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L ’ A N T I T E R R A

Giampiero Raspetti

N° 9 - Novembre 2007 (49)

Monti Sibillini, dunque. Incantamento in un paradiso terrestre: Castelluccio di Norcia. Pietro mi presenta Caio, rappresentante non solo del piccolo eden, ma della vera cultura, quella che sente, interpreta, diventa saggezza. Mi capisce al volo, Caio, e mi sconsiglia Pilato: Non piove da tempo e la poca acqua rimasta non basterebbe per lavarsene le mani ad uno come te. Vai alla grotta delle fate. Sorpresa assoluta: Alcina non c’è, ma, al suo posto, Pizia, la Sibilla di Delfi! Seguendo la modernità, hanno scambiato, pro tempore, le dimore: ognuno nell’antro dell’altro! Alcina ha bisogno, per la magia nera, del fuoco, nemico della caldissima estate. Fuoco purificatore - questo è il significato della parola fuoco (pur, pür) - e quindi tornerà in inverno. La Pizia è invece lì per respirare aria pura: i suoi polmoni non ne possono più delle esalazioni del pitone putrefatto! Rammento che Pizia è la sacerdotessa di Apollo Pizio. L’appellativo Pizio è attribuito ad Apollo perché ad 1 giorno d’età uccise a frecciate (l’agenda di quel giorno non annotava altri impegni) l’orrendo serpe che avvolgeva 7 volte il monte dove sarebbe sorto il più grande luogo di predizioni di tutti i tempi: Delfi. Apollo infatti, dopo l’uccisione, si trasformò in delfino (delfos, in greco) e raggiunse una nave per reclutare sacerdoti, ordinandoli, da marinai che erano. Fece costruire attorno al cucuzzolo luoghi di ospitalità, templi e, soprattutto, osterie (in vino veritas...). Il serpe, intanto, continuava a putrescere e così fu chiamato Pitone (puteo). Apollo s’appellò Pitio e la Sibilla Pitia. Costei, in realtà, sedendo sull’orlo di una profonda voragine, riceveva lo stato di trance da inebrianti esalazioni di anidride solforosa e riusciva solo a biascicare un incomprensibile linguaggio, simile alla glossolalia (dal greco laleo, chiacchierare) dei primi Cristiani. Le volontà del dio espresse così chiaramente dalla Pizia venivano interpretate, molto, ma molto bene, dai sacerdoti-osti che già conoscevano tutti i segreti che, sotto l’effetto di baccanali rallegrati da donnine e da vino, i marinai rivelavano, in particolare la scoperta di nuove terre e dei popoli che vi abitavano. Questo sapere spacciato per divinazione, procurò ingenti ricchezze. Canta un poeta samio: Pitagora, che ad Apollo caro a Zeus Pitaide generò, la più bella delle donne di Samo. Il grande Pitagora ebbe i natali proprio a Delfi. Mnesarco di Samo si recò infatti a Delfi con sua moglie, di nome Partenide. La bellissima fu subito adocchiata ed immediatamente prelevata dai sacerdoti e segregata nel tempio per una bella chiacchierata con il dio Apollo durata 15 giorni. Il 160 giorno fu restituita, in stato di trance perché unita ad un Dio, a Mnesarco insieme alla comunicazione che Partenide si sarebbe chiamata, da quel momento, Pitaide ed avrebbe generato il figlio di Apollo che dovrà, a sua volta, essere chiamato Pitagora, ovvero voce del Pitio (Pythou agoreuein, Pythou agoreuein). Mnesarco prese, incartò e portò a casa. Ebbene, insieme alla Pitia, alla grotta delle fate, c’era anche Pitagora, il grande mistico-politico-matematico! I due fanno entrare solo me. Oltre a svelarmi il futuro della politica italiana, mi conducono in visita sull’antiterra (I pitagorici costruiscono anche un’altra terra opposta a questa, a cui danno il nome di “antiterra” - Aristotele, Del cielo, II B, 13). C’è, diceva Filolao, solo che non si può vedere. Ebbene, io l’ho vista, visitata, conosciuta: è identica alla Terra, in tutto e per tutto, è anti solo nelle dignità, personali e nazionali, e nei comportamenti. Nei prossimi redazionali descriverò dettagliatamente quelli italiani, in particolare del perché siamo primi al mondo per consumo di alcol e di droga e perché abbiamo una scuola che, nonostante la notissima ed altissima intelligenza degli italiani stessi, è in fondo a tutte le graduatorie mondiali di merito. Il soggiorno guidato è durato, per me, anni e anni. Uscito dalla grotta Pietro mi dice: non hanno detto niente? ti hanno liquidato in una manciata di secondi! Più o meno, rispondo io.

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Le bugie hanno le gambe corte , intervista a C . Livian t on i D i r i t t i u m a n i , M. R i cci I l p i a c e r e , C . C a rd i n a l i A c c e s s i b i l i t à u n i v e r s a l e , B. Ratini Diritti umani e rovesci di stagione , A . Borzin i N o n c i s e n t i a m o B A M B O C C I O N I , C . Man t ilacci Che forma hanno le emozioni? , M. Bech i Gab rielli I l n e u r o l o g o e l a d e p r e s s i o n e , S. Moron i I l r a g a z z o i m p i c c a t o i n b r e v e , F. Pat rizi U n a m o b i l i t à s o s t e n i b i l e , J . D ’ A n d ria B. GRILLO: più delude la politica più aumenta il rigetto, A. Melasecche A r t i c u l o m o r t i s , P. F a b b ri M o r t e e Vi s s u t o , A . R o sci n i 7 8-9 10

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Scuola elementare Licei Scuola media

Francesco De Angelis medaglia d’argento ai mondiali Mauro Rampiconi in Cina per la settimana della cultura Direzione Casa Circondariale di Terni: ARTE G A L I Z I A , A . S ca l i se Spartaco Pazzaglia L a P r o v i n c i a d i Te r n i p e r l a c u l t u r a : Musica per il sacro C A S T E L L U C C I O D I N O R C I A , P. Rinaldi Poi ci fu quella storia del piccione, E . Bu s s et t i

Tra di noi I NCI VI L I Non sono poi così sicuro che le belve responsabili di nefandezze atroci, debbano mantenere gli stessi diritti propri dell’uomo e degli animali. PI L L OL E di ... ... intelligenza. Se desiderate che i vostri figli crescano intelligenti, iscriveteli in scuole o istituzioni ove ci sia coltura della cultura, oppure, ancor meglio, fate vedere loro I SIMPSON, una volta al giorno, dopo il pranzo.


Le bugie hanno le gambe corte

Le bugie hanno le gambe corte, soprattutto se riguardano la salute alimentare degli umbri. E’ grazie ai controlli e alle segnalazioni tempestive della Regione Umbria ai carabinieri del Nas che un giro tifernate di false chianine è stato scoperto la settimana scorsa portando a tredici arresti, tra cui un veterinario. I fraudolenti si sono resi rei di aver venduto carni di bovini meticci dichiarando che si trattava delle pregiate carni del gigante bianco. L’efficacia e la tempestività dei controlli effettuati dal servizio sanitario regionale assicura Carlo Liviantoni, Vicepresidente della giunta regionale e Assessore alle politiche agroalimentari hanno fatto emergere in Umbria la frode in commercio della carne chianina. E’ la riprova che le verifiche sanitarie e qualitative funzionano: i consumatori devono quindi stare tranquilli. C’è un sistema capillare di verifiche in cui le istituzioni, a cominciare dalla Regione, sono presenti in prima persona e con grande senso di responsabilità. Ciò ha consentito di evidenziare le incongruenze e di far scattare quindi il meccanismo di repressione frodi. Nella fitta rete dei controlli può sempre esserci una maglia impazzita attraverso la quale filtrano comportamenti illeciti, che in questo caso hanno riguardato la sfera commercia-

Dove trovare

le e non sanitaria. Ma ecco il quadro degli avvenimenti. L’accertamento delle falsificazioni da parte della Regione è avvenuto nel 2006 durante i controlli effettuati dai servizi veterinari competenti nei mattatoi di Foligno e Perugia. E già da lì i sanitari hanno capito che c’era qualcosa che non andava. Dai controlli emergeva infatti che la presenza di bovini meticci non corrispondeva a quanto dichiarato nel passaporto dell’animale. E’ subito scattata la segnalazione da parte dei servizi veterinari alle autorità competenti che ha dato avvio alle indagini. In base alle disposizioni regionali e ministeriali, se si parla di vigilanza sugli allevamenti, i servizi delle Asl controllano annualmente almeno il 5 per cento delle stalle operative sul territorio regionale. A febbraio 2007 la Regione Umbria ha ordinato, comunque, controlli straordinari su circa 200 stalle a rischio presenti sul territorio, per un totale di circa 4 mila capi. La questione era che i dati relativi alle aziende in questione risultavano difformi rispetto alle informazioni presenti nella Banca dati nazionale (Bdn), registro ufficiale per l’anagrafe nazionale delle specie zootecniche. L’elenco delle aziende controllate è stato poi fornito ai Nas che hanno operato, in stretta collaborazione con i preposti

Vicepresidente della giunta regionale Assessore alle politiche agroalimentari

La Pagina

ACQUASPARTA SUPERCONTI ACQUASPARTA - Viale Marconi AMELIA SUPERCONTI AMELIA - V. Nocicchia MASSA MARTANA SUPERCONTI - V. Roma NARNI SUPERCONTI NARNI - V. Flaminia Ternana ORVIETO SUPERCONTI - V. Monte Nibbio PERUGIA SUPERCONTI CENTRO BELLOCCHIO - V. Settevalli RIETI SUPERCONTI LA GALLERIA - V. Micioccoli SANGEMINI PROFILI CENTROCUCINE - V. Galilei PROFILI ARREDAMENTI - V. Tiberina Km 19,200 TERNI CARIT - Corso Tacito C O. SE. BAR - Bar ed edicola interni - Ospedale S. Maria INPS - V.le della Stazione LIBRERIA ALTEROCCA - C. Tacito PASTICCERIA CARLETTI - V. Lungonera Savoia SUPERCONTI CENTRO - V. Faustini SUPERCONTI CENTROCESURE - V. Rossini SUPERCONTI CENTRO COMM. LE FONTANE - V. della Stadera SUPERCONTI CORSO DEL POPOLO - C. del Popolo SUPERCONTI DALMAZIA - P.zza Dalmazia SUPERCONTI FERRARIS - V. Ferraris SUPERCONTI STAZIONE - P.zza della Riv. Francese

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servizi delle Asl, ulteriori sopralluoghi ed accertamenti nei mesi di marzo e aprile 2007. Allo stato attuale sono 40 le segnalazioni complessivamente giunte alle Procure di Perugia, Foligno, Spoleto, Terni ed Orvieto da parte dei servizi veterinari. Questo l’esito dell’esperienza maturata in Umbria sul fronte dei controlli e delle verifiche. Esperienza che ha convinto il Ministero della salute ad accogliere la proposta avanzata dalla Regione circa la modifica, a maggiore tutela per il consumatore, del sistema informatico della Banca dati nazionale: l’inserimento del blocco di iscrizione del bovino se la razza del vitello è difforme da quella della madre. L’attualità e il futuro dell’Umbria - conclude il Vicepresidente Liviantoni - si giocano sulla qualità, a cui è legata la stessa immagine della regione. Per questo come Giunta regionale lavoreremo, insieme ai servizi preposti ed alle categorie interessate del mondo agricolo e zootecnico, per potenziare il percorso di certificazione di tutta la filiera. A tal fine valuteremo la necessità di nuovi provvedimenti e l’utilizzo di strumenti altamente innovativi messi a disposizione dalle più moderne tecnologie, come ad esempio, l’uso del Dna per la tracciabilità dell’animale, dalla nascita alla morte. Intervista a Carlo Liviantoni

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foto tratta dal sito

2° La nostra cultura occidentale, che ha prodotto la teoria dei diritti umani già a partire dai Greci e dai Romani, dal Cristianesimo, dal razionalismo e dall’umanesimo moderno, dà spesso per scontato che essi siano universali e condivisi o da condividere necessariamente da tutti i popoli del mondo. Ma le cose stanno veramente così? Tra gli studiosi del diritto e della filosofia è nato nel tempo un dibattito rispetto a questo problema: c’è un modo per giustificare attraverso argomentazioni razionali la loro universalità? Ne sono venute fuori due teorie diverse. La prima sostiene che esiste in natura un diritto unico (diritto naturale) di cui ogni individuo deve godere e sul quale devono modellarsi le leggi dei singoli Stati. Questa teoria è detta Giusnaturalismo. La seconda sostiene che non esistono diritti di natura, ma che tutti i diritti umani sono nati nel processo della storia e la loro validità è data non dalla natura, ma dal consenso che si riesce a ottenere su di essi e dalla loro attuazione nelle leggi degli Stati. Questa teoria è detta Positivismo giuridico, una espressione tecnica per indicare che l’unica forma di diritto sono le leggi positive cioè quelle dello Stato. Mi soffermerò qui a chiarire la prima teoria e i suoi fondamenti filosofici, cioè la sua giustifi-

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Mensile di attualità e cultura Registrazione n. 9 del 12 novembre 2002 presso il Tribunale di Terni Redazione: Terni V. Carbonario 5, tel. 074459838 - fax 0744424827 Tipografia: Umbriagraf - Terni In collaborazione con l’Associazione Culturale Free Words

DISTRIBUZIONE GRATUITA Direttore responsabile Direttore

Michele Rito Liposi Giampiero Raspetti

R E D A Z I O N E Elettra Bertini, Angelo Ceccoli, Pia Giani, Alessia Melasecche, Francesco Patrizi, Alberto Ratini, Beatrice Ratini, Adelaide Roscini, Albano Scalise.

