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ESAMI PER LA POLITICA

Giampiero Raspetti

La civilissima Antiterra, consorella della Terra, nasce dalle tesi di Pitagora. La nazione guida del pianeta intero, non lo direste mai, è... l’Aitalia, vero paradiso Antiterrestre. La sacra tetrade che la rende Ipernazione è costituita da: ambiente, intelligenza, politica, religione. L’Aitalia è, geograficamente, identica all’Italia, quindi l’ambiente è uguale al nostro, stupendo, ma incontaminato e naturalmente puro. L’intelligenza, che si nutre di stimoli culturali ed ambientali è, in assoluto, la più celebrata proprio perché l’Aitalia gode, come noi, del più grande patrimonio artistico-culturale mai generato in una nazione e di influssi ambientali-geografici tra i più vari possibili. Le sue regioni centrali destano poi meraviglia e sono più ricche dell’insieme delle 10 nazioni più ricche della Terra stessa. La politica. Per poter essere candidati, tanto per le votazioni politiche quanto per quelle amministrative, si deve sostenere un esame ed entrare in possesso di una patente. Si tratta dell’esame più difficile di tutta l’Antiterra. Un’apposita commissione, formata da probi viri, cioè da uomini di cultura, scienziati, politici, che dopo un esercizio attivo di 10 anni al massimo tornano al loro lavoro (con pensione minima a partire dal settantesimo anno d’età, ma con il titolo di saggi), forze dell’ordine (per le indagini), addetti al sacro. Specchiata è la moralità di quelli che ottengono la patente: le indagini svolte non rivelano il più piccolo neo. Nel colloquio d’esame, dimostrano grande umanità ed eccellenti risorse intellettive. Eletti, orgogliosamente rappresentano tutti i cittadini, non solo quelli che li hanno votati. Infatti, le differenze tra forze politiche, che superano uno sbarramento del 10% per essere tali, non essendoci di mezzo interessi personali o di lobby, sono minime. La religione. E’ la vera vis vitalis dell’Aitalia. Il loro Dio ha lasciato pochi, semplici comandamenti, del tipo di quelli che potete leggere ne Il libro dei morti degli antichi egizi (Papiro di Torino, cap. CXXV): non dire menzogne; non uccidere; non commettere atti impuri;

Piediluco E ma nue la R uffine lli

A PA G I N A . . . 2 3

non commettere adulterio con una donna sposata; non bestemmiare; dona pane all’affamato, acqua all’assetato e vesti gli ignudi. O di quelli che

trovate in Matteo (Cap

10 - 2. Discorso Apostolico - Missione dei Dodici):

Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. [9] Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, [10] né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento. [11] In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.

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N° 10 - Dicembre 2007 (50)

Chi non esegue alla lettera non diventa addetto al sacro (anche qui solo dopo apposito, difficilissimo, esame), neanche se piange in antigreco. I sacerdoti sono assolutamente contrari ad ogni forma di potere temporale, non accetterebbero mai un quarto di obolo; mai potrebbero avere al loro servizio una perpetua o un cuoco. La forza del loro comportamento è tale che, inevitabilmente, la nazione tutta ne trae enorme beneficio. Non solo infatti sono totalmente dediti ad assistere chi ha bisogno, ma si impegnano con volontà incrollabile nei lavori più umili, per poi donare l’intero loro stipendio alle famiglie più povere. Non possiedono nulla, perché sia il loro Messia sia il più grande di tutti loro, frate Agiovanni Amoriconi, hanno predicato e dato esempio di povertà assoluta. La loro vita purtroppo è abbastanza breve, consunti dal fervore della loro missione e dai grandi gesti di umana solidarietà, unico loro desiderio, unico loro cibo. Non pontificano, non presenziano, non brigano con partiti politici, ma amano incessantemente tutto il loro prossimo. Loro guida sull’Antiterra è colui che più si è impegnato (e lo farà a vita, anche dopo la nomina a Primo Addetto al Sacro) nei lavori umilissimi e nella continua assistenza a poveri e a malati. Chi possiede invece anche solo una briciola è malvisto, appena tollerato, mentre chi commette peccati non è esiliato in Aalaska, ma viene scacciato e denunciato alle autorità civili. Così l’Aitalia è il paese più laico che esista, ma ha la sua stella polare in una confessione religiosa.

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B e l l e O I m p o s s i b i l i , P. F a b b ri D i r i t t i u m a n i , M. R i cci Impegno, merito, impresa, giustizia sociale, A. Melasecche I d e r i v a t i e a l t r e b a z z e c o l e , F. Pat rizi I l p i a c e r e , C . C a rd i n a l i L a c a s a d ’ i n v e r n o , A . R o sci n i V i z i o s o c r a t i c o ? , V. P o l i cret i U n a m o b i l i t à s o s t e n i b i l e , J . D ’ An d ria N o n o d i o M a s t e l l a , m a . . . , F. P a t rizi S c r i v e r e i n b r e v e , B. Ratini O c c h i o a i p r e s t i t i f a c i l i , C . Ma n t ilacci L a b a n d a d e l b u c o , F. B o rzi n i 7 8-9 10

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Il mondo che vorrei , Licei Scuola media

J. Feliciani

A u t e n t i c o A m o r e , L. Barnabei S c u o l a i n C i n a , G. N ev i G A L I Z I A , A . S ca l i se T E R N I PA S T I C C I O N A F o n d a z i o n e C a s s a d i R i s p a r m i o d i Te r n i e N a r n i : P I E TA’ d i S i m o n e L a p i , G. B e l l i

IL LIBRO: Il ladro e la verità D a l l a A a l l a V, F. M. B i l o t t i ANTIMAGO RASPUS

d i V. Policreti

Tra di noi TELEFONO FISSO... ... ADDIO! Squassato da proposte commerciali, devi, per sopravvivere, tenerlo sempre staccato. Spesa inutile e dannosa, da eliminare. Così per i fax. RISARCIMENTI Se si dovesse risarcire il popolo africano delle atrocità inferte, quante generazioni di popolo democratico dovrebbero lavorare, palla al piede.


Belle O Impossibili

Rosalind

Hedy La recente scomparsa di Enzo Biagi, anni 87, ha generato fiumi di commenti e forse è un po’ riduttivo soffermarsi a considerare solo l’anno di nascita del defunto. Però è significativo notare come il 1920 abbia davvero generato molti nomi celeberrimi e, nonostante tutto, profondamente contemporanei. Non solo i viventi (Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Bocca), ma anche gli scomparsi (Karol Wojtyla, Federico Fellini, Isaac Asimov) sono richiamati alla mente dalla memoria di breve periodo, non certo da quella storica. Forse proprio per questa immanenza degli ottantasettenni può suonare strano parlare di Rosalind Franklin, che pur appartenendo alla stessa classe di ferro, ci ha lasciati da mezzo secolo. Ha tolto il disturbo non ancora trentottenne, nel 1958, e il suo nome è oggi quasi perfettamente sconosciuto. Ciò è un peccato, perché sono davvero tante le ragioni per le quali Rosalind dovrebbe essere ricordata, soprattutto da parte delle ragazze. La Franklin era femmina, ebrea e intelligente, e le tre cose non hanno mai garantito vita serena e tranquilla: neanche negli ultimi anni, neanche se si vive nel paese più civile del mondo. Laureata in chimica-fisica, svolse ricerche nei laboratori di Cambridge e di Parigi, prima di finire al celebre laboratorio Wheatstone del King’s College di Londra. Rosalind, in quanto femmina (ma un po’ anche perché ebrea), non godeva di particolari riguardi in quel laboratorio: di solito, ogni ricercatore

Dove trovare

maschio neoassunto era convinto che lei fosse già lì solo per fargli da segretaria. Il Wheatstone Physics Laboratory era allora diretto da Maurice Wilkins, che vinse il Nobel per la Medicina nel 1962; e lo vinse perché collaborò con Francis Crick e James Watson a quella che, con ogni probabilità, è la scoperta scientifica più importante della seconda metà del Novecento, ovvero la comprensione della struttura del DNA. Quel Nobel arrivò nove anni dopo che Watson e Crick pubblicarono la storica memoria in cui mostravano la morfologia a doppia elica dell’acido desossiribonucleico, nel 1953; e quando i tre scienziati salirono sul palco di Stoccolma per ritirare il premio, tutto il mondo scientifico sapeva che quello era uno dei premi più meritati mai assegnati. Però, nessuno pensò lontanamente di ricordare Rosalind, da quel palco: certo, lei era morta già da quattro anni, ma assai probabilmente, anche fosse stata viva, non avrebbe avuto spazio tra i premiati dall’Accademia delle Scienze svedese. Ma quello spazio se lo sarebbe meritato, eccome. Wilkins, nel 1952, dette un lungo sguardo agli appunti di Rosalind; ed è curioso e imbarazzante scoprire oggi che, all’insaputa della loro proprietaria, li mostrò agli interessatissimi Watson e a Crick. In quegli appunti c’era infatti già di che arrivare alla doppia elica: c’era perfino una prima fotografia a diffrazione assai chiarificatrice su quello che poi venne chiamato DNA.

