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Se questo è amore

La neve gialla

Giampiero Raspetti

Fr a nces co Patr izi

Alcuni, giovanissimi, s’industriavano a catturare e torturare lucertole. Altri non si risparmiavano, in esperimenti molto poco ortodossi. Li vedevamo durante le pause refrigeranti delle nostre disfide calcistiche, giocate col pallone dai cento rattoppi o arrangiato con stracci e carta, nelle estenuanti partite che si protraevano anche fino a sei tempi regolamentari. Ma cosa sperimentavano i più piccoli? ... da quale piano del Grattacielo un gatto, violentemente sospinto nel vuoto, sarebbe sopravvissuto... da quale altezza sarebbe invece deceduto. Un chiassoso festeggiamento ci avvertiva della conclusione della prova.

Gli abitanti della regione di Omsk, nella Siberia occidentale, si sono risvegliati all’indomani del 2 febbraio con un’amara (in senso letterale!) sorpresa. I tetti delle case, le strade e i campi erano ricoperti da una fitta coltre di neve gialla, oleosa e maleodorante. Il direttore della protezione civile russa ha tranquillizzato i cittadini. I livelli di tossicità della neve sono nella norma - ha assicurato - l’unico parametro alto è quello del contenuto di ferro. La neve che ha ingiallito 49 villaggi in un’area di 1.500 chilometri sarebbe dunque innocua per la salute.

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Il b enesse re e l a viole nza Vi n cenz o Policr e ti Ai miei allievi diedi un giorno un compito: Immaginate di dover soggiornare su un’isola deserta e potervi portare solo 10 cose: quali portereste? Ebbene, su quell’isola furono portati stereo, cd, motorini, elettrodomestici; i più romantici portarono la foto del cane e i più pratici trapani elettrici, motoseghe e fornelli a gas; ma a nessuno, dico nessuno, passò per la mente che in un’isola deserta non c’è né elettricità, né benzina, né strade. Nessuno si portò i fiammiferi. Allora trasecolai; oggi purtroppo capisco. Tutto è cominciato con la macchina a vapore; vale a dire, con la nascita di una tecnologia diretta a togliere l’uomo dall’abbrutimento fisico e a restituirgli la sua dignità: Facciamo l’uomo a Nostra immagine e somiglianza. Riconoscere l’immagine di Dio nella miseria umana non sempre è facile. Da allora le invenzioni dirette a liberare l’uomo dalla fatica, fisica o mentale, si sono susseguite in progressione geometrica: dal vapore all’elettricità,

N° 3 - Marzo 2007 (43)

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Sveglia, ragazze! C laudia Manti l a cci Non è questione di essere o meno femministe, il femminismo ha fatto il suo tempo, ha combattuto le sue battaglie e ottenuto le sue conquiste. È questione che non bisogna essere propriamente delle volpi per rendersi conto che c’è ancora tanto da fare. Che non possiamo accontentarci di avere pari diritti, nella teoria, ma poi ritrovarci - in pratica - a

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A PA G I N A . . . 6

Educazione allo sport

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La scuola e l’educazione

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UN TRENO PER AUSCHWITZ

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Narni MUSEO DI PALAZZO EROLI

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Terni MUSEO DIOCESANO E CAPITOLARE

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Testa e Croce L’intelligenza artificiale

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E gidio Pentira r o

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Testa Lo scorso anno l’Intelligenza artificiale ha compiuto cinquanta anni, essendo nata con questo nome il 31 agosto del 1955 negli US, al Darmouth College di Hanover nel New Hampshire, su una proposta di John McCarthy dello stesso Dartmouth College, di Marvin L. Minsky della segue a pag. 4

Terni e la sua favola

Luciana Notari

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Some Stars

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Racconti

Oreste e la cetra di Orfeo Francesco Borzini

Una volta era un gioco per bambini, ora la questione si fa tremendamente seria. La progressiva trasformazione dei tre inceneritori di Maratta da ricettori di biomasse ad attrattori di rifiuti di ogni tipo e da ogni parte d’Italia non può non scuotere le coscienze di tutti. Soprattutto in anni in cui

II compagno Oreste alla fine é tornato: indomito bandolero stanco, effige scolorita di un passato davvero lontano, apparentemente contento di continuare a recitare il suo ruolo. I compagni di Potere operaio sono diventati grandi e hanno fatto carriera: Cacciari, Mieli, Pardi e persino Gaetano Pecorella, avvocatone di Forza Italia. Hanno conquistato il potere (se non proprio tutto il potere come scandiva l’inno di Potop, almeno una buona parte), ma l’hanno tenuto per loro. E tu, compagno Oreste sei tornato per ripetere te stesso, senza ammettere che troppi secoli sono passati, che le utopie scadute sono buone solo per essere riciclate, frullate, mascherate e «arcutinate» in qualche libro di sicuro successo editoriale, come fa quel volpone di Toni Negri. Non ti illudere per questa vampa di celebrità nazionale: i media funzionano così, coltivano l’arte della nostalgia, ripescano personaggi bolliti per metterli in mezzo alla pista e farli ballare, come orsi da circo.

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La scuola e l’Obbligo Piero Fabbri Le parole nascondono spesso significati imprevisti, anche se l’imprevedibile è quasi sempre una limitazione solo delle nostre teste e niente affatto implicito nelle parole o nell’etimologia. Tanto per dire, anche un bambino di quattro anni è in grado di individuare una certa parentela tra l’antica parola crusca e la più recente cruscotto; segue a pag. 2

Arriva un container carico di... A l es s i a M e l a s e c c h e


Se questo è amore

L’orda si spostava poi oltre il cortile, alla ricerca di altro materiale per quegli esperimenti. Allora non ci si faceva caso. Oggi non si può, così come non è più possibile uccidere schiavi. Qualcuno ci rimane male, capisco, ma è così! La civiltà, nonostante possenti detrattori, avanza. Nonostante chi, caparbiamente inchiodato a privilegi, mai viene sfiorato dal dubbio che lo schiavo sarebbe potuto essere lui... o che sarebbe potuto non nascere figlio di papà (accidente che non attesta meriti di sorta). C’è chi sguazza nell’instabilità della propria ignoranza o nella pervicacia delle proprie incrollabili, infantili certezze. Purtuttavia, la civiltà avanza! Andatelo a dire adesso che si possa uccidere impunemente un cane o un gatto a chi fa famiglia, non con il famulus, cioè con lo schiavo, (da cui proviene la parola famiglia, contenitore, per secoli, anche di cortigiani - proprio così, i facenti parte della corte, cioè del cortile - e di amanti e… di generi... vari), ma con il suo amato cane o con il suo venerato gatto! Tra poco la civiltà renderà del tutto normale l’esistenza di ospedali per cani... per gatti... ricoveri adeguatamente attrezzati per animali malandati. Ci sarà sempre però chi proseguirà, con disinvolta pravità, nel suo triste gioco ideologico, non solo con i gatti. La civiltà, però, avanza: questo comporta sempre un proliferare di azioni buone, positive, altro che declassamento... di chi, di cosa? Il bene è bene e irradia amore. La famiglia è amore. E l’amore, stia o non stia sotto lo stesso tetto, va protetto, non negletto, né disprezzato. E’ forse amore cercare di piegare le altrui volontà alle proprie concezioni? Chi ama profondamente la propria famiglia, così come l’ha voluta e vissuta, non l’abbandonerà mai né mai vorrà che altri debbano rinunciare ai sentimenti che provano nelle loro famiglie, formate da uomini, donne, flora, fauna, libri... speranze. La Buona Novella è amore! Ricorderete certo Luca (Cap. 6): 27 - Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano… 29 - A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica... 31 - Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro... 37 - Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato… 41 - Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Molti politici rivendicano per sé il sacro conio del modello di famiglia universale.

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Certamente sono uomini fuori dal comune, non lievitati in un normale utero; sicuramente un Dio avrà ordinato loro, con parole di fuoco su pietra di pietra, le regole immutabili della famiglia... da oggi in poi. Trovo però sconcerto e pena nel computare tra questi quegli stessi politici che conosco e quei miei conoscenti che fanno sempre politica di parte, ancora et in perennis sullo stesso crinale, nonostante la civiltà li abbia, in precedenza, chiaramente giubilati. Inveirono contro il divorzio, paventandolo strumentalmente come un inizio di tresche tra il marito e la serva di casa... poi... sono stati i primi a divorziare... abbandonando anche la serva di casa. Ringhiarono contro l’aborto, ma, allorché giunse il loro turno, dissero io non posso certamente permettermelo uno (o un altro) figlio! Ma certo: Ubi maior, minor cessat (quando c’è il duce, il subalterno s’appecora!) - oppure - quod licet Jovi non licet bovi! (Quel che è lecito a Giove non è lecito al bove!). Ecco allora l’inciviltà: ritenersi, pur essendo chiaramente portatori deboli di un pensiero appena palpabile, degli autorevolissimi politici... credersi Giove e tentare di imporre questo inesistente autoritarismo! Cosa sono tali fobie per una società che cerca semplicemente libertà, amore e giustizia? E questo strisciante terrore che l’uomo possa liberarsi da fondamentalismi e ideologie? Quanta irriguardosa morbosità nei confronti della sessualità umana, eterna ragione di vita, universale trepidazione d’amore! Ma forse i miei amici politici hanno altri intendimenti. Altrimenti, poiché sbandierano urbi et orbi cristiane e pertanto stupende affermazioni, donerebbero, per coerenza, i loro letti, i loro tetti, le loro case, i loro palazzi, i loro quartieri, tutto quel che hanno a giovani responsabili ma senza lavoro e quindi impossibilitati a sognare una unione regolare, con tanto di figli. Altrimenti non perderebbero, per coerenza, un solo attimo per combattere la piaga della povertà nel mondo (35.000 bambini muoiono di fame ogni giorno), o nella militanza attiva contro stupro e pedofilia. Si gingillano invece cercando di dettare norme sui sentimenti e sulla sessualità degli altri. Perché? Che problemi hanno? O stanno tentando di convincerci che dei veri mali del mondo la responsabilità sia di maldestri gattacci e di sinistri omosessuali? G. Raspetti

La

scuola

il guaio di quel bambino non sta certo nel suo spirito d’osservazione, ma piuttosto nel suo entusiasta genitore che, accarezzando con malcelata lussuria l’interno in radica della sua nuova fiammante berlina, lo prenderà amorevolmente in giro spiegandogli che c’è una gran bella differenza tra il tecnologico albergo dei suoi strumenti automobilistici e una sottospecie di erba utile contro la stitichezza. Certo, forse sarebbe comunque pedante e controproducente - se non palesemente impossibile, spiegare davvero ad un quattrenne che un tempo, quando pulivano il grano e altri cereali, i contadini si mettevano sulle ginocchia una coperta per ripararsi dalla crusca che andavano eliminando; che una coperta ben tirata su gambe e ginocchia fu poi usata, per ripararsi dal vento, anche dai cocchieri e dai vetturini, mantenendo il nome derivato dalla crusca per palese somiglianza con la coperta contadina; e che il nome è sopravvissuto anche quando alla coperta si è sostituita una struttura rigida, elemento di carrozzeria prima e di automobilistico arredo interno poi. Spiegazione pedante, vero? Certo; però è sicuramente meno dannosa del trattare il bambino da stupido, perché se stupido c’è, nell’episodio, non è certo il bambino. Bisogna stare attenti alle parole, insomma: perché le parole sono importanti, e pronte al tradimento. Ad esempio, l’accoppiata scuola dell’obbligo è certo legittima e sacrosantamente significativa, ma è comunque divertente notare che quasi nasconde un ossimoro, una contraddizione in termini. Scuola, infatti è parola bella, nobile e spudoratamente simpatica, almeno a giudicare da come l’usavano i Greci, che l’hanno inventata. Significa ozio, riposo, e già questa piccola rivelazione può bastare a mettere in crisi intere legioni di studenti che tutto vedono meno che l’ozio e il riposo, nelle truci aule scolastiche. E allora l’unione con il termine obbligo appare ancora più ardito, visto che assai raramente l’ozio necessita d’essere obbligato. Solo la storia può venire in aiuto, di fronte a certe contraddizioni: solo seguendo la storia della parola sarà possibile capire che scuola non significa più riposo ma tutt’altro, almeno a sentire le opinioni degli scolari. E ci sono scoperte anche meno banali, nei meandri della storia:

l’Obbligo

e qualcuna proprio a proposito della scuola dell’obbligo. Il giovane Regno d’Italia, subito dopo l’Unità risorgimentale, aveva numerosi problemi di omogeneità. Erano molti gli stati che si erano coagulati nella patria di recente formazione, e varie e diverse erano le abitudini; basti pensare che alcune di esse, come insegna il logoro titolo Questione Meridionale, sono tutt’ora presenti. Tra altre cento cose, i primi governi del Regno misero in agenda anche la normalizzazione dell’Istruzione e il primo passo fu l’istituzione dell’obbligo scolastico per le prime due classi elementari. Due anni appena: un ben misero traguardo, si dirà… ma per molti luoghi della penisola era una vera rivoluzione. Eppure, ci fu chi si oppose a questo progetto istituzionale. Ad opporsi furono i cattolici. I malpensanti e le malelingue di allora mormorarono che la Chiesa temeva per il monopolio dell’istruzione che era allora nelle sue mani: era certo tutt’altro che universale, la privata istruzione diffusa dalle scuole cattoliche, ma in pratica era l’unica disponibile, in molte parti dello Stato. Però i cattolici non argomentarono in questo modo la loro opposizione all’istituzione della scuola dell’obbligo: no, diamine! Dissero invece che trascinare i bimbetti fuori dalle case per infilarli nelle aule avrebbe messo in crisi l’unità familiare: e per salvaguardare la sacralità

della famiglia, la scuola dell’obbligo non poteva diventare legge dello Stato. E’ probabile, anzi è certo che, in questo XXI secolo, non esiste più cattolico che pensi che mandare i figli a scuola significhi attentare alla sacralità della famiglia. Un buon cattolico magari preferirà le scuole confessionali a quelle statali, ma certo non oserebbe sostenere una simile idiozia. Anzi, è probabile che ormai la cosa possa al massimo provocargli un sorriso di curioso divertimento. Ma i paradossi sono sempre presenti, appena girato l’angolo. Quando uno ci sta nel bel mezzo, può non rendersi conto di vivere una contraddizione in termini, perché l’esercizio del giudizio è sempre più facile, dall’alto dell’esperienza storica. Così, forse, tra centocinquant’anni i cattolici del XXII secolo sorrideranno divertiti, nel vedere con quanto impegno i vertici cattolici del 2007 urlavano la loro preoccupazione sui rischi mortali che correva la famiglia. Gli attentatori erano conviventi, con o senza figli; omo ed eterosessuali non coniugati, gente che osava vivere, darsi mutua assistenza, volersi bene senza dichiararlo di fronte ad un prete, ma solo davanti ad un impiegato comunale. Attentati terribili, rischi fatali; e potevano ben dirlo loro. Loro che, da sempre, una famiglia non sanno e non possono proprio costruirsela. P. Fabbri

