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Narrativa inclusa 11


Vincenzo Musarella

L’ascesa di Veneranda

M.G.E.

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MELIGRANA GIUSEPPE EDITORE

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Vincenzo Musarella L’ascesa di Veneranda Narrativa inclusa. 11 Copyright © Meligrana Giuseppe Editore, 2010 Copyright © Vincenzo Musarella Tutti i diritti riservati Meligrana Giuseppe Editore Via della Vittoria, 14 – 89861, Tropea (VV) Tel. (+ 39) 0963 600007 – (+ 39) 338 6157041 www.meligranaeditore.com info@meligranaeditore.com I edizione: novembre 2010 ISBN: 978-88-95031-72-9 In copertina: Elisa Marangon Foto © Alessio Biagi


Vanità delle vanità: tutto è vanità (Qoèlet 1,2)


I personaggi, i fatti e le località descritte in questo romanzo sono frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale.


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Il bianco coupé scalpitava davanti alla villa in attesa che si attivasse l’automatismo del cancello. La vettura, in stallo, sembrava una fiera pronta a balzare sulla preda nell’attimo propizio, un piede nervoso calcava impaziente l’acceleratore facendo ruggire collericamente il motore mentre nugoli di vapori si condensavano nell’umida nebbiolina che ingrigiva i colori della rigogliosa vegetazione scriminata come una chioma dall’ampio viale. Il pesante cancello dall’inferriata, artisticamente modellata in stile liberty con le punte delle lance, le giunture e i fregi in bronzo, lucido per la pioggia, cominciò a muoversi rugginosamente scricchiolando. Il conducente innestò la marcia, non attese la completa apertura e appena valutò il varco sufficiente all’accesso della ringhiosa vettura, con graffiante stridore degli pneumatici, si lanciò bruscamente oltre il cancello eclissandosi rapidamente dietro la curva del viale d’ingresso. Il coupé, sculettando tra i viottoli del parco, giunse davanti al porticato d’ingresso, girò intorno all’edificio, trovò sul retro la rampa, l’imboccò e la discese immergendosi nel sotterraneo con consumata metodicità. Entrò nel garage, svoltò sfrigolando sul pavimento levigato intorno alle massicce colonne che sorreggevano l’architettura della villa e manovrò per parcheggiare accanto a un possente Suv. 7


La portiera lato guida si aprì e uno stivale scamosciato in stile cosacco, da sotto uno scampanato gonnellone in renna con motivi traforati sul bordo, toccò il suolo con la zeppa in para. L’altra gamba penzolò dalla vettura per qualche attimo poi si appaiò con l’altro arto e insieme s’innervarono per sostenere il corpo della donna che emergeva dallo striminzito abitacolo. La donna si eresse in tutta la sua statura longilinea e armoniosa. Portava un grosso maglione di gusto grezzo norvegese, con il collo a ciambella in alpaca melange lungo fino alle anche, coperto da un bomber dagli ampi revers di zibellino tortora. Anche sotto l’ingombrante paludamento s’immaginava un corpo sottile e sinuoso. Le lunghe anche e il fusto asciutto e flessuoso appena rigonfio dai seni acerbi e sbarazzini accordavano grazia ed eleganza regale ai suoi movimenti. Le spalle gracili e strette, il lungo collo e il viso minuscolo dai finissimi lineamenti di una limpidezza eterea rendevano angelica la sua bellezza, in sconcertante contraddizione con la maliziosità ingenua, provocatoria, invitante, avida e indifesa degli occhi. I capelli lisci e ramati, raccolti sulla nuca, esaltavano l’eburneo candore del suo incarnato. L’incantevole apparizione si chinò graziosamente verso l’interno della vettura per raccogliere i pacchi rastrellati nella dilettevole perlustrazione per negozi. Il fruscio prodotto dallo strusciare dei pacchi e il crepitio degli involti di carta patinata non le concessero di udire il felpato passo della figura sbucata da dietro il Suv. Quando si eresse e si girò, si trovò improvvisamente davanti alla sovrastante mole mostruosa e terrificante di un mamuthones. Un urlo di orrore gridato con tutto il fiato che aveva nei polmoni echeggiò respinto dalle solide volte del garage. Le mani abbandonarono la presa lasciando cadere in terra con tonfo cupo scatole e fagotti. Urlò disperatamente di nuovo sentendosi scorticare la gola, poi una mano guantata di nero le chiuse la bocca. Gli occhi sbarrati dal terrore fissarono la truce maschera di legno verniciata di nero che ba8


