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L’ a m b i e n t e ? Viene dopo!...

Testa e Croce

Non c’è trippa per gatti Egidio Pentiraro

Gianfranco Maddoli

Testa C’era una volta un sindaco…, parliamo di Ernesto Nathan che fu il primo sindaco di Roma Capitale. D’origine inglese, sulla sua famiglia ebbe una grande influenza Giuseppe Mazzini negli anni dell’esilio londinese. Fu un’ascendenza determinante che continuò anche quando Ernesto Nathan si trasferì in Italia. Nel 1888 prese la cittadinanza italiana; fu progressista, laico, massone, parlamentare della sinistra storica e figura preminente in una capitale che contava poco più di duecentomila abitanti, in una realtà locale e italiana in gran parte

A more

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Il matrimonio in prova dellavoratore aprogetto

N° 2 - Febbraio 2007 (42)

Francesco Borzini

Dedicato al mondo del

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’Sti ppagliacciate

Sa n Va l en t i n o

Accendendo la radio, in una distratta mattina di gennaio, subito vengo colpito da un’onda d’urto di parole biascicate ad una velocità da rapper, pronunciate in un accento romagnolo che riporta le mie reveries ancora «adagiate sul cuscino» ad un sapore dolce di spiagge di riviera e di piadine rosolate. Il mantra è così coinvolgente ed inebriante, pur nel suo incedere aggressivo di implacabile marcia, che solo dopo pochi

’Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive … La morte è ’na livella, si giustifica nella poesia di Totò il netturbino sepolto accanto al Marchese offeso per l’ignobile vicinanza, ricordandogli che discriminare è una fesseria che fanno solo i vivi. Parole sagge. Tutti noi, intendo dire quelli

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Futuro dei giovani... ????

La curios i t à non è d on na

Alessia Melasecche

Claudia Mantilacci

Nel breve volgere di un decennio alcune certezze del welfare tradizionale dell’Italia del secolo scorso stanno crollando. La maggiore scolarizzazione, fino alla Laurea o al Master successivo, unita alla difficoltà della società odierna di inserire in modo stabile milioni di giovani, hanno spostato di circa dieci anni la data in cui si va via

La curiosità è donna recita un detto popolare, quasi a voler denigrare questo stato d’animo relegandolo a mero passatempo femminile di scarso valore che non può assurgere al rango di occupazioni più blasonate come l’informazione, la politica o altre attività ritenute più degne per l’universo maschile di quanto essa non possa essere.

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Amore

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Verità: sost. femm. inv. sing. Piero Fabbri

Sconcerta la constatazione, negli anni, in occasione del 14 febbraio, dell’opera da apprendisti impresari teatrali di “amministratori” volta ad assoldare, con quattrini pubblici, cantanti che cantano canzoni d’amore! Che immane, geniale rivoluzione quella di ingaggiare chi chiede solo di essere ingaggiato!

Il giornalista c’è poi davvero andato, in quel carcere d’alta Lombardia, a vedere la cella e gli occhi del signor Romano da Erba. E avrà certo provato anche a registrare le parole e i respiri della di lui consorte. E io leggo, mentre bevo il caffè amaro della mattina, dei loro sguardi, delle loro paure, delle sbarre fitte e rigide, della loro verità. Verità come sempre legata ad un possessivo, come è ormai

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AMORE paradossale ma reale

La mano del consigliere e la tecnica della toilette

Adelaide Roscini

Francesco Patrizi

Giampiero Raspetti

Giocondo Talamonti

Un attento osservatore e critico delle trasformazioni ambientali in corso, Francesco Erbani, in un recente libro di cui consiglio a tutti la lettura, L’Italia maltrattata (ed. Laterza), si chiede se dobbiamo arrenderci al fatto che la storia, con le ragioni oggi vincenti della tecnica e della economia, continui a sottomettere e consumare la natura, o se siamo ancora in grado di ristabilire un circuito di arricchimento reciproco fra la storia e la natura, fra l’intervento dell’uomo e il secolare equilibrio ambientale raggiunto nel corso dei secoli. Nel numero di dicembre di questo mensile ho iniziato ad

Pagina 162 di Velvet, rivista di moda mensile che esce con La Repubblica. Foto grandissima di Simone de Beauvoir e Sartre anziani, seduti ad un caffè di Parigi. Che cosa ci fanno i due filosofi in una rivista di moda, accanto alla gigantografia dei neuroni e dopo la Rotatine Tower e il jazzista Akosh S.?

I componenti della Giunta Comunale di Terni si sono visti recapitare delle multe per aver deliberato un impiego dei BOC (i buoni ordinari del comune) che, secondo la Corte dei Conti, non è lecito. Il caso è finito sulla stampa nazionale, accompagnato dai coloriti commenti dei diretti interessati: chi ha gridato al

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Verità: sost. femm. inv. sing.

’Sti ppagliacciate

Una delle grandi crisi della conoscenza del XX secolo appena sepolto: e allora ci sarà forse stato qualche scrittore, qualche giornalista, qualche penna arguta e pungente che per la prima volta ha violato la regola, avvicinando un aggettivo possessivo alla immacolata e non-possedibile parola. Tizio racconta la sua verità avrà scritto con intento aggressivo e provocatorio, magari per sottolineare quanto Tizio fosse realmente convinto della propria versione dei fatti. Bella trovata, bel titolo; uso intelligente di un’ardita figura retorica. Solo che poi le belle idee vengono copiate, ripetute, usate a tappeto, svuotate. Non solo moda, Non solo pasta, Non solo bidet, Non solo carciofi. Divani e divani, Scarpe e scarpe, Maiali e maiali, Mutande e mutande. La mia verità, la tua verità, la verità del lombrico. E la verità di chi nega l’estrema unzione a Welby, di chi la dà a Pinochet, di chi organizza vallettopoli, di chi conta i morti militari e non quelli civili, di chi fa i film con l’eroe con lo sguardo lucido e fremente che pensa ai figli lontani e alla moglie fedele mentre arriva l’ultimo assalto di migliaia di selvaggi, che certo lo uccideranno, nella scena finale. Scena finale in cui lui squarta con la spada gloriosa almeno trenta indistinti assalitori, che forse non sono uomini, forse non hanno figli e compagne, forse non hanno anima, perché il film non racconta la loro verità, ma solo quella dell’eroe. E mentre il caffè finisce mi chiedo perché mai devo continuare a leggere la verità di questa sgozzatrice di bambini, di questo fracassatore di teste, invece di concentrami, che ne so, sulla verità del sorriso di quella bambina che racconta alla madre cosa farà oggi a scuola. O magari alla verità della preoccupazione del barista, che forse proprio oggi deve pagare l’IVA. O alla mia propria scema verità, che in questo momento consiste nel banale caffè (appena finito), nella solita brioche (nonostante il colesterolo) e nel lanciare nel cestino il giornale, che mi racconta verità delle quali non ho affatto bisogno. P. Fabbri

che, per fortuna o disegno divino, non dispongono ancora della saggezza dell’oltretomba, abbiamo un’innata predisposizione a distinguere e, quando lo facciamo, non ci risparmiamo i campi. Spaziamo dal colore della pelle alla religione, dal ceto alla cultura, dal bello al brutto, dal bene al male, fino ad inventarci settori di applicazione che sfuggono a quella stessa razionalità con la quale argomentiamo la difesa della idea di disuguaglianza. Siamo maestri dell’elucubrazione separatoria, esperti sopraffini della distinzione, tanto da riuscire a differenziare anche il niente. Insomma, per noi certi morti sono più morti di altri. In questo esercizio mentale masturbatorio non ci è di aiuto neppure la Chiesa che rifiuta il conforto religioso al suicida, senza sapere quali drammi fisici o psicologici abbiano portato il disgraziato a prendere la decisione estrema. Il principio della sacralità della vita va difeso a prescindere dalle motivazioni che portano un individuo a togliersela, sentenziano in Vaticano; bene, diamolo come assioma. Meno difficile, però, è capire perchè la stessa procedura non sia applicabile agli assassini, parimente dissacratori della vita. Mentre a Welby non sono stati sufficienti trent’anni di sofferenze, da lui giudicate alla fine non più sopportabili, per meritare una benedizione, Pinochet, che ha sterminato centinaia di migliaia di suoi concittadini nell’arco di una esistenza passata nell’opulenza oltre che nel disprezzo della vita altrui, s’è visto (si fa per dire) riconoscere un funerale religioso in pompa magna. Stessa pietosa e amorevole sorte è stata riservata al capo della Banda della Magliana, morto ammazzato dopo una vita di violenze e sangue, oggi ospitato in un’urna marmorea in una cattedrale romana a fianco di santi, vescovi e prelati. Chissà se anche lui, come il netturbino di Totò, si sia dovuto difendere dall’insofferenza dei suoi illustri vicini, dicendo: ’Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo à morte! G. Talamonti

inevitabile. I giornali parlano della verità di Bush, che è sempre diversa da quella dell’Europa e anche da quella di Bin Laden, ma anche la giovane cantante che si innamora del meno giovane collega sposato racconta la sua verità sulla sua passione, prima che la racconti qualcun altro (magari la consorte dell’amato). E con loro cento altri, depositari non della verità assoluta, ma della loro verità, ben circoscritta e racchiusa. Eppure me lo ricordo, quando la verità non ammetteva il possessivo: quando uno - al massimo - poteva dare la sua versione dei fatti, mica la sua verità. Perché una versione dei fatti poteva risolversi in enorme menzogna senza contraddizione, anzi: quando c’erano più versioni dei fatti in contrasto tra loro, si formavano subito gruppi di partigiani che sostenevano che solo la loro, e non l’altra versione, era degna di essere accostata alla sacra Verità, che a quei tempi era ancora platonicamente irraggiungibile, idea dell’iperuranio, ma quantomeno era un gran bel faro guida, perdinci. Non era ancora ridotta al rango d’un paio di calzini, che ognuno ha i suoi e se li tiene, per quanto puzzolenti possano essere. Un po’, forse, la colpa è dei grandi logici del ventesimo secolo, chissà. Gödel che massacra l’illusione della matematica perfetta, fino allora ritenuta il regno inviolabile del vero dimostrato e del falso dimostrabile, ma che da lui in poi deve fare i conti con l’indecidibile. E poi Tarski che completa l’opera, prelevando proprio il concetto logico di verità, strizzandolo da tutte le parti, per poi concludere che la verità non è neppure definibile, dal punto di vista logico.

L’ a m b i e n t e ? Vi e n e d o p o ! . . .

affrontare il tema del paesaggio, che in questi ultimi decenni ha subìto, particolarmente anche se non certo esclusivamente in Italia, violenze e stravolgimenti mai conosciuti prima; continueremo a sollecitare riflessioni e interventi su questo e sui tanti argomenti connessi nell’intento - fatto proprio da La Pagina - di contribuire a risvegliare una coscienza e un’attenzione diffusa per problematiche che non possono più essere delegate alla sensibilità di pochi ambientalisti a fronte degli spregiudicati interessi di alcuni e alla frequente disattenzione o impotenza delle istituzioni. A questo proposito una riflessione e un esame di coscienza si impongono: se il ceto politico non è in grado spesso (lo si vede dai risultati) di intervenire con costante lungimiranza nella equilibrata salvaguardia del nostro territorio o non ne ha la forza (il che non vuol dire arresto dello sviluppo e della modernità, come certi imprenditori e certi amministratori di basso profilo vorrebbero far credere!), ciò è dovuto al fatto che esso esprime una base di cittadini mediamente insensibile e incapace di guardare oltre il circoscritto immediato tornaconto. Se si continua a consumare inutilmente le risorse disponibili, se in nome dell’utile privato si cancellano bellezze naturali o si violentano d’improvviso assetti urbani che sono il risultato di un equilibrio secolare, se il nuovo edificato è molto spesso di infimo livello

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Re g i s t r a z i o n e n . 9 d e l 12 n ovem b re 2002 p resso il Trib u n a le di Terni Re daz i o n e : Te r n i V. C arb on ario 5, t el. 074459838 - f ax 07 44424827 Ti p ograf ia: Um b riagraf - Tern i I n c o l l a b o r a z i o n e c o n l ’ A s s o c i a z i o n e C u l t u r a l e F r e e Wo r d s

Direttore responsabile

M ic h e le R ito L ipos i

COM I TATO DI DI REZI O NE

Serena Battisti, Elettra Bertini, Pia Giani, Lorella Giulivi, Giuliana Orsini, Alessia Melasecche, Francesco Patrizi (vicedirettore), Egidio Pentiraro, Giampiero Raspetti (direttore), Alberto Ratini, Albano Scalise, Giuseppe Sforza.