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Regist razion e n . 9 del 12 novembre 2002 presso il Tribunale di Terni Red azion e: Tern i V. C arbonario 5, tel. 074459838 - fax 0744424827 Tipografia: U mbriagraf - Terni I n c o l l a b o r a z i o n e c o n l ’ A s s o c i a z i o n e C u l t u r a l e F r e e Wo r d s

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G R AT U I TA

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Serena Battisti, Elettra Bertini, Pia Giani, Lorella Giulivi, Giuliana Orsini, Alessia Melasecche, Francesco Patrizi (vicedirettore), Egidio Pentiraro, Giampiero Raspetti (direttore), Alberto Ratini, Albano Scalise, Giuseppe Sforza. Editrice Projecta s.a.s. di Martino Raspetti & C.

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sistema industriale, le polveri sottili sono soltanto alcune. Più sono alte le temperature di combustione e più aumenta la frazione di particolato fine e ultrafine, nocivo proprio a causa della dimensione minima delle particelle che costituiscono il veicolo di sostanze tossiche anche perché persistenti ed accumulabili negli organismi viventi. L’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) ha ufficialmente affermato che forte ed evidente è la correlazione fra esposizione alle polveri sottili ed insorgenza di malattie cardiovascolari e neoplasie con danno maggiore al ridursi delle dimensioni. Sono inoltre stati quantificati i livelli di concentrazione massimi consigliati per PM10 che a Terni per lunghi periodi dell’anno vengono sforati e con valori molto più elevati del consentito. Ma, considerato che la loro misurazione si sta dimostrando poco adatta a garantire la salute umana, oggi si consi-

derano le più piccole PM2,5 le cui dimensioni sono tali da non essere bloccate da nessun filtro al momento esistente. Se poi si considera che le direttive europee e la legge italiana fissano peraltro limiti alla concentrazione di PM10 secondo valori più permissivi di quanto consigliato dall’OMS non c’è da stare allegri. Ad esse si aggiungono le diossine, tossiche e cancerogene. Poco volatili per via del loro elevato peso molecolare sono solubili nei grassi, dove tendono ad accumularsi, per cui anche una ridotta, ma prolungata nel tempo, esposizione può recare gravi danni alla salute. La soglia minima di sicurezza per tali sostanze è ancora oggetto di analisi. In un quadro obiettivamente preoccupante è indispensabile una valutazione estremamente prudenziale. La Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per singolo impianto su cui si basano spesso dichiarazioni tranquillizzanti va sostituita con la Valutazione Ambientale Strategica (VAS) che include la somma delle emissioni di un territorio.

Ma al di là di disquisizioni puramente tecniche la saggezza popolare impone una serie innumerevole di “se” di buon senso: se impianti del genere ammorbano l’aria visivamente ed olfattivamente; se non portano occupazione né ricchezza se non a chi li realizza e li gestisce; se l’energia prodotta non conferisce un solo kw agevolato, né alla comunità né all’industria locale, ma grava viceversa sulla bolletta energetica nazionale, quindi anche sulla nostra; se i promessi progetti di sviluppo di agricoltura specializzata, mai realizzati, sono solo un’offesa all’intelligenza di tutti; se il traffico pesante che causano non migliora né la qualità della vita né quella dell’aria che respiriamo... per quali ragioni c’è chi li ha voluti, difesi e continua a giustificare persino la recente scoperta di flussi di rifiuti ospedalieri pericolosi anche da fuori regione e vorrebbe ulteriori importazioni di CDR, combustibile da rifiuti, arricchito di plastica e copertoni triturati? alessia.melasecche@libero.it

versazione, né la situazione in Libano, né la Finanziaria, tanto meno l’ipotetica, auspicabile vittoria di Hillary Clinton alle prossime presidenziali U.S.A. No! Potete star certi che parleranno (oh, se parleranno!) incessantemente, per ore, di argomenti futili e frivoli. Non si può saltare sulla sedia se il Consiglio dei Ministri comprende un solo membro donna con del potere reale (i ministeri senza portafoglio contano poco, si sa), quando noi per prime non ci interessiamo minimamente di ciò che accade intorno a noi; non possiamo indignarci per la non concessione delle quote rosa perché, se siamo a questo punto, è anche un po’ colpa nostra. Gli uomini gestiscono il potere non perché siano dei misantropi maschilisti che odiano le donne e le vorrebbero a fare la calza (almeno non tutti!), gli uomini gestiscono il potere anche perché noi glielo lasciamo gestire, perché siamo impantanate fino all’osso in un perpetuo Eva contro Eva che

non ci permette di guardare oltre il nostro naso. Che tristezza prende nel vedere due donne, istruite e colte, guardarsi dall’alto in basso per stabilire chi ha il corpo più bello, sfoggiare abiti e bijoux solo con l’intento di suscitare invidia nelle altre o lottare l’una contro l’altra per un uomo. Non dovrebbe essere così, non dovrebbe perdurare questa sorta di lotta imperitura per la conquista del maschio. Non dovremmo conquistare gli uomini, ma dovremmo preoccuparci di conquistare i prestigiosi incarichi che ora sono completo appannaggio degli uomini! Le lotte che le nostre coeve musulmane stanno combattendo per liberarsi dalla schiavitù del velo, dei matrimoni combinati e della sottomissione, dovrebbero insegnarci che solo unite si possono contrastare e vincere pregiudizi e ingiustizie; altrimenti ci saranno sempre più casi come quello della giovane pachistana uccisa dal padre perché non più vergine e contraria agli usi e

costumi della sua terra. Sarebbe bello smettere di competere tra noi e cominciare seriamente ad applicare una sorta di coesione di genere per far sì che gli uomini non ci possano guardare dall’alto in basso quando non sappiamo esprimere un’opinione sensata sul conflitto mediorientale. Sveglia, ragazze! Intere generazioni di donne hanno sofferto e combattuto, si sono sacrificate e sono morte per conquistare diritti fondamentali che noi ora dimentichiamo facendoci la guerra, pensando solo allo shopping o perdendo tempo dietro qualche uomo che si permette di mentirci e trattarci come oggetti. Non gettiamo al vento l’abnegazione delle nostre coraggiose ave che si rivolterebbero nelle tombe se sapessero che le loro lotte per la concessione del voto alle donne sono state condotte per permetterci di votare il ballerino migliore nell’ultimo programma di Maria de Filippi… Sveglia, ragazze!!! C. Mantilacci

Arriva un container carico di...

ognuno di noi è toccato direttamente dal dramma di parenti o amici colpiti da malattie tumorali sempre più insidiose, non è possibile accettare passivamente una logica industrialista tout court rispetto ad una responsabile precauzione. A fronte di dichiarazioni banalmente tranquillizzanti, è utile una pausa di riflessione. A norma di legge gli inceneritori possono operare solo se dotati di adeguati sistemi di abbattimento delle emissioni. Ma i limiti vigenti di concentrazione degli inquinanti sono riferiti al metro cubo di fumi, e non all’emissione totale.

Costruendo più inceneritori, ed a Terni abbiamo superato il record di tre, bruciando più rifiuti, si ottengono più fumi e quindi più inquinanti, pur rimanendo nei parametri unitari consentiti. Peraltro la loro conoscenza è ancora non assoluta ed il monitoraggio tutt’altro che certo. Non solo, tali impianti emettono mediamente CO2 in misura di circa 350 kg per tonnellata di combustibile. Fra le tante sostanze emesse dalle tre ciminiere, aggiuntive rispetto agli impianti chimici e siderurgici che costituiscono la struttura portante del nostro

Sveglia, ragazze!

combattere contro i proverbiali mulini a vento (e senza nemmeno l’ausilio di uno straccio di Sancho Panza!). Il femminismo è stata una corrente di pensiero che ormai non ha più ragione di essere, poiché non bisogna più lottare contro pregiudizi e disuguaglianze talmente lapalissiani da farci scendere in piazza scandalizzate, unite, fragorose e garrule come nemmeno la notte della mitica vittoria degli azzurri ai mondiali ci ha viste partecipi. No! Ora occorre fronteggiare un altro problema, se non più grave

quanto meno di più ardua soluzione. Un problema che rischia di riportarci indietro di secoli: il nostro atavico, endemico e ancestrale menefreghismo per tutto ciò che riguarda politica, attualità e società. Prendete un qualsiasi gruppo di giovani donne, mediamente istruite, sedute al tavolo di un elegante locale. Beh, mentre queste fantastiche ragazze, pronte anche a buttarsi nel fuoco pur di possedere l’ultima hand bag di Gucci, sorseggiano i loro Mojito, potete star certi che non sarà la politica il loro argomento di con-

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L ’ i n t e l l i g e n z a

Egidio Pentiraro a colloquio con Marvin Minsky

Harvard University, di N. Rochester della I.B.M. Corporation e di C.E. Shannon dei Bell Telephone Laboratories. Tutti personaggi che hanno una storia nell’ICT riscontrabile dai volenterosi in Internet. Nel documento di chiamata alla comunità scientifica essi allora proponevano che si verificasse se ogni aspetto dell’apprendimento o ogni altra caratteristica dell’intelligenza potesse dare luogo all’avvio di una serie di studi basati sull’ipotesi che una macchina - leggi oggi computer fosse in grado di simularli. In particolare si doveva investigare come con le macchine si potesse utilizzare il linguaggio per pervenire ad astrazioni e concetti, partendo da tipologie di problemi risolvibili dagli esseri umani e di svilupparli in modo che, attraverso fasi intermedie, si pervenisse a una loro soluzione automatica, definitiva e accresciuta. In quello storico enunciato abbiamo sempre avvertito una qualcosa che non ci soddisfaceva completamente come se in quelle parole riecheggiassero antichi miti o l’evocazione alchemica dell’homunculus di Paracelso, del Golem del rabbino praghese Jehudah Loew; di Frankenstein di Mary Shelley; del Doktor Faustus di Thomas Mann. Qui ci fermiamo per non scadere nei fumetti e nella fantascienza. Ai soliti volenterosi, suggeriamo di attivarsi in Internet per gli eventuali approfondimenti, mentre ai giovani, che amano il reggae e Shaggy, ricordiamo che il termine inglese Bombastic è stato coniato proprio per dileggiare Paracelso per il suo eclettico esibizionismo. Torniamo a bomba, anche noi, come si faceva in giochi antichi. È innegabile che l’intelligenza artificiale, o “AI”, in cinquanta anni abbia avuto i suoi successi e si sia evoluta.

