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Borgo antico

Francesco Patrizi

N° 3 - Marzo 2008 (53°)

Lupetti, borghi antichi e cravatte a pois: sfila la nuova collezione destra-sinistra. Quali abiti vestirà il governo primavera-estate per le riforme? Nelle comparsate di piazza, Berlusconi ha dismesso il blazer blu per infilarsi striminziti lupetti e austeri dolcevita; un look più da dicitore di rime o pierre da discoteca che da serio manager. La Sinistra, invece, è uscita dal cul de sac della mesta comunicativa prodiana grazie all’exploit di Veltroni che, il 10 febbraio, ha aperto la campagna elettorale a Spello in un chiostro medievale, usando come sfondo naturale i campi e l’antico borgo. Dopo querce e ulivi stilizzati, ora è la natura vera a creare uno scenario che più antiberlusconiano non si può e, come sempre nello stile di Veltroni, ricco di letture simboliche: esordio en plein air, tutto studiato eppure tutto affidato ai capricci del cielo, in balìa di una possibile nuvola, dei colori vividi che possono sbiadire in un’imprevedibile mattina invernale. Un viaggio con la vela alzata a cogliere il vento, lontano dal lavoro portuale del rattoppatore di reti. Che scagazzi un piccione, che piovano pietre, ma basta redcarpet e palchi gremiti, non dobbiamo sedurre, ma andare avanti, comunque! Nella simbolica di Spello, Veltroni si è presentato come un cantastorie girovago, con un rimando iconografico (non casuale) alla figura del folle santo, radicata nella spiritualità delle terre umbre. Da notare lo scenario all’aria aperta, che comunica limpidezza, trasparenza e caparbietà nel fronteggiare le intemperie e che solo dieci anni fa, avrebbe comunicato pauperismo e austerity ad una platea assetata di condoni. Con aria paternale, più chanteur confidenziale che urlatore alla sbarra, Berlusconi veste in lupetto, come un vecchio scapolone impenitente, e va predicando astuzia invece di dispensare manciate di sogni. Finiti i maxischermi e l’epifania cartellonistica, abbandonata la retorica della famiglia e dell’azienda, l’ex homo novus riparte dal predellino per cacciare la Casta dal tempio, ossia i partitini recalcitranti. Se la Sinistra, armata di pullman, va alle Crociate (contro i cespugli dell’Ulivo), la destra predica di non disperdere il seme elettorale, in un memento mori dai toni manzoniani. Se all’antipolitica e al sacro si sono ispirati gli spin doctor dei due leader, da una parte ravvisiamo, nel Berlusconi in lupetto nero, tracce di mistica luterana, stile Beppe Grillo; mentre in Veltroni si sente l’eco della divulgatio Bernardina, stile Benigni che legge Dante tra la gente. Due anime radicate nella nostra tradizione: l’andar contro i palazzi corrotti e il girovagar per calli per rinnovar lo spirito. Anche se i citati intrattenitori restano modelli difficili da raggiungere: Berlusconi non ha (più) la verve di Grillo nel cogliere gli umori della strada, mentre Veltroni non possiede ancora una convincente retorica da cantica dell’ottimismo. Lupetti e borghi domenicali a parte, che poi i due vadano al Concilio di Vespa con lo stesso abito, non è un caso. Servirà un accordo e le cravatte identiche già lo dicono.

foto da

www.comune.spello.pg.it

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Incinta , P Fabbri La sindrome di F. Grump , E S t en t el l a Il marketing politico... , A Melasecche Il coraggio della retorica , F B o r z i n i Valore formativo dello sport... , G Ta l a m o n t i Novecento , P. S eri Libertà non è star sopra un albero , C Ma n t i l a c ci L’ i n s o s t e n i b i l e s v i l u p p o , S Mo ro n i I l p i a c e r e , C C a rd i n a l i L’ E T E R N O B E N E D I C E N T E , P L i b era t i 7 Auschwitz, S Sabatini, M D’Ulizia 8-9 L i c e i 10 Auschwitz, A Mannino, A Catalucci Veniero Giontella , F o n d a zi o n e C a ri t Astronomia , T Scacciafratte, F Guerri, G Cozzari Astronomia , G Raspetti, TS Il coniglio sfortunato , C C a t a l a n o Caro Marcello, , G N evi D a l l a I a l l a I , FM Bilotti N u o v i c o n t r a t t i p e r i l p r e c a r i a t o , F ra p

T agore Dormivo e sognavo che la vita era gioia. Mi svegliai e vidi che la vita era servizio. Volli servire e vidi che servire era gioia.


I N C I N T A

Incinta si scrive tutto attaccato. E’ una parola strana, questa, portatrice di gioia sublime o di dramma profondo, e proprio per questo non dovrebbero esserci dubbi sulla sua ortografia: le piccolezze non devono trovare spazio, in mezzo alle emozioni importanti. Però capita, succede, appare quasi lecito poter scrivere in cinta staccato, ricondotto a due parole, perché viene spontaneo credere che il termine sia un modo diverso per dire in procinto di; procinto che per qualche misteriosa via cambia genere diventando procinta, da lì poi cinta e quindi finalmente in cinta, con due parole staccate. Invece no, non è così sciocca e banale, la storia di questa bella parola. Per capirla bisogna tornare indietro, agli antichi romani; ma prima è meglio fermarsi a metà del XIX secolo, quando Mameli ha scritto il nostro inno nazionale. Ricordate i versi iniziali? Dell’elmo di Scipio si è cinta la testa… si vede subito che cinta brilla come participio passato di cingere, e allora incinta è il suo naturale opposto: possibile-impossibile, equoiniquo, cinta-incinta. Se posso dire che “Carcassonne è una bella cittadina

LA

francese cinta di mura”, se posso senza tema d’essere contraddetto affermare che quando mi metto una cintura sono cinto dalla stessa, potrò per contro ben dire d’essere incinto quando la cintura non la porto. In realtà ormai il significato è traslato quasi interamente, e se un uomo dichiara d’essere incinto è più probabile che finisca in un manicomio che in un negozio di straccali. Però è pur sempre qui che casca l’asino: perché è qui che arrivano gli antichi romani; anzi, le antiche romane. Le gentili matrone erano di solito elegantemente vestite di tuniche con un grazioso nastro o fettuccia di cuoio ai fianchi, a mo’ di cintura; anche a quei tempi il bell’alternarsi pieno-vuotopieno disegnato dalle curve seno-vita-fianchi delle fanciulle rallegrava la vista ai senatori e ai centurioni dell’Urbe. Quando le suddette fanciulle diventavano legittimamente pregne erano ben contente della cosa, anche se un po’ preoccupate; perché lasciare la pelle in sala parto, a quei tempi, non era poi cosa improbabile (senza parlare della storia della Rupe Tarpea e delle diecimila altre preoccupazioni che accompagnavano la nascita di un neonato).

PA G I N A

Mensile di attualità e cultura Registrazione n. 9 del 12 novembre 2002, Tribunale di Terni Redazione: Terni, V. Carbonario 5 Tipografia: Umbriagraf - Terni In collaborazione con l’Associazione Culturale Free Words

DISTRIBUZIONE GRATUITA Direttore responsabile Michele Rito Liposi Direttore Giampiero Raspetti R E D A Z I O N E Elettra Bertini, Angelo Ceccoli, Pia Giani, Alessia Melasecche, Francesco Patrizi, Alberto Ratini, Beatrice Ratini, Adelaide Roscini, Emanuela Ruffinelli, Albano Scalise, Eleonora Stentella.

Editrice

Projecta s.a.s. di Martino Raspetti e C.

info@lapagina.info g.raspetti@terniweb.it www.lapagina.info

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E allora che facevano, le romane? Serie e compunte, non appena realizzavano che le mestruazioni non per caso non si erano presentate, andavano al tempio di Giunone e ritualmente si toglievano la cintura per offrirla sull’altare della dea. Era un’azione d’alta moda, oltre che religiosa: trasformavano la tunica cinturata in una tunica premaman, perché hai voglia a fare buchi nuovi nella cintura se alla fine devi scodellare un legionario. Senza contare che la cosa doveva essere resa pubblica: per questo lasciavano la cintura nel tempio di Iuno, dopo averla pregata di non far loro scherzi antipatici nei prossimi nove mesi. Poi, tutte allegre, se ne uscivano dal tempio così come se ne erano entrate. Anzi no, per Giove! Erano entrate cinte di cintura, e ne uscivano trionfalmente incinte. Le parole sono importanti, diamine. Dovrebbero essere rispettate, perché hanno delle storie nobili e belle dentro di esse. E anche elezione è parola nobile e bella: viene da eleggere, che significa scegliere di propria volontà, fra più cose, quella che si giudica migliore (Dizionario Etimologico O. Pianigiani). Ma se il popolo è chiamato ad elezioni nelle quali non può indicare preferenze, ma solo crociare liste precompilate, allora il suo potere è limitato. E se il potere del popolo è limitato, allora la democrazia (potere del popolo) è monca. Non è mica un’opinione: è banale tautologia. Piero Fabbri

La sindrome di F. Gump

È trascorso solo un mese dal suicidio del governo Prodi ed è già teatrino. Le vie mediatiche sono intasate da un profluvio di partiti allegorici, maschere restaurate e nuovi slogan, alias tormentoni propagandistici, che impediscono il libero transito alle comuni intelligenze. “Meno tasse per tutti”, “Italia, rialzati!”, “Si può fare…” (cosa si potrà fare poi per questa povera Italia in ginocchio lo sanno solo loro…). La campagna elettorale 2008 incalza come un Carnevale di teatrini ambulanti, coloratissimi stendardi e grida, soprattutto, quelle (perché in Italia, se non urli, non ti ascolta nessuno!). Tutto appare rinnovato, nella forma e nei contenuti. Eppure, a ben guardare, l’unica inequivocabile novità per quest’anno sembra essere la moda del corridore solitario, alias Sindrome di Forrest Gump, che pare abbia contagiato, come l’aviaria prima di essa, tutti i pol(l)itici nostrani. Da Veltroni alla nuova destra di Storace-

Santanchè, fino al rinnovato ambasciatore dei diritti umani, Giuliano Ferrara, tutti dicono di sfilare da soli. E questo potrebbe essere un bene, ma in realtà va a finire che è un male, perché, come sempre, tutta questa ventata di pseudocambiamenti non ha fatto altro che trasformare gli atavici dissapori faziosi in nuovi battibecchi (da galli nel pollaio) su chi avrebbe deciso per primo di correre da solo. Praticamente, il solito nonsense made in Italy, in quanto, nel mondo reale (in quel mondo così avulso alla politica dove le famiglie italiane sono strette da un’inflazione molto più feroce di quanto l’Istat racconti, da un forte calo del potere d’acquisto e da un tasso di precarietà accresciuto non certo dalla legge Biagi, ma dal clima di incertezza che si respira in molti settori chiave) nessuno li ha mai visti correre insieme per accrescere il valore competitivo del nostro Paese. Nemmeno nel passato Carnevale delle Unioni. Eleonora Stentella

202 i trasformisti solo nell’ultima legislatura (ed ancora non è uscito un elenco completo sul blog di Beppe Grillo). Indignato, Pecoraro Scanio interviene al Maurizio Costanzo Show per incitare gli elettori a non rieleggere i trasformisti! Potere al popolo!, dunque. Ma il popolo, in realtà, cosa ne pensa?! I risultati dell’indagine condotta dall’IPSO sono alquanto sorprendenti: per il 49% degli italiani il trasformismo è un difetto solo politico, tuttavia, vi è un bel 47% della popolazione che reclama tale difetto anche per se stessa. In fin dei conti… chi non si è mai sentito un pò transformer!!!?


Il marketing politico...

Il coraggio della retorica

Valore formativo dello sport...

Nei migliori Teatri ad Aprile 2008

www.plazm.com

Stentella

... tra tecniche della comunicazione e... valori sottostanti. Da quando l’uomo ha cominciato a vivere in comunità ha avuto bisogno di comunicare con gli altri. Alcune delle forme di comunicazione politica più conosciute dell’antichità risalgono alla Grecia del IV secolo aC. Il potere della retorica, l’arte della persuasione tout court, opposto a quello della violenza, era argomento di dibattito tra i filosofi greci. Conosciamo poi il piccolo manuale per la campagna elettorale, scritto in forma di lettera, dal fratello, a Cicerone che si presentava candidato. Una summa di consigli e suggerimenti di come convincere gli elettori, che anticipa le tecniche di marketing politico messe a punto dagli esperti di comunicazione del XX secolo. Fino a giungere alla storia più recente dai grandi dibattiti Kennedy-Nixon, a quelli nostrani Prodi-Berlusconi. Nel frattempo è accaduto di tutto, una vera e propria rivoluzione nella diffusione della cultura e dell’informazione fino a giungere ai blog di oggi in cui ognuno può essere editore di se stesso. Il fenomeno del marketing politico è apparso prepotentemente nell’immaginario collettivo degli italiani agli inizi degli anni novanta e, piaccia o meno, da aspetto marginale sta sempre più assumendo le caratteristiche di elemento fondamentale nei meccanismi che governano la dimensione politica. Le strategie del marketing vengono quindi applicate, opportunamente adattate, dai partiti e dai loro leaders, nelle proposte elettorali che corrispondono alla vendita di un analogo prodotto commerciale. Si tratta di definire la strategia comunicativa a seconda della tipologia di elettori, il cosiddetto mercato potenziale, per ottenere il miglior

risultato per il prodotto politico. L’enfasi sui bisogni e le aspettative del consumatore-elettore genera effettivamente un avvicinamento tra domanda ed offerta. Di certo, in questo particolarissimo mercato, non esistono ricette buone per tutte le stagioni, ma solo studi teorici ed analisi empiriche che debbono poi, spesso, fare i conti, con la doccia fredda dei risultati elettorali. E’ facile comprendere come il marketing politico derivi oggi direttamente da quello commerciale e ne mutui in parte la terminologia, fatte salve le ovvie differenze dovute alla sensibilità dei comunicatori, alla loro cultura, alla particolare tipicità delle popolazioni cui ci si rivolge. Diverso è anche l’approccio se trattasi di un’elezione del Parlamento o di una consultazione elettorale per il rinnovo delle amministrazioni locali. Non v’è dubbio che la comunicazione politica non dovrebbe ridursi a demonizzare l’avversario, ma basarsi su analisi accurate, su programmi concisi, facilmente comprensibili e controllabili a posteriori. Non c’è bisogno di andare molto lontano per verificare come raramente risponda a questi requisiti. Basta ripercorrere le promesse dei governi di centro destra in tema di liberalizzazioni, mai attuate, o le assicurazioni date da quelli di sinistra sul funzionamento della giustizia. Oppure, facendo riferimento alle cronache degli ultimi giorni, è indicativo ricordare ciò che alcuni amministratori locali hanno promesso sul tema dell’ambiente, e come siano stati poi pesantemente smentiti dai fatti e dai risultati sull’inquinamento di aria, acqua e suolo. Occorre allora cambiare il marketing politico oppure gli uomini che ne abusano snaturandone ruolo e finalità?