Società Editrice Projecta - Tel. 3482401774 i n f o @ l a p a g i n a . i n f o

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qualitativo, se nel migliore dei casi ci si accontenta di impossibili compromessi, ciò non va attribuito alla ineluttabile perfidia dei tempi ma alla insufficiente cultura e gerarchia di valori e quindi alla insufficiente sensibilità dei cittadini di questo paese e di conseguenza del ceto politico che esso si sceglie per essere governato. A questo si aggiunge in Italia la frammentazione di competenze e di malintese autonomie che impediscono di impedire, ad esempio, che il Comune male amministrato distrugga l’indivisibile patrimonio ambientale che il limitrofo Comune, affidatosi a più saggi reggitori, cerca in ogni modo di difendere e di valorizzare. Una contraddizione della democrazia italiana che sta alla politica sanare. Analoghe considerazioni vanno fatte per problematiche apparentemente diverse ma in realtà strettamente connesse, come quelle relative ai cambiamenti climatici di cui oggi tanto si discute e che cominciano (ancora una volta tardivamente!) a preoccuparci sul serio: ma di queste torneremo a parlare. Oggi mi preme sottolineare - e sta qui il senso di questo e simili interventi - che senza una vera presa di coscienza da parte di tutti e una disponibilità a trarne dovute conseguenze anche se devono costare qualche rinuncia personale o qualche impopolarità politica, il futuro del nostro ambiente - dal territorio locale all’ecosfera - si presenta foriero di gravi problemi per noi e soprattutto per chi ci seguirà. Alla domanda di Erbani che ho riproposto all’inizio non esiste risposta positiva se non invertendo la purtroppo diffusa gerarchia di valori, che oggi vede al primo posto il mercato e l’interesse immediato di alcuni e relega la difesa e la valorizzazione dell’ambiente, nei fatti se non a parole, ai gradini inferiori della classifica; e non può esistere risposta positiva se non costruendo con pazienza, nella scuola come nei partiti e in ogni altra sede possibile (ma al più presto, perché siamo ormai giunti ai tempi supplementari), una cultura di base che si traduca, attraverso le opportune sollecitazioni e le necessarie denunce, in decisioni politiche a tutti i livelli. Purché ognuno faccia la sua parte. G. Maddoli


La mano del consigliere... complotto, chi (dell’opposizione) ha giurato di aver votato contro (…sì, forse, non ricordo) e chi, invece, ha confidato candidamente che a Palazzo Spada si va per chiacchierare, per incontrarsi… poi, quando sei lì, alzi la mano e a volte non sai neanche che cosa voti! Questo imprudente e ciarliero consigliere si è così esposto al pubblico ludibrio, ma noi crediamo che nelle sue parole ci sia un fondo di legittimità e vogliamo cimentarci nell’ardua e impopolare impresa della difesa d’ufficio. È vero, Vostro Onore, che la politica è fatta di alta manovalanza e di bassa manovalanza. Quella alta partorisce grandiosi progetti, ma poi le idee hanno bisogno di mani alzate e di tasti pigiati per camminare e vedersi realizzate. L’arte politica del tessere trame e trovare voti è un delicato miscuglio di tattica, intuizione e colpo di genio. Nella passata legislatura era in voga una tecnica di rara abilità detta strategia della toilette: la minoranza parlamentare si presentava in aula con pochi deputati, la maggioranza radunava i suoi presenti (di numero poco superiore) e decideva, con un blitz, di votare subito un emendamento; in quel momento si materializzavano frotte di parlamentari della minoranza che erano rimasti nascosti nelle toilette e l’emendamento veniva bocciato. Tecnica efficace, tanto che la maggioranza si vide costretta ad organizzare una pattuglia scova-deputati che sorvegliava cessi e zone limitrofe alla ricerca dei tiratori di frodo. La politica è fatta anche di questo, simili escamotages erano un invito a tornare alla vecchia democristiana passeggiata sot-

tobraccio per la buvette, alla scuola peripatetica delle alleanze trasversali e dello scambio di voti. Dagli alti scranni ai piccoli, la scuola non cambia e il nostro malcapitato consigliere è stato solo un po’ ingenuo, Vostro Onore, lui per lavoro parlotta e confabula, è uno sporco mestiere, ma qualcuno deve pur farlo. E non è vero che non si è informato su cosa stava votando… altro che vuoti di memoria, io non c’ero - se c’ero dormivo, giuro che ho votato contro adesso mi riguardo sulla diretta televisiva… lo sappiamo, cari consiglieri, che vi siete fidati di qualcuno che vi ha detto: votate, tranquilli, è tutto regolare, si può fare. E voi avete alzato la mano. Fa parte del mestiere (rischi annessi). Terminata la difesa d’ufficio, per non rischiare l’impopolarità presso i nostri lettori, ci concediamo ora un po’ di bassa ironia (è il nostro sporco mestiere!): ecco delle piccole accortezze ad uso e consumo dei consiglieri comunali più disattenti. Tanto per cominciare non stiracchiatevi quando si vota, altrimenti possono scambiare il braccio allungato per un assenso. Se in quel momento arriva il barista col cappuccino caldo, non sbracciatevi per chiamarlo, potrebbe sembrare un voto a favore della delibera. Se avete dei sospetti riguardo alla vostra sudorazione, non sollevate il gomito e rimandate la prova olfattiva al momento successivo alla votazione… F. Patrizi p.s. ovviamente non so cosa ho scritto in questo articolo, il direttore ha detto fammi un pezzo d’attualità ed io ho digitato qualcosa sulla tastiera mentre parlottavo con i colleghi e bevevo un caffè passeggiando per l’ufficio…

Futuro dei giovani... ???? Scuole ed università europee nella Redazione de LA PAGINA L’Istituto Magistrale F. Angeloni di Terni e la SSIS Umbria - Università di Perugia coordinano un Progetto Comenius finanziato dalla UE, nel cui ambito organizzano, in Umbria, un meeting delle istituzioni educative coinvolte nella partnership. La Pagina, attenta alle problematiche della formazione dei giovani europei, ospita, Mercoledì 7 Febbraio, le delegazioni di Scuole ed Università provenienti da: Antalya Turchia Terceira - Isole Azzorre Portogallo Porto Portogallo La Guardia Galizia - Spagna Salonicco Grecia Creta Grecia Zabrze Polonia per un forum di discussione sui sistemi formativi dei paesi dell’Unione, di cui sarà presentata sintesi nel prossimo numero del giornale.

da casa per formarsi una nuova famiglia. La globalizzazione e la conseguente competitività hanno portato alla flessibilità nel mondo del lavoro con tutta una serie di nuovi contratti, dai co.co.co ai co.co.pro, che protraggono, spesso a lungo, una situazione di incertezza, con tutto ciò che ne deriva. Le conseguenze per un gran numero di giovani sono chiare, anche in considerazione del fatto che con le ultime riforme previdenziali, dalla Dini alla Maroni, il sistema è passato da retributivo a contributivo, per cui ognuno riavrà non più in proporzione alla posizione finale prima del pensionamento, ma solo in proporzione a quanto si è versato. Quindi, si inizia il lavoro tardi, si comincia a creare una posizione previdenziale di una qualche consistenza ancor più tardi. Quando verrà il momento della pensione, si formerà una classe molto estesa di ex precari che non saranno in grado di provvedere né a se stessi né dare un aiuto di una qualche efficacia ai

propri figli. Non sono molti quelli che si preoccupano di questa situazione che rappresenta invece un fenomeno prima o poi esplosivo. C’è chi parla di guerra fra lavoratori, di egoismo e di conflitto intergenerazionale, in quanto più è favorevole il trattamento per la massa di coloro che oggi lavorano, anche dal punto di vista dell’età pensionabile, peggiore sarà la situazione per chi inizia solo oggi il proprio percorso. Il problema della riforma previdenziale è stato stralciato dalla Finanziaria perché avrebbe causato dissidi interni alla maggioranza fino a presagire la caduta del Governo. Il confronto fra riformisti e conservatori è serrato e sembra probabile un ulteriore rinvio. Avranno i nostri eroi il coraggio di evitarlo? Governare vuol dire anche, e soprattutto, assumersi di fronte al Paese ed alla storia le proprie responsabilità. La partita è aperta ed ognuno di noi saprà giudicare. alessia.melasecche@libero.it

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La curiosità non è donna

Carissimi lettori, siamo lieti di portarvi a conoscenza che da questo mese La Pagina diventa anche multimediale e visibile on-line. La trovate all’indirizzo http://www.indagendi.com. Intendiamo redigerla con spirito e rigore morale consueti. Se selezionerete La Pagina che compare nell’icona a sinistra sotto l’intestazione News troverete oltre al numero corrente in distribuzione a stampa anche l’archivio dei numeri precedentemente pubblicati; inoltre l’indirizzo e-mail, lapagina@indagendi.com, articoli che non compaiono sul giornale, filmati, musica, la possibilità di ricevere periodicamente una Newletter con la quale intendiamo inviare ai sottoscrittori notizie di economia, politica e costume relative non solo al territorio strettamente regionale. Se invece selezionerete @ scuola con il computer che compare a destra sotto la scritta About this site potrete navigare in uno dei magazine elettronici più diffusi nel mondo della formazione oggi disponibili. La collaborazione con questa rivista mensile si colloca nell’ambito delle aperture che il nostro giornale attiva nei confronti degli alunni, degli insegnanti e dell’alfabetizzazione informatica in generale.

Per capi re

chi sarebbe stato Leonardo da Vinci senza la sua innata curiosità). La curiosità di chi viaggia è ben distinta da quella di chi va in vacanza, perché senza la curiosità non si visita mai veramente un luogo, non c’è la voglia di scoprire culture nuove o di perdersi in realtà tanto dissimili e lontane dalla nostra. Solo grazie alla curiosità si può aver voglia di crescere culturalmente ed umanamente. La nostra evoluzione personale ed individuale può prendere le mosse solo dalla curiosità che ci spinge a viaggiare, a leggere un libro, ad approfondire una notizia sentita per caso alla radio, a farsi delle domande e cercare di ottenere risposte soddisfacenti. Capita spesso di parlare con persone che non manifestano la più piccola curiosità verso ciò che le circonda, essendo stimolate solo da gossip sull’ultimo amore della velina col calciatore di turno: questa non è curiosità ma solo voglia di pettegolezzo ed invadenza.