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A nostro modesto giudizio, ciò è avvenuto attuando solo parzialmente l’obiettivo iniziale che tendeva ad accoppiare in simbiosi l’intelligenza dell’uomo con la matematica e la potenza di calcolo delle macchine. L’AI il suo successo più noto lo ebbe, quando una macchina batté Kasparov nel 1997 in una partita a scacchi. Dall’AI si sono staccati rami molto interessanti come quello dei cosiddetti Sistemi esperti. Tuttavia occorre fare un’ulteriore distinzione di valore all’interno di questa categoria della ricerca, distinguendo la bipartizione tra i sistemi esperti veri e propri e quelli basati sulla conoscenza. È differenza non da poco, dal momento che i sistemi esperti sono nati con l’intenzione esplicita di catturare l’esperienza di un esperto umano in un settore ben preciso (ed è qui che noi pensiamo che si siano creati soprattutto sistemi furbi e non sistemi intelligenti), mentre i sistemi basati sulla conoscenza utilizzano (con maggior evidente successo) quella che può provenire da una varietà di fonti e non escludono che la conoscenza stessa sia appresa. Appresa anche da Internet? Propendiamo per il sì. Google ne è un esempio e ancor di più di Google sono intelligenti altri motori di ricerca o altri sistemi che qui non citiamo, perché ciò ci porterebbe a considerazioni interessanti ma che ci svierebbero dal nostro obiettivo. A noi preme distinguere la capacità cognitiva dell’uomo dai sistemi cognitivi permessi dalle macchine, pur sempre imitati per quanto intelligenti siano. Il nostro cervello dovrebbe essere il filtro attraverso il quale giudichiamo le ricerche o le operazioni che consente Internet, quindi il filtro globale attraverso il quale percepiamo il mondo, non il sistema che rappresenta il mondo.

a r t i f i c i a l e ORESTE

Nell’arco di cinquanta anni, quindi, l’intelligenza artificiale ha realizzato progressi e risultati; parallelamente è aumentata in maniera esponenziale la capacità di calcolo delle macchine. Tuttavia, anche se questi aspetti interagiscono, dobbiamo considerarli separatamente. Per il momento ci limitiamo a considerare che l’aumento della capacità di calcolo non sempre ha migliorato ogni aspetto dell’apprendimento e la soluzione automatica, definitiva e accresciuta dei problemi, come era nell’enunciato della chiamata a creare sistemi di intelligenza artificiale. Croce La potenza dei microprocessori aumenta ogni diciotto mesi, questo era uno degli enunciati della pretesa legge di Moore prima e seconda -, attestante l’andamento dello sviluppo esponenziale della capacità dei calcolo delle macchine e da ciò è stato derivato il corollario dei suoi benefici. Ciò apre una tematica vasta e controversa della quale qui riprendiamo solamente due aspetti estremi - apparentemente lontani l’uno dall’altro - che tuttavia denunciano come la ridondanza di tecnologia, conseguente alla ridondanza della capacità di calcolo, ci sia imposta per ragioni economiche e abbia condotto allo sviluppo di condizioni non rispondenti alle esigenze reali. In primo luogo, l’aumento della velocità di calcolo ha prodotto il fenomeno della cosiddetta obsolescenza tecnologica che ha portato e porta all’estromissione dai sistemi produttivi di macchine ancora efficienti per sostituirle con altre nuove e più potenti sulle quali si creano sistemi ridondanti. Nel contempo si ignora che sulle macchine estromesse possono funzionare sistemi, più semplici e sicuri, altrettanto potenti ma anche gratuiti. Si è creata così artificiosamente l’esigenza che avrebbero le amministrazioni pubbliche, le imprese private e persino i cittadini ad acquisire nuovi tipi di hardware e di software, mentre l’hardware preteso obsoleto potrebbe funzionare altrettanto bene con sistemi e software liberi, gratuiti e disponibili. Si provi a immaginare l’importo che questi esborsi producono o produrrebbero al livello della pubblica amministrazione, dalla scuola in su, e si dimostra così che

si configurano cifre che nel nostro paese sono paragonabili a quelle di una legge finanziaria. Chi se ne avvantaggia? Non certo il cittadino ma le grandi corporations informatiche che presentano bilanci superiori a quelli di molti stati nazionali. In secondo luogo, vogliamo porre in rilievo come l’aumento della capacità di calcolo (attuata con macchine obsolete o meno che siano) produce lo stravolgimento dei processi economici globali. Basta osservare i processi produttivi in atto oggi per rendersene conto dove imperano princìpi e realtà avulse dalla storia e dalle esigenze umane reali, e i nonsense che hanno condotto all’invenzione della new economy, cioè di un’economia che si rivolta contro l’uomo. Siamo luddisti? No! Siamo dei laudatores temporis acti? Nemmeno! Semplicemente siamo consci che al mondo c’è chi è privilegiato dall’uso sfrenato della tecnologia e chi no, e forse noi siamo nel primo gruppo, ma non durerà molto. Compulsando alcuni dizionari ritrovati tra i libri di scuola di cinquanta anni fa abbiamo meticolosamente verificato la presenza del termine globalizzazione. Non l’abbiamo trovato; non c’è nemmeno nel Battaglia, almeno nell’accezione che ha oggi. Invece in Internet compare con più di 3,7 milioni di occorrenze che, solamente nella lingua italiana, denunciano una moltitudine di correlati empirici con sfumature di significato molteplici e dagli effetti inequivocabili. Soprattutto quest’ultima riflessione ci porta a convenire che tutte le manifestazioni dell’intelligenza che creano impresa, industria, finanza, grazie alle macchine e alla loro capacità di calcolo, sono concentrate in un numero limitato di luoghi dove si concentra anche la ricchezza. Invece il lavoro è delocalizzato e gestito grazie alla potenza di calcolo delle macchine e della tecnologia attraverso le reti telematiche nelle province più sperdute degli imperi, dove si accumula solamente la povertà. Allora è lecito argomentare e dedurre che la cooperazione tra l’intelligenza dell’uomo e la potenza di calcolo delle macchine ha globalizzato esponenzialmente anche lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Noi siamo di questo avviso. E. Pentiraro

Pupo, Pappalardo, Califano, i Cugini di campagna. Il pubblico si diverte a irridere quelli che vestono ancora la zampa d’elefante e non si sono accorti del tempo che è fuggito. Il tempo è il più inafferrabile dei latitanti: nessuno lo può arrestare. Mai. Ma lo so che tu continuerai, finché l’ultimo riflettore dell’ultima televisione locale rimarrà acceso, a recitare la tua parte. Ad incitare i compagni alla rivolta senza curarti dei primi sghignazzi e degli ultimi sbadigli. Fiero e indomito come gli ultimi garibaldini ottuagenari nei fotogrammi del cinegiornale, come la rugosa diva del muto che percorre con grazia malinconica il viale del tramonto. Ulisse, per quanto bello di fama e di sventura non è stato fortunato a baciare la sua petrosa Itaca. C’è tornato per assaggiarne la noia e presto ne è dovuto fuggire, perché nessuna casa è all’altezza del suo ricordo. Gli sbadigli aumenteranno, i trafiletti diminuiranno, i giovani dei centri sociali esauriranno la loro curiosità, ma tu continuerai la tua battaglia. Perché il giorno in cui ti fermerai, compagno Oreste, ti troverai a pensare ad una viva intelligenza persa dietro ad un sogno fatto solo di parole, che tanti più furbi - hanno saputo sfruttare meglio di te. Il giorno in cui ti fermerai, forse, penserai a quanto erano miserabili quegli anni in cui la generazione postbellica sfogò i propri eccessi di testosterone in una guerra per finta, mascherandosi dietro all’ipocrisia di un ideale. Una guerra per finta, ma con morti veri. Ma tu non ci pensare, compagno Oreste, imbraccia la fisarmonica come la cetra di Orfeo e continua a cantare per non guardarti indietro. F. Borzini


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dal velocifero alla motorizzazione di massa e così via. Per un secolo le protesi dirette a render più lieve il lavoro sono aumentate e ad ogni nuova tecnologia s’è gridato al maggiore benessere che avrebbe portato alla società, la quale, meno infelice, sarebbe divenuta meno aggressiva e più buona (teoria della Frustrazione-aggressione, Miller, 1930). Se davvero il benessere abbia portato felicità è oggi materia di seria riflessione. Quanto alla bontà, la Germania di Hitler era tecnologicamente avanzata ed economicamente benestante… Durante tutti questi anni tuttavia all’uomo non sono stati chiesti cambiamenti sostanziali: viveva grosso modo come i suoi antenati, ma più comodo. C’erano più beni da comperare; ma se preferiva costruirseli poteva farlo: l’homo faber si aggiornava, ma restava faber. La vera rivoluzione avviene con l’elettronica un po’ perché il costruirsela è assai meno facile per il comune privato. Ma il punto principale non è questo. Il punto è che essa consente l’automazione a ben altro livello che la meccanica e l’elettricità. Gli ultimi modelli di auto vengono quasi completamente gestiti dal computer: l’utente si limita a indicare il risultato che vuole; al resto pensa la macchina. Allo stesso modo gli

In Russia, le raffinerie di petrolio e di gas sono solite regalare simili sorprese, forse c’è stato un incidente in qualche impianto e gli idrocarburi fuoriusciti potrebbero aver contaminato la neve, ipotizza qualcuno. Ma le autorità ribadiscono che è tutto nella norma. Da registrare comunque il goffo tentativo dell’agenzia meteorologica di Stato, secondo cui trattasi di una rara tempesta di polvere proveniente dal vicino Kazakistan… L’unica cosa che sappiamo è che la verità su simili incidenti non trapela di certo, nella grande Democrazia Controllata, come l’ha definita Vladimir Putin due anni fa, incassando il plauso di Berlusconi (non ce ne siamo dimenticati!) e le critiche di tutto il

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ultimi elettrodomestici richiedono solo cosa si voglia come risultato finale. In altre parole: l’utente non è più autore dei propri eventi: li delega e, avendoli delegati non li produce, ma li subisce. Li deve delegare perché ciò è richiesto dal benessere, quindi dal bene. Ed ecco che automaticamente, il dovere lavorare personalmente sulle proprie cose diventa il male. Si sa che una tecnologia, una volta diffusa, diviene filosofia. In ossequio alla quale l’essere umano smette anche ideologicamente di occuparsi di quanto lo riguarda, delegando sempre più e lavorando sempre meno. Così abbiamo la medicalizzazione del disagio spirituale con delega al farmaco a livello privato; e lo stravolgersi del concetto di democrazia a livello pubblico. Il voto infatti, nato come momento di partecipazione critica e attiva, diviene il momento della delega a chi ci deve pensare. Ed ecco che anziché la partecipazione di tutti, abbiamo la dittatura dei delegati: la partitocrazia. I giovani nati in un contesto siffatto ne sono figli: vogliono, con assoluta coerenza, direttamente il risultato ed esigono che la società glielo fornisca, senza far nulla per ottenerlo; e a remengo vanno scuola, famiglia, lavoro. Perché imparare,

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v i o l e n z a quando su Internet c’è tutto? Un simile modo di vivere esclude totalmente l’autonomia della persona, giacché essere autonomi significa essere in grado di elaborare obiettivi e tecniche per raggiungerli. Autonomia e delega sono concetti non solo antitetici, ma incompatibili. Tuttavia nessuno - almeno nella nostra cultura - può essere privato della propria autonomia senza ricavarne una frustrazione profonda - spesso inconscia, sempre reale - che produce aggressione e violenza. La violenza quindi, aumenta in proporzione diretta con la perdita della possibilità di essere arbiter fortunae suae. Ciò provoca un paradosso: troviamo assai comodo delegare altri e far faticare loro (proprio come i ragazzi quando si fanno rifare il letto dalla mamma), ma poi ci sentiamo oh quanto giustamente! - spossessati della nostra autonomia che è come dire semplicemente la nostra identità. In Italia diamo spesso la colpa di ciò all’onnipresenza delle madri che invece c’entrano poco: negli Usa sono fin troppo assenti; ma la tecnologia è più evoluta e il tasso di violenza più alto che da noi. Chiaro che oltre che di questa, la violenza si nutre anche di altre cause; ma a guardar bene, molte di esse erano già presenti nel secoli scorsi, in cui la violenza sociale era meno diffusa. L’unica novità vera è la perdita generalizzata dell’autonomia individuale: un fenomeno simile nella Storia non s’era ancora visto. E non sarà purtroppo con la polizia o le cancellate negli stadi che il problema sarà risolto. V. Policreti

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mondo. A gettare acqua sul fuoco è intervenuto infine il direttore russo di Greenpeace, Alexei Kiselyov, secondo il quale in Siberia ci sono già stati episodi innocui di nevicate nere, blu, verdi e rosse (e quando ce lo dite?). Ci risulta quanto meno sconcertante questo tentativo di voler riportare la neve colorata nella norma della Russia. Non ci ricordiamo racconti di Pasternak o di Turghenev ambientati in una Mosca giallognola o in una steppa blu; neanche quando ci fu l’assalto dei bolscevichi al Palazzo d’Inverno, si ricorda una nevicata in tinta con la Rivoluzione. Chi avrebbe deciso, e soprat-

Stupirsi ancora: grazie Luzzati!

Amore a prima vista! Non saprei spiegare con precisione il motivo, ma quando per caso mi sono trovata di fronte a un’illustrazione di Emanuele Luzzati, ho capito subito che non sarebbe finita lì. Quei colori vivaci, i volti dei personaggi delineati con pochi, essenziali tratti, decisi e allo stesso tempo delicati, non avevano il sapore del già visto ma quello della novità e della freschezza. Dalle damine, da Pulcinella, traspaiono la gioia di vivere, l’ironia e la sincerità di chi li ha creati. E’ cominciata una ricerca prima di altre immagini, e poi di tutto ciò che potesse riguardare l’attività di Luzzati. Quale argomento migliore per la tesi, se non qualcosa che mi appassionasse tanto? Iniziando ad approfondire mi sono accorta che non sarei mai arrivata a

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tutto da quando, che la neve giallognola, puzzolente e oleosa è nella norma? È questa la mentalità che ha fatto fallire il protocollo di Kyoto, secondo la quale la soglia di tolleranza della tossicità di un’emissione non si misura in rapporto alla salute dell’uomo, ma al PIL del paese che la produce. Lasciamo per un attimo i bimbi siberiani a giocare con i loro pupazzi di neve colorati (chissà come li invidiano i bimbi degli altri paesi...) e spostiamoci in Europa. Da noi la neve è ancora bianca e inodore, anche se è vivamente sconsigliato tirare fuori la lingua quando fiocca!

