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L’arma dei falliti

Maestri d’amore

Raffaela Trequattrini Costringere gli altri a comportarsi in un certo modo, contro la loro volontà, significa solo una cosa: che non siamo riusciti a convincerli! La violenza è l’attestato del fallimento, l’emblema della sconfitta e l’anticamera dell’autodistruzione. Naturalmente dal concetto di violenza sono esclusi gli atti difensivi e coercitivi esercitati nei confronti di chi violenza commette, e questo sia ben chiaro. Ma nessuna regola o legge che la maggior parte delle persone consideri ingiusta, quindi violenta, è destinata a durare nel tempo, così come è destinata a scomparire l’autorità di chi la impone con la forza. Nessun singolo individuo può illudersi di essere stimato ed apprezzato, se è costretto ad usare la violenza per affermare la propria volontà. C’è un’enorme differenza tra il concetto di autorità e quello di autorevolezza, ma purtroppo non tutti la capiscono… Un atteggiamento prepotente è assai più umiliante per quanti lo assumono piuttosto che per quanti lo subiscono. La storia infatti ricorda come grandi uomini coloro che hanno dimostrato la capacità di coinvolgere, di trascinare, di persuadere; mentre il giudizio a posteriori è ben diverso quando si parla di personaggi o di organizzazioni che, privi di autentici seguaci e corteggiati soltanto da ipocriti profittatori (quelli che stanno sempre dalla parte del potere), hanno dominato grazie ad intimidazioni e ritorsioni, inabili nell’offrire valide motivazioni di supporto alle loro teorie ed al loro operato. Il potere di questa gente non ha mai avuto epiloghi diversi dai seguenti: ribellioni cruente spesso appoggiate da quegli stessi seguaci, vigliacchi e opportunisti, che invertono la rotta appena cambia il vento; rivoluzioni culturali con smantellamento graduale e sistematico di istituzioni che nel

N° 2 - Febbraio 2006 (32)

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Giampiero Raspetti

La violenza in uffico: il mobbing Alessia Melasecche I termini stranieri invadono il nostro vocabolario, ma a volte non si tratta solo di effimeri modi di dire o di parole che ci consentono di risparmiare un bel po’ di caratteri rispetto a ben più lunghe perifrasi, perché i vocaboli che si inseriscono di prepotenza nel nostro italico idioma, hanno intrinsecamente insita parte della loro cultura di origine, che può disturbarci, ma di cui, in un segue a pag. 2

I due ragazzi Francesco Patrizi

Cos’è la civiltà? E’ la lotta contro la violenza. Karl Popper

Quando una società è veramente aperta Sandro Tomassini Negli anni ’50 Aldo Capitini, facendo sua un’espressione di Norberto Bobbio, affermava che: “in generale si tende a definire società aperta quella in cui c’è libertà, attenzione a ogni cittadino, spazio per il suo moto e sviluppo, e che abbraccia, almeno come principio, l’umanità intera, mentre la

Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza. Così poetava Lorenzo il Magnifico sulla precaria condizione dell’uomo: godiamo oggi la vita, perché non si sa cosa il domani ha in serbo per noi; affanniamoci oggi per accaparrarci il meglio del meglio, perché domani tutto

Non sono maestro d’amore, ma ho imparato che amare non è avere a cuore soltanto se stessi. Ho capito, nel corso di un tragitto di civiltà e di maturità, che la prima condizione per amare davvero è il rispetto completo dell’altro. Le ho anche lette, queste buone novelle. Non oserei mai dettare insegnamenti su sentimenti, profondi o tenui, incerti o sfumati, del prossimo mio. Chi potrebbe farlo? E’ un’alterigia che altri si arrogano, professando una capziosa propensione a voler indurre sulla retta via il nostro intimo, i nostri sogni, le speranze, le emozioni. Si nominano guide dell’intimo e così pretendono di spiegarci come pensiamo, come soffriamo, come dobbiamo amare, come dobbiamo morire! Autentici San Bernardo delle verità e delle certezze, detengono in aeternum la ricetta del vero amore... sanno addirittura qual è la vera scienza! I tempi offrono invece, sempre più frequentemente, risposte sguaiate e artefatte a domande mai poste o impongono questioni senza senso che, quando il potere mediatico lo decide, diventano, surrettiziamente, fatti sconvolgenti. E così, con la nonchalance con cui dal barbiere si dovessero rilasciare delle pertinenti considerazioni sul teorema di Fermat, in tribunale si va a deporre congetture... su una bella giornata di sole! Mi sento, a volte, come costretto ad assistere a danze scomposte di una tribù di beduini che, dopo cocciutissimi riti propiziatori, pretende di dettar norme agli eskimesi, sul come pescare, conservare e mangiar pesce. F ar figli è servito, storicamente, non solo al naturale continuum della specie, ma per disporre anche di braccia giovanissime per il lavoro. Quando non servivano, specialmente se femmine, erano soppressi, senza pensarci su, con il normale benestare degli

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Il paradosso della violenza Vincenzo Policreti La nostra civiltà aborre, fugge, stigmatizza la violenza: vi sono tribunali, ne cives ad arma veniant, norme di galateo che prescrivono il rispetto, punizioni per i bimbi che fanno a botte. Ma tutto questo sforzo è vano: i tribunali non funzionano, la gente è cafona e i bambini che non fanno a botte finiscono vittime dei bulli che invece menano le mani. segue a pag. 2

Dignità negata Monica Tarani

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Ci sono due ragazzi, hanno la stessa età, sono andati alle scuole superiori insieme, sono fidanzati con due belle ragazze e vorrebbero sposarsi. Il primo ragazzo lavora, prende 800 euro al mese, contributi garantiti e pensione assicurata. Il secondo ragazzo lavora, ma non prende niente e quello che fa lo fa gratis. segue a pag.3


L’ a r m a d e i f a l l i t i

giudizio comune si sono trasformate da opinion-leader ad associazioni a delinquere. E’ vero che la storia dovrebbe insegnare, ma è altrettanto vero che c’è sempre qualcuno che si ritiene particolarmente astuto e solido alla base da

La violenza in ufficio: il mobbing

poter sfuggire alla prassi generale. E regolarmente la prassi lo mortifica. Così, riguardo alla sfera privata, non mi rendo conto di come si possa essere orgogliosi di un figlio che studia soltanto perché tenuto continuamente sotto pressione, di un marito fedele soltanto perché tenuto strettamente sotto controllo o di un collaboratore che esegue soltanto perché tenuto severamente sotto minaccia. Chi si accontenta di questo è un’assoluta nullità. Ben diverse sono le aspirazioni di chi crede davvero in se stesso e nel proprio modo di essere: ispirare fiducia, sentirsi condiviso, suscitare entusiasmo... non certo essere visto come una palla al piede!!! R. Trequattrini

Il paradosso della violenza E’ motivo di autentica meraviglia per chi conosca anche superficialmente l’animo umano constatare l’ingenuità con cui la nostra società persegue l’utopia della mansuetudine. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: poche epoche hanno quanto la nostra visto l’infiltrarsi ubiquo della violenza, il suo dilagare fino a rendere la vita più difficile di giorno in giorno, ad onta dell’aumentato benessere economico e di tutti i marchingegni a pagamento che il mercato ci offre per la nostra serenità. Le città sono sempre meno sicure, la sopraffazione dell’uno sull’altro è ovunque in agguato e perfino i bambini, sante creature, cominciano ad essere contagiati dal seme del bullismo e della delinquenza. Si direbbe che più ci sforziamo di cacciare la violenza dalla porta, più questa rientra da tutte le finestre, i buchi, le fessure. Dovrebbe essere assiomatico che se qualcosa nel nostro modello non funziona occorra trovare qualcos’altro. Ma la nostra società alla violenza che la sta strangolando pare non sappia opporre da un lato che una ricerca di un’amorfa, insulsa mitezza, dall’altro la somministrazione di una violenza eguale e contraria (si pensi alla pena di morte negli Stati Uniti). Allo psicologo, quando riflette su queste cose, torna in mente l’ipotesi dell’istinto di morte, formulata da Freud nel 1920: una distruttività insita nella natura umana, non eliminabile, ma solo dirigibile o verso se stessi o verso gli altri, salvo una parziale possibilità di sublimazione in lotte contro mali sociali, miseria, malattie, ecc. La teoria dell’istinto di morte è respinta da quasi tutti gli studiosi. L’utopia invece d’una società pacifica, fatta di rapporti improntati al rispetto reciproco, all’onestà e all’eguaglianza era già stata avanzata da varie fonti, a cominciare dal Cristo. Ma resta un fatto che, proprio nel momento in cui tutta una società pare uscire dall’utopia per entrare nella concretezza d’un progetto sancito da leggi

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e Costituzioni, non è la concordia ad affermarsi socialmente, ma la violenza. Non è questo l’unico caso in cui il perseguire troppo qualcosa ottiene l’effetto opposto: proprio in tema di violenza è chiaro a chiunque abbia un’intelligenza media che l’opporre al male altro male non solo non evita quel male, ma al contrario lo rinforza: se chi prende lo schiaffo non porge l’altra guancia ma lo restituisce, si può star sicuri che il risultato è una scazzottata coi fiocchi. Per quanto riguarda la violenza il discorso è tuttavia più ampio: nonostante tutti i meritori appelli alla razionalità, l’animale Uomo razionale non è; né c’è da augurarsi lo diventi mai del tutto, dato che la musica, la poesia, l’amore (di ogni genere) non sono razionali, ma emotive. Ma emotiva è anche l’aggressività e, istinto di morte a parte, c’è da credere che una certa quantità di aggressività non solo sia ineliminabile e serva alla conservazione dell’individuo e alla perpetuazione della specie, ma che sia di fatto necessaria alla fondazione di realtà nuove. “La violenza - sostiene Ferrarotti - è fondante (V. Romolo e Remo). Ora, è esperienza comune che nella psiche umana come in chimica, se nulla si crea, nulla nemmeno si distrugge: semmai si trasforma. Abolire quindi tout court l’aggressività senza darle uno sbocco non è possibile: il tentativo di farlo quanto più è cogente (…violento?) tanto più la deforma nella sua patologia: appunto la violenza. Un racconto di Shaffer, La decima vittima, parla di un’epoca in cui, abolite guerre e violenze, coloro che sentono l’impulso di uccidere, possono iscriversi ad un club (La grande caccia) dove tra loro e loro soli, l’assassinio è lecito. Dovremo anche noi in nome del pacifismo dare un simile sbocco alla nostra aggressività? E se poi a iscriversi alla Grande caccia fosse la maggioranza? Ma soprattutto: una società pacifica ci piacerebbe davvero? V. Policreti

mondo della conoscenza sempre più globalizzato, spesso non si può fare a meno. La parola inglese mobbing viene dal latino mobile vulgus, che significa appunto il movimento della gentaglia. E il mob, molto usato dagli storici, è un conflitto sociale senza capi, un fuoco plebeo. È dunque da mob che si arriva a mobbing, l’espressione che è stata usata da Konrad Lorenz per indicare il comportamento di alcuni animali quando si coalizzano contro un membro del gruppo fino a escluderlo dalla comunità. E’ una forma di terrore psicologico esercitato sul posto di lavoro attraverso attacchi ripetuti da parte del datore di lavoro, del superiore o dei colleghi. Molestie morali, insomma. Gli esperti sostengono che può essere di due tipi: verticale, quando un capo si accanisce contro un suo sottoposto (o bossing); oppure orizzontale, quando un gruppo cerca di emarginare un collega usando una psicologia da branco e molestie collettive (mobbing emozionale). Le forme che può assumere sono molteplici: è disconoscere il valore dell’altro, è approfittare delle novità normative e metodologiche per metterlo in difficoltà, è ignorarne la presenza, è non provvedere ai suoi bisogni logistici elementari, è ridurre i posti a tavola, è diffondere maldicenze, dalle continue critiche alla sistematica persecuzione, è assegnare compiti dequalificanti, è comprometterne l’immagine sociale nei confronti di clienti e superiori. Nei casi più gravi si può arrivare anche al sabotaggio del lavoro e ad azioni illegali. Lo scopo del mobbing è quello di eliminare una perso-

na che è, o è divenuta, in qualche modo scomoda. Le ricerche hanno infatti dimostrato che le cause del terrore psicologico sul posto di lavoro vanno ben oltre i fattori caratteriali: si fa mobbing su una persona perché ci si sente surclassati ingiustamente o per gelosia, fino a costringerla a licenziarsi. E il malcapitato come reagisce al disagio e all’isolamento? Può, dopo le prime resistenze, giungere ad autocolpevolizzarsi fino a cercare in sé e non nell’ambiente di lavoro la causa di quanto gli sta accadendo. Così diventa incapace di opporsi all’esclusione e all’emarginazione. La vittima ricorrente sarebbe il Fantozzi di turno? Macchè. Secondo numerosi studi potrebbe essere il troppo bravo, il troppo creativo o, più semplicemente, l’ultimo venuto non ancora assimilato dal gruppo. Il mobbing insidierebbe sia chi svolge lavori umili, sia chi occupa ruoli prestigiosi. Nessuna categoria sembra immune da questo fenomeno. Si può sviluppare nei ministeri, come negli uffici comunali più sperduti, sono numerosissimi in ospedali, scuole, poste, banche o imprese, se ne trovano decine e decine perfino nelle sedi dei partiti politici, dei sindacati o delle associazioni di categoria. Una delle tipologie più frequenti, ma meno denunciata, è quella legata alla emarginazione proprio negli enti locali in cui, ad ogni cambiamento di amministrazione, sorgono fenomeni di allontanamento nei confronti di coloro che, facendo il proprio dovere, hanno collaborato con il precedente inquilino. Allora avvengono trasferimenti ingiustificati di elementi validi, scavalcamenti dirigenziali da parte di coloro che strumentalizzano l’appartenenza politica, a danno di altri, per fare carriere folgoranti. In Italia, secondo le associazioni anti-mobbing, sembra che il fenomeno, in generale, riguardi circa un milione e mezzo di persone.

