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Dal serio al faceto

Giampiero Raspetti

N° 2 - Febbraio 2010 (72°)

Ci vorrebbe un tapis roulant, perfino, per collegare l’interminabile fila di sportelli di cui godiamo! Ti metti comodo, aspetti e, allorché il numeretto appare sul tabellone elettronico, raggiungi ansimante la cassa, l’unica che opera. Sì, una sola! Così, un servizio ostentato per giovamento pubblico diventa ulteriore guadagno aziendale! Il cittadino prima aspettava in piedi, ora lo fa seduto, ma il tempo di attesa, dato il risparmio di operatori, è maggiore. Le telefonate che pubblicizzano aziende commerciali imperversano sul cittadino, tanto da indurre ad un rifiutorigetto di aggeggi elettronici. Ho relegato in cantina il fax perché sempre intasato da messaggi pubblicitari; il mio telefono fisso è praticamente in coma: lo stacco sempre, per sopravvivere. Come lo attacco, zac!: “sono Marina, le parlo per...”. Magari aspettavo, con il cuore in gola, notizie urgentissime! Ormai le telefonate promozionali, messaggini compresi, le fanno anche su cellulare, a qualsiasi ora: “sono Bice, le parlo per...”. E come ti salvi? Stiamo diventando il paese dell’inciviltà globale, sudditi del potere commerciale. Pare che, poi, l’ultima normativa nel merito dia via libera a tutti i messaggi pubblicitari, ovunque e con qualsiasi medium. Se non li vuoi ricevere, devi fare domanda! Roba da pazzi! Ma come, adesso devo far domanda per non essere disturbato? Allora si fa più verosimile la tema che tra poco dovrò fare riverente istanza per bere l’acqua, tutta in via di privatizzazione! Ed anche per respirare, come dice McLuhan, ci vorrà una domandina, magari semplice, magari accompagnata dal pagamento di comode, fievoli rate. Ritornano le catene di Sant’Antonio a presentare situazioni pietosissime. Si tratta quasi sempre di bambini poverissimi che devono essere operatissimi. Si chiede anche solo la partecipazione morale: più siamo e più sorrisi possiamo offrire al piccolo Yuri! Qualche tempo dopo la tua adesione arrivano le mail che offrono Viagra o altri prodotti. In realtà hai semplicemente aderito alla campagna aziendale del raggiro tesa ad ottenere una lunghissima sfilza di indirizzi e-mail. La televisione ci informa su tutti i processi in corso. Rilascia però interviste solo agli accusati che, ovviamente, anche se fossero tutti Belzebù, si proclamano innocenti. Sei indotto, subdolamente, a pensare: ma questi giudici, sanno giudicare? O sanno solo arrestare gli innocenti? Una sorta di dài all’untore! Domandati invece: si è mai visto un accusato non dichiararsi colpevole e perseguitato? Ora dal serio si dovrebbe passare al faceto. Si dovrebbe cioè profferir motto in merito alla politica, nazionale e territoriale, ma non riuscirei, ahimè, a mostrarmi garbato. Mi taccio allora perché, pur appartenendo da sempre solo al partito di Cristo, Galileo e Socrate, non amo essere crocefisso, non so abiurare né avverto particolare trasporto per la cicuta.

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Una storia a morsi - F P a t ri zi Donne... Arti e Professioni - A Mel a secch e Considerazioni... - J D a n i el i La mela - B R a t i n i Carte Quarantotto - P F a b b ri Il piacere - C C a rd i n a l i Diritti umani - M R i cci Tutto è soggettivo - C C o l a sa n t i Angelo Cinaglia - S Ma n d rel l i Il mito e il suo significato - P S eri La pratica sportiva è... - G Ta l a m o n t i TINA MODOTTI - F L i G o b b i Liceo Classico - B L a G u a rd i a , D L a t t a n zi THERESIENSTADT - Progetto Mandela INTERCRAL TERNI - R N o b i l i , F P a t ri zi RUGBY TERNI - V G u i d erel l i , M C o ra zzi Solo in America... - A L i b era t i Nuovi latitanti on-line - A L i b era t i Sherlock Holmes - R D i o t a l l evi La presenza in Cambogia - L o S co i a t t o l o Astronomia - T S ca cci a f ra t t e, G C o zza ri Astronomia - P C a sa l i , F Va l en t i n i SUPERCONTI

Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, orecchi e nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchi e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre. M. McLUHAN Gli strumenti del comunicare Il Saggiatore 1974, p. 75


Il ministro e il selvaggio: u n a st or ia a m or s i

A Modena, un ragazzo senegalese, durante un controllo di polizia, ha morso un agente ad un orecchio. Ai microfoni di Radio 24, un senatore leghista non ha esitato a bollare il ragazzo come selvaggio e cannibale, ma quando il conduttore ha chiesto se anche il Ministro Maroni potesse essere definito tale, considerata la denuncia per aver morso un agente ad un polpaccio durante uno sgombero, il senatore ha puntualizzato che in quel caso si tratta di un atto da valutare nell’ambito del contesto in cui è avvenuto. Vorremmo precisare tale distinguo. Un morso all’orecchio e un morso al polpaccio non possono essere equiparati, addentare il polpaccio di un agente di polizia comporta, da parte dell’aggressore, uno sforzo al di là del proprio gusto e del proprio appetito, mentre l’orecchio, come la scienza gastronomica può confermare, è tenero e saporito, per cui può risvegliare, in animi cannibali e selvaggi, un istinto poco europeo e non c’è permesso di soggiorno che possa mitigare simili cadute di gusto. Mordere la cartilagine di un pubblico ufficiale in servizio non rientra nella nostra tradizione culinaria, né l’orecchio di un agente di polizia di Modena ci risulta essere un presidio slow food; onde se ne deduce che il senegalese è un cannibale selvaggio che ha ceduto all’istinto primigenio, forse mosso da uno stato di prolungato digiuno. Diverso il caso del civilissimo Ministro della Repubblica Italiana Roberto Maroni: durante lo sgombero di quella infausta sede della Lega, egli si gettò in terra per mostrare il radicamento sul territorio (o terroir, come dicono i francesi parlando dei vitigni); in quel frangente, irrompeva un agente italo-milanese che si avventava sul prode padano per trascinarlo via terra, manco fosse un sacco o un immigrato sbarcato ai Navigli. Non potendo interloquire con l’agente, posto in verticale, il Ministro (all’epoca Onorevole), trovandosi in orizzontale, si rivolgeva al pari grado, ovvero al polpaccio, azzannandolo con veemenza politica e lasciando ivi impresse delle marche dentali, che non suggellavano una barbara usanza, ma si ponevano come tipica epigrafe padana, la stessa che un domani potremmo ritrovare in calce alla nostra vecchia Costituzione. Il gesto del Ministro Maroni fu quindi un gesto da autoctono (nel senso di padano doc) a dimostrazione che la Lega c’ha la mascella dura, mentre quel altro morso, dato da un eteroctono, scaturisce, come avrebbe detto il compianto Lévi-Strauss, da un pensiero selvaggio e da un’atavica fame. Quindi, caro conduttore di Radio 24, sappia che le due azioni non si possono equiparare; e se adesso vuole gentilmente abbassare il calzino, le rilascio la liberatoria di questa Francesco Patrizi discussione.

Donne... Arti e Professioni

Il binomio “donne e lavoro” è antico quanto il mondo, ma la loro partecipazione al cosiddetto mercato del lavoro risale agli albori della rivoluzione industriale. Nonostante sia trascorso oltre un secolo, esistono ancora pesanti differenze di genere nell’accesso al lavoro, nella permanenza e nel rientro dalla maternità. Quest’ultimo, soprattutto, continua a rappresentare una forte discriminante e la causa principale del progressivo scivolamento verso l’inattività. A tale proposito la FIDAPA (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari affiliata alla rete mondiale della International Federation of Business and Professional Women) opera con lo scopo di promuovere, coordinare e sostenere le iniziative delle donne che operano nel campo delle arti e delle professioni, in modo da valorizzarne le competenze e la preparazione, indirizzandole verso attività che ne favoriscano la qualità della vita, anche lavorativa. Non solo, incoraggia le donne ad una consapevole partecipazione alla vita sociale, amministrativa e politica, adoperandosi per

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rimuovere ogni forma di discriminazione, sia nell’ambito della famiglia che in quello del lavoro. Favorisce inoltre i rapporti di reciproca comprensione e proficua collaborazione fra le persone di tutto il mondo. Le 277 Sezioni italiane, tra cui quella di Terni, che opera da quest’anno sotto la Presidenza della D.ssa Alessandra Crescenzi e della Vice Presidente, Arch. Anna Amati, si impegnano a condividere questi propositi e a diffonderne i valori generando un vero e proprio movimento di opinione, operativo quest’anno sul tema del rispetto in tutte le sue accezioni. Certo, la condizione della donna in alcuni Paesi è gravemente penalizzata, come ad esempio in Afghanistan. Emblematico il libro La Parrucchiera di Kabul, il racconto di Deborah Rodriguez, parrucchiera del Michigan, volontaria americana partita per l’Afghanistan nel 2002 a seguito di una organizzazione non governativa e fondatrice della prima scuola per estetiste nella capitale afghana. Dalla sua esperienza, un messaggio di speranza e

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una piccola conquista nel lungo percorso verso la pace e i diritti civili in quel paese. Un progetto nato per offrire un’opportunità economica e per ridare speranza a quelle donne che, durante il regime talebano, avevano dovuto chiudere i loro saloni di bellezza e sotterrare gli specchi. Non ci sono più i saloni di bellezza a Kabul… Una volta ce n’erano parecchi, prima dei talebani, ma furono tutti distrutti in nome della più conservatrice concezione religiosa del pensiero islamico che fece arretrare la condizione femminile all’epoca medievale. I talebani avevano chiuso i saloni di bellezza … perché, sostenevano, offrivano uno spazio troppo libero rispetto al controllo maschile… Un salone in effetti è un’ottima occasione, gli uomini non entrano né controllano gli introiti o l’abilità delle donne nella gestione. Diceva Oscar Wilde, Date alle donne occasioni adeguate ed esse potranno fare tutto. Siamo ormai in molti a crederci. a.melasecche@meta-group.com

Mensile di attualità e cultura

Registrazione n. 9 del 12 novembre 2002, Tribunale di Terni Redazione: Terni, Vico Catina 13 --- Tipolitografia: Federici - Terni

DISTRIBUZIONE GRATUITA Direttore responsabile Michele Rito Liposi Editrice Projecta s.a.s. di Martino Raspetti e C.

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Direttore Giampiero Raspetti

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Le collaborazioni sono, salvo diversi accordi scritti, gratuite e non retribuite. E’ vietata la riproduzione anche parziale dei testi.

