonio naturale e paesaggistico risulta, inoltre, notevole. Alcune aree della Riviera sono porte d’ingresso al Parco Nazionale del Pollino. Tutta la zona gode, comunque, di una notevole vegetazione tipi-

Anzitutto, il momento di una presa di coscienza ampia e decisa rispetto alle tante capacità e risorse di questa terra, alle sue vocazioni: creare sinergie e spazi di dialogo con le classi politiche per superare e segnare nuovi orizzonti, impegnarsi nel far mutare, gradualmente, la mentalità imprenditoriale, facendo superare l’asfittica dipendenza assistenzialistica dallo Stato, il coraggio e la capacità d’investire e credere nei giovani, nelle loro professionalità. Da questo progetto nasce,

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Panorama di S.ta Maria del Cedroe del territorio circostante

dunque, un reale momento di confronto, tra società civile, classi politiche e mondo dell’imprenditoria, che consente di riscoprire i caratteri e la storia di questo territorio. Rappresenta un momento di rottura con un vecchio modo di concepire l’economia ed il lavoro, basato su assistenza e “posto fisso”: un progetto, dunque, a cui guardare e da riproporre, un progetto diverso ed importante anche per i giovani, i quali, potrebbero attraverso quest’esperienza, intravedere a loro volta altre soluzioni ed offrire quindi nuove opportunità al territorio stesso. Un progetto, ancora, che continuamente prova a riprogrammare un sistema culturale e

sociale dando un modello concreto a cui guardare, da cui attingere, che si sforza di valorizzare le primarie vocazioni di un territorio ricco di millenni di storia e di arte, di risorse ambientali notevoli, di patrimoni demo-etnoantropologici vastissimi, cercando di investire, in conclusione, in una terra che è stata culla della cultura mediterranea. In quest’ottica si è sviluppato il Progetto del Consorzio. Il Consorzio, infatti, nasce per promuovere la coltura del Cedro, i prodotti a base di questo agrume, e più in generale la cultura ad esso legato ed il territorio in cui insiste. Tali finalità vengono attuate attraverso una sequenza di progetti e strutture che servono a dare stabilità e


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impulso all’economia della Riviera dei Cedri. Elemento essenziale ed innovatore delle politiche del Consorzio è l’adesione ad esso dei cedricoltori dell’area della Riviera, i quali andranno a garantire continuità e progressione al progetto di impegno per la valorizzazione di questo prodotto.

Il Consorzio interviene sulla catena produttiva e di trasformazione del Cedro, si occupa di politiche di marketing e commercializzazione, della realizzazione di programmi rivolti ad una diversificazione della

produzione anche con sviluppo di attività complementari.

Realizza studi di ricerca sull’innovazione tecnologica negli ambiti di produzione e trasformazione, di coltivazione e di sviluppo nei settori farmacologico e cosmetico, interfacciandosi con centri di ricerca, istituti ed Università. Organizza formazione professionale e specialistica per giovani ed operatori di settore. Coopera ed aderisce a progetti che hanno come scopo la valorizzazione ed il miglioramento dell’offerta del Cedro, della sua commercializzazione associandosi anche ad altri Enti ed Istituzioni che perseguono le stesse finalità.


Esterno e interno del Carcere-Impresa

Il Consorzio, organicamente, si sviluppa intorno a cinque anime: - Museo del Cedro “tra Coltura e Cultura” - Fattoria Didattica - Laboratorio del Gusto - Cittadella Industriale - Centro Ricerche

MUSEO DEL CEDRO “TRA COLTURA E CULTURA”

Il Museo del Cedro, rappresenta un momento, non solo spaziale, di promozione dell’immagine di questo frutto. Gli intenti del Consorzio sono di promuovere un Museo secondo le tecniche e le motivazioni più progressive, all’interno di uno spazio espositivo che tratterà del valore culturale e della storia dell’agrume. La rivalutazione della cultura materiale legate alla produzione del Cedro e del suo


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sopraccitati, ma anche il territorio. Nella necessità, per l’appunto, di valorizzare il Cedro valorizzando il territorio, il Museo interviene, inoltre, con due Percorsi che completano la conoscenza del territorio sopratutto di Santa Maria del Cedro, sede del Consorzio. Il Percorso Artistico, ricco di pannelli ceramici, che racconta del cedro, della sua storia, ricca di riferimenti legati al mondo biblico e alle tradizioni ebraiche, oltre che delle tante citazioni letterarie dell’agrume, da Apicio, nelle sue ricette, a Boccaccio, al Tasso, fino, in epoca contemporanea, a D’Annunzio e a Lee Masters. Questo percorso insiste nel Centro Storico di Santa Maria e rappresenta un arricchimento artistico per quell’area di notevole valore, in quanto coinvolge diversi artisti.

arrivo nella penisola sono però fruibili dal pubblico non solo attraverso vetrine museali che “conservano” la memoria di questo frutto e di questo territorio, ma attraverso pannelli didattici che documentano le varie fasi della produzione e rappresentano le diverse ricerche fatte sulla storia del cedro. Inoltre, l’utilizzo di postazioni multimediali permettono agli utenti di accedere direttamente ad una piattaforma GIS che racconta, in maniera globale, non solo gli elementi

Il Percorso Archeologico è, invece, legato al sito di Laos, colonia della Magna Grecia. La visita presso tale luogo non solo rappresenta la necessaria volontà di creare una conoscenza comune sul valore dei Beni Culturali, ma dà la possibilità di completare il racconto dell’arrivo del cedro in Italia. A completamento di ciò, il Museo si è attrezzato anche di un infopoint, sempre nel Centro Storico di Santa Maria, che serve oltre che a dare indicazioni sul Percorso Artistico, anche ad indicare il Percorso Archeologico e il Museo ad altri visitatori, rappresentando allo stesso tempo una “bacheca” espositiva che permette di creare un punto di

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informazione su manifestazioni ed eventi promossi non solo dal Museo , ma da tutto il Consorzio. FATTORIA DIDATTICA

La Fattoria Didattica, insieme al Museo del Cedro, rappresenta le dinamiche culturali di divulgazione del prodotto Cedro. In particolare la Fattoria Didattica nasce con lo scopo di per-

mettere agli alunni delle scuole di ogni ordine e grado di scoprire questo prodotto, la cultura della tradizione, attraverso visite guidate e percorsi educativi esperienziali, all’interno delle Cedriere, venendo a contatto diretto con questa coltivazione e con l’ambiente circostante, riscoprendo il valore della natura, come patrimonio comune, ma altresì l’importanza e la rilevanza della coltivazione del cedro, delle tecniche e della storia ad esso legate. A completamento di questo percorso di conoscenza su ciò che è questo agrume


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e proponendo un’idea di Museo dell’Impresa, le scolaresche possono, così, anche conoscere i cicli e le catene produttive e di trasformazione, completando un percorso organico di approfondimento sul territorio e apprendendo qual’è la reale importanza di questo prodotto per l’intera Riviera. Inoltre, la Fattoria Didattica, integrandosi con le strutture ricettive dell’area circostante, propone ai turisti la possibilità di conoscere in maniera creativa il Cedro vivendo il contatto con la natura, visitando le cedriere. Nell’ipotesi che la stessa Fattoria possa divenire una struttura ricettiva, si preparono già oggi dei pacchetti per residenzialità all’interno di casolari e masserie presenti nelle Cedriere, offrendo un nuovo impulso al Settore della ricettività con una proposta prossima allo stile dell’agriturismo. LABORATORIO DEL GUSTO

IN ALTO:

Composizione di tipicita’ gastronomiche a base di Cedro

Il Laboratorio del Gusto è una delle anime strutturali del Consorzio. Si propone di essere uno spazio flessibile che va, da una parte, a completare il Museo, come formula foodshop-bookshop, e dall’altra si presenta come uno spazio di ristorazione dove scoprire piatti A SX:

Liquori e prodotti a base di Cedro commercializzati dal Consorzio

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Corte interna del Carcere-Impresa di S.ta Maria del Cedro

legati al gusto esotico del sacro agrume. Nel Foodshop si possono, così, acquistare prodotti gastronomici legati al Cedro, ma altresì trovare documentazione, book e gadget su questo prodotto, come in un normale bookshop da Museo. Si giunge, così, alla fusione di questi due elementi, permettendo a chi visita questo spazio di scoprire anche i sapori della pasticceria artigianale, di quella di ampia produzione, delle marmellate, dell’olio extravergine d’oliva al cedro e di tanti altri prodotti, tutti arricchiti dal gusto del cedro. Inoltre, il Laboratorio promuove, nella sua indipendente organicità eventi culinari legati alla tradizione di questo agrume, recuperando ricette

ultramillenarie o sperimentando nuovi piatti, creando manifestazioni ed occasioni di interesse ampio nelle quali promuovere anche nuovi prodotti. Il Laboratorio, come organismo del Consorzio, propone, inoltre, alle strutture ricettive, alberghiere e di ristorazione, nonché agli shop di prodotti tipici di aderire al progetto “La Via del Cedro di Calabria”, progetto di valorizzazione dei prodotti di qualità del Consorzio, attraverso un marchio identificativo, nei quali è possibile, per i consumatori, trovare o gustare alcuni prodotti al cedro. Infine, il Laboratorio promuove un proprio spazio di ristorazione in cui recuperare la tradizione della cucina sana e