Il mobbing ha conseguenze di portata enorme: causa problemi psicologici alla vittima, che accusa disturbi psicosomatici e depressione, ma non bisogna dimenticare che, con la perdita di professionalità e le conseguenze psicofisiche cui abbiamo accennato, diventa anche un costo per l’organizzazione di appartenenza e poi per l’intera società. Le ricerche condotte all’estero hanno dimostrato che il mobbing può portare fino all’invalidità psicologica, e che quindi si può parlare anche di malattia professionale. Sebbene il termine mobbing si riferisca prevalentemente, come già detto, all’ostilità che sorge in un ambiente di lavoro, con vittime preferenziali e accertate le donne, le sue dinamiche possono essere estese anche ad altri ambiti ed in particolare a quello scolastico. Il mobbing può essere un fattore di spiegazione del rifiuto che molti giovani hanno nei confronti della scuola che, giunti ad una certa fase, non vogliono più frequentare, a causa dell’ostilità che sentono nella classe o che proviene dal gruppo dei bulli che li contestano o li deridono. I primi ad occuparsi del mobbing sono stati i Paesi scandinavi, sempre molto attenti alle problematiche dei diritti umani tant’è che in Svezia è considerato reato dal 1993. Molto meno sensibili e veloci sono stati gli altri Paesi, Francia, Olanda, Svizzera e Italia, dove solo ultimamente inizia a diffondersi, parallelamente all’importazione del termine, la presa di coscienza di questo fenomeno a cui occorre che tutti si oppongano, sia per una ragione di civiltà, sia perché può colpire ognuno di noi. Occorre, quando accade, resistere, avere il coraggio di aprire un colloquio con colui o coloro che adottano comportamenti psicologicamente violenti, e poi, in caso di insistenza denunciare il fenomeno prima di esserne travolti. A. Melasecche a.melasecche@libero.it


Dignità negata

potrebbe svanire: gioie, speranze, salute… Perché a questo mondo non ci sono certezze durature, tranne una: che ci piaccia o no, non si sa come, non si sa quando, prima o poi tutti moriremo. Non possiamo farci niente, è il nostro destino, possiamo solo sperare che quel momento arrivi all’improvviso, senza sofferenze, magari nel sonno. Purtroppo, però, il più delle volte non avviene così e la tribolazione diventa una tappa obbligatoria prima della liberazione. Sembra addirittura che la morte si prenda gioco degli uomini e, con disegno crudele, porti via loro lo spirito, la voglia di vivere, lasciandoli intrappolati in un corpo, un tempo amico, ora nemico. Mi sento come una pianta, a cui si danno acqua e concime: così descrive la sua condizione un uomo da diciassette anni costretto a letto e al quale da diciassette anni viene negata la possibilità di terminare con dignità la propria esistenza, di porre fine ad una vita che è solo una lunga, interminabile angoscia. Eppure, se esiste un diritto di vivere, deve esistere anche un diritto di morire! Ma in Italia non è così, le nostre leggi non consentono la morte dolce, l’eutanasia, che viene invece praticata da anni in Paesi come l’Olanda e il Belgio. Ma, si sa, il Bel Paese guarda al resto del mondo solo quando c’è da smielare, solo quando ci sono di mezzo interessi economici, quando c’è in

ballo il petrolio dell’Iraq! Per tutto il resto, per quanto riguarda libertà e diritti, si compiace di rimanere a fondo, ben ancorato alla zavorra del cattolicesimo. Il Vaticano non c’entra niente, ha affermato il Ministro della Salute Francesco Storace, però nei (rarissimi) dibattiti sull’eutanasia, tra gli ospiti illustri, guarda caso, c’era proprio il Cardinale Tonini a dire la sua! Che ipocrisia! E ancora: Porre fine all’esistenza di un uomo è innaturale. Innaturale è accanirsi contro l’uomo facendolo vivere ad ogni costo, perché scopo della medicina è migliorare le condizioni di vita, non protrarre l’esistenza oltre ogni limite. La fatica di vivere dà il diritto di non vivere, perché le medicine possono alleviare il dolore fisico, ma il dolore morale, quello, rimane e nessuna legge può costringere ad una vita che di umano non ha più niente. Chiedo scusa ai lettori se li ho rattristati con argomenti ai quali non avrebbero voluto pensare, esortandoli tuttavia a non allarmarsi più di tanto, perché, se ci dovessimo malauguratamente trovare in condizioni disperate, ricordiamoci che per ogni male c’è un rimedio: se saremo ricchi potremo recarci in Olanda; se invece saremo poveracci, potremo sempre sperare in un gesto pietoso della Provvidenza, che è certo più pietosa di Santa Romana Chiesa. M. Tarani

8 x mille alla ricerca: una proposta Solo una proposta, per ora, quella del giornalista Enzo Mellano. Una proposta di legge di iniziativa popolare molto interessante, che mira a creare un Fondo integrativo stabile e duraturo per finanziare le varie branche della Ricerca, che non costituisca un peso economico né per la Finanziaria annuale né per le tasche dei contribuenti con ulteriori prelievi obbligatori ma che sia alimentato dall’attuale 8x1000 dell’Irpef e dalle donazioni volontarie deducibili fiscalmente. Chi sceglie di devolvere l’8 x mille dell’Irpef non effettua una donazione, ma indica allo Stato come deve spendere la quota Irpef che è tenuto a versare obbligatoriamente. Quindi, le risorse derivanti dall’8x1000 vanno considerate danaro pubblico! Per questo è necessario che i cittadini possano indicare allo Stato come utilizzare le risorse che loro stessi forniscono, laddove ve ne sia la possibilità. Questa proposta di legge serve a creare questa possibilità. Per aderire alla proposta e per ulteriori informazioni, si può visitare il sito: www.clubfattinostri.it/8xmille/propostadilegge.htm Isabella Rodio

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addetti al sacro. Il tempo passa... e... i figli sono anche stati la condizione della famiglia: una famiglia cioè era tale solo se aveva dei figli. Se figli non venivano, la colpa di chi era...? Avete indovinato!... molti non sanno però che, per tali accidenti, le donne sono state considerate non solo incapaci, ma anche delle poco di buono! Oggi sono molte le persone civili che concepiscono un figlio a condizione della famiglia, a seconda cioè che la famiglia se lo possa permettere e che il futuro del figlio si presenti dignitoso. E’la concezione che vede donna e uomo come compagni, ripartitori dei pani (cum pania) insieme all’eventuale pargolo. Così dovrebbe essere! E’ altresì tempo che una società non più vile né misogina crei, senza la più piccola conseguenza fisico-psichica per le donne, una sorta di pillola inversa, quella per cui se desidero un figlio... prendo la pillola. In tal caso mai si parlerebbe di aborto, né di assassinii, né di 194. Su tale versante però Sua Sommità Ipocrisia si è sempre battuta contro, anche sull’uso dei contraccettivi, naturali o usuali che siano. Si ritiene ortodosso diffondere ansia, sensi di colpa, insicurezza, paura, sofferenza! La mia è una sorta di metafora, ma chiarisce come dietro i bizantinismi del è persona un nanosecondo prima o un nanosecondo dopo? (congettura assolutamente irrilevante rispetto agli orribili e numerosissimi crimini, passati e presenti, contro l’umanità, una umanità sicuramente autonoma e cosciente delle atroci sofferenze infertele, e di cui si evita accuratamente ogni cenno!), si nasconda l’eterna corona di spine: la paura delle donne, dell’amore, dell’eros, del sesso, il terrore di un mondo in cui rifulga esclusivamente la dignità umana, senza falsi scopi, paradisi od inferni. Una umanità per la quale non si scorgono all’orizzonte altri

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m a e s t r o

Franceschi o Terese... ma solo alcuni, pochi, missionari, tra cui l’amatissimo Don Andrea. Nessun Papa o Cardinale a rispondere con dignità ed umiltà al Vangelo, e quindi a puzzare di povero. Si sentono maestri. Testimoni... no... sa troppo di tunica lacera ed impolverata... si sentono addirittura maestri d’amore! L’eterna, divina, ghirlanda di fiori: amare con gioia, dolcezza, reciprocità, responsabilità, totalità.. per qualche personcina terrena non s’ha da intrecciare, giacché l’uomo asessuato è come l’uomo senza radici, disperato e facilmente manovrabile. Di nuovo allora la rappresentazione della donna come utero con le gambe (non distante dall’infamità del donna al fornello, uomo al bordello che ben qualifica l’animalità di chi la profferiva); ecco allora amanti delicatissimi, amanti sofferenti, uomini e donne che scelgono liberamente di donarsi l’uno all’altra, andare incontro, per amore, nient’altro che per amore, per vivere la vita, nient’altro che per viverLa, ad un attimo, uno solo, in cui milioni di semi si incontrano, migliaia diventano embrioni, la natura (assassina?) ne fa strage, a favore di uno solo. Queste coppie, qualora non vogliano proseguire nella generazione di un figlio, sono da alcuni rappresentati come i gasatori di Dacau. Membri della schiera di Sua

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Il primo ragazzo si lamenta sempre contro il datore di lavoro. Il secondo ragazzo si considera fortunato e ringrazia il datore di lavoro che non lo paga e non lo assumerà. Il primo ragazzo si sposerà questa estate. Il secondo ragazzo non ne ha le possibilità. Quale differenza c’è tra i due ragazzi? Il primo non ha finito le scuole superiori, ha trovato un lavoro di basso/medio profilo ed è stato assunto a tempo indeterminato. Il secondo si è laureato con il massimo dei voti, sta cercando un posto di lavoro qualificato, ma sa che non è facile, così accetta di lavorare

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Sommità Ipocrisia io ho conosciuto. Quando è capitato a loro, non c’è stato verso: loro, proprio loro, dovevano ricorrere assolutamente all’aborto perché, data la loro posizione, non se lo potevano certo permettere uno scandalo del genere, loro! Naturalmente tutti gli altri... i derelitti, gli schiavi, i poveri cristi... che non hanno dignità né posizione, né cuore né anima, questi... devono essere costretti a permetterselo! Che professori d’amore! La stessa stonatissima sinfonia risuona per il divorzio. Guardatevi intorno: specialmente tra politici perbenisti e pregaroli! Fanatici della sacralità della famiglia, a sentir loro! N essun aborto invece se il figlio fosse a condizione che la coppia lo voglia, potendo, chiunque, amare come vuole, senza pericoli, senza violentare né l’altra né l’uno: non è costume degli uomini liberi praticare la tortura degli spiriti, dei bambini, delle levatrici o la sevizie delle monache, fenomeni da sempre largamente presenti nelle schiere di Sua Sommità! Cadrebbe allora anche la storiella del nanosecondo prima, del nanosecondo dopo. La domanda: è già essere umano?, rivolta alla sostanza di quel breve attimo è d’uopo sia trasformata in: è un essere umano chi distorce, continuamente e con sadismo, il messaggio d’amore della carità G. Raspetti umana?

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gratis per qualche azienda, sperando di qualificarsi ancora di più; e, come se non bastasse, ringrazia l’azienda che lo prende come stagista non retribuito. Il primo ragazzo considera la sua situazione lavorativa ingiusta, perché vorrebbe più soldi e maggiori tutele. Il secondo ragazzo invece accetta senza fiatare la sua situazione non retribuita, perché? Perché in Italia si pensa che la formazione non serva, che la qualifica non occorra; un’azienda media non vede in un neolaureato una forza lavoro su cui investire, sono anni che la Comunità Europea manda incentivi per far assumere neolaureati e per far continuare loro, non a spese dell’azienda

(!), un percorso di alta formazione. Ma l’azienda media italiana non riesce a vedere nel secondo ragazzo un investimento a lunga durata, non scorge in quel venticinquenne il futuro manager di domani, dalla mentalità aperta, dalla cultura vasta, dalla preparazione impeccabile. Preferisce il primo ragazzo, sul quale non investe nulla e che tra vent’anni starà allo stesso livello di ora, anzi un po’ meno perché perderà qualche colpo rispetto ai nuovi che arriveranno. Il paradosso più grave, però, è che per il secondo ragazzo tutto questo è normale. F. Patrizi p.s. questa storia è ispirata all’indagine sulla condizione del lavoro dell’IRES 2005

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Quando una società è veramente aperta

società chiusa è gruppo contro altro gruppo che assolutizza se stesso e, nella lotta, crede lecito tutto, anzi trova nella guerra la propria celebrazione”. Continuando il filo del discorso, Karl Raymund Popper definiva società aperta quella che libera la capacità di giudizio dell’uomo, lo stimola ad assumere un atteggiamento critico nei confronti dell’autorità, lo abitua a basare ogni sua decisione sulla discussione e sull’intelligenza, mentre la società chiusa è quella contrassegnata dal prevalere della tribù sull’individuo, caratterizzata dalla fede nei tabu magico-sacrali, fondata sulla rigida distinzione delle parti e sull’immobilità delle sue caste e delle sue istituzioni. Bertrand Russell ci metteva poi del suo, paragonando il potere esercitato all’interno di una Koinonia, non importa quanto grande o diversificata, all’energia, per cui come questa costituisce il concetto fondamentale della scienza fisica, quello lo è della scienza sociale e, al pari dell’energia, assume forme varie (come la ricchezza, le armi, l’autorità civile, l’influenza sull’opinione pubblica) il cui studio coordinato consente di ricostruire la rete delle relazioni interindividuali e di comprendere le spinte alla osservazione e al mutamento, dato che tutte le leggi della dinamica sociale sono enunciabili, appunto, in termini di potere. Ora, nella sua accezione più generale, il potere tout-court indica la capacità dell’uomo di operare, di essere causa degli effetti desiderati e può applicarsi alla natura o alle cose, mentre il potere sociale in senso stretto, pur conservando tale carattere fondamentale, è riferito essenzialmente all’uomo e rappresenta la capacità di determinare

la condotta di un altro. Trattandosi, quindi, di potere dell’uomo sull’uomo ed essendoci un potere complessivo della società sull’individuo, anche i rapporti fra individui sono, in buona sostanza, rapporti di potere. Così potere sociale è quello esercitato dal padre sui figli, dall’insegnante sugli allievi, dal generale sui soldati, dal governo sui cittadini, e in tutti questi casi avere potere significa partecipare alla presa delle decisioni o, meglio ancora, decidere per altri. Ebbene, noi sappiamo che la storia ha dapprima elaborato tre grandi categorie nell’ambito del potere sociale: il potere economico, che si fonda sulla privatizzazione (Marx direbbe sulla espropriazione) dei mezzi di produzione, che dà a chi li possiede una enorme facoltà di agire nei confronti dei lavoratori espropriati e detentori della sola forza-lavoro; il potere ideologico, che si basa sulla forza delle idee, sulla loro capacità di penetrazione, di convincimento e di omogeneizzazione culturale e da cui nasce il ruolo di preminenza sociale di coloro che detengono il sapere; il potere politico che si fonda sul possesso degli strumenti con i quali può esercitarsi la forza fisica ed il cui carattere distintivo è dunque il monopolio della violenza. Ed è inutile ricordare come tali forme di potere servano, di fatto, ad istituire e a mantenere una società di diseguali, divisa cioè tra ricchi e poveri in base al primo, fra sapienti e ignoranti in base al secondo, fra forti e deboli in base al terzo: genericamente, fra superiori e inferiori. Una perversa dicotomia sociale che si è andata peraltro inevitabilmente aggravando nel secolo scorso, con la discesa in campo del quarto potere, quello

dei media, e ciò non solo perché l’informazione e la disinformazione sono i cardini sui quali ruota la comunicazione, rectius la propaganda politica, ma anche perché i media veicolano qualunque tipo di messaggio e, primo fra tutti, quello afferente l’acculturazione di una società. Per cui se il dilemma di fondo potrebbe essere, in via di mèra ipotesi, il medesimo di qualche millennio fa, quando ci si chiedeva se si dovesse offrire al popolo ciò che poteva migliorarne la conoscenza facendolo crescere intellettualmente (vedi il teatro greco) o si dovesse propinargli invece, e molto più utilitaristicamente, ciò che era ad esso già gradito e poteva quindi aumentarne la soddisfazione, garantendo al contempo pace sociale e mantenimento dello stesso livello culturale (vedi l’asserto panem et circenses dei pragmatici romani), pare di tutta evidenza come il potere abbia da tempo risolto (almeno da noi) il dubbio amletico, privilegiando la seconda strada e lasciando scientemente il popolino infame, come lo definiva qualcuno, a livelli di assoluta povertà intellettuale. Motivo per cui, tanto per fare un esempio, chi non ha gli strumenti culturali che gli consentano di cambiare canale o di spegnere il televisore per leggere un buon libro, è vittima inconsapevole della TV spazzatura (nel senso proprio del lessico italiano e non come traduzione dell’inglese trash che, nella fattispecie, significa piuttosto imitazione volgare e mal riuscita di un genere di spettacolo). E dalla visione di queste trasmissioni culturalmente triviali, l’ignaro spettatore trae il falso convincimento che i modelli, gli stili di vita, gli pseudo-valori che vengono rozzamente e pacchianamente propalati via etere, dalle varie fattorie, isole e finte case di vetro, siano veri e da imitare. Ma chi ha occhi per vedere, non li chiuda nella rassegnata convinzione della inevitabilità del male. Chi scrive su questa pagina può anche sbagliare o non essere condiviso, ma lotterà sempre e comunque, da libero pensatore, perché l’informazione nuoti verso la riva opposta del fiume, dove cresce il seme della conoscenza; quel seme che germogliando si farà pane della vita, alimento vitale di una società autenticamente S. Tomassini aperta.

