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BEL VEDERE Gli Occhiali del Museo Luxottica The Spectacles of the Luxottica Museum Vol. I a cura di Marisa Del Vecchio edited by Marisa Del Vecchio

Direzione Editoriale e Artistica: Editorial and Art Direction: Fulvio Salafia Testi / Text: Gianni Guadalupi Fotografie / Photographs: Franco Manfrotto Traduzione: Translation from the Italian: Franco Soekardi Esposito


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ati con uno scopo essenzialmente pratico, come soccorso per la vista difettosa, gli occhiali possono vantare una singolare duplicità: essi appartengono infatti tanto alla storia dell’ottica e dell’oftalmologia quanto a quella del costume e della moda. Si può dire che nessun oggetto di uso quotidiano abbia assunto una valenza emblematica di un’epoca e di una condizione sociale come un paio di occhiali, tanto che un esperto ne può dedurre la datazione non solo dalla fattura, ma soprattutto dalla forma abbinata al materiale usato. Abbiamo scelto di narrarne la storia dividendola in due momenti secondo noi estremamente diversi: con questo primo volume ne vengono descritte le origini e l’evoluzione attraverso i secoli, fino alla fine dell’Ottocento. Al Novecento, secolo in cui la creatività degli artigiani che fino ad allora avevano dato vita alle “pietre per gli occhi” si unisce alla fantasia dei designer e degli stilisti di moda, sarà dedicato un secondo volume. Insieme, essi verranno a costituire una panoramica il più possibile completa dello sviluppo di una delle più semplici ed insieme geniali invenzioni della mente umana: due lenti graduate posizionate davanti agli occhi per mezzo di un sostegno.

hough essentially practical at the outset, invented as an aid for visual impairment, glasses can boast a unique evolution: they belong as much to the history of optics and ophthalmology as to the history of costume and fashion. It can be affirmed that no other object of daily use has emerged to become the emblem of an era or a social rank than a pair of glasses. So much so, in fact, that an expert may, by simply looking at them, trace the year in which they were made, not only from the manufacture but above all from the shape and material used. We have chosen to narrate the extraordinary history of glasses by distinguishing it in what we believe are two very different periods. This first volume describes the origins, the evolution of glasses over the centuries until the end of the 19th century. The second volume will focus instead on the 20th century, a time when the skills of the master craftsmen who had created “stones for the eyes” are constantly combined with the imagination of designers. Together, the two books will provide the widest possible overview on the development of one of the simplest – but at the same time one of the most ingenious – inventions of the human mind: two graduated lenses placed in front of the eyes and held up by a prop.

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Breve storia dell’occhiale A short history of glasses dalle origini al 1900 from the origins to 1900

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1. I misteri dell’occhio

1. The mysteries of the eye

Jovis omnia plena, dicevano gli antichi: ogni cosa è piena di Giove, tutto ciò che forma il mondo è pervaso dall’afflato della divinità. Coloro che per primi nelle città dell’Ellade cominciarono a interrogarsi sul funzionamento del corpo umano, meritandosi per questo atteggiamento scientifico il titolo di filosofi o “amanti della conoscenza”, definirono la vista il più meraviglioso dei cinque sensi. E anche il più intrigante, il più complicato, il meno facile da decifrare in base alle concezioni dell’epoca. Cinque secoli prima di Cristo, il siciliano Empedocle, che i suoi concittadini reputavano uno stregone per la sua abilità nel guarirli dalle malattie, descriveva l’occhio come una creazione di Afrodite, uno strumento magico fabbricato dalla dea dell’amore “confinando un fuoco fra membrane e sottilissimi panni; questi trattengono l’acqua, ma lasciano passare all’esterno la fiamma interna”. Questa poetica idea del meccanismo della visione come analogo all’emanazione del calore o della luce da parte di una fiamma fu ripresa cent’anni dopo dal matematico Euclide, che cercò di razionalizzarla parlando di “raggi” uscenti dall’occhio per andare a colpire le cose viste. Epicuro, contemporaneo di Euclide, propose invece una teoria esattamente opposta: erano le cose a emanare un invisibile flusso di atomi che entrava nell’occhio come una sorta di pioggia continua e ascendente. Entrambe queste spiegazioni lasciavano irrisolti

Jovis omnia plena, the ancients used to say, all things are laden with Jove, everything that gives form to the world is pervaded by the breath of divinity. Those living in the cities of Ancient Greece who for the first time began to investigate the way the human body functioned – and were thus called philosophers or “those who craved knowledge” as a consequence of their scientific endeavours – defined sight as the most extraordinary of the five senses. As well as the most intriguing, the most complicated and the least fathomable in the conceptions of the time. Five centuries before the advent of Christ, Empedocles of Sicily – who was reputed by his fellow citizens as being a sorcerer for his healing powers – said that the eye was the creation of Aphrodite; a magical instrument created by the God of Love by “confining a fire between membranes and very thin sheets of cloth; these hold the water but allow the internal flame to shine through.” This poetic conception describing the mechanism of sight as being similar to the ability of a flame to emanate heat or light was put forward again a century later by the mathematician Euclid who attempted to expand rationally on the notion by talking of “rays” coming out from the eye which hit the things that are seen. Epicurus, a contemporary of Euclid, believed in exactly the opposite. He said that it was the objects which gave out an invisible flux of atoms which entered the eye as a continuous and ascending shower.

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alcuni problemi che sembravano insormontabili. Nel caso della prima, cosiddetta dell’“estromissione”, come potevano i “raggi” emessi dagli occhi andare a colpire in una frazione di secondo oggetti lontanissimi come le stelle che vediamo in cielo ogni notte? E quanto all’altra, dell’“intromissione”, com’era possibile che il flusso di atomi partito da una cosa gigantesca, per esempio una torre o addirittura il monte Olimpo, fosse contenuto nello spazio ridottissimo dell’occhio umano? Fu Aristotele a suggerire una soluzione. Anticipando e insieme correggendo Epicuro, avanzò l’ipotesi che fossero le qualità della cosa osservata, e non un flusso di atomi, a viaggiare attraverso l’aria. L’occhio, come un camaleonte, assumeva il colore e la forma di ciò che vedeva, per passare questa informazione, mediante i suoi umori, agli onnipotenti splanchna, un insieme di organi interni comprendenti il cuore, il fegato, i polmoni, la bile e i vasi sanguigni, destinati a governare il movimento e i sensi. Nel II secolo della nostra era Claudio Tolomeo, lo scienziato greco di Alessandria d’Egitto che doveva sistematizzare nei suoi testi le conoscenze geografiche e astronomiche dell’antichità, ed essere riverito come un’autorità assoluta fino al Cinquecento, quando la scoperta del Nuovo Mondo da un lato e la rivoluzione copernicana dall’altro lo detronizzarono, scrisse anche un trattato di ottica in cinque libri, di cui il primo e gran parte del quinto sono andati perduti. In quanto ci rimane egli spiega il fenomeno della visione riprendendo l’idea

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Both these explanations, however, left unresolved a number of problems which appeared to be insurmountable. In the first explanation, the so-called “extromission” theory, how could the “rays” produced by the eye reach in just a fraction of a second such distant objects as the stars that shine in the night sky? Whereas in the other, according to the “intromission” theory, how was it possible that the flux of atoms which came from gigantic things as towers, or from Mount Olympus itself, be contained in the limited space of the human eye? It was Aristotle who suggested a solution. Anticipating, and at the same time correcting Epicurus, he advanced the hypothesis that it was the quality of the object observed, and not the flux of atoms, which travelled through the air. The eye – as a chameleon would – assumed the colour and form of what it saw and then passed this information, through its humours, to the all-powerful splanchna (the group of internal organs, which includes the heart, the liver, the lungs, bile and the veins) whose task is to govern movement and the senses. In the second century of our era, Claudius Ptolemy – the Greek scientist from Alexandria of Egypt who systematically gathered in his texts the Ancient World’s astronomical and geographical knowledge and who was revered as an undisputed authority right up to the 16th century when the discovery of the New World on the one hand, and the Copernican revolution on the other, contributed to dethrone him – also wrote a Treatise on Optics in five

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dei raggi emessi dall’occhio, la cui lunghezza ci fornisce la distanza degli oggetti da essi colpiti, mentre gli angoli d’incidenza dei raggi che ne toccano le varie estremità ce ne fanno apprezzare la grandezza. Affinché il movimento della cosa vista sia percepibile, esso deve essere per così dire in sintonia con la velocità di emissione dei raggi; perciò non riusciamo più a vedere i particolari di una ruota quando essa gira troppo rapidamente; e al contrario, un movimento troppo lento diventa impercettibile, per cui una nave al largo osservata dalla spiaggia ci sembra ferma. Nel quinto libro Tolomeo trattava della rifrazione dei raggi luminosi, notandone la deviazione quando passano dall’aria all’acqua e al vetro con angoli d’incidenza diversi. Ma purtroppo il testo è mutilo della parte che più qui ci interesserebbe, dedicata alla rifrazione attraverso i corpi sferici, ossia alle lenti. I medici dell’epoca avevano teorie diverse, e tutte erronee, come il romano Celso che poneva la sede della visione nel cristallino, mentre Galeno sosteneva che il cervello mandava alla pupilla attraverso il nervo ottico un pneuma o spirito, che fuoriusciva mettendosi in contatto con l’oggetto esterno. Simultaneamente, stabilitasi questa comunicazione, si verificavano nel cristallino modificazioni corrispondenti al colore, alla forma e all’ubicazione della cosa vista, che si fissavano sulla capsula posteriore del cristallino come immagini in uno specchio. Alessandro d’Afrodisia, che fu il più famoso commentatore delle

volumes, of which the first, and most of the fifth have been lost. In the extant parts of the work, he explains the phenomenon of vision by taking up once again the notion of the rays emanated by the eye, whose length gives us an indication of the distance of the objects struck by them, and whose angles of incidence, touching the various extremities of the objects, an indication of their size. In order to perceive the movement of the objects seen, it must be, so to say, in harmony with the speed at which the rays are issued forth; it is for this reason that we can no longer see the details of a wheel when it turns rapidly and on the other hand a movement that is too slow, just as a ship observed from the beach appears to be still. In his fifth book, Ptolemy, in dealing with the refraction of luminous rays, noted how these deviated with varying angles of incidence when they travelled from air to water and to a mirror. Unfortunately, the text is damaged in the part that in this case interests us most, the part dedicated to the refraction of bright rays through spheroid bodies, that is the lenses. Doctors had at that time different theories and all were incorrect. The Roman Celsus, for example, believed that vision originated in the crystalline lens, whereas Galen sustained that the brain, through the optic nerve, transmitted to the pupil a pneuma or spirit which then exited in order to contact the external object. Simultaneously, once this communication is underway, a number of changes in the crystalline lens take place, changes corresponding to the colour, form and location of the

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opere di Aristotele, trovava una conferma dell’esistenza del pneuma (spiritus visorius in latino) nei lampi luminosi che si vedono quando l’occhio viene percosso: è lo spirito che s’infiamma, sosteneva, come quando da una selce battuta sprizzano scintille. Ma passando dalla teoria alla pratica, ci si è chiesti a lungo se gli antichi conoscessero l’uso delle lenti; argomento che ha suscitato annose controversie fra gli studiosi. Pochi e sporadici ritrovamenti archeologici in vari scavi, da Ninive a Pompei, non hanno potuto fornire una risposta decisiva: le “lenti” reperite, in cristallo di rocca o vetro, sembrano più gingilli di bigiotteria che strumenti ottici. Agli inizi del Settecento, un celebre antiquario romano, Francesco di Ficaroni, sosteneva di aver trovato nelle catacombe di San Lorenzo fuori le Mura “una lente murata e fermata col gesso; e questa lente... ingrandiva mirabilmente le cose”. Ma l’aveva prestata a un amico, e quello la perse... Un passo di Seneca, nel I libro delle Naturales Quaestiones, raccolta di dotte dissertazioni su vari problemi scientifici, viene invocato per provare che i romani conoscevano il potere di ingrandimento dei vetri convessi: “Una scrittura minuscola e ingarbugliata appare più grossa e più distinta attraverso una boccia di vetro”. Ma l’effetto, secondo Seneca, è dovuto all’acqua contenuta nella boccia: “Aggiungerò che tutto ciò che vediamo attraverso l’acqua ci appare più grosso. Immersi nell’acqua, i frutti attraverso il vetro ci sembrano più belli.” E più oltre: “Tutti i

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objects seen, which are imprinted on the back of the posterior capsule of the crystalline lens as images on a mirror. Alexander of Aphrodisias, who was Aristotle’s most illustrious commentator, was convinced that proof of the existence of the pneuma (spiritus visorius in Latin) could be found in the bright flashes which can be noted when the eye is shaken – for this provokes the inflammation of the spirit, just as sparks are generated from a flint when it is struck. But shifting our attention from theory to practice, it has been widely debated whether the ancients utilised lenses, an issue that has been the object of longdrawn scholarly controversies. Few and random finds at various archaeological sites, from Nineveh to Pompeii, have not produced decisive evidence, for most of the “lenses” that have been discovered, mostly made of rock or glass crystals, appear to be more of a decorative use rather than of an optical. At the beginning of the 18th century a famous Roman antiquarian, Francesco di Ficaroni, sustained that he had found in the catacombs located at San Lorenzo fuori le Mura “a lens walled in and held in place by plaster; and this lens... admirably enlarged things.” But he lent it to a friend, who... misplaced it. A passage from Seneca, in the First Book of the Naturales Quaestiones, a collection of erudite dissertations on a number of scientific issues, is often conjured as proof that Romans were aware of the power convex glass had to enlarge: “A minuscule and unclear writing appears larger

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corpi visti attraverso un liquido ci appaiono più grossi che in realtà”. Fenomeno ben noto ai bottegai dell’antica Roma, che secondo il grammatico Macrobio (vissuto attorno al 400 d.C.), se ne servivano per stuzzicare l’appetito degli avventori: “Nei vasi di vetro pieni d’acqua le uova sembrano più grandi, le fibre della carne sono più nette e ampie, gli anelli delle interiora sembrano enormi”. Se è certo comunque che greci e romani conoscevano la virtù delle lenti di concentrare i raggi del sole per accendere il fuoco, è altrettanto certo che ignoravano l’uso dei vetri convessi per correggere la presbiopia: Cicerone, Cornelio, Nepote, Svetonio, parlando dell’indebolimento della vista che sopravviene nella vecchiaia, dicono che non c’è niente da fare, e che non rimane che farsi leggere i libri da uno schiavo. Quanto ai vetri concavi per ovviare alla miopia, sembra fossero affatto sconosciuti. Anche in questo caso, a dimostrazione del contrario, si usa citare un passo famoso, stavolta di Plinio il Vecchio, il quale ci informa che l’imperatore Nerone, avendo “la vista bassa”, si serviva di uno smeraldo, “pietra per lo più concava”, per guardare nel circo gli spettacoli dei gladiatori. Ma dal contesto appare chiaro che Plinio attribuisce allo smeraldo, “dal dolce colore verde”, il potere di riposare la vista, non quello di correggerla; e tutti gli altri accenni alla miopia sparsi nei testi classici, da Aulo Gellio al giurista Ulpiano, ne parlano come di un difetto senza rimedio. Dovevano passare molti secoli prima che si verificasse qualche

and more distinct through a jar of glass.” Seneca, however, believed that the effect was due to the water that was in the jar. “I would add that all things viewed through water appear to be larger. Immersed in water, fruit appears through the glass to be more beautiful.” And further: “All physical objects viewed through liquid appear to be larger than in real life.” This fact was well-known to Ancient Rome’s shopkeepers, who, according to the testimony of the grammarian Macrobius (who lived around the 5th century), used the device to whet their customers’ appetites. “In glass jars full of water, eggs seemed bigger, meat fibres more distinct and wider, the rings of the entrails enormous.” Though it is certain that Greeks and Romans were aware of the virtues of lenses in concentrating sun rays in order to ignite fire, it is just as certain that they ignored the utility of convex lenses in order to correct far-sightedness. Cicero, Cornelius, Nepos, Suetonius, in speaking about weakening sight in old age, say that there is nothing else to be done but to have books read by a slave. As to concave glasses to correct nearsightedness, it appears that they were not unknown. In this case as well, a passage is often quoted to prove the contrary. It is by Pliny the Elder. He informs us that Emperor Nero, having a “low sight,” utilised an emerald, “a stone which is generally concave,” to watch gladiator fights in the circus. But as it clearly emerges from the context, Pliny ascribes to the emerald, “having a sweet green colour,” the power of soothing the eyes not of correcting

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progresso nelle teorie ottiche. Mentre l’Europa cristiana si limitava alla pedissequa ripetizione di quanto avevano stabilito le grandi menti dell’antichità, il mondo islamico viveva una lunga e fervida stagione scientifica. Nel 1004 il califfo egiziano al-Hakim, che era salito al trono all’età di undici anni e doveva scomparire un quarto di secolo dopo durante una misteriosa passeggiata solitaria, fondò al Cairo un’accademia chiamata Dar al-Ilm o Casa della Scienza. Voleva fare della sua capitale non solo un centro politico, ma anche il cuore artistico e culturale dell’Islam. Con questa ambizione chiamò alla sua corte matematici e astronomi d’ogni paese. Uno di loro si chiamava al-Hasan ibn al-Haytham, nome che l’Occidente avrebbe semplificato in Alhazen. Nativo di Bassora in Iraq, al-Haytham era stato convocato al Cairo con il compito ufficiale di studiare un sistema per regolare le piene del Nilo. Ci si provò, senza successo; ma passò la maggior parte del suo tempo a preparare una confutazione delle teorie astronomiche di Tolomeo (che i suoi nemici definirono “più che una confutazione, una nuova serie di dubbi”). Studiando le opere dell’alessandrino vissuto novecento anni prima, si imbatté forse anche nel suo trattato sull’ottica; e pensò di sbaragliare quel suo remotissimo e inconsapevole avversario anche in quel campo. Perciò scrisse a sua volta un trattato che si può sintetizzare in una sentenza, espressa nel bel latino dei suoi traduttori europei: omne visio fit refracte, ogni visione avviene per rifrazione. La luce, dice al-Haytham, si

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nearsightedness. All other references to nearsightedness in ancient texts, from Aulus Gellius to the jurist Ulpian, speak of it as a defect having no remedy. Many centuries had to pass before some progress was made in optics. While Christian Europe stuck to the unswerving repetition of what had been set down in the texts of antiquity, the Islamic world was to embark on a long and fruitful age of scientific discovery. In the year 1004, the Egyptian Caliph alHakim, who ascended the throne at eleven and disappeared 25 years later under mysterious circumstances during a solitary walk, founded in El Cairo an academy called the Dar al-Ilm, or the House of Science. His aim was to make his capital not only the political centre of Islam, but also its cultural and artistic heart. Bearing this in mind, he invited to his court mathematicians and astronomers from all parts of the world. One of them was al-Hasan ibn alHaytham, a name that Europe was to simplify into Alhazen. Born in Basra, Iraq, al-Haytham had been convened to Cairo with the task of designing a method to keep the floods of the Nile under check. He worked on it without success. Most of his time was spent in preparing a confutation of Ptolemy’s astronomical theories. (“Rather than a confutation – his enemies said – it poses a new series of doubts”). While studying the works written 900 years earlier by the scientist from Alexandria, it is likely that al-Haytham also came across the Treatise on Optics and decided to confute his ancient rival in this field as well. He therefore wrote a treatise on the subject which could be summarised in

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propaga in tre maniere diverse: diretta, riflessa e rifratta. La sua diffusione nell’aria è talmente veloce che sfugge alla nostra percezione. La visione si opera nel cristallino, terminale delle fibre del nervo ottico, ed è perfetta solo quando i raggi luminosi arrivano a questo nervo. E per effettuarsi esige che si verifichino fenomeni di rifrazione all’interno dell’occhio. La sfericità della cornea è indispensabile alla visione di oggetti più grandi dell’occhio: perché se questo fosse piatto, non potrebbe ricevere che raggi luminosi perpendicolari da un oggetto parallelo ad esso e delle sue stesse dimensioni. Come Seneca, anche al-Haytham conosce i vetri sferici, e come lui prende nota del fenomeno dell’ingrandimento, ma senza dedurne la possibilità di applicazioni pratiche per ovviare ai difetti della vista. Al-Haytham morì al Cairo nel 1038. Il suo libro fu tradotto e apprezzato dagli studiosi occidentali. L’arcivescovo di Canterbury John Peckam, vissuto dal 1240 al 1292, ne riassunse le teorie nel suo Perspectiva communis, che firmò latinamente Johannes Pithsanus. In quegli stessi decenni una straordinaria personalità di indagatore, che doveva rivelare doti di intuizione quasi incredibili in tutti i campi del sapere, l’inglese Roger Bacon, riprendeva e perfezionava le idee del suo predecessore arabo, descrivendo minuziosamente l’effetto del passaggio dei raggi luminosi attraverso i vetri concavi e convessi. E scriveva: “Se si guardano le lettere dell’alfabeto o altre cose piccole attraverso un vetro, un cristallo

one sentence, expressed in the splendid Latin of his European translators: omne visio fit refracte, all vision takes place by refraction. Light, al-Haytham believed, spreads in three different ways: directly, by reflection and by refraction. Its diffusion in air happens so quickly that it escapes our perception. Vision takes place in the crystalline lens, the terminal of the fibres of the optical nerve, and is perfect only when the luminous rays reach this nerve. And in order for vision to happen, refraction must take place within the eye. The cornea must be spherical in order to perceive objects larger than the eye: had it been flat it could but receive luminous perpendicular rays from an object parallel to it and of the same size. Like Seneca, al-Haytham was aware of spherical glass, and like him noticed the phenomenon of enlargement, but did not deduct from it the possibility of creating practical appliances to correct visual impairment. Al-Haytham died in El Cairo in 1038. His book was translated and much appreciated by western scholars. The Archbishop of Canterbury John Peckam, who lived from 1240 to 1292, summarised alHaytham’s theories in his Perspectiva comunis, which he signed with his Latin name, Johannes Pithsanus. In those same years an extraordinary figure, having an extraordinarily inquisitive mind and endowed with unparalleled intuitive powers in all spheres of knowledge, Roger Bacon, was to take up and improve the notions put forward by his Arab predecessor. He described in great detail the effect of the passage of luminous rays on the landscape seen

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o un altro corpo trasparente posto al di sopra delle lettere stesse, essendo tale corpo trasparente un segmento sferico più piccolo della metà della sfera, con la sua convessità rivolta verso l’occhio, quest’ultimo vedrà molto meglio le lettere, ed esse gli sembreranno più grandi... E questo strumento sarà utilissimo ai vecchi, che potranno così vedere una lettera, per quanto piccola sia, di grandezza sufficiente a leggerla. Se al contrario si tratta di un corpo rifrattore del volume della metà di una sfera o più grande ancora, allora vediamo che l’angolo è più grande e l’immagine anche, ma poiché il punto in cui questa si forma è al di là dell’oggetto, essendo il centro della sfera tra l’occhio e l’oggetto stesso, questo strumento non vale quanto i frammenti sferici più piccoli”. È la descrizione della lente. Nulla ci vieta di pensare che Bacon, divenuto vecchio, se ne sia servito per ingrandire le lettere dei libri che amava tanto. E dalla lente tenuta in mano sopra l’oggetto da ingrandire a quella più piccola posta vicino all’occhio non c’era che un breve passo, che fu compiuto in quegli stessi anni.

