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BEL VEDERE Gli Occhiali del Museo Luxottica Vol. II

BEL VEDERE Gli Occhiali del Museo Luxottica a cura di Marisa Del Vecchio


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BEL VEDERE Gli Occhiali del Museo Luxottica The Spectacles of the Luxottica Museum Vol. II a cura di Marisa Del Vecchio edited by Marisa Del Vecchio

Direzione Editoriale e Artistica: Editorial and Art Direction: Fulvio Salafia Testi/Text: Gianni Guadalupi Fotografie/Photographs: Mitchell Feinberg Traduzione: Translation from Italian: Alexander Whitelaw


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Breve storia dell’occhiale A short history of glasses dal 1900 fino ai giorni nostri from 1900 to the present day

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a contessa di Santafiora, a cui la ricca chioma ardeva e fiammeggiava di sotto al cappellino bianco, volgeva a torno l’occhialino con quell’atto elegante e un po’ sdegnoso che le è familiare”. In questa frase di Gabriele D’Annunzio, insuperabile cronista dei vizi e delle virtù di quel favoleggiato periodo a cavallo di due secoli che si è convenuto di chiamare Belle Epoque, è cifrata tutta la raffinatezza di un mondo che doveva crollare di lì a poco nel disastro della Grande Guerra. L’occhialino impugnato dalla contessa è uno dei simboli più pregnanti di quella civiltà che si esprime con gesti eleganti e un po’ svagati, insieme al suo corrispondente maschile, l’ottocentesco pince-nez o stringinaso, inforcato dai signori che vogliono darsi un’aria di compassata serietà. Le lenti, quasi sempre ovali, bianche, azzurre, verdi o anche gialle, sono unite da un ponte d’acciaio temperato che fa da molla; sulla sinistra un anellino ospita un cordoncino di seta rigorosamente nera che si fissa all’asola della giacca, a salvaguardare il prezioso oggetto da eventuali cadute. Nei dipinti e nelle fotografie dell’epoca, troviamo ben pochi nasi maschili privi del pince-nez, che assume quasi la valenza di un emblema araldico destinato a esprimere austerità, cultura e naturalmente benessere. Ma c’era chi preferiva un simbolo diverso, che indicava di primo acchitto l’appartenenza del suo proprietario all’aristocrazia della mondanità: il monocolo, condannato dagli oculisti ma non per questo meno favorito dagli

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ountess Santafiora, her ample mane flashing under her small white hat, scanned the room with her lorgnette in her usual elegant and somewhat contemptuous manner”. This sentence, from Gabriele D’Annunzio, the master chronicler of the vices and virtues of that legendary period straddling two centuries known as “La Belle Époque”, sums up all the refinement of a world that would soon crumble into the disaster of The Great War. The lorgnette held by the countess was one of the most pregnant symbols of a civilization that expressed itself with elegant and rather absent-minded gestures. So was its masculine counterpart, the nineteenth century pince-nez, or “nosepincher”, that was worn by gentlemen who wanted to give themselves an air of studied seriousness. Pince-nez lenses, nearly always oval, were either plain, blue, green or even yellow, and were joined by a bridge of tempered steel that acted as a clip. On the left side, was a small aperture destined to receive a silk cord, inevitably black, which was fastened to the lapel buttonhole to protect the precious object in the event of a fall. In the paintings and photographs of the period, very few male noses are devoid of a pince-nez. It took on the role of a heraldic emblem destined to express austerity, culture and, of course, well-being. But some people preferred a different symbol, one that instantly indicated that its owner belonged to the upper reaches of society: the monocle. Frowned upon by oculists, it was nonethe-

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La copertina della rivista italiana di satira politica “L’Asino!” dell’11 dicembre 1892 mostra la caricatura di un deputato del parlamento italiano di quell’epoca vestito di tutto punto con cilindro e monocolo. The cover of the Italian humorous political magazine, “L'Asino!” of December 11, 1892: a well-dressed member of the Italian parliament with his top hat and monocle.


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Il Maestro Vincenzo Bellezza direttore d’orchestra del Metropolitan di New York fotografato a bordo del transatlantico Conte Grande nel 1920 ; il suo abbigliamento e i classici occhiali “pince-nez” testimoniano lo stile dell’epoca. Maestro Vincenzo Bellezza, conductor of the New York Metropolitan Orchestra, photographed on the ocean liner “Conte Grande”. His clothes and the classic pince-nez are typical of the era.

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elengantoni. A teatro, alle corse, alla passeggiata in carrozza, ai balli, nei salotti, il gentiluomo in frac o l’ufficiale di cavalleria nella sua sgargiante uniforme costellata di alamari sfoggia la lente incastrata nell’orbita destra, anch’essa assicurata all’abito da un cordoncino di seta e cerchiata d’oro o di tartaruga, togliendosela o rimettendola a posto con una gestualità ricercata che serve a sottolineare la signorilità dell’eloquio. Quando la lente da orbita non ha montatura ma è cerchiata dalla molatura arrotondata del vetro stesso, si chiama “caramella”; è quella che ritroviamo davanti all’occhio del gagà in tutte le caricature di quegli anni dedicate ai giovanotti scapestrati che dissipano i danari di papà al tabarin o al cafè chantant, beandosi di ammirare ballerine e sciantose con la classica smorfietta che pare di disdegno ed è invece una contrazione muscolare necessaria per tener su il monocolo. Ma la Belle Epoque è anche il periodo in cui entra in agonia la plurimillenaria civiltà del cavallo, sostituita gradualmente ma irresistibilmente da una nuova invenzione frutto della rivoluzione industriale: il motore a scoppio. Ed ecco che l’automobile, la carrozza senza cavalli che corre a velocità fino allora inaudita su strade quasi tutte in terra battuta, sollevando polvere e sassolini che investono lo chauffeur, perché la vettura è completamente aperta, richiede un abbigliamento particolarmente adatto. Gli automedonti e ancor più i centauri, ossia i motocilisti, come si usa chiamarli con una terminologia tratta dai miti classici che hanno ancora vigore tra i letterati, si corazzano letteral-

less favored by dandies. At the theater or the races, on a carriage outing, at a ball or in a salon, a gentleman in tails or a cavalry officer in his gaudy gold-braided uniform, had a lens stuck in his right eye. Like the pince-nez, it was attached to his clothing by a silk cord, and was usually rimmed with tortoise shell or gold. Popping it in or out was a studied movement that accentuated refined speech. If the lens was rimless, and only surrounded by a beveling on the glass, in Italian it was called a “caramella”. It’s the eyepiece seen in all the caricatures of the period, worn by young fops as they squandered their family fortunes in music halls, while admiring singers or dancers with the classic little grimace that looked scornful, but was in fact a muscular contraction needed to hold in the monocle. But the Belle Epoque was also the era when the several thousand year-old civilization of the horse began its painful decline, replaced gradually but inexorably by a new invention that was a product of the industrial revolution: the internal-combustion engine. Suddenly here was the automobile, a horseless carriage that reached unheard of speeds on dirt roads, raising dust and pebbles that could strike its driver. Because the cab was completely open, it required perfectly suited apparel. These modern charioteers, and even more the new centaurs, i.e. motorcyclists, as they were called in a terminology borrowed from the classical myths that were still popular among men of letters, wore an armor of leather coats, turtleneck sweaters, caps and earmuffs. To complete the protection of these new knights, gog-

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Una delle prime automobili prodotte dalla Fiat ai primi del Novecento: nell’abbigliamento del guidatore si notano i primi occhiali specifici per autisti . One of the first cars made by Fiat in the early 1900: the driver wears one of the first examples of goggles made specially for motoring.

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mente con cappottini di pelle, maglioni a girocollo, berretti con visiera e paraorecchi; e a completare la protezione di quei moderni catafratti sono indispensabili gli occhiali, per difendere gli organi della vista dal vento delle corsa e dal pulviscolo. Già per i predecessori dei primi spericolati automobilisti, quei ciclisti che qualche decennio avanti avevano sparso il panico al loro passaggio per i villaggi delle quiete provincie, erano stati fabbricati speciali occhiali protettivi, le cui grosse lenti non graduate erano circondate da una fitta rete metallica per impedire ai corpi estranei di danneggiare l’occhio. Spesso la parte che aderiva al viso era in gomma. Erano sorretti da stanghette elastiche molto ricurve che li fissavano con sicurezza alle orecchie, oppure da un nastro elastico passato sulla nuca. I primi modelli di occhiali per automobilisti sono un perfezionamento di quelli per i patiti del velocipede: montati in gomma e muniti di una fascia elastica che li mantiene aderenti al viso, danno all’autista l’aspetto di un antico guerriero barbaro, specie quando indossa la pesante pelliccia che i più ricchi considerano indispensabile per poter correre alla folle velocità di trenta-quaranta-cinquanta chilometri all’ora. Anche le signore si ammantano di pellicce e spessi cappotti, ma non amano nascondere i loro sguardi ammalianti dietro i vetri degli occhialoni; e avvolgono il capo in una fitta veletta fissata all’ampio cappellino. Agli inizi del nostro secolo l’uomo impara anche a volare con un mezzo più pesante dell’aria; e nella cabina di quei fragili apparecchi di legno e tela, aperta a

gles were indispensable, so as to keep the oncoming wind and dust away from the eyes. The forerunners of these first reckless motorists, the bicyclists, who a few decades earlier had sown panic riding through quiet provincial villages, already wore special protective glasses. The goggles had large ungraded lenses, and were surrounded by fine metallic mesh to prevent any foreign bodies from damaging the eye. The part next to the face was usually made of rubber, and was held in place by curved earpieces that fitted snugly behind the ear, or by an elastic strap around the back of the head. The first models of glasses for motorists were a perfected version of those made for the fans of the motocycle. Mounted in rubber, fitted with an elastic strap that pinned them to the face, they gave motorists the look of ancient barbarian warriors, especially if they also wore the heavy fur coat that the wealthier riders considered indispensable for driving at insane speeds of thirty-forty-fifty kilometers an hour. Ladies, too, wore fur coats or overcoats, but didn’t like hiding behind goggles. They wrapped their heads in a finely meshed veil that was attached to their wide-brimmed hats. At the beginning of the century, man also learned to fly gravity defying machines: in the cockpits of those fragile contraptions of wood and canvas, buffeted by wind from all sides, pilots were even more in need of protection than motorists. Hence drivers’ goggles took to the sky and were all the more perfected as the necessities of war became more

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Gabriele D’Annunzio “aviatore” Gabriele D’Annunzio as an aviator.