P a d r i

Una delle più subdole forme di violenza è quella di tipo psicologico. Dico subdola, perché rientra in quella categoria di costrizioni spesso esercitate e subite inconsapevolmente per cui chi la esercita non si sente in colpa e chi la subisce non tenta di reagire, proprio perché non si sente vittima di una violenza. Nell’ambito di queste costrizioni, rientra senz’altro il comportamento di alcuni genitori che, a costo di soffocare la personalità dei figli, pretendono che essi si adeguino a modelli e valori conformi alle convinzioni di chi li educa. A questo punto, a molti verrà spontaneo chiedersi: e che c’entra questo con la violenza? Invece c’entra, eccome!!! Il Codice Civile, in merito al diritto di famiglia, e in particolare all’educazione dei figli, parla chiaro: …la funzione educativa deve svolgersi tenendo conto in via primaria della necessità di sviluppo della personalità del figlio, inteso come soggetto di diritti nella sua centralità, anziché delle aspettative e degli interessi personali dei genitori. E ancora che, compito di entrambi, è

p a d r o n i quello di: …esercitare su di essi la patria potestà, nel rispetto delle loro inclinazioni ed aspirazioni. È dunque sbagliato da parte dei genitori imporre vincoli che riguardino lo studio, il lavoro, la politica o il lato affettivo e relazionale. Il discorso naturalmente cambia se ci riferiamo alla trasmissione dei cosiddetti princìpi comunemente accettati dalla società. Ma prevaricare le tendenze altrui nella convinzione che quello che noi consideriamo il meglio debba essere il meglio per tutti, può portare un giovane a scelte non adeguate alla propria persona che condizioneranno negativamente la sua intera vita con il risultato di renderlo infelice, frustrato, ansioso o, in alcuni casi, un depresso cronico. E’ certamente la buona fede a guidare le decisioni di un padre o di una madre, ma a volte bisognerebbe chiedersi se quello che sembra amore nei confronti dei figli non rappresenti invece una sorta di amore verso se stessi. Si, perché spesso le scelte che si tende ad imporre derivano esclusivamente da un’inconsapevole, voglia di stare più tranquilli, che non sempre, anzi, quasi mai, corrisponde obiettivamente a ciò che è meglio per il prossimo. E’ la paura di tutto ciò che è diverso che spinge a tarpare le ali: è ovvio, infatti, che se tuo figlio segue strade già da te sperimentate, la tua idea è quella che non potrà mai andare incontro ad ignote esperienze. E l’ignoto si tende a classificarlo inconsciamente come negativo. Qualora invece decida di percorrere una via nuova e inesplorata, è allora che secondo te potrebbe incorrere in rischi e delusioni che, come è perfettamente naturale, ma non per questo giusto, gli vorresti evitare per la sua presunta e la tua indiscussa serenità. Chiara Leonelli

LA PAGINA www.lapagina.info Mensile di attualità e cultura Registrazione n. 9 del 12 novembre 2002 presso il Tribunale di Terni; Direzione e Redazione: Terni Via Carbonario 5, tel e fax 0744.59838; Tipografia: Umbriagraf - Terni A cura dell’Associazione Culturale Free Words

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I figli della storia

Comunemente quando parliamo di popoli civilizzati intendiamo organizzazioni sociali che hanno raggiunto un adeguato sviluppo di conoscenze materiali e intellettuali. Una componente indispensabile per potersi definire civili è l’insieme delle norme che regolano la nostra vita. Ogni giorno ci confrontiamo con leggi da scrivere, autorità speciali da creare, scelte morali da giudicare e sanzionare. I secoli hanno visto intrecciarsi il diritto con rivoluzioni, conquiste e guerre in un’alternarsi di luci e ombre. Per arrivare oggi a noi che possiamo dirci i figli della storia, non ci appartiene nessuna idea o principio, facciamo semplicemente propri quelli che già esistono e li adattiamo al tempo in cui viviamo. Prendiamo per esempio l’eutanasia, è stata fonte di molti scontri politici, terminati il più delle volte con una dichiarazione di illegalità della stessa. Invece la storia ci parla di intere civiltà per cui l’eutanasia era una prassi, come i Maya o gli Indiani d’America. I primi sacrificavano i soggetti malati o infermi al proprio dio, i secondi quando arrivava il momento si lasciavano morire senza cibo né acqua sul monte sacro. Ed ancora nella cultura romana la prostituzione era lecita ed anche apprezzata, nella cultura moderna è un cancro da estirpare. Nel 700, in occidente, mostrare le caviglie nude era disdicevole e illegale, nel 1966 la minigonna appare su tutte le passerelle di moda. Tre elencazioni che adeguatamente ci dimostrano come il concetto morale faccia già parte della nostra coscienza,

soltanto che viene soffocato e imbrigliato dal diritto. Quando si parla di beni che non sono patrimonialmente valutabili è difficile immaginare una tutela, vengono codificati solo quando emergono e si impongono con la forza della necessità. Oppure quando devono, attraverso la limitazione della libertà personale, esprimere la supremazia di un potere politico. L’Italia non viene meno a questa usanza, tutte le leggi che hanno regolato i diritti personali sono state mosse da interessi di parte e non da una vera linea di principio: ad esempio, il Dlgs. 196/2003 che riconosce il diritto di ogni individuo all’intimità della vita privata e familiare, punendo l’indebita ingerenza anche penalmente, art. 615 bis C.P., è stato creato con lo scopo di nascondere i reati dentro le mura delle case e nei tabulati telefonici; oppure la L. 82/164 , che ha concesso la rettifica anagrafica in caso di mutamento del sesso, fatta per sopperire alle continue insistenze delle associazioni sulla libertà sessuale; e ancora la L. 78/194 che permette al personale sanitario delle strutture pubbliche di rifiutare di praticare l’aborto, merce di scambio per placare le ire della Chiesa. Non era certo questo lo spirito con il quale il Partito Radicale aveva lottato per questo diritto... Tutto ciò evidenzia quanto spesso nel nostro Paese anche le leggi giuste siano state ispirate da motivazioni sbagliate. Non voglio pensare che continueremo ad essere così ipocriti, che continueremo ad adattare la nostra libertà personale alle esigenze del momento. Serena Battisti

Il contratto-hamburger del McDonald Ricordate lo spot del McDonald, dove nonni e nipotini, mamme e bambini, pranzano tutti insieme addentando lo stesso panino? Dall’happy meal (pranzo felice) per famiglie, il McDonald è passato al lavoro felice per tutta la famiglia… La grande catena di fast food assume spesso giovani e non più giovani con contratti stagionali; a fare domanda sono quasi sempre studenti, casalinghe, precari vari, tutti accomunati da un grande problema: il tempo. Chi studia, deve crescere un bambino o mandare avanti una casa, ma ha anche bisogno di lavorare, non può garantire tutti i giorni lo stesso orario di lavoro. Gli studenti hanno lezioni da seguire in orari differenti, le mamme non sanno sempre a chi lasciare il bambino o il nonno. Da qui la richiesta sempre più frequente di flessibilità, di poter adattare l’orario di lavoro alle singole esigenze. Il McDonald ha sperimentato così, in quattro città della Gran Bretagna, una sorta di nuovo contratto dove ad essere assunto è un membro qualsiasi della famiglia. I primi a sperimentare questa modalità contrattuale sono stati una madre con due figlie studentesse: si dividono i turni di lavoro scegliendo la mattina chi va a lavorare e a fine mese hanno stipendi separati calcolati in base alle ore. Già esiste negli USA, e da poco anche in Italia, un contratto simile, il web-sharing, che consente a due persone di dividersi lo stesso lavoro a turno, un accordo per venire incontro alle esigenze delle giovani coppie con figli piccoli, ma anche, come spesso accade negli States, ai lavoratori che abitano molto lontano dal posto di lavoro. Tempo fa, un reportage fotografò i lavoratori della Silicon Valley mentre dormivano la notte nei bus fermi perché per tornare a casa ci voleva troppo tempo e gli alberghi costavano troppo. Insomma, nel caso del contratto hamburger, come è stato ribattezzato, il McDonald non ha fatto altro che seguire la sua filosofia: cucinare un prodotto adatto ai gusti di tutta la famiglia. Certo, come non si vive di soli BigMac, non si può vivere solo con questo contratto, ma se vai di fretta o non vuoi spendere tanto, in fin dei conti un panino al fast food va pure bene… Francesco Patrizi

Chi (non) può amare chi?

Ho visto persone adulte, di diverse età e provenienze, scambiarsi gesti di tenerezza... sguardi affettuosi... insomma volersi bene. Se qualcuno mi avesse costretto a notare che esse erano accoppiate anche secondo lo stesso sesso biologico, lo avrei fatto, aggiungendo “E allora? È amore quello che vedo!”. Sabato 14 gennaio 2006 si è svolta a Roma la manifestazione Tutti in PACS (Patti Civili di Solidarietà). Piazza Farnese (nei pressi di Campo dei Fiori), era gremita; ho verificato che si manifestava stando gomito a gomito. Ero presente come cittadina che condivide le richieste di rispetto dei diritti di piena espressione degli individui, come curiosa, come amica di una coppia di gay conviventi, e come aderente all’associazione Civiltà laica. Ora, a me era già evidente da anni, non avendo io ricevuto un’educazione né dogmatica né diversofoba (che inculca la paura del diverso, dove quest’ultimo può essere di volta in volta la persona di pelle non bianca, l’omosessuale, e via temendo), che se due esseri umani adulti si amano di proprio impulso e piacere, non solo non sono affari miei, non solo posso unicamente gioire di una coppia felice in più in circolazione, ma quello che queste persone vivono nelle proprie private libertà fisiche sono questioni loro. Non sono, a mio avviso, materiale da sottoporre, volenti o nolenti, all’esame, e quindi alla potenziale bocciatura o censura, di rappresentanti vari delle gerarchie ecclesiastiche o dei diffusi aspiranti sanzionatori (bisognerebbe far loro questo e quello!). Mi sono chiesta e devo continuare a chiedermi come si può rinunciare all’uso della propria intelligenza per farsi dire come pensarla su un argomento come l’amore fra gli esseri umani adulti. Non solo, ma, a causa di questa direzione dall’e-

sterno del proprio pensiero, anche quali leggi dello Stato Italiano far approvare o meno, quindi quali libertà lasciare o togliere a tutti i cittadini. Eppure, ricordiamolo, la possibilità non crea la necessità, perlomeno non nei comportamenti delle persone pensanti! Si può abortire? Non per questo io andrò a cercare una situazione del genere, così dolorosa! Ci si può sposare fra persone dello stesso sesso? Se a me non interessa, non lo farò; non solo, ma chi lo farà non intaccherà nessun mio diritto! Sarebbe invece una discriminazione non renderlo possibile, per chi lo vuole. Come può ancora sfuggire la somiglianza fra uno Stato che applica leggi con regole basate sulla fede cattolica rispetto ad uno, che definiamo integralista, le cui leggi sono basate sui credi di altre fedi (ad esempio quella Islamica)? Sono entrambi esempi di sovrapposizione fra morale religiosa e ordinamento legislativo della comune cittadinanza, sovrapposizione che trasforma i peccati (e ciascuna religione definisce i suoi!) in reati, e che può limitare i diritti di alcune minoranze. Penso che solo una visione aconfessionale, laica, che quindi vada oltre la singola fede religiosa in maggioranza diffusa in questo o quel paese, sia in grado di garantire il rispetto delle credenze di tutti, basandosi su un nucleo fondamentale e imprescindibile di regole basilari: i diritti umani. Nicoletta Bernardi www.civiltalaica.it

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C come Cina C come censura

La Cina insegna: l’unione fa la forza. A partire dal 1978 i progressi registrati dall’economia cinese sono stati sempre più vistosi: oggi è la quarta potenza del mondo. Miracolo della coesione di intenti per il bene della nazione. Niente polemiche, discordie e malumori. Tutti in marcia verso un’unica direzione. Chi traccia il cammino? Lo Stato. Chi è lo Stato? Non è di tua competenza, zitto e marcia! Così si stabiliscono record su record. La Cina cresce a ritmi che sono sette volte superiori a quelli del mondo industrializzato. Vanta da tre decenni uno stato di pace senza interruzione. Coordina giorno per giorno 1 miliardo e 250 milioni di persone, ed ha tanti lavoratori quanto tutto il mondo del lavoro occidentale. E tutti accettano con entusiasmo un salario di meno di 100 dollari al mese. Senza fare un fiato. La Cina è l’artefice di quello che il Centro per Internet and Society dell’università di Harvard ha definito il più sofisticato sforzo in atto nel mondo: ogni giorno infatti ben 30.000 tecnici si siedono davanti al loro computer e filtrano, cancellano, correggono, bloccano tutto ciò che di scomodo per lo Stato proviene da Internet. Se vi trovate a Shanghai, provate a digitare parole come: Tienanmen 1989 o democrazia, Tibet o repressione. Zero risultati. L’unione fa la forza, o meglio la forza, nel senso di violenza, fa l’unione. Ma i cinesi sono troppo indaffarati a marciare per accorgersene. Potrà mai la rossa Cina sacrificare il suo sviluppo alla giusta democrazia? Forse un giorno, a patto che qualcuno trovi dei giacimenti di petrolio interessanti da quelle parti. Francesco Bassanelli