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cazione con argomenti razionali. Il Giusnaturalismo moderno nasce nel 1600 ed è frutto della rivoluzione laica dell’Umanesimo e del Rinascimento. Ugo Grozio (1625), filosofo del diritto olandese, fonda il diritto naturale non su Dio, come sosteneva Tommaso D’Aquino, ma sulla ragione umana, capace con le sue sole forze di individuare i diritti naturali. Affermazione rivoluzionaria che precorre la cultura illuminista e laica e che diverrà il punto di riferimento per la Dichiarazione dei diritti americana e francese. Il Giusnaturalismo sarà anche la base su cui si costruirà il Liberalismo moderno, teorizzato dal filosofo inglese John Locke, nel quale lo Stato è frutto di un contratto sociale ed ha come compito primario la tutela dei diritti naturali di ogni individuo. Ma dopo questi elementari ma indispensabili riferimenti storici chiediamoci: in che modo sono giustificati o, come si dice in filosofia, fondati dalla ragione i diritti naturali? Ci facciamo aiutare dal filosofo Giuliano Pontara. Per lui i diritti umani sono razionali perché rappresentano dei valori sui quali ogni persona razionale, indipendentemente dalla cultura a cui appartiene, quindi tutti gli esseri umani, non può che esser d’accordo. Produce esempi: tutti converranno che essere in vita è meglio che essere morto, godere di buona salute è meglio che essere torturati, essere liberi è meglio che esser schiavi. Questi sono valori razionali, che hanno cioè una giustificazione se solo non si rinuncia alla propria ragione. Infatti laddove questi diritti vengono negati è perché prevalgono motivazioni di potere, pregiudizi religiosi o ideologici e intolleranze varie, che della ragione sono l’esatta negazione. Questa teoria, messa da parte soprattutto al tempo dei totalitarismi del primo ‘900, dopo gli stermini nazisti e stalinisti è tornata ad essere il fondamento del diritto internazionale nella Carta dell’ONU e nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Marcello Ricci


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Oggi assistiamo ad una distorsione del concetto di Piacere. I giovani non sanno più divertirsi in un modo sano, genuino. Valicano il rispetto di sé e dell’altro, ricorrono ad artifizi (alcool, droghe), creano fenomeni come il bullismo, che rileggono come esperienze di piacere. Anche gli adulti sono attratti da esperienze forti, più trasgressive, finanche perverse: la scalata al successo ed al denaro, il sesso spinto, ecc. E la normalità (più comune) sembra annoiare. La noia viene vista come molto negativa, uno spettro da evitare. Mentre si può trovare piacere anche nella noia, anche nel dolce far niente. Leggere un libro, che permette di viaggiare con la mente e con il corpo; osservare un paesaggio, goderne la vista, gli odori; fare una passeggiata, in montagna o al mare; parlare con un amico/a; regalarsi un oggetto o altro che sia un segno attraverso il quale ci si prende cura di noi (e non, invece, un modo per colmare dei vuoti). Inoltre, scherzare con gli altri e recuperare la dimensione del gioco anche all’interno della coppia: tutto ciò ha a che fare con il piacere. Gustare il cibo ne è un’altra forma, purché ci si attenga alle sensazioni del palato ed alle associazioni che nell’immaginario esse possono stimolare, creando una sorta di poesia del mangiare. Quello che, oggi più di ieri l’uomo dovrebbe recuperare è la capacità di stupirsi che ha il bambino, come sosteneva Giovanni Pascoli nella sua teoria del fanciullino. Sì, perché quando niente serve più a meravigliarci allora le emozioni si appiattiscono e subentra un’aureola di tristezza. Tutto appare più scontato e ripetitivo, ci si può sentire meno stimolati alla ricerca, alla scoperta. Spesso, chi si trova in tale condizione può addirittura non averne una percezione netta, poiché ci si

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è abituati tanto da interpretarla come la (propria) normalità. Ciò assomiglia già di più ad una noia intesa in senso negativo, una monotonia. La gratitudine dona piacere a chi la riceve ed è una qualità che eleva chi ne è dotato. Nel sorriso di un bambino o nelle feste/coccole di un cane al padrone esiste una spontaneità, una naturalezza di gesti e di sentimenti che un individuo sensibile che ne sia osservatore (ossevatore-partecipe) o destinatario, non può trascurare. Ne viene catturato e lo stato d’animo si imprime in lui e lo avvolge: a livello mentale e fisico. Per riuscire in questo, però, occorre essere più liberi possibile dentro, senza tanti preconcetti e pregiudizi, o condizionamenti vari. Meno sovrastrutture (mentali) si hanno e meglio è. La semplicità è la chiave, da cui possono aprirsi poi tutte le altre combinazioni possibili. Se si è in grado di fruire ed ascoltare un libro, un paesaggio, il sorriso di un bimbo o un abbraccio sincero, allora è possibile essere capaci di trovare, anche nelle esperienze più complesse qualcosa che (ci) riporti ad una dimensione piacevole. Anche quando siamo più pensierosi e/o preoccupati, sapere ritagliarsi uno spaziotempo per esperienze di piacere (come quelle sopra menzionate, ma ce ne sono altre), è non solo utile e doveroso verso noi stessi, ma addirittura essenziale per rigenerarsi e ritrovare le risorse per affrontare i problemi della vita. Il Piacere è dunque una realtà che esiste nella misura in cui ognuno di noi fa in modo che sia così. Finché gli uomini continueranno a costruirla dentro di loro, essa sarà la sorgente alla quale si disseteranno, per proseguire più positivamente nel cammino della vita. Dott.ssa Claudia Cardinali

Psicologa Psicoterapeuta Esperta in sessuologia clinica

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ACCESSIBILITA’ UNIVERSALE

Diritti umani e rovesci di stagione

A marzo di quest’anno è stata firmata la convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità. Bene! Tuttavia la convenzione ad oggi non è stata ancora ratificata dal nostro Paese, e inoltre la somma richiesta per il ri-finanziamento della legge 13/1989, ossia quella sui contributi per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati, al momento in cui scriviamo non è stata ancora inserita nella prossima legge Finanziaria 2008. Evidentemente c’è qualcosa che non va… E’ importante capire che una cultura dell’accessibilità universale gioverebbe a tutti: la carrozzina è il mezzo più usato dai bambini piccoli, e un ampio ascensore nel palazzo è utile anche a un uomo giovane e forte con le buste della spesa. L’errore è quello di credere che rendere praticabili porte, corridoi, adattare arredi, sia un dispendioso accorgimento a vantaggio di una limitata fascia di cittadini. Possibile che non ci si renda conto che un semplice corrimano può fare la differenza per un anziano che debba salire delle scale? Fino a prova contraria, la vecchiaia non riguarda una fascia ristretta di cittadini... Gesti quotidiani, ai quali chi non ha nessun tipo di impedimento fisico non fa neanche caso tanto sono semplici e scontati, per altre persone rappresentano sfide, a volte perse in partenza. Sembra impossibile rinunciare a uscire di casa perché il marciapiede è troppo alto per essere affrontato da soli; purtroppo succede, e a lungo andare porta solitudine ed emarginazione. Come afferma Giuseppe Trieste presidente del FIABA (Fondo Italiano Abbattimento Barriere Architettoniche), è necessario che architetti, geometri e ingegneri si pongano, già in fase di progettazione di un nuovo edificio, il problema dell’accessibilità; pensarci in un secondo momento e fare modifiche, è sempre un rattoppo e costa di più. Proprio il concetto di barriera ormai è assurdo, specie se considerato nell’ambito geopolitico attuale: mentre in Europa le frontiere cadono una dopo l’altra e si trasformano in zone di passaggio e comunicazione, ancora oggi forme di diversità vengono considerate come minacce perché obbligano ciascuno di noi a mettersi in discussione. Forse le barriere più difficili da rimuovere sono nella nostra testa: una volta crollate quelle, il resto verrà da sé.

Dei diritti umani se ne parla da almeno un secolo. Non è un frutto di stagione. Qualora lo fosse non è questa la stagione migliore. L’affermazione dei diritti dell’individuo è stata il pilastro portante della stagione dei sogni. Negli anni settanta, infatti, si è sbandierato il desiderabile, alla ricerca dell’equo e del giusto. In ogni piazza riecheggiava la rivendicazione di un nuovo modo di vivere per le giovani generazioni. Un salto nel futuro, così si diceva allora. In sintesi tre erano i punti irrinunciabili: D. al lavoro; D. alla casa; D. allo studio. Diritto al lavoro per dare a tutti autonomia economica in una ipotesi di piena occupazione. Uno stato non assistenziale ma imprenditore e fornitore di servizi per permettere a uomini e donne di poter disporre di uno stipendio certo, indispensabile per programmare e pianificare il futuro individuale e familiare. Diritto alla casa, affinché ognuno possedesse un luogo in cui vivere. I giovani allora, precocemente se ne andavano di casa, per affrontare la vita da soli. E pensare che i figli di quelle generazioni vengono ora miserevolmente e semplicisticamente additati come bamboccioni. Con la visione di oggi si potrebbero sintetizzare i due punti precedenti nel sacrosanto diritto dei giovani di potersi formare una famiglia. Avere dei figli, impegnarsi in progetti di vita. In verità oggi si parla e si sparla più che mai. Si parla di famiglia, di giovani, di disoccupazione di tutte le età. Diritto allo studio nel senso di abbattere le differenze dei

singoli segnati dalle condizioni economiche e sociali della famiglia di provenienza. Un modo per allineare i giovani sul nastro di partenza della vita. Altro che caste e privilegi. Erano i tempi di Don Milani e di Martin Luther King. Il diritto dei più deboli a sollevare la testa e non continuare ad essere schiacciati dalla storia. Oggi il terzo millennio, come vento capriccioso ed impetuoso, ha reso tutto più difficile, più anacronistico, più antiquato, più precario. Tanto da renderne quasi incomprensibile e disgustoso anche il linguaggio della rivendicazione. L’accettazione spesso passiva del ritorno indietro a volte viene vissuta dagli eguagliati di allora come una rivincita nel ripristino dello stato di diversità e privilegio. Non ci resterà mica, col segno dei tempi, restare almeno aggrappati fortemente all’ultimo albero maestro di ogni società civile che è il vivere in uno stato di diritto? A. Borzini

Beatrice Ratini

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Non ci sentiamo BAMBOCCIONI

Chiunque abbia ricevuto una seppur minima educazione da parte dei propri genitori, fin da piccolo si sarà sentito ripetere che non bisogna prendersi gioco delle persone in difficoltà e non bisogna sfottere chi è stato meno fortunato. Quante volte ci siamo sentiti ribadire di non prendere in giro il bambino con gli occhiali o di non canzonare la bambina grassoccia? Credo che ormai certe dinamiche facciano parte del corredo genetico di ogni individuo dotato di un minimo di umanità, di ogni persona che si possa definire tale. Quindi, ditemi voi come si può definire una persona, che tra remunerazioni varie, benefit e pensioni, probabilmente naviga nell’oro, che si prende gioco delle paure e delle ansie dei giovani disoccupati e/o precari definendoli bamboccioni? L’affermazione del Ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, ha letteralmente insultato una generazione, quella dei 30/40enni, che - per la prima volta dai tempi dei dinosauri - si troverà a vivere peggio dei propri genitori. Persino durante i periodi più nefasti della storia, ogni generazione ha sempre potuto sperare di migliorare le proprie condizioni socioeconomiche e culturali rispetto a quelle dei genitori. La generazione dei bamboccioni - invece - è già consapevole, prima ancora di trovare un lavoro, che questo difficilmente sarà a tempo indeterminato, difficilmente concederà emolumenti gratificanti e, ancor più difficilmente, li porterà ad un sereno e felice

pensionamento (per non parlare del TFR, questo sconosciuto!). L’opinione pubblica non riesce a capacitarsi di come un disagio sociale così diffuso, come quello dei giovani in cerca di (stabile) occupazione, possa essere ignorato da un Ministro della Repubblica che vede nell’esigenza - a volte costrizione - di rimanere in casa coi genitori, solo lassismo, indolenza e apatia. Dopo aver ricevuto molte critiche e biasimi anche dai propri colleghi di Governo, Padoa Schioppa non solum non chiede scusa adducendo magari l’attenuante di un fraintendimento, sed etiam pochi giorni dopo si presenta in televisione a dire che le tasse sono bellissime! Probabilmente quest’ultima affermazione è stata estrapolata da un contesto molto più ampio che voleva tessere le lodi dello Stato assistenzialista partecipe della vita dei cittadini, quindi - forse - non è così grave come potrebbe sembrare. Quello che però rimane è la sensazione di una politica mai stata così arroccata nei propri Palazzi e lontana dalla Gente. Sembra quasi che i politici, in quest’Italia che non piace più a nessuno, non ci vivano nemmeno. A volte si ha la percezione non di una Casta ma di veri e propri monarchi assoluti che vivono nelle loro regge indifferenti ai problemi del Paese reale. Questo metodo di gestione della res publica sta portando ad un progressivo distacco del cittadino dalla politica (parola che ormai viene sempre più usata con accezione etimologica negativa) e dalla partecipazione alla vita politica dello Stato. Politica oggi sta diventando quasi una parolaccia che richiama alla mente solo interessi personali, faziosità, ambizione, soldi facili e privilegi di casta. Finché un Ministro dell’Economia darà una così netta sensazione di distacco dalla realtà quotidiana dei cittadini, non sarà possibile restituire connotazione positiva a questa parola che invece dovrebbe evocare immagini di impegno collettivo, gestione dello Stato, collaborazione democratica. Claudia Mantilacci