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tutti i venti, il pilota necessita di protezione ancor più dell’automobilista. Gli occhiali da chauffeur prendono dunque le vie del cielo, e saranno vieppiù perfezionati in seguito alle esigenze belliche, che di lì a poco si faranno pressanti. Quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, molti eserciti si sono già preoccupati di fornire ai loro uomini dei reparti specializzati gli occhiali adatti alle rispettive esigenze. A parte le lenti protettive destinate agli autieri e agli aviatori, si pensa per esempio alle truppe che devono operare in montagna, dove il riverbero della neve danneggia la vista. Nel 1913 il Ministero della Guerra Italiano indice un concorso per la fornitura di occhiali speciali per gli alpini. Lo vince una azienda del Cadore, la Cargnel, che presenta due modelli: “uno in celluloide colorata antisole a forma di mascherina” (che fu bocciato) e “l’altro con due cerchietti di alluminio, bordati di vellutino nero cucito, nasello di fettuccia elastica e treccia sostenitrice in elastico nero con fibbia da allacciare dietro la testa”. Quattro anni dopo, a guerra scoppiata, l’aeronautica italiana adotta per i suoi piloti gli occhiali detti Protector, elaborati dall’ex aviatore Giuseppe Ratti: hanno lenti rotonde affumicate contornate di gomma e fissate alla testa da fasce elastiche. Proteggeranno gli occhi dei volatori italiani fino agli anni trenta. Terminata la guerra, in quegli anni Venti che saranno definiti con un po’ di esagerazione “Ruggenti”, l’Europa che ritrova la gioia di vivere comincia a guardare all’America non più e non soltanto come a un paese di

pressing. At the outbreak of World War I, many armies were already deeply concerned about fitting the men in their specialized units with eyeglasses adapted to their respective requirements. Aside from protective lenses for drivers and pilots, there was also the need, for instance, for special glasses for mountain troops who fought in areas where the glare reflected off the snow was damaging to the eyes. In 1913, the Italian War Ministry announced a competition for the supply of special eyeglasses for its alpine troops. The contract was awarded to a company from the northern province of Cadore, Cargnel, that proposed two models: “one, mask-shaped, made of anti-solar, tinted celluloid” (it was rejected) and “the other made of two aluminum circles, bordered with black sewn velveteen, an elastic strap bridge, and held in place by black braided elastic that buckles behind the head”. Four years later, when the war had broken out, the Italian Air Force supplied its pilots with eyeglasses called “Protector”. They were devised by the former pilot Giuseppe Ratti and had round, smoked lenses encased in rubber that held on the face by elastic straps. They protected the eyes of Italian flyers up till the Thirties. After the war, in the Twenties that have somewhat exaggeratedly been called “Roaring”, Europe got back to experiencing the joys of good living and started to see America not so much as a nation of nouveau riche country bumpkins, who came to London or Paris to learn man-

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Harold Lloyd, il più famoso attore americano del cinema muto, con i suoi inconfondibili occhialini rotondi.Qui è in una famosa scena tratta dal film “Safety Last” del 1923. Harold Lloyd, the most famous actor of the silent era, wearing his famous little round glasses. Here he is seen in the well-known scene from the film “Safety Last” (1923).

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nuovi ricchi molto provinciali, che vengono a imparare il bon ton a Londra e a Parigi; ma anche come a una terra da cui può venire una ventata di giovinezza capace di ravvivare il vecchio continente, anche nel campo della moda. È il cinema, è Hollywood con le sue star a imporre da noi quelle che allora si chiamavano americanate; tra le quali si annovera in primo luogo una sorta di rivincita degli occhiali rispetto al pince-nez, che ora il bel mondo considera vecchio e superato, roba da passatisti. E gli occhiali sono quelli dalle grandi lenti rotonde sorrette da una montatura in celluloide, semplici, pratici, giovanili e soprattutto lanciati da grandi attori come il popolarissimo Harold Llyod. La celluloide sbaraglia le vecchie materie prime, e i fabbricanti europei sono costretti a correre ai ripari per non soccombere alla concorrenza d’oltre Atlantico: prima in Francia, poi in Germania, infine in Italia, compaiono le prime imitazioni dei prodotti americani, che spesso superano per eleganza l’originale. Intanto, negli ambienti più sofisticati, resiste impavidamente il monocolo, che addirittura adesso viene adottato dalle donne in vena di originalità, che si tagliano i capelli alla maschietta e osano addirittura indossare i pantaloni. Ma se queste prime pattuglie di fanciulle audaci sono ancora molto esigue, la donna europea, liberata dalla guerra dagli impacci soffocanti di una moda ancora legata agli stilemi ottocenteschi, si veste con abiti semplici e sportivi e inforca finalmente gli occhiali, che le americane per prima hanno imparato a portare con disinvoltura. L’occhialino o lorgnette vive una sorta di ulti-

ners, but as one that could breathe some new life into the Old World even in matters of taste. It was the movies, Hollywood and its stars, that started to impose on Europeans what then were called “americanate” or gross Americanisms. One of the first was the revenge of eyeglasses over the pince-nez, now thought of by trendsetters as dated, stuff for old fogies. And the eyeglasses in favor were those with big round lenses and celluloid frames that were simple, practical and youthful, and worn by big stars like the very popular Harold Lloyd. Celluloid chased out all the old raw materials: European manufacturers had to perk up to avoid being swamped by competition from the other side of the Atlantic. First in France, then in Germany, and finally in Italy, imitations of American products started to appear, often outdoing the originals in elegance. Meanwhile, in more sophisticated circles, the monocle made a valiant last stand, and was even adopted by women in search of originality, who also sported boyish haircuts and dared to wear pants. But if these first brigades of daring young women were few and far between, the average European woman, liberated by the war from the suffocating constraints of fashions still grounded in the Nineteenth century, dressed in simple, sporty clothes and finally donned the eyeglasses that American women were the first to learn to wear casually. The lorgnette sang its swan song with models designed by the Parisian jeweler Cartier, extraordinary creations in which gold, silver, platinum, onyx, coral, pearls and precious

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Estate fine anni trenta: ragazze inglesi prendono il sole sfoggiando gli occhiali da sole in voga in quel periodo. A summer in the late Thirties: English girls sunbathing, displaying the trendy sunglasses of the period.

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mo canto del cigno con i modelli elaborati dall’orafo parigino Cartier, straordinarie creazioni in cui oro, argento, platino, onice, corallo, perle e pietre preziose gareggiano sfavillando fra le mani di personaggi come Coco Chanel. Intanto entra in campo la persuasione occulta ma non troppo della pubblicità: sui giornali e sulle riviste compaiono sempre più numerosi gli annunci in cui si cerca di convincere signore e signorine che gli occhiali, lungi dall’imbruttire un volto, possono e devono conferirgli un fascino vagamente intellettuale. “Il vostro bel profilo avrà maggior risalto se porterete i nuovi occhiali Zeiss-Perivist”, dice con spudorata schiettezza una réclame della ditta tedesca apparsa nel 1936. E tre anni dopo una giornalista scriveva su una rivista di moda: “gli occhiali oggi sono tanto di sussidio all’eleganza muliebre quanto e forse più lo erano per la donna del Settecento”. Ma non tutti sono d’accordo, e una cospicua maggioranza s’intestardisce a pensare che gli occhiali, per quanto belli ed eleganti possano essere, siano pur sempre una scomoda appendice, la cui comparsa su un bel visino indica irrevocabilmente che la giovinezza se ne sta andando, e dà allo sguardo un’arcigna espressione da professoressa di latino destinata allo zitellaggio. Esistono tuttavia occhiali che, al contrario di quelli da vista, non denunciano una menomazione fisica ma esaltano invece la sportività tipica della gioventù, che negli anni fra le due guerre sciama in massa al mare e ai monti per divertirsi in villeggiatura. Sono i cosiddetti occhiali da sole, dalle lenti variamente colo-

stones sparkled competitively in the hands of people like Coco Chanel. Meanwhile the hidden, but not too hidden, persuasive powers of advertising had descended upon the world: newspapers and magazines were replete with more and more copy attempting to convince older and younger ladies that eyeglasses, far from damaging a face, actually conferred on it a vaguely intellectual fascination. “Your lovely profile will only be heightened by wearing the new Zeiss-Perivist eyeglasses”, shamelessly boasted an ad of this German company in 1936. And three years later a fashion-magazine journalist wrote: “Eyeglasses today add as much, and perhaps more, to feminine elegance than they did in the Eighteenth century”. But not everyone agreed, and a conspicuous majority stubbornly maintained that eyeglasses, however beautiful and elegant, were nonetheless an uncomfortable appendage, whose appearance on a lovely face meant irrevocably that its youthfulness was fading, and gave it the sullen expression of a Latin teacher doomed to becoming an old maid. But there were also eyeglasses that, as opposed to those which corrected eyesight, didn’t point to a physical disability. Instead they exalted the athletic qualities of the young, who in the years between the two world wars flocked to the sea or the mountains for their vacations. These were the so-called sun glasses, with lenses of different colors, that protected the eyes both from blinding summer sunlight and from the dazzling white-

