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Mensile gratuito

N째 08 - Ottobre 2011 (88째)

Fototeca Provincia di Terni


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Grandi opere per neutrini - P Fabbri Attenzione alle proposte di lavoro on line! - A Melasecche Uomini in mare: la storia di due pescatori tunisini - F Patrizi ALFIO IO Lo spettacolo di Oreste Crisostomi tra follia e realtà - L Bellucci FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI TERNI E NARNI Felice e la chiesa di Corvaiano - V Grechi INTERPAN Home staging - Home stager - C Mansueti L’avventura dei diritti umani - M Ricci Inquinamento luminoso e risparmio energetico - Convegno a Narni - F Capitoli NARNI - FOTO Gelosia, mostro divoratore - V Policreti Cronache da un paese di m... - C Colasanti Orrori e Splendori - a c u r a d i P Le o n e l l i STUDIO MEDICO BRACONI LICEO CLASSICO - A Bre g l i o z z i , V S e r n i c o l a , R D el l a Vo l p e TECNICHE DI PRECISIONE Alla scoperta di un metodo: Maria Montessori - G G i g l i o t t i IL NIDO A PROVA DI BAMBINO Astronomia - T S c a c c i a f r a t t e , E Co s t a n t i n i , P C a sa l i , F Va l en t i n i SUPERCONTI

PA G I N A

Mensile di attualità e cultura

Registrazione n. 9 del 12 novembre 2002, Tribunale di Terni Redazione: Terni, Vico Catina 13 --- Tipolitografia: Federici - Terni

DISTRIBUZIONE GRATUITA Direttore responsabile Michele Rito Liposi Editrice Projecta di Giampiero Raspetti

i n f o @ l a p a g i n a . i n f o

Direttore editoriale Giampiero Raspetti

0744424827 - 3482401774 w w w. l a p a g i n a . i n f o

Le collaborazioni sono, salvo diversi accordi scritti, gratuite e non retribuite. E’ vietata la riproduzione anche parziale dei testi.

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La Pagina

ACQUASPARTA SUPERCONTI V.le Marconi; AMELIA SUPERCONTI V. Nocicchia; ASSISI SUPERCONTI S. Maria degli Angeli; CIVITA CASTELLANA SUPERCONTI V. Terni; MASSA MARTANA SUPERCONTI V. Roma; NARNI SUPERCONTI V. Flaminia Ternana; ORTE SUPERCONTI V. De Dominicis; ORVIETO SUPERCONTI - Strada della Direttissima; PERUGIA SUPERCONTI Centro Bellocchio; RIETI SUPERCONTI La Galleria; ROMA SUPERCONTI V. Sisenna; SUPERCONTI V. Casilina 1674 (Grotte Celoni); SPELLO SUPERCONTI C. Comm. La Chiona; TERNI Banco Libri P.zza Tacito; CDS Terni - AZIENDA OSPEDALIERA - ASL - V. Tristano di Joannuccio; Cral Provincia di Terni; CRDC Comune di Terni; Edicola F.lli Galli - V. Narni - Zona Polymer; Edicola M&C - V. Battisti; Edicola Scoccione - V. Marzabotto; INPS - V.le della Stazione; Libreria ALTEROCCA - C.so Tacito; SUPERCONTI CENTRO; SUPERCONTI Centrocesure; SUPERCONTI C. Comm. Le fontane; SUPERCONTI C.so del Popolo; SUPERCONTI P.zza Dalmazia; SUPERCONTI Ferraris; SUPERCONTI Pronto - P.zza Buozzi; SUPERCONTI Pronto - V. XX Settembre; SUPERCONTI RIVO; SUPERCONTI Turati; TUTTOCARTA - V. Maestri del Lavoro 1; TODI SUPERCONTI V. del Broglino; VITERBO SUPERCONTI V. Belluno; VITORCHIANO SUPERCONTI Località Pallone.

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I quattro elementi, magicamente fusi: la terra, generata da fuoco eruttivo e da emersione dalle acque, respira profumi primaverili, in ogni stagione. I sali minerali, che marina e lapilli sigillarono con tanta dovizia, immergono l’Umbria in sapori, di ara in ara, diversi. Quattro itinerari fondamentali si intrecciano: storici, artistici, naturalistici, spirituali. Necropoli, templi, città sotterranee, monasteri, abbazie, conventi, castelli, borghi, torri e muraglie costituiscono l’irripetibile patrimonio archelogico, architettonico, artistico, sedimentato in Umbria da Etruschi e Romani, dal Medioevo e dal Rinascimento. Il caleidoscopio, dominato dal verdeumbria, si arricchisce di altri tenui colori: il rosa pallido, il giallo tufaceo, il miele ambrato, il rosso mattone delle sue pietre, l’azzurro del suo cielo. Le alture e le gobbe, dolcemente ondulate, assumono forme lievi e pendenze deboli, spargendo ai loro piedi uliveti e vigneti. Querce, pioppi, aceri, olmi costeggiano fiumi e rivi luccicanti e sinuosi. I paesini, dalle case che si arrampicano l’una sull’altra, s’inerpicano fino a cattedrali e a fortezze feudali. La mia Umbria nella mia Italia: un unico tessuto, intrecciato da storia e umanità. Al cospetto di tanta armoniosità divampa la commiserazione per le afflizioni di chi, pur calpestando e traendo beneficio dal suolo italiano, non lo riconosce e ignominiosamente rifiuta ogni legame con terra e storia comune e ne inventa una di terra, che, però, non esiste o, se esiste, albeggia nei paraggi dell’ultima Thule. Noi, fortunati e sobri, riferiamoci alle stupende risorse che la natura e l’uomo hanno dispensato, in particolare alla nostra Provincia, quella di Terni, così bella, così ricca, così poco valutata, perfino da noi stessi. Convinti del dovere di dover far meglio conoscere queste ricchezze, abbiamo pensato di inserire nel nostro magazine la pubblicizzazione della Provincia di Terni, delle sue bellezze, della sua storia. Ringraziamo sentitamente perciò l’Assessorato al Turismo della Provincia di Terni per la gentile concessione delle foto più belle del nostro territorio, affinché i lettori della nostra come delle altre Regioni dove La Pagina viene distribuita, possano meglio conoscere ed amare il nostro splendente patrimonio. E lo facciamo come sempre: guardati con sospetto, visto che portiamo avanti il progetto con le nostre esili forze, senza padrini di sorta e solo grazie alla presenza dei nostri illuminati sponsor. Cominciamo da Narni, dalla meravigliosa Narni (prima di copertina e pagine 11, 12, 13). Riteniamo dovere comune quello di impegnarsi disinteressatamente per la propria terra, per la propria città, per il proprio paese. Il civico onere non dovrà essere subdolo, odorare di politichese ad esempio, non dovrà cioè nascondere un privato, sleale interesse. A tal fine proporremo alle vostre considerazioni il volumetto Senatori della città (gratuito per chi ne farà richiesta) in cui cerchiamo di promuovere un volontariato a tutto tondo, da parte, in particolare, di quegli amministratori e di quei politici che, dopo aver espletato due mandati, se si credono ancora così importanti come da sempre fanno apparire, e lo sono davvero, inibiti tutti per legge, soprattutto morale, a qualsiasi ulteriore mandato politico, inizino a lavorare in maniera completamente gratuita ad esclusivo vantaggio dei giovani, qualunque sia l’orientamento partitico di quest’ultimi. Giampiero Raspetti

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Grandi opere per neutrini

laboratori

I neutrini sono particelle davvero affascinanti, e in qualche maniera sono legati all’Italia fin dalla loro prima comparsa. Agli albori della fisica atomica, quando la Meccanica Quantistica e la Relatività erano discipline ancora giovanissime, le particelle conosciute erano davvero poche, praticamente solo due, elettrone e protone. E ciò che le caratterizzava erano soltanto, sostanzialmente, due proprietà, la massa e la carica elettrica. Abbastanza presto si ipotizzò comunque la presenza di una terza particella, dotata di massa ma priva di carica, e i laboratori di mezzo mondo cercavano di identificarla: non era facile perché per rilevare le particelle subatomiche si usavano prevalentemente forti campi elettromagnetici, e una particella neutra non viene minimamente disturbata da essi. Il neutrone - il nome veniva naturale, con la desinenza alla greca sul calco di protone e elettrone venne infine scoperto nel 1932 da James Chadwick. Qualche mese prima, nel 1930, un geniale fisico teorico, Wolfgang Pauli, aveva teorizzato l’esistenza di una particella davvero strana: come il neutrone avrebbe dovuto essere priva di carica, ma oltre a ciò doveva essere anche priva di massa. Le ragioni per le quali Pauli ipotizzò l’esistenza di tale particella sono legate a particolari princìpi di conservazione, che si mostrarono peraltro corretti: certo è che, specie a quei tempi, ipotizzare qualcosa senza massa e senza carica era più o meno come ipotizzare l’esistenza degli angeli, tanto sembrava eterea e volatile. Sembra che in quei giorni del lontano 1932, alla facoltà di Fisica di Roma, durante una lezione, uno

studente chiedesse a Enrico Fermi se la particella neutra appena scoperta da Chadwick fosse la stessa teorizzata da Pauli. Fermi rispose di no: quella appena scoperta era la particella neutra massiva, il neutrone; l’altra era invece ben diversa dal punto di vista della massa, assolutamente più piccola. E concluse con una frase del tipo “…se quello è il neutrone, l’altro potremmo chiamarlo neutrino”. E il nome rimase: con tanto di desinenza diminutiva in ino che è abbastanza chiara per noi italiani, ma che certo incuriosirà un po’ gli stranieri che l’italiano non lo conoscono. E oltre al nome, rimase certo anche la stranezza della particella: con il progredire della ricerca, si è giunti alla conclusione che poi, in fondo, una massa -per quanto davvero irrisoria- i neutrini ce l’hanno; ma restano comunque impalpabili e sottili al limite dell’immaginazione. Così sottili e fugaci, che è quasi impossibile intercettarli, specie quando sono immersi in fasci di radiazioni pieni di altre particelle dotate di massa e di carica: per questo i fisici, per andarli a rilevare, hanno aperto dei laboratori sotto le grandi montagne come il Monte Bianco e il Gran Sasso. I neutrini che provengono da raggi cosmici e dalle radiazioni solari riescono a passare indisturbati sotto i chilometri cubi di roccia, mentre tutte le altre particelle vengono fermate: le montagne funzionano insomma come giganteschi filtri da tè. L’idea era giusta, fin troppo: alcuni scienziati si stupirono persino, quando, nei laboratori sotto le montagne, si accorsero che gran parte dei neutrini che i loro macchinari riuscivano a rilevare non venivano dallo spazio sopra la montagna, ma addirittura dagli antipodi, dopo aver attraversato indisturbati tutta la Terra. I neutrini sono cruciali per capire una delle forze più misteriose della natura, la cosiddetta “interazione debole”; per questo, tre anni fa, dai laboratori del CERN di Ginevra, dove si riescono a produrre neutrini grazie alle altissime energie degli acceleratori europei di particelle, si sono cominciati a dirigere fasci di neutrini verso i rivelatori del Gran Sasso. Il grande esperimento, chiamato OPERA, non aveva l’intenzione di misurare la velocità dei neutrini, ma di studiarne altre caratteristiche; però le misurazioni hanno mostrato, con sorpresa degli addetti ai lavori, che i neutrini sembrano avere una velocità leggermente maggiore di quella della luce. Siccome la velocità della luce -la sua costanza e la sua insuperabilità- è un caposaldo della Teoria della Relatività, la scoperta sarebbe davvero rivoluzionaria, qualora ulteriori misurazioni dovessero confermarla. È quindi comprensibile che il nostro Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca si sia sentito in dovere di commentare l’evento con un apposito comunicato stampa. Comunicato che è subito diventato molto (e tristemente) famoso, a causa degli errori che contiene. Lo svarione più marchiano consiste nel citare un tunnel che da Ginevra raggiungerebbe l’Abruzzo, una specie di autostrada per neutrini, anche se i neutrini, come si è visto, di tutto hanno bisogno meno che di una galleria, per viaggiare in linea retta sotto terra; e di questo si è parlato a iosa, al punto che il portavoce del ministro ha rassegnato (parzialmente) le sue dimissioni. Ma ci sono almeno altri due punti angoscianti, in quel breve comunicato: uno è quello in cui si citano i presunti costi di cotanta grande opera (“alla costruzione del tunnel tra il Cern e i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile attorno ai 45 milioni di euro”, recita il comunicato); anche fosse accettabile che il Ministero della Ricerca non sappia nulla della dinamica dei neutrini, non lo è certo l’avocarsi il merito di aver stanziato e speso dei soldi pubblici per qualcosa di inesistente: così facendo, all’ignoranza si somma anche l’arroganza. Ma c’è un terzo punto, per certi versi ancora più triste, perché mostra come sia profondamente travisata tutta la filosofia della ricerca scientifica. È quando si dice che “Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo”. Qualcuno dovrebbe spiegare al ministro e ai suoi collaboratori che la ricerca delle leggi della natura e la Champions League sono P i ero F ab b ri cose molto diverse.