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through concave and convex glasses: “if one observes the letters of the alphabet or other small things through a glass, a crystal or another transparent object, placed over the letters, being this object transparent a spherical segment half the size of the sphere, with its convexity facing the eye, the latter will see the letters in a much better way, and they will appear to be larger ... And this instrument will be extremely useful for the elderly who will be able to see the letter, however small it may be, to a size that is sufficient to be read. On the contrary, if we are dealing with a refractory object half the size of the sphere or even larger, then we will observe that the angle is larger and the image as well. Considering that the image is formed beyond the object itself, this instrument is not as useful as smaller spherical fragments.” It is the description of the lens. Nothing prevents us from imagining that Bacon as an old man used it to enlarge the letters of the books he loved so much. And the passage from holding the lens by hand over the object to be enlarged to the smaller lens placed near the eye was a brief one, and it took place in those same years.


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2. Dalla lente all’occhiale

2. From the lens to the spectacles

Domenica 23 febbraio 1306 fra’ Giordano da Rivalto, apprezzato predicatore dell’Ordine di San Domenico, salì sul pulpito della chiesa di Santa Maria Novella in Firenze per pronunciare uno di quei suoi sermoni che confermavano le anime pie nella loro devozione e svergognavano i peccatori più incalliti. Il facondo oratore, che si serviva di tutti gli artifici della retorica classica, usava ricorrere spesso a metafore e immaginosi esempi per catturare meglio l’attenzione del suo pubblico. E quella domenica illustrò il messaggio evangelico mediante continui riferimenti a un mondo che i suoi concittadini conoscevano bene, quello dell’artigianato. Citò fra le varie arti quella di intagliare e segare le pietre preziose, allora specialità parigina; disse che tante altre erano le industrie sparse per il vasto mondo, e che ogni giorno se ne scoprivano di nuove; e citò infine come esempio di tecnica recentissima, scoperta da “non ancora vent’anni”, l’arte “di fare gli occhiali che fanno vedere bene, ch’è una delle migliori arti e delle più necessarie”. E quasi per beffare noi che a tanti secoli di distanza ci stiamo ancora scervellando sull’identità dell’inventore, aggiunse con tranquilla noncuranza: “Io vidi colui che primo la trovò e fece, e favellaigli”; ma non ne cita il nome. Ora, il nostro eloquente e insieme reticente frate Giordano apparteneva al convento di Santa Caterina di Pisa, di cui ci è pervenuta una cronaca manoscritta che riporta i nomi

On Sunday the 23rd of February in the year of the Lord 1306, Friar Giordano da Rivalto, illustrious preacher of the Order of St. Dominique, gained the pulpit at Santa Maria Novella in Florence to pronounce one of those sermons which confirmed the devotion of pious souls and searched the deepest recesses of our sinners. Often the brilliant orator – who used the entire range of artifices available in the fine art of classical rhetoric – relied on colourful metaphors and vivid imagery to enthral his fellow-citizens. On that Sunday, he illustrated the evangelic message by continuously referring to the world that was well known to his flock – the world of craftsmen. One of the arts he mentioned was that of gem-cutting, at that time a Parisian speciality. He said that there were many other arts and crafts in this wide world, and that many others were being discovered each day. In this light, he referred to a very new technique – “barely twenty years old,” he specified – that “of making glasses which allow you to see better,” an art, he said, “which was among the finest as well as one of the most necessary.” And, almost as if he wanted to mock us who centuries later are still racking our brains to identify the inventor, Friar Giordano, with utmost nonchalance, boasted: “And I saw that man who first discovered and made them, and spoke to him even.” However, he did not mention his name. Our eloquent, and at the same time secretive friar belonged to

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di tutti i frati predicatori del monastero, dalla fondazione al XIV secolo inoltrato, corredati da concise note biografiche. Il centotredicesimo personaggio della lunga serie è un padre Alessandro di Spina, il quale, dice letteralmente il cronista, era “un uomo modesto e buono, che sapeva rifare quello che vedeva fare da altri. Gli occhiali, fatti prima da qualcuno che non voleva comunicarne il segreto, egli li rifece e lo comunicò lietamente e volentieri”. Può darsi che fra’ Giordano volesse alludere a questo suo confratello, che morì nel 1313 dopo un’esistenza di devozione operosa. Ma il testo della cronaca afferma chiaramente che frate Alessandro non fu l’inventore, bensì un ingegnoso imitatore: colui che per la sua bontà, scoperto il segreto della fabbricazione, lo mise a disposizione di tutti. Chi era dunque il misterioso personaggio che avendo escogitato per primo un oggetto così utile all’umanità intendeva ammantarlo di mistero, probabilmente per trarne maggior guadagno mediante una sorta di monopolio tecnologico? La questione parve risolta nel 1684, quando il dotto fiorentino Leopoldo del Migliore pubblicò un volume dal titolo Firenze città nobilissima illustrata: una dettagliata ed esauriente guida a tutti i monumenti della sua patria amata (troppo amata, come vedremo). Parlando della chiesa di Santa Maria Maggiore dei padri Carmelitani, l’autore descriveva un monumento funebre ivi allogato, con la figura scolpita di un uomo giacente e la scritta: “Qui giace Salvino d’Armato degli Armati di Firenze, inventore degli occhiali.

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the Convent of St. Catherine of Pisa. Now, we have a handwritten chronicle that provides the names – often accompanied by a short biographical outline – of all the Convent’s preachers, from its foundation to the XIV century. The 113th name on that list belongs to Father Alessandro di Spina, who, as the chronicler noted, “was modest and good, a man who could imitate what he had seen others do. The glasses, previously made by someone who did not want to reveal the secret, he reproduced and was very pleased to speak about it.” It is likely that Friar Giordano wanted to allude to a fellow-friar of his who died in 1313, after having led an industriously devout life. However, the chronicle clearly states that Friar Alessandro was not actually the inventor of the glasses, but an ingenious imitator – the man who generously, after having rediscovered the technique of making glasses, made them for all to use. But who was this person who after having made such a useful discovery for humanity enshrouded it in thick mystery so as to gain profit from the ensuing technological monopoly? The problem appeared to have been solved in 1684 when a Florentine erudite Leopoldo del Migliore published a book entitled The Noble City of Florence Illustrated, a detailed and complete guide to all the monuments of his beloved city (much too beloved, as it turned out). Speaking of Santa Maria Maggiore of the Carmelites, the author described a funeral monument that was located within the church. The monument depicted the figure of

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Dio gli perdoni le peccata. Anno Domini MCCCXVII”. Si affrettava però ad aggiungere che quella tomba era andata distrutta nei restauri della chiesa. La storia fu presa per buona, tanto che nel 1817, cadendo il cinquecentesimo anniversario del presunto decesso di Salvino, le autorità della Firenze granducale decisero di onorare sì illustre concittadino per troppo tempo privato di un degno ricordo erigendogli un monumento in sostituzione di quello andato perduto. Qualcuno scovò un busto che parve trecentesco, qualcun altro avanzò la seducente ipotesi che si trattasse di un avanzo del sepolcro originario, e il surrogato fu collocato nel chiostro di Santa Maria Maggiore con tutti gli onori: corone d’alloro, banda musicale, discorsi in lode dell’invenzione e dell’inventore, ennesima gloria fiorentina. Solo molti anni dopo alcuni instancabili frugatori d’archivi scoprirono che la lastra tombale così ben descritta da Leopoldo del Migliore non era mai esistita, che un tale Salvino degli Armati era vissuto sì a Firenze, ma non era certo morto nel 1317 risultando iscritto all’Arte del Cambio nel 1331, che il busto spacciato per suo ritratto era un frammento di statua romana, e che insomma il del Migliore s’era inventato tutto per dare maggior lustro alla città natale. Non è il solo impostore che ritroviamo in questa storia: già poco prima che uscisse il libro di Leopoldo del Migliore, un altro fiorentino assai più illustre, lo scienziato e poeta Francesco Redi, aveva pubblicato nel 1678 una lettera Intorno

a man lying in a horizontal position, and the following was written underneath: “Here lieth Salvino d’Armato degli Armati of Florence, the inventor of spectacles. May the Lord forgive his sins. Anno Domini MCCCXVII.” Del Migliore, however, quickly added that the tomb had been destroyed during the restoration of the church. The story was taken to be true, so much that in 1807, on the year marking the presumed 500th death anniversary of Salvino, the authorities of the Grand Duchy of Florence decided that the time had come to honour this illustrious citizen who had been neglected for much too long, by erecting an appropriate monument to replace the one that was no longer extant. Someone unearthed a bust which looked 14th century enough, someone else claimed it actually came from the original funeral monument, and at the end the surrogate was placed in the cloister of Santa Maria Maggiore with all the necessary honours, including laurel wreaths, musical band, speeches praising the invention, and the inventor – umpteenth glory of Florence. Many years later, a number of tireless archive diggers discovered that the funeral plaque that Leopoldo del Migliore had minutely described had actually never existed. A Salvino degli Armati had indeed lived in Florence, but he certainly did not die in 1317. He died in 1331, as noted in the Art of Exchange. The bust was an ancient Roman fragment. As it turned out, Leopoldo del Migliore had made up the whole thing in order to add further lustre to his beloved city.

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all’invenzione degli occhiali in cui citava un manoscritto intitolato Il trattato di Sandro di Pipozzo, datato 1299, nel quale si parlava degli “okiali truovati novellamente per commoditate delle poveri veki”. Era un falso, come fu ampiamente dimostrato nel 1909. Ma sgombrato il campo da tutti gli apocrifi, gli studiosi misero finalmente le mani su documenti autentici. Nell’Archivio di Stato di Venezia si conserva un codice in pergamena che raccoglie i “capitolari”, ossia gli statuti delle locali corporazioni di arti e mestieri. Compare fra essi quello dei Cristalleri o cristallai, coloro che lavoravano il cristallo di rocca. La prima annotazione risale al 12 novembre 1284; in data 2 aprile 1300 viene registrato il divieto di comprare o vendere vetri bianchi che possano contraffare il cristallo, per fabbricare roidi da ogli e lapides ad legendum: ossia, lenti rotonde per occhiali e lenti di ingrandimento. È la prima citazione in assoluto che parli della nuova invenzione, distinguendola nello stesso tempo nettamente dalla lente da tenersi in mano. Più oltre, alla data 15 giugno 1301, troviamo la concessione, valida per chiunque appartenga all’Arte dei Cristalleri, di potersi dedicare alla fabbricazione di vitreos ab oculis ad legendum: vetri da occhi per leggere. E ancora, nel marzo 1317, si dà il permesso de facendo oglarios de vitro, di fabbricare occhiali di vetro, a uno che cristallaio non era e neppure vetraio, ma figlio di un chirurgo. Si chiamava Francesco di Nicolò, e ne riportiamo il nome perché è il primo di un occhialaio che sia giunto fino a noi.

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Actually, he was not the only impostor in this story. Shortly before the publication of Del Migliore’s book, an even more illustrious Florentine, the scientist and poet, Francesco Redi, had published in 1678 a letter On the invention of the glasses in which he mentioned a manuscript entitled The Treaty of Sandro di Pipozzo, written in 1299. According to Redi, the Treaty speaks “of the glasses newly invented which are beneficial to the elderly.” It was a fake, as amply proven in 1909. However, once the plethora of apocryphal testimonies had been set aside, scholars came across authentic documents. In the State Archives of Venice there is a codex which collects the statutes, or “capitolari”, of local arts and crafts corporations. One of them is the statute of the corporation of Cristalleri, or craftsmen specialising in rock crystal working. The first entry dates November 12, 1284. A later entry, dated April 2, 1300, expressly prohibits the trade of white glass, which could be used to counterfeit crystals, for the manufacturing of roidi da ogli and lapides ad legendum, that is, round lenses for spectacles and lenses to enlarge. This is the first ever mention of the new invention, as distinguished from the hand-held lens. On June 15, 1301, another entry authorises all those craftsmen belonging to the Corporation of the Cristalleri to manufacture vitreos ab oculis ad legendum: glasses for the eyes for reading. And again, in March 1317, authorisation to manufacture oglarios de vitro, or eye glasses, was extended to a person who was neither a crystal-maker nor a glass

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Al 1301 risalgono invece altri documenti veneziani che comminano multe ai falsificatori; il che dimostra due cose, come hanno fatto osservare coloro che hanno studiato il problema: che Venezia era all’epoca il vero e probabilmente ancora l’unico centro di produzione degli occhiali, e che la fama del nuovo manufatto si era già diffusa al punto da suscitare imitazioni e falsificazioni. Nel Duecento la Serenissima era uno dei centri commerciali e industriali più importanti d’Europa. Non aveva ancora iniziato quell’espansione territoriale che l’avrebbe resa padrona di tutto il Veneto e di gran parte della Lombardia, ma si era già resa signora, agli inizi di quel secolo di “una quarta parte e mezza dell’Impero Romano”, come recitava orgogliosamente il titolo del suo doge. Perché nel 1204 i veneziani avevano convinto un esercito di crociati più portati all’avventura che alla fede a rivolgere le loro armi contro la più vicina e ricca Costantinopoli invece che contro la più remota Gerusalemme, ben difesa dal Saladino; e conquistata la città più grande del mondo di allora si erano spartite con i loro complici di saccheggio le spoglie dell’impero bizantino, trattenendo per sé, da astuti mercanti, quasi tutte le isole dello Ionio e dell’Egeo, da Corfù a Negroponte, da Cefalonia a Creta, che divennero scali per il loro commercio con il Levante islamico e colonie di sfruttamento agricolo e minerario. E da Bisanzio, nei secoli precedenti, Venezia aveva anche imparato a lavorare il vetro, industria su cui le autorità della Repubblica vigilavano con

craftsman, but the son of a surgeon. His name was Francesco di Nicolò. We mention his name here because he was the first person who we know for certain manufactured glasses. Other Venetian sources are from 1301 and they mostly mention fines inflicted to counterfeiters. This, of course, proves two facts as scholars have indicated. Firstly, that Venice, at that time, was the centre, and probably the only place in the world, where glasses were manufactured, and, secondly, that the fame of the new product had spread so rapidly and to such and extent that a flourishing counterfeit business was emerging. In the 13th century, the Republic of Venice, or “la Serenissima”, was one of Europe’s main commercial and industrial centres. Though her territorial expansion had not fully initiated (an expansion policy which would have led it ultimately to conquer the Veneto and large parts of Lombardy) Venice already held sway over “a fourth and a half part of the Roman Empire,” as proudly claimed in the title of the Doge. In 1204, in fact, the Venetians convinced an army of Crusaders – who clearly had more of a penchant for adventuresome deeds rather than for religious faith – that it would have been more convenient to raise arms against Constantinople, which was nearer and richer, rather than against Jerusalem, which not only was further away but also better defended, and that too by none other than Saladin. As a result of the conquest of Constantinople, at that time the world’s largest city, and the partition of its spoilswith their fellow plunderers, Venetians

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occhio paterno e geloso, impartendo spesso condanne a morte a coloro che osavano rivelarne i segreti. Nel 1289 il Consiglio dei Dieci, col pretesto di evitare eventuali incendi che avrebbero potuto coinvolgere l’intera città, aveva decretato il trasferimento di tutte le fabbriche di vetro sull’isola di Murano, dove era più facile tenerle sotto sorveglianza. E fu certamente in uno di quei fumosi e roventi laboratori che qualche artigiano più attento o più fortunato degli altri si accorse un giorno che guardando attraverso un vetro convesso ci vedeva meglio. Non poteva mancare, nella storia di un’invenzione, chi ne attribuì la paternità alla Cina, tradizionalmente considerata la remota e misconosciuta patria di tutte le invenzioni, dalla carta alla seta, dalla pasta alla polvere da sparo. Sfruttando la coincidenza temporale, qualcuno ha sostenuto che Marco Polo, partito da Venezia nel 1271 e tornato nel 1295, avesse scoperto l’uso degli occhiali nella lontana Cambaluc, capitale del Gran Khan; ne avesse portato con sé un esemplare in patria, che fu semplicemente copiato dagli abilissimi vetrai muranesi. Peccato che Il Milione del nostro viaggiatore non parli assolutamente di occhiali; e soprattutto che anche secondo le cronache cinesi questo strumento sia stato introdotto nel loro paese solo nel Seicento, dai missionari gesuiti. I Capitolari veneziani ci parlano anche delle tecniche di fabbricazione, mediante la molatura. Probabilmente le prime lenti vennero fabbricate sfregando a mano il vetro contro coppe sferiche cosparse di

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gained control of most of the islands in the Ionian and the Aegean, from Corfu to Negroponte, from Cephalonia to Crete. This was proof of a sharp commercial acumen because it was from these ports that the Republic consolidated its commercial links with the Islamic world, and with its colonies, from which most of Venice’s agricultural and mineral resources came from. It was from Constantinople that Venice had learned the art of making glass. The industry that emerged was jealously protected by the Republic’s authorities, which did not hesitate to put to death those who dared to reveal the secrets of the craft. In 1289, the Council of the Ten transferred all glass-making factories on the island of Murano, saying that glass manufacturing was a fire hazard, and consequently a danger for the whole city if a fire did break out. It is without doubt that, one fine morning, in one of those smoky and incandescent laboratories a lucky glass-maker noticed that one could actually see much better by looking through a convex glass. As all good stories about inventions go, China could not be left out. Indeed, in this distant land practically all inventions appear to have somehow originated, from paper to silk, from spaghetti to gun powder. And someone took full advantage of the coincidence of dates to claim that Marco Polo, who left Venice on 1271 and returned in 1295, discovered spectacles in far-away Cambaluc, the Grand Khan’s capital city, and brought back home a pair. It was, then, child’s play for the talented Murano