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Ottobre 1933: il Senatore Giovanni Agnelli a bordo del transatlantico Conte di Savoia in navigazione nell’Oceano Atlantico. È interessante notare come per leggere egli utilizzi ancora degli occhiali “pincenez”, mentre il suo vicino abbia gli occhialini dalle lenti rotonde alla moda in quel periodo. October 1933: Senator Giovanni Agnelli crossing the Atlantic on the ocean liner “Conte di Savoia”. Note how he wears a pince-nez to read, whereas his companion opts for the little round eyeglasses that were popular at the time.

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rate che proteggono la vista dall’abbacinante luce del sole estivo e dal biancore delle nevi, e dalle montature in materiale sintetico, che a differenza del metallo non si surriscalda e non gela. Piuttosto grandi, somigliano inizialmente agli occhialoni da automobilista o da pilota a cui sia stata tolta la protezione laterale. Diventano ben presto ellittici, triangolari, ottagonali; per le signore più frivole o più civette ce ne sono a corolla di fiore, ad ali di farfalla. Il modello più usato è in celluloide bianca con lenti blu; chi pratica gli sport invernali (lo sci conosce in quel periodo un vero e proprio boom) preferisce invece le lenti gialle, più adatte a smorzare il riverbero della neve. Se favoriscono ed esaltano le attività sportive, corollario indispensabile della loro ideologia, che glorifica il vigore fisico della razza, le dittature di destra che in quel periodo prevalgono in gran parte degli Stati europei considerano gli occhiali da vista un simbolo negativo, sia perché rivelano un difetto, sia soprattutto perché caratterizzano gli intellettuali, gente che ha il pessimo vizio di studiare, di riflettere, di pensare, invece di accettare acriticamente gli ordini che vengono dall’alto. Sulla stampa fascista i termini “occhialuto” e “Quattrocchi” (più pesante e sarcastico) vengono usati abitualmente come insulti. I dittatori stessi, pur avendone bisogno, evitano accuratamente di mostrarsi in pubblico con gli occhiali: Hitler vieterà la pubblicazione di tutte le foto in cui inforca quell’imbarazzante protesi; Mussolini ordinerà addirittura per la sua segretaria macchine da scrivere con i caratteri molto più grandi del normale,

ness of snow. Their frames were made of synthetic materials, that unlike metal, didn’t overheat and withstood cold. At first rather large, they looked like motorists’ or pilots’ goggles with the lateral protection removed. Soon they became elliptic, triangular, or octagonal. For the more frivolous or coquettish ladies, some models were shaped like flowers or butterfly wings. The most popular model was made of white celluloid with blue lenses. Winter sports enthusiasts – skiing was enjoying a boom – preferred their lenses yellow, which dealt more effectively with the glare reflected off the snow. But the right-wing dictatorships that prevailed in that period in many European countries, though they endorsed athletic activities as an indispensable corollary of their ideology – glorifying the physical powers of the race – considered eyeglasses to be a negative symbol. Either because they betrayed a defect, or even more because they stood for intellectuals: people who had the bad habit of studying, of reflecting, of thinking, instead of blindly accepting orders that came from above. In the Fascist press the terms “bespectacled” and “four-eyed” (a more serious jibe) were commonly used as insults. These very dictators, though they needed glasses themselves, carefully avoided showing themselves in public wearing them: Hitler banned the publication of any photographs in which he was wearing those embarrassing prostheses. Mussolini ordered typewriters for his office staff with a larger than average font, so he could read documents

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Il Generale Douglas Mac Arthur durante la Seconda Guerra Mondiale: porta i famosi occhiali da sole “Ray-Ban” che diventeranno celebri in Europa grazie anche a lui. General Douglas Mac Arthur during World War II: he wears the famous Ray-Ban sunglasses that he will make popular in Europe.

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per poter leggere i documenti senza essere costretto a usare gli occhiali davanti ai suoi subordinati. Al loro timore di mostrare quella che considerano una menomazione, si contrappone per esempio l’ironico esibizionismo di uno dei più grandi architetti del nostro secolo, Le Corbusier, che porta occhiali dalle lenti spesse e dalla montatura enorme, da lui stesso disegnata. La guerra che spazza via nazismo e fascismo porta in Europa una valanga di soldati americani, molti dei quali portano quel particolare tipo di occhiali da sole chiamato Ray-Ban, “pararaggio”; li ha inventati la ditta Bausch & Lomb su richiesta dell’Air Force, per i piloti infastiditi dalla luce solare abbagliante quando volano ad alta quota. Hanno lenti verdi a goccia con una curvatura studiata per assorbire i raggi dell’astro. A decretarne l’immensa popolarità è stato uno dei protagonisti della Seconda Guerra Mondiale, quel generale Douglas Mac Arthur che sembra non separarsene mai. Ma anche nell’Europa che va riprendendosi faticosamente negli anni duri del dopoguerra c’è chi cerca di innovare creando nuovi modelli. Come il polacco Meyrowitz, che nel 1949, stabilendosi in quella Parigi che ancora per diversi anni sarà la capitale mondiale della moda, crea una montatura formata da una parte superiore in celluloide nera, con semicerchi inferiori in metallo che trattengono le lenti. Forse perché quel leggero tratto nero sul volto conferisce un’aria di austerità e serietà senza però appesantire troppo, gli occhiali Meyrowitz diventano rapidamente il modello favorito del clero

without being forced to wear glasses in front of underlings. But in contrast to the dictators’ fear of showing what they felt was a disability, we have the incisive exhibitionism of one of the greatest architects of our century, Le Corbusier, who wore glasses with thick lenses and huge frames that he designed himself. The war that swept away Nazism and Fascism brought an avalanche of American soldiers to Europe, many of whom wore a specific type of sunglasses called Ray-Ban. (Since what they did was to ban rays!) They were invented by the Bausch & Lomb company on a contract for the US Air Force, to protect pilots from the dazzling sunlight when they flew at high altitudes. They had bottle-green lenses with a curvature calculated to best absorb the sun’s rays. The man who gave them their immense popularity was one of the stars of the World War II, General Douglas Mac Arthur, who never seemed to be without them. But even as Europe was struggling to whether the tough times of the post-war period, innovators were creating new models. Like the Pole, Meyrowitz, who in 1949 settled in Paris, which for many years would remain the fashion capital of the world. He created frames where the upper half was made of black celluloid, and the lower half of metal semicircles that held in the lenses. Perhaps because a thin black line on a face confers an air of austerity and seriousness without undue heaviness, Meyrowitz’s eyeglasses soon became the favorite model of both the

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sia cattolico sia protestante, perché l’intraprendente polacco ha aperto anche un negozio che diventerà famoso in Bond Street, a Londra. Per anni e anni preti e suore non porteranno altri occhiali. Sempre a Parigi, e sempre nel 1949, i fratelli Lissac elaborano un’occhiale ultraleggero che porta il nome accattivante e beneaugurante di Amor. Pensato per i giovani, è elegantissimo e quasi invisibile nella sua diafana trasparenza: la montatura è ridotta al minimo; un sottile filo d’oro che lascia quasi completamente libera la lente, trattenuta solo nella parte superiore. La lunette de Paris, come recitano orgogliosamente gli annunci pubblicitari, ottiene infatti molto successo. Ma c’è chi cerca di alleggerire per rendere gli occhiali quasi impercettibili (nelle foto pubblicitarie dei fratelli Lissac, sofisticatissime, le lenti scompaiono tanto sono trasparenti, e la montatura si confonde con le sopracciglia), c’è anche chi sceglie invece di ostentare, battendo l’altrettanto proficua strada della bizzarria. Come Elsa Schiaparelli, che nel 1951, ispirata dalle opere di Man Ray, presenta un paio di occhiali in metallo dorato la cui montatura si avvolge a spirale davanti all’occhio, lasciando libero il centro. Questo modello è una sorta di squillo di tromba che inaugura un decennio, quello degli anni cinquanta, che alcuni hanno voluto chiamare del Kitsch, ma che noi preferiamo definire della Stravaganza. È il trionfo della linea cosiddetta “a farfalla”, perché le montature si ispirano a quei variopinti lepidotteri non solo per le forme sinuose, ma anche per i colori