La Pagina

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Non vorremmo dare l’impressione sbagliata: Wilkins, Crick e Watson non erano dei bassi profittatori: erano scienziati degli Anni ’50, poco propensi a considerare le donne loro pari. Il loro lavoro - quello originale e sudato - valeva certo ugualmente il Nobel, ma è davvero difficile negare che non lo meritasse anche Rosalind Franklin. Eppure il suo nome è conosciuto forse da una ragazza italiana su mille, nel 2007; mentre è verosimile immaginare che di quelle mille, almeno 950 sappiano riconoscere il nome e il volto di Loredana Lecciso. In questa proporzione, da qualunque angolo la si voglia guardare, sta in agguato un autentico, gigantesco scandalo, e un non minore pericolo. Sarebbe certo ingiusto affermare che la colpa di ciò sia tutta delle ragazze stesse, o nei giovani d’oggi, o magari proprio nella Lecciso stessa. Hanno la loro parte di colpa, una parte grande, ma certo ancora minore di coloro che, non più giovani, hanno lasciato che si arrivasse a questo stato di cose. Non c’è niente di più noioso che sentir parlare di valori, e quindi bisogna affrettarsi a chiudere questo pezzo che sta per cadere in tentazione; però è proprio di banale etica quotidiana che bisognerebbe parlare, se nessuno conosce la Franklin e tutti conoscono la Lecciso, se i TG non si stupiscono più di dover parlare di guerriglia e terrorismo nella cronaca sportiva. Forse, è davvero colpa dell’eccesso di importanza dato all’immagine rispetto alla sostanza. Ma se anche fosse vero, questo non mostrerebbe altro che la nostra totale miopia, visto che ci sarebbe molto da discutere per decidere se fosse più carina Rosalind o Loredana. Procuratevi le foto, e poi ne riparliamo; tanto, per tagliare la testa al toro, basterebbe ricorrere all’immagine di Hedy Lamarr, schianto di attrice quasi coetanea a Rosalind, che resta nelle enciclopedie sia per i suoi film, sia per essere stata il primo nudo integrale della storia del cinema, sia per la sua teoria della modulazione dei segnali radio (frequency-hopped spread spectrum), che è stata a lungo segreto scientifico e militare. Quindi, poche storie: se abbiamo la Lecciso, è solo perché vogliamo la Lecciso. Piero Fabbri

LA

D I R I T T I

foto tratta dal sito

Dopo la teoria giusnaturalistica, che ammette l’esistenza di diritti naturali comuni a tutti gli uomini, poniamo in evidenza la teoria giuspositivistica, che nega l’esistenza di diritti di natura e sostiene che esistono soltanto quei diritti che le leggi dello stato (il diritto positivo) riconoscono. Tra i sostenitori di questa teoria dobbiamo distinguere chi, come N. Bobbio, uno dei maggiori filosofi del diritto del secolo scorso, nega l’esistenza di diritti naturali razionalmente giustificabili, ma è del tutto schierato a favore dei diritti umani, e chi invece nega il giusnaturalismo, allo scopo di negare le libertà e i diritti dell’individuo nei confronti dello stato, facendo di quest’ultimo la sola fonte del diritto. Bobbio critica il giusnaturalismo perché, a suo avviso, è fondato sulla errata convinzione che esista una natura umana uguale in tutti gli uomini e sulla fiducia che la ragione sia capace di giustificarne la universalità. Quali le obiezioni di Bobbio? La prima consiste nel constatare che la concezione della natura umana non è la stessa per tutti. Alcuni filosofi affermano che l’uomo è cattivo per natura (Hobbes) e che dunque prevale il diritto del più forte. Altri invece che è buono (Rousseau) e che dunque prevale il diritto alla libertà. La seconda obiezione consiste nella constatazione che i diritti umani non possono essere fondati sulla loro evidenza razionale, come dicono i giusnaturalisti, perché ciò che è evidente in un dato periodo

PA G I N A

Mensile di attualità e cultura Registrazione n. 9 del 12 novembre 2002 presso il Tribunale di Terni Redazione: Terni Via M. Carbonario 5 Tipografia: Umbriagraf - Terni In collaborazione con l’Associazione Culturale Free Words

DISTRIBUZIONE GRATUITA Direttore responsabile Direttore

Michele Rito Liposi Giampiero Raspetti

R E D A Z I O N E Elettra Bertini, Angelo Ceccoli, Pia Giani, Alessia Melasecche, Francesco Patrizi, Alberto Ratini, Beatrice Ratini, Adelaide Roscini, Albano Scalise.

Editrice

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Projecta s.a.s. di Martino Raspetti e C. info@lapagina.info g.raspetti@terniweb.it www.lapagina.info

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storico non lo è in un altro, ad es. la schiavitù fu ritenuta per millenni un fatto normale e quindi razionale, mentre oggi la riteniamo un’aberrazione e un’assurdità morale e giuridica, che la nostra ragione rifiuta di accettare. Come conclude quindi Bobbio? Che i diritti umani, non sono naturali ma storici cioè prodotti della storia e come tali relativi al periodo storico nel quale vengono alla luce e sono fondati non sulla ragione ma sul consenso che riescono ad ottenere. In altre parole la loro universalità sta nel fatto di godere del consenso di tutti. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è universalmente valida perché ha il consenso di tutti. Detto questo Bobbio però, rendendosi conto della inconciliabilità delle due posizioni, giusnaturalista e giuspositivista, ci dà un suggerimento: Il problema di fondo relativo ai diritti dell’uomo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli (L’età dei diritti, Einaudi 1990). Quale obiezione si può fare alla tesi di Bobbio? Che per natura umana non si deve intendere un’entità metafisica, ma la condizione nella quale si trovano a vivere tutti gli esseri umani dotati di ragione, i quali hanno davanti l’evidenza razionale che è meglio essere liberi che schiavi, godere di buona salute piuttosto che essere torturati, rimanere integri fisicamente piuttosto che subire una mutilazione genitale. Questi valori sembrano appunto ai giusnaturalisti un fatto naturale e razionale sul quale fondare l’universalità dei diritti. Ci avviamo alla conclusione mettendo in guardia rispetto ai pericoli che la posizione giuspositivista porta con sé. La concezione che nega l’esistenza di diritti di natura ha portato a teorizzare, prima con il filosofo tedesco dell’Ottocento F. G. Hegel poi con il filosofo fascista G. Gentile, lo Stato etico cioè quello stato totalitario che nega i diritti individuali tipici del sistema liberale e fa delle leggi statali il bene morale, che ogni individuo deve seguire. Se non esistono diritti di natura che ogni essere umano porta con sé dalla nascita, in nome di che cosa ci ribelliamo contro le leggi degli stati totalitari? Marcello Ricci


e altre bazzecole

Il principio ispiratore è legato alla profonda convinzione che fare impresa costituisca l’attività principe per creare benessere economico e sociale. Non solo conoscenze tecniche e tecnologiche, ma convinzione ed orgoglio del ruolo, testa e cuore, rispetto di sé e degli altri. In Italia rimane aperto il problema di garantire un reale coordinamento delle iniziative per il raggiungimento di tale obiettivo, evitando che la sovrapposizione di competenze porti o alla dispersione delle poche energie o, talvolta, costituisca un limite per l’attuazione di strategie. Sia il pubblico che il privato sono chiamati, ciascuno secondo il proprio ruolo, ad essere i promotori e i principali protagonisti dei progetti di sviluppo, assumendo, talvolta anche in partnership, un ruolo proattivo. In Italia esistono esperienze importanti di Regioni e Comuni all’avanguardia. Promuovere l’arricchimento socio-culturale dei giovani nel senso indicato significa renderli liberi di decidere il proprio futuro, piuttosto che restringerne le ambizioni e le speranze nel solo settore pubblico che non è più in grado, e meno ancora lo sarà nei prossimi anni, di erogare stipendi e posti fissi. Certo, per comprendere a fondo questi meccanismi, per rendere consapevole la classe dirigente di questi processi che comunque si vanno compiendo, occorrerebbe formarla (o più semplicemente sostituirla democraticamente). Maggiore è infatti la consapevolezza di tale ineludibile trasformazione della società globalizzata, tanto più elevata è la possibilità di rendere partecipe un territorio di quei processi. Favorire una crescita sempre più consapevole e programmata e non lasciare solo al caso o all’eventuale intraprendenza dei singoli enormi potenzialità di sviluppo diventa l’imperativo di oggi per ogni realtà che, diversamente, rischia di bruciare potenzialità inespresse e perdere definitivamente occasioni irripetibili.

Il mese scorso Report ha preparato una bomba giornalistica: un servizio che spiegava cosa sono i derivati, cioè un sistema che porta un soggetto a contrarre un debito e venderlo ad una banca per farselo pagare, con la garanzia che la variabilità del tasso di interesse se la accolla la suddetta. Il servizio spiegava come ciò non era vero e come chi ha acquistato derivati credendo a questi accordi fasulli, si ritrovi oggi indebitato fino al collo. A usufruire di questo escamotage sono stati, purtroppo per noi, diversi Comuni ed Enti pubblici. Non ci addentriamo oltre, rimandiamo a visionare la puntata del programma. In sostanza, delle banche (come definirle, se non truffaldine!) fanno firmare contratti dove una clausola poco chiara attesta che il firmatario è un esperto di alta finanza e conosce l’algoritmo del flusso di interesse! Una truffa colossale che può rivelarsi un altro caso come i bond argentini. Eppure nessun giornale ha riportato la notizia, nessun altro programma ha dibattuto la questione. Meglio lasciare spazio ai battibecchi dei politici che, non dimentichiamolo, sono gli azionisti di riferimento della tv pubblica e qualche passerella mediatica è loro dovuta... Dov’è finita l’informazione? Deve per forza circolare sul web o per bocca di divulgatori mediatici? Può un giornale come La Pagina fare qualcosa? Possiamo portare all’attenzione dei nostri lettori questa notizia solo perché siamo liberi, cioè non prendiamo soldi da nessuno (a parte gli sponsor). Se andiamo invece a verificare quali intrecci legano le banche ai principali quotidiani, si scoprono cariche più o meno onorifiche di prestigiose firme del giornalismo, sponsorizzazioni poco sbandierate, padroni che non tirano il cane per il guinzaglio, ma lo tengono sciolto a scorazzare nel giardino di casa… La libertà ha un costo. Basti pensare alle prime tv indipendenti nate negli anni 80: potevano dire tutto di tutti e ospitare personaggi scomodi, ma per sopravvivere si sono ritrovate ad essere colonizzate da cartomanti, maghi e alghe dimagranti. Attualmente, la libertà dai soldi la concede Internet, ma alla rete mancano ancora la credibilità, i filtri e l’autorevolezza; è un guazzabuglio dove non si riesce a distinguere se chi scrive ha 15 anni, è un mitomane o un giurista qualificato. Tornando alla puntata di Report, i quotidiani più prestigiosi si dicono liberi, ed infatti sono stati liberi di non parlarne e di non mettersi contro le alte sfere. Liberi di non inguaiarsi!

