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Relativismo: l’unica realtà

Liberi di parlare

Raffaela Trequattrini

Giampiero Raspetti

Aprirò il 2006 con un commento al pensiero di Einstein riportato al centro di questa pagina, sotto la foto. La sua validità non è relativa soltanto al settore scientifico, ma può essere estesa a qualunque campo della conoscenza e del comportamento umano. Cosa significa dimenticare l’origine umana di un concetto ed accettare lo stesso come invariabile? Nel corso della storia gli uomini, per quella necessità legata ad una tranquilla convivenza di trovare regole comunemente accettate, hanno stabilito di considerare attendibili alcune idee o teorie e di assumerle come princìpi fondamentali per l’assetto delle loro società.

Che vale la libertà di parola senza libertà di pensiero? Solo l’uomo colto è libero, già ammoniva Epitteto nelle sue Dissertazioni. Politici, mistici, moralisti, venditori, corruttori, intellettuali affiliati a politica nostra, disperdono parole ai quattro venti. Non trovano alveo né giusta risonanza poeti, letterati, scienziati, filosofi, artisti. Difficile allora farsi delle sensate opinioni, così sommersi dalla maniera stessa di co(g)itare di tal gentarella se, soprattutto, non si hanno i mezzi culturali per capire, per decriptare... Risulterà sempre più arduo articolare delle tesi in modo coerente e compiuto, sia per poterle discutere

N° 1 - Gennaio 2006 (31)

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Noi e le nostre certezze

L’università che si consolida...

Vincenzo Policreti

Alessia Melasecche

Se, Dio non voglia, vi dovesse un giorno capitare di trovare il partner, in cui avevate riposto ogni vostra fiducia, in un colloquio inammissibilmente confidenziale con la vostra migliore amica o amico, l’esplosione della vostra gelosia - mostro mordace quanto inutile - sarebbe probabilmente il vostro problema più acuto, ma non quello più grave. Il più grave sarebbe la completa ristrutturazione cognitiva ed emotiva che sareste costretti a operare rispetto al mondo che vi circonda. Infatti nella nostra vita vi sono alcuni punti fermi, sui quali poggia la tranquillità della nostra esistenza. Ci attendiamo, p. es., di ritrovare la nostra casa dov’era; di essere riconosciuti dalle figure di riferimento; di essere in grado, quando ci alziamo al mattino, di fare i soliti movimenti (importantissimo quello di prepararci il caffè!); poggiamo insomma la nostra tranquillità, sul (credere di) sapere com’è fatto il nostro ambiente. Ma proviamo a immaginare, per un attimo, che un giorno

Ho recentemente rivisto un film da me particolarmente amato, L’attimo fuggente, nel quale, nell’autunno 1959 all’Accademia Welton, una scuola elitaria e conformista, i metodi assolutamente insoliti di un nuovo insegnante di materie umanistiche, affascinano la classe: l’attività didattica è il fulcro per far nascere e sviluppare lo spirito creativo e per liberare nei ragazzi tutte le premesse

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Relativismo..., chi era costui? Sandro Tomassini Ad una tizia che gli chiedeva di spiegarle con parole semplici la teoria della relatività, Einstein rispose con la solita graffiante ironia: Pensi, cara signora, a quanto debba sembrare lungo un solo minuto seduti sopra una stufa accesa e a quanto possa sembrare invece breve, un’ora seduti su di una panchina con una bella ragazza!

I concetti che si siano dimostrati utili nell'ordinare le cose acquistano facilmente una tale autorità su di noi che ne dimentichiamo l'origine umana e li accettiamo come invariabili. Allora essi diventano necessità del pensiero, dati a priori, ecc. La vita del progresso scientifico resta allora sbarrata da tali errori per lungo tempo. Albert Einstein

Scrivi come bevi Giampaolo Gravina Considerazioni semiserie di un critico enologico sul vino e le sue parole. Talvolta sotto i sedimenti del luogo comune c’è ancora qualche piccola perla di verità da riportare a galla. Così, nella perlustrazione di alcuni dei più battuti e saccheggiati fondali linguistici, càpita di imbattersi in parla come mangi: un detto logorato e quasi tradito dall’accezione comune, un piccolo gioiello di allusività prigioniero della sua gabbia di invettiva pseudo-popolare. E se parla come mangi non fosse solo un invito alla semplicità e alla concretezza? Se in questo monito, spesso benvenuto, a segue a pag. 3

Il paese più povero d’Italia

I diritti delle donne

Francesco Patrizi

Monica Tarani

Con un reddito annuo di 3.000 € procapite, il paese di Nardo di Pace, in provincia di Vibo Valentia, è il più povero d’Italia del 2005. Eppure gli anziani abitanti del paesino non si sentono tali, tanto che, al giornalista che li ha intervistati, hanno risposto: ma quali poveri, qui tutte le famiglie hanno due automobili! In effetti, i parametri della cosiddetta percezione del

Lo Stratega non aveva mai dovuto fronteggiare una situazione così difficile: ai margini del campo di battaglia le vittime degli scontri precedenti giacevano inermi. Fanti, armigeri e cavalieri dell’uno e dell’altro esercito si erano affrontati senza tregua per tutta la notte e rimanevano sul campo i pochi componenti ancora integri, pronti a darsi battaglia

Tutto è relativo, vale a dire che ogni cosa può essere osservata da vari punti di vista, ognuno dei quali le conferisce un determinato valore. Così, il giovanotto di un metro e ottantacinque che in Italia è considerato uno stangone, in Svezia sarà sì e no nella media; le ciccione come me in Libia saranno delle bonazze paurose, e così fino ad arrivare ad argomenti più sostanziosi, a proposito dei quali non si parla più di gusto ma di morale, che altro non è se non un punto di vista condiviso da più persone sulle categorie del bene e del male. E’ evidente, quindi, che la morale non è un principio assoluto e prova ne sia il fatto che ne esistono tante quanti sono i punti di vista: rapporti sessuali no, rapporti sessuali sì; infibulazione no, infibulazione sì; matrimoni gay no, matrimoni gay sì... Ora, poiché non si può dire la mia morale è più morale della tua, è impensabile in uno Stato moderato organizzare la vita pubblica basandosi su opinioni che stabiliscano ciò che è bene e

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Giochi proibiti Michele Di Lando


Relativismo: l’unica realtà Tali convinzioni, naturalmente, non possono che rispecchiare il bagaglio culturale acquisito nei vari momenti, con tutti i suoi limiti ed errori; ma col passare del tempo esse si consolidano a tal punto nel nostro modo di vivere e pensare da far dimenticare che è stato sempre e solo il giudizio umano a determinarne la credibilità. Nessun fattore oggettivo è mai intervenuto ad affermare l’invariabilità di una qualunque idea, anzi, l’unico fattore oggettivo del quale si può parlare, in quanto perennemente riscontrato dalla nostra comune esperienza, consiste proprio nella relatività di ogni opinione. La prerogativa dell’intelligenza umana, l’unica che si sia evoluta nei secoli, è quella di saper interpretare e codificare le varie esperienze dettate dai casi particolari, al fine di trarne princìpi generali, seguendo procedimenti analogici. Si chiama capacità di astrazione. Ma qualunque principio di natura sia scientifica che etica si rivela valido solo ed esclusivamente fino a che non subentrano nuove esperienze o

osservazioni che ne mettono in luce la discutibilità o la non veridicità. Il progresso, in definitiva, scaturisce dalla scoperta degli errori correnti… Esiste un lasso di tempo, però, compreso tra il rinvenimento dell’errore e la scoperta di nuove soluzioni, in cui l’uomo avverte un senso di fastidio, a volte addirittura di angoscia. Infatti l’uomo ha bisogno di certezze; sono proprio le certezze che lo fanno sentire tranquillo, mentre i dubbi, si sa, infondono ansia. Perciò in molte occasioni preferiamo rimuovere il fatto che le certezze sulle quali riponiamo la nostra immensa fiducia, altro non sono che certezze acquisite e trasmesse a noi dagli uomini del passato, persone con una mente strutturata né più e né meno che come la nostra, con le nostre stesse carenze ed un identico sistema di pulsioni. Ma il tutto ad uno stadio più involuto rispetto a quello attuale, in quanto minore è il bagaglio delle esperienze acquisite, minori sono le elaborazioni effettuate. Di conseguenza meno generali le sintesi, ovvero più relative le astrazioni. Per cui non ha assolutamente senso essere convinti della bontà di un qualcosa soltanto perché così è stato sempre det-

dalla prima to e fatto fino ad ora. E’ stato detto e fatto da chi, se non da uomini? E cosa siamo noi…, non siamo uomini? Perché quelli del passato con minori esperienze e mezzi assolutamente più ridotti per condurre analisi rispetto ai nostri, dovrebbero essere riusciti a valutare le cose meglio di quanto non possiamo farlo noi oggi? Il sempre così, altro non indica se non l’adagiamento della mente umana alla necessità di pensiero, al dato a priori, alla certezza. E’ solo un modo per sfuggire al trauma del dubbio, al dramma della ricerca, alla paura di non trovare. Un giorno le nostre certezze, analogamente a quelle del passato, verranno studiate dai posteri alla stregua di primitive assurdità, o al massimo di primi passi verso la buona strada. Ma mai, sicuramente, come obiettivi raggiunti. Cos’è l’umanità se non evoluzione? I punti fermi non sono punti di forza quando diventano immobili… ma solo ostacoli al cammino del progresso. Futili barriere ad una sorte ineluttabile che assurge l’uomo a un essere in continuo divenire. E chi non ci sta perde, perché va contro natura. R. Trequattrini

Liberi di parlare

disinvoltamente tra amici, sia per saper proporre pubblicamente, direi coraggiosamente, il proprio pensiero, quando c’è un pensiero. A volte non si sa proprio cosa dire; l’importante è saperlo dire! Spesso invece blateriamo insulti, smozzichiamo ragionamenti, vittime viscerali di odi di parte. Copriamo i nostri punti deboli richiamando l’attenzione sugli errori altrui, ma gardandoci bene dall’offrire spunti agli altri sulle nostre carenze. La suggestione fideistica di stare sempre nel giusto non ci abbandona mai. Siamo a mala pena in grado si sfogliare l’elenco telefonico e critichiamo chi ben argomenta, quasi sempre con il supporto di amplissime conoscenze. Se viene bene, anzi, cerchiamo di procurargli fastidi, tanto omnia munda mundis!!! Lungi da noi cercare di opporre tesi articolate e consistenti, dimostrando, in base a nostri infantili tentativi di ragionamento, ai nostri bla bla bla (o bra bra bra che connotavano una volta i barbari) che in realtà siamo noi stessi, non i nostri avversari politici, a valere

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meno di un fico secco ammuffito. Molti di noi acquistano ogni mattina gli stessi giornali, leggono e ripetono le stesse argomentazioni, discutono con gli stessi amici, che hanno letto gli stessi giornali, e... ripetono le stesse cose. Ovviamente sentono che la ragione è con loro, sentono che sono gli altri ad aver torto, anzi, quasi sicuramente sono anche depravati (gli altri) e cattivi d’animo (sempre gli altri). Tutto ciò avviene in buona parte di quel 30% di italiani capace di leggere, scrivere, interpretare. Degli altri non se ne parla nemmeno: a loro pensano ed hanno pensato le varie parrocchiette pasciute nel paese, di destra, di centro, di sinistra, dell’indifferenza. Conoscenza è invece coscienza ma, soprattutto, scienza. Luigi Pasteur riteneva che la coltura delle scienze nella loro espressione più elevata fosse forse ancor più necessaria allo stato morale di una nazione della sua prosperità materiale. Conoscenza è cultura, non ripetitume di vaneggiamenti a bella posta diffusi, è conoscenza oggettiva dei testi originali di autori, filosofi, poeti, scienziati. Si conosce con la mente, non con il ventre. L ’associazione culturale Free Words cercherà di impegnarsi proprio nel fondamentale settore della conoscenza, convinta che la sopravvivenza civile del nostro paese sia indissolubilmente legata a cultura,

scienza, ricerca e che, quindi, i nemici dell’uomo e della vita siano i nemici della cultura, della scienza, della ricerca, non altri. Ne cercherà la realizzazione: 1) organizzando incontri gratuiti, riservati al massimo ad una decina di partecipanti per corso, su tematiche riguardanti la politica, l’amministrazione, la cultura, la scienza (naturalmente quella ufficiale); 2) pubblicando (senza censurare le idee se non per una loro eventuale, palese idiozia o per forme di denigrazione o demonizzazione di altri) gli articoli di chi sappia compiutamente esporre il proprio originale pensiero, comunque ispirato e direzionato, e sottoporre, poiché dovrà firmare il suo articolo, la sua persona e le sue idee all’analisi critica dei lettori; 3) non pubblicando articoli in risposta più o meno critica ad idee di altri, per non dare adito a sterili battibecchi; 4) non pubblicando articoli se non comprensibilissimi, con lessico appropriato, privi di errori/orrori di ortografia o di sintassi. Molti sapientissimi critici, soprattutto del nostro giornale, invece di rumar sotto, saranno sicuramente in grado e vorranno esporre pubblicamente le loro incrollabili certezze politiche, il loro immenso bagaglio culturale, le loro acute capacità intellettive. Pace e cultura siano allora con noi! G. Raspetti