Vico Catina 15/A - Terni ilconvivioterni@virgilio.it

Ma cosa pensano dell’inquinamento del pianeta i nostri governanti? Farà piacere ai più sapere che Tony Blair ha annunciato in pompa magna che, al termine dell’incarico di governo, si dedicherà all’ecologia. E lo seguiranno, in questo impegno, anche Chirac e Aznar. Non riusciamo però a capire una cosa. Perché gente che ha avuto in mano il governo degli stati più potenti del pianeta non ha assunto questo impegno ecologista quando era in carica? Perché relega l’urgenza ecologica al tempo libero, perché non ne fa un programma di governo invece che un hobby da dopo-governo? Comunque, se la pensione

conoscere tutto. Indimenticabile è stata la visita al museo di Genova dedicato all’artista; lì ho potuto ammirare, oltre a disegni originali, molti dei cartoni animati purtroppo introvabili in vendita, realizzati insieme a Gianini. Già, perché oltre ad aver creato più di 400 scenografie teatrali, costumi, illustrazioni per libri di fiabe e filastrocche, manifesti, Lele ha ideato cartoni animati stupendi (i più noti accompagnano i titoli di testa dei film di Monicelli L’armata Brancaleone e Brancaleone alle Crociate). La musica svolge un ruolo fondamentale nei film d’animazione, dove i dialoghi sono spesso inesistenti perché superflui, rispecchiando un po’ il suo carattere: chiunque abbia lavorato con lui - registi, architetti, scrittori lo ricorda per la sua riservatezza, modestia e gentilezza. Artista-artigiano, è sempre riuscito a valorizzare al massimo i mezzi a disposizione e non ha mai fatto distinzione tra incarichi di serie A e di serie B quando già era famoso. Credo che non ci si stanchi mai di rivedere le sue creature per il loro potere immediato di toccare le corde di un mondo che appartiene a tutti, ma che molti spesso tengono sepolto: quello dell’infanzia, popolato da re e regine, burattini, maschere. E ora che Luzzati se n’è andato, il 26 gennaio scorso a 86 anni, ci lascia un universo fantastico di immagini uniche che fanno stupire ancora. Maria Beatrice Ratini

ispira questi sentimenti salvifici, ben venga la terza età dei governanti. Chissà se anche il direttore russo di Greenpeace, dismessi gli alti incarichi, un giorno uscirà di casa per spalare la neve gialla/rossa/blu dal viottolo e dirà che no, diamine, non è affatto nella norma! Mister Blair, se uscendo da Downing Street vuole dedicarsi alle piante da giardino, faccia pure, ma non riduca l’ecologia ad un impegno da pensionati. Un po’ di stile, mister, non confondiamo l’ecologia con il giardinaggio, please. F. Patrizi p.s. In Italia queste notizie arrivano appena di rimbalzo, poiché suonano troppo allarmanti: pensate, in altri paesi i politici vanno in pensione e si dedicano ad altro... questa sì che è una notizia bomba!

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EDUCAZIONE ALLO SPORT

IL C ITTA D IN O

Lo sport è un’altra cosa...

Lo sport per il cittadino

Se passa l’equazione calcio = violenza, rischiamo di andare fuori-gioco. Che il pallone abbia le sue colpe, è indubbio, ma addossargliele tutte non aiuta l’analisi. E’ come dare l’aspirina al termometro che segna 40°, trascurando l’ammalato. Il problema è sociale, non sportivo. L’aumento della violenza non sono solo gli stadi a evidenziarlo. C’è un’insofferenza diffusa fra i giovani e un abbassamento dei livelli di leicità riscontrabile in vari contesti della vita quotidiana. Dalla famiglia e dalla scuola provengono segnali preoccupanti che si ripercuotono immancabilmente nella società. Non è più il momento di chiudere gli occhi, ma stabilire regole nuove, senza cedimenti se si vuole ricondurre l’irrequietezza giovanile nei confini del sopportabile. Il permissivismo domestico, come quello scolastico, ha fatto il suo tempo: non è lo strumento utile a formare, se mai lo fosse stato in precedenza. Lo stesso dicasi per l’atteggiamento colpevolmente comprensivo che sociologi, psicologi e strizzacervelli di turno sciorinano in privato e in TV. Imparare a vivere è difficile, comporta muoversi lungo percorsi dove i divieti sono più formativi dei liberi accessi e dove il raggiungimento di un obiettivo non può mai essere privo di sacrifici. Come in un’industria, la filiera famiglia-scuola-società sforna generazioni in catena continua, ma l’attenzione per la qualità del prodotto è quasi scomparsa, lo scarto ha superato le percentuali fisiologiche, nell’illusione che il mercato lo assorba e il cliente finale non

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protesti più di tanto. Purtroppo non è più così; il buonsenso si ribella, e quand’anche la società fosse in grado di porre fine oggi alle carenze dovrà consumare per altri vent’anni il prodotto difettoso delle generazioni in lavorazione. E’ indicativo il numero di minori fra i fermati per la guerriglia urbana di Catania: articoli avariati della linea di produzione che niente hanno a che fare con il tifo calcistico, gente persa per sempre, candidata alle galere locali. Il decadimento dei valori in tutti gli ambiti sociali, i messaggi ingannevoli diffusi da cinema e TV, il sesso e il denaro come unici obiettivi, perseguibili attraverso compromessi con la dignità individuale, stanno alla base della loro concezione di vita. Occorre restituire prestigio ed autorità alle figure di riferimento, cominciando ad educare i genitori se non vogliono essere le prime vittime della loro stessa arrendevolezza. Quanto al calcio, le società non fingano dolore per le violenze domenicali. Sono esse stesse a coltivare in petto la serpe degli ultras; sono esse che finanziano i capibanda, sono esse che scelgono gli addetti al controllo di chi entra nello stadio, sono esse che pagano l’affitto per le sedi di club di scalmanati, sono esse a fornire gratis i biglietti per le trasferte delle squadre. Che siano, perciò, esse a farsi carico della sorveglianza fuori e dentro lo stadio, pagando meno i calciatori e più il servizio di sicurezza, evitando così che un servitore dello Stato venga consegnato nelle mani di boia prezzolati. Lo sport è un’altra cosa. Ing. Giocondo Talamonti

In questo momento in cui lo sport sembra in crisi a causa degli eventi fragorosi di questi ultimi tempi, che hanno mostrata in tutta chiarezza la parte più deleteria del maggiore degli sport nazionali, è necessario che con forza siano sviluppati ed evidenziati quei tanti aspetti largamente positivi dello sport con la S maiuscola, senza soffermarsi in quelli usuali della formazione psico-fisica dei giovani, già largamente acclarati. Molti, troppi, stanno sviluppando discorsi di collegamento tra la situazione sociale del Paese e gli eventi catastrofici che avvengono negli stadi di calcio: la famiglia, la scuola, le associazioni sportive e non, sono messi tutti sotto accusa. Parole, molte parole, troppe parole, quando, invece, in questa situazione sono necessari fatti, molti fatti, concreti. Per evitare che le poche, anche se gravissime, negatività possano oscurare quelle, molte, assolutamente positive, occorre che quest’ultime siano contrapposte alle prime: alla base di tutte le azioni c’è la cultura sportiva formata o da formare del cittadino di tutte le età. Cultura che porta a considerare lo sport quale sviluppo di una mentalità sana verso la persona, il suo corpo e la sua mente, e, ancor più importante, verso l’ambiente che la circonda. Proprio questa cultura, per i suoi contenuti sulla qualità della vita, porta la persona sportiva a considerare come preminente la salvaguardia della natura e la necessità di mantenerne la qualità dell’acqua, dell’atmosfera, della terra. Gli sportivi, intesi quali centri attivi per sviluppare lo sport al proprio servizio ed a quello di

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tutti i cittadini, non certo quale fornitore esclusivamente di spettacolo, men che meno gli esasperati tifosi, hanno o debbono sviluppare il senso della vita sana, che non può prescindere dall’ambiente. E’ in questo senso che CONI e Ministero dell’Ambiente hanno stilato lo scorso 7 febbraio un Protocollo di intesa sull’impiego delle energie alternative negli impianti sportivi, che porti lo sport a non contribuire

all’inquinamento generalizzato del petrolio e suoi derivati e del nucleare. Si può qui parlare senza retorica di etica sportiva, da sviluppare particolarmente nella Scuola ed in tutte quelle iniziative che lo sport mette continuamente in cantiere. Su questi intendimenti del mondo dello Sport, la Consulta dello Sport della Provincia di Terni, in collaborazione con il CONI ed i Comuni, è impegnata a formulare proposte di attuazione concreta a seguito delle segnalazioni che pervengono dall’Osservatorio Sportivo Provinciale. Intanto lo Sport attivo per tutte le età e non più solo per i giovani. E’ noto che la vita media si è allungata e la persona anche oltre i 60 anni è in condizioni fisiche e mentali atte a contribuire fattivamente allo svi-

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luppo dello Sport inteso come pratica, ma anche come dirigenza attiva. In questo ambito i programmati corsi per Dirigenti Sportivi sono un grande mezzo di sviluppo di questi concetti caratterizzanti il mondo moderno dello Sport. La Scuola Regionale dello Sport CONI dell’Umbria, insieme agli uffici della Provincia di Terni, predisporranno un programma dei corsi per dirigenti sportivi che enfatizzi anche l’aspetto della cura dell’ambiente nelle occasioni in cui il mondo dello sport sia chiamato a realizzare opere per la pratica sportiva o a gestirle: palestre, palazzetti, velodromi, percorsi per lo jogging, ecc.. Attraverso l’utilizzo dell’energia solare, eolica, delle biomasse rinnovabili, che prevedono zero CO2 ed assenza assoluta di inquinamento. C’è da dire che normalmente gli sportivi, quelli veri, sono i più ricettivi di tali concetti così sociali e basta poco per creare con loro un movimento teso al miglioramento delle condizioni della terra: basta un minimo di coordinamento perché esso possa partire senza che si debba pensare a rivoluzioni, tanto è normale un impegno in tale senso. La Consulta dello Sport, il CONI, la Scuola messi insieme formeranno un centro di formazione e di sviluppo dell’etica sportiva intesa come visione della vita sana di chi fa sport e di chi non lo pratica. E’ tempo di concretezza e quindi di progetti da avviare con chi crede nel futuro, utilizzando il tanto buono dello sport per andare anche al di fuori dello sport e progettare la società per tutti: giovani, meno giovani, maturi, anziani. Lo Sport salverà il mondo! Benito Montesi


L A S C U O L A To r n iam o a sc u ola

E D U C A Z I O N E La scuola può far molto...

To r n i a m o a scuola. Quella scuola che ha ancora, per noi, lo stesso significato attribuitole dagli antichi greci: riposo, tempo libero. Il luogo ove chi ha tempo e fortuna attende al potenziamento della sua mente; l’istituzione in cui il giovane si dota di una personale ed autonoma mappa culturale, ove si fabbrica una delle più affascinanti avventure che pensiero conosca. Torniamo a scuola per riconsegnare il testimone, per porgere un microfono (che, ad onta del micro significa amplificazione del suono), quindi una opportuna visibilità ed una appropriata risonanza a chi si impegna per la cultura, credendoci, come i Presidi e gli insegnanti che, disponendo di un prezioso bagaglio culturale ed intellettivo, apportano grandi benefici alla civiltà del tessuto umano che oggi viviamo. Ospiteremo così scuole di ogni ordine e grado, per conoscere e far conoscere meglio le loro attività, di norma ancorate ai valori della scienza ed ai sentimenti della solidarietà. Una pagina la dedicheremo alla scuola elementare... favole... disegni per e dei giovani allievi; una alla scuola media, così piena di inventiva e di voglia di creare, due pagine agli Istituti superiori del territorio ternano-narnese. Cercheremo di offrire grande risonanza a quei giovani che vorranno e sapranno impegnarsi. Nostro scopo è dar lustro al loro talento. Ameremo leggere, con l’attenzione ed il rispetto dovuto, il pensiero dei loro bravissimi educatori. Tenteremo invero di redigere una sorta di giornale comune degli Istituti Scolastici, nella certezza che lo scambio di