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laboratori

Mi passi una mela?, chiese Eva ad Adamo finita la cena. Adamo allungò la mano sulla fruttiera e prese il pomo più vicino. Eva la rigirò qualche secondo tra le mani poi aprì il frutto a metà, tolse la parte coi semi e già dal modo in cui il coltello affondava nella polpa si era accorta della consistenza friabile tipica della Deliziosa. Volle comunque dare una possibilità al frutto e al compagno e in silenzio sbucciò il primo spicchio e ne assaggiò un piccolo morso. Proprio come pensava, insapore e papposa. Senti, disse. Mmhm?, fece lui. Non ti azzardare a comprare più queste mele. E quanto la fai lunga - sbottò Adamo che non era la prima volta che sentiva quella frase. E’ una mela, aggiunse alzando le spalle. Una mela? Ci sono mele e mele. Questa è farinosa e non sa di niente. A me piacciono quelle belle sugose e scrocchiarelle. Che strazio. Dammi, la mangio io. Eva inorridì. Vedi, tu te la mangi come se niente fosse. Adamo guardò la mela la donna la mela e disse: Sì. E magari dici anche che è buona. Adamo finì l’ultimo spicchio rimasto e disse che era solo una mela. Lei affondò: Non sai cosa piace a te. Come puoi capire cosa può fare piacere a me? Adamo capì che non era più solo una mela. Ti ho preso le susine, disse per cambiare discorso e si alzò per andare a prenderle in cucina. Gialle o rosse?, domandò Eva aspettandolo al varco. Maria Beatrice Ratini

Lab

Carte Quarantotto Il 1848 fu un anno davvero movimentato. Le monarchie traballavano in tutta Europa e ovunque si scatenavo moti e sollevazioni, al punto che la nostra lingua ancora registra il termine quarantotto come sinonimo di subbuglio, confusione, disordine. E forse proprio da questo significato arriva la locuzione carte quarantotto, perché se qualcosa finisce a carte quarantotto significa che finisce male, è abortita, proprio come una partita di carte mandata a monte. E allora è ancora più curioso notare come invece sia proprio in un altro ’48, quello del Novecento, che nascono due carte davvero importanti. Il primo gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana e il dieci dicembre dello stesso anno viene emanata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Sono passati già 62 anni, eppure è davvero inquietante provare a leggerle un po’ adesso, per vedere cosa veniva ritenuto importante in quei tempi lontani, con il disastro della Seconda Guerra Mondiale ancora ben presente nelle teste degli autori. Articolo 4 della Dichiarazione Universale: Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o servitù. Strano leggerlo dopo aver visto in televisione i fatti di Rosarno, o dopo aver letto della sparizione di quindici bambini dagli ospedali di Haiti. Articolo 21 della Costituzione: La stampa non può essere soggetta a autorizzazioni o censure. Difficile capire gli eventi degli ultimi anni, se questo articolo deve davvero considerarsi

un principio fondante di questo stato. Articolo 101 della stessa carta: La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge. Capire l’Italia alla luce della sua carta fondamentale sembra sempre più difficile... ma del resto, anche il documento internazionale non sembra calato nella realtà. Articolo 1: Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Articolo 3: Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona. Non sembra che sia così; non è così. Ma dovrebbe essere importante ricordare che è così che dovrebbe essere. Certo, poi arrivano colpi che sembrano messi apposta per far ridere chi legge. Articolo 9 della Costituzione Italiana: la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Sembra uno scherzo, una presa in giro: specialmente considerando che sta lì, all’inizio, tra i primi dieci articoli. Ma gli uomini della Costituente non avevano intenzione di far ridere nessuno. Eccole, le nostre Carte del Quarantotto, che rischiano davvero di finire a carte quarantotto. Proprio in questi giorni cade l’anniversario della nascita di uno dei più grande matematici italiani del secolo, Ennio De Giorgi; il luogo comune vede i matematici come isolati in mezzo alle loro carte e lontani dal resto del mondo, ma i luoghi comuni sba-

gliano quasi sempre. De Giorgi si interessava del mondo e degli uomini, e il suo maggiore desiderio non era quello di scoprire un grande teorema (anche perché lo aveva già fatto), ma quello di vedere la Dichiarazione dei Diritti Umani integralmente riportata all’interno della Costituzione della Repubblica Italiana. Pensava che sarebbe stato un segnale forte, una nobile caratterizzazione della legge fondamentale dello stato. La sua proposta non ha avuto seguito: è verosimile che non sia mai neppure giunta alle orecchie giuste. Ma era un tentativo interessante di integrare la carta costituzionale: per modificarla arricchendola. Altri tentativi di modifica sono in corso, sessantadue anni dopo; e non ci sarebbe nulla di male se anche queste fossero modifiche volte ad arricchirne i contenuti; ma l’impressione è che chi vuole cambiare la Costituzione non abbia avuto molto tempo neppure per leggerla, e tantomeno per applicarla. E per questo sarebbe forse bene ripassarla, proprio dal principio. Articolo 1: L’Italia è un repubblica… Piero Fabbri

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Parlando ancora del cioccolato, esso può esprimere, a seconda del contesto, romanticismo oppure passione. Spesso i confini sono labili. Il cibo degli dèi diventa sinonimo di seduzione e trasgressione, soprattutto durante i preliminari. Pensate al gesto di passarvi il cioccolatino da bocca a bocca…: può essere uno dei momenti ad alto livello erotico. Associate l’atto di scartarli a quello della svestizione. E proseguite con vari gio-

Diritti Nel primo articolo della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, come abbiamo visto, si afferma che gli uomini, oltre ad essere liberi, sono uguali nei diritti. Ma nella enumerazione dei diritti non si parla più direttamente dell’uguaglianza. Cerchiamo perciò di vedere se da alcuni articoli possiamo ricavare indirettamente il concetto di uguaglianza che fa da sottofondo ideologico alla Dichiarazione. Nell’art. 6 nel definire la

chini erotici che le coppie creano con esso. Una loro fantasia (!?!): quella di cospargersi di cioccolata, con il partner che ne rimuove ogni residuo. Anche nelle pubblicità di cioccolate e cioccolatini si allude al contatto fisico, alla gelosia, all’eros, all’intimità (sessuale) e anche al sentimento di amore. Gli stessi nomi dei cioccolatini in commercio: dal Bacio Perugina al Ferrero Rocher al Moncherry rimandano al loro potere seducente e seduttivo. Cioccolato al latte o fondente? Il primo in genere lo si può associare ad un erotismo morbido e sensoriale, per lo più al femminile. Secondo la psicologa G. Bertini chi preferisce il cioccolato al latte ricerca una esperienza totalizzante,

legge si dice esplicitamente che essa è uguale per tutti e si aggiunge Tutti i cittadini essendo uguali ai suoi occhi sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici secondo la loro capacità. E’ chiaro che quello che qui si afferma è una conseguenza diretta dell’abolizione delle diseguaglianze feudali, si ribadisce dunque l’uguaglianza nei diritti del primo articolo. L’abate Sieyès, autore del famoso opuscolo Che cos’è il Terzo Stato? aveva proposto di definire specificamente l’uguaglianza come uguaglianza nei diritti non

Tu t t o è s o g g e t t i v o Tutto è soggettivo. Niente di più complicato, ma anche di più vero, sebbene ci illudiamo di avere punti di riferimento assolutamente oggettivi. Dà urto doverlo ammettere, ma è così. La bellezza è soggettiva, ogni nostro difetto potrebbe non essere poi così difettoso e ogni nostra virtù potrebbe altrettanto essere poi non così tanto virtuosa. Ma quello che più mi rende labile e mi lascia sconvolta è come il tempo sia soggettivo. Esatto, proprio il Titano contro cui tutti gli uomini si trovano a combattere, correndo incontro all’inevitabile sconfitta, che arriva puntuale come (e con) la morte. Non mi limito a parlare del tempo che scorre lentissimo quando ci si ritrova a

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fare qualcosa di noioso o poco piacevole e che invece sfugge via come acqua tra le dita quando ci si diverte. Non parlo solo di questo. Parlo di come sia relativo il tempo da una parte all’altra del mondo. Mentre io sto scrivendo al computer durante un soleggiato pomeriggio invernale magari a Londra stanno ricominciando a lavorare dopo la pausa pranzo, in Alaska stanno sognando un po’ di calore e ad Atene stanno già pensando a cosa fare per cena! So che è una cosa infantile, ma a me tutta questa relatività mi getta in un limbo di incertezza tremenda, perlomeno fino a quando non ci penso più o fino a quando non mi distraggo immagi-

un piacere del cuore. Vuole coccolare e confortare; ama le cose semplici ed appaganti; è gelosa, morbida e genuina e ricerca una dimensione creativa. Associato di più al maschile è il cioccolato fondente, espressione di un eros più intenso ed esplicito. Attratto da un mondo più ruvido e tagliente ma anche raffinato, egli si muove prevalentemente secondo (la) logica, preferendola alla suggestione emotiva. La definizione che gli si addice è quella di un piacere della testa. Indifferentemente al latte o fondente, ognuno può scegliere di gustarlo da solo o in coppia. Si è fornito un ritratto dei degustatori di cioccolato secondo gli stili masticatori: - Chi morde i cioccolatini e ingoia in fretta è un tipo che attraversa la vita passando

da una cosa all’altra, senza gustarselo davvero. A letto? E’ possibile che risulti un po’ rozzo. - Chi lecca procede lentamente fino al cuore del cioccolatino, che poi scivola in gola. Assapora ciò che vive e cerca il contatto fisico anche quando si parla. A letto è creativo e sensuale. - Chi succhia in fretta ha come obiettivo il ripieno. Probabilmente a letto salta i preliminari per andare al sodo. - Il carezzatore prima guarda il cioccolatino, lo tocca con le dita, poi lo rompe per vedere (il) dentro finché in bocca lo rigira con la lingua. E’ fin troppo rilassato e sognatore, sembra comunque allegro nella vita sessuale. - L’ingordo non smette-

rebbe quasi più di mangiare cioccolatini…!?! Come se temesse che gli sfuggano!?! E’ proteso a prendere, a carpire dagli altri, quindi a letto risulta un po’ egoista e superficiale. - Chi mordicchia i cioccolatini con calma e a piccoli bocconi lo fa per prolungare l’atto e diluire il sapore. E’ sovrapponibile alla sua dinamica amorosa, dove appunto tende a controllare: ha idee precise sul suo comportamento sessuale e invece si imbarazza quando si lascia un po’ andare. Potete offrire un cioccolatino ed osservare come l’altro/a lo mangia…: che ne dite, può piacervi o no come partner?!?... Dott.ssa Claudia Cardinali

Umani

nei mezzi, davanti alla legge e non nella ricchezza. L’Assemblea, pur essendo tutta d’accordo, e non poteva essere altrimenti dal momento che questa è la concezione tipica del pen-

siero liberale borghese, non introdusse poi questa specificazione. In questo articolo si parla anche di capacità, cioè di merito e competizione all’interno dell’uguaglianza formale di fronte alla legge. Ed è questo un altro dei caposaldi con il quale il pensiero borghese attacca e sconfigge il vecchio mondo dei diritti feudali. Anche nell’art.13 si parla di uguaglianza, ma rispetto alle tasse che devono essere ugualmente ripartite tra i cittadini in ragione delle loro sostanze. Nella Dichiarazione dunque è nata l’uguaglianza

nandomi un’altra me che vive le mie stesse esperienze a distanza di qualche ora in giro per il globo. Essendo poi un’amante dei viaggi non posso esimermi dallo studiare usi e costumi di popolazioni che abitano i posti in cui sogno di abitare prima o poi nella mia breve vita. Tutta questa elasticità, questa relatività di tradizioni, queste differenze di abitudini rintracciabili anche nelle piccole cose (oltre che nelle grandi!), se da un lato mi spaventa come il discorso delle ore differenziate, ma contemporanee, dall’altro mi esalta in maniera incredibile. C’è speranza allora! No, non mi sto invasando sulla scia di novelli santoni e predicatori dalle dubbie ideologie religiose. Dico solo che c’è speranza per tutti di essere quello che

vogliamo realmente essere, allora! Non ci resta che trovare la terra a noi più congeniale e poi trasferircisi! Lo so, è impossibile, non sono così infantile, perlomeno in questo momento… ma chi ha mai vietato i trasferimenti mentali? Viaggiare non ha mai fatto male, anzi. Viaggiare con la fantasia men che meno! Allora su, coraggio! Non ce la fate più schiacciati dai meccanismi di una vita che vi sta stretta? Fate questo gioco: come sareste se abitaste in Argentina? E se vi foste

Il piacere

Psicologa Psicoterapeuta Esperta in Sessuologia Clinica

giuridica, non quella economica e sociale che sarà teorizzata nel secolo successivo dal pensiero comunista. Tra i diritti enunciati c’è poi quello della proprietà, di cui si parla solo nell’art.17 : La proprietà, essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente e previa una giusta indennità. Prof. Marcello Ricci

trasferiti in Cina? Ma perché non il Portogallo? E la Russia dove la lasciamo? Il mondo è abbastanza grande per tutti … troviamo il nostro posto ideale, stabiliamoci e lasciamoci un po’ di stress … tanto è tutto un gioco, non facciamo del male a nessuno, noi! Chiara Colasanti


Angelo Cinaglia L’ i n d i s t r u t t i b i l e Ogni sabato, al campo di calcio di San Francesco, dalle ore 14 alle 15.45, un gruppo di giovani, vecchi scavezzacolli, si riunisce per inseguire un pallone. Tra di essi, fisico asciutto, segaligno, dotato di gran grinta e grande volontà accompagnate da piedi non proprio buoni, c’è lui, Angiolino. Questa partita di calcio ha luogo ormai da 50 anni ed Angiolino, come lo chiamano i suoi amici, ne è uno dei capi storici. Il signor Cinaglia ha infatti superato i 70 anni, ma insegue il pallone e l’avversario con la stessa grinta degli anni giovanili, anche se... con molto ossigeno in meno. Egli si diverte sempre, il suo avversario molto meno.