Quando ci troviamo a parlare d’arte, di viaggi o di cultura con queste persone ci accorgiamo che il loro intelletto non è sollecitato da ciò che raccontiamo loro, che quando parliamo dell’ultimo film visto o dell’ultimo libro letto i loro occhi non brillano per il desiderio di vedere quel film o leggere quel libro, ma sono solo interessate a sapere come vada a finire senza avere la minima curiosità di vederselo o leggerselo da sole. Queste persone, quando raccontiamo loro dell’ultimo viaggio fatto o dell’ultimo museo visitato, provano solo invidia per la nostra vacanza e non per le conoscenze e l’arricchimento che abbiamo acquisito con queste esperienze. Appare una perdita di tempo anche parlare con loro di argomenti di cultura generale poiché, il dialogare con una persona non-curiosa, che non abbia il minimo interesse riguardo ciò che le stiamo dicendo, somiglia ad uno sfoggio di erudizione fine a sé stesso che non arricchisce chi ascolta (o meglio chi sente) né tanto meno chi parla, che si ritroverà quasi a fare uno sterile monologo. Quindi, cercate di essere curiosi, di scoprire sempre cose nuove, di avere sete di conoscenza e di novità e tenete bene a mente una frase che disse Ezra Pound durante un’intervista: …Questo è il mio consiglio ai giovani: avere curiosità. C. Mantilacci

Pe r a ma r e

Come se per curiosità s’intendesse solo quella della pettegola di turno, curiosa di conoscere i fatti altrui per ricavarne un po’ di gossip nazionalpopolare. Ma la curiosità, quella vera, è altra cosa, ben distinta dal pettegolezzo, patinato o no che sia. La curiosità reale, la voglia d’imparare, di scoprire, di sapere è alla base di tutte le rivelazioni scientifiche, di tutti i traguardi raggiunti dall’umanità, di ogni libro letto e di quasi tutti i libri scritti. La curiosità di conoscere le cause prime di una vicenda storica, di un modo di dire o di una consuetudine è sostanziale per la nostra crescita intellettuale e personale. Non si può non essere curiosi, non ci si può contentare delle notizie che ci arrivano filtrate ed edulcorate dai mass-media, magari ascoltate durante un pasto, con poca attenzione e - appunto - poca curiosità. Se vi dovessero accusare di essere troppo curiosi, disprezzando il vostro sforzo per entrare nel merito di una tematica, per approfondire un argomento che vi interessa o anche per il solo desiderio di conoscere i retroscena di un avvenimento, non sentitevi offesi ma andate fieri della vostra curiosità perché è sintomo di intelligenza, di sete di conoscenza e di intelletto attivo. La curiosità vera, quella virtuosa, è il sentimento che ha spinto tanti scienziati ed eruditi ad arricchire il nostro patrimonio culturale ed intellettuale (pensate solo per un momento a

P er co no scer e

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Il matrimonio in prova d e l lavor at ore a p rogetto secondi, ancora ebbro di sonno, riesco a distinguere il loro senso e l’inconfondibile tono del suo autore. Trattasi dell’ex ministro Giovanardi, principe assoluto di una tavola rotonda radiofonica in cui si dibatte di coppie di fatto: l’argomento è di quelli che gli sta a cuore e la sua voce è un fiume in piena. Inarginabile. Specie quando pronuncia la parola omoshesshuali, la voce si impenna, sobbalza, quasi sogghigna. Senza disprezzo alcuno (non sarebbe politicamente corretto), ma forse lasciando intravedere ai più maliziosi la sorpresa del vitellone che rimane incredulo di fronte a chi non apprezza le ineffabili virtù del gentil sesso. La tempesta di sillabe acute come lame ridiventa, d’un tratto, un mare calmo, piatto, rassicurante, quando a prendere la parola è l’ormai preclara e immancabile senatrice Binetti. Neuropsichiatra dell’Opus dei, animatrice dei Comitati scienza e vita, nemica giurata (e vincente) dei referendum sulla procreazione assistita. Chi ne schernisce l’aria compunta e parrocchiale, probabilmente ne ignora la cultura profonda e l’acume politico. Anche lei parla con studiata sorpresa della diffusa esigenza di riconoscimento delle coppie di fatto: si stupisce la teo-dem della Margherita delle motivazioni che possono spingere due giovani a convivere invece che a unirsi in matrimonio, e nello stesso tempo a richiedere allo Stato diritti analoghi a quelli delle coppie sposate. In molti se lo chiedono, un po’ furbescamente: ma chi ha davvero bisogno dei PACS? Sempre più spesso si sente rispondere che i beneficiari reali del tanto dibattuto istituto, sarebbero soltanto i divorziati che non possono risposarsi prima di 3 anni, qualche bizzarro antipatizzante delle ritualità matrimoniali e gli omosessuali (alle cui unioni, è bene ricordarlo, non viene riconosciuto in Italia alcun diritto: e questa è una forma di segregazione indegna

di un Paese civile). Ma chi risponde così o è in malafede o non ha minimamente idea delle condizioni di vita di chi ha meno di 40 anni, in Italia come in Europa. Non si può dimenticare che in tutti i Paesi europei è sempre più diffuso il fenomeno del trial marriage, ovvero di prove di convivenza tra giovani che decidono di rendersi autonomi dal proprio gruppo familiare, ma non sono ancora nelle condizioni emotive, sociali ed economiche per affrontare un legame di tipo matrimoniale. Secondo recenti sondaggi quasi il 40% dei giovani al di sotto dei 25 anni prevede di attuare una convivenza come forma di prima unione (dati tratti da la www.voce.info). Questo atteggiamento è il segno di una prudenza nei confronti del vincolo matrimoniale, derivante non da una sua supposta svalutazione, ma anzi da un’alta considerazione dello stesso (Mi sposo solo se sono davvero sicuro della mia scelta, e per esserne davvero certo voglio prima sperimentare la convivenza). D’altra parte, esso è una necessaria ed ineliminabile conseguenza delle normative che hanno reso precario il lavoro, facendo dell’impiego a tempo indeterminato una chimera negata ai più (Se sono economicamente precario, come posso contrarre un vincolo affettivo che duri tutta la vita?). Occorre notare, infine, come in tutta Europa il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto e la diffusione dell’istituto hanno comportato un rilevante aumento della fecondità e non ne è minimamente derivata (nemmeno in Svezia: ed è tutto dire...) una sorta di «sostituzione» dell’istituto matrimoniale. La radio continua a gracchiare, ma a sentire i partecipanti alla tavola rotonda, quello delle coppie di fatto sembra un problema che riguarda soltanto gli anziani difensori dell’ortodossia cattolica, i sacerdoti del mala tempora currunt, le

www.abitareinumbria.it

coppie di cinquantenni divorziati e (tanto per fare dispetto al puntuto Giovanardi) gli omosessuali. Così le esigenze di un’intera generazione di giovani (come accade, del resto, anche quando si parla di riforma previdenziale, di ricerca universitaria o di lavoro...) vengono obliate da chi, per interessi contingenti, fa finta di non accorgersene. Parafrasando un verso omerico, molto spesso la politica sembra essere un’ossessione degli anziani, le cui le conseguenze finiscono per pagarle i giovani. Speriamo che l’ iter del disegno di legge sulle coppie di fatto possa smentire, almeno in parte, questa affermazione. F. Borzini

S a n Che acume! Gran faticaccia! Ma che c’entra San Valentino con le canzonette? Quest’anno, sembra, assisteremo a manifestazioni di solidarietà! Finalmente! Quanto dovremo aspettare però perché nella città di San Valentino, in febbraio, si raccolga l’impegno di un intero anno di solidarietà profuso da tanti giovani nel mondo? Dagli arruolati nell’esercito del bene che, attraverso i Progetti rivolti ai giovani finanziati dalla UE si potrebbero impegnare, nei loro paesi, con valentiniana guida, in azioni di concreta solidarietà, su tematiche annuali concordate: assistenza agli anziani, ai carcerati, ai malati, ai diseredati... magari emulando le stesse Comunità di Sant’Egidio. Ho accennato ad alcuni tra i tantissimi settori della solidarietà, quindi di spiritualità, quindi

AMORE paradossale ma reale Ebbene, la rubrica che propone l’immagine tranquilla e in bianco e nero, tratta di elasticità, e vuole proporre esempi di elementi utili a insegnare come adattarsi a un mondo impossibile senza perdere la bussola. Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre sarebbero dunque classificati come l’esempio migliore di coppia elastica che ci sia stata nel 900. E’ vero, i due scrittori e filosofi sono rimasti insieme fino alla morte naturale di Sartre, avvenuta quando egli era ormai anziano e cieco. Nella memoria di ciascuno e nei manuali di letteratura e filosofia, essi compaiono come i membri di un sodalizio professionale vincente. E anche nelle loro opere rispettivamente più autonome, si nota una discreta e non invadente influenza di ciascuno sull’altro. Eppure su Velvet sono un ottimo esempio di coppia elastica. Certo: tanto Simone, quanto Jean-Paul hanno avuto degli innamoramenti esterni che non sono stati troppo nascosti. Alcuni significativi accenni emergono nelle opere letterarie e autobiografiche di Simone de

Beauvoir. Ma l’elasticità non riguarda solo questo aspetto che oggi relegheremo a puro gossip. La loro bravura è stata nel fare gran parte delle esperienze formative autonomamente e coraggiosamente, permettendo l’uno all’altro di primeggiare in alcuni ambiti: Sartre nella storia dell’esistenzialismo francese e de Beauvoir come esempio per il femminismo degli anni settanta. L’andare avanti insieme, d’accordo per tanto tempo, è stato permesso dalla sempre presente volontà di scoprire la vera natura degli uomini e delle donne e la loro spiccata evanescenza. L’essere e il nulla e l’Esistenzialismo è un umanismo di Sartre, Una donna spezzata, Il secondo sesso, I mandarini della de Beauvoir ne sono l’esempio. Essere indeterminati da qualcosa di assoluto, quindi neanche da promesse di matrimonio, dà la possibilità di scegliere ogni istante ciò che si vuole essere. E essi, a quanto pare, hanno scelto di accompagnarsi in questa evanescenza, fino alla fine. Paradossale, ma reale. A. Roscini

V a l e n t i n o di umanità, quindi di vita vera di cui sentiamo bisogno! Quei giovani, insieme ai tanti già operanti nelle scuole, nelle associazioni, nelle parrocchie della nostra città, racconteranno ogni anno, qui in Terni, ad una platea composta da loro colleghi ma, soprattutto, da autorevoli autorità, esperti del bene, soloni affabulatori, maestri di vita, cosa sia davvero una testimonianza d’amore. E che siano i giovani i protagonisti della scena, loro, cuori generosi, che non perseguono falsi scopi, che non conoscono ipocrisia! I magnifici reggitori, siano lì a prendere appunti... potrebbero anche decidere di andare a testimoniare, smettendo di pontificare. Potremmo creare qui, in Terni, il Giardino dell’amore, arricchito, ogni anno, da alberelli recati dai giovani impegnati nel progetto e potremmo anche fondare, nelle

loro città, il Giardino di San Valentino, patrono d’amore universale, indipendentemente dai credi di ciascuno. Un’isola-aiuola di pochi metri quadrati in cui far fiorire un nostro ulivo, simbolo di questa francescana e valentiniana terra, ed una statua del nostro Patrono, forgiata con l’acciaio della città dell’acciaio. Il nostro progetto è molto più ampio ed articolato; ne fanno parte bravissimi professionisti che si dedicano da anni, ottenendo successi fuor di ogni norma (e quindi misconosciuti dagli amministratori), alle organizzazioni, per giovani e per insegnanti, finanziati dalla UE. Attendiamo uomini di buona volontà per realizzarlo. Speriamo ce ne siano nella nostra città... che non sappiano solo vanamente gorgheggiare! Vale Valentino! G. Raspetti

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Non c’è trippa per gatti

EDUCAZIONE ALLO SPORT

Lo sconfinato amore per...