Che forma hanno le emozioni? Da un po’ di tempo si fa un gran parlare di mondo liquido, riprendendo alcuni concetti espressi dal sociologo Zygmunt Bauman. Ma cos’è che si va liquefacendo? Mi viene di rispondere subito: la ragione! La capacità o, quantomeno, l’abitudine al pensare. A fronte di un apparente trionfo della scienza e della logica, l’Uomo è spinto sempre meno a ragionare e sempre più a comprare ragionamenti fatti da altri e venduti già belli e impacchettati. Anzi, spesso regalàti, purché si compri quel prodotto, quella quantità di traffico telefonico, quella immagine di noi stessi. È un bel problema, visto che la ragione è uno dei capisaldi dell’Uomo e della Civiltà che egli ha costruito nei millenni. Il ragionare è per sua natura concepito come una colonna della civiltà, un qualcosa di solido. Pensare che possa liquefarsi come le strutture metalliche del grande albergo del film Inferno di cristallo e far crollare tutto ciò che abbiamo costruito è cosa da far tremare le vene ai polsi, altro che analisi sociologiche! E le emozioni? No, le emozioni no, loro non sono solide. Appaiono piuttosto come entità gassose, diffuse (o disperse) nell’aria, poco o nulla visibili. Per questo ci hanno detto che non possiamo fidarci delle emozioni: l’Homo Sapiens Sapiens punta tutto sulla solidità della ragione! Eppure loro sono lì, come un’aura che circonda ognuno di noi, gassose, invisibili, ma presenti. A volte si condensano, quando trovano un punto di riferimento, qualcosa intorno a cui compattarsi, un Oggetto come gli psicologi chiamano i destinatari delle nostre emozioni. E allora, come le nuvole, assumono forme strane, e, più delle nuvole, spesso hanno anche un colore. Sono forme alle quali cerchiamo di dare nomi, significati: è un cavallo, è un elefante, diciamo delle nuvole, è amore, è una bella amicizia, no, non è paura, è… spieghiamo delle emozioni. Appena un’emozione che ci riguarda si condensa, subito gli lanciamo una rete, un po’ come si fa per le farfalle, cerchiamo di catturala, di chiuderla in una gabbia, la gabbia della ragione, nel timore di perderla o di perderne la forma. Eppure qualcuno ha scritto che … mentre se ci si concentra sulle idee si riesce a renderle più chiare, se ci si concentra sugli stati affettivi si giunge solo al loro dissolvimento o alla loro contraffazione (Galimberti: Dizionario di psicologia).

Ma, non importa, noi dobbiamo soprattutto capire!

Alzi la mano chi, illuso da questa supposta onnipotenza della ragione, non ha scoperto con angoscia che quella emozione che aveva ingabbiato, magari faticosamente, dopo tanti dubbi e interrogativi, aveva cambiato forma, o aveva perso tutto il suo colore, passando, che so, da un arancione acceso ad un giallo pallido. Eppure sembrava che..., ero sicuro che per sempre… Come se non bastasse oggi c’è un problema in più che accompagna il liquefarsi della ragione. Siamo talmente tanto presi dal guardarci le scarpe per vedere dove mettiamo i piedi, viste le strade accidentate che la vita ci costringe a percorrere, che non alziamo più gli occhi al cielo, non ci accorgiamo più delle forme delle emozioni, del loro colore, di chi scelgono per compattarcisi intorno. Chi scelgono, non cosa scelgono. Perché le emozioni, anche se spesso le rivolgiamo alle cose (un maglione che ci ha regalato una persona cara, un tramonto, …) sono prioritariamente nate per essere destinate alle persone, per costruire dei legami tra gli esseri umani, e, se non le curiamo, finiranno per essere portate via dal vento della cultura del consumismo e per non compattarsi più intorno a chicchessia. E allora ci scopriremo irrimediabilmente soli. Qualcuno, da sempre, ma oggi con sempre più forza (tanto da diventare arroganza) ci dice, e lo dice soprattutto ai giovani, che se sostituiamo la forma instabile delle emozioni con la forma stabile di una Cosa, sia essa un cellulare di ultima generazione, un fuoristrada di grossa cilindrata, un abito ultrafirmato o quant’altro, potremo ugualmente, anzi meglio, stabilire soddisfacenti relazioni interpersonali, più forti e più stabili: vuoi mettere il vacuo impatto di una nuvola con il rombo di una moto ultimissimo modello.

Sì, ultimissimo, l’ultimo non basta più, oggi lo compri e domani è già sorpassato. Per avere successo bisogna correre sul limite, possibilmente oltre il limite, anticipare, essere avanti. È per questo che oggi corriamo tutti tanto, per essere in tempo, prima che in tempo, per non rimanere indietro. Mi viene in mente un bellissimo film del 1969, con Dustin Hoffman, si intitolava Non si uccidono così anche i cavalli? Da rivedere! Le emozioni no, loro no, non corrono. Loro si formano lentamente e altrettanto lentamente, per lo più, cambiano forma e colore. Se non rallentiamo le perderemo di vista e non potremo capire cosa ci sta succedendo, e non riusciremo a spiegarci, con la nostra ragione ormai liquefatta, perché corriamo tanto, siamo avanti, abbiamo successo, eppure non siamo felici. Non riusciremo a comprendere che per essere felici non si può essere soli. Scrive Miguel Benasayag, psicoanalista franco-argentino: la libertà individuale non esiste: esistono soltanto atti di liberazione che ci connettono agli altri (L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli).

Caro lettore, questo scritto mi è venuto giù di getto, come spinto da un afflato emozionale. È un articolo molto confuso? Non ci si capisce niente? Meglio così. Più che quello che ti ho fatto capire, mi interessa ciò che ti ho fatto sentire. Le emozioni non bisogna capirle, ma sentirle, viverle, magari agirle, sia pure nel rispetto degli altri. Spesso è dalla confusione e dallo smarrimento che nascono le migliori scoperte che ognuno può fare su se stesso e su chi gli sta accanto. E allora fermiamoci un attimo e diamoci un po’ di tempo per tornare a guardare le nuvole… magari in buona compagnia. Saluti. Maurizio Bechi Gabrielli m.bechigabrielli@fastwebnet.it

L'Umbria è una terra ricca Consumiamo i suoi prodotti per essere ricchi anche noi

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Il Neurologo e la Depressione

Dottore ho la depressione, ma secondo lei ho fatto bene a venire dal neurologo o sarei dovuto andare dallo psichiatra o dallo psicologo? Quante volte, figliolo? avrebbe chiesto il buon confessore. Quante volte s’udì risonar siffatto quesito di cosmica dimensione? Ma tant’è, se il Paziente è seduto proprio davanti a te, ci sarà pure una ragione e allora… sotto a chi tocca. La depressione, oggi lo sanno tutti, è una malattia terribile per chi ne soffre. Non va sottovalutata perché può condurre al suicidio (ma anche se ti rende semplicemente schifosa l’esistenza potrebbe già essere un buon motivo per non sottovalutarla). Il Paziente che ne soffre non va sollecitato a farsi coraggio da sé perché si aumenta il suo senso di colpa (ma anche perché prima di andare a farsi consigliare da un bischero qualsiasi di farsi coraggio da sé, ci avrà ben provato da solo a cercare di farsi coraggio... senza riuscirci). Ma allora lo deve curare il neurologo con gli odiati farmaci o lo psicologo con molte gentili parole? Sarebbe come dire che uno psicologo dovrebbe essere così insulso da rinunciare ad un supporto farmacologico quando serve od un neurologo o uno psichiatra così stupidi da negare al Paziente i vantaggi di una psicoterapia associata, per massimizzare il profitto del proprio intervento (oggi il linguaggio economico è così di moda!). Roberto mi chiese di vedere una sua Paziente appena dimessa dal Gemelli, dove era stata a lungo seguita perché affetta da una rettocolite ulcerativa. È ridotta al lumicino: non sapevano più che farle e l’hanno mandata a morire a casa sua. Ma a me sembra che ci sia dell’altro oltre alla rettocolite, che in fondo andrebbe pure meglio: mi pare che questa donna non abbia più la volontà di vivere. Non scherziamo troppo sull’occhio clinico dei medici, Signori: è una delle poche voci che non pesano sulla spesa sanitaria, ma che non raramente orientano in situazioni critiche. Andai a casa della signora e trovai una povera creatura distesa su un fondo di letto, spaurita ed assente, bardata in una tuta da ginnastica e con un fisioterapista che tentava di coinvolgerla in

qualche esercizio di mobilizzazione attiva. Feci quel che mi suggeriva il collega: le confezionai una terapia antidepressiva da somministrare cautamente e con dosaggi dolcemente crescenti. Lo dico in piena onestà intellettuale, non sarei stato convinto di quel che stavo facendo, se non avessi avuto dalla mia il convincimento del suo medico curante, per il quale quella persona avrà anche avuto una malattia internistica, ma, in quel momento, non ce la stava facendo a reagire. Passarono un paio di mesi senza che avessi notizie della Paziente ed una mattina, mentre mi aggiravo per i corridoi dell’antico convento in cui prestavo allora la mia opera, mi sentii chiamare da una voce perfettamente sconosciuta Buon giorno Dottore, mi riconosce? Non sono mai stato un fisionomista, ma almeno un’aria di familiarità, rivedendo una persona che conosco poco, le circonvoluzioni del lobo temporale me le solletica. Ma la signora ben vestita, ben pettinata e con un paio di occhiali da sole che mi ritrovai davanti, non mi suscitava alcun ricordo. L’imbarazzo fu presto risolto Io sono quella signora che è venuto a vedere a casa due mesi fa e che stava tanto male. Non esagero nel dire che stentavo a crederci: la povera creatura col fisioterapista che le faceva fare le capriole in un fondo di letto era la signora che mi spiava sorniona e soddisfatta per il mio stupore da dietro le lenti degli occhiali da sole. Sembrava uno scherzo. E la voce non avrei certo potuto riconoscerla: non l’avevo mai sentita! Facciamo appena due-tre riflessioni? La prima: c’è una malattia che si chiama depressione mascherata, perché chi ne soffre presenta sintomi fisici che sovrastano quelli psichici della depressione (che vengono, appunto, mascherati). La seconda: esistono malattie che riconoscono, tra le loro cause, una componente psicogena, per cui vengono talora definite malattie psicosomatiche. E la rettocolite ulcerativa è una di queste. La terza: spesso il neurologo viene chiamato a dare il suo contributo in un tipo di depressione molto delicata, quella che colpisce persone sofferenti di malattie molto gravi. In questi casi ignorare o non riconoscere la depressione e non trattarla adeguatamente può significare ritardare di molto la guarigione… o persino perdere il Paziente. Io queste cose le racconto volentieri perché in fondo le considero un po’ peccati di giovinezza (sono accadute tanti, ma tanti anni fa) e un po’ perché quella signora ogni tanto la rivedo (l’ultima volta lo scorso luglio), quando ha bisogno di farsi ridare una controllatina. Ma sta bene e mi auguro che a casa sua, non essendoci tornata a morire, ci possa vivere felice in eterno, circondata dall’affetto dei figli e dei nipoti. Dott. Stefano Moroni Specialista in Neurologia

IL RAGAZZO

impiccato in breve L’altro giorno, sbirciando tra le esigue pagine che i quotidiani dedicano alle notizie dal mondo, si leggeva dell’impiccagione di un quindicenne afgano accusato di spionaggio. Cinque righe in breve. Per fortuna che esiste internet e puoi cercarti le informazioni da solo: navigando nei blog dei giornalisti free lance, si leggeva che il ragazzo aveva semplicemente dei dollari in tasca che gli servivano, come ha spiegato il padre calzolaio, per comperare dei chiodi al mercato più vicino. I talebani lo hanno appeso all’albero del paese con le monete yankees conficcate nel corpo come monito. La follia del regime talebano è documentata sul web da molti free lance, i quali non riescono però a vendere notizie come questa. Nessun quotidiano ha speso un soldo per acquistare il servizio dell’impiccagione. La breve pubblicata era di un’agenzia di news. Eppure la notizia di un ragazzo impiccato dovrebbe far vendere… Il fatto è che la stampa non si regge sulle vendite, né sugli sponsor, ma vive di finanziamenti pubblici. Che vengono elargiti se la testata è edita da una cooperativa, se è organo di partito, se è sponsorizzata da un europarlamentare… mille escamotage che assicurano una comoda sopravvivenza anche a testate poco lette, ma che legano inesorabilmente la stampa alla politica. Se tutti i quotidiani hanno la stessa identica apertura e la stessa scaletta, ci deve essere qualcosa che li accomuna alla base. Ad esempio, la stessa fonte di sostentamento. Intanto, le riviste che si occupano dei paesi esteri che non sono nella nostra agenda politica, stanno chiudendo i battenti. Non perché non vendano, ma perché oggi l’editoria sopravvive solo con i soldi pubblici. La selezione non la fa più il lettore, ma chi elargisce i fondi. Tornando alla nostra apertura: l’uccisione barbara del quindicenne dovrebbe far vendere… però si tratta di un ragazzo afgano e bisogna stare attenti a non aizzare l’opinione pubblica verso l’Afghanistan, dove stiamo facendo una pessima figura. Meglio quindi sottacere questa impiccagione compiuta davanti all’impotenza delle missioni di pace (e di guerra) e, quando purtroppo capita, enfatizzare la morte dell’agente del Sismi colpito dal fuoco amico durante un blitz militare. Notizia di per sé non sconcertante, ma utile per risollevare l’immagine malconcia dei servizi segreti italiani. Questo per ribadire che l’informazione italiana è libera e completamente esente da influenze politiche!