Il maglione del presidente Morales, nuova icona boliviana Il basco del Che, il passamontagna del subcomandante Marcos, la tuta militare di Fidel Castro: da sempre in Sud America la guida del paese ha assunto, nell’immaginario popolare, il ruolo di icona immortale, anche grazie ad un particolare abbigliamento. Il neo presidente boliviano, Evo Morales, non sfugge a questa tradizione. Il suo presentarsi agli incontri ufficiali non in giacca e cravatta, come vorrebbe il cerimoniale, ma con un maglione tradizionale detto chompa, è una precisa scelta politica, che sembra dargli ragione. I sondaggi infatti danno la popolarità del presidente in salita dell’80% dopo la sua elezione. Non mancano però le critiche. In generale, se la scelta viene appoggiata dai partiti di sinistra, quelli di destra la criticano come un eccesso di confidenza. I primi la vedono un modo per far sentire Morales uno del popolo, i secondi invece hanno già creato la figura del presidente no logo, per mistificare questo atteggiamento. La scelta, a livello comunicativo, ha due importanti conseguenze, una a livello conscio e l’altra a livello inconscio: da una parte Morales sarà visto come uno del popolo, e per questo guadagnerà sicuramente voti, ma inconsapevolmente apparirà come carente di autorità, sia nei riguardi del popolo (che lo vedrà quasi come un compagnone), sia nei confronti degli altri capi di governo, vestiti a puntino. Ma il popolo boliviano la sua scelta l’ha già fatta, dando fiducia ad un partito formato principalmente da cooperative e sindacati. Massimo Colonna

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L’orgoglio di essere donna Martedì 17 gennaio 2006, leggendo Il Messaggero - a pagina 15 - salta all’occhio una notizia che lascia a dir poco stupiti: si parla della pratica, in uso in Paesi come India e Cina, del cosiddetto aborto selettivo, ovvero quella prassi che permette alle madri di poter scegliere di abortire un feto di sesso femminile. Scorrendo l’articolo si possono leggere dei dati allarmanti: secondo uno studio presentato di recente all’ONU le bambine che mancherebbero all’appello sono più di 200 milioni. Le neonate, in questo tipo di società, sono viste come un peso, come una bocca da sfamare che non porterà mai benefici alla famiglia ma che, anzi, la impoverirà il giorno in cui le dovrà munire di una dote (requisito imprescindibile per potersi maritare). Vengono i brividi pensando a quanto poco si sia fatto nel corso degli anni per elevare la posizione della donna da angelo del focolare a faber suae fortunae. Ancora nel 2006 non si è nemmeno lontanamente raggiunta la parità con il cosiddetto sesso forte, siamo costrette a richiedere le quote rosa in Parlamento, come fossimo una categoria protetta, perché - senza queste - non riusciremmo, non dico a farci eleggere, ma nemmeno ad essere candidate nelle liste elettorali. Che la Germania ci sopravanzasse in fatto di democrazia e parità, lo sapevamo da tempo la recente elezione della Cancelliera Angela Merkel ne è la lampante riprova -, ma che anche il Cile ci potesse dare lezioni in tal senso..: parla da sola l’elezione alla guida del Paese sudamericano di Michelle Bachelet. Ma allora, è lecito domandarsi: a cosa sono servite tutte le battaglie? Tutte le lotte di emancipazione? È vero che abbiamo conquistato il diritto al voto e quello, sacrosanto, di non essere relegate al ruolo di fidanzate-madrimogli, ma - mi chiedo - può bastare solo questo? Può bastare di fronte a datori di lavoro che ancora ci chiedono di firmare dimissioni in bianco per cautelarsi da eventuali permessi per maternità? Può bastare di fronte ad una società che ci considera solo un target di mercato cui proporre modelli di bellezza e glamour sempre meno raggiungibili? Ricordo perfettamente il tamtam di e-mail che rimbalzava da un PC all’altro per sotto-

scrivere appelli contro la lapidazione di due donne musulmane, ree di aver subito violenza carnale, oppure le invocazioni di giornali e riviste affinché le donne afgane fossero liberate dalla schiavitù del burqa. Casi estremi, senza dubbio! Ma perché non mobilitarsi anche per le ingiustizie della nostra società? Perché non indignarsi anche per la nostra schiavitù? Una schiavitù che non voglio nemmeno paragonare a quella delle nostre coeve afgane ma che toglie libertà e felicità pure a noi che ci consideriamo emancipate, colte e moderne: la schiavitù dettata dall’industria della moda, che ci vorrebbe sempre magre, sorridenti, giovani e belle; la schiavitù del mercato del lavoro, che ci permette di avere un impiego solo rinunciando ad essere madri; la schiavitù dei nostri compagni, che - nonostante tutto - ancora non capiscono che non devono aiutarci nelle faccende domestiche, perché non sta scritto da nessuna parte che sia un compito nostro! (a meno che non siano tutti emuli del filosofo Kierkegaard che, intorno alla metà del XIX secolo, affermava …odio quelle orrende chiacchiere sull’emancipazione della donna. Dio non voglia che ciò accada mai)! Nel corso dei secoli la donna è sempre stata oggetto di persecuzioni e di soprusi, nel medioevo venivamo bruciate sul rogo, accusate di isteria, considerate amanti del demonio; durante il rinascimento venivamo escluse dai salotti in cui si discuteva di cultura e di arte perché considerate inappropriate a parlare di tali argomenti. Oggi non siamo più bruciate vive o escluse a priori da determinati ambienti ma la situazione non sembra tanto più rosea quando sento ancora giovani uomini istruiti e colti dire che le donne non possono

accedere a posti di comando perché, in alcuni giorni del mese, sono troppo nervose o affermare - e cito a memoria la frase di un conoscente, venticinquenne e laureato “summa cum laude”: ma adesso non vorrete mica parlare pure di calcio? Situazioni differenti dal passato, per carità, ma comunque segno di una recrudescenza di maschilismo che sta colpendo la società contemporanea a da cui bisognerebbe correre ai ripari quanto prima se non vogliamo ritrovarci a combattere le stesse battaglie che consideravamo già vinte negli anni ’70. Vorrei concludere con una frase di Oriana Fallaci che, credo, potrà dare nuova forza e vigore alle congéneri di chi scrive, per far sì che la parità tra i sessi non sia più un’utopia: Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. E questa sfida, mi sento di aggiungere, non deve annoiare e non deve stancare mai! Claudia Mantilacci


Uccideteli tutti perché il loro Dio saprà poi riconoscerli!

Se il diavolo non si dà da fare, come suo preciso dovere, allora a che serve?... qualche birbantello potrebbe pensare: no diavolo, no party! E’ necessario allora individuare dei complici terreni, dalle sembianze e comportamenti assatanati, per mezzo dei quali dare prove certe, anche se indirette, dell’esistenza del satanasso. I Papi si autoesclusero all’istante, con addosso l’alto clero compatto, chierichetti a chiuder la fila, poi i venerabili nobili, il potentato gradasso, gli indaffarati faccendieri, i sempreverdi corruttori, insomma, tutti i timorati di Dio, i figli delle buone madri. Chi rimase? Poiché i negri non erano ancora stati deportati e i comunisti non avevano ancora preso coscienza della lotta di classe, rimasero quelli che non si piegano, gli sporki ribelli, le vedove, le belle ragazzine, le misere dai capelli rossi o con gli occhi storti, gli ebrei, gli omosessuali, un variopinto assortimento di infelici, tanti poveri cristi. Il diavolo, si dice, è invincibile ed allora non resta che distruggere i suoi complici, vincibili e scorticabili in quanto umani. I teologi misogini non ebbero dubbio alcuno: è la donna la fonte di tutti i guai! Infatti: la

donna è stata generata da una costola di Adamo che, com’è noto, è di forma ricurva e pertanto la donna è per sua natura imperfetta e contorta, sia nel fisico che nello spirito. Dall’affermazione precedente è facile dedurre quanto la donna sia costituzionalmente perfida, malvagia, infedele, fornicatrice, lussuriosa e menzognera. La donna è, si sa, un essere inferiore e la sua lussuria è tale da indurre gli uomini ad atti abominevoli di incontinenza sessuale, il vizio preferito del diavolo, per cui la donna è naturalmente portata ad essere complice del demonio. Considerando poi le condizioni della società di allora e tenuto conto che guaritrici, raccoglitrici, per fame, di erbe o presunte streghe erano ormai diventate un esercito di bocche da sfamare in un mondo di generale povertà, il terreno era fertile per far accettare alle masse i massacri che ne seguirono e la loro santa giustificazione. Si era diffuso intanto in Europa, nei sec. XI-XIII, un movimento riformatore, quello dei Catari, che assunse denominazioni diverse a seconda delle aree geografiche: albigesi in Francia meridionale, publicani

nelle Fiandre, ecc., con una caratterizzazione esclusivamente religiosa che si traduceva in un rigido ascetismo, praticato dagli iniziati. C’era la condanna del matrimonio e della procreazione, della proprietà privata, dell’esercizio della giustizia e delle armi, la pratica del vegetarianismo, l’endura stessa. Il movimento degli Albigesi, in particolare, condannava decisamente la degenerazione morale della chiesa. Nel 1208 papa Innocenzo III bandì contro di loro una crociata e fece distruggere, dalle truppe di Simone de Monfort, città intere come Carcassonne, Tolosa e Beziers, perché gli abitanti si erano rifiutati di consegnare i seguaci di Valdo. Soltanto a Beziers furono massacrati oltre 7.000 dei suoi abitanti. Le milizie cattoliche entrarono in queste città e senza curarsi di selezionare gli eretici dai non eretici, eseguirono la carneficina al grido: Uccideteli tutti perché il loro Dio saprà riconoscerli! Innocenzo III impose anche: Gli Ebrei hanno l´obbligo di portare un distintivo sopra i vestiti (Concilio Lateranense IV, 1215, can. 68)... un qualcosa di molto simile a quello avverrà circa 700 anni dopo. Il valdismo nasce attorno alla figura di Valdo e si fonda sui due canoni della povertà e della predicazione; incontrò subito un largo seguito popolare. Sebbene unico scopo del movimento fosse quello di predicare la necessità di un ritorno all’antico mandato missionario, senza alcuna posizione di tipo eretico, esso incontrò l’ostilità della chiesa ufficiale: condannati nel sinodo di Verona (1184) i valdesi furono coinvolti nello sterminio degli albigesi. Il movimento si diffuse tuttavia nell’Italia settentrionale, dove finì per attrarre a sé i residui dei principali movi-

A t t e n t e Le femministe cominciarono a far tuonare la loro voce quando io ero ancora un’adolescente. Il loro modo di presentarsi, dal look al linguaggio, agli occhi di una ragazzina come me che non vedeva l’ora di truccarsi e di indossare scarpe con il tacco, appariva in verità come un modello molto lontano da quell’ideale di donna che avrei voluto incanare da grande… Ancora lungi soltanto dal concepire il concetto della prevaricazione maschile, tanto più che unica femmina di quattro figli non avevo ricevuto altro che privilegi dalla mia condizione, mi ero messa in mente che quelle signorine sempre arrabbiate e vestite così poco da femmine, non fossero troppo normali.

Già alle scuole medie, però, quando i maschi raggiungono il massimo livello di squallore ed i loro divertimenti preferiti sono alzare le gonne alle ragazzine e dire parolacce di fronte a loro per metterle in imbarazzo, qualcosa dentro di me cominciò a ribollire. Osservandoli attentamente, presi atto con estrema lucidità che il disperato tentativo del sesso forte era quello di affermare questa presunta forza che, ancora assolutamente inesistente (e per molti rimasta un miraggio), non trovava altri sbocchi per manifestarsi. La mia reazione fu netta e repentina. Se tu mi alzi le gonne, io ti faccio sparire i quaderni dalla borsa, ti scarabocchio il diario, ti taglio il cappotto con le forbici, ti butto la merenda nella spazzatura…, esasperando la vendetta fino al punto in cui diventa evidente che dare fastidio a me non ti conviene. Ogni alluce pestato, venticinque coltellate, con la sfaccia-

taggine di chi è insensibile a qualunque oltraggio e sembra pronto a tutto pur di vincere la sfida. Funzionava alla perfezione! Ma soprattutto funzionava l’apoteosi del turpiloquio, nelle espressioni più libere e fantasiose che si possano immaginare a dodici o tredici anni, di fronte a quei ridicoli galletti spennacchiati che avrebbero goduto nel vederti arrossire al solo enunciato del membro maschile. A nulla valevano rispetto a tale evidenza i pacati consigli dei miei genitori che mi invitavano a rispondere a certe provocazioni in modo deciso, ma entro i limiti della correttezza. Troppe mie amiche mi offrivano quotidianamente la conferma di quanto inefficaci siano le “corrette rimostranze” nei confronti di creature dai comportamenti primordiali. Andando avanti con gli anni e mantenendo costantemente l’atteggiamento come ti muovi ti fulmino (e non mi fermo da-

L’amore

Pari agli dei mi sembra quell’uomo: innanzi a te siede e tanto vicino sente la tua voce dolce, il desiato riso. Oh, a me il cuore sbatte forte e si spaura. Ti scorgo, un attimo, e non ho più voce; la lingua è rotta; un brivido di fuoco è nelle carni, sottile; agli occhi il buio; rombano gli orecchi. Cola sudore, un tremito mi preda. Più verde d’un’erba sono, e la morte così poco lungi mi sembra...

Saffo

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, Montale erano le tue. menti ereticali lombardi, accogliendo altri elementi come l‘invalidità dei sacramenti amministrati dal clero corrotto, una generale avversione per il potere papale ed assumendo via via un carattere sempre più radicale di opposizione alla chiesa romana. L’intero fenomeno della Santa Inquisizione è stato relativo alle difficoltà della chiesa per la triste difesa dei suoi privilegi temporali... Anche oggi gravi difficoltà esistono... L’indagine Eurispes (pubblicata da La Repubblica del 17 gennaio 2006) sottolinea infatti il distacco tra il paese reale e le gerarchie ecclesiastiche e rivela che il 68,7% dei cattolici italiani è favorevole ai Pacs, il 65,6% difende la legge sul divorzio e il 77,8% è contrario al divieto dell’eucarestia ai divorziati. Persino in tema di aborto i cattolici divergono

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dalla visione ufficiale delle gerarchie ecclesiastiche e l’83,2% si dichiara favorevole all’interruzione volontaria di gravidanza se la vita della madre è in pericolo; il 72,9% se ci sono gravi anomalie e malformazioni del feto e nel 61,9% in caso di violenza sessuale. Si fa di nuovo quadrato, si prendono di mira i moderni bersagli, i nuovi amici del diavolo: gli abortisti o gasatori di Dacau, le coppie di fatto, le nuove coppie di streghe cioè, quelli che vogliono amare come ritengono opportuno, facendo solo salva la maturità, sessuale ed intellettiva, delle persone, la libertà del prossimo e la non interferenza nei sentimenti altrui. Moderni roghi si inventano. Intanto stupratori, pedofili, psicotici, misogini, fanno massa, tenendosi ben stretti i loro chierichetti. Giampiero Raspetti

l u p o !

vanti a niente) non ho mai più avuto problemi in questo senso. Anzi, persino le più testine, mi hanno sempre trattato con rispetto e simpatia. Quindi gentili signori, nostalgici delle femmine con la effe maiuscola, spero abbiate imparato dalla vita e dalla storia che approfittarsi delle situazioni alla lunga non ripaga. Finché la donna è stata dolce e delicata, ha dovuto sopportare ogni genere di

sopruso e ancora oggi, se le cose per molte donne vanno diversamente, è solo perché la loro guardia non si è abbassata. E ringraziate la Chiesa Cattolica se non appena verrebbe voglia di ritirare qualche artiglio nel suo morbido polpastrello, arrivano dichiarazioni alla Ratzinger e alla Ruini che ci distolgono immediatamente da qualsivoglia ipotesi nel meRaffaela Trequattrini rito.