Provate ad andare su Google e digitare Yes we can: nella prima delle 34.200.000 pagine web che contengono l’ormai celebre slogan troverete l’omonimo video in cui una serie di giovani americani più o meno famosi, sulle note di un’accattivante melodia, cantano le parole tratte dai discorsi del candidato alle primarie democratiche USA, Barack Obama. Il testo dello speech diventato canzone non può che fare un effetto straniante al disincantato osservatore europeo. Parole come justice, equality e opportunity vengono pronunciate con enfasi accorata e una convinzione vagamente messianica. Nel discorso/canzone si scandisce che nessun ostacolo si frapporrà sulla strada di milioni di voci che in coro reclamano il cambiamento e si risponde ai cinici che mettono in guardia contro le false speranze che: in the unlikely story that is America, there has never been anything false about hope (non c’è mai stato niente di falso nella speranza). Di certo sarebbe curioso sapere quanti americani e quanti europei attratti dal mito Obama conoscano davvero il contenuto delle proposte che danno sostanza alle sue promesse di speranza e di cambiamento. Ma forse questo, come spesso accade nelle campagne per le presidenziali americane, è solo un dettaglio: del resto, se Kennedy venisse giudicato per i risultati concreti ed immediati della sua politica estera avremmo di lui un’immagine assai poco lusinghiera. La forza ed il carisma di Obama, oltre che nella sua storia personale di self made man, testimonianza vivente di un sistema che sa essere davvero meritocratico, sta tutta nel suo linguaggio e in quell’impudicizia che hanno i veri leader quando si mostrano capaci di impugnare in maniera lieve parole gravi, sfidando senza rossore la retorica. Non c’è dubbio che le cose siano diverse nell’Europa più disincantata e cinica, che ha molto meno Hollywood nel suo DNA politico e che mostra maggior understatement, forse perché ha sperimentato la potenziale pericolosità della retorica che incendia le masse. Tempo addietro un leader della sinistra italiana, commentando la figura di Giovanni Paolo II in occasione della sua scomparsa (ed è curioso notare che anche i discorsi dell’allora Pontefice furono trasformati in canzoni), ricordò un suo celebre ammonimento (Non abbiate paura!), asserendo che parole di tale forza evocativa sarebbero risultate stonate in bocca ad un uomo politico. La storia di Barack Obama dimostra invece che la politica, anche a sinistra, può riscoprire il fascino e insieme il peso delle grandi parole. Purché, questo è ovvio, si sia disposti poi a portare il fardello di una ferrea coerenza nel proprio agire, che deve essere ineludibile e necessario contrappunto, se non si vuole svuotare di senso Francesco Borzini anche le parole più coinvolgenti.

Marion Jones, l’atleta americana che ha fatto incetta di medaglie d’oro alle ultime Olimpiadi di Atene, ha restituito i premi vinti ed è stata sbattuta in galera per doping. Ci sono voluti sei mesi per scoprire l’inganno. L’ammissione di colpa non ha ridotto il danno alla credibilità dello Sport. La cronaca di ogni giorno riferisce di scorciatoie prese da atleti per ottenere alte performance, perché solo le prestazioni eccezionali fanno notizia e richiamano le attenzioni degli sponsor. Peccato che nessuno voglia adottare l’unica soluzione capace di stroncare il fenomeno: l’esclusione immediata e definitiva dalle competizioni per chi risultasse positivo agli accertamenti antidoping. Insistendo con sospensioni, multe, o anche carcere si annulla ogni valore formativo dello Sport, si pone in dubbio ogni record raggiunto con sacrificio, si riduce l’interesse per quella disciplina, si allontanano i praticanti seri. Ing. Giocondo Talamonti

alessia.melasecche@libero.it

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NOVECENTO U n secolo tr a M ode rno e Pos tmoder no

L’ultima parte del secolo, con la fine dei totalitarismi (sconfitta del Nazifascismo nella II guerra mondiale, 1989 fine del Comunismo), della guerra fredda, della contrapposizione est-ovest, sono cadute le ultime utopie e la fiducia nella possibilità di rinnovare completamente la società. Di conseguenza, nella cultura occidentale sembra essere venuta meno la capacità di progettare, di costruire qualcosa per l’avvenire. Questo atteggiamento di rinuncia di un progetto di rinnovamento totale che si sostituisse al passato è stato definito Postmoderno. Il termine è stato adoperato in vari campi, dalla critica letteraria, alla sociologia, alla filosofia per designare una serie di fenomeni complessi ed eterogenei, fino a ricevere la sua consacrazione definitiva nel già citato saggio di J. F. Lyotard. Quando sia iniziata la fase postmoderna, è un problema controverso; alcuni ne situano gli inizi nel 1945, con la fine della II guerra mondiale, altri nel 1973-74, con la crisi energetica, altri ancora nel 1989, con la caduta del muro di Berlino. Ancora più controversi so-

Dove trovare

no i giudizi in merito; da una parte i detrattori che considederano il nuovo orientamento culturale come forma di decadimento, di imbarbarimento, di allontanamento dai valori del Moderno, dall’altra i sostenitori che vedono in esso un positivo superamento di ogni illusione di organicità, una demistificazione della modernità ormai sorpassata in nome della libertà creativa. Il Postmoderno, comunque, al di là dei giudizi positivi o negativi che si possono pronunciare, è un fenomeno storico che non si esprime in un solo stile, in una scuola o in una tendenza, ma in un nuovo rapporto tra artista e società che ha caratterizzato gli anni Ottanta e Novanta, in vari ambiti: arte, letteratura, cinema, architettura, musica. Inoltre, il rapido sviluppo delle telecomunicazioni e dei mass media ha messo in discussione il linguaggio e i valori estetici dell’arte, con la conseguente contaminazione con settori della comunicazione pubblicitaria televisiva ed informatica; pertanto, si è ridotta la distinzione tra cultura alta e cultura di massa, omologando il prodotto artistico ad oggetto di commercio in nome dell’apparenza, della vendibilità. Il Postmoderno rinuncia alle grandi certezze del passato, rivalutando l’eterogeneità, la differenza, la frammentazione, l’indeterminatezza, la pluralità dei linguaggi in opposizione alla pretesa di un linguaggio universale con spiccata propensione all’eclettismo. Le coordinate

La Pagina

ACQUASPARTA SUPERCONTI - Viale Marconi AMELIA SUPERCONTI - V. Nocicchia MASSA MARTANA SUPERCONTI - V. Roma NARNI SUPERCONTI - V. Flaminia Ternana ORVIETO SUPERCONTI - Strada della Direttissima PERUGIA SUPERCONTI CENTRO BELLOCCHIO - V. Settevalli RIETI SUPERCONTI LA GALLERIA - V. Micioccoli SPELLO CENTRO C. “La Chiona” TERNI ACI AUTOMOBILE CLUB TERNI - V.le Battisti CARIT - Corso Tacito C O. SE. BAR - Bar ed edicola interni - Ospedale S. Maria INPS - V.le della Stazione LIBRERIA ALTEROCCA - C. Tacito SUPERCONTI CENTRO - V. Faustini SUPERCONTI CENTROCESURE - V. Rossini SUPERCONTI C. COMM. LE FONTANE - V. della Stadera SUPERCONTI CORSO DEL POPOLO - C. del Popolo SUPERCONTI DALMAZIA - P.zza Dalmazia SUPERCONTI FERRARIS - V. Ferraris SUPERCONTI TURATI - V. G. Di Vittorio SUPERCONTI STAZIONE - P.zza della Riv. Francese VITERBO SUPERCONTI - Via Belluno VITORCHIANO SUPERCONTI - Località Pallone

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temporali di passato, presente, futuro tendono a risolversi nell’attualità del tempo presente. A questo proposito, interessante è l’atteggiamento che la cultura postmoderna ha nei confronti della storia e del passato, in genere; mentre le avanguardie novecentesche, in nome della modernità, tendevano a demolirlo, dissacrarlo e perfino a sfigurarlo, il Postmoderno lo recupera, lo cita, lo reimpiega con la compiaciuta consapevolezza, però, che tutto è già stato detto e fatto. Chiaro esempio di ciò è il ritorno del romanzo storico che trova i suoi validi rappresentanti in U. Eco, V. M. Manfredi, autori di opere di grande successo. Il passato, quindi, non va demonizzato, ma è un serbatoio di elementi che è utile recuperare e reimpiegare. Nel campo letterario il Postmoderno destruttura i generi tradizionali per ricomporli in modo nuovo e diverso; i canoni estetici del passato non vengono demoliti, ma si rivaluta il gioco combinatorio delle citazioni e, a questo proposito, vanno ricordati i celebri romanzi di I. Calvino Il castello dei destini incrociati e Il nome della rosa di U. Eco. Pertanto, la letteratura diviene finzione, citazionismo, intertestualità che confluiscono nell’ipertesto, in netta opposizione con la letteratura realistica e neorealistica dell’Otto-Novecento. In questo mutato contesto storico-culturale, anche la funzione dell’intellettuale cambia con il rifiuto dell’impegno politico che aveva caratterizzato il periodo delle grandi utopie rivoluzionarie degli anni Sessanta-Settanta; l’autore si è sottratto all’impegno ideologico di insegnare e denunciare la realtà presente, mirando a soddisfare le esigenze del lettore medio e ad ottenere un largo consenso di pubblico; è il rapporto con quest’ultimo che diventa determinante nella produzione letteraria postmoderna. Nell’ambito dell’architettura si ha la fine della funzionalità, dell’astrattismo modernista, ritornando alla decorazione, all’accostamento di colori diversi, alla combinazione di elementi del passato ed alla citazione di stili differenti, secondo quanto afferma l’architetto ed urbanista P. Portoghesi. Le realizzazioni architettoniche di Ch. W. Moore dimostrano questo cambiamento di tendenza. Pierluigi Seri

Libe rt à n o n è star sopra u n al b ero

La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione. Così recitava una canzone di Giorgio Gaber agli inizi degli anni ‘70. A proposito della partecipazione politica nel nostro Paese, giornalisti, sociologi e politologi hanno versato fiumi di inchiostro per cercare di spiegare una situazione fattuale quanto mai problematica ed intricata. In questo periodo di campagna elettorale capita molto spesso di confrontarsi sulle proprie perplessità politiche e trovare sempre più interlocutori risoluti a non recarsi alle urne. L’astensionismo viene percepito come l’unico mezzo per estrinsecare la propria protesta nei confronti del sistema; diviene un’azione di ribellione verso la politica ed i partiti che sembrano sempre più strumentalizzare le imminenti elezioni per poter proseguire nella logica di lottizzazione delle cariche e delle poltrone, che tanto male ha fatto all’Italia, anziché per costruire un Governo coeso e capace di apportare le riforme strutturali cui il Paese anela. Coloro che sembrano decisi ad astenersi dal voto ritengono che questo sia l’unico modo per esprimere disaffezione per il sistema politico e sono convinti che, comunque vada, le elezioni non apporteranno alcun cambiamento nella disastrata situazione socioeconomica in cui ci troviamo. Pur comprendendo le ragioni di chi ha deciso di non recarsi alle urne il 13 e 14 aprile, non possiamo non criticare quest’atteggiamento che riteniamo tacciabile d’ignavia. Ci sembra troppo facile astenersi dal voto, non prendere alcuna posizione

in merito ai rappresentanti democraticamente eletti, per poi salire sul pulpito e criticare il Governo quando la situazione non procede per il meglio. La partecipazione politica oggi non si esplica più solo con il voto ma ci sono molteplici modalità per esprimere il proprio dissenso o la propria critica alla classe politica. L’astensionismo non è l’unico mezzo per trasmettere un messaggio di protesta al sistema e si potrebbe tranquillamente lottare contro ciò che riteniamo ingiusto senza però venir meno ad un diritto-dovere faticosamente conquistato. Soprattutto le congeneri di chi scrive dovrebbero sentirsi in dovere di recarsi alle urne, anche solo per rendere omaggio a tutte le donne che hanno combattuto, si sono sacrificate o sono morte per permettere loro di recarsi a votare. Le attiviste del movimento ottocentesco delle suffragette hanno versato lacrime e sangue per far sì che le donne ottenessero il diritto di votare e, chi scrive, riterrebbe di vanificare tutte le loro sofferenze non recandosi alle urne. Leggendo alcune biografie di donne appartenute al movimento delle suffragette, quello che colpisce è che, quando manifestavano, si sottoponevano a scioperi della fame o addirittura si suicidavano gettandosi sotto il cavallo del re. Non lo facevano solo per se stesse ma pensando alle donne che sarebbero nate dopo di loro, alle donne del futuro, a noi. Alle prossime elezioni, quindi, che voi siate uomini o donne, rispettate il diritto che i nostri avi hanno ottenuto a fatica per noi e, di qualsiasi colore siate, recatevi a votare e, soprattutto, fatelo preoccupandovi di chi verrà dopo, piuttosto che delle vostre esigenze contingenti. Claudia Mantilacci