Una mobilità sostenibile

I veicoli a motore interagiscono con l’ambiente per l’intero ciclo di vita, dalla progettazione iniziale alla produzione, nel loro utilizzo sulle strade fino allo smaltimento finale. La produzione automobilistica comporta il consumo di materie prime, di acqua e di energia. In funzione le automobili, i veicoli commerciali e tutti gli altri veicoli alimentati con combustibili derivati dal petrolio rilasciano nell’atmosfera emissioni che incidono sulla composizione chimica dell’aria che respiriamo e modificano indirettamente le caratteristiche climatiche del nostro pianeta. Alla fine della loro vita i veicoli lasciano alla collettività il problema del riciclaggio dei suoi componenti: metallo, plastica ed altri materiali non biodegradabili. L’impatto dei veicoli a motore sulla collettività va oltre l’interazione sull’ambiente: le nostre città sono afflitte da crescenti problemi connessi dalla congestione del traffico, come l’inquinamento acustico e la penuria di parcheggi, mentre gli incidenti stradali mietono ogni anno solo in Italia migliaia di vittime, causando un costo sociale enorme. Inoltre la quasi totalità dei veicoli in circolazione utilizzano propulsori a combustione interna, alimentati da combustibili da benzina o gasolio, contribuendo in maniera significativa all’esaurimento delle riserve globali di petrolio. Si vuole qui fornire alcuni dettagli in particolare sulle emissioni dei veicoli a motore. Due i problemi principali: i gas nocivi per la salute ed i cosiddetti gas serra, ovvero responsabili dell’innalzamento della temperatura dell’atmosfera. Tra i gas nocivi, prodotti delle reazioni di combustione, si annoverano: il monossido di carbonio (capace di sostituirsi all’ossigeno nell’emoglobina del sangue, letale al di sopra di certe concentrazioni), gli ossidi di azoto (tra i responsabili delle piogge acide e della generazione di ozono, quindi della generazione dello smog fotochimico), il particolato (causa di patologie cancerogene ed affezioni cardiovascolari) ed i composti organici volatili (anche essi responsabili della formazione di smog). Il naturale prodotto della combustione, l’anidride carbonica (CO2), è invece il gas prodotto da attività umane che più di ogni altro è responsabile dell’effetto serra, contribuendo quindi al riscaldamento globale ed ai cambiamenti climatici ormai visibili a tutti. E’ importante sottolineare che il settore dei trasporti costituisce una voce importante tra le cause di emissione di CO2, ma non la più significativa. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Europa i trasporti sono responsabili del 24% delle emissioni di CO2, contro il 30% della produzione di energia, il 16% del settore manifatturiero ed edilizio ed il 12% del settore civile. Gran parte del dibattito sulla mobilità sostenibile, o sullo sviluppo dell’auto ecologica del futuro, pone la salvaguardia ambientale e la salute pubblica in diretto antagonismo con la crescita economica e industriale. Si tende a pensare che un aspetto escluda necessariamente l’altro. La sfida dell’uomo contemporaneo è proprio questa: conciliare le due esigenze. Ing. Jacopo D’Andria

Francesco Patrizi

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B. GRILLO: più delude la politica più aumenta il rigetto

Dal dibattito nazionale sul successo delle performance vocali ed informatiche di Beppe Grillo emerge, stonata, la meraviglia di coloro che ancora si chiedono come sia possibile. Costoro evidentemente non si sono mai soffermati ad osservare la realtà: un sempre maggiore distacco del cittadino dalla politica. Spese enormi, organi pletorici, incarichi ridondanti, declamazione di valori cui non corrispondono comportamenti coerenti, un mercimonio sgradevole. Si continua a ripetere fino alla noia come i partiti siano organi costituzionali, che la democrazia ha un costo, argomentazioni vere, ma di fronte ai problemi di tutti i giorni ed alla delusione diffusa, l’amarezza e la rabbia montano. Passando poi dal nazionale al locale, la democrazia diretta ed il contatto con le persone fa toccare con mano, quotidianamente, i soprusi, i problemi non risolti, l’incapacità di chi spesso si trova a governare le città senza avere la minima preparazione professionale. Quando poi c’è arroganza nelle risposte, se non addirittura l’assenza totale delle stesse, allora l’impotenza del singolo porta anche ad episodi di reazione o, in altri casi, di frustrazione e sconforto. Vedere anziani che all’imbrunire rovistano nei secchi dell’immondizia prospicienti i negozi per raccattare qualco-

sa per la cena stringe il cuore e fa riflettere. Giorno dopo giorno sono sempre numerosi gli argomenti che allontanano i singoli dalle scelte del Palazzo. Dalle tariffe che salgono a fronte di servizi inadeguati, ai grandi temi dell’ambiente che vedono sempre di più, anche localmente, piccole e grandi violenze. I convegni, le riviste patinate, le mille parole in libertà disegnano progetti faraonici e fanno scalare alla città le vette di classifiche improbabili, quando poi si è costretti a constatare che la raccolta differenziata porta a porta non esiste, il traffico per raggiungere quartieri popolosi costringe a file degne in una grande metropoli, e la notte, zaffate acri di fumo, ti obbligano a chiudere di corsa le finestre, togliendoti persino il diritto sacrosanto a respirare in libertà un’aria minimamente decente. Allora la colpa è di Grillo, di giovani e non, grillanti o non grillanti, la responsabilità è di chi, anche dalle pagine di riviste locali, ha il coraggio di dire ciò che molti pensano? Ma come è possibile, ad esempio, consentire di importare in Umbria da tutta Italia altri rifiuti speciali e pericolosi? L’Umbria è bella e varia, patria di artisti e santi, ma, strana constatazione, quando si tratta di rifiuti la palma d’oro spetta sempre a Terni e ad Orvieto. Nella città dell’acciaio ben tre inceneritori, nella città della rupe l’unica vera discarica regionale, e nell’intera provincia di Perugia, non un solo camino. Il resto, tutto il resto, poco conta. Marziani sono allora coloro che hanno perso di vista il senso delle cose oppure coloro che, via via più adirati, protestano, grillano, non vanno più a votare o, i più esasperati, mandano qualche sonoro vaffa… a chi siede a Palazzo e continua a consentire la colonizzazione di questa bellissima vallata? alessia.melasecche@libero.it

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Articulo mortis Ci sono, ogni tanto, notizie così dense di interrogativi che è difficile estrarne il senso ultimo, il significato definitivo. La morte di Lorenzo D’Auria è una di queste: tanto per cominciare, il suo nome si è potuto conoscere solo dopo la sua morte, perché apparteneva al SISMI, il servizio segreto militare, e i primi interrogativi si rinnovano ingenuamente ogni volta che vengono nominate simili istituzioni. Chissà cosa fanno, i servizi segreti, chissà di cosa si occupano, adesso. Poi, la dinamica della morte, in fondo solo accennata dai media, che lascia in sospeso più domande di quante risposte sia in grado di fornire la cronaca: erano in due, di stanza in Afghanistan (ma perché siamo ancora in Afghanistan? Ah, la missione di pace, la guerra, i talebani, gli USA, l’11 Settembre), sono stati rapiti (ma come si vive, in quei posti? Cosa succede lì, una volta che i riflettori delle televisioni se ne vanno?), li stavano liberando gli inglesi, c’è stato uno scontro a fuoco (colpiti da fuoco amico? Forse, chissà, è possibile, anzi probabile...) e lui è rimasto lì, steso in terra e steso sui giornali del giorno dopo, con due pallottole in corpo, un coma senza ritorno e ancora nessun nome nei comunicati stampa. Basterebbe già, per star male. Per rivedere in un solo episodio di cronaca gli ultimi anni di politica estera, con tutte le immondizie che questa è capace di generare.

M o r t e

Ma invece no, perché lo stesso episodio ha ancora altre tristezze da raccontare. Perchè Lorenzo ha tre figli, ma non è sposato. E questo obbliga suo padre ad avere una ruga in più, sotto i riflettori delle prime interviste, perché non può permettersi solo di disperarsi per la morte già quasi certa d’un figlio, ma anche di cose come la pensione per la non-nuora, per il futuro dei suoi non-nipoti. Già, i PACS, i DICO, non se ne è fatto niente, poi. Ma non erano solo roba per lesbiche e culattoni? Cosa c’entrano con i tre figli di quello che molti chiamano eroe, cosa c’entrano con una giovane vedova cui potrebbe essere negato perfino il diritto di piangere? Ah, c’entrano, invece. C’entrano eccome. E il bello è che questo stato che non ha il coraggio di essere laico, per una volta è salvato dal diritto canonico: perché il Codice Civile impone che gli sposi siano consenzienti, e quindi coscienti, per sposarsi in imminente pericolo di vita, cosa peraltro prevista e che consentirebbe una procedura d’urgenza, senza neanche il vincolo delle pubblicazioni. Ma Lorenzo cosciente non è. Però qualcosa del genere prevede anche il diritto canonico, per le nozze in articulo mortis: e forse riserva un maggior spazio al giudizio dell’officiante, o forse dà un peso maggiore alle dichiarazioni dei testimoni, fatto sta che il matrimonio religioso diventa possibile.

e

V i s s u t o

Ho ventiquattro anni e sono cresciuta avendo tutti e quattro i nonni fino a ieri. Ho sempre percepito di essere fortunata, già da bambina, poiché non tutti i miei coetanei avevano questo privilegio. Ho sempre sostenuto inoltre, riguardo alla morte, che essa sia peggiore quando è prematura o subentri in una famiglia giovane. Sono materialista, ma non ho ancora le idee chiare sull’eutanasia. Ritengo che sia un argomento

delicato e da affrontare con molto relativismo: ogni caso ha una sua storia, un suo vissuto, e il vissuto ha la sua importanza. Per cui taccio spesso di fronte a chi dice: ha smesso di soffrire. Mia nonna è morta, stava soffrendo da qualche mese, a causa di una malattia difficile. Aveva settantotto anni, è morta in ospedale, spegnendosi gradualmente, ben seguita da tutto il reparto. Una defunta di cui poter dire:

N e i n o s t r i c u o r i

O forse, invece, è stato il sacerdote a prendersi una rischiosa libertà, a prescindere dai dettami del diritto canonico (e, se così fosse, gliene siamo grati). Allora, di corsa: niente matrimonio civile, ma religioso. Tanto il Concordato dà subito forza di legge ai matrimoni religiosi, che valgono subito tanto quanto i civili. E Lorenzo in coma è allora sposato e sua moglie (che tale era anche prima, per quel che ci riguarda) avrà di che far vivere i loro tre figli. E si rimane così, con le domande appese. E se Lorenzo non fosse stato cattolico? E se non si fosse trovata la scappatoia dal nome latino? Che Stato è uno Stato talmente chiuso dall’influenza del Vaticano da non poter produrre delle normali leggi di civile convivenza? E che Stato è uno Stato che solo grazie ad un artificio di diritto canonico (e quindi proprio del Vaticano) e ad un prete di buon cuore riesce a garantire il futuro alla famiglia di un suo militare morto in servizio? Piero Fabbri

Ha smesso finalmente di soffrire, non era più giovane, era stata bene fino a qualche mese fa. Ed io la penso così, infatti. Ma è il primo nonno che perdo, e che non mi aspettavo di perdere così in fretta in questi ultimi tempi. I nonni che stanno bene, hanno la capacità di sembrare eterni e forti, tanto da migliorare le famiglie e aggiungervi serenità. Il mio pensiero va dunque a lei, per questo numero de La pagina di novembre, nel rispetto del suo vissuto. Adelaide Roscini


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Scuola Elementare L ’ a r t e

d i

e d u c a r e

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C’era una volta...........................................

...lungo le strade, barcollanti equilibristi del marciapiede, s’inoltravano nella notte per stramazzare al suolo satolli di vino: le bettole erano il sacro luogo dove affogare l’inedia della loro vita... da lì uscivano per scontrarsi tutt’alpiù con un lampione... ora, lungo le strade, ottenebrati dall’alcool, falciano vittime alla guida di moto o auto barcollanti fino allo scontro ed oltre, nella fuga. Chi sono quest’ultimi che hanno sostituito quella routine ostereccia fatta di tressette e fogliette di vino rosso con boccali... di birra in locali saturi di rumori e straripanti di solitudine?

C’era una volta... l’orgoglio di sentirsi superiori... a chi? A tutti, al di là delle Alpi, al di sotto del Mediterraneo. ...e fu il tempo, non molto tempo fa, in cui sbarcò sulla terra ferma il tatuaggio e approdò sul corpo degli uomini e perfino delle donne e il pearcing apparve al naso, all’orecchio e perfino sulla lingua. Chi sono questi uomini, diretti discendenti di quei nonni che avevano tacciato di inciviltà le manifestazioni estetiche e mutilanti di etnie tribali e che consideravano l’anello al naso, un’usanza così primitiva da suscitare perfino un senso di pietà?