I L CONSORZIO

mediterranea, in linea con lo stile Slow Food, ed in particolare permettendo la degustazione di piatti arricchiti dal gusto di cedro per migliorare la promozione e l’immagine di questo frutto. CITADELLA INDUSTRIALE

La Cittadella Industriale si propone di essere il centro economico forte del Consorzio. Infatti, scopo precipuo è quello di occuparsi della trasformazione dell’agrume in prodotto della gastronomia: dalla pasticceria alle marmellate, ai liquori e alle creme al cedro. Inoltre, la struttura si sforza di creare sinergie con altre aziende presenti nel territorio, per promuovere e produrre altri prodotti quali, ad esempio, l’olio extravergine d’oliva aromatizzato al cedro. La Cittadella ha, dunque, lo scopo di formare una concreta Azienda di Trasformazione del cedro, perché ordinariamente, oggi, il nostro agrume, qui coltivato, viene trasformato altrove per poi, tornare anche sui nostri mercati, commercializzato a prezzi assolutamente altissimi. È, dunque, scopo del Consorzio favorire la nascita di questa catena di trasformazione che serve a sopperire a questa incresciosa assenza, creando, altresì, nuove possibilità di occupazione direttamente ed indirettamente legate alla produzione del cedro e alla sua trasformazione. Tale intervento garantisce inoltre un sostegno concreto a tutta l’economia della Riviera dei Cedri. A completamento di questo sistema nasce anche la fiera permanete

del Cedro, spazio expò per la vendita all’ingrosso dei prodotti del Consorzio. Inoltre, è previsto un progetto di assistenza ai cedricoltori, anima essenziale del Consorzio. Assistenza che consiste nel mettere a loro servizio i risultati prodotti dal Centro Ricerche in ogni settore: quello dell’innovazione tecnologica, coltivazione e trasformazione, e quello del marketing e della commercializzazione. Questo garantisce sostenibilità e coerenza, migliorando il prodotto e controllando il rapporto qualità-prezzo. A corona di tale processo, il Consorzio si sta munendo del marchio D.O.P. per l’alta qualità dei propri prodotti, a garanzia dei cedricoltori e dei consumatori. Questa operazione nasce dalla consapevolezza di poter ottenere un prodotto che è capace di implementare l’immagine della Calabria anche all’estero e, più in generale, di proporre un prodotto annoverabile tra i nuovi simboli del “made in Italy”. Per meglio sostenere questa sfida, il Consorzio si è munito di tutti quegli strumenti, anche di ecommerce, capaci di aiutarlo in questo progetto. IL CENTRO RICERCHE

Il Centro Ricerche rappresenta l’anima scientifica del Consorzio. Lo scopo di questa struttura è quello di promuovere la Ricerca intorno al cedro, in tutti gli ambiti. Infatti il Centro, interfacciandosi con Istituti, altri Centri Ricerca ed Università ha il compito di cercare soluzioni nell’ambito

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Il Castello S.Michele di S.ta Maria del Cedro

dell’innovazione tecnologica: sia nel settore della coltivazione che di quello della trasformazione, nonché di sperimentare l’utilizzo del cedro nei settori farmacologico e di cosmesi. Ancora promuove ricerca nell’ambito del marketing e della commercializzazione, nonché in quello della conoscenza legata alla cultura materiale (antropologia) e alla storia di questo agrume. Tutto ciò per promuovere una maggiore conoscenza e diffusione di que-

sto prodotto. Inoltre, il Centro Ricerche, data la forte valenza scientifica e i rapporti istituzionali con l’Università ed con altre istituzioni di Ricerca, è motore di percorsi formativi professionali e specialistici per giovani ed operatori di settore. Promuove scambi di studio e stages con altre aziende per giovani e si arricchisce, a sua volta, della possibilità di ospitare altri giovani per la formazione presso le proprie strutture, creando un vir-


I L CONSORZIO

altrettanto prioritario, il valore di tutela, conservazione e valorizzazione del territorio in cui tale coltura insiste e resiste.

Alla base delle scelte del Consorzio vi sono alcune idee-chiave: il valore del territorio letto attraverso il patrimonio culturale, il valore dell’ambiente, il turismo come risorsa economica, l’importanza di programmi strategici ed integrati. TERRITORIO E CULTURA

tuoso circuito di scambi a livello europeo ed internazionale.

Effettivamente il Consorzio pone alla base del suo agire un programma incentrato sul valore di tutela, conservazione e valorizzazione della coltura e della cultura del cedro e in tale agire non può non porsi, come

Il Consorzio nella necessità di munirsi di un programma capace di supportare le proprie azioni in ambito culturale ha posto massima priorità al valore dei beni culturali del territorio, riconoscendone il valore di patrimonio e di storia delle comunità antiche che hanno vissuto in tale ambiente. In una “carta” culturale, che sancisce un patto non scritto di assoluto rispetto del territorio e delle sue bellezze, fra il Consorzio, le comunità e le istituzioni che lo vivono. Tale realtà raccoglie, inoltre, tutto il “patos” e per una terra che non riesce a valorizzare, ancora pienamente, le proprie risorse, e per quei giovani che non riescono a intravedere nuove forme occupazionali. IL VALORE AMBIENTE

Il valore dell’Ambiente, come quello del Patrimonio, risulta necessariamente principale nelle volontà programmatiche del Consorzio. Senza un ambiente sano, senza una valorizza-

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I L CONSORZIO

zione di esso, la stessa coltura del Cedro verrebbe meno. Ma, oltre a tali motivazioni, la scelta di dare priorità all’ambiente nasce, all’interno dei programmi del Consorzio, dalla capacità di cogliere le sollecitudini provenienti dal mondo del business in chiave di ambiente, salute, turismo. È evidente anche ora, come già sopra, che tali sforzi sono il risultato di un percorso che riconosce come prioritari l’educazione ambientale, il rispetto della natura e del patrimonio che appartengono al nostro territorio, ma altrettanto, sono il risultato della necessità di valorizzarlo per trasformarlo in spazi occupazionali nuovi per i giovani. PROMOZIONE TURISTICA DEL TERRITORIO

Il Programma culturale del Consorzio, preso in esame i due punti considerati basilari per il progetto, vedendo, cioè, in essi le risorse su cui investire, traccia, quale strada maestra per gli impegni economici futuri, l’attenzione alle forme di promozione turistica del territorio e delle sue peculiarità. Il turismo nella sua poliedricità è, infatti, il nodo principale. Un turismo fatto di attenzione all’ambiente, di “sostenibilità” di prodotti tipici, di educazione al rispetto della natura. Un Turismo fatto di scoperta del patrimonio culturale, di ricerca del passato (Laos), di valorizzazione del presente (percorso artistico nel centro storico), di storia delle nostre Comunità attraverso il Lavoro (Museo del Cedro). Ancora un

Turismo come scoperta ed innovazione attraverso gli Incontri e i Momenti Formativi promossi dal Centro Ricerche, interfaccia del Consorzio con il mondo universitario. E poi turismo come prodotti agroalimentari da acquistare e gustare nel Laboratorio del Gusto. Dunque, progetti che offrono grandi opportunità e una nuova skyline turistica a tutta la Riviera dei Cedri. PROGRAMMI STRATEGICI ED INTEGRATI

Vera forza per riuscire a superare un vecchio modo di guardare al territorio. Strategie ed integrazione, sostenibilità e multifunzione sono le parole d’ordine per proporre e realizzare i nuovi progetti, supportati da tutti i livelli amministrativi, da quello locale a quello regionale, a quello europeo, condivisi dalle realtà che lavorano per la valorizzazione del patrimonio, dalle Pro Loco alle Associazioni culturali. Ancora, poi, progetti pensati con Università e Centri Ricerca, affinché il territorio sia costantemente indagato e studiato per migliorarne continuamente la conoscenza. Infine, poi, scuole, agenzie culturali, spazi formativi: sarebbe, infatti, improponibile non coinvolgere tali realtà nei progetti del Consorzio, poiché direttamente interessati a costruire nuove occasioni, nuovi percorsi, educativi e lavorativi, per gli operatori del settore e per i giovani. L’obiettivo è solo uno, per tutti: rilanciare la Riviera attraverso le sue peculiarità!