lenava sinistramente alla luce dei faretti e, l’inquietante foulard, anch’esso nero, che nascondeva il capo e si annodava sotto la gola del possente personaggio. L’altra mano dell’aggressore s’infilò sotto la funerea pelle di montone ed estrasse un’agghiacciante pistola a tamburo dai biechi riflessi metallici; puntò la canna tra le costole della donna e ritirò la mano dalla bocca poi, portando l’indice all’informe naso antropomorfo, fece segno all’atterrita vittima di zittirsi. La donna divenne docile, non oppose altra resistenza e si sottomise obbedendo alla gestualità intimativa dello spaventoso totem. Con la canna del revolver indicò la direzione dell’ascensore e la donna, senza esitazioni avverse, eseguì il comando. Percorsero il breve tratto. Lei, pungolata tra le scapole dall’arma intransigente, non più altera con le sinuose falcate da mannequin, ma piegata e asservita sembrava esile e gracile interamente colmata dalla massiccia figura nera che la dominava alle terga con la sua minacciosa statura. Davanti alla porta, timorosa dello scatenarsi di qualche insulto brutale, con mani febbrili estrasse velocemente dalla tracolla il mazzo di chiavi, individuò quella dell’ascensore e l’aprì. Il mostro inchinandosi deferente, con gesto ossequioso della mano, cedette il passo alla bella. Entrarono, la porta si chiuse, schioccò il rumore dell’argano, il cubicolo si mosse l’angosciante figuro iniziò la salita verso l’incognita missione. L’ascensore finì la breve corsa ovattata al secondo piano senza vuotare il suo maligno contenuto. Rimase chiuso per lunghi enigmatici minuti mentre il rimbombo di un agitato trambusto si avvertiva debolmente dall’esterno. Poi la porta si aprì cautamente; dallo spiraglio comparve circospetta la testa orripilante imbacuccata nel funereo foulard. Controllò che l’atrio fosse deserto e spinse fuori la donna. La teneva per i capelli discinti e spioventi sugli occhi il9


lividiti, tra le narici stagnava un debole fiotto di sangue, dall’angolo della bocca colava una bava rossastra. Non aveva più la pelliccia, il collo della maglia era stato slabbrato e abbassato fino alla vita imprigionandole le braccia, lasciando scoperte le nivee spalle e il sodo turgore dei seni. L’essere ripugnante si era appropriato della borsa e la teneva a tracolla mentre spingeva la sventurata verso una porta chiusa in fondo alla sala puntandole la pistola tra le reni. Davanti alla porta bugnata, laccata e fregiata in oro, invitò la donna ad aprirla, poi sollevò la gamba muscolosa rivestita di nera calzamaglia e le sferrò un poderoso calcio sul fondo schiena. Con fragore la porta andò a sbattere contro la strombatura del muro mentre la donna, perso l’equilibrio e senza l’ausilio delle braccia, atterrava sullo spesso tappeto cercando di proteggersi il volto. L’uomo, che stava seduto nel grande letto con le spalle affondate contro una soffice pila di cuscini tenendo, su un leggio, sopra le gambe, un computer portatile, dimenticò subito l’irritazione per la caduta della linea telefonica. Sobbalzò all’udire lo strepito della porta, poi spalancò la bocca e sbarrò gli occhi sporgenti, rimanendo con il fiato sospeso all’apparire della figura disumana.