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Attenzione alle proposte di lavoro on line!

Molto spesso, via email, si viene invitati ad aderire ad incredibili opportunità di lavoro che promettono rendite automatiche e a vita, telelavoro facile, guadagni mensili senza fare praticamente nulla (neppure una vendita!). Sembrerebbe decisamente un’occasione da non perdere, ma cosa c’è dietro? Chi scrive dichiara generalmente di aver già guadagnato un bel po’ di soldi pur non sapendo niente di internet, e parla di un lavoro automatizzato, a cui si accede semplicemente iscrivendosi on line (a volte, per la verità, viene richiesto anche di inserire i dati della carta di credito). Inizialmente è tutto gratuito e poi si dovrà versare un piccolo canone mensile di pochi euro per i quali però si riceveranno dei cosiddetti benefit (spazio web, email, etc.). Inoltre, ed è questo l’aspetto più interessante, per ogni persona

che si farà iscrivere si riceveranno a sua volta dei soldi, e quindi il canone mensile potrebbe presto annullarsi e anzi, si comincerebbe già a guadagnare semplicemente facendo iscrivere altri con un meccanismo che finisce per replicarsi a più livelli, una sorta di moderna catena di S. Antonio aggiornata, nelle sue modalità, con i tempi difficili che viviamo, ma molto più insidiosa. La fattispecie descrive una degenerazione verso la creazione di un sistema di tipo piramidale, del marketing multilivello (MLM) o network marketing. In uno schema a piramide non c’è nessun prodotto da vendere. Il guadagno si ottiene soltanto versando una somma di denaro, ed inducendo altri a fare altrettanto e così via, a catena. A volte c’è addirittura un finto prodotto che viene ceduto come corrispettivo del denaro.

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Prima o poi il sistema crolla, perché ci sarà un momento in cui non aderirà più nessuno. Chi è entrato nel gioco per primo ne esce con i soldi di quelli che sono entrati dopo, che restano con un palmo di naso. Inutile dire che questo tipo di attività non gode di buona fama anche perché spesso vengono impiegate tecniche di persuasione subdole. Inoltre c’è chi racconta che una volta all’interno del sistema la pressione psicologica sia molto forte e pochi riescano ad allontanarsene serenamente. Ma oltre a non avere una buona immagine, occorre dire che c’è una grande confusione legislativa in merito, anche se l’interpretazione della vigente Legge n. 173/2005 fa ritenere i meccanismi di funzionamento alla base dei sistemi piramidali illegali in Italia come lo sono in molti altri Paesi! Ovviamente c’è il rovescio della medaglia, un programma MLM vero vende i prodotti al pubblico senza richiedere alcun costo aggiuntivo e senza avere secondi fini o costi nascosti e non obbliga i clienti ad aderire al sistema. Ci sono tante caratteristiche, o campanelli d’allarme che distinguono una piramide illegale da un’opportunità legittima nel marketing multilivello, attenzione quindi perché le truffe solitamente hanno sembianze molto attraenti! alessia.melasecche@libero.it

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Uomini in mare: la storia di due pescatori tunisini

Chi ha visto Terraferma di Emanuele Crialese ricorderà la scena in cui dei clandestini africani, di notte, raggiungono a nuoto la barca del ragazzo protagonista del film e questi li respinge a colpi di remo. Nelle scene precedenti, il nonno del ragazzo era stato accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver issato a bordo dei naufraghi, tra cui una donna incinta e un bambino che si erano diretti a nuoto verso la sua imbarcazione. Un episodio analogo è accaduto a due pescatori tunisini l’8 agosto del 2007: dopo aver avvistato un gommone alla deriva, avevano tirato a bordo 44 persone, tra cui una donna incinta con le doglie e un bambino in preda ad una crisi epilettica; quindi avevano avvisato la Capitaneria di Porto di Lampedusa dell’urgenza della situazione e si erano diretti verso l’imbocco portuale. Ad aspettarli, però, avevano trovato il blocco navale delle Forze dell’Ordine. Senza pensarci due volte, i pescatori tunisini avevano forzato il blocco e portato a terra la donna e il bambino per affidarli alle cure sanitarie. I due pescatori finirono per essere condannati per aver favorito l’immigrazione e aver forzato il blocco navale. Secondo la legge, quando si avvistano in mare dei clandestini, si devono avvisare le autorità di competenza e non ci si deve avvicinare al natante; nel caso in cui un clandestino si getti in mare e raggiunga a nuoto l’imbarcazione di avvistamento, il capitano non deve issarlo a bordo, ma lasciarlo in acqua, in attesa che arrivi la Capitaneria di Porto. È esattamente quello che ha fatto il capitano del peschereccio Enza D. nel gennaio del 2010 quando non ha consentito di salire sull’imbarcazione ad un uomo che, stanco e stremato, si era gettato dal gommone e aveva nuotato fino al peschereccio; il capitano lo ha lasciato in acqua e lo ha visto annegare. Grazie alla testimonianza degli altri clandestini rimasti sul gommone, l’uomo è stato condannato a 12 anni di reclusione. La buona notizia è che dopo quattro anni, dopo una condanna a due anni di reclusione e il sequestro della barca, i due pescatori tunisini Abdelkarim Bayoudh e Ablelbasset Zenzri sono stati prosciolti definitivamente dalle accuse. È stata riconosciuta la legge del mare, quella legge non scritta che ogni marinaio conosce, quell’istinto che porta chiunque a issare a bordo un uomo in mare senza chiedergli prima i documenti, che induce un capitano a salvare la vita di chi rischia di annegare e induce a forzare la burocrazia per un’emergenza umanitaria. Intanto però i due pescatori hanno perso il lavoro, sono stati in carcere per due anni e la loro imbarcazione è ormai un rudere mangiato dalla ruggine. Purtroppo il messaggio che passa da questa vicenda, dice l’avvocato dei due pescatori, è che è meglio lasciar crepare la gente in mare, se non si vogliono passare guai, avere la barca sequestrata e finire in galera. Nel film Terraferma, la mattina seguente all’episodio che abbiamo raccontato, il ragazzo vede arrivare sulla spiaggia di Linosa affollata di vacanzieri, i corpi portati dalle onde dei clandestini che aveva respinto di notte, alcuni stremati e altri senza vita. E capisce. Francesco Patrizi


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IO Lo spettacolo di Oreste Crisostomi tra follia e realtà Mi hanno visto in cortile tenere mia sorella per i capelli, sferrarle alla testa numerosi colpi di roncola, in casa i cadaveri di mia madre e di mio fratello. Sono tutti morti. Sono queste alcune parole pronunciate dal protagonista del nuovo spettacolo teatrale scritto e diretto da Oreste Crisostomi, interpretato dall’attore Angelo Di Genio e prodotto da Crossover Production, presentato lo scorso 20 settembre in anteprima assoluta al festival del teatro sperimentale “Fast” presso il Caos di Terni. Un monologo in atto unico ispirato alle memorie di Pierre Rivière, giovane contadino normanno, che nel 1835 uccise con inaudita violenza la madre, il fratello e la sorella. Un personaggio folle, usato -come ha dichiarato il regista- come pretesto per raccontare una rabbia giovane, un malessere profondo che è tuttora presente e che quotidianamente viene presentato nei giornali. Avvalendosi delle ricerche effettuate dallo psichiatra francese Michel Foucault sulle memorie di Rivière, scritte in un diario e di altri atti processuali e testimonianze, Crisostomi crea un impianto drammaturgico forte e impressionante, dove gli stessi spettatori sono chiamati a interagire con il protagonista, attraverso l’uso di fotografie montate come maschere, presenti in platea con raffigurati i volti dei più grandi assassini del nostro tempo. Il protagonista chiede al pubblico di indossare quelle maschere, domandando, se per caso i loro volti somigliano a quei volti rappresentati, generando un gioco di identificazione e confronto tra ciò che è bene e ciò che è male, tra colpevole e innocente. Poter vedere la fisionomia di un assassino è una delle peculiarità della nostra epoca, una delle tematiche che lo spettacolo mostra: la ricerca continua dell’uomo nel voler identificare in una fisionomia, in un volto, l’assassino per classificarlo e isolarlo. Come chiede Rivière: Voi per caso somigliate a me? Oppure appartenete a una comunità di persone giuste e oneste? Allora condannandomi voi sarete assolti. È questa la particolare psicologia del personaggio, un giovane che per anni aveva letto solamente libri a carattere sacro come la Bibbia, credente di un sistema dualistico, dove il bene e il male sono le due uniche scelte esistenziali e con le quali si può interpretare la realtà. Affetto da visioni e turbe psichiche è in continua lotta con se stesso e la follia, alla ricerca di una motivazione in grado di giustificare il suo gesto. Lo spazio scenico, intimo senza proscenio, senza divisione tra vita reale e mondo dell’arte, senza quinte, ma diviso in due realtà: da una parte il pubblico con la sua onestà, buono e giudice nei confronti del folle, dall’altra la solitudine del giovane Rivière, incarnazione del male e della diversità. Bloccato tra le tre pareti nere della scatola scenica, come a volerlo imprigionare in uno spazio angusto e senza via d’uscita, il protagonista è vestito con una giacca e un pantalone scuro forse per mimetizzarsi con la scena, vittima delle sue stesse colpe. Al centro della scena una sedia di legno, simbolo dell’interrogatorio e unico sostegno materiale per il suo fisico stremato dalla corsa, per “scappare da se stesso”, dalla sua mostruosità, attore e regista del suo folle gesto. Un contenitore di vetro ripieno d’acqua con immerso un fazzoletto bianco usato per struccarsi, mettendosi a nudo senza maschere, neanche quella sottilissima del cerone bianco. Un filo lungo nero penzola dall’alto con collegato un microfono, qualche volta usato da Rivière per gridare i suoi dolori, elemento che rappresenta le dinamiche del processo giudiziario legato ai media, al piacere di mettere in onda le confessioni di un assassino. Un dolore sudato, raccontato con liberatoria verità, un bisogno di essere se stessi senza sentirsi giudicati, dove il talento di Angelo Di Genio si esprime con sorprendente bravura. La voce che si colora di toni alti e bassi, la mimica del volto mutevole ed espressionistica nello stile, la gestualità dai colpi duri e scattanti in un corpo invasato dalla follia, che rotolandosi in maniera convulsiva sul legno della scena mostra la sua disperazione. Un’interpretazione sentita ed autentica, di un personaggio visionario e sensibile, soggetto a repentini cambiamenti d’umore e una diversità, vissuta in prima persona con tecnica ed emozionante frenesia. Uno spettacolo paragonabile ad uno psicodramma della colpa? Non proprio, qualcosa di più. Io è il grido di un uomo che vuole essere riconosciuto per quello che è, per l’insana follia dei suoi gesti e per la naturale condizione di parricida, senza maschere o ipocrisie. La sofferta volontà di essere al mondo e accettare la propria esistenza, che pur nel segno dell’aberrante follia, al di là di ogni possibile morale e religione, chiede di essere ascoltata. Un ironico gioco di verità e negazione della stessa, nel segno della burla come forma assurda di confessione, dove molteplici piani motivazionali si sovrappongono per spiegare le cause di tanta irrefrenabile violenza. Violenza repressa, sentita, vissuta e sfocata, fino al tragico epilogo, quando, spogliandosi di ogni vestito si suicida, legandosi al filo nero che fin dall’inizio aveva lasciato presagire un’ipotetica impiccagione, la sola via d’ uscita dall’angustia dello spazio scenico e dal dolore interiore, finalmente libero dalla follia e dal giudizio degli altri. Intense le musiche del compositore Alessandro Deflorio, sonorità in grado di ricreare lo stato d’ansia e l’affannoso respiro del protagonista. Suoni che aiutano ad entrare nello spirito della vicenda, turbando l’animo e generando una suspense collettiva soprattutto nei momenti in cui si sente il plettro strofinato sulle corde del banjo e lungo il vibrafono. Appropriate anche le luci di Emiliano Austeri, capaci di creare un effetto grottesco in base all’avvicinarsi del protagonista alla sorgente luminosa, accentuando la mostruosità dell’espressione del viso. Sobri dal gusto classico i costumi di Costanza Bastanti. Un manifesto in chiave moderna e originale del disagio sociale che si nasconde dietro molti giovani, dietro l’apparente perbenismo di molte persone, dove la società si limita a identificare per giudicare, senza comprendere le motivazioni reali di un comportamento e senza saper ascoltare. Terni - Via dello Stadio 63