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Gastronomia d’eccellenza Gastronomia e Cedro Tipicita’ e Ricette


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GASTRONOMIA

Gastronomia e Cedro

Le tipicità di un luogo rappresentano le sue radici

Come la storia dei monumenti, anche i sapori di una cucina possono, infatti, raccontare la storia di un popolo e di una terra. In particolare, la Calabria è stata sempre una regione basata su una cultura contadina, fatta di agricoltura e pastorizia e i piccoli centri che la compongono hanno così creato delle proprie piccole cucine, i cui ingredienti locali, cucinati non solo in modi diversi, ma spesso riconosciuti, da zona a zona, con nomi differenti, le hanno caratterizzate, rendendole particolarmente suggestive. La diversificazione territoriale, sia dal punto di vista culturale che geografico-ambientale, è forse la nota più caratteristica

della Calabria. La presenza di popolazioni diverse, il cui influsso permane nel patrimonio culturale, e la morfologia stessa della regione, legata ad un’alternarsi di panorami variegati, fanno si che anche dal punto di vista gastronomico la Calabria sia quanto mai ricca e stimolante. Dall’olio al vino, dalla carne di maiale alla selvaggina, dal pesce ai prodotti caseari, dagli ortaggi e legumi alla frutta, al cedro, la Calabria vanta materie prime di straordinaria qualità. In particolare, la Riviera rappresenta una vetrina d’eccellenza caratterizzata da alcuni sapori assai pregiati: dal Vino D.O.C. di Verbicaro, al Peperoncino, con la sua Accademia ed il Festival, al Cedro con il Consorzio del Cedro di Calabria e la kermesse gastronomicoculturale “Il Cedro nella Riviera”. Può essere, quindi, significativo un itinerario che ci conduca a conoscere soprattutto la cucina legata al cedro, alla Riviera, e al suo legame con la storia. È fondamentale ricordare, a tale proposito, che il Cedro di cui parliamo è una specie che appartiene al gruppo organolettico naturale detto Cedro Acido, ed, in particolare, il nostro cedro è la cosiddetta Liscia Diamante, anche conosciuta come Italiana o Calabrese. Tale cultivar è la più diffu-

A DX: A SX:

Un suggestivo piatto a base di Cedro Cioccolatini aromatizzati al Cedro


In alto: Presentazione dei prodotti del Consorzio del Cedro

sa ed anche la più ricercata, sia in Italia che all’Estero, dall’industria agroalimentare per la sue particolari proprietà e per i suoi metaboliti. In particolare, proprio l’area della Riviera risulta essere, in assoluto, il primo se non, addirittura, l’unico sito che produce questa particolare culti-

var, così preziosa e interessante. Ovviamente, la qualità eccezionalmente pregiata prodotta dalle cedriere della Riviera è dovuta a diversi fattori: certamente alla cura dei cedricoltori, uomini e donne che da generazioni si tramandano l’amore per questa faticosissima coltura, bisognosa di una


GASTRONOMIA

adatto a questa coltura, ricca di un sole invidiabile che fa crescere i più bei cedri. Ed è da questa armonia, oggi così rara, fatta di uomo e di natura, del suo lavoro e del clima mite, che nasce il buon Cedro di Calabria. Ma, come tutte le cose di un tempo, anche la passione per questo frutto, per la tradizione, per un lavoro così faticoso, è certamente diminuita soprattutto fra le giovani generazioni. Ed è in questa rete sociale, complessa, fatta da un lato di amore e passione, dall’altra di sacrifici, che si inserisce la storia del Consorzio del Cedro di Calabria: raccogliendo un’eredità pesante, si è fatto, infatti, carico di supportare i cedricoltori affinché questo prodotto, tanto pregiato, non svanisca con il tempo. Da secoli esso è, infatti, legato alla storia della Riviera, a tante aziende, a tante storie familiari! Così, il Consorzio ha pensato di creare un protocollo di garanzia che

A dx: Pane aromatizzato al cedro

cura costante, particolarmente delicata. Grazie alla loro immensa attenzione otteniamo, infatti, cedri eccezionalmente pregevoli. Ovviamente, a esaltare gli sforzi dei cedricoltori vi è anche una terra, quella di questa fascia del Tirreno Cosentino, particolarmente fortunata per un clima mite,

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In alto: Liquori, creme, estratti e olio al cedro

serva a dimostrare l’alta qualità dei prodotti che alcune aziende di questa area producono e commercializzano: questa stessa guida che promuove il territorio e la cultura del cedro fa parte di questo programma. È , infatti, indispensabile promuovere globalmente il prodotto cedro, compresi la sua storia e il territorio a cui appartiene. “La Via del Cedro di Calabria” è, per l’appunto, questo marchio pensato dal Consorzio: le aziende che lo espongono sono sinonimo di qualità elevata e garanzia di prodotti pregevoli a base di cedro. Questo marchio è esposto dai ristoratori che nella propria “carta” hanno almeno tre voci che si richiamano al cedro, che possono andare da un aperitivo a portate di primo o secondo, a digestivi o dessert al cedro. Mentre, per le botteghe di prodotti tipici, “La Via del Cedro di Calabria” è sinonimo di prodotti di

qualità e freschezza, segno che contraddistingue e premia le migliori botteghe dove è possibile acquistare i migliori prodotti al cedro della Riviera. Ancora, il marchio “La Via del Cedro di Calabria” è esposto anche dalle aziende di trasformazione che utilizzano un disciplinare di produzione che il Consorzio fornisce loro, a garanzia del consumatore.

In alto: La marmellata al cedro


In alto: l’olio extra vergine di oliva aromatizzato al cedro


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GASTRONOMIA

Tipicità e Ricette

In alto: il cedro salamoiato In basso e a dx: i panicelli di D’Annunzio

La tradizione di utilizzare il cedro nella gastronomia è antichissima e risale al tempo, certamente, dei romani, con Apicio che nel suo De re coquinaria ci racconta alcune ricette aromatizzate al cedro. Ma, questa tradizione appartiene anche alla gastronomia locale, e, soprattutto, alla pasticceria! Utilizzato come pregevole candito, piuttosto che come aroma per creme o dissentanti bevande, o ancora come gusto per granite, nel tempo è riuscito ad inserirsi in tante, particolari ricette, dai primi ai secondi, sia di carne che di pesce, per le sue particolari proprietà organolettiche, che esaltano i cibi inebriandoli di un profumo insuperabile! Punto d’eccellenza, che il Consorzio si vanta di aver fortemente voluto, è senza dubbio l’Olio extra vergine d’Oliva aromatizzato al Cedro: la nostra Riviera, connubio perfetto di clima e sapori, restituisce, infatti, uno dei migliori oli extra vergine, che incontrando il superbo aroma esotico del cedro, diviene un vero “nettare” per i palati più raffinati! Ma, non sono da meno, i liquori e le creme al cedro, digestivi, da servire ghiacciati, dal gusto prelibato. Ma, non dimentichiamo la marmellata al cedro, regina delle nostre tavole al matti-


Le fasi di lavorazione dell’olio aromatizzato al cedro, dalla macina all’olio

no, e vera “First Lady”, insieme alle Creme al cedro, della buonissima pasticceria artigianale, che con un leggero retrogusto acidulo, e un profumo inebriante, esalta le frolle e le sfoglie di ogni crostata e di ogni pasta. A conclusione di questa meravigliosa “carta” di prodotti al cedro, non potevano mancare i “Panicelli” detti di D’Annunzio. Sinonimo di una antica tradizione, tanto prelibata, che lo stesso Vate cantò in “Leda senza cigno” nel 1916. Scelti a simbolo di un legame alto ed antico, i Panicelli sono il risultato dell’incontro dei sapori e degli odori della nostra terra: del cedro, dell’uva appassita che si fondono negli aromi mistici, che in alcuni giorni d’autunno, fuoriescono dalle calde bocche dei forni a legna delle case silenziose dei nostri borghi.


LIQUORE AL CEDRO

Ingredienti: 800 gr. di alcool puro, 800 gr. di zucchero, 1 lt. di acqua

Preparazione: prendere quattro cedri e con un grattugia fine togliere solo il verde della buccia, che si provvede poi a versare in un bottiglietta a cui si aggiungono 200 g di alcool. Tappata la bottiglietta, la si agita al mattino e alla sera per 15 giorni. Poi, filtrare con un colino il tutto e sistemare il filtrato in un fiasco ben capiente. In una pentola versare 1 l di acqua e 800 g di zucchero. Far andare a fuoco lento per 15 minuti, insieme alle scorrette rimaste nel colino. Quindi lasciar raffreddare e colare. A questo punto versare questo sciroppo nel fiasco, aggiungendovi altri 200 g di alcool, e

lasciar riposare per 5 o 6 giorni. Filtrare il tutto e sistemare in una bottiglia elegante il profumato liquore, da servire estremamente fresco. PANICELLI DI D’ANNUNZIO

Ingredienti: uva zibbibbo appassita, scorretta di cedro, foglie di cedro

Preparazione: Stendere due foglie di cedro, una a fianco all’altra, sovrapponendone i lembi continui, e poi altre due in maniera simile, ma perpendicolari alle prime. Infine, una in maniera trasversale. Porre al centro 30 g di uva zibbibbo appassita e un po’ di scorrette di cedro fresco. Chiudere a mò di fagottino e legare con fili di ginestra. Infornare a 120° fino a quando le foglie di cedro non si indorano.