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L’uomo era Gian Luigi Giustiniani, detto Giangi, l’ultimo discendente della famosa famiglia, una delle più prestigiose e rilevanti della città, ex scapolo d’oro, esponente della mondanità, influente uomo d’affari, notabile dell’alta finanza. Nella sua non lontana giovinezza, quando il governo della famiglia era condotto dal padre, dissipava il tempo tra party, ricevimenti, cene e cocktail. Era l’animatore, il promotore e l’organizzatore delle più eccentriche iniziative mondane la cui partecipazione era ambita e contesa da tutto un mondo avido di protagonismo nel panorama politico, economico, artistico, imprenditoriale e giornalistico. Era sempre attorniato da belle donne che lo circuivano per le opportunità di carriera e di notorietà che acquisivano con la sua compagnia. Molte, anche della buona società, si erano concesse a lui con la mira di fare breccia nel suo cuore e la speranza di infrangere la sua vocazione al celibato che, tuttavia, rimase inespugnata fino alla maturità. Inevitabilmente il completo soddisfacimento delle sue voglie e dei suoi capricci lo rese sempre più avido e spregiudicato nella ricerca di nuovi vizi e d’inesplorate esperienze. Si concesse al demone della droga e a tutte le sue degradazioni, stravizi e sregolatezze lo relegarono nella cerchia di amicizie discutibili e corrotte, divenne bersaglio dei giornali scandalistici, nacquero finanche pettegolezzi 11


sulla sua presunta omosessualità. In quel periodo della sua vita arrecò incoscientemente danni irreversibili alla sua salute fisica e, probabilmente, ebbe origine l’anomalia che più tardi l’avrebbe gravemente invalidato. La morte del padre di crepacuore, per i dispiaceri e i calici amari che le vicissitudini e la deriva depravata del figlio gli ingiungevano, fu per Giangi una scossa violenta deflagrante e decontaminatrice che lo fece riemergere dall’abietto torpore e assumere coscienza delle responsabilità che, per la posizione della famiglia, doveva affrontare e assolvere. Nel percorso di rinsavimento e di reinserimento lo soccorse amorevolmente la sorella Pamela che, nonostante la sua menomazione, una leggera zoppia di origine neurologica, aveva un’intraprendenza e un dinamismo da autentico manager. Pamela però, forse per quella tara che l’affliggeva, non amava esporsi al pubblico e darsi in pasto alla notorietà, per questo, riabilitato il fratello, fece un passo indietro e lasciò nelle sue mani la gestione dell’eredità paterna, dedicandosi alla sua eletta occupazione d’imprenditrice nel campo della moda. Giangi, a mano a mano che s’integrava nelle mansioni di amministratore del cospicuo e complesso patrimonio familiare, prendeva coscienza degli sbandamenti e degli errori che lo avevano traviato e deplorava, biasimandola, la sua condotta giovanile. Riconosceva e apprezzava i semplici ed elementari valori della vita e ricercava con umile approccio la riconquista della perduta innocenza. Scoprì la democrazia ammirando l’esistenza di gente semplice, dignitosa e sobria, esempio di sani insegnamenti e di virtù, comprese le privazioni della povertà e si vergognò della sua noncuranza quando incontrò l’abbandono della desolazione e dell’emarginazione, contemplò l’amore donato senza riserve da modesti sconosciuti e anonimi e si chiese se anche lui poteva amare dopo la devastazione e l’inaridimento della sua anima e la spoliazione dei sentimenti. Idealizzò un rap12


porto affettivo con una compagna che possedesse l’integrità morale, la dote dell’onesta purezza, la virtuosa morigeratezza che lo sostenessero e assecondassero nell’impegno di rigenerarsi. Si guardò in giro senza preconcetti di appartenenza e senza pregiudizi di stato. Si accostò con obiettivo discernimento a donne giovani e mature che all’apparenza sembravano avere i requisiti cercati. Scrutò, esplorò, indagò ma individuava sempre qualche fattore o qualche pretesto che non lo soddisfaceva. Non rintracciava la spontaneità, il disinteresse, l’umiltà, in una parola il feeling e la sintonia con le istanze del suo riformato intendere. La sua perseveranza tuttavia lo mise sulla giusta pista proprio in una circostanza e in un ambiente notoriamente alieno dall’essenzialità e dall’autenticità. Pamela insistette perché il fratello l’accompagnasse ad una sfilata di modelli di una rinomata industria d’abbigliamento dalla quale attingeva in larga misura per rifornire la linea dei suoi negozi sparsi nelle migliori città. L’accontentò di buon grado perché trovava l’opportunità di esercitare il suo raffinato gusto estetico e di aggiornarsi sulle novità stilistiche proposte per la stagione Primavera-Estate. Pamela sapeva di contare sul suo intuito, sulle qualità innate d’intenditore di eleganza e stile e sull’esperienza commerciale, per avere con lui un confronto competente d’idee nella valutazione e nella scelta delle proposte. Lei aveva anche una mira segreta, inconfessabile, quella di occultare la sua zoppia al fianco della prestanza carismatica e autorevole di Giangi che gli proveniva dalle leggende circolate sul suo passato sovversivo e contestatore. Si sedettero nelle poltrone privilegiate che, al bordo della passerella, accoglievano l’élite delle più grandi catene nazionali ed internazionali e delle boutique d’avanguardia delle capitali di tutto il mondo. La scenografia suggestiva ricreava il clima della Primavera. La pedana era un trionfo di colori rosa e bianco, al13