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Lorenzo Bellucci lorenzobellucci.lb@gmail.com


La Mostra L’arte dell’intaglio, l’arte del restauro. Esempi di statuaria e carpenteria nell’Umbria meridionale (secc. XIII-XVII) è stata organizzata e finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici dell’Umbria nell’ambito delle Giornate Europee del Patrimonio. Nella mostra sono state esposte le seguenti opere: Madonna col Bambino gruppo scultoreo proveniente dalla collegiata di Santa Maria Assunta di Otricoli, sec. XIII; Assunta di Niccolò di Liberatore detto l’Alunno, tempera su tavola, 1483-84 e macchina lignea intagliata, policromata, dorata e argentata, 1692, provenienti dalla chiesa parrocchiale di Alviano; Madonna dolente scultura lignea policromata, primi decenni del XVI secolo, proveniente dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta di Terni; San Benedetto da Norcia scultura lignea policromata, sec. XVII, proveniente dalla chiesa parrocchiale di Alviano. Le opere sono state restaurate dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni tra il 2003 e il 2011 sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici dell’Umbria.

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Felice e la Chiesa di Corvaiano Felice lavorava alle Acciaierie di Terni. Aveva fatto il secondo turno e stava tornando a casa in bicicletta. Appena uscito dallo stabilimento si mise di buona lena a pedalare verso la macchia di Bussone. La strada era bianca e polverosa e l’illuminazione pubblica, dove c’era, era ridotta al minimo a causa della guerra. Era il mese di gennaio del 1942 e non pioveva da parecchio tempo. I contadini più vecchi ripetevano sempre lo stesso proverbio: Dio ce sarvi da la porvere de gennaiu e da lu fangu d’agosto, proverbio frutto di secoli di esperienze negative tramandate da una generazione all’altra. Quella notte Felice era solo. O si era attardato a chiacchierare con qualcuno e i compagni di lavoro avevano proseguito, oppure il secondo turno fra gli abitanti del suo paese lo aveva fatto solo lui. A distanza di quasi settanta anni non è facile ricordare i dettagli, basta però avere chiaro in mente l’evento principale. All’inizio della salita scese dalla bici perché non ce la faceva a pedalare, un po’ per la stanchezza, un po’ perché non stava bene. Quando era andato a fare il soldato di leva era stato rimandato a casa per un problema polmonare e quindi esonerato dal servizio. Si riprometteva di risalire in sella non appena la pendenza stradale fosse divenuta più abbordabile. Felice preferiva il turno pomeridiano rispetto a quello notturno, ma quello che gli costava più fatica era il turno del primo mattino. Quando gli toccava farlo, la madre incominciava a chiamarlo a notte fonda, per timore che facesse tardi al lavoro e anche perché non possedeva strumenti di misurazione del tempo. Di giorno ci si regolava con la luce del sole ma d’inverno, col buio, era un problema anche se c’era sempre qualche operaio più anziano, possessore di sveglia, che passando chiamava quelli che dovevano entrare alle sei. Se però non eri già pronto, venivi lasciato indietro e facevi sicuramente ritardo a meno di rischiare l’osso del collo in discesa, per recuperare. Consideriamo poi che alzarsi alle quattro del mattino, d’inverno, abbandonando la montagna di calde coperte, per salire in bicicletta sferzato dall’aria gelida, non era in cima ai desideri di Felice. Quando poi tornava a casa nel pomeriggio, nel periodo invernale incominciava ad annottare quasi subito e la giornata si avviava alla conclusione. C’era appena il tempo di fare un salto a casa della fidanzata diciannovenne, abitante per fortuna a un tiro di schioppo da lui -con la quale aveva frequentato le elementari pluriclasse- per stare un po’ insieme e per mettere a punto gli ultimi dettagli dell’imminente matrimonio. Era tempo di guerra e le condizioni economiche non erano tali da creare problemi di gestione del poco denaro a disposizione. Rimuginando questi pensieri era arrivato a Collesecozza e l’aria fredda lo costrinse a frenare perché era in un bagno di sudore. Così tra discesa e falso piano arrivò nei pressi della chiesa di Corvaiano. In quel tempo la chiesa, essendo privata, veniva aperta solo nella seconda domenica di giugno, in occasione della festa della Madonna, detta per l’appunto, di Corvaiano. Allora la strada passava sopra il ponticello del torrente Aia che scende da Finocchieto -ora invece passa sopra al torrente Aia che viene da Vasciano- e si inerpicava verso Aguzzo proprio poco prima della chiesa. Felice scese di nuovo proprio davanti alla solitaria costruzione, per fare a piedi l’ultimo pezzo di strada in salita. Il sudore si era asciugato, non tirava un filo d’aria e in cielo c’era una luna piena grande così; la temperatura stava scendendo di parecchio e lui rabbrividì. Per l’indomani mattina era facile prevedere una grande brinata che avrebbe reso tutto bianco. Ad un tratto, nel silenzio della notte, un colpo da dentro la chiesa: toc!, come se qualcuno avesse bussato una sola volta con le nocche delle dita sulla porta di legno. Dopo la prima violenta scarica di adrenalina -era notte, era solo, c’era davanti una chiesa, ci seppellivano i morti nei tempi passati? E i racconti delle anime che si aggiravano di notte e si mescolavano alle storie delle streghe?- pensò di essersi sbagliato. Forse una ghianda era caduta dalla grande quercia e aveva colpito una tegola. Con quel silenzio non era difficile che un rumore fosse percepito più forte. Toc! Altro colpo, un sussulto di nuovo e poi: toc! Ancora: sembrava veramente uno che bussava con calma e decisione sulla porta dall’interno della chiesa. Felice aveva venti anni e non credeva a tante baggianate, però quel bussare così chiaro mica se l’era inventato lui! Pensò di non farci caso e di andarsene a casa a dormire. Fu solo il pensiero di un momento, poi la curiosità l’ebbe vinta, anche perché, se non avesse cercato di appurare la causa dei colpi, un grande punto interrogativo sarebbe rimasto impresso per sempre nella sua memoria. Si avvicinò al muro della chiesa, tenendo sempre la bicicletta per il manubrio, pronto a saltarci sopra in ogni caso, allungando il collo per cercare di sbirciare dentro la chiesa da una delle finestrelle accanto alla porta. Per qualche tempo non vide nulla poi man mano che l’occhio si abituava alla maggiore oscurità della chiesa, rispetto alla luce lunare esterna, vide prima i banchi, poi l’altare con la tovaglia bianca, quindi la statua chiara della Madonna e infine quella più scura di S. Antonio abate, col maialino, che era posta nell’angolo a destra. All’improvviso un guizzo sopra l’altare, poi: toc!, il solito colpo di nocche sul legno poi un altro guizzo e un altro toc! Ecco svelato l’arcano: due grandi topi, quelli che da noi si chiamano sorche, che si rincorrevano sul pavimento, poi salivano sull’altare e da lì piombavano sulla predella di legno che rimbombava come colpita dalle nocche di una mano. A volte saltavano in sequenza, a volte saltava una sola, secondo i capricci o secondo un preciso rituale. Soddisfatto della scoperta e orgoglioso di aver chiarito il mistero, Felice riprese la bici, la spinse sulla strada sterrata e si incamminò di nuovo verso casa. E se non si fosse affacciato a curiosare e si fosse limitato a raccontare degli strani rumori uditi? Vi t t o r i o G re c h i

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Chiusura Domenica Sera


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HOME STAGING - HOME STAGER Home Staging non è altro che l’arte di valorizzare le proprietà immobiliari, migliorandone l’immagine in modo da favorirne la vendita o l’affitto nel tempo più breve e al miglior prezzo. Questa professione è nata negli USA alla fine degli anni’80 poi si è estesa successivamente nel nord Europa e da qualche anno anche in Italia. L’home stager lavora in collaborazione con l’agente immobiliare e aiuta il cliente nella vendita o locazione dell’immobile. Questa figura deve possedere gusto estetico, capacità di vendita e competenze nel settore immobiliare; deve far vendere in minor tempo possibile e con il massimo profitto gli immobili. Abitare per tanto tempo la stessa casa fa perdere di vista l’obiettività su cosa c’è che non va. Un vero professionista deve saper ripulire l’immobile in poche mosse e soprattutto a costi bassissimi. Ecco come interviene: valuta, con occhio esperto, quelli che sono i difetti della casa e cerca di migliorarli prima che li vedano gli altri, quindi, prima di tutto fa l’elenco delle cose da riparare, come gli infissi, o da ridipingere, come pareti macchiate o vecchi mobili. Fa poi sgombrare la casa da tutte le cianfrusaglie che confondono le idee e rendono impraticabile l’ambiente; fatto questo, cerca di dare valore allo spazio, quindi inserisce una bella pianta o un bel vaso di fiori (veri e non di plastica!) oppure dispone delle lampade da terra, cerca di rendere gradevole l’ambiente. Fa togliere di mezzo tutto quello che personalizza la casa come ricordi di viaggi, fotografie di famiglia, vecchi cimeli etc, dopodiché, cerca di guardare la casa come se fosse la prima volta che vi entra e quindi, se ancora non va, trova qualche stratagemma per il primo impatto (che è fondamentale)! Questo è l’Home Staging: rendere appetibile l’immobile. Questo vale anche per chi casa non la vuole vendere bensì solo rimodernare, infatti in questo caso l’Home Stager e Interior Designer posso essere validi alleati (o la stessa persona). La differenza tra queste due professioni molto simili è che il primo deve abbellire oggettivamente la casa con il minor costo possibile mentre il secondo deve rispettare un budget, seguire i gusti del cliente e, soprattutto, soddisfarlo! Claudia Mansueti info@claudiamansueti.it

Mi occupo di diritti umani da circa trent’anni e so bene che non basta affermare un diritto per realizzarlo, ma so anche che affermarlo è già una grande conquista, perché sta a significare che l’umanità è arrivata a prendere coscienza che alcuni diritti sono fondamentali per la pace, la giustizia, la democrazia e la convivenza civile. Negli ultimi tempi mi sono reso conto della forte esigenza da parte di un numero sempre più vasto di persone di conoscere direttamente i documenti e le tappe del cammino che storicamente i diritti umani hanno percorso. Per questo motivo ho sentito l’esigenza di un’opera di divulgazione con un doppio scopo: quello di far conoscere direttamente le parti fondamentali dei documenti più importanti e quello di mettere in evidenza il senso del cammino storico che la coscienza dell’umanità ha percorso nei secoli. L’autore vive a Temi, dove ha insegnato filosofia e storia nei licei. Ha pubblicato studi di filosofia teoretica ed ha scritto molti testi teatrali e sceneggiati radiofonici. Si occupa di diritti umani attraverso il Progetto Mandela e il Centro per i diritti umani.