C’era una volta... l’abitudine ad inspirare un pizzico di tabacco triturato... c’è, adesso, la sniffata di cocaina. I gesti sono sempre gli stessi e si consumano sul corpo, intorno al corpo perchè esso è l’inizio e la fine di tutte le nostre attenzioni, il solo campo di battaglia sul quale scateniamo conflitti interiori, esaltiamo le pulsioni, gratifichiamo le conquiste, ci puniamo per le sconfitte, perseguiamo chimere irraggiungibili. Ogni generazione deve darsi un’identità, proclamare la propria insostituibile essenza che, per essere tale, deve necessariamente distinguersi, assumere connotazioni diverse: è il tentativo dell’uomo di rifiutare L’omologazione. E i figli di questi uomini come saranno quando cercheranno modalità diverse per non uniformarsi? Come potranno distinguersi se la strada che percorrono é cieca e non porta da nessuna parte? La scuola è omologante, per conformazione statica della sua struttura interna, per le infinite problematiche che deve affrontare, per la presenza di individualità dissimili e fortemente influenzate dall’ambiente sociale e culturale, anch’esso livellato. La scuola è omologante perchè la classe dirigente e insegnante è figlia dell’omologazione. Quanti sono gli insegnanti che permettono agli alunni una conduzione autonoma anche solo dal punto di vista grafico? Quanti sono i maestri che consentono una soluzione alternativa, diversa dalla loro gestione mentale condizionata da schemi tramandati nei secoli dei secoli? Quanto è in uso una organizzazione interna decisa e gestita dagli alunni dalla quale emergano le diverse personalità? Ma l’omologazione dilaga dalla singola classe all’intero Paese: i libri di testo la rendono

possibile. Si potrebbe riflettere su tutto ciò per concedere libertà decisionale agli alunni: potrebbero capire che, a briglie sciolte, si presentano difficoltà da superare, responsabilità da assumere, ostacoli da scavalcare. Alla domanda: come posso fare?... l‘inerzia mentale scompare e si alimentano strategie di risoluzione che prevedono

inevitabilmente l’instaurarsi di algoritmi mentali. Decidere come fare, soli con se stessi o con il gruppo di coetanei, potrebbe far nascere l’idea che per distinguersi è il caso di affidarsi alla propria intelligenza: scoprire per capire e capire come scoprire. Agli educatori la risposta. Sandra Raspetti

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L I C E O

L i c e i

S C I E N T I F I C NARNI O

La nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. Queste sono le parole di un deportato ebreo, lacerato dalle fatiche, ormai dilaniato dalle umiliazioni, distrutto nel suo essere uomo, ridotto ad un granello di polvere. Sulla sua pelle ancora i segni di una violenza senza eguali, dell’alienazione più totale. Ma nonostante la fame, le percosse, il freddo, le lacrime può ancora pensare. Ed è proprio quello che non smetterà mai di fare, fino all’ultimo suo respiro. Non è servito quel tatuaggio sul braccio, quel nome cancellato e sostituito con un numero, non basteranno mai quelle ferite a comprare il suo silenzio. La Storia è ricca di soprusi, di dittature, di regimi assolutistici che negavano la più grande libertà dell’uomo: a noi non rimane che la serena accettazione di questo nostro passato e L I C E O

D O N AT E L L I

S C I E N T I F I C O

La storia dell’umanità è stata contrassegnata, nel suo avanzamento verso un maggior grado di civiltà, dalla progressiva acquisizione della consapevolezza dei Diritti Umani: come dimenticare infatti l’importanza di avere delle leggi scritte a regolare la vita dell’antica società greca o il diritto di voto per classi fin ad allora emarginate, come i plebei di Roma o la più recente, ma non meno importante, conquista del suffragio femminile nella società contemporanea? Il problema principale relativo ai Diritti Umani oggi, a mio avviso, è un altro: sebbene, infatti, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ratificata dall’Onu nel 1948 sia stata sottoscritta dalla stragrande maggioranza degli Stati del mondo, essa rimane di fatto inapplicata, con le inevitabili gravissime conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. La domanda è quindi perché non si riesce a renderla efficace? La risposta può essere trovata grazie anche all’analisi parallela di situazioni analoghe, in cui

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la consapevolezza di vivere in un mondo migliore, dove ogni persona è libera di esprimere al massimo la sua personalità. Il mio non è altro che un invito alle vostre coscienze: perché, proprio come disse lo stesso Pascal: il pensiero fa la grandezza dell’uomo. Siamo nati per pensare, perché la mente debba volare, oltre i confini imposti dalla razionalità. Per concludere cito una massima della grande giornalista Fallaci, emblema di un giornalismo schietto e senza timori: la nostra libertà di pensiero è, prima che un diritto, un dovere.

D I R I T T I

Giulia Venanzi VD

Non parlerò di te Africa, come posso io narrare di te, io che non ti ho mai vista, io che non ho abbandonato mai questa perdutamente mia Italia. Non posso dunque raccontare dei tuoi figli, parlo ora dei miei fratelli e con quale sfregio a volte si danneggiano. Con il diritto alla libertà di parola esprimo il concetto di diritto umano, in un modo alternativo, non elencandoli, proverò a evidenziare il significato stesso della parola. Esso vuol dire dirigere. Condurre, quindi, avere le capacità di portare le redini della propria vita, in libertà, senza che alcuno si opponga

con violenza, malignità o per motivi se vogliamo anche burocratici al percorso della nostra esistenza da noi sperato o stabilito. Il concetto di dovere (fondamentale per la salvaguardia delle esigenze vitali e sociali, altrui e proprie) permette a me di essere tutelato, di avere diritti appunto, ed è doveroso che io faccia altrettanto. Il dovere dello Stato è quello di eguagliare uomini e donne in

La carta dei diritti dell’uomo riconosce che tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti; essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. L’etimologia della parola diritto, deriva dal termine latino ius,iuris ed ha tre differenti accezioni: diritto come insieme di leggi che determinano ciò che è permesso e ciò che è vietato, la sua applicazione con l’oggetto della giustizia, il diritto di fare qualcosa. Potrebbe considerarsi sinonimo di diritto, la Democrazia, intesa come quell’insieme di leggi formulate in base ad un criterio chiaramente oggettivo e sulla quale si fonda la

modo tale che abbiano il medesimo diritto all’istruzione, voto e, perché no?, del medesimo stipendio. I due sono come l’insieme dominio e codominio perché il diritto è immagine del dovere, se li uniamo ne viene generata una nuova categoria: il rispetto. Se ognuno di noi rispettasse, tollerasse il vicino di casa, conseguentemente permetterebbe all’altro di esprimersi, crearsi un’ identità; non interferirei con

Eleonora Menicacci IVA

società. In linea teorica rispettando la Democrazia, risulterebbe impossibile violare un diritto umano. Parliamo di linea teorica perché alcune leggi, oggi considerate democratiche, vanno assolutamente contro la dichiarazione ONU (vedi pena di morte che nega il diritto alla vita). Il rispetto per questi valori, è la vera felicità dell’uomo? Il nostro parere è negativo, perché cosa può farsene un uomo di una legge, se non ha di che sfamarsi, se non ha il calore di una famiglia alle spalle? Ma, in fondo, abbia il diritto di avere diritti? Diritti rispetto a cosa? Cristiana Petrignani, Simone Venturi

Il rispetto dei diritti umani è un’utopia? esiste in ugual misura, da un lato, l’urgenza del problema come la questione ambientale, o la povertà dei 2/3 della popolazione mondiale o il disarmo e, dall’altro, una volontà più o meno precisa e forte, a parole, ma assai labile nei fatti. Può esistere una soluzione a questi problemi, che in altri termini tramuti la volontà, peraltro già testimoniata, in azione reale? La risposta, secondo me, coinvolge due ambiti, quello individuale e quello sociale. L’individuo deve trasformarsi in virtù di un’educazione che ne modifichi atteggiamenti e comportamento e crei così, nell’ambito di ogni comunità locale e nazionale, una nuova “cultura” del rispetto per i diritti umani (da Documenti Baha’i sui diritti dell’uomo presentati in sede Onu, p. 3). La trasformazione della

le mie idee violando le sue. Se avessi un minimo di rispetto non avrei l’operaio che lavora in nero, in un cantiere non conforme alle norme di sicurezza, non dovrei 50 centesimi all’emigrato lavavetri. Africa perdonami, hai tanto ancora da aspettare, noi che siamo civilizzati ancor ci odiamo così tanto da aver bisogno di aiuti umanitari. Forse no: di educatori.

società deve invece focalizzarsi sulle barriere che impediscono alle risoluzioni Onu di divenire realtà. Può sembrare scontato affermare che l’esercizio incontrollato della sovranità nazionale sia un grande ostacolo alla salvaguardia dei diritti umani fra i popoli, ma l’argomento necessita di essere tenuto nella massima considerazione in tutte le discussioni sulla materia. Nonostante siano state stabilite delle norme precise intorno ai diritti umani, molti Stati pensano che sia loro facoltà decisionale il rispettare o il non rispettare queste norme. … Questo atteggiamento non prende in considerazione le forze in atto che stanno riunendo il mondo e preparando la strada per lo stabilimento di un nuovo ordine basati sul riconoscimento del fatto che ciò che accade a un membro della

famiglia umana accade a noi tutti… (pp. 6-7). Un secondo ostacolo è costituito dalla mancanza di meccanismi adeguati per far rispettare l’adesione a quanto previsto dalla Convenzione; la comunità internazionale deve insistere affinché si arrivi ad una ratifica universale dei patti e delle convenzioni esistenti e si rafforzi il ruolo dei vari comitati preposti alla verifica della loro applicazione, quali il Comitato per i Diritti Umani e il Comitato per l’Eliminazione delle Discriminazioni Raziali. Il terzo ostacolo infine è la generale mancanza di consapevolezza dei diritti umani, particolarmente fra i preposti all’amministrazione della giustizia a livello locale. Educare coloro che amministrano la giustizia sui diritti umani fissati dalla Dichiarazione non è che l’inizio. Sembra quindi evidente che la mobilitazione degli sforzi necessari a superare i tre ostacoli precedentemente illustrati debba nascere dal riconoscimento che l’umanità costituisce un solo popolo! Prof. Duccio Penna


GIOCHIAMO A FARE LA PACE

Globalizziamo i

Diritti Umani Tutti i diritti umani per tutti Questo è il motto che ha guidato la Marcia della Pace Perugia - Assisi. Ventiquattro chilometri per rivendicare i diritti umani e chiedere a gran voce lo stop alle guerre e la pace nel mondo. La Marcia Perugia - Assisi è però solo la giornata conclusiva di un evento di maggiore portata: la Settimana della Pace, che si è svolta dal 1 al 7 ottobre nei due capoluoghi umbri di Perugia e Terni. A Perugia, la VII Assemblea dell’ONU dei Popoli, mentre a Terni la Terza Assemblea dell’ONU dei Giovani.

Globalizzare i diritti umani Questo l’unico grande obiettivo dei giovani partecipanti. E lo hanno gridato a gran voce. Perché, in un mondo che ostenta tanto la democrazia, la tolleranza e l’uguaglianza, i diritti fondamentali di ogni uomo spesso non sono rispettati. Per di più, coloro che si riempiono la bocca di questi grandi ideali, spesso fingono

di non vedere quanto le idee che loro stessi professano siano calpestate brutalmente non lontano dai loro occhi. Un esempio per tutti sui danni che produce questa indifferenza è la tragedia birmana. Quale dimostrazione più esemplare di quanto i diritti umani siano oggigiorno violentati in gran parte del mondo? Soffocata la libertà di parola, represso ogni segnale di dissenso, schiacciata qualsiasi forma di manifestazione, l’uomo si ritrova ad essere non più cittadino, ma schiavo. Ed è in una situazione come questa, in cui la violenza spadroneggia e si sostituisce alla comunicazione, che c’è bisogno che il mondo reagisca. Proprio per sottolineare la volontà di farsi coinvolgere in prima persona, i partecipanti alla Marcia della Pace hanno indossato qualcosa di rosso, un bracciale, un cappello, anche una maglietta, per dire: L’indifferenza non dà pace.

un dialogo insolito: il filosofo giuspositivista Norberto Bobbio discute con un filosofo del 1600, Ugo Grozio, fondatore del giusnaturalismo riguardo all’universalità e al fondamento dei diritti umani… Norberto Esimio collega, il dibattito teorico filosofico sui diritti umani è tuttora molto attuale. Essi sono universali, cioè razionali, fondati sulla ragione? Conosci la mia posizione, io ritengo che i diritti umani siano fondati sul consenso, infatti essi sono solo un prodotto dello Stato, non della natura e i prodotti storici possono cambiare nel tempo. Ugo Io ritengo invece che i diritti umani siano un fatto naturale; infatti dal momento che un individuo nasce ha dei diritti, ciò è deducibile razionalmente, dunque essi sono universali. Norberto I diritti umani non

Giovani in prima linea per i diritti umani e la pace nella III assemblea dell’Onu dei giovani Mandate a quel paese chi vi dice che voi siete il nostro futuro. Perché in realtà siete l’unico presente che abbiamo. Così ha esordito Alex Zanotelli, prete comboniano che ha vissuto per 12 anni nella bidonville di Korogocho a Nairobi, nel suo intervento all’Onu dei giovani svoltosi a Terni dal 5 al 7 ottobre e che ha riunito quasi 800 giovani da tutto il mondo. Giovani che, come Alex auspicava, si sono incontrati per tentare di cambiarlo veramente questo presente. Da anni ormai la nostra generazione afferma che un altro mondo è possibile e quando lo afferma non pensa ad un sogno lontano o ad una utopia futura, ma al mondo che tutti noi abbiamo la responsabilità di costruire.