L’insostenibile sviluppo

Anni ’70: il Prof. Francesco Antonini, padre della Gerontologia italiana, maestro del mio maestro (quel Dottor Pietro Valdina, riferimento umano e culturale, che guida ancora i nostri passi nell’assistere gli anziani) affermava che gli extracomunitari non dovevamo respingerli, ma accoglierli ed educarli, perché l’assistenza dei nostri vecchi sarebbe dipesa da loro. Era un ragionamento da umanista e da persona di buon senso, non la proiezione scientificamente impeccabile di un economista o di un sociologo ed infatti… Anni 2000: è esattamente quel che è accaduto. Ma a quale prezzo? La moderna struttura della famiglia nucleare (marito e moglie che lavorano tutto il giorno, figli disseminati - a seconda dell’età - all’asilo nido, nella scuola materna, in inutili tempi prolungati occupa-pomeriggi, o in aree di sosta deculturalizzate, ma profondamente supportate da scelte multiple di tossicodipendenze legali ed illegali alienazione, fumo, alcool, psico-farmaci, sostanze varie) non ha spazio per gli anziani. Ma gli anziani di spazio ne hanno in abbondanza, per certi versi: possiedono un’abitazione, una pensione e tanto tempo da occupare. Ecco come si risolve il loro problema: si trova una badante. La pensione non basta per mantenerli tutti e due? Si chiede l’indennità di accompagnamento e si costituisce il gruzzolo per pagare la badante. Ma il Prof. Antonini aveva detto che gli extracomunitari non dovevamo solo accoglierli per trasformarli in assistenza a buon mercato per gli anziani: aveva detto che dovevamo pure educarli. E così i nostri vecchi (o gli anziani fragili, come piace chiamarli alla geriatria d’oggidì), con disturbi di memoria più o meno vistosi, con stati di coscienza più o meno precari, si trovano a dover interagire con persone che non parlano la loro lingua, che non tengono conto delle loro tradizioni, né delle loro paure.

Avete mai sentito cosa dice un vecchio della persona che lo accudisce? Magari qualche volta se ne innamora e farebbe carte false per sposarsela (patetici ottantenni perdutamente innamorati di robuste contadinotte dell’est con meno della metà dei loro anni). Oppure si instaura un rapporto più normale: Quella? Ma mica capisce niente! - Di dov’è? Ma che ne so, parla ostrogoto! - Fra lei e il marito non se sa quanto bevono! Perché, si sa, i nostri vecchi, quando non sono sporcaccioni sessuomani, privi di coscienza del penoso stato d’involuzione del loro ex sparviero, sono pure razzisti! Personalmente, da quando ho cominciato ad occuparmi della salute degli anziani, ho percepito la netta sensazione di trovarmi a gestire una popolazione, a dir poco, di serie B. Ma mi chiedo: accetteremmo mai che nostro figlio di uno-due anni, all’asilo nido, fosse accudito da un’educatrice dell’est che non parla italiano o che coniuga tutti i verbi all’infinito, come i cannibali delle barzellette? E la nostra coscienza è davvero a posto a vedere un vecchio zio rifiutare un’orribile (per noi!) minestra di cavoli, di cui abbiamo sentito la puzza fin dalla tromba delle scale, e preferire di andarsene a dormire a stomaco vuoto? O prendere atto del povero papà che s’è svegliato di notte quando la sua mano non ha trovato accanto a sé il calore del corpo della moglie e si è messo a piangere e a cercarla, chiamandola Mamma perché è anche rimbambito abbastanza da sbagliarsi, oltre che da non ricordarsi che è morta da dieci anni? E come facciamo a non sentirci ancora più rimbambiti noi (superficiali correggerebbe, forse, il sociologo di prima) da stare a sentire Papino tanto agitato, urlato tutta notte, cercava sua mamma e da correre dal medico per fargli dare un bel po’ di gocce di Serenase per parkinsonizzarlo e rimbambirlo ancora meglio? Ma stiamo ai fatti. La pacchia della coscienzanon può durare in eterno. Gli economisti non ce lo dicono perché non è politically correct, ma le nostre saccocce sì. Se è vero che due famiglie italiane su tre non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese col loro stipendio, come farà un pensionato a continuare a permettersi di pagare più di mille euro al mese per la badante? La pensione di milleduecento euro è quel che si ritrova un lavoratore che poteva permettersi uno stipendio di due milioni e mezzo di lire al mese (un gran bello stipen-

dio, quando lavorava!). Ma oggi? Il susseguirsi di un governo più inetto e disonesto dell’altro, ha fatto sì che andassimo incontro ad una delle più colossali truffe della storia dell’umanità. Ci hanno fatto acquistare, a quasi duemila lire l’una, tante belle monetine da un euro e, appena ce le siamo messe in tasca, si sono ricordati di dirci che, quando le saremmo andate a spendere, le belle monetine ne valevano solo mille di lire. Quanti anni di contribuzione ha versato, col suo lavoro, un onest’uomo per ritrovarsi una pensione da un milione e duecentomila lire invece che da due milioni e trecentomila? Per scordarci di avere dei genitori da accudire, abbiamo assoldato un esercito di mercenari, che oggi non abbiamo semplicemente più i soldi per pagare. Li abbiamo fatti venire a vivere con noi costringendoli a condizioni di vita e di lavoro assurde (baracche lungo i fiumi, brandine di fortuna, da 12 a 24 ore al giorno di lavoro per 5 o anche 7 giorni alla settimana, sempre pagando, s’intende), oppure chiudendo tutte e due gli occhi delle nostre coscienze miopi, quando li accudivano oltraggiosamente i vecchi. Eravamo convinti che noi fossimo tanto ricchi e loro tanto poveri… E pensare… i vecchi hanno un’abitazione, una pensioncina e tanto tempo libero. Finché il padreterno gliela mantiene, hanno una memoria personale di fatti storici privati e pubblici che scomparirà con la loro morte, se non verrà tramandata a nessuno. Ma che sciocco! Pensate che mi veniva da riflettere che gli anziani, oltre alla pensioncina che non basta più per pagare la badante, avrebbero persino potuto avere un ruolo sociale importante. Una volta i figli stavano con i nonni che li educavano quando i genitori non c’erano, gli raccontavano favole quando i genitori non avevano tempo, o non se le ricordavano più. Riversavano sui nipoti tutto l’amore che non avevano potuto riversare sui figli (quella famosa ruota che gira!). Ed i nipoti, si sa, cresciuti con amore, magari avevano qualche occasione di più per imparare loro stessi ad amare e diventare cittadini migliori. Ma è meglio chiudere qui con i miei sogni ad occhi aperti, perché, dopo aver fatto giustamente scompisciare economisti e sociologi, non faccia morire dal ridere anche comuni adulti più o meno alfabetizzati. Dott. Stefano Moroni… cittadino ternano

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p i a c e r e

Da soli con noi stessi come stiamo? Sembra che il male del secolo sia la solitudine. Si tratta della solitudine emotiva in cui crescono i bambini occidentali: con i genitori fuori al lavoro, spesso senza neanche un fratellino, trascorrono ore davanti alla TV o in compagnia della Play Station. La solitudine dell’adolescente: nell’età più ricca di conflitti interiori e di trasformazioni esteriori di fronte ai quali spesso mancano punti di riferimento, di contenimento emotivo da parte dell’adulto significativo, il ragazzo si trova solo con i suoi drammi. Poi c’è l’adulto: sempre più vittima di se stesso e delle proprie paure, egli perde il timone della propria vita perché è solo dentro. Infine gli anziani, soli per le leggi della società odierna. Trattiamo le parti di noi che non ci piacciono con rispetto e con affetto, oppure con rabbia o disgusto e rifiuto!? Perché, nel primo caso abbiamo buone chances di migliorarle, oppure di imparare a gestirle più serenamente. Nel secondo caso avremo dei sintomi negativi (ansia, inquietudine, rabbia, ecc.), e quelle stesse parti saranno dei giganti rispetto a noi e degli avvoltoi che ci perseguiteranno. Evitare, negare possono essere soltanto utili strategie provvisorie, usate consapevolmente dalla persona nell’intento di giungere ad altre soluzioni più adeguate. Come possiamo riuscire ad amare ciò che non ci piace? Rendendoci conto che odiarlo lo amplifica e gli dà più potere e per amarlo ci si può ispirare a come si vuol bene ad un figlio oppure a come desidereremmo essere amati! Quando capita che ci si stupisca negativamente di se stessi è positivo accettare quanto emerso e, al limite, interrogarsi sul perché e cosa l’hanno causato. Quanto più si è giudici implacabili di se stessi, al contrario, tanto più si è portati ad essere rei e recidivi. Non una assoluzione passiva, bensì una presa di coscienza e di responsabilità che attivamente deve far operare verso il rimedio, verso il migliorarsi. Altrimenti stazionare nell’autoaccusa, o nell’accusa degli altri, diventa un alibi per non impegnarsi al cambiamento. Il complesso di inferiorità e il suo alter ego di superiorità hanno lo stesso epilogo. Chi si sente sempre e comunque inadeguato (o inferiore) ovviamente soffre per tale condizione, ma ciò gli consente anche di poter non fare nulla o poco nella vita. D’altra parte, chi in sé ammette solo successi, finisce più facilmente nel crollo dell’idea di sé, o addirittura egli può agire in difesa come chi si sente inferiore, per evitare il rischio di un insuccesso. Ciò che di noi apprezziamo spesso lo diamo per scontato, commettendo così l’errore di trascurarlo, di non allenarlo e di oscurarlo, fino a non sapere più se o dove è finito. E’ un buon esercizio quello per cui ogni volta che pensiamo ad un aspetto negativo della nostra persona dovremmo trovarne o ricordarne altri due positivi. Vedere il bicchiere mezzo pieno per molti coincide con illudersi, mentre è aderire alla vita e concedersi il contatto con le emozioni ed i sentimenti. Chi lo vede mezzo vuoto spesso lo fa pensando che se va male, c’ero preparato; se va bene,… tanto meglio. Ma ciò intanto riduce sensibilmente il piacere e può giocare un ruolo nel determinismo degli accadimenti. La formula magica sta nell’accettare di non essere perfetti né onnipotenti, e riappropriarsi così del proprio potere di incidere sugli eventi. Quando sono solo, e leggo, guardo la TV, mi riposo, passeggio…, devo ricordarmi che in realtà ho sempre con me un compagno di viaggio che stimo, che rispetto, che amo. E che perciò sarà portato a fare altrettanto con me. Come diceva P. Coelho ne “L’Alchimista” (1988): Quando desideri una cosa, tutto l’Universo trama affinché Dott. Claudia Cardinali tu possa realizzarla. Psicologa Psicoterapeuta - Esperta in Sessuologia Clinica

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L’ E t e r n o B e n e d i c e n t e e l e S a n t e Ve r g i n i M a r t i r i La Provincia di Terni per la cultura

Qualsiasi tipo di approccio con qualsivoglia forma artistica rappresenta un evento eccezionale ed in qualche modo magico in quanto riesce a stabilire un dialogo, un rapporto al di là e al di fuori del tempo e dello spazio. Il restauro, proprio per le sue caratteristiche peculiari, ne è senz’altro una delle forme più intime e dirette. Il termine di derivazione latina (re-stauro, come refacio, re-stituo) divenuto poi nel gotico re-stiryan, ha assunto nel tempo, a seconda del momento storico, connotazioni ed accezioni diverse che vanno dal primitivo consolidare, rinsaldare, al concetto di manutenzione fino all’ottocentesco aggiornamento, adattamento al gusto del tempo causa a volte di danni irreversibili per tantissime opere d’arte. Oggi con il restauro si tende a restituire, attraverso accurati ed attenti studi storici, sociologici oltre che tecnici, l’opera d’arte allo stato primitivo conservando, ove possibile, le tracce degli interventi successivi e, ben distinti e riconoscibili, gli apporti contemporanei delle parti perdute. Così si esprimeva tempo fa un noto restauratore di opere pittoriche durante un’intervista, nel manifestarmi la sua grande passione per la sua professione: ... il restauro di un’opera d’arte, al di là del mero