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Catholic and Protestant clergy. The enterprising immigrant also opened a store on Bond Street in London that soon became famous. For many years, priests and nuns wore no other eyeglasses. Still in Paris, and still in 1949, the Lissac brothers came up with an ultra-light model that bore the winning and auspicious name of Amor. Designed for young people, it was truly elegant and almost invisible with its diaphanous transparency. The frame was reduced to a minimum: a thin gold wire that left the lenses almost completely free, and was only attached to them from above. The “Lunette de Paris”, as its ads proudly proclaimed, was a great success. But though some manufacturers tried to lighten frames so as to make eyeglasses nearly imperceptible (in the sophisticated advertising photos of the Lissac brothers, the lenses are so transparent that they disappear, and the frame blends in with the eyebrows), there were others who ostentatiously chose the equally profitable road of weirdness. Like Elsa Schiaparelli, who in 1951, inspired by the works of Man Ray, introduced a pair of eyeglasses in gold-plated metal whose frame consisted of spirals wound up in front of the eye that you could peer through. This model was like a clarion call inaugurating a decade, the Fifties, dubbed by some the age of Kitsch, but that might better be called the Age of Extravagance. It saw the triumph of the “butterfly” line, so called because these frames imitated the multicolored lepidoptera not only for their curva-

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luccicanti delle gemme e delle perline che adornano i pezzi più lussuosi. Per gli occhiali da abbinare agli abiti da sera, si propongono alettoni di pizzo e di strass che li tramutano in maschere. La semplicità regna invece sovrana negli occhiali parasole, anche se le linee si fanno più slanciate e i colori si vivacizzano, passando dal viola al verde mare, dal turchino al rosso fuoco. In America si afferma un nuovo materiale, l’alluminio anodizzato, proposto nella sua diafana veste naturale oppure colorato in tinte sobrie. E compaiono (ma senza troppa fortuna) proposte sempre più bizzarre, come il cappello da sole con occhiali incorporati, che somiglia a un secchio rovesciato calcato sulla testa di una bella modella, i cui occhi ammiccano maliziosi dietro quello schermo che le scende fino alle labbra. Sono eccentricità riservate alle donne; per gli occhiali maschili, da vista o da sole, prevale sempre una doverosa moderazione. L’unica trovata davvero curiosa dedicata agli uomini, anzi ai machos, ai “pappagalli” che imperverseranno nell’epoca della Dolce Vita sono degli strani occhiali muniti di minuscoli specchietti retrovisori, definiti “da spionaggio”, ma usati in realtà per ammirare le belle che passano senza voltare vistosamente il capo. Negli anni sessanta, insieme a tante altre cose di ottimo e di pessimo gusto, arriva dall’America anche una teoria che si autoproclama scientifica e si chiama Prosoptic Analysis. Intende servirsi degli occhiali per correggere e migliorare l’estetica di un volto. Per esempio:

ceous shapes, but also for their colors, duplicated by the gems and tiny pearls that adorned the most luxurious pieces. For eyeglasses to go with evening gowns, there were frames with ailerons of rhinestone-studded lace that almost made masks of them. Whereas simplicity reigned supreme in sunglasses as the lines became slimmer and colors became brighter, going from purple to sea-green, from turquoise to fiery reds. In America, a new material asserted itself: anodized aluminum offered in its diaphanous natural color or dyed in sober tints. Sunglasses also appeared in ever more bizarre shapes -- but without much success -- like the hat with sunglasses incorporated, that looked like a bucket turned upside down on the head of a beautiful model, whose eyes blinked maliciously behind a screen that reached down to her lips. They were strictly oddities for women: for men’s eyeglasses or sunglasses, respectful moderation prevailed. The sole truly weird innovation for men, for machos, for the “wolves” who proliferated in the age of the “Dolce Vita” were the strange eyeglasses equipped with small rear-view mirrors, defined as “spy glasses”, which were used to admire passing beauties without blatantly turning one’s head. In the Sixties, along with so many other things of exquisite or appalling taste, America sent over a theory that claimed to be scientific, called Prosoptic Analysis. Its goal was to use eyeglasses to correct and improve one’s face. For instance, someone with thin lips had to choose a

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Gli occhiali da sole incorporati nel cappello: una moda di breve durata. (Costa Azzurra, 1965). A hat with built-in sunglasses: a short-lived fad. (French Riviera, 1965).


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Tre modelle mostrano gli occhiali all’ultima moda... nel 1966, negli USA. Three models show the latest eyeglasses... in 1966, in the USA.

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chi ha una bocca troppo sottile deve scegliere una montatura chiara e leggera, che la farà sembrare più piena; chi ha la classica piega amara agli angoli delle labbra può annullarne l’effetto triste inforcando occhialoni allegroni, dalle vistose estremità rialzate come ali spiegate; chi ha gli occhi troppo vicini o il naso troppo lungo si servirà di montature più grosse al centro, tali da sfumare i difetti in una nuova armonia di proporzioni. Insieme a siffatti consigli varcano l’Atlantico anche nuovi modelli ispirati alle correnti artistiche allora prevalenti, Op e Pop Art: montature rigidamente bianche e nere, con i due colori disposti secondo regole della geometria a quadrati, rettangoli, losanghe, spirali, oppure pazzamente variopinti dalla splendente tavolozza Pop. Ma nella vecchia Europa, che pur decaduta rimane sempre la culla dell’eleganza, non si sono attese le speculazioni teoriche d’oltre oceano per capire che gli occhiali fanno ormai parte integrante della Moda con la maiuscola. Si tratta dapprima di interventi sporadici, di divertenti incursioni come quella di Elsa Schiaparelli che abbiamo citato, o di Jole Veneziani che negli anni Cinquanta disegnava per sé e per poche amiche modelli a coda di rondine o tempestati di strass. Ma subito i grandi nomi diventano una folla, e accanto a Pierre Marly cui si attribuisce il merito di essere il primo a lanciare una vera “moda ottica”, e che perciò viene chiamato “il sarto degli occhiali”, troviamo Pierre Cardin ed Emilio Pucci, Christian Dior e Mirella Clemencigh, Guy Laroche e Ken Scott, tanto per citare i creatori dei modelli più simpaticamente

light frame, both in weight and color, to make the mouth look fuller. Someone with an embittered, droopy mouth could counter this aura of sadness by wearing large, joyful glasses turned up at the end like opened wings. Someone with narrow eyes, or too long a nose, should wear frames that were wider at the center, to dispel these defects and create new proportional harmony. Along with that kind of advice, from America also came new models of eyeglasses inspired by the prevailing artistic currents: Op and Pop Art. Black and white frames, with the two colors laid out according to strict geometric rules in squares, rectangles, lozenges and spirals, and frames in all the wildest colors of the gaudy Pop Art palette soon appeared. But though old Europe was impoverished, it was still the cradle of elegance, and didn’t need these theoretical speculations from the other side of the Atlantic to realize that eyeglasses had become an integral part of Fashion with a capital F. At first this amounted to sporadic experiments, amused forays like those of Elsa Schiaparelli mentioned earlier, or of Jole Veneziani, who in the Fifties designed for herself and a few of her friends swallow-tailed frames, or frames with rhinestone inlays. But soon the great names had become a crowd: alongside Pierre Marly, who was the first to launch true “optical fashion”, and who is rightly called “the custom tailor of eyeglasses”, we find Pierre Cardin, Emilio Pucci, Christian Dior and Mirella Clemencigh, Guy Laroche and

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A Cannes una modella presenta un modello stravagante di occhiali realizzati dallo stilista Courrèges (1965). In Cannes a model shows an extravagant pair of eyeglasses created by the designer Courrèges (1965).