L’università che si consolida... migliori per la più indovinata e fertile scelta di vita. Il messaggio, al di là del romanzo, è chiaro: educare e formare piuttosto che pedissequamente insegnare. Dal canto suo Leonardo da Vinci sosteneva Quelli che si innamorano di pratica, son come il nocchiere, ch’entra in un naviglio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada. Sempre la pratica deve essere edificata sopra la bona teoria. Certo occorrerebbe chiedersi se la proliferazione ulteriore di corsi di laurea e master sia in linea con la bona teoria e sia soprattutto giustificata da una contemporanea crescita della domanda di studi universitari, piuttosto che spinta dalla voglia di accredito di sempre nuovi territori nel già affollato panorama accademico. Si sente spesso parlare di corsi di nicchia logisticamente gestibili, il che non significa necessariamente generatori di formazione seria, professionalmente poi spendibili sul difficile mercato del lavoro. Se il parametro di scelta è legato troppo alla moda c’è il rischio che la curva dell’attrattività scenda decisamente con problemi seri per il futuro. Tant’è che l’Unione Europea si è da tempo prefissata l’obiettivo strategico di diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale, è per questo essenziale la qualità di ciò a cui si dà vita! La bontà di un corso non è data tanto dal numero degli iscritti che riescono a laurearsi in tempo, ma anche di quanti, tra questi, trovano un lavoro in un tempo ragionevole ed in linea con il livello di formazione ricevuta. Sarebbe estremamente interessante approfondire a Terni un’indagine in questo senso per decidere le strategie future. Nel corso del convegno organizzato di recente presso la sede della Fondazione della Carit, l’intervento del Prof. Segatori è stato quanto mai puntuale ed ha lanciato segnali che obbligano alla riflessione. In questo quadro, certezza di prospettive è data a Terni dal Corso di Laurea in Economia e Amministrazione delle Imprese, presieduto con tenacia dalla Prof.ssa Paola Matrigali, insediato a Collescipoli che incrementa di anno in anno i propri iscritti e soprattutto consente loro, a studi ultimati, un inserimento positivo nel mondo del lavoro, ottenendo peraltro qualche piccolo ma

significativo successo esterno. Ad esempio, è il terzo anno consecutivo che si riesce a conseguire un riconoscimento di grande prestigio nel mondo delle imprese. Ogni anno un’importante multinazionale, in collaborazione con Il Sole-24 Ore, pubblica un bando per assegnare un Premio di Marketing che costituisce ormai un classico riconosciuto nel settore. Il concorso nazionale tende a sviluppare l’elaborazione e la successiva presentazione di piani strategici di marketing che approfondiscano le tematiche legate alle forme più all’avanguardia di promozione di aziende e di prodotti. Il Premio, giunto ormai alla XVII edizione, riconosce il merito personale degli autori dei 100 migliori elaborati (su circa 500 squadre partecipanti), offrendo un’occasione unica per cimentarsi, in spirito di sana concorrenzialità, con i loro colleghi di tutta Italia sviluppando così il loro talento e la loro creatività, arricchendo il proprio curriculum con un’esperienza molto apprezzata nel mondo del lavoro. Su quasi 1000 partecipanti rappresentanti tutte le università d’Italia, due ternani: Claudia Casamenti e Manuel Carrino si sono classificati al 51esimo posto grazie all’originalità del progetto presentato. Seguiti e coordinati dalla Prof.ssa Francesca Ceccacci e dalla sottoscritta gli studenti hanno ottenuto il miglior risultato di sempre, anche rispetto ad Università e Sedi concorrenti e storicamente più titolate. Si dimostra così che anche un Corso di Laurea di più recente costituzione e con minori risorse, ma animato dallo spirito giusto, riesce a farsi valere nel panorama agguerritissimo del settore. E’ solo una delle buone pratiche locali che, nonostante i non pochi problemi dell’oggi, ci fanno ben sperare per i nostri ragazzi e per il futuro della città. A. Melasecche a.melasecche@libero.it


S c r i v i

c o m e

volare bassi con le parole ci fosse anche qualcosa di diverso e di meno immediatamente traducibile? Quello che emerge per primo è il richiamo a un’irrinunciabile esigenza di condivisione. Un’esigenza talvolta trascurata, eppure insopprimibile poiché inscritta nello statuto stesso del comunicare in quanto mettere qualcosa in comune. Cos’altro sarebbe il mangiare se non propriamente l’esito di un originario mettere-in-comune? E anche senza scomodare i Vangeli e la tradizione cristiana, dove la comunione del pane e del vino si carica di una diversa valenza simbolica, non è forse proprio questa la più autentica vocazione della tavola che il parlare deve in qualche modo fare sua? A ben guardare, tanto chi siede a tavola quanto chi prende la parola entra in uno spazio che sarebbe opportuno non frequentare da soli. E se proviamo a leggerlo così, parla come mangi può allora suggerirci un atteggiamento doppiamente diffidente: non solo verso le insidie delle costruzioni fumose, astruse e involute di un parlare eccessivamente forbito e per ciò stesso retorico e vuoto; ma anche e soprattutto nei confronti della deriva di autoreferenzialità che imbocca inesorabilmente ogni parlarsi (e citarsi!) addosso quando si rende impermeabile a un’istanza autenticamente dialogica, refrattario all’ascolto della parola dell’altro, e insomma indisponibile a una genuina condivisione. Anche chi scrive dovrebbe avere a cuore un simile invito. Specie chi scrive di vino. E si potrebbe addirittura convertire il vecchio adagio e trasformarlo in scrivi come bevi. Per sottolineare che analogamente a quanto avviene con una bottiglia di vino, che non apriamo mai per scolarcela da soli e restarne gli unici fruitori (almeno in linea di principio: il simpatico e sfortunato protagonista del film Sideways, che imbosca in un fast food la sua preziosa bottiglia di Cheval Blanc ’61, per immolarla tutto solo sul modesto altare di un cartoccio di cipolle fritte è la classica eccezione che conferma la regola), così anche la scrittura dovremmo sempre pensarla idealmente rivolta a una pluralità di lettori/consumatori, elaborarla e costruirla in funzione di una virtuale con-versazione, di una degustazione collettiva. Ma l’analogia non sembra esaurirsi qui. E scrivi come bevi, che avevo originariamente immaginato come si pensa a un titolo, cioè come a una scorciatoia del pensiero, una trovata ad effetto per catturare l’attenzione, mi sembra ora capace di chiamare in causa una pluralità di rimandi possibili. Se è vero infatti che nel bere, e in special modo nel bere vino, si esprime spesso un gesto di radi-

A pagina 15 Comincia da questo numero la collaborazione a La Pagina di Giampaolo Gravina, Vice Curatore della Guida Vini d'Italia de L'Espresso.

b e v i

cale insofferenza ai precetti, una sana voglia di evasione e di spensieratezza, è altrettanto innegabile che la degustazione di un vino possa suggerire un piacere capace di coinvolgerci ben più in profondità e alimentare un’esigenza di gratificazione che la sola percezione dei sensi non ce la fa a soddisfare per intero. Accade così che attribuiamo a certe bottiglie una dignità di scaffale analoga a quella di un libro, di un disco, di un film, perché sebbene veicolata da un supporto più deperibile, ci appare analoga la capacità di sollecitare la nostra immaginazione, di parlare alle nostre emozioni. Nella complessità di un vino che ci emoziona dobbiamo poi fare i conti con un aspetto poco familiare, se non talvolta addirittura spaesante e perturbante, che ci intriga e ci conquista mentre allo stesso tempo ci mette per così dire in conflitto con noi stessi, ci destabilizza. A questa particolare forma di mobilitazione può forse tornare utile il richiamo di scrivi come bevi, che spinge a considerare le bottiglie come occasioni in qualche modo esemplari per rimettere in questione i propri gusti, rivendicando non certo la scontata (e spesso noiosa) inclinazione del vino al piacevole e al rassicurante, quanto una più stimolante e problematica apertura del bere alla contraddittoria vitalità delle emozioni. Si tratta dunque di accettare e anzi valorizzare con la scrittura questo più incerto e contraddittorio profilo del vino: non tanto quelle doti di stabilità e uniformità che gratificano un’esigenza di familiarità già presuntivamente codificata; non tanto il già noto di un gusto standard, reso però anonimo e prevedibile da un’istanza di conformismo che banalizza e svilisce quella ben più originaria e irriducibile esigenza di condivisione. Ma una tensione gustativa che sfugge alle definizioni pacificate per rilanciare nella scrittura quel libero gioco di immaginazione e intelletto che già Kant, in tempi non sospetti, indicava come principio guida del giudicare intorno al Gusto. Letto in questa prospettiva, il paradossale invito di scrivi come bevi sembra ora sollecitare piuttosto che alla concretezza di un volare bassi con le parole, alle im-pennate di un’arrischiata acrobazia con cui sollevarci dai luoghi comuni, ma afferrandoci per i nostri stessi capelli: come fa col suo codino quel Barone di Münchausen evocato da Adorno in un aforisma dei Minima Moralia (il n. 46), intitolato significativamente Per la morale del pensiero. Ecco, se questi pensieri strampalati potessero richiamare una qualche idea di moralità, e sempre ammesso e non concesso che la scrittura intorno al vino fosse poi capace di tradurla e infine restituircela, mi piace immaginarla così, come l’insondabile moralità di un paradosso, la moralità senza morale di uno scrivi come bevi esplorativo e mai appagato. G. Gravina unoebino@tiscali.it

dalla prima Il paese più povero d’Italia benessere sono oggi molto criticati. Detto brutalmente, si è benestanti o meno se si possono acquistare determinate cose e si ci si può permettere un certo tenore di vita. Sì, ma chi lo stabilisce? Qualche mese fa, il nostro Presidente del Consiglio ha dichiarato che un paese dove ogni cittadino possiede in media due telefonini non è un paese povero, ma sta benissimo. Il telefonino è indice di benessere? Il discorso corre su un filo di rasoio. Il benessere è calcolato in base alla capacità di consumo, cioè al potere di acquisto del singolo. I parametri scelti sono però opinabili. Oggi, se posso permettermi un lettore DVD, un lettore MP3 per audiofile, un telefonino di ultima generazione, non mi sento povero; non mi sento, cioè, escluso dal modello di vita proposto quotidianamente dai mass media. L’affitto di casa, il mutuo da estinguere tra vent’anni e il fondo pensionistico scarso, passano invece in secondo piano; cioè non li percepisco quotidianamente come problemi. La domanda che dovrebbe essere posta al giovane lavoratore medio è: se un incidente ti blocca a letto per due mesi, la tua famiglia può tirare avanti senza problemi? Cosa lascerai un domani ai tuoi figli? Avrai una pensione dignitosa? Rispetto a simili domande, qualcuno preferisce adottare altri parametri, secondo i quali il benessere si misura dalla possibilità di vedersi un DVD dopocena o di inviare una foto via cellulare. Forse gli anziani abitanti di Nardo di Pace hanno una diversa e antiquata scala di valori e per questo non si sentono poveri: non hanno un blockbuster dove noleggiare i DVD e non hanno neanche un fast food, ma mangiano a casa e la sera accendono la tv (quella di vecchia generazione) sistemata nel soggiorno della casa di proprietà che si passano di nonno in nipote, in faccia all’orto dove si coltivano da soli ortaggi e verdure. Purtroppo per loro, non navigano in Internet e non hanno il telefonino ultima generazione che ti manda l’oroscopo via sms. Non se ne rendono conto, ma per questo il ricco Belpaese li compiange come poveri. F. Patrizi

Il giardino storico Morandi di Terni, vincolato dal Ministero dei Beni Culturali e dalla Regione dell’Umbria. Un’ottima occasione per augurare Buon Anno a tutti i lettori, alla loro sensibilità per i colori e per la fragranza della vita.

Noi e le nostre certezze torniamo dove avevamo la nostra casa e... la casa non c’è, oppure che nessuno dei nostri familiari ci riconosce; quanto all’incubo di un risveglio mattutino in cui le nostre funzioni corporee non ci appartengano più, Kafka l’ha descritto come meglio non si può. Il nostro sistema di credenze è un sistema complesso che serve a farci vivere tranquilli, senza costringerci a verificare e riapprendere ciò che è ormai acquisito. Inoltre la mente umana ha un’esigenza innata: armonizzare tutto quanto vede e sa in un tutto congruo, chiaro e coerente. I conflitti la destabilizzano e cerca di comporli comunque, magari inventandosi verità di comodo che rendano coerente il tutto. Il tale è stato arrestato perché rubava. Ma era del nostro partito: la mente va subito all’errore o al complotto, giacché altrimenti una credenza più importante – quella che nel nostro partito vi sia solo brava gente - dovrebbe essere posta in dubbio con conseguenze troppo destabilizzanti. In questi casi il nostro cervello deve demolire alcune strutture cognitive “sbagliate” per ricostruirne di nuove. Ma ad ogni struttura ne è connessa qualche altra e il mutamento in una parte di un sistema implica, come si sa, mutamenti in tutto il resto, anche in nome della coerenza di cui si diceva. Orbene, situazioni come quelle descritte sono pane quotidiano. Le nozioni che fin da bambini acquisiamo giorno per giorno, si strutturano in un sistema che la mente cerca di rendere più coerente che può, proprio per quella esigenza di tranquillità e che organizza in una serie di credenze e di aspettative: il Signore

esiste, Gesù bambino è suo figlio così come io sono il figlio del mio papà e a Natale mi porterà i doni. Tutto collima, io vado la sera del 24 a dormire e alla mattina del 25 mi precipito (prima dell’ora in cui i miei genitori avevano previsto di svegliarsi) a vedere cosa mi ha portato il bambin Gesù. Ma se prima che io ci arrivi da solo per naturale evoluzione, qualche scriteriato mi informa che i regali me li hanno invece portati papà e mamma, non mi sparisce soltanto una parte del mondo incantato dell’infanzia, ma peggio, mi si pone un mucchio di problemi: se i regali li portano i genitori, Gesù bambino esiste? E se Gesù bambino non esiste, Dio c’è? E se … E’ un’intera ala del palazzo a crollare. Ricostruirla richiede una ristrutturazione cognitiva né facile né indolore; il bimbo la compie senza eccessivi traumi grazie alla sua enorme elasticità mentale, ma per l’adulto l’incertezza tra l’una visione e l’altra, implicando un conflitto interiore, contraddice proprio quell’esigenza di chiarezza cui l’animo umano tende per sua natura: vale a dire, implica un conflitto emotivo sulla scelta da prendere e conseguentemente determina nell’animo del soggetto quel disagio che gli psicologi chiamano ansia e i filosofi angoscia. L’animo umano aborre l’incertezza e, pur di evitarla accetta anche l’illusione e la menzogna. Salvo poi ricredersi più tardi, quando la collocazione del nuovo elemento al posto giusto e la conseguente ristrutturazione dell’immagine del mondo precedente, rendono accettabile la nuova Weltanschauung. V. Policreti

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dalla prima

Ebbene, al di là della umoristica esemplificazione, il relativismo (nel quale rientra a pieno titolo la teoria della relatività) è di fatto una concezione filosofica fondata sul riconoscimento del valore relativo, e non assoluto, della conoscenza della realtà ed è un pensiero antico, visto che ha trovato il suo primo articolato riconoscimento in Protagora, per poi solcare mari apparentemente diversi, ma di eguale contenuto salino. Un pensiero che ha però turbato i sonni di quelle istituzioni, come le chiese, che vedono di traverso anche la mèra ipotesi di non poter ridurre ad unità tutte le manifestazioni delle società pluralistiche e, con esse, la molteplicità dei valori

e dei princìpi etici che ne derivano. Da qui il motivo per cui anche la Chiesa cattolica lo ha sempre combattuto (basti pensare all’abiura cui ha costretto Galilei, massimo esponente del relativismo scientifico prima di Newton e di Einstein); da qui la ragione del suo voler rispolverare il principio assiomatico della imprescindibilità della fede, in questo momento storico manifestamente pervaso da una pruriginosa voglia di controriforma. Tant’è che non passa settimana senza il tentativo più o meno strisciante di qualche prelato, di veicolare una sorta di antidoto contro il relativismo, etichettato peraltro ed impropriamente, come il credere

La ECOGREEN s.r.l. svolge attività di CONSOLIDAMENTO di scarpate e pendici rocciose effettuando i seguenti interventi:

- ispezione di pareti rocciose di qualsiasi natura e acclività - disgaggio e demolizione di ammassi rocciosi di qualsiasi dimensione - posa in opera di reti metalliche paramassi - placcaggio di superfici rocciose fessurate ed instabili - posa in opera di barriere paramassi Nel campo dell'ingegneria naturalistica la ECOGREEN s.r.l. ha acquisito una significativa esperienza nell'utilizzo di tecniche di idrosemina potenziata, di invecchiamento accelerato delle rocce e di interventi di consolidamento delle scarpate con l'utilizzo di talee vive e/o morte.