beri di pesco e di mandorlo erano stati piantati nella buca in mezzo al percorso delle indossatrici, i bordi della pista pullulavano di fantasiose creazioni di fiori di prato. Improvvisamente la passerella fu inondata da un turbinio di luci multicolori e contemporaneamente si diffusero le note allegre e vivacizzanti della Primavera di Beethoven. La sfilata si annunciava coinvolgente ed eccitante. Il sipario, che raffigurava un frutteto fitto di verdi e rugiadose foglie dalle quali facevano capolino floridi e copiosi frutti rubicondi e arbusti di mirto costellati di piccoli fiori bianchi, si schiuse per fare passare un guitto avvolto nell’achiton, un drappo rosso che copriva appena una spalla ed il bacino. Il capo inanellato da boccoli bruni era ornato da un serto di fiori, sul fianco sinistro portava una guaina tenuta a tracolla dalla quale spuntava l’elsa di una lama ed ai piedi aveva calzari alati. Il guitto cominciò a piroettare assecondando con grazia e virilità le modulazioni del componimento. Poi ci fu un cambiamento della musica, mentre Beethoven dissolveva, s’inserì la vibrante energia dei violini in crescendo della Primavera di Vivaldi che accompagnò l’ingresso di tre damigelle dai serici paglierini capelli, disciolti e fluenti sulle spalle, in vaporose vesti di voile e di chiffon che disvelavano le forme leggiadre e sinuose. Muovendosi all’unisono, eleganti ed armoniose, combinandosi con il guitto, interpretarono la musica in figure plastiche di raffinata esecuzione che suscitarono frequenti applausi dall’ammirata platea. Anche Giangi era piacevolmente allietato dalla gustosa rappresentazione che entusiasmava la sensibilità artistica della vista e dell’udito ed appagava il gusto estetico degli esperti spettatori. Aveva già capito che lo spettacolo non era fine a se stesso ma che aveva un nesso con la sfilata ed era curioso di apprendere dagli sviluppi scenici il senso allusivo della rappresentazione. Sul finire della sinfonia, mentre la musica culminava nel finale trascinante, entrò in scena un altro personaggio 14