Giulia Giocondi III IF

parlare di diritti umani in poche parole. Proviamo allora a dire cosa sono e perché tanto tempo e sofferenza per arrivare alla U Impossibile loro affermazione. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (New York 1948) stabilisce che il diritto alla vita, all’uguaglianza, alla di pensiero, di religione, di opinione e di espressione, il diritto M libertà di lavorare in condizioni giuste e favorevoli, a un livello adeguato di vita e di educazione, sono universali e inalienabili. Essi, base di libergiustizia e pace nel Mondo garantiscono il riconoscimento della A tà,dignità specifica di tutti i membri della famiglia umana; sono i veri e propri garanti della nostra esistenza ma... ne è dovuto passare di tempo. N D i a l o g o s u l l ’ u n i v I In un ipotetico Limbo si svolge possono essere fondati sull’evidenza razionale perché essa cambia in relazione al momento storico e al contesto socio-culturale. Ad esempio nei paesi musulmani alcuni diritti che per gli occidentali sono considerati evidenti, come ad esempio la parità dei sessi, sono costantemente violati in virtù della religione. Ugo Il tuo contemporaneo Giuliano Pontara afferma che il fondamento razionale dei diritti umani trae origine da alcuni valori comuni a tutti gli uomini sui quali ogni persona razionale non può che essere d’accordo. Ad esempio essere in vita è preferibile ad

LI C EO C LA SSI C O

Perciò in questi tre giorni non ci siamo limitati a gridare un forte basta alle violazioni dei diritti umani, alla cecità della classe dirigente e all’indifferenza più largamente diffusa, o ad ascoltare passivi ciò che ci veniva propinato da chi ne sapeva più di noi, ma, pieni di un fervore tutto teso a creare qualcosa di importante, ci siamo confrontati per elaborare linee concrete di azione. Non ci siamo semplicemente riempiti la bocca delle parole pace, diritti, ma le abbiamo plasmate, abbiamo infuso loro significati e risvolti tutti nostri. Assemblee plenarie, come luoghi di ascolto e di conoscenza, e una di ventina di workshops ci hanno fortemente aiutati in questo percorso: con la guida di esperti di varie associazioni e organismi abbiamo giocato a fare la pace, abbiamo utilizzato i nostri linguaggi, la musica, le immagini, i nuovi media, le performance, l’arte, la narrazione, come mezzi di denuncia e strumenti per attuare il cambiamento. Perché se, come denunciano le ultime statistiche, l’11% della popolazione mondiale si pappa l’89% delle risorse globali una causa deve per forza esserci. E quella causa siamo noi, che di quel privilegiatissimo 11% facciamo pienamente parte. Chi sbaglia paga, dicono. Ma i nostri

G. C . TA C I T O errori, in campo politico, economico, ambientale, non li stiamo pagando noi. Li paga quell’89%, ovvero quei quasi 4 miliardi di persone che vivono ai sobborghi delle nostre vite dorate, e li paga la Terra, che sta cadendo velocemente in pezzi. Ma queste cose ognuno di voi che sta leggendo già le sa. Tutti guardiamo la tv, leggiamo i giornali, ci informiamo. Non viviamo forse nella società dei mass media? È proprio il sapere ma il non agire che ci rende quello che siamo: uomini e donne, ragazzi e ragazze, chiusi nelle loro roccaforti di consumismo, perbenismo, indifferenza, sicuri che certi diritti ci apparterranno per sempre. E che quei povererelli se la cavino da soli, che la Terra smetta pure di girare… Ma il gioco delle tre famose scimmiette, non sento, non parlo, non vedo, non può più funzionare. Ed è ora che ce ne rendiamo tutti conto. Sharon Sabatini III IF

Prima del 1948 infatti, arbitrariamente, venivano riconosciuti diritti diversi in ogni stato e, ancor prima, ci si riferiva al diritto naturale in cui i più deboli non venivano tutelati in alcun modo. E’ necessario allora battersi affinché tali diritti non rimangano stampati su carta ma si imprimano nelle menti di ogni uomo. Senza di essi non potrebbe esistere la vita o almeno la vita la cui dignità sia riconosciuta. Diceva Voltaire Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo; è questo ciò che basterebbe capire per migliorare il nostro mondo ed è così che vanno rispettati i diritti Matteo Crasti VE umani, la cui non condivisione è impensabile.

e r s a l i t à

d e i

d i r i t t i

essere morto, godere di buona salute è preferibile ad essere sottoposti a torture, ecc. ecc. Sarebbe contrario alla ragione negare che nell’essere umano ci siano questi valori. Dunque i diritti umani sono giustificabili razionalmente. Norberto Non esiste una natura umana uguale per tutti. Basti pensare al buon selvaggio di Rousseau (se l’uomo è buono per natura, vale il diritto alla libertà) e all’homo homini lupus di Hobbes (se l’uomo è per natura cattivo vale la legge del più forte e lo Stato può alienare i diritti). Ugo Sia che l’uomo allo stato selvaggio sia buono o cattivo c’è

L i c e i

u m a n i

comunque in lui il bisogno di realizzare alcune aspirazioni intrinseche. Esse sono presenti anche negli animali, ma l’uomo, essere dotato di razionalità, decide di definirle diritti per tutelarle. Il leone preferisce vivere libero piuttosto che stare in gabbia e l’uomo ad esempio preferisce perseguire la sua libertà di coscienza che vederla negata. Norberto Queste disquisizioni filosofiche sono ininfluenti di fronte alle numerose violazioni dei diritti umani perpetrate nei secoli e dunque non è tanto importante conoscere il fondamento di questi, ma comprenderli e rispettarli. Dal momento che tutti i Paesi aderenti all’ONU hanno firmato la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo (1948) hanno l’obbligo giuridico di garantirli e tutelarli. Giulia Angeletti & Luca Baldo VA

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S c u o l e m e d i e

Cassa di Risparmio di Terni e Narni S.p.A. Gruppo Intesa Sanpaolo

Istituto Comprensivo Statale Giovann i XXI I I COMENIUS DI SVILUPPO La scuola nella comunità, la comunità nella scuola

Abbiamo mosso i primi passi nel lavoro europeo di quest’anno, programConsumption mando...... ACQUA. L’acqua è una sostanza fondamentale per la vita di ogni essere vivente, purtroppo non è inesauribile, per questo è necessario educare ad un consumo consapevole che eviti gli sprechi. L’acqua è anche uno dei diritti fondamentali di ogni uomo e di ogni donna del nostro pianeta; purtroppo ci sono persone che vivono in parti della Terra in cui l’acqua è fortemente carente, per questo è necessario educare ad un consumo solidale che superi le barriere amministrative. Le finalità del nostro lavoro sono: - Promuovere la conoscenza dell’acqua da un punto di vista chimico fisico; - Sollecitare la consapevolezza dei diversi ambiti di utilizzo delle risorse idriche; - Riconoscere l’importanza della tutela dell’acqua come bene ambientale finito; - Promuovere comportamenti consapevoli e responsabili nell’utilizzo della risorsa acqua. Conosceremo l’acqua del nostro territorio... anche quella del fiume Nera. Inizieremo col riflettere sulle abitudini dei ragazzi sull’uso ed il consumo di acqua. Vi faremo conoscere, nel prossimo numero, le nostre Prof.sse abitudini. Quality

Maria Antonietta Crescentini (TR) Maria Teresa Rossi (FI)

Qu es t ionar io pe r i le t t or i, d ai cinq u e ai t re dic i anni in par t ic olare ABITUDINI DI CONSUMO Mentre ti lavi i denti o le mani lasci il rubinetto aperto ininterrottamente? Sì No Solitamente per lavarti usi la doccia o la vasca? Doccia Vasca Se fai la doccia: Ti trattieni molto Chiudi l’acqua mentre ti insaponi Solitamente bevi l’acqua del rubinetto? Sì No

STIMA DELLE QUANTITA’ Quanta acqua pensi di consumare quando ti lavi le mani? Meno di mezzo litro Tra mezzo litro e due litri Più di 2 litri Quanta acqua pensi di consumare quando ti lavi i denti? Meno di mezzo litro Tra mezzo litro e due litri Più di 2 litri Un rubinetto che gocciola quanta acqua perde in un giorno (24 ore)? 1 litro 2 litri 5 litri

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Cassa di Risparmio di Terni e Narni S.p.A. Gruppo Intesa Sanpaolo

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Un po’ di storia - Secondo gong Musica linguaggio universale. Musica cassa di risonanza della spiritualità e dei moti dell’animo. Nelle civiltà antiche domina questi ambiti essendo perno, collante, in tutte le situazioni collettive. Musica e condivisione. In questa relazione rintracciamo tutta la produzione legata ai momenti di gioia, di esaltazione ed esultanza e quindi a tutte le situazioni di festa e di celebrazione. Nella relazione tra musica e mistero troviamo tutta la produzione legata al sacro, alla divinità così da renderla irrinunciabile nelle cerimonie e nei riti religiosi. In Mesopotamia, nelle città della pianura, sacerdoti, matematici ed astrologi coltivavano la musica sotto forma di cantilene che accompagnavano le diverse liturgie mentre gli Egizi mettevano in relazione la teoria musicale con l’osservazione delle stelle e dei pianeti associando le sette note con i giorni della settimana e con i sette pianeti allora conosciuti. Per i Greci la Musa del canto lirico era Euterpe, ma con il termine mousike’ (tecne) non intendevano solo la musica, ma l’insieme di suoni, poesia e danza ed anche ogni cultura dello spirito, quindi la scientifica come l’artistica, specialmente la filosofica, la poesia, la mimica, l’orchestrica e perfino la mantica (divinazione, la mania socratica ovvero l’invasamento da parte degli dei). Pitagora, che scoprì i rapporti che legano le note musicali, la considerava come un rimedio per purificare ed acquietare lo spirito e come una medicina dei dolori fisici. Platone e Aristotele la consideravano fondamentale nell’educazione dei giovani, nel senso che poteva plasmare e modificare il loro carattere. La storia e le usanze degli Ebrei ci arrivano attraverso la Bibbia, prezioso documento storico. Una testimonianza in tal senso ce la offrono i Salmi che, secondo la tradizione, sarebbero stati composti da re Davide: essi venivano cantati, accompagnati da uno strumento a corda. Ecco alcune frasi significative: Voglio cantare, a te voglio inneggiare: svegliati mio cuore, svegliati arpa, cetra, voglio svegliare l’aurora. (dal salmo 56)

RIFLESSIONI FINALI Pensi che se finisse l’acqua: Finirebbe la vita L’uomo inventerebbe qualcosa per sostituirla Quando senti parlare di siccità pensi che: Gli abitanti delle zone interessate farebbero bene a risparmiare acqua Sia un problema che riguarda tutti

Lodatelo con squilli di tromba, lodatelo con arpa e cetra, lodatelo con timpani e danze, lodatelo sulle corde e sui flauti. Lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali squillanti, ogni vivente dia lode al Signore. Alleluia. (dal salmo 150) Prof.ssa Pia

Giani

Il Borgo Servizi Società Cooperativa Sociale Iscritta all’ Albo Società Cooperative a Mutualità Prevalente n. A146384

Sede Legale Via F.lli Cairoli, 24 - 06125 Perugia Tel. 075 51.45.100 Fax 075 500.45.84 mailbox@consorzioabn.it La Cooperativa Sociale ha per obiettivo generale quello di sviluppare l’occupazione sul territorio e, in particolare, l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, altrimenti escluse o a rischio di esclusione dal mercato del lavoro. Principali servizi: Pulizie - Manutenzione Verde - Ristorazione - Facchinaggio - Installazione pannelli fotovoltaici.

La cooperativa impegna circa trecento lavoratori, un centinaio dei quali sono persone svantaggiate.

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Medaglia d’argento ai mondiali Francesco De Santis vice campione del mondo di lancio del martello tra i master over 35 Francesco De Santis è il vincitore della medaglia d’argento ai mondiali del lancio del martello. Il campione ha conquistato la medaglia il 12 settembre a Riccione, con un lancio di 57 metri e 65, nel corso di una competizione dagli altissimi contenuti tecnici. Francesco, nato a Terni il 2 luglio 1968, è Assistente

di Polizia Penitenziaria e presta servizio nella Casa Circondariale di Terni dal 2001. L’amore per l’atletica lo segue sin da giovanissimo. Il giovane diventa uomo, il talento cresce di pari passo, termina gli studi diplomandosi, ma lo sport è sempre nel suo DNA; dedica tutto se stesso all’atletica e si perfeziona nel lancio del martello. E’ conteso da diverse società; entra a far parte del Gruppo Sportivo delle Fiamme Azzurre dove rimane per qualche anno. I risultati la

dicono lunga sulle qualità dell’atleta sia a livello nazionale che internazionale. Oggi è il portacolori del gruppo sportivo Amleto Monti di Terni. Dopo lo straordinario risultato ai campionati mondiali, abbiamo la possibilità di farci raccontare da Francesco le sue emozioni: Sono davvero molto felice, dice l’ex atleta delle Fiamme Azzurre. Questo titolo ripaga tutti i sacrifici fatti ed è una grande soddisfazione, per me e per la mia famiglia, che mi segue e mi sostiene. Ora mi aspettano i campiona-

ti Europei in Slovenia. Francesco da qualche anno cura da solo la preparazione atletica perché nel 2003 è venuto a mancare il suo allenatore Danilo Cuppini ed in questo momento un pensiero di riconoscenza è per lui. Molte le tappe fondamentali della sua carriera e molti gli obiettivi che ancora si prefigge di raggiungere. Per tutti i colleghi di lavoro, orgogliosi dei suoi risultati sportivi e delle sue doti umane, Francesco è uno straordinario esempio di uomo e di sportivo.