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soltanto nella ragione, negatrice della fede. D’altronde già in epoca medievale, seppure con maggiore onestà intellettuale di oggi, Agostino contrapponeva il relative al substantialiter e Tommaso d’Aquino definiva l’esse relative, come l’ad aliud se habere (il riferirsi ad altro), modificando in tal modo, nel linguaggio filosofico latino, quel concetto greco del proj ti (ad quid), che Aristotele aveva elevato al rango di categoria. E a chi si lamenta (ma si ferma pur tuttavia alla inane doglianza!) delle continue ingerenze della Curia nelle questioni laiche, rammento che per la Chiesa cattolica i laici non sono gli agnostici o i non credenti, bensì quegli appartenenti al Popolo di Dio che non hanno preso i voti, per cui si sente perfettamente legittimata a disciplinarne i comportamenti, dato che ad essi è rivolta buona parte del Codice Canonico. Piuttosto la cosa di cui dovremmo invece sorprenderci e davvero indignarci, sta nel fatto che le gerarchie ecclesiastiche si ostinino ancora, nel ventunesimo secolo, a voler accreditare una idea negativa del relativismo, come se difendere l’inarrestabilità del tempo e del progresso, riconoscendone con rapidità e con spirito non dogmatico i mutamenti e le conquiste, sia cosa sbagliata, mentre sarebbe di contro giusto, l’essere costretti a cambiare idea su argomenti scientifici fondamentali (come è successo appunto alla Sancta Romana Ecclesia nel caso del citato Galilei…, e non solo). Ingiusto sarebbe, in buona sostanza, non detenere una verità inamovibile, interrogarsi e dubitare in continuazione, ospitare nel proprio confessionale voci e pensieri diversi, mentre non lo sarebbe il doversi scusare dei gravi errori commessi mentre si deteneva una sola verità e si pretendeva, come assicurava il Papa Re, di operare per il bene comune, secondo i dettami dell’Ente Supremo (evidentemente ansioso, secondo il Suo interprete ufficiale, di ospitare nell’Ade gli irrequieti Carbonari). In conclusione, posto che essere relativisti oggi, significa avere il senso della storia e delle sue contraddizioni e nutrire speranza nel dialogo tra diversi, decidete voi, cari lettori, se sia più meritevole e produttivo questo atteggiamento, oppure quello di chi postula adesioni al proprio credo, millantandolo come unico e vero, e facendo sentire coloro che non raccolgono il pressante invito, come negativamente diversi?! S. Tomassini

G i o c h i fino all’alba ed oltre. La situazione per lo Stratega, però, era particolarmente grave: il suo esercito, fino ad allora invitto, aveva subìto perdite rilevanti, per i colpi di mano di un avversario sfrontato quanto astuto e per i sacrifici tattici, come sempre dolorosi ma necessari. Ma lui, esperto condottiero e pastore di anime, sapeva che lo scoramento è la naturale premessa di una sconfitta certa e non si dette per vinto. Aggrottò le sopracciglia in un gesto di ruvida concentrazione e si fermò a riflettere. Devo avere fiducia nei miei mezzi, speranza in un errore del mio avversario e comprensione profonda della sua strategia: se lo ripeteva sempre, ogniqualvolta si trovava in difficoltà. In fondo anche un esercito mal ridotto come il suo, se guidato con attenta razionalità, con ferrea logica, con sicura intelligenza, poteva sperare di rovesciare la situazione. L’illuminazione venne e lo Stratega abbozzò un sorriso: guardò il campo di battaglià e un barlume illuminò i suoi occhi. Ora sapeva ciò che doveva fare. E ccellentissimo Cardinale, mi perdoni, ma ho da riferire un fatto grave. “Riferisca, riferisca pure…”. Vede Eminenza, sono molto preoccupato per il nostro fratello, il pio Episcopo di Florentia. Egli è caro al nostro cuore meno solo di quanto sia caro a quello del Nostro Padre Celeste. Vorrà capire dunque quanto sia grande la mia pena per lui… “Capirò se avrà la bontà di essere più chiaro.” Eccellentissima Eminenza: il Reverendissimo Episcopo di Florentia è caduto nuovamente in tentazione. “Ha egli perseverato nelle pratiche?” Può ben immaginare con quale vergogna io riveli tali fatti. L’ho visto - per puro caso s’intenda - proprio con i miei occhi. Per l’intera notte, Eminenza, egli è stato desto insieme ad un giovine convittore che si diletta anch’egli nella pratica. Confido pienamente nella saggezza e nella carità di sua Eminenza per riportare la pia anima sul retto cammino.

p r o i b i t i E’un piccolo peccato ma… “Ma in tempi come questi, occorre controllare anche le piccole mancanze. Scriverò immediatamente al vero papa, Sua Santità Alessandro II e sono certo che, a Dio piacendo, saranno presi i provvedimenti opportuni contro questo gioco da ladruncoli”. N ulla può fermare una mente razionale supportata dal coraggio e dalla fiducia nei propri mezzi: lo Stratega aveva visto giusto e, in poche mosse, seppe guidare il suo disastrato esercito ad un trionfo tanto dolce quanto inaspettato. Sorrise guardando gli occhi increduli del giovane avversario, che si era visto scivolare tra le dita la tanto agognata possibilità di sconfiggere il proprio insuperabile maestro. Quel sorriso, lo sapeva, era la riprova del suo deprecabile peccato di superbia ma, ripensando alla difficoltà della partita, scelse di zittire per un po’ il suo foro interiore e di cullarsi in una peccaminosa languidezza. E’ albeggiato da un po’, disse lo Stratega, Episcopo della città di Florentia, mentre soddisfatto raccoglieva i pezzi sulla scacchiera e diligentemente li avvolgeva in uno scampolo di stoffa. Faccia buon riposo Eminenza, rispose il giovane frate, erudito anch’egli nell’innovativo gioco chiamato degli scacchi, ma ancora non sufficientemente esperto per battere il più anziano e avveduto avversario. Il vescovo di Firenze si distese finalmente sul suo giaciglio: era del tutto inconsapevole che di lì a poco papa Alessandro II, avvertito dal cardinale Pier Damiani della sua passione per gli scacchi, avrebbe proibito tale gioco, addirittura includendo i trattati scacchistici nell’Index Librorum Prohibitorum. Correva l’anno 1061 e tale proibizione sarebbe stata confermata nei Concili del 1215 e del 1245. Solo nel 1325 il gioco di strategia - nato dalla fusione del pagano ludus ladruncolorum praticato nella Roma imperiale con simili giochi di origine orientale - che secoli prima stuzzicava l’intelletto del vescovo toscano, fu pienamenM. Di Lando te riabilitato.

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Relativismo... chi era costui?


I diritti delle donne

ciò che è male; il legislatore dovrà quindi ispirarsi a principi universali, uno fra tutti (o forse l’unico) il diritto alla vita. Diritto alla vita vuol dire diritto di vivere dignitosamente la propria vita, liberi di fare le scelte che si ritengono più opportune, entro il confine che ci separa dalla libertà degli altri. Così, chi ruba è punito non perché lo dicono Geova o Allah, ma perchè ha violato il diritto di un altro al possesso delle proprie cose; l’infibulazione, praticata in molti Paesi dell’Africa, in Italia è punita con sedici anni di galera non perché immorale, ma perché nessuno può violare il corpo di un altro. Ora, su questo concetto di diritto alla vita, per me tanto chiaro, si sta facendo una gran confusione. I diritti acquisiti da chi è già nato sono sempre superiori ai diritti di chi deve ancora nascere. Frase, questa, che indignerà qualcuno, ma che vorrei spiegare facendo un paio di esempi semplici semplici, alla portata di tutti: una donna sta partorendo, subentrano gravi complicazioni e bisogna scegliere tra la sua vita e quella del nascituro. Chi credete verrà salvato? Chi ha già acquisito il diritto alla vita, cioè la donna. Un’altra rimane incinta, ma quella gravidanza non la vuole, perché le fa male, la danneggia emotivamente, nel profondo dell’anima, perché ciò che è dentro di lei è indesiderato, viola il suo corpo come uno stupro e non la lascia vivere, logorandola giorno dopo giorno. Chi bisogna salvare? Rispondo allo stesso modo: chi ha già acquisito il diritto alla vita. Spesso si dimentica che la salute mentale di una persona è importante quanto quella fisica, e sentir crescere all’interno del proprio corpo un altro corpo nei confronti del quale non si prova alcun affetto, anzi, si prova

addirittura avversione, è uno shock terribile ed inaccettabile per una donna. E questo nessun maschio, tanto meno se prete, sarà mai in grado di capirlo fino in fondo. D’altra parte è falso sostenere che l’embrione sia una vita autonoma, in quanto se un neonato viene rifiutato dai propri genitori può essere affidato e cresciuto anche da altri, mentre l’embrione per svilupparsi dipende solo ed esclusivamente dalla madre, senza la quale, di fatto non è e non diventerà mai nessuno. L’embrione si nutre attraverso la madre, respira attraverso la madre, qualunque sua funzione vitale senza la madre viene a mancare. Da cui deriva che soltanto la madre può decidere se accettare o meno la sua presenza, proprio perché nessuno ha il diritto di praticare alcuna forma di violenza al corpo o alla psiche altrui, e la madre, essendo già nata ed autonoma, gode di diritti superiori. Ricordo ai cattolici, al cui voto puntano i politici che appoggiano una certa propaganda oscurantista contro la libertà di scelta delle donne, che la legge sull’interruzione di gravidanza è stata una grande conquista di tutti i Paesi occidentali, conquista alla quale non si può rinunciare, perché l’unica alternativa è l’aborto clandestino. Agli ipocriti che mi dicono che l’aborto è un omicidio, rammento che mentre Giovanni Paolo II ammoniva i suoi connazionali a non prendere i vizi dell’occidente, la Polonia era il Paese con il più alto tasso di aborti clandestini in Europa. Ma che la Chiesa sia intrisa di ipocrisia è una storia vecchia quanto la Chiesa. Basti pensare ai tanti preti condannati per pedofilia che, pur coscienti delle loro terribili colpe, predicavano dagli altari il significato della parola amore. M. Tarani

Il creazionismo non è scienza; vietato nelle scuole americane. La decisione in Pennsylvania dopo il ricorso di un gruppo di genitori contro la scuola che impose agli alunni corsi sulle teorie anti darwiniane. Un giudice federale di Harrisburg, capitale della Pennsylvania, ha deciso che il cosiddetto Disegno Intelligente non può essere insegnato nelle classi di scienze delle scuole pubbliche negli Stati Uniti.

Il giudice distrettuale John E. Jones III ha giudicato che il Consiglio scolastico dell’Area di Dover, in Pennsylvania, ha violato la Costituzione decidendo di inserire nei programmi di scienze il Disegno Intelligente, cioè il principio che la vita sulla Terra fu generata da una causa intelligente non identificata. Un principio che mira ad escludere le teorie di Darwin. Da La Repubblica del 20 dicembre 2005

DARWIN! ... paura eh? È davvero incredibile il fatto che ancora oggi basta fare il nome di Charles Darwin per assistere alle reazioni isteriche, scomposte ed esilaranti di chi non riesce ad accettare di avere delle scimmie nel loro albero genealogico. Charles Darwin è un nome che fa ancora paura. È passato più di un secolo dalla pubblicazione del L’origine della specie e oramai l’evoluzione biologica dovrebbe essere accettata, condivisa e, soprattutto, conosciuta da tutti vista la sua straordinaria completezza ed autorevolezza; invece è ben lontana dall’esserlo. Dal momento della sua divulgazione, l’evoluzione biologica, è stata attaccata in tutti i modi possibili e immaginabili: è stata censurata, contestata, derisa, dichiarata immorale e socialmente pericolosa, hanno creato delle prove false per farla cadere, proposto delle teorie alternative senza l’appoggio di una minima base scientifica... ma l’evoluzione biologica è ancora lì, teoria scientifica esatta in quanto confermata da tutte le scoperte successive ad essa; sia dagli studi di biologia molecolare, sia da quelli antropologici, e persino da quelli astrofisici. È per questo che dico che dovrebbe essere accettata e condivisa indistintamente da tutti. Al contrario, oggi, gli antievoluzionisti (parlare di creazionisti non ha più senso, visto che la maggiorparte di loro ha accettato il fatto che dio non ha creato Adamo ed Eva come biblicamente raccontato), stanno combattendo l’ennesima crociata. Ovvero cercare di inserire nella cultura collettiva quel cavallo di Troia chiamato Disegno intelligente in modo che mai e poi mai, nonostante la PROVATA evoluzione biologica, venga messa in dubbio l’esistenza di un creatore. In vari paesi è in corso questa loro lotta senza quartiere, anche in Italia. Gia nel 2004 il ministro Letizia Moratti aveva provato, con un colpo di spugna, a cancellare l’insegnamento dell’evoluzione biologica dalle scuole. La levata di scudi che seguì a questa iniziativa la costrinse ad una marcia indietro (rapida, quanto sospetta), convocando una commissione apposita (la commissione Darwin appunto) con il compito di indicare

la strada da seguire. Tale commissione, presieduta da Rita Levi Montalcini, non solo ha intimato al ministero dell’istruzione di considerare l’evoluzione biologica come programma fondamentale dell’istruzione d’ogni ordine e grado, ma ha anche fornito un rapporto che indicava in modo molto esplicito come sarebbe stato giusto insegnare le scienze ai ragazzi, al fine di prepararli all’università e al futuro in generale nel migliore dei modi. La battaglia sembrava vinta, relegando gli anti-evoluzionisti all’ennesima sconfitta. E codesta gente avrebbe avuto molto su cui meditare semplicemente leggendosi il rapporto promulgato. Ma dato che siamo in Italia, paese molto lontano dall’essere normale, le cose non sono andate così. Che fine ha fatto il rapporto della commissione Darwin? Secondo uno scoop della rivista MicroMega è stato censurato, modificato e addolcito in modo da eliminare comunque l’insegnamento dell’evoluzione biologica in quasi tutto il corso di studi della scuola dell’obbligo relegandolo agli ultimi due anni d’insegnamento. Questo scandalo, tutto italiano, sarà solo una delle cose di cui ci occuperemo nel 2° DARWIN DAY che si svolgerà Sabato 11 Febbraio 2006, dalle ore 16.00 in poi, presso la sala comunale di via Aminale, un evento organizzato dalla nostra Associazione Civiltà Laica. Ebbene si, cari anti-evoluzionisti concittadini, presto ci sarà il 2° DARWIN DAYa Terni.... paura eh? Alessandro Chiometti Pres. Ass. Cult. Civiltà Laica www.civiltalaica.it info@civiltalaica.it 348.4088638

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Il potere dei poteri

Quanto costa il libro di Vespa?

