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…che l’amore ha l’amore come solo argomento…

Sono frocio. Qualcuno vorrebbe dicessi omosessuale, gli estremisti dicono gay. Ma io sono frocio. Ho con il cazzo la stessa relazione che il parafulmine ha col fulmine per intenderci. Uno protende, allunga; l’altro para, accoglie, evita che si disperda. Non provo un piacere particolare nel dire le parolacce. Nel dire cazzo cazzo, perché non lo devo chiamare, viene da solo. Se mancasse lo direi tutto il tempo, invece quando pronuncio il suo nome è per sentirne in bocca il sapore prima di assaporarlo. La mia è l’acquolina del cuoco, non dell’affamato. Vivo a Ciampino, la fossa dei leoni. Un agnello con pellicciotto che magro e sereno si fa spazio tra le


fauci dei grassi predatori. Mi guardano e progettano un attacco frontale migliore di quelli falliti finora. Il segreto della sopravvivenza è la simpatia. Fare simpatia al nemico non è sottomissione, è piuttosto un modo di ferire diverso. Un modo frocio di ferire. E io, di simpatia, ne suscito molta. Perché io sono diverso. Diverso in ogni cosa. Sono frocio. Posso dire di esserlo senza pensare di starlo a ripetere per convincermene. Chi ha preso un cazzo nel culo sa dalla prima volta che gli entra dentro anche una certa libertà del pensare e del sentire – grazie al cazzo. Me ne vado tutto dondolante e felice per le strade, curioso della curiosità di chi mi guarda. Tornato da città come Londra, Barcellona, New York, ho disciolto la paura di un tempo, la tristezza ingiustificata. Ora sono il newyorkese, lo spagnolo, l’inglese, sono il frocio, per tutti qui. Mi riconoscono, mi salutano. Mi fanno ciao con la manina perché sanno che io saluterò sempre l’avversario. Portano rispetto per la mia lealtà e molti si tolgono il cappello, altri si scappellano come possono. Certi mi invitano al loro matrimonio perché fa chic un frocio alla festa. Come il gobbo prima della scommessa. Un


prete tra i cugini. Altri ancora mi salutano solo di notte. Quando certe sere mi scende addosso la malinconia – so che alcuni saranno sorpresi, ma la malinconia è il male dell’uomo moderno al quale nemmeno i superpoteri dei froci possono far fronte – quando sono malinconico dicevo, me ne vado al bar che sta a Piazza della Pace. Per riprendermi un po’ mi atteggio da uomo vero con la birra e la barba da fare. Mi faccio notare. Confesso il pedofilo. Assolvo l’assassino. Se ci scappa mi faccio sbattere dal falegname, dall’elettricista, dall’operatore ecologico che lo chiamano così ma si è rotto le palle di essere pagato ancora come quando era spazzino, e allora si ferma un momento. Li porto in macchina, ce ne andiamo che so, all’altro capo di Via stazione di Ciampino, attraversiamo l’Anagnina fino a sparire per

qualche

fratta,

oppure

nell’auto

stessa

parcheggiata se è molto tardi, tanto a quell’ora non passa nessuno. E li sbocchino mentre mi spiegano che non sono froci se sono loro a infilartelo. E io faccio sì con la testa su e giù, sbavo e dico di essere d’accordo. Tanto che sto qui a fare politica? La mia salvezza è tutta lì, nei loro calzoni. Non mi frega


niente di altro. Dei Dico, dei matrimoni tra buchi, del calo dei prezzi di perizoma non me ne importa proprio niente. A me piace il cazzo così com’è. Nudo, incolto – villoso e senza cultura. Il mio Pride è frocio pure lui. Sono frocio dalla testa ai piedi passando per la bocca e il culo. Le mamme delle ragazzine sono quelle che mi prendono meglio. Non si preoccupano per le bambine se stanno sotto casa fino a tardi in mia compagnia. Un giorno mi dovrò decidere, dovrò spiegare alle mamme che non è proprio così. Chissà che faccia faranno quando le riporterò alla realtà, quando per farmi capire – ostinate come saranno e senza immaginazione e senza cuore per immaginare – racconterò di quella volta in cui la mamma di Giulia, una pischella che vive sopra il ristorante cinese, ha scoperto me e la figlia ognuno con due dita nel culo dell’altra, culo a culo annodati. Chissà cosa diranno quando dirò che alla mamma di Giulia è bastato credere che la nostra era confidenza tra ragazze. Le sciacquettelle che mi fanno la corte non le apprezzo più di tanto. Vogliono essere più femmine di quello che sono. Ce ne sono alcune, invece, sane di testa e di fica, che me ne


mandano di pesanti perché di uomini e di cazzi veri ce ne sono sempre meno e allora mi dicono che sono un peccato, che la colpa di oggi è tutta mia. Di loro mi fido, so che dicono quello che pensano e allora, se poi le conosco e mi fanno entrare, regalo loro quello che desiderano. Perché io sono frocio, non ho paura della diversità. E facciamo l’amore, quello che c’è fra persone che cercano la stessa cosa e la complicità è ai massimi livelli. Sono quelle che non parlano di politica, di arte o architettura. Non ti confessano i sogni proibiti e del ragazzetto più giovane ma forte e bello che stava al mare e ha infilato la mano sotto la gonna, che gli è piaciuto ma hanno dovuto fare la parte delle impazzite perché il marito era lì, e sarebbe stato davvero troppo essere loro stesse per una volta. No, loro vogliono il cazzo, e quello che c’è intorno: spalle e braccia, e una certa intelligenza nel mettere da parte l’intelligenza. So cosa cercano. Conosco la stessa qualità del divenire spazio, di alleggerimento del potere di conquista, l’essere presa come terra vergine appena scoperta. Io sono la clessidra voltata. Il tempo che passa. Se morissi io si fermerebbe tutto. Appartengo a queste


strade, a questa gente, come una cabina telefonica abbandonata, solitaria nella notte, quella però che accetta anche monete. Sono una cosa semplice, nemmeno rara, nemmeno bisognosa di cure. Io posso vivere con la croce di rimanere solo perché il dolore più sensato è il mio. Se resto solo, benché a volte ne soffra, vuol dire che va tutto come deve andare. Non mi sentirò come il ragazzetto brutto eterosessuale che se per poco non trova i mezzi per omologarsi è fottuto, e resta solo. Non mi sentirò come un cavaliere nel sortilegio. Io i cavalieri li faccio riposare. Il mio rifugio è sempre aperto. Puoi attraversare la tormenta perché lo sai, ci sarò io a darti un posto caldo. Puoi metterti in testa di essere importante e di continuare il viaggio che hai cominciato e lasciarti alle spalle l’insegna sempre più fioca della mia camera. Sapremo tutti e due che se mai ripasserai da queste parti potrai fermarti ancora, e ancora, e ancora, fino a che dimenticherai il motivo del viaggio e potrai riposare tra le mie braccia se non sarò vecchio. Prendi le tue cose adesso, anzi lascia che ti aiuti. Caricati le spalle, prendi le tue scatole di latta. Non dimenticare la sacca col cappotto, la


sciarpa. Copriti bene perchĂŠ fuori fa freddo. E prendi anche questo racconto dove siamo assieme.

Voce del verbo amare  
Voce del verbo amare  

Il racconto del mese numero 12 della Collana della Regina

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