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GASTRONOMIA

Un primo, un secondo di carne e di pesce a base di Cedro di Calabria


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I paesi della Riviera Aieta Belvedere Buonvicino Cirella Diamante Grisolia Maiera’ Orsomarso Papasidero Praia a Mare Sangineto S.Nicola Arcella S.ta Domenica Talao S.ta Maria del Cedro Scalea Tortora Verbicaro


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AIETA

Risorse storico culturali - Palazzo feudale - Chiesa di S.Francesco d ’Assisi - Chiesa di S. Maria della Visitazione Risorse paesaggistiche - La Pineta - Monte Ciagola - Parco Nazionale del Pollino

IN BASSO:

Chiesa di S.Francesco d’Assisi

Aieta

Aieta è situato a 524 metri sul livello del mare, a circa 12 Km dalla s.s. 18. Fu fondata probabilmente dai Bizantini nel X secolo, dando origine ad un insediamento che chiamarono aetòs - in greco, aquila- per la posizione d’altura. Aieta fu, anche poi, dominata dai Normanni, che avevano fatto della vicina Scalea un punto nodale per il controllo del territorio. Fu feudo dei Loira, dei De Montibus, dei Carafa, dei Martirano, dei Cosentino ed in fine dei principi Spinelli. Diversi sono i palazzi storici che si conservano nel suggestivo centro storico: da quello della famiglia Cosentino, al Palazzo feudale del XV secolo di rara bellezza. Poi, vi sono la Chiesa di San Francesco d’Assisi, la

Chiesa di Santa Maria della Visitazione del 1700, che conserva al suo interno delle tavole con la storia della Vergine e figure di profeti, con elementi ornamentali del primo XVII secolo, una tela dell’Assunzione della Vergine, copia del dipinto di Marco Pino d’Acquaformosa, la pala d’altare marmorea del 1514. Molto interessante è una tavoletta conservata


AIETA

nella sacrestia della Chiesa, che reca l’immagine della Madonna con il Bambino del XV secolo. Di grande impatto nel Borgo di Aieta sono, inoltre, i portali lapidei dei palazzi, spesso opere del 700 e dell’800 realizzate dalle mani di scalpellini locali. Sono da sottolineare le bellezze naturali: dalla Pineta ad Aieta Vetera, al bellissimo e affascinate Monte Ciagola da cui si gode un ampio paesaggio fatto di montagne ripide e di vegetazione selvaggia, limite per la Calabria del Parco Nazionale del Pollino. IN BASSO: A DX:

Aieta e panorama Il palazzo feudale

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BELVEDERE

Risorse storico culturali

- Rocca –Castel Rugiero - Torre di Capo Tirone - Torre del Torrione - Chiesa Madre - Chiesa S.Giacomo - Chiesa del Crocifisso - Casa di S. Daniele - Convento S.Daniele - Chiesa Madonna del Rosario di Pompei Risorse paesaggistiche

- Santa Croce - Parco Nazionale del Pollino - Presenza del pino loricato - Sentieri di trekking

Belvedere Marittimo

Situato a 150 metri sul livello del mare, il borgo medievale di Belvedere sarebbe stato per la prima volta abitato, in maniera complessa, sotto forma cioè di villaggio, nel VII sec d.C. Il territorio di Belvedere fu terra di passaggio di molte, diverse culture. Interessato dal monachesimo italo-greco, ne sono traccia i toponimi e i resti dei conventi ormai abbandonati o trasformati in

abitazioni private nelle diverse contrade, da quella di Sant’Elia a quella di Santo Stefano, o ancora Sant’Andrea; in epoca normanna, probabilmente, fu per la prima volta fortificato. Sembrerebbe, infatti, risalire a questo periodo la prima rocca-torre, nucleo originario del Castello, che così come si presenta a noi oggi è sicuramente di epoca angioino-aragonese. In tutto


il territorio si conservano, inoltre, alcune torri fortificate del XVI secolo sparse sulle principali vie di comunicazione e a controllo della vicina via istmica del Passo dello Scalone: se ne contano

tre ancora visibili, di cui una solo pubblica, le altre adattate a civile abitazione. Il Borgo conserva diverse opere monumentali importanti: dalla Chiesa di San Giacomo, il cui portale risale

A SX:

La Torre di “Paolo Emilio�

IN ALTO:

Castel Rugiero IN BASSO:

Panorama marina e paese


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BELVEDERE

all’anno 1091, e che conserva opere del XVII come gli altari lignei barocchi, alla Chiesa Madre di Santa Maria del Popolo, che si presenta nella sua impostazione barocca, al cui interno ritroviamo opere del quattrocento, al convento Agostiniano e Santuario della Madonne delle Grazie e Consolazione del XIV sec., alla Chiesa del Crocifisso con statua lignea del Cristo del XVI secolo, alla Casa Natale di San Daniele. Inoltre, fuori dal Centro Storico vi sono la Chiesa della Madonna del Rosario di Pompei, del XX secolo, in località Marina, notevole per le sue decorazioni in ceramica, difatti è una delle sole tre Chiese in Calabria decorate con tale tecnica, ed il serafico Convento dei Cappuccini. Con la rivoluzione francese Belvedere fu una tra le prime città a istituire la municipalità repubblicana. A livello naturalistico, da vedere la località Santa Croce, posizionata a 1400 mt. di quota, sistemata con rifugio, dove è ancora possibile vedere il pino loricato, simbolo ed emblema del Parco Nazionale del Pollino. DALL’ALTO: Convento S.Daniele e terrazza del belvedere sulla marina


Buonvicino

Situato su di uno sperone roccioso a 400 metri sul livello del mare, Buonvicino deve il suo nome, secondo una tradizione non ben documentata, al baco da seta, Bombix, o forse alla fibra di cotone da cui si ricava la carta bobicina, cosa che sarebbe in qualche maniera confermata dallo stemma del Comune che reca la figura della pianta.

Ma, sicuramente più interessante risulta, invece, essere la sua origine, legata al monachesimo orientale. Infatti, intorno ai primi decenni dell’anno Mille, visse in questa area, a cavallo fra i cenobi rupestri del Monte Mula e la ricca area ascetica del Mercurion, “Nuova Tebaide”, come è stata più volte ribattezzata, San Ciriaco Abate. Per secoli,

BUONVICINO

Risorse storico culturali

- S.Ciriaco Abate - Monastero S.Maria del Padre Risorse paesaggistiche

- Monti e gole “du Pallummaro”, - Sentieri DALL’ALTO:

Statua S.Ciriaco e panorama del paese

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infatti, la storia di questo insediamento si è svolta intorno al monastero di Santa Maria del Padre, posto nelle vicinanze della trasversale di San Sozonte (monastero del Monte Mula nei pressi di San Sosti). Questo monastero fu conosciuto anche in Oriente ai tempi del padre igumeno Ciriaco, per le sue doti di austerità e rigore spirituale,


BUONVICINO

al quale Ciriaco spingeva la comunità monastica, e per l’impegno culturale che vi si viveva. Il convento conserva tutt’oggi le reliquie di S.Ciriaco insieme a quelle dei Martiri Felice ed Eulalia, quest’ultima cantata in uno stupendo inno ripreso dal Garçia Lorca in una prosa struggente e raffinatissima. Luogo preziosio della tradizione orientale Buonvicino è anche accesso alla trasversale che porta dalla zona Marina all’interno verso il Mula, altra area di eremi di monaci italo-greci, attraverso il passo du Palummaro, scendendo poi per ‘a Fiumarella arrivando così al cuore della spiritualità mariana calabrese, legata al mondo bizantino e a quello ancora più ancestrale del paganesimo, del Santuario della Madonna del Pettoruto. Questo particolare respiro culturale si anima in un territorio ricco da un punto di vista naturalistico di suggestive vedute e gole, di boschi fitti e rilassanti che permettono al viandante-pellegrino e al turista, di vivere un rapporto unico con la natura, permettendo, a distanza di secoli, di riscoprire le emozioni e le sensazioni che i primi monaci dovettero vivere percorrendo questi itinerari ascetici.

AL CENTRO:

Panorama nei pressi del monte Mula IN BASSO E A DX: Scorcio centro storico

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CIRELLA

Risorse storico culturali

- Resti tardo-medioevali Risorse paesaggistiche

- Mare della Riviera - Isola di Cirella A DX: L’isola di Cirella IN BASSO:

Cirella vecchia

Cirella

L’area di Cirella, oggi piccola frazione di Diamante, importante in epoca alto medievale, fu diocesi sotto la soglia del VII secolo. Abitata dai greci, come alcuni ritrovamenti fanno pensare, fu centro di alcune ville produttive romane. Abbandonata per l’attuale sito costiero, conserva nella Chiesa di S.ta Maria dei Fiori, un capitello corinzio, delle colonne romane e alcuni affreschi della Chiesa di San Nicola Magno.