Ta le n to o s fru ttame n to ? Con potere legislativo si intende il potere di approvare le leggi di uno Stato. La Costituzione italiana all’art. 70 attribuisce il potere legislativo al Parlamento. Anche il Governo può emanare un atto avente forza di legge, in tal caso si chiama decreto-legge. Il decreto-legge per avere efficacia deve essere confermato dal Parlamento. Il Parlamento può delegare il Governo attraverso la legge delega a legiferare su una certa materia, ma contemporaneamente ne stabilisce i margini di movimento. In quest’ultimo caso l’atto normativo si chiama decreto legislativo. Inoltre il potere legislativo spetta a ciascun parlamentare e al popolo attraverso l’istituto della proposta di legge, che si realizza tramite la raccolta di almeno 50mila firme. Il popolo esercita la usa sovranità anche con l’istituto del referendum abrogativo e, in materia costituzionale, con l’istituto del referendum confermativo delle leggi costituzionali. Tutte le leggi devono essere promulgate dal Presidente della Repubblica il quale può rinviare al Parlamento una legge se ritiene che questa sia in contrasto con la Costituzione. A leggerlo sembra così semplice, chiaro e democratico che non si capisce perché se ne debba parlare, ma in realtà la questione è molto più profonda. È evidente che i parlamentari sono uomini e come tali hanno delle proprie idee che possono a volte non coincidere con il volere del partito a cui appartengono, e quindi in sede di votazione possono esprimersi in totale coscienza, così da scardinare il risultato della votazione stessa. Questi parlamentari sono chiamati franchi tiratori. Vengono appellati in modo

così dispregiativo perché possono creare crisi politiche facendo vacillare le poltrone dei potenti, ma potrebbero essere solo dei liberi pensatori. Comunque, vero è che generano una qualche forma di ingerenza sulla creazione delle leggi. Quando i vescovi italiani si esprimono criticando una proposta e/o una legge come è accaduto per la fecondazione assistita, l’aborto, il divorzio, sulle coppie gay, sulla pillola del giorno dopo, la domanda è: si tratta di intromissione, di una raccomandazione o di una vera e propria ingerenza? Quando il Presidente degli Stati Uniti chiede agli alleati di continuare la guerra facendo intendere che altrimenti ci saranno delle ritorsioni economiche, voi cosa credete? Uno Stato libero e democratico dovrebbe poter decidere con la massima serenità senza nessuna ingerenza. Eppure quotidianamente il potere legislativo viene delegittimato. Un’occulta distorsione della democrazia viene perpetrata dalle lobby di potere. Ignorare o negare l’esistenza di interessi di parte è ipocrita e pericoloso. Gruppi di banchieri, farmacisti, notai, giornalisti condizionano la nostra società. Quando l’attuale governo ha presentato la riforma del TFR ha subìto un’ingerenza da parte dell’ANIA, esplicitata proprio dalle parole del ministro La Malfa, che ammette di aver letto il dossier preparatorio delle compagnie di assicurazione. Il potere dei poteri non è mai al sicuro perché è insito nell’essere umano la necessità di contare; bisognerebbe solo farlo seguendo le regole del gioco. Se non salviamo la faccia perlomeno salviamo la democrazia. Serena Battisti

Diavolo quanto sono precoci i bambini inglesi! Se in Italia, grazie alle lauree brevi di Morattiana concezione, possiamo vantare dottori appena ventenni, prego rabbrividite di fronte a tale Libby Rees, una bambina inglese di 10 anni che ha già scritto un libro di 60 pagine Help, Hope and Happiness (aiuto, speranza e felicità) in cui suggerisce come sopravvivere al divorzio dei propri genitori.

Strano a dirsi la persona più sorpresa del giovane talento è sua madre Kathryn, la quale giura e spergiura di non aver fatto caso al fatto che sua figlia, da qualche tempo a questa parte, non fosse in cortile a giocare con le altre bambine ma sul computer a scrivere e stampare centinaia di fogli. Quando ricevemmo la telefonata dalla casa editrice, non riuscivo a crederci ammette stupita la signora londinese. Sarà, ma anche a noi pare piuttosto strano. Soprattutto considerando che il libro è già un bestseller che nessuno pare voglia farsi mancare. A proposito, nel Guinness dei primati, alla voce scrittrice più giovane che abbia mai pubblicato un libro, compare il nome di una ragazzina di solo 4 anni che nel 1964 pare aver scritto, così dicono, il libro How the world began. No comment. Francesco Bassanelli

Se avete seguito la tv prima delle feste natalizie, avrete sicuramente sentito parlare dell’ultimo libro di Bruno Vespa. Il giornalista di Raiuno ha presentato la sua ultima fatica praticamente su ogni programma di Mamma Rai, facendo naturalmente una capatina anche su Retequattro. A parte i servizi della presentazione del libro, andati in onda su tutti i tg nazionali (e in forma quasi integrale da Fede), il Vespa ha risposto presente anche in altre trasmissioni, in una veste, diciamo così, particolare. È il 26 novembre, nella trasmissione Ballando con le stelle, presidente di giuria è Vespa, che non perde occasione di parlare del suo ultimo lavoro. Due giorni dopo c’è la cerimonia di presentazione del libro, alla quale partecipano, tra gli altri, Berlusconi, Casini, Fini e Bertinotti. L’occasione è colta dai politici per rilasciare dichiarazioni, puntualmente riportate poi da Porta a Porta. È il 9 dicembre. Ospite alla Prova del Cuoco, indovinate chi c’è? Vespa, a parlare del libro, tanto che lo si può notare in grembiulino preparare le tagliatelle vicino alla Clerici, la quale gli porge una domanda sulla strage di Piazza Fontana. Lui risponde: Guarda come è venuta bene questa tagliatella!, e poi il discorso (ovviamente!) cade. Due giorni dopo, a Linea Verde, ospite di Brosio è ancora il Vespa. Dopo il Morellino di Scansano si comincia a parlare del suo libro(?). Il giorno dopo, a Batti e

Ribatti, ospite della serata è il Vespa, che intrattiene il pubblico con monologhi sulla sua opera. In quegli stessi giorni poi l’autore appare a Domenica In, qualcuno giura di averlo visto nella trasmissione cattolica A Sua Immagine, e poi il gran finale a Affari Tuoi. Pupo preannuncia al concorrente che in un pacco troverà il nuovo libro del Vespa, e il povero giocatore fa una smorfia dicendo: “ Ah, Vespa mi sta pure qui, portando la mano allo stomaco. Pupo cerca di mediare, anche perché quando esce il pacco, entra in scena lo stesso Vespa che regala gentilmente la sua opera alla concorrente della Basilicata. Fine delle apparizioni. La credibilità, l’autorevolezza, sono doti basilari per un giornalista, soprattutto televisivo. Il presenzialismo del giornalista di Raiuno diventa un processo comunicativo potenzialmente pericoloso. Vedere Vespa in grembiule che parla di tagliatelle mentre la Clerici cerca disperatamente di dare un tono all’incontro, oppure apparire dopo il Morellino di Scansano, di certo non fa bene all’immagine di Vespa, che sicuramente avrà guadagnato in pubblicità, ma forse avrà perso qualcosa in credibilità. Questo processo ovviamente avverrà soltanto nella parte più critica del pubblico, e quindi al Vespa, abile calcolatore, il gioco sarà valsa la candela. Ma quanto costa il libro di Vespa? A chi lo vuol comprare una ventina di euro, a lui soltanto un po’ di credibilità. Massimo Colonna

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Intervista al presidente Silvio Ber1usconi

Ma come si fa…?

A volte mi domando come si faccia a perdere la testa per un uomo o una donna quando è evidente che l’amore di un certo tipo, quello in cui appunto la testa è l’ultima cosa che conta, non ha nessuna prospettiva di durare nel tempo. Non dura con le stelle del cinema, con gli uomini più ricchi e potenti del pianeta, con grandi scrittori, pittori, scienziati, musicisti..., insomma con le persone più affascinanti che esistono al mondo. Gira gira, anche loro finiscono per diventare noiose, rompiscatole e poco entusiasmanti agli occhi del partner. Mi domando come sia possibile pensare di avere al proprio fianco un Dio quando la stessa persona a giudizio di altri è un deficiente, insopportabile e magari esteticamente inaccettabile. Non ci voleva Einstein per capire che tutto è relativo! Mi domando cosa passa per la mente di chi continua a cadere in quest’illusione per tutta la vita.

Mi sono sentita dire che partire sfiduciati significa rinunciare a priori alle gioie dell’amore… Io non ho mai risposto che è proprio la sfiducia a preservarci anche da tante angosce. Sarebbe una risposta stupida, banale e specialmente vigliacca. Ho risposto solo che la mia intelligenza si rifiuta di non guardare in faccia la realtà. E chi fa questo è veramente un vigliacco. Ho risposto che partire con un’idea sbagliata non può portare altro che conseguenze sbagliate. Ho risposto che se certe gioie durano poco, io allora devo trovare qualcosa di diverso e migliore perché non ho la minima intenzione di essere felice soltanto per un po’. E preferisco trascorrere tutta la vita a cercare piuttosto che a raccogliere tappi di bottiglia, fingendo come un bambino che siano monete d’oro. Silvia Spiropulos

Il precariato ha colpito uno dei simboli delle feste natalizie, il testimonial per eccellenza della notte della vigilia: Babbo Natale. Allora Babbo Natale, come sono andate le feste? Maluccio… sa, l’anno scorso ero co.co.co. Cioè? Avevo un contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Quindi consegnava i regali e… E accudivo le renne, lucidavo la slitta, preparavo il sacco per l’anno successivo. Quest’anno invece? Con la nuova legge, mi hanno fatto un contratto a progetto: consegno i regali e poi basta. Quindi adesso è disoccupato. Esatto. Devo aspettare l’anno prossimo e sperare in un nuovo contratto. Ma allora qual è il problema, Natale viene ogni anno. E se qualcuno mi ruba il posto? Già dicono che non esisto, si figuri se i bambini cominciano a mandare le letterine a qualcun altro… sarei rovinato! Non si deprima, chi vuole che si metta a fare regali al posto suo! Ha seguito la conferenza stampa di fine anno del Jena Plinsky premier?

Buongiorno Presidente. Vorrei, se lei me lo consente, rivolgerle alcune domande su quello che prevede di fare per il popolo italiano e quali risultati pensa di raggiungere. Prego, domandi pure, le risponderò con precisione su qualsiasi argomento. Che cosa prevede per l’economia? La risposta mi pare ovvia. La ricchezza è già aumentata, continua ad aumentare e continuerà… Guardi la mia, per esempio! Che cosa intende fare per l’occupazione, per la scuola e per la ricerca? La ricerca è la cosa più importante per ogni nazione. Svilupperò la ricerca. Sto già trasformando parte dei giovani italiani in ricercatori... Soprattutto di un posto di lavoro. Dopo la depressione economica che colpisce l’Italia, e non solo, lei prevede una ricrescita?

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Se pensate che la vostra teoria sia basata sulla ragione, la sosterrete con un argomento logico, invece che con la persecuzione, e l’abbandonerete se l’argomentazione vi dimostrerà che avete torto. Ma se la vostra teoria si basa sulla fede, vi renderete conto che il vostro argomentare è inutile e pertanto ricorrerete alla forza sia in forma di persecuzione sia col distorcere ed ingannare la mente dei giovani attraverso la cosiddetta educazione. Il che è particolarmente ignobile dato che si approfitta di menti ingenue ed indifese. Bertrand Russel

Il 25 febbraio 1616 il Sant’Uffizio emana la sentenza: Che il Sole sia centro del mondo è proposizione assurda e falsa e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura. P er mondare i crimini della Santa Inquisizione non bastano formali scuse, men che meno maestri non diplomati che dissertano sul valore della vita. Ci vogliono incessanti testimonianze cristiane, un’immersione totale nell’umiltà e nella povertà, un bagno perenne, nei secoli dei secoli, da parte di tutti i prelati, nelle condizioni di vita, corporali e spirituali, indicate da Cristo e San Francesco. Altrimenti si tratta solo di ipocrisia, di politicume da quattro soldi.

N el

1905 il Premio Nobel per la fisica fu assegnato al tedesco Philipp Eduard Anton von Lenard, per le sue ricerche sui raggi catodici. Lenard era una acceso sostenitore del nazismo e denigrò pubblicamente i fisici inglesi, che, a suo parere, avevano rubato idee alla Germania. Effettuò una ridicola divisione tra fisica giudaica e fisica ariana professando, soprattutto, grande odio per l’ebreo Albert Einstein. In realtà, come si è poi con evidenza dimostrato, il lavoro teorico di Einstein nello spiegare

l’effetto fotoelettrico è stato di importanza basilare per Lenard, che grazie appunto a questo studio teorico giudaico, si appropriò del Nobel.

I n USA una delle prime crociate contro la teoria dell’evoluzione. Nel Tennessee, uno dei tre stati che ne vietarono l’insegnamento, un docente di biologia, John Thomas Scopes, nel 1925, per averla insegnata in una scuola pubblica, venne portato in tribunale e condannato per violazione della legge. Le case editrici esclusero poi dai testi scolastici la teoria dell’evoluzione. Giudice nel processo a Scopes fu William Jennings Bryan, interessato solo alla sua morale, nemica viscerale della scienza, che, a suo dire, avrebbe sostituito la legge di Cristo con la legge della foresta. In realtà la teoria evoluzionistica dimostrava scientificamente una longevità terrestre di miliardi di anni, non conciliabile con la concezione creazionistica dei 6 giorni.

N el 1948 trionfano, in URSS, le teorie biologiche di Trofim D. Lysenko, presidente dell’Accademia delle scienze agrarie. Lysenko sembrava avere scoperto la possibilità di educare le sementi a basse temperature, in modo da poter ottenere grandi raccolti di leguminose di varia natura anche in zone molto fredde dell'URSS, come l'Azerbaigian. La faziosità e il nazionalismo, che si ritenevano allora essere qualità necessarie all’intellettuale comunista, vennero utilizzate da Lysenko per rivendicare il primato di una scienza proletaria su una scienza borghese, trasferendo i temi della lotta di classe al dibattito scientifico. In realtà, nel 1929 il padre di Lysenko, costretto da una dura e lunga carestia, aveva seminato del grano tenuto, per tutto l’inverno, in un sacco, sotto la neve. La resa fu straordinaria: 24 quintali per ettaro: eccezionale per quella regione. Da questo evento, mai più ripetutosi, partirono tutti studi empirici, che non portarono mai a risultati scientifici apprezzabili, ma favorirono la consacrazione di Lysenko come scienziato di regime. Tali forzature ideologiche comportarono la squalificazione dei genetisti mendeliani che si opponevano a studi non rigorosi né sistematici, con tutte le conseguenze negative del caso.