alessia.melasecche@libero.it

Francesco Patrizi

I l

p i a c e r e

Il piacere non è altro che una remissione del dolore (J. Selden, 1584-1654) Questa affermazione fotografa l’immaginario del Piacere di quelle persone che lo definiscono come una negazione o assenza di qualcos’altro e/o del contrario. Poiché il linguaggio modula il pensiero - e viceversa - è importante educarsi all’uso della forma affermativa - positiva nell’eloquio, mentre le persone di cui sopra sono per lo più abituate ad utilizzare frasi ed espressioni in forma passivanegativa per affermare qualcosa. Per es. “non va male”, “non mi sento male”, “non è un brutto posto”, “non è una persona cattiva/ buona”, ecc. Invece, l’abitudine all’affermazione attivapositiva, sarebbe: “va bene”, “mi sento (abbastanza) bene”, “è un bel posto”, “è una persona buona/cattiva”, ecc. Considerando che il nostro cervello è programmato per ragionare al positivo, la negazione è un’operazione aggiuntiva che deve fare il soggetto. Anche la segnaletica stradale riproduce il funzionamento cerebrale: il diritto di precedenza, ad esempio, ha un simbolo; per fine del diritto di precedenza occorre barrare il primo. Cosa significa? Significa che per negare qualcosa, il nostro cervello deve prima affermarlo. Immaginando di trasferire ciò nell’azione, il soggetto deve programmare comunque in funzione del fare in positivo, rendendo il risultato poco in linea con l’intenzione. Quanto detto è peraltro simile alla differenza tra dovere e volere, con il/i quale/i si può anche combinare. Facciamo un esempio: prendiamo una frase, un concetto e rendiamolo prima con il devo e poi con il voglio. Io devo dimagrire e Io devo andare da Maria… ripetetevelo e sentirete delle cose… Ora, invece, fate lo stesso con: Io voglio dimagrire e Io voglio andare da Maria… La disposizione psicologica ed emotiva dovrebbe esservi parsa diversa. Dicendo voglio è più positiva e ci si dovrebbe sentire meglio predisposti a fare ciò che è contenuto nel pensiero. L’esito è in tal caso migliore e più soddisfacente. S. Butler (scrittore inglese della seconda metà dell’800) diceva che dopo tutto, il piacere è un criterio più sicuro sia del diritto che del dovere. Non è una guida critica infallibile, ma possiamo affermare che è la meno fallibile. Fare qualcosa per qualcuno perché fa piacere è diverso dal farla, per esempio, perché ci si sente in colpa e/o perché si teme che l’altro si offenda se non la si fa…Dipende da come noi ce la raccontiamo, la faccenda: White sosteneva che fare terapia con le persone, significa cambiare i loro racconti! Come ci raccontiamo agli altri? E’ possibile che i racconti siano anche più di uno, perché ciò, almeno in parte, è legato anche alla relazione. Comunque, come ognuno di noi racconta a se stesso è ciò che può farci sentire bene e/o (altre volte) male, e bisogna tenere presente che il racconto è seguito da azioni e da eventi che lo confermano. Perché, seppure il più delle volte inconsapevolmente, siamo noi a cercarcele (quelle conferme, appunto). Ecco, dunque, un altro modo attraverso il quale noi ci rendiamo più o meno possibile il Piacere dell’Esser-ci (al Dott.ssa Claudia Cardinali mondo). Psicologa Psicoterapeuta, Esperta in Sessuologia Clinica

C o r s o Ve c c h i o, 4 8 / 5 0 - Te r n i Te l . 0 7 4 4 4 0 2 2 2 9

In ogni società, a maggior ragione in quella odierna, spetta soprattutto a chi intraprende, il ruolo di difendere il valore del merito, promuovere lo sviluppo, creare ricchezza quindi occupazione e benessere per tutti. Ciò è possibile solo quando la libertà è alla base dei rapporti politici e sociali. Fare impresa quindi, stimolare nei giovani la sana capacità di competere in un ambiente aperto, è oggi più che mai importante, un fatto culturale prima ancora che economico. Un Paese, un territorio che non favoriscono questi valori sono destinati nel tempo alla marginalizzazione, all’impoverimento ed i loro giovani obbligati a cercare altrove le risorse per formarsi una famiglia e vivere dignitosamente. La storia fornisce esempi indiscutibili e drammatici di come intere popolazioni siano state ridotte alla povertà, morale prima che economica, da regimi illiberali fondati sul predominio dello Stato sulla dignità della persona. Per questo sono sorte nel mondo occidentale associazioni che promuovono l’impresa come valore sociale. Il 13 Novembre a Londra c’è stata la presentazione della Global Entrepreneurship Week, la settimana globale dell’imprenditorialità, presieduta dal noto economista Carl Schramm ed organizzata dalla Kauffmann Foundation, leader in questo campo. Gordon Brown, Primo Ministro inglese, ha presenziato all’iniziativa cui erano rappresentati più di 25 paesi. Una vera e propria celebrazione dello spirito imprenditoriale come valore e delle sue implicazioni. Ho partecipato per conto di META Group, la società di Terni già insignita dalla Presidenza portoghese dell’UE, quale eccellenza europea nel settore della Financing Innovation end Entrepreneurship, scelta per organizzare in Italia l’evento 2008. La Global Entrepreneurship Week è il più grande avvenimento mondiale che promuove l’imprenditorialità tra i giovani con l’obiettivo dichiarato di favorire fin dai banchi di scuola la nascita di generazioni di imprenditori.

I derivati

Abbigliamento - Accessori

Impegno, merito, impresa, benessere, giustizia sociale

Luxuria moda

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La c asa d’in vern o

Sfoglio giornali di arredamento. Molte foto danno spunti interessanti a chi sta ideando la sua prima casa, a chi vuole rinnovarne una vecchia, o a chi ammobilia la terza o quarta abitazione. Non sono solo i vestiti a variare addosso ai corpi che si muovono tra strade, negozi, locali, ma sono anche i mobili e le disposizioni delle stanze, le pareti, ad avere una gloria di breve durata. Durante l’autunno sembra aumentare l’interesse delle persone verso la moda e l’arredamento. Il culmine si ha a Natale per gli spunti su come addobbare o ricevere ospiti in un’adeguata atmosfera, a partire dalla rustica casa di campagna fino ad arrivare all’attico in centro. Basta osservare come si ispessiscono, aumentando il numero delle pagine, le riviste a riguardo. E mentre sfoglio, in qualche giornata autunnale Casaviva, penso alla mia bisnonna Marina e al suo trascorrere il proprio tempo nella casa ormai abitata solo da lei, in cui è stata moglie, madre, nonna e bisnonna. La vedo seduta sulla sedia coperta di cuscini, accatastate sulla stufa alcune riviste, la tv spenta, la lana sulle ginocchia, i ferri in mano… Mentre l’udito le si è molto affievolito e la memoria delle cose più recenti vacilla, i ricordi antichi sono vivaci e forti come il senso dell’umorismo e la predisposizione a comprendere chi le racconta qualcosa. Ecco ancora quel lavandino di

pietra, quel muro ingiallito, un camino enorme sempre acceso con sopra dei barattoli di ceramica vecchissimi. Una stufa contenente stracci, rotta da decenni, ma fissa dietro la sedia ben coperta di cuscini sovrapposti. Un tavolino per quattro, di formica rossiccia e ferro. Sedie di legno leggero liscio, senza decorazioni. Sportelli di una credenza che non si chiudono più bene e che nascondono certezze: un dosa caffé anni settanta, piatti sfusi e misti dal disegno scaduto, ma provenienti da servizi buoni ormai non più completi, qualche bicchiere. E vedo con chiarezza come è difficile per lei allontanarsi da tutto questo a novantatré anni… la propria fortezza, contenente tutti gli oggetti entro i quali si sono consumate le vicende di una vita. Qui nonna è sicura e dà sicurezza. Il pensiero di allontanarsi anche di poco, per venire a pranzo da noi, che pure siamo i suoi cari nipoti, può metterla in ansia. E è adorabile osservarla muoversi lentamente e a volte con aria assente entro le sue proprie quattro mura. Le conosce bene. Quando penso al concetto di casa dunque, intesa come focolare, punto di appoggio sicuro, immagino lei. E scopro invece, sorridendone comunque, come questa esigenza di stabilità e solidità sia cambiata, per le nuove generazioni, in funzione di maggiore mobilità e pluralità di appoggi, o di estetica e gusto all’avanguardia. Adelaide Roscini

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Viz io s o c r a tic o? La pedofilia fa orrore: a tutti, forse persino a qualche pedofilo che vorrebbe, ma non riesce a resistere. Resistere agli stimoli sessuali è quanto di più difficile e c’è solo da pregar Dio di avere sempre quelli moralmente e socialmente approvati. Riteniamo la parità tra uomo e donna una conquista della civiltà, sia per il nostro pensiero etico, sia perché è conquista recente e, per l’assioma che il tempo porta il progresso (a parte, si sa, qualche inevitabile sacca di regresso), un pensiero recente che ne sostituisca uno più antico è più evoluto e quindi superiore. Riteniamo ingiusta la pena di morte, che per secoli (però passati) è stata ritenuta giusta se non sacrosanta. E riteniamo che la democrazia sia forma politica più alta di qualsiasi forma di dittatura e superiore al punto che se per imporla si usano le armi non storciamo poi nemmeno troppo il naso; vi sono infatti popoli che, riottosi, s’ostinano purtroppo a voler restare nel verno di quella barbarie in cui sono sempre stati e in cui, se non fosse per le nostre politiche illuminate, continuerebbero a stare per beata ignoranza. Tutte queste convinzioni partono dalla radice comune che essendo il nostro pensiero occidentale più evoluto di quello di altri popoli (in particolare: di quelli nei cui territori c’è il petrolio) è non solo diritto, ma dovere di civiltà imporre la nostra concezione a chi, per l’averne un’altra, si qualifica, se non proprio per barbaro troglodita (in realtà lo pensiamo, ma noi rifiutiamo il razzismo!) comunque per meno civile. Il pensiero non è nuovo: Tu, regere imperio populos, Romane, memento: parcere subjectis et debellare superbos. E, visto che parliamo latino, potremmo anche aggiungere: nihil sub sole novum. Però in altri tempi e altri Paesi le cose sono state e sono, in passato e oggi, ben diverse. Nella Grecia classica, né incivile né arretrata, che ha dato all’Occidente basi culturali e filosofiche ancora attuali, la pedofilia era guardata in ben altro modo: i Greci consideravano un onore potere inviare i propri bambini presso qualche personaggio illustre che li educasse e li introducesse alle cose del mondo; dove era pacifico che delle cose del mondo faceva parte quell’eros che il giovinetto apprendeva, per cominciare, attraverso la pedofilia del suo maestro. Il termine Vizio socratico coniato duemila anni dopo nasce da qui. Sono comportamenti che a noi oggi fanno orrore e che, quando attuati da personalità sia pure eminenti del nostro tempo, la fanno incorrere oltre che nell’incriminazione, nella riprovazione sociale: è cronaca. E tutti riteniamo - mancherebbe altro - che ciò sia giusto.