IL TRENO Emma si sedé col petto ancora ansante dalla corsa. Aveva rischiato di non prendere quel treno per colpa della sveglia, del caffè che ci metteva un’eternità a salire, del vecchietto nella Tipo verde che bloccava il traffico e del tipo in biglietteria che doveva fare tre abbonamenti e sette biglietti diversi. Tirò su il naso e diede qualche colpo di tosse. Nel vagone faceva un caldo tropicale, saranno stati trentasei gradi al sole e trentadue all’ombra del giaccone della signora di fronte. Pensò se non fosse un piano diabolico per stordire i passeggeri e derubarli. Emma sorrise tra sé pensando a quanto di bello c’era in lei. A parte le doppie punte, gli abiti non firmati, e qualche kilo in più, era felice di se stessa. Stava facendo delle scelte nella sua vita che l’avrebbero cambiata, scelte importanti, di quelle che rimandi sempre perché hai paura. Ma il cambiamento di Emma era a monte: era nel fatto stesso di scegliere e prendere in mano la sua vita. Corrugò la fronte e pensò che stava diventando quasi adulta. Visualizzò in testa un’immagine che le era balenata giorni prima parlando con una persona molto importante per lei, un suo coetaneo: lui le raccontò che si sorprese nel

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non riconoscersi allo specchio: aveva visto lì riflesso un tizio con la barba incolta, ma con i suoi stessi occhi. E si era sentito già grande. Emma capì che in effetti questa scoperta sconvolge. Anche lei fino a ieri guardava i grandi col naso all’insù e loro si agitavano, correvano, sempre pieni di cose da fare, di cose incomprensibili da dire, ma parevano cose molto interessanti perché per dirle alzavano anche la voce. E lei li invidiava perché da bambina non si hanno tutte quelle cose da fare. Ed ora Emma, diventata quasi donna, aveva la presunzione di voler far evolvere quei grandi ai quali il tempo aveva giocato uno scherzo: li aveva imbiancati ma aveva congelato il loro naturale slancio alla vita, imbrigliandoli in meccanismi sociali, nel gioco delle maschere, nell’ambizione del soldo e del bello. Emma gli avrebbe sfilato la maschera facendogli recuperare l’essenza di sé. Poi si chiese se questo piano non fosse troppo impegnativo. D’improvviso il treno si animò: gli addormentati si svegliarono, i distratti guardarono l’orologio, i giornali si chiusero e le borse s’imbracciarono. Arrivati. giadafuccelli@libero.it

analfabeta. Lo ricordiamo anche perché si batté a favore dell’infanzia creando asili e per la formazione professionale dei giovani. Nel 1907 - ed è per questo che ne parliamo oggi - venne eletto sindaco di Roma e dovette governare e lottare contro la gigantesca speculazione edilizia del suo tempo. Lo fece in maniera intelligente e con costrutto anche se alla fine dovette soccombere. Lo diciamo non per ammiccare ma per ricordare che mise mano al primo piano regolatore, in senso proprio, che ebbe la città di Roma. Ciononostante, Ernesto Nathan non è noto a molti. La gente dei media, di tanto in tanto, ci ricorda che a lui si ascrive l’aneddoto che produsse il famosissimo detto: Non c’è trippa per gatti. Ernesto Nathan avrebbe pronunciato quella frase cassando da un bilancio comunale il capitolo Frattaglie per gatti, sottolineando, di fronte a un funzionario attonito, che da quel momento in poi i gatti capitolini avrebbero dovuto sfamarsi con i topi o soccombere... Croce Cento anni dopo sono molte le testimonianze che fanno dire, a noi analfabeti del nostro tempo, che non c’è trippa per gatti. Con l’espressione sottolineiamo le nostre metafore cogenti e imperative che ci portano a concludere che è finita una specie di età dell’oro nelle cui illusioni ci siamo cullati fino ad ora. Perché lo sosteniamo? Perché l’uomo ha sfruttato le risorse del pianeta al punto che non è più possibile rigenerare ciò che è stato consunto. Come se ciò non bastasse, la maligna impronta dell’uomo non è stata calcata solamente su un grande sistema armonicamente in equilibrio tra ordine e caos ma anche su e contro l’uomo nei suoi microcosmi. Troppo lungo sarebbe l’elenco di fatti che lo testimoniano. Fatti che sono sotto gli occhi di tutti ma di cui non si coglie il significato cosmico. Tra altri cento anni l’uomo, sommerso dall’immondizia e dalle proprie deiezioni, ammorbato da una atmosfera irrespirabile, avrà scardinato la propria esistenza nella più trista brutalità? Si può porre un freno consapevole a quanto sta capitando? Se ciò non fosse sarebbe lecito paventare la sorte che forse hanno subìto molti pianeti in cui la vita è dovuta soccombere inesorabilmente miliardi di anni fa ogni volta che si è infranto l’equilibrio tra ordine e caos. Egidio Pentiraro

Sulle implicazioni tecniche potremmo discutere fino alla noia, ma vivaddio, lo sport non è fatto solo di queste. Tatyana McFadden, paraplegica americana con il pallino dei 100 e 200 metri da percorrere in carrozzella, s’è vista riconoscere dal giudice della sua Contea il diritto di misurarsi in pista contro avversarie, diciamo così, normali. La vittoria della ragazza premia il suo sconfinato amore per l’atletica insieme alla fermezza, anzi la testardaggine, con cui ha voluto che le fosse riconosciuto il diritto a competere su un piano di perfetta parità con le compagne di scuola. Se poi ci si vuol proprio fermare all’analisi delle implicazioni, le più evidenti sono quelle che danno senso all’idea di sport, come esercizio motorio e confronto di abilità nel rispetto di regole comuni e condivise dai partecipanti. Elementi che, come si vede, prescindono dall’utilizzo degli arti superiori o

inferiori, poiché fanno riferimento più a valori che a strumenti. E, fra i valori che lo sport propone, non ci sono solo quelli della correttezza cui devono attenersi i gareggianti, ma connessioni sociali, come l’integrazione e la solidarietà. Tatyana McFadden, dunque, ha vinto segnando un record: ha battuto tutti prima di cominciare la gara. Ha sconfitto ogni pregiudizio, ogni luogo comune che si ostina a segnare nelle differenze fisiche la diversità fra individui con pari diritti. Poco importa, nello specifico, che ci sia voluto il giudice di un tribunale a stabilire l’ovvietà dell’uguaglianza; semmai, partendo proprio dal suo giudizio, ciascuno di noi dovrebbe riflettere sulla sterile grettezza che, su tanti fronti, ci spinge a discriminare a causa di falsi modelli acquisiti. Quando saremo in grado di far propri i princìpi di parità fra gli esseri umani avremo anche imparato a far uso libero e democratico delle relazioni interpersonali, oltre che sentirci più ricchi nella dignità individuale e collettiva. Ing. Giocondo Talamonti


Educazione in Canada La scuola in Canada per bravi cittadini La scuola canadese, istituzione fondamentale ed insostituibile nella nostra nazione, attraverso forme e modi diretti ed indiretti, è riuscita a trasformare le conoscenze relative a razza, sesso e classi sociali in capacità molto concrete di opportunità offerte agli studenti per costruire il loro futuro. Nessun istituto, all’infuori della famiglia o, a volte, della religione, ha in Canada lo stesso potere della scuola per fare coincidere l’identità individuale con la natura stessa della nazione. Da un secolo e mezzo le scuole sono il luogo in cui quasi tutti gli studenti acquisiscono la basilare coscienza di chi sono e di cosa vogliono e debbono rappresentare per il loro paese. Fu per queste ragioni che, nel 1993, la provincia Canadese dell’Ontario volle che le scuole creassero programmi di studio basati sul risultato. Dal momento che sarebbe stata necessaria una riscrittura massiccia dei programmi scolastici, l’amministrazione della Direzione di Istruzione di Toronto decise di consultare in modo ampio tutta la comunità. La domanda: Cosa un giovane cittadino dovrebbe sapere, cosa dovrebbe saper fare, cosa dovrebbe saper apprezzare e stimare quando finisce la scuola a 18 anni? Questa semplice domanda fu estesa a tutti i settori della città di Toronto - dai dirigenti di azienda fino agli studenti stessi. Il governo provinciale aveva dato un profilo generale da seguire: 1) consultare la comunità; 2) costruire una nuova visione di una istruzione adatta al XXI secolo;

una conoscenza reciproca e traguardi in comune; 4) Management dell’informazione: gli studenti devono imparare ad usare le risorse di informazione a disposizione per trovare delle soluzioni responsabili; 5) Cittadinanza responsabile: gli studenti devono sapere apprezzare le diversità delle popolazioni del mondo, delle varie culture ed ecosistemi. Devono capire e promuovere uguaglianza, giustizia, processo democratico e protezione dell’ambiente nella loro comunità, in Canada e nel mondo; 3) rivedere il programma scolastico esistente e poi scartare, riordinare e costruire di nuovo. La Direzione di Istruzione di Toronto ha guardato nel passato per rivisitare le questioni fondamentali e ricorrenti che la gente ha sempre chiesto riguardo alla vita ed alla istruzione in generale. Tutti hanno considerato le sfide e le opportunità del mondo in cui i loro figli sarebbero cresciuti e vissuti: un mondo non solo con grande potenzialità di progressi in relazione alla qualità della vita, al rispetto reciproco e alla cooperazione pacifica, ma un mondo sommerso dal cambiamento tecnologico e sociale e minacciato dalla diminuzione e dalle difficoltà legate alle risorse naturali. Dopo quasi 6 mesi di consultazione con genitori, studenti, insegnanti e con il pubblico, tutti i risultati furono registrati ed analizzati. Le analisi dei commenti rilevarono sei richieste panoramiche relative alla qualità della scuola. Tali esigenze furono poi tradotte in programmi scolastici. Nonostante la complessità e

la gravità della domanda, i genitori e la comunità in generale espressero con semplicità e correttezza ciò che ritenevano fondamentale per i loro figli: 1) Alfabetismo: gli studenti devono maturare conoscenza ed abilità in tutte le aree di istruzione, imparare a chiedere, investigare, acquisire pensiero critico, saper risolvere problemi, prendere decisioni; essere capaci di applicare quello che hanno imparato agli studi futuri, al lavoro e al tempo libero;

6) Vita Personale, Valori e Azioni: gli studenti devono imparare ad aver cura della loro salute sia fisica, emotiva e spirituale, ed anche di quella altrui; cercare di condurre una vita sana, con la

speranza e con la capacità di prendere decisioni sagge per un futuro sostenibile sia per loro stessi sia per il mondo. Gli obiettivi appena elencati sono diversi dagli obiettivi tradizionali in quanto più ampi e più vicini ai bisogni ed alla organizzazione della vità attuale e non solo mirati alle richieste accademiche della scuola. Riflettono veramente la visione della comunità. Toronto è conosciuta dalle Nazioni Unite come la comunità culturalmente più diversificata del mondo. Simone Dillon

2) Apprezzamento estetico e creatività: gli studenti devono essere sensibili alla dimensione estetica del mondo naturale ed umano, sviluppare modi flessibili di pensare e partecipare ad attività e ad espressioni creative; 3) Comunicazione e Collaborazione: gli studenti devono imparare ad esprimersi con chiarezza, ad ascoltare gli altri e comunicare con efficienza, usando diverse tecnologie. Devono imparare a lavorare insieme con gli altri, per raggiungere