A torto si è rimproverato alla scienza di insidiare la morale. La condotta etica dell’uomo deve basarsi effettivamente sulla compassione, la educazione e i legami sociali, senza ricorrere ad alcun principio religioso. Gli uomini sarebbero da compiangere se dovessero essere frenati dal timore di un castigo o dalla speranza di una ricompensa dopo la morte. Si capisce quindi perché la Chiesa abbia in ogni tempo combattuto la scienza e perseguitato i suoi adepti. Albert Einstein

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a La scienza non è contraria alla Sacra Scrittura né è ariana, non è morale né proletaria, non è razionalmente vera a condizione che..., né razionalmente... opinabile. E’ semplicemente scienza. Non conosce il bene o il male, ma solo il vero e il falso, ciò che è, ciò che non è. Opera con la testa, non con il cuore. Il cuore dello scienziato batte, è presente, ma nella passione, nella determinazione e caparbietà di perseguire la conoscenza dei fenomeni. Chi fa appello al cuore invece che alla testa, sostenendo che i nostri sentimenti sono in grado di dimostrare la falsità delle conclusioni alle quali porta la ragione, è irrimediabilmente abbarbicato ai conforti puerili di un'età primordiale. Scienza e superstizione non possono andare d’accordo. La prima guarda al futuro, la seconda cerca di sopravvivere al passato (superstare). La scienza cerca l’errore, vuole smentirsi, superarsi: è l’apoteosi della relatività. La mistica non ammette errore, diversità: è il trionfo dell’assolutismo. Il motore della scienza non è la veridicità ma la falsificabilità, l’ansia continua di relativizzare, trovare l’errore, restringere o ampliare i campi di appartenenza e di validità oggettiva. Una conoscenza ha validità oggettiva quando abbatte pregiudizi, superstizioni, miti e non è relativa ad un gruppo sociale, solo in base alle sue abitudini, alle sue credenze, ai suoi costumi, ai suoi dogmi. La tradizione scientifica oppone lo spirito scientifico, fatto di modestia, di prudenza e di una fiera indipendenza intellettuale, allo spirito d’inquisizione, che decreta una volta per tutte una verità ufficiale e conseguentemente censura le eresie e punisce i recalcitranti. Essa ricerca la verità e risponde a dei perché sempre più sottili ma non pretende di afferrare l’assoluto: è tollerante e nemica di ogni sorta di dogma, a partire dai suoi. Cosi l’astronomo può indifferentemente credere che l’Universo sia stato creato o che, al contrario, sia sempre esistito. Il suo lavoro consisterà, in ambedue i casi, nel risalire sempre più lontano nel passato al fine di ricostruire l’evoluzione degli astri e, con l’aiuto del biologo, degli esseri viventi. Egli non ha la pretesa di arrivare all’istante iniziale, vi tende semplicemente e, pur ammettendo l’alternativa della Creazione, potrà opporre una durata di almeno cinque miliardi di anni di esistenza della Terra al mito della creazione in sei giorni. Allo stesso modo è indifferente per lo scienziato che il cosmo sia finito o infinito: esso si limita a proseguire la sua esplora-

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zione dell’Universo spingendosi sempre più lontano e ciò non per raggiungerne i confini, ma per conoscere una parte sempre più vasta e con maggior quantità di particolari. Potrà scoprire, nel corso di questa ricerca, non i limiti dell’Universo, ma alcuni dati che potrebbero addirittura indicare come l’uomo non potrà mai raggiungere questi limiti, né sul piano dell’astronomia né su quello della metafisica. Lo scienziato crederà al determinismo delle leggi fisiche per tutto il tempo in cui l’esperienza giustificherà questa teoria, pronto ad abbandonarla per una concezione probabilistica dal momento in cui l’esperienza abbia mostrato le insufficienze di questo determinismo o pronto a tornare ad un determinismo più allargato che si accordi con tutto il complesso delle conoscenze. Egli non cercherà di spiegare tout court la vita, ma tenderà a precisare sempre più le connessioni fra fenomeni biologici e fenomeni chimico-fisici. Non negherà, a priori, l’interazione eventuale fra l’anima ed il corpo, fra fatti psichici e fisiologici, ma tenterà di mettere in evidenza i processi fisicochimici che li condizionano. Lo scienziato non finge, non segue proprie isterie, non ha amici potenti da servire: ha solo fenomeni da chiarire. Altri devono invece dimostrare che tutto va com’è stato stabilito e, per raggiungere tali scopi, hanno, nel corso della storia, massacrato in nome del loro Signore. Costoro amano solo se stessi. La scienza li incupisce e li atterrisce. Hanno sempre pontificato sul tutto, dimostrando, sempre, di non saper niente. Le mistiche sono come un giornale di ieri, sempre quello, notizie arraffazzate, pettegolezzi, sentito dire, tentativi di spiegazioni puerili, ormai patetici. Ma, soprattutto, senza un linguaggio coerente. Le leggi di natura sono come un giornale di domani. Riferiscono ciò che accadrà non solo il giorno dopo ma anche fra una settimana, fra un anno, fra molti milioni di anni. Inoltre le leggi della natura sono come il giornale perfetto: non riferiscono mai nulla erroneamente e riportano sempre ogni minimo particolare e lo fanno con il linguaggio della scienza: la matematica. Chiunque fosse in possesso di una legge della natura, avrebbe il più grande potere mai desiderato dall'uomo. E' per questa ragione che gli scienziati dedicano, umilmente, la vita intera a cercare di ottenere anche soltanto qualche trafiletto del giornale di domani mentre i dogmatici, nel tentativo di imporre, con ogni mezzo, il creder cieco e l’eco del cuore contro le prove della ragione, cercano di convincere di essere loro gli unici depositari delle leggi, non solo del passato, ma anche del futuro.

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L’altra Grecia, quella vera In un famoso saggio degli anni ‘50, I greci e l’irrazionale, Eric Dodds intendeva mostrare l’altra faccia della cultura greca: quella delle superstizioni religiose, delle favole mitologiche, dei riti sciamanici, delle orge bacchiche, dei deliri pitici, delle previsioni astrologiche, delle cure magiche, delle interpretazioni oniriche... In una parola, la versione greca del buio che da sempre regna nell’emisfero destro del cervello dell’uomo, contrapposto alla luce che risplende in quello sinistro. Ironicamente, però, l’altra faccia della Grecia mostrata da Dodds non era molto diversa, se non nelle sfumature, da quella mostrata da Bruno Snell in La cultura greca e le origini del pensiero europeo, un altrettanto famoso saggio di quegli stessi anni, percepito appunto (ad esempio, da Momigliano) come antitetico al precedente. A chi la guardi dall’esterno, invece che dall’interno, è infatti l’intera cultura umanistica greca ad apparire irrazionalista, sia pure in versione più o meno hard o soft, a seconda degli aspetti sui quali ci si concentra. Ad esempio, che tipo di uomo descrivono l’Iliade e l’Odissea? Un uomo che, non a caso, Julian Jaynes ha diagnosticato, in Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, come letteralmente schizofrenico. Un uomo che antropomorfizza la propria voce interiore e il proprio inconscio sotto forma di dèi, che gli appaiono quotidianamente in forma visibile e udibile, e coi quali egli conversa e discute in palese dissociazione mentale. Un uomo oggi internato nei manicomi o nei conventi, ma che allora evidentemente circolava in libertà per le strade. E che modello di uomo propongono, invece, i Dialoghi

platonici? Un uomo che, nel Fedro (244-245), dichiara esplicitamente che “i beni più grandi ci vengono dalla pazzia”, e riconosce come oggettivi addirittura quattro tipi di “divino furore”: profetico, rituale, erotico e poetico, rispettivamente ispirati da Apollo, Dioniso, Afrodite e le Muse. Un uomo che candidamente confessa di sentire la voce di un dàimon personale, inibitivo e proibitivo, al quale anche oggi noi dovremmo continuare a credere e dare ascolto, secondo “psicologi” come Hillmann e “libri” come Il codice dell’anima. Questa è dunque la Grecia che ci viene presentata in opere che, lungi dal costituire oggetti d’analisi nei reparti di psichiatria e neurologia, rimangono invece soggetti di studio nei dipartimenti di letteratura e filosofia. Con buone ragioni, naturalmente, perché educando all’irrazionalità si concima il terreno sul quale attecchiscono e prosperano, ad esempio, le redditizie imprese della religione e della magia. Non è un caso, dunque, che Giovanni Reale rilegga, in Corpo, anima e salute, Omero e Platone come tappe di un percorso che porta dritto al cristianesimo, e che il consigliere del ministero Giuseppe Bertagna proponga, per la controriforma della scuola inferiore, la cancellazione dell’evoluzionismo dai programmi per “dare spazio al mito e ai racconti delle origini”. Ma, come la Luna, anche la cultura greca ha una faccia nascosta, pari in estensione e interesse a quella perennemente visibile dell’irrazionalismo umanistico. E’ la faccia del razionalismo scientifico, senza il quale non sarebbe possibile la tecnologia che domina la vita di tutti noi, irrazionalisti compresi, e che

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costituisce la vera radice della nostra civiltà: l’unica che avrebbe avuto veramente senso citare nella Costituzione europea, se questa non fosse stata scritta sulla base degli strilli dei partiti e dei lamenti delle chiese. E come sulla faccia visibile della cultura greca svettano l’Iliade e l’Odissea di Omero e i Dialoghi di Platone, così su quella nascosta si ergono maestose le prime sistemazioni della matematica e della logica occidentali: gli Elementi di Euclide e l’Organon di Aristotele, che oppongono i fatti di una cultura alle interpretazioni dell’altra. E questi fatti non sono soggettivi racconti di guerra o di viaggio, né personali opinioni etiche o morali, ma oggettive e impersonali descrizioni di precise scoperte, destinate a rimanere immutabili, e rimaste immutate, nei secoli. Per non rimanere nel vago, consideriamo ad esempio la visione che avevano del mondo i razionalisti greci di oltre due millenni fa. Naturalmente sapevano che la Terra è rotonda, per motivi sia diretti che indiretti: dalla forma dell’ombra che essa proietta durante le eclissi di Luna alla graduale sparizione delle navi all’orizzonte. Persino le dimensioni terrestri erano note con ottima precisione, grazie alla proporzione stabilita da Eratostene tra l’intera circonferenza e il suo arco compreso tra Alessandria e Siene (vicina all’odierna Assuan), da lui valutato in base ai cinquanta giorni necessari per andare in cammello tra le due città. La proporzione era stata calcolata misurando l’ombra di un bastone ad Alessandria nel giorno del solstizio d’estate, quando si sapeva che a Siene l’ombra sarebbe stata nulla perché i raggi di Sole entravano a perpendicolo in un pozzo: una meravigliosa combinazione di teoria e pratica, che portò a una stima corretta di circa 40.000 chilometri per la circonferenza terrestre. Ancora più stupefacente, perché basata sulla pura deduzione, fu l’intuizione dell’esistenza dell’America da parte di Ipparco. Egli la dedusse dalla notevole diversità delle maree degli oceani Atlantico e Indiano, osservate dagli esploratori che si erano spinti da un lato verso l’Europa settentrionale nella spedizione di Pitea, e dall’altro verso l’Asia al seguito di Alessandro Magno: diciassette secoli prima di Cristoforo Colombo, e a differenza di lui, Ipparco aveva già capito che maree così diverse impedivano all’oceano a ovest di Gibilterra di essere lo stesso che stava a est dell’India, e che le due masse d’acqua dovevano essere divise da un immenso continente che le separasse come compartimenti stagni. La cosa si era capita anche osservando la luce cinerea della Luna prodotta dal riflesso della luce del Sole da parte della Terra, e che non appare uniforme: una specie di proto “fotografia” dell’America proiettata sullo schermo lunare. Per buona misura, e usando

Giampie ro R aspetti solo gli scarsi dati astronomici disponibili, Ipparco riuscì anche a dimostrare la precessione degli equinozi: quello, cioè, che Il mulino di Amleto di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend chiamano “il più grandioso dei fenomeni celesti”. Grandioso o no, il moto a trottola dell’asse terrestre rende comunque sbagliati di una casa tutti i segni zodiacali oggi usati per i loro oroscopi dagli astrologi del mondo intero, ancora fermi alle case in voga nell’antichità: con quanta accuratezza per le loro “previsioni”, si può facilmente immaginare. Ma, almeno, gli astrologi si limitano a turlupinare gli allocchi, senza pretendere di imprigionare, torturare e bruciare sul rogo le persone intelligenti e i loro libri. La Santa Inquisizione, invece, imbastì quattro secoli fa idioti processi a Giordano Bruno e Galileo Galilei, accusati di sostenere che la Terra girava intorno al Sole, e non viceversa: cosa già nota ad Aristarco nel terzo secolo p.e.V., e usata da Archimede nell’Arenario. E poiché nessun regime o ideologia ha il monopolio della stupidità, anche Aristarco era stato accusato dagli stoici di aver minato le fondamenta della religione e dell’astrologia: d’altronde, già nel 432 p.e.V. dubitare del soprannaturale e insegnare l’astronomia erano divenuti ad Atene reati perseguibili penalmente. Oggi, naturalmente, anche i “selvaggi del Madagascar” sanno che la Terra è rotonda e gira attorno al Sole, o che esiste l’America, ma questo non basta alla maggioranza per dedurre che non sono i racconti, i miti e le superstizioni a descrivere correttamente il mondo, bensì la scienza, la matematica e la logica. D’altronde, poiché la statistica ci dice che metà della popolazione ha un’intelligenza inferiore alla media, dobbiamo attenderci che essa si impegni a rendere il più dura possibile la vita all’altra metà, che fa invece il possibile per rendere la vita meno dura per tutti. In fondo, come osservava il 2 luglio 1830 Coleridge in una Conversazione a tavola, tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici, cioè razionali o irrazionali: le opinioni e le interpretazioni difficilmente interesseranno i primi, e i fatti e le dimostrazioni non convinceranno mai i secondi.

Nel 230 aC il grande scienziato Eratostene, detto beta, cioè secondo (nella matematica ad esempio secondo ad Archimede...), ma anche decatleta della cultura per le sue vastissime conoscenze, né solo tecniche né settoriali, calcolò con sorprendente precisione la misura della circonferenza terrestre. Egli considerò che in un certo giorno dell’anno (il 21 giugno, al solstizio d’estate), mentre i raggi del sole giungevano perpendicolarmente a Siene (l’attuale Assuan, in Egitto) ad Alessandria formavano un angolo di 7 gradi e 1/7 con la verticale. Supponendo Siene sullo stesso meridiano di Alessandria, ed essendo nota la distanza tra le due citttà (785 Km), Eratostene potè calcolare la misura x della circonferenza terrestre: (7+1/7) : 785 = 360 : x

Piergiorgio Odifreddi Uno degli exhibit (di grande valore scientifico e didattico) progettati e realizzati dalla Coop. Essediesse di Terni e seppelliti dalla sagace lungimiranza di tanti amministratori.