Inquinamento luminoso e risparmio energetico - Convegno a Narni La foto mostra l’Italia notturna vista dal satellite. La foto è bella e suggestiva; ma anche inquietante sotto il profilo dell’inquinamento luminoso e lo sperpero di energia elettrica prodotto dall’uso indiscriminato di lampade e fari che puntano verso l’alto. In Italia si parla da decenni di una legge nazionale per stabilire le norme di una corretta illuminazione pubblica e privata; ma il nostro parlamento non ha ancora prodotto risultati concreti. A questa carenza hanno fortunatamente posto rimedio molte regioni italiane, che hanno adottato apposite leggi regionali. La Regione Umbria ha contribuito emanando la Legge Regionale N. 20/2005 (Norme in materia di prevenzione dall’inquinamento luminoso e il risparmio energetico) e il Regolamento Regionale N. 2/2007 (Regolamento di attuazione della Legge Regionale N. 20/2005). Gli amministratori della Regione Umbria sono stati quindi virtuosi in materia di prevenzione dall’inquinamento luminoso. Tuttavia, ancora oggi nella nostra città e in altri grandi e piccoli comuni della Provincia di Terni, l’adeguamento dei vecchi impianti d’illuminazione pubblica alla L.R. 20/2005 è molto lento. Inoltre, spesso si assiste a delle vere e proprie disattenzioni (o errori) che vanificano l’impegno progettuale ed economico dei Comuni. La Legge Regionale N. 20/2005 stenta ad essere applicata, non tanto per difficoltà tecniche (che non esistono), ma spesso per insensibilità, ignoranza e pigrizia di qualche operatore tecnico o commerciale. Allo scopo di verificare il grado di attuazione della L.R. 20/2005 in tutti i Comuni della Provincia di Terni, l’Associazione Ternana Astrofili Massimiliano Beltrame organizza un convegno a Narni il giorno 22 ottobre 2011 con il patrocinio della Regione Umbria, la Provincia di Terni e il Comune di Narni. Tutti i lettori sono invitati al convegno. franco.capitoli@teletu.it

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Il Pont e d'A ug usto Costruito nel 27 aC per volontà dell'imperatore Augusto, fu danneggiato, nell'anno 847, da un violento terremoto. L’alluvione del 1053 provocò la caduta di una sua parte. Oggi possiamo ammirare una sola arcata (di 3 o quattro) e i ruderi di due pilastri. Il ponte aveva una lunghezza di 160 m; l'altezza dell'arcata rimasta in piedi è di 30 m.

Fototeca Provincia di Terni

P o n te C ar do n a Latitudine 42° 30’ 11’’ Longitudine 12° 34’ 24’’ queste le coordinate del Centro Geografico del nostro Paese secondo l’Istituto Geografico Militare di Firenze. Tali coordinate cadono esattamente su Ponte Cardona. Il manufatto della Roma Imperiale che portava l'acqua potabile alla città diventa così il

Cen tr o d’ I talia

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Fototeca Provincia di Terni

Narni - Rocca Albornoz

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Dolce Umbria Non ho seguito le orme di San Francesco, bensì quelle di San Giotto; ma, alla fine, mi ha accolto la terra più leggiadra di tutte, con le cittadine più pulite e più graziose di tutte. Oh, Betlemme, il tuo nome è Spello o Trevi Spoleto o Narni? Io dico, o benedette colline, che su ognuna di voi anche a dio sarebbe piaciuto nascere. E ancora non ho detto il nome di tutte, e nemmeno so come si chiamano i paesini, i casolari e i castelletti sul cocuzzolo delle tondeggianti colline. Il dio umbro creò la pianura perché vi crescessero vigne, pioppi e poggi, perché vi crescessero boschetti inanellati, cipressi e casolari, e colli, perché vi crescessero città con mura etrusche, casette gotiche ed enormi fortezze romaniche. Il dio umbro, poi, ebbe un meraviglioso azzurro per il cielo e un colore ancora più bello, con cui tinteggiò le lontananze e le montagne. Perciò l’Umbria è così miracolosamente azzurra, la più azzurra di tutte le terre. Karel Čapek, Fogli italiani

Narni

vista dagli amici di Praga

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Cronache da ... un paese di m...

PSICHE Gelosia, Gelosia mostro divoratore

L’Italia è il Bel Paese “là dove ‘l sì sona” diceva Dante qualche secolo fa. “...è un Paese di m...” ha detto qualcun altro qualche giorno fa. Ora, tra i due, inutile dire chi abbia maggior ragione. Assolutamente inutile, specie se la seconda persona in questione è stato uno dei fautori del peggioramento di questo Paese che sta andando sempre più allo sfascio, in pasto della televisione, che sta rendendo tutto

S’è già detto nel numero scorso come spesso le soluzioni che escogitiamo per i nostri problemi anziché risolverli li aggravino. Uno dei casi più evidenti è quello della gelosia. La gelosia nasce dall’impellente necessità di evitare che una persona che ci ama smetta di amarci e -peggio- ami altri invece che noi. Il suo campo naturale è quello amoroso e sessuale; ma poi in realtà noi troviamo fior di gelosie tra fratelli, genitori e figli, parenti e amici vari; spesso in questi ultimi casi non è facilissimo distinguere la gelosia dall’invidia, sua cugina prima. Ne riparleremo. La base psicologica della gelosia sta nella convinzione, talvolta nemmeno cosciente, che se chi amiamo ama anche altri, egli tolga qualcosa al suo amore per noi; convinzione che se ha un certo fondamento per quanto concerne i rapporti amorosi, non ne ha alcuno per quanto concerne quelli affettivi; ma qui entra in ballo quel famoso peccato originale, l’insicurezza, che un po’ tutti ci portiamo addosso e che fa fremere di sdegno i moralisti e gli orecchianti di psicologia. Tutto ciò che si può dire in proposito è: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Chi sente i morsi della gelosia, come ben si sa, s’arrabbia, fa scenate all’altro fino ad aggredirlo fisicamente, o addirittura ucciderlo. Diviene sarcastico e pungente, maltratta l’oggetto del proprio amore e lo umilia in tutti i modi. In più si mette a controllarlo ossessivamente, a spiarlo e a contestargli ogni movimento vagamente sospetto. E’ stato in ufficio? Davvero? E quanto gli ci è voluto per tornare a casa? Davvero? Ecc. Insomma, la gelosia è un mostro che divora tanto il suo oggetto quanto il suo soggetto. Ma il paradosso sta proprio qui. A parte l’assassinio, dove il paradosso rivela tutta la sua assurdità, se il fine che muove il geloso è conservare l’amore dell’altro, tanto più se vacillante, come si può mai pensare che trattarlo così possa conseguire lo scopo? Un saggio proverbio recita: Se desideri essere amato vedi anzitutto di essere amabile. Per conservare l’amore, come per conquistarlo, la regola è: corteggiamento, gentilezza, moine e coccole. Dire brutta troia ad una donna, è raramente il mezzo migliore per ottenerne un’amorosa fedeltà. Ma tant’è: quando temono l’attacco al legame amoroso, tutti i gelosi si comportano allo stesso modo, uomini e donne, giovani e vecchi, belli e brutti. Nei casi in cui la faccenda arriva allo psicologo, costui non si limita a cercare di modificare direttamente il comportamento aggressivo del soggetto, cosa non sempre facile, ma dispone di alcuni accorgimenti e tecniche indirette che sono efficaci soprattutto se la gelosia è patologica e ingiustificata. Quando invece le corna ci sono davvero o comunque la situazione non è rimediabile, allora ciò che lo psicologo può fare è aiutare la persona che ne soffre ad allontanarsi, se lo vuole, dall’oggetto della propria sofferenza e a voltar pagina. E se invece non vuole… a rendersi conto che soffrire le piace più di quel che crede. Dr. Vincenzo Policreti

nient’altro che show. L’amarezza che l’ennesimo processo in diretta in mondovisione ha scatenato in moltissime persone è solo l’ennesima goccia che sta davvero facendo traboccare il vaso. La pazienza di un popolo non è infinita e c’è da chiedersi per quanto tempo saremo ancora disposti a sopportare di vivere in questo sfacelo. Sfacelo di valori. Sfacelo di ideali. Sfacelo di quelli che una volta erano i diritti e i doveri del cittadino. Proprio quegli stessi diritti e doveri che adesso si sono tramutati in un semplice ammasso di furberie su furberie; imbrogli su imbrogli e impicci su impicci. Quegli stessi “impicci” per cui siamo famosi in tutto il mondo e quello stesso modus operandi e modus vivendi di cui molti dei nostri “conterranei” si fanno vanto e spacciano come quello generale e assodato. Cosa assolutamente falsa e tendenziosa, visto che il nostro Paese, come tutti gli altri del resto, è pieno di gente per bene che si dà da fare ogni giorno per vivere onestamente ed essere in pace con se stessi la sera e la mattina, guardandosi allo specchio. “Essere italiano” all’estero molte volte è oggetto di prese in giro, sguardi ammiccanti e battutine incredibilmente imbarazzanti che non riescono a renderti orgoglioso del Paese cui appartieni, anche se ti spingono a riflettere sulla situazione in cui versa il nostro povero beneamato stivale. Ci sono molti modi di reagire in queste situazioni: quasi ci si scusa con l’interlocutore per essere italiani; si dà ragione al nostro interlocutore commentando la crudeltà e la tristezza della situazione italiana oppure si comincia a dimostrare, punto per punto, le potenzialità di un Paese come il nostro, riconoscendone i limiti e affermando, sempre e comunque, la propria appartenenza all’Italia, parlando dell’essere italiano come un punto a nostro favore, non certo come un’onta irreparabile. Perché il nostro essere italiani non deve essere assolutamente un problema con cui dover convivere ogni giorno come se fosse qualcosa di increscioso: di increscioso in questo Paese c’è solo il malcostume, la maleducazione e la delinquenza dilagante delle alte sfere, non solo di quelle basse! Di increscioso c’è come i nostri politici ci trattano, credendo di avere a che fare con delle masse di pecore, delle masse di tristi animali da soma che devono “tirare avanti la carretta”, ovvero quel Paese che loro non sono in grado di guidare, perché troppo intenti a svuotarlo delle sue risorse. Di ancor più increscioso c’è come il popolo italiano non sia riuscito ancora a far sì che le cose cambino, come questo meraviglioso popolo si sia lasciato abbindolare da gente senza scrupoli e di come questo stesso meraviglioso popolo si è tramutato in complice di questi esseri ai limiti dell’abominevole. … ma non avete voglia anche voi di unirvi agli indignados? Altro che cronache “da un Paese di m....”, potremo tornare a far risonare quel sì che tanto ci deve caratterizzare... perché non sono solo i no a dover essere detti sempre più forti. Sì a un Paese migliore, sì a delle condizioni di vita migliori, sì a delle opportunità che ci rendano competitivi come una volta e che ci riportino a essere davvero Chiara Colasanti (e positivamente) sulla bocca di tutti.