Tuttavia neppure noi, con tutta la nostra convinzione, guardiamo poi con lo stesso orrore la vita (anche) pedofila di Socrate o di Alcibiade. Perché? Probabilmente perché sentiamo confusamente qualcosa di cui però poi fatichiamo a trarre tutte le conseguenze logiche: cioè che ogni diverso popolo, in ogni diversa epoca, in ogni diverso luogo, s’è dato la struttura e le norme che erano congeniali a sé, a quel tempo e a quel luogo e che anche questo è giusto. Non è infatti la giustizia come ideale astratto a definire un popolo, ma un popolo, con le sue convinzioni, le sue idiosincrasie e anche i suoi tabù a definire la giustizia. Anzi, forse proprio con i suoi tabù: il tabù che le donne mostrino il viso in pubblico (ma da noi è tabù scoprire completamente le zone erogene); il tabù della carne di maiale (ma da noi c’è quello dei cibi scaduti); il tabù di uccidere i bovini (ma da noi è reato uccidere un cane o un gatto). Tutti questi tabù, nostri o altrui che siano, caratterizzano i popoli che li osservano, dai quali non sono vissuti come bizzarrie (come li vedono i popoli che non li osservano), ma come invalicabili precetti morali. Orbene, se si vede la cosa sotto questo aspetto è difficile dare per buona la convinzione di determinati popoli che quelli diversi da loro siano inferiori. Occorrerà invece accettare l’idea che ogni popolo abbia il diritto di regolarsi secondo le proprie tradizioni e la propria cultura e che sia lui e solo lui a poter dire quando in quella cultura desidera operare mutamenti. Ciò vale non solo per simpatiche originalità, ma anche per convinzioni assai lontane dalle nostre, come p. es. la pedofilia, la pena di morte e il modo di trattare le donne. E’ sacrosanto quindi che noi, italiani, europei, occidentali, rifiutiamo in blocco le dittature, l’omicidio di Stato, gli abusi sessuali e non, perché noi siamo gli unici a poter decidere cosa noi consideriamo giusto. Ma è altrettanto giusto che altri popoli, con altre tradizioni, altre religioni, altre convinzioni, si regolino come pare a loro, e noi non abbiamo titolo per metterci né bocca, né mano. E’ sacrosanto che le nostre donne abbiano il diritto di

portare la minigonna o dirigere le aziende e che la pena tenda alla rieducazione del condannato; ma è fortemente arbitrario ed egocentrico (e per Piaget l’egocentrismo è caratteristica infantile) contestare il diritto di chi, in altri Paesi, si voglia regolare in altro modo, anche se tale modo, da noi, cozzerebbe contro princìpi che consideriamo irrinunciabili, come la parità tra i sessi, il diritto di scegliersi i governanti, il diritto alla vita, per spregevole che tale vita in alcuni casi possa apparire. A questo ragionamento si obietta che quelle forme di gestione sociale provocano, in ampi strati della popolazione, sofferenze che noi evitiamo. Questo è vero se si guardano i singoli tipi di sofferenza (p. es. la soggezione della donna), ma lo è meno se si considera il complesso delle sofferenze. Così la nostra cultura consente alla donna qualsiasi attività, ma mette poi le cose in modo che essa tutte quelle attività non possa, ma debba compiere, le piaccia o no, correndo e arrabattandosi, assieme all’uomo e in competizione con lui, alla ricerca spasmodica di una felicità che le procura un’infelicità sempre maggiore. In altri Paesi la donna vive soggetta, ma in pace. E se noi riteniamo giusto il nostro modo di vivere, essi ritengono giusto il loro. E’ tanto difficile ammettere che ambedue possano avere, ognuno a casa sua, ragione? Per questo, il ragionamento di chi non vuole permettere la costruzione di moschee in Italia in quanto i Paesi musulmani non consentono di costruire chiese, è contraddittorio, quindi sbagliato: è giusto che noi consentiamo la libertà di culto alle altre religioni perché la libertà fa parte, da secoli, dei princìpi fondamentali del nostro credo. Ed è altrettanto giusto che altri popoli non consentano né di costruire chiese né di dire messa, in quanto loro credo fondamentale è il trionfo della loro religione, anche con le armi, né trovano alcuna attrattiva nel concetto di libertà. E, dopo il nostro modo di esportare la democrazia in Iraq e in Afghanistan, vagli un po’ a spiegare che loro hanno torto e noi no!… Vincenzo Policreti


Una mobilità sostenibile

Negli articoli precedenti si è cercato di introdurre il lettore ai temi della mobilità e della sostenibilità ambientale della motorizzazione di massa. In discussione sono oggi messi l’automobile ed il suo ruolo così dominante nella nostra società. E’ stato anche sottolineato come l’impatto ambientale del settore trasporti, considerando in particolare i veicoli alimentati con propulsore a combustione interna, non si limita alle sole emissioni nocive durante il loro utilizzo, ma va esteso all’intero ciclo di vita, comprendendo la progettazione e lo smaltimento. Per l’automobile del futuro condizione necessaria per poter continuare ad esistere è raggiungere una maggiore armonia con l’ambiente, grazie a criteri di sviluppo, utilizzo e gestione del fine vita completamente nuovi. Si vuole ora dare qualche esempio di come avvenga lo sviluppo di automobili a minor impatto ambientale. Per ridurre le emissioni e produrre veicoli più eco-compatibili i costruttori automobilistici devono innanzitutto sviluppare un sistema di valutazione ecologica degli stessi veicoli, che parta dalle fasi iniziali del progetto, cioè prima ancora che il veicolo sia stato effettivamente costruito. Tra gli elementi oggetto della valutazione i materiali utilizzati, le caratteristiche dei componenti e la tipologia dei metodi di produzione. Negli ultimi anni è forse nota la corsa all’eliminazione, o comunque alla minimizzazione dell’utilizzo, dei metalli pesanti come il piombo ed il cloro o di altre sostanze pericolose per la salute umana come l’amianto. La valutazione prosegue con l’analisi dell’efficienza dei consumi e del livello delle emissioni durante l’utilizzo del veicolo su strada, non solo nei cicli di guida previsti nei test di omologazione ma anche nella guida reale. E la stessa valutazione tiene nel debito conto la quantità di materiali che possono essere recuperati una volta terminato il ciclo di vita del veicolo. I costruttori automobilistici devono anche pensare ad una produzione eco-compatibile, dal momento che l’impatto ambientale degli stabilimenti produttivi è da sempre tutt’altro che trascurabile. Gli obiettivi principali di un sistema di produzione a minor impatto ambientale sono l’eliminazione dei rifiuti (ad esempio di imballaggio), la riduzione delle emissioni inquinanti, la riduzione dei consumi energetici e dell’utilizzo di materie prime (ad esempio di acqua), l’applicazione di standard di qualità rigorosi. Gli strumenti fondamentali per il raggiungimento di tali obiettivi sono l’applicazione delle migliori pratiche in tutti i processi, il miglioramento continuo, il coinvolgimento di tutti gli addetti ai lavori (fornitori compresi) e di tutti i membri del team. Prima di approfondire le principali direttrici dell’innovazione tecnologica intraprese dai costruttori per migliorare l’efficienza dei propulsori, credo sia interessante sottolineare l’importanza del comportamento degli utenti, ovvero di noi tutti, dando alcuni consigli per una guida ecologica: Seguire l’andamento del traffico, evitando ad esempio accelerazioni inutili quando si deve subito dopo ridurre la velocità del veicolo - Inserire prima le marce più alte, per ridurre il regime di rotazione del motore ed il consumo di carburante - Viaggiare quando possibile a velocità costante - Spengere il motore quando l’attesa a veicolo fermo supera i 30/45 secondi - Mantenere il veicolo in perfetta efficienza, seguendo il programma di manutenzione periodica - Controllare regolarmente la pressione di gonfiaggio dei pneumatici (una pressione insufficiente comporta un aumento rilevante dei consumi) - Tenere chiusi i finestrini e utilizzare il sistema di ventilazione - Utilizzare solo quando realmente necessario accessori elettrici che consumano energia, come l’aria condizionata o il riscaldamento del lunotto posteriore - Rimuovere dopo l’utilizzo accessori che determinano un aumento dei consumi energetici (all’incirca +10% per il porta sci, +30% per il porta bici sul tetto) - Pianificare il percorso, per evitare deviazioni non necessarie - Evitare di guidare in città, o comunque in aree urbane altamente congestionate, dove il consumo di carburante è anche doppio rispetto all’autostrada Non utilizzare l’automobile per percorrere brevi distanze. Ing. Jacopo D’Andria