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Una gita a ... Lizori ... Dove sc o rre l a v ita

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Tutti conosciamo le splendide Fonti del Clitunno, già meta ideale per gite domenicali - ben prima di noi - per Virgilio e Plinio e più tardi per Byron e Corot. Pochi sanno che proprio lì, alle spalle delle celebri fonti, c’è un altro motivo più che valido cui dedicare a sua volta una gita domenicale. Lasciando la macchina lungo la strada Flaminia si attraversa il paese di Pissignano e ci si inoltra a piedi per una stretta via in salita che si snoda sulle pendici di un colle, il Monte Revaglioso. La strada si fa via via sempre più tortuosa, fino a giungere di fronte ad una porta, un arco in pietra, che segna chiaramente l’ingresso di un borgo. Il paese non è riportato dalle carte, se non le più dettagliate, che lo denominano Pissignano Alto o Borgo San Benedetto. Ma la gente del posto preferisce chiamarlo Lizori, un nome di fantasia dato dagli stessi abitanti, ispirato a termini greci e italiani, il cui significato è pressappoco “lì dove scorre la vita”. Entrando, subito un piacevolissimo silenzio fa gli onori di casa: il borgo è lontano dalla strada e al suo interno non circolano macchine. L’aspetto del paese sembra, nel complesso, quello dei nostri più tipici borghi: stretti vicoli, salite e discese, casette in pietra addossate l’una all’altra. Ma basta una seconda occhiata perché alcune originalità facciano mostra di sé: ai portoni delle case niente campanelli e cognomi su cartoncini bianchi, ma grandi targhe in pietra con soli nomi di battesimo, dipinte a mano e coloratissime. Lungo i vicoli spuntano, in posizioni strategiche e in perfetto accordo col contesto, numerose sculture astratte in ferro battuto variopinto, delle installazioni, come vuole il linguaggio dell’arte contemporanea. La spiegazione all’attuale aspetto del borgo di Lizori è nella sua storia, che lo vede prima insediamento romano, come testimonia la torre del I secolo avanti Cristo che lo sovrasta, per diventare coi secoli luogo di villeggiatura per imperatori e papi. Il borgo era però caduto in rovina, finché, grazie al richiamo del festival di Spoleto, divenne interesse di

artisti, architetti, ricchi personaggi dello spettacolo italiani, europei e statunitensi che circa trenta anni fa decisero di recuperarlo e di farne una loro residenza. I suoi abitanti-restauratori hanno lasciato sì un segno personale nell’estetica del borgo, ma ne hanno voluto fare al contempo una sorta di luogo universale, un po’una comune, in accordo con lo spirito dei primi anni Settanta, quando se ne iniziò il recupero. Ecco spiegati i soli nomi di battesimo ai portoni. Ecco perché Lizori appare come una piccola isola in cui il concetto di privato si fa elastico: non esistono veri confini tra le case, anche architettonicamente le costruzioni sono pensate per essere un tutto unico. Come raccontano gli abitanti, molti turisti, affascinati e forse confusi, finiscono a fare pic-nic nei giardini delle case, aperti e facili da scambiare per pubblici! Qui un’altra peculiarità del paese, forse il suo maggior motivo di fascino: vicoli, case, ogni

struttura fin nel particolare a Lizori è concepita per armonizzarsi con il verde che la circonda. La vegetazione nel borgo è sì esteticamente curata, ma lasciata il più spontanea possibile, in un’impressione di grande rispetto reciproco tra costruzione umana e natura. Per salvaguardare e far crescere il patrimonio culturale del paese è nata da pochi anni un’associazione, l’Artel, che cura l’organizzazione di eventi come gite ecologiche, corsi di cucina, mostre itineranti. A Lizori, solo due i posti ufficialmente pubblici: una piazzetta, un po’punto di ritrovo un po’ teatro per piccole rappresentazioni, e una trattoria, Camesena, dal nome di una ninfa del Clitunno: è facilissimo accedervi per caso, come a tutto a Lizori, e ritrovarsi a cena su di una bella terrazza, seduti a un tavolo di pietra dipinta, tra un boccone di gamberi del Clitunno e uno sguardo al tramonto sulla valle di Spoleto. Silvia Cicioni


La proposta del Comitato inglese di fissare un tetto retributivo per i giocatori del campionato britannico di calcio ha scosso l’intero ambiente nazionale, e non solo. Da noi la notizia è stata accolta con malcelata soddisfazione dei presidenti dei club, mentre i calciatori nostrani l’hanno presa come una minaccia. A fianco dei presidenti, si è schierato il popolo degli sportivi e dei fanatici, stanco di sopportare che si possano guadagnare miliardi dando solo calci ad un pallone. Come finirà? Non finirà; nel senso che i funamboli che sgambettano da noi seguiteranno a portare a casa soldi con la carriola, esattamente come tutti gli

E d u c a z io n e a llo S p o r t IL CALCIO E LA QUESTIONE MORALE… altri che in Europa godono, a torto o a ragione, fama di giocolieri. Che sia giusto o amorale dipende solo dai punti di vista. Se analizzassimo la prestazione dei giovanottoni in mutande con l’ottica di chi avvalora l’attività degli operai in tuta della ThyssenKrupp non ci sarebbe scandalo. Ma così non è. Il fatto è che l’opinione pubblica, pur lamentandosi, fa una fatica boia a distinguere questi protagonisti dai lavoratori della fabbrica; e nel confonderli caricano i primi di compiti e doveri che si scontrano con la natura genialoide di costoro: la devozione al gruppo, l’appartenenza ai colori della società, il sacrificio dei turn-over, le levatacce mattutine, il pendolarismo in bicicletta, l’in-

cognita della pensione, ecc.... tutte cose esclusive dei secondi; cose che connotano il disgraziato destino di chi non riuscirà mai a mettere insieme, nell’arco di una vita, i guadagni di un mese di uno dei loro idoli, neppure alimentandosi a pane e cicoria, per dirla con Rutelli. La verità è che i calciatori sono artisti, uomini di scena, star luminose del firmamento dello spettacolo, al pari degli attori, dei cantanti, dei divi della TV, ai quali nessuno chiede ragione dei guadagni, delle pretese, delle bizzarrie. Di questi eroi, proiezione delle nostre fantasie deluse, quotidianamente umiliate dalla realtà matrigna, abbiamo bisogno. Ce li siamo creati, teniamoceli. G. T.

Pensieri con gli occhi, un ostinato, vitale… eroico furore. Carlo Alberto Simonetti, invecchiato (spero non me ne voglia!) e, talvolta, quasi stralunato, ma pur sempre contro (continuo ad avere l’impressione che le sue fonti di ispirazione non siano nella cultura delle merci, semmai nell’individuo e nei suoi bisogni profondi), non demorde, continua a cimentarsi ostinatamente con l’espressione poetica e.... con se stesso ed il mondo e di recente ha dato alle stampe una nuova raccolta di poesie, cui ha impresso il titolo di Pensieri con gli occhi.

D E C I S I O N E S C I A G U R ATA L’embargo è uno strumento economico che priva un soggetto di intrattenere rapporti commerciali con realtà esterne. Se esteso allo sport non ha effetto sul destinatario, ma punisce solo i mandanti. Alla nazionale di calcio iraniana è stato fatto divieto di confrontarsi con squadre straniere. Decisione sciagurata, stupida e incosciente, perché nega allo Sport l’unica facoltà transitiva che possiede: la possibilità di esercitare attraverso il confronto atletico, un

dialogo di comprensione e fratellanza fra culture diverse. Finora, la mancata partecipazione ad un confronto sportivo aveva avuto caratteristiche di auto-esclusione; il caso in questione, invece, ha motivazioni emarginative. E’ come se le colpe, di un sistema politico, dove esistano, si condensassero su una squadra e che essa nel gioco diffondesse messaggi politici ritenuti pericolosi se portati all’estero. Incongruenza spaventosa che

disonora chi aderisce e nega allo Sport di svolgere la sua peculiare funzione armonizzatrice di valori etici ed atletici. Evidentemente tale concetto non è più valido alla luce delle moderne relazioni internazionali; anche il calcio è divenuto strumento utile a dimostrare l’avversità nei confronti di scelte di governi autonomi quando non sono in linea con quelle delle potenti organizzazioni mondiali. Peccato per l’occasione perGiocondo Talamonti sa!

Chi non lo conosce e lo frequenta potrebbe pensare ad una sorta dì incallito esibizionista, dominato da un pensiero fisso, unico, ìnvincibile,… una monade, insomma, chiusa in sé, senza finestre, un narcisista dedito ad un soggettivismo espressivo autoreferenziale, monocorde ed esiziale data la sua insistente monomania: l’equivalente di un polluzione giovanile. Ma a ben vedere non è così.

Wiro Ki Moo - storie dall’Africa di ragazze tra armi e schiavitù Una sobria messa in scena di teatro civilmente impegnato Assistiamo da qualche tempo, nell’ambito della cultura più in generale e nella produzione teatrale in particolare, ad una sperimentazione che o si limita a riproporre relazioni interindividuali avulse da un qualsiasi contesto, imboccando la strada di un minimalismo sterile, ovvero, per chi voglia confrontarsi con le realtà sociali in mezzo alle quali viviamo ed assumere il rischio della contaminazione con una qualsivoglia ideologia, a scadere inevitabilmente in un impegno enfatico ed in ultima analisi poco significativo anche sotto l’aspetto della semplice comunicazione. Scartando queste ipotesi, sono anni che la regista teatrale Irene Loesch si confronta con un’espressione teatrale che tradizionalmente avrebbe assunto l’etichetta di politico e che, con l’ultima sua fatica, prodotta al Teatro Verdi mercoledì 7 Dicembre ‘05, dal titolo: Wiro Ki Moo-Storie dall’Africa di ragazze tra armi e schiavitù, ha ampiamente dimostrato che si possono produrre opere civilmente impegnate senza essere ideologiche. La Loesch, autrice del testo,

meglio della scrittura scenica, e della messa in scena, ha costruito uno spettacolo non retorico (e ideologico) togliendo il velo ad eventi drammatici e fortemente impegnati: quali la schiavitù delle bambine-soldato nelle innumerevoli guerre dimenticate del nostro pianeta. La scelta di crudi resoconti delle bambine-soldato hanno preso vita in un’azione di giochi infantili al centro della scena. Sotto l’albero dell’ospitalità tribale di un luogo altro, di un’Africa tra il naturalistico ed il pensato (tanto minimale nei mezzi della rappresentazione, quanto sontuosa nei colori), vicende individuali e collettive

si sono animate al cospetto di una madre dolente, umana, troppo umana, e proprio per questo, capace di universalizzarsi nella sua missione di donatrice di vita. Una voce fuori campo, con un effetto di straniamento, sottolineava con inane insistenza le varie dichiarazioni internazionali sui diritti dei fanciulli. Vincendo una triste condizione di impotenza creativa nell’ambito del teatro politico, l’autrice, che da svariati anni risulta essere la principale animatrice nella nostra città, con Marcello Ricci, di Progetto Mandela, ha dimostrato di essere in grado di raccontare con mezzi estremamente sobri eppure di grande potenza

scenica, storie nelle quali le vicende individuali riescono ad esprimere contenuti simbolici del vissuto collettivo, sfuggendo, per altro, alla semplice denuncia e lasciando ai lettorispettatori la libertà di cavarne un senso. L’unità scenica che ha impressionato il pubblico intervenuto, propagando una sorta di ipnosi partecipata, si è avvalsa delle sobrie scenografie di Francesca Capoccia, delle variegate sonorità di una colonna sonora composta per l’occasione dal maestro Piero Arcangeli e della partecipazione e dell’attenta recitazione di due artiste professioniste: Donatella Calamita e Anna Zanchi che hanno avuto modo di modulare le loro corde aderendo con precisione ai ruoli affidati. Giusta, misurata ed attenta si è dimostrata anche la recitazione delle giovani attrici dei laboratori di Progetto Mandela che, sebbene ancora alle prime armi, si sono dimostrate all’altezza della situazione e, senza sfigurare di fronte ad attrici di provata professionalità sono apparse convincenti e sicure.

Pur nella frammentarietà delle visioni che ci prospetta, Carlo Alberto si rivela un... filosofo senza la dimestichezza, però, dei concetti astratti ed universali, un artiere, quindi, della parola e del ritmo con la pretesa di uno sguardo (su se stesso e soprattutto sul mondo) unitario, univoco e compatto che aspira all’universale. Il titolo stesso Pensieri con gli occhi, svela tale intendimento e lo palesa grazie anche ad un’ambigua immagine astratto-concreta, riproduzione di una tela di Luigi Virili, posta in copertina che fa tutt’uno con il contenuto poetico. Il senso più profondo di tutta la raccolta ruota a attorno alla possibilità di uno sguardo sul mondo non prettamente sensoriale, ad un’osservazione attenta e non ingenua che conserva e produce echi profondi, spinge alla riflessione, aspira a farsi pensiero terso e luminoso. Il pensiero, ci avverte Carlo Alberto, non può che muovere dalle cose che ci circondano, le quali rappresentano il fondamento cui necessariamente rinviano tutti i nostri ragionamenti. Posteriore in sé, forse, il mondo è primo per noi. Anche se aspiriamo ad una verità più profonda e nascosta, non possiamo che accontentarci di sguardi che rivelano ombre, o vesti esteriori che ci nascondono il divino. E secondo la Bibbia (Esodo, 33, 20), potenza del mito, Mosè non avrebbe scorto Jahvè soltanto da dietro? Gli sguardi-pensieri di Carlo Alberto appaiono ruotare, dunque, consapevolmente attorno al mito di Atteone, il cacciatore che per aver visto la dea Diana nuda, in tutta la sua bellezza, fu trasformato da cacciatore in selvaggina (cervo) e fu quindi sbranato dai suoi stessi cani. Diana rappresenta la nuda verità, la divinità messa a nudo, Atteone il pensiero umano, la caccia, l’ansia di verità e di bellezza, il furore eroico. I cani infine sono i pensieri umani e gli atti di volontà. La metamorfosi di Atteone rappresenta quindi il salto di qualità compiuto dall’uomo quando capisce che la suprema verità tanto cercata non può essere trovata fuori, ma dentro se stessi. E pensare che in un passaggio Carlo Alberto amaramente avverte: Non ho parole tutte si dissipano nell’eiaculare il proprio suono… Le vorrei eroine del mito, invece, [...] Ironia non delle sorte, ma delle poesia dissimulatrice! D. C.