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La Provincia di Terni per la cultura

intervento tecnico basato su un’ accurata ricerca storica e scientifica, è un po’ come far rivivere l’autore o meglio è immedesimarsi in lui, farsi possedere e, attraverso le forme, i colori, le stesse prospettive, essere compartecipi di sensazioni, passioni, travagli e stati di grazia dell’autore, del suo messaggio e del suo tempo senza mai cadere, durante l’intervento, nella tentazione di sostituirsi a lui integrando magari le parti mancanti. E’ grazie al restauro che tornano prepotentemente di attualità opere d’arte che raccontano il trascorrere dell’esperienza dell’uomo e del suo sentire attraverso una rilettura a volte prettamente restitutiva, altre una scoperta delle pagine che il tempo vi ha sovrapposto. Anche per Jacobus Siculus Jacopo Siculo a Ferentillo questo particolarissimo miracolo ha riportato al suo antico splendore l’affresco raffigurante l’Eterno Benedicente e le Sante Vergini Martiri presente nella Chiesa Colleggiata di S. Maria a Matterella di Ferentillo insieme all’altro affresco, prossimo a restauro, S. Antonio Abate sormontato da un tondo di Madonna col Bambino, restituendo sensazioni, pathos, emozioni che il tempo aveva coperto con la sua patina inarrestabile. E’ stato così possibile recu-

perare e restituire alla storia il messaggio di questo siciliano Giacomo Santoro da Giuliana (PA) che, venuto in Umbria per sfuggire, come altri allievi di Raffaello, al sacco di Roma del 1527, è riuscito a fondere il calore tipicamente mediterraneo, testimoniato da una crescente nostalgia per la sua terra, con lo spirito ascetico, lo stile romano raffaellesco e lo spiritualismo tipicamente umbro del Perugino e dello Spagna, a far suo, specie in queste due ultime opere, quel particolare connubio tra classicismo rinascimentale e manierismo. Dal settembre scorso, giorno della inaugurazione, è stato più facile apprezzare a pieno la delicatezza e la precisione di quei piccoli minuziosi particolari che arricchiscono la pregevole ghirlanda che fa da cornice all’affresco restaurato dove sono tornati a gorgheggiare i passerotti con i loro toni caldi e melodiosi, insieme alla civetta ed ai grilli, a profumare le rigogliose e turgide melograne dischiuse, i tralci d’uva, i pampini ed i fiori dai tenui

colori autunnali tipici del Girlandaio, simboli e allegorie significanti di un messaggio iconografico restituito nella sua originalità ad un attento lettore. Il volume, curato da Carlo Favetti per la Associazione Culturale Cybo Malaspina, presentato nella serata del 21 gennaio ultimo scorso presso la Sala Capitolare dell’Abbazia Ducale di S.Pietro in Valle Suppegna di Ferentillo alla presenza di Bruno Toscano storico dell’arte, professore emerito della Università Roma Tre, del dott. Tiziano Fabiano Fogliari Zeni Buchicchio archivista, ricercatore e storico cui si deve l’attribuzione al Siculo di due affreschi presenti nel Viterbese datati 1517, della dott.ssa Patrizia

Liberati critico letterario, storico-ricercatore, oltre alle autorità locali nelle persone del Sindaco di Ferentillo, del dott. Pastura in rappresentanza degli assessori alla cultura della Regione e della Provincia, dei Sindaci e rappresentanti di numerosi comuni della Valnerina e di un attento e partecipe pubblico, contribuisce a dare degna testimonianza di questo splendido lavoro attraverso una utilissima ed apprezzabilissima divulgazione. Con questa pregevole edizione, notevole anche a livello editoriale, si è data l’opportunità anche al pubblico dei non addetti ai lavori di apprezzare nel dettaglio il magnifico lavoro di restauro che è stato portato a termine dallo staff di Donatella Bonelli grazie al contributo della fondazione Carispo. Per chi apprezza l’imperitura possibilità di rapporto dialettico e di introspezione che, al di là del tempo e dello spazio solo l’arte offre (Flobert diceva: fra tutte le menzogne l’arte è quella che mente di meno) la pubblicazione di questo volume rappresenta qualcosa di più di un mero catalogo. Sfogliandone le pagine, dopo aver ripercorso la vita e le esperienze artistiche e umane di questo siciliano catapultato nella nostra ascetica regione, riusciamo a cogliere e recepire a pieno la freschezza ed il messaggio serenante degli affreschi attraverso cui l’autore riesce a condurci fuori dalla inquietudine contemporanea. Encomiabile, senz’ombra di dubbio, la passione, l’amore e l’impegno della associazione culturale Cybo che già da molti anni, anche grazie alla sensibilità dimostrata

dalle autorità locali, è riuscita a promuovere una serie di lodevoli iniziative. E’ proprio grazie alla iniziativa dei singoli, delle piccole realtà locali, delle associazioni culturali - ha rilevato il professor Bruno Toscano chiamato a presiedere la conferenza di presentazione - che si è riusciti spesso a preservare e valorizzare tesori artistici di indubbio valore e restituirli all’attenzione del territorio a dispetto della ormai cronicizzata carenza di fondi che le istituzioni mettono a disposizione per la cultura in genere malgrado l’innegabile richiamo turistico rappresenti una delle maggiori risorse economiche di cui il nostro paese dispone. In tale ottica la pubblicazione di questa stimolante edizione testimonia, ancora una volta, la volontà di rileggere in modo più che degno una pagina della storia locale, attraverso la riscoperta dei suoi tesori nascosti nella consapevolezza che ogni forma artistica di un popolo è specchio fedele della sua mente e del suo cuore e perciò stesso assume una profonda valenza socio-culturale, rappresenta un ulteriore tassello di quell’arduo e appassionato lavoro di recupero della storia, della cultura, delle radici che Ferentillo ed i suoi innamorati estimatori stanno attuando da anni, convinti che è proprio nella storia, nella cultura, nell’arte e nelle tradizioni tramandate da chi ci ha preceduto che possiamo trovare l’humus per il nostro futuro indispensabile per costruire sulla roccia evitando di perdersi nell’allettante turbinio del vacuo. Patrizia Liberati


Un treno per Auschwitz 27 - 31 gennaio 2008

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Ora sono una testimone Historia magistra vitae Abbiamo sentito questa frase ripetuta centinaia di volte, nei modo più disparati. Tuttavia sono dell’idea, alquanto discutibile lo ammetto, che la storia sia maestra di ben poche cose e credo ancora meno che sia l’antidoto contro il ripetersi di certi errori. La dottrina dell’intellettualismo etico, che basti conoscere il bene per attuarlo automaticamente è, e lo dico con rammarico, un mero scudo di indifferente perbenismo o di inguaribile fiducia negli uomini, fiducia che, da parte mia, non è affatto incondizionata. Perciò mi chiedo a poco più di dieci giorni dal 27 gennaio, giornata della memoria, se ricordare la storia, solo ricordarla, abbia veramente ancora senso, se possa servire veramente a qualcosa, o meglio, a qualcuno. È indubbio poi che le nostre grasse coscienze escano gratificate dalla buona azione del ricordo, per lo più ridimensionata, se va bene, a poche ore. La pancia però brontola, affamata di emozioni, la testa è assetata di conoscenza. Il rischio è quello che si corre ogni qualvolta che un grande evento, una strage, piomba sulle nostre vite scandite dall’orologio del futuro. Così la Shoah, i campi di sterminio, gli uomini avvizziti con la pelle attaccata alle ossa, vengono a farci visita il 27 Gennaio come i fantasmi del Natale passato. C’è in prima serata il colossal strappalacrime, accuratamente custodito per questo giorno, per far girare quello che in fondo è diventato un business macabro ed irrispettoso. Poi ci sono, da qualche anno a questa parte, gli spot pubblicitari a tema, che esortano al ricordo, riproponendo le solite patetiche immagini di repertorio. Ma nessuno ricorda in questo modo. Pochi sanno e ancor meno, forse nessuno, comprende. Nella società dell’immagine, dei forti ma effimeri

impatti emotivi, ci è difficile, per non dire noioso, ricordare qualcosa che non abbiamo visto, che non abbiamo vissuto. San Tommaso insegna: se non vedo non credo. La maggior parte dei giovani dalla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni tipo di rapporto organico con il passato storico del tempo che essi vivono: è così che va, come scrive Hobsbawn, e le soluzioni sono ben poche. Io, per ricordare, per poter essere in futuro prossimo testimone di qualcosa che non sia un film o una conferenza, il 27 gennaio ho fatto una scelta. Noi ragazzi della provincia di Terni, noi trentasette giovani scapestrati, abbiamo ricordato così: partendo. Per Auschwitz. Cracovia dista oggi ventisette ore di treno da Terni. Poco, pochissimo, considerati gli undici giorni di viaggio cui erano costretti i deportati, stipati come maiali da macello in vagoni merci. Non eravamo preparati, almeno non sul piano emotivo, non eravamo neanche lontanamente pieni di impulsi caritatevoli e di slanci appassionati in difesa degli ebrei e degli sterminati. Partivamo e basta. Questo il mio primo ricordo: l’ingenua ignoranza, la spensierata allegria di trentasette ra-

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Un treno per Auschwitz, giunto alla sua terza edizione, è un pellegrinaggio civile ad altissima risonanza intellettuale ed emotiva, che ha coinvolto questo anno, con altre scuole della provincia di Terni, anche il Liceo Tacito. Sei studentesse dell’ultimo anno e un’insegnante sono partite il 27 gennaio, giornata dedicata alla memoria della Shoah, per un viaggio che, dopo 27 ore, le ha portate ad Auschwitz - Birkenau, il nucleo del sistema concentrazionario nazista per lo sterminio degli Ebrei dell’Europa occidentale. E se per l’insegnante il viaggio ha costituito una tappa ulteriore nell’elaborazione del lutto patito quando, giovane adulta, tra lo sgomento della ragione e la pena del cuore, s’è confrontata davvero per la prima volta con il problema Auschwitz, per le ragazze è stato qualcosa di più immediato e lacerante, che la preparazione preliminare aveva potuto solo vagamente tratteggiare, qualcosa nel quale disperazione e speranza, patimento e letizia, squallore e bellezza sono risultati strettamente intrecciati, rendendole, come hanno scoperto di desiderare con forza, testimoni per sempre. Prof.ssa Marisa D’Ulizia

gazzi. Ma le cose cambiano in fretta, questo almeno l’historia ce lo insegna bene. Del 29 gennaio, delle visite ai campi, ora come ora, ho un’esplosione devastante di ricordi. Terribili e bellissimi. Ho visto i sei milioni di sterminati, ho visto i numeri, le tabelle, gli schemi trasformarsi in immagini vere, vivide. Mi rivedo davanti agli occhi, come stampate col fuoco, le foto, tra quelle che i nazisti sequestravano dalle valigie dei deportati, di Rosa Rocrovitch. Era bella, bellissima e allegra, su quel pannello enorme a Birkenau, tempestato di immagini vecchie, in bianco e nero, eppure accese di quel non so che di vitale che sembrava dare colore alle cose, alle persone. Invece poi ad Aushwitz 1, nei lunghi blocks disseminati delle foto inumane degli schedari, non sono riuscita a ritrovare il volto di Rosa. Non avrei potuto, credo. Bestie spaurite mi fissavano con gli occhi sgranati all’impossibile, dalle anonime cornici. Gli avevano davvero tolto tutto: la dignità, le scarpe i vestiti, anche i capelli. Ce ne erano a montagne, nelle stanze del block adibito a museo, di capelli, scarpe, occhiali, vestiti, protesi, da far venire la nausea al solo pensiero che un tempo erano appartenuti a persone

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reali. In carne ed ossa. C’erano, le ricordo benissimo, un paio di piccole ballerine rosse, da bambina, in mezzo agli scarponi da operaio e da contadino, tra le scarpe eleganti di signore benestanti. E c’era una treccia lunghissima di capelli biondi…avvicinandosi, anche attraverso il vetro della teca, si poteva ancora sentire l’odore del cyclon B, il gas usato nelle docce, che pizzicava le narici. Ricordo poi a Birkenau la sensazione, sconosciuta prima, delle lacrime che quasi congelano sugli occhi. E il freddo. La landa sterminata, grigia, marcia, fangosa. E le baracche che sembravano non finire mai…dieci, venti, cento. Non ho mai provato tanto freddo in vita mia. Per fortuna non ero sola. Per fortuna qualcuno più forte di me mi ha teso la mano e le lacrime si sono arrese al gelo, mentre le luci delle nostre fiaccole commemorative, le luci della nostra speranza, mi vorticavano davanti agli occhi come lucciole impazzite. Ardevano illuminando la fredda notte polacca. E finalmente ho sorriso. Ne ho altri di ricordi veri, alcuni molto più squallidi di questi, alcuni molto più belli. Preferisco di gran lunga questi al freddo e distaccato ben pensare di chi si affaccia prepotentemente nella mia vita e punta il dito urlando Ricorda! Preferisco le mie lacrime, forse patetiche, ma più forti di qualsiasi altra cosa, e le mie foto un po’ sfuocate, un po’ tagliate e un po’ storte. Ora sono una testimone. A modo mio ho il potere di cambiare qualcosa nella vita di qualcuno, semplicemente raccontando quello che ho visto, quello che so, quello che ho provato. Credo che l’obiettivo del viaggio sia stato raggiunto. Un treno per Auschwitz non si può fermare. Forse non lo farà mai, anche grazie a me. Per fortuna. Sharon Sabatini Industria per la zincatura a caldo www.siderzinco.it

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L I C E O

L i c e i

S C I E N T I F I C NARNI O

Tante volte mi è stato chiesto: Giulia, hai mai avuto paura? c’è qualcosa che ti intimidisce? Pensandoci bene, sì. Credo proprio di aver paura della solitudine: timore di dover un giorno voltare lo sguardo intorno e non vedere nessuno; o meglio.. vedere indifferenza. Penso proprio che sia la sensazione più desolante.. Allora sì che avrei paura. Paura nel sapere di essere da sola, senza parole amiche, senza una spalla su cui poggiarmi nei momenti di stanchezza, senza volti familiari.. Forse è un po’ come una stella.. vederla da sola nell’immensità del cielo non avrebbe senso. E così per il mosaico: con una sola tessera non si potrà mai realizzare un disegno. Perchè, proprio come disse il grande Alphonse Allais: la vita più è vuota e più pesa. Giulia Venanzi VD

L I C E O

D O N AT E L L I

S C I E N T I F I C O

Fin dai tempi antichissimi l’uomo ha vissuto immerso nel mondo delle paure che, grandi o piccole che fossero, hanno caratterizzato l’evoluzione della mente e del carattere della specie umana. La magia, la paura della fine del mondo, i fenomeni naturali, le bestie feroci… queste sono solo alcune delle tante angosce che tormentavano l’uomo del medio evo... In quel periodo le condizioni di vita erano davvero precarie: si aveva il terrore di essere uccisi in battaglia o da malviventi; le stesse condizioni igieniche, assai precarie, suscitavano più di una preoccupazione; i fenomeni naturali rappresentavano una punizione divina e, quando l’anno nuovo era alle porte, si temeva sempre la fine del mondo. Col passare dei secoli, l’uomo finì coll’acquistare maggioresicurezza grazie alle grandi scoperte che permisero di migliorare le condizioni di vita.

