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Quello che non e' successo di

Valentina Marchetti

[ I racconti della

Collana della Regina #6 ]


Era stata la notte più bella della mia vita. Non ricordo di aver mai passato un altro momento così da quando sono nato. Benché fosse andata diversamente da come me l'ero immaginata, non aveva importanza. Era stato lo stesso bellissimo. E lei era bellissima. E mia. L'avevo avuta solo per una notte, ma mi era sembrato di averla avuta per l'eternità. State già immaginando tutto nei minimi dettagli, vero, brutti pervertiti? Beh, se è così, mi spiace deludervi. Stavolta non è una qualche avventura da sballo con una delle mie tante donne l'argomento, perché vi sto raccontando di quanto sia stato eccitante guidare quella magnifica Cadillac Eldorado nera e lucentissima. Un'eccitazione unica e che mi è difficile descrivere con parole adeguate. E poi, se dovessi trovarle, queste parole, non so se avrei voglia di usarle ancora per raccontarvi proprio tutto. Io e la mia bimba non amiamo parlare molto di noi in pubblico, tanto meno di quello che facciamo in privato. Ma lasciate che vi racconti come l'ho conosciuta.


Dunque, era una calda sera d'agosto, e il mio amico Dave, che aveva un fiuto formidabile per gli affari, l'aveva comprata quel pomeriggio stesso da Alley's car, a un prezzo molto vantaggioso. Quando lui si presentò al garage – dove io, Sid, John e Nancy eravamo alle prese con una Harley che poteva ritenersi tale solo per il fatto che vedevamo su di essa scritto il nome Harley Davidson, dato che era andata completamente distrutta in un incidente – tutti rimanemmo come fulminati. Anzi, quando vedemmo lei entrare nel garage, più che altro. Così perfetta in ogni dettaglio... non c'era nulla che stonasse o non andasse bene. Mai visto niente di simile. Tutti rimanemmo a bocca aperta e ci volle un po' per riprenderci. Quando però tornammo in noi, allora sì che cominciarono i problemi. Non appena Dave ci chiese chi avesse voluto provarla per primo, si scatenò un vero e proprio inferno. Sid, da attaccabrighe qual era, iniziò a dire che se il primo non fosse stato necessariamente lui, avrebbe spaccato la faccia a chiunque altro avesse osato protestare. Dal canto suo, John, che detestava profondamente Sid e quel suo odioso modo di fare, gli disse che per lui potevano passare anche subito alle mani. Nancy, che dei tre – oltre a me – era la più saggia, cercò di farli ragionare e calmare, dicendo che secondo lei la soluzione migliore sarebbe stata fare un giro tutti insieme la sera stessa, e far guidare per primo Dave, che era il proprietario.


Cara dolce Nancy! Se non fosse che voglio un po' di bene al tuo ragazzo, quell'idiota di Sid, a cui non farei mai la carognata che sto per dire, saresti già da un pezzo a spassartela con me sotto le lenzuola... Ma questa è tutta un'altra storia. Torniamo a noi. Dunque, come vi stavo dicendo, tutti noi decidemmo di optare per la soluzione proposta da Nancy, che pose fine a tutte le discussioni. Si decise di vederci verso le nove al Frosty Palace, e tutti, puntualmente, ci ritrovammo là. Tutti col cuore in gola e sudatissimi all'idea di fare un giro (prima tutti insieme e poi a turno) con quella Cadillac. Cristo! Neanche stessimo per farci una! Salimmo in macchina tutti parecchio elettrizzati, ma appena partimmo nessuno di noi riuscì ad assaporare perbene l'ebbrezza di quella guida perché quell'imbecille di Sid tornò a rompere sul fatto di non essere stato lui il primo a guidare – usando come giustificazioni una serie di stronzate di portata gigantesca che io non ho idea di come possano essergli venute in mente. Dio! Ma come fai a sparare certe cazzate, Sid? Ma fammi il piacere, ti prego! Mentre Dave, piuttosto incazzato, lo ascoltava senza dire una parola, l'adorabile Nancy si prodigò per impedire che quella uscita si guastasse ulteriormente. Le venne un'altra idea geniale: mettere nello stereo un pezzo di un gruppo amatissimo da Sid, che immediatamente smise di dire idiozie e iniziò a cantare a squarciagola sulle prime note di quell'orrenda canzone. Poi