Diamante

Diamante, chiamata Perla del Tirreno, è sorto, come borgo, nel XVII secolo, a ridosso dell’ omonimo fiume. Inizialmente nelle pertinenze di Belvedere, con funzioni, probabilmente di porto, fu munito di castello nel 1525 dai Sanseverino di Bisignano. Poi nel 1636, ricostruita la torre, ad opera di Tiberio Carafa, iniziò a costruirsi come borgo più grande e sempre più autonomo. Nel cuore dell’abitato, la

Chiesa dell’Immacolata, il cui culto è documentato sin dal 1622, è del 1645. Sorta sulla preesistente cappella del Purgatorio, posizionata sotto l’attuale campanile, custodisce al suo interno il fonte battesimale in marmo bianco del cinquecento, raffigurante San Nicola, ed altri oggetti sacri, tutti provenienti dall’antica chiesa “sacramentale” di San Nicola (nei pressi dell’attuale Chiesa Madre). Inoltre, al suo inter-

DIAMANTE

Risorse storico culturali

- Chiesa dell’Immacolata - Chiesa S.Nicola - Chiesa S.Maria dei fiori

Risorse paesaggistiche

- Mare della Riviera IN BASSO:

Il litorale di Diamante

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DIAMANTE

Un murales a Diamante

no, si possono ammirare una pala lignea del seicento dell’Immacolata, alcune statue, ed una tela raffigurante la Madonna con il Bambino, San Francesco di Paola, San Domenico e Sant’Antonio, sempre del XVIII secolo. Caratteristiche opere con-

temporanee sono i bellissimi “Murales” sparsi nel Centro Storico. Diamante è, infine, nota anche per la sua cucina “piccante”, a base di peperoncino, uno dei nuovi simboli del carattere mediterraneo del nostro territorio.


Grisolia

Grisolia, il cui nome deriverebbe dal greco Chrousolea (oro) per la presenza di misteriose quanto improbabili miniere aurifere, o, più probabilmente da Xruso Elyas (Elia d’oro – un legame quindi con la tradizione del monachesimo italo-greco) è sita a 500 metri sul livello del mare. Nata attorno al convento di San Nicola, di fondazione orientale, di cui si ha documentazione nel IX secolo, fu eretta nel pieno delle lotte per il controllo del territorio fra Longobardi e Bizantini. Il paese, raccolto su una roccia, ha di fronte a sè Maierà, dalla

quale è diviso da una profonda gola sul cui fondo roccioso scorre il torrente Vaccata. Nel centro storico è situato un piccolo, ma interessante museo etnografico che reca testimonianze dell’età del Bronzo, resti di ville romane e elementi della cultura materiale del posto. La Chiesa di S.ta Maria delle Grazie, ora Santuario dedicato a S. Rocco, è di fondazione medievale; conserva al suo interno una scultura lignea del 1770, il cappello del fonte battesimale ligneo ad intagli barocchi del 1710, una croce argentea del ‘400.

GRISOLIA

Risorse storico culturali

- Convento di S.Nicola - Chiesa S.Maria delle Grazie - Museo etnografico Risorse paesaggistiche

- Tipica macchia mediterranea IN BASSO:

Santuario diocesano S.Rocco Montpelier

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Scorcio del centro storico di Grisolia


Maierà

Il nome del piccolo, ma affascinante borgo di Maierà è di difficile interpretazione. Potrebbe derivare dall’ebraico M’ara che indicherebbe la caverna o le caverne nelle quali gli Ebrei, fuggiti dai Musulmani, avrebbero abitato, situate sul crinale che porta al centro storico. Secondo altre interpretazioni il nome indicherebbe o l’amarezza, in quanto desolazione e dolore, che gli Ebrei portano in seno sin dalla fuga dall’Egitto, oppure farebbe pensare al nome di Mara, la Dea Madre. Ma, a prescindere da ciò, oggi si presenta a noi come uno dei più suggestivi borghi della Riviera situato a 400 mt. sul mare. Il primo stabile popolamento della rupe sarebbe avvenuto all’indomani della distruzione, ad

opera dei Saraceni, del limitrofo porto di Cirella. Nel XIV secolo fu feudo dei Sambiase e nel XVII passò in dote al Conte Carafa di Policastro. Molto interessante è la Chiesa di Santa Maria del Piano, la cui ultima opera di restauro risale al XVI sec. Le tele nella navata, rappresentanti la Madonna con i Santi e la Crocifissione, sono del XVIII secolo. Importante il fonte battesimale in pietra, e ancor più l’acquasantiera del 1574. La Parrocchia, inoltre, conserva un ricco archivio con documenti significativamente antichi. Infine, va segnalata la Chiesa di San Pietro: anche se irriconoscibile a seguito di lavori di restauri, questa è quanto resta dell’abbazia del XII sec. dedicata a San Pietro a’ Carbonara.

M A I E RA’

Risorse storico culturali

- Chiesa di S.Maria del Piano - Chiesa di S.Pietro Risorse paesaggistiche

- Tipica macchia mediterranea

IN BASSO:

Panorama di Maiera’

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ORSOMARSO

Risorse storico culturali

- Chiesa S.Giovanni Battista - Chiesa S.S. Salvatore - Chiesa S.Leonardo - Grotta S.Michele - Aria del Catrum di Mercurion Risorse paesaggistiche

- Parco Nazionale del Pollino

IN BASSO:

Chiesa del SS. Salvatore A DX:

Panorama di Orsomarso

Orsomarso

A circa un centinaio di metri sul livello del mare sorge il borghetto di Orsomarso, immerso totalmente nella splendida cornice del Pollino. Di notevole valore storico, il borgo così come si presenta a noi è di matrice medievale, come la Chiesa parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista, nata sui resti di due cappelle, e totalmente recuperata nel settecento. Nella parte alta del paese vi è, poi, la Chiesa del SS. Salvatore. Da ammirare una tela che raffigura la Trasfigurazione, poi quelle del settecento di Scuola Napoletana, e ancora due particolarmente notevoli di un Gesù percosso e di San Francesco d’Assisi, l’affresco nell’aria absidale, e, sulla parete dell’ambiente attiguo,

un affresco seicentesco con San Michele Arcangelo e i Santi. In sacrestia uno splendido piatto in rame con San Giorgio e la dama del XV secolo in arte norimberghese, un ostensorio, finemente lavorato, in argento del 1700, una Croce processionale del 1698 ed alcuni frammenti di un portale romanico in pietra. Rimane sempre nel territorio di Orsomarso, poi, l’area del Castrum bizantino di Mercurion, centro fortificato di cui sono visibili ancora i resti a terra degli abitati e la Chiesetta di Santa Maria di Mercurio. Nella Chiesetta della Madonna di Mercurio la statua della Madonna con il Bambino, in terracotta, che richiama quella del Granato di Capaccio e quella del Pettoruto di San Sosti, e tutte di chiara derivazione pagana legate alla tradizione di Era, dea della fertilità e dell’abbondanza, come richiamano il melograno che recano nella mano destra tutte e tre le statue. Di suggestivo impatto è la presenza dei boschi del Parco Nazionale del Pollino, patrimonio ambientale di notevole valore, che rendono Orsomarso uno dei centri della Riviera più affascinanti.


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PAPASIDERO

Risorse storico culturali

- Grotta del Romito e Bos Primigenius - Chiesa di S.Maria di Costantinopoli - Chiesa S.Sofia - Monastero di Avena Risorse paesaggistiche

- Parco Nazionale del Pollino - Fiume Lao - Rafting sul fiume

A DX:

Panorama di Papasidero

Papasidero

Papasidero è al centro dell’area Mercuriense, regione di monasteri e celle eremitiche, ove intorno al VII-VIII sec. d.C. trovarono rifugio molti monaci provenienti dalle regioni della Siria, del Libano, dell’Egitto, della Turchia, in fuga a causa dei musulmani e delle lotte iconoclaste animate dall’imperatore Leone l’Isauro. Tali luoghi, scelti dai monaci provenienti dall’Oriente, per la loro particolarissima capacità di adattarsi al modo austero e frugale di vivere la fede, rappresentavano un ambiente incontaminato, ricco di una flora e di una fauna, ancora oggi suggestive, che ben si legano alle necessità di chi voleva iniziare un nuovo percorso di ascetismo e ricerca dopo le dure lotte e le persecuzioni subite. Ma, se il toponimo di Papasidero rimanda alla tradizione orientale, e cioè a Papàs Isidoros, il padre igumeno del luogo, il suo territorio fu abitato dagli uomini sin dalla preistoria. L’area della Grotta del Romito, infatti, rappresenta una delle testimonianze più importanti del paleolitico dell’intera penisola italiana: i due splendidi

graffiti di bos primigenius, di splendida fattura, rappresentano la perla più rara di questa area. Nella grotta sono state, inoltre, ritrovate tracce risalenti al Paleolitico superiore. Al limite del Borgo, da visitare la Chiesa di Santa


PAPASIDERO

Maria di Costantinopoli posta in un luogo spiritualmente molto intenso, a chiusura di una grotta, probabile ascetario di tradizione orientale, che si raggiunge attraverso un ponte di età medievale. Eretta nella sua forma attuale nel seicento, conserva al suo interno un affresco che raffigura la

Madonna con il Bambino in trono, l’Arcangelo Michele che trafigge il Demonio del 1530, a destra il Vescovo genuflesso del 1600 e, a chiusura del ciclo degli affreschi, dell’ ottocento, i due angeli portacorona sull’arco ogivale. Nell’area centrale dell’abitato, Santa Sofia chiesetta di origine anche questa orienta-

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PAPASIDERO

IN ALTO:

Il graffito del Bos primigenius IN BASSO E A DX:

Amanti del rafting sul Lao

le, con impianto tipico, in blocchi di tufo. A 30 Km dal centro, l’area di Avena importante perché organizzata intorno al Cenobio di Vena fondato da San Leoluca da Corleone, il quale abitò l’area del Mercurio per buona parte della sua vita.