Non odio Mastella, ma... Il nostro Ministro della Giustizia Clemente Mastella è oggetto non solo delle mire di giudici telegenici, ma anche di blog sfrontati e irriverenti. Di spunti per sparlare, ne offre ogni giorno, l’ex democristiano, espressione di una lobby di imprenditori campani, emerso quando le prime fila della DC sono state travolte da Tangentopoli. Un portaborse catapultato in alto grazie al suo pacchetto di voti di scambio e ad un sistema elettorale che dà rilievo a simili soggetti. Questo è quello che pensiamo di Mastella e che, in una libera democrazia (e in un libero giornale), possiamo scrivere. Detto questo, c’è un blog mastellatiodio.blogspot.com che si diverte a riportare le malefatte del ministro, dall’attico della moglie pagato dalla Regione Campania all’elicottero di Stato usato per gite di piacere. Ora, tale blog non avrebbe fatto notizia se il 7 ottobre Mastella non ne avesse chiesto l’oscuramento. Un blog è un diario online totalmente libero e la libertà di espressione comprende anche quella di sbeffeggiare e di dire stupidaggini (vedi i blog sul tifo calcistico!!). Un blog non ha alcuna pretesa di veridicità e non deve sottostare alle regole della stampa… come invece era stato prospettato ad agosto da una proposta di legge, subito rimangiata, secondo la quale chiunque avesse aperto un blog in Italia sarebbe diventato giornalista (con quel che consegue: tasse, albi di iscrizione e responsabilità legali). Ovviamente questa malsana proposta di bavaglio è morta sul nascere, anche perché si finiva per attaccare, alla maniera di Don Chisciotte, il mondo dei blogger (l’età media è di 14 anni!) con l’unico malcelato obiettivo di mettere a tacere Beppe Grillo… Insomma, neanche l’ira funesta da Ceppaloni ha potuto oscurare il sedizioso blog. Non pago, il divo Clemente si è allora lamentato (con la Polizia Postale!) che il termine odio, contenuto nel covo virtuale a lui avverso, istigherebbe ad atti sconsiderati contro la sua persona. Non ha fatto in tempo a dirlo, che è nato un nuovo blog, dall’altisonante titolo lassativo: iononodiomastellamamifalostessocagare.blogspot.com che invitava ad aprire altri blog con la parola mastella nel titolo. Fino ad oggi ne sono spuntati una ventina, tra cui citiamo: chiudiquestomastella.blogspot.com mastellativogliobene.blogspot.com mastellamozzarelladop.blogspot.com ilmasticedimastella.blogspot.com maidiremastella.blogspot.com mastellainpastella.blogspot.com. Forse il terzo blog mette in dubbio i muscoli del ministro, mentre l’ultimo, più sedizioso, mette a repentaglio l’incolumità del suddetto, specie quando transita in prossimità delle friggitorie. L’ultima parola, ora, spetta alla Polizia Postale, che speriamo abbia di meglio da fare. Si tratta di un piccolo, ma pur sempre grave insulto alla libertà fatto proprio da chi rappresenta la Giustizia nel nostro paese. Chissà perché passato in sordina… Che dire, nel maldestro tentativo di mettere a tacere un blog, ne sono spuntati altri cento e i coloriti sfottò hanno avuto un’eco maggiore. Contro l’arroganza del potere, a quanto pare, l’arma più temuta rimane il riso voltairiano o, come più si addice al nostro personaggio, la pernacchia di eduardiana memoria. Francesco Patrizi

Sc ri v e r e i n b r e v e

Mentre in una stanza della biblioteca un docente della Scuola Holden di Torino regalava ad alcuni ragazzi preziose indicazioni sulla tecnica della scrittura, in un’altra poco lontana un diverso gruppo di allievi sperimentava le regole del disegno con un insegnante della Scuola Romana dei Fumetti. La motivazione, la sensibilità di ognuno e la voglia di imparare in entrambi i luoghi, contemporaneamente. Il tutto è confluito in un libro, Scrivere in breve anzi brevissimo, dove a parlare sono tante voci, chi attraverso parole, virgole e punti, chi per mezzo di immagini con le loro linee e colori. Il corso di scrittura, finalizzato alla stesura di un racconto breve, è stato concepito in una forma mista, ossia alcune lezioni si sono svolte con la presenza in carne e ossa del docente Holden in biblioteca, altre on-line: un tutor correggeva, commentava, forniva suggerimenti via mail per limare il racconto, alla prima stesura un po’ ruvido. Il corso, che ho avuto l’opportunità di frequentare, è stato unico per la possibilità di seguire due percorsi paralleli, quello individuale del singolo racconto, mirato per ogni partecipante, e quello collettivo, dove ci si poteva scambiare opinioni su racconti brevi letti e analizzati insieme.

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Attraverso le modalità di narrazione di ognuno, l’insegnante è riuscito indirettamente a cogliere aspetti del carattere difficili da percepire da chi è più vicino fisicamente, dimostrando quanto si possa comunicare di noi stessi parlando di altro. Un’altra particolarità riguarda la pubblicazione: gli scrittori non conoscevano i disegnatori. Per le case editrici è una prassi; è raro che chi scrive illustri anche la propria storia. Ma ai non-professionisti superato il primo shock di poter sfogliare un libro con un proprio racconto, col proprio nome in fondo - fa un certo effetto imbattersi in una pagina nel personaggio da lui pensato, vederlo materializzato in forme e colori ben definiti, magari lontani da quelli che avrebbe immaginato. Ma è sempre lui, e quel disegno cattura solo uno dei tanti mondi possibili che la parola scritta può evocare. E’ come vedere il personaggio per la prima volta ma conoscendolo già! Non credo che in ambito creativo si possa parlare in modo assoluto di talento; è necessaria l’umiltà di riconoscere che si ha tanto da imparare. Per muoversi all’interno del mondo della scrittura come del disegno senza smarrirsi ci vogliono delle coordinate, per poi saper perdersi. Beatrice Ratini

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LA SICUREZZA DEI TUOI INVESTIMENTI

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O c c hi o ai p rest it i fa c ili

Al mattino, quando il telespettatore tipo è rappresentato da pensionati, disoccupati o casalinghe, è diventato impossibile guardare la TV senza essere bersagliati da pubblicità che promettono mutui e prestiti personali a tassi d’interesse quasi inesistenti, rate rinegoziabili e qualsivoglia agevolazione nel pagamento. Attenzione, però, a queste promesse che, in realtà, si configurano come sicuri metodi d’indebitamento. Oramai si può comprare a rate praticamente tutto: elettrodomestici, vacanze, abiti. Pochi anni fa le famiglie si indebitavano solo per due tipi di acquisto: la prima casa e l’automobile, dato che la dimensione dei costi di questi beni superava di gran lunga le possibilità di risparmio della famiglia media. Le vacanze si facevano quando lo consentivano gli adeguati risparmi in banca e gli acquisti erano ponderati in base alle reali possibilità economiche familiari. Poi dagli Stati Uniti è arrivata un’idea rivoluzionaria: tutti avrebbero potuto permettersi tutto, semplicemente pagandolo a rate, ergo, indebitandosi per tutta la vita. I tg nazionali ci bombardano quotidianamente ricordandoci che non ci sono più risorse economiche, i cittadini sono sempre più poveri e bisogna

fare dei sacrifici. Poi si esce durante il weekend e non si trova un tavolo libero al ristorante o pizzeria di qualsiasi livello e - conseguentemente - costo. Sembra che ci sia qualcosa che non quadri. Gli stipendi sono bassi, la disoccupazione cresce, i costi degli immobili lievitano ed i locali notturni sono sempre al completo. L’acquisto rateale di beni voluttuari sta crescendo esponenzialmente e ormai sembra non destare più perplessità il fatto che ci si indebiti per possedere il televisore al plasma (dove vedere le partite della squadra del cuore: ovvio, tanto SKY si paga un poco al mese), la borsa firmata (non perché a chi scrive non piacciano le borse, anzi, potrebbe essere definita una shopaholic, però ritiene che una borsa o un paio di scarpe da sogno, acquistate a rate, perdano la maggior parte del loro valore aggiunto: l’esclusività, il senso del possesso, il prestigio) o addirittura per l’intervento di chirurgia estetica. Anche le vacanze vengono pagate a rate senza che, in questo, venga ravvisato alcun malessere sociale. Viaggiare e venire a contatto con culture diverse dalla nostra arricchisce sicuramente il patrimonio formativo di ognuno; esplorare, vivere, immergersi in Paesi con storia e tradizioni sconosciute,

permette di divenire individui migliori e più completi. Questo, però, non giustifica vacanze con tutti i confort ed i fasti immaginabili, finite di pagare molti mesi dopo il rientro. Sembra che ammettere di non potersi permettere un determinato bene di lusso o una meta esotica sia motivo di vergogna ed imbarazzo. La TV e le riviste patinate mostrano le vite sfarzose e pompose dei cosiddetti VIP e l’italiano medio pretende per sé quella vita, come se fosse un diritto condurre esistenze principesche ed economicamente disinibite. Il divertimento, l’esibizione di beni accessori, le automobili lussuose non sono più il fine da raggiungere tramite il lavoro, lo studio e l’impegno ma sono divenuti dei mezzi tramite cui elevare virtualmente la propria condizione sociale. I debiti, per le generazioni precedenti, erano vissuti come un disonore che gettava discredito sociale nei confronti di chi li contraeva, oggi sono diventati strumentali al raggiungimento dei propri desideri, anche se questi vanno ben oltre le disponibilità economiche di ognuno. Finché le pubblicità dei prestiti personali saranno più assillanti di quelle dei detersivi, lo spettatore continuerà a credere che indebitarsi per comprare il superfluo sia normale e pretenderà per sé quella vita che non può assolutamente permettersi. Tempo fa le pubblicità di maghi e fattucchiere sono state oscurate per abuso della credulità popolare… ma la promessa di interessi inesistenti, la volontaria confusione (o addirittura l’alcun cenno) su TAN e TAEG e la garanzia di prestiti facilmente rimborsabili, non potrebbero ugualmente essere riconosciuti come mezzi con cui si può abusare della credulità e dell’ignoranza in ambito economico? Claudia Mantilacci