Strano che nessuno ci abbia pensato prima! I tornelli come soluzione di tutti i mali del calcio, fino a ieri ciecamente ignorati, sviliti, beffeggiati. Tornelli come cartine tornasole dell’ordine e della legalità; prova provata di fedina immacolata, di cherubina innocenza, di angelica, civica, virtù sportiva. Chi riesce a superarli è un potenziale candidato al Premio Nobel per la Pace, con diritto all’aureola e nulla-osta per accedere alle Praterie celesti. Requisito essenziale per presentarsi al tornello è avere l’abbonamento, essere cioè un fedele, convinto sostenitore della squadra, pronto a difenderne filosofia e colori. A Milano, capitale dell’efficienza laborale di quest’Italia di fannulloni incalliti c’è voluto poco più di una nottata per montarli, mentre a Roma, per evitare antipatiche sfide, ci hanno pensato un anno e mezzo fa. Ma un dubbio mi prende: può un delinquente abituale acquistare un abbonamento, magari di curva, presentarlo al tornello e garantirsi la santificazione? Certo che può. E allora, a che serve il tornello? L’identificazione non può avvenire con il controllo di documenti e con il passaggio al metal detector? Certo che può. A Catania i tornelli non c’erano, è vero, ma i mascalzoni che passavano i controlli, acquisendo l’etichetta di illibatezza, si rivolgevano poi ai magazzini del custode del campo per rifornirsi di spranghe, mazze, coltelli e bombe carta secondo i loro deside-

opinioni, la conoscenza più generalizzata delle opere e dei giorni messe in atto da ogni singola scuola possa diventare, nelle loro espressioni migliori, lavoro ed impegno comune, affinché le grandi azioni di solidarietà e le manifestazioni di vero sport e di intensa cultura, oltre agli ormai usuali gesti di generosità e di solidarietà, possano accrescere, nella sinergia, il loro stesso valore. Desideriamo soprattutto che i giovani che scriveranno su La Pagina, possano avvertire l’importanza di aggiungere la propria firma accanto a quelle dei loro educatori e dei molti giornalisti ormai noti nel mondo culturale della nostra regione e presso le centinaia di migliaia di lettori che seguono il nostro sito - www.indagendi.com - che comprende La Pagina e @ scuola con il computer del Prof. Egidio Pentiraro), meno noti ove si fa finta di leggere o ci si diletta nello sbirciare solo i titoli delle rassegne stampa o gli scarni bollettini o dove si fa professione ed esercitazione di sola politica di parte. Desideriamo dunque offrire ad alcuni giovani un mezzo importante per esporre le proprie idee ed un lievito potente per bramare sempre più l’impegno nello studio e nella ricerca, al fine di ben assorbire il socratico so di non sapere, arricchendo la personale passione verso i valori più alti della società e della polis. Politica dunque, non politica di parte, accattonaggio di poveri diavoli! Crediamo che anche così si possa contribuire alla crescita ed alla autodeterminazione dei nostri giovani. Ringraziamo sentitamente Presidi ed Insegnanti per l’entusiastica adesione. GR

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rata. Ho l’impressione che questa faccenda dei tornelli sia come un cerotto messo sulla coscia con la pretesa di saldare la frattura del femore, con tanto di elogi del mondo scientifico per la tecnica del luminare ortopedico. Ho sentito pochi parlare di educazione giovanile allo sport, e le poche voci (progetto del Ministro Fioroni) si affievoliscono nel deserto dell’indifferenza dei media, più interessati al cinismo delle società di calcio nel circondarsi di tristi figuri che hanno poco o niente da perdere, disgraziati incazzati con questo mondo e quell’altro. Le scarse, deboli iniziative di ricreare i parametri opportuni di riferimento per questa e per le future generazioni, soccombono sotto il peso della violenza, cadono sotto i miraggi dei reality show, dove la ragione è dei furbi e di chi è pronto a barattare il successo con la dignità personale. Non vi è un esempio positivo che meriti d’essere proposto all’attenzione dei ragazzi, non una buona lettura che li faccia riflettere, non un gesto sportivo utile a diventare un riferimento. La strada dell’educazione è certamente più lunga dell’installazione di un tornello, ma è anche l’unica perseguibile. E, allora, una proposta per il Ministro Fioroni: perché non introdurre fra i libri di testo nelle scuole l’acquisto obbligatorio di opere di argomento sportivo in sostituzione di quelle facoltative che spesso non servono a niente? Gli insegnanti possono far molto, aiutiamoli a farlo. GT

F O I B E Dichiarazione del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla cerimonia dedicata alle vittime delle foibe: Un riconoscimento troppo a lungo mancato, un dramma negato per ideologia. Non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica il dramma del popolo giuliano-dalmata. E' stata una tragedia rimossa per calcoli dilomatici e convenienze internazionali. Oggi che in Italia abbiamo posto fine ad un non giustificabile silenzio, e che siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un'amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all'ingresso nell'Unione, dobbiamo tuttavia ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione, che fermamente vogliano, è la verità. Quello del Giorno del Ricordo è precisamente un solenne impegno di ristabilimento della verità. La Repubblica - 10 febbraio 2007

Grazie, Signor Presidente le Sue nobili e illuminate parole daranno linfa a semi già da tempo gettati e favoriranno il fiorire di una nuova alba di civiltà, quella per cui ognuno di noi si impegnerà, tenacemente e risolutamente, nella condanna, pubblica e privata, dei delitti commessi non già dai suoi avversari, ma dalla propria parte, politica o religiosa. Una civiltà alfine immemore della vergogna di chi, meschinamente, leva gemiti e lai solo verso i delitti degli altri... come se le atrocità di casa sua fossero dovute e quindi regolari. Una civiltà orgogliosa di fare incessantemente pulizia, in primis tra le proprie mura! Grazie ancora, Presidente. Giampiero Raspetti

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La Provincia di Terni per la cultura

Da Terni Un treno per Auschwitz, la fabbrica dello sterminio Grazie ad una legge dello stato (n. 211 del 2000), il 27 gennaio si celebra in tutta Italia il Giorno della memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici nei campi nazisti. Si tratta di una data fortemente simbolica poiché il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche abbattevano i cancelli del lager polacco di Auschwitz, rivelando al mondo uno dei più grandi orrori della storia: la Shoah (termine ebraico che sta per annientamento), messa in atto freddamente dalla Germania nazista attraverso l’impiego di grandi competenze organizzative e tecnologiche. La legge istitutiva della celebrazione (approvata dal parlamento italiano all’unanimità)

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invita soprattutto a ricordare contro ogni negazionismo subdolo o plateale. Nella ricorrenza di quest’anno le istituzioni locali ternane (la Provincia e il Comune, con l’Assessorato alla scuola e all’università, di concerto con l’Ufficio scolastico provinciale), proprio con l’intento di creare un antidoto alla profezia orwelliana, secondo la quale il passato, cominciando da ieri, potrebbe essere abolito e la menzogna diventare realtà, ha organizzato Un treno per Auschwitz, la località polacca più tristemente famosa per la soluzione finale della questione ebraica prospettata dai nazisti. E così alcuni studenti delle classi quinte degli istituti superiori della città e della provincia (fra cui i giovani eletti nella

Consulta degli studenti, altri impegnati in progetti didattici incentrati sulla tematica del razzismo, come Progetto Mandela, ecc.), con alcuni insegnanti accompagnatori hanno intrapreso il simbolico viaggio. Raggiunta la stazione centrale di Milano, dove ci si è incontrati con altre delegazioni provenienti dal resto dell’Umbria e da altre regioni e località italiane e concentrati in prossimità del Binario 21, un binario sotterraneo che veniva usato per il carico di merci e animali, dal quale nel ’44 alcuni italiani per il solo fatto di essere ebrei, od omosessuali, od oppositori al regime fascista furono deportati ad Auschwitz. Ad attendere i viaggiatori una delle poche sopravvissute ed ancora vivente: Goti Bauer, che con

poche ferme e dignitose parole, mentre gli oltre 600 giovani quasi per incanto tacevano, ha indicato il viatico per questo viaggio della memoria: Chi ascolta un testimone diventa un testimone. Dopo una notte e un’intera giornata in treno, intervallata da incontri, scambio di esperienze, raccolta di prodotti didattici, ma anche musica dal vivo, è arrivato il giorno della visita ad Auschwitz: in mattinata il lagermuseo, quindi nel pomeriggio, sotto la neve ed un vento pungente, il campo di sterminio di Birkenau con fiaccolata notturna. L’esperienza è stata per tutti emotivamente forte già a partire da quella scritta beffarda: il lavoro rende liberi posta all’ingresso, ma soprattutto al cospetto delle gigantesche quantità di materiali non ancora riutilizzati dagli aguzzini nazisti. Le montagne di scarpe, di valigie, di occhiali, di capelli rasati alle vittime del genocidio e non ancora riutilizzati nelle fabbriche tessili, irriverentemente esposte, hanno fatto stringere il cuore e qualcuno, magari, ha anche… imprecato per il fastidio di essere in tanti, in troppi e non avere il tempo di una meditazione più solitaria, più intima… Durante il lungo e faticoso viaggio di ritorno, quando la razionalità è riaffiorata, vincendo l’emozione, tutti si sono sentiti investiti del grave compito di restituire agli amici, ai compagni, ai concittadini quanto avevano visto e sofferto: Cerchiamo di far uscire dall’oblio il sacrificio delle vittime...

Restituiamo loro la dignità che meritano... Creiamo gli anticorpi che evitino il ripetersi di simili orrori... così si sono espressi questi giovani. Un treno per Auschwitz, che le istituzioni locali hanno fortemente voluto, realizza come il Giorno della memoria, possa non essere solo una commemorazione, ma un vero e proprio impegno a tenere presente il passato, anche perché da quando i carri armati dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli di Auschwitz, la logica del sopruso violento tra gli uomini è riemersa troppe volte. Domenico Cialfi


Assessorato alla Scuola

I giovani viaggiatori della memoria tra emozione e riflessione Sento forte l’impegno a dare alla memoria un futuro. Manuel Primi

Appare intollerabile l’idea che persino i crimini più atroci possano essere dimenticati. Marta Porchetti

I superstiti possono anche individualmente perdonare, ma non per questo la storia può essere azzerata. Simone Zugnoni

Creiamo gli anticorpi che evitino il ripetersi di simili orrori… Troppe volte si sono ripetuti.

Sono qui a cercare le parole per spiegare, prima di tutto a me stesso, quello che è stato..., quello che le vittime hanno sofferto e sopportato.

Ho ripensato a quelle parole un po’ ingenue, ma piene di speranza di Anna Frank: “Eppure gli uomini non sono cattivi”.

Francesco Nesta

Claudia Salvati

Spero che tutto ciò… non svanisca in una nebbia… priva di memoria

Non sono i luoghi a fare la storia, ma le persone…

Ormai, ad oltre mezzo secolo di distanza dagli avvenimenti, la generazione dei testimoni si è andata sempre più assottigliando… Noi saremo i nuovi testimoni… Che fardello e… che inadeguatezza!

Matteo Paloni

Francesco Squitieri

Non credevo fosse possibile e invece è successo… E’ proprio vero, lo straordinario (anche quando provoca orrore) risiede in ognuno di noi. Auschwitz?... Il luogo dei “non-uomini”, dei “mortiin-vita”

Cosa ho rivissuto e provato?... L’espropriazione del nome, lo sfinimento dei lavori forzati, la minaccia di finire ancor vivi nelle bocche dei forni crematori, l’arroganza dei “kapò”… l’ombra inquietante del male.

Daniele Giuliani

Arianna Monetini

Sara Rotini

Vorrei vincere… l’indifferenza. Daniela Bizzaglia

Mi sono venute in mente le parole di Primo Levi: “Se questo è un uomo, penso proprio di non essere contento di esserlo”. Samuele Tralascia

Damiano Montagnoli

Licia di Pietro

Restituiamo alle vittime la dignità che meritano…, ma come?... Quanta inadeguatezza! Giuditta Battaglini

Auschwitz?... una ferocia senza esempi. Francesca Melchiorri

Auschwitz?... Spaventoso… Non frutto della violenza più cieca, ma di una pianificazione meticolosa. Marco Testa

Cerchiamo dall’oblio il vittime e che simili ripetano.

di far uscire sacrificio delle facciamo sì cose non si

Lorenzo Marchetti

Ricordare è l’unica azione moralmente accettabile rispetto a questa pagina tremenda della storia. Gabriele Raggi

Dietro tutto ciò che ho visto e rivissuto ci sono storie così terribili che le parole a nostra disposizione si dimostrano spesso inadeguate. Ilenia Alcini

Auschwitz: un baratro dell’orrore, dove razionalità e intelligenza sono state messe al servizio della morte. Silvia Cimei

Dopo aver visto 175 ettari di malvagità, non puoi più essere la stessa persona. Mohsen Seyed Karimi Atashghah

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APRE IL MUSEO DI PALAZZO EROLI Una realtà vivente vocata al turismo e alla cultura La Provincia di Terni per la cultura

Il sogno è diventato realtà. Il grande progetto del museo cittadino ha lasciato finalmente la carta per assumere le sembianze di una struttura vivente, un organismo vitale che respira con i polmoni dell’arte e della cultura e che rende giustizia ad una città ricca di storia, di testimonianze passate e presenti e di una volontà di comunicare e sistematizzare il suo tempo per capire la ragioni della sua esistenza. Il museo civico di Palazzo Eroli nasce dall’impegno della Provincia di Terni, proprietaria dell’immobile, e dal Comune di Narni, che lo gestirà fattivamente; si giova del supporto di Regione Umbria e Comunità europea e della collaborazione di società e professionisti di livello internazionale. E’ un vanto assoluto per Narni, sia dal punto di vista storico-culturale che da quello architettonico ed urbanistico. Il museo si fonde nella città per tanti motivi, non ultimo quello sentimentale. Forse più dei beni culturali che in esso verranno esposti, la struttura si cala perfettamente nella socialità e nella cultura narnese soprattutto per la sua ubicazione. Collocato nel cuore della città medievale, Palazzo Eroli riveste per i cittadini un significato particolare essendo stato per secoli una delle principali residenze dell’omonima famiglia da cui prende il nome. Gli Eroli, appunto, nucleo

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Conterrà le opere pittoriche del Gozzoli e del Ghirlandaio, una biblioteca con diciassettemila volumi e tutti i reperti storici e archeologici della città. Tecniche innovative per gli arredi basate su strutture e luci all’avanguardia per fondere insieme passato e futuro.