Psicologo, psicoterapeuta policreti@libero.it

Orrori

&

Splendori

Senza alcun dubbio, gli interventi relativi al cosiddetto arredo urbano realizzati negli ultimi anni nella nostra città non possono essere considerati utili ed esaustivi, se ne sono infatti realizzate e rimosse varie serie: funghi, fioriere, vasche (da bagno?) senza ottenere alcuna limitazione né al traffico, né alla sosta selvaggia. Dover ricorrere ai travertini del ventennio per trovare degli esempi efficaci mi provoca orrore. Orrori e splendori, a cura di Paolo Leonelli

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MA M A MMOGRAFI A Via Pacinotti, 8 - Terni Tel. 0744429161

Via Pacinotti, 8 - Terni Tel. 0744429161

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La Dott.ssa Lorella Fioriti, Fioriti specialista in Radiologia Diagnostica, opera nel campo sanitario dal 1987, nel settore della Diagnostica per Immagini. Dal 1987 si dedica alla Diagnostica Senologica. Attualmente riceve presso lo Studio Medico Braconi di Terni, dove l'utilizzo di apparecchiature sempre all'avanguardia e la grande professionalità e accuratezza della dottoressa fa sì che il paziente usufruisca di un servizio di grande qualità. Il carcinoma della mammella è il tumore più diffuso nelle donne dei paesi occidentali per le quali il rischio di ammalarsi nel corso della vita giunge fino al 10 %. La prognosi è relativamente buona se la diagnosi viene eseguita precocemente. Esistono situazioni in cui un importante fattore di rischio è rappresentato dalla familiarità: circa il 10-15 % delle donne che sviluppa un carcinoma della mammella ha una parente di 1° grado che è stata colpita dalla malattia. Obiettivo primario è trovare il tumore in fase pre-clinica, condizione che aumenta la curabilità della malattia riducendo la demolizione chirurgica. L’unica tecnica che permette di identificare la lesione in fase preclinica è la mammografia, metodica che offre una sensibilità elevata. Cos’è la mammografia? E’ una particolare radiografia delle mammelle che impegna una bassissima dose di raggi X, grazie alle moderne apparecchiature che utilizzano sistemi digitali. Proprio in virtù della bassissima dose di raggi X è possibille eseguire periodicamente mammografie senza rischi significativi. Questo permette, infatti, di ripetere l’esame anche una volta l’anno, cominciando dopo i 40/45 anni a seconda dei casi. Non procura dolore, al massimo solo un lieve e momentaneo disagio per il delicato sistema di compressione sulla mammella, necessario per ottenere immagini più nitide e precise. Essa consente di individuare le lesioni (v. le microcalcificazioni) che spesso rappresentano la fase iniziale della formazione di un tumore; infatti i segni mammografici per individuare un carcinoma iniziale sono spesso minimi. La sensibilità è strettamente correlata alla corretta metodologia: l’uso di apparecchiature non idonee e la non perfetta esecuzione tecnica inficiano la diagnosi. Dai tempi di Salomon, chirurgo tedesco che, nel lontano 1913, riprese le prime immagini radiografiche su campioni di tessuto mammario ad oggi di strada se ne è percorsa. Dai mammografi tradizionali che erogavano una dose media di 2 mGy per esposizione ai moderni mammografi digitali che riducono la dose del 40% si è avuta una grande evoluzione tecnologica. L’innovazione tecnologica più incisiva infatti è rappresentata dai sistemi digitali che, oltre a ridurre sensibilmente la dose, possiedono un miglior potenziale diagnostico e permettono l’elaborazione dell’immagine. Le domande più frequenti che le donne rivolgono al medico senologo sono: 1. quando devo iniziare ad eseguire la mammografia? Risposta: generalmente dai 40 anni, salvo in casi dì familiarità nel qual caso si inizia almeno 5 anni prima l’età di insorgenza del familiare malato più giovane. 2. ogni quanto tempo va eseguita? Risposta: ogni 12-18 mesi tranne nelle pazienti ad alto rischio o già operate per le quali la cadenza è annuale. 3. quale rischio ho di cancro indotto dalle radiazioni? Risposta: il rischio cumulativo aumenta del 10% dopo 20 anni di screening biennale iniziato dai 40 anni, a fronte del vantaggio che per ogni cancro radioindotto, 300 vengono identificati grazie alla mammografia in fase preclinica. 4. perché non eseguire l’ecografia, esente dal rischio di radiazioni? Risposta: perché non consente di visualizzare le microcalcificazioni o comunque i segni minimi di cancro, tuttavia tale indagine è molto utile come completamento diagnostico nei seni densi o nelle donne giovani. 5. quali accorgimenti devo osservare? Risposta: la fase del ciclo mestruale non è condizionante ai fini della qualità delle immagini; tuttavia è preferibile eseguire l’esame mammografico evitando la fase periovulatoria (metà ciclo) e/o premestruale qualora la mammella risultasse particolarmente dolente per tali periodi. 6. come si svolge? Risposta: l’esame mammografico viene generalmente eseguito in stazione eretta, a seno nudo, appoggiando una mammella alla volta su un apposito ripiano ad altezza regolabile. L’apparecchio determina una leggera compressione sulla ghiandola che migliora la qualità dell’immagine mammografica. Normalmente vengono eseguite 2 o 3 radiografie per ciascuna mammella con ripresa dall’alto verso il basso, obliquamente o lateralmente, per una completa visione di tutta la ghiandola. L’esame dura pochi minuti e può essere completato anche da una valutazione clinica della mammella.

Lo Studio Braconi ha attualmente in dotazione il sistema digitale FUJI FCR PROFECT ONE, all’avanguardia delle apparecchiature dedicate alla mammografia in quanto, grazie al trattamento digitale delle immagini, fornisce dei radiogrammi facili da esaminare, consentendo di ottenere una grande quantità di dati diagnostici con immagini radiologiche di elevatissima qualità. L’immagine, avendo più contrasto, è più facile da leggere. È possibile ridurre la dose di radiazioni somministrata alle pazienti fino al 40% rispetto alle apparecchiature tradizionali, con tempi di esposizione diminuiti di un quarto.

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Continua la collaborazione tra il Liceo Classico Tacito e l’Associazione Italiana di Cultura Classica, all’insegna dei giovani talenti Anche questo mese presentiamo gli elaborati vincitori, rispettivamente, della sezione biennio e di quella della terza classe della scuola media del Concorso letterario “Vite Parallele: personaggi a confronto”, dedicato alle scuole dall’A.I.C.C. di Terni. Ancora una volta questi ragazzi ci stupiscono per la capacità di riflettere in modo profondo su questioni calde della modernità, a partire da spunti tratti dai classici. In particolare, Valentina Sernicola, studentessa della IV IF del liceo classico G.C. Tacito, attraverso un efficace dialogo tra un soldato di ieri e uno di oggi, sviluppa una profonda riflessione su pace e guerra, facendo emergere le contraddizioni dell’etica antica e moderna, con grande sensibilità per le sofferenze che sono di tutti i tempi e la capacità di assumere diversi e mai stereotipati punti di vista. Più ironico ma altrettanto interessante il lavoro di Raimondo Della Volpe, della III F della S.M.S. Leonardo da Vinci che, nella forma della pagina di diario, affronta alcune questioni più significative degli attuali Tempi di crisi attraverso il filtro della mitologia greca. Sono ragazzi che studiano, che leggono, ma anche e soprattutto, ragazzi -davvero giovanissimi- che hanno un’opinione e la sanno esprimere. Prof.s s a Annarita Bregliozzi ( A.I .C.C.- Ter ni )

I

D U E

S OLDATI

Una tenda al centro della scena. Si vedono passare dei soldati achei e si sentono voci e rumore di armi. Achille esce dalla tenda e cammina con lo sguardo basso, poi si ferma, si volta e comincia a parlare con tono malinconico. Il suo volto tradisce stanchezza, ma al tempo stesso fermezza. Achille Ora che la sacra Ilio è distrutta e il vecchio Priamo piange il cadavere di Ettore, domatore di cavalli, il mio nome e quello degli Achei riecheggerà fra gli dèi immortali e gli uomini, mangiatori di pane. Fra qualche tempo però, il mio destino si compirà e per mano di un altro eroe perderò la vita, combattendo. Gloria e bella morte. Questi sono gli ideali che un eroe persegue e questo è ciò che otterrò, né mai ho dedicato ad altro la vita che mi è stata donata da Zeus Egìoco. Esiste forse altro ideale oltre alla gloria eterna in battaglia, altre gesta per cui essere ricordato, oltre alle guerre luttuose? Achille è interrotto dall’arrivo di un soldato. L’uomo ha un’espressione preoccupata e con gesti concitati si rivolge all’eroe. Soldato acheo Achille divino, dal rapido passo, uno straniero con delle strane vesti e strane armi, forse messaggero degli dei o di un popolo a noi ostile, è stato catturato dai nostri uomini. Achille, riportato di colpo alla realtà, comanda con voce fiera. Achille Che lo straniero sia portato nella mia tenda, che io sappia il suo nome e da quale terra lontana è giunto, se viene in pace o ha intenzioni malvagie. I soldati conducono lo straniero presso la tenda di Achille. L’uomo, giovane, è vestito con una tuta militare dell’esercito, ha con sè delle armi. Ha un’espressione dubbiosa e preoccupata. Appare confuso. Achille

Chi sei straniero? Chi e che cosa ti ha spinto a venire tra i figli degli Achei, dai bei schinieri? Forse un dio si cela sotto le tue sembianze, o forse Teti, piede d’argento? Soldato (intimidito dalla fierezza di Achille, si guarda intorno disorientato) Non conosco questa terra e non so come vi sia arrivato, ma non ho cattive intenzioni. Le mie armi servono alla pace, non alla guerra. Achille (con voce altisonante) Zeus, che scaglia fulmini, ti ha forse tolto il senno, giovane? Quali armi servono alla pace? Siedi, comunque, e raccontami la tua storia. Il soldato si siede nella tenda di Achille, l’eroe resta in piedi di fronte a lui. Ora i rumori esterni si sentono in modo attutito. Il soldato parla con sguardo pensoso e voce bassa. Soldato Sono ormai due anni che ho lasciato la mia patria e la mia famiglia e sono partito, come soldato, per una missione di pace in una terra straniera, afflitta da conflitti e sofferenze. Sono, come tanti altri giovani, convinto che sia importante combattere per la pace. Achille (avvicinandosi al soldato) Mentitore sei, strano soldato, o folle, se dici di combattere per la pace. Essa è qualcosa di irrangiungibile tra gli uomini e persino tra gli dèi mangiatori di ambrosia e, comunque, non si ottiene con le armi, né si addice ad un eroe perseguirla. Spiegati meglio, straniero. Cos’è una missione di pace e in quale terra devastata vi accingete a compierla? Soldato (si alza, parla a voce alta, con un certo entusiasmo) La terra in cui combattiamo per aiutare il costituirsi della pace e della democrazia è l’Afghanistan, dove il popolo si è ribellato a un regime tirannico. Noi cerchiamo di supportare il governo afghano appena nato, di far uscire il paese dalla morsa del terrorismo, delle lotte tribali e della dittatura. La missione è stata istituita nel 2001 a Kabul, la capitale, con il comando affidato alle forze Nato. Per quanto riguarda le nostre truppe, all’esercito italiano è affidata dal 2004 l’area di Herat, provincia al confine con Iran e Turkmenistan. E’ molto strano che tu non abbia mai sentito parlare di missioni di pace. Il loro scopo è, o dovrebbe essere, difendere i perseguitati dai persecutori e dalle loro violenze, al di là delle ideologie, aiutare paesi tormentati da conflitti, cercando di mantenere sicurezza, ordine e rispetto dei diritti dell’uomo. Achille Mi stai forse dicendo, soldato dalle strane parole, che esistono degli uomini disposti a combattere non per la propria bella morte, ma per la vita altrui? Se è la verità, allora nel tuo paese non c’è posto per eroi che dimostrano la loro forza e il loro coraggio, facendo strage di nemici. Soldato (con enfasi) La vera forza non è far strage di nemici, ma difendere i deboli, il vero coraggio non è morire, ma vivere.