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sensazionali. Il 1973 si può considerare come una data storica: perché è in quell’anno che al tradizionale appuntamento di Palazzo Pitti, tempio della moda italiana, sfilano modelli e modelle che inforcano sui bei nasini occhiali appositamente creati. Li ha disegnati Paolo Seminara, primo “stilista in occhiali”, cui negli anni successivi si affiancano molti altri, tanto che il design degli occhiali diventa quasi un’esclusiva italiana; all’Italian Style ricorrono le grandi fabbriche di tutto il mondo. Negli anni Ottanta e Novanta si assiste a quel fenomeno che sembra presentarsi sempre con inevitabile puntualità nella storia del gusto: il revival. Mentre gli stilisti si sbizzarriscono avanzando le proposte estetiche più disparate e diverse, in una coabitazione di stili mai vista, c’è chi si riallaccia al passato per riscoprire non solo le montature degli anni Sessanta o le esibizionistiche stramberie degli occhiali cari alla dive di Hollywood di trent’anni prima, ma addirittura gli occhialini alla Cavour dei nostri bisnonni. In questi ultimi decenni l’occhialeria italiana si impone anche come presenza produttiva sui mercati esteri, dall’America all’Asia; la sua preminenza non è più solo un fatto stilistico, ma diventa un primato industriale. Questa supremazia ha un nome: Luxottica, l’azienda di Agordo fondata nel 1961, che in meno di un quarantennio ha conosciuto un’ascesa tale da collocarla alla vetta del settore. Oggi il gruppo Luxottica, attraverso una capillare e accurata rete di distribuzione e da filiali sparse per i cinque continenti, dal Portogallo al Sudafrica,

Ken Scott, to cite only the creators of the most endearing revolutionary models. 1973 can be called a historical date: it was the year when at the traditional rendezvous at Palazzo Pitti, the temple of the Italian fashion, male and female models paraded wearing custom-made eyeglasses on their adorable noses. They were designed by Paul Seminara, the first “eyeglass designer”, who was joined, as the years went by, by many others, to the point where eyeglass design came close to being an Italian exclusivity. All the great manufacturers of the world were seduced by the Italian Style. The Eighties and Nineties saw a phenomenon that seems to recur with unavoidable punctuality in the history of taste: the revival. Suddenly nothing was too bizarre for designers who indulged in the most disparate esthetic proposals, in what was a heretofore unseen cohabitation of styles. Some dug into the past to rediscover not only the frames of the Sixties or the flashy eccentricities of the eyeglasses beloved to Hollywood stars of thirty years ago, but even the granny glasses of their forefathers. In the last decades the Italian eyewear industry has made its mark worldwide as a manufacturer of these glasses. Its prominence is not only due to stylistic factors, but also to industrial supremacy. This supremacy has a name: Luxottica, a company in Agordo founded in 1961, that in less than forty years has risen rapidly to be one of the leaders in the field. Today the Luxottica group, through a vast and carefully selected network of distributors, and branches scattered over the

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dall’Australia al Brasile, dal Giappone al Canada, si qualifica come protagonista e insieme come punto d’arrivo di una storia lunga settecento anni; una storia iniziata attorno al 1300 in una vetreria veneziana, e che proprio nel Veneto ritorna a svolgersi riprendendo quasi simbolicamente una tradizione di eccellenza che sembrava perduta.

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five continents (Portugal, South Africa, Australia, Brazil, Japan, Canada, just to name a few) qualifies as both the star and the end product of a history seven hundred years long; one that began around 1300 in a Venetian glassworks, and that has come home to settle in the province of Venice, resuming a tradition of excellence that once seemed to have been lost.


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Il Cinema con gli Occhiali Eyeglasses and the Cinema

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i affollano nella memoria del cinefilo, in una gran confusione di fotogrammi e di sequenze che si accavallano, gli innumerevoli occhialuti dello schermo, una moltitudine di protagonisti e comprimari e comparse i cui volti ritoccati dalla maschera trasparente delle lenti compongono una araldica galleria di icone della civiltà dell’immagine. Su uno sfondo di poliziotti americani cui i Ray Ban sono indispensabili quanto la motocicletta, e di sinistri killer cui occhiali nerissimi come la loro professione sono connaturati quanto il revolver, spiccano alla rinfusa un Marcello Mastroianni baffuto che in “Divorzio all’italiana” nasconde sotto le lenti da sole i suoi propositi delittuosi; una Catherine Deneuve che le inforca in qualità di Bella di giorno; una Audrey Hepburn che grazie ad esse assume un’aria da giovane ereditiera per potersi recare a “Colazione da Tiffany”... Cosa sarebbero i “Blues Brothers” prima e seconda versione senza il tocco geniale degli occhiali neri, che ne completa e ne esalta l’uniforme di scena e di vita da cantanti-scarafaggi in missione per conto di Dio? E come potrebbe Superman trasformarsi nel timido Clark Kent senza l’aiuto determinante dei patetici occhiali da miope? Un paio di occhiali può persino assurgere a simbolo di un film, e non solo di un personaggio: non a caso sul manifesto pubblicitario del primo e più grande “Lolita”, girato nel 1962 da Stanley Kubrick, la celeberrima ninfetta interpretata dalla quindicenne Sue Lyon in bikini sbir-

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film buff ’s memory is cluttered with a jumble of clips of the many bespectacled stars, bit players, and extras of the silver screen. Their faces, enhanced by their transparent masks of lenses, belong to a heraldic gallery of icons of recent popular culture: consider the American cops whose Ray Bans are as indispensable as their motorcycles, or sinister killers whose sunglasses are as dark as their profession and are as much second nature to them as their guns. Against this background, the standouts are a mustachioed Marcello Mastroianni in “Divorce Italian Style” hiding his criminal intentions behind his dark lenses, Catherine Deneuve donning her shades as a “Belle de Jour”, or Audrey Hepburn whose glasses lend her the appearance of a young heiress as she wends her way to have “Breakfast at Tiffany’s”. What would the Blues Brothers be, both in the original and the sequel, without the brilliant touch of dark glasses, suavely completing the on and off-screen uniforms of these black-suited singers on a mission for God? And how could Superman turn himself into the shy Clark Kent without the invaluable help of his pathetic glasses and shortsightedness? A pair of glasses can even become the symbol of a whole film, and not merely of one of its characters. A case in point is the advertising campaign for the first and far better “Lolita”, made in 1962 by Stanley Kubrick, where the celebrated nymphette played by bikini-clad 15-year old Sue Lyon, peers from behind a pair exuberantly heart-shaped glasses

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Marcello Mastroianni in una fase della lavorazione del film “Divorzio all’Italiana” (Pietro Germi,1961). Marcello Mastroianni during the shooting of the film: “Divorce Italian Style” (Pietro Germi, 1961).


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cia da dietro un paio di occhiali dalla esuberante montatura a cuore, e quello sguardo trafigge all’istante il povero Humbert Humbert/James Mason, nonchè gli spettatori; scena madre ironicamente ripresa nel recente (1997) remake di Adrian Lyne, in cui la nuova protagonista, Dominique Swain, in un bikini ancor più succinto, solleva lentamente un paio di occhiali neri costellati tutt’intorno di cuoricini d’argento, per lanciare un’occhiata assassina a Jeremy Irons, l’Humbert Humbert dei nostri tempi. Frugando nell’immenso magazzino hollywoodiano, non manca neppure quella che potremmo chiamare la preistoria dell’occhialino:nel kolossal “Quo vadis?” di Mervyn LeRoy, che nel 1951 riempì di spettatori le sale cinematografiche di tutto il mondo, l’ineffabile e indimenticabile imperatore Nerone, splendidamente interpretato da Peter Ustinov, ammira il crudele spettacolo dei cristiani martirizzati nel circo attraverso il filtro verde di un grosso smeraldo montato in oro: un monocolo ante litteram con cui difende i suoi occhi troppo sensibili alla luce. Non è una trovata degli sceneggiatori, ma una notizia storica trovata nelle pagine del De Rerum Natura di Plinio il Vecchio, la più vasta e curiosa enciclopedia dell’antichità classica. Ma se nella maggior parte dei casi gli occhiali sono solo un accessorio, un tocco per meglio caratterizzare un personaggio, esistono anche film in cui l’utile oggetto diventa addirittura determinante nello svolgimento della trama. Due esempi, uno in negativo e uno in positivo. Nel “Dottor Cyclops”, un picco-

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at poor Humbert Humbert/James Mason, and instantly transfixes both him and the audience. A key scene that, ironically, was also included in the recent 1997 remake by Adrian Lyne in which the new lead, Dominique Swain, in an even scantier bikini, slowly raises a pair of dark glasses studded with tiny silver hearts to cast a murderous glance at Jeremy Irons, the Humbert Humbert of our day. Rummaging around Hollywood’s huge warehouse, there’s no shortage of what we might call the ancient history of the eyeglass: in Mervyn LeRoy’s spectacular and hugely successful 1951 “Quo Vadis?” the ineffable and unforgettable emperor Nero, splendidly played by Peter Ustinov, admires the cruel spectacle of Christian martyrs in the arena through the green filter of a large emerald mounted in gold: an eyeglass ante litteram with which he shields his too sensitive eyes from the light. This wasn’t something cooked up by the scriptwriters, but a piece of history found in the pages of De Rerum Nature by Pliny the Elder, the greatest and most curious encyclopedia of classical antiquity. But if eyeglasses are usually only an accessory, a detail to round out a character, there are also films in which the handy object becomes a pivotal plot point. Two examples, one negative, the other positive: in “Doctor Cyclops”, a small classic horror movie directed in 1940 by Ernest B. Schoedsack (the director of “King Kong”), the eponymous “Cyclops”, who got his name from his extreme myopia and brutality, is Doctor Thorkel, a mad scientist who, in the towe-


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Audrey Hepburn e George Peppard in una scena del film “Colazione da Tiffany” (1961). Audrey Hepburn and George Peppard in a scene from the film “Breakfast at Tiffany’s (1961).

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La locandina del film “Lolita” di Stanley Kubrick (1962) con lo sguardo provocante di Sue Lyon dietro i famosi occhiali a forma di cuore. The poster of Stanley Kubrick's film “Lolita” (1962) with Sue Lyon peering provocatively from behind her famous heart-shaped glasses.