femminile con incedere autorevole e prestigioso. Indossava un abito lungo dai riflessi d’oro, stretto sotto il seno e riccamente drappeggiato in parte coperto da un manto porporino adagiato sulla spalla, avvolto sul braccio e ostentato intorno alle anche. La figura si collocò statuaria al centro della scena mentre le tre ancelle si posero accanto in circolo ed il guitto si arrestò nella scultorea posa finale della danza. Gli spettatori, Giangi compreso, pensarono che lo spettacolo fosse finito ed alcuni accennarono un timido applauso subito zittito però dal celeste suono fuori scena di una fisarmonica. Il motivo era popolare ed era coinvolgente e suggestivo e ricordava una Primavera, la Primavera maliosa e rubacuori di Firenze, con la quale risvegliava nelle sue madonne la lusinga dell’amore rifiorito. Il dolce refrain cresceva d’intensità, sembrava si stesse avvicinando spandendosi melodiosamente nella grande sala, animando con le sue note accattivanti l’atmosfera floreale di un distensivo sentimento bucolico. Il sipario si schiuse ed entrò in scena una damigella in una nuvola di veli di tulle e di organza che dissimulavano il corpo ignudo dai lunghi capelli stopposi del colore delle messi con un cesto in fianco dal quale, avanzando, estraeva e spargeva sul pubblico petali policromi. Dietro di lei veniva suonando, coperto dal solo himation, il musico con la fisarmonica a tracolla, simile ad un paggio. Poi un brusio di sorpresa e di ammirazione si aggiunse al suono della fisarmonica, quasi soverchiandolo mentre procedeva leggiadra ed armoniosa in un lungo abito di pizzo ecru riccamente ricamato di fiori e tralci, la personificazione della Primavera. Alta, slanciata, elastica nell’incedere, sciolta ed armoniosa, simboleggiava compiutamente il rigoglio della Primavera, l’esuberanza della natura. Il lungo e sottile collo era adornato di fiori e bacche che incorniciavano d’innocente purezza il limpido viso di una bellezza angelica. La corona di fiori tra i capelli d’oro le donava una regalità idilliaca e genuina, una grazia gentile e adorabile. Se Charles Darwin 15


vivesse ai nostri giorni e, per caso l’incontrasse, avrebbe avuto molte perplessità nell’enunciare la sua teoria dell’evoluzione della specie, tale era la distanza antropologica tra l’eterea morfologia di quell’esemplare e quella belluina e mostruosa dei suoi presunti antenati. Il gruppo sulla pedana si compattò configurandosi in pose preordinate, rimase immobile al centro della scena e una voce di donna commentò cortese: «Gentili signori e signore state ammirando dal vivo il quadro della Primavera di Botticelli, siamo lieti adesso di presentare alla vostra attenzione la Primavera vestita dai nostri stilisti. Grazie a tutti e buona visione!». Lampi di flash si riversarono sulla scena, scroscianti applausi e acclamazioni coprirono la voce dello speaker che ripeteva l’annuncio nelle diverse lingue; Giangi, entusiasta, si alzò in piedi applaudendo, seguito per imitazione dagli altri intervenuti. La giovane interprete della Flora si volse verso di lui in segno di gratitudine, lo incrociò con lo sguardo sognante e intrigante, puro e malizioso, innocente e, nel contempo, lascivo. Giangi lo raccolse ma, nel ricambiarlo, fu disorientato dal messaggio che gli giungeva dall’espressione indecifrabile. Percepì istintivamente la presenza di un’anima casta nel limpido oceano degli occhi che parlavano di candore immacolato nel quale magicamente si diluivano arrendendosi le riluttanti volontà ma che, nel contempo, comunicavano lusinghe sensuali, sensazioni erotiche, intensità passionale ed una potente carica seduttiva. Suppose di essere presente dinanzi ad una natura senza infingimenti nella quale convivevano la bellezza primitiva e la civetteria degli istinti femminili. Quella presenza e quello sguardo non lo abbandonarono, rimasero nitidamente insediati nella sua mente, s’impossessarono dei suoi pensieri, rimase come plagiato. La donna era perfetta nell’armoniosa semplicità del volto, rivelatore d’idealità e di spiritualità, naturalmente nobile nel portamento; il corpo plasticamente sinuoso ma non 16