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sabbia o polvere di smeriglio, la cosiddetta polvere di Nasso, già nota ai romani, che proveniva appunto dall’isola egea di Nasso, allora possedimento veneziano. Quando la superficie del vetro aveva assunto la curvatura della coppa, si passava alla molatura più fina, sfregando le lenti col tripolo o terra tripolina, una terra friabile giallognola simile all’argilla, composta in realtà da un agglomerato di minuscoli animaletti acquatici, le diatomee, di circa 1/100 di millimetro di spessore. Per la politura finale ci si serviva della cenere di stagno, ovvero l’ossido di questo metallo. Quanto alla montatura, consisteva all’inizio di due semplici cerchietti di metallo o di cuoio battuto, uniti in coppia con un perno. Non esistevano le stanghette, che vennero inventate molto più tardi, e bisognava tenerli davanti agli occhi con la mano. Qualcuno pensò poi di perfezionare lo scomodo aggeggio con una molla che teneva stretta la montatura sul naso. La più antica immagine di un paio d’occhiali giunta fino a noi è datata 1352, e si trova nel Capitolo della chiesa di San Nicolò di Treviso. È il ritratto di Hugo de Saint Cher, cardinale, chiamato dagli italiani fra’ Ugone di Provenza, dipinto da Tommaso da Modena. Ammantato nei suoi paramenti, con il cappello cardinalizio in testa, sta scrivendo seduto a una scrivania dotata di un leggio sul quale è posato un libro aperto, che il prelato sta evidentemente consultando. Sul naso ha inforcato un paio di occhiali a perno che sembrano rimanere saldi al loro posto. Fu nella seconda metà di quel secolo che

craftsmen to imitate them. Unfortunately, Marco Polo does not in anyway mention this event in his book Il Milione: spectacles, in fact, were introduced in China in the 17th century by the Jesuits. The Capitolari also mention some of the manufacturing techniques utilised, namely those involving grinding. Most likely, the first lenses were manufactured by manually rubbing the glass against spherical cups sprinkled with sand or with emery powder, otherwise known as Naxos’ Powder (a substance which was already known by the Romans and which came from the Greek island of Naxos, at that time a Venetian possession). When the surface of the glass had taken the shape of the cup, the fine polishing process began. This involved rubbing the lenses with tripolo or terra tripolina, a yellowish friable soil similar to clay, which had a strong concentration of minuscule water organisms, diatoms, measuring 1/100 of a millimetre. The final polishing was carried out by tin powder, that is tin oxide. As for the frame, it initially consisted in two simple round rings of metal or processed leather which were linked to each other by a hinge. As the temples had yet to be invented, they were hand-held before the eyes. Later on someone suggested to improve the uncomfortable frame by inventing a clip to be held on the nose. The oldest ever image of a pair of glasses dates back to 1352 and can be admired in the Chapter of St. Nicolò’s Church in Treviso. It is the portrait of Cardinal Hugo de Saint Cher,

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si diffuse l’usanza anacronistica di munire di occhiali i ritratti dei santi, e soprattutto dei Padri della Chiesa. Poiché servivano soprattutto a leggere, erano immediatamente divenuti un emblema di cultura, di dottrina, di sapienza: e chi più saggio di un santo? Tanto poco ci si preoccupava della verosimiglianza storica, che nella stessa Venezia, patria quasi certa dell’invenzione, come abbiamo visto, si diffuse la tradizione, evidenziata anche dalle insegne degli occhialai, di attribuirne la paternità al remotissimo san Gerolamo. Nonostante la loro crescente diffusione, gli occhiali non erano comunque ancora alla portata di tutti; il fatto stesso che li ritroviamo nei dipinti, nelle statue, nelle vetrate delle chiese, sul naso o fra le mani di dotti personaggi, fa di essi un simbolo elitario, come elitaria era allora la cultura. Ma più significativo è il fatto che si ritrovano elencati come un lascito prezioso nei testamenti. E nella vita di sant’Antonio, morto nel 1459, viene citato come esempio della sua straordinaria generosità (una munificenza da santo) il fatto che prestava i suoi occhiali. Naturalmente, al valore intrinseco dell’oggetto i committenti più ricchi vollero aggiungere quello delle montature preziose; gli occhiali divennero ben presto pezzi d’oreficeria. Li troviamo descritti negli inventari di prìncipi e signori feudali. Il re di Francia Carlo V, per esempio, possedeva nel 1379 due béricles, uno di legno e uno di corno nero; ma nel 1400 il più sfarzoso duca di Borgogna ne aveva uno solo, d’oro. Questi nobili occhialuti ci porgono

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who Italians called Friar Ugone di Provenza, by Tommaso da Modena. In full priestly attire, including the Cardinal’s hat, the painting depicts Ugone writing on a desk with a lectern on which rests an open book. It is clear that the priest is consulting the book as he writes. He is wearing a pair of glasses with a hinge and they appear to remain firmly in place over the nose. It was in the second half of the 14th century that many artists fell in the habit of anachronistically endowing Saints, as well as the Fathers of the Church, with glasses. After all, glasses served mostly for reading, therefore in no time they had become the emblem of culture, erudition, knowledge – and who was wiser than a Saint? Historical accuracy, in fact, was so secondary that in Venice itself, where almost certainly they were invented, there arose the tradition of assigning the paternity of the invention of glasses to Girolamo, a saint who had lived centuries and centuries before. Glass-makers have dubiously used this saint in their trademarks. However, despite their widening diffusion, glasses were still luxury goods. The fact that we find them in paintings, in statues, in church glass windows, over the noses and in the hands of erudites, made glasses into a symbol of the elite, as was culture at that time. But even more significantly, they were often listed as an invaluable bequest in testaments. One of the deeds that is often cited as an example of the extraordinary and saintly generosity of Saint Anthony, who died in 1459, was the fact that he was known to have lent his glasses.

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l’occasione per spiegare il curioso nome antico degli occhiali in francese: béricle o bésicle. La parola deriva da béryl, berillo, una varietà di smeraldi incolore. Essendo più facile da pulire del vetro e non presentando l’inconveniente della doppia rifrazione come il cristallo di rocca, era preferito come materia prima dai committenti che non avevano problemi di danaro. Infine, dopo essere entrati nell’arte e nei lasciti, gli occhiali si conquistarono il loro posto anche nella letteratura; tanto più che i letterati erano probabilmente coloro che più ne facevano uso, come il Petrarca, che dovette farvi ricorso nel 1364, all’età di sessant’anni, perché non ci vedeva più perfettamente. Fu Carlo d’Orléans, figlio di Luigi d’Orléans (fratello del re di Francia) e di Valentina Visconti, ultimo rappresentante della poesia cavalleresca, a dedicare agli occhiali una malinconica ballata:

Naturally, apart from the already high intrinsic value of the object itself, the very rich wanted them to be even more precious by opting for bejewelled frames. Thus in no time, glasses became jewellery products. Glasses are mentioned and described in the inventories of kings and princes. Charles V of France, for example, possessed in 1379 two béricles, one in wood and one in black horn, whereas the sumptuous Duke of Burgundy had just one pair of glasses, in pure gold. These noblemen give us the opportunity to explain the origin of the old French name for glasses: béricle or bésicle. The word derives from beryl, a colourless emerald which was easier to clean and did not present the inconvenience of double refraction which characterises rock crystal. Thus the beryl was preferred by those clients who did not have pecuniary problems. And, finally, after having found their way into art and testaments, glasses also found their place in literature, considering also that literati were the people who used them most. At the age of sixty, in 1364, Petrarch had to get himself a pair when his eyesight worsened. Charles d’Orléans, son of Louis d’Orléans (brother of the King of France) and of Valentina Visconti, the last great poet of Chivalrous literature, dedicated to the glasses a melancholic ballad:

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Par les fenestres des mes yeux, Ou temps passé, quand regardoye, Advis m’étoit, ainsi m’aid Dieux, Que de trop plus belles veoye Qu’à present ne fais; mais j’estoye Ravy en plaisir et lyesse Es mains de Madame Jeunesse.

Par les fenestres des mes yeux, Ou temps passé, quand regardoye, Advis m’étoit, ainsi m’aid Dieux, Que de trop plus belles veoye Qu’à present ne fais; mais j’estoye Ravy en plaisir et lyesse Es mains de Madame Jeunesse.

Or, maintenant que deviens vieulx, Quand je lis un livre de joye, Les lunettes prens pour le mieulx, Par quoy la lettre me grossoye, Et n’y voy ce que je soloye: Pas n’avoye ceste faiblesse, Es mains de Madame Jeunesse.

Or, maintenant que deviens vieulx, Quand je lis un livre de joye, Les lunettes prens pour le mieulx, Par quoy la lettre me grossoye, Et n’y voy ce que je soloye: Pas n’avoye ceste faiblesse, Es mains de Madame Jeunesse.

Jeunes gens, vous deviendrez tieulx, Se vivez, et suivrez ma voye.

Jeunes gens, vous deviendrez tieulx, Se vivez, et suivrez ma voye.

Attraverso le finestre dei miei occhi, quando un tempo guardavo, vedevo, Dio m’è testimone, cose molto più belle di quanto non veda ora; ma ero rapito in gioia e piacere nelle mani di Madama Gioventù

Through the windows of my eyes, When in bygone days I could see, I used to behold, and God bear me witness, Things beautiful, more than I am able today; But I was ravished in the joys and pleasures Bestowed by the hands of Madame Youth

Ora che divento vecchio, quando leggo un libro ameno, prendo gli occhiali per vedere meglio, perché mi ingrandiscano le lettere, e non vi vedo più ciò che solevo vedervi; non avevo questa debolezza nelle mani di Madama Gioventù. Giovanotti, voi diventerete come me se vivrete seguendo le mie orme.

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Now as I grow old, When I read a book on the joys of life, I use glasses to see better, To enlarge the letters, Yet see I not what I used to behold; I did not have this weakness In the hands of Madame Youth Young ones, you will become like me If you follow in my footsteps.

3. D C

Da tu rimas letter semb per u dalla destin “Stru hanno descr medic parla appun incon contin miopi incur Ma co trovia dicot pratic tratta dimos di cor miopi proba quei t sperim di len modo miopi Li tro inequ docum l’Arch una le Baise Medic consi dinas Ardui occhi gentil notar ha co paia i servo dilong


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3. Dal Trecento al Cinquecento

3. From the 14th to the 16th century

Da tutte le testimonianze rimasteci: documenti, opere letterarie, opere artistiche, sembra certo che gli occhiali, per un buon secolo e mezzo dalla loro invenzione, fossero destinati unicamente ai presbiti. “Strumenti utili ai vegliardi che hanno la vista indebolita”, li descrivono i testi; e i libri dei medici che cominciano a parlarne, se li dichiarano adatti appunto ad ovviare gli inconvenienti della presbiopia, continuano a considerare la miopia come un difetto incurabile. Ma come in molti altri campi, troviamo anche qui una netta dicotomia fra la teoria e la pratica: perché mentre i trattatisti scrivevano le loro dimostrazioni dell’impossibilità di correggere i difetti degli occhi miopi, gli occhialai, che molto probabilmente non leggevano quei trattati e si dedicavano alla sperimentazione con diversi tipi di lenti, avevano già escogitato il modo di fabbricare occhiali da miopi. Li troviamo citati inequivocabilmente in un documento conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze. È una lettera scritta da Arduino da Baise al suo amico Piero de’ Medici, figlio del grande Cosimo considerato il fondatore della dinastia, datata 25 agosto 1451. Arduino ringrazia Piero per gli occhiali che questi gli ha gentilmente mandato, ma fa notare che il suo generoso amico ha commesso un errore: tutte le paia inviategli, salvo uno, servono per vedere da la dilonga, cioè da lontano, mentre

All extant evidence – coming in the form of documents and literary and artistic works – indicate with certainty that for the greater part of a century and a half since their invention, glasses were exclusively manufactured for the farsighted. “Useful instruments for the elderly with weakening eyesight,” is how they are most commonly described in books. Whereas, on the other hand, medical texts – which were at that time beginning to take glasses in consideration – though confirming their usefulness against far-sightedness, did not believe that near-sightedness could in anyway be cured. But as is often the case in other areas of human endeavour, here too we find a clear-cut dichotomy between theory and practice. While many scientists, in fact, insisted in their scholarly treaties on the impossibility of correcting near-sightedness, glass makers – probably because they had not read those treaties – were boldly experimenting with various types of lenses and had come up with a way to manufacture glasses for nearsightedness as well. Unequivocal proof of this can be found in a document kept at the Florence State Archive. It is a letter written by Arduino da Baise to his friend Piero de’ Medici, the son of Cosimo the Great, by many considered as the founder of the dynasty. The letter is dated August 25, 1451. In it, Arduino is grateful for the glasses Piero had sent him, however he must mention that his generous friend had made a

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lui ha bisogno di vedere da presso. Il povero Arduino era infatti presbite, per vecchiaia (sarebbe morto di lì a tre anni, nel 1454); mentre i componenti della famiglia Medici soffrivano quasi tutti di miopia ereditaria, e quando si parlava di occhiali pensavano immediatamente alle lenti di cui facevano uso loro e così, per sbaglio, le distribuivano anche agli altri. Di Giovanni de’ Medici (1475-1521), secondogenito di Lorenzo il Magnifico, che fu eletto papa nel 1513 e si illustrò come uno dei più grandi e intelligenti mecenati della storia, sappiamo che era miope, e usava una grossa lente rettangolare concava. Secondo un testimone che visse alla sua corte, Luc Gauric, il pontefice, amante della caccia; se ne serviva per guardare la selvaggina: “vedeva in alto sparvieri, falchi e aquile con la sua lente, ma per leggere doveva accostare il foglio agli occhi”. E il celeberrimo dipinto in cui Raffaello lo ritrasse con i suoi due nipoti nel 1518, ce lo mostra mentre tiene in mano la lente accanto a un libro aperto. Un libro, appunto: non è forse casuale che gli occhiali per i miopi vengano sviluppati proprio nello stesso arco di tempo in cui l’invenzione della stampa diffonde la lettura molto più di prima. Qualcuno ha addirittura ipotizzato che la nascita del libro stampato abbia contribuito all’aumento della miopia. Secondo questa teoria, molti di coloro che grazie a Gutenberg e ai suoi seguaci si sarebbero sforzati gli occhi sulle pagine coperte di fitti e minuscoli caratteri sarebbero divenuti miopi, stimolando i fabbricanti di occhiali a creare strumenti adatti a correggere questo

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mistake. All the glasses he had sent him, with the exception of one pair, were useful to see from a-far, whereas he needed glasses to see from near. Arduino was far-sighted and would have died of old age shortly after, in 1454. Most of the Medicis, in fact, suffered from hereditary nearsightedness, therefore whenever glasses were mentioned they automatically took into consideration those they utilised. We know that Giovanni de’ Medici (1475-1521) – the second son of Lorenzo il Magnifico who became Pope in 1513 and turned out to be one of mankind’s most intelligent and generous patrons of arts – was near-sighted and utilised a large rectangular concave lens. Luc Gauric, one of his courtiers, tells us that the Pontiff, who loved hunting, used the lens to watch the game. “He watched, up above, the sparrow hawks, the falcons and the eagles with his lens; and when he read he brought the document close to his eyes.” Raffaello’s famous painting depicts him with his two nephews in 1518 holding his lens over an open book. Indeed, a book. It is no coincidence, in fact, that glasses for the near-sighted were developed at the same time the invention of the printing press had widened the access to books as never before. Some have even gone as far as to sustain that the invention of the printed book contributed to the increase of near-sightedness. This theory sustains that many damaged their sight because they exerted their eyes in reading the minuscule characters contained in the books which were printed following Gutenberg’s invention, thus encouraging glass-makers to

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difetto. Ma ci sembra più probabile un naturale adattamento dagli occhiali per presbiti, sostituendo lenti concave a quelle convesse. Pur disinteressandosi degli occhiali, i dotti del Rinascimento consideravano la vista come il più importante dei cinque sensi. E cominciarono a capire meglio i suoi misteri grazie ai pittori che scoprirono e teorizzarono la prospettiva. Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Paolo Uccello furono tra i primi a occuparsene e a parlare dei raggi prospettici che vanno dall’infinito all’occhio umano. Si giunse così, nel Cinquecento, per opera di Leonardo da Vinci, artista e scienziato insieme, e di due studiosi puri, Gerolamo Cardano e Giambattista Della Porta, alla creazione di una sorta di modello gigantesco dell’occhio: la camera oscura. All’interno di essa, lo sperimentatore poteva osservare il comportamento dei raggi luminosi che penetravano nel locale buio da un forellino praticato in una parete, lo spiraculo. Fu questo il vero inizio della ricerca scientifica sul funzionamento della visione. Nei suoi scritti, Leonardo descrive minuziosamente e quasi con incantata meraviglia come si proiettano i raggi, e paragona ciò che avviene nella camera oscura al meccanismo grazie al quale l’occhio vede. Ma dobbiamo lo studio più completo ed esauriente al napoletano Giambattista Della Porta, nato nel 1535 e morto nel 1615, figura singolare e caratteristica del Rinascimento italiano per versatilità d’ingegno, capacità di osservazione diligente e geniale e non comune fecondità di scrittore. Filosofo, taumaturgo,

create adequate visual instruments. However, it is more likely that there was a natural adaptation of the existing glasses for the far-sighted, with the replacement of concave lenses with convex ones. Though they did not show any interest for glasses, the scholars of the Renaissance considered sight as the most important of the five senses. They began to understand its mysteries thanks to the works and theories of painters who at that time discovered prospective. Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Paolo Uccello were among the first to speak of “prospective rays” which from the infinite move to the human eye. In the 16th century, Leonardo Da Vinci, artist and scientist, together with two scholars Gerolamo Cardano and Giambattista Della Porta, constructed the first ever giant model of an eye: the camera obscura. Inside, one could observe light as it penetrated in the darkness of the room through a small opening in the wall, the spiraculo. This experiment marked the true beginning of scientific research on vision and how it functioned. In his writings, Leonardo minutely described, almost with bewildered amazement, how the luminous rays were projected, and compares what happens in the camera obscura to the mechanism that allows the eye to see. However, the most exhaustive study we have on the subject was written by the Neapolitan erudite Giambattista Della Porta (1535-1615), a unique figure in Italian Renaissance for the versatility of his genius, for the diligence of

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commediografo, amico di Galileo, si occupò di diverse discipline; ma l’ottica fu tra i suoi interesse principali. Nel suo straordinario trattato in venti libri dedicato a quella che egli amava definire Magia Naturale, ossia alle sbalorditive bellezze della scienza, egli descrive come si costruisce una camera oscura, e conclude svelando ai lettori una sua scoperta: Ma ora aprirò quello che ho sempre taciuto e stimava di dover tacere sempre: se voi ponete al buco una lente di cristallo, subito vedrete le cose assai più chiaramente, le facce di coloro che vanno per le strade, i colori delle vesti, e tutte le altre cose come se le vedeste da presso. So, non senza grandissimo piacere, che coloro che lo vedono non possono tanto meravigliarsi che basti. Dal tono di queste frasi, dall’aura di incantesimo con cui Della Porta circonda le virtù della sua camera oscura, capiamo meglio perché abbia intitolato Magia Naturale il suo libro: siamo infatti in quel periodo di transizione in cui la ricerca scientifica non ha ancora deposto quell’atmosfera magica che era propria del medioevo alchemico, e che induceva la Chiesa a sospettare di nefande pratiche negromantiche tutti coloro che cercavano di capire come funzionava veramente il mondo al di là dei dogmi della religione rivelata. Qualche anno più tardi, lo studioso napoletano dedicò ai problemi dell’ottica un altro volume, il De Refractione. A differenza della Magia Naturale, che aveva lo scopo di mostrare gli stupefacenti effetti

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his observations, and for the talent and profundity shown in his writings. Philosopher, thaumaturgist, playwright and friend of Galileo, Della Porta dealt with many subjects, but optics remained one of his main interests. In his extraordinary treaty in twenty books dedicated to what he used to define the Magia Naturale, that is the astonishing beauties of science, he describes how to build a camera obscura and reveals to his readers a discovery he had made: But now I would like to reveal unto you what I had never disclosed before, a fact over which I felt I should have held my silence forever: if you place in the darkness a crystal lens, you will immediately see many an object more clearly, the faces of those who pass in the street, the colours of clothing, as well as the other things you would see had you been nearby. I know, with a great amount of joy, that those who see it are struck with wonderment. From the tone of these words, from the aura of wonder with which Della Porta enshrouds the virtues of the camera obscura, we can understand why he entitled his book Magia Naturale. In fact, this was a time of transition when scientific research had not yet succeeded in superseding the magical atmosphere that characterised medieval alchemy – that very atmosphere which led the church to suspect of black sorcery all those who endeavoured to understand how the world truly functioned without having to rely on the official explanation given by religious tradition and