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lo classico del terrore diretto nel 1940 da Ernest B. Schoedsack (il regista di “King Kong”), il “ciclope” del titolo, così chiamato per la sua estrema miopia e anche per la sua brutalità, è il dottor Thorkel, scienziato la cui genialità sconfina nella pazzia, che tra le vette delle Ande peruviane ha scoperto un ricchissimo giacimento d’uranio e se ne avvale per le sue nefande ricerche sulla miniaturizzazione degli esseri viventi. Quando alcuni suoi colleghi da lui chiamati per verificare certi risultati si dimostrano troppo curiosi e vengono a conoscenza del suo segreto, non esita a rimpicciolirli dapprima e a cercare di ucciderli subito dopo. I malcapitati la scampano solo riuscendo a nascondere le numerose paia di occhiali di scorta del malvagio, e poi a fracassargli quelli che porta al naso. Ridotto alla semicecità, il dottor Thorkel precipita negli abissi della sua miniera e le minuscole vittime riacquistano gradualmente le dimensioni normali. In “Come sposare un milionario” di Jean Negulesco, del 1953, la miopissima di turno è invece Marilyn Monroe (che in un altro capolavoro cinematografico, “A qualcuno piace caldo” di Billy Wilder, afferma che le piacciono gli uomini con gli occhiali guardando languidamente Tony Curtis che finge di essere ricco inforcando una montatura altrui). In cerca di marito, e sicura che “gli uomini non guardano le donne con gli occhiali”, la povera Marilyn tenta di tener nascosta la sua vista quanto mai debole, con prevedibili risultati esilaranti: non riconosce le persone, inciampa nei gradini, sbatte contro le porte, legge i libri al contrario, e infine sale sull’aereo

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ring Peruvian Andes, has found a rich uranium deposit that he is using for his nefarious research on the miniaturization of human beings. When some of his colleagues, whom he summons to verify his results, turn out to be overly curious and discover his secret, he doesn’t hesitate first to shrink them, then to try and kill them. The poor wretches only escape by concealing the villain’s innumerable spare pairs of glasses and then smashing those perched on his nose. Reduced to semi-blindness, Doctor Thorkel falls down his mine, and his tiny victims gradually revert to their normal size. In Jean Negulesco’s 1953 “How to Marry a Millionaire”, shortsightedness is represented by Marilyn Monroe (who in another cinema masterpiece, Billy Wilder’s “Some like it Hot”, asserts languidly that she loves men who wear glasses, as she watches Tony Curtis pretend to be wealthy while putting on someone else’s specs). Poor Marilyn, in search of a husband and convinced that “men don’t make passes at girls who wear glasses”, tries to conceal her bad eyesight with the expected hilarious results: she doesn’t recognize anyone, trips on steps, bumps into doors, reads books upside down, and finally boards the wrong airplane – a felicitous mistake when she finds out she is seated beside a man as shortsighted as she is, and with whom she falls in love once he’s induced her to put on her glasses, and told her they lend her “mystery and distinction”. Then the two “bats” go off to tie the knot. As for the stereotyped image of an actor’s face that remains


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La locandina del film “Come sposare un milionario” del 1953. A lobby card from the film “How to Marry a Millionaire” (1953).

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sbagliato. Felice errore: perché proprio lì si troverà seduta fianco a fianco con un uomo miope come lei, del quale si innamorerà appena lui, dopo averla indotta a mettersi gli occhiali, le dichiarerà che essi le conferiscono “mistero e distinzione”; e le due talpe convoleranno a giuste nozze. E per quanto riguarda l’immagine stereotipa che del viso di un attore rimane nella memoria degli spettatori appassionati, fin dai tempi ormai lontanissimi del muto alcuni grandi nomi della storia del cinema sono caratterizzati proprio dall’uso delle lenti. Ricorderemo il monocolo di Eric von Stroheim, emblema dell’aristocratico europeo emigrato a Hollywood, e gli occhialini rotondi di Harold Lloyd, che rendono ancor più comiche (ma con una sfumatura di commovente fragilità) le sue divertenti avventure. E infine non possiamo non ricordare il periodo in cui a inforcare obbligatoriamente un particolarissimo tipo di occhiali furono gli spettatori. Per far fronte al calo di pubblico provocato già allora negli Stati Uniti dalla sempre più invadente televisione, le industrie cinematografiche ricorsero negli anni Cinquanta ad alcune innovazione tecnologiche. Oltre al Cinerama e al Cinemascope, che sfruttavano la spettacolarità degli schermi a grandi dimensioni, fu lanciato allora un sistema di proiezione di immagini tridimensionali, il Natural Vision 3-D, che richiedeva l’uso di occhiali bicolori, con una lente rossa e una blu, distribuiti insieme al biglietto. Il primo film in 3-D fu l’oggi meritatamente dimenticato “Bwana Devil”, una storia di caccie africane lanciate con lo slogan

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engraved in the spectators’ memory, even as far back as the long-gone era of silent films, some of the great names in the history of the cinema were characterized precisely by the lenses they wore. How can we forget Eric von Stroheim’s monocle, the trademark of a European aristocrat who emigrated to Hollywood? Or Harold Lloyd’s round spectacles, that made his adventures even more comical (but with a touching hint of frailty)? Finally, there’s the unforgettable period when those who had to don some very special glasses were the spectators. In the Fifties the American film industry responded to the drop in movie attendance – due to the growing inroads of television – with a number of curious technological innovations. Over and above Cinerama and Cinemascope, it launched a system of projecting three-dimensional images, Natural Vision 3-D, that required the use of bicolored glasses, one with a red lens and the other blue, that were handed out with the ticket. The first film in 3-D was the now deservedly forgotten “Bwana Devil”, a story about man-eating lions in Africa that was promoted with the slogan: “A lion in your lap!”. That’s how effective the touted optical illusion was supposed to be! In the three-dimensional films produced in that short span of time, countless objects “exited” from the screen, hurled at the spectators to heighten the thrills: rocks, arrows, bullets, galloping horses, at times even the leading actors themselves. But the fad was short-lived, doomed by its own technical needs: the screen


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L’attore Eric von Stroheim con il suo inconfondibile monocolo (1937).

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The actor Eric Von Stroheim with his unmistakable monocle (1937).

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L’attore comico americano del cinema muto Harold Lloyd in una scena di un suo film (1923). Harold Lloyd, the American comedian of the silent cinema, in a scene from one of his films (1923).

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Gregory Peck a Portofino nel 1961.

“Terrete un leone in grembo”, tanta doveva essere l’efficacia dell’illusione ottica propagandata. E in tutti i film tridimensionali girati in quel breve lasso di tempo si sprecavano gli oggetti che “uscivano” dallo schermo, proiettati addosso agli spettatori per meglio impressionarli: massi, frecce, proiettili, cavalli al galoppo, e a volte i corpi stessi dei protagonisti. Ma fu una moda di breve durata, minata dalla sua stessa macchinosità: gli schermi dovevano subire un trattamento particolare, e ci volevano due proiettori perfettamente sincronizzati, cosa che non sempre avveniva, con veementi proteste da parte della platea. Inoltre, perso il sapore della novità, gli occhialetti bicolore di carta si rivelarono una fastidiosa complicazione, specie per chi già doveva portare gli occhiali da vista; e uscirono dall’uso per rimanere come ricordo di una bizzarria nella storia del costume e dello spettacolo.

Gregory Peck in Portofino in 1961.

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had to be specially coated and the twin projectors needed by the system had to be perfectly synchronized. Which was not always the case, leading to loud catcalls from audiences. Moreover, once the bloom of novelty had worn off, the bicolored paper glasses proved to be an annoying complication, especially for people who already wore regular eyeglasses. They vanished to become mementos of an oddity in the history of social behavior and show business.


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Brigitte Bardot e Marcello Mastroianni, due simboli dell’immaginario erotico degli anni sessanta, a Cannes nel 1961. Brigitte Bardot and Marcello Mastroianni, two sexsymbols of the Sixties, in Cannes in 1961.

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Ecco invece i due sex-symbols del cinema americano di quegli anni: Warren Beatty e Nathalie Wood, qui al loro arrivo al festival di Cannes nel 1964. Two sex-symbols of the American cinema of that period: Warren Beatty and Nathalie Wood arriving at the Cannes Film Festival in 1964.

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dalla Collezione del Museo Luxottica

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Elogio dell’Occhiale In Praise of Eyeglasses

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ento occhi aveva Argo, principe degli Argivi; perciò lo chiamavano Panoptes, “colui che vede tutto”. Cento ne aveva e cinquanta ne chiudeva quando voleva abbandonarsi al sonno; ma gli altri cinquanta rimanevano sempre aperti a frugare il mondo circostante. Questa notevole peculiarità faceva di costui un guardiano perfetto; e fu così che Giunone decise di affidare a lui la custodia di Io, la bella amante del suo infedele marito Giove, che lei per vendicarsi aveva trasformato in una bianca giovenca. Ma Giove ordinò a Mercurio di suonare il suo flauto, e quelle note dolci e incantevoli fecero chiudere pian piano tutti gli occhi del vigile Argo; quando anche l’ultima palpebra si fu abbassata, Mercurio depose il flauto, impugnò una spada e gli tagliò la testa. Giunone pianse, e in ricordo del suo fedele sparse i cento occhi d’Argo sulla vasta coda del pavone. Due soli occhi, come tutti noi, aveva Medusa; ma il loro sguardo pietrificava gli sventurati su cui si posava. Teste di Medusa scolpite costellavano le mura di Atene, a spaventare i nemici; testine di Medusa d’oro o d’argento portavano appese al collo gli antichi greci, amuleti contro la sventura; l’occhio di Medusa era dipinto sulla prua delle loro navi, quasi potesse immobilizzare le onde e bloccare i venti. A questi remoti e misteriosi miti oculari, a quegli occhi centuplicati o portatili, ai loro poteri incantatori fanno immancabile riferimento i semiologi quando si affaticano o si divertono a elucubrare sugli occhiali.