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... Così lacrimosa mi sono voltata verso mia madre, lei, sofferente per ciò che stava per dirmi, raccontò che i genitori non muoiono mai. Penso ancora a quando credevo nella staticità e sicurezza della vita, a quando un compito ben fatto poteva darmi la sicurezza che oltre non ci fosse altro, ma nel vedere sfumare i colori di questa effimera vittoria e capire che le pianure verdi su cui avevo costruito il mio bastione sono sabbie limacciose e dense... e le gatte nel giardino crepano per le troppe maternità, comprendo che la mia paura risiede nella consapevolezza di essere inghiottita con le anime a me care in un decadimento progressivo. La morte è intorno a me, a noi, mia nonna diceva di scorgerla in fondo al letto prima di essere risucchiata.

La nera signora ci sfiora con le sue labbra livide intenta a studiare il modo per infliggerci il colpo finale; così mi arrovello nell’intento di prevedere le sue mosse... osservo con meticolosità i gomiti dell’altra mia nonna impegnata a rassettare la

Nascono le prime città, le prime vere organizzazioni collettive, con lo scopo di aiutarsi l’un l’altro per vivere meglio. Ma la migliorata organizzazione degrada presto, a causa della smodata bramosia di alcuni uomini. Questa può essere considerata la prima causa dell’insorgere dell’ingiustizia e di conseguenza dei pregiudizi sociali e razziali... Nonostante l’uomo progredisca mentalmente, la società ancora galleggia in questi gravi problemi e, di conseguenza, l’uomo vive nelle sue paure, ma, quando le nega a se stesso o non le riconosce, esse vengono nascoste negli angoli più bui della mente ed il loro effetto è ancora più nefasto in quanto sconosciuto. La paura affligge e spesso domina tutti gli aspetti della nostra vita: il parlare, il lavorare, il mangiare, il porci in relazione… Solo di recente ho riconosciuto quanto profonde siano le mie paure, quanto lo fossero state da sempre. Molte volte, quando siamo tra amici o quando ci troviamo in particolari situazioni in cui l’onore, la spavalderia, il menefreghismo prendono il controllo sulle nostre vere virtù, esclamiamo: Io non ho paura di niente!!... chi ha

paura è un codardo!! Proprio con l’intento di allontanare quelle emozioni da cui invece sappiamo essere dominati! Queste affermazioni ci ricollegano alla situazione iniziale, alla diversità tra uomini, all’inizio delle classi sociali, che noi tutti credevamo ormai tramontate e invece sono ancora del tutto presenti. Sostengo il valore educativo dei film: essi fanno riemergere in noi tutte le sensazioni ed emozioni legate ad una certa azione; ci fanno piangere, ridere, riflettere e, molte volte, ci impauriscono, o meglio, fanno riemergere in noi il lato debole. Vedendo un film mi rendo conto delle mie fragilità, delle mie insicurezze… mi rendo conto di quanto sia meschino questo mondo e, nel mio piccolo, cerco di non commettere gli stessi errori tentando di migliorare le cose.

cucina mentre il viso pingue di mio fratello mi fa desiderare di essere ancora bambina: un’illusa che crede ancora a bugie dette per troppo amore. La morte si nasconde nelle sottane consunte

Jacopo Feliciani

delle vecchie sedute a messa che coralmente recitano il rosario, nei fondi di bicchiere, nelle ossa consunte dalle artrosi, nell’alito dei cani. So per certo che in questo momento sto vivendo e così anche mio padre, mio fratello, mia madre... sto scrivendo terribili pensieri che non sono folli elucubrazioni, ma uno spaccato dell’esistenza che mi aspetta (purtroppo). In fondo vorrei solo giorni lieti, di un eterno presente, svegliandomi la mattina di Natale, scendendo dal letto in un continuo 25 Dicembre, in un eterno ritorno del ricordo più bello, quando ho scoperto che i genitori non muoiono mai. Morirò anche io, narrerò ai miei figli storie che non contengono demoni, ma solo favole di luce con le quali potranno consolarsi come faccio io con un 25 Dicembre che accade una sola volta nella vita. Eleonora Menicacci 4A

GANDHI - NARNI 7 marzo 2008 Giornata della scienza 3° edizione Convegno 9,00 - 13,00 presso l’auditorium della SM L. Valli di Narni, sul tema: Le nanotecnologie: piccolo mondo, grandi risorse. Interverranno come relatori: il Prof. G. Capellini, del Dipartimento di Fisica dell’Università di Roma Tre, che introdurrà il tema delle Nanoscienze e Nanotecnologie; il Prof. J. M. Kenny, della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia, che parlerà delle principali applicazioni; il Dott. M. Quartini, responsabile dell’Unità Fegato-Medica dell’Azienda Ospedaliera S. Maria di Terni, che illustrerà le applicazioni alla diagnosi e terapia dei tumori epatici. La partecipazione di studenti, docenti e cittadini interessati è libera e ben accetta. Gara a squadre di m a t e m a t i c a I MATEMATTI 14,30 - 18,00 presso il Palazzetto dello Sport annesso all’I.I.S. Gandhi, tra le rappresentative delle scuole superiori umbre, per selezionare le squadre che parteciperanno alla Gara Nazionale.

Molte sono le paure dell’umanità. Ad esempio l’inizio di un terzo conflitto mondiale con l’utilizzo di ordigni atomici. Purtroppo questo pensiero non è infondato poiché i rapporti internazionali tra gli Usa e la Russia sono oggi tornati più che mai tesi, a causa anche dei nuovi scenari politici che riguardano la fondazione di un nuovo stato indipendente: il Kosovo. Ancora oggi la pace è mantenuta, almeno per quanto riguarda l’Occidente, dal cosiddetto equilibrio del terrore, essendo l’umanità consapevole che l’inizio di un conflitto nucleare provocherebbe un vero e proprio sterminio. Altro motivo d’angoscia è quello del terrorismo che, dopo l’11 settembre 2001, sembra essere attivo più che mai, soprattutto quello di matrice islamica. Personalmente ritengo che se queste popolazioni, da cui i terroristi provengono, sono arrivate a tanto, deve esserci un motivo e di questo devono ritenersi responsabili anche i paesi occidentali e, in particolare, gli Usa. Un forte motivo di attrito tra le civiltà può essere individuato nella mania di esportare, attraverso la globalizzazione, un unico modello di vita, quello

occidentale, minando così la diversità delle civiltà e dei loro valori. La globalizzazione tuttavia, sotto alcuni punti di vista, è anche un bene (può portare molte risorse, sia alimentari che energetiche a paesi in via di sviluppo), ma non deve diventare il mezzo usato per imporre un unico modello di vita! Infine, negli ultimi tempi si sta parlando molto dell’inquinamento e dei danni che questo potrebbe provocare. Fortunatamente a me sembra che le varie nazioni stiano prendendo sempre più in considerazione l’urgenza di fare qualcosa di concreto, ad esempio attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili e il progressivo abbandono dei combustibili fossili, maggiori responsabili dell’effetto serra. Penso poi che tutte queste mie paure potranno essere risolte dalla mia generazione e da quelle future, con grande impegno di ognuno. Ritengo infatti che tutti noi possiamo dare il nostro piccolo, ma indispensabile, contributo per salvare questo magnifico e vario mondo e possiamo salvarci attraverso il rispetto, la cooperazione e la conoscenza, eliminando ogni forma di violenza e di incomprensione. Alessandro Pioli

L E M I E P A U R E


La paura della normalità Crescere è anche scoprire che non farai l’astronauta. Il bambino è sempre e comunque speciale e l’unica verità che gli viene offerta è quella della sua indiscutibile unicità. Ed effettivamente il bambino è totipotente e la scuola, all’inizio, tende a livellare le differenze e a far sentire ottimo chiunque. Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza pone dinanzi ad un qualcosa di spaventoso e fino ad allora ignorato: l’esistenza dei limiti. L’onnipotenza è negata, l’adolescente o il quasi tale viene messo di

fronte a cose che non è in grado di fare, di capire, livelli che non è in grado di raggiungere. I confini che non può superare diventano sempre più definiti con il passare del tempo. C’è chi, ed è forse il caso meno favorevole, ha abbastanza luce da vedere con chiarezza il proprio buio e può rendersi conto di tutto ciò che gli è negato. L’adolescente che prende consapevolezza del proprio essere uno qualunque vive un momento di vero e proprio smarrimento. La paura della mediocrità diventa paura

degli effetti della propria mediocrità: idea della vita piccola e grigia dalla quale, apparentemente, hanno diritto di fuggire solo gli uomini straordinari. Il futuro che si prospetta è tutto quello che si è rifiutato, tutto quello che ci si era ripromessi di non diventare. Sembra necessario raggomitolarsi nella vita borghese perché non si è speciali come si era creduto.

Da Platone a noi, una sola paura

L E M I E P A U R E

Dante, nella Divina Commedia, è smarrito in una selva buia. Tre fiere feroci, una lonza, un leone e una lupa, simboli della lussuria, della superbia e dell’avarizia, gli impediscono la fuga. Il poeta dice di essere afflitto da tanta paura da sentir tremare le vene e le arterie. Ma oggi quali sono le paure che ci tormentano, che ci tengono imprigionati nel buio di un bosco? Io temo di rimanere chiuso in ascensore, di sbagliare un

compito in classe, di perdere un’amicizia. Ma c’è qualcosa di ben più grande che mi fa tremare: è l’idea di non sapere quello che verrà dopo la morte del corpo. Più di duemila anni or sono Pitagora, Socrate, Platone si interrogavano sui problemi esistenziali. Gli stessi problemi, abbattuta la grande barriera del tempo, si presentano a noi e, con l’insolenza che li distingue, continuano a tormentarci.

La paura è benefica perché serve ad avvertire un pericolo. Non lasciarsi paralizzare, saper opporre adeguati provvedimenti è dell’uomo accorto e coraggioso. Non rendersi conto dei pericoli e vivere nell’ignoranza e nella miopia è realmente pericoloso. Non sono, questi, giochi di parole: la vera paura di tante persone lungimiranti nella storia italiana è stata quella di rimanere inascoltati, isolati e di essere capiti troppo tardi. Allora le vere paure ancora oggi sono quelle connesse al pericolo di una rinnovata barbarie: l’incapacità di vedere oltre l’apparenza, l’assenza di senso critico che fa accettare tutto passivamente, aproblematicamente, che rende paghi delle apparenze. Contentarsi della superficie comporta il rischio di assumere inconsapevolmente l’ottica di chi ci prospetta magnifiche sorti e progressive, ma a modo suo, per il suo interesse, manipolando abilmente valori e idee. La formazione dei giovani dovrebbe consistere soprattutto nella for-

mazione di un pensiero critico, che non li faccia essere massa inerte e li emendi dal pericolo di rimanere vittime della volgarità e banalità del tempo che viviamo. Prof.ssa

Gabriella Silvestri

Da sempre l’uomo ha avuto paura. Se nell’antichità però si temevano il fulmine e il tuono, oggi a fare paura sono le tecnologie in continua evoluzione, un progressismo scientifico la cui meta è avvolta nelle brume dell’incertezza e una scienza che troppe volte si è distaccata dalla morale. I tempi sono cambiati eppure nulla è variato nella natura umana. L’uomo impavido si addice forse ad un romanzo, ma non sicuramente a chi ogni giorno affronta una giornata al termine della quale non è sicuro di arrivare, a chi affronta prove fondamentali che sa di non poter fallire o a chi semplicemente ha deciso di osare. La mia più grande paura oggi è che la possibilità di ragionare con la propria intelligenza, il saper discernere il giusto dallo sba-

Cosa c’è dopo la morte? Esiste l’anima o è solamente un’idea romantica? È un pensiero tanto angosciante e spaventoso che la morte lo è poco di più.

gliato, la forza di andare contro ciò che non vogliamo e il coraggio di lottare per ciò in cui crediamo, siano ideali in declino. Le superficialità che i media tacciano per valori non devono sostituirsi in alcun modo a ciò che realmente vale e che non è il conto in banca o il volume dei muscoli. Se si prova a parlare con una ragazzo di argomenti che esulino da squallidi format televisivi, che non riguardino le serate in discoteca o partite di calcio è difficile intarsiare un discorso che verta su argomenti quali cultura o politica. La chimera che oggi dovrebbe più spaventare è quella dell’indifferenza e della superficialità. Matteo Crasti VE

E appiattirsi in quella vita di giorni tutti uguali, di aspirazioni mediocri, come sembra quella dei propri genitori. La speranza è che forse il sentimento stesso della frustrazione sia garanzia di salvezza. Quello che dev’essere temuto è l’intorpidimento intellettuale, la perdita di spirito critico. Gli adulti, quasi tutti, sembrano aver perso interesse alla messa in discussione della realtà, che subiscono e a cui si adeguano passivamente. Ma forse dall’imborghesimento ci si salva nel momento in cui si conserva un po’ di quella volontà di reazione alla realtà, un po’ di Se ci fosse qualcosa che, nel bene o nel male, facesse vivere lo spirito oltre il corpo, in un mondo trascendente, allora troverei pace. Ma se dopo la morte in questo mondo materiale, dovessimo dormire un sonno perpetuo? Allora l’angoscia diventa terrore e un brivido sale lungo tutto il corpo. Potrei trovare conforto nella religione, ma non mi dà risposte certe. Potrei non pensarci, ma non risolverebbe nulla. Solamente una cosa potrebbe acquietare la mia paura. Se io lasciassi un segno su