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di alcuni congegni, per divertire il lettore con una specie di manuale di prestidigitazione, questo secondo libro è molto più serio. Il funzionamento dell’occhio non è ancora perfettamente chiaro; Della Porta pensa che l’immagine si formi nel cristallino. Ma la sua spiegazione dei difetti della vista è già più razionale di tutte quelle avanzate fino allora. Egli parla degli occhiali dicendo che “sono molto necessari alla vista debole”, e lamenta che “nessuno finora ne ha scritto né gli effetti, né le ragioni”. E cerca quindi di colmare la lacuna: Per colpa del rilassamento della pupilla, i raggi vagano più liberamente, e portano al cristallino l’oggetto disfatto e meno definito. Invece per mezzo delle lenti convergenti i raggi del simulacro si riuniscono e la piramide dei raggi si ricompone più esattamente... cosicché le lenti convergenti compensano il difetto dell’occhio. Si può dire che con il trattato del Della Porta gli occhiali ottengono una sorta di definitivo riconoscimento scientifico. Ed è curioso che proprio in questo periodo, che è quello delle guerre di religione tra cattolici e protestanti, la satira si impadronisca degli occhiali per farne un simbolo negativo. Quello che per gli artisti del Trecento e del Quattrocento era un attributo dei dotti e dei letterati, un onorifico emblema di cultura superiore, diventa nell’iconografia dei polemisti cinquecenteschi, specie luterani, un marchio d’infamia, una evidente dimostrazione di cecità intellettuale. Le stampe che i propagandisti della Riforma

dogma. Some years later, Della Porta dedicated to optics another work De Refractione, a far weightier book than Magia Naturale which had been written mainly to narrate the astounding effects of a number of paraphernalia almost as if it were a trickster’s manual. How the eye actually functions is still unclear; Della Porta believes that images are formed in the crystalline. Nonetheless his explanation on visual impairment is more rational than those that had been put forward until then. Glasses, he writes, “are very necessary for weak eye-sight,” but “no person until today has written on the effects nor on the reasons” of weakening eyesight. As a consequence of the relaxation of the pupil, the rays wander more freely and bring to the crystalline the objects in a tarnished and less defined manner. With the help of converging lenses the rays of the simulacra are reunited and the pyramid of rays are recomposed with more precision ... in such a manner converging lenses compensate the defect of the eye. What can be said is that Della Porta’s treaty gives a sort of definite scientific imprimatur to glasses. Curiously enough, in this period of religious animosity between Catholics and Protestants, satire upheld glasses as a negative symbol. If artists in the 14th and 15th centuries had considered glasses as an attribute of scholars and literati, an honorific emblem of superior culture, in the 16th century they became in the iconography of polemicists, especially those

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diffondevano in tutta Europa rappresentavano papi e cardinali con teste d’asino o di maiale, sul cui muso erano inforcati gli occhiali. Nella Magia Naturale, Della Porta descriveva anche minuziosamente la tecnica della fabbricazione degli occhiali in uso a Venezia a quell’epoca: “In Germania si fanno delle palle di vetro che hanno più o meno un piede di diametro. Con l’aiuto della pietra, si tracciano su di esse numerosi cerchietti che poi vengono staccati. Questi frammenti sono poi portati a Venezia, laddove, con della colofonia fusa, si fissa il cerchio di vetro su un manico di legno. Se si vuol fare un paio di occhiali convessi, bisogna avere un disco di ferro concavo, la cui concavità è più o meno accentuata a seconda che la lente debba essere più o meno convessa. Se al contrario si tratta di fare occhiali concavi, si prende un disco che abbia la forma dei proiettili delle grandi bombarde di bronzo, e la cui superficie sia di due o tre piedi. Si sparge sul disco sabbia bianca di Vicenza, quella che si chiama saldam, e dell’acqua, e si sfrega vigorosamente finché la superficie della placca di vetro non ha assunto la forma del disco concavo o convesso, e non vi aderisce perfettamente. Riscaldando, si separa il vetro dal manico; con della resina si incolla l’altra faccia allo stesso manico; poi si opera su questa seconda superficie come sulla prima, in modo da ottenere su entrambi i lati una superficie convessa o concava; infine si polisce. È così che a Venezia si fabbricano le grandi lenti e quelle più piccole da occhiali”. Ma Venezia ormai, pur

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belonging to the Lutheran faith, a mark of infamy, a symbol of intellectual blindness. Contemporary prints that the propaganda machine of the Reformation distributed across Europe depicted Popes and Cardinals with donkey heads wearing glasses on their snouts. In the Magia Naturale, Della Porta described in great detail the technique used by glassmakers in Venice to manufacture spectacles: In Germany they make spheres of glass having a diameter of more or less one foot. With the help of a stone, they carve into it numerous small circles which are successively detached. These fragments are brought to Venice where the glass circles are fixed to a wooden handle by melted rosin. If a pair of convex spectacles are desired, it is necessary to have a concave iron discus whose concavity is more or less marked depending on how concave the spectacles need to be. On the other hand if a pair of concave glasses is required, it is necessary to possess a metal discus having the shape of the projectiles of the large bronze cannon, and whose surface is of approximately two or three feet. On these, white Vicentine sand, the type commonly known as saldam, is sprinkled together with water. The glass circles are then vigorously rubbed on the sand until the surface of the glass plaque has taken the form of the concave or convex metal discus, perfectly fitting on them. Heating it up, the glass is removed from the wooden handle; the other face is then attached to the same handle with some resin; the same process is

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rimanendo uno dei massimi centri europei della lavorazione vetraria, non aveva più il monopolio della fabbricazione degli occhiali. Olanda e Francia le facevano ormai una serissima concorrenza. Garzoni da Bagnacavallo, che nel 1585 pubblicò un curioso trattato sui mestieri intitolato La piazza universale di tutte le professioni del mondo, osservava che gli occhiali francesi erano perfetti quanto quelli veneziani.

repeated on the second surface (back and front), so as to obtain on both sides a concave or convex surface. Finally polishing begins. This is how in Venice large lenses as well as smaller ones for glasses are made.” Though Venice was still one of Europe’s most important glassmaking centres, it no longer held the monopoly as far as the manufacturing of spectacles was concerned. Netherlands and France had by now become tough competitors. Garzoni da Bagnocavallo, who in 1585 published a curious treaty on crafts entitled The Universal Piazza of all the Professions of the World noted that French glasses were as perfect as those made in Venice.

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Occhiale ad arco in fanone di balena; manifattura inizi secolo XVIII. La montatura è costituita da un’unica lamina in fanone che forma i due cerchi e il ponte di raccordo: le lenti sono in vetro fuso. Il fanone, lamina cornea di cui sono dotate le balene in corrispondenza del palato per filtrare il plancton di cui si nutrono, fu un materiale molto usato dagli ottici del tempo per la sua flessibilità oltre che per la facile reperibilità dovuta al fiorente commercio con i balenieri baschi che operavano nei mari del nord.

Bow-glasses in whalebone; early 18th century. The frame is made of a single whalebone piece which forms the two rims and the connecting bridge: the lenses are in molten glass. The whalebone – horny lamina found in the palate of whales which serves as a filter for the plankton they eat – was much used by opticians because of its flexibility and ready availability as a consequence of the flourishing trade with the Basque whalers who operated in the North Sea.


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Occhiale da parrucca; manifattura inizi XVIII secolo. Sul ponte è imperniata un’asta sagomata in modo da accompagnare l’andamento della parte superiore della testa: questa lunga asta era destinata a penetrare sotto la parrucca o sotto il berretto, in modo da tenere gli occhiali fermi davanti agli occhi. Si tratta di uno dei primi tentativi di risolvere il problema della stabilità degli occhiali, per ovviare all’inconveniente di dover usare una mano per reggerli, come accadeva da secoli con quelli ad arco. È evidente che il sistema, oltre ad essere di scarsa praticità, fu destinato a tramontare presto con il mutamento dei costumi e il conseguente abbandono delle parrucche.

Wig-glasses; early 18th century A long stave is hinged on the bridge so as to follow the movement of the upper part of the head: the stave pierced the wig or the hat and kept the spectacles in place in front of the eyes. It was one of the first attempts to solve the problem of the stability of the eyepiece which previously had to be inconveniently handheld, as was the case with bow-spectacles. Apart from being rather impractical, this system did not survive the changes in habits which also meant the forsaking of wigs.


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In alto a sinistra: occhiale ad arco in rame trafilato con astuccio; manifattura secolo XVIII. In basso: occhiale ad arco con perno in ferro per regolare il ponte sul naso; manifattura italiana secolo XVII (le lenti non sono originali).

Above left: bow glasses in drawn copper with case; manufactured in the 18th century. Below: bow glasses with an iron knob to regulate the bridge over the nose; Italian make, 17th century (the lenses are not original).


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Occhiale ad arco in rame trafilato; Norimberga, metà secolo XVIII. L’astuccio nel quale sono contenuti ha due sedi sagomate nelle quali gli occhiali sono trattenuti da due lamine di ferro girevoli. Le facce esterne dell’astuccio sono intagliate a bassorilievo (tipo cammeo) con due mezzi busti, uno maschile e uno femminile: questo può far pensare che gli occhiali appartenessero a marito e moglie.

Bow-glasses in drawn copper; Nuremberg, mid-18th century. The case in which they are kept have two shaped compartments where the glasses are held in place by two gyrating iron laminae. On the exterior, the case has a bas-relief (cameo-type) depicting two half-figures, male and female: it is not unlikely that the glasses belonged to husband and wife.


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Occhiali tempiali in ferro; manifattura inglese metà secolo XVIII. I primi occhiali a stanghetta vengono perfezionati tra il 1727 e il 1730 da un ottico inglese di nome Edward Scarlett. Si tratta di “occhiali da tempia” cioè occhiali dotati di aste laterali rigide, con un terminale ad anello, che premevano contro la testa (a volte l’anello terminale veniva usato per legare l’occhiale alla nuca con due nastri). L’esemplare in basso presenta un prolungamento dell’asta, mediante una cerniera, in modo da rendere la pressione sulla testa meno fastidiosa.

Iron temple glasses; English make, mid18th century. The first glasses with legs were perfectioned between 1727 and 1730 by the English optician Edward Scarlett. They were dubbed “temple glasses,” that is, having two rigid side legs ending with rings which pressed on the head (often these rings served to tie the glasses on to the back of the neck with two ribbons). In the specimen shown below the leg has an extension, held in place by means of a hinge, so as to mitigate the pressure on the head.


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Occhiale da sole in corno detto “Goldoni”; manifattura veneziana 1750 circa. Questo tipo di occhiale in uso a Venezia, è dotato di ripari laterali in seta per proteggere gli occhi dal riverbero del sole sull’acqua.

Sunglasses in horn known as the “Goldoni”; Venetian make, c. 1750. These glasses, in use in Venice, were fitted with side protections made from silk to protect the eyes against the reverberations of sunlight on water.


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Occhiali in argento; in alto: occhiale con doppio frontale sovrapponibile: il frontale fisso ha lenti per miopia, quello mobile una volta sovrapposto al primo corregge la presbiopia; manifattura Birmingham 1773. A sinistra: occhiale con cerchi in corno, sistema inventato dall’ottico B. Martin di Londra; manifattura secolo XVIII. In basso a destra: occhiale tempiale in argento; manifattura inglese, fine secolo XVIII.

Silver glasses; above: glasses having a double and overlapping front piece: the fixed front piece has lenses for the short-sighted; the mobile one, when overlapped, corrects farsightedness. Manufactured in Birmingham, 1773. Left: horn-rimmed glasses, a system invented by the London optician B. Martin; 18th-century make. Below left: silver temple glasses; English make, late 18th century.


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4. Il Seicento

4. The 17th century

I semi di un nuovo atteggiamento razionale e sperimentale di fronte ai misteri della Natura giungono a maturazione nel Seicento, il secolo che vede la nascita della scienza moderna. Nel 1604 una delle menti più acute dell’epoca, l’astronomo e matematico tedesco Giovanni Keplero, allora poco più che trentenne, pubblica un trattato dal titolo apertamente polemico: De modo visionis et de humorum oculi et usu contra opticos et anatomicos. Egli situa per la prima volta la sede della visione nella retina, e sostiene che il cristallino ha solo la funzione di una lente. Dimostra che nei miopi la vista è confusa perché i raggi luminosi che partono dall’oggetto si uniscono prima di giungere alla retina, che perciò ne riceve un’immagine torbida e offuscata. Ipotizza che i difetti dell’occhio non siano innati, ma derivino dall’abitudine di guardare lontano o vicino: “Coloro che fin dall’infanzia si sono dedicati alla caccia, ai viaggi, alla navigazione, hanno gli occhi assuefatti a vedere lontano; ma poiché nel contempo devono mangiare, nonché parlare con i loro simili, serbano anche l’abitudine di vedere da vicino. Col tempo però questa funziona si indebolisce, cosicché coloro che avevano in gioventù una vista priva di difetti da vecchi non distinguono più che gli oggetti lontani. Infatti è più naturale guardare con gli occhi paralleli, invece di farli convergere su un oggetto vicino. Nella vecchiaia l’occhio si stanca e riprende la sua direzione naturale, evitando

The seeds of a new rational and experimental attitude with regard to the mysteries of nature blossom in the 17th century, the age that witnesses the birth of modern science as we know it today. In 1604, one of the era’s most brilliant minds, Johann Kepler – at that time a young man of thirty – published a treaty having an openly polemical title: De modo visionis et de humorum oculi et usu contre opticos et anatomicos. For the first time ever, the place where vision occurs is located by Kepler in the retina. In addition, he also affirmed that the crystalline acted but as a lens. He proved that in the nearsighted, vision is unclear because the luminous rays that start-off from the object come together before they reach the retina, which, consequently, receives a blurred and unfocused image. He believed that visual impairment is not congenital but is generated, instead, by the habit of looking from far or from near: “Those who from childhood have indulged in hunting, have voyaged or navigated, have eyes that are accustomed to see in the distant; however, considering that they too must, at the same time, eat, speak with others, their eyes conserve the habit of looking from near as well. But, with time, this ability diminishes so that those who in childhood had a perfect vision, in time, no longer can distinguish distant objects. It is, in fact, more natural to see with parallel eyes, rather than converging them on a nearby object. In old age, the eye tires and relapses towards its

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di guardare ciò che gli procura uno sforzo. Questo difetto si verifica solo molto tardi, spesso nell’estrema vecchiaia. Al contrario, coloro che fin da giovani hanno condotto vita sedentaria, occupandosi di lavori minuziosi o curvi sui libri, diventano sempre meno capaci di vedere le cose da lontano”. Vent’anni dopo un altro studioso tedesco, Plemp, riprende le teorie di Keplero nella sua Ophtalmographia, pubblicata ad Amsterdam nel 1623. I miopi – dice – hanno la retina troppo lontana dalla pupilla, mentre negli ipermetropi o presbiti essa è troppo vicina. “Coloro che vedono lontano fanno uso di lenti convesse, che deformano il cono dei raggi emanati dall’oggetto situato presso l’occhio, in modo che questi raggi sembrino provenire da un oggetto posto lontano. Perché le lenti convesse rendono paralleli i raggi divergenti. I miopi, che vedono bene solo da vicino, si servono di lenti concave, modificando il cono luminoso degli oggetti situati lontano, in modo che esso sembri emanato da una cosa vicina; perché i vetri concavi rendono divergenti i raggi paralleli, e questi soli possono imprimere la loro immagine sulla retina del miope, ubicata troppo in profondità. La forza dei vetri da impiegare dipenderà dalla profondità più o meno considerevole in cui si troverà situato lo schermo della retina”. Plemp, che era miope, si consolava pensando che poiché col passar degli anni la maggioranza delle persone diventano presbiti, la sua miopia sarebbe diminuita con l’età; e sottolineava, da studioso preoccupato soprattutto della

natural direction, and avoids seeing what it sees but with effort. This defect occurs only very late in life often at a very advanced age. On the contrary, those who since childhood have led a sedentary life, carrying out detailed work or have been constantly bent on books, will become increasingly incapable of seeing distant objects.” Twenty years later, another German scholar, Plemp, recovered Kepler’s theories in a study entitled Ophtalmographia, published in Amsterdam in 1623. In the nearsighted, he affirmed, the retina is too far away from the pupil whereas in the nearsighted it is too near. “Those who can see from far away make use of convex lenses, which deform the cone of rays coming forth from the object located near the eye in such a way that these rays appear to issue from an object located in the distance. This is because through convex lenses diverging rays become parallel. The nearsighted, who can see only from near, make use of concave lenses, which modify the luminous cone of objects located far away in such a way that it appears to issue forth from a nearby object. This is because concave lenses diverge parallel rays; these only, in fact, can impress their image on the retina of the nearsighted, which is located too deeply. The strength of the glasses to be utilised will depend on the profundity in which the screen of the retina is located.” Plemp, who was nearsighted, found solace by telling himself that as the majority of people became far-sighted, his nearsightedness too would diminish with the passing of time.

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lettura, “che i miopi hanno il privilegio di poter leggere anche da vecchi i caratteri più piccoli senza bisogno di occhiali”. Nello stesso anno in cui in Olanda, centro europeo dell’editoria scientifica, usciva il libro di Plemp, a Siviglia si stampava un’opera straordinaria: il primo manuale sistematico sugli occhiali, intitolato Uso de los anteojos para todo genero de vistas. L’autore, Benito Daça de Valdés, non era uno scienziato, o quanto meno non professava la scienza come mestiere; nel frontespizio del suo libro si dichiara “notaio del Santo Uffizio della Città di Siviglia”, ossia funzionario di quell’Inquisizione spagnola che era all’epoca all’apogeo della sua potenza e che non amava troppo il progresso scientifico. Forse per questo l’autore si guarda bene dal teorizzare, rimandando per quanto riguarda il funzionamento della vista non agli studi dei suoi contemporanei ma a quelli ormai superatissimi degli antichi, come Galeno e Aristotele. Pagato così in breve il suo tributo all’autorità costituita in un primo libro introduttivo intitolato Della natura e proprietà degli occhi, egli passa a spiegare nel secondo i Rimedi della vista per mezzo degli occhiali, mentre il terzo e ultimo è diviso a sua volta in quattro dialoghi tra un fabbricante di occhiali e diverse persone. È questa la parte più interessante per noi, perché ci parla con vivace immediatezza delle pratiche oculistiche di quei tempi. Così, Daça de Valdés ci fa assistere alla scelta di un paio di occhiali per presbiti. “Guardate questo libro con gli occhiali da due gradi e mezzo”.