Quando l’arte contagia

della Casa Circondariale di Terni, da sempre sensibile estimatore e promotore di ogni forma di arte ed espressione artistica grafico-pittorica-scultorea, è un convinto sostenitore dell’arteterapia ritenendo che l’arte, come forma visiva che si sostituisce al linguaggio parlato e scritto, supplisca alle difficoltà della lingua, particolarmente in un contesto in cui siano presenti diversi idiomi e permetta la visibilità dei desideri, dei traumi, delle aspirazioni e delle inquietudini degli uomini. Merita di essere segnalata, in tale contesto, l’abilità creativa e artistica dell’assistente capo di polizia penitenziaria Mauro Rampiconi in servizio alla Casa Circondariale di Terni. Mauro riesce a trasformare un groviglio di fili di rame ed oro ed a realizzare così opere scultoree: tipici i suoi crocefissi appesi al legno duro e le sue figure zoomorfe.

Ispirazione e pathos si sprigionano dai fili annodati in una fervida ansia comunicativa (Alvaro Caponi). E’ sua la partecipazione alla settimana della cultura italiana, svoltasi in Cina dal 12 al 14 aprile 2007, con un bassorilievo in rame, La

Famiglia Felice, presentato dall’Accademia Internazionale la Sponda che ha promosso l’evento. E’ suo il Cristo donato al Vescovo Mons. Vincenzo Paglia in occasione della visita pastorale nella Casa Circondariale di Terni nel 2006.

Le Arti Figurative nella Casa Circondariale di TERNI Lo spirito artistico che si respira nella Casa Circondariale di Terni grazie alla presenza di un ragguardevole numero di opere d’arte, pitture, mosaici, murales e sculture di artisti famosi e non, per certo contagia chi vi lavora. La Direzione si impegna da molti anni, con convinzione e determinazione, per mantenere tale spirito artistico e per la diffusione delle mirabili creazioni, offrendo anche al pubblico esterno la possibilità di ammirarle. Il Dr. Francesco Dell’Aira, Direttore

Pubblicazioni, partecipazioni ad eventi e mostre espositive D i r e z i o n e C a s a C i r c o n d a r i a l e d i Te r n i Oltre il Muro del sogno Mostra sull’arte reclusa a carattere nazionale Roma 2000 Messi al Muro Pubblicazione di capolavori d’arte negli istituti penitenziari dell’Umbria 2001 Mostra al Cenacolo San Marco di Terni Eventi Valentiniani 2001 Mostra dei presepi artigiani Eventi Natalizi - Confartigianato Terni 2004/06 Forme e colori del silenzio Mostra nazionale - Palazzo Primavera Terni 2006 e Pubblicazione Arte in carcere Forme e colori nel silenzio Mostra di opere d’arte - Casa Circondariale Terni 2006

Esposizioni permanenti Adorazione dei Magi Dentro e fuori

Opera in ceramica presso Palazzo Primavera di Terni (2004) Posa in opera di una Scultura in ferro (Piazza della Pace Terni 2005)

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G a l i z i a Cronache dal Cammino per Santiago - luglio 2007

Alle ore dieci e quaranta, con precisione svizzera, il nostro bus parte dalla stazione di A Coruna per portarci, in due ore e mezza, a Pietrafita do Cebreiro, base di quello che da ora in poi chiameremo il nostro cammino. Il gruppo è allegro, la temperatura, anche per effetto dell’aria condizionata, gradevole, la conversazione spiritosa. Due ragazze italiane, scambiate inizialmente per suore laiche, ci inondano di notizie sul loro viaggio in bus per le terre galleghe esprimendo, a mitraglia, giudizi ed elargendo a piene mani consigli spesso non richiesti. L’arrivo alla meta interrompe l’estemporaneo monologo con grande gioia delle nostre orecchie ed enorme sollievo per i taciturni viaggiatori locali, costretti a fare i conti con l’abitudine, tutta italiota, di pontificare ad alta voce sui massimi e minimi sistemi.

Zainetto in spalla e valigia in mano attraversiamo la strada, a mo’ di gregge, per raggiungere l’albergo a poca distanza. Notiamo, con stupore, che mentre Vicente, blaterando frasi sconnesse all’indirizzo del gruppo, trascina due bagagli, Ida avanza con estrema leggerezza. L’aria ossigenata, a volte, fa di questi scherzi e all’improvviso ci rendiamo conto, anche per il clima frizzantino che ci investe, di essere sui monti della Galizia. Occupiamo rapidamente le camere e formiamo aggregati che, per le eterne ed imprevedibili leggi delle affinità elettive, resteranno stabili fino all’ultima notte. E’ accaduto così anche a Benito e Gaetano il cui sodalizio notturno ha certamente tratto vantaggio dalle celestiali note polifoniche di robusti fiati orchestrati con tale maestria da forzare le ferree regole del pentagramma. Poi, presi da libidine individualistica, ci spargiamo per ogni dove a fare ogni che, in quel breve lasso di tempo lasciato libero dalla perfetta macchina organizzativa incarnata da Annamaria. La scena si ripeterà, quasi identica, nelle tappe successive con Esto e Marilena che, primi in assoluto, vanno ad informarsi sulle prelibatezze locali, Ida che va alla ricerca di pani e ciambelloni da degustare insieme ad una tazza di leche caliente, l’io narrante che poi sarei io, Albano, a farsi

massaggiare il collo dal cuscino antistress, la nostra capa Annamaria a preparare le carte per l’indomani, Visente a comprare il cappello da pellegrino e gli altri amici e amiche a compiere gesta eroiche di cui avremo modo di raccontare. Ci ricomponiamo da lì a poco con la voglia di misurarci con il tratto di tre kilometri in salita su strada asfaltata per raggiungere O Cebreiro, luogo mitico da cui saremmo partiti l’indomani mattina dopo essere stati deliziati da una buona tazza di caffè preparata da Esto, nostro vivandiere di fiducia. Compatti all’inizio, ci sgraniamo lungo il percorso, con Esto nettamente in testa e gli altri a seguire. Anche questo schema non subirà variazioni nei giorni a venire. Il luogo è sufficientemente suggestivo con le tipiche Pallosas, costruzioni celtiche di forma circolare con il tetto di paglia, la chiesetta medievale dove conquistiamo la Credencial del Peregrino col relativo sigillo di partenza, i ristori con bibite e snake di ogni tipo di cui l’intero Cammino è abbondantemente fornito, i venditori di frutta e cianfrusaglie varie. Molti acquistano la tipica conchiglia contravvenendo, forse, all’antico rito che prescrive di procurarsela sulle rive dell’oceano alla fine del viaggio, quale prova delle fatiche affrontate. L’intenzione è, però, certamente genuina, giustificata dalla frenesia di iscriversi, anche con segni esteriori di distinzione, alla folta schiera dei veri pellegrini presenti, con le più varie e colorate acconciature, come cicloturisti, escursionisti con attrezzatura tecnica di livello, tennisti del tempo libero alla Peppino, con gonnelline fru-fru e borsetta rossa alla Marilena, cappelli e saio con cordone professionale e scarponcini alla moda da frati minori. Ed è su uno di questi regolari dal volto candido e dall’occhio vispo e malandrino a cui sembra, di tanto in tanto, con malcelata distrazione, essere

interessata la nostra amica Ida che cala come un falco l’occhio indagatore di Gaetano abituato, per professione, a far emergere la verità a tutti i costi. E’ vero frate colui che, con cappellone medagliato, folta barba nera, occhi spiritati, saio marrone sdrucito, bianco cordone regolamentare e sandali ai piedi, si aggira con fare sospetto per le viuzze lastricate del montano villaggio gaelico? A domanda diretta la risposta è stizzita, perentoria, inequivocabilmente affermativa. Con altrettanta schietta e trinciante brutalità il nostro risponderà, in una tappa successiva, a Ida che, con passo malfermo e luce mistica negli occhi, lo aveva inseguito ai bordi di una trafficata e pericolosa strada per chiedergli, mesta ma suadente nella voce, dove si trovasse la chiesa e a che ora si sarebbero svolti i riti religiosi. Nulla riesce a sapere su ciò ma, in compenso, è ampiamente ragguagliata sulla necessità di dover preparare tortellini, panna e prosciutto per una nutrita schiera di giovanotti ambosessi in fremente e fiduciosa attesa nella vicina casa del pellegrino dove hanno tutti momentaneamente alloggiato. Ciò giunge alle orecchie della nostra esterrefatta amica e così ella ce lo riferisce cominciandosi a insinuare in lei il dubbio sulle reali intenzioni dei camminanti in saio e cordone. Molte delle facce incontrate inizialmente le ritroviamo sulle creste dei monti, nelle valli, nei guadi

VicoCatina 15/A - Terni ilconvivioterni@virgilio.it

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dei fiumi, sotto i secolari boschi di castagni ed eucalipti che fanno da ombra al tratto gallego del Cammino Francese per Santiago ed ogni volta che gli sguardi si incrociano esplode la gioia al grido di Hola, buen Camino, quasi ad incitare, a fare animo, a dare ali ai piedi per raggiungere presto la meta giornaliera. Meta dolce meta, illustrata ogni volta da una instancabile e fiduciosa Annamaria e puntualmente dimenticata dai più; conquistata con veemente irruenza da un Esto furioso in costante e diretto contatto con l’arcano chè a lui i ventiquattro vegliardi dell’apocalisse, che ti guardano ammiccanti dall’alto dei portali gotici, nel giorno fatidico faranno un baffo; baipassata per ben quattro kilometri da Benito; ignorata perché troppo bella in quel di Santo Domingo da Ida e Peppino, distrutto nel fisico e nel morale dai trenta kilometri già percorsi e dai sassi che trapassano come colpi di martello le leggere suole delle poco adatte calzature; raggiunta da Carla, Rosa e Carmela con ostentata calma anglosassone dopo un intrigante e distensivo massaggio ai piedi eseguito da un novello ospedaliero nordico in vena di raccogliere il necessario per trascorrere una stuzzicante serata; salutata da Vicente che, con passo calmo e volto ispirato sotto un cappello che più adatto non si può, rappresenta più di tutti noi, nelle sembianze e nello spirito, il vero pellegrino. Fin parte primera Albano Scalise

0744471180 Chiusura settimanale Domenica


Se domandate ad un turista in visita a Terni perché sia venuto a trovarci, vi dirà, sì, di San Valentino, della Cascata delle Marmore, del lago di Piediluco e di mille altri motivi, ma dirà di essere qui soprattutto per le paste di Pazzaglia, delle quali parlavano suo padre o suo nonno. Pazzaglia: chi era costui? Spartaco Pazzaglia nasce a Terni, nel 1889, con un destino segnato: suo padre Alfredo e suo zio Fabio sono due valenti pasticceri. Alfredo Pazzaglia manda il figlio, giovanissimo, in tutta Europa, per imparare l’arte della pasticceria in modo che, al ritorno, possa aprire un

Passa le vacanze viaggiando sulla sua imponente Atala Rossa intento a visitare altre pasticcerie. A Milano vede il panettone, parla con due pasticceri e li convince a trasferirsi a Terni per iniziare la produzione del Panettone Pazzaglia. Apre, per allietare le serate estive dei ternani, sempre con orchestrina, la Casina Azzurra, che ancora oggi è aperta presso i Giardini della Passeggiata. Poi la guerra, la distruzione, la ricostruzione ed il trasferimento nei locali attuali. Il 26 maggio 1956 muore, all’interno del suo Caffè. Dopo alterne vicende il Caffè fu dichiarato LOCALE STORICO D’ITALIA. Allora, ci vediamo da Pazzaglia? Angelo Ceccoli locale sullo stile di quelli europei. A Terni nel 1866 era stata aperta la Stazione Ferroviaria, era stato (1880) inaugurato

Pazzaja

Past i c c e r e a b ilissim u Pazzaja, d’E st a t e se v estiva d’alpagàs - l a r i g a d r i t t a - l’inverno de grisaja . P el a t u e d i st i ntissimu. L’età no n j ’ a v e v a m inoratu l’efficenza, l a g r i n t a , p e ’ non di’ la prepotenza. S ’e n t u i v a a g u ardallu l’importanza d’u n “ se l f m a de man”, com e se dice , natu r a l m e n t e assunta, e padronanza né l a P a st i c c e ria, la sua cornice. A l t i ssi m u , a t tivu, circospettu, di e t r o l a c a ssa t’encutéa rispettu. Ha d a t u a l a c ittà ‘na risonanza ch e n o n a v e v a m ai prim a possedutu . S e p r u n u n c i a v i “Terni”, p’assonanza , l a g e n t e i n c u i tu t’eri ‘m battutu l un g o ‘ n c o l l o quiu diventava gaja s e n u m i n a v i l e paste de P azzaja. E ’ m e z z u g i o r nu. L a città paìna s e p r e se n t a a frotte da P azzaja. A m e se i ! . . . D ieci!... ‘na duzzina!.. . L a f i g u r a d e Spartaco se staja s i cu r a ‘ n m e z zu a la festiva ressa de g e n t e a p p e n’uscita da la Messa. ‘na c a n i z z a d e P asticceri è nata s eg u e n n o l ’ i n segnamentu de P azzaja , s p a r si d u v u n que da la sua nidiata, m a se n z a l ’ a l pagàs, senza grisaja! Int e n n e n n o c o ’ ‘sti simbuli ‘n m ome ntu ch e d ’ u n o st i le è traccia e documen tu. S e l ’ A n g e l o n i ritornasse indietro a ri sc r i v e ’ l a s toria cittadina, s o ’ c u n v i n t u - com e so’ che io so’ Pie tr o e u so p e ’ ‘ st e rime la mancina ch e p a r l e r e b b e de Spartaco P azzaja def i n e n n u l u un omo da m edaja. Pietro Lanfiuti-Baldi

Corso Tacito e stavano partendo le nuove industrie che avrebbero resa la città molto nota in Italia. Quando Spartaco torna nella sua città natale, l’Arch. Bazzani ha da poco inaugurato il rinnovato Palazzo Pontecorvi (attuale sede del Credito Italiano). Ci sono dei locali ideali per il Caffè Moderno pensato da Spartaco. E così, il 13 dicembre 1913, giorno dell’apertura del locale, ci fu un trionfo del Liberty allora imperante. Un’orchestrina allietava le soste degli avventori. In poco tempo non si diceva più andiamo al Caffè Moderno, ma semplicemente ci vediamo da Pazzaglia! Spartaco è un uomo alto, volitivo. E’ detto lu leone. Siede alla cassa ed effettua frequenti visite al laboratorio. Si può ben dire che tutti i pasticceri di Terni, Perugia e Spoleto siano stati apprendisti da Pazzaglia prima di aprire i loro locali. La pasticceria, ormai famosa, era fornitrice della Casa Reale e Spartaco riceve le visite del Re d’Italia e allestisce i rinfreschi per le visite di Benito Mussolini. Nel 1934 gli viene conferita la nomina di Gran Maestro della Corona d’Italia.