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Achille resta muto per un po’, china il capo, poi riprende a parlare. Achille C’è saggezza nelle tue strane parole, straniero, riconosco che tu combatti per degli ideali, ma il popolo non si sente a voi sottomesso? Accetta forse che il piede straniero calpesti il proprio suolo, imponendosi con le armi? Il soldato si siede di nuovo e parla con sguardo fisso nel vuoto. Soldato Purtroppo, più di una volta abbiamo subìto attacchi, anche violenti, dal popolo, che non capisce o non accetta quello che stiamo facendo. All’inizio la popolazione locale ci ha accolto come liberatori da un regime oppressivo, ma ora comincia a tollerarci sempre meno e per questo ho provato spesso turbamento e rabbia. Achille (con voce fiera, guardando negli occhi il soldato) Mai potrei accettare che il suolo acheo venga calpestato da soldati stranieri, venuti ad imporre la loro pace. La pace, almeno quella che tu intendi, non si può donare, il popolo la deve conquistare per sé. Soldato Non so chi tu sia, antico soldato dall’elmo lucente e dallo sguardo fiero, ma c’è del vero nelle tue parole. A volte penso che dobbiamo stare attenti a non misurare tutto su noi stessi e sui nostri valori e cercare di imporre il nostro modello di democrazia a popoli diversi da noi, errore che abbiamo già fatto nel passato e che abbiamo chiamato colonialismo. Achille riflette un momento, poi riprende a parlare. Achille Dimmi soldato, ci sono dei lutti in questa vostra guerra, della violenza in questa vostra pace? Soldato (con voce commossa) Non lo nego, molte giovani vite sono state stroncate, molte ferite inferte, molte madri di paesi diversi hanno pianto le stesse lacrime. Achille C’è sempre un prezzo da pagare al destino, sempre un sacrificio da immolare agli dei. Soldato dai molti dubbi, chi è il vostro capo? Vi guida sul campo, combatte la vostra battaglia, condivide la vostra sorte? Soldato No. Chi ci guida è lontano da noi e dai nostri destini, come sempre. L’eroe resta immobile e il suo sguardo sembra vagare lontano. Achille Proprio come gli dèi, che osservano gli uomini dall’Olimpo e li comandano, ma quasi mai condividono la loro sofferenza, se ne servono a volte, prendendosi gioco di loro. Forse i vostri capi hanno un altro scopo, forse ci sono bottini in serbo per loro. Il soldato si volta e guarda Achille negli occhi. Soldato E’ vero, a volte penso che dietro gli intenti umanitari e democratici dei governi che ci mandano in missione ci sia soprattutto una volontà di potenza, di egemonia economica, come sta accadendo in Afghanistan, nodo strategico per il controllo delle energie. Achille Non conosco il vostro popolo, ma c’è molta guerra in questa vostra pace, molta aggressività in questa vostra umanità. Riconosco, tuttavia, che le tue parole suonano sincere, così come appaiono nobili i tuoi ideali, anche se sono diversi dai miei. Forse se li avessi conosciuti, avrei potuto anche combattere per essi e forse sarei stato meno infelice di quello che sono. Ma questo è il mio destino ed io lo devo perseguire. Vai dunque ora, strano soldato dalle sagge parole, sei libero. Torna alla tua missione, forse quel popolo ha veramente bisogno di te. Nulla è completamente giusto o completamente sbagliato, ma vale sempre la pena di combattere. Il fato ci riserva luci ed ombre, ma se è vero che l’uomo è sempre manovrato dall’alto, è anche vero che egli ha bisogno di avere degli ideali per cui vivere e morire. Degli spari in lontananza. Il soldato si sveglia e solleva il capo. Apre gli occhi. Una tenue luce grigiastra penetra attraverso la piccola finestra con l’inferriata che si affaccia su un cortile di cemento. Il soldato si alza, guarda fuori, poi si siede di nuovo sulla branda. Soldato Anche oggi un’alba gelida, come tante altre di quest’inverno in Afghanistan. Un’altra lunga giornata e, come sempre, non sarà facile, la guerra c’è, e noi ci siamo dentro. C’è veramente un confine così sottile tra pace e guerra? Forse però tutto ha un senso, nonostante paure e dubbi, forse ne vale davvero la pena. Vale sempre la pena di combattere per degli ideali…le parole di quello strano sogno... Valentina Sernicola

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TEMPI

D I

CR IS I

St. Maria, 23 luglio

Caro Soul, sono grande per dire caro diario, quindi d’ora in poi è così che mi rivolgerò a te, che, in quanto mio alter ego, sei in grado di capirmi nel profondo e hai il potere di farmi vedere chiaro dentro di me più d’ogni altro, dunque caro, carissimo Soul! Oggi ero sulla passerella del villaggio insieme a Richard e agli altri; tutti insieme stavamo guardando il tramonto e Raffi, come un secchione qualsiasi di prima media, ha cominciato a parlare dei Greci, che credevano che la Terra fosse piatta, La Provincia di Terni che Apollo portasse il Sole in giro nel cielo, ecc. ecc. Un giorno (in fondo sono trascorsi solo due anni), quando ero per la cultura anch’io in prima, mentre la professoressa spiegava cosa fosse un mito, e anche lei non la smetteva mai di parlare, cominciava a prendere forma dentro di me un’immagine di Apollo come uno di quegli uomini un po’ fru fru, però con una bella vita. E, senza volerlo, nello stesso tempo in cui le parole dell’insegnante continuavano a scorrere come un fiume in piena, la mia mano cominciava a muoversi rapida simile alle navi achee in direzione di Ilio prima della guerra dalla quale deriva il titolo del famoso poema omerico. Omerico? Sì, secondo me sì! Mi piace condividere la tradizione confortata da tante prove (filologiche, archeologiche, storiche…), mi piace immaginare questo poeta cieco e carico d’anni che s’aggira tra le rovine da cui proviene la sua ispirazione… Le parole che ho scritto quel giorno si sono impresse nella mia memoria a tal punto che potrei riportarle ad una ad una anche qui, sulle tue preziose pagine e condividerle adesso con te, in un momento di malinconia, quasi fossero una sceneggiatura. Io Salve! Mi scusi: come la devo chiamare? Apollo Prima di tutto ciao, caro! Chiamami come vuoi. Io Grazie, allora la chiamerò semplicemente signore. Apollo D’accordo, anche se questo appellativo mi fa sembrare terribilmente vecchio. Per caso vuoi qualcosa da bere? Io Sì, se non è un disturbo, gradirei un semplice bicchier d’acqua. Apollo Urania, attinga a quella limpida fonte dell’acqua per il nostro ospite; invece a me può portare un po’ di succo di pesca rosa. Urania Subito, signore! Apollo Grazie, cara! Io La prego di perdonare la mia sfrontatezza, ma non è cosa di tutti i giorni avere a che fare con una divinità. Sono davvero curioso di sapere di cosa si occupa, come impiega le sue energie, verso quali obiettivi orienta i suoi, potremmo dire oggi, superpoteri. Apollo Sai? Da quando quel guastafeste di Galileo Galilei mi ha reso un disoccupato sono diventato… Come posso farmi comprendere dalla vostra generazione? Ah, sì… ecco: un bamboccione! Mi mantengo con i soldi del “papi”. Io Scusi se la interrompo, ma con “papi” a chi intende riferirsi? Apollo Ehi, ragazzo! Devi essere stato un po’ disattento ultimamente a scuola! Ovviamente mi riferisco al mio “papi” Zeus! Io Le chiedo scusa di nuovo! Avevo avuto l’impressione che volesse alludere ad un politico del mio tempo! In realtà, perdoni l’immodestia, conosco benissimo i suoi natali, ma sapevo che ai suoi tempi (la prego di essere indulgente con me, mi è uscito involontariamente; non era mia intenzione far cenno alla sua veneranda età di circa tre millenni, anno più, anno meno…) si usassero i patronimici, non i nomignoli, o, per così dire, ma qui non so davvero se può seguirmi, i nickname… Ciò che non avrei mai sospettato è che ci fosse crisi anche sull’Olimpo! In pratica lei sarebbe in cassa integrazione? Apollo Cassa integrazione? E cosa sarebbe? Io È vero: lei non può saperlo; la cassa integrazione è un cosiddetto ammortizzatore sociale. Cerco di semplificare. In pratica: quando l’azienda, o in generale il datore di lavoro, è in crisi e non può più avvalersi della collaborazione dei suoi impiegati, chiede aiuto ad uno speciale salvadanaio dello Stato, il quale assicura al lavoratore un assegno mensile (inferiore al normale stipendio) consentendo alla società imprenditrice di risparmiare sulle retribuzioni, fin quando essa sarà di nuovo in grado di riprendere la produzione, le vendite e quindi avrà finalmente bisogno ancora una volta del lavoro dei suoi dipendenti. Apollo Allora no, non ci siamo! Io attingo semplicemente al salvadanaio del mio augusto genitore! E, nonostante la mia sia una famiglia decisamente bene (dopotutto sono figlio del padre degli dèi e degli uomini: oltre la sua volontà c’è solo il fato), è sempre più difficile mantenere il tenore di vita come una volta. Una sorta di svalutazione ha colpito la dracma olimpica e si fa fatica a coprire le spese. L’energia è un problema davvero cruciale! Da quando il vostro scienziato ha reso nota tutta quella storia (teoria eliocentrica piuttosto che teoria geocentrica…), ora, se voglio cucinare, devo pagare la bolletta al mio fratellastro, a quello storpio di Efesto, che detiene il monopolio del fuoco. Abbiamo provato con le leggi antitrust, ma non c’è nulla da fare! Così, spesso, mio padre mi accusa di dilapidare il patrimonio di famiglia e, di tanto in tanto, mi scaglia uno dei suoi famosi fulmini. Almeno fossi capace a catturarla da lì l’energia che mi è necessaria! Ma niente: gli studi in questo settore sono ancora indietro qui da noi. Io Sulla cassa integrazione non era molto preparato, ma su tutto il resto (svalutazione, monopolio, antitrust, problemi energetici…) devo dire che il suo linguaggio è di stringente attualità da noi e anche le realtà complesse alle quali esso allude! Ma come è possibile che siamo così affini nonostante le distanze sulle coordinate spazio-temporali? Apollo Devo convenire che la tua meraviglia è pienamente giustificata. Beh, possiamo trovare più di una spiegazione! Innanzitutto, sai, c’è l’altro mio fratellastro, quello con i calzari alati ai piedi, Ermes! È vero che, quand’era piccolo, i nostri rapporti non sono stati subito dei migliori, ma poi devo ammettere che molte sue doti mi hanno affascinato. Insomma è lui che, come sai, tenendo i rapporti tra noi celesti e voi comuni mortali, ci aggiorna sull’evoluzione dei vostri costumi e del vostro linguaggio e ci tiene informati sulle vostre vicende. Tuttavia, da giocherellone e distratto qual è, talvolta dimentica qualcosa, fa un po’ confusione o si esprime in maniera fumosa… forse perché è abituato a portare i messaggi divini, quindi la chiarezza non è il suo forte! In secondo luogo c’è quella storia dell’antropomorfismo! Forse le nostre somiglianze, nel bene e nel male, le nostre comuni debolezze fanno sì che andiamo incontro a problemi simili, soprattutto nelle nostre, spesso, insaziabili brame… Io Davvero singolare! Credo di non averci mai riflettuto abbastanza sull’origine di tanti mali del mio tempo. Chi avrebbe mai sospettato che un incontro fortuito (ancora non saprei ben dire come lei si sia potuto materializzare qui in quest’aula di scuola media durante una lezione di letteratura antica) potesse suscitare in me considerazioni tanto interessanti? Apollo Vista la tua attenzione, approfitto anche per rammentarti che condivido altresì le difficoltà legate alla realtà imprenditoriale! Ricorda che dopotutto sono anch’io un imprenditore… Perché sorridi? La parola Muse, mio caro piccolo studioso, non ti dice nulla? Un tempo mi stavano intorno beandosi della mia presenza, ma oggi (con gli anni devo aver perso un po’ del mio charme) reclamano i loro diritti e stipendiarle non è uno scherzo! La cultura e l’arte sono preziose e care, in ogni senso! D’altra parte, devo confessarti che non me la sento di tagliare proprio su questa voce del… budget? È così che dite voi, se non sbaglio. Io Certo! Ancora una volta ha indovinato perfettamente! Il suo lessico è decisamente al passo con i tempi… Apollo Carissimo figliuolo, come vedi abbiamo accennato solo ad alcuni dei più contingenti problemi dei nostri mondi anche scherzandoci su, talvolta, e cercando di sdrammatizzare un po’! Ma una cosa voglio dirtela molto seriamente, prima che la mia immagine svanisca e le mie parole si esauriscano non appena la tua mano poetica (nel senso etimologico del termine, produttrice) cesserà di scorrere su queste righe. Sono fermamente convinto che nei momenti più critici e complessi della storia, solo una delle più alte espressioni della civiltà, l’arte, appunto, in qualunque forma si manifesti, parole, suoni, immagini, possa dare all’umanità una speranza di rinascita. Essa sgorga dall’intimo dell’animo dell’autore e, bella com’è, genera il buono! Ricorda (un giorno, approfondendo i tuoi studi, potrai capirmi meglio): kalòs kai agathòs! Con queste parole, che devo aver captato dalla spiegazione della Prof, mentre la mia mano poetica era impegnata in tutt’altro che a prendere appunti, la magica visione è sparita e con essa la melodiosa voce che fino a quell’istante era risuonata nella mia mente. Bene, Soul, spero che al più presto un’occasione qualunque produca in me immagini e riflessioni altrettanto significative e valide da poter condividere con te, mio caro amico di preziosissime pagine bianche! Raimondo Della Volpe

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Alla scoperta di un metodo: Maria Montessori Aiutami a fare da solo