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L a d onna pe r...

S

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Paolo di Tarso (5/15 a. ca - 65/67 dC ca) - Lettere 1 Timoteo Capitolo II

Abbigliamento delle donne

Alla stessa maniera facciano le donne, con abiti decenti, adornandosi di pudore e riservatezza, non di trecce e ornamenti d’oro, di perle o di vesti sontuose, 10 ma di opere buone, come conviene a donne che fanno professione di pietà. 11 La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. 12 Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. 13 Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; 14 e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. 15 Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia. 9

1 Corinzi Capitolo 14

I carismi. Regole pratiche

Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. 35 Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea. 34

(da La bibbia, traduzione del testo CEI)

Tommaso d’Aquino (1221 - 1274) - Summa Teologica Quaestio 92

Articulus 1

arg. 1

Videtur quod mulier non debuit produci in prima rerum productione. Dicit enim philosophus, in libro de Generat. Animal., quod femina est mas occasionatus. Sed nihil occasionatum et deficiens debuit esse in prima rerum institutione. Ergo in illa prima rerum institutione mulier producenda non fuit. Sembra che la donna non dovesse essere prodotta nella prima costituzione del mondo. Infatti dice il filosofo, nel suo De Generat. animal., che la femmina è un maschio incompleto. Ma nella prima costituzione del mondo non doveva esserci nulla di mancato e di difettoso. Quindi in quella prima costituzione del mondo la donna non dovette essere creata. [Aristotele, De Generatione animalium II, 3, 737a] Poiché la femmina è come un maschio menomato e le mestruazioni sono seme, ma non puro. Di una cosa soltanto dunque mancano: del principio dell’anima... perché l’anima è portata dal seme maschile.

Quaestio 92

Articulus. 1

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Per respectum ad naturam particularem, femina est aliquid deficiens et occasionatum. Quia virtus activa quae est in semine maris, intendit producere sibi simile perfectum, secundum masculinum sexum, sed quod femina generetur, hoc est propter virtutis activae debilitatem, vel propter aliquam materiae indispositionem, vel etiam propter aliquam transmutationem ab extrinseco, puta a ventis Australibus, qui sunt humidi, ut dicitur in libro de Generat. Animal. Rispetto alla natura particolare, la femmina è un qualche cosa di difettoso ed incompleto. Infatti la virtù attiva che è nel seme del maschio, tende a produrre un essere perfetto simile a se stesso, conforme al sesso maschile, ma il fatto che la femmina sia generata, questo avviene a causa della debolezza della virtù attiva, o da una qualche indisposizione della materia, od anche da una qualche trasmutazione causata dal di fuori, puta caso dai venti australi, che sono umidi, come è detto nel libro De generatione animalium. Testo in latino autentico di Tommaso d’Aquino. La traduzione, di cui mi scuso con i latinisti, è volutamente scolastica, affinché tutti, anche i non latinisti, possano verificarne direttamente e facilmente la veridicità.

Giampiero Raspetti

L e streghe siamo noi ..... nove milioni di donne furono uccise fra il 1484, anno della bolla Summis desiderantes di Innocenzo VIII, che scatenò il carnaio, e il 1782, anno dell’ultimo rogo a Glaris, in Svizzera, perché ritenute complici del diavolo e sovvertitrici dell’ordine religioso e morale, in quella caccia alle streghe che costituisce uno dei capitoli più perversi della pur nutrita storia delle vergogne del Cristianesimo in generale, e della Santa Inquisizione in particolare. Naturalmente, essendo orchestrati da un clero di eunuchi repressi e pervertiti, i processi che accusavano le streghe vertevano principalmente su crimini di natura sessuale: si imputava loro di causare infatuazioni illecite, impotenze e sterilità, in seguito a un patto col diavolo. Questo era sancito

Sarebbe interessante sapere da quali parole del Vangelo è stato dedotto che tra uomo e donna dovesse esservi una qualche differenza nei costumi e nei comportamenti. Gesù Cristo non ha mai fatto il minimo riferimento a tale questione, neppure un cenno! Ciò dimostra inconfutabilmente che la religione è stata da sempre strumentalizzata dalla Chiesa cattolica per imporre quelle regole che ad essa facevano comodo. Tutto il contenuto di queste pagine dimostra che i Papi non sono infallibili, i Santi non hanno parlato sotto ispirazione divina, ma esclusivamente in base alle loro ragioni personali. Ragioni spesso fortemente influenzate da pulsioni di natura egocentrica e sempre condizionate dalle concezioni del loro tempo. Oggi qualcuno potrà anche chiedere scusa…, ma resta il fatto che la sua posizione non presuppone l’infallibilità.

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tramite un rapporto sessuale col Maligno, e veniva suggellato da un marchio del diavolo sulla pelle, attraverso il quale gli animali che questi assegnava alle streghe come servi (cani, gatti, rospi, civette, topi) potevano succhiare loro il sangue. Nèi, verruche e cicatrici erano segni sospetti, soprattutto se situati nelle parti intime. Venivano cercati sul corpo rasato e depilato e, una volta trovati, erano posti alla prova mediante uno spillone: se non sanguinavano o erano insensibili al dolore, confermavano il patto col diavolo. Un tratto caratteristico delle streghe erano i loro voli notturni, che la Chiesa attribuiva al potere del demonio e la mitologia fiabesca a una serie di diavolerie (sedie, pali, bastoni, manici di scopa) spalmate di porcherie (belladonna, aconito, cicuta, grasso bollito di bambini non battezzati). Le destinazioni di questi voli erano i sabba, nei quali avvenivano danze e orge selvagge. Per raccapezzarsi fra tante idiozie, c’era addirittura un manuale del bravo cacciatore di streghe: il Malleus maleficarurn (Martello delle malefiche), pubblicato nel 1486 e scritto da due domenicani tedeschi, Jacob Sprenger e Heinrich Kramer. Tra le altre cose, i due aguzzini dichiaravano che la stregoneria deriva dalla lussuria della carne, che nelle donne è insaziabile, e raccomandavano di estorcere le confessioni sotto tortura con promesse di cle-

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menza, poi invariabilmente disattese. I fenomeni di stregoneria erano di due tipi, a seconda che coinvolgessero suore o altre lunatiche in calore, oppure povere donne innocenti. Queste ultime erano spesso levatrici o bambinaie, sospette per la loro vicinanza ai bambini; oppure cuoche o guaritrici, sospette per il loro uso di ricette e intrugli. In genere si trattava di donne nubili o vedove, ritenute particolamente vulnerabili ai richiami della carne, e facili prede del demonio travestito da bel giovane...... Uno dei peggiori episodi ai danni di povere donne è invece quello delle streghe di Salem, nel Massachusetts. Nel 1690 alcune ragazzine incominciarono a dare in escandescenze sostenendo di essere state stregate da donne del posto. Queste dimostrarono che erano altrove al momento del fatto, ma gli inquisitori sostennero che si trattava invece di immagini virtuali, create dal demonio per procurar loro un alibi. Diciannove persone (e un cane!) vennero impiccate nel 1692, in un’atmosfera di isterismo collettivo istigata dal prelato Cotton Mather. Quattro anni dopo i giudici del processo confessarono di essersi sbagliati e chiesero un inutile perdono, del tipo di quelli a cui ci ha abituati Giovanni Paolo Il. Anche l’Italia, naturalmente, ebbe i suoi casi di stregoneria. Uno fu il fenomeno dei benandanti del Friuli, una compagnia nata a cavallo fra il Cinquecento e il Seicento, e costituita da nati con la camicia: ovvero, con la membrana amniotica, che veniva considerata una specie di ponte tra il mondo reale e quello degli spiriti. I benandanti cadevano in trance, e si supponeva che il loro spirito cavalcasse contro le streghe, ma nel giro di un secolo gli inquisitori finirono per considerarli pericolosi come queste, e riservarono loro lo stesso trattamento. Altri episodi nostrani sono narrati da Maria Mantello in Sessuofobia, Chiesa cattolica e caccia alle Streghe (Generoso Procaccini, 2005), che è in realtà un pretesto per effettuare un’indagine sul Maligno: una vuota ipostatizzazione che, nonostante l’avvento della psicologia del profondo, sembra ancora svolgere un ruolo centrale nelle superficiali superstizioni medievali che la Chiesa cattolica continua a diffondere istituzionalmente, ai suoi massimi livelli. Piergiorgio Odifreddi


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Il testo, frutto evidente di immaginazione sadica e maniacale, ha un chiodo fisso: la copulazione con il diavolo e varie altre forme di esperienze erotiche demoniache. E’ un libro scritto da veri sozzoni ed inizia affermando esplicitamente: i diavoli, con

[...] Recentemente, è infatti arrivato alle nostre orecchie, non senza procurarci grande pena, che in certe regioni della Germania settentrionale, come pure nelle province, città e territori di Magonza, Colonia, Treviri, Salisburgo e Brema, numerose persone dell’uno e dell’altro sesso, incuranti della loro salvezza e deviando dalla fede cattolica, si sono abbandonate a demoni, succubi e incubi, e facendo ricorso ad incantesimi, sortilegi, congiure, altre infami attività superstiziose e pratiche magiche, hanno sgozzato bambini ancora nel grembo della madre, vitellini e bestiame, hanno fatto seccare i raccolti, reso uomini impotenti e donne sterili [......] E anche se i nostri diletti figli, Heinrich Kramer e Johann Sprenger sono stati delegati come inquisitori con lettera apostolica, decretiamo che ai suddetti inquisitori venga data potestà di giusta riprensione, incarcerazione e punizione di chiunque, senza permesso e senza limitazione (Bolla di Innocenzo VIII, Summis desiderantibus affectibus, 1484).

Heinrich Kramer era un domenicano inquisitore per il Tirolo, per la Boemia e la Moravia. Johann Sprenger, anche lui domenicano fu inquisitore delle province di Colonia, Magonza e Treviri. Intorno al 1486 Kramer e Sprenger pubblicarono il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe), con riferimento alle martellate per schiacciare le streghe.

le loro arti, causano alcuni effetti per mezzo della stregoneria, eppure è vero che senza l’assistenza di un qualche mediatore, non possono fare niente.

I veri colpevoli quindi delle sventure attribuite al demonio sono gli esseri umani, quasi sempre donne poiché il Malleus è, psicoticamente, misogino. La donna è un animale imperfetto, che inganna per natura; istintivamente bugiarda, bella a guardarsi, contaminante a toccarsi e mortale a possedersi; è biasimevole in tutto, perché ogni stregoneria deriva dal desiderio carnale, che nella femmina è insaziabile.

Il sospetto era diretto verso donne di particolare avvenenza ma, soprattutto, verso le levatrici, per la loro intima conoscenza ed esperienza dei misteri femminili, volutamente sconosciuti da quei pervertiti degli inquisitori. Era credenza comune che i bambini nati morti fossero in realtà stati uccisi dalla levatrice come sacrificio al demonio. Bambini deformi, malati, o anche solo particolarmente impertinenti, erano frutto dell’azione nefasta della levatrice che aveva sì la fiducia delle altre donne, ma, proprio per questo, faceva concorrenza all’autorità del prete. Era dunque un bersaglio ideale e proprio su di lei l’inquisitore scatenò le proprie depravate inclinazioni. Il Malleus menziona anche l’uccisione di bambini, con conseguente cottura e consumo delle loro carni. Come si può osservare il ciarpame ha sempre accusato gli avversari di mangiare bambini; è il

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ciarpame stesso che ha invece sempre utilizzato tale pratica, quanto meno dal lato oscuro della pedofilia. L’Inquisizione, forte del Malleus Maleficarum, instaurò il terrore in tutta l’Europa. Negli interrogatori, domande trabocchetto, allo scopo di raggirare sia il sospettato che il testimone. Per esempio: Credi o no che la stregoneria esista? Se l’imputato diceva

di non crederci, scattava subito l’altra domanda: Allora, le streghe bruciate sono state condannate ingiustamente?

Qualunque fosse la risposta, la colpevolezza era certa poiché non credere nella stregoneria era già di per sé un’eresia. Gli inquisitori torturavano anche con arti sottili la psiche degli sventurati: sapendo che la paura cresce abnormemente nella solitudine e nell’isolamento, alimentavano la paura della tortura fino a che non si trasformava in uno stato talmente parossistico di panico da vanificare la necessità della tortura stessa. Se l’accusato non confessava subito, gli veniva detto che sarebbe seguito un interrogatorio sotto tortura, però solo dopo un certo periodo di tempo. L’inquisitore utilizzava anche una strategia oggi ben nota, quella di un poliziotto inflessibile e di uno malleabile... che ordini agli incaricati di legare [la vittima] con corde a una macchina di tortura; e che essi obbediscano prontamente ma non con gioia, anzi mostrando di essere turbati dal loro compito. Che venga poi liberata di nuovo, portata da un’altra parte, e che si provi ancora a persuaderla; e nel persuaderla, le si dica che può evitare la pena di morte.