La presenza di tale cenobio, sicuramente, ha un valore portante nella storia del territorio per il suo legame con il Santuario del Pettoruto: è, infatti, ipotizzato che tra i monaci fondatori del Monastero di San Sosti vi sia proprio Leoluca.


PAPASIDERO

AL CENTRO: Il Lao, antichissima via istmica, tra Tirreno e Ionio IN ALTO: Ponte sul fiume e rafting sul Lao

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PRAIA A MARE

Risorse storico culturali

- Giacimenti preistorici - Santuario Madonna della grotta - Torre di Fiuzzi - Castello - Sistema difensivo di Carlo V Risorse paesaggistiche

- Isola di Dino IN BASSO:

Praia a Mare con l’isola di Dino

Praia a Mare

L’antico nome di Praia era Plaga Slavorum (spiaggia degli Slavi). Conosciuta fino agli inizi del secolo scorso con il nome di Praia d’Aieta, era anche nota appunto come lido degli slavi in quanto fondata come colonia di slavi dai Bizantini, intorno al X secolo. Fu, infatti, Niceforo Foca, ad inviare qui una colonia di Slavi come difesa antisaracena. Il territorio di Praia risulta essere un territorio abitato sin dalla preistoria: i ritrovamenti effettuati da Cardini fra il 1959 e il 1967 hanno confermato, difatti, una lunghissima frequentazione antropica,

identificata, dal basso verso l’alto, da livelli dell’epigravettiano finale (tra 35.000 e i 15.000 anni fa), dal Mesolitico, dal Neolitico a ceramica impressa, dall’Eneolitico, dall’Età del Bronzo e da quello tardo romano (II-III sec. d.C.). In particolare, il sito più rilevante è sicuramente l’area in cui sorge l’odierno Santuario della Madonna della Grotta. Tale devozione, che rimanda al culto della Dea Madre per la presenza della pietra nera, simbolo forte in tutto il bacino mediterraneo di questo culto, è, probabilmente, uno dei giacimenti antropizati


più importanti di tutto il Sud Italia. Tale luogo, conosciuto in epoca bizantina con il nome di Grotta di Sant’Elia, per il forte influsso del monachesimo italo-greco, conserva al suo interno una statua della Madonna della Neve del 1600. Mentre, la statua che ricordava la festa della Madonna della Grotta, la quale probabilmente risaliva al XIV-XV secolo, fu trafugata nel 1979. La campana del Santuario, è, inoltre, di un piroscafo inglese silurato nei pressi dell’isola di Dino nel 1917. Di notevole imporIN ALTO:

Lo splendido golfo di Policastro A DX: Torre Fiuzzi PAGINA SEGUENTE: Isola di Dino


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PRAIA A MARE


PRAIA A MARE

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PRAIA A MARE

IN ALTO A SX: La Madonna della roccia IN ALTO A DX:

Il castello normanno A SX:

Una stupenda insenatura

tanza la Torre di Fiuzzi, cinquecentesca, ed il Castello di epoca Normanna. Infine, da un punto di vista naturalistico importante è l’Isola di Dino che campeggia al centro del golfo di Policastro. Oltre ad essere un sito naturalistico di rara bellezza, con i suoi speroni rocciosi e le sue splendide grotte, insieme all’Isola di Cirella e a quella che un tempo fu l’Isola della Torre Talao, rappresentava un trittico assai suggestivo dell’Alto Tirreno Cosentino, di torri di difesa voluto da Carlo V.


PRAIA A MARE

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SANGINETO

Risorse storico culturali

- S.Maria della Neve - Timpa di Civita Risorse paesaggistiche

- Tipica macchia mediterranea

Sangineto

Il Centro Storico di Sangineto, a 334 metri sul livello del mare, è su una collina, a controllo del valico istmico del passo dello Scalone, che insieme al passo du Pallummaru, rappresentano le due strade d’ingresso verso la spianata che dall’aria di San Marco, dà verso la piana della sibaritide. Rappresentò, soprattutto in

epoca medievale, un importante nodo di controllo territoriale. Il suo ruolo, sotto i Sangineto, potente famiglia a seguito dei D’Angiò, fu di primo piano. In particolare, nella storia familiare dei Sangineto svetta la figura di Ruggero che nel 1282 si scontrò con Giacomo d’Aragona per il controllo di Scalea. Sconfitto dovette lasciare in


mano al nemico i figli, Francesco e Gerardo. Giacomo d’Aragona, poi, assediato Belvedere, cercò di costringerlo alla resa finale facendosi scudo col figlio maggiore ancora suo prigioniero, Francesco. Da allora in poi, spesso nelle lotte contro gli Aragonesi, i documenti ci lasciano testimonianza della presenza di membri della famiglia dei Sangineto schierati contro il casato spagnolo. In seguito, l’unione della

IN ALTO E A SX: SOPRA:

Veduta panoramica del paese Scorcio del centro storico


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SANGINETO

AL CENTRO:

Veduta panoramica IN BASSO:

Portale della Chiesa di S.Maria della Neve

famiglia Sangineto ai Sanseverino, finì, con il facilitare l’annessione del feudo ai possedimenti dei Principi di Bisignano. Degna di nota risulta essere la Chiesa di Santa Maria della Neve, ricostruita nel 1516 che conserva un portale gotico del 1300. All’interno il fonte battesimale con intarsi seicenteschi. Vi è poi quella dell’Ottocento dedicata a San Michele Arcangelo.


SANGINETO

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S.NICOLA ARCELLA

Risorse storico culturali

- Il Castello - Palazzetti padronali - S.Nicola Digna - Torre Crawford Risorse paesaggistiche

- Le balconate del centro storico IN BASSO:

Un’ insenatura a S.Nicola Arcella

San Nicola Arcella

San Nicola Arcella è situato a 110 metri sul livello del mare, in una delle più splendide posizioni panoramiche della Riviera dei Cedri. La sua nascita risale, probabilmente, ad una colonia normanna, anche se tradizioni più antiche, ma non ben documentate, la vorrebbero coeva della Lavinum romana, cioè, all’incirca, dell’odierna Scalea. San Nicola sembrerebbe essere, infatti, il sito in cui si ripararono i cittadini di Lavinium per sfuggire agli attacchi dei lucani e dei saraceni. Fu casale di

Scalea, da cui le derivò il nome di Casaletto, toponimo che indica la zona del Centro Storico. A dare, comunque, una certa credibilità alla tradizione che la vuole di epoca tardoantica è il nome: arx in latino potrebbe indicare, infatti, la particolare ubicazione del borgo, aereo sulle rocce, di ineguagliabile bellezza. Il principe Lanza Branciforte, che sposò Eleonora Spinelli, fece costruire in contrada Dino, il Castello, oggi restaurato, che fu dimora dei principi. Il Casaletto, invece, rimase


S.NICOLA ARCELLA

borgo, soprattutto, dei pescatori e dei contadini del feudo fino al 1600 inoltrato, quando vennero edificati i palazzetti padronali. Sicuramente degna di nota è la presenza orientale, che plasmò in maniera importante San Nicola Arcella: in effetti, va ricordato che il toponimo “San Nicola” con cui si conosce il paese, non è immediatamente legato alla tradizione di San Nicola da Tolentino, monaco agostiniano del 1200, anche se è attualmente il Santo Patrono della cittadina, ma ad una tradizione precedente legata al Convento orientale dedicato a San Nicola di Digna.

IN ALTO

: Veduta della costa

IN BASSO:

Panorama di S.Nicola Arcella

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S.NICOLA ARCELLA

IN ALTO:

Chiesa S.Nicola da Tolentino A DX:

La torre Crawford

Interessante, inoltre, è il ricordo della cerimonia delle Cinte, tipico rituale che è presente spesso nelle feste che si legano al mondo della tradizione orientale. Del Borgo di San Nicola si innamorò immediatamente lo scrittore e romanziere americano Francis Marion Crawford, il quale elesse la torre San Nicola a sua dimora, per scrivervi alcuni dei suoi romanzi d’avventura, dopo esservi approdato nel 1887 a seguito di un terribile naufragio. Oggi la Torre è nota con il nome di Torre Crawford in omaggio allo scrittore statunitense.