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... di Emanuele Pecorari

Camminare è un modo per riflettere, per ricostruirsi. Vorrei un gelato. Alzo la testa, una chiazzatura rosso pastello maschera il volto luccicante di sudore, il sole è alto, verticale, pesantemente ci avvolge soffocandoci, abbasso la testa, guardo i miei piedi. Scarpe deformate con piccoli buchi post-produzione, sbiadite e stanche, cedute sotto il peso di troppi chilometri e pensare alla bambina che, scalza, saltellava allegramente su di un cemento sporco e tagliente, mentre con Lucio intesseva una micro amicizia delicatissima. Piccoli gesti e sguardi innocenti, teneri, creavano le regole di un gioco banale, ma favoloso nella sua semplicità e per la capacità di metterli in silenzioso contatto, si guardavano e si capivano, sono esseri umani. Il muro alle loro spalle, scenografia squallida e degradata, risaltava ancor di più la ricchezza di ogni loro piccolo gesto, li guardavo e mi raccontavano una favola. L’attesa, lunga, e finalmente all’orizzonte il mostro ferroso più lungo al mondo, 2 km, il treno avanzava lentamente, tutt’intorno sabbia. Subito era iniziato un frenetico passaggio di neonati dal binario all’unica carrozza viaggiatori attraverso finestrini strettissimi, preoccupante e angosciante per noi, naturale e automatico per loro che in un clima di estremo caos ogni movimento, ogni azione avevano già ben chiara. Ripenso all’estrema povertà che circondava ogni nostro sguardo, bilanciata però dalla ricchezza d’animo che

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nella propria intimità ognuno si era creato, con una storia densa di sacrifici e sofferenze alle spalle, con il loro istintuale e autentico bisogno di comunità, di socialità, bisognosi e vogliosi di vivere la strada quotidianamente e costantemente. Ogni azione si svolgeva all’esterno. Mangiavano, si incontravano o semplicemente attendevano, pacatamente, guardando avanti. Ogni azione si svolgeva in strada e con l’altro. Non esiste - diceva l’amico Ched - una persona che passa l’intera giornata solitario in casa! A volte neanche la malattia ferma il bisogno di stare insieme. Stare insieme, penso. T orno in me, mi volto, le mie orme, il mio cammino, lo sguardo prosegue e, Lucio, nel suo cammino, intorno niente e tutto, l’inizio e la fine, il deserto infinito, più avanti Ahmed il cammelliere, ognuno nel suo cammino, ognuno nel silenzio di se stesso. Chissà cosa starà pensando ora Lucio, chissà cosa si sta dicendo. La stanchezza aumenta, penso di essere arrivati a tre quarti della strada, mancano altri sette chilometri, l’accampamento nomade è ormai prossimo, il sole è alto ma vicino, opprimente, i granelli di sabbia riescono a penetrare ogni minimo spiraglio lasciato scoperto dal turbante, sembra che anche loro vogliano proteggersi. Inizio di nuovo a pensare: tutte le ore trascorse sul pullman, su camioncini tra caprette impacchettate, bagagli e persone, intere giornate affrontate con la spina dorsale che come un cerino

sfregava i ferrosi bordi dei cassoni scoperti delle Land Rover più scassate che abbia mai visto. L’incessante muoversi, lentamente via terra, ha permesso un contatto continuo con la popolazione autoctona mauritana, un confronto, uno scambio vero e spontaneo, senso di grande umanità e fratellanza. Penso all’ospitalità offertaci da chiunque si sia trovato nel nostro cammino, chi con un ottimo tè alla menta, chi con un posto letto o del cibo, chi ha voluto donarci anche solo due intime parole della propria vita. Mi rendo conto che lontano da casa, in un mondo che non ci appartiene ma ci riguarda, si riesce ad osservare con maggiore chiarezza, comprensibilità e lucidità la vita ordinaria che ogni giorno ci fa vivere e ci ha fatto nascere. E’ nata una profonda e speciale amicizia che con uno sguardo trasmette sensazioni, emozioni, che ti fa condividere l’esperienza con un’incredibile forza, ti fa emozionare e soffrire insieme, divide il peso e moltiplica l’amore per le piccole cose, l’amicizia che scinde i due corpi, ma unisce il pensiero e lo spirito e… in lontananza, sono incredulo, il concreto miraggio tanto atteso, puntini bianchi si distaccano dallo sfondo omogeneo, l’accampamento nomade è davanti a noi, tutt’intorno il deserto. C osa significa essere qui? Forse lo capirò quando saremo di ritorno, forse non lo capirò mai, solo una e giuro a me stesso che solo questa è l’unica verità che mi ha portato fin qui: non devo fermarmi, devo andare, sempre pronto, devo Andare.


t a n i a ... di

Luciano Desiati

Attualmente la condizione socio politica del Pianeta Terra è decisamente delineata. Per la nostra visione esiste l’Occidente, inteso oltre alla geografia, soprattutto come insieme di stati cosiddetti evoluti. In queste nazioni si vive nel benessere, la maggior parte delle persone conduce una vita decorosa e difficilmente, anche con le eccezioni del caso, si potrà mai affermare il contrario. Specularmente esiste l’Africa, immenso raccoglitore di culture, etnie, lingue e usanze. Qui la situazione si capovolge, le eccezioni ricadono nella minima percentuale di chi riesce a vivere decorosamente, a fronte di milioni di persone che quotidianamente devono sobbarcarsi il gravoso peso della povertà. Fino a qualche tempo fa sarebbe bastato solo questo a delimitare con un profondissimo solco il diverso modo di vivere tra queste due realtà. Ora questa distanza sta pian piano aumentando, spinta da quella che a tutti gli effetti sta diventando la nostra paura principe, la paura verso la cultura islamica, che porta a chiuderci in una forma di tutela quasi medioevale. Si è abituati a pensare all’Islam quando si parla della questione Medio-Orientale, per poi spostarsi verso est, verso l’Iraq o l’Afghanistan ogni qual volta c’è da aggiornare bollettini nefasti di guerra e sciagure. Stati di matrice islamica però sono presenti in tutto il nord Africa, bagnati dal nostro Mediterraneo: Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco. Questi sono solo i nostri vicini, in realtà piccola parte degli stati dove i mussulmani sono la percentuale più alta della popolazione. Questi luoghi adesso sono visti ancora di più con preoccupazione anche se a tutti gli effetti stati moderati.

Sta prendendo piede una distanza sempre maggiore tra noi e loro e si vede in essi quella parte oscura che giornalmente strategie politiche e mass-mediatiche portano all’esasperazione nei contenuti e nei gesti, relegando il mondo islamico ad un insieme di isterismi e metodi per farci soccombere. Attentati, manifestazioni di invasati, donne coperte da veli, armi imbracciate e bandiere bruciate. Sempre quello, in uno standard che ha raggiunto la sua definizione. Nell’aprile 2006, insieme ad Emanuele, ho effettuato un viaggio in Mauritania. Facendo un rapido calcolo dei consigli ricevuti prima della partenza ho notato che erano rivolti nella maggior parte dei casi solo ad una nostra possibile sopravvivenza in quei luoghi. Ma non per le difficoltà relative all’attraversamento del Sahara o per malattie che attaccano nella zona. La preoccupazione di tutti era che mettevamo piede in uno stato islamico, con le sue leggi e regole assolutamente da rispettare. Questa era la paura di tutti, dalla nonna all’amico appena laureato, dal barista sotto casa al medico che mi ha prescritto i vaccini. Ovviamente ci sono state anche delle eccezioni, ma come dice il termine, assolutamente sporadiche e da contare sulle dita di una mano. Quello che ho trovato nella Repubblica Islamica Di Mauritania, sono state le parole delle eccezioni e quindi grande ospitalità, gentilezza, rispetto. Siamo stati ospitati nelle loro case, sfamati con tutti gli onori, dissetati dal loro the, preparato con un ritmo antico e lunghissimo, dove venivamo resi partecipi della loro cultura. Nei lunghi spostamenti con mezzi pubblici, ci si fermava per pregare. Quando le persone erano molte si dividevano in più turni, un gruppo pregava men-

tre gli altri aspettavano seduti alle loro spalle. Lì, insieme a loro eravamo seduti anche noi. Dicevano di accomodarci e riposare, insieme ed in mezzo a loro, nell’attimo di preghiera. Non siamo mai stati emarginati. Ci chiedevano quale fosse il nostro Dio e dicevano che l’importante era credere. Mai una parola sui nostri usi, su cosa fosse giusto credere o cosa condannare. Non sono stato fortunato, abbiamo girato per più di un mese tra mezzi pubblici, case, miriadi di persone e cittadine, villaggi. Mai un atteggiamento diverso da questo. Una volta, ospiti in un retro bottega di Atar, ci è stato chiesto del gesto di Calderoli, della sua maglietta offensiva, delle conseguenze che aveva scatenato. Secondo il ragazzo con cui stavamo parlando, una persona del genere non poteva essere un importante esponente della politica italiana, non poteva esserlo per la totale ignoranza dimostrata in una materia tanto delicata quanto una religione diversa, verso una cultura che evidentemente non si vuole conoscere, che si cerca in tutti i modi di demonizzare, di allontanare. In realtà credo che non si possa condannare una cultura, solamente per una parte di essa. Non nascondo che ci siano atti di estremismo all’interno della cultura islamica, come non nascondo che in alcuni stati il nostro modello ha portato solo caos e guerre, in nome di una libertà che non sarà mai loro, basata infatti su nostri canoni e nostri interessi. La disperazione porta ad un attaccamento morboso a quel poco che rimane o a tutto quello che viene portato via, ed il giusto passa in secondo piano rispetto a quel bene che parte dall’occidente per tornare poi in occidente. Ovviamente. Come sempre.

Foto di Luciano Desiati - Atacama Press

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L’ANGOLO DEL GRANDANGOLO

Coca Cola trade center

Finalmente dopo tanto aspettare è in uscita il nuovo film documento di Oliver Stone. Dopo i cronistici “Nixon” e “JFK”, dove viene argutamente confutata la tesi del suicidio di John F. Kennedy, è la volta di “Cola cola trade center”, un film in cui la congiura e il potere si fondono in un unico concetto e che non mancherà di sollevare dubbi e dissapori nell’animo degli spettatori.

Si fa sempre più rovente lo scontro sul tema delle liberalizzazioni. L’ultimo attacco alla politica del ministro per lo sviluppo economico è venuto non da un dirigente di AN o da un esponente dalla sinistra radicale, bensì da Francesco Rutelli, che ne ha criticato l’insufficiente portata. Rutelli ha anche annunciato la presentazione d’un proprio disegno di legge in materia, che in parlamento ed agli occhi dell’opinione pubblica si porrà dunque in competizione con quello del ministro. Viene spontaneo chiedersi, a questo punto, se Bersani continua ad essere un acceso sostenitore del principio della libera concorrenza o se piuttosto non sta cominciando ad apprezzare i vantaggi del monopolio. L’idea di trasferire dal campo imprenditoriale a quello politico il principio della libertà di concorrenza ha entusiasmato il guardasigilli Mastella, il quale ha immediatamente proposto di moltiplicare per quattro ciascun dicastero, sottosegretari e staff tecnici inclusi. Dalla libera competizione delle diverse forze partitiche potranno emergere, in ciascun settore dell’amministrazione della cosa pubblica, le politiche migliori ha spiegato. Il progetto non

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Ma, bando alle ciance, veniamo ai fatti così come li scandisce l’autore di questo autentico capolavoro: 7 Dicembre Il maldestro responsabile del Marketing della Cola cola Lapel Quan bandisce il concorso Scrivete a Babbo Natale tutto quello che vorreste fosse mai scritto. 15 Dicembre Babbo Natale leggendo le letterine viene colto da malore e ricoverato d’urgenza al Findus Hospital. 17 Dicembre Mamma Natale denuncia la Cola cola e chiede un risarcimento di un pantagrulione di dollari. 21 Dicembre Il direttore generale della società incriminata licenzia il responsabile dell’incresciosa situazione, ma dichiara di non poter erogare nessun risarcimento causa mancanza di qualsiasi documento certificante l’esistenza della parte lesa.