La donna-mostro: caricature di scrittrici della belle Epoque

I suoi motti preferiti sono, infatti, Oggi a chi tocca? E quando rientra da assenze non volute, ma a volte inevitabili, Ragazzi, la ricreazione è finita! Come stopper è duro come tutti gli stoppers, ma leale. Infatti è sempre il primo a scusarsi e a riconoscere la sua colpa. Occorre anche ricordare che, quando l’azione sembra finire con la palla in rete, c’è sempre il piede di Angelo a respingere sulla linea. Il suo carattere non cambia mai, può vincere o perdere, ma alla fine della partita esce sempre con il sorriso ironico stampato sotto i suoi baffi, come a dire: anche stavolta ho vinto io la battaglia contro il tempo! Sandro Mandrelli

Q U A L ITÀ PREZZO

20 febbraio ore 17.30 - Palazzo Gazzoli L’ Associazione Asteria presenta il Progetto Le Eterne Maddalene. Il Progetto, vincitore del bando IGOpen 2009, iniziato dal mese di novembre, sta riscuotendo sempre più successo ed attenzione. L’Associazione Asteria si pone l’obbiettivo di ricreare una Rassegna di autori che, attraverso incontri pubblici periodici, diano una loro testimonianza per evidenziare tutti quei percorsi di vita di donne che hanno combattuto forti battaglie identitarie e tentano di sottrarsi ad uno stato subalterno. Per riportare alla luce storie, nomi, individualità che il presente conosce, ma in maniera distorta, l’Associazione vuole avvalersi di studiosi, docenti, teologi, giornalisti, ricercatori, che posseggono nel loro bagaglio una storia affascinante da condividere. Le Maddalene sono tutte quelle figure della storia che per troppo tempo la storia ha raccontato a suo modo. Le figure che già sono intervenute nella rassegna sono state: Loredana Rotondo con il suo video Processo per Stupro, Ileana Tozzi con la sua pubblicazione su Bellezza Orsini, cronaca di un processo per stregoneria, l’Associazione L’ Albero di Atonia con la video-proiezione di Segni Fuori dal tempo, un omaggio di Donna Reed a Marija Gimbutas e Anna Maria Civico con un intervento tra la performer e la conferenza sui canti popolari. All’incontro interverrà la ricercatrice Daniela Carpisassi per illustrare i pregiudizi e le sovrastrutture che le donne hanno dovuto combattere per determinare le proprie figure di intellettuali, letterate e studiose.

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Il mito e il suo significato

La parola mito, solo a sentirla pronunciare, suscita in ciascuno di noi, a prescindere dagli studi fatti o dalle differenti esperienze di vita, delle suggestioni ancestrali. Fin dai banchi della scuola ci siamo entusiasmati o addirittura annoiati nel sentirci raccontare le gesta degli antichi eroi come Achille, Ulisse, Ettore ecc. o di eroi più recenti quali Garibaldi, Mazzini... ma in ogni caso o nel bene o nel male il mito non è qualcosa di vecchio, di stantio che odora di polvere e di carte ingiallite dal tempo bensì qualcosa di vivo, di attuale, di profondamente radicato nel nostro essere. Basta cercare tale voce su un qualsiasi dizionario per

averne conferma. Infatti troviamo due diverse definizioni: mito dal greco mythos, racconto di gesta di dèi ed eroi leggendari con cui si spiegano simbolicamente le origini del mondo, di un popolo, di valori culturali, della scoperta di arti ecc. oppure forma di pensiero distinta dal pensiero logico o scientifico e che non richiede argomentazione razionale o lògos. Qualsiasi spiegazione si accolga, un dato rimane assodato: esso trova i suoi legami con la parte più nascosta del nostro essere, affonda le sue radici nell’inconscio come hanno dimostrato le ricerche di illustri psicologi e psicanalisti quali S. Freud, K. Jung, E. Fromm.

Il mito pertanto non è qualcosa che ha a che fare con il passato, con gli albori dell’umanità, con società primitive, al contrario esso è costantemente presente in ogni individuo, in ogni popolo, in ogni epoca, a prescindere dal grado di sviluppo civile, sociale e tecnologico raggiunto. Fino ad appena due secoli fa i miti penetravano nell’animo umano soltanto attraverso due canali: la tradizione scritta, accessibile solo ad una minoranza, visto l’alto tasso di analfabetismo, e la tradizione orale ampiamente diffusa che si basava sui racconti tramandati dai vecchi ai più giovani. Oggi, con il vertiginoso sviluppo della tecnologia e con la diffusione di massmedia sempre più sofisticati, i canali si sono moltiplicati, trasformandosi essi stessi in dominatori assoluti, in persuasori più o meno occulti che influenzano e condizionano il nostro comportamento, le

nostre scelte. E’ proprio la tecnologia, orgoglio dell’uomo moderno, creata appositamente per migliorare le condizioni di vita e per controllare la realtà circostante ad aver preso gradatamente il sopravvento: la creatura ha soggiogato il creatore al punto che quest’ultimo non può far a meno di essa. La tecnologia sulla spinta delle ferree e a volte spietate leggi di mercato ha reso dipendente da essa l’uomo moderno, lasciandolo più solo ed impreparato dei suoi antenati, come ha messo bene in luce il sociologo D. Riesman in un libro divenuto ormai un classico The lonely crowd (La folla solitaria) uscito nel lontano 1950. Attualmente la televisione con le sue trasmissioni a ciclo continuo, il p.c. con il tentacolare internet, i sofisticati telefonini di terza generazione prendono continuamente d’assalto gli utenti proponendo miti, stili di vita e modelli di com-

portamento, di fronte ai quali rimane sempre più difficile da parte dell’individuo mantenere la propria autonomia di giudizio ed indipendenza. La società industriale e quella post-industriale che hanno dominato l’ultima metà del secolo scorso sono di per se stesse complesse e specializzate, di conseguenza anche le idealità, i miti elaborati sono molteplici, complessi e contraddittori. Alcuni di essi, secondo la casistica analizzata dallo psicologo U. Galimberti nel suo ultimo lavoro I miti del nostro tempo, riguardano la sfera individuale quali il mito della moda, del potere, dell’identità sessuale, altri riguardano la sfera collettiva tipo il mito delle nuove tecnologie, della guerra, della sicurezza, della razza. Nei prossimi articoli verranno presi in esame i miti che a nostro parere appaiono più importanti nel contesto della società italiana di oggi. Prof. Pierluigi Seri

La pratica sportiva è esercizio d’impegno Ingredienti di qualità non bastano a fare un buon piatto. Se si trascurano temperature e tempi di cottura si rischia di cucinare un pancotto o di preparare un tizzone. Allo stesso modo, non è sufficiente saper giocare al calcio per diventare automaticamente campioni; il carattere, la serietà sportiva, l’impegno, la continuità, sono elementi indispensabili a chiunque, avendo le doti di base, intende fare una professione della sua disposizione innata. La storia del pallone è piena di esempi negativi. I meno giovani ricorderanno Nicolè, centravanti

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juventino dalle mille promesse, ma anche tanti altri scomparsi dal panorama calcistico prima ancora di diventarne protagonisti. Ammoniva Franco Lelli nel suo libro Voglio fare il calciatore (Ed. Tagete, Viterbo) che entrare nel mondo del calcio non è come imboccare un’autostrada, dove è sufficiente seguire le indicazioni per arrivare a destinazione. Sono ben altre le componenti che concorrono a delineare un campione. Condizione, questa, non indispensabile da raggiungere, tanto che molti giocatori scelgono di vivacchiare felicemente nel grande circo del calcio, accontentandosi di un sofferto compromesso. Balotelli rischia di rientrare fra questi, rischia di non diventare mai un campione, perché esserlo implica sacrifici e atteggiamenti che gli sono, al momento, sconosciuti. Sfido chiunque alla sua età a contenere l’esuberanza fisica e comportamentale, ma il limite con la strafottenza e la provocazione è diventato, nel suo caso, sottilissimo. I fischi e i ‘buuu’ che l’attaccante dell’Inter rimedia in ogni campo di calcio non

sono ispirati dal colore della sua pelle, ma, soprattutto, dall’atteggiamento volutamente offensivo che assume nei confronti degli avversari. Non siamo razzisti al punto di offendere un italiano, seppur nero, e di applaudirne altri che italiani non sono. Ma siccome l’idea di appiccicare addosso ai tifosi l’etichetta xenofoba aiuta anche a comprendere l’atteggiamento d’insofferenza generalizzata per lo straniero, insito in certe scelte politiche, ben venga il giovanottone Balotelli a fare da capro espiatorio. Anzi, lui rappresenta proprio lo stereotipo del rigetto razziale: irruento, scorretto, violento, provocatore, nero di pelle. C’è poi l’ala buonista dei media, quella che dopo aver infuocato gli animi, s’atteggia a dispensatrice di risolutori volemose bene. E’ la peggiore. La più pericolosa. Dice: è insopportabile che un ragazzo appena diciannovenne venga fatto oggetto di tanto odio razziale. Facciamo interrompere le partite dove i fischi sommergono il poveretto, dove gente irresponsabile, animata dall’odio razziale offende il valore intangibile di uguaglianza e di frater-

nità fra gli uomini. E siccome la mamma dei cretini non smette mai di mettere al mondo abbondante prole, siamo arrivati al punto di assistere a cori derisori contro il ragazzino anche negli stadi dove lui non c’è. Ma non perché è in panchina, ma anche se sta giocando a 500 chilometri di distanza. Per combattere questa logica non è sufficiente interrompere la partita, non serve multare le società, non serve caricare gli arbitri di decisioni che non competono loro e che, nel migliore dei casi li distrarrebbero dalla loro funzione principale. Serve cambiare le teste, a cominciare da quelle che non sanno che scrivere ogni giorno sui giornali di sport per riempire le pagine, che rimestano nel fango delle debolezze dei cretini, che alimentano in modo subli-

minale il disprezzo ingiustificato nei confronti di una speranza del calcio, con il rischio di bruciarne ogni aspettativa. Non è questo il messaggio che lo Sport intende diffondere. Indichiamolo ai giovani, in famiglia e a scuola. Diciamo loro che la pratica sportiva è esercizio d’impegno, di ordine, rigore e di esaltazione fisica e mentale. Inculchiamo nelle loro teste l’idea che nello sport, come nella vita, non esistono nemici, ma solo avversari, insegniamo loro che si può vincere e perdere, senza rinunciare alla stima di sé e che condividere con qualsiasi essere della terra gli stessi spazi e le stesse risorse significa aver compreso il ruolo che ogni uomo è chiamato a svolgere su questo litigioso pianeta. Ing. Giocondo Talamonti


Tina nacque ad Udine nel 1896. La sua è una storia di miseria, di emigrazione e di passione. Appena dodicenne dovette provvedere al sostentamento della sua famiglia, ma presto emigrò, seguendo il padre e la sorella maggiore negli Stati Uniti. A San Francisco iniziò a lavorare come sarta, ma mai trascurò la sua vocazione artistica: entrò infatti nel mondo del teatro che ben presto le dischiuse le porte di Hollywood. La sua esotica bellezza spinse i registi ad affidarle sempre ruoli da donna fatale. Tuttavia questo non era il suo mondo: ciò che Tina realmente desiderava era una vita vicina alle persone, alle problematiche dei ceti più poveri ed a coloro che volevano cambiare la propria condizione di vita. E così, dagli Stati Uniti al Messico appena uscito dalla rivoluzione del 1920, il passo fu breve. Il compagno di Tina, Edward Weston, la iniziò ai segreti della fotografia e così, in Messico, nel 1923, presero vita i primi scatti. Nel 1927 maturerà in lei la volontà di iscriversi al partito comunista. Questa fu, in cuor suo, una scelta naturale, il necessario evolversi del suo spirito rivoluzionario. Durante questo periodo Tina scrisse sul Machete, il giornale ufficiale del partito comunista, e pubblicò le foto che diventarono letteralmente baluardi del suo impegno politico e manifesti per la popolazione che lottava per migliorare le proprie condizioni di vita. Nel 1930 venne arrestata dopo l’attentato al presidente del Messico Ortiz Rubio, fu costretta ad abbandonare il Messico e giunse così in Russia. A Mosca divenne membro del Comintern e, per la propria sicurezza, venne inviata per un breve periodo a Parigi. Durante la guerra civile spagnola agì all’interno del Soccorso Rosso Internazionale, occupandosi, in prima linea, dell’assistenza ai feriti in prima persona. Tuttavia già durante il periodo trascorso in Russia comprese che il regime non era la realizzazione dell’ideale rivoluzionario che aveva pervaso la sua esistenza.