La banda del buco

Il laccio emostatico schiocca intorno al braccio teso ed una prima gocciolina di sudore scende lungo le tempie. Guardo la vena del braccio, gonfia e azzurrina, che attende inconsapevole. Mi giro dall’altra parte come un bambino alla sua prima analisi del sangue e sento appena un picco leggero, quasi impercettibile. È la prima volta. Dubito sarà anche l’ultima: in tanti mi hanno detto che, una volta iniziato, poi è difficile smettere. Si comincia a volte per caso, magari spinti da un amico o da un conoscente, oppure per seguire un proprio inconfessato desiderio di uscire dal tran tran individualista delle nostre vite frenetiche e di sentirsi, almeno per un po’, diversi. Scruto i miei amici, anche loro con il braccio scoperto, anche loro alla prima esperienza, un po’ intimoriti e un po’ incuriositi dalle reazioni del loro corpo e della loro mente. Li guardo e mi sorridono. Sorrido anch’io, mentre inizio ad avvertire i primi effetti: una lieve ebbrezza, un senso piacevole di leggerezza e un velo dolce di stordimento. Il tempo passa nella stanza bianca ed irreale e con l’ottundimento sale forse anche un pizzico di adrenalina: reazione normale del fisico ad una condizione nuova ed insolita. I veterani del buco non si sottraggono a qualche battuta per stemperare l’inevitabile tensio-

ne di noi novizi e, in men che non si dica, l’ago viene estratto in un soffio da mano sapiente. Mi siedo lentamente, con la testa che gira un po’ e uno strano senso di lieve ma penetrante felicità. Gli altri miei compagni di avventura hanno tutti lo stesso sguardo, un po’ confuso, ma rilassato e soddisfatto. No, non credo proprio che questa sarà la prima e ultima volta. Sono sicuro che continuerò e che difficilmente uscirò dal tunnel. E’ bastato un laccio emostatico e un ago nel braccio per farmi sentire, diverso, migliore, felice. Un mio amico, trentenne, mi guarda e sorride: Mi dispiace solo una cosa: ho iniziato con almeno 12 anni di ritardo. E mentre sorbiamo un gustoso e tonificante cappuccino, ci troviamo a pensare che tutti, ma proprio tutti, dovrebbero provare almeno una volta. Perché donare il sangue ti fa sentire davvero meglio. E’ un piccolo, piccolissimo gesto, che offre un grande aiuto a chi ne ha bisogno (e di bisogno di sangue ce n’é più di quanto immaginiamo), che non costa nulla e ti fa sentire una persona migliore. Una buona abitudine che sperimentata una volta difficilmente si abbandona. Un atto di responsabilità e insieme di solidarietà, che ognuno di noi dovrebbe regalarsi. Francesco Borzini

Il Borgo Servizi Società Cooperativa Sociale Iscritta all’ Albo Società Cooperative a Mutualità Prevalente n. A146384

Sede Legale Via F.lli Cairoli, 24 - 06125 Perugia Tel. 075 51.45.100 Fax 075 500.45.84 mailbox@consorzioabn.it La Cooperativa Sociale ha per obiettivo generale quello di sviluppare l’occupazione sul territorio e, in particolare, l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, altrimenti escluse o a rischio di esclusione dal mercato del lavoro. Principali servizi: Pulizie - Manutenzione Verde - Ristorazione - Facchinaggio - Installazione pannelli fotovoltaici.

La cooperativa impegna circa trecento lavoratori, un centinaio dei quali sono persone svantaggiate.

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La storia ci insegna che la vita va apprezzata in tutte le sue bellezze: è un’eterna evoluzione che parte dalla preistoria, dove lo stesso cavernicolo cercava di evolversi, rispetto alle conoscenze ed abilità che aveva acquisito, per poter continuare la propria specie e migliorare il proprio tenore di vita. La scoperta del fuoco, dell’agricoltura e della scrittura non sono che alcune delle tappe più rilevanti. La razza umana è passata attraverso diversi periodi storici come il Medioevo, il Rinascimento, l’Illuminismo, o il Romanticismo, che, ognuno con una propria impronta, segnarono il progresso umano. Prezzo dell’evoluzione sociale, civile e culturale sono stati i grandi conflitti come le antiche guerre persiane o puniche, la devastante guerra di secessione, le sanguinose lotte per l´indipendenza delle singole Nazioni nascenti, le tragiche prima e seconda guerra mondiale, la silenziosa, ma non meno terribile guerra fredda; grandi uomini si fecero conoscere per il loro pensiero, per i movimenti d’opinione o politici e/o rivoluzionari cui dettero vita, come lo stesso Marx, Mazzini, Gandhi o Martin Luther King, per citarne solo alcuni, mentre altri si segnalarono invece per la loro tirannia e per i loro efferati crimini come Stalin, Hitler, Mussolini o Pol Poth. Ma perché noi studiamo la storia? Solo per conoscere il nostro passato? Cicerone sosteneva che l’Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis; cioè che la storia non è solo una sequenza più o meno lunga di eventi, quanto un modello di comportamento per le generazioni future, un riferimento per le organizzazioni statali a venire, una maestra di vita, la legge fondamentale su cui l’uomo dovrebbe basarsi per non commettere gli stessi errori del passato; ed è proprio questo l’obiettivo per l’umanità di oggi: prendere il passato come termine di paragone per costruire un futuro solido, basato su fondamenta certe, nate cioè dalla riflessione sugli errori di un tempo. La popolazione umana dovrebbe essere come una immensa comunità di fratelli, uniti tra loro dall’obiettivo di vivere bene e insieme!

I l m o n d o c h e v o r re i …

ER Secondo me, per portare a compimento questo disegno, dobbiamo saper ricercare nel passato: ma è questo il vero problema!!! Ai giorni nostri non siamo capaci di intraprendere la strada giusta, non abbiamo o, forse, non vogliamo utilizzare al meglio le conoscenze maturate cosicché non siamo uniti tra noi da quello spirito di fratellanza che dovrebbe cementare ogni società con una qualche speranza di tranquillità! Ancora continuano ad esistere infatti i soliti conflitti che dividono il mondo dei bianchi da quello dei neri, il nord dal sud del mondo, i cristiani dagli islamici, i ricchi dai poveri e tutti questi problemi, inevitabilmente, portano a gravissimi problemi sociali e a disastrose guerre. Ma come sarebbe il mondo se tutti questi problemi non esistessero? Io sono del parere che bene e male sono complementari, ossia il bene è una conseguenza del male e quest’ultimo è una degenerazione del bene. Quindi io credo che per poter eliminare il male nel mondo occorra esaminare a fondo le varie degenerazione del bene. Perché molte volte l’uomo non è fratello di un suo simile? Perché continua ad esistere ancora il razzismo? Questi fattori hanno ancora vita perché l’uomo ha perso la sua autonomia di pensiero, non pensa più con la propria testa, ma si affida al pensiero di qualcun altro per poter dar sfogo alle sue paure, perché non possiamo nascondere che, attualmente, viviamo in un mondo colpito dalla violenza e da

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coloro che vogliono insorgere contro la società; io vedo la parola società come un insieme di uomini che, uniti tra loro, cercano di dividersi i compiti per poter amministrare nel migliore dei modi il resto del popolo e vivere in stretta armonia, cercando di trovare il miglior tenore di vita in ogni campo. Secondo il mio punto di vista il problema ruota intorno a questo dilemma: bisogna eliminare tutti coloro che si oppongono alla legge, tutti coloro che hanno ideali anarchici e che vogliono interrompere quell’equilibrio già esistente. Dobbiamo essere tutti uniti così che un giorno i nostri bambini sapranno come portare avanti le sorti della terra. Noi, in realtà, siamo gli ospiti del pianeta terra e, in teoria, dovremo comportarci da ospiti, ossia rispettare ciò che ci viene fornito, saper sfruttare le infinite risorse primarie e soprattutto saperle gestire per poter vivere più a lungo. Ma tutti questi ideali possiamo definirli utopistici nel vero senso della parola, perché l’uomo per sua natura è un animale e fa uso dei beni che gli vengono forniti in maniera sproporzionata, senza porgersi nessuna domanda e senza preoccuparsi che certi tipi di fonti sono esauribili, ossia un giorno finiranno del tutto. Stiamo quindi passando da una situazione in cui, da ospiti che eravamo, stiamo diventando i veri e propri padroni assoluti, cioè senza controparte, del pianeta! Ma la natura ci si sta rivoltando; le stagioni non sono più le stesse,

i ghiacciai pian piano vanno sciogliendosi perché la temperatura va aumentando di secolo in secolo. I gas, lo smog, l’inquinamento sono i fattori chiave di questo gravissimo caso. Il buco dell’ozono va sempre più ingrandendosi e il cosiddetto effetto serra va sempre più manifestandosi in tutte le zone del globo. E perché accade tutto questo? Da dove derivano tutte queste possibili catastrofi? La risposta è semplice e scontata: la causa di tutti questi mali siamo noi stessi, colpevoli di farci manipolare dalla logica del business e della pubblicità, la quale, a sua volta, ci impone di agire in un certo modo, senza farci pensare alle enormi conseguenze che causano e causiamo con un comportamento irresponsabile. L’arroganza, il disprezzo delle cose, in altre parole, non dovrebbero più esistere; vorrei al contrario un mondo che mi concedesse il diritto di dire sempre e comunque cosa penso, che non mi costringesse a mentire per dolore, a sorridere mio malgrado, a tradire la fiducia o l’affetto di persone conosciute e sconosciute. Ma so che ciò non è possibile perché vedo e sento come se tutte le persone pensino solo a loro stesse.... Bah, forse è realmente così... Al mondo c’è troppa indifferenza... tutte le persone si sono perse nell’indifferenza, si sono perse nella quotidianità statica di tutti i giorni... come vorrei poter fare qualcosa, come vorrei poter