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As a scholar he was mostly concerned about books and therefore it was particularly heartening for him to note that “the nearsighted have the privilege to be able to read the smaller print without glasses even when they become old.” In the same year Plemp’s work came out in the Netherlands which had emerged as Europe’s most important scientific publication centre - an extraordinary book was published in Seville as well; it was entitled Uso do los anteojos para todo genero de vistas. It was the first ever systematic manual on glasses. As clearly specified on the cover of the book, its author, Benito Daça de Valdés, was not a scientist, or at least not a full-time one, but a “notary of the Holy Office in the city of Seville.” In other words he was an official of the Spanish Inquisition, an institution, then at the height of its power, that was not particularly fond of scientific progress. This is probably the reason why he avoided putting forward new theories, and preferred to explain how sight occurs by relying not on the theories of his contemporaries but on the antiquated explanations provided by Galen and Aristotle. After having paid his tribute to the established authority in Book One, entitled The Nature and Characteristics of the Eyes, Daça de Valdés outlines in Book Two the Remedies for Sight by Means of Spectacles. In Book Three, the last one of the work, there are four dialogues between a manufacturer and various persons. This last part is certainly the most interesting, because it gives us a vivid account of how oculists

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“Vedo molto bene le lettere”. “Avvicinate e allontanate il libro”. “Vedo meglio allontanandolo”. “Provate questi occhiali da tre gradi”. “Ora vedo tenendo il libro più vicino, e assai meglio”. “Vedete forse le lettere più grandi di quello che sono?” “No, le vedo come sono realmente”. “Allora questi sono gli occhiali adatti per voi”. Secondo l’autore, bisognava servirsi di occhiali diversi a seconda dei casi: “Quando dovete intagliare una penna, sarebbe bene usare occhiali più forti, per esempio di cinque gradi, per meglio vedere la punta; ma a condizione di toglierli subito dopo e di servirsi di altri più deboli per scrivere. E così per veder meglio di notte, è bene aggiungere un mezzo grado. E se sui margini del libro che state leggendo vi sono note in caratteri più piccoli, è bene inforcare occhiali di grado superiore”. Daça de Valdés era convinto che le donne avessero bisogno in generale di occhiali più forti, “perché esse fanno cose più sottili, e anche perché hanno la vista più debole degli uomini”. Passava poi a descrivere l’esame della vista di un miope: “Prendete questi occhiali da due gradi e guardate lontano”. “Vedo un po’ meglio che senza”. “Provate questi da quattro”. “Vedo sicuramente meglio che con quelli di prima; però non riesco a distinguere bene le fattezze di quei cavalieri laggiù”. “Provate a leggere questo libro”. “Riesco a leggere, ma tenendolo un po’ discosto”. “Allora potete sopportare più

worked in those days. Daça de Valdés describes the choice of a pair of glasses for the farsighted. “Please peruse this book with these glasses, they are two and a half degrees.” “I can see the letters well.” “Bring the book nearer and further from you.” “I can see them better as I move the book further away.” “Try these – they are three degrees.” “Now I see better closer, much better.” “Do the letters appear to be larger than they are in truth?” “No, I see them as they are.” “Then, these are the glasses you require.” Daça de Valdés was of the opinion that different glasses were required depending on the cases: “When you have to etch, it would be advisable to use stronger glasses – with five degree lenses, for example – in order to see the tip; though it is highly recommended to take them off immediately afterwards and use weaker glasses for writing. In such a manner, it is advisable to add half a degree in order to see better at night. And if there are writings on the margins of the book, it is good practice to wear glasses having stronger lenses.” Daça de Valdés also believed that as a rule women required stronger glasses, “because they do finer things and have a weaker eye-sight than men.” He then describes the test for a nearsighted. “Take these glasses with twodegree lenses and look in the distance.” “I can see slightly better than without.” “Try these ones – four degrees.” “I do see better with these than

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gradi. Provate a guardare lontano con questi da sei”. “Mi sembra che rimpiccioliscano le cose, e vedo più piccoli i volti di quei cavalieri... ma poi questi occhiali mi stancano la vista”. “Allora quelli adatti per voi sono gli occhiali da cinque gradi. Provateli”. “Avete ragione, ora ci vedo benissimo”. Uno degli interlocutori dei dialoghi che compongono la terza parte del libro descrive comicamente gli inconvenienti della miopia: “Quand’ero studente a Salamanca, passando per una strada, mi tolsi galantemente il cappello davanti a una bella dama che stava affacciata a una finestra. Ma mi accorsi che la gente si metteva a ridere. Chiesi allora ai miei valletti chi fosse mai quella signora e perché il mio saluto suscitava tanta ilarità; ed essi mi risposero che non si trattava di una bellezza muliebre, ma di un quarto di bue appeso”. E un altro lamenta di “non poter distinguere la gente che passa per la strada, di non saper leggere i manifesti con i programmi teatrali o i cartelli delle case da affittare”. Naturalmente, per rimediare bastava comprarsi un paio d’occhiali; ma sembra che le mogli spagnole non amassero mostrarsi in pubblico con un marito occhialuto: “Una sera che andai a teatro per vedere una commedia, misi la mano in tasca per mettermi gli occhiali, ma non riuscii a trovarli. La cosa mi turbò al punto da impedirmi di gustare lo spettacolo. Tornato a casa, li cercai dappertutto; e infine, disperato, chiesi a mia moglie se li avesse visti. Ella rispose che li

with the previous ones, though I still cannot distinguish the features of those horsemen over there.” “Try reading this book.” “Yes, I can read but only if I hold it slightly aslant.” “Good, that means you can bear stronger lenses. Try looking in the distance with these six-degree lenses.” “They seem to shrink things, even the faces of those horsemen look smaller ... and these glasses tire my eye-sight.” “Then the glasses that suit you are these, they are five degrees. Try them.” “You are right, now I can see perfectly.” In one of the dialogues making up Book Three of the work, he describes comically the inconveniences of nearsightedness: “I remember one day, when I was a student at Salamanca, I was leisurely promenading on the mall and I gallantly took off my hat to a beautiful lady who was looking out from a window. I realised, at once, that people around me began to laugh in mirth. I asked my servants who the lady was and why my gallantry had provoked such hilarity: they told me that the personage I had homaged was not a gracious damsel but a ham hanging from a window.” Another man complains that he “cannot distinguish one person from the other, nor read what is showing at the theatre, nor read the “To let” signs on houses.” These inconveniences, naturally, could have been avoided by purchasing a pair of glasses. But, apparently, Spanish women did not particularly cherish being seen in public with bespectacled husbands:

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aveva trovati e buttati via, perché non voleva che sembrassi vecchio e corto di vista”. Quanto alla descrizione tecnica degli occhiali, Daça de Valdés non trascura alcun particolare. Anzitutto ci spiega che sono di tre tipi: concavi, convessi e conservativi, ossia piatti; e ne indica la numerazione: “I gradi degli occhiali vanno diminuendo da una sfera di due varas di diametro fino a una piccola quanto il diametro della rotondità dell’occhio”. La sfera più piccola corrispondeva a 30 gradi, la più grande a un grado. La vara, misura spagnola di lunghezza, valeva poco meno di un metro; il che significa che la lente da un grado di Daça de Valdés corrispondeva alla nostra lente da una diottria. Lo scrupoloso sivigliano passa poi alle montature: “Quelle di cuoio sono le più adatte. Se ne fanno anche d’oro e d’argento; ma io ritengo migliori e più leggere quelle in acciaio, o almeno di pelle di bufalo o di montone... Però vi avverto che se non volete fissare gli occhiali alle orecchie con dei legacci, dovete evitare le montature d’acciaio, d’argento e d’oro, perché scivolano giù dal naso. Bisogna portare gli occhiali al centro del setto nasale, altrimenti si coprono di vapore a causa del calore emanato dal volto”. “Se sono tutti come me”, ribatte l’interlocutore, “non possono far profitto di questo consiglio; perché mi suda talmente il naso che se non tenessi gli occhiali legati alle orecchie mi scivolerebbero via ad ogni istante”. “Allora”, riprende l’occhialaio, “dovreste fare come Sua Maestà Filippo II, che fissava gli occhiali

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“One evening I had gone to see a play at the theatre. I put my hands in the pockets to get my glasses but I could not find them. This so upset me that I was unable to enjoy the play. Upon returning at my house, I searched for them everywhere with no success. Finally, at my wit’s end, I asked my wife whether she had seen them. Indeed she had, and had thrown them away because she did not want me to look old and shortsighted.” As to the technical description of glasses, Daça de Valdés leaves out no detail. First of all he explains that there are three types of glasses: concave, convex and flat. This is followed up by their numeration: “The strength of lenses in degrees diminish from a sphere two varas in diameter to a sphere that is as small as the diameter of the eye.” The smallest sphere corresponds to 30 degrees, the largest one to one degree. The vara, a Spanish unit of measurement, is equal to just under one meter, meaning that Daça de Valdés’ one degree lens corresponded to a one diopter lens. The scrupulous Spaniard then describes the frames: “Leather frames are the most suitable. Some make them in gold or silver as well. I am of the opinion that better frames, and lighter, are those in steel, or at least in leather – buffalo or goat’s hides ... However, I warn you that if you do not wish to tie the glasses to the ears with strings, you must avoid steel, silver or gold frames, because these tend to slip from over the nose. Glasses must be worn at the centre of the nasal septum otherwise they will fog up as a

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al cappello mediante un nastro”. “È un rimedio che vale solo per i monarchi, che non devono mai togliersi il cappello; ma io sono una persona qualsiasi, e levandomi il cappello ogni volta che devo salutare qualcuno, mi cascherebbe tutto quanto il marchingegno. Forse sarebbe meglio se portassi un monocolo incastrato nell’occhio”. “Non fatelo”, si affretta a sconsigliarlo l’interlocutore, “perché fareste lavorare un occhio solo, e ben presto la vista vi diventerebbe diseguale”. In effetti il grande problema degli occhiali era come tenerli fermi al loro posto. Prima dell’invenzione delle stanghette si escogitarono diversi sistemi. Nel Seicento il più usato era quello dei lacci di cuoio passati attorno alle orecchie e fissati sul bordo della montatura. Lo vediamo nel Ritratto dell’Inquisitore Nuño de Guevara dipinto dal Greco, e in diverse altre immagini dell’epoca; ma sembra che non fosse troppo comodo, perché indolenziva le orecchie. In quello stesso secolo, quando si diffuse nelle classi superiori l’uso della parrucca, che a differenza del cappello si portava in capo tutto il giorno senza mai toglierla, qualche ingegnoso occhialaio escogitò una montatura dotata di una sola, grande stanghetta piegata a semicerchio e innestata sul ponte centrale, dove gli occhiali posavano sul naso. La stanghetta veniva infilata tra i capelli finti della parrucca, abbracciando praticamente tutto l’arco del cranio per terminare sulla nuca. Questo tipo di occhiali fu usato soprattutto in Italia. Un’altra soluzione consisteva in un compromesso tra gli occhiali e la

consequence of the heat issuing forth from the visage.” “If they were all like me – quips the other speaker – they would all leave unheeded the advise, because my nose perspires so profusely that had I not tied the glasses to my ears they would slip away at any moment.” “Then – retorts the optician – you should imitate His Majesty the King Philip II who used to tie the glasses onto his hat with a string.” “That is a kingly remedy, for Kings never have to unhat: I am but an Everyman and every time I have to take off my headgear to salute, the entire device would stumble down. Maybe I should wear a monocle.” “No – answers the optician – no, do not do such a thing, for you would exert one eye only and before long your sight would become unequal.” As clearly emerging from these dialogues, a crucial problem involving glasses was how to keep them in place. Prior to the invention of temples, various systems were thought out. In the 17th century, the most frequent method was to tie them to the ears with leather laces which were attached to the edge of the frames. We can observe this method in El Greco’s Portrait of the Inquisitor Nuño de Guevara and in other contemporary paintings as well. However, it does appear that the system was highly uncomfortable because it hurt the ears. In that same century, when the use of wigs spread in the upper classes – wigs which, unlike hats, remained firmly in place the whole day – an ingenious manufacturer devised a frame, made up by a long single temple, which was bent in semi-circle

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lente: una lunga impugnatura fissata al centro o su un lato permetteva di tenerli in mano e di portarli davanti agli occhi al momento del bisogno. Quanto al materiale usato per fabbricare le lenti, il trattato di Daça de Valdés ne distingue tre tipi: il cristallo di rocca, il cristallo di vetro e il vetro comune. Il migliore, secondo il nostro autore, è il cristallo di rocca; che però è difficile da trovare, e di conseguenza piuttosto caro. Egli consiglia quindi il cristallo di vetro, “sorta di vetro finissimo che si fabbrica a Murano, isola vicina a Venezia”. Viene infine il vetro comune, “che è il peggiore di tutti”. Strumenti costosi e preziosi, gli occhiali meritavano opportune cure: “Non dovete mai toccare le lenti con le mani, affinché non si offuschino perdendo la loro trasparenza. Quando diventano opachi a causa del vapore o del grasso delle dita, vanno pulite con la cenere, nel modo seguente: per non rigarle, infilate le dita nella cenere asciutta, e con quella che vi rimane attaccata ai polpastrelli sfregate le lenti per pulirle dal sudore o dal grasso; passate poi un panno asciutto e pulito per togliere i residui di cenere”. Il trattatista spagnolo parla infine degli occhiali protettivi o “conservativi”, colorati, che servivano appunto a proteggere gli occhi affaticati. L’idea naturalmente non era nuova, ma risaliva all’antichità; nuovo era il mezzo impiegato. Sappiamo infatti dalle fonti classiche che per esempio Poppea, la favorita di Nerone, usava uscire di casa con un velo nero sul volto, per proteggere gli occhi dalla luce eccessiva del sole; e un grande

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and attached to the central bridge where the glasses rested on the nose. The temple was furrowed in the fake hair, clasping the entire cranium all the way to the nape of the neck. This method was very successful in Italy. Another solution came in the form of a compromise between glasses and simple lenses. A handle was attached either at the centre or on the sides of the glasses allowing the user to hold them before his eyes or to have them at hand whenever he required them. As to the materials used for glasses, Daça de Valdés distinguishes three types: rock crystal, glass crystal and common glass. According to the author, the best was rock crystal which was, however, very difficult to find and therefore expensive. Thus he suggests glass crystal, “a sort of very fine glass made in Venice on the island of Murano.” “The worst material,” he continues, is common glass. Glasses were expensive and precious and as such had to be well kept. “Never touch the lenses with your hands lest they get tarnished and lose their transparency. To clean them when they get soiled as a consequence of steam or the grease of fingertips, use ash in the following way: to avoid scratching them put you fingers in dry ash and with whatever remains attached to the fingertips rub the lenses so as to cleanse them from sweat and grease; after which utilise a dry, clean cloth to eliminate all residual ash.” Daça de Valdés also mentions protective or “conserving” coloured glasses, which were worn to protect fatigued eyes. Though the concept dated back

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medico medievale, Arnaldo di Villanova, che esercitava la professione a Montpellier sul finire del Duecento, raccomandava a tutti di coprirsi gli occhi d’inverno con qualcosa di nero per evitare che il riverbero della neve li danneggiasse. Dopo l’invenzione degli occhiali, si pensò ben presto di usarli anche a questo scopo: nell’inventario dei beni del duca di Borgogna, steso nel 1420, figurano “occhiali di cristallo da mettere davanti agli occhi quando si cavalca al sole”. Anche i chirurghi ne consigliarono l’uso a coloro che erano stati operati di cataratta, fino a quando non avessero potuto sopportare la luce senza fastidio. Daça de Valdés così descrive queste lenti “conservative”: “Sono di uno stesso e unico spessore in tutte le loro parti (cioè, non sono graduate)... Servono a serbare la vista perfetta e integra quando si stanca, affinché duri più a lungo senza indebolirsi. È assolutamente certo che la vista viene fortificata dalle lenti conservative, e la ragione è semplice: voi non potreste colpire il pavimento col piede nudo con la stessa forza di quando è calzato”. Ma nel Seicento gli occhiali protettivi non servivano solo a difendere la preziosa vista dalla polvere e dal sole. Un tipo apposito era destinato a scongiurare il contagio della malattia più tremenda dell’epoca: la peste, che si riteneva potesse essere trasmessa persino con lo sguardo. Appena il medico entrava nella stanza di un appestato, il malato doveva

to antiquity, the means employed were entirely new. From classical sources we know that, for example, Emperor Nero’s favourite, Poppea, covered her face with a black veil whenever she went outdoors in order to protect her eyes from the glare of the sun. Arnaldo of Villanova, the famous medieval physician who practiced in Montpellier at the end of the 13th century, strongly recommended his patients to cover their eyes with anything that was dark to protect their eyes against the reverberations of snow. Consequently, eye-protection soon became one of the specific tasks assigned to spectacles. In the inventory of the belongings of the Duke of Burgundy, compiled in 1420, there were “a pair of crystal glasses to be worn before the eyes whilst riding in the sun.” Surgeons as well recommended those who had had a cataract operation to wear coloured glasses at least until their eyes could bear the sun once again. This is how Daça de Valdés describes “conserving” lenses: “The width is uniform throughout (they are not graded) ... They are used to soothe perfect eyes when they are under fatigue, so as to keep them in good health for as long as possible and not weaken them. It is beyond doubt that eye-sight is fortified by conserving lenses; and the reason is simple: the forcefulness of your barefooted stride on the pavement is not the same as when it is clad in shoes.” But in the 17th century protective spectacles were not only useful to protect eyesight against dust and heat. Special protective glasses were designed to ward-off one of the period’s deadliest

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chiudere gli occhi, per evitare di contagiare il suo curatore. E l’abbigliamento indossato nei periodi di epidemia dai dottori in medicina comprendeva anche un tipo particolare di occhiali. Un testo dell’epoca, per esempio, ci spiega che “durante la peste che colpì Roma nel 1656, i medici che si recavano a curare i colpiti del morbo indossavano una lunga veste di taffettà, e si coprivano gli occhi con lenti di cristallo, mentre il naso era protetto da un lungo becco pieno di erbe aromatiche. Nelle mani infilate nei guanti, tenevano una lunga bacchetta con cui indicavano ai pazienti il da farsi”. Quelle lenti protettive erano di cristallo di rocca, che si credeva avesse la virtù di purificare i raggi e di arrestare le emanazioni pericolose per gli occhi.

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diseases, the plague – a disease which, they believed, could be passed on even with a gaze. Whenever a doctor entered a room in which a person had been struck by the plague, the patient had to shut his eyes so as to avoid infecting him. Doctors’ kits during epidemics, in fact, included a very special pair of glasses. A contemporary text tells us that “during the plague that struck Rome in 1656, doctors who went outdoors to cure the sick wore a long taffeta vest and covered their eyes with crystal lenses. They protected the nose with a long beak filled with aromatic herbs. They wore gloves and carried a long stick to indicate what the sick were to do.” Those protective lenses were made of rock crystal, a material believed to have the virtue of purifying rays and stave-off those emanations which were dangerous to the eyes.


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Occhiale da sole tempiale in argento; manifattura secolo XVIII. Le stanghette terminano con un’elegante voluta a ricciolo, realizzate oltre che per una questione estetica, per un migliore appoggio sulle tempie e quindi una maggior stabilità della montatura sul viso.

Silver temple sunglasses; 18th century. The legs terminate in an elegant curly flourish which was not only dictated by aesthetic reasons but also served to provide a better grip on the temples and thus ensure the enhanced stability of the frame over the face.


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Occhiali in ferro con cerchi in corno. Sistema di montaggio ideato dall’ottico B. Martin di Londra. Manifattura 1770 circa.

Horn-rimmed iron glasses. The mounting was designed by the London optician B. Martin. Manufactured in c. 1770.


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Occhiali in argento tipo “Richardson”; manifattura Birmingham, 1827. L’ottico inglese J. Richardson ideò per primo queste doppie lenti snodate e sovrapponibili, per riparare gli occhi dal sole anche lateralmente. Lo stesso sistema verrà usato anche per sovrapporre le lenti da sole alle lenti correttive.

“Richardson” silver glasses; made in Birmingham, 1827. It was the English optician J. Richardson who invented these hinged and overlapping lenses, to protect eyes from sunlight also from the sides. The same system was also used to place sun lenses over corrective lenses.


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Occhiali tempiali in tartaruga con aste in argento, lavorazione molto fine; manifattura francese, punzone 1838. Finely crafted temple glasses in tortoise shell with silver legs; French make, hallmark of 1838.


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Occhiali a stringinaso in tartaruga jaspé; manifattura italiana metà secolo XIX. I cerchi sottilissimi di queste montature sono incassati nel canalino ricavato lungo il bordo delle lenti (raffinata lavorazione chiamata “coilos” che riprende quella degli occhiali in filo d’acciaio detti “fili”).

Pince-nez in mottled tortoise shell; Italian make, mid19th century. The very fine rims of these frames are mounted in the groove obtained along the edge of the lenses (refined technique called “coilos” that echoes the technique used for manufacturing steel wire glasses, otherwise known as “wires”).


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Occhiale tempiale in argento; manifattura francese inizi secolo XIX (punzone in vigore dal 1819). La particolaritĂ di questa montatura sta nelle aste molto lunghe che terminano a spatola con due figure di lira a sbalzo.

Silver temple glasses; French make, early 19th century (hallmark in use as from 1819). The particularity of these frames lies in the long legs with spatulashaped tips depicting two jutting lyres.


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Occhiale in argento; manifattura inglese, punzone in uso nel 1823. Il proprietario di questa montatura ha fatto saldare la parte mobile delle aste, rendendole fisse, quindi si è fatto confezionare l’astuccio con due ali laterali per contenere l’occhiale così modificato. Silver glasses; English make (hallmark in use in 1823). The owner of these frames soldered the mobile part of the legs so as to fasten them securely, and then ordered a special case with two side-wings so as to contain the glasses thus modified.