22 Dicembre Le condizioni di Babbo Natale si aggravano ora dopo ora. Con procedura d’urgenza viene proclamato un nuovo Babbo Natale. 31 Dicembre Muore il vecchio Babbo Natale. La Befana viene notata mentre si allontana furtivamente dall’ospedale. 2 Gennaio La Corte Suprema degli Stati Uniti archivia definitivamente la causa Mamma Natale vs Cola cola. Strani movimenti in borsa. La Befana tramite un misterioso prestanome (Lapel Quan), acquista la maggioranza delle azioni della Stepsy cola. 3 Gennaio (Il giorno del giudizio) Il fratello del defunto Babbo Natale a bordo di una slitta trainata da sette draghi donatagli dalla Befana si dirige verso il Cola cola Trade center. E’ la catastrofe. 4 Gennaio Il presidente degli Stati Uniti appoggiato all’unanimità dal

D e r i v e è dispiaciuto a Giordano e Diliberto, i quali vi hanno ritrovato echi del famoso slogan di Mao Che cento fiori sboccino, che cento scuole gareggino. Più cauto nel parallelo Mastella-Mao il presidente della Camera Bertinotti, il quale non è sicuro di ricordare che anche nella Cina maoista i conflitti tra le cento scuole venissero ricomposti, alla maniera democristiana, tramite un compromesso fondato sull’espansione della spesa pubblica. Prodi a questo punto qualche rimpianto ce l’ha. Gli fosse venuta in mente prima quest’idea, non avrei dovuto spremermi il cervello per inventarmi il ministero per le politiche giovanili… Intanto i radicali hanno rilanciato il tavolo dei volenterosi, volto a pungolare

e

Congresso dichiara guerra al Polo Nord e promette alla Nazione che il conflitto durerà pochi giorni. (Gran paracarro!). 5 Gennaio Inizio della campagna denominata Orso bianco mo’ so’ cavoli tua. 6 Gennaio Il neoeletto Babbo Natale firma un contratto con la Stepsy cola diventando così

a p P r o d i

il Governo sul tema delle riforme, e Daniele Capezzone ha intrapreso uno sciopero della fame contro la lentezza con cui la giunta per le elezioni sta affrontando il problema dell’assegnazione dei seggi contestati. Simili iniziative stanno ormai conducendo i leader dell’Unione a vivere quasi come un problema la presenza degli uomini di Pannella nella maggioranza. A chi gli chiedeva un parere in merito pare che D’Alema abbia risposto: La Rosa nel pugno? Una spina nel culo. Cattolico… socialista… cattolico… socialista… cattolico… socialista… Sulla connotazione politica del futuro partito democratico non resta che aspettare il responso della Margherita. Cinque anni di governo Berlusconi hanno portato le finanze dello stato sull’orlo del disastro! - Siamo fuori da tutti i parametri europei! - A furia di condoni hanno spinto la gente a non pagare più le tasse! - La stagnazione economica sta inaridendo il gettito fiscale! Insomma, eravamo in piena emergenza e non ci restava che trangugiare senza fare storie l’amara medicina che

il governo appena insediato ci stava servendo. Tuttavia, adesso che le entrate sono esplose, il rapporto deficit/PIL sta notevolmente migliorando e secondo il Censis è in atto un silenzioso boom economico (De Rita ha detto proprio boom silenzioso: se non avete gusto per gli ossimori, peggio per voi), la consistenza assunta dalla finanziaria è divenuta fonte di qualche imbarazzo nel governo. Prodi non riesce a capacitarsi di ciò ch’è accaduto. Me l’ha fatto apposta, si lamenta. Tremonti me l’ha fatto apposta. S’è voluto vendicare dell’extradeficit trovato nel 2001. Noi gli lasciammo il buco per impedirgli di tagliare le tasse e lui ci ha lasciato le casse piene per costringerci a farlo.

il suo nuovo uomo immagine. Lapel Quan è il nuovo direttore generale della compagnia. Le azioni della Stepsy si impennano vertiginosamente. La Befana è adesso la donna più ricca del pianeta. Come dire… tutto l’iperuranio è paese! Orlando Orlandella

Le sue parole sono giunte sino alle orecchie dello stesso Tremonti, il quale ne è rimasto più che compiaciuto: Finalmente qualcuno che mi riconosce qualcosa! Incubi notturni di Pecoraro Scanio. 1. Il governo vara una linea ferroviaria ad alta velocità che attraverso il ponte di Messina collega le ampliate basi NATO di Aviano e Sigonella. 2. Risolto il problema delle scorie nucleari: verranno pressate in grossi blocchi che saranno poi gettati nel Mediterraneo, in modo da formare una barriera contro le imbarcazioni cariche di extracomunitari provenienti dalla Libia. 3. Il suo disegno di legge che concede sgravi fiscali alle famiglie che sistemano sul balcone pannelli solari per produrre in proprio elettricità viene approvato con una leggera modifica: gli sgravi andranno solo a coppie eterosessuali regolarmente sposate con rito cattolico. 4. Il cardinale Ruini benedice la centrale a carbone di prossima inaugurazione, eretta nell’unico luogo dove non ha suscitato le proteste degli elettori, vale a dire nel mezzo d’un centro di accoglienza per immigrati. Ferdinando Maria Bilotti


L’acqua e le sue

proprietà Un accurato censimento elaborato alcuni anni addietro registra, accanto alle più note fonti dai requisiti indiscussi ed apprezzati come le sorgenti di San Gemini, Amerino, San Faustino, Nocera Umbra, Sassovivo (Foligno), Salicone (Norcia), Furapane (Acquasparta), La Rocchetta (Gualdo Tadino), oltre 50 stazioni idrotermali che, apprezzate fino a pochi anni addietro, oggi sono completamente dimenticate oppure tenute in debito conto dai soli abitanti del luogo. Si tratta di una notevole ricchezza che, visto il gran vociare che si fa sulle nuove frontiere dello sviluppo e viste le pur necessarie innovazioni che un’economia globalizzata impone ad un paese come in nostro non più concorrenziale sul versante della produzione merceologica matura, varrebbe la pena di rimettere sul mercato delle opportunità da sfruttare. Il riferimento va non tanto alla commercializzazione come acque minerali da pasto usate troppo spesso a sproposito in sostituzione della pur ottima acqua potabile dei nostri acquedotti ma al rilancio delle acque minerali come coadiuvanti del benessere psico-fisico nei luoghi dove esse sgorgano. Come infatti ben sapevano i nostri antichi progenitori che di cure termali se ne intendevano e come le moderne ricerche sulla salute hanno confermato, i benefici terapeutici che dalle acque minerali si possono ottenere, sia che vengano somministrate per bibita o per bagno oppure nebulizzate o spalmate sul corpo tramite fanghi, non sono dovute alla sola e ben determinata natura chimica e fisica dell’acqua, ma anche a quel complesso di fattori che sono presenti sul luogo della sorgente. Deve quindi essere tenuta in molta considerazione l’azione catalizzatrice e la radioattività del luogo, elementi che dipendono dalle acque, dalle rocce da cui scaturiscono, dal clima e da tutte quelle proprietà fisiche e chimiche del contesto territoriale che formano nell’insieme quel quid indissolubile da cui l’intero organismo trae giovamento. L’Umbria si presenta, quindi, sempre più come una regione a dimensione umana caratterizzata da spiritualità, arte, cultura, natura, cibo genuino e benessere psico-fisico. Sono certamente questi alcuni importanti ingredienti con cui costruire il nuovo futuro. Albano Scalise

Le parole dell’acqua

Acque minerali della provincia di Terni rinomate Amerino Fabia Feronia Furapane Sanfaustino Sangemini

medio minerale indicata per le affezioni delle vie urinarie e della gotta indicata per le affezioni del fegato e con alta funzione diuretiva sorgiva con un alto grado di potabilità medio minerale ed alcalina indicata per le affezioni epato-biliari bicarbonato-alcalina indicata per le affezioni intestinali, epatiche e renali alcalino-terrosa con presenza di sali di calcio e litio

Durezza indica il contenuto in acqua di sali alcalino-terrosi di calcio e magnesio; in base alla tipologia di essi si distingue in durezza permanente, durezza temporanea e durezza totale. L’unità di misura più comune è il °F (grado Francese) che corrisponde a 10 mg/litro di Carbonato di calcio. Residuo fisso indica i mg/litro di sali residui dopo completa evaporazione alla temperatura di 180°C. Acqua distillata priva di sali minerali. Acqua potabile deve essere limpida, incolore, inodore ed avere un sapore gradevole per la presenza di sali e gas disciolti ( durezza totale compresa tra 15 e 50 °F ) e un residuo fisso di non oltre 1500 mg/litro. Non deve presentare indici di contaminazione chimica e batteriologica. Acqua minerale l’acqua minerale naturale è quella che, avendo origine da una falda o giacimento sotterraneo, provenga da una o più sorgenti naturali o perforate e ha caratteristiche igieniche particolari e proprietà favorevoli alla salute. Non può essere filtrata e deve essere pura all’origine. Può essere sottoposta, in fase di imbottigliamento, a trattamenti che modificano il contenuto in gas anidride carbonica.

Tipi di acque minerali In base al contenuto di anidride carbonica - minerale naturale totalmente degassata - minerale naturale parzialmente degassata - minerale naturale rinforzata con il gas della sorgente - minerale naturale aggiunta di anidride carbonica - minerale naturalmente gassata o effervescente naturale In base al residuo fisso - minimamente mineralizzata con residuo fisso inferiore a 50 mg/l - oligominerale o leggermente mineralizzata con residuo fisso compreso tra 50 e 500 mg/l - minerale con residuo fisso compresao tra 500 e 1500 mg/l - ricca di sali minerali con residuo fisso maggiore di 1500 mg/l In base alle proprietà terapeutiche - può avere effetti diuretici - può avere effetti lassativi - può favorire le funzioni epato-biliari - può stimolare la digestione - indicata per l’alimentazione dei neonati In base agli effetti salutari - terapeutiche in quanto coadiuvanti nella cura di malattie specifiche - da pasto in quanto apprezzate per le caratteristiche di potabilità In base alla addizione di sali - minerale artificiale di selz ottenuta per sovrasaturazione dell’acqua potabile con anidride carbonica. - minerale artificiale di soda in quanto ottenuta per aggiunta di bicarbonato di sodio e di anidride carbonica all’acqua potabile. della provincia di

Acque minerali Terni conosciute localmente

Sorgente S. Eugenio (Attigliano) Sorgente Ramici o acqua di Alviano Sorgente di acqua sulfurea di Arrone Sorgente Flaminia di Cesi Sorgente del Serpe (Ferentillo) Sorgente sulfurea di Giove in Teverina Sorgente del Licinetto (Narni) Sorgente Mola Alberti e Carestia (Narni) Sorgente del Tione (Sugano, Orvieto) Sorgente fosso del Bagno (Parrano, Orvieto) Sorgente San Bernardino (Le Grazie, Terni)

associazione delle piccole e medie imprese della provincia di Terni TERNI, via Manara, 6 tel. 0744 407623 - fax 0744 221598 apiterni@apiterni.it - www.apiterni.it

TERNI La favola T erzo brano di favola. F ebbraio, mese piovoso,

solitamente. TERNI la favola, favola presenta le proprietà delle acque e le nostre sorgenti. Il titolo della terza favola è dunque: L’acqua e le sue proprietà. Nella quarta sarà: Interamna. Caro ed affezionato lettore, scrutando gli orizzonti, hai già intuito gli sviluppi successivi? Bene! GR

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La Provincia di Terni per la cultura