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trasmettere alle persone che non bisogna vivere essendo schiavi delle abitudini, ma cambiando ogni giorno i propri schemi. Voglio dare corpo alla mia fantasia e sognare di cambiare questo mondo e farlo diventare il mio mondo, il mondo che vorrei, il mondo che tutti sogniamo, ma che nessuno è in grado di costruire, perchè non si può, perchè c´è chi non vuole, chi lo impedisce. Voglio immaginare che il sogno che sto dipingendo qua prenda corpo e si materializzi, che quei sorridenti personaggi seduti in poltrona, sicuri e forti con i loro amici, non contino più nulla, che i soldi che sono nelle mani sbagliate vengano orientati verso le cose che servono veramente a tutti noi 6 miliardi che popoliamo il nostro pianeta, che non ci sia più bisogno di invidiare chi ha di più o di discriminare chi è diverso. Voglio che ci sia istruzione profonda per tutti, voglio che le spighe di grano siano lunghe 2 metri e diano nutrimento a tutti, voglio che l’acqua dolce sia prodotta e depurata in grandi quantità e sia disponibile per tutti, voglio che la carne venga fatta crescere artificialmente e non più presa da animali allevati per essere uccisi, voglio che le malattie vengano curate e che si studino senza tregua nuove medicine sempre più efficaci e alla portata di tutti, voglio risanare l’ambiente e l’aria di piombo del pianeta, voglio mettere depuratori ovunque, non voglio più far funzionare motori che inquinano o usare materiali o gas che siano dannosi per tutti e per tutto. Voglio che ognuno abbia la possibilità di vivere dignitosamente e di poter realizzare nella propria vita se stesso e le proprie capacità. Questo è il mio sogno, questi sono i miei pensieri, questi sono i miei ideali che, pur nella loro semplicità e difficoltà nel realizzarsi, sono dedicati a coloro che si chiudono a tutti per conservare il proprio potere e i propri agi. Guardate e ammirate, miseri esseri privi di dignità, come sarebbe stato il mondo senza di voi e cosa bisogna fare per correggerlo, per rifondarlo; guardate cosa non è ciò che per colpa vostra, purtroppo, è. Jacopo Feliciani 4B Liceo Scientifico Donatelli

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La ECOGREEN svolge attività di consolidamento di scarpate e pendici rocciose effettuando i seguenti interventi:

- ispezione di pareti rocciose di qualsiasi natura e acclività - disgaggio e demolizione di ammassi rocciosi di qualsiasi dimensione - posa in opera di reti metalliche paramassi - placcaggio di superfici rocciose fessurate ed instabili - posa in opera di barriere paramassi

Nel campo dell'ingegneria naturalistica la ECOGREEN s.r.l. ha acquisito una significativa esperienza nell'utilizzo di tecniche di idrosemina potenziata, di invecchiamento accelerato delle rocce e di interventi di consolidamento delle scarpate con l'utilizzo di talee vive e/o morte.

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L I C E O

L i c e i

S C I E N T I F I C NARNI O

Tanti hanno pensato ad un mondo migliore, il mondo che avrebbero voluto far esistere. Ma in un mondo perfetto, nell’utopia dove tutti gli uomini sono socievoli e buoni per natura, non ci sono persone che sentano l‘esigenza di avere qualcosa di proprio, che avvertano la necessità di una individualità. No, non credo né in Tommaso Moro né in Campanella. L’ uomo non è monocromatico, ma è un caledoscopio di colori che lo rendono unico e capace di far tanto male quanto di odiare, di far tanto bene e di amare, odiare... provare gelosia, sentirsi in colpa... provare il bruciore per avere fallito laddove si erano riposte tutte le speranze... Il rancore nel cuore avvelena la vita, il perdono monda. La comunicazione, il linguaggio, il dibattito intessono relazioni, il silenzio semi-

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D O N AT E L L I

S C I E N T I F I C O

na discordie. La parola salda i sentimenti di amicizia, unisce i rapporti con gli altri. Il mondo che vorrei è quello dove ognuno di noi parli, ma non a bassa voce e lo faccia chiaramente. Cosa dovremmo fare con tutta questa fiumara, questa sovrabbondanza di parole, troppe volte spicciole, inutili, mentre invece quelle vere, confuse in tante vuote, scompaiono? Chi urla per la brava gente, a favore di chi chiede una speranza, si confonde con le grida di chi spacca Roma, dove un tempo le parole di oratori incidevano la storia. Eleonora Menicacci

V E R A

Parlare del mondo che vorrei semplicemente come un mondo senza guerre, dove la pace regna sovrana, come un giardino dell’Eden, oltre che apparentemente utopico, sarebbe sentito e risentito, nonché banale, quindi vorrei analizzare ciò che potrebbe portarci a realizzare un mondo del genere. Per costruire questo mondo ideale, secondo me, c’è bisogno di un primo passo: il rispetto pieno di regole e leggi, come ad esempio le leggi costituzionali e il Protocollo di Kyoto, da parte del più piccolo dei cittadini fino al più grande

Il mondo che vorrei è quello della canzone di L. Pausini, che ha lo stesso titolo del’articolo che ci accingiamo a scrivere. Come dice la cantante, vorrei che il mondo avesse mille cuori per amare infinitamente, mille mani e mille braccia per i bambini del domani, che hanno bisogno di essere accolti ed accuditi. Il mondo in cui viviamo è pieno di ingiustizie, ipocrisie, sofferenze e violenze e perciò quello dei desideri ci sparerebbe fiori, invece di bombe e missili, e sarebbe sicuramente più giusto, soprattutto per tutti quelli che la guerra l’hanno vista coi propri occhi e sanno che non risolve nulla. Vorrei un mondo in cui la razza e il colore non fossero più motivo di conflitti, schiavitù e persecuzioni, poichè, come dice la Pausini, il cuore di chi ha un altro Dio è uguale al mio. Vorrei un mondo nuovo in cui il potere, la fama, la gloria, la ricchezza, lo

Quando mi è stato proposto di scrivere quest’articolo, subito l’idea mi ha affascinato e contemporaneamente mi ha reso un po’ ansioso: poter dar voce ai propri sogni, in effetti, mi ha sempre stimolato molto, ma anche creato un certo stato di imbarazzo: saprò esprimerli bene, cioè saprò comunicarli in modo chiaro ed esaustivo, saprò trasmettere l’energia positiva e l’entusiasmo che da essi sprigionano? Provo, proviamo… Il grande Capo di Washington manda a dire che desidera comprare le nostre terre. Ci invia anche parole d’amicizia e di buona volontà … Le mie parole (di risposta n.d.r.) sono immutabili, come le stelle. Come possono comprare o vendere la terra ? come possono comprare il cielo o l’acqua? Questa idea ci sembra strana. Non siamo padroni della fresca aria né del contenuto dell’acqua che scorre. Dovreste sapere che ogni particella di questa terra è sacra per il mio popolo. Ogni foglia che splende sulla pianta, ogni spiaggia arenosa, ogni nebbia nella penombra del bosco, ogni chiarore delle foglie ed ogni nebbia nella penombra del bosco sono sacri nella memoria e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che circola dentro gli alberi conserva la memoria dell’uomo pellerossa. Questo è un estratto della famosa lettera che il capo indiano Seattle, della tribù Suwamish, inviò al Presidente nordamericano Franklin Pierce nel 1855, come risposta all’offerta di comprare tutte le terre di questa comunità indigena da parte del Governo di Washington, che meglio di ogni altro scritto, riesce al momento, a mio giudizio, ad esprimere l’idea del mondo che vorrei. Mi emozionano sempre e mi sconvolgono addirittura, ogni volta che la rileggo, i princìpi e i valori, cui questa lettera si ispira, e nel contempo la loro profondità e la loro straordinaria linearità, direi quasi ovvietà, se mi è concesso esprimermi così. Non è ovvio che noi non possiamo vendere o comprare ciò che non possediamo, come la terra, il cielo o l’acqua? Non è condivisibile che ogni foglia che splende sulla pianta o ogni nebbia nella penombra del bosco siano così degni di rispetto da essere considerati sacri nella memoria e nell’esperienza tanto del mio

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popolo (cioè del popolo del Capo Seattle) quanto di ognuno di noi? Quale concezione della natura esiste in questi pensieri, in queste parole, oserei dire in questi versi poetici? E quale concezione dell’uomo, dei rapporti tra uomo e natura ed in ultima analisi tra uomo ed uomo? E la lettera continua così: La linfa che circola dentro gli alberi conserva la memoria dell’uomo pellerossa… I morti dell’uomo bianco dimenticano la loro terra natale, quando