Domenico Cialfi

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E’ paradossale che mentre tutti sappiamo cos’è l’insonnia, non sappiamo invece bene cos’è il sonno. Lo conosciamo a livello elettroencefalografico e ogni pubblicazione che si rispetti sciorina diagrammi di onde alfa, beta e delta e di fasi Rem. Però a cosa serva esattamente il sonno ancora non sappiamo. Si dirà: a riposare. E’ intuitivo, ma la scienza non ne ha prove certe. Non dormire è assai sgradevole va bene, ma a parte ciò? Si sa che il privare del sonno un individuo è considerata tortura efficace e raffinata, ma non è possibile dirne esattamente il perché: in passato, per scommessa, vi furono infatti persone che stettero giorni e giorni senza dormire e non ne riportarono alcuna conseguenza negativa. In particolare, tale Gardner nel ’65 si propose di battere il record di durata (allora, secondo il Guinness dei primati, di oltre 10 giorni) e rimase sveglio ininterrottamente per 260 ore e 12 minuti senza alcun inconveniente; dopo un sonno di 14 ore si

Paese che vai, cartello stradale che trovi In alcune strade tedesche saranno presto inseriti dei cartelli con un divieto molto particolare: quello di prostituzione. In Germania infatti il sesso a pagamento è legale, ma può essere esercitato solo in determinate aree, al di fuori delle quali è assolutamente vietato. La decisione di mettere dei cartelli con divieto di prostituzione è arrivata dopo che un giudice ha assolto Michael G. dall’accusa di aver avuto rapporti sessuali con una prostituta in un’area non consentita. L’uomo si era difeso sostenendo che aveva accettato le avances della signorina perché era convinto di trovarsi in un’area autorizzata data l’assenza di segnali o cartelli.

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M’ama o non m’ama? I ragazzini lo chiedono al telefonino

svegliò fresco e riposato. Ma saper ciò non giova a chi si gira e rigira nel letto, alla disperata ricerca del sonno e si sveglia poi al mattino dopo, abbottato, insonnolito, spesso intrattabile alla faccia del Guinness: per chi soffre d’insonnia non dormire è un tormento talvolta atroce. E per evitarlo è di solito disposto a intossicarsi fino al midollo con ipnotici meno blandi di quanto le case produttrici amino ammettere e a entrare in un vero e proprio tunnell che da quello della droga differisce solo per l’usare prodotti leciti e non tagliati con sostanze ancor più tossiche o mortali. Una volta instaurato il circolo: insonnia – sonnifero – sonno e una volta attribuito mentalmente, a torto o a ragione, il merito del sonno al solo sonnifero (trascurando il fatto che il ritmo sonno - veglia è quanto di più mutevole possa darsi) basterà il solo pensiero di non aver preso il sonnifero per scatenare l’insonnia, realizzando così la c.d. “profezia che si autodetermina”. E si sa benissimo che, per chi sia tormentato dall’idea di non dormire, il pensare che non dormirà, con l’ansia che comporta, significa già fabbricarsi la propria insonnia con le proprie mani. D’altronde, come recenti studi hanno dimostrato, non è facile sfuggire all’effetto placebo; sia pure ad un effetto placebo negativo come questo. Un po’ come per smettere di fumare, per spezzare il circolo vizioso insonnia - sonnifero, è necessario o accettare di fare il salto nella sindrome da astinenza, eliminando il sonnifero e sostituendolo, dopo - è onesto dirlo - possibili nottate in bianco, con tecniche psicoterapiche che rendano possibile il sonno; ovvero farsi aiutare da un professionista (psicologo e/o medico) per programmare un’uscita graduale dal tunnel, sostituendo l’ipnotico dolcemente con tecniche adeguate. Tecniche che vanno da una migliore igiene di vita al rilassamento, dall’uso accorto del riflesso condizionato alla ipnosi clinica vera e propria. In genere funzionano; nei casi in cui non risolvano del tutto il problema non solo non sono, a differenza di tutti i prodotti chimici quale più quale meno, dannose per l’organismo, ma contribuiscono comunque fattivamente al benessere della persona.

Da circa d u e decenni i bambini sono il bersaglio prediletto della pubblicità. Vengono allevati come piccoli consumatori, stimolati a comperare, invogliati in maniera più o meno subdola, tanto che l’Autority ha deciso di tutelarli (almeno in parte) imponendo di non interrompere più i cartoon con gli spot pubblicitari. Mediaset - è un dato di fatto oggettivo - accumula ogni anno decine di denunce per violazione della norma. Qualcosa, ultimamente, è cambiato. In peggio. Fino a poco tempo fa, il baby-consumatore, se voleva acquistare qualcosa, doveva chiederlo al genitore e recarsi con lui al negozio. Era prevista quindi la figura dell’intermediario tra il piccolo acquirente e la merce. Un intermediario spesso accondiscendente, ma questo è un altro discorso. Oggi irrompe sul mercato un nuovo tipo di consumo, quello che passa tramite telefonino. Gli spot che passano dopopranzo, nell’ora di massimo ascolto dei ragazzini, propongono ogni giorno un tipo di acquisto senza intermediari adulti. Praticamente, il babyconsumatore può inviare un sms a pagamento e ricevere i servizi più strampalati, come il M’ama non m’ama, che consiste nell’inviare il tuo nome e quello della tipa che ti piace ad un numero ed un computer calcolerà la possibilità di riuscita della coppia… in base ai nomi! Oppure può richiedere l’intramontabile oroscopo, la poesia quotidiana da scrivere sul diario, la versione per telefonino della canzone in testa alla classifica... Tutto ciò inviando un semplice sms. Se per acquistare un cellulare il piccolo acquirente passa per l’intermediazione del genitore, una volta che ha in mano l’oggetto desiderato, gli si spalanca davanti un oceano di offerte commerciali davanti alle quali è completamente solo. Il genitore resterà intermediario solo per fornire i soldi della ricarica. E alla prima cotta, il baby consumatore, prima di farsi avanti, chiederà a pagamento ad un servizio sms quante possibilità ha di riuscita… cioè se lei ha un nome compatibile al suo!

Vincenzo Policreti

Francesco Patrizi

Alla conquista dei deboli Esistono purtroppo alcuni personaggi appartenenti a determinate sette religiose (in questo caso, ci tengo a precisare, non mi riferisco ai cattolici) o a certi movimenti ideologici con tendenza ad indottrinare, nonché individui praticanti della magia, cartomanzia, ecc…, che hanno la riprovevole consuetudine di avvicinare persone le quali, avendo subito di recente una qualche disgrazia, generalmente un lutto familiare, si trovano in uno stato psicologico debole e confuso e sono dunque più predisposte a lasciarsi abbindolare. Lo stile di codesti avvoltoi si rivela oltremodo cortese, generoso e accattivante; trattano la vittima con dolcezza, quasi con atteggiamento materno, manifestandogli la massima comprensione e partecipazione al loro dolore. A volte sono disposti anche ad offrire sostegno materiale, in particolare alle vedove con figli, e si prodigano a favore dell’altro con uno spirito di dedizione che ad un’analisi superficiale potrebbe sembrare ammirevole. Ma in realtà il loro obiettivo è quello di possedere la persona, di imprigionarla in una sorta di devota gratitudine o presunto dovere morale che rende sempre più difficile da parte del malcapitato concepire un’ipotesi di fuga. Anche quando le tecniche adottate sono paragonabili ai quelle dei training motivazionali (credi in te), l’impegno di questi sciacalli non mira all’effettiva ripresa dell’altro ma, al contrario, alla sua dipendenza nei loro riguardi e, quindi, al suo rammollimento interiore (volere è potere: se dai retta a me!). E’ ovvio che nei momenti di smarrimento la sensazione di aver trovato un punto d’appoggio trasmette fiducia e sicurezza, per cui provoca un apparente miglioramento dell’umore; ma la vera ripresa di una persona che ha vissuto il trauma di una perdita, di una depressione o di una tossicodipendenza non può certo tradursi nel suo attacca-

mento ad un oggetto sostitutivo che, in tal caso, diventa per l’appunto la semplice compensazione del suo disagio. Il sintomo del reale superamento di un disagio è invece rappresentato proprio dal recupero dell’autonomia personale, mentre chi si sente solo e abbandonato tende ad aggrapparsi a chiunque lo faccia sentire importante. Ho conosciuto individui che, quando erano nel pieno delle loro facoltà, non dimostravano alcun entusiasmo nei confronti di fanatici religiosi, maghi e sapientoni vari, il che equivale a dire, che non se li sarebbero mai accollati in condizioni normali, anzi, in alcuni casi addirittura li deridevano; mentre quando si sono trovati in circostanze difficili hanno subìto passivamente la loro influenza, diventandone a volte fanatici sostenitori. E questo dice tutto. Gli interessi palesemente nascosti dietro l’operato di questi gruppi o sette è generalmente di natura economica. Una volta entrati a farne parte, si è sottoposti ad una continua richiesta di denaro e chi non è in grado di foraggiare viene sfruttato per andare in giro a convertire, vendere libri, o per altri utili lavoretti. Non bisogna tuttavia pensare che chiunque appartenga a certe correnti sia sempre in cattiva fede. Spesso si tratta soltanto di gente che, avendo fallito una o più mete nella propria vita, si illude di essere diventata forte perché ha imparato ad utilizzare tecniche che fanno presa sui deboli (deboli... come lei). Raffaela Trequattrini

TERNI - V. della Stazione, 32/38 - Tel. 0744. 420298


Le previsioni astrologiche più sballate degli ultimi anni

Non vogliamo accanirci contro gli astrologi che hanno predetto per il 2005 eventi che non sono poi accaduti, in fondo potrebbero essersi sbagliati di qualche mese o addirittura di qualche anno. Così, con una punta di scetticismo, siamo andati a cercare le previsioni degli anni passati per vedere se, a distanza di anni, almeno qualcosa si è pallidamente avverato. Per il 1998 ci furono le seguenti previsioni: Saddam potrebbe attaccare le basi americane tra il 26 e il 28 febbraio (Ludovico Dello Ioio, Il Tempo); sembrava più una soffiata che una previsione. Il Papa morirà nell’agosto 1998, dopo aver rivelato il terzo segreto di Fatima e una guerra nucleare planetaria scoppierà il 17 luglio 1999 (Hassen Charni, l’Internazionale); il vecchio Papa ha tirato avanti ancora per parecchio senza svelare segreti misteriosi e il 17 luglio stavamo tutti in vacanza. Secondo alcuni profeti il mondo finirà nel 1998 perché 1998 corrisponde a 666 moltiplicato per tre; poiché 666 è il numero della bestia, viene da pensare che l’umanità non raggiungerà il 1999... La mia preoccupazione più grossa però è per il 14 marzo, una

data che preoccupa molti Sensitivi (Serena Sabak, Weekly World News); l’abbiamo scampata bella! Rinascerà la Democrazia Cristiana, la cui leadership sarà affidata a un giovane di grande carisma, (Astrea maga nobildonna, Il Tirreno); la speranza è l’ultima a morire. La stazione spaziale MIR dovrebbe precipitare su Parigi oscurando la città in concomitanza con l’eclisse lunare dell’11 agosto (Paco Rabanne, La Repubblica); forse hanno funzionato gli scongiuri dei parigini. Stranamente eventi come le Torri Gemelle, la guerra in Iraq e lo Tsunami non sono stati previsti da nessuno. Per il 2004, il sensitivo Anthony Carr prevedeva che sarebbe stata portata a termine la prima gravidanza maschile, Osama Bin Laden sarebbe stato catturato e portato a New York e un terremoto avrebbe distrutto Hollywood; mentre per la veggente Martha Henstridge sarebbe stato brevettato un congegno che avrebbe permesso di vincere la forza di gravità. Almeno hanno avuto il coraggio impavido di buttarsi! …non come il grande astrologo Barbanera che, per il 2002, aveva predetto la costruzione del Ponte sullo Stretto (mentre qualcun altro lo predicava in tv, ma senza la palla di vetro). E sempre l’astrologo folignate, per il 2003, aveva rassicurato: non ci sarà nessuna guerra! Insomma, le sfere celesti hanno tradito il povero Barbanera, tanto che per il 2005, memore di tanta sfiga, non si era sbilanciato più di tanto: ci sarà un’estate calda e un inverno freddo. Per una volta, c’ha azzeccato in pieno! Francesco Patrizi

L’ANGOLO Buon anno a tutti! E siccome sotto le feste siamo stati più buoni (non a caso il Natale è la festa più attesa dai cannibali), cercherò di sparlare il meno possibile dell’ultimo dopolavoro di Cronemberg: Una storia di violenza. Lo stile è inconfondibile. Infatti, solare e spensierato, è il classico film di Natale adatto alle persone di qualunque età che però abbiano almeno due stupri e tre omicidi segnalati sulla fedina penale. Quello che comunque caratterizza maggiormente i films di Cronemberg è l’elevata mortalità dei protagonisti. Un matematico dell’Università del Jazz ha calcolato che se ogni attore vi partecipasse una sola volta, dopo sette pellicole si potrebbero girare solo cartoni animati. Il film inizia con due allegri ceffi, probabilmente parenti di Henry Pioggia di Sangue, che al momento di pagare il conto, estremamente ossequiosi della legge che non permette fuga senza saldo, eliminano il problema alla radice facendo fuori i due coniugi possessori del motel. Ma, ahimé, nella stanza è presente anche la loro figlioletta, e così i due irascibili allegroni, sempre ossequiosi, anche della sacralità e dell’indivisibilità della famiglia, con rara classe e nonchalance uccidono anche lei. Fin qui, tutto sommato, non sarebbe successo niente di orribile, ma al momento della partenza, senza alcun motivo, i due investono e maciullano sotto la macchina Gatto Silvestro! Vi rendete conto…? Gatto Silvestro!!! Vorrei ribadire che il cinema non ha bisogno di violenza gratuita, è sufficiente che costi un po’ di meno, tipo la violenza del Mercoledì. Nel frattempo, in un tranquillo paesino dei territori del nord-ovest, la famiglia più tranquilla d’America conduce una vita veramente tranquilla. La chiamere-

del

GRANDANGOLO

mo famiglia Bonomelli, che abbrevieremo in Bono. Papà Bono (Aragorn) possiede un fast food, mentre la mamma non si capisce bene cosa faccia, ma in ogni caso, è Bona pure lei. Il figlio maggiore frequenta il liceo, ed essendo anche lui molto tranquillo, riceve continuamente insulti e schiaffi dai soliti prepotenti figli di papà. La sorellina fa un gran casino. Scherzavo… è tranquilla pure lei! Ma ogni comunità di Puffi ha il suo Gargamella e un giorno, mentre papà Bono si accinge a chiudere il locale, indovinate chi entra nel suo nefast food? Avete indovinato! L’allegra coppia di ossequiosi… Papino, probabilmente imbeccato dal regista (per questa irregolarità sarà aperta al più presto un’inchiesta), vorrebbe offrir loro un pasto caldo, ma la coppia vuole a tutti i costi saldare il conto. Allora il Bono rincara la dose, offrendo anche dolce e caffè. A questo punto sfido chiunque a non perdere la pazienza! Pistole in pugno, la coppia si stranisce e tenta un’equa divisione dei profitti tra tutti gli astanti. Ma il tranquillo, zitto zitto micio micio, li ammazza tutti e due. Papà Bono diventa così l’eroe del paesino; tutti i rotocalchi e le TV parlano di lui. Si trasforma in una vera celebrità. Ma qualcosa comincia a cambiare negli usi e costumi della famigliola... Il figlio, come da copione, copia il padre (che copione!) e massacra i prepotenti figli di papà che da tempo lo esasperavano. Moglie e marito iniziano a fare all’amore travestiti da pianoforti a coda e una banda di gangster comincia a perseguitarli chiamando papà Bono con un altro nome. Tagliando corto, dopo aver eliminato anche la banda, il marito è costretto dalla moglie a confessare la

devastante verità: in gioventù egli era stato un micidiale killer, ma dopo aver ucciso il canarino Titti (ecco che cosa stava cercando gatto Silvestro…!), era sprofondato in una profonda crisi che lo aveva spinto a vagare per tre anni nel deserto, cosa che lo aveva fatto diventare un

altro uomo. E su questo non abbiamo dubbi. Infatti, se consideriamo che a Gesù e a Maometto sono bastati quaranta giorni per diventare quello che sono diventati, papà Bono dopo tre anni dovevano farlo come minimo sindaco di Kripton. Come finirà? Per saperlo telefonate ore pasti al centro scioperatori della fame del Burghina Fasu. Ma se volete vedere un film più sensato sull’argomento, consiglio Il giocattolo di Giuliano Montaldo, uno dei più grandi e sottovalutati capolavori del cinema italiano. Orlando Orlandella