Come ultima risorsa, il Malleus consiglia il più sfacciato e incredibilmente spudorato imbroglio: E che, infine, il giu-

e di seicento. Nei primi anni del XVII secolo novecento persone furono bruciate dal principe e vescovo di Würzburg, tra cui il suo stesso nipote, diciannove sacerdoti, e alcuni bambini accusati di avere avuto rapporti sessuali con il demonio. In Inghilterra, nel periodo del protettorato, anche Cromwell si servì di un generale scova-streghe, il famigerato Matthew Hopkins. Alla fine del Seicento l’isterismo si era propagato anche al di là dell’Atlantico, alle colonie puritane del New England, dando luogo ai tristemente famosi processi di Salem, quelli che avrebbero fornito lo scenario alla commedia di Arthur Miller. Tuttavia, i peggiori eccessi protestanti furono blandi rispetto a quelli della Chiesa di Roma, in seno alla quale l’Inquisizione si vantò apertamente di avere bruciato, con un calcolo approssimato per difetto, trentamila streghe lungo un arco di centocinquant’anni. La Chiesa, da sempre misogina, basta leggere gli scritti dei Suoi Padri, ebbe così l’occasione per la sua crociata contro le donne e tutto ciò che era femminile. Dal 1257 al 1816 l’Inquisizione torturò e bruciò sul rogo milioni di persone innocenti. Erano accusate di stregoneria e di eresia contro i dogmi religiosi e giudicate anche senza processo, in segreto, con il terrore della tortura. Alcuni storici hanno stimato che in tre secoli furono sterminati nove milioni di streghe, all’80% donne e

bambine. Le donne venivano violentate oltre che torturate; i loro beni erano confiscati fin dal momento dell’accusa, prima del giudizio, poiché nessuno era mai assolto. La famiglia intera veniva spossessata di ogni bene. Perché le donne costituivano il bersaglio preferito? Perché si voleva eliminare il principio femminile. Il ruolo naturale di guida da esse esercitato nella comunità minacciava il potere delle autorità (principio maschile). Le donne si occupavano della salute (gli uomini imparavano da loro) e trasmettevano le tradizioni; le più anziane arbitravano con saggezza le contese. Avevano un potere e una forza naturali, incarnavano la sovranità del principio femminile con i suoi valori di conservazione, protezione, aiuto reciproco, condivisione... trasmettevano forza alla popolazione. Uomo o donna, chiunque usasse la testa costituiva una minaccia alla ricchezza e al potere di una minoranza di privilegiati e andava quindi eliminato. Anche oggi sono messi fortemente in crisi alcuni poteri temporali forti. E così occorre di nuovo dia ballein, riseminare zizzania, rimettere in campo l’odio contro le donne e contro gli omosessuali, presentandoli come persone di infimo ordine. Se questi sono uomini! Giampiero Raspetti

dice entri e prometta che avrà misericordia, con la segreta, intima intenzione che ciò che intende è che sarà misericordioso verso se stesso e verso lo Stato; perché tutto quello che viene fatto per lo Stato è un atto di misericordia.

Nella seconda metà del XVI secolo, dunque, sia i cattolici sia i protestanti mandarono al rogo centinaia di donne accusate di stregoneria: e questo delirio incendiario sarebbe proseguito per più di un secolo, raggiungendo il suo culmine nella sanguinosa guerra dei Trent’anni, svoltasi fra il 1618 e il 1648. Fra il 1587 e il 1593 l’arcivescovo di Treviri fece giustiziare trecentosessantotto streghe, il che equivale alla media di una e mezzo alla settimana. Nel 1585 due villaggi tedeschi subirono una tale decimazione che in entrambi rimase viva una sola donna. Lungo un arco di tre mesi, cinquecento presunte streghe furono condannate al rogo dal vescovo di Ginevra. Fra il 1623 e il 1633 il principe e arcivescovo di Bamberga ne fece morire tra le fiamme più

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L'Umbria è una terra ricca Consumiamo i suoi prodotti per essere ricchi anche noi

C A N T I N A

S C A C C I A D I A V O L I d i

P a m b u ffe t t i

L’azienda Scacciadiavoli è una delle più antiche del territorio di Montefalco. Il nome Scacciadiavoli deriva dal nome di un antico borgo, che sorge in prossimità dell’azienda, in cui viveva un esorcista (scacciadiavoli). La cantina, costruita nella seconda metà dell’Ottocento e di recente restaurata, è razionale e dotata di moderni impianti. La dimensione aziendale è di 130 ettari, di cui 28 a vigneto. Vini prodotti:

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Tu t t o

Non è mai accaduto che qualcuno sotto l’effetto delle cosiddette droghe leggere (hashish e marijuana) abbia perso lucidità al punto da rendersi pericoloso in qualunque modo per la collettività. Chi sostiene questo è un perfetto ignorante sotto il profilo scientifico, oppure è in tremenda malafede. Ma in realtà un’affermazione del genere al giorno d’oggi non la azzarda più nessuno, in quanto più volte smentita dai medici e specialmente dalla prassi. E’ cosa nota infatti che fior fiore di professionisti, persone stimatissime e sanissime sia nel fisico che nella mente, facciano regolare uso, e da anni, dello spinello, senza che nessuno nell’ambito del loro lavoro o delle loro conoscenze ne abbia mai avuto il minimo sentore, proprio perché lo stato di alterazione provocato da certe sostanze è talmente basso da consentire l’esercizio di ogni normale attività, molto più di tanti psicofarmaci o del bicchiere di troppo bevuto

f u m o . . . a tavola. Se il sig. Gianfranco Fini a causa di una canna si è sentito rincoglionito per due giorni, il problema non può che riferirsi ad un sua condizione strettamente personale… C’è gente che con pochi sorsi di whisky va fuori di testa perché non regge l’alcol, ma questo non autorizza certo a definire alcolizzato chi di alcol fa un uso moderato. Nel mondo della politica esistono però alcuni personaggi di indole violenta e prevaricatrice, la cui presunzione è quella di dettare valori; e non valori riconducibili al rispetto degli altri o della res publica, giustamente attinenti l’attività politica, ma norme comportamentali le cui conseguenze, spesso ipotetiche, si riflettono solo ed esclusivamente sul soggetto che le assume. Tutto ciò è assolutamente inaccettabile. Come fu ridicolo il tentativo da parte degli avversari politici di Clinton di esporre il poveraccio alla pubblica gogna soltanto perché si era lasciato andare ad intime effusioni con la stagista (affari suoi al 100%), così i nostri governanti farebbero meglio a riflettere sulle strategie per risollevarci da questa situazione economica davvero preoccupante e a meditare su quei fattori che stanno rendendo sempre più evidenti le disparità sociali, invece di atteggiarsi ad acide ed intransigenti maestrine, che avendo fallito gli obiettivi prioritari per i quali avevamo dato loro fiducia, ad oggi non trovano di meglio da fare che mettere becco sulla nostra vita privata. Raffaela Trequattrini

La ECOGREEN s.r.l. svolge attività di CONSOLIDAMENTO di scarpate e pendici rocciose effettuando i seguenti interventi:

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Breve paradosso s u l D L F in i L’approvazione del DL Fini ha senza dubbio il merito di aver sollevato un vespaio di proteste e dibattiti: ha riacceso l’antica querelle tra proibizionismo e antiproibizionismo. Il tema, come si sa, è stato ampliamente dibattuto a partire dagli anni Settanta e non è nostra intenzione tornarci sopra. Come pure non rientra nelle nostre intenzioni ribadire le differenze e le dissonanze di merito o di giudizio etico tra droga leggera e droga pesante e di conseguenza tra la legittimità vera o presunta dell’uso delle leggere rispetto alle pesanti. Nell’affannosa attesa che precede l’uscita di tabelle matematiche che ci indichino sino a che punto sia valida la definizione di uso personale, ci conforta il dato aberrante delle pene decise che equipareranno, salvo possibili percorsi giamaicani alla Camera, il soggetto che usa la cannabis o i suoi derivati al così detto - e a torto - tossico tout-court: ebbene anche questo impercettibile dettaglio sarà lasciato alle vostre coscienze. Ci preme invece porre l’attenzione sul comportamento che ha informato i legiferatori nell’approvazione del decreto legge, perché davvero in pochi hanno fermato l’attenzione sulla manovra subdola con cui ha agito il legislatore, c’est à dire il governo. Le nuove norme fortemente volute da Gianfranco Fini sono infatti inserite nel maxi emendamento che provvede a finanziare i giochi Olimpici di Torino 2006. Converrete con me che rintracciare i nessi logici che possano in qualche modo legare insieme la discussione di un finanziamento aggiuntivo (peraltro molto discutibile) per un grande evento con il tema, di scottante attualità e rilevanza sociale, della droga è operazione davvero difficile. Ma più ostico risulta dare una benché minima sostanza alle affermazioni con cui gli stessi legislatori hanno risposto alle detrazioni - per non dire di peggio - delle diverse opposizioni di cui, per fortuna, può ancora vantarsi il nostro bel paese. Se fosse infatti vero, come sostengono, che la legge è figlia della condivisibile - ma, paradossalmente, insindacabile giustizia morale che guida le loro scelte (loro, si badi bene, temono e si adoperano per la nostra salute) perché nascondere dietro un finanziamento un decreto legge che avrebbe necessitato proprio della nostra voce, di discussioni approfondite, di dibattiti illuminanti, di esempi, di persone, di relazioni scientifiche? Perché proporre una drastica e a quanto pare illegittima soluzione a due mesi dalle elezioni politiche? A voi moralisti la facile risposta; a tutti gli altri l’enigma di questo cattolico governo laico. Corrado Pani

Vi o l e n z a f a m i l i a r e

Non farei una tragedia se nei rapporti familiari volano ogni tanto un po’ di botte. So perfettamente che c’è un grande numero di persone disposte a stracciarsi le vesti e guaire se solo sentono parlare di un buffetto, di uno spintone o comunque del minimo gesto aggressivo sul versante fisico, ma non battono ciglio di fronte alle parole più pesanti. Secondo costoro uno schiaffo sarebbe più grave di mille silenzi ostili, di mille gesti di inimicizia. Ma non è così. Il problema dei rapporti all’interno della coppia e della famiglia, ma in parte d’altri rapporti umani - non riguarda il solo lato fisico della conflittualità. Non ci dovrebbe essere bisogno di chiarire che qui non alludo a quei rapporti basati sul terrore dove uno dei due partner - in genere l’uomo, tuttavia non sempre - massacra sistematicamente di botte l’altro tutte le volte che gli gira storto. Ma a dire la verità non mi pare neanche molto meno grave che uno dei due partner aggredisca sistematicamente l’altro a parole, pesanti come pietre, tutte le volte che gli gira storto; e la mia esperienza umana e professionale mi dice che se la prima ipotesi non è frequentissima, la seconda lo è immensamente di più. Orbene, decenti rapporti di coppia o di famiglia sono basati non solo almeno sull’affetto, se non proprio sull’Amore Eterno, ma anche e alle volte soprattutto su una conduzione della vita quotidiana nella quale non ci si morda in continuazione, non ci si mandi con troppa frequenza il messaggio, tanto più pesante in quanto assai spesso sottile e

implicito, che tutta l’esistenziale infelicità dell’uno vada ricondotta esclusivamente alle imperdonabili colpe dell’altro. Messaggi simili, quando vengono inviati con periodica sistematicità, sono molto, ma molto più cruenti di sonori schiaffoni: infatti mentre lo schiaffone è un messaggio preciso, inequivocabile in cui chi lo prende ha l’alternativa tra il restituirlo o porgere l’evangelica altra guancia, ma sa benissimo con che tipo di messaggio abbia in quel momento a che fare, la squalifica sistematica e serpeggiante, inespressa ma nondimeno comunicata, costituisce invece un messaggio ambiguo contro la cui distruttività il soggetto è spesso disarmato dal fatto che l’offensore può tranquillamente negare di avere inviato proprio quel messaggio: Tu sei pazzo/ a, paranoico/a, dai corpo alle ombre, prenditi un Tavor... e per l’altro obiettare diviene se non impossibile, almeno molto, ma molto difficile. Ora, si può tenere allo stile e al bon ton quanto si vuole, ma non mi si venga a dire che un simile modo di vivere sia migliore di quello che tra partner prevede ogni tanto una soluzione rapida delle controversie a suon di sberle: le quali, proprio come sono spesso sacrosante nei confronti dei figli (e lo ribadisco ancora: in dosi contenute) lo sono anche tra partner, più spesso che non si creda. A condizione - è essenziale - che nella sostanza del rapporto, ci si voglia bene. Se l’affetto non c’è né lo schiaffo né la recriminazione hanno più alcun diritto d’asilo, né alcuna ragion d’essere.. Vincenzo Policreti

Visitate il sito

www.sondaggipoliticoelettorali.it sito ufficiale dei Sondaggi Policiti ed Elettorali (art. 8, comma 3, legge 22 febbraio 2000, n. 28)

a cura della

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

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f a g i o l i n a

Lo chiamiamo lago ma in realtà è un grosso stagno con acque che sfiorano i 28°C in estate e temperature assai fredde in inverno a tal punto da arrivare anche al completo congelamento. Il Trasimeno è un bacino laminare, il più grande dell’Italia centrale, molto esteso in superficie e con una profondità mas-

C i b o Un connubio vecchio come l’uomo, quello tra eros e cibo. Nelle antiche civiltà greca e romana molti grandi poeti cantarono le lodi ora di questo ora di quell’alimento, ritenuto capace di esaltare le virtù amorose. I Greci consigliavano a tale scopo cipolle, carote, miele, uova, ma soprattutto pesci e crostacei, perché provenienti dal mare che aveva dato i natali ad Afrodite, dea dell’amore. I Romani, con motivazioni meno poetiche ma certo comprensibili, rimpolparono la lista dei cibi afrodisiaci aggiungendovi gli organi genitali di animali come il cavallo, il lupo o il cervo. Anche alcune erbe erano ritenute portentose: nella sua Ars Amatoria Ovidio esalta ad esempio l’azione afrodisiaca

sima di 6 metri. Alimentato prevalentemente da acque piovane che scendono dalle colline circostanti, viene regolato, negli ormai scarsi periodi di piena, da un emissario scavato in epoca romana dall’imperatore Claudio e ripristinato in epoca rinascimentale da Braccio Fortebraccio da Montone, valoroso

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condottiero e signore di quelle terre. Le acque poco profonde e sature di sali minerali lo rendono assai ricco di vita sia animale, sia vegetale. Anche le sue sponde, purtroppo sempre meno inondate nei periodi di abbondante pioggia, con il loro carico di limo e di componenti nutrizionali di qualità, offrono un substrato ideale per la coltivazione di specie vegetali sempre più richieste da un mercato alimentare pronto a valorizzare colture di nicchia. E’ il caso, sicuramente, della fagiolina del Trasimeno, prodotto particolarissimo e assai saporito, bisognoso di continue cure ed attenzioni per poter crescere bene. Ed è proprio il riferimento alla secolare fatica quotidiana che ha indotto i coltivatori del lago ad attribuire il genere femminile a questo antico e prezioso legume. Con una espressione sicuramente poco gradita all’altra metà del mondo sia animale che vegetale, hanno sentenziato che ignoranti come la fagiolina ci sono solo le donne!, il

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dell’erba d’eruca, probabilmente la nostra rucola, che sembra crescesse spontaneamente intorno ad alcune statue dedicate a Priapo, dio della fertilità. Nei fastosi ambienti settecenteschi furono particolarmente in voga ricette ritenute propizie alle tenzoni amorose, specialmente a base di ostriche, manicaretti speziati e vini pregiati. Oggi sono decine i cibi che la tradizione popolare considera afrodisiaci. Forse superfluo a dirsi, in natura non esistono prodotti afrodisiaci nel vero senso del termine. Alcuni alimenti, certamente, hanno la proprietà di alterare in minore o maggior misura lo stato psicofisico di chi li assume: la scienza ci spiega che se lo champagne è bevanda per

Incontro con l’azienda agricola Patrizi di Montoro. Serata con degustazione di prodotti tipici della provincia di Terni: salumi dell’azienda agricola Tamburini di Montecastrilli; formaggi di Baschi; zuppa d’orzo di Arrone.