Violenze, delazioni e spionaggio erano all’ordine del giorno e Tina stessa si rese conto di essere al centro di particolari attenzioni da parte dei servizi segreti. Tra mille peripezie e cambi d’identità tornò di nuovo in Messico. Qui, nel 1942, in circostanze misteriose, morì in un taxi, ufficialmente per un arresto cardiaco.

13 febbraio – 4 aprile 2010 Tina Modotti Fotografia e Rivoluzione Terni, Palazzo di Primavera Dal martedì alla domenica: 10-13; 16-19

Tina e la fotografia I suoi soggetti preferiti, oltre a libere composizioni di oggetti presi dalla quotidianità, ma che sempre rimandavano la mente all’ideale rivoluzionario come Falce e martello o Cartucciera, Mais e Chitarra, furono le persone colte per strada, nelle fatiche di tutti i giorni, prese dalle mille difficoltà di una vita di povertà e vessazione. La maggior parte delle foto furono scattate da Tina in Messico; possediamo solo pochissimi scatti “europei” e questi hanno tutti avuto la loro comune origine a Berlino. Tina infatti smise di fotografare nel momento più buio della sua esistenza, in Russia: vedeva i suoi ideali maltrattati ed abusati dal partito comunista e così, con la scusa di non comprendere appieno le virtù della sua nuova macchina fotografica, abbandonò la sua passione. Ciò che Tina apprezzava della fotografia era la potenzialità che questa tecnica artistica aveva nella sua stessa natura: poter bloccare nello scatto un frammento di realtà che, proprio per l’impossibilità di essere manipolato, e per essere così colto nella sua immediatezza, garantiva la trasmissione di immagini nella loro pura essenza, prive di alterazioni in grado di darne una visione distorta o faziosa. Ciò che lei ha voluto fotografare è ciò che realmente ha avuto importanza nella sua vita. I suoi scatti sono la testimonianza tangibile del suo spirito e del suo ideale, al di là di ogni ideologia politica e volontà di partito. Federico Li Gobbi

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LICEO CLASSICO

G . C . TA C I T O Martedì 26 gennaio il Dr. Pier Luigi Celli, amministratore delegato della LUISS, ha aperto i lavori di un ciclo di lezioni volto a delucidare agli studenti liceali alcuni nodi fondamentali dell’attualità culturale e giuridico-economica, quali la comunicazione al tempo di Internet, l’impianto costituzionale della Repubblica italiana, l’economia nel mondo globale, gli organismi internazionali, senza trascurare le strategie

Libera comunicazione in versione aggiornata di ingresso nel mondo del lavoro (magari passando proprio per la LUISS). L’incontro, primo di quattro, è stato condotto da Roberto Cotroneo, direttore della scuola di giornalismo proprio alla LUISS, scrittore, giornalista, nipote di Umberto Eco, conduttore radiofonico, pianista (non necessariamente in questo ordine). L’eclettico accademico ha tenuto un originale seminario sulla comunicazione ai tempi del Web 2.0, che, per i non addetti ai lavori, altro non è se non il nuovo internet di Facebook e dei social network. La lezione ha preso il via con una serie di dati sui mezzi di comunicazione che hanno ampiamente confermato l’opinione, comune a molti, secondo cui

stiamo assistendo al collasso del giornalismo cartaceo in favore della più semplice, diffusa e, se mi è concesso il termine, più spicciola informazione telematica. Il professor Celli, nella presentazione della conferenza, aveva posto l’enfasi sulla lentezza per la riflessione: il tempo del pensiero, il tempo dell’azione, il viaggio come percorso e non come arrivo, la carriera come itinerario di apprendimento ed esperienza piuttosto che come scalata al successo sostenuta da un sapere specialistico. Di indirizzo assai differente il professor Cotroneo, che ha messo l’accento sulla velocità, l’immediatezza, la semplicità dell’informazione online. Uno dei punti sa-

lienti della sua esposizione era centrato sulla questione, attualissima, della libertà di informazione e sulla possibilità di avervi accesso e ricoprire, a riguardo, un ruolo attivo come informatore: in altre parole, la nuova frontiera del giornalismo. In un mondo in cui il giornalismo cartaceo è controllato da quattro grandi agenzie di informazione (per un totale di novanta persone a malapena, secondo il professore), in cui Google, un’azienda privata, ha in mano il cento per cento dell’informazione online, che può selezionare, ebbene, in questi due sintomi, a parer mio, di quella che potrebbe diventare una tirannide mediatica, Roberto Cotroneo vede le avvisaglie di un mondo libero

L u c i e o m b r e d e l We b

Non se ne può più fare a meno, questo il giudizio ricorrente sul Web. Perché? Perché Internet significa simultaneità, comunicazione veloce e capillare, informazione libera e gratuita, sollecitazioni continue e multiformi sempre accompagnate da accattivanti sinestesie, spazialità indefinita e virtuale, tempo frammentato in mille istanti dilatati. La rete è oggi un caleidoscopico mercato di immagini, di sogni, di merci, il frutto più maturo dell’era tecnocratica, della sua vocazione ubiquitaria e transitoria, della sua magmatica fluidità perché è intercontinentale, interclassista, interrazziale ed interattiva, permette un accesso democratico al patrimonio culturale del globo e riorganizza nuclei sociali in nuclei virtuali (social network come Face book e twitter raccolgono più di 380 milioni di persone nel mondo), storie personali in profili elettronici.

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Il futuro è digitale, come sottolineano gli entusiastici pronostici di scienziati, economisti ed informatici, dal pc all’ I-pod, dal cinema in 3D alla nanotecnologia applicata in campo farmaceutico e scientifico. Il mondo intero nascosto dietro i lucidi monitor di strumenti sempre più sofisticati ed interattivi. Potenzialità immense racchiuse in spazi sempre più ridotti: questo il principio ispiratore delle ultime creazioni di Apple e Microsoft. Un esempio? Un’intera biblioteca in pochi centimetri: è stata la rivoluzione di Kindle, il libro elettronico (e-book) moderna riproposizione, o presunta tale, delle più fornite biblioteche reali così care ai medievali, con tanto di scelta opzionale di tonalità, dimensioni e stile dei caratteri in modo da favorire “il rilassamento oculare” durante la lettura del classico prediletto. E’ progresso, sicuramente. Questo è innegabile, esatta-

mente come innegabile è la funzionalità pratica di blog e spazi di condivisione in rete che garantiscono libertà di espressione, propaganda e dissenso ad un enorme pubblico spontaneo di fruitori ed operatori del Web. Ma Internet è davvero una finestra spalancata sul mondo, una protesi virtuale ed onnipotente di un moderno superuomo? Una protesi capace di cancellare le distanze, di esperire simultaneità ed istantaneità, di azzerare i tempi morti dell’operare fisico, di abbattere tabù e sperequazioni sociali? Anche, ma non solo e non del tutto: non si tratta di rievocare, con accenti nostalgici o romantici, i bei tempi in cui di un libro si sfioravano le pagine, si sentiva la consistenza, si avvertiva l’odore della carta stampata, si rintracciava in qualche refuso di stampa il limite così rassicurante di una tecnica ancora fallibile. Sarebbe inutile o per lo meno poco aderente allo spirito del tempo. Oggi l’uomo ha bisogno della tecnica perché è un animale felicemente tecnodipendente. Quindi demonizzare la rete o, al contrario, farne l’idolo

di un moderno monoteismo tecnologico è altrettanto fuorviante. Necessario è invece comprendere come l’uomo si evolva e soprattutto potrà evolversi di fronte all’overdose di seduzioni accattivanti offerte dalla rete, seduzioni che, comunque, non sempre riescono a rassicurare i timori che alcuni scettici avanzano sul Web. Il cosmopolitismo interattivo infatti rischia di dissolversi in una rapidità incontrollabile che, come produce in pochissimo tempo comunità virtuali, le smantella altrettanto velocemente all’insegna di una fluidità che, come afferma Zygmunt Bauman, “colloca i legami in un tempo frammentario, racchiuso tra un episodio e l’altro, tra una sensazione e l’altra, rendendoli così fragili ed occasionali”. Non meno inquietante, e non solo per fantascientifiche suggestioni di bradburyana memoria (Fahrenheit 451), la percezione di avere a che fare con un potere enorme, senza nome e senza volto, che sembra di tutti e di nessuno, completamente libero, anche se forse non lo è così tanto, dal momento che un colosso come Google ha accettato

di sapere. Un mondo dove, è vero, chiunque può contribuire all’informazione: ma come può l’intera enciclopedia dello scibile umano essere ritenuta davvero libera, se io sono in grado, in questo momento in cui scrivo, di entrare in una qualsiasi enciclopedia online e scrivere che Giacomo Leopardi è nato a Reggio Calabria nel 1850? Il termine arbitraria sarebbe forse più appropriato. Bernardo La Guardia III IF

di oscurare agli utenti cinesi un elevato numero di siti contenenti informazioni o voci di dissenso rispetto al regime dittatoriale cinese e che il sistema di diffusione dell’informazione globale passa attraverso pochi potentissimi motori di ricerca. Di certo le possibilità della rete sembrano infinite: posso parlare e vedere contemporaneamente, gratuitamente e per un tempo indeterminato un mio coetaneo nell’emisfero opposto, rimanendo comodamente seduta di fronte ad un monitor. Meraviglioso, certo, e con profonde influenze nella sfera dell’intersoggettività: individualità elettroniche che si sommano ma non comunicano anzi consumano in comune ma non vivono un’esperienza comune. Le interconnessioni aumentano virtualmente ma diminuiscono individualmente in un’omologazione globale che oscilla tra il pensiero forte delle grandi masse e quello debole del solipsismo fragile e a volte voyeuristico del singolo, il quale divide con altri singoli una solitudine esistenziale che esiste da sempre e sempre esisterà, anche con milioni di amici su facebook. Domitilla Lattanzi III PNI