A

rgos, prince of the Argives, had a hundred eyes. Which is why he was called Panoptes, “he who sees everything”. Of his hundred eyes, he closed fifty when he wanted to sleep; the other fifty always remained open, scanning the surroundings. This remarkable peculiarity made him a perfect sentry. Hence Juno decided to entrust him with the safekeeping of Io, the beautiful lover of her unfaithful husband Jove, who, out of revenge, she had transformed into a beautiful white cow. But Jove ordered Mercury to play his flute, and its sweet and charming notes slowly made the watchful Argos close all his eyes. When his last eyelid had been lowered, Mercury put down his flute, grabbed a sword and cut his head off. Juno wept, and in memory of her faithful Argos, scattered his one hundred eyes on the peacock’s long tail. Medusa, like us, only had two eyes. But anyone they gazed at was turned to stone. Carved heads of Medusa adorned the walls of Athens, to scare off enemies. The ancient Greeks wore gold or silver heads of Medusa around their necks as amulets against misfortune. Medusa’s eye was painted on the prows of their ships, as if it could tame waves or hold back winds. Whenever semiologists turn to the subject of eyeglasses, they always bring up these distant and mysterious ocular myths about multiple or wearable eyes, and their powers as charms. Until recently, only a few decades ago, eyeglasses were still thought of as remedies for defective eyesight, and they came only in the practical shapes

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Fino a ieri, fino a pochi decenni orsono, questi utili e modesti ausiliari di una vista difettosa non avevano che la forma pratica suggerita dall’ingegno dei fabbricanti, intesa a renderli sempre più semplici e comodi; anche se da sempre i ricchi e i potenti ne avevano fatto con il loro tocco da re Mida degli oggetti di lusso. Ma oggi non si tratta di materia, bensì di forma; mentre un tempo l’oggetto occhiale veniva reso elegante mediante la profusione di materiali preziosi, oro argento gemme perle, ora la materia prima è quasi sempre fra le più povere e banali, la plastica; ed è il design, la firma, la griffe a fare la vera differenza. Ed ecco che proprio quando la tecnologia, con l’invenzione delle lenti a contatto, potrebbe far addirittura scomparire gli occhiali riducendoli alle minuscole dimensioni dell’iride, l’estetica li ostenta, li dilata, li gigantizza, li sottolinea con ogni sorta di esagerazioni. Ecco ritornare, dopo secoli e secoli, lo sguardo di Medusa, estroflesso e artificiale, personalizzato e firmato, vanitoso e civettuolo, non più paralizzante ma sempre affascinante: parola derivata dal latino fascinum, sguardo ammaliatore. Ecco che gli occhiali perdono la loro qualifica originaria di strumento nato per ovviare a una menomazione fisica, che li apparentava alla stampella per lo storpio e al cornetto acustico per il sordo, e ne assumono una nuova che li fa entrare nel mondo della moda come qualsiasi altro oggetto di abbigliamento, come un cappello, un paio di scarpe, una cintura. Non solo: la loro funzione, siano essi da vista o da sole, viene talmente evidenziata ed esaltata da diventare

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given them by their manufacturers. The idea was to keep them as simple and comfortable as possible – even though the rich and the powerful, with their Midas touch, always managed to make luxury objects of them. But today materials mean less than shape. Once embellished with a profusion of precious materials, gold, silver, gems, pearls, now the raw material of glasses is nearly always cheap and banal: plastic. The design, the brand name, is everything. And just when technology, thanks to the invention of contact lenses, could actually make glasses disappear altogether, reducing them to the exact dimension of the iris, eyeglasses have become showier, larger, more conspicuous in all kinds of overblown ways. Centuries later, we’re back to Medusa’s stare, now turned outward and artificial, personalized by a brand name, vain and coquettish. It no longer turns you to stone, it fascinates – a word derived from the Latin fascinum, a bewitching look. Eyeglasses have lost their original function as instruments created to counteract a physical disability, one that made them cousins of the cripple’s crutch or the deaf man’s acoustic horn. They’ve assumed a new status that puts them into the world of fashion like other accessories: a hat, a pair of shoes, a belt. What’s more, their function, both as eyeglasses or sunglasses, has become so attention-getting and exalted as to turn them into powerful symbols. Now they represent the eyes so brazenly that they actually replace them! Look at the photos displayed on the pages of this book, look at these crafty objects that appear to be peacefully lined up in the

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simbolica, ed essi rappresentano così sfacciatamente gli occhi da sostituirli. Guardate le foto sciorinate nelle pagine di questo libro, guardate questi subdoli oggetti che sembrano pacificamente allineati nelle bacheche di un museo solo per mostrare al colto e curioso visitatore la loro evoluzione storica, tecnica e formale; fissateli attentamente e vedrete che il loro sguardo non è affatto vuoto, ma ricambia il vostro con una protervia inquietante. Sembrano vivi: sono gli occhi di Argo moltiplicati non più per cento ma per centomila, mascherati, travestiti nelle maniere più eleganti o più sfacciate o più sornione, incastonati in montature che mimano o satireggiano i veri attributi dell’organo visivo, ciglia sopracciglia palpebre, e cercano apertamente di ipnotizzare – riecco la funzione magica dell’occhio! – l’incauto ammiratore sedotto dalle loro indubbie grazie firmate. Un poeta barocco avrebbe detto che sono archi da cui scoccano le frecce dello sguardo. A ragione; perché se per chi li inforca – senza più poterli vedere, quindi – essi si limitano a svolgere con correttezza e dignità il loro mestiere pratico, per colui che ne viene guardato – colpito, riprendendo la nostra metafora – non possono non assumere un significato aggressivo, meduseo. Introducono una versione occhialuta della fiaba di Cappuccetto Rosso: “Che begli occhiali che hai, nonna...” “È per vederti meglio, bambina mia...” Con quel che segue. Siamo scivolati nella letteratura, che dopotutto altro non è che una chiave di lettura, un sistema di decifrazione del mondo non meno valido di tanti altri. E se il

showcases of a museum for a discerning visitor to ponder their historical, technical, and formal evolution. Look carefully at these glasses and you’ll see that their stare is far from vacant and can lock onto your eyes with alarming insolence. They seem alive: they are Argos’s eyes multiplied not a hundred times, but a hundred thousand times, masked or disguised in the most elegant or most shameless or most devious of ways, set in frames that ape or mock the real attributes of the visual organ, eyelashes, eyebrows, and eyelids, and openly try to hypnotize – there’s the magical function of the eye again! – the unwary admirer seduced by their self-evident charms. A Baroque poet would call them “bows whence fly the arrows of the eye”. Rightfully so, for when worn – and hence no longer seen by the viewer – they limit themselves to carrying out correctly yet with dignity the job they were made for; but for the person being watched by them, or who has been “struck” by them, to return to our metaphor, they assume a decidedly aggressive stance, a hypnotizing Medusa’s stare. They bring to mind a bespectacled version of the tale of Little Red Riding Hood: “Grandma, what beautiful eyeglasses you have...” “All the better to see you with, my child...” With the well-known consequences. We have drifted into literature, which after all is just another tool for understanding the world, a system for deciphering it no less valid than any other. Perhaps if the world is made of signs, as the aforementioned semiologists maintain, this book can also be leafed through as a dictionary, as a catalogue of the

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mondo è fatto di segni, come forse giustamente sostengono i già citati semiologi, questo può anche essere sfogliato come un vocabolario, come un catalogo delle maniere ormai quasi infinite di abbagliare-abbellire l’occhio escogitate non più dagli ottici ma dai maestri della moda. Bel vedere non è un titolo casuale.

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almost infinite ways to dim or rim the eye. Now eyeglasses are no longer chosen by opticians, but by the masters of fashion. Bel vedere – beautiful seeing – is not an accidental title.


or are ns, n. g – is

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uesto libro non sarebbe stato realizzato senza la straordinaria dedizione di Fritz Rathschüler, l’ottico genovese che nel corso della sua vita quasi centenaria ha raccolto con grande passione e competenza la maggior parte degli oggetti che fanno ora parte della collezione del Museo Luxottica. A lui, che ci ha lasciato qualche anno fa, va il nostro pensiero e la nostra riconoscenza.Un ringraziamento sentito anche al Prof. Borchi di Firenze e alla Dottoressa Franca Acerenza di Genova per la loro sempre preziosa consulenza. Grazie anche alla cortese collaborazione di Maria Concetta Di Pasquale dell’Ottica Di Pasquale di Palermo, a Antonio Stella, dell’Ottica Aspesi di Milano, a Angelo Marchesi, del Laboratorio Ottico Marchesi di Milano, a Roberto Cargnel dell’ Ottica C.R. di Agordo ed a Ruggero Corso. Per ultimo un ringraziamento particolare a tutti coloro che mi aiutano nella continua ricerca e nel restauro dei pezzi, indispensabile a far si che il Museo continui a crescere e soprattutto resti vivo; avremmo così il pretesto di realizzare nuovi volumi con il piacere di raccontare la storia di questi piccoli oggetti creati attorno ad una lente, oggetti che sono un po’ la nostra storia.