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5. Il Settecento

5. The 18th century

L’atto di nascita della montatura a stanghette simile a quella in uso ancor oggi risale ufficialmente al 1730. Si riconosce il merito di quello che ai nostri occhi di posteri appare come l’uovo di Colombo (ma bisognava pensarci, come per tutte le invenzioni geniali) all’ottico inglese Edward Scarlett, che avrebbe avuto la trovata di fondere l’idea degli occhiali a lacci da calzarsi attorno alle orecchie con la stanghetta da parrucca, sdoppiando quest’ultima in due. Esse non si agganciavano però ancora attorno al padiglione auricolare, ma premevano sulle tempie, a molle, terminando con grandi anelli che servivano per aumentare l’attrito e rendere più salda la presa; e tali occhiali si chiamarono per l’appunto “tempiali”. A questo punto il passo successivo alla stanghetta passante dietro le orecchie era talmente breve che fu compiuto pochi anni dopo. Per dovere di obiettività, ricordiamo comunque che non tutti gli storici concordano nell’attribuire l’invenzione delle stanghette allo Scarlett. C’è chi, basandosi su un disegno di un ignoto artista che ritrae un vecchio occhialuto, le vuole già in uso nella Spagna seicentesca; altri le affermano presenti in Inghilterra fra il 1702 e il 1714; e c’è anche chi le vuole più tardi, attribuendo l’innovazione non a un inglese ma a un francese, l’ottico parigino Marc Thomin, vissuto tra il 1707 e il 1752, che nel 1746 avrebbe messo in vendita i primi tempiali. Come nel caso di tutte le grandi scoperte, è assai

The birth of the frames and temples as we know them today can be officially traced back to the year 1730. The paternity of what appears in the eyes of posterity as being nothing more sinister than a deed of blatant obviousness can be ascribed to the English optician Edward Scarlett, who, nevertheless, was the first to have come up with the idea and is all the more a genius for that. He had the brilliant idea of bringing together laced glasses to be tied around the ears with the bar found on wigs, splitting up the latter in two. However, the temples he had conceived did not cling around the auricle of the ear, as they do today, but pressed instead against the temples of the head as a pair of tongs, ending in two large rings so as to increase friction and thus improve the grip. These spectacles were for this reason called “temple glasses.” At this point, naturally, the next phase were spectacles having auricular temples. And, indeed, they soon came. However, we must mention for the sake of objectivity that not all historians agree in attributing to Mr Scarlett the invention of the temples. One historian – on the evidence of a sketch made by an unknown artist which depicts a bespectacled elderly man – believes they were already in use in 17th-century Spain. Another believes they were first worn in England sometime between 1702 and 1714; others suggest they came several decades later, attributing the invention not to an Englishman but to a Frenchman, and more precisely to Marc Thomin, the Paris optician who lived between 1707 to 1752 and

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probabile che molti abbiano avuto l’intuizione giusta prima di Scarlett; ma furono casi isolati, e l’inglese fu il primo ad applicare l’idea sul piano commerciale. È curioso che lo stesso secolo che diede una sistemazione definitiva alla forma degli occhiali, rendendoli finalmente comodi con l’invenzione delle stanghette, abbia visto proliferare contemporaneamente una gran quantità di montature bizzarre e di certo assai poco pratiche. È in questo periodo infatti che la Moda si impadronisce di questo umile oggetto sostanzialmente utilitario, trasformandolo in un elaborato accessorio non più destinato a ovviare ai difetti della vista di miopi o presbiti, ma a esibire la propria eleganza e ricchezza. Subito i moralisti salgono in cattedra per deplorare: “C’è chi pensa”, scrive l’oculista francese Guérin nel 1769, “che fingersi miopi sia di buon gusto; vi sono persone che affettano di servirsi degli occhiali anche se non ne hanno alcun bisogno; la moda è veramente la regina dell’arbitrarietà”. E Mercier nei suoi Tableaux de Paris, libro in cui si descrivono le usanze di quella capitale che allora impone i suoi gusti alle classi dirigenti di tutta Europa, pubblicato ad Amsterdam nel 1782, condanna ancor più vigorosamente quell’abitudine, che secondo lui infierisce soprattutto fra il bel sesso: “Vi sono smancerie di moda; occhi eccellenti dissimulano la loro perfezione per servirsi di uno strumento inutile, e che denuncia solo l’affettazione di chi lo usa. E non è forse l’affettazione a porre nella mano della bellezza quel

who sold auricular spectacles in 1746. As is the case with important discoveries, it is very likely that others before Scarlett had had the right intuition without being able to follow it up, unlike the English optician who was the first to have successfully commercialised the idea. It is very curious to observe that in the course of the very same century during which spectacles as we know them today came into being, there also flourished a plethora of bizarre and highly uncomfortable designs. In the 18th century fashion also began to dictate its terms on this humble object, on this substantially utilitarian tool, transforming it into an elaborate accessory used not so much as to correct visual impairment but as to indicate the wearer’s social standing and prestige. And, of course, this led contemporary moralists to lash out their disapproval. “Some believe – deplores the French optician Guérin – that dissembling nearsightedness is a sign of bon gôut; some individuals pompously wear glasses when they need them not – fashion is indeed the mistress of all wantonness.” Mercier, who in the Tableaux de Paris, published in Amsterdam in 1782, described the habits and fashions of the capital which were at that time being aped by Europe’s upper classes, is even more ferocious in condemning this habit – a habit, he says, which particularly affects the members of the weaker sex. “It’s a fashionable mawkishness: excellent eyes dissemble their perfection so as to be able to utilise a useless tool – an attitude that brings to the surface the foppery of the wearer. Is it not affectation that places in the hands of beauty that piece of

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vetro che intercetta i raggi dello specchio dell’anima, focolaio dell’amore, e che gli toglie quel tratto così delicato che l’arte e il capriccio sanno solo sfigurare? Che cosa diviene l’espressività di quell’organo sì eloquente, quando non lo si può scorgere che attraverso un cristallo che lo stanca?” E un altro oculista francese, Desmonceaux, denunciava nel 1786 quell’ostentazione come dannosa per gli occhi sani: “Vi è un altro abuso che non condannerò mai abbastanza, e che riguarda i giovani, soprattutto coloro che per darsi un tono passeggiando o per assumere un’aria distinta a teatro si armano di occhialini e si esibiscono davanti agli altri guardando attraverso lenti che non tardano a danneggiare gli occhi, i quali si stancano. Bisogna essere molto prudenti nell’uso di queste cose”. Per il loro esibizionismo oculistico, gli elegantoni e le belle dame del Settecento avevano a disposizione diverse varianti degli occhiali. Quelli a stanghetta sono esclusi dal mondo delle raffinatezza, rimanendo confinati all’uso delle classi inferiori o tutt’al più degli studiosi, che hanno bisogno delle mani libere. Gli altri, quelli che delle mani non sanno che farsene, i rappresentanti di quell’aristocrazia che alla fine del secolo sarebbe stata spazzata via dalla tempesta della Rivoluzione Francese, le usano per impugnare con leggiadria i cosiddetti occhialetti o occhialini: un ritorno allo scomodo sostegno manuale di trecento anni prima. Il tipico occhialino si chiamava in Francia face-à-main, espressione italianizzata in

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glass which intercepts the rays issuing forth from the mirror of the soul, the hearth of love, and which removes those delicate features which only art and whim can disfigure? Whatever befalls the expression of that very eloquent organ when it is viewed but through a crystal, a crystal which tires it?” Another French optician, Desmonceaux, warned that this sort of ostentation could end up damaging healthy eyes: “There is another impropriety which I will never cease to condemn, a malpractice common in the young, especially those who give themselves airs by wearing glasses whilst promenading or at the theatre or in front of others, because before long they will damage their eyesight. Prudence is never enough whilst indulging in certain things.” In order to satisfy their exhibitionist urgings, the dandies and the ladies of the 18th century had at their disposal numerous types of spectacles. Auricular spectacles, of course, were deemed unfit for the refined classes and were generally used by members of lower classes or by scholars who needed to keep their hands free. However, those who did not quite know what to do with their hands, in other words those aristocrats who would have been wiped out with the outbreak of the French Revolution at the end of the century, preferred to hold their eyepieces in their hands. It was a return to the uncomfortable manual handle that had been designed three centuries before. Much appreciated in those days in France were a type of spectacles called face-à-main, a design which in Italy was called

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fassamano, e presentava due varianti: poteva avere l’impugnatura laterale oppure centrale, a forbice. Nel primo caso il manico poteva ampliarsi fino a diventare custodia, ospitando le lenti ripiegabili. C’era poi il lorgnon, costituito da un’unica lente rettangolare o ellittica montata su un’asticciola; se aveva due lenti si chiamava lorgnette. In ogni caso erano oggetti di lusso, fabbricati dai migliori artigiani con i materiali più pregiati: oro, argento, avorio, madreperla, persino in porcellana di Sèvres. E a volte la lente poteva essere un zaffiro purissimo. Gli orafi si sbizzarrivano a tempestare manici e astucci di pietre preziose, di smalti, di intarsi, di nielli. E per soddisfare quella capricciosa e danarosa clientela si escogitavano gli accoppiamenti più impensati: il fassamano poteva essere ospitato nel manico del bastone, inserito nel cappello, incastonato in un ventaglio, appeso a un anello o alla collana, nascosto nella tabacchiera, altro oggetto irrinunciabile all’epoca. Per non perdere quelle costosissime meraviglie esse venivano fissate al collo con catenelle altrettanto preziose; oppure, come gli orologi, ai taschini del panciotto dei signori e alla cintura delle signore. Poiché munito del suo occhialino, pur vedendoci benissimo, quei ninnoli, secondo le loro diverse caratteristiche, potevano servire anche a comunicare messaggi in codice. Giacomo Casanova, le cui Memorie sono la più ricca e straordinaria testimonianza sulla vita mondana del Settecento, narrando una sua avventura con una bella monaca di Murano, ci spiega che quella sua amante

fassamano. There were two variations of it: one having a lateral handle, the other having a central handle. In the first variation, the handle could be extended so as to become a case in which the foldable lenses could be kept. There was also the lorgnon, made up of a single rectangular or elliptic lens which was mounted on a handle; if it had two lenses it was called the lorgnette. Whatever may have been the case, these were luxury products, manufactured by the best craftsmen with the finest available materials: gold, silver, ivory, mother-of-pearl, and even Sèvres porcelain. Sometimes the lens even contained pure sapphire. Goldsmiths gave free expression to their creativity by studding handles and cases with precious stones, with enamels, with elaborate etchwork, with niellos. To meet the capricious quirks of that very exclusive and money-laden clientele, the most unlikely combinations were thought out: the face-à-main could have been attached to the walking stick, placed on the hat, set on a fan, hung from a necklace or a ring, hidden in the snuff-box (this one, too, a crucial bauble in those days!). To avoid losing those marvellous (and extraordinarily expensive) objects, they were generally attached to chains – which were just as precious – and worn around the neck; or, as with watches, kept in the pocket of men’s vests or tied to ladies’ belts. Considering that there wasn’t one gentleman or lady who did not have glasses, though they could see perfectly well, those trinkets, depending on their characteristics, could serve to communicate ciphered messages. Giacomo Casanova, whose

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possedeva tre occhialini diversi, e quando riceveva i suoi spasimanti in parlatorio non aveva bisogno di usare la voce per esprimere loro i suoi sentimenti senza farsi udire dalla pudibonda madre superiora. Se si presentava con in pugno l’occhialino d’oro, voleva dire: “vi voglio bene”; al contrario, quello d’argento significava: “mi siete indifferente”; infine, quello col manico di tartaruga era un monito: “state in guardia, siamo sorvegliati”. E altri memorialisti di quel secolo della galanteria ci parlano di un altro codice muto cui gli innamorati facevano ricorso nei salotti, per scambiarsi affettuosità senza che i presenti se ne accorgessero, basato stavolta non sul materiale di cui era fatto l’occhialino ma sulle diverse posizioni che gli si faceva assumere. Ma il Settecento non fu soltanto il secolo dell’ostentazione e della mondanità; fu anche quello che vide il trionfo della scienza oculistica. Il francese Saint-Yves (1667-1731) fu il primo medico a occuparsi degli occhiali in un trattato sulle malattie degli occhi, prodigando indicazioni e consigli sul loro impiego. In seguito altri due studiosi francese, Sauvages e DeshaisGendron, dedicano ponderosi trattati alle affezioni della vista, scrivendo il primo una Synopsis morborum in oculis insidentium, pubblicata a Montpellier nel 1753; il secondo un Traité des maladies des yeux, Parigi 1770. Sauvages era molto miope, e verso il 1732, dopo aver terminato i suoi studi alla Sorbona, rischiò di perdere la vista; perciò si dedicò con passione allo studio dei difetti della visione e dei mezzi per porvi rimedio. Così spiegava la

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Memoirs are an extraordinary testimony of the mundane set of the 18th century, tells us of his adventure with a beautiful nun from Murano. This lover of his had three different pairs of glasses and when her darlings came to see her in the convent’s visiting room she did not have to speak in order to express her feelings to them – speaking could mean being overheard by the prudish mother superior. If the beautiful nun appeared with her golden glasses, she wanted to say “I love you;” if she came with her silver ones, she meant “I have no feelings for you;” and if she carried the glasses with the turtle handle it meant “Be careful, we are being observed.” According to contemporary diarists, another secret code was in use among lovers in drawing rooms to exchange gestures of affection without the risk of giving themselves away; this was based not on the material with which glasses were made but on the position in which they were kept. However, the 18th century was not only the age of ostentation and worldliness, it was also the period which marked the triumph of the science of optics. The Frenchman Saint-Yves (16671731) was the first physician to have dealt with glasses in a medical treaty on eye diseases, giving indications and suggestions on how spectacles should be used. Later, two other French scientists, Sauvages e DeshaisGendron carried out extensive studies on visual impairment, the former writing a Synopsis morborum in oculis insidentium (Montpellier, 1753) and the latter a Traité des maladies des yeux (Paris, 1770). Sauvages was extremely nearsighted, and around 1732, after having

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presbiopia, che considerava una conseguenza dell’invecchiamento: “L’orottero o termine della visione distinta diminuisce di due o tre pollici ogni dieci anni; perciò gli oggetti appaiono confusi ai vecchi quando essi le guardano con attenzione; e quando leggono vedono i caratteri raddoppiarsi, muoversi o incrociarsi”. Ma faceva poi notare che se erano gli anziani ad avere più bisogno degli occhiali da presbite, non mancavano i giovani costretti a farvi ricorso; e ne attribuiva la causa a un indebolimento della cornea o a un appiattimento del cristallino. Questa spiegazione ancora confusa dell’ipermetropia sarebbe poi stata chiarita solo sul finire dell’Ottocento. Dei miopi Sauvages tracciava un sapiente ritratto: “Un miope è riconoscibile dai suoi gesti, dal volto, dalla scrittura. Per esempio, i miopi mettono il naso sulla pagina che leggono, guardano con la coda dell’occhio, e se il foglio è troppo vicino ne devono chiudere uno. Hanno bisogno di poca luce, perché la loro pupilla è estremamente dilatata... I miopi non guardano mai in faccia coloro con cui stanno parlando, e non hanno bisogno di farlo, perché non vedendone le fattezze e la mimica facciale, non sono in grado di leggere sul viso altrui; perciò si concentrano abbassando gli occhi, per non perdere una parola di ciò che gli si dice. Poiché non vedono ciò che li circonda, si fanno male facilmente urtando contro gli oggetti”. Anche in Inghilterra vi furono diversi medici che si dedicarono agli studi di oculistica, come Ware, Willaim Wells che scrisse

terminated his studies at the Sorbonne, risked losing his sight. For this reason he devoted himself passionately to the study of eye diseases and to their cure. He believed far-sightedness was the consequence especially of old age: “The horopter or the termination of distinct vision diminishes by two or three inches every ten years; thusly, objects appear confused to the elderly when they peruse them closely. And when they read they see the characters doubling, moving or crossing each other.” Though Sauvages stressed that far-sighted spectacles were mostly utilised by the elderly, he did say that many young people used them as well, ascribing to the weakening of the cornea and the flattening of the crystalline the causes of this necessity. This explanation for hypermetropia, though still rather hazy, would have been ultimately clarified but at the end of the 19th century. Sauvages also gave a knowledgeable outline of the nearsighted: “A nearsighted is recognisable by his gestures, by his face, by his handwriting. For example, the nearsighted place their noses on the page they read, they look from the side of their eyes, and if the sheet is too close they have to shut one. They do not require much light because their pupils are extremely enlarged ... The nearsighted do not look at the persons they are talking to, and they needn’t to because the are unable to see the facial traits and mimicry; they will concentrate by lowering their eyes so as to not lose a single word that is uttered to them. Being unable to see what surrounds them, they are particularly accident-prone and often injure themselves by

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An Essay on single vision with two eyes, together with experiments and observations on several other subjects in optics (Londra 1792), e Crisp, autore del saggio On Vision, pubblicato a Londra nel 1796. Ma i veri protagonisti de quel periodo furono gli ottici, che unirono all’abilità professionale dei grandi artigiani conoscenze scientifiche sempre più estese. I più famosi furono i Dollond, una vera e propria dinastia iniziata con John (1706-1761) che possedeva a Londra la più importante e rinomata fabbrica di occhiali e strumenti ottici. Gli succedette il figlio Peter (17301820) che nel 1766 si associò il fratello minore John. Quando quest’ultimo morì nel 1784 fu sostituito da suo nipote Georges Huggins, che prese il nome di Georges Dollond: fu lui a fabbricare le prime lenti periscopiche. Presso un altro stimato ottico londinese, Barton, imparò il mestiere Jesse Ramsden (17351800), divenuto ben presto celebre per la sua abilità; sposò poi la figlia di Peter Dollond. Chiudono la serie dei grandi ottici inglesi settecenteschi i due Adams, padre e figlio; il primo morì nel 1786, il secondo doveva seguirlo di lì a soli dieci anni, nel 1796, dopo aver pubblicato un interessante studio in cui trattava a lungo degli occhiali: An Essay on vision briefly explaining the fabric of the eye and the nature of vision, Londra 1789. Sul finire di quel secolo fertile di novità in tutti i campi, nella storia degli occhiali entrano anche i neonati Stati Uniti, dove un grande scienziato, fisico e uomo politico, Benjamin Franklin, inventò gli occhiali

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colliding into things.” In England, too, there were a number of physicians who dedicated much attention to oculistics, namely Ware, William Wells who wrote An Essay on single vision with two eyes, together with experiments and observations on several other subjects in optics (London, 1792), and Crisp, author of an essay entitled On Vision, published in London in 1798. However, the great protagonists of the age were opticians, who combined the professional prowess of master craftsmen with ever increasing scientific knowledge. This trend was especially embodied in the Dollonds, a dynasty of opticians, founded by John Dollond (17061761), who owned London’s number one glasses and optical instruments shop. Peter (17301820) succeeded him and was joined by his younger brother John in 1766. When the latter died in 1784, he was succeeded by a nephew George Huggins, who changed his name to George Dollond, the man who invented the periscopic lens. Whereas Jesse Ramsden (17351800), who became famous for his skills, had learned the craft from another famous London optician, Barton. He later married the daughter of Peter Dollond. Of course, an overview of the great English opticians of the 18th century cannot leave out the Adamses, father and son. The former died in 1786 and the latter a mere ten years later in 1796, after having published An Essay on vision briefly explaining the fabric of the eye and the nature of vision, London 1789, an interesting study in which a great deal of attention is given to

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bifocali. Trovava insopportabile dover togliere o mettere gli occhiali ad ogni istante, per vedere da vicino e da lontano; e pensò di usare per ciascun occhio due lenti divise a metà: la lente più leggere nella parte inferiore dell’occhiale, per vedere da vicino, quella più forte nella parte superiore, per vedere da lontano. Franklin attribuì a questa sua trovata il vantaggio di aver imparato più facilmente il francese: perché venuto in Francia si trovò ogni giorno a sedere a tavola con altri commensali, e grazie alle lenti bifocali poté guardarli in faccia, veder bene le espressioni dei loro volti e così capire meglio cosa dicevano. In quegli anni anche in America erano sorti laboratori che fabbricavano occhiali. In Europa, i paesi all’avanguardia della produzione erano la Francia (nel Giura), la Spagna, i Paesi Bassi, la Germania (soprattutto la città di Norimberga e Jena), l’Inghilterra e la Boemia. Venezia, che aveva mantenuto il suo primato fino agli inizi del secolo (sappiamo che nel 1721 nella Serenissima lavoravano a fabbricare occhiali novanta operai, con dodici garzoni e tre maestri dell’arte), venne man mano soppiantata dalla concorrenza, specie francese e inglese. L’ultimo laboratorio a chiudere fu quello di San Travaso, nel 1796. Un anno dopo la veneranda repubblica cadeva per opera di Napoleone Bonaparte.

glasses. Towards the end of the 18th century – an age of discovery in most fields of human endeavour – the newly born United States of America entered the optical field with Benjamin Franklin, the great scientist, physician, politician, and inventor of the bifocal lens. Unable to bear having to change his glasses each time in order to see from near or from far, he came up with the idea of creating for each eye a lens that was divided in half: the lighter lens in the lower part of the glasses, to see from near, and the stronger lens on top, to see from far. Franklin ascribed to this idea the merit of his having learned the French language with relative ease. In France, often dining with other people, he discovered that thanks to his bifocal lenses he could distinguish his table companions and clearly see the expression of their faces and thus understand them better. In those years optical laboratories were being established in the United States as well. In Europe, top-producers were France (in the Jura), Spain, The Netherlands, Germany (especially in the cities of Nuremberg and Jena), England and Bohemia. Venice, which had been Europe’s main optical centre until the beginning of the century (we know that in 1721 the Republic’s optical industry could count on 90 factory workers, 12 apprentices and 3 masters of art), gradually succumbed under the pressure of fierce competitors, especially France and England. The last optical laboratory to shut down was San Travaso in 1796. A year later, thanks to Napoleon, the ancient Republic of Venice ceased to exist.