E’ ormai passato il tempo in cui risvegliarsi da un brutto sogno e trovarsi soli in una stanza buia ci riempiva il cuore d’angoscia e timore. Per proteggerci ci riparavamo sotto le coperte chiudendo forte gli occhi. Oggi un altro sentimento saluta il nostro risveglio, l’incertezza di ciò che ci aspetta nel nostro futuro. Dal momento che la nostra mente è in grado di affrontare seriamente solo un problema alla volta e di sconfiggere le paure gradualmente, l’esame di maturità che ci aspetta alla fine di questo anno appare ai nostri occhi ancora come un termine relativamente lontano che assorbe in sé tutte le insicurezze e gli interrogativi che attanagliano il nostro animo. Ma passato questo ostacolo cosa ci attende, quale sarà il nostro posto e la nostra responsabilità nella società? Da ciò che riusciamo a scorgere, dalle vaghe occhiate che rivolgiamo al mondo a noi ancora estraneo, questo non sembra essere sempre pronto ad accoglierci come ci aspet-

LICEO CLASSICO

G . C . TA C I T O angst adolescenziale. Anche da vecchi. E anche se non si è diventati astronauti. Caterina Mariotti

III IT

questa terra, per cui gli uomini si ricordassero di me per sempre, come è accaduto ad Achille, ad Enea, a Dante, a Sheakspeare, allora vivrei in eterno, nella mente e nel cuore dei posteri e non sarei vissuto invano. Forse è un’idea megalomane, un’utopia, non so. Inoltre chi sono io nell’immensità dell’universo? Una goccia nel mare, un granello di sabbia in un deserto, un filo d’erba in un grande prato. Via, pensieri malvagi! E via la paura! È inutile tremare; prima o poi scopriremo tutto. Matteo Mammoli I IT

L i c e i

teremmo. La paura di non poter realizzare gli obiettivi che ci siamo prefissi, in realtà, è ciò che ci fa andare veramente avanti e che caratterizza ogni momento della nostra esistenza. Non è tanto il futuro per se stesso quanto la necessità continua di superare degli ostacoli che ci rende insicuri e timorosi. Nella società attuale, che quotidianamente ci impone di dimostrare le nostre qualità e di far vedere quanto valiamo, per distinguerci dalla massa che ormai ha preso il sopravvento, dobbiamo riuscire a sconfiggere le nostre paure e far sì che esse siano uno sprone e non un freno verso la completa realizzazione dei nostri obiettivi. M.Laura Coricelli Giulia Minucci

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Auschwitz e il dolore del ricordo Cassa di Risparmio di Terni e Narni S.p.A. Gruppo Intesa Sanpaolo

Son morto che ero bambino, son morto con altri cento, Passato per un camino, ed ora sono nel vento.

Ad Auschwitz non c’è la neve quando arriviamo, e neanche il vento, proviamo però immediatamente un freddo umido e intenso, che penetra nei nostri vestiti, ma non si ferma alla pelle, anzi scende più in profondità: il freddo dell’anima. Ad Auschwitz - Birkenau si profila davanti agli occhi una grande distesa brulla in cui il nostro sguardo si perderebbe se non rimanesse catturato quasi ipnoticamente da un lungo binario che si snoda fino al monumento ai caduti. La mente è vuota: tanti libri, accurate lezioni di storia, documentari, immagini mi avevano preannunciato cosa avrei visto. Ed ora che mi trovo qua, sono davvero preparata? No. Nessun libro, nessuna lezione, nessuna immagine è equiparabile a vedere con i propri occhi l’orrore, il male, quel male di cui tanto si parla, si fa retorica, che sembra così astratto, così lontano… ad Auschwitz diventa realtà tangibile, lo senti vibrare nell’aria, eppure, anche quando sei così vicino, non riesci a concepirlo. Ti chiedi solamente perché sia potuto accadere, come l’uomo sia potuto arrivare ad usare uno dei doni più belli che possiede, la ragione, per concepire il disegno di questo inferno in terra. Auschwitz è infatti un vero e proprio congegno razionale, per il quale ci si è serviti di ogni sorta di novità

industriali e tecnologiche, di innumerevoli gare d’appalto, di équipes di veri e propri professionisti: scienziati, medici, ingegneri. Davanti ai nostri occhi i forni crematori, la zona Canada, il filo spinato; entriamo nella baracche, nei blocks, dentro la camera a gas, e inevitabilmente le nostre menti si figurano l’immagine di migliaia di prigionieri ammassati qui e pronti al macello, come tante bestie. Dopo Birkenau ci rechiamo ad Auschwitz I e siamo accolti dall’ormai tristemente famosa scritta Il lavoro rende liberi. Mi sento impreparata qui, ancora più che a Birkenau, perché ad accogliere il visitatore si delineano una serie di edifici che conferiscono al luogo l’apparenza di un piccolo quartiere operaio, ed è proprio questo che, rispetto a Birkenau, spaventa di più. Lì, ciò che è stato appare in modo esplicito, qua invece è come coperto da un velo e ci si rende davvero conto di quello che la mente malsana dei nazisti sia riuscita a concepire. E poi, quando si entra nei blocks, adibiti a museo, ci si trova davanti a teche che conservano dietro i loro vetri un’umanità ormai estinta: migliaia di scarpe, di tutte le dimensioni, di tutti i tipi, scarpe con il tacco, ballerine, scarponi da lavoro, migliaia di scodelle, di protesi, di busti per bambini, di valigie e, poi, una distesa enorme di ciocche di capelli, e se provi ad avvicinarti alla teca dove sono riposte senti ancora l’odore intenso, terribile del gas assassino, il cyclon B. E le foto che ritraggono i prigionieri, ognuno con la propria divisa da lavoro, gli occhi sgranati, la testa rasata… E le altre foto, quelle a Birkenau, le foto della quotidianità felice, prima della

LA SICUREZZA DEI TUOI INVESTIMENTI

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deportazione, insieme alle loro famiglie, dediti agli sport, o alle cure dei figli, ti fanno pensare inevitabilmente non ai milioni di morti, ma all’individualità irripetibile di queste vite, che sono state spente in modo così disumano. Quelle tante persone, di cui parla Guccini nella sua canzone, è come se tornassero in vita insieme ai loro oggetti: i bambini, in particolare, con le loro scarpine e i loro vestitini sono ancora qui, pronti a testimoniare.

Ad Auschwitz un solo grande silenzio, il nostro grande silenzio, un silenzio che si rompe quando, tornati a Birkenau, alla luce di quarantatré fiaccole, tante quante siamo noi partecipanti, esplode un fragoroso applauso in memoria dei milioni di morti che siamo venuti a onorare. Con le fiaccole in mano, come in una sorta di processione laica, percorriamo il binario fino all’uscita, intonando Auschiwtz e cantandola più volte.

Infatti, almeno fino a quando rimarremo qui, nessuno di noi avrà voglia di parlare, perché, semplicemente, non ci sono parole. Potremmo gridare Mai Più come ha fatto l’ex cancelliere Gerhard Schroeder, in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Ma adesso sento solo una gran voglia di cantare, perché ora sono anch’io una testimone e lancio con il mio canto al cielo nero della notte, che ormai è scesa, il pensiero che più mi preme: Io chiedo quando sarà che un uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare. Solo allora il vento si poserà. Adele Mannino

Verso Auschwitz

Cassa di Risparmio di Terni e Narni S.p.A. Gruppo Intesa Sanpaolo

Venuta a conoscenza della possibilità di visitare i campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in un viaggio che si prospettava lungo (27 ore non sono mica uno scherzo!), ma sicuramente interessante, subito, senza pensarci, ho accettato. Vi racconto la mia esperienza, l’esperienza di una ragazza che, per la prima volta nella vita, è tornata cambiata da un viaggio. Cambiata veramente. Cambiata profondamente. In tutta sincerità ero alquanto stanca dei discorsi su Auschwitz, non che non ci credessi o non lo ritenessi importante, altrimenti non sarei di certo partita, ma il giorno della memoria mi era sempre sembrato una perdita di tempo e soprattutto una ricorrenza ipocrita, istituita per avere la coscienza tranquilla. Perché ricordare in un unico giorno la terribile esperienza dello sterminio con le tipiche e ripetitive letture di brani tratti dal libro di Primo Levi o Anna Frank, che con gli anni ho iniziato a non sopportare? Qualcosa, però, con questo viaggio è cambiato ed ho finalmente scoperto e compreso l’importanza di istituire il giorno della memoria: un giorno per non dimenticare le nefandezze compiute dai nazisti, un giorno per ricordare i morti che ora sono nel vento. In entrambi i campi da noi visitati, l’atmosfera è spaventosamente surreale: a regnare è un perturbato silenzio, nel quale una strana presenza si aggira. Forse sono veramente le tante persone dei campi, che ora sono nel vento ed è straziante sentirsi circondati da un’atmosfera vivente. Inizialmente, però, tanto a Birkenau quanto ad Auschwitz, ammetto che - a prima vista - qualche dubbio sull’effettiva realtà del campo possa emergere: Birkenau sembra una perfetta ricostruzione scenografica di un qualsiasi film sull’argomento, con la ferrovia in mezzo e baracche e baracche che si sviluppano a destra e a sinistra. Nel campo di concentramento - un condominio di casette popolari in mattoncini rossi - invece, che ti accoglie con la frase Il lavoro rende liberi, tutto è perfettamente regolato ed ordinato, ma soprattutto estremamente recente. Per quanto nei libri possa sembrare lontanissimo, ciò che più ti colpisce, una volta lì, è la modernità dell’intero apparato e per un istante ho

addirittura capito coloro che allo sterminio non credono… …Ma il surreale ad un certo momento finisce e ti ritrovi immerso nella Storia. Mentre cammini là dove alle quattro del mattino erano tutti pronti per la ginnastica (con temperature invernali che variano tra i “2” e i “-15” gradi), mentre visiti il forno crematorio, mentre osservi vestiti e scarpette di bambini di neppure tre anni, montagne di capelli, valigie, o foto scattate dagli stessi nazisti a uomini e donne ormai privi della loro umanità, vieni riportato indietro nel tempo in uno dei momenti della storia più tragici per l’umanità intera, e rifletti. Le domande che affollano la testa sono tante, troppe, e nessuna, purtroppo, potrà ricevere una risposta sicura, senza esitazioni; ma la volontà, una volta usciti dal campo, è una soltanto: ricordare e far ricordare. Molti, tra filosofi e storici, sono convinti che le nuove generazioni sempre di meno siano interessate a ricordare: Hobsbawn scrive che la maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono. Eppure in ottocento, provenienti da tutta Italia, noi, Nani che camminano sulle spalle dei giganti, appoggiandoci, come scrive Spinelli, su una storia grazie alla quale possiamo andare al di là della memoria e dell’oblio, siamo partiti… per non dimenticare! La memoria è il rombo sordo del tempo, scandisce il distacco dal passato per tentare di capire quel che è accaduto: una volta a conoscenza della storia e dei crimini commessi, nefandezze di tal genere non verranno ripetute, anche se, dopo Auschwitz, come ha dichiarato il cancelliere federale tedesco in occasione del 60° anniversario della liberazione del campo di Auschwitz, il male, nessuno può più dubitare che esista. Alessandra Catalucci


La Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni ha inaugurato, il 21 settembre 2007, una mostra dedicata al pittore ternano Veniero Giontella, con una selezione di suoi quadri. L’artista, in memoria di suo padre Fernando Giontella, ha donato 503 opere alla Fondazione, arricchendone così la collezione d’arte di dipinti ad olio, tempere, acquarelli,

Ve n i e r o G i o n t e l l a

collages, disegni. Curatori della mostra e del relativo catalogo sono Mino Valeri e Claudia Sensi. Il catalogo, in particolare, reca la presentazione istituzionale del Presidente della Fondazione Carit, Avv. Paolo Candelori, il quale pone l’accento sul fatto che l’artista abbia conferito alla Fondazione la facoltà di scelta fra i suoi dipinti, una scelta che si è indirizzata prevalentemente su quelli che fanno riferimento a scorci urbani di questa città, in conformità all’indirizzo perseguito di arricchire la memoria storica del territorio. Segue una testimonianza di Carlo Niri, facente parte del comitato di indirizzo della stessa Fondazione per l’arte e la cultura, e due saggi redatti dai curatori della mostra. Nel pregevole catalogo, di 144 pagine, sono riprodotte tutte le 56 opere presenti nella mostra, testimonianze d’epoca e un ampio repertorio documentario.