ED ECCO A VOI: THERESIENSTADT! Stiamo perdendo la memoria? Terni ricorda quel 27 Gennaio del 1945 Un giorno all’anno si celebra la Giornata della Memoria “per non dimenticare”. Uno spirito di commemorazione, di compianto, l’unione davanti al crudele e disumano massacro della razza ebrea e delle razze inferiori, davanti a un orrore che tutti, o quasi, riconoscono. In questa occasione si ribadisce sempre di non abbandonare questa memoria e far sì che ciò non si ripeta. Però sempre meno si valuta quanto realmente sia grave ciò che è successo, l’ideologia che lo ha provocato. Non è certo ripetitivo ricordare che non è così lontana la possibilità che La Provincia di Terni quell’orrore si ripeta e che la memoria è la base per raggiungere una coscienza sempre maggiore di ciò che accade oggi. per la cultura È importante quindi non lasciare che la Giornata della Memoria sia solo una commemorazione come tante. Si ha però l’impressione che in generale si stia abbandonando la memoria, per incoscienza e superficialità e per una sensibilità sempre minore da parte della stampa, dell’informazione. A fronte di questo scenario la realtà di Terni si presenta come una nota positiva. Infatti anche quest’anno il Centro per i Diritti Umani ha messo in scena uno spettacolo: “Ed ecco a voi: Theresienstadt!”. Una grande costanza e una grande dedizione animano ogni anno un gruppo di professionisti per realizzare un’opera che vuole rappresentare il dramma della Shoah per ricordare realmente ciò che è stato, prendendo spunti da testimonianze vere, raccontando la vita, se così si può dire, le condizioni, la produzione anche artistica e i sentimenti dei reclusi nei diversi campi di concentramento, cercando ogni anno forme e aspetti diversi per suscitare nuove riflessioni. Lo spettacolo quest’anno ha preso in esame l’estate del 1944 nel “ghetto Paradiso” di Theresienstadt, dove gli ebrei svolgevano anche attività culturali e artistiche: viene girato qui il film propaganda Il Fuehrer regala una città agli ebrei. All’interno di questo i bambini del campo cantano l’operetta per voci bianche di Hans Krasa Brundibar, una favola per bambini in cui i due protagonisti riescono a sconfiggere, con l’aiuto degli animali, il cattivo Brundibar. La rappresentazione di Theresienstadt nel film è una finta costruzione dei nazisti che cercano di far apparire una realtà serena in cui gli ebrei vivono in condizioni dignitose e possono esprimere liberamente pensieri e forme d’arte. In realtà si nasconde una crudeltà molto sottile: gli ebrei sono costretti a fingere che tutto quell’inferno non esista per riuscire a sopravvivere. Lo spettacolo teatrale è composto principalmente di tre parti: all’inizio alcuni reclusi nel campo discutono sul film propaganda, un’ennesima sconfitta da subire e inquadrano allo spettatore il contesto. Presto la scena viene lasciata ai bambini che fanno la prova generale dell’opera Brundibar che costituisce il corpo centrale della rappresentazione e la significativa metafora di una riscossa sui “cattivi” nazisti. Infine si ritorna alla realtà, alla guerra per la vita: voci disperate e arrabbiate per quell’inguistizia invocano i cieli di accogliere il loro popolo massacrato, offeso, morente anche nello spirito. Buona la regia di Irene Loesch che ha affidato il ruolo di protagonisti ai bambini del coro Piccoli Romei di San Michele Arcangelo e della scuola comunale di musica “Nilo Sinibaldi” di Arrone; sullo sfondo attori professionisti sottolineano con pochi elementi la drammaticità della situazione, restando sempre di supporto al mondo dei bambini. Molto importante è stato impegnare in prima linea i più piccoli puntando molto sulla capacità comunicativa genuina, vera e immediata che li caratterizza, piuttosto che entrare nel cuore degli spettatori con l’esperienza di attori professionisti. Tale scelta è poi ragguardevole perché così si educano, si sensibilizzano anche le nuove generazioni alla memoria facendola così diventare collettiva. Significativa è stata la scenografia di Emiliano Austeri, essenziale nella prima parte, proprio per evidenziare la miseria, la nudità, la pesantezza del luogo, mentre nelle prove dell’operetta viene calato un fondale. Molto colorato, vivace, fiabesco, come appunto deve essere nel mondo delle fiabe e dei bambini, rappresenta un’illusione di bellezza, serenità, libertà: un’ideale. Ma quel metterlo in scena all’improvviso, con le sue tinte forti, contrastanti, lo rendono quasi una caricatura, rivelano la finzione. In opposizione dietro si intravede l’ambiente cupo del campo dove camminano gli adulti, con i loro vestiti da deportati: è un richiamo raggelante alla cruda realtà. Anche le luci e il sonoro sono stati molto efficaci: la musica è l’elemento artistico che fa da sottofondo a tutto lo spettacolo, lo assiste e sostiene come una voce che rimarrà scritta sugli spartiti per chi forse un giorno li ricorderà. I canti dei bambini e le melodie struggenti suonate da una malinconica fisarmonica arrivano dirette agli animi degli spettatori. La luce ha svolto una parte molto importante nella scena finale: gli uomini implorano la pietà dei cieli, sempre maledettamente azzurri davanti a quello scempio, mentre un intero popolo di ebrei attraversa il fascio di luce per finire nel buio, in un qualcosa che non conosciamo, nelle tenebre della morte, in un’altra realtà dove forse il Dio che pregano li accoglierà. Quell’oscurità in cui finiscono tutti gli ebrei non deve però essere la nostra dimenticanza. Maria Laura Bianchini

La parola ai diritti: reading in BCT e Corso in Via Aminale La paura mangia l’anima Rainer Werner Fassbinder, regista, sceneggiatore, grande drammaturgo tedesco e uno dei maggiori esponenti del Nuovo cinema tedesco degli anni Settanta-Ottanta è autore del noto testo teatrale ”La paura mangia l’anima” rappresentato solo nel 1995, tredici anni dopo la sua morte. Tratto dal famoso e omonimo film premiato a Cannes nel 1974, narra la relazione tra Emmi, sessantenne tedesca ed Alì, uomo di origine marocchina trent’anni più giovane di lei. E’ una storia fondata sul razzismo quotidiano, sulle difficoltà di vivere la propria felicità in mezzo ai pregiudizi, sull’integrazione e la diversità. I personaggi divengono dunque incarnazione di un nuovo ideale di vergogna sociale: la donna di mezza età, non bella e dimessa, e il giovane immigrato nero. La storia, pur di trentasei anni fa, oggi è ancora attualissima per i suoi temi, principalmente quello del razzismo, tema scelto quest’anno dal Progetto Mandela per i suoi laboratori e anche per lo spettacolo finale che parlerà della problematica dell’immigrazione e della diffidenza verso l’ altro. La lettura del testo teatrale si terrà giovedì 18 febbraio alle ore 17.00 presso il Caffè letterario della Biblioteca Comunale di Terni, e fa parte della rassegna di teatro contemporaneo dedicato ai Diritti Umani “diritti di scena” a cura di Irene Loesch. Lungo Cammino verso la libertà Riprende il corso sui Diritti Umani, tenuto dal Prof. Marcello Ricci presso il Centro Socio Culturale in via Aminale. 2 febbraio I DIRITTI DEL FANCIULLO: Sfruttamento e sterminio, la Convenzione sui diritti del fanciullo (1989). 9 febbraio IL RAZZISMO, LE TEORIE E LA STORIA: dal razzismo culturale a quello biologico, i razzismi. 16 febbraio IL RAZZISMO, LE TEORIE E LA STORIA: la Convenzione internazionale sulla discriminazione razziale del 1965. 23 febbraio IL RAZZISMO E LA PRATICA POLITICA PARTE I: il razzismo antinero negli USA. 2 marzo IL RAZZISMO E LA PRATICA POLITICA PARTE II: il razzismo antinero e l’apartheid in Sud Africa. 9 marzo IL RAZZISMO E LA PRATICA POLITICA PARTE III: l’antisemitismo nazista, gli antecedenti storici, sterilizzazione, eugenetica, eutanasia. 16 marzo L’ANTISEMITISMO NAZISTA: la persecuzione e i ghetti. Foto di Gabriele Ponzo

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Venerdì 26 febbraio

Circolo IL DRAGO - ORE 20

Conferenza del Prof. Renzo Nobili

Terni: dallo Stato pontificio al Regno d’Italia L’unità d’Italia si realizzò in un periodo favolosamente breve: tra il 26 aprile del 1859 (inizio delle ostilità tra gli eserciti franco-piemontesi da una parte e le truppe austriache dall’altra) e il 26 ottobre 1860 quando Garibaldi consegnò a Vittorio Emanuele II i territori dell’ormai inesistente regno delle Due Sicilie. Fu in questo modo che il Meridione andò ad aggiungersi all’Umbria, alle Marche ed alle altre Regioni della penisola già liberate. Mancavano all’appello solo Roma e Venezia, ma l’Unità era praticamente fatta. Non si sa come e quando, a Terni, il cosiddetto partito piemontese di chiara estrazione liberale, fosse riuscito a prendere il sopravvento su quello democratico, che era stato dominante per tutto il Risorgimento, anche se alcuni indizi indicano nel 1857 il momento cruciale della svolta politica. Tant’è vero che solo un anno dopo venne fondato il comitato ternano della Società Nazionale, nata per sostenere la causa dell’unità e dell’indipendenza senza alcuna pregiudiziale politica e alla quale avevano aderito la gran parte dei democratici locali. Ciononostante, Terni che aveva vissuto intensamente tutto il periodo insurrezionale, continuò, soprattutto dopo l’avvenuta conquista della Sicilia da parte di Garibaldi, a mostrare serie perplessità sulla estrema prudenza del Cavour, fermamente deciso a impedire qualsiasi movimento che avrebbe potuto favorire il nemico. D’altra parte tale realismo era giustificato non solo dall’enorme posta in palio, ma anche dal recente potenziamento dell’esercito pontificio, formato da mercenari francesi, belgi, svizzeri, austriaci, tedeschi ed irlandesi, tutti di stanza a Collescipoli, da dove partivano per compiere ruberie nella vicina città. Fu, quindi, solo dopo la caduta di Napoli del 7 settembre 1860, che giunse al generale Fanti, comandante dell’esercito piemontese, l’ordine di varcare le frontiere pontificie e di occupare l’Umbria e le Marche. Il 14 settembre venne liberata Perugia, il 17 Spoleto. Il 21 le truppe del generale Brignone varcarono il passo della Somma ed entrarono in Terni dalla Porta spoletina accolte con entusiasmo dalla popolazione. L’ultima riunione della Giunta, allora Magistratura, si era svolta soltanto tre giorni prima e, in previsione della imminente invasione, aveva affrontato il problema della sicurezza al momento del passaggio dei poteri. Nei giorni 4 e 5 novembre 1860, tutta la popolazione dell’Umbria venne convocata per e sprimere la sua volontà sulla seguente proposta: Volete far parte della Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele II? In tutta la Provincia il risultato fu il seguente: votanti 97.625, favorevoli 97.040, contrari 380. Subito dopo si iniziò a lavorare per eleggere il primo Consiglio comunale del nascente regno d’Italia. Gli elettori a Terni furono 380 per 30 consiglieri da eleggere. Troppo lungo elencare tutti i consiglieri eletti, più semplice fare i nomi che andarono a comporre la giunta: Bernardino Faustini, Paolo Garofoli, Pietro Fonzoli, Antonio Silvestri (effettivi); Stanislao Caraciotti e Augusto Fratini (supplenti). Con regio decreto, il primo dicembre, venne nominato sindaco Giuseppe Nicoletti, già presidente del Circolo popolare di Terni e capitano della guardia nazionale che aveva combattuto a Roma nel 1849. Nella riunione del Consiglio del 20 novembre venne deciso di dedicare la piazza più importante e le due vie centrali della città a V. Emanuele II, a Garibaldi e al Cavour. Il Consiglio comunale si riunì per la prima volta in forma solenne il 14 gennaio 1861 e fu in questa occasione che il sindaco Nicoletti, a dimostrazione che la classe dirigente era perfettamente allineata con il nuovo governo, un sentito discorso Vico Catina 15/A - Terni 0744471180 pronunciò di ringraziamento al re. ilconvivioterni@virgilio.it Chiuso di Domenica Renzo Nobili

Anche a casa vostra

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A.S.D. BURRACO IL DRAGO A.S.D. RUGBY TERNI CRAL INPS CRAL PROVINCIA DI TERNI A.S.D. CIRCOLO POLYMER CDS TERNI - AZ. OSP. - ASL CRDC COMUNE TERNI

Venerdì 26 marzo

Conferenza del Dott. Francesco Patrizi I ternani al cinema al tempo di Acciaio Siamo negli anni ’30, il Fascismo vorrebbe un cinema italico di rilievo internazionale, viene fondata Cinecittà e nasce il festival del cinema di Venezia; sono gli anni dei kolossal in costume, che davano lavoro a migliaia di comparse, dei film di guerra e delle commedie leggere, dove si intravede già il futuro cinema neorealista, ma l’invasione via schermo degli americani pare inarrestabile: Clark Gable, John Wayne e Greta Garbo attaccano su tutti i fronti… Vittorio Mussolini pensa che sarebbe meglio averli come alleati, così vola a Hollywood, in qualità di promoter di Cinecittà, ma scoppia la guerra e non se ne fa niente. Intanto a Terni si sperimenta una collaborazione (una delle tante fallite!) tra letterati e cineasti, con la speranza che apra la breccia ad un cinema di alta qualità; si tratta del film di Acciaio, tratto da Pirandello, girato tra le Acciaierie e Papigno. Grandi investimenti per un’operazione che si rivela un flop al botteghino, compreso quello locale; i ternani hanno altre abitudini e altri gusti: la classe colta si riversa all’opera e al varietà, perché il cinema è un po’ troppo popolare, si sa… la classe operaria va a vedere i film della domenica del Dopolavoro, per lo più commedie d’evasione e film americani, mentre i ragazzini, che sono gli spettatori più assidui e numerosi, si infilano (spesso di straforo) tra le sgangherate panche di legno del cinema Corridoni per unirsi al grido di Tarzan, re della giungla e degli incassi. Saranno loro l’anima più viva e possente del nascituro grande cinema italiano. Francesco Patrizi