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Louis-Léopold Boilly (1761-1845) I politicanti nel parco delle Tuileries (Museo dell’Ermitage, S. Pietroburgo) Louis-Léopold Boilly (1761-1845) Petty politicians at the Tuileries (The Hermitage Museum, St. Petersburg)

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6. L’Ottocento

6. The 19th century

Fassamani, lorgnon e lorgnette con tutta la loro sgargiante eleganza furono travolti dalla Rivoluzione Francese, insieme all’Ancien Régime e alla nobiltà. L’occhialino attraverso il quale lo sguardo di Robespierre raggelava gli avversari politici era di una sobrietà degna dell’Incorruttibile. Una sorta di canto del cigno della stravaganza applicata all’occhialeria si ebbe dopo la caduta dei Giacobini, quando la Francia riprese fiato con la fine del Terrore rivoluzionario: allora gli Incroyables e le Merveilleuses, così chiamati per l’eccentricità del loro abbigliamento che manifestava il sollievo delle classi agiate scampate alla ghigliottina, poterono impugnare di nuovo stupefacenti capolavori di oreficeria, portandoseli davanti agli occhi con i molli gesti che avevano caratterizzato il mondo ormai perduto. Ma fu un revival di brevissima durata. L’austero Ottocento fu il secolo degli occhiali a stringinaso, i pince-nez privi di stanghetta, appollaiati precariamente sul naso come i loro predecessori quattrocenteschi e assicurati da un nastro che passava attorno al collo o era fissato all’occhiello della giacca, precauzione contro le cadute. La forma era però diversa, ovale o ellittica; e soprattutto essi si erano alleggeriti. Nella loro serietà ed essenzialità simboleggiavano l’avvento al potere di una classe nuova, la borghesia commerciale e industriale che aveva sostituito l’aristocrazia. Il pince-nez fu messo a punto attorno al 1830, e convisse con gli occhiali a

The extravagance of faces-àmains, lorgnons, lorgnettes, was ultimately brushed aside – together with the Ancien Régime and the aristocracy – by the French Revolution. The sobriety of the eyepiece through which Robespierre froze his political adversaries with a stare truly befitted the moral status of the “Incorruptible” as he was known. Extravagant spectacles did make a come back in France shortly after the Terror with the fall of the Jacobins when the Incroyables and the Merveilleuses – groups of aristocrats who manifested their relief for the close brush they had had with the guillotine by donning eccentric and outlandish garb – could once again fully exhibit an extraordinary array of fine goldsmithery to be placed before their eyes with the very same teathrical gestures which had characterised a world the Revolution had pushed into oblivion. But as it turned out, it was but a brief revival. The 19th century was a period of austerity which witnessed the rise of the untempled nose-clip pincenez, a pair of glasses which were precariously perched on the nose, as their illustrious 15th-century predecessor, and secured by a string that was worn around the neck or attached on the boutonniere as a precaution against falls. What had changed was the form, they were either oval or elliptical, and they were above all lighter. The essentiality and straightforwardness of the pince-nez symbolised the rise to power of a new class, the entrepreneurial bourgeoisie that had replaced the aristocracy.

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stanghetta che divennero a loro volta sempre più diafani e leggeri. Sempre in quegli anni, a Vienna, infatti, gli ottici Waldstein e Voigtländer crearono un nuovo modello di occhiali a stanghetta, in cui tutto il frontale, compreso il ponte, era di cristallo; le stanghette sole erano di metallo, sottilissime. Gli eleganti “occhiali Waldstein” ebbero un successo enorme e furono prontamente imitati da altri fabbricanti in tutto il mondo. L’impiego dell’acciaio permetteva di assottigliare al massimo lo spessore delle stanghette, che potevano essere diritte o ricurve all’estremità, circondando completamente il padiglione auricolare. “Fili” furono chiamati per la loro esilità queste montature, che liberavano gli utenti dal fastidioso peso dei materiali usati in precedenza. Ma poiché l’andamento tipico della moda è l’oscillazione pendolare, attorno alla metà dell’Ottocento tornò in onore il fassamano, limitatamente però agli ambienti più snobistici, senza raggiungere l’enorme diffusione che aveva avuto nel secolo precedente; la praticità del pince-nez e delle stanghette si era ormai definitivamente imposta. Inoltre, sul finire del secolo, la produzione di occhiali preziosi entrò in crisi: avorio, tartaruga e corno erano diventati sempre più costosi. L’industria chimica, che fu una delle grandi conquiste ottocentesche, rispose con la scoperta e la commercializzazione di materie artificiali, che potessero imitare la bellezza di quelle più rare ma permettessero di mantenere i prezzi in limiti assai contenuti. Cercando il modo di imitare

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The pince-nez was designed in the 1830s and co-existed with templed glasses which also became ever more lighter and diaphanous. More or less at the same time, in fact, the Viennese opticians Waldstein and Voigtländer, created a new model of spectacles with temples, in which the front piece, including the bridge, was entirely in crystal. The elegant “Waldstein glasses” were extremely successful and were soon imitated by other manufacturers the world over. The use of steel allowed for increasingly thinner temples, which were either straight or rounded-off at the extremities so as to go around the auricles. As a consequence of the exility of the frames these glasses were called “Threads;” and they went a long way to disburden users from the weightiness of the materials that were used previously. But as fashion is notorious for its fickleness, the hand-held eyepiece did indeed make another comeback half-way into the century especially in snobbish circles – a revival, no doubt, that was not accompanied by the clamour that had marked its previous return to fame several decades earlier, also because by now the practicality of the pince-nez and of the temples had been universally acknowledged. Moreover, at the end of the century, the production of luxury glasses slumped dramatically as a consequence of the soaring prices of ivory, tortoise shells and horn. These were the years in which the chemical industry – one of the century’s great achievements – began to discover and market artificial materials which not only could

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l’avorio per fabbricare palle da biliardo, l’americano Hyatt brevettò nel 1873 la celluloide; e già nel 1879 un suo connazionale, Spencer, applicava quella scoperta alla fabbricazione delle montature. Seguirono la galalite nel 1897 e la bakelite nel 1909: resine sintetiche che le loro caratteristiche di malleabilità e indeformabilità rendevano perfette per quello scopo. Gli elegantoni, comunque, trovarono un ultimo rifugio per distinguersi dalle masse nel monocolo: una semplicissima lente cerchiata fissata a un nastro legato all’occhiello del panciotto, che si incastrava nell’orbita oculare e veniva tenuta ferma contraendo i muscoli, con grande fatica. Nonostante la sua scomodità e la condanna degli oftalmologi, che vi vedevano (giustamente) il rischio di danneggiare fino all’atrofia l’occhio lasciato scoperto, il monocolo divenne uno status-symbol e rimase in auge tra la superstite aristocrazia e gli elegantoni del bel mondo fino ai primi decenni del Novecento. Quanto alla scienza, il secolo del vapore e della rivoluzione industriale inizia stranamente male: gli oculisti (che cominciano a definirsi oftalmologi) sembrano voler fare un gran passo indietro, come il viennese Beer, che pubblicando il suo imponente Lehre von den Augenkrankheiten (1817) introduce un nuovo fattore nell’eziologia delle affezioni oculari, parlando latinamente di un turgor vitalis, un turgore vitale che se è troppo abbondante causa la miopia, e se invece è scarso produce la presbiopia. È un sorprendente

aesthetically compete with the more precious ones but were also infinitely less expensive. In an attempt to reproduce ivory for billiard balls, the American scientist Hyatt came up in 1873 with celluloid. And six years later, in 1879, a fellow countryman Spencer used that material to manufacture frames for spectacles. Casein plastic was invented in 1897 and Bakelite in 1909; both were synthetic resins which as a consequence of their flexibility and undeforming suppleness were ideally suited for this purpose. To distinguish themselves from the masses, the dandies, however, found one last refuge in the monocle, a round lens secured to the boutonniere with a string which was kept in the ocular orbit of one eye by contracting the muscles at the expense of great fatigue. Despite its inconvenience and the condemnation of eye doctors, who rightly stressed the risk of seriously damaging the other eye which could be affected by atrophy, the monocle became a status symbol and was widely used by aristocrats and dandies at the beginning of the 20th century. Curiously enough, the century of the steam power and of the industrial revolution had startedoff badly in scientific terms. Eye doctors, who were beginning to call themselves ophthalmologists, appeared in the process of making a great leap ... backward in those early years of the century. The Viennese doctor Beer, for example, in writing his monumental work Lehre von den Augenkrankheiten in 1817, introduced a new factor in the aetiology of eye diseases by mentioning – and that too in

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ritorno alle remote teorie di Galeno. Queste idee sembrarono prevalere in un primo momento, ma furono ben presto contestate, per esempio dall’inglese William Kitchiner (1757-1817), che pubblicò diverse opere importanti, tra cui un trattatello di Economia dell’occhio basato su trent’anni di esperienza come oculista. E mentre Beer condannava insieme la pipa e l’abuso degli occhiali, sostenendo che miopi e presbiti deboli non dovevano portarli, perché avrebbero indebolito l’occhio necessitando poi di lenti sempre più forti, il buonsenso di Kitchiner lo induceva a commentare: “Il principale rimprovero che si può fare agli occhiali è che una volta abituati ad essi non si può più farne a meno. È vero ma si tratta di un inconveniente assolutamente secondario rispetto al vantaggio di vederci bene.” Tuttavia, anche l’inglese era d’accordo che non bisognava mai esagerare, e paragonava coloro che inforcavano gli occhiali “senza averne bisogno” a un aristocratico italiano che sulla sua tomba fece porre il seguente epitaffio: “Stava bene, volle stare ancor meglio, prese medicine e morì”. Ma attorno alla metà del secolo si verificano progressi sempre più rapidi e vistosi, a partire dall’invenzione dell’oftalmoscopio, fabbricato dal tedesco von Helmolt nel 1851: era il primo strumento che permetteva l’endoscopia di un organo vivente. L’esame interno dell’occhio si rivelò di importanza fondamentale non solo per la diagnosi delle malattie oculari, ma anche per disturbi di altro genere, in particolare

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Latin – a turgor vitalis, a vital turgidity that if conspicuously present provokes nearsightedness and if absent far-sightedness – a surprising return to the remote theories of Galen. Though these ideas seemed to have gained the upperhand, they were soon criticised, by the English doctor William Kitchiner (1757-1817), for example, who wrote a brief treaty, entitled The Economy of the Eye, based on thirty years of experience as an oculist. As Beer continued to condemn both pipes and spectacles – sustaining that the use of the latter, for both the far-sighted and the nearsighted, was not to be encouraged for glasses tended to weaken the eyes which consequently required even stronger lenses – Dr. Kitchiner’s common sense led him to wryly comment: “The main rebuke that can be addressed to spectacles is that once used it is no longer possible to do without them. This is certainly true, but it is an absolutely secondary inconvenience with respect to the undoubted advantage of being able to see well.” However, even the English doctor agreed that there was no need to exaggerate, and compared those who wore glasses “without having the need to” with that Italian aristocrat who had the following epitaph carved on his tomb: “Healthy he was, healthier he wanted to become, so he took medicines and went to kingdom come.” But toward the end of the first half of the century, progress came at an astounding speed, starting with the invention by the German doctor von Helmotz in 1851 of the ophthalmoscope, the first ever instrument which could carry out an endoscopy on a living organ. The examination of the eye turned to be crucial not

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neurologici o endocrinologi. Negli anni seguenti, di conseguenza, videro la luce una gran quantità di trattati e di atlanti oculistici che classificavano le varie affezioni dell’occhio in base al loro aspetto. La prescrizione degli occhiali diventa sempre meno approssimativa, e nel 1872 Ferdinand Monoyer introduce come unità di misura delle lenti la diottria. Tuttavia la diffusione di queste fondamentali innovazioni scientifiche era ancora limitata alle grandi città. Fino alla fine dell’Ottocento gli oculisti, come i dentisti, appartenevano alla vasta categoria degli ambulanti, che si spingevano in diligenza o a dorso di mulo nei villaggi più remoti per vendere i loro occhiali. Piazzavano un cartellone e una sedia nel centro del paese, e procedevano all’esame della vista con i sistemi più semplici: alle donne si mostrava un ago, spostandolo a distanze diverse finché gli occhi non riuscivano a metterlo a fuoco perfettamente; agli uomini, se sapevano leggere, il titolo di un giornale, e se erano analfabeti, come nella maggior parte dei casi, i denti di una sega. Dopo aver provato diversi occhiali, il cliente sceglieva finalmente quelli con cui vedeva meglio. Ma la decisione non era facile, perché spesso quel costoso strumento doveva servire sia per il marito sia per la moglie: operai e contadini non erano in grado di acquistare più di un paio di occhiali per famiglia. Ed essi passavano in eredità di padre in figlio quando quest’ultimo diventava a sua volta presbite con l’avanzare dell’età. Solo i maggiorenti del

only to diagnose ocular diseases but also other disorders as well, especially of a neurological and endocrine nature. Consequently, numerous treaties and ocular atlases, drawn to classify eye diseases on the basis of their aspect, were published in the years that followed. The scientific foundation on which spectacles were prescribed became less hazy, and in 1872, Ferdinand Monoyer introduced the diopter as the standard measuring unit for the lens. However, the diffusion of these fundamental scientific innovations was still limited to large cities. Right until the end of the 19th century, most oculists – like dentists – belonged to the large category of itinerant doctors who travelled far and wide on carriages or on mules to sell their wares in remote villages. They would bring out a chair and plant a sign in the middle of the village or town and would proceed to examine eyesight. The system adopted for this purpose was of utmost simplicity: to women, these oculists showed a needle, moving it closer or further away from the eye until the patients could no longer focus on it; to men, if they knew how to read, they would show the title of a newspaper, if they didn’t – which was mostly the case – they would show the notches of a saw. After having tried different glasses, the client would finally settle for the pair which suited best. But this was no easy decision, because that instrument was very expensive and had to be used by both husband and wife. The working class, in fact, could afford at best to purchase one pair of glasses per family. And not only that, these glasses would be

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paese potevano permettersi occhiali personali: il curato, il segretario comunale, il farmacista. Fu uno di questi ottici ambulanti a far rinascere dopo un’eclissi di oltre settant’anni la fabbricazione di occhiali in Italia. Si chiamava Angelo Frascura ed era di una famiglia di contadini-artigiani del Cadore. A quindici anni, con la cassetta sulle spalle, cominciò a vagare per le campagne del Veneto, vendendo diverse chincaglierie, nonché occhiali, prodotti allora soprattutto in Francia e in Germania. Con gli stentati guadagni di quella vita errabonda aprì nel 1868 una bottega a Padova; intelligente e pieno di iniziativa, capì poi che avrebbe potuto far fortuna fabbricando gli occhiali in proprio invece che importarli dall’estero. E nel 1878 inaugurò la sua fabbrica a Calalzo nel Cadore, insieme ai fratelli, aprendo poi diversi negozi di ottica nei vari centri del Veneto, a Padova, Vicenza, Verona e Treviso. Il successo della sua impresa segnò il ritorno dell’oculistica nella regione in cui gli occhiali erano stati inventati nei secoli prima, e che oggi, grazie anche all’operato di quegli ormai lontani pionieri, può vantarsi di essere all’avanguardia mondiale con alcune delle sue fabbriche.

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passed down from father to son as the latter, with age, started to become far-sighted as well. Only the town notables – the curate, the town councillor, the pharmacist – could afford to buy their personal pair of glasses. As it turned out, it was one of these opticians-cum-oculists who gave new life to the fine art of making glasses in Italy after a lapse of seventy years. His name was Angelo Frascura and he belonged to a family of farmers and artisans from the Cadore. At the age of fifteen, with a box on his shoulders, he wondered in the Veneto Region selling odds and ends, among which a number of glasses, which in those years were mostly manufactured in France and Germany. After having led a life on the road, he managed to save enough money to open in 1868 a small shop in Padua. Frascura quickly realised that he could make a fortune by manufacturing glasses on his own instead of importing them from abroad. In 1878, he opened a laboratory in Calalzo with his brothers, and in no time he had opened optical shops all over the Veneto Region, in Padua, Vicenza, Verona, Treviso. The success of that initiative marked the return of optical manufacturing in the very same Region in which centuries before spectacles had first been invented and where today, also thanks to the work of those distant pioneers, some of the world’s most advanced optical experts continue to operate.


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Occhiali a stringinaso in argento fuso e cesellato; manifattura francese metà secolo XIX (punzoni illeggibili). Fantasiosa montatura con cerchi formati da due serpenti attorcigliati che trattengono con le fauci la molla in acciaio del ponte. Sul cerchio della lente sinistra è appoggiata la figurina di un topo, modellato a cera persa, che maschera la cerniera. Sul cerchio di destra, in corrispondenza dell’impugnatura dell’occhiale, è realizzata la figura di un gatto in posizione di caccia, pronto ad afferrare il topo. Quando l’occhiale è chiuso, cioè quando le lenti si sovrappongono, le due figurine si incontrano realizzando la scenetta del gatto che afferra il topo. La resa dei particolari è minuziosa al punto di far intravedere la pelliccia del gatto.

Finely chiselled silver pince-nez glasses; French make, mid-19th century (hallmark illegible). Extravagant frames with loops having the shape of coiled snakes, whose jaws hold the iron spring of the bridge. On the loop of the left lens there is the figure of a mouse, lostwax moulded, that conceals the hinge. On the right loop, just where the handle is, there is the figure of a cat about to pounce on the mouse. When the glasses are closed, that is when the lenses overlap each other, the two figures meet and complete the scene of the cat pouncing on the mouse. Details are so articulate that it is possible to notice the cat’s fur.


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Occhiali in cristallo tipo “Waldestein”; manifattura metà secolo XIX. Creati per la prima volta a Vienna dagli ottici Voigtländer e Waldestein verso il 1830. Il frontale è deformato da un unico cristallo elegantemente sagomato e lucidato lavorato in corrispondenza delle lenti in modo da ottenere la concavità necessaria alla correzione visiva che in questo caso è di valore negativo, per miopi. La differenza tra lente e montatura è quasi impercettibile, tanto da rendere gli occhiali quasi invisibili, e le stanghette in argento sono molto esili in modo da rendere equilibrato l’insieme.

“Waldestein” crystal glasses; made in the first half of 19th century. Manufactured for the first time by the opticians Voigtländer and Waldstein around 1830. The front part is made of a single crystal piece which has been elegantly shaped and polished; finely wrought where the lenses are so as to obtain the concavity required to correct visual impairment, which in this case is negative in value and thus reserved for the nearsighted. The difference between the lenses and frame is almost imperceptible so much so that the glasses are practically invisible. The silver legs are very thin and serve to balance the set.


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Occhiali in oro con astine allungabili; manifattura francese metĂ secolo XIX. Gold glasses with extendible legs; French make, mid-19th century.


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Occhiale in acciaio brunito e, in basso, occhiale in corno biondo; manifattura francese prima metĂ secolo XIX. Glasses in burnished steel and, below, glasses in light-coloured horn; French make, first half 19th century


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Occhiali a stringinaso; manifattura fine secolo XIX. Questo tipo di occhiale è particolarmente pratico, infatti il ponte in acciaio funge da molla in modo da rendere molto stabile l’occhiale sul naso; inoltre sono dotati di un pernino dietro l’impugnatura e di un gancetto sul cerchio opposto, cosicché una volta sovrapposte le lenti i due cerchi si possono agganciare. Questo sistema permetteva di ridurre l’ingombro al minimo ed allo stesso tempo di mantenere sempre elastico il ponte (vedi occhiale in basso). Pince-nez; late 19th century. These glasses are particularly practical because the steel bridge acts as a clip so as to provide stability to the glasses on the nose. They also have a small pin near the handle and a hook on the opposite ring so that the two lenses when overlapped can actually be fastened. This system not only was extremely space-saving, but also allowed the bridge to remain always elastic (see glasses below).