E’ un lungo itinerario artistico quello percorso da Veniero Giontella con un forte segno distintivo dato dalla coerenza formale, estetica, compositiva, interpretativa e tecnica pur nella variegata proposizione di soggetti, scene, figurazioni. E dinanzi ci appaiono le sue opere connotate da forte realismo sociale, da intima religiosità, da persone amate e perse, da architetture rinascimentali e barocche della sua città dinanzi alle quali danzano e volano strani folletti, da trasog-

Nella vita e nel lavoro di ciascuno, c’è sempre qualcosa di intimo, di riservato che gli appartiene in assoluto: sentimenti mai espressi, comportamenti mai attuati. Sono parti del nostro essere, l’altro risvolto. Cedendo, divertito, a un desiderio da altri sollecitato, traggo dalla mia attività di “pittore” (sempre dilettante) questa breve scelta di sentimenti personali. Forse essi sono frutto di quel permanente tentativo di avvicinarmi alle radici della mia cultura figurativa, per capire l’essenza di forme e colori. Esiti ancora oscuri, speranze deboli. Ma così è, così deve essere. Veniero Giontella, 1992

nate visioni d’ambiente, da composizioni che evocano ricordi lontani, apparen-

temente giocosi ed ironici, ma sempre carichi di nostalgia, di quieto rimpianto. E ancora immagini trasfigurate, figure senza più materica corporeità in atmosfere ovattate, silenziose, quasi metafisiche. Mino Valeri

... quelli di Veniero sono quadri intensamente espressivi, intrisi di una tenue tristezza e di una forte carica emotiva, nonché di intensità e vigore ammirevoli. Claudia Sensi

A cura di Eleonora Stentella

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Come colui che trovandosi su un'imbarcazione che si muova vicino a terra, crede di starsene immobile e che la riva cammini, così gli uomini, girando con la Terra intorno al cielo, hanno creduto che fosse il cielo a girare intorno la Terra. Aggiungete poi a questo fatto l'orgoglio insopportabile dell'uomo il quale si persuade che la natura non è stata fatta che per lui, come se fosse verosimile che il Sole, un gran corpo quattrocento e trentaquattro volte più grande della Terra, fosse stato acceso soltanto per far maturare le sue nespole e far crescere i suoi cavoli. Cyrano De Bergerac, Histoire comique des états et empires de la Lune

Da questo mese sarà presente una pagina interamente dedicata alle scienze astronomiche. Già da tempo il prof. Raspetti ci stuzzicava per pubblicare articoli, qualche risultato delle nostre osservazioni, ma eravamo impegnati per riaprire alla cittadinanza l’osservatorio di S. Erasmo ed impostare nuovi filoni di ricerca presso l’osservatorio di S. Lucia di Stroncone. Abbiamo sempre risposto ma, forse, chissà, fra qualche mese. Ora che ci siamo meglio organizzati e possiamo confidare nella collaborazione di alcuni volenterosi soci, abbiamo deciso di venire allo scoperto. A nostro giudizio, La Pagina, con le migliaia di copie presenti mensilmente sul territorio provinciale ed oltre, si presta ottimamente per interfacciare la nostra associazione con tutti i cittadini. Ogni mese i lettori sapranno quando e cosa si osserverà all’osservatorio di S. Erasmo, impareranno poco a poco a riconoscere tutte le costellazioni del nostro emisfero e la mitologia ad esse collegata, gli oggetti più importanti da osservare, le nozioni più elementari della geografia astronomica, pillole di storia dell’astronomia, ipotesi cosmologiche, tecniche di astrofotografia, considerazioni e suggerimenti per l’acquisto di telescopi ed altro. Cercheremo di trattare gli argomenti nel modo più semplice possibile, comprensibile e alla portata di tutti; coloro che troveranno le trattazioni troppo elementari sono invitati fin da ora a frequentare i nostri osservatori e diventare soci dell’A.T.A.M.B. Troveranno terreno fertile su cui cimentarsi. Soprattutto, ogni mese, pubblicheremo notizie relative alla nostra attività, sulle aperture straordinarie degli osservatori in occasione di eventi importanti come ad esempio eclissi, occultazioni, congiunzioni planetarie, sciami meteoritici, asteroidi pericolosi. Sarà nostra premura avvisarvi quando porteremo i nostri numerosi telescopi portatili nelle piazze di Terni e paesi limitrofi oppure quando organizzeremo star parties su montagne ove l’inquinamento luminoso è minore e l’osservazione della volta celeste risulta più spettacolare ed ancora quando organizzeremo delle conferenze che saranno tenute da astronomi professionisti. Saremo attenti ad ogni vostro gradito suggerimento per migliorare questa pagina e troverete ogni mese indicazioni per contattarci. Per temi specifici potete inviare messaggi e-mail agli autori degli articoli. Vi auguro una buona, continuativa lettura e vi raccomando un vestiario pesante quando verrete ad osservare con noi questo meraviglioso, misterioso, immenso cielo stellato. Tonino Scacciafratte Presidente A.T.A.M.B. tonisca@interfree.it

A sso c i a z i o ne Tern an a A strofili “ M a ssi m iliano B eltrame” Via Maestri del Lavoro, 1 - Terni e-mail: tonisca@interfree.it Tel. 329-9041110

www.mpc589.com L’osservatorio astronomico di S. Erasmo è aperto gratuitamen te per i cittadini l’ultimo venerdì di ogni mese dalle ore 21,30.

Osservatorio Astronomico di S. Erasmo Osservazioni per il giorno venerdì 28 marzo 2008 Sarà possibile osservare i pianeti Marte e Saturno, l’ammasso aperto M44, la stella doppia Algieba, l’ammasso globulare M3 e la galassia Sombrero M104. Verrà osservato il cielo con la spiegazione di tutte le costellazioni visibili ed i relativi modi per orientarsi nella volta celeste. Sarà possibile anche simulare al computer l’universo tramite sofisticati software. Federico Guerri

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Una

costellazione al mese L’Orsa maggiore, la principale costellazione circumpolare boreale, è una delle più luminose e la più facile da rintracciare. La figura completa della costellazione è quella di un’orsa con i quarti posteriori evidenti, il grande animale mitologico che veglia le regioni polari. Che diverse culture nell’antichità abbiano associato a queste stelle un’orsa, è forse da ricercare nel fatto che in passato le stelle del carro e dell’Orsa maggiore erano più vicine al polo nord e l’orso era un animale associato al freddo e quindi al nord. Il nostro termine artico infatti deriva dal greco arktoj [arctos], che significa appunto orso. Dal mondo greco provengono le due leggende che interessano proprio le stelle dell’Orsa, la prima delle quali riguarda l’infanzia di Zeus. Crono, il padre di Zeus, temendo di essere spodestato dai suoi figli, li divorava non appena nascevano. Quando venne il turno di Zeus, la moglie Rea porse al padre snaturato una pietra avvolta nelle fasce e affidò il piccolo alle cure di due ninfe. Divenuto adulto Zeus spodestò il padre e come segno di riconoscenza nei confronti delle due nutrici, Elice e Cynosura, le mise in cielo, sotto forma di costellazioni, rispettivamente la grande e la piccola Orsa. Arato (Soli, in Cilicia, 310 Macedonia, 240 aC), nel suo poema Fenomeni (1154 esametri di contenuto astronomico), chiama l’Orsa Maggiore Elica, a causa del moto rotatorio intorno al polo nord e spiega che i navigatori greci utilizzavano queste stelle per orientarsi, a differenza dei navigatori Fenici che invece si orientavano con l’Orsa Minore, che Arato chiama Cynosura. La seconda leggenda viene narrata da Ovidio nelle Metamorfosi: la ninfa Callisto, figlia del re dell’Arcadia e ancella della dea Diana fu rapita e sedotta da Giove. Callisto tentò di nascondere la gravidanza, ma un gior-

no, quando le cacciatrici decisero di fare il bagno nude dopo una battuta di caccia, venne alla luce la verità e la fanciulla venne allontanata da Diana e dalle compagne. Dopo la nascita del bambino, che venne chiamato Arcade, Giunone, moglie di Giove, decise di vendicarsi della rivale trasformandola in un’orsa goffa e irsuta. Arcade crebbe e divenne un esperto cacciatore. Un giorno Callisto si imbatté in Arcade e cercò di manifestare la propria gioia per l’incontro con il figlio, ma riuscì solo ad esprimersi con grugniti. Prima che Arcade scagliasse la freccia avvelenata contro l’orsa, intervenne Giove che trasportò madre e figlio in cielo sotto forma di costellazioni. Arcade divenne il fedele guardiano celeste dell’Orsa, quello che noi chiamiamo il Bootes, dominato dalla stella Arturo, il cui nome significa appunto Guardia-

no dell’Orsa. Secondo un’altra versione, Zeus pose madre e figlio in cielo come Orsa Maggiore e Orsa Minore. E’ interessante riferire un fatto curioso: la coda, formata dalle tre stelle del Carro, appare un po’ lunga per un’orsa, ma ciò è spiegato con il fatto che Giove lanciò l’orsa in cielo per la coda che, di conseguenza, si allungò. Le sette stelle principali formano il Grande Carro. Nel corso dei millenni ha ricevuto più nomi: gli arabi vi intravedevano una carovana, i romani dei buoi aratori, perché il ruotare di queste stelle intorno al polo aveva suggerito l’immagine dei buoi che arano un campo girando intorno (septem triones, i sette buoi, da cui deriva il termine settentrione per indicare il nord), gli indiani dell’America del Nord un mestolo. Giovanna Cozzari giovannaelucio@googlemail.com

P illole di astronomia

Le costellazioni (cum stella: insieme di stelle) sono aggruppamenti casuali di stelle, poste a diversa profondità nello spazio, aggruppamenti letti in modo diverso dai vari popoli (vi vedevano figure di persone, animali ecc.). Non sono autentiche realtà fisiche. Servono unicamente per rintracciare e riconoscere facilmente le stelle visibili ad occhio nudo (si prendono come base le stelle più luminose, si uniscono e si formano le costellazioni). Sono aggruppamenti sempre e solo apparenti, dovuti soltanto alla nostra peculiare posizione nello spazio, perché le stelle che le compongono sono poste a diverse distanze da noi, e quindi si trovano, nello spazio, anche a distanze reciproche molto diverse. Ai vari aggruppamenti i popoli dell’Asia minore hanno dato nomi fantasiosi che solo in qualche caso derivano dall’immagine suggerita alla fantasia dalla disposizione delle stelle. L’origine delle costellazioni nasce dal bisogno di umanizzare la tremenda oscurità della notte proiettando nel cielo, come in uno schermo, le imprese e le personificazioni di animali, eroi, déi. Più in particolare, nasce da necessità pratiche quali la misurazione del tempo di notte, l’elaborazione di un calendario utile a scopi agricoli o rituali, l’orientamento nel deserto o in mezzo al mare, lontano da riferimenti sicuri. Delle 88 costellazioni che oggi sono rimaste, una parte, oltre una quarantina, sono di origine greca e di queste, almeno le principali, a loro volta, risalgono a tempi remoti poiché GC provengono dall’antica Mesopotamia.


Asteroidi

Astronomia

L’evoluzione, circa un milione e mezzo di anni fa, apportò, in alcuni esseri viventi, delle modificazioni alla colonna vertebrale, e così l’homo si trasformò in erectus. Da quel giorno l’erectus alza lo sguardo al cielo (dal greco koiloj [koilos], cavo, incavato, essere convesso, gonfio) ed osserva un manto notturno disseminato di stelle (dal greco aster [aster], astron [astron], astro). Niente poteva sapere della natura di quelle luminarie notturne, né aveva la più pallida idea riguardo le dimensioni della vastità dell’universo. Un impulso innato, fondamentale per la sopravvivenza e lo sviluppo del genere umano, quello di organizzare, segnalare e misurare, si accese però immediatamente e si cominciarono a registrare nessi tra fenomeni celesti e terrestri, il ciclo delle stagioni, le fasi lunari. Il proto-uomo ha solo se stesso come metro di paragone, le sue emozioni, le sue paure... e non può che pensare, come sempre, alla sua esistenza. I primi miti della nascita dell’universo parlano es-

senzialmente dell’uomo. Ebbe inizio allora una proiezione antropomorfa, intessuta di impulsi ed istinti irrazionali, di personificazioni o deificazioni di forze naturali, di magia, leggende, miti. L’uomo è soggetto, senza saper porre grande riparo e quindi impotentemente, all’azione devastante di piogge torrenziali, fulmini, uragani, terremoti... mentre la volta stellare è là, imperturbabile, avvincente, regale... Lui è tremante, sobbalza, soffre, si ammala... muore. L’eterea concavità è sempre lì, immutabile, luogo di forza e di potere... luogo di perfezione... ... sicura dimora di esseri superiori, di divinità! Esposto sempre all’aperto sotto la volta del cielo, non poteva fare a meno di notare le varie figure nelle quali erano raggruppate le luminarie mentre apparentemente ruotavano attorno a lui, di ora in ora... di stagione in stagione. Quando fu scoperto che nel cielo tutto si ripeteva con regolarità, a precisi intervalli, si può dire che stava nascendo la scienza dell’astronomia. Giampiero Raspetti