E’ merito di Maria Montessori se esiste una pedagogia scientifica italiana nel mondo. Il suo metodo nasce dall’osservazione scientifica e diretta del bambino nel suo ambiente, che trasforma radicalmente in un ambiente adatto per la libera espressione delle tendenze naturali dell’infanzia. E’ convinta che l’introduzione della scienza in campo educativo postuli un’osservazione obiettiva del soggetto, che deve essere conosciuto per essere adeguatamente educato. E’ con la nascita della Casa dei Bambini a Roma (1907), laboratorio didattico di un originale modello di scuola per l’infanzia, che la Montessori rompe in via definitiva ogni ponte con la tradizione dell’asilo infantile, luogo di custodia, per proporsi istituzionalmente come scuola dell’infanzia. Con questo approccio la scuola è un luogo di salute, è la scuola dell’anima, un luogo accogliente e familiare, che educa all’interdipendenza ed alla fratellanza. L’amore può crescere solo nella libertà e nel nido Montessori i bimbi hanno tutto il giorno libertà di scelta delle materie, dei materiali e delle modalità di utilizzo. In questa libertà non c’è alcuna anarchia, in quanto la disciplina non è imposta dall’educatore, ma scaturisce dall’animo del bambino. Con questo approccio il bambino viene rispettato nella sua natura, accompagnato nella crescita e aiutato. Non essendoci alcuna imposizione i piccoli incarnano il mondo che li circonda senza fatica. Il metodo Montessori poggia su quattro pilastri fondamentali: 1 - L’ambiente adatto; 2 - La libera scelta e l’interesse; 3 - L’adulto come mentore; 4 - La normalizzazione. L’ambiente, il bambino e l’adulto sono per Maria Montessori una sorta

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di trinità: è su questi tre elementi che si basa fondamentamente il suo metodo. Si tratta di un triangolo equilatero, in cui tutti i lati sono uguali; l’adulto agisce sul bambino, il bambino impara dall’ambiente con la guida dell’adulto che lo accompagna. Un ambiente a misura di bambino, adatto alle sue esigenze psichiche e spirituali, un fanciullo libero di scegliere e di seguire la via dei propri interessi e un adulto che veglia su di lui come farebbe un angelo custode: grazie a questi tre pilastri il bambino può venire riportato a una situazione di non patologia, o meglio di salute intesa come stato di benessere psicofisico. E’ il processo della cosiddetta normalizzazione: termine utilizzato dalla Montessori per indicare “Il fenomeno psicologico che ricorda le guarigioni che si ottengono nell’adulto con la psicoanalisi”. In sintesi per normalizzazione si può intendere quel processo che riporta il bambino alla sua natura originaria. E’ un po’ quello che succede quando, togliendo strati di colore sovrapposti nel tempo, si fa riemergere da un vecchio quadro il dipinto originale sottostante, il vero capolavoro. In termini didattici ciò avviene quando l’insegnante riesce ad affascinare il bambino e a suscitare il lui l’interesse che lo porterà gradualmente a concentrare la sua attenzione. Può dire ad esempio con tono allegro: Perché oggi non cambiamo posto ai mobili? ... oppure: E se si lustrasse quel bel vaso di ottone? ...o ancora: Vogliamo andare in giardino a raccogliere un po’ di fiori? In alternativa si può far divertire i bambini invitandoli ad intonare canzoncine e a destreggiarsi in filastrocche e racconti. L’educatore può fare qualsiasi tentativo -dice Maria Montessori- per accendere la scintilla dell’interesse, ma appena la concentrazione ha inizio deve “fare come se il bambino non esistesse”, cioè “non interferire sotto nessuna forma”. Anche un semplice sguardo -e a maggiore ragione una lode, una correzione, un aiuto- può interferire con l’attivita del bambino e spezzare i delicati processi psichici che stanno emergendo in lui. Perfezione e sicurezza devono svilupparsi nel bambino da sorgenti interne con le quali l’educatore non ha ha nulla a che fare. Egli deve solo preparare l’ambiente adatto, vigilare che tutto proceda secondo natura e attendere fiducioso che il bambino riveli a se stesso e agli altri il suo vero volto. Giada Gigliotti


Il nido a prova di bambino Asilo in lingua inglese Children Enjoy: asilo nido, laboratorio linguistico, ludoteca e spazio gioco con la collaborazione del Gruppo L2.

Asilo nido La Valle dei bimbi - Comune di Arrone.

C on questo articolo ci proponiamo di offrire alle famiglie una

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informazione generale su quali siano le principali questioni da approfondire quando ci si trova a scegliere un servizio educativo per bambini da 0 a 36 mesi. I servizi socio-educativi per la prima infanzia operano attualmente secondo la normativa regionale di riferimento (L.R. n. 30/2005 Sistema integrato per i servizi socio-educativi per la prima infanzia). Tale normativa ha dato regole comuni ai servizi per offrire alle famiglie che ne usufruiscono garanzie sul funzionamento di tutte le strutture sia pubbliche che private. I servizi sono ormai intesi come luoghi di educazione e di promozione della crescita del bambino oltre che a sostegno delle famiglie. I nidi, attraverso i quali le Cooperative sociali ACTL e Cultura e Lavoro offrono servizi alla prima infanzia sul territorio, hanno ottenuto l'autorizzazione al funzionamento rilasciata dall'ente pubblico, senza la quale il servizio non può esercitare la sua attività. Con il rilascio delle autorizzazioni da parte del Comune di Terni devono essere garantiti i requisiti per la sicurezza, la funzionalità e la qualità del servizio. E' indispensabile che la famiglia trovi presso il nido tutti quegli indicatori della qualità educativa definitisi, negli ultimi anni, dopo un lungo percorso di studio e di approfondimento. Offriamo un elenco di quelli irrinunciabili: - esplicitazione delle finalità educative: obiettivi, valori ed orientamenti (progetto pedagogico); - organizzazione del servizio: spazi, personale, tempi, rapporti numerici, educatore gruppi di bambini; - programmazione didattica delle attività: articolazione della giornata, routines, accoglienza e ricongiungimento con i familiari; - presenza di progetti personalizzati per bambini con bisogni speciali; - rapporto con i genitori, inserimento, partecipazione delle famiglie; - coordinamento del team pedagogico; - costanti interventi formativi degli educatori. In aderenza alla nostra mission di cooperative sociali, che è quella di migliorare la qualità della vita dei cittadini, abitando il territorio, sapendo leggere bisogni nuovi ed immaginare risposte efficaci, abbiamo attivamente partecipato a tutto il processo regionale di formazione, studio ed evoluzione, con l'intento di valorizzare un'unica strategia nei confronti dell'infanzia capace di recuperare contributi ed energie da più parti espresse. Isabella Mancini

Via XX Settembre, 47 - Terni Tel 0744.221503

Via Bramante, 3d - Terni Tel 0744.306845/6

La Società Cooperativa Sociale Cultura e Lavoro, grazie all'esperienza acquisita negli interventi realizzati in convenzione con il Comune di Terni presso i Centri per bambini e famiglie “Pollicino” e “Casa di Alice”, ha elaborato un progetto per un servizio educativo per la prima infanzia, Papaveri e Papere, inteso a promuovere e sostenere il diritto di ogni soggetto all'educazione e alla socializzazione, coinvolgendo nella stessa azione educativa le famiglie. Nel corso degli anni, Papaveri e Papere ha trovato la propria specificità di servizio educativo come asilo nido, sostenuto in questo percorso dalla significativa e costante domanda da parte delle famiglie, di un servizio capace di offrire, oltre alle fondamentali e note caratteristiche del nido, la flessibilità oraria spesso necessaria. Oggi il servizio si configura come spazio fisico di educazione, relazione e formazione, nel quale il bambino, attraverso le esperienze quotidiane costruisce la propria identità e sviluppa la propria autonomia.

PORTA IL TUO BAMBINO As i l o Ni d o G i o ch eri a d el Ma nd o r l o i n Vi a d e l M a n d o rl o 8 - Te rni Te l . 0 7 4 4 . 3 0 5 6 4 1 Coop Sociale ACTL 0744.420106 Coop Cultura e Lavoro 0744.306845

L’inserimento del bambino al nido L’inserimento del bambino al nido è un momento fondamentale ed ha un significato affettivo ed emotivo sia per la coppia genitore-bambino che per le educatrici. Il protagonista indiscusso è il bambino, che si trova molto spesso a varcare per la prima volta la soglia dell’ambiente familiare, per ritrovarsi in un mondo sconosciuto e ancora tutto da esplorare quale è quello dell’asilo nido. In questa fase occorre un’estrema delicatezza e sensibilità da parte delle educatrici, che devono saper gestire al meglio le emozioni, le ansie e le insicurezze, sia del genitore che del bambino. Un inserimento ben riuscito è quello che consente al genitore di conoscere l’ambiente e le modalità di svolgimento delle attività all’interno del nido, oltre che le educatrici che si prenderanno cura del suo bambino. È molto importante che ci sia una gradualità nel processo di distacco genitorebambino, affinché il bambino non si senta abbandonato dalla mamma o dal papà, ma accolto amorevolmente in una nuova dimensione affettiva, dove potrà fare nuove esperienze che lo porteranno alla conquista dell’autonomia e della socializzazione. In questo contesto nella fase di inserimento l’educatrice di riferimento che accoglie il bambino rappresenta il punto di riferimento affettivo per la coppia madre-bambino che sente il bisogno di affidarsi a lei. La costruzione di nuovi legami è il concetto chiave che giustifica la presenza nel nido d’infanzia e questo riguarda sia il bambino che il genitore, che deve trovare nell’ambiente del nido un supporto educativo professionale e consapevole. Romina Tamburini

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An d iam o in orb it a - L’ esplorazione di N E TTU N O Definito a ben ragione fratello del pianeta Urano, Nettuno lo eguaglia come dimensione e massa; come Urano possiede un nucleo interno roccioso sovrastato da un enorme mantello di ghiaccio a sua volta avviluppato da una densissima atmosfera blu-verdastra che ne testimonia una cospicua presenza di metano oltre all’idrogeno ed elio (Fig.1). Orbitando ad una distanza media dal Sole di circa 4.5 miliardi di chilometri, riceve una radiazione che è appena un millesimo di quella che riceviamo noi sulla Terra: di conseguenza la temperatura superficiale non supera i 220 gradi sotto lo zero. L’inclinazione dell’asse di rotazione è simile a quello terrestre e ciò implica un susseguirsi di stagioni, con la differenza che essendo il periodo orbitale di 165 anni, le stagioni su Nettuno durano circa 40 anni terrestri! E proprio quest’anno Nettuno ha festeggiato il compimento di un’orbita completa intorno al Sole, dal momento che fu scoperto 165 anni fa (il 23 Settembre del 1846) dall’astronomo tedesco Galle, grazie ai calcoli matematici del francese Le Verrier. Siccome anche il matematico inglese Adams arrivò alla stessa conclusione e gli inglesi furono i primi ad osservarlo senza però rendersi conto che era un nuovo pianeta, ancora oggi le tre nazioni se le danno di santa ragione per assicurarsi il merito della scoperta! Dobbiamo comunque aspettare il sorvolo ravvicinato della sonda Voyager 2 nel 1989 a soli 5000 Km di distanza che ha permesso l’individuazione delle principali formazioni atmosferiche, alcuni anelli e numerosi satelliti. Più in dettaglio possiamo affermare che su Nettuno soffiano i venti più forti che in ogni parte del Sistema Solare, dal momento che raggiungono i 2100 Km/h e si formano dei cicloni con dimensioni maggiori della nostra Terra (Fig. 2). Sono stati scoperti anche alcuni deboli anelli ed un totale di 13 satelliti, e su Tritone, il più grande, (2700 Km. di diametro, poco più piccolo della nostra Luna) sono stati fotografati geyser di azoto liquido. Tutti questi satelliti portano i nomi di altrettanti divinità marine… non poteva essere altrimenti, visto che girano intorno a Nettuno! Per il futuro la NASA progetta il lancio di una sonda per un incontro ravvicinato di Nettuno e proseguire poi per osservare alcuni oggetti della fascia di Kuiper (oltre l’orbita di Plutone) che dovrebbe partire nel 2019, ed un’altra navicella da piazzare in orbita stabile che dovrebbe salpare non prima del 2040. Saranno rispettate queste date? A mio avviso è solo una tempistica molto approssimativa, dal momento che per i prossimi anni, più che dei cicloni Nettuniani, dovremmo occuparci di quelli che si abbatteranno sulla nostra Terra, e non intendo solo quelli che devastano periodicamente le coste caraibiche, ma soprattutto quelli a valenza sociale/economica /ambientale/politica, che stanno aumentando la loro intensità su scala logaritmica! Tonino Scacciafratte Presidente A.T.A.M.B. - tonisca@gmail.com Anassagora e Democrito ritengono che la luna sia un corpo solido infocato che ha in sé pianure, montagne, burroni.. Aëtius, II 25, 9 [Doxographi graeci 356]