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his book would never have been accomplished without the extraordinary devotion of Fritz Rathschüler, the optician from Genoa who during his almost century-long life, with passion and competence, collected most of the objects that are now part of the Luxottica Museum collection. It is to him, who left us a few years ago, that go our thoughts and gratefulness. Our warmest thanks also to Prof.Emilio Borchi from Florence, and to Franca Acerenza from Genoa, for their valuable advice. Special thanks also to Maria Concetta Di Pasquale of Ottica Di Pasquale, Palermo; Antonio Stella of Ottica Aspesi, Milan; Angelo Marchesi of the Laboratorio Ottico Marchesi, Milan and Roberto Cargnel of Ottica C.R., Agordo and Ruggero Corso. Lastly, a very special thank you to all those who continue to help me search for and restore the pieces that are so necessary for the growth and survival of this museum. Their contribution will enable us to publish new volumes and have the pleasure of telling the history of these small objects created around a lens, objects that are also a part of our own history.

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Marisa Del Vecchio

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Didascalie Captions

1 Occhiali a stringinaso vari (inizi XX secolo) Various pince-nez (early 20th century)

2 Occhiale pieghevole in metallo dorato (anni ’30) Folding gilt metal glasses (Thirties)

3 Occhiali stringinaso vari (inizi XX sec.) Various pince-nez (early 20th century)

4 Occhiale protettivo in celluloide con aste a riccio inclinabili (1930 circa) Celluloid safety glasses with curled tilting temples (about 1930)

5 Occhiali pieghevoli in celluloide (anni ’30) Folding celluloid eyeglasses (Thirties)

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6 Occhiali con ripari laterali vari; nei due modelli in basso mancano le aste (inizi XX secolo) Eyeglasses with various types of side-protection. The temples of the two lower models are missing (early 20th century)

7 Occhiale in celluloide, con aste a riccio, anche le cerniere sono risolte senza l’utilizzo del metallo (inizi XX secolo) Celluloid glasses, with curled temples (early 20th century) (even the hinges were not made of metal)

8 Occhiali Persol in celluloide con aste flessibili (1940) Persol celluloid eyeglasses with flexible temples (1940)

9 Occhiale per automobilisti, in metallo, con cerchi in celluloide, le lenti hanno una specchiatura speciale per proteggere dai raggi del sole (fine anni 40) Glasses for motorists: made of metal with celluloid rims, the lenses provided special protection from sunlight (late Forties)

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10 Occhiali pieghevoli in celluloide con inserti in strass (1950 circa) Folding celluloid lorgnettes with rhinestone inlays (about 1950)

11 Occhiali in celluloide con inserti in strass (anni ’50) Celluloid eyeglasses inlaid with rhinestones (Fifties)

12 Occhiali in metallo con cerchi in celluloide (anni ’50) Metal eyeglasses with celluloid rims (Fifties)

13 Occhiali in celluloide (anni ’50) Celluloid eyeglasses (Fifties)

14 Occhiali in celluloide con inserto di tessuto (anni ’60) Celluloid eyeglasses inlaid with fabric (Sixties)

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15 Occhiali Persol in celluloide (1966) Persol celluloid eyeglasses (1966)

16 Occhiali in alluminio (anni ’60) Aluminum eyeglasses (Sixties)

17 Occhiale in celluloide – finto legno (anni ’60) Celluloid glasses – imitation wood (Sixties)

18 Occhiali vari della metà del XX secolo Various eyeglasses (mid-20th century)

19 Occhiali in celluloide con inserti in strass e perline (anni ’50) Celluloid eyeglasses inlaid with rhinestones and tiny pearls (Fifties)

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20 Occhiali Sferoflex in alluminio con cerchi in metallo laminato oro (anni ’60) (Primi esempi di cerniera flessibile montata su alluminio) Sferoflex aluminum eyeglasses with gold-plated rims (Sixties) (First use of flexible hinges on aluminum frames)

21 Primo occhiale Christian Dior in optyl, materiale plastico inventato dall’austriaco Anger nel 1957 con applicazione in metallo dorato e smaltato (1959) First Christian Dior eyeglasses in optyl, a plastic material invented by the Austrian Anger in 1957, with gilt and enamel appliqué (1959)

22 Occhiale americano d’aviatore American aviator glasses

23 Occhiali Luxottica e Persol (fine anni ’60) Luxottica and Persol eyeglasses (late Sixties)

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24 Occhiale Luxottica, con applicazione di pelle di lucertola vera sul frontale (1967) Luxottica eyeglasses covered with real lizard skin (1967)

25 Occhiale Luxottica con astine in metallo (1968) Luxottica eyeglasses with metal temples (1968)

26 Occhiali Luxottica (1969) Luxottica eyeglasses (1969)

27 Occhiale Luxottica (1969) Luxottica eyeglasses (1969)

28 Occhiale Christian Dior in optyl (anni ’60) Christian Dior optyl glasses (Sixties)

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29 Occhiale Luxottica in propionato, mod. Dida (1978) Luxottica eyeglasses in propionate polyamide – mod. Dida (1978)

30 Particolare di occhiale Luxottica con lenti senza montatura (1984) Detail of Luxottica glasses with rimless lenses (1984)

31 Occhiali Luxottica con particolare molatura sulle lenti senza montatura (anni ’80) Luxottica rimless glasses with specially ground lenses (Eighties)

32 Occhiale Chanel in metallo (prototipo realizzato per la sfilata dell’anno 1994) Chanel metal glasses (prototype created for the haute couture fashion show 1994)

33 Occhiale realizzato da Luxottica per l’esercito olandese (1997) Eyeglasses designed by Luxottica for the Dutch army (1997)

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34 Occhiali Luxottica in acetato di cellulosa (1985) Luxottica glasses in cellulose acetate (1985)

35 Occhiale Giorgio Armani in acetato di cellulosa (1988) Giorgio Armani glasses in cellulose acetate (1988)

36 Occhiali Chanel con perle (prototipo realizzato per la sfilata dell’anno 1993) Chanel glasses with pearls (prototype created for the haute couture fashion show 1993)

37 Occhiale Chanel con monocolo (prototipo realizzato per la sfilata dell’anno 1993) Chanel monocle (prototype created for the haute couture fashion show 1993)

38 Occhiale Chanel in acetato di cellulosa (1994) Chanel glasses in cellulose acetate (1994)

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39 Occhiale Chanel (prototipo realizzato per la sfilata dell’anno 1993) Chanel eyeglasses (prototype created for the haute couture fashion show 1993)

40 Occhiale Chanel (prototipo realizzato per la sfilata dell’anno 1994) Chanel eyeglasses (prototype created for the haute couture fashion show 1994)

41 Occhiali Luxottica in titanio (1998) Luxottica titanium glasses (1998)

42 Occhiale Chanel (1999) Chanel eyeglasses (1999)

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Indice Index 5 Breve storia dell’occhiale dal 1900 fino ai giorni nostri A short history of glasses from 1900 to the present day 29 dalla Collezione del Museo Luxottica from the Luxottica Museum Collection 73 il Cinema con gli Occhiali Eyeglasses and the Cinema 85 dalla Collezione del Museo Luxottica from the Luxottica Museum Collection 129 Elogio dell’Occhiale In Praise of Eyeglasses 136 Didascalie Captions

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Referenze Fotografiche Credits 5 Fox Photos - Hulton Getty 8 Farabola Foto 10 Alinari Firenze 12 Giancolombo 14 Grazia Neri 16 Fox Photos - Hulton Getty 18 Farabola Foto 20 Fox Photos - Hulton Getty 23 Giancolombo 24 Fox Photos - Hulton Getty 26 Giancolombo 73 Giancolombo 75 Farabola Foto 77 Grazia Neri Farabola Foto 78 Grazia Neri Farabola Foto 81 Giancolombo Grazia Neri 82 Giancolombo 83 Giancolombo

Ricerca iconografica : Iconographic research :

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Alessandra Ianniello


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Questo libro è stato realizzato in quattro edizioni : Italiano-Inglese, Francese-Tedesco, Spagnolo-Portoghese, Giapponese-Inglese. È stato stampato in Italia, in 10.000 copie, presso le Grafiche Antiga, Cornuda (Treviso).

© 1999 Luxottica

This book was published in four versions: Italian-English, French-German, Spanish-Portuguese, Japanese-English. Printed in Italy (10,000 copies), by Grafiche Antiga, Cornuda (Treviso).

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Profile for Luxottica Group

BEL VEDERE - Gli Occhiali del Museo Luxottica, Vol. II  

a cura di Marisa Del Vecchio

BEL VEDERE - Gli Occhiali del Museo Luxottica, Vol. II  

a cura di Marisa Del Vecchio

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