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S.DOMENICA TALAO

Santa Domenica Talao

Risorse storico culturali

- Cappella S.Domenica - Chiesa S.Giuseppe - Giacimento del quaternario di Castapisola Risorse paesaggistiche

- Tipica macchia mediterranea

IN BASSO:

Panorama a terrazza

Situata fra querce, castagni, frassini e betulle, a 304 metri sul livello del mare, su di una naturale balconata che domina la Valle del Lao, da Capo Scalea a Capo Cirella, c’è la splendida Santa Domenica Talao. Nasce da un borgo originariamente fondato dai monaci italogreci che vi si stanziarono prima del Mille, periodo nel quale fondarono diversi monasteri e cenobi rupestri, ai piedi del monte La Limpida, fra cui una cappella dedicata a Santa Domenica. Nel 1600, dopo diversi secoli di abbandono, dovuti a diversi motivi, il

piccolo centro di Santa Domenica si ripopolò, soprattutto di gente proveniente da Papasidero, divenendo uno dei più ricercati luoghi di villeggiatura dei signorotti dell’area della Riviera. L’abitato si organizzò intorno ad una cappella che era soggetta alla Chiesa di Santa Maria d’Episcopio di Scalea. Notevoli sono le testimonianze architettoniche settecentesche nel Borgo: i diversi palazzi, che furono le dimore dei signorotti locali, tra cui quello della famiglia Campagna, conservano le chiare tracce dell’impostazione architettonica plurisecola-


re. Nella Chiesa parrocchiale dedicata a San Giuseppe, chiesa ampliata di due campate, a croce latina, con transetto e area absidale, si conserva un magnifico coro ligneo, una tela seicentesca che raffigura la Sacra Famiglia ed una preziosa croce a sbalzo processionale del 1741 in argento. Fu eretta ad arcipretura nel settecento. Interessante e particolare è, ancora, la festa del Santo Patrono, San Giuseppe: infatti, deriva da una tradizione orientale che lo festeggia nel giorno della morte, il 20 luglio. Ăˆ ancora in uso, inolIN ALTO:

Lo splendida veduta panoramica dell’antico borgo A DX: La Chiesa di S.Giuseppe


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S.DOMENICA TALAO

DALL’ALTO: L’interno della Chiesa di S.Giuseppe e un antico portale del centro storico A DX: L’ingresso laterale alla stessa Chiesa

tre, il rito della Cinta, rito di origine pagana legata al dies veneris che lo voleva rito che poneva sotto la protezione di Venere le giovani fanciulle, e che si ritrova spessissimo nelle tradizioni e nelle feste legate al mondo del monachesimo orientale: anche qui sono, infatti, le fanciulle a indossare le cinte ottagonali, a mo’ di corona, a richiesta della protezione del Santo. In località Castapisola vi è, invece, uno dei giacimenti più ricchi di fossili del Mezzogiorno risalenti al Quaternario. Inoltre, è in fase avanzata la realizzazione del parco geologico. Appena fuori dal borgo, nell’area rurale, poco distante, si conserva un’ulteriore testimonianza di tradizione orientale, la Cappella dedicata a San Filea.


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S.MARIA DEL CEDRO

Santa Maria del Cedro

Risorse storico culturali

- Castello normanno di Abatemarco - Chiesa di S.Michele - Chiesa di S.Bartolo - Chiesa di S.Andrea - Fortezza dell’ex carcere-impresa Risorse paesaggistiche

- Mare della Riviera - Tipica macchia mediterranea - Cedriere

Santa Maria del Cedro richiama già nel suo nome la produzione del sacro agrume e la rende così capitale esclusiva di questo prelibato frutto. Di origine abbastanza moderna, nata, infatti, intorno al 1600, dal borgo del Casale voluto dai Carafa per i contadini dell’Abatemarco, il territorio che la circonda è una ricchezza di cultura unica. È, infatti, nel comune di Santa Maria del Cedro, ed in particolare nell’area di Marcellina, che ricade il sito archeologico di Laos, città della Magna Grecia fondata dai Sibaritidi. Laos fu una

delle due colonie del Tirreno a rappresentare il segno della presenza magnogreca in questa parte della regione. Benché, questa colonia non fu mai ai livelli degli splendori di una Sibari o di una Locri Epizefira, certamente fu importante nella strategia del controllo del territorio e di assoluto valore nell’economia della regione. Essa sorgeva sul fiume Lao, ospitò dopo il 510 a.C. i Sibaritidi scampati alla lotta distruttiva con Kroton. Batté moneta con il tipo del Toro Androposopo (toro con la faccia di uomo) in argento. Ebbe una struttura urbana grande quanto Pompei, di circa 3 Km su una superficie di 60 ettari. Interessante la serie di monete di varie epoche, ma residuali le testimonianze della necropoli distrutta dall’espansione urbanistica di Marcellina. Tra i corredi funerari recuperati, ricchissimo quello della

A SX:

Scorcio di S.ta Maria del Cedro A DX IN ALTO: La piazza all’ingresso del paese A DX IN BASSO: Piazza casale nel centro storico


S.MARIA DEL CEDRO

tomba a camera con un corredo di un cavaliere con il cavallo, l’armatura completa e la sua donna. Il tutto, insieme a diversi crateri, anfore e coppe, è conservato al Museo Nazionale di Reggio Calabria. Degno di nota è il centro di Abatemarco con il suo Castello normanno, l’abitato e la Chiesa di San Michele. Sono, inoltre, rilevanti le tracce della presenza bizantina date dalla Chiesetta di Sant’Andrea e

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S.MARIA DEL CEDRO

IN BASSO:

Il castello S.Michele e la torre S.Andrea

da quella di San Bartolo. Importante è la fortezza cinquecentesca dell’ex Carcere dell’Impresa, ristrutturata, la quale rappresenta il nuovo importante palcoscenico delle attività culturali di Santa Maria ed in particolare

del Consorzio Regionale del Cedro di Calabria che lo gestisce, dietro accordo con il Comune, come struttura che accoglierà il Museo Antropologico del Cedro “Tra Cultura e Coltura”, il Laboratorio del Gusto e il


S.MARIA DEL CEDRO

Centro formazione e ricerca. La Fortezza è costruita sui resti di strutture d’età romana o preromana, come indica la ricchezza, in tutta la zona, di frammenti di ceramica, di spezzoni di anfore e di tegoloni di quell’epoca. Infine,

nel territorio di Santa Maria è, inoltre, possibile visitare le cedriere più belle della Riviera, quelle scelte dai Rabini, che annualmente tornano qui, per preparare con questi cedri la festa del Sukkoth.

IN BASSO:

Antico arco romano

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S.MARIA DEL CEDRO


S.MARIA DEL CEDRO

DALL’ALTO:

Chiesa dello Spirito

Santo A SX E SOPRA: L’Altare e il mosaico raffigurante i cedri nella Chiesa di Nostra Signora del Cedro

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S.MARIA DEL CEDRO


S.MARIA DEL CEDRO

A SX E IN ALTO: Il Carcere-Impresa sede del Consorzio del Cedro

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SCALEA

Scalea

Scalea è uno dei centri più importanti della Riviera. Abitato sin dalla preistoria, - Giacimento preistorico tracce di insedianti risalenti all’homo sapiens di tipo gradelle grotte di Torre vettiano (35.000 – 15.000 anni Talao - Giacimento dell’età fa) sono stati ritrovati nelle grotte di Torre Talao, mentre di contrada Petrosa - Tracce archeologiche da contrada Petrosa provengono testimonianze dell’età di Lavinium del ferro, Scalea sembrerebbe - Castello normanno essere un centro di fonda- Chiesa di S. Nicola mentale importanza lungo in Plateis - Sarcofago di Ademaro l’arco di tutta la storia del territorio dell’Alto Tirreno Romano - Cappelletta dello Spedale - Palazzo dei Principi - Chiesa di Santa Maria d’Episcopio - Sistema difensivo di Carlo V - Torre Talao Risorse storico culturali

Risorse paesaggistiche - La Pineta - Monte Ciagola - Parco Nazionale del Pollino

A DX:

Talao

La Torre

Cosentino. Infatti, a tale proposito diversi sono i ritrovamenti anche d’età ellenistica. Mentre, dell’epoca Romana, Scalea, essendo discendente diretta di Lavinium Bruttiorum, stazione romana, ha conservato parecchie testimonianze. Lavinium dopo essere stata distrutta dai Vandali, all’epoca dei Bizantini, durante le alternate vicende di dominio della fascia costiera, divenne rocca fortificata Longobarda, la


SCALEA

IN ALTO:

Vista panoramica del centro storico

quale, conquistata dai Normanni, fu trasformata in presidio della via di comunicazione che si snodava lungo la costa, e cioè quella che fu un tempo la Via Traianea Tirrenica. Il Castello, di cui restano pochi ruderi, fu voluto dal Guiscardo, il quale avendo notato la particolare ed importante posizione dell’insediamento ne aveva fatto avamposto militarizzato di notevole valore. In seguito, fu feudo dei Loira, dei Sanseverino conti di Capaccio, degli Spinelli e in fine dei Lanza Branciforte fino alla fine dell’epoca feudale. Conserva, come diceva-

mo notevoli tracce di insediamenti preistorici, e poi di epoca greca e, soprattutto, romana, ma certo non mancano quelli di tradizione orientale. Infatti, anche Scalea, come la maggior parte dei siti della Riviera, è stata segnata profondamente dal monachesimo orientale. Di notevole suggestione, a tale proposito, sono la Chiesa, con Cripta, di San Nicola in Plateis, probabilmente sorta sui resti di una o più cappelle di origine bizantina del VIII – IX secolo. La Chiesa superiore è, infatti, del XIV secolo, ma sarebbe sorta sulla ristruttu-

IN ALTO

Particolare insenatura

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razione di un’area sacra composta dalla Cappella di Santa Caterina, la Cripta dell’Addolorata e la prima Chiesa. Fu ampliata grazie alla concessione di un’indulgenza fatta da Papa Clemente VI il 19 Agosto del 1345. Al suo interno si conservano una pala cinquecentesca dedicata a Sant’Antonio di Padova della scuola siciliana, una tela, del XVII secolo, della Madonna del Carmine di Giovan Bernardo Azzolino.