L’attività principale che ha contraddistinto gli astrofili ternani in questo ultimo decennio, è stata indirizzata verso la scoperta degli asteroidi. Il telescopio di 500 mm di diametro dell’osservatorio di S. Lucia di Stroncone ne ha catturati ben 180 e di essi 90 sono stati catalogati in via definitiva e 40 nominati. Cosa sono gli asteroidi? Perché è importante individuarne l’orbita? Che nomi abbiamo dato loro? L’argomento sarà trattato su più numeri e cominciamo spiegando cosa sono. Da calcoli matematici, già sul finire del settecento si ipotizzava l’esistenza nel sistema solare di un pianeta orbitante tra Marte e Giove e un gruppo di astronomi tedeschi si mise a cercarlo alacremente. Un italiano però li batte tutti sul tempo: padre Giuseppe Piazzi nel 1801 dall’osservatorio di Palermo scopre un oggetto che battezzerà successivamente con il nome di Cerere - divinità materna della terra e della fertilità. Con i suoi 1000 km di diametro e di forma sferica, aveva tutte le caratteristiche per essere definito un vero pianeta e come tale rimase elencato per circa mezzo secolo in tavole e libri astronomici, finché non furono scoperti altri pianetini. Fu il famoso astronomo tedesco William Erchel, nel 1802, a coniare il termine asteroide (cioé simile a una stella) per descrivere questi oggetti. Nel 2006 l’UAI (Unione Astronomica Internazionale) ha promosso Cerere a rango di pianeta nano assieme a Plutone e a Eris. Le scoperte di altri oggetti simili ma di taglia

inferiore si susseguono ininterrottamente, tanto che nel 1868 si tocca quota 100 e con l’utilizzo della tecnica fotografica se ne contano circa 25.000 a fine secolo scorso. E oggi? Da una circolare del Minor Planet Center negli U.S.A. - un ufficio che registra tutte le scoperte degli asteroidi da tutto il mondo -, sono più di 300.000 quelli catalogati; oggetti di forme irregolari, come patate per intenderci, e con dimensioni di poche centinaia di metri. Questa impennata repentina di scoperte è dovuta solo all’entrata in funzione delle nuove telecamere CCD elettroniche? Nossignori. E’ la paura che fa novanta! E’ la paura che qualcuno di essi, anche di piccole dimensioni possa caderci in testa. Paura che è aumentata dopo aver studiato gli effetti devastanti della cometa ShoemakerLevy caduta su Giove nel 1994 e dopo averne catalogati altri duemila che allontanandosi dalla tranquilla fascia principale intersecano frequentemente l’orbita terrestre, sfiorandoci come per il 2007 TU 24 che è passato a soli 480.000 km di distanza il 29 Gennaio scorso, oppure Apophis che il 13 Aprile del 2036 incrocerà l’orbita terrestre e di

cui non possiamo ancora matematicamente escludere un impatto. Andiamo ad analizzarlo allora questo impatto: cosa potrebbe succedere? Due sono le componenti principali da considerare: la velocità e la massa. Per avere un’idea della velocità è sufficiente contare fino a tre! Partenza da Terni: pronti? Milleuno, milledue, milletre... è già sul cielo di Roma! La loro velocità è di circa 30 km al secondo. Riguardo alla massa, intuitivamente si capisce che più è grande più è devastante, ma per fare qualche esempio possiamo considerare due casi, rispettivamente di circa 30/50 metri e 10 km di diametro. La foto è del Meteor Crater, in Arizona U.S.A. Il risultato di un impatto avvenuto 50.000 anni fa di un asteroide di piccole dimensioni: una buca profonda 200 mt e di 1500 mt di diametro; nel secondo caso dobbiamo andare a vedere nella penisola dello Yucatan in Messico, dove 65 milioni di anni fa cadde un asteroide di 10 km di diametro provocando una catastrofe tale da far estinguere la maggior parte degli esseri viventi, dinoTS sauri compresi.

Asteroidi nominati dall’Osservatorio di S. Lucia di Stroncone Stron c one

Te rni

N° 5609 - MPC 23353

N° 5654 - MPC 23353

Scoperto il 22 Marzo 1993

Scoperto il 27 Giugno 1994

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Il coniglio sfortunato C a r o M a r c e l l o ,

Tanto e tanto e tanto tempo fa c’era un coniglio che, come tutti i conigli, saltava, correva, giocava … e molto altro! La sua attenzione era tutta rivolta ad una coniglietta con cui sperava di fare nido e cucciolata. Accadde però che un giorno (un brutto giorno) andando in cerca dell’erbetta più fresca, dopo aver corso in prati profumati ed essere passato per boschi con alberi maestosi, ancora ubriaco del profumo dell’erba, non si avvide di un’insidiosa trappola messa lì da qualche cacciatore crudele! Quando ci passò sopra avvenne uno scatto terribile, sentì un dolore indicibile e svenne. Seguì un tetro silenzio, ma la calma che seguì lo scatto durò poco! Quasi subito, svegliato dal dolore, riemerse dal mondo, ovattato, del dolce dormire. La prima cosa che sentì fu, appunto, il dolore che lo aveva svegliato poi vide il terribile spettacolo delle zampe insanguinate e maciullate dai denti della trappola. In un primo momento era troppo scioccato. Le uniche cose che riusciva a fare era gridare e piangere. Per fortuna alcuni bambini, facendo i loro giochi, passarono lì, lo videro, furono presi dalla compassione e contemporaneamente dalla rabbia per quella maledetta trappola. Però, oltre a togliere la trappola e lavare via il sangue dalle zampe con l’acqua presa da una fonte vicino, non poterono fare altro. Dopo averlo lavato e coccolato dovettero lasciarlo lì solo e triste; fortuna volle

che gli altri conigli, e con loro la coniglietta, lo trovarono. Quando li vide, il coniglio fece un sospiro di sollievo. Faceva piacere, in mezzo alla sofferenza, vedere degli animali conosciuti. I suoi amici e la coniglietta in un primo momento ebbero un attimo di smarrimento. Lo superarono quasi subito e la loro preoccupazione principale fu riportarlo alla sua tana, infatti il dolore si attenua nei luoghi noti. Passato il primo momento, più doloroso, ma breve, dovette affrontare la dura realtà, di essere senza zampe, ogni giorno, dalla mattina alla sera senza soste! Ebbe un grosso aiuto dai sui amici che, non l’abbandonarono! La cosa più difficile (a volte impossibile) era cercare di fare la vita di sempre, ma poi capì che quella era una vita diversa che andava vissuta diversamente, i giochi che aveva fatto fino al giorno dell’incidente non andavano più bene, ma questo non significa che i nuovi giochi fossero meno belli erano solo … diversi! Carlo Catalano www.sileo.it spaces.msn.com/il3conte www.desiderio.biz/coniglio.htm

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mi fa piacere che la pubblicazione di ampi stralci della lettera dello studente che frequenta un anno di scuola in Cina, abbia suscitato il tuo interesse, al punto di raccogliere la provocazione ed entrare nel dibattito. Consentimi però di rilevare, da quanto hai scritto, che forse ci sia stato un fraintendimento, dovuto sicuramente al fatto che, il mio commento alla lettera non sia stato sufficientemente esaustivo. D’altro canto ho ritenuto che la lettera di quel ragazzo, per la sua intrinseca semplice genialità, si commentasse pressoché da sola, limitando all’osso considerazioni personali, anche per colpa del Cerbero Raspetti che ci invita all’autolimitazione delle battute per motivi di spazio. Anche io ti conosco da molto tempo ed ho avuto modo di apprezzare moltissimo le tue eccellenti doti di pedagogo, educatore fantasioso fuori dagli schemi, costruttivo ed efficace. Quanto alle mie idee politiche… è da qualche anno ormai che mi sono fatto la convinzione che ogni Credo nasconda in sé dei potenziali pericoli se non supportato da un’analisi disincantata, razionale e multicentrica. Più che idee politiche, ormai, negli anni della maturità, cerco di avere delle idee, cosa non facile in un mondo dove si insegna così poco a pensare. Certo è che, caratterialmente, mi sono sempre contraddistinto per battaglie di minoranza, nella pervicace illusione che la storia, ripetendosi, consenta sempre alle minoranze stesse di modificare il proprio corso. Che ci vuoi fare?! Il conformismo mi fa orrore, ma attenzione… il mondo, la società, la storia, sono eventi dinamici, cambiano molto più rapidamente di quanto noi stessi a volte riusciamo a comprendere per adattarci. Con questa consapevolezza, così come penso che il Cavalier Benito Mussolini sia stato il più grande riforma-

tore della storia mondiale del ‘900, così sono stato iscritto al Partito Radicale, sono stato un quadro di Forza Italia, per la quale ancora apertamente simpatizzo e fin qui non dico nulla di nuovo, ma, tieniti forte alla sedia, forse non sai che tanti anni fa votai alle amministrative per l’allora PCI! Ciò che può sembrare una divagazione su problematiche personali sta a significare, invece, che ritengo la flessibilità del pensiero e non solo, la vera strada maestra non tanto verso la verità, parola spesso abusata dai fautori dell’idea unica, ma verso la comprensione della realtà che è intrinsecamente sfaccettata, poliedrica. Quindi, per essere chiaro, non condivido nulla dei sistemi pedagogici cinesi! Ciò su cui però intendo fermamente richiamare l’attenzione è che esiste una realtà in movimento che, se non corriamo fermamente ai ripari per arginarla, inventandoci qualcosa di veramente nuovo, rischierà di travolgerci con tutti i nostri sacrosanti, quanto insufficienti, discorsi sui diritti umani e tutti i nostri conformismi un po’ stantii! La visione poco edificante che ho dei nostri giovani è esattamente quella che tu solertemente hai stigmatizzato, anche se io stesso mi ero premurato di porre l’accento sulle lodevoli eccezioni verso le quali peraltro ripongo le mie più ottimistiche speranze... io non generalizzo mai! E se i giovani temono la precarietà, caro Marcello, per favore, non ci conformiamo al pensiero unico, diciamogli qualcosa di diverso: non temiatela, amatela! Diciamo loro che può essere una delle forme più alte di libertà! Rompiamo questa spirale morfemica pauperista, piagnona e pregiudizialmente pacifondaia! Facciamoli crescere! E poi, scusa, non mi accomunare con coloro che paventerebbero il precariato; io l’amo sul serio!

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I deali Così definiamo i nostri interessi, quando possiamo perseguirli soltanto con l’aiuto di altre persone. I dealiz z are Innamorarsi dell’idea che ci si fa d’una persona e poi pretendere che ella vi si adegui.

Inglese Una lingua inventata al solo scopo di permettere agli Italiani d’enunciare impunemente delle stupidaggini. Inte llettuale Losco figuro dedito a servire i potenti alternativamente come sicario e come prostituta.

I dentità Qualità dell’individuo determinata da fattori estremamente mutevoli Intellige nza a seconda delle epoche Quella maledetta e delle culture. capacità di avere Tentando una rozza coscienza delle classificazione per secoli, stupidaggini che si può affermare senza comunque non puoi discostarsi troppo dal fare a meno vero che nel Settecento di commettere. un uomo era ciò ch’erano stati i suoi avi, Inte re sse pubblico nell’Ottocento ciò che A metà strada fra concretamente faceva e nel l’interesse nostro Novecento ciò che e quello altrui. possedeva, mentre nel secolo attuale, a giudicare Interesse nazional e da quanto s’è visto sin Da non confondere con ora, un uomo altro non l’interesse pubblico: è che ciò che di sé spesso difatti è un riesce a mostrare. interesse molto, ma molto privato. I llus o Chi confonde i propri Introduzione desideri col proprio La parte d’un’opera che destino. va scritta per ultima. Di regola, infatti, l’autore I m par z ialità ha le idee chiare sul libro L’atteggiamento di chi vuol che intendeva scrivere dare torto a due persone soltanto dopo che contemporaneamente. l’ha terminato. I m punità Inviato Privilegio accordato a quei Giornalista mandato criminali che hanno commesso in un paese straniero ad le loro malefatte in nome informarsi sulle notizie del popolo. trasmesse dalle televisioni locali. I nfanz ia L’età nella quale abbiamo Io creduto d’essere felici. Chi? In f e rior ità nume ric a Ipocrita Un uomo contro Un bugiardo che mente una donna. innanzitutto a se stesso.

Anticipiamo alcuni stralci dal nuovo contratto dei lavoratori cui stanno discutendo sindacati e televisioni. Sono previsti interessanti sbocchi professionali per i giovani volenterosi. Di seguito, riportiamo alcuni tipi di contratto che il Ministro in pectore Fabrizio Corona intende varare nella prossima legislatura.

Co.co.de. collaborazione coordinata al delitto: prevede un primo impiego a tempo determinato in carcere, con accusa di concorso in delitto efferato, che poi viene mutato in scarcerazione con scuse e remunerato con interviste in esclusiva, da reiterare più volte al giorno a testate scandalistiche diverse.

Co.co.vi. collaborazione cosa vidi: il contratto prevede che il soggetto abiti ad almeno 20 metri dall’omicidio e che abbia nutrito sospetti di malvagità del vicino di casa da almeno due anni. Si tratta di un lavoro a breve termine, da svolgersi prevalentemente sull’uscio di casa o in cortile e da somministrare in ricordi morbosi a fini televisivi.

Co.co.in. collaborazione di corsa con incidente. Contratto riservato prevalentemente agli extra o neo comunitari, prevede che il contrattista guidi in stato di ebbrezza e provochi stragi di giovani italiani. Un full time da svolgersi prevalentemente in carcere (o anche in un residence sul mare), dove si viene contattati come testimonial di occhiali da sole e altri gadget di grido.

Co.co.pro. collaborazione a coordinare prostitute. Da non confondersi con il vecchio contratto a progetto, trattasi di collaborazione stagionale da svolgersi prevalentemente in Costa Smeralda. Si viene accusati di gestire un giro di veline prostitute, si ricevono avvisi giudiziari infamanti e si rivela infine che era un po’ di gnocca per gli amici. Si resta a piede libero, ma nel caso di breve carcerazione, i compensi aumentano vertiginosamente. Trattasi di collaborazioni di lavoro precarie, al termine delle quali si torna liberi e disoccupati, ma si dispone di un punteggio valido per determinati concorsi pubblici (quote riservate nei reality Endemol, Isola dei famosi, Beauty Farm…).

Chiudiamo con la proposta, tuttora agli atti della Commissione Paparazzi, per indire la nuova figura professionale dell’esperto in pla.ca.de. ossia in plastici di case con delitto. Molto richiesto dal mercato televisivo, il concorso è riservato a giovani geometri depravati, incaricati di ricreare gli ambienti casalinghi di un efferato delitto. È richiesta max morbosità e una spiccata passione per gli oggetti contundenti. Frap

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La pagina marzo 2008