Degustazione di vini australiani

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T r a s i m e n o che sta a sottolineare non soltanto l’irritazione per le tante sofferenze patite per portare a frutto una pianta così capricciosa e delicata ma anche l’amore e la gratitudine per la sua capacità di restituire attimi di godimento quando dal piatto passerà nelle loro bocche. Presente nel territorio del lago fin dal tempo degli Etruschi, il fagiolo ha dimensioni poco più grandi di un chicco di riso. Seminata in primavera dopo aver ben preparato il terreno, la pianta ha bisogno di abbondanti irrigazioni e di giornaliere cure per difenderla da muffe e parassiti, da insetti di ogni genere, lombrichi e talpe che ne sono particolarmente ghiotte. Il frutto viene raccolto in estate e siccome le piantine maturano in tempi diversi, occorrono diversi passaggi nel campo per arrivare a completare il raccolto. I baccelli, non più lunghi di 7-8 centimetri, dopo l’essiccazione all’aria aperta, vengono battuti con appositi bastoni e solo allora il ciclo produttivo è concluso. Il risultato di tanto lavoro è la

fagiolina, di colore bianco e di dimensioni ridottissime. La produzione avviene in aziende a conduzione familiare di piccole dimensioni con una capacità produttiva che non supera gli otto quintali. Solo assaggiando la fagiolina si può comprendere quanto valga la pena tutto questo dispendio di tempo e di energie. Se la passione per l’Umbria nascosta ti porterà in uno dei comuni attorno al lago Trasimeno e avrai la fortuna di acquistarne almeno un chilo, non dovrai assolutamente metterla in ammollo prima di cucinarla essendo la sua buccia fine e la polpa molto compatta. Basterà, partendo da acqua fredda, cuocerla per quaranta minuti tenendo la fiamma bassissima ed il risultato sarà un fagiolo morbido e saporitissimo. Per esaltarne le virtù, dovrai condirla con l’olio novello delle nostre parti, sale, pepe ed aglio a piacimento. Accompagnata ad un bel rosso giovane e morbido darà sicuramente il meglio di sé. Albano Scalise

r o s s e

eccellenza degli incontri amorosi è perché il vino è un vaso dilatatore; se il cioccolato è considerato uno stimolante è perché contiene sostanze che aumentano il livello di serotonina, il neurotrasmettittore del buonumore; se l’ostrica è ritenuta un celebre afrodisiaco è perché contiene zinco, che attiva il funzionamento di certi ormoni e la rende il più lussurioso dei cibi. Ma certo anche il più lussuoso. A fare afrodisiaco un cibo infatti contribuiscono enormemente questioni di natura culturale: ostriche appunto, o tartufi, aragoste e caviale sono diventati dei sex food symbol, come li definisce il giornalista gastronomico Davide Paolini: cibi cari e speciali per persone care e speciali. Il buon senso ci dice che alcu-

Venerdì 24 febbraio

Venerdì 17 marzo

d e l

ni di questi alimenti devono la loro fama anche a caratteristiche organolettiche spiccate e allusive: odori o colori decisi, particolare consistenza ecc. Altri cibi ancora, come gli asparagi o il sedano, vedono nelle analogie morfologiche l’unica spiegazione alle loro presunte doti afrodisiache! Resta certo che se singoli cibi afrodisiaci non esistono, tutto il cibo lo è, o può esserlo. L’occasione, l’atmosfera, i gesti, la condivisione del piacere del cibo sono sicuramente i più potenti stimolanti. Così poteva avere ragione persino l’arabo Salazar che nel suo Libro degli amplessi, nel ‘500, giurava che il miglior richiamo alle fantasie amorose è una bella zuppa di fagioli e ceci con abbondante cipolla. Silvia Cicioni

Perché si dice…

che il pane capovolto in tavola porti sfortuna? Nel XV secolo il re di Francia Carlo VII stabilì una tassa in beni di prima necessità a favore dei boia. I fornai esponevano il pane per l’odiato boia rovesciandolo, adagiato sulla parte bombata, perché se ne distinguesse la destinazione.


Diritti televisivi... sì, ma come...? Gli introiti derivanti dai contratti dei diritti televisivi fanno la differenza di risultati fra le squadre di calcio di serie “A”. La sperequazione ha raggiunto livelli tali da vanificare la volontà, il prestigio e l’interesse economico delle squadre minori a far parte della rosa dei club di prima fascia. I presidenti delle società più piccole hanno lanciato da tempo l’allarme ma la Federazione Nazionale, già sofferente per gli insoluti conflitti d’interesse, non è sembrata, finora, in grado di affrontare il tema con la serenità e l’equità che merita, alla luce anche degli effetti che il calcio riflette sulla società, sull’economia, sulla diffusione della disciplina, sullo spettacolo, sul turismo, sull’educazione dei giovani. Al di là di ogni considerazione d’ordine etico, un fatto è certo: il calcio focalizza gli interessi pubblicitari, catalizzando cifre ragguardevoli di denaro pubblico e privato (sponsors e diritti TV). Come distribuire queste risorse? Con quale criterio? Il sistema adottato in Italia non segue il principio della solidarietà ma si fonda sul calcolo degli spettatori che ogni squadra è potenzialmente in grado di inchiodare di fronte ai teleschermi. A questo, si aggiungono altri parametri, come il prestigio internazionale acquisito, l’entità degli abbonamenti, il bacino potenziale di spettatori allo stadio; tutti criteri che non fanno altro che accrescere la differenza iniziale. Succede così che il 70% delle risorse per i diritti televisivi, viene spartito fra Juve, Milan e Inter, che il rimanente segue la sorte di un piatto di spaghetti fra 18 affamati quando va via la luce. Comparse, burattini o masochisti? Perchè il presidente di una squadra minore dovrebbe sottoporsi ad un salasso per disporre comunque di una squadretta? Le 3 grandi hanno bisogno del contorno delle piccole, semplicemente perchè senza di

loro un campionato non si potrebbe svolgere; non potrebbero far vedere quanto siano bravi i loro primi attori e non ci sarebbe ragione per cui la TV dovesse sborsare milioni di euro. Consapevoli del ruolo che le circostanze affidano loro, le piccole si sono associate, pronte a far valere le loro ragioni. Martedì 24 gennaio 2006 è arrivata nella sede dell’Antitrust una denuncia avanzata dal Consorzio Calcio Italia, che raggruppa le società bistrattate, secondo cui le 3 grandi avrebbero messo in atto pratiche estromissive dei concorrenti, con velati riferimenti a pretese tutele arbitrali. Vere o presunte che siano le accuse, resta il fatto che la forbice tra la prima e le altre si allarga in maniera paurosa, facendo rischiare il fallimento di quelle società mentalmente ancorate ad una visione romantica del calcio che fu. E’ come se nel cast di uno spettacolo gli attori famosi si prendessero l’intero incasso, obbligando le comparse alla fame. E non c’è niente di più stimolante che la fame per progettare strategie estreme: il presidente della Sampdoria ha promesso che farà giocare i ragazzi della Primavera quando incontrerà la Juve; altri hanno in animo di non spendere più un centesimo per rafforzarsi (si fa per dire), altri ancora, con i piedi per terra, auspicano una ripartizione delle risorse secondo il sistema inglese: il 50% alle prime cinque, il restante in parti uguali alle altre. Che la recrudescenza del problema si sia verificata in concomitanza del Governo Berlusconi non è casuale. Le proteste per i mille conflitti di interesse del Premier rischiano di restare voci che gridano nel deserto, scivolano come acqua fresca sull’indifferenza della gente, eppure a ben guardare toccano l’eterno problema della distribuzione delle ricchezze nella società civile. Se bisogna cambiare Governo per risolvere le cose, sarà il caso che ognuno si attivi. Giocondo Talamonti

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C I N E F I L O

S P O R T I V O

Spirito, ideale e cultura dello sport nel cinema LE OLIMP IADI D EL L A C U LT U R A Cinema e sport non sono due realtà inconciliabili e questa piccola rubrica ne è una prova. Lo sport ha bisogno del cinema, e dei media in genere, per sopravvivere e veicolare i propri valori. Il cinema ha bisogno dello sport perchè da esso attinge l’emozione e il coinvolgimento che tiene incollati gli spettatori allo schermo. Su questo binomio sarebbe interessante poter scrivere un saggio critico e approfondirne gli aspetti comuni e le caratteristiche che l’uno ha preso in prestito dall’altro e viceversa, sul fatto, ad esempio, che il corpo è l’elemento fondamentale e comune ai due campi e chissà quale altra diavoleria filosofica... ma non è in questa direzione che mi voglio avventurare. Desidero piuttosto constatare che da tempo le manifestazioni sportive di grande impatto mediatico sono sempre più legate ad eventi culturali non trascurabili. Abbiamo così il programma de Le Olimpiadi della Cultura di Torino 2006, una lunga serie di appuntamenti culturali e artistici che avranno luogo nello stesso periodo delle Olimpiadi Invernali. Milioni di visitatori affolleranno la città di Torino, oltre che per lo sport, per le Arti visive, il Teatro, la Danza, la Musica, il Cinema e la Letteratura. Un cartellone ricco di iniziative dunque, per vivere l’atmosfera sotto ogni aspetto ed emozione per il cuore e gli occhi. Per quanto riguarda il cinema, da segnalare la visione di vecchi documentari sportivi, cinegiornali e film (come Maciste all’inferno, Cabiria e altre 20 grandi opere del cinema italiano dal dopoguerra

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agli anni ’80), quasi a rappresentare e a promuovere un patrimonio che ultimamente stenta a decollare. Una vetrina da sfruttare per raccontare al pubblico delle Olimpiadi i momenti memorabili che hanno fatto grande il nostro cinema. Buona visione quindi ai tanti che, come me, andranno a Torino per i giochi e tra una gara e l’altra troveranno il tempo per scoprire (e riscoprire) vecchie e nuove perle cinematografiche. Claudio Talamonti

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Casa, dolce casa... La casa è sempre stata simbolo di calore, accoglienza, protezione, ma soprattutto di pace e tranquillità; un rifugio dal caos, dalla frenesia e dal trambusto cittadino. Eppure, praticamente ogni giorno, si insidia tra le nostre mura una sorta di violenza domestica. Non mi riferisco ai casi clamorosi degli amici di famiglia pedofili, delle madri schizofreniche o dei padri alcolizzati…! Ma ad una forma di violenza che ormai passa quasi inosservata, tanto ci abbiamo fatto l’abitudine, anche se ciò non toglie che si tratta di vera e propria violenza: il bombardamento indiscriminato da parte di compagnie telefoniche a caccia di nuovi contratti, rappresentanti di aspirapolveri, testimoni di Geova, lettori del contatore, vicini di casa alla ricerca di consensi per fare causa al condominio, e via dicendo… Che malefica invadenza, che tremenda rottura di scatole!!! Possibile che a nessuno di questi soggetti venga minimamente il dubbio: chissà… magari disturbo? Per far sì che voi lettori siate solidali con la mia protesta, vi illustro una situazione tipo. Immaginate una di quelle giornate in cui non vi è suonata la sveglia. Uscite di casa col fiatone e dovete passare circa un quarto d’ora a toglie-

Ahi serva Italia di dolore ostello / nave senza nocchiero in gran tempesta, / non donna di Province, ma bordello!

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re volantini pubblicitari dal tergicristallo della macchina. In ufficio trovate tutti nervosi e nel frattempo vi telefona la scuola per dirvi che vostra figlia è a rischio di bocciatura. Tornati a casa, avreste una gran voglia di cappuccino, ma nessuno si è ricordato di comprare il latte, come al solito… A questo punto cosa c’è di meglio di un bel bagno caldo per togliersi di dosso almeno un po’ dello stress accumulato? Finalmente la vasca è pronta; entrate, e vi sembra che tutta l’agitazione cominci ad evaporare dal vostro corpo. Ma la soave musica new age che avete messo per completare il vostro rilassamento, viene traumaticamente interrotta da uno stridulo “DRRRIIINNN”, seguito poi da un altro e un altro ancora. Nuovamente aggrediti dall’ansia, vi catapultate letteralmente fuori dalla vasca e per la fretta date una ginocchiata al rubinetto, attraversate di corsa il corridoio rischiando di scivolare e rompervi l’osso del collo, seminate schizzi dappertutto (e la donna di servizio è venuta proprio quella mattina); per non parlare del freddo... Arrivati al telefono, quasi con un sospiro di sollievo, pronunciate il fatidico Pronto. Dall’altra parte si sente una vocina pimpante che

A questo punto qualcuno potrebbe sentirsi autorizzato a credere che, dati i precedenti, il nostro è un Paese senza speranza, dove le cose sono andate sempre allo stesso modo e, dunque, a nulla varrebbe ogni nostro tentativo di elevarci. Andate un po’ a leggere però come si campava ai tempi di Dante…!?! Lasciamo perdere che bruciavano vive le donne per un neo sospetto…; lasciamo perdere che morivano anche di morbillo, quando non li sterminava la

chiede cortesemente se può rivolgervi alcune domande sullo stato della vostra cellulite o sui trattamenti che riservate a rughe e punti neri. Dopo aver educatamente dissuaso la vostra interlocutrice dall’idea di farvi diventare una di loro (parole testuali!), rientrate nella vasca già leggermente alterati. Passa qualche minuto e suona il citofono. Si apre un dilemma: vado o non vado? All’insistenza di quello sgradevole suono, optate necessariamente per la prima soluzione. Un simpatico omino che lavora per un’agenzia immobiliare vi chiede se conoscete qualcuno nel palazzo che ha intenzione di vendere l’appartamento. Cominciate a dimenticare tutte quelle nozioni che da piccoli vi hanno insegnato per risultare una persona educata e allontanate il disturbatore senza tanti complimenti. Prima di rientrare nella vasca pensate bene, per evitare inconvenienti, di staccare il telefono e vi riproponete di non rispondere al citofono per nessuna ragione possibile e immaginabile. Ma appena state per immergere il piedino a bagno, suona il campanello di casa che, nella condizione in cui vi trovate, vi fa lo stesso effetto della colonna sonora de Lo squalo. E se fosse vostro figlio che ha dimenticato le chiavi? Questa non remota eventualità vi costringe ad aprire la porta. Di fronte a voi c’è una donnina dallo sguardo languido che è venuta a comunicarvi la data, ormai certa, prevista per la fine del mondo. Le chiudete distintamente la porta in faccia. ‘Sta volta siete decisi: niente e nessuno potrà più distogliervi…! Intanto, felice e contenta, rientra a casa vostra figlia. In voi riesplode come un fulmine il ricordo della bella notizia ricevuta al mattino dalla scuola. Decidete di rimandare il momento per andare in bestia… Ma quando state per esordire con un minaccioso: dopo facciamo i conti!, la figliuola vi interrompe: ha telefonato un tizio che vendeva i vini e l’olio, ma siccome tu non c’eri, gli ho lasciato il tuo numero di cellulare. Più tardi ti chiama! Silvia Spiropulos

peste…; lasciamo perdere che essere poveri a quei tempi significava avere diritti quanto un canarino di oggi…! Ma la cosa peggiore è che ancora non esisteva la democrazia! Vi rendete conto? Niente Parlamento, niente Ministri, niente Consiglio dei Ministri e… niente Presidente del Consiglio!!! Dio mio…, adesso non voglio dire che fosse tutto così negativo una volta, comunque……......……..... Eufemio Ampolloso