Da molti anni ormai il CDS Terni premia i figli dei propri iscritti che hanno superato la prova finale della scuola media superiore. Anche quest'anno si rinnoverà questa tradizione che consideriamo il fiore all'occhielllo dell'attività del nostro circolo. Con questa iniziativa si vuole dare un piccolo ma importante segnale di incoraggiamento e di sprone a questi giovani in un momento particolarmente significativo della loro vita. Ci sarà chi inizierà gli studi Universitari e chi deciderà di provare ad inserirsi subito nel mondo del lavoro. A tutti auguriamo una vita di successo, ricordando che lo stesso si persegue senza mai perdere di vista i propri sani princìpi, con la dovuta preparazione, la forza della coerenza, la generosità nei confronti degli altri e senza mai perdere la speranza perché è la speranza che muove le giuste motivazioni. Stefano Borghetti Presidente CDS Terni

Cenacolo Culturale ore 20 - Conferenza ore 21 - Cena Conviviale, presso lo stesso Salone Conferenze del Circolo Il Drago. Al termine di quest’ultima, interventi e discussione. PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

Per prenotare: F. De Nardis 3482864978 A. Giocondi 3394330715 S. Pascarelli 3356511243


Una partita a scacchi giocata in velocità Una partita a scacchi giocata in velocità. E’ con questa frase che qualcuno, tempo fa, descrisse ciò che per lui era il rugby. Uno sprint organizzato, calcolato e gestito all’unisono da un gruppo di 15 giocatori determinati al raggiungimento di un obiettivo. Trovare un varco in una linea di difesa serrata, lo spazio minimo per poterci passare e quando di spazi non ce ne sono crearli, attirando i difensori da un lato del campo per poi attaccare, in forze, dall’altro. Tattica e strategia, un gesto razionale fatto con il cuore in gola. Qualcun altro lo descrisse

Quello che è certo è che a Terni, il Rugby, sta mettendo solide radici. La palla ovale comparve a Terni per la prima volta nel 1936. La portò con sé il bolognese Luigi Massoli, giocatore della Nazionale che venne assunto dalla Fabbrica d'Armi di viale Brin. Massoli provò subito a contagiare i ternani con la sua passione. All'appello risposero una quindicina di giovanotti, tra i quali Aristide Proietti, Gino Braconi (ex portiere di calcio), Olindo Pennoni e Carlo Pezzella. Nonostante la buona volontà però non si riuscì a formare una squadra. Non tutto fu inutile:

come una battaglia tipica della guerra del ‘700, dove al suo interno era possibile vedere le distinzioni tra i ranghi della cavalleria e quelli della fanteria, che nel caso del rugby stanno a sottolineare le differenze tra il gioco di mischia, più duro e di contatto, e quello dei tre quarti, veloce e ragionato. Quello che veramente è il rugby è di difficile descrizione, perché ognuno che lo vive lo definisce in maniera differente. C’è chi esalta maggiormente un aspetto del gioco come può essere il sostegno al compagno o la determinazione nella lotta, chi preferisce il terzo tempo, chi le emozioni che questo sport porta con sé.

Aristide Proietti continuò l'attività rugbistica a buoni livelli giocando con il CUS Roma. E proprio grazie a Proietti, in vista della stagione agonistica 1939/1940 Massoli ci riprovò, stavolta con successo. In quella stagione per la prima volta una squadra ternana, il Club Rugby GIL, prese parte ad un campionato interregionale di pallaovale. Fu una esperienza intensa e vincente. All'esordio il XV ternano riportò importanti successi contro Perugia, Porto San Giorgio e Fermo, classificandosi al secondo posto nel campionato italiano juniores alle spalle della squadra dell'Aquila. Nella stagione successiva,

1940/1941, arrivarono altre vittorie anche a Roma e fu di nuovo un secondo posto nel campionato italiano. Poi la guerra interruppe bruscamente questa straordinaria esperienza. Nel 1958 un tentativo di ricostituzione della squadra da parte del solito Aristide Proietti, sostenuto da Giorgio Cipolla, non andò a buon fine. Si dovette così attendere la stagione 1969/1970 per rivedere il rugby a Terni Dopo quella breve esperienza a Terni non si parlò più di rugby per più di trent'anni. Ma nei primi anni del 2000 un ristretto gruppo di ragazzi ternani, alcuni dei quali studenti a Perugia, rilancia la passione per la palla ovale. Il primo periodo di rodaggio per i nuovi alfieri del rugby ternano vede la collaborazione con il Cus Perugia e culmina con la partecipazione di un primo nucleo di atleti alla Coppa Umbra nel 2004/2005. Ma è nella stagione agonistica 2006/2007 che il Rugby Terni si iscrive per la prima volta al Campionato Nazionale di Serie C, inserendo la propria attività agonistica nell’ambito della Polisportiva San Giovanni Bosco. Alla guida tecnica della nuova squadra, fin dall’inizio dell’avventura, viene chiamato Mario Pariboni, reatino con una carriera quasi trentennale come giocatore di serie A e di serie B e con un curriculum da coach in serie B (promozione del Sabina Rugby nella stagione 2003/2004). Saranno suoi il compito e la responsabilità di prendere per mano il giovane movimento rugbystico ternano e di provare a farlo crescere I risultati successivi della prima stagione sono più che soddisfacenti, sia sotto il profilo sportivo che per quel che riguarda l’interesse suscitato in città. Nel giugno del 2007, a seguito della crescita del movimento e della necessità di una gestione più complessa, l’Associazione

Rugby Terni decide di continuare la propria esperienza in maniera autonoma, staccandosi dalla Polisportiva Don Bosco. Presidente dell’ASD Rugby Terni diventa il dottor Alessandro Betti, che già nella stagione precedente aveva coordinato il settore rugby dell’SGB. A lui si aggiunge Tommaso Foschi come vice-presidente. Anche lo staff tecnico viene ampliato e completato. Nella stagione successiva, per la prima volta la CentralMotor Terni Rugby iscrive al campionato una propria formazione Under 15 e una Under 19. Giocano le proprie gare interne nell’impianto di Vascigliano di Stroncone, adibito esclusivamente al rugby. E questo è un altro passaggio storico per la crescita del rugby ternano, mentre il consiglio comunale di Terni nel giugno 2008 delibera all’unanimità la destinazione di un’area nel quartiere di San Giovanni a campo da rugby e la società avvia il progetto per il quale ottiene il parziale finanziamento dalla FIR. Intanto nel mese di settembre s'inaugura anche la palestra dell'associazione sportiva Rugby Terni, in via Battisti. La stagione 2008/2009 si conclude con il raggiungimento del secondo posto in campionato (15 vittorie e 3 sconfitte) e l'accesso ai play off per la serie B Il 2009 vede l'arrivo di un nuovo tecnico, l'argentino Adrian Di Giusto, allenatore di terzo livello con un curriculum d'eccellenza ed il suo pezzo di storia ancora tutto da scrivere. Valerio Guiderelli

Si GIOCA per il piacere di farlo C’è chi definisce il gioco una molla fondamentale per lo sviluppo, in quanto capace di riprodurre una sorta di palestra di vita che permette ai bambini di sperimentare stati emotivi positivi come la gioia e negativi come la rabbia e la frustrazione, di acquisire competenze pro-sociali (empatia, spirito di collaborazione) e di esplorare il mondo delle possibilità; questo e molto altro permettere di imparare il rugby… tutto rigorosamente insieme agli altri e sotto precise regole che garantiscono la sicurezza dei bambini! Chi volesse veder correre, rotolare, sporcarsi, abbracciarsi con i compagni e gli avversari, mangiare tutti insieme e veder premiati quasi mille bambini/e dai 5 ai 13 anni con medaglie e trofei ovali al cioccolato è invitato sabato 13 febbraio 2010 presso lo stadio Libero Liberati di Terni dalle 9 in poi… perché è proprio vero che non si conosce la bellezza e la naturalezza del rugby finché non si vedono i bambini giocarci... ricordando che si gioca per il piacere di farlo e che non ci sono altre motivazioni al di fuori di questa! Marta Corazzi Psicologa dello sport

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SOLO IN AMERICA: come percorrere 300 Km con appena 2 € Se le riforme di Obama andranno avanti, pur avendo perso i Democratici il seggio che era di Ted Kennedy, si vedrà presto. Nel Paese cresce comunque la sensibilità su tematiche delicate come energia e ambiente che, in forme innovative, si manifestano laddove, fino a ieri, dinanzi alla crisi petrolifera, si progettava semplicemente di moltiplicare le trivelle dall’Alaska al Golfo del Messico all’Atlantico davanti alla Florida (drill, baby drill!, sintetizzò enfaticamente Sarah Palin). La diffusione dei veicoli ibridi benzina-elettrico è ad esempio una realtà incon-

trovertibile negli Stati Uniti, detentori del 60% del mercato, quota in ulteriore crescita. Ma le auto sostenibili giungono quasi esclusivamente da Giappone ed Europa, mentre le case costruttrici americane hanno accumulato un forte ritardo tecnologico. Ecco perché, lo scorso anno, Obama, per salvare Chrysler, ha lucidamente aperto alla proposta Fiat, da tempo focalizzata su motori a basso impatto. Molti altri sono poi i segnali provenienti da un’America più attenta alle complesse dinamiche energetiche. Una rete di gas naturale

serve quasi tutti gli Stati e, con la nuova Amministrazione, si sta spingendo meno sul petrolio e più sulla ricerca di nuovi pozzi di metano. Eni è in corsa. Nello Utah è stata poi resa possibile l’installazione di un apparecchio (Phill) per riempire direttamente da casa le bombole della propria auto a metano. Con la crisi petrolifera è accaduto che le Honda Civic GX (unico modello a gas naturale disponibile in America, così in molti lo installano post-vendita) fossero perfino oggetto di trattative come nel mercato borsistico: le auto si rivalutavano anche perché nello Utah il

metano costa pochissimo, $ 0,99 al gallone, un terzo del prezzo italiano. Esistono, in realtà, Stati in cui il c.d. carburante azzurro è ancor più economico: nel Wisconsin scende a $ 0,60, quasi un quinto in meno dei nostri livelli. Pure a New York ci sono una decina di stazioni di metano. Lì il prezzo è pari a circa la metà di quello italiano. Succede, dunque, che, in certe zone degli Usa, gli automobilisti percorrano 300 km con appena $ 3, cifra irrisoria, pari a poco più degli € 2 con cui si farebbero circa 20 km con un litro di benza in Italia.