Fattura saldata con £ 425 alla Pasticceria Pazzaglia da Furio Miselli, in occasione del rinfresco per il matrimonio della propria figlia.

TL aE fRa vN I ola O ttavo brano della favola ternana. Dicembre 2006

Acque e terre emerse Gennaio 2007

Chiare e dolci acque Febbraio 2007

L’acqua e le sue proprietà Marzo 2007

Interamna Aprile 2007

I primi forni Maggio 2007 GULLIVER: forno solidale Ottobre 2007 FUCAT Novembre 2007 PAZZAGLIA GR

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MUSICA PER IL SACRO Festival itinerante che attraverserà 9 Comuni della nostra Provincia La Provincia di Terni per la cultura

Un’iniziativa che intende valorizzare le vocazioni territoriali e che sarà realizzata in ambienti di particolare valore storico ed artistico. La Provincia di Terni intende realizzare un festival itinerante di Musica per il sacro, mirante a valorizzare le identità territoriali e ad esprimere una programmazione legata alla contemporaneità, con preminente attenzione alla sperimentazione dei nuovi linguaggi ed alla promozione di nuovi talenti. L’iniziativa, che si svolgerà nel mese dicembre, interesserà i comuni di Amelia, Giove, Penna in Teverina, Attigliano, Alviano, Lugnano in Teverina, Guardea, Mon-

La Provincia di Terni per la cultura

tecchio e Baschi. Il servizio Politiche culturali dell’Ente, emanando un apposito bando, ha richiesto ad imprenditori ed associazioni che operano nel settore dello spettacolo di presentare un progetto complessivo che sarà cofinanziato con i fondi (70 mila euro) assegnati dalla Regione Umbria e dal Ministero per i Beni e le

Attività Culturali. Abbiamo inteso procedere con questo metodo - tiene a precisare l’Assessore provinciale alla Cultura, Alberto Sganappa - per essere sicuri

Castelluccio di Norcia

dell’affidabilità del soggetto che d o v r à gestire la rassegna musicale e della validità del p ro g e t t o stesso. Il festival itinerante intende diversificare l’offerta culturale presso le giovani generazioni e le fasce di pubblico con minore opportunità di fruizione e, al contempo, valorizzare le vocazioni locali attraverso

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Le Splendide foto dello Splendido Castelluccio sono della S. Emanuela Ruffinelli

A cura dell’Ufficio Stampa dell’Ente

Piceno, che sin dai primi giorni dal Suo insediamento (luglio 2007) ha voluto dimostrare la Sua sensibilità verso Castelluccio incontrando la popolazione prima e, successivamente, il Comitato stesso al fine di meglio comprendere le problematiche sostenute dalla comunità locale. Il piano del Parco costituirà infatti il primo banco di prova sulle effettive volontà di sostenere Castellucccio e la sua gente, così come saranno importanti i rapporti già intessuti con il Comune di Norcia che, con il PROGETTO PER CASTELLUCCIO e con il nuovo piano regolatore generale in corso di elaborazione, potrà incidere positivamente sulla realtà del paese. Al Comune di Norcia, negli incontri con il Sindaco Alemanno, abbiamo già chiesto, e rinnoveremo le richieste quanto prima, uno sforzo immediato per il 2008, volto a realizzare alcune iniziative sulle quali c’è comune intesa, che dovrà poi essere tradotta in progetti concreti. Nei prossimi numeri La Pagina darà conto degli sviluppi delle iniziative ed ospiterà tutte le eventuali riflessioni e proposte che i lettori vorranno inviare a sostegno di Castelluccio, autentica gemma dell’Umbria e del mondo intero. Dott. Pietro Rinaldi Vicepresidente del Comitato per Castelluccio

Nel 2006 si è costituito a Castelluccio di Norcia un Comitato per la difesa della identità culturale e della sopravvivenza stessa di questo straordinario luogo. Il COMITATO PER CASTELLUCCIO è presieduto da Caio Coccia, di cui mi onoro di essere vicepresidente, l’uomo che più di tutti può rappresentare l’identità del paese e che è anche Presidente della locale Comunanza Agraria, ente erede e protagonista della tradizione storica e culturale di Castelluccio. Il Comitato, costituito dalla maggior parte delle Aziende agrosilvo-pastorali e turistiche di Castelluccio, è sostenuto anche da numerose persone esterne alla realtà locale, come appunto il sottoscritto, a cui stanno a cuore la conservazione e lo sviluppo compatibile di questa realtà. Il Comitato ha avviato una serie di contatti e di proposte concrete all’Ente Parco Nazionale dei Sibillini, al Comune di Norcia e alle altre realtà istituzionali e territoriali, alla Regione Umbria ed alla Provincia, proposte volte alle finalità istitutive del comitato stesso. Il mensile La Pagina, che ringrazio sentitamente, molto sensibile alle tematiche da noi sostenute, inizia una collaborazione con il Comitato per sostenere adeguadamente le sue proposte e portarle a conoscenza di un pubblico più vasto che ne possa apprezzare e sostenere la validità. Sentiamo di dover ringraziare, come primo atto, il neo Presidente del Parco Nazionale dei Sibillini, Sig. Massimo Marcaccio, Assessore all’ambiente della Provincia di Ascoli

iniziative caratterizzate da uno stretto contatto con il territorio. In questa ottica si ritiene importante che gli spettacoli che verranno proposti possano essere localizzati, attraverso opportuni accordi con le Amministrazioni municipali interessate, in ambienti di particolare valore storico ed artistico, quali chiese, castelli, musei, aree archeologiche. Il nostro intento - conclude Sganappa - è di coinvolgere, in primo luogo, il mondo della scuola, attraverso conferenze ed incontri che precederanno le varie rappresentazioni, contribuendo ad avvicinare i giovani alle nuove esperienze comunicative.


Poi ci fu quella storia del piccione Poi ci fu quella storia del piccione a complicare le cose. Avevo portato Chiara al lago per il weekend. Non so voi, ma io odio il lago. È sporco ed appiccicoso e non riesco mai a trovare parcheggio. Chiara invece aveva insistito per settimane, a lei piacciono i posti deprimenti. Insomma eravamo stati al lago ed ora tornavamo verso Milano. La sera prima avevo bevuto troppo, quella domenica allora avevo mal di testa. Per evitare il traffico mi ero buttato per strade secondarie, in mezzo alla campagna. Era tardo pomeriggio, c’era questo bel sole rosso che calava all’orizzonte, il mal di testa e lo stordimento post sbronza, Chiara che parlava al telefono con la sua amica. Cavoli, quanto odio il lago. Non riuscivo a togliermi di dosso il ricordo di tutte quelle mosche. Alla fine Chiara si ricorda di me, mi tiene la mano, in silenzio. Io penso che magari potremmo anche infrattarci da qualche parte, ci sto facendo un pensiero. Mi guardo in giro, faccio finta di niente. C’è questa polvere dappertutto, mi sembra di essere in Pakistan. Una volta devo raccontarvi del Pakistan, ricordatemelo. Ho rischiato grosso quella volta. Insomma, a un certo punto in mezzo alla polvere, mentre cerco un posto riparato, scorgo qualcosa che cade a piombo, pesante. Bum. Mi prende in pieno il cofano, cazzo. Chiara urla, io bestemmio. Mi fermo, faccio posare la polvere, esco. Un piccione. Stecchito. Grigio. Non ci credo, dico a Chiara di scendere.

La bestia è rimbalzata sul cofano e sta di lato della macchina, con gli occhi aperti. Mi ha rigato il cofano con quel suo becco del cazzo. Lo sposto con piede, non è sporco di sangue, niente. Deve essere crepato di morte naturale. Non so se piangere o se ridere. Magari è morto di vecchiaia, o d’infarto. Proprio mentre passavo io con la vernice metallizzata. Sono assicurato contro la grandine, non contro i piccioni stecchiti. Faccio per risalire in macchina. Chiara mi ferma. Dice che non possiamo lasciare la bestia lì, che sicuramente in qualche vita precedente doveva essere un nostro antenato o un amico, o cose del genere. Il fatto che ci sia caduto sulla capoccia deve essere un segno del destino, eccetera. Ha queste idee strane sulla vita, non riesco a farla rinsavire. Dice che dobbiamo portare il piccione a casa e seppellirlo da qualche parte. Prendo il piccione con un foglio di giornale, lo avvolgo e lo metto nel portabagagli. Non vi stupite, ma con lei non è facile discutere, e poi ho sempre il mal di testa che mi stordisce e mi rende arrendevole. Salgo in macchina, parto in mezzo alla polvere. Non ho voglia di parlare.

Arriviamo a casa, metto il piccione nel box, avvolto per bene nei giornali. Domani troverò un posto per seppellirlo. Magari Chiara si accontenterà e mi concederà di

buttarlo nel Naviglio. Andiamo a letto. Non riesco a dormire. Chiara legge uno dei suoi ammorbanti libri borghesi: qualcosa di Terzani, o simili. Poi si addormenta. Io mi rigiro a vuoto. Mi riviene in mente la polvere, la campagna, il piccione che cade proprio mentre voglio infrattarmi con Chiara. Che sia un segno del destino?, mi chiedo. Devo essermi fatto suggestionare dai suoi discorsi da folle. Alle 3 del mattino mi alzo, ho gli occhi che appiccicano e bruciano, mi fanno male le ossa delle gambe. Devo avere

un principio di influenza. Non riesco a dormire, sto un po’ in soggiorno a vedere le pubblicità dei numeri erotici. Poi mi metto la tuta, scendo in garage. Prendo il piccione ed esco di casa. Fuori c’è un bel vento caldo. Faccio qualche centinaio di metri, con il mio fagotto di giornali sotto il braccio, poi mi sporgo sul Naviglio e ci butto dentro il cadavere della bestia. Torno dentro, mi sento più leggero, dormo come un sasso. Il giorno dopo mi alzo all’una. Chiara ha preparato le patate al forno. Le vengono benissimo. I primi appuntamenti a casa sua, me le cucinava sempre. Dopo pranzo torno a dormire. Mi fanno ancora male le ossa. Mi sveglio per cena. Trovo Chiara incazzata in soggiorno. Ha scoperto che il piccione manca all’appello. Cerco di farla ragionare. Quella bestia puzzava, iniziava ad andare in decomposizione. Poteva portare malattie. Tiro fuori anche l’aviaria, neanche me la ricordavo più. Sembra fare effetto. Le dico che il mio mal d’ossa può già essere un sintomo. Le chiedo di venire in camera con me e di dimenticare il piccione. Ci rotoliamo un po’ nel letto. Poi le propongo di uscire per cena. Andiamo in un ristorante giapponese.

Chiara inizia a parlare al terzo bicchiere di vino. Ho buttato via il piccione e questo le ha ricordato quanto sono diverso dalla persona che conosceva. Ero sensibile, affettuoso. Ora sono egoista, cinico. Mi dice che non è sicura che io la ami ancora. Ha paura di essere diventata solo un’altra lettrice delle mie storielle. Ordino un’altra bottiglia di vino, fiuto una brutta aria. Un tempo l’avevo definita la mia unità di misura per l’universo, mi dice. Non ricordo di aver mai detto una cosa del genere, ma annuisco convinto. Ora si sente trascurata, ho anche buttato via il piccione. Aridagli col piccione. Le spiego la mie ragioni. Il lavoro. Il futuro. Eccetera. Lei ricomincia. Mi dice che un tempo le persone per me erano un fine ed ora invece sono solo un mezzo. Eccetera. Capisco che sta per minacciare di lasciarmi. Non gliene do il tempo. Le dico che ho deciso di tornare a vivere da solo. Non è vero, ma voglio vedere come reagisce. Le labbra le diventano bianche, la voce le trema. Capisco di aver vinto, di aver svelato il suo bluff. L’amore è anche questo, penso in silenzio. Siamo veri solamente al primo sguardo che rubiamo alle nostre vite, quando ci incontriamo per la prima volta. Solo in quel momento siamo davvero un fine l’uno per l’altra. Penso al piccione che galleggia nel Naviglio, bevo l’ultimo bicchiere alla sua salute: poi torniamo a casa, di soppiatto dalla luna. E. Bussetti feyeem@gmail.com

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La pagina novembre 2007