Viva la civiltà Cos’è la civiltà? È la lotta contro le violenze (Popper). Ma come si fa a prendere una cantonata del genere! Lo sanno anche i gatti che in un quiz la soluzione non si mette attaccata alla domanda. Ma grazie al signor Popper, letta la domanda, letta la risposta. Comunque devo riconoscere che mi ha salvato da uno svarione. Avrei scommesso sulla soluzione: E’ non dover mai dire mi dispiace. Sono rimasto altresì sorpreso nell’apprendere che l’inventore di quel liquido che, una volta sniffato, rimbecilliva per alcuni secondi, fosse anche un famoso enigmista. Ma, ironia della sorte, questo indovinello calza a pennello con l’argomento dello sblateramento mensile, e cioè le sciagure che impietosamente hanno recentemente colpito alcuni supereroi. Noi tutti sappiamo che il paese più civile del pianeta sono gli USA. Ma vi siete mai soffermati sul perché di questo? Eppure la risposta è molto semplice: i supereroi hanno combattuto per decenni contro ogni forma di violenza, e ciò

Iron Man viene richiesto a Terni dove le acciaierie, in segno di gratitudine, gli fabbricano una tuta nuova di zecca. Indovinate di che materiale? Tenetevi forte: lamierino magnetico! Al suo primo volo sparisce. Pare che l’ultima volta sia stato visto appiccicato ad un aereo sulla linea Sing SingSingapore. AMilano la decisione è sofferta. Per primo viene convocato il Dr. Strange, ma appena viste le fatture di Mediaset, riconosce la sua impotenza e rinuncia. Finalmente la decisione converge sull’Uomo Ragno che però, al primo pattugliamento, resta fregato da un improvviso banco di nebbia e si va a sfracellare sulla facciata di un palazzo. L’Uomo Ghiaccio viene richiesto a Palermo, ma arriva maldestramente nel mese di luglio: irreperibile! Batman arriva a Nuoro giusto in tempo per vedersi recapitare un pacchettino con l’orecchio del maggiordomo Alfred. A Roma si scade nel ridicolo. A Montecitorio i parlamentari si azzuffano: Pecoraro Scalzo

ha contribuito in maniera decisiva ad innalzare la civiltà americana a livelli stratosferici (sennò quali altre menti illuminate avrebbero potuto introdurre il concetto di guerra preventiva?). Purtroppo negli ultimi anni il livello di supereroismo dello americano medio si è elevato a tal punto (un qualunque film proveniente dalle Indie potrà confermarlo) che i poveri supereroi sono rimasti senza avversari e sono sprofondati nel vortice della depressione. Ed ecco il punto! Alcuni di essi sono stati richiesti dai sindaci di alcune città italiane. Una tragedia! Il Mitico Thor viene richiesto a Napoli. Ma appena arrivato alla stazione si distrae puntando sul gioco delle tre carte e gli fregano il martello. Disperato invoca il padre Odino che in fretta e furia accorre con la sua biga trainata dai leggendari cavalli alati, ma ahimè, quest’ultimi vengono colpiti dall’influenza aviaria e tutta la coreografia si schianta sulle pendici del Vesuvio.

vuole Lanterna Verde, Bertinotti il Teschio Rosso, Fini la Morte Nera, Rutelli L’Uomo Margherita; non si capisce più niente...! Allora il Presidente del Consiglio, denotando grande autorità, taglia la testa al toro, invoca un articolo della costituzione, cioè “la”, e si proclama Primo Supereroe di Roma col nome di Interim Man. Adesso ditemi voi che futuro ci attende…!!! Come possiamo pensare di raggiungere un livello di civiltà non dico pari, ma almeno dispari rispetto a quello americano? Una soluzione c’è: la legittima difesa a punti! Uno parte con venti punti pari a venti vite umane. Quando finiscono, i punti si possono riottenere secondo la seguente tabella: l’acquisto di una pistola vale un punto; di un fucile tre punti; di un bazooka cinque punti; di un terra-aria dieci punti; di una bomba atomica venti punti. Viva la civiltà e buon omicidio a tutti!!! Orlando Orlandella


Bianco delle Regine 2004 **½ 18.000bt. 9€ Nel romanzo del Castello delle Regine, il capitolo legato al Bianco sembra ancora in parte da scrivere, tanto embrionali e provvisori appaiono i risultati di questi primi esperimenti di vinificazione. Ma del resto in cantina, con la consueta serietà, si sceglie un profilo basso per sottolineare la valenza ancora sperimentale di questo vino, frutto di un uvaggio di chardonnay, sauvignon, riesling e pinot grigio originale quanto ancora poco risolto sul piano dell’amalgama. A colpire per ora è il profilo aromatico, che nell’annata relativa alla vendemmia 2004 abbina il registro surmaturo a note varietali quasi più da traminer che non da riesling: ecco perciò avvolti da una coltre di bella grassezza, i richiami alla pera matura e all’uva passa, modulati da una bocca molto calda e alcolica, ancora in cerca di un più efficace contrasto. Rosso delle Regine 2003 *** 30.000 bt. 9€ Il blend di sangiovese e merlot destinato al rosso di base della gamma aziendale rivela la stessa cura che ritroveremo all’opera in tutte le etichette del Castello delle Regine: ottime basi estrattive, senso di piena maturità delle uve, bocca di bella convessità polposa, stile moderno e nitido, centralità della componente fruttata, apprezzabile tocco del rovere nuovo, ancora molto presente nell’arco di tutto lo sviluppo al palato. Ecco, a ben guardare, resta forse questo l’unico appunto che si può muovere al vino, che usa il legno per sottolineare questo senso di pienezza e perde forse qualcosa sul piano del dinamismo e dell’originalità. Ma va ricordato che stiamo pur sempre parlando del campione di un’annata particolarmente siccitosa, e sarebbe perciò ingenuo non mettere in conto una certa tendenziale staticità di espressione; quello che sorprende per contro è la fattura curata in ogni dettaglio, come per un rosso di livello superiore. Podernovo 2003 ***½ 50.000 bt. 10 € Il già nutrito palmares aziendale potrebbe lasciar credere altrimenti, ma noi restiamo convinti estimatori (per certi aspetti forse anche “tifosi”) del sangiovese di Paolo Nodari. E tra i vari sangiovese, proprio al Podernovo pare di poter guardare come all’esempio di una più felice integrazione tra la ricerca di spessore e profondità e l’espressione più rilassata e naturale del vino, forse debitore in questo suo aspetto più disinvolto dell’affinamento in botti grandi. Anche in questo 2003, e nonostante il consueto deficit di articolazione legato all’annata, tornano quelle sensazioni di bevibilità e progressione succosa che avevamo già apprezzate nelle precedenti versioni, accompagnate stavolta da un maggiore risalto tannico che ne sottolinea il carattere originale. Visto anche il prezzo così abbordabile, un vino decisamente da rivalutare. Merlot 2003 ***½ 16.000 bt. 33 € A fronte dei consensi di critica e di pubblico che hanno accompagnato la parabola di questo fortunato paladino del Castello (tre volte i 3 Bicchieri della Guida Vini del Gambero Rosso alle ultime tre annate), la nostra valutazione potrà apparire fin troppo prudente e conservativa; ma anche riassaggiato a più riprese, si fa davvero un po’ fatica a trovare piena sintonia con quanti (in azienda e fuori) mostrano di considerare proprio questo come il miglior vino aziendale. Altro discorso meriterebbe il 2001, che ha certamente beneficiato della bontà dell’annata molto più di quanto non sia rimasto irretito dalla giovanissima età del vigneto. Ma per i merlot, come è noto, è più facile offrire prove da enfant prodige; altra cosa è invece tradurre nel tempo in termini di complessità e articolazione la peculiare vocazione di un vigneto, compito per il quale il pluridecorato portabandiera delle ambizioni aziendali va atteso alla prova di annate meno aggressive e ingenerose. Selezione del Fondatore 2000 **** 4.000 bt. 20 € L’annata 2000 è spesso al centro di piccoli contenziosi interpretativi: c’è chi ne esalta il bonus di maturità, la ricchezza alcolica ed estrattiva, e chi ne soffre per contro la precocità di espressione, lamentando una certa mancanza di tensione gustativa. Trattandosi della prima annata posta in commercio dall’azienda, è ovvio che l’alternativa risulti qui del tutto fuori luogo: c’è una valenza per così dire sentimentale, oltre che di testimonianza, che emerge in primo piano. E quello che siamo chiamati a valutare è piuttosto l’esito di una prima ipotesi di selezione, la tiratura limitata di una specie di prova d’autore. Prova senz’altro stimolante e da seguire: la base è come di consueto di ottima struttura e la sensazione di persistenza si prolunga nel finale di bocca con note affumicate intriganti; ma la tostatura del rovere si infiltra in profondità nel sapore del vino e quello che ne resta penalizzato è proprio il profilo terroso e sapido del sangiovese. Più che una selezione di sangiovese nello stile di un vieilles vignes giocato sulla finezza, abbiamo dunque a che fare con una selezione tout court, cremosa e intensa ma ancora un po’ compressa nello sviluppo al palato, che andrà senz’altro valorizzato proprio nella ricerca di un più sottile chiaroscuro varietale.

***** **** *** ** * °

eccellente ottimo buono discreto sufficiente difettoso

GG

Protagonisti del Vino Umbro Uscendo a San Liberato, si può restare perplessi: quel tratto di E 45 battuto dai Tir che separa il casello di Orte dalle fabbriche di Nera Montoro comunica sulle prime una sensazione poco rassicurante. Ma è una sensazione passeggera: basterà defilarsi appena e addentrarsi negli oltre 400 ettari della tenuta del Castello delle Regine per respirare subito un’aria tutta diversa e ritrovare sintonia con il paesaggio, con il ritmo e i volumi della collina umbra, con i boschi, le vigne e gli ulivi. Quello che colpisce subito, poi, è un senso di estrema cura dei particolari, una ricerca di armonia non comune quanto a finezza e gusto del dettaglio. Perché va detto che il Castello delle Regine non vive di solo vino, anzi: le anime che compongono il quadro delle attività aziendali sono diverse, benchè tenute insieme da un’unica regia. C’è innanzitutto il nucleo produttivo più importante, che inquadra le principali risorse: vini e olio. Oltre 50 ettari di vigne, poste a diverse altitudini (tra i 200 e i 350 mt slm) e di diverse età, per una produzione che si attesta intorno alle 200 mila bottiglie. Nonché più di 6000 piante di ulivo, con un importante nucleo di alberi secolari, ripartite nelle tre varietà locali più apprezzate, leccino frantoio e moraiolo.

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cacciatori e appassionati, ma anche croce dei vignaioli, come attestano i continui danni subiti dai vigneti nelle ripetute incursioni estive di questi bestioni così golosi di uva. Si diceva della regia: è Paolo Nodari il regista di questa complicata e affascinante vicenda, titolare dalla seconda metà degli anni ’90 di una proprietà che ha voluto ripensare e riorganizzare da capo, investendo risorse e managerialità non comuni con

delle scelte di stile che punteggiano le attività della tenuta. Stile che poi ritorna anche nei vini, affidati fin dalla prima vendemmia nel 2000 alle cure di uno dei wine-maker più apprezzati d’Italia, Franco Bernabei, consulente e ispiratore di tutte le scelte di vigna e di cantina. Le etichette prodotte non sono poche: la più prestigiosa e affermata è il Merlot, che è valso al Castello delle Regine i principali riconoscimenti dalla

stampa di settore, e che condivide il primato nella gerarchia aziendale con il Princeps, da un uvaggio bordolese a dominante cabernet arricchito da quote importanti di sangiovese. Proprio il sangiovese, però, sembra essere la risorsa più preziosa per i rossi del Castello, sia di quelli della linea di base, Rosso delle Regine e Podernovo, che delle selezioni in barrique destinate alle etichette di maggior prestigio, tra cui la stilizzata Riserva del Fondatore. Un bianco da uve rigorosamente non autoctone chiude il quadro dei vini prodotti al Castello e completa una gamma Poi c’è l’allevamento bovino, circa 250 capi tenuti allo stato semi-brado, con una quota significativa di esemplari della razza chianina, una stazione di monta con tre tori iscritti all’albo e una stalla selezionata e attrezzata tanto per la riproduzione quanto per la macellazione. Chianine che è possibile gustare in azienda al ristorante Podernovo, che propone piatti di solida ispirazione stagionale, tutti centrati sulla valorizzazione delle ottime materie prime locali. Si tratta di un locale davvero piacevole, sosta elegante e golosa annessa all’omonima residenza agrituristica (ma anche aperto al pubblico dei non-ospiti, e anzi molto attivo sul fronte di feste e banchetti) che è un altro dei fiori all’occhiello della tenuta, coi suoi 18 appartamenti distribuiti su 4 casali accuratamente ristrutturati, arricchiti da 3 piscine e un campo da tennis dove abbinare sport e relax. Completa il quadro della proprietà una riserva di caccia ben insediata nei quasi 200 ettari di bosco, ricca di selvaggina stanziale e di cinghiali, delizia di

la determinazione di un imprenditore di razza, e non senza una punta di lucida follia. Tanto più che lui imprenditore si è dovuto inventare, essendo la professione forense la sua originaria occupazione. Al fianco dell’Avvocato, la presenza elegante di Livia Colantonio, responsabile non solo del marketing e delle pubbliche relazioni, come lei vorrebbe modestamente lasciar credere, ma anche di molte

di prodotti ben assortiti, pensati in sintonia con il gusto internazionale (come conferma il rapido successo nelle esportazioni in tutto il mondo) e destinati a durare nel tempo, che fanno del Castello delle Regine un protagonista di tutto rilievo nel panorama del vino umbro. Giampaolo Gravina Vice Curatore della Guida Vini d'Italia de L'Espresso unoebino@tiscali.it

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La pagina febbraio 2006