Vi sono poi tracce di affresco nell’area criptale rappresentanti la SS. Trinità e i Martiri. Di pregevole fattura il solenne sarcofago, nella Cappella di Santa Caterina, di Ademaro Romano. Una lapide, infine, ricorda il luogo di sepoltura di Gregorio Caloprese. Oltre alla Chiesa di San Nicola, sempre di epoca bizantina, la Cappelletta dello Spedale, nel borgo. Custodisce, anche se in condizioni precarie, affreschi di tradizione orien-


tale pregevolissimi, di San Nicola, San Lorenzo e del profeta Ezechiele. Nella parte alta dell’abitato, Santa Maria d’Episcopio, la cui cripta è sicuramente di epoca bizantina. Una chiesa orientale, infatti, nei pressi del Castello Normanno, è attestata in una donazione del 1130 da parte dei Normanni all’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il suo nome dovrebbe essere legato alla presenza del Palazzo Vescovile nei pressi della Chiesa. Al suo

interno una bifora, all’altezza del presbiterio, uno splendido Crocifisso ligneo del 1500, una tela seicentesca della Circoncisione di Gesù, e statue di San Francesco di Paola e di San Domenico provenienti, probabilmente, da conventi soppressi. A destra del presbiterio l’immagine della Madonna del Carmine. Discorso a parte va fatto per il Palazzo dei Principi, residenza sontuosa, con affreschi a tema biblico, che fu residenza dei Romano,

La Torre Cimalonga, sede dell’antiquarium, sovrasta il paese


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SCALEA

IN BASSO:

La parte antica del paese

Sanseverino, Caracciolo, Pascale e Spinelli. Costruito nel XIII secolo rappresento il simbolo indiscusso del potere feudale delle famiglie più importanti della Riviera dei Cedri. Infine, Torre Talao, così chiamata dal greco, Kata Laon, e cioè intorno, nei pressi del fiume Lao. Poi, con la caduta della prima sillaba divenne Talaon da cui

Talao. Edificata come torre di difensiva nel XVI secolo, antiche carte geografiche la mostrano su isola: faceva, infatti, parte del sistema difensivo voluto da Carlo V che comprendeva le torri dell’isola di Dino (Praia) e quella dell’isola di Cirella, come baluardo attraverso il quale resistere agli attacchi turchi.


Tortora

È il paese più a nord della Riviera dei Cedri. Il suo Centro Storico, arroccato in una zona elevata, conserva mirabili testimonianze del passato: da palazzo Lomonaco, del XVIII secolo, che ospitò nel 1860 Garibaldi durante la marcia dei Mille, il quale sorge nel cuore del rione Julitta, alla Chiesa delle Anime del Purgatorio, del XII secolo, la quale conserva un portale litico in stile romanico con richiami moreschi e bizantini di notevole fascino, al convento di San Francesco d’Assisi, che conserva la

statua lignea della Madonna della Scala, alcune tele al di là del coro ligneo del 700. Poi, vi è la Chiesa di San Pietro Apostolo, vero gioiello d’arte e scrigno di preziosi tesori: al suo interno una tela del 600 raffigurante la Madonna del Rosario, le tele di San Francesco e Santa Chiara portati lì, insieme con i misteri, dal Convento di San Francesco, delle Pergamene del 1500, e una stele paleocristiana, vero gioiello dell’iconologia cristiana. Di fondamentale importanza il sito archeologico di Palecastro,

TORTORA

Risorse storico culturali

- Palazzo Lomonaco - Chiesa Anime del Purgatorio - Convento S.Francesco - Chiesa S.Pietro - Stele paleocristiana - Antiquarium Palazzo Casapesenna - Necropoli S.Brancato Risorse paesaggistiche

- Tipica macchia mediterranea IN BASSO:

Panorama del centro storico

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TORTORA

IN BASSO:

Il panorama di Tortora lido A DX: Materiale archeologico ben conservato nell’Antiquarium di Palazzo Casapesenna

il quale fu l’abitato della celebre Blanda Julia di cui parlarono sia Tito Livio, che Tolomeno, che Plino il Vecchio. A tale proposito notevole è l’Antiquarium di Palazzo Casapesenna: un’area museale recentemente istituita presso il Centro Storico di Tortora. Vi si raccolgono materiali archeologici provenienti da diversi siti e di diverse epoche: dalla preistoria all’età greca, dal periodo lucano a quello romano. Notevoli sono soprattutto i corredi funebri, provenienti da diverse necropoli, come quella di San Brancato, ricchi di oggetti di alta qualità, fra cui spiccano certamente

bellissime ceramiche di importazione attica, e la singolare, quanto unica, lastra in calcare con relativa incisione, che rappresenterebbe il testo epigrafico più lungo dell’Italia Meridionale, redatto in lingua non greca. Il sito di Blanda iniziò a vivere intorno al VI – V a.C., e i ritrovamenti delle diverse necropoli, testimoniano il passaggio di popoli assai diversi come Enotri, Greci, Romani. Durante il Medioevo, Blanda, nucleo originario di Tortora, subì attacchi dai Visigoti, dai Goti, dai Bizantini e dai Musulmani. Con l’arrivo dei Normanni, anche Tortora divenne parte dei loro feudi.


Scorcio del centro storico di Tortora


Verbicaro

Arroccato a 428 metri sul livello del mare Verbicaro è un centro noto ancora oggi per gli eccellenti vini. Il nome gli deriva, secondo un’ipotesi, dal volgare medievale Verbicarium che deriverebbe dal latino vervex che significa montone, secondo un’altra tradizione da Berbicarius che significa pecoraio. In entrambi i casi è, comunque, evidente il richiamo all’attività pastorale come basilare dell’economia e del lavoro di questa terra. In effetti Verbicaro ebbe nella sua storia diversi nomi, da Aprustum, a Verbicarium, a

Berbicaro fino a giungere all’attuale Verbicaro. Il quartiere più antico, rocca fortificata naturalmente, in quanto arroccata nella parte più alta della collina, è Boninfanti che conserva una chiesetta di origine bizantina, quella della Madonna della Neve, conosciuta anche come Santa Maria ad Nives. All’interno vi si ritrovano alcuni affreschi del quattrocento e del cinquecento, raffiguranti Santi e la Vergine in trono. Inoltre, è conservata sempre nella chiesetta la statua lignea della Madonna con Bambino vestita in stile spa-

VERBICARO

Risorse storico culturali

- Quartiere di Boninfanti - Chiesa di S.Maria ad Nives - Processione del Venerdì Santo con i “vattienti” Risorse paesaggistiche

- Tipica macchia mediterranea IN BASSO:

Panorama di Verbicaro

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IN ALTO:

Panorama del centro storico di Verbicaro

gnolo. Fu feudo di importanti famiglie meridionale e sotto i Francesi e poi sotto i Borboni divenne capoluogo del circondario. Nel borgo seicentesco si trova invece la Chiesa di Santa Maria del

Piano. Si presenta impreziosita da stucchi barocchi ed impostata ad un’unica navata. Conserva una bella Croce processionale in argento e dei paramenti sacri del XVII secolo. Fra le ricche tradizio-


VERBICARO

ni spicca la particolarissima processione del Venerdì Santo con i “Vattinti“ sinonimo di una commistione fra mondo cristiano e paganesimo di impostazione medievale legato ai penitenti che

solevano battersi il corpo fino a procurarsi lacerazioni e ferite come forma di espiazione dei propri peccati. Di tale evento si è interessato anche l’antropologo e docente Satriani.

IN ALTO:

Portale della Chiesa del centro storico e un suggestivo vicolo

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Coordinamento editoriale: ANGELO ADDUCI Progetto grafico, servizi fotografici e postproduzione: ALFREDO MANGONE Le foto da pag.37 a 41 e 76 e 77 sono di Daniele Arieta - Scalea Testi: FRANCESCO CARROZZINO Si ringrazia IPPSSAR G.Marconi - Vallo della Lucania (Sa) per la consulenza gastronomica e la collaborazione ai servizi fotografici effettuati presso la loro sede

CASA EDITRICE: EDITALIA - Rossano (CS) email: editalia2003@libero.it

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