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Una mostra di pittura, scultura ed incisione di artisti europei a Saint Ouen - Parigi La Provincia di Terni per la cultura

La Provincia di Terni per la cultura

Presso il castello di Saint Ouen, nell’area metropolitana di Parigi, si è svolta, dal 21 al 27 novembre 2005, una interessante mostra di artisti provenienti dai vari paesi gemellati con la città francese ed organizzati da un meritorio comitato che ha ben individuato tempi e modalità di realizzazione di una esposizione tesa a far conoscere e interagire artisti di varia provenienza europea: Bulgaria, Inghilterra ed Italia. Non è mancata all’esposizione l’apporto di artisti francesi, ma la sala d’onore era stata riservata agli artisti ospiti: per Rousse (Bulgaria): Vladimir Anguelov e Biser Panayotov; per Salford (Inghilterra): Noah Rose e Ian Mc Kay; per Terni (Italia): Giulio Viscione e Ugo Antinori. Le opere in mostra, tese all’astrazione più totale per immaginare un mondo, sono risultate visioni supportate da valori universali ed umanistici, pur nella inevitabile non omologazione dei percorsi degli artisti. I quali hanno rifuggito dal declinare risposte assolute (o presunte tali), ma alla base dell’allestimento (e degli interventi di presentazione e confronto) appariva operante la considerazione di un contesto culturale discriminante. L’arte ancora una volta si è mostrata contro una mal intesa mondializzazione, che nega ogni specificità e cerca di far consumare a tutti lo stesso modello; contro le mode che non danno scelta, gli artisti ci hanno restituito uno sguardo personale sulle cose, ma per un progetto collettivo: la vera sfida alla solitudine dell’uomo d’oggi. Un plauso agli organizzatori ed ai valenti artisti, i quali hanno capito e cercato di mostrare che le fonti dell’ispirazione non stanno nella cultura dell’oggetto, ma semmai nell’uomo e nei suoi bisogni. E da qui la necessità di allontanarsi dalle mode e dalla società del consumo. Domenico Cialfi

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LARegistrazione PAGINA www.lapagina.info Mensile di attualità e cultura n. 9 del 12 novembre 2002 presso il Tribunale di Terni; Direzione e Redazione: Terni Via Carbonario 5, tel e fax 0744.59838; Tipografia: Umbriagraf - Terni A cura dell’Associazione Culturale Free Words

Direttore responsabile Direttori Vicedirettore Disegni Chiara Leonelli Marketing e Pubblicità Società Editrice info@lapagina.info

Michele Rito Liposi Giampiero Raspetti, Raffaela Trequattrini Francesco Patrizi Grafica Ilaria Di Martino Vignette James Danieli Comunicazione e Progresso s.a.s. - Tel. 0744.59838 Comunicazione e Progresso s.a.s.

raspetti2002@virgilio.it

raffaelatrequattrini@infinito.it


Colonnara Brut ** 300.000 bt. 7€ La Colonnara di Cupramontana (0731.780273 www.colonnara.it ) è una cooperativa storica nel territorio dei Castelli di Jesi: fondata alla fine degli anni ’50, vanta oggi circa 200 soci conferitori e quasi 300 ettari a vigneto. Il Brut di base dell’azienda, prodotto in oltre 300.000 esemplari, è un’interpretazione fedele all’espressione varietale dell’uva verdicchio, con un carattere floreale e un deciso ritorno in bocca delle note mielate. Non brilla per finezza, ma si lascia bere di gusto. Colonnara Brut Metodo Classico Riserva Ubaldo Rosi 1998 **** 4.000 bt. 20 € Con la Riserva Ubaldo Rosi, vinificata per oltre 4 anni sui lieviti, dalle uve di un vigneto di verdicchio in Cupramontana a quasi 600 mt. di altitudine, questa cantina offre probabilmente uno dei vini più emozionanti dell’intera degustazione. Il naso intreccia note marine e salmastre su un tipico fondo di miele di castagno, che è un po’ il tratto distintivo dello stile aziendale; la bocca è fresca e succosa, di ottima cremosità e conserva uno sviluppo personale e lungo. Molto intrigante la vocazione “gastronomica” e la versatilità negli abbinamenti a tavola. Velenosi Brut ** 20.000 bt. 14 € La cantina ascolana di Angela Velenosi (0736.341218 www.velenosivini.com ) imbottiglia da oltre 10 anni uno dei più sfiziosi Brut piceni. Da uve chardonnay e pinot nero, ha un perlage di media finezza ma discreta persistenza; il naso rivela tratti evoluti e maturi ma ben definiti, che trovano in bocca un valido contrasto sapido, anche se forse dallo sviluppo al palato ci si poteva aspettare una maggiore lunghezza. Nel complesso però c’è buona freschezza e tensione. Mottura Brut 1997 ** 4.000 bt. 18 € Dalle uve chardonnay del vigneto San Martino, Sergio Mottura (0761.914533 www.motturasergio.it ), piemontese trapiantato nella zona dei calanchi tra Umbria e Lazio, ricava poche bottiglie di un Brut che matura a lungo sulle fecce nelle antiche grotte scavate nel tufo. Il perlage rivela discreta finezza, piuttosto nette al naso le note di lieviti e crosta di pane, in bocca ha una consistenza piacevole ma un’articolazione poco progressiva e un finale delicatamente amarognolo. La Palazzola-Grilli Chardonnay Brut 2000 *** 5.000 bt. 13 € Stefano Grilli ha fortemente voluto vigne e cantina a Vascigliano di Stroncone (a proposito: i lavori di ristrutturazione in cantina sono ormai finiti, vale davvero la pena fare un salto; 0744.607735 www.lapalazzola.it ) ma lascia libera per contro la sua testa di spaziare spesso oltre confine per attingere al meglio delle esperienze enologiche francesi. E dopo averci proposto per anni un Pinot Nero di apprezzabile tipicità e carattere (purtroppo precocemente soppresso) e un paio di bordolesi densi e carnosi, votati alla longevità, concentra da qualche anno le sue attenzioni di vinificatore versatile e talentuoso sulle diverse opzioni con le bollicine. Questo Chardonnay non sembra soffrire le contraddizioni di una vendemmia decisamente calda, anzi, accanto alle piacevoli note di cedro candito rivela un tratto nervoso di buona intensità, dove le note sapide e floreali si compongono in un amalgama di buon corpo. La Palazzola-Grilli Riesling Brut 2000 **** 15.000 bt. 13 € Pochi temerari avrebbero scommesso sul riesling come uva buona per queste latitudini, certamente nessuno avrebbe mai immaginato di ottenerne un vino spumante. Stefano Grilli ha osato provare entrambe le cose, e il risultato è ormai da qualche anno questo capolavoro di temperamento e spessore: un gran bel naso minerale, fedele senza compromessi alla varietà di provenienza, una bocca se possibile perfino più contrastata, insieme fiorita e salina, cremosa e succosa. Da bere a secchi! ***** eccellente **** ottimo *** buono ** discreto * sufficiente ° difettoso QUESTURA DI TERNI POLIZIOTTO DI QUARTIERE In occasione delle festività natalizie I poliziotti di quartiere hanno effettuato una distribuzione di regali offerti dai Commercianti di Corso Vecchio ai bambini ricoverati presso il reparto pediatrico dell’Ospedale Civile S. Maria di Terni e presso l’Istituto Peticca di Cesi, con spettacolo di clown.

Sciampagnando in provincia Bollicine del Centro-Italia a confronto

Le bollicine nel vino sono, come è noto, la quintessenza della festa. E le feste di fine anno sono forse l’occasione più propizia per rivitalizzare il carisma e la capacità di seduzione del vino spumante, questo cerimoniere un po’ appannato che sembra aver smarrito per strada parte del suo charme. Da qualche tempo, infatti, insieme al nome non più utilizzato di metodo champenois (gli è stata preferita la dizione di metodo classico o tradizionale, e tutto sommato è meglio così) è come se le bollicine avessero perso anche qualcos’altro, e fosse ora più difficile associare loro istintivamente quella certa idea di prestigio, di lusso, di voluttà. Un’idea sacrosanta, si badi bene, perché già iscritta nel nome e nel destino afrodisiaco di quella spuma/ schiuma che le bollicine

portano a galla (spuma in greco è àfros, e Afrodite si chiama così proprio perché nasce dalla schiuma). Però anche un’idea un po’ datata, che rimanda a un rituale della seduzione da play boy di provincia, di quelli che facevano ricorso allo Champagne (ma poi andava bene anche un prosecchino) per fiaccare la resistenza delle loro prede. Ora, però, ci si chiede: è davvero un peccato se non sono più i night club e i casino i luoghi d’elezione del vino della festa? Se i suoi consumatori privilegiati non vanno più cercati tra i parvenus della trasgressione, è proprio un sintomo di declino? Per ritrovare la giusta distanza dalle bollicine, forse si tratterà solo di ripensarne il lessico, di metterne in discussione le gerarchie acquisite, di immaginarne ex novo la

ECCE SKETCH!

Giampaolo Gravina

dallo

zelig

L’Associazione Culturale Free Words promuove e pubbli- Compagnia MAIO in cizza lo spettacolo teatrale Ecce Sketch!, che si MAIONESE 19/11/2005 terrà presso il Teatro Comunale di Amelia il prossimo 21 dallo z elig Gennaio. La performance, che vedrà impegnati quattro gioPaolo Cevoli in vani attori ternani (Stefano De AH CHE Maio, Marzia Keller, Riccardo BEL VIVERE! Leonelli e Lorenzo Pelle) racconta, in un alternarsi di situa10/12/2005 zioni comiche e grottesche, le vicende di alcuni personaggi che, con le loro avventure paradossali, ci permettono di immedesimarci ed identificarci con loro. Ed è proprio questo aspetto che, a mio avviso, ren- ECCE SKETCH ! de la commedia tanto più gra- una commedia devole ed allo stesso tempo in per la regia di Riccardo Leonelli 21/01/2006 grado di veicolare messaggi. La comicità infatti che nasce dalle situazioni più semplici e banali, in cui spesso anche tutti noi, nostro malgrado, ci troviamo coinvolti, è proprio la più divertente e spontanea. L’abilità e la bravura dei protagonisti, che si calano indifferentemente RICORDA CON RABBIA nei ruoli più disparati ed assu- di John Osborne 11/02/2006 mono ogni volta caratteri diverPaolo Hendel si, costituisce la chiave di volta di questa rappresentazione in che, ne siamo certi, susciterà NON HO divertimento e perché no, contribuirà ad allontanarci per un PAROLE po’ dallo stress post-natalizio! 18/03/2006 Geppi Cucciar i

MARIA LAURA BACCARINI

Chiara Leonelli

mitologia. E chissà che non torneremo a far vibrare nei calici di spumante un’eccitazione meno artificiosa e letteraria, e più autenticamente godereccia. Nell’attesa di poter rispondere a tono a questa sgangherata provocazione, un pretesto per mettere in agenda un simile cambio di rotta ve lo offre questa veloce ricognizione di bollicine del Centro-Italia. Sì avete capito bene, c’è poco da arricciare il naso: proprio dall’Italia del centro arrivano ormai da qualche anno vini spumanti in grado di sostenere con dignità e senza sfigurare il confronto con i più blasonati campioni di Francia e Franciacorta (che poi sarebbe il nome, pure senz’altro arcinoto, di quella zona del Bresciano vicina al Lago d’Iseo da cui proviene l’eccellenza del nostro metodo classico). Se poi al termine di questo breve giro di calici la mappa delle bollicine da intenditori non passerà più soltanto per Reims, Epernay ed Erbusco, ma anche per Stroncone, Cupramontana e Civitella d’Agliano, oltre a un discreto risparmio di benzina, sarebbe anche una bella prova di libertà dai pregiudizi, che ne dite? Cin!

Provincia di Terni Assessorato alla Cultura

Comune di Amelia

Società Teatrale

Teatro Sociale di Amelia

BLAS ROCA REY

Stagione di Prosa

2005 - 2006 INFO Abbonamenti e Biglietti:

Vendita abbonamenti da Lunedì 7 Novembre

A.P.T. dell’Umbria S.T.T. IAT di Amelia - Via Orvieto, 1 (tel. 0744 981453) - da lunedì al sabato dalle 9 alle 13 e da martedì a venerdì dalle 15,30 alle 18,30.

INIZIO SPETTACOLI ORE 21.15

Teatro Sociale di Amelia Via del Teatro La sera dello spettacolo dalle ore 20

Vendita Biglietti: da una settimana prima dello spettacolo fino al giorno della rappresentazione. Tel. 0744 981453 - 347 6721959 e-mail: info@iat.amelia.tr.it - call@athanoreventi.it Direzione artistica: Dott. Stefano Porri

www.athanoreventi.it

Dopo gli spettacoli a cena con:

Bar a vino con cucina - Ristorante

AMELIA

Amelia, Viale della Rimembranza, 4 - Tel. 0744.982888 www.lamisticanza.it - E-mail: info@lamisticanza.it

possibilità di prenotare la cena a Teatro

NETWORK

88.7 MHZ

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A s s o c i a z i o n e c u l t u r a l e F r e e Wo r d s


La pagina gennaio 2006