familiare di grandi tradizioni nobiliari tra i più importanti, influenti ed emotivamente vicini alla comunità locale, che hanno segnato epoche storiche della Narni del passato rappresentando punti di riferimento sia sul versante culturale che su quelli sociali ed economici. L’aver riaperto Palazzo Eroli rappresenta quindi anche un evidente segno ed una chiara testimonianza del valore della memoria collettiva di una comunità che cerca coesioni forse nuove in un passato che ha il valore della saldatura tra generazioni. C’è poi un altro fattore importante. Il fascino e la vicinanza che evocano alcune delle opere che conterrà il museo, tra cui certamente la Pala del Ghirlandaio, il capolavoro pittorico del Bigordi al quale i narnesi sono particolarmente affezionati, con una saldatura quasi fideistica che li mette idealmente in simbiosi con il grande maestro, per qualcuno un patrono temporale quasi al pari di quel San Giovenale vescovo e protettore della città al quale i narnesi tributano da secoli rispetto e devozione. Ricavato nelle sale ristrutturate di uno dei più importanti palazzi nobiliari del centro storico e dell’intero territorio provinciale, il museo sarà il centro della cultura cittadina, ospitando, oltre alle testimonianze artistiche ed archeologiche, anche la corposa biblioteca comunale composta da

diciassettemila testi antichi e moderni. L’edificio si sviluppa linearmente su 54 metri a partire dalla chiesa di San Francesco, attigua a Palazzo Eroli, e correndo lungo Via Aurelio Saffi. Il corpo principale, risalente ad un periodo tra il 1600 e il 1700, si compone di tre piani e di uno aggiuntivo, del XIII secolo, di piccole dimensioni. Molto ampi però sono complessivamente gli spazi a disposizione la cui area totale è infatti di 2.700 metri quadrati. Solo il piano terra, tanto per fornire un’idea della grandezza, vanta una superficie di circa 900 metri quadrati. Per poter ospitare il museo, Palazzo Eroli ha subìto una consistente opera di ristrutturazione durata diversi anni, costata poco meno di 5 milioni di euro e che ha visto la Provincia di Terni come principale soggetto attuatore del progetto ed erogatore dei fondi necessari in compartecipazione con l’Unione europea e il Comune di Narni. Il museo cittadino di Palazzo Eroli nasce con una vocazione e una filosofia innovativa rispetto ai consueti cliché che caratterizzano questo tipo di strutture. Il museo - spiega Francesco Bussetti, dirigente del servizio cultura della Provincia di Terni e uno dei massimi artefici del progetto - non deve essere una struttura statica ma un organismo capace anche di interpretare gli interrogativi come strumenti di studio e ricerca. Non un semplice contenitore insomma ma un soggetto in grado di comunicare e interagire con la città e l’esterno. Non un’entità espositiva fissa e radicata nella comune tradizione museale quindi, ma una realtà moderna e dinamica che contiene in sé il senso della storia e il gusto per la ricerca e la scoperta. Un museo al servizio di tutti con l’ambivalente e ambizioso obiettivo di costituire un’attrattiva turistica e uno stimolo alla ricerca e allo studio della città, dei suoi segni e dei suoi significati. Ma cosa conterrà il museo di Palazzo Eroli? Prima di tutto le importanti testimonianze pittoriche della città, a cominciare dalle due opere d’arte costituite dall’Incoronazione della Vergine di Domenico

Bigordi, detto il Ghirlandaio, meglio conosciuta come la Pala, che dal 1871 si trova custodita nella sala del Consiglio comunale, dopo essere nata come affresco religioso conservato nella chiesa di San Girolamo e commissionato all’artista fiorentino nel 1486 dal cardinale Berardo Eroli. Poi l’Annunciazione di Benozzo Gozzoli, proveniente dalla chiesa domenicana narnese di Santa Maria Maggiore, risalente con ogni probabilità al 1499 e quasi sicuramente prima opera dell’artista. Al museo andranno anche le altre opere della pinacoteca attribuite al Vecchietta, ad Antoniazzo Romano, Livio Agresti e altri di ambito locale come il Maestro da Narni, Giovan Francesco Perini, Michelangelo Braidi, Agostino Masucci e Giacinto Boccanera. A Palazzo Eroli andranno anche le testimonianze archeologiche come la mummia egizia portata a Narni da Edoardo Martinori, o reperti protostorici come lo scheletro del rinoceronte primitivo o la zanna dell’Elephas antiquus riaffiorata del 1988. In più ci saranno sezioni di paleontologia, classiche e medievali con materiali fossili, lapidei, ceramiche, anfore, laterizi ed oggetti d’uso quotidiano. Come si diceva inizialmente, il museo ospiterà anche la biblioteca comunale che contiene, tra le altre cose, una preziosa raccolta dantesca con quasi un migliaio di testi e oltre ottocento opuscoli provenienti dalla collezione Giovanni Eroli. Nel catalogo ci sono anche ventisei incunaboli della seconda metà del XV secolo, un numero cospicuo di cinquecentine (497), settanta manoscritti posteriori al XVI e cinque manoscritti musicali. L’archivio storico preunitario (dal 1139 al 1861) è composto da un fondo diplomatico (317 pezzi di cancelleria pontificia che vanno dal 1139 al 1841), statuti, atti politici, economici e amministrativi (743, dal 1371 al 1861). C’è poi un archivio segreto (31 buste, dal XII al XVIII secolo), detto così perché conservato in un apposito cassone risalente al 1559, un fondo giudiziario (1306

La Provincia di Terni per la cultura

pezzi, dal 1508 al 1805), mentre quello postunitario comprende atti dal 1861 al 1966). Infine le strutture. I progetti di recupero dell’edificio, eseguiti in stretto coordinamento con la Sovrintendenza dell’Umbria, hanno rispettato i canoni strutturali, estetici e architettonici ed anzi li hanno riscoperti e valorizzati, riuscendo a fondere concetti di recupero conservativo con quelli di utilizzo moderno e funzionale. Il museo cittadino è quindi stato allestito e arredato con tecniche innovative che si giovano dell’esperienza e della professionalità di Heron Parigi, un’azienda che vanta presenze nelle collezioni di importanti musei europei, vantando in carnet prestigiosi riconoscimenti come il Compasso d’oro ed una trentina di premi e segnalazioni nei concorsi di industrial design di mezzo mondo. Altro partner di assoluto livello per quanto concerne la progettazione delle luci è la Spacecannon, nel cui curriculum ci sono l’aggiudicazione per il quinto anno consecutivo della cerimonia commemorativa dell’attentato dell’11 settembre a New York, le cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Torino, la festa di luce a Sofia per l’ingresso della Bulgaria nell’Unione Europea, la Torre cielo a Singapore, il ponte di Nanjing in Cina, a Sunyaa la più grande statua del Buddha costruita al mondo, il Museo Olympia in Grecia, il Museo dell’Arte a Copenaghen, il Casinò di Venezia, il Teatro di Alessandria, il Porto di Atene, il Carnevale di Rio, la Torre Colpatria in Colombia. Aprire il museo di Palazzo Eroli significa infine riscoprire un pezzo importante della storia cittadina dal punto di vista culturale, sociale, politico ed economico, perché nello stesso tempo in cui si dota la città per la prima volta di un museo si ridona alla comunità narnese un palazzo che rappresenta una delle eliche portanti del proprio dna in grado di coniugare la riscoperta del passato, della storia e delle tradizioni con l’esigenza di cementare il senso comune di appartenenza e le esigenze di sviluppo della città e del suo territorio. A cura dell’ufficio stampa della Provincia di Terni


Un nuovo Museo per fare sistema

Un passo fondamentale per lo sviluppo della città

Premiato lo sforzo comune delle Istituzioni

Il museo di Narni rappresenta una nuova realtà culturale capace di arricchire la città, dandole nuovo lustro e consentendo ad essa di possedere un valido strumento di promozione turistica e culturale. Il museo di Palazzo Eroli, nato dalla sinergia tra Regione, Provincia e Comune di Narni, sarà importante sia per sistematizzare il patrimonio culturale locale sia per arricchire quello provinciale. La struttura narnese s’inserisce infatti nel vasto programma condiviso dagli enti locali di valorizzazione e promozione di una rete provinciale fondata su una strategia turistico-culturale ed ambientale in grado di fare sistema e di costruire interrelazioni con il resto dell’Umbria. La Provincia, già attiva in precedenza a proposito di esperienze simili, può oggi vantare un risultato molto positivo che qualifica lo sforzo progettuale ed economico compiuto in collaborazione con gli altri enti locali e regionale e con la Comunità europea che ha condiviso in pieno l’idea proposta. La ristrutturazione di Palazzo Eroli non ha dato vita ad un museo chiuso, separato dalla modernità, bensì ad una sorta di strumento di comunicazione in cui passato e presente si fondono insieme proponendo al turista e all’appassionato un luogo ricco di fascino ed offrendo alla comunità narnese complessivamente intesa un formidabile pretesto per la riscoperta della propria identità. Un museo che dovrà quindi fare sistema con le altre realtà cittadine per produrre un nuovo modello di sviluppo che affianchi quello attuale e sia in grado di qualificare ulteriormente la città e il suo territorio nell’ottica della crescita complessiva del tessuto economico e, coniugandosi con i centri culturali già esistenti come Andrea Cavicchioli Presidente della Provincia di Terni l’università, anche della produzioni di nuovi saperi. Un passo fondamentale verso uno sviluppo turistico e culturale che faccia riappropriare la città delle sue radici e rappresenti una spinta verso la crescita complessiva del territorio. Un cammino cominciato molto tempo fa, quando recuperare Palazzo Eroli sembrava una scommessa. Noi, insieme alla Provincia e alla Regione, l’abbiamo vinta dotando la città di uno strumento nuovo di crescita e sviluppo verso settori innovativi che possano integrarsi con quelli già esistenti e che da molti anni connotano il nostro tessuto economico. Narni ha molte risorse e potenzialità da valorizzare sotto il profilo turistico, anche se non dobbiamo affatto dimenticarci di ciò che già c’è e parlo delle realtà produttive del nostro territorio. Dobbiamo essere capaci, in uno sforzo comune e complessivo di coniugare questi sistemi e questi modelli per assicurare alla città e al suo territorio un futuro stabile, sicuro e positivo. Il museo assume così la doppia funzione di contenitore artistico, storico e culturale e stimolo alla ricerca e all’approfondimento delle radici più vive del territorio promovendo l’identità narnese e il senso di appartenenza. Stefano Bigaroni Sindaco di Narni E’ con grande piacere che saluto l’apertura del museo di Palazzo Eroli che si configura come un vero e proprio avvenimento per l’intera comunità narnese. Una realtà che ha impegnato Regione, Provincia e Comune per anni, unendole nello sforzo di realizzare una struttura in grado di rappresentare un vero e proprio tassello fondamentale per lo sviluppo locale, mirando soprattutto al settore turistico e culturale sul quale l’amministrazione narnese sta investendo da tempo. Lo sforzo economico e progettuale dei due Enti ha prodotto oggi un museo all’avanguardia sia sotto il profilo artistico, storico e culturale che sotto quello architettonico e urbanistico, poiché alle valenze tipiche del museo unisce la riscoperta e la riqualificazione di un edificio di grande importanza, fascino e richiamo sentimentale per l’intera comunità narnese. Palazzo Eroli non è infatti solo il luogo fisico del museo bensì un elemento portante della socialità e del sentire comune di Narni, legato com’è ad una delle più influenti famiglie cittadine che ha scritto pagine importanti della storia locale. Il museo quindi come fattore di sviluppo, ma anche elemento chiave del recupero dell’identità narnese. Nato da una filosofia progettuale innovativa, Palazzo Eroli si presenta infatti sia come realtà espositiva e di sistematizzazione delle eccellenze storiche, artistiche, archeologiche e culturali che come strumento di ricerca, studio e approfondimento per meglio decifrare e comprendere la Narni del passato e quella del presente, permettendo così di progettare quella del futuro in maniera adeguata e rispondente alle aspettative e alle esigenze collettive. Alberto Sganappa Assessore provinciale alla Cultura

Arte sacra in mostra Aperto al pubblico il Museo diocesano e capitolare di Terni rapporto di collaborazione e di dialogo con artisti italiani e stranieri viventi, tra cui Portoghesi, Di Stasio, Borghi, Rainaldi, Violetta, solo per citarne alcuni, autori di opere d’arte sacra destinate ai luoghi di culto del territorio diocesano. Il rapporto di committenza si è intensificato anche attraverso la programmazione di iniziative di promozione e valorizzazione: mostre personali e collettive, convegni, ricerche scientifiche e pubblicazione di cataloghi. Per il mese di marzo è prevista l’inaugurazione della mostra sulle icone bizantine; seguiranno seminari