Si dirà: ma noi abbiamo lo stato sociale. E’ solo parzialmente vero perché il differenziale di prezzo supera abbondantemente anche questo. Perché, ad esempio, in Italia la costruzione di nuove pompe di gas su strade e autostrade è disincentivata? Chi sono gli americani, oggi? Loro o noi? andrealiberatius@gmail.com

NUOVI LATITANTI ON-LINE: l’altra faccia dell’impunità Li avevamo dimenticati lì, in una fotografia ingiallita, nel chiaroscuro anni ’70. Sono improvvisamente piombati tra noi attraverso l’ubiquità di Internet. Due mesi fa ne scoprimmo l’esistenza su Facebook: Alessio Casimirri (11 ergastoli, nemmeno un giorno di carcere, ma fece parte del gruppo di fuoco del sequestro Moro) e il suo ristorante a Managua; e c’era poi il suo neo-connazionale, Guglielmo Guglielmi (39 anni di carcere mai scontati). Hanno ottenuto anni fa la cittadinanza nicaraguense

E’ ormai da qualche anno che l’industria Hollywoodiana continua ad attingere a piene mani da personaggi, opere letterarie, fumettistiche ed eventi storici del passato filtrandoli e rielaborandoli grazie alla tecnologia digitale, facendoci così assistere a continue

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grazie a un matrimonio esotico e alle connivenze con il regime locale. E oggi navigano serenamente in rete. A due mesi da tale segnalazione, nulla è cambiato. Anzi: Guglielmo Guglielmi ha tentato un’operazione camaleontica per rendersi un po’ più anonimo. Ora è saltato fuori un nuovo nome. Sul social network ci sarebbe infatti anche Delfo Zorzi, presumibilmente quello vero, l’Hagen Roi con cui si fa chiamare in Giappone, dove vive da anni.

rivisitazioni di icone del passato. E’ ora il turno di Sherlock Holmes, l’investigatore più famoso di tutti i tempi, ideato più di cento anni fa da Sir Arthur C o n a n Doyle. Il compito di portarlo sul grande schermo è stato affidato a Guy Ritchie ed al produttore Lionel Wigram che per convincere la Warner a produrre il film ha creato una graphic novel noir su cui è basata la pellicola. Ma cosa c’entra un regista dallo stile postmoderno (Ritchie è il papà dei mai troppo lodati The Snatch:

Zorzi è imputato per la strage di Piazza della Loggia a Brescia e su di lui pende pure una richiesta d’arresto, ovviamente non eseguibile, trovandosi egli a Tokio da dove dirige il business di famiglia nel settore delle pelli. In questi due mesi di approfondimenti è riemerso dal silenzio anche Marino Clavo, uno dei tre del delitto dei fratelli Mattei (rogo di Primavalle). Anche di Clavo vi sono alcune tracce in rete, eppure secondo un rapporto del Ministero della Giustizia sarebbe introvabile dal

2000. Non è così: possiamo ora affermare con certezza che l’ultima traccia di Clavo risale all’estate 2005, salvo altro: Clavo -che non ha omonimi in Italia- ha infatti apposto la sua firma in una petizione per l’amnistia lanciata on line quell’anno dal ternano Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio, allora a Parigi. Il server Gmail di Scalzone ha così registrato l’indirizzo e-mail di Clavo -infatti, per comparire tra i firmatari, occorreva inviare un messaggio elettronico. Basterebbe interpellare

lo strappo e Lock & Stock pazzi scatenati) con un personaggio serio e compassato come Sherlock Holmes? Niente. E infatti lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie di serio e compassato non ha proprio nulla. Interpretato da un rinato Robert Downay Jr, lo Scherlock Holmes secondo Ritchie è ironico, violento, trasandato e bohemienne e perfino il fido amico il dottor Watson, un ottimo Jude Law, ha ben poco dell’originale. I comportamenti, i dialoghi, la recitazione e la fisicità dei due attori rimandano molto più a personaggi come James Bond e il pirata Jack Sparrow che non al detective di Baker Street, ed è forse per prendere le distanze dai veri Sherclock Holmes e dottor Watson che la famosa frase elementare Watson non viene mai pronunciata. Una Londra grigia e

fumosa e lo stile sincopato che alterna montaggi serrati a scene in slow motion in vero stile Ritchie, completano l’opera regalandoci un film dedicato più a chi ha amato i precedenti film del regista o una qualunque delle ultime pellicole di James Bond che non agli amanti della penna di Sir Arthur Conan Doyle. Durante tutto il film, scene d’azione, sovrannaturale, intermezzi ironici ed un villain abbastanza riuscito a cui si aggiunge la presenza del perfido professor Moriarty, villain in pectore di un probabile seguito, si fondono in un’ambientazione noir a tratti horror e in una trama che nonostante qualche momento morto (il film dura un po’ troppo) culmina in un finale dal grande impatto visivo con tanto di spiegone finale da parte dell’abilissimo detective , risparmiandoci così il cattivo di turno che a un passo dal successo si ferma a spiegare tutto.

Google France per saperne di più. O lo stesso Scalzone, anche perché, caduta in prescrizione la condanna a 18 anni di carcere, Clavo è tuttora indagato per strage presso la Procura di Roma, come confermato al telefono dall’avvocato Carlo Palermo, difensore della famiglia Mattei. andrealiberatius@gmail.com

Piena di tracce autoriali, tanto importanti quanto rare da trovare nei film di oggi, da parte di un regista che dopo qualche incidente di percorso sembra tornato ai vecchi fasti, la pellicola resta una produzione godibile sotto tutti i punti di vista, ma il maggior punto di forza rimangono comunque il rapporto e le dinamiche che legano i due protagonisti ai quali il film deve davvero molto. Il finale aperto, la presenza del Napoleone del crimine (Il professor Moriarty), e più in generale l’intero svilupparsi dei rapporti tra i personaggi, fanno sembrare la pellicola una sorta di Sherlock Holmes Episodio I, lasciando intuire che verranno l’Episodio II e, vista la moda tutta Hollywoodiana di spremere un argomento finché si può facendo di ogni buon film una trilogia, l’Episodio III. Deduzione davvero elementare! Riccardo Diotallevi


La presenza in Cambogia Lo Scoiattolo Onlus, associazione ternana per le adozioni internazionali è in prima linea nella cooperazione in Cambogia ed è stata riconosciuta come Onlus anche da questa nazione. La Cambogia è una delle nazioni più povere della terra - racconta Pierluigi Carnevali, presidente dell'Onlus - ove 138 bambini su mille nati muoiono prima dei 5 anni e circa la metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà. La nazione è stata in guerra civile fino a 10 anni fa quando è stata concessa l'amnistia ai khmer rossi, che hanno praticamente sterminato una generazione, con l'uccisione sistematica di chi era in grado di leggere e scrivere. Attualmente ci sono poche città e la maggior parte della popolazione vive nelle campagne. Il tasso di analfabetizzazione è del 74%. I bambini abbandonati sono dichiarati adottabili dopo tre mesi e possono essere adottati quelli fino agli otto anni di età. Un bambino su due è malnutrito; in questo Paese esiste solo una parvenza di sistema sanitario, sono endemiche malaria, dengue, tubercolosi, epatiti, HIV e morbillo. La diarrea e la pertosse sono fra le prime cause di morte. Il 90% dei parti non è assistito da personale sanitario e elevatissima è la mortalità materna. Molti bambini non sono registrati all’anagrafe, quindi non esistono e non hanno un’età certa. E’ più facile che venga ricordato il giorno di nascita che l'anno, spiega l'avvocato Nicla Michiorri, vicepresidente dell'Onlus. Un contesto quasi apocalittico per una nazione di una bellezza selvaggia, risaie, giungla e templi (Angkor è stata dichiarata patrimonio dell’umanità) e di povertà estrema, con gran parte della popolazione che vive in palafitte e baracche di lamiera e legno o in barche lungo il Mekong e le altre vie d’acqua senza luce, acqua potabile, in pessime condizioni igieniche. Ove i pochi fortunati contadini che lavorano per lo stato ripulendo i templi ricevono per 12 ore di lavoro 3,5 dollari/die. Ove anche le mucche sono scheletriche ed è facile incontrare elefanti e scimmie in piena città. In una realtà naturale affascinante, rimangono ben impresse nella mente e nel cuore le immagini del dramma quotidiano in cui vive la popolazione. Le malattie e l'estrema povertà regnano sovrane. Quello che più mi ha colpito - dice Gabriele Cabiati pediatra dell'Onlus - sono i tantissimi bambini malformati, focomelici, malati che chiedono l’elemosina, cercano bottiglie di plastica e cibo fra i rifiuti e che non hanno la possibilità di essere nutriti o di essere curati; adulti e bambini mutilati dalle mine antiuomo che non hanno nessun aiuto; le file ininterrotte di bambini piccolissimi (3-6 anni) ai margini di strade sterrate che camminano scalzi per chilometri per raggiungere le scuole. Lo Scoiattolo Onlus è presente in Cambogia con una scuola a Phnom Penh per 40 bambini di strada fra i 4 e i 10 anni e garantisce loro l’istruzione di base ed un supporto umanitario (un pasto giornaliero, abbigliamento, prime cure sanitarie) e un corso di informatica per ragazzi disagiati. Ha a Battambang una struttura con un ambulatorio medico e numerosi corsi professionali per 40 ragazzi/e per imparare i mestieri di parrucchiera, sarta, meccanico, elettrotecnico e sovvenziona, in una scuola elementare, cinquanta pasti giornalieri a bambini che per procacciarsi il cibo non potrebbero frequentarla; a Stung Treng una scuola di comunità per i bambini disagiati di sei villaggi; a Siem Riep attività di microcredito per allevamento suini e itticoltura e un corso di danza Khmer e adozioni a distanza che garantiscono, con 25 euro al mese, il minimo ai bambini dei vari progetti. Sono inoltre state donate cinquecento divise scolastiche, ottanta biciclette ai bambini delle campagne per recarsi a scuola, materiale sanitario, farmaci, libri, materiale scolastico vario. La dott.sa Roberta Rutili tesoriere e commercialista dell'ente afferma: l'associazione opera nell'ambito della cooperazione internazionale grazie alle donazioni private, soprattutto di coloro che avendo adottato hanno visto le difficoltà di vita dei piccoli. Per chi volesse sostenere Lo Scoiattolo partecipando ai vari progetti o volesse adottare a distanza, la sede è a Terni in Corso del Popolo 69, tel. 0744.403359, sito internet www.lo-scoiattolo.org

ENTE AUTORIZZATO PER LE ADOZIONI INTERNAZIONALI

Lo Scoiattolo Onlus è l'unica associazione nata in Umbria, autorizzata dal 2000 con decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ad effettuare adozioni internazionali. E' nata per volontà di due genitori adottivi e da associazione di tipo familiare, è progredita fino ad aprire una sede a Milano e uno sportello informativo in Puglia e ha vari sedi all'estero. Lo Scoiattolo aiuta i bambini e i genitori in difficoltà per consentire la reintegrazione familiare, con scuole per bambini in difficoltà, attività di microcredito, adozione a distanza, donazione di farmaci e generi di prima necessità. Dal 2001 ad oggi sono stati adottati tramite l'Onlus 360 bambini all'estero che hanno coronato i sogni di tante famiglie adottive. 271 bambini adottati provengono dall'Ucraina, 84 dalla Cambogia, 5 dalla Bulgaria. L'associazione è inoltre autorizzata ad operare in Moldova e sta terminando l'accreditamento in India, Bolivia e Colombia. Il processo adottivo è estremamente lungo e complesso. La coppia adottiva deve entrare in possesso del decreto di idoneità all'adozione da parte del Tribunale per i Minorenni frequentando dei corsi dei servizi sociali e, ottenuto questo, dopo aver dato obbligatoriamente incarico ad un ente come Lo Scoiattolo, parte il vero e proprio processo adottivo. Circa 14000 coppie ogni anno fanno domanda di adozione, poco più di 3000 bambini però entrano in Italia a seguito di una adozione internazionale. Il tempo medio di coronamento del progetto adottivo si attesta in media in circa 3 anni dalla presentazione della disponibilità al Tribunale per i Minorenni. Le procedure adottive cambiano da nazione a nazione e sono in costante mutamento. Per chi volesse aiutare o ricevere informazioni Lo Scoiattolo Onlus è a Terni in Corso del Popolo 69, tel 0744403359, sito internet: www.lo-scoiattolo.org .