esuberante, flessuoso nella virginea languidità. Era l’astrazione di compagna che immaginava. Avvertiva però il disturbo dell’espressione impudica e adescatrice catturata nello sguardo che per un attimo li aveva magneticamente attratti e connessi. Sentì che doveva obbedire ad un impulso emotivo che gli imponeva di dichiararsi per conoscerla, non c’era altra via per accertare il carattere e la personalità della donna che, all’apparenza, compendiava i canoni delle sue aspirazioni. Durante la sfilata la modella ricomparve in scena ripetutamente indossando ogni volta creazioni originali che addosso a lei offrivano una suggestione aggiuntiva, acquistavano un plusvalore per la preziosità che riusciva a marcare nella simbiosi con la sua bellezza ed il suo stile, ma mai più rivolse il suo sguardo verso Giangi, fu sempre disinvolta e sorridente, professionale ma non pedante, interpretativa con personalità. Egli invece non riusciva a staccarle gli occhi di dosso irretito dall’alone di grazia e di delicatezza del suo volto, affascinato dal suo morbido ondeggiare, dalle proporzioni armoniose del suo corpo sottile ma non scarno. Non fu di grande aiuto a Pamela poiché, distratto e perso, si estraniò dall’impegno di collaborazione con la sorella inseguendo la volubilità del cuore che, da qualche tempo, non trepidava per emozioni. Al termine della sfilata Giangi lasciò la sorella a definire le opzioni e si recò nel retro palco determinato ad avere un abboccamento, a sentire la sua voce, a trovare una risposta alle sollecitazioni che lo insistevano. L’accompagnò da lei la direttrice del back stage che ossequiosa fece le presentazioni e, deferente, si ritirò lasciandoli soli. - «Ah! È lei Dottor Giustiniani! La ringrazio per averci fatto da capo claque!» – gli disse mentre lui abbozzava un baciamano. - «L’assicuro che non avevo nessuna intenzione, ma sono stato trascinato da un impeto di esaltazione suscitato 17


dalla sua meravigliosa presenza». - «Ah! Voi uomini! Quando vi presentate con i complimenti e le lusinghe noi fragili donne dobbiamo metterci in guardia! Avanti dottore! Mi confessi qual è lo scopo che l’ha spinta ad incontrarmi?». Giangi rimase spiazzato dall’approccio diretto e pratico della modella e meditò una risposta che confutasse l’asserto dichiarato. - «Vedo che lei mi conosce signorina Veneranda e forse è influenzata dalla triste fama che ho lasciato dietro di me negli anni della mia intemperanza. La prego non mi giudichi per l’uomo che ho ripudiato, non c’è più traccia dentro di me di quel personaggio. Sono ben altri i sentimenti che adesso m’ispirano e mi farebbe veramente felice se lei mi desse l’opportunità di dimostrarglielo!». - «La credo sulla parola, non ho bisogno che mi dia alcuna dimostrazione! Ma ancora non mi ha spiegato a cosa devo la sua visita! È soltanto ammirazione? È forse simpatia? O forse crede che, poiché svolgo quest’attività, sia una donna facile?». Ancora una volta Giangi rimase interdetto dalla personalità disincantata e positiva che non immaginava fosse celata in una bellezza così eterea. - «Se pensassi che lei fosse una donna facile non sarei qui ad importunarla! Non m’interessa più quel tipo di donna, al contrario mi attraggono le virtù e l’integrità che il suo aspetto casto e incorrotto mi suggeriscono. Per questo ho voluto incontrarla, non ho altri fini reconditi o inconfessabili! Mi ha spinto verso di lei un sincero e insopprimibile desiderio di apprezzare le virtù che la sua persona sottintende!». Veneranda, questo era il nome che la modella aveva dichiarato nei convenevoli, parve convincersi dell’autenticità delle intenzioni di Giangi e, improntando il viso al rammarico, gli disse: - «Mi scusi dottore per averla fraintesa! Siamo continuamente bersaglio di uomini che mirano unicamente a 18


possedere il nostro corpo, a considerarci come oggetto di passatempi erotici che ci inducono a diffidare delle loro avance galanti. Mi spiace, capisco che non è il suo caso e le confesso che sono anch’io sulla sua stessa lunghezza d’onda. Sono i veri valori alla base della mia esistenza e, pur costandomi enormi sacrifici, cerco di mantenermi consona e fedele a loro!». - «Vedo che il mio istinto non si è sbagliato nell’indovinare un’affinità di principi che sarebbe bello potere approfondire e associare. Posso permettermi di invitarla ad essere mia ospite a cena?». - «Come è veloce dottore!». - «La prego, il mio nome è Gianluigi, per gli amici Giangi. Sarei lieto che anche lei mi chiamasse così!». - «Sono onorata della dimostrazione di confidenza, a proposito nessuno mi chiama Veneranda, da bambina mi chiamavano Venere ma ora in questo ambiente sono conosciuta come Vanda, può chiamarmi con il nome che più le fa piacere!». - «Venere sicuramente sarebbe più appropriato alla sua grazia, credo però che Vanda sia più funzionale e contemporaneo, la chiamerò così spero per tutto il tempo in cui vorrà accordarmi la sua disponibilità. Ora Vanda, poiché abbiamo lacerato la cortina dell’estraneità, può accettare il mio invito a cena?». - «Sì, certamente lo accetterei, ma vede Giangi in questo periodo ho tanti impegni, sfilate, servizi fotografici, pubblicità ed altro ancora che ho poco tempo da dedicare anche alla mia persona. Sento che la sua compagnia mi rasserena e mi solleva lo spirito. Trascorrere una sera insieme sarebbe un rifugio dalla vorticosità incalzante della vita, una piacevole pausa ristoratrice, ma non posso annullare né posporre gli appuntamenti già presi, né posso fare a meno di lavorare perché voglio vivere onestamente nella mia indipendenza. Mi spiace, mi creda, ma in questo momento sono costretta a rinunciare al piacere della sua compagnia». 19