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Occhiali da sole in ottone dorato; manifattura tedesca inizi secolo XIX. Le lenti in vetro fuso sono neutre, soltanto l’esemplare in alto monta sia lenti correttive che protettive. Gilded brass sunglasses; German make, early 19th century. The lenses are neutral, only the sample above has lenses that are both protective and corrective.


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Occhiali in argento; manifattura francese inizi secolo XIX.

Silver glasses; French make, early 19th century.


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Occhiali nell’Arte Spectacles in Art

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Ritratto del cardinale Niccolò di Rouen. Tommaso da Modena (1325-1379) (Seminario Vescovile, Treviso) Portrait of Cardinal Niccolò of Rouen. Tommaso da Modena (1325-1379) (Seminar of the Bishopric, Treviso)

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Occhiali nell’Arte

Spectacles in Art

Dei primi occhiali ci rimangono numerose testimonianze iconografiche, alcune dovute alla mano di grandi artisti. Il loro esordio pittorico, come abbiamo detto, risale al 1352, negli affreschi dipinti di Tommaso da Modena nella Sala del Capitolato del monastero di San Nicolò in Treviso; li inforca il dotto cardinale Ugo di Provenza, mentre un altro personaggio dello stesso ciclo, il cardinale Nicola Pianesi di Rouen, si serve invece di una lente monocola per leggere un libro. Nella basilica di Sant’Antonio da Padova, qualche decennio dopo, troviamo un vescovo intento a scrivere su un leggio con gli occhiali a snodo sul naso, e un personaggio della crocifissione che li tiene invece in mano; entrambi gli affreschi sono opera di allievi dell’Altichiero. Nel 1404 il pittore tedesco Konrad von Soest esegue una Assunzione di Maria con gli Apostoli nella chiesa di Bad Wildungen, in cui uno dei personaggi sta leggendo la Bibbia tenendosi gli occhiali sul naso con la mano sinistra. Un altro santo nello stesso atteggiamento, che doveva essere piuttosto scomodo, è raffigurato da un altro artista tedesco, Erlin, nella pala con i Santi Giacomo e Pietro dipinta nel 1466 per la chiesa di San Giacomo a Rottemburg, mentre il grande Michel Pacher mette in scena nel Miracolo di San Wolfango eseguito nel 1480 per il santuario tirolese omonimo un barbuto astante che si serve di un paio di occhiali dalle lenti molto ellittiche per sbirciare sopra la

Glasses have appeared in numerous paintings – some of them made by great artists – right from the outset. As we have mentioned previously, their debut appearance can be traced back to 1352 in the frescoes of Tommaso da Modena in the Chapter’s Hall at the San Nicolò monastery in Treviso. They are worn by Cardinal Ugo di Provenza. In the same pictorial cycle, another personage, Cardinal Nicola Pianesi of Rouen, reads a book with the help of a single lens. At Sant’Antonio’s basilica in Padua we can see a bishop writing on a desk and he has an eyepiece perched on his nose. And another person appearing in the crucifixion is carrying a pair in his hand. Both paintings were made by Altichiero’s pupils. In 1404, the German artist Konrad von Soest painted the Assumption of Mother Mary with the Apostles for the Bad Wildungen church; in it, one of the personages is reading a bible with a pair of glasses held over the nose with his left hand. Another saint is depicted in the same pose – which must not have been very comfortable – with the Saints James and Peter, a painting the German artist Erlin made in 1466 on the altarpiece of the Saint James church at Rottemburg. The great artist Michel Pacher in 1480 painted the Miracle of St. Wolfgang for the Tyrolese sanctuary bearing the same name in which there is a bearded man who wears a pair of elliptical glasses and peeps from over the shoulder of Wolfgang at the book the saint is

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Il Prestigiatore. Hieronymus Bosch (1450-1516) (Museo Municipale, Saint-Germain-en-Laye) Magician. Hieronymus Bosch (1450-1516) (The Municipal Museum of Saint-Germain-en-Laye)

Incantatore di serpenti. Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718) (Biblioteca Nazionale, Firenze) Snake Charmer. Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718) (National Library, Florence)

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spalla del santo il libro che questi sta leggendo con devota compunzione. Simbolo di sapienza e di dottrina, gli occhiali diventano anacronisticamente un attributo tipico di alcuni santi, in particolare san Gerolamo, al quale si finisce addirittura per assegnarne l’invenzione. Lo vediamo effigiato, per esempio, in un affresco del Ghirlandaio nella chiesa di Ognissanti a Firenze, risalente al 1474. Nelle vesti di un colto umanista, il santo è seduto alla scrivania, impugnando la penna con aria pensosa. Sul lato del leggio spicca un paio di occhiali a snodo, da usarsi per leggere i numerosi libri da cui il personaggio è circondato. Il Ghirlandaio aveva già dipinto pochi anni prima, nella chiesa fiorentina di Santa Trinità, raffigurando la Morte di San Francesco, un vescovo che si serviva degli occhiali per leggere la preghiera dei defunti davanti alla salma del santo. Oltre alla cultura, gli occhiali simboleggiano anche la curiosità di chi vuol frugare con lo sguardo dappertutto; ed ecco dunque che i pittori li mettono volentieri sul naso o in mano ai protagonisti di un episodio evangelico che è la quintessenza stessa della curiosità: quello di San Tommaso che vuole esaminare le piaghe del Cristo risorto. A volte gli occhiali sono inforcati dal santo stesso; altrimenti, come in un quadro del pittore olandese cinquecentesco Hendrik Terbrugghen, a portarli è un altro spettatore diffidente, che fissa con aria indagatrice la scena. Il prezioso strumento diventa addirittura un emblema negativo

reading with devout compunction. Considered as a symbol of knowledge and erudition, glasses soon become an anachronistic attribute of saints, especially Saint Gerolamo to whom the invention ended up being ascribed to. In 1474, the Ghirlandaio depicts him in a fresco at the Ognissanti church in Florence. The saint appears as a 15th-century scholar. He is sitting at his desk deep in thought and is holding a pen. On one side of the desk there are, conspicuously, a pair of spectacles – spectacles the saint requires to read the numerous books that are around him. The Ghirlandaio had already painted some years earlier in the Santa Trinità church in Florence The Death of St. Francis in which the bishop who is officiating the burial ceremony is wearing a pair of spectacles to read the Prayer for the Dead. Apart from being a symbol of culture, glasses also symbolise the curiosity of those who wish to see every thing with their own eyes. Thus numerous painters have not hesitated to put them over the eyes of personages who represented the quintessence of curiosity, as St. Thomas who wanted to examine the wounds of Christ resurrected. Sometimes it is the saint himself who wears them, otherwise, as in a painting by the Dutch painter Hendrik Terbrugghen, by a distrustful spectator who watches the scene with enquiring eyes. Glasses also became the negative emblem of intellectual arrogance. In the satirical prints of the late 15th and early 16th centuries, it is quite frequent to see the figure of the thickly bespectacled mad scholar who is

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Gli Esattori. Marinus Van Reymerswaele (1493-1567) (Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo) The Tax Collectors. Marinus Van Reymerswaele (1493-1567) (The Hermitage Museum, St. Petersburg)

La Bottega dell’Usuraio. Quentin Metsys (1465-1530) The Money-Lender’s Shop. Quentin Metsys (1465-1530)

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di arroganza intellettuale: nelle xilografie satiriche del tardo Quattrocento e del primo Cinquecento ci si imbatte spesso nella figura dello studioso folle, sepolto tra i libri e isolato dal mondo, che inforca sempre gli occhiali dalle lenti spesse; in questo caso esse sembrano destinate a offuscargli la vista invece che a metterlo in grado di vedere meglio. Sono occhiali che accusano: ecco un uomo che non riesce a guardare le cose direttamente, ma si limita a interrogare parole morte su una pagina stampata. La più feroce è una stampa del De fide concubinarum di Pietro Oleario, un libro pubblicato nel 1505, in cui si vede un asino seduto in cattedra con gli occhiali sul muso e uno scacciamosche nello zoccolo, mentre legge da un librone spalancato a una classe di studenti-bestie. E quando la libellistica protestante inonderà l’Europa con una quantità di xilografie rappresentanti il Papa di Roma come l’Anticristo, sul naso del pontefice non mancheranno mai gli occhiali, schermo tra la sua mente e la Verità del Vangelo. Nella grande pittura cinquecentesca, gli occhiali sono ormai presenti come oggetti d’uso corrente, non più riservati ai dotti e ai santi. Li troviamo per esempio nella Bottega dell’usuraio del fiammingo Quentin Metsys, dove sembrano quasi accrescere la cupidigia del protagonista, intento a contar danari incurante delle suppliche del povero debitore che gli sta a fianco. Ed essi abbondano nella ritrattistica, posati su un tavolo, tenuti in mano o inforcati, come nel bellissimo Ritratto dell’inquisitore Nuño de Guevara

detached from the world and deeply buried among books. In this case, glasses serve to tarnish his sight rather than help him see better. These are tell-tale glasses, they accuse the man who wears them of not being able to see things directly – a man whose only interest is to investigate dead words on a printed page. Probably one of the most ferocious prints of the period is the one found in Pietro Oleario’s De fide concubinarum, a book published in 1505, in which a donkey – sitting at a desk in front of a class-room of beasts with a fly-swatter on his hoof – is wearing glasses and reading a huge book. At the height of the Reformation, there appeared in Europe a wave of pamphlets in which, the Pope, whom the Protestant considered as the Roman Antichrist, was often lampooned wearing glasses – glasses which acted as a screen between his mind and the Truth of the Bible. In the great art of the 16th century, glasses often appear as objects of daily use, and are no longer reserved for saints and scholars. Glasses are worn, for example, by the protagonist of The Money-Lender’s Shop, the painting of the Flemish artist Quentin Metsys. Here, the glasses worn by the moneylender, as he counts money heedlessly ignoring the desperation of the debtor, actually accentuate his avidity. Glasses are frequently seen in portraits, either placed on a table, held in one hand or worn, as in El Greco’s magnificent Portrait of the Inquisitor Nuño de Guevara which we have already mentioned. A lens can be seen in Paolo Veronese’s St. Gregory the

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Scena di conversazione. Joseph Macpherson (1726-1780) (Galleria d’Arte Moderna, Firenze) Conversation. Joseph Macpherson (1726-1780) (Modern Art Gallery, Florence)

José Moñino di Floridablanca con Goya e l’architetto Francisco Sabatini. Francisco Goya (1746-1828) (Collezione Banco Urquijo, Madrid) José Moñino of Floridabanca with Goya and the Architect Francisco Sabatini. Francisco Goya (1746-1828) (Banco Urquijo Collection, Madrid)

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Natura morta con candeliere. Pieter Claesz (1590-1661) (Mauritshuis Haag, l’Aia) Still Life with Chandelier. Pieter Claesz (1590-1661) (Mauritshuis Haag, The Hague)

Ritratto di Mademoiselle de Sainte Marie. Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867) (Museo del Louvre, Parigi) Portrait of Mademoiselle de Sainte Marie. Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867) (Louvre, Paris)

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La Cena di S. Gregorio Magno (particolare). Paolo Veronese (1528-1588) Basilica di Monte Berico (Vicenza) St. Gregory the Great’s Banquet (detail). Paolo Veronese (1528-1588) Basilica of Monte Berico (Vicenza)

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del Greco, da noi già citato. La si ritrova ancora la lente, per esempio nella Cena di san Gregorio Magno dipinta da Paolo Veronese per il refettorio dei frati di Monte Berico a Vicenza, in cui il pontefice santo esamina i presenti appunto attraverso una grossa lente tenuta davanti all’occhio destro. Sul finire di quel secolo compaiono anche diverse interessanti incisioni che rappresentano botteghe di occhialeria e mercanti ambulanti che girano per fiere e mercati vendendo occhiali, spesso indossando costumi bizzarri per meglio attirare la clientela. In una xilografia anonima vediamo un raffinato negozio di occhialaio, in cui il proprietario guarda con intensa aspettativa il cliente che sta provando le lenti più adatte alla sua vista difettosa. Più numerose le raffigurazioni degli ambulanti, considerati probabilmente un soggetto più “pittoresco” da parte degli artisti. Naturalmente dall’inizio del ‘600 in poi la presenza degli occhiali nelle opere d’arte, dipinti, sculture, incisioni diventa sempre più frequente: in un certo senso essi perdono di rappresentatività. Non sono più infatti un attributo emblematico o una curiosità, ma un accessorio di uso normale e quotidiano che ritroviamo in numerosi esempi della ritrattistica, o in scene di genere e persino nelle nature morte. Sono diventati oggetti qualsiasi, che i pittori raffigurano ormai con la stessa distratta diligenza che riservano per esempio agli anelli o alle collane. Solo raramente li usano per dimostrare la loro bravura eseguendo mediante le lenti brillanti giochi di luce.

Great’s Banquet painted by the artist for the refectory of the friars at the Monte Berico monastery in Vicenza. In it the Pope and saint peruses his banqueting companions through a large lens placed over the right eye. At the end of the 16th century there also appear a number of interesting prints depicting the shops of optical instrument makers or itinerant merchants who travelled to country fairs and markets to sell glasses, often clad in outlandish garb in order to attract potential customers. In an anonymous print, we can see an optician’s shop in which the owner expectantly looks at the client who is trying various glasses. Prints of itinerant opticians are more frequent, probably because artists considered them more picturesque. Naturally, at the beginning of the 17th century the presence of glasses in art became even more frequent. They appear in numerous paintings, sculptures and etchings – so much so that they lose their novelty. They are no longer, in fact, an emblem or a curiosity, but more simply a common, quotidian accessory, which can be found in portraits, theme paintings or even in stilllifes. By then glasses had become normal objects which artists painted with the same diligent indifference they painted rings or necklaces. And very rarely do they paint them to prove their talent – by depicting light filtering through the lenses.

a cura di Mario Morra by Mario Morra

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dalla Collezione del Museo Luxottica

from the Luxottica Museum Collection


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Occhiali in argento con aste a riccio; manifattura India, 1880 circa. Lavoro fantasioso e pregiato che vede le lenti in cristallo di rocca incastonate nei cerchi tramite elementi a forma di virgola.

Silver glasses with curled legs; Indian make (circa 1880). Fanciful as well as refined design in which the lenses are of rock crystal and are set in the rims via commashaped elements.


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Occhiale da sole; in alto a sinistra: montature in acciaio brunito. A destra: montatura in argento; le lenti oltre che protettive sono correttive per presbiopia (probabilmente appartenevano a una persona che soleva leggere o lavorare alla luce del sole); manifattura secolo XIX.

Sunglasses; above left: burnished steel frames. Right: silver frames; the lenses are both protective and corrective, for farsightedness (the glasses probably belonged to a person who usually read or worked in the sunlight); 19th-century make.


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Occhiali a stringinaso senza montatura; manifattura italiana metà secolo XIX. Per rendere piÚ stabile l’occhiale, in corrispondenza del naso le lenti sono zigrinate.

Frameless pince-nez; Italian make, mid-19th century. To give added stability, the lenses are ribbed at the height of the nose.


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Occhiale tipo “coilos”, montatura molto sottile, perlopiù in acciaio, dove il cerchio si incassa nella scanalatura praticata lungo il bordo della lente. Le lenti della montatura in basso sono periscopiche; manifattura francese seconda metà secolo XIX. “Coilos”-type, very slender frames, mostly made from steel; the rims are set in the groove along the edge of the lens. The lenses of the frames below are periscopic; French make, second half of 19th century.


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Occhiali in tartaruga; la montatura in alto con l’astuccio originale apparteneva al pontefice Papa Pio IX (1846-1878). Tortoise shell glasses; the frames above, with original case, belonged to Pope Pius IX (1846-1878).


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Occhiali a stringinaso in tartaruga; in alto: montatura con astine corte tempiali; manifattura francese fine secolo XIX. a sinistra: insolita soluzione a molla per la regolazione del ponte; manifattura Napoli, 1880. in basso: pregevole lavoro parigino con il ponte in oro; punzone 1840. Pince-nez in tortoise shell; above: frame with short temple legs; French make, late 19th century. left: unusual spring knob to regulate the bridge; made in Naples, 1880 below: refined Parisian design with gold bridge; hallmark of 1840.


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Occhiali da sole; in alto: montatura molto sottile tipo “Richardson”. Sotto: montatura in avorio con lenti correttive per presbiopia; manifattura secolo XIX.

Sunglasses; above: very slender “Richardson” frames. Below: ivory frames with lenses for the farsighted; 19th-century make.


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Occhiale in oro (14 carati) con stanghette dotate di regolazione telescopica; manifattura fine 1880 circa. 14-carat gold glasses having legs with telescopic adjustment; around late 1880.


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Occhiali a stringinaso placcato oro, con aste a riccio; manifattura tedesca inizi XX secolo.

Gold-plated pince-nez with curl-ended legs; German make, early 20th century.


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Occhiali a stringinaso con lente bifocale e monocolo in oro, con catenina e gancio auricolare; manifattura francese inizi secolo XX. Le prime lenti bifocali, risolte incollando la lunetta correttiva per presbiopia nella parte inferiore all’interno della lente per miopia, sono comparse verso la fine del 1700; la loro invenzione è attribuita al filosofo e scienziato Benjamin Franklin. Pince-nez with bifocal lens and gold monocle, with chain and ear hook; French make, early 20th century. The first bifocal lenses – obtained by gluing the corrective lunette for long-sightedness onto the lower part on the inside of the lens for short-sightedness – appeared at the end of the 18th century. The philosopher-cumscientist Benjamin Franklin is said to have been their inventor.


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Occhiali a stringinaso con protezioni laterali in rete metallica; manifattura tedesca inizi secolo XX. Occhiali da viaggio usati per lo più in treno per proteggere gli occhi dalla fuliggine del carbone. La montatura a sinistra è in nichel con la regolazione del ponte a molla, mentre l’altra è realizzata in acciaio brunito blu con i nasellini in corno zigrinato. Pince-nez glasses with a protective metal mesh on the sides; German make, early 20th century. Travel glasses used especially by train passengers to protect eyes against coal soot. The frame on the left is in nickel; a spring knob regulates the bridge. The frame on the right is made from blue burnished steel; the nibs are in ribbed horn.


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Occhiale in tartaruga; manifattura francese metĂ secolo XIX.

Tortoise shell glasses; French make, mid19th century.


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Occhiale in fanone di balena; manifattura Furth inizi secolo XIX.

Whalebone glasses; early 19th-century Furth item.


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A mio papà , che ha dedicato e dedica tuttora la sua vita agli occhiali e che ci ha insegnato giorno per giorno, con il suo esempio, il rispetto per l’uomo, per il suo lavoro e per i suoi valori.

To my father who has dedicated, and continues to dedicate, his life to glasses, and who has taught us each day, by setting the example, to respect man, his work, his worth.

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Indice Index 5 Prefazione Preface 7 Breve storia dell’occhiale dalle origini al 1900 A short history of glasses from the origins to 1900 9 Capitolo I: I misteri dell’occhio Chapter I: The mysteries of the eye 19 Capitolo II: Dalla lente all’occhiale Chapter II: From the lens to the spectacles 29 Capitolo III: Dal Trecento al Cinquecento Chapter III: From the 14th to the 16th century 37 dalla Collezione del Museo Luxottica from The Luxottica Museum Collection 53 Capitolo IV: Il Seicento Chapter IV: The 17th century 65 dalla Collezione del Museo Luxottica from The Luxottica Museum Collection 81 Capitolo V: Il Settecento Chapter V: The 18th century 91 Capitolo VI: L’Ottocento Chapter VI: The 19th century 97 dalla Collezione del Museo Luxottica from The Luxottica Museum Collection 113 Occhiali nell’Arte Glasses in Art 125 dalla Collezione del Museo Luxottica from The Luxottica Museum Collection 154


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Questo libro è stato realizzato in quattro edizioni: italiano-inglese, francese-tedesco, spagnolo-portoghese, giapponese-inglese. Ăˆ stato stampato in Italia, in 10.000 copie, presso le Grafiche Antiga, Cornuda (Treviso).

This book has been realized in four editions: Italian-English, French-German, Spanish-Portuguese, Japanese-English. Printed in Italy, in 10,000 copies, by Grafiche Antiga, Cornuda (Treviso).

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BEL VEDERE - Gli occhiali del Museo Luxottica, Vol. I  

a cura di Marisa Del Vecchio

BEL VEDERE - Gli occhiali del Museo Luxottica, Vol. I  

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