Marten Steallert, Madonna con Gesù Bambino e Santi, 1568 Il Museo, situato in Piazza particolare i dipinti provenienti Duomo a Terni, nei locali del dalla raccolta capitolare che secentesco seminario vescovile, annovera tele del fiammingo è finalmente aperto al pubblico Stellaert, nonché una Circona partire dal 10 febbraio 2007. cisione di Gesù di Livio AgreL’esposizione si snoda attrasti, una Madonna orante del verso cinque sale che ospitano, Sassoferrato e l’importante secondo un allestimento temaResurrezione di Lazzaro attritico e tecnico-stilistico, pale buita al Guercino. Tra le opere d’altare, dipinti e sculture che plastiche si segnala un San documentano la storia della Gregorio Magno, ascrivibile committenza ecclesiastica loalla bottega del Bernini. cale dal Rinascimento alla Particolare attenzione è dedicata contemporaneità. Molte le all’arte contemporanea: la opere di estremo interesse, in Diocesi ha avviato da tempo un

di studio sull’arte paleocristiana e un convegno internazionale sull’architettura sacra, programmato per il prossimo giugno. L’apertura al pubblico è prevista per visitatori singoli, gruppi e scolaresche, per le quali è disponibile il laboratorio didattico del museo, che progetta itinerari specifici di visita, attività manuali e percorsi di approfondimento per studenti della scuola primaria e secondaria. Il museo è dotato, inoltre, di una sala conferenze (200 posti) attrezzata per convegni e concerti, con possibilità di traduzione simultanea. Francesca Porazzini

MUSEO DIOCESANO E CAPITOLARE DI TERNI

INFO Apertura Giovedì e Venerdì ore 10-13 e 14.30-17.30 Sabato ore 10-13 Altri giorni su appuntamento Tel 0744-546563 Fax 0744-546562 museodiocesanoterni@libero.it www.museiecclesiasticiumbri.it

Segreteria Dott.ssa

Alessia Vecchietti

Didattica Dott.ssa

Francesca Porrazzini

Oliviero Rainaldi

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Interamna Antiche acque e moderni ponti La valle ternana, il fiume Nera e la città di Terni sono da millenni tre realtà fortemente integrate, interagenti ed inscindibili. Nell’Età del Rame un primo villaggio viene realizzato nei pressi del fiume all’imbocco della valle, nell’area oggi occupata dalle Acciaierie, la stessa che dal 1000 a.C. vedrà nascere ed espandersi una delle necropoli protostoriche più vaste ed importanti d’Italia. A partire dal VII sec. a.C., alla confluenza del Nera con il Serra si sviluppa il primo nucleo dell’attuale Terni, già con carattere protourbano: essa è il centro più importante degli Umbri Naharti, una popolazione piuttosto ricca, che trae benessere dai commerci e dalla fertilità del proprio territorio e che si identifica con il fiume Nahar, l’attuale Nera. A riprova della intensa occupazione della pianura fluviale già in età preromana, un altro importante insediamento umbro è venuto alla luce in questi ultimi anni in Loc. Maratta. La valle di Terni era famosa in epoca romana per la sua feracità: Plinio definisce quelli ternani i campi più fecondi d’Italia, dal momento che i prati si potevano falciare ben 4 volte l’anno senza bisogno di irrigazione. La città è denominata Interamna, cioè “tra le acque”, ad indicare i fiumi ed i canali che la circondano. Nel III a.C. i Romani realizzano il taglio della Cascata delle Marmore consentendo in tal modo la parziale bonifica della piana reatina: un intervento di largo respiro che comporta profondi mutamenti nei delicati equilibri idrogeologici territoriali e fa sorgere

TERNI La favola S iamo al quarto brano di favola ternana. R iepilogo: Dicembre 2006

Acque e terre emerse

ampi dibattiti tra le comunità locali ed il governo centrale. La questione ambientale è pertanto di vetusta data ed assume un significato ancora più caratteristico in quanto nell’antichità i fiumi e le acque sono sacri e sono oggetto di culto: tra questi il Nera lo è in modo particolare, per la presenza lungo il suo corso di sorgenti sulfuree salutari che sono all’origine del suo nome: in lingua umbro-sabina nahar significa zolfo. Dal Cinquecento all’Ottocento la pianura ternana viene descritta come una sorta di Valle dell’Eden, caratterizzata da coltivazioni di ulivi e di alberi da frutto e da abbondanza di acque. La presenza di numerosi canali favorisce il sorgere di attività manifatturiere e di trasformazione dei prodotti agricoli, mediante l’impianto di mulini, gualchiere, filande, concerie, ferriere, ma senza alterare sensibilmente l’equilibrio tra economia ed ambiente. La Cascata delle Marmore e la bellezza del paesaggio naturale circostante, arricchito dalla presenza di testimonianze storiche, prime fra tutte il Ponte di Augusto a Narni, capolavoro di ingegneria stradale romana, fanno della nostra zona una delle tappe obbligate del Grand Tour, rendendola una delle località turistiche più famose d’Europa. La Valle di Papigno e quella di Terni, la Cascata, il Nera, il

Ponte d’Augusto sono immortalati dai maggiori paesaggisti europei e celebrati da letterati e viaggiatori. Ma il “progresso” incombe: la prima vittima è proprio il ponte, la cui testata settentrionale viene spietatamente forata per consentire il passaggio nel 1866 della linea ferroviaria Roma-Ancona, ed il cui pilone centrale crolla nel 1885 a dispetto degli allarmi lanciati in proposito. È poi la volta del fiume e della Cascata, utilizzati per produrre forza motrice destinata ad alimentare quelle grandi industrie il cui massiccio ed indiscriminato impianto, a partire dalla fine dell’Ottocento, è all’origine del disastro ambientale e culturale del territorio ternano e narnese. Nel 1932 il corso del Nera viene alterato costruendo un canale parallelo che, partendo da Triponzo, ne deriva parte delle acque per alimentare artificialmente il Lago di Piediluco, riducendo così l’ameno specchio lacustre a mero serbatoio per la produzione di energia idroelettrica e sconvolgendo in tal modo in maniera irreversibile l’equilibrio ambientale di tutto il sistema idrico Nera-Velino. Per la stessa motivazione, la Cascata delle Marmore, orgoglio del paesaggio italiano e simbolo dell’Umbria, viene inopinatamente del tutto chiusa. La Valle di Papigno è devastata dall’impianto di cave, dighe, centrali elettriche ed

industrie fortemente inquinanti: tetti, campi ed alberi si ricoprono di una sinistra patina grigia, conferendo a quello che prima era un pittoresco (in senso letterale) paese la tutt’altro che invidiabile peculiarità di essere citato come esempio di inquinamento ambientale nei libri di testo scolastici ed universitari fino agli anni ’80 del secolo scorso. Quelle acque dunque che nell’antichità erano state riconosciute come elemento vitale e sacro, e quindi erano assurte a simbolo di un paesaggio naturale celebrato da poeti e pittori, hanno poi progressivamente assunto sempre più la caratteristica di mera forza motrice al servizio delle grandi industrie e sono letteralmente scomparse all’interno di un quadro ambientale fortemente degradato. Ancora oggi acqua e ambiente non hanno recuperato correttamente la posizione centrale che storicamente compete loro nel nostro territorio. Emblematico è il caso della Cascata e di Papigno. Mentre da alcuni anni è in atto un processo di recupero geologico e arboreo della zona della Cascata, per la quale è stata convenientemente avanzata la proposta di inserimento, con tutta la Valnerina, all’interno del Patrimonio dell’Umanità riconosciuto e tutelato dall’Unesco, dall’altra nella vicina Papigno persistono gravi deturpazioni ambientali quali il taglio scoperto

Gennaio 2007

Chiare e dolci acque Febbraio 2007

L’acqua e le sue proprietà Marzo 2007

Interamna Aprile 2007

I primi forni Caro ed affezionato lettore, hai di certo intuito gli sviluppi successivi! Ora sei invitato a collaborare! GR

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associazione delle piccole e medie imprese della provincia di Terni TERNI, via Manara, 6 tel. 0744 407623 - fax 0744 221598 apiterni@apiterni.it - www.apiterni.it

della cava di Monte S. Angelo e gli stabilimenti dismessi del carburo di calcio con il grande carroponte che ancora sovrasta la S.S. Valnerina. Invece di provvedere per quanto possibile al recupero ambientale e allo smantellamento del sovrappasso e degli edifici (oggi si definiscono ecomostri) che soffocano la storica Villa Graziani, è ormai prossima la realizzazione, ad una quota ancora superiore, di un enorme viadotto stradale che segnerà definitivamente il profilo della valle, deturpandone ulteriormente il paesaggio. Questa soluzione è stata adottata negli ultimi anni con grande rapidità dopo decenni di elaborazioni tecniche del tracciato della nuova TerniRieti. Ciò che lascia veramente sconcertati è che il cambio di percorso rispetto al progetto originale sia stato in gran parte giustificato con il forte degrado ambientale della zona e con la necessità di realizzare una migliore accessibilità viaria a servizio di una Acciaieria che è destinata ad avere un ruolo sempre minore nell’economia e nella storia di Terni. Se ogni esecuzione di un tracciato stradale comporta inevitabilmente un impatto ambientale, la scelta di realizzare il nuovo viadotto al di sopra di Papigno, al limite del Parco Fluviale del Nera e a meno di 1500 m. dalla Cascata, è l’ennesima clamorosa dimostrazione di colpevole ignoranza del valore della tradizione storica e della vocazione culturale del nostro territorio, nonché di scarsa lungimiranza per quanto attiene al suo futuro. Paolo Renzi


Luciana Notari

La poesia di Luciana Notari: a libro chiuso N ella poesia esiste la felicità? Nello scegliere, comporre, ordinare, assemblare, scartare parole, aggettivi, avverbi. Nel decidere una strofa, un metro. Nel cercare di contrarre e di trattenere in un verso il senso di un momento, l’effetto di una sensazione, la reazione momentanea, intermittente ed impronunciabile al fervido divieto che è in ogni esistenza? Scegliere, comporre, ordinare, contrarre, trattenere: infiniti. L’infinito è il modo del non-tempo, rimanda ad una dimensione sospesa e, per questo, eterna. Ed è in questa tensione a vincere la temporalità dell’esistenza pur nutrendosi di essa che sta il segreto del poeta. Il poeta quando è poeta - un uomo che ha il coraggio di mettere in scacco se stesso - è un viaggiatore che compie un itinerario diverso da quello del turista; diverso perché - la differenza è di Paul Bowles diverse sono le tappe, diversa è la meta e, soprattutto, il turista tiene per certo il suo ritorno, il viaggiatore no. Il poeta viaggia dentro se stesso senza dimenticare di

essere uomo tra gli umani, di portarne su di sé le stimmate ed è per questo che la sua prospettiva, il suo scorcio sul mondo ci sembrano diversi, affinati nel viaggio che offre confuse certezze. I l segno della poesia di Luciana Notari è quello di un eterno ritorno dal viaggio. I suoi libri - Animanimalis, Aiuole di città, Il destino della foglia - sono il taccuino, il resoconto di uno scavo scandito dalla martellante ossessione dell’infinitezza che si nutre del quotidiano. E’ nelle tappe del viaggio che si cerca un filo rosso una traccia, un alito, una linea, un tratto. Lo si cerca tra gli oggetti, gli animali, le piante, le persone; tra i versi che traducono in immagini la vita trattenendone la musicalità piana e distorta che lotta di continuo con le maglie della ragione (e ci sono Saba e Penna in filigrana: quella che Debenedetti aveva definito linea antinovecentesca). Ma il filo rosso emerge più nello sguardo sul mondo, nella messa a fuoco del magma della vita e consiste nel dolore di essere nel mondo, di viverlo nel pro-

fondo, di saperlo necessario al vivere, di riconoscerlo nemico contro cui combattere fino all’ultimo istante, di sentirlo stimolo che spinge a riconoscere la propria nella comune sorte, di rendergli grazie per la consapevolezza straziante e rigenerante che lascia. Per la saggezza, che è propria di ogni poeta, e di Luciana, che permette di vedere con i sensi, a tratti, il bianco accecante del proprio destino. N ella poesia di Luciana Notari, allora, si affaccia il sacro che è nella poesia, quella che nasce negli interstizi dell’esistenza e che bisogna saper ascoltare, annotare, riprodurre. E’ il sacro che sta nelle cose, negli oggetti, negli esseri viventi che hanno il dono di parlare in un codice che solo il poeta può percepire. Allora la poesia si fa immagine. Vi dominano i colori decisi, per Luciana: il rosso del sangue ma anche del cuore, l’azzurro del cielo, il verde della natura - la musica, che rende rarefatte le parole. Le parole che solo all’apparenza sono leggere ma sono solo alleggerite dal pensiero

che vi si aggrappa nel tentativo disperato di arginare, di limitare, di ordinare. Sì. La poesia è felicità. Se la felicità consiste in un viaggio di ricerca inesausta, nell’ansia della scoperta che non ha fine, nella gioia

momentanea di un’illuminazione che prende forma, nella lucida tensione all’infinito con la consapevolezza della sua demarcazione, per Luciana Notari la poesia è felicità. Daniele Di Lorenzi

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Some Stars L’Europa è vicina Come anticipato, dunque, la redazione de La Pagina ha colto l’occasione di confronto interculturale offerta dall’Istituto Magistrale “F. Angeloni” di Terni, organizzando una serata di lavoro e dibattito, convivialità e amicizia in dimensione europea. L’opportunità proviene dalla vocazione dell’Angeloni verso la dimensione europea dell’educazione: su questo valore la scuola ha, infatti, incentrato la sua mission, intensificando, nell’ultimo decennio, la sperimentazione di percorsi di progettualità in partnership europea, a partire dalla fase pionieristica, quando le prime esperienze di scambio culturale con i paesi europei avevano molto di più il carattere dell’avventura, il crisma della eccezionalità, il sapore della scelta di avanguardia, connotata spesso come elitaria. Poi è arrivato il passaggio cruciale dell’attivazione in UE delle azioni Socrates, direttamente rivolte al mondo dell’educativo e finalizzate a mettere in comunicazione operativa - con impegno di notevoli volumi di risorse finanziarie docenti, presidi, insegnanti, studenti che, pur vivendo mondi culturali distanti geograficamente, culturalmente e lingui-