S h e r e z a d e

Sherezade era una schiava, nata schiava, figlia di schiavi. Era musulmana, molto bella, in un paese nel quale le donne sono già di per sé bellissime, ma aveva anche una grande qualità: era molto intelligente! Viveva felice nella casa dei suoi genitori, poverissimi, ma che avevano saputo dare alla loro figliola un’educazione non usuale per gli schiavi... Reggeva i destini di quel paese un sultano... uomo ormai avanti negli anni con bisogni sessuali ancora vivi, ma ahimé!, il suo corpo stava ormai invecchiando e aveva bisogno sempre di nuove esperienze che facessero ringiovanire la sua linfa vitale. Così, voleva tutte le notti una donna diversa e la faceva scegliere fra le vergini del suo paese, delle quali era signore e padrone, di vita e di morte. Ormai, da tanto tempo non aveva trovato nessuna che lo interessasse una seconda volta e così, per punirle e non farle possedere da nessun altro, alla fine dell’amplesso le faceva ammazzare. Tutti gli abitanti del paese che avevano figlie vergini erano terrorizzati e le nascondevano per non farle scorgere da nessuno affinché il sultano non venisse a conoscenza della loro esistenza. Sherezade abitava in un paesino lontano dalla capitale, tanto lontano che gli abitanti si sentivano al sicuro dalle richieste del sultano, e così lei conduceva una vita normale. Era giovane e aveva una gran voglia di vivere. Era la gioia dei suoi genitori che stravedevano per lei. Un giorno il sultano giunse nei pressi del paesino per cacciare e, passato per la sua oasi, la vide e le sembrò davvero molto bella... Volle allora portarla subito via! Ma come mai, si chiedeva, quella perla di rara bellezza gli

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era stata nascosta? Se non fosse stata subito consegnata, tutti gli abitanti dell’oasi sarebbero stati passati per la spada, morti e fatti a pezzi; i primi sarebbero stati i suoi anziani genitori. Così Sherezade fu costretta a partire con la morte nel cuore, senza sapere se avrebbe più rivisto suo padre e sua madre, fino a quel momento il centro del suo piccolo universo. Arrivati alla capitale Sherezade venne subito inserita nel Serraglio, posto dove venivano chiuse le concubine del sultano. La lavarono con aromi ed essenze e fu vestita con una tunica che appena velava le sue forme di fanciulla. Lei pensava e pensava... non voglio morire... diceva tra sé... ma devo trovare la maniera d’interessare il sultano... Pensa e ripensa... Cosa manca al sultano?... ho trovato, gli manca qualcosa che io ho e di cui lui ha bisogno... Il sultano quella notte la fece portare nella sua camera e, come era già successo alle altre, volle godere della sua bellezza. Era una donna molto bella, la sua pelle era bianchissima e al tatto sembrava seta. Si fece baciare ed accarezzare da lei e a sua volta baciò ed accarezzò quella pelle... e quando arrivò la piccola morte lei lo guardò con gli occhi splendenti come stelle e lo baciò... Dopo, quando lui fu soddisfatto, pensò di chiamare le guardie per ordinare che fosse uccisa... ma... la guardò e sentì ancora desiderio di lei, della sua presenza, del suo trasporto, della sua pelle vellutata e così lei lo prese fra le braccia, lo baciò negli occhi... e cominciò a narrargli una storia che parlava di donne, di uomini, di bellezza e di giustizia. Il sultano rimase tutta la notte ad ascoltarla, non riuscì a dormire ma udiva solo la sua voce che lo portava lontano da tutto e tutti, nel loro mondo ideale. Così una notte dopo l’altra lei raccontava e lui ascoltava... fino a che non riuscì più a staccarsi da lei... Per anni ed anni vissero felici... il sultano ogni giorno più saggio perchè aveva trovato un dono che lei gli aveva regalato... La fantasia. Senia Sánchez Martin

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Quello che lo metteva più in difficoltà, erano i fiori. Giulia si era raccomandata, forse scherzando o forse no, che voleva dei fiori, e lui ci era cascato in pieno. Fiori. Rose, tulipani, margherite, crisantemi, fiori di plastica? Che fiori, perché i fiori? Erano un articolo, i fiori, che non gli era mai piaciuto: poteva sempre esserci qualche insetto dentro, e poi lo intristivano. Mentre era in bagno che si radeva, pensava al fioraio più vicino a casa sua. L’ultima volta che era entrato in uno di quei posti stomachevoli, era stato 3 anni prima per comprare una rosa, bianca. Due anni di seguito, per aiutare quel suo bizzarro amico che si era trasferito in America. Ricordava ancora la sua telefonata il primo anno, direttamente da Central Park. Avrei bisogno di un piacere. Certo dimmi, aveva replicato lui. Per farla breve, doveva andare da un fioraio e pagare una rosa bianca. “Il fioraio sa tutto, ci ho già parlato. Tu devi solo pagare. Entri, saluti, dici devo pagare la rosa bianca, e poi te ne vai. E acqua in bocca con tutti, mi raccomando”. Per farla ancora più breve, il suo amico ogni anno, quel certo giorno di febbraio, mandava una rosa bianca ad una ragazza, per il compleanno. Solo la rosa: in forma anonima, senza biglietto, con il complice silenzio del fioraio. Perpetuava questo rito da qualche anno, da quando aveva visto la tizia in questione ad una lezione di statistica. Al telefono gli aveva detto: era eterea, quasi fosse fatta di musica. Non era solo bella, ma anche dolcissima. Pur non avendoci mai parlato, era certo che fosse dolcissima, da come sorrideva: e questo contava come e più della sua bellezza. Gli aveva accennato sull’estetica, che sarebbe l’etica più un prefisso, o qualcosa del genere. Insomma, discorsi strani. Ecco, quella era l’ultima sua esperienza con i fiori.

Vico Catina 15/A - Terni ilconvivioterni@virgilio.it

Ma, scusa, a New York ci saranno milioni di donne!, aveva abbozzato lui durante quella prima telefonata. Il suo amico lo aveva definito una persona prosaica. Aveva detto qualcosa a proposito dell’atto per sé, quando non è ammantato dalla veste untuosa del fine. Sì, proprio così: la veste untuosa del fine. Aggiunto qualcosa su un tizio che spingeva pietre su per una montagna, e doveva esserne pure contento. Sulla forma che diventa sostanza e sul gesto che si sostanzia per la forma. Insomma, il suo amico era un poeta. Per conto suo, lui era sicuro che la ragazza fatta di musica, al suo amico, non gliela avrebbe mai data, se prima o poi lui non si presentava e smetteva di parlare di forme e sostanze. Ma certo, la sua era un’ottica prosaica. Insomma, adesso mentre si radeva, gli tornava in mente il suo amico, la rosa bianca e la tizia eterea. Chissà se continuava a mandarle rose? Doveva aver trovato un altro esecutore, visto che non gli aveva più chiesto niente, e lui era sempre all’estero. Certo, si erano persi un po’ di vista, anche questo era vero. E adesso anche Giulia voleva dei fiori. E lui si domandava perché avrebbe dovuto farla contenta. Si portano dei fiori al primo appuntamento, oppure per un anniversario, oppure se ti è nato un figlio o che ne sapeva, cose del genere. Loro non si vedevano da più di un anno e la loro storia era finita ancora prima di iniziare. Non c’era proprio niente da festeggiare. O forse sì: ora

tutte le volte che la pensava, non gli sembrava più di aver bevuto un bicchiere di benzina, come gli succedeva durante la loro relazione e, soprattutto, dopo che lei se ne era andata. Questo forse era un buon motivo per festeggiare. Aver quasi dimenticato: lei ed il suo carico di finzioni, di bugie, di tradimenti. Gli aveva regalato della musica, poco prima di andarsene. Per mesi Benedetto Michelangeli aveva scolpito nell’aria, inesorabilmente, il volto di lei, di una sconfitta inaudita. Ora, finalmente, lui riusciva ad ascoltare quel pianoforte pensando solamente a dei bambini. Certo, c’era molto da festeggiare, a pensarci bene. Terminò di radersi, si vestì, uscì. Fuori c’era l’autunno, con il quieto sorriso malinconico di un San Bernardo. Fermo ad un semaforo, vide dall’altro lato della piazza il baracchino di un venditore di fiori. Fece manovra e lo raggiunse. Poi andò diretto all’appuntamento. Lei era già arrivata e lo aspettava seduta al tavolo del bar. Aveva i capelli più lunghi ed era splendida ed irraggiungibile come sempre: per un istante, ma solo un istante, lui sentì della benzina nello stomaco. Scusa il ritardo, mi sono fermato a cercare dei fiori. Te li vado a prendere. Uscì dal locale e si diresse in macchina, poi tornò da lei con la rosa bianca che le aveva comprato. Lei apprezzò molto il suo pensiero, e gli diede anche un bacio. Gli spiegò che era uno dei fiori che preferiva e che presto ne avrebbe ricevuto un altro, per il suo compleanno. feyeem@gmail.com

0744471180 Chiusura settimanale Domenica


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Accadde tutto velocemente e Biba si ritrovò innamorata di Smag. E Smag era un orco. Mattino di luglio, ma non un qualunque mattino di un giorno d’estate: l’aria era calda ma deliziosamente gradevole, il sole assai brillante era infuocato ma in modo ragionevole e la città, benché consapevole del suo carattere un po’ spento e noioso era stranamente colorata apparendo persino q u a s i bella. Aleggiava un delicato profumo di pulito. Biba si era svegliata c o m e sempre di ottimo umore, ma q u e l giorno si sentiva proprio felice. L’incontro con Smag fu quello che in letteratura è definito: colpo di fulmine. Lui era là, confuso tra la folla. Certo, come orco non aveva granché in comune con i suoi simili: non era gigantesco, né pelosissimo, non aveva grandi orecchie; il suo sguardo non faceva paura, anzi! Forse il suo naso era - come dire - importante, ma non esagerato. D’altronde si sa, gli orchi hanno il naso piuttosto sviluppato per via dell’odorato che utilizzano per fiutare le loro prede preferite:

e i bambini. Biba correva un bel rischio ad avvicinarlo. Smag avrebbe potuto ingoiarla in un sol boccone tanto lei era minuta! Ma questo non accadde. Quando lui la vide, invece di guardare l’orologio per considerare se potesse diventare stuzzichino per l’aperitivo o

antipasto per il pranzo le sorrise e gli si chiuse lo stomaco. Il profumo che Biba emanava non sollecitava l’appetito di Smag, ma, al contrario, suscitava in lui emozioni sconosciute, tutte riconducibili all’amore. Osservando la piccola Biba che, piantata davanti a lui gli sorrideva ammiccante, dondolando il suo esile corpicino con fare malizioso, Smag si domandava dove fosse finita la sua favoleg-

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giata voracità, quella che, per intenderci, lo aveva fatto finire nella cronaca nera delle fiabe più terrificanti. Pazienza - si disse - la consumerò in altro modo: con baci, coccole e carezze! Biba dal canto suo non si raccapezzava. Dovrei aver paura - pensava - … ne ho lette di cotte e di crude sugli orchi e a scuola mi hanno confermato che sono proprio terribili! Ma lui è diverso. Non solo non lo temo ma con quei suoi occhioni suscita solo tanta tenerezza e quel nasotto… che voglia di mordicchiarlo che ho… Smag scese dalla bicicletta. Biba lo affiancò. Lui le tese la sua mano forte con gesto sicuro invitandola a porvi la sua che strinse appena nel timore di farle male. Lei alzò lo sguardo, fiduciosa, e lui lo ricambiò con il suo, così struggente da strappare via il cuore. Non c’era nulla da dire. Le parole avrebbero occupato uno spazio che doveva essere esclusivo dei sentimenti che provavano l’uno per l’altra. La folla li inghiottì, ma, a guardar bene, si poteva scorgere un baluginar di strana luce provenire dai due ed un sottile raggio di sole seguire la loro scia luminosa, odorosa, profumata d’amore. Disegno e testo di Pia Giani