mandò giù la pasticca che doveva prendere a quell'ora tutti i santi giorni, e anche gli altri si rilassarono e iniziarono a godersi, finalmente, quel momento. Io stesso mi lasciai andare a degli incredibili viaggi mentali. Riaffiorarono nella mia mente ricordi talmente lontani che mi sembrò impossibie appartenessero a me. Mi tornò in mente, per esempio, di quando sentii per la prima volta – all'età di sedici anni – una canzone d'amore che all'epoca era parecchio di moda e, completamente sbronzo, iniziai a cantarla a John, che mi riportava a casa in macchina – e al quale la cosa diede veramente fastidio. E mi ricordai di quando da bambino mi ero perso per il quartiere, di notte, e del signore di colore che mi riportò a casa, e della faccia che fece mia madre trovandoselo davanti, sconcertata, e schifata pure un po' quando dovette stringergli la mano per ringraziarlo di avermi tratto in salvo dai “pericoli della città”, come diceva lei. Lei che doveva ringraziare un negro. E quante botte presi dopo che quel buon uomo, che si chiamava Isaia, andò via! Non fui mai più picchiato tanto duramente in vita mia dopo quella volta, anche perché ne presi talmente tante da ripromettermi di fare più attenzione in futuro ogni qualvolta fossi uscito di casa. Certo, povera donna, mia madre si sarà sicuramente spaventata a morte in quella circostanza… Mentre ognuno pensava agli affari suoi, ci rendemmo conto di aver fatto un bel pezzo di strada e di essere quasi al confine con il Kansas. Ma che importava? E a chi importava?


«Ragazzi sono le due. Io devo tornare a casa», disse Nancy. «Come facciamo? Per tornare ci metteremo almeno altre due ore. Oddio...», aggiunse, con un tremito nella voce. «Dài, arancina mia! Non preoccuparti! Troveremo una soluzione», le disse Sid, che, chiamando quello splendore di ragazza con quell'orribile nomignolo, non solo faceva un torto a lei, ma faceva ancora di più la parte dell'imbecille – e a noi faceva ribollire il sangue nelle vene. Sid cercava di consolare Nancy – insopportabile pure lei, adesso, con tutto quel piagnucolamento del cazzo – e a un certo punto John, con un tono molto garbato e signorile mai sentitogli prima, le disse: «Smettila di piangere, siamo a metà strada, e io conosco una via da fare a piedi che ci riporterà proprio davanti casa tua in metà del tempo che impiegheremmo in auto. Propongo perciò che fra una decina di metri ci facciate scendere, voi altri. Mentre io, Sid e Nancy, ce ne andremo a casa, voi proseguirete pure col vostro viaggio di conoscenza.» «Cazzo, mi sembri Wayne, John!», sbottai io, e oltre alla mia seguì un risata generale, che riportò il buonumore. Dopo una decina di metri, come indicato da John, Dave fermò la macchina e restammo solo io e lui a bordo, mentre gli altri sparivano tra i campi. «Senti, amico», mi disse Dave, «io sono stanco e vorrei andarmene a dormire. Perché non riporti tu la pupa a casa, dopo che ve la siete spassata un po' voi due, da soli?»


«Dici sul serio, Dave? Ok, fratello, andata! Dammi le chiavi. Io e lei andiamo a farci un bel giretto. Te la riporto sul tardi. Sicuro che non ci sono problemi?», gli chiesi ridendo. «Sì, sì. Fate pure», rispose, «ma mi raccomando, fate tutto con moderazione!». Aggiunse, ridendo anche lui: «Non esagerare col viagra!» Appena Dave fu sceso presi il suo posto, girai la chiave, in estasi, e dissi alla macchina: «Finalmente soli. Pronta che si parte!» Partimmo. Destinazione: ignota. Avevo già fatto a vuoto almeno una ventina di chilometri, ma ancora non avevo idea di dove andare di preciso prima di riportarla a Dave. Mi ero lasciato completamente andare, merito sia della piacevole guida che della radio. D'un tratto, però, vidi lungo il marciapiede una figura umana. Rimasi un po' perplesso, perché conoscevo bene la strada e sapevo che difficilmente a quell'ora si poteva incontrare qualcuno, ma dato che ero sobrio ero del tutto sicuro di non averci visto male. Sterzai e mi affiancai lungo la banchina, e con mia grande sorpresa mi trovai davanti una hippie con un bel sorriso e due splendidi occhi azzurri, biondissima e dalla carnagione bianca, che si avvicinò al mio finestrino per chiedermi un passaggio fino a casa. «Sali pure! Ti accompagno volentieri, facciamo la stessa strada», le dissi ricambiando il sorriso.


Non sapete che fatica facevo per non saltarle addosso. Probabilmente lei se ne era accorta, e ne era imbarazzata – me ne resi conto mentre le parlavo per metterla un po' più a suo agio. Scoprii che era l'amica del cuore quasi quindicenne di mia nipote – la figlia di Jimmy, il mio primogenito. Rinunciai a tutte le mie fantasie erotiche su di lei e mi limitai a farle qualche complimento, ma sempre con garbo, per non metterla troppo a disagio. Era quasi l'alba ed eravamo vicini al garage di Dave. Feci scendere la ragazzina una trentina di metri prima. Ci salutammo con un tenero bacio, sulla guancia: bellissimo. «Che nottata! Peccato solo non ci abbiano lasciati soli un minuto, tesoro», dissi all'auto non appena scesi, intristito dal fatto di non averla potuta guidare ancora per un po', ma lo stesso felice.


Quello che non è successo