Giangi fu incalzato da due significative considerazioni. La prima fu osservare che la donna non era venale. Rinunciando senza esitazioni al suo invito ed alla notorietà che le avrebbe offerto la sua frequentazione, al contrario, era animata da sani principi dogmatici che posponevano la mondanità e la futilità all’austerità ed alla severità dell’impegno lavorativo. La seconda fu accorgersi con smarrimento che il suo rifiuto lo prostrava, lo sgomentava come se oscurasse lo spiraglio di luce appena balenato su un futuro sentimentalmente condiviso, respingendolo nuovamente nella segregazione della buia solitudine piatta e monotona. Entrambe le riflessioni lo esortarono a non accettare passivamente la deludente risposta, a reagire, ad insistere anche motivando esplicitamente la sua esigenza. - «Vanda mi perdoni se insisto tentando di forzare la sua volontà, facendole abuso delle mie confessioni. Ho aperto una nuova pagina della mia vita riscoprendo, come lei, quei valori che avevo sottovalutato aberrando. Ho così iniziato una esplorazione intima ed una ricognizione di testimonianze edificanti e positive giungendo alla definizione di un’esigenza di condivisione dei sentimenti con un’anima che li apprezzasse, li riconoscesse e li esaltasse per affinità e sintonia. Credo di essere giunto dopo lungo indagare alla fine della mia ricerca. Lei ha suscitato in me lo stupore della rivelazione, la meraviglia dell’esistenza, l’esaltazione della scoperta. Ho bisogno di aprire un rapporto di conoscenza con lei per alimentare la luce che si è accesa a rischiarare l’indistinto e definire le intuizioni. La prego non mi neghi quest’opportunità, non soffochi quest’anelito, si apra impavidamente alla generosità del cuore manifesta nello splendore della sua persona». Vanda rimase silenziosa a meditare per lunghi interminabili attimi poi fissò gli splendidi occhi pieni di innocenza nei suoi e gli disse: - «Mi ha coinvolto nella sua emotività rendendomi partecipe e corresponsabile di un’invitante situazione. Non 20


sono insensibile ai suoi sentimenti. Ho avvertito della sincerità e dell’autentico slancio del cuore nella sua richiesta di amicizia. Ho capito quanto sia importante per lei e non mi perdonerei di deludere il suo serio affidamento. Farò spazio al suo ingresso nella mia vita! Mi permetta di verificare i miei prossimi impegni per trovare la possibilità di dedicare una sera interamente a lei!». - «Non dubitavo della sua nobiltà di cuore, la sua mite compiacenza è un’ulteriore conferma delle mie favorevoli impressioni. La sua semplice presenza accanto a me ha un fausto influsso, il suo consenso mi rende euforico e le sono grato!». Vanda gli sorrise e gli indirizzò il suo singolare sguardo seducente che istigava pensieri impudichi ed incontinenza, gli dichiarò: - «Se è amore non mi lascerà impassibile, il mio cuore ha sete di tenerezza, se è amore sboccerà!».

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L'ascesa di Veneranda  

Veneranda nasce in una famiglia precaria e disunita, senza certezze e senza prospettive. Cresce affidata alle cure ed alla protezione della...

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