La Provincia di Terni per la cultura

L’origine dei coriandoli: una fiaba Dopo il martedì grasso, nelle vie del centro della città si rannicchiano per il freddo tra un sampietrino e l’altro, mucchietti di coriandoli. Sono tantissimi, di ogni colore. Per loro la giornata è stata faticosa; svolazza di qua, volteggia di là… Da generazioni una regola non scritta dice che, dopo l’ultimo giorno di Carnevale, i coriandoli riposano per una notte intera senza parlare; ma stavolta qualcuno infrange il divieto. Scusate… soffia una vocetta stridula. Chi ha parlato? tuona uno rosso di rabbia. Un coriandolo! è la risposta. Tutti i pezzetti di carta si girano a guardare il sovversivo; è un piccolo seme, impettito e teso per sembrare più alto. Iniziano a saltellare dalle risate. Non sembri proprio uno di noi! Un coriandolo gentile, per togliere il semino dall’imbarazzo, gli chiede se sia uno straniero. Sono stato non so quanto tempo sotto questo ciottolo, sono scampato a piogge, venti, sfuggito a piccioni che volevano beccarmi e formiche che volevano rapirmi… Il racconto cattura l’attenzione e molti spingono per essere in prima fila. Tantissimi anni fa - continua il seme con un certo orgoglio - i coriandoli erano così, come me. Io vengo da una pianta della famiglia delle Umbrellifere e mi usano come spezia in tutto il mondo. Per Carnevale le donne ci raccoglievano per metterci nei confetti al posto delle

mandorle. Poi ci lanciavano da balconi, carri, finestre... A noi ci fabbrica una macchina, lo interrompe qualcuno con un po’ di amarezza. Un dischetto bianco, dall’aria saputa, si fa largo tra la folla, e rivela la sensazionale notizia che hanno di fronte un bicentenario. Spiega infatti che solo dal 1875 si usano coriandoli come quelli attuali: un milanese aveva iniziato a vendere come tali gli scarti di fogli traforati, utilizzati per allevare i bachi da seta. Se poi si considera che fino a poco prima si lanciavano palline di carta, fango o gesso… potrebbe avere quattrocento anni! riflette il piccolo luminare ad alta voce. Il prepotente coriandolo rosso ordina il silenzio. Voglio dormire! Ma nessuno si è accorto che è già l’alba: arriva lo spazzino che aspira tutti, tranne il semino che fa appena in tempo a ficcarsi sotto al marciapiede. Beatrice Ratini

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Trattamento di fine rapporto

Uno degli aspetti più importanti nella vita delle persone è il lavoro. Sin dal principio ci preoccupiamo di trovarne uno che possa darci indipendenza economica e soddisfazione personale. Purtroppo oggi il lavoro non è più un diritto riconosciuto dalla COSTITUZIONE, ma una specie di miracolo, difficile ad avverarsi ed ancora più duro a perpetuarsi. Chi ha la fortuna di lavorare sa quanto sia problematico rapportarsi con i colleghi, con la crisi economica, con l’innovazione tecnologica, con la tutela del know-out e così via. Quello di cui voglio parlare riguarda però il momento in cui il lavoro termina, o per raggiungimento dell’età pensionabile o per averne trovato uno più adeguato alle nostre esigenze o, semplicemente, perché si è scelto di rimanere a casa. Mi riferisco al Trattamento di fine rapporto che consiste nell’erogazione di una somma accantonata di anno in anno dal datore di lavoro per ciascun dipendente e rivalutata secondo indici stabiliti per legge. Il TFR è oggi uno degli argomenti giuridici più dibattuti e che crea nel pubblico maggiori incertezze, ma in realtà si tratta di fare solo chiarezza per capire come comportarsi. Con l’ultima Finanziaria dal 1° gennaio 2007 ciascun lavoratore dipendente può scegliere se destinare il TFR a forme di pensione complementare o lasciarlo al datore di lavoro. In realtà la scelta è limitata solo a quello che si accumulerà dal 1° gennaio 2007, quindi per la quota messa da parte negli anni passati, se già si lavorava, non cambia nulla. Entro il 30 giugno 2007, chi già lavora, o entro 6 mesi dalla data di assunzione si dovrà decidere se: - versare il TFR ad una forma pensionistica complementare; - lasciare il TFR al datore di

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lavoro. Nel primo caso oltre alla classica pensione erogata dall’INPS ne avremo un’altra erogata dal fondo complementare da noi scelto. Nel secondo caso il datore di lavoro userà, fino alla fine del nostro rapporto di lavoro, la nostra quota di TFR per accrescere la competitività della propria azienda. Il lavoratore dovrà fare la sua scelta con una dichiarazione scritta (i moduli saranno predisposti dal governo) indirizzata al proprio datore; se deciderà di destinare il proprio TFR ad un fondo complementare dovrà anche indicare quale. Se il lavoratore non si preoccuperà di informare il proprio datore varrà la modalità del silenzio-assenso, ovvero il datore di lavoro è tenuto a versare il TFR alla forma pensionistica complementare individuata negli accordi aziendali, qualora non ci sia un accordo aziendale specifico alla forma alla quale la maggior parte degli altri lavoratori dell’azienda hanno aderito. Il datore di lavoro farà ciò solo dopo aver comunicato, un mese prima della scadenza del termine, che, non avendo il lavoratore fatto conoscere la sua scelta, provvederà a versargli il TFR su quel determinato fondo pensione. Quelle aziende che però hanno più di 50 dipendenti hanno l’obbligo di versare il TFR al fondo gestito dall’INPS. Invece, se il lavoratore aveva aderito a qualche forma di pensione complementare prima del 29 aprile 1993 può decidere di continuare come prima a versare tutta la quota di TFR nella pensione integrativa. La scelta di lasciare il TFR al datore di lavoro è revocabile, l’altra no. Lo scopo di questa riforma è quello di rendere il lavoratore partecipe del proprio destino. Ciascuno di noi potrà valutare il datore di lavoro e le sue scelte imprenditoriali. Personalmente sono favorevole ad ogni iniziativa che mi lasci la possibilità di analizzare i fatti. Quindi non perdete l’occasione e dichiarate le vostre intenzioni. Una raccomandazione: quando avrete davanti i contratti dei vari fondi pensione integrativi, se avrete qualche dubbio su ciò che c’è scritto, affidatevi ai patronati, sia le associazioni di categoria che i sindacati ne hanno uno. Serena Battisti Consulente amministrativo-legale

M O B I L I T A ’

Internet, questo s(conosciuto)! La potenza e le possibilità della rete, hanno raggiunto livelli incredibili. In un secondo ci si può connettere con il mondo da una baita sperduta sulle Alpi... conoscere e informarsi. Ora questa potenza, nel suo ormai irreversibile progredire, presenta una miriade di sfaccettature, come negarlo? Certo, violenza, pornografia e tutti i lati negativi, anche quelli sono alla portata di un clic e c’è chi si domanda: perchè non porre un freno? Perchè non controllare? Fioroni docet. In Cina, per esempio, se cliccate su Google per la ricerca immagini Dalai Lama, vi compariranno tutte le serie fotografiche tranne quelle del vero Dalai Lama: questa è la famosa censura che molti auspicano per il futuro della Rete (già applicata nei giornali e in tv). Vogliamo ottenere questo anche in Italia? Internet è l’unica fonte di informazione veramente globale, libera, senza editori o gente che ti dica: Questo non lo puoi scrivere! Siamo pratici. Cerco un’informazione su cosa è accaduto veramente l’11 settembre? Semplice! Un motore di ricerca come Google ti dà qualsiasi risposta. Qui entra in gioco la nostra capacità critica e di discernimento, per scegliere e selezionare ciò che può essere più attendibile. Per di più in ogni momento la mia informazione può essere suffragata o screditata. Il bello di tutta questa storia è che posso condividere ciò che so con milioni di persone in tutto il mondo. Ma non è finita! Ogni sito è sottoposto ad una critica spassionata e continua: ciò permette di confutare ogni tipo di informazione contraddittoria o che non si regga in piedi. Internet è un organismo che si autoregola. Le persone sono l’unico censore, a garanzia di una perfetta libertà di informazione e di pensiero. Si gioca tutto su uno scambio in tempo reale, di idee e conoscenze personali, nel pieno rispetto della democrazia.

Persino Giobbe perderebbe la pazienza. Ma chi li fa sti sondaggi sulla felicità cittadina? sta strillando una signora, evidentemente decisa ad abdicare al ruolo. Lui, il vigile urbano, è comprensivo ma a prova di qualunque recriminazione: Ma non avete proprio pietà? - gli sta dicendo lei, la multata. Il mio stipendio è di mille euro. Questo mese duecento le ho già date all’amministrazione per avere in cambio una città europea dove in piazza e dintorni si possono parcheggiare baracche, bancarelle, stand, materassi e mosciarelle ma non certo le auto di chi lavora. Ma lei che pensa? Che in centro ci vengo per passeggiare? “Il regolamento è uguale per tutti. E’ zona a traffico limitato, questa? Sì. E’ residente, lei? No. Che fa, concilia?”. La signora tanto conciliante non è. Non le va di essere considerata pigra perché abita a nord, ha gli anziani genitori a sud, l’ufficio in pieno centro, poco tempo e fastidiosi dolori alla schiena: non abbastanza invalidanti per un permesso di circolazione (con licenza di uccidere), abbastanza per non poter fare chilometri, tra bus, buste e navette, da un capo all’altro della città. Lei, dell’attuale mobilità alternativa, non sa che farsene. Io non ho tempo né modo per le gite. Devo ribatterle tutte, capisce? E ho già cambiato l’auto perché non inquinasse. Il vigile capisce ma non può farci niente. Ormai è nero su bianco. Avrebbe anche chiuso un occhio. Peccato che a chiamarlo siano stati i residenti del condominio che non ne possono più degli assalti nel proprio territorio. E la signora continua, in un crescendo rossiniano, coinvolgendo nell’invettiva anche chi parla di soste selvagge ma non di jungle d’asfalto: Gli dica che il dentista l’ho

già sostituito con uno di periferia. Almeno, parcheggio. Per lo stesso motivo faccio la spesa negli ipermercati: le buste pesano, lo sa? Oppure vado a Norcia: ci metto meno tempo che a raggiungere il norcino locale. Purtroppo il medico di famiglia si ostina a stare in via Cavour nei giorni dispari. Se sono fortunata mi ammalo di martedì. Le faccende della posta e della banca, per ottimizzare, le sbrigo in orario di lavoro: chiedo un permesso. Tre o quattro ore, per le file, mi bastano... Qui ci vorrebbe Bertolaso, se n’è accorto? Ormai è una questione di protezione civile! Il vigile la guarda, sgomento. L’avverte: “Se non la smette di gridare, chiamo il carro attrezzi”. Eccolo il piano regolatore del tempo delle donne - lo incalza lei sventolandogli la multa sotto al naso - è confluito in quello del traffico. Si arriva al part-time per risparmiare su parcheggi e multe. Più tempo libero per stare con i figli, andare a fare shopping (a Roma) o una passeggiata (a S. Erasmo). Peccato ne risenta lo stipendio e la pensione! Ma a questa ci arriverò mai? Se andiamo avanti così mi viene un infarto. Lo sa che le dico? Verbalizzi pure: il centro dovrebbe sparire! I commercianti? Si trasferiscano, oppure si attacchino al tram! Lorella Giulivi


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