Parliamo delLA LUNA DATI FISICI - Il Sole e la Luna, essendo i corpi celesti più evidenti del cielo, hanno da sempre attratto l’uomo spingendolo a cercare di capirne l’essenza. Forse tra i due, la Luna, meno accecante, quindi meglio osservabile e più variabile, ha destato maggiore curiosità e fascino. Studiando le caratteristiche fisiche della Luna e della Terra si sono definiti con precisione i fenomeni e i rapporti che intercorrono tra di esse. Per questo sono stati essenziali i dati ricavati dall’esplorazione diretta del nostro satellite, dati che sono serviti ad acquisire nuove conoscenze per confermare o smentire quanto dedotto in precedenza da calcoli e da osservazioni con mezzi ottici. Già da epoca precristiana si tentò di determinare la distanza della Luna. Una prima stima approssimativa la ottenne Ipparco (140 a.c.) dallo studio delle eclissi lunari ed altre ne susseguirono, ma fu nel 1750, tramite una precisa triangolazione avente come base la distanza tra l’osservatorio di Greenwich e il capo di Buona Speranza, che si ottenne un valore realistico della distanza Terra-Luna. Data la notevole eccentricità dell’orbita lunare la distanza media tra i due corpi è 384.400 km, equivalente a circa 10 volte la lunghezza dell’equatore terrestre. Le ultime misure sono state effettuate recentemente misurando il tempo impiegato da un raggio laser inviato da Terra e riflesso da uno specchio appositamente collocato sulla superficie lunare dall’equipaggio dell’Apollo 11. L’esperimento ha dato un risultato con precisione +0 – 25m (Fig 1). Per avere una rispondenza reale della proporzione tra distanza e dimensione tra i due corpi celesti, cerchiamo di immaginarli ridotti un miliardo di volte: la Terra avrebbe il diametro di 12 mm (un chicco d’uva) e la Luna sarebbe una sferetta di 3,5 mm (un grano di pepe) che gira intorno ad essa, alla distanza di ± 39 cm, circa due palmi. La Luna presenta una forma sferoidale non perfetta con leggere differenze tra il diametro polare e quello equatoriale, la cui misura è circa di 3476 km (poco più di 1/4 del diametro terrestre). La superficie risulta quasi 1/14 e il volume circa 1/49 di quelli della Terra. La densità attribuita oggi alla Luna è di 2,78 g/cm3 , valore che si avvicina a quello della crosta terrestre ma è nettamente inferiore a quello medio del nostro pianeta. I valori della densità, uniti alla consistenza chimica, fanno pensare che l’origine della Luna sia legata direttamente alla Terra, lasciando ancora aperta la discussione su come possa essere effettivamente avvenuto questo processo. Dati rilevanti per la conoscenza del nostro satellite, si sono ottenuti studiando anche le perturbazioni a cui sono state sottoposte le sonde circumlunari. Si è rilevato che sul suolo lunare l’accelerazione di gravità corrisponde a 1/6 di quella terrestre e ne consegue che la velocità di fuga dal campo gravitazionale è solo di 2,38 km/s, mentre sulla terra raggiunge gli 11,2 km/s. Una persona che sulla superficie terrestre pesa 70 Kg, su quella lunare ne peserebbe appena 12. Praticamente, il nostro satellite è privo di atmosfera. Come generalmente accade per i corpi celesti più piccoli, a causa della leggera attrazione gravitazionale, i pochi atomi e molecole che evaporano dal suolo vengono costantemente spazzati dal vento solare. Lo stesso accade su Mercurio, lo stesso accadrà su Marte. Anche il campo magnetico lunare è irrilevante. Il baricentro del sistema Terra Luna ricade all’interno del nostro pianeta, questo genera una serie di interazioni che spiegano i moti della Luna sia rispetto alla Terra che rispetto al Sole, ma sarà argomento non semplice in uno dei prossimi appuntamenti. Enrico Costantini

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Bbigghe Bbanghe e Bbigghe Cranche Io e Zzichicchiu… l’andra sera… ‘émo portatu l’amicu Cranche a vvede’ le stelle co’ nnoi…. lu chiamamo ccucì perché tuttu lu ggiornu sta sempre a cciancica’ chiccosa… secondu me cià lu verme sulitariu… ma come farà a ccampaje dentro a ‘llu cricile se ttuttu lo magna’ issu lu manna pe’ llarghezza!? Co’ ‘llu trippone non se capisce se è ppiù ardu in piedi o sdraiatu! Mentre stavamo tutti ‘stasiati a ‘mmira’ la vorda celeste… Zichicchiu ha ‘ncuminciatu… Sapete che ttuttu quello che stete a vede’ fa parte de la galassia nostra... la Via Lattea?... Ce stanno… tra quelle che sse vedono ma soprattuttu tra quelle che non se vedono… potemo di’ dducento mijardi de stelle e cce stanno’n giro più galassie che stelle dentro ‘na galassia. Tutte ‘lle galassie pare che sse stanno a ‘llontana’ da quanno c’è statu lu Bbigghe Bbanghe e po’ anche èsse che sse rintornono e se riammucchiono de nòvu e… qquillu lu chiamamu Bbigghe Cranche... ‘nterrompennulu me so’ rrivòrdu a l’amicu nostru… Aho… co’ tte ‘n c’émo capitu gnente!?...Co’ ‘lla trippa che cciài in espanzione… ‘llora te dovevamo chiama’ Bbanghe no’ Cranche!... Issu ‘n bo’ risintitu… Bbanghe… Cranche… ma che stete a ddi’?... Mo’ tte lo spiego mejo io… j’ho fattu… scoprete ‘sta trippa che tte cce scarabbocchio ‘n bo’ de galassie… ecco vidi… non te pare che ggià se stanno a ‘llontana’ !?... Quistu è ddoppo lu Bbigghe Bbanghe… ma a gguardatte bbene mesà che ffra pocu… se non fai arpusa’ ‘n bo’ le ganasse… ce ne starà ‘n andru de bbottu… e ppo’ sintirai che sgonfiata!?... Quillu è lu Bbigghe Cranche! paolo.casali48@alice.it

Bentornate Pleiadi! E’ finita l’estate, il grande caldo ed, ahimè, anche le vacanze se ne sono andate, ma per gli astronomi, l’arrivo dell’autunno ha, tra gli altri, un segnale ben preciso: le Pleiadi, quel bel gruppetto di stelle all’interno della costellazione del Toro, ben visibili dall’autunno alla primavera. In effetti si scorgono già dal mese di agosto nei cieli del mattino, e sono visibili fino a maggio, quando si intravedono nel rosso del tramonto, ma il loro splendore lo si può notare al meglio tra ottobre e febbraio. L’ammasso delle Pleiadi (in alto a sinistra) e la cometa Machholz Le Pleiadi costituiscono un ammasso stellare aperto, (fotografia di Tonino Vagnozzi scattata il cui diametro si aggira intorno ai 30 anni luce e la nel 2005 dall’Osservatorio Astronomico Santa Lucia di Stroncone) loro distanza dalla Terra è di 385 anni luce, il che significa che noi oggi le vediamo come erano all’incirca nel 1626, ai tempi di Galileo e Keplero e quando Newton ed Halley non erano ancora nati! Le stelle principali delle Pleiadi sono molto grandi e di colore azzurro e sono stelle giovani rispetto ad esempio al Sole, in quanto la loro età è stimata in circa 60-80 milioni di anni, come dire che quando sulla Terra i dinasauri si stavano estinguendo, le Pleiadi cominciarono ad emettere la loro prima luce. Il nome è di origine greca e deriva da pleios, cioè molti, o da plein, ovvero navigare, in quanto le Pleiadi intorno al I millennio aC col loro apparire indicavano ai naviganti l’inizio della stagione favorevole alla navigazione, ma avevano già grande importanza intorno al 2500 aC poiché la loro comparsa nel cielo ad inizio primavera (per via della precessione degli equinozi) segnava l’inizio dell’anno. Ad occhio nudo sono visibili sei stelle (sette per chi possiede un’ottima vista ), ma c’è chi riesce a scorgerne anche 10 o 11. Sono chiamate anche le Sette Sorelle o le Gallinelle ed i loro nomi vennero introdotti da Arato (poeta greco del III seolo aC): Alcyone, la più splendente, e poi, in ordine di luminosità, Elettra, Maia, Merope, Taigete, Celeno e Sterope, ovvero le sette figlie di Atlante e di Pleione. Un mito narra che le Pleiadi erano inseguite da Orione, ma Artemide, per aiutarle a fuggire, le mutò dapprima in colombe e poi le portò nel cielo come costellazione. Dicono di loro … Queste stelle, come abbiamo detto, erano conosciute fin dall’antichità e le troviamo già riprodotte sul famoso Disco di Nebra, una lastra di metallo circolare ricoperta in oro, risalente al 1600 aC circa, su cui sono raffigurati la Luna, il Sole e, tra le stelle, sono chiaramente riconoscibili le Pleiadi. Inoltre sono così citate in numerose opere letterarie: Crea l’Orsa e l’Orione, le Pleiadi e i penetrali del cielo australe. (Bibbia, Libro di Giobbe, capitolo 9) Quando sorgono le Pleiadi, figlie di Atlante, incomincia la mietitura; l’aratura, invece, al loro tramonto. Queste sono nascoste per quaranta giorni e per altrettante notti; poi, inoltrandosi l’anno, esse appaiono appena che si affili la falce. (Esiodo, le Opere e i Giorni (III, 383-386), VII sec aC) Quindi al timone sedendo, il corso dirigea con arte, né gli cadea su le palpèbre il sonno mentre attento le Pleiadi mirava. (Omero, Odissea - Libro V) Quando il Toro a capo basso è spinto nel suo sorgere a rovescio al sesto suo grado guida le sorelle Pleiadi in gara di splendore. (Manilio, Astronomica (V140-144), I sec aC) Quando sarà trascorsa la notte, e il cielo comincerà appena a coprirsi di rosso, e s’udrà il lamento degli uccelli aspersi di rugiada, e il viandante che ha vegliato la notte deporrà la torcia semibruciata, e il contadino tornerà al consueto lavoro, le Pleiadi, che si dicono sette ma in realtà sono sei, cominceranno ad alleggerire il peso sulle spalle paterne. (Ovidio, i Fasti (IV, 163-178), I sec aC) La Chioccetta per l’aia azzurra va col suo pigolio di stelle. (Giovanni Pascoli - Il gelsomino notturno, 1901).

Fiorella Isoardi Valentini

Osservatorio Astronomico di S. Erasmo Osse r vaz ioni pe r il gior no ve ne r dì 2 8 o t t o bre 2 0 11

A ST RO r i m e … A r t u ro E’ una stella molto bella… nel “bifolco” lei è famosa… (Alpha Bootis) è dell’Orsa… sentinella (Arktouros) ed è molto luminosa. (4° più brillante del cielo) Tra le stelle più vicine… (37 a.l.) diciam pure ch’è gigante (34 volte il Sole) e il colore che ci “esprime” è arancione assai brillante. PC

Venere e la Luna tramontati da poche ore, lasciano il campo libero a Giove che osserveremo dapprima circondato dai satelliti maggiori Io, Ganimede e Callisto, ma verso le ore 22 Europa (il quarto satellite Mediceo inosservabile perché in transito davanti al pianeta) uscirà allo scoperto allineandosi con gli altri tre. A seguire la Galassia di Andromeda (M31) osservabile ora nelle migliori condizioni e sul finire della serata non mancherà una sbirciatina alle Pleiadi, il famoso ammasso aperto M45 del catalogo dell’astronomo francese Messier e che tante persone scambiano per il la costellazione dell’Orsa Minore. Venite all’osservatorio e ve le mostreremo entrambe. TS

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La pagina ottobre 2011