 Analisi della postura  Ipertermia  Onde d’urto focalizzate  Rieducazione ortopedica  Rieducazione posturale globale  Tecarterapia  Test di valutazione e rieducazione isocinetica

Fisioterapia e Riabilitazione Dir. San. Dr. Michele A. Martella - Aut. Reg. n. 8385 del 19/09/01

Terni - Via Botticelli, 17 - Tel 0744.421523 - 401882 13


Parmenide sostiene che il sole e la luna si sono distaccati dalla via lattea; l’uno dalla miscela più rada che è il caldo, l’altra da quella più densa che è il freddo. Aëtius, II 20, 8 a [Doxographi graeci 349]

Andi a mo i n o r bi ta ! Durante le serate di osservazione ad occhio nudo della volta celeste, spesso si rimane sorpresi dalla comparsa improvvisa di una sorgente luminosa molto più intensa di quella riflessa dai pianeti Venere o Giove, che si muove velocemente tra le stelle e scompare dopo pochi minuti. Signori, non è l’UFO di turno, non impressionatevi, è la Stazione Spaziale Internazionale (da qui in avanti sarà ISS: International Space Station); basta andare sul sito della NASA alla sezione ISS e possiamo sapere in dettaglio la posizione, il momento e la durata del passaggio sopra Terni. Per vederla da vicino questa ISS, dobbiamo salire a 350 Km di altezza e collocarci in quella che i tecnici definiscono orbita bassa. Grande quanto un campo di calcio con tutti i pannelli solari dispiegati che forniscono 120 KW di potenza, attualmente è formata da una decina di moduli abitabili e da elementi esterni non pressurizzati; è stabilmente abitata da due o più astronauti fin dal novembre 2000 che ci lavorano per portare avanti esperimenti in campi di ricerca come la medicina, la biologia, la fisica, la scienza dei materiali, l’astronomia, la meteorologia, e gli effetti della microgravità sul corpo umano. La parola Internazionale non è posta a caso, ma sta a significare che per la sua realizzazione hanno contribuito ben 16 nazioni, è stata già abitata da 180 astronauti di 15 nazioni, più due turisti (beati loro che avevano da spendere 20 milioni di dollari per il biglietto!) e che per portare in orbita i componenti per la costruzione della stazione, gli astronauti e i rifornimenti, vengono impiegati gli Space Shuttle degli Stati Uniti, i Proton, Progress e Sojuz della Russia, l’ATV dell’Europa e il giapponese HTV che tre mesi fa ha compiuto il suo primo viaggio. Sono bei numeri non vi pare? Voglio continuare a stupirvi: 450 tonnellate che viaggiano a una velocità di 28.000 Km. orari e che impiegano 91 minuti per ogni orbita, ovvero in un giorno la ISS effettua circa 16 giri intorno al nostro pianeta. L’Italia, in tutto questo scenario, riveste un’importanza considerevole essendo il terzo paese al mondo per partecipazione, dopo gli Stati Uniti e la Russia e che l’Alenia Spazio, per conto dell’Agenzia Spaziale Italiana, ha costruito tre moduli polivalenti, i Nodi 2 e 3, la cupola di osservazione e contribuisce inoltre come progettazione e costruzione al veicolo di rifornimento ATV europeo. Tra gli astronauti italiani, Umberto Guidoni è il primo ad entrare nella ISS nel 2001, successivamente Roberto Vittori nel 2002 e nel 2005 (è stato inoltre assegnato alla missione Shuttle STS -134 nel 2010), ancora, nel 2007, è stata la volta di Paolo Nespoli. Date un’occhiata alla foto per ammirare la stazione in tutta la sua interezza e come appare la Terra sullo sfondo da questa altezza... entusiasmante non è vero? Il prossimo mese saliremo più in alto a visitare il Telescopio Spaziale Hubble! Tour virtuale all’interno della ISS: http://www.nasa.gov/externalflash/ISSRG/ Passaggi sopra Terni : http://spaceflight.nasa.gov/realdata/sightings/index.html Tonino Scacciafratte Presidente A.T.A.M.B. - tonisca@gmail.com

As s o c i a z i o n e Ternan a A strofili - Massimiliano Be ltrame V i a M a e s t r i d e l L a v o r o , 1 - Te r n i tonisca@gmail.com 329-9041110 www.mpc589.com

L’osservatorio astronomico di S. Erasmo è aperto g r a t u i t a m e n t e per i cittadini l’ultimo venerdì di ogni mese dalle ore 21,30.

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Una

costellazione

al mese

Proprio sotto i piedi del cacciatore Orione è facilmente rintracciabile una piccola costellazione molto antica: la Lepre, dalla forma di una “x” corsiva un po’ deformata. E’ rappresentata come una lepre acquattata in attesa di fuggire: Orione, come racconta il mito, era appassionato di caccia alla lepre ed è quindi giusto che una lepre sia posta ai suoi piedi in cielo. Tra Orione e i Gemelli, all’interno del Triangolo invernale formato dalle stelle luminose Procione (nel Cane Minore), Betelgeuse (in Orione) e Sirio (nel Cane Maggiore), è facile rintracciare la costellazione dell’Unicorno, costituita da poche stelle molto sparse e poco luminose. Rappresenta l’unicorno, animale mitico, raffigurato come un cavallo con un unico corno lungo e dritto posto in mezzo alla fronte. La costellazione è tagliata dalla fioca Via Lattea invernale: in essa sono racchiuse diverse nebulose tra cui la celeberrima Rosetta e una vera infinità di ammassi aperti, tutti oggetti difficili da osservare con un comune binocolo. Giovanna Cozzari

Pillole di Astronomia La porzione invernale della Via Lattea scorre diagonalmente verso sud e attraversa le costellazioni dell’Auriga, passa a metà tra i Gemelli ed Orione e continua nell’Unicorno. Il nostro sguardo è rivolto verso l’esterno della Galassia, quasi in direzione opposta rispetto al centro galattico nel Sagittario: ecco perché la Via Lattea invernale GC è poco luminosa.


L’ a s t r o f i l i G al i l ei e la Tor i a ‘L iocen trica Stevo da ddu’ ore fermu a la stazzione, su ‘n trenu ‘n partenza affiancu a ‘n andru, quanno... guardanno da lu finestrinu... t’ho vvistu quill’andru trenu a pparti’. Spazzientitu ho fattu a Zzichicchiu che mm’accompagnava... Partono tutti e noi ancora no!?... Me tt’ha rispostu... A Lunardi’... guarda ‘n bo’ mejo!?... Semo noi che cce movemo! E’ come quanno stai a vvede’ lo Sole... lu vedi che sse mòve da Este versu Oveste invece è ssulu ‘n’impressione... perché è la Terra che sta a ggira’ da Oveste versu Este!... Ma che stai a ddi’... famme vede’ mejo!?... Eppure se mòve!... Scì lo diceva anche Galilei... lu ‘stronomu pisanu... lu 1610. Ce l’aveva co’ la Terra quanno essu voleva cambia’ la Toria Giocentrica co’ qquella ‘Liocentrica... ma l’hanno arrestatu! In quillu momentu èccote lu bijettaju... io sovrappenzieru vedennulu co’lla divisa... l’ho scambiatu pe’n pulizziottu! E... come se mme fossi ‘mmedesimatu co’llu scienziatu ho ‘sclamatu... No, no ciài raggione Zzichi’... artiro tuttu... me so’ sbajatu! Semo noi che cce movemo... meno male stemo a pparti’! paolo.casali48@alice.it

ASTROrime... La cometa Guardando un bel cielo stellato quando uno si trova un po’ giù dai pensieri si sente rinato come se non ci stessero più. Ma poi vengono altri pensieri... osservando le stelle brillare... quel cielo di oggi... è di ieri… (stelle distanti anni luce) basta questo per farti sognare! Osservando il cielo da esteta tu ne vedi di tutti i colori (stelle rosse, azzurre...) a volte c’è qualche cometa (palla di neve sporca) tra gli astri la sera di fuori. La chioma che par luminosa... si dice ch’è fatta di gelo e la coda ch’è tanto radiosa è come se fosse un gran velo. (ioni, polveri) Si dice che portano iella... si dice che facciano danni... ma una volta passata la stella... sereni ritornano gli anni. Nel mondo son tanti i disastri... li sentiamo purtroppo ogni giorno... che ci vuole a incolparli quegli astri... che ogni tanto ci girano attorno!? (comete periodiche...) Una cometa col tempo scompare... e noi le diciamo buon viaggio... sperando che quando riappare... ritrova questo mondo più saggio! PC

Accadde a Febbraio... Plutone, il pianeta declassato 4 febbraio 1906: nasce l’astronomo statunitense Clyde William Tombaugh. 18 febbraio 1930: Tombaugh scopre Plutone. Già dai primi del ‘900 era diffuso il sospetto che al di là di Urano e Nettuno ci fosse un altro pianeta che causava perturbazioni nelle loro orbite. Veniva definito Pianeta X. In particolare gli astronomi statunitensi William Pickering e Percival Lowell, dell’osservatorio di Flagstaff, lavorarono a lungo su questa ipotesi, ma senza alcun successo. Clyde Tombaugh, all’epoca della scoperta di Plutone Nel 1916, dopo la scomparsa di Lowell, Vestro Slipher divenne direttore dell’osservatorio e proseguì la ricerca per oltre un decennio. Nel 1929 assunse Clyde Tomabaugh, che scoprì il nuovo pianeta nel febbraio 1930, mediante il confronto di numerose lastre fotografiche ottenute a fine gennaio dello stesso anno, presso l’osservatorio Lowell in Arizona. Le immagini risultarono assai dilatate, ma quella di Plutone apparve al posto giusto, coerentemente con gli spostamenti sulle lastre del 23 e del 29 gennaio: li rilevai alle 4 pomeridiane del 18 febbraio 1930. La notizia fu però diramata solo il 13 marzo. Per facilitare la ricerca, Tombaugh inventò una macchina che permetteva di analizzare alternativamente le lastre fotografiche relative ad una stessa zona di cielo, scattate a distanza di qualche ora, per individuare se qualche oggetto si era mosso rispetto alle stelle fisse (un sistema ancora oggi utilizzato, in forma computerizzata, dai cacciatori di pianetini). Al pianeta venne dato il nome di Plutone in onore della divinità romana degli inferi; il suo simbolo è la raffigurazione stilizzata di una P ed una L, le iniziali di Percival Lowell, che per primo ne ipotizzò l’esistenza e che non si avvide di averlo ripreso sul margine di due lastre del 19 marzo e del 7 aprile 1915. Tombaugh racconta così la scoperta di Plutone: Improvvisamente mi balzò agli occhi un oggetto di quindicesima magnitudine. “Eccolo”, mi dissi. Un’emozione incredibile mi travolse: questa sarebbe stata una scoperta storica. Mi diressi subito nell’ufficio del direttore. Cercando di controllarmi, entrai nell’ufficio ostentando indifferenza. “Dr. Slipher, ho trovato il suo Pianeta X”. Il Dottore sobbalzò dalla sedia, mostrando uno sguardo compiaciuto ma riservato. Al ritorno dalla seconda guerra mondiale però, Tombaugh fu licenziato da Slipher “per mancanza di fondi”, ma il nostro scopritore, sulla vera causa, commentava: era geloso che l’avessi trovato al posto suo. Tombaugh morì nel 1997, a 91 anni, e, nel 2006, la IAU, International Astronomical Union, ha dichiarato il declassamento di Plutone da pianeta a pianeta nano. Ma perché? La IAU ha stabilito che un pianeta è “un corpo celeste che orbita attorno a una stella, pur non essendo una stella essa stessa, con una massa sufficente a far sì che la propria gravità gli dia forma quasi rotonda, e abbia forza tale da ripulire le zone adiacenti alla sua orbita” . Plutone è effettivamente sferico come gli altri pianeti, orbita intorno al Sole, possiede un’atmosfera, benché debole, e delle stagioni, ma ahimè, non ha una gravità sufficiente a spazzare via i corpi che gli stanno intorno. Inoltre la grandezza del pianeta, … pardon, ex pianeta, è di molto inferiore alla nostra Luna (2306 Km di diametro, contro i 3476 del nostro satellite) ed è stato calcolato che la sua massa è un sesto di quella della Luna stessa. E così Plutone diventa nano, insieme a Cerere, Haumea, Makemake ed Eris. A proposito di dimensioni, Plutone ha recentemente subìto un altro duro colpo: Eris, scoperto nel 2005 dall’astronomo Michael Brown è più grande. Insomma, non solo è stato declassato a pianeta nano, ma non può nemmeno essere definito il maggiore della sua categoria. Lo stesso Brown ha affermato che “Plutone non sarebbe mai stato considerato un pianeta, se fosse stato scoperto oggi”. La NASA tuttavia nel gennaio 2006 ha lanciato verso Plutone la sonda New Horizons, che giungerà a destinazione nel 2015 e solo allora potremo saperne di più. Chissà se i risultati delle ricerche porteranno gli scienziati a confermare la declassazione o se invece bisognerà ravvedersi? Fiorella Isoardi Valentini

Osservatorio Astronomico di S. Erasmo Osservazioni per il giorno Venerdì 26 febbraio 2010 Puntando il telescopio a sud ben alto sull’orizzonte, potremmo ammirare molto vicini tra loro, rispettivamente la Luna, Marte e l’ammasso aperto M45 chiamato anche Alveare o Presepe. La bella costellazione di Orione si rende presto invisibile immergendosi nell’inquinamento luminoso di Terni, per cui volgendo lo sguardo ad est a cercare un cielo più buio, avremo la sorpresa di osservare Saturno che, sorgendo dalla montagna di Torre Maggiore verso le ore 23, diverrà l’oggetto più interessante nella seconda parte della notte. Come di consueto, e a completamento della serata, l’osservazione del cielo ad occhio nudo con le indicazioni di tutte le costellazioni visibili e, con il computer, navigheremo fino ai confini dell’universo. TS

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La pagina febbraio 2010  
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