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sticamente, fossero indotti a diventare cittadini di una unica compagine… fatta l’Europa insomma - occorre fare gli europei! Oggi tutto questo mondo di relazioni, di scambi di classi, di mobilità che attraversano la scuola europea si è enormemente dilatato; in ogni angolo del territorio dell’Unione la filosofia dell’interscambio, della cooperazione intorno a tematiche di ricerca comune, il

perseguimento di comuni obiettivi culturali e didattici ha trovato nell’esplosione delle tecnologie della comunicazione un motore incredibile, una fonte di amplificazione della possibilità di relazione, di velocizzazione dei processi di confronto, di arricchimento della qualità della produzione didattica. L’Angeloni, ovviamente, ha continuato ad essere in prima linea, ha cavalcato questi processi utilizzando la spinta culturale che da essi deriva per qualificare la sua offerta formativa, posizionandosi ormai anche nella dimensione della mondialità (contestualmente alla esperienza europea di cui qui stiamo discutendo, la scuola ospita, in queste stesse settimane, un gruppo di dirigenti, docenti e studenti della Watchung Hills Regional High School, scuola secondaria prestigiosa e ricchissima di strutture e strumenti, collocata nelle colline residenziali della raffinata cintura urbana di New York ). Ma qui di Europa dobbiamo e vogliamo parlare, perché la serata conviviale organizzata dalla redazione ha prodotto alcuni risultati degni di nota: ha messo finalmente in presa diretta un pezzo di realtà cittadina ormai diventato importante, La Pagina appunto, con un universo di procedure di lavoro intellettuale, fortemente specialistico, invischiato perennemente nei gerghi docimologici, sempre a rischio di separatezza dal sociale: un gruppo di intellettuali delle Università e dei licei europei venuti, appunto, in Umbria per verificare una ipotesi progettuale coordinata in sinergia dalla Università di Perugia - SSIS e dall’Istituto “F. Angeloni” . Se metti insieme gente di scuola, anche se tanto lontana nello spazio e diversa per lingua e tradizione culturale (Antalya (Turchia) / Terceira-Isole Azzorre (Portogallo) / Porto (Portogallo) / La Guardia (Galizia-

Spagna) / Salonicco (Grecia) / Creta (Grecia) / Zabrze (Polonia), il risultato è scontato: si crea inevitabilmente il clima della comunità di dotti, che si intendono a meraviglia, che condividono lessici, problemi, tic e nevrosi! Anche se qui siamo in presenza di un gruppo eterogeneo, composto di accademici, dirigenti scolastici, docenti… tuttavia il risultato non è dissimile da mille altre esperienze ripetuta-

mente vissute da chi si occupa di formazione. Una proficua contaminazione, dunque, una apertura del percorso di approfondimento di temi raffinatamente didattici con l’immersione in una dimensione non formale, conviviale, ma comunque intellettualmente vivace. I dirigenti scolastici hanno fatto la loro parte: il preside Scaramuzza nel ruolo di rappresentanza della istituzione coordinatrice, il preside della scuola delle Azores che gentilmente offriva il suo prezioso contributo nella mediazione linguistica ( queste faccende risultano sempre essere delle torri di Babele inestricabili!); i docenti fortemente incuriositi dalla versione on line de La Pagina, piena di link didattici interessanti; gli accademici piacevolmente catturati dalla buona cucina e dalla loquela istrionica del Prof. Giampiero Raspetti, direttore del mensile, che non si è risparmiato, nel tentativo, sostanzialmente riuscito, di sintonizzare, almeno per una sera, intellettuali provenienti da mondi così lontani con l’universo locale e con la filosofia comunicativa de La Pagina. Rosella Mastodonti Istituto Magistrale “F. Angeloni” SSIS Università di Perugia


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T R E N O

Ebbene, Emma aveva perso il suo treno. Doveva capitare prima o poi. Era sempre arrivata con trenta secondi di anticipo rispetto alla partenza e non si sa per quale intervento divino era sempre riuscita ad acchiapparlo per un pelo. Ebbene, oggi non aveva proprio niente da dire né da scrivere, sarebbe voluta rimanere per sempre così: seduta su quella panca fredda, col sole che scalda la schiena, con gli occhi amorfi e fissi sui binari, quasi in attesa di un treno che è ormai partito. Si passò l’indice sotto le narici per asciugare un po’ di umido, i fazzoletti li dimenticava sempre. Oggi la stazione non l’affa-

scinava, la conosceva fin troppo bene, e la mente faceva giri superficiali come rondini che ruotano in cielo solo per il gusto di farlo e non per chissà quale ragione intrinseca. Le vennero in mente le occasioni mancate: l’aver perso il treno era la metafora di perdere un’occasione, perdere l’attimo della propria vita. Emma era per il carpe diem ma credeva anche nelle seconde occasioni, nei treni successivi e se fosse morta nell’attendere la seconda occasione l’avrebbe fatto col sorriso sulle labbra perché durante l’attesa era felice. Sì, godere anche durante il non-fare, durante la stasi, rompere il circolo che ci porta sempre in movimento,

E’ quasi arrivato il momento e lui se ne andrà… se ne andrà di casa, contento, senza guardarsi indietro, lasciando il mio cuore ferito... e dovrò fare finta di niente, dirgli addio senza far vedere che piango... il mio bambino. Quel bambino che un giorno ho quasi perso, quel bambino così amato, il più piccolo, il più vicino... quello che non si è mai allontanato da me... Affiorano ricordi di quella sera quando, aveva appena un anno e mezzo, aspettavamo l’arrivo dei Re Magi. Nella mia città si forma un gran corteo con i re, gli scudieri e tante carrozze. Avevo sempre portato i bambini, insieme a quelli di altre amiche, ed era molto bello guardare i loro faccini rapiti, per poi tornare stanchi ma felici a casa, andare a letto prestissimo per non fare arrabbiare i Re Magi, che così avrebbero portato tutti i giocattoli richiesti. I bambini gridavano eccitati, mi sono girata solo un attimo per riprendere il più grande e poi.... non l’ho piu visto, piccino, piccino... era sparito. L’ho cercato per tanto tempo, ero impazzita, alla fine, dopo due ore, l’ho ritrovato, era andato molto lontano... e nessuno lo aveva fermato… di notte...

LA MADRE al buio... solo. La gente lo aveva visto ma non lo aveva fermato perché non piangeva. E non ha pianto neanche quando mi ha visto... aveva le labbra viola... si è aggrappato a me, non voleva guardare nessuno... ma non ha pianto. E da allora non si è mai allontanato molto... lui vo-

leva uscire con la famiglia, come diceva sempre lui. Giocava, ma mai troppo lontano. Si è prima fatto ragazzino, poi ragazzo, ma sempre vicino... E dopo è arrivato il momento... si è cominciato a staccare sempre più, ma ero contenta per lui, lo guardavo crescere bene... contento... studiava... era felice... ma… non so in che momento ho cominciato a perderlo... di colpo non era piu il mio bambino... era un uomo ed è diventato chiuso, non

perché se non fai, ti giudicano amorfo, statico, negativo. Ma la stasi è fermarsi con le gambe e muoversi con la mente. Emma realizzò che se fosse esistito sarebbe stata una delle fautrici del movimento fermarsi con le gambe, muoversi con la mente ma pensò che non avrebbe raccolto molte adesioni perché in effetti neanche lei era molto convinta del progetto. Infatti ultimamente non si fermava un attimo e le cose che faceva, sia grandi sia di routine, la entusiasmavano come fosse una bambina. Guardando fissa i binari Emma vedeva con la coda dell’occhio tante ombre a terra di gente in attesa. Arrivò un treno e tanti piedi divennero irrequieti: tanti salivano, tanti scendevano, tacchi, scarpe comode e scomode cominciarono a rincorrersi l’un l’altra trascinando appresso valigie con le rotelle; si mormora che tra non molto inventeranno anche quelle a motore. Arrivò un altro treno, il suo. Lei si animò e i suoi piedi si misero in moto e si confusero tra gli altri piedi che salivano e scendevano… giadafuccelli@libero.it

parlava più dei suoi problemi, mi stava escludendo a poco a poco dalla sua vita, anche se qualche volta ritorna il suo sorriso felice al guardarmi. Adesso va via... di colpo e senza dire niente ha preparato tutto il viaggio. Se ne va lontano... e io mi sento come se mi togliessero il cuore... sapevo che doveva andare... ma non così... lontano... lascia tutto... gli studi... il lavoro e ha poco più di 20 anni, andando dietro a non so cosa... Ma adesso devo rimanere serena, non voglio che lui mi veda piangere, non voglio arrabbiarmi con lui... ... perché, figlio mio adorato, non ti voglio perdere un’altra volta... e adesso per sempre... per sempre. Reagisci donna, non è la fine del mondo, si dice, tuo figlio è ormai un uomo. Deve andare per la sua strada, che sarà sempre diversa dalla tua, ma se fai così lo perderai di sicuro; devi guardare e vederlo com’è, un ragazzo sano, pulito, ragionevolmente ragionevole così come tanti altri ragazzi. Andrà via e poi... tornerà, sicuro... più uomo, più adulto... e tu sarai sempre lì ad aprire le braccia... al tuo bambino.

L’Università e il sexy calendario Ci perdonerà la dott.ssa Sara Tommasi se la prendiamo come espediente per una riflessione, ma il suo percorso - dalla laurea alla Bocconi al calendario di Max - ci pare emblematico della sua generazione. E farebbe bene il Presidente Prodi ad appendersi il calendario della nostra bella compaesana a Palazzo Chigi per non dimenticarsi che oggi i laureati si ritrovano in mutande… Diremo forse una banalità, ma l’università deve essere legata alle esigenze della comunità, mestieri, competenze e abilità devono essere richiesti dalla società, dal mercato, dalle politiche di sviluppo del Paese. Se queste esigenze sono davvero urgenti e questo legame fondato, allora le generazioni formate dall’università diventeranno una forza attiva e non faranno che migliorare lo stato delle cose. Tasti dolenti sono tutte quelle facoltà non legate ad un’esigenza reale del Paese, senza contatto diretto con il mondo del lavoro e che sfornano schiere di disoccupati sempre più confusi e disorientati. Trattasi nello specifico di quelle facoltà, proliferate negli ultimi anni, che dovrebbero preparare i giovani ad entrare nel mondo dello spettacolo e della comunicazione. Il problema è che questo ambiente lavorativo è ancora fondato sul praticantato... guardatevi i curriculum dei vari registi, presentatori, attori, nessuno è transitato da un’università. Idem per i giornalisti, sia della carta stampata che televisiva. Il mondo dello spettacolo non chiede all’università di formare simili professioni, questo è certo. Allora come giustificano la loro mission queste nuove facoltà? Con la richiesta di mercato: siccome tanti ragazzi vogliono lavorare nello spettacolo, deve aver pensato qualcuno, perché non approfittarne e inventarsi università apposite! Un’università che in una sessione sforna tot laureati e di questi solo pochissimi, per via traverse, vanno a lavorare nell’ambiente dello spettacolo

(dove scoprono che il foglio di carta non serve a niente, ma allora non potevo venirci prima a lavorare qui è il pensiero più frequente…), simili fucine di inoccupati senza arte né parte non dovrebbero avere successo negli anni a seguire. Invece il popolo degli studenti accorre sempre più numeroso, attratto dal titolo seducente delle materie, dai prof che fanno i critici cinematografici, dagli attori invitati a lezione… dimenticando che, per valutare un’università, occorre analizzare la percentuale di laureati che ha poi trovato lavoro. C’è anche da dire che ci stanno inculcando da tempo l’idea che si va all’università per piacere personale e non per formarsi in una professione, e di conseguenza che sia normale laurearsi in Legge e trovare lavoro al Bingo, studiare psicologia e lavorare alla cassa di un Supermarket. Perché il Dio Lavoro è imperscrutabile come gli dei greci, non si sa cosa ti capiterà una volta uscito dall’università e, soprattutto: ricordati che qualsiasi lavoro è sacro! Per carità. Anzi, a questo proposito Barbara Chiappini, diva tv che è solita sculettare in faccia al povero Magalli, ha dichiarato che non fa nulla senza prima essersi consultata con il suo prete di fiducia. Non importa, ha aggiunto, che tipo di lavoro faccio, il lavoro è lavoro! Non osiamo immaginare cosa consigli questo prete alla sua pecorella svestita, ma è evidente che per la pia Chiappini l’ottica del profitto è sacra almeno quanto i valori religiosi: se spogliandoti guadagni più, sarai benedetta e così sia. Torniamo così alla nostra Sara Tommasi e ricordiamoci che la verità dipende sempre dai punti di vista: la bella dottoressa laureata alla Bocconi testimonia che la più prestigiosa università di Milano sforna sempre la gente che conta, se vogliamo vederla da un lato; oppure che anche dopo una laurea alla Bocconi devi calarti le mutande, se vogliamo guardarla da un’altra prospettiva... Francesco Patrizi

Senia Sánchez Martin

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Vi a C a v o u r 3

TERNI

La pagina marzo 2007