U T O P I A degli Stati. Ecco, immaginiamo, se tutti rispettassero queste leggi, che mondo sarebbe? Sarebbe per me un mondo fantastico. A partire dal Protocollo di Kyoto, se tutte le nazioni lo rispettassero, ci sarebbe una riduzione del tasso di inquinamento che non danneggerebbe più l’ozono, permettendo una vita migliore sulla Terra dove tutto tornerebbe ad essere più rigoglioso e fiorente… ecco solamente rispettando questa regola teoricamente abbiamo raggiunto l’Eden che accenna-

vo all’inizio (allora tanto utopico non è!). Proviamo invece a ipotizzare cosa succederebbe se tutti i cittadini rispettassero le leggi del loro Stato e quelle leggi morali che sono alla base di ogni società culturalmente avanzata. La società mondiale vivrebbe nella pace perché non ci sarebbero più furti, più omicidi e forse non ci sarebbero più nemmeno le guerre (allora tanto utopico non è!). Per quanto riguarda le guerre la questione è un po’ più complicata dal momento che in questo caso subentrano gli interessi economici (causa di ogni conflitto bellico scaturito in qualsiasi momento della storia dell’umanità). In conclusione il mondo che vorrei è fondamentalmente un mondo più onesto, che sia fortemente attaccato e ligio alle regole che lo governano… ma purtroppo nella società in cui oggi viviamo è proprio questo che manca, che costituisce la vera utopia e di conseguenza rende utopico e irrealizzabile tutto ciò che ne deriva. Se la mente dell’uomo rimarrà come quella di questi tempi, l’umanità sarà sempre costretta a vivere nel mondo che non avrebbe mai voluto e pian piano si condurrà all’autodistruzione… ma questa è un’altra storia. Giacomo Taddei

sballo non avessero più valore, mentre l’amore, la solidarietà, l’amicizia, la collaborazione, la giustizia occupassero un posto centrale. Vorrei un mondo in cui si facesse a gara non per chi ha più soldi, ma per chi ama di più, per chi più aiuta i bisognosi. Vorrei un mondo, il cui paesaggio non fosse caratterizzato da case, palazzi, fabbriche, strade, fumi e macchine, ma da lunghi alberi, prati sempre verdi, fiori colorati, animali liberi di pascolare e vivere, uccelli nel cielo e miliardi di stelle la notte. Purtroppo un mondo così rimane un’utopia, ma questo non ci impedisce di cambiare, anche se solo in minima parte, quello in cui viviamo, diffondendo messaggi d’amore e di solidarietà, aiutando gli altri, insomma regalando al mondo quella pace che Giulia Neri e Giulio Massimi VA non può più aspettare.

vanno camminando tra le stelle. I nostri morti, in cambio, non dimenticano mai questa bellissima terra, perché essa è la madre dell’uomo pellerossa. Siamo parte inseparabile della terra ed essa è parte nostra. I fiori profumati sono nostri fratelli; il cervo, il cavallo e l’aquila maestosa sono nostri fratelli. Le creste rocciose, il verde delle praterie, il calore del corpo del puledro e anche l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia. Quale osmosi tra l’essere umano e l’ambiente naturale, quale interdipendenza, quale legame profondo si ravvisa… La prima riflessione sta nell’immediatezza e nella semplicità del messaggio, che non significa affatto superficialità: come non abbiamo mai potuto comprendere fino ad ora che le piante, l’acqua o la terra non ci appartengono e quindi non ne possiamo disporre in modo arbitrario? Come non siamo riusciti a percepire e a vivere l’osmosi con la natura di questo Capo nativo e del suo popolo? Allora queste cosiddette popolazioni primitive e selvagge non sono poi tanto primitive e selvagge… E il mio sogno continua: se ci fosse tale percezione del pianeta, ci sarebbe ben altra volontà di conservarlo, di rispettarne la bellezza e le sue leggi, i suoi ritmi e le sue esigenze, quindi anche una volontà più giusta ed equilibrata di amministrarne le ricchezze e le enormi potenzialità…che sono anche i suoi numerosissimi popoli. Ad ogni popolo sarebbe riconosciuto il diritto di svilupparsi in armonia con la propria cultura e con la propria storia, ad ognuno di essi sarebbe riconosciuta la possibilità di essere libero ed in pace con gli altri, di più, di sentirsi al sicuro e di non dover guardarsi dal vicino, così come ad ogni essere umano sarebbe lecito crescere senza essere sfruttato od emarginato, bambino, donna, vecchio, giovane o adulto che sia. E’ un sogno, solo un sogno o peggio un’utopia… Già, ma che cos’è un’utopia? Non doveva apparire così agli occhi dei contemporanei il disegno di creare una città-stato con tanto di leggi scritte da un coacervo di tribù o, più tardi, pensare di dar vita ad un insieme di Stati regionali, di Signorie, di Monarchie indipendenti o Prof. Duccio Penna in lotta tra loro, a una Nazione?

I L M O N D O


LA C I T TA’ C HE Non so voi, ma io la mia città la vorrei diversa... ...Quel piccolo negozio di cianfrusaglie davvero ha chiuso? E quel praticello, sì quello laggiù, in fondo al viale, in cui una volta i bambini si imbrattavano i grembiulini di polvere? E quel buon vecchio signore all’angolo della strada, che al mattino era sempre in grado di far accennare un sorriso a chi iniziava la giornata? Che fine ha fatto quella meravigliosa aiuola sul ciglio della strada, quella ricolma di fiori?... Non so voi, ma io la mia città la vorrei diversa... l’odore del pane al primo mattino, le prime guazze mattutine, il sorriso della mamma che bacia il bimbo nel suo primo giorno di scuola, lo sguardo complice di quelli che stavano per lasciarsi e non si lasciano più, il loro abbraccio, l’amore della nonna che

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accompagna il nipotino al parco, un’allegra disputa tra anziani, il pudore della bambina che sta diventando donna, il timore del primo bacio, la carezza dopo la tempesta... Una città in cui nulla si crea e nulla si distrugge, nella quale a tutto si contribuisce. Una città del futuro, di quelle in cui i valori che animano gli individui non siano più alieni da quest’ultimi, in cui la violenza non rappresenti più una dolente piaga a cui si deve assistere quotidianamente; di quelle città in cui la morte sia un evento naturale dell’esistenza di un uomo, non frutto della forza bruta di qualcuno; in cui la ricchezza non rappresenti una necessità coatta e un diritto imprescindibile, ma un risultato ottenuto col sudore della fronte e non con inutile spargimento di sangue; di quelle città in cui

non ci siano più morti per il dio del calcio e in cui gli ambienti universitari non rappresentino luogo di terrore, ma luogo di crescita e di studio. Non so voi, ma io la mia città la vorrei come un luogo sicuro dove un giorno far crescere i miei figli, senza nutrire il timore di affidarli alle mani di individui abietti e a un mondo di ingiustizia. L’ingiustizia della violenza, in un mondo in cui un morto in più senza un perchè non fa differenza. Tutto ciò è reale, e quello che i giornalisti a volte definiscono fatalità è pura e terribile realtà, che non si può cancellare con dieci minuti di lutto, neppure una vita di silenzio riuscirebbe a cancellare il dolore e il terrore provocato da tutto questo. È palpabile, proprio come quella guazza mattutina o la pioggia grondante sulla pelle; ti sta addosso e sembra imprimertisi tra le membra: c’è e non si può far finta di nulla,

A C C O R D O

V O R R E I

quello che avviene poiché, se sapessimo davvero tutto, si aggiungerebbe un oceano allo spazio che divide ciò che è da ciò che vorremmo. Basta accendere un televisore, ascoltare la radio o collegarsi ad internet: impossibile non ricevere informazioni, ma quali? Guerre, stragi, pedofilia, padri, madri e figli che si uccidono gli uni gli altri, stupri, razzismo, intolleranza e quant’altro. Chi non prova il desiderio di cambiare mondo? Come si può vivere in questo modo? Tanti luminari del passato e del presente hanno provato a presentare un’idea del mondo perfetto. Tutte sono state definite utopistiche, irrealizzabili sogni. Sognare indubbiamente è bellissimo ed ha un suo valore, ma non è la medicina di cui necessitano paesi in cui intere generazioni non conoscono altro che la guerra, paesi in cui i bambini vengono venduti per i loro organi. Per far sì che ciò non accada più sarebbe sufficiente un unico rimedio: l’amore. Sembrerebbe utopistico, ma non lo è, basta intenderlo come

rispetto delle leggi e dell’altro, come capacità di non offendere e di non rispondere alla violenza o all’errore con la stessa moneta. Difficile, impossibile, ma, forse per qualche pazzo, realizzabile. Basterebbe non tenere gli occhi sempre bassi per vedere dove sono diretti i nostri passi, ma alzarli per controllare anche dove vanno quelli degli altri e, se necessario, ricondurli sul sentiero. Tanti allora diranno: è impossibile perché ci saranno sempre persone che di questi valori non si interessano minimamente, io che posso fare? Niente di più sbagliato. Se ti trovi davanti ad un muro alto e pericoloso da scavalcare, ma sai che al di là di quel muro c’è qualcosa di importantissimo per te, allora quel muro ai tuoi occhi non diventa che un piccolo ostacolo superabile con un passo. Cosa ci può essere di più importante di una vita e di un mondo in cui gli uomini si rispettano o meglio, si amano? Il mondo che vorremmo dobbiamo costruircelo noi giorno per giorno, mattone su mattone (non possiamo delegare ad un altro

LI C EO C LA SSI C O

G. C . TA C I T O in cui ognuno si sentisse riempito di un pizzico di gioia per i piccoli e fuggevoli momenti della vita, un fiocco di neve in autunno, un sorriso; una città in cui ognuno provasse orgoglio nel raccontarsi attraverso la sua terra, attraverso l’anima di quella cittadinanza e ogni mattino si alzasse pensando: com’è bello vivere qui! Isabel Trastulli II IT

E invece per parossismo ci ritroviamo in una società che è essa stessa uno spartito, una fusione di elementi, anche se poco accordati: alcuni stonano incomprensibilmente, alcuni aggiungono armonica trascendenza al pezzo, e questa è la realtà. E se cercassi un pianeta a mio piacimento lo troverei tra quelli dove regnano umanità e solidarietà, e il confronto civile si basa sulla ragione e la parola, che contrassegnano l’uomo, dove la cultura, la musica, la pittura e tutte le arti sono la sua ambrosia, dove non devo pagare in denaro se oltrepasso un confine o in lividi se sono di colore. E vedrei la partita allo stadio senza aver paura di morire, e non cambierei strada per evitare spiacevoli incontri, e anche Sara tornerebbe a casa da sola quando è buio. E il male non paga e non sia premiata la mediocrità o, peggio, l’inadeguatezza, ma abbiano merito la responsabilità, l’altruismo e coloro che rappresentano l’umanità come tale, le note in accordo, le rose sbocciate, i frutti del bene in questo mondo di spine. Alberto Mariani II IT

Non è poi difficile stabilire come si articoli un buon testo, o anche un buono spartito. Prima di tutto ci vuole un tema centrale, che magari interessi un largo pubblico.Poi bisogna introdurre il brano, dargli man mano una forma e infine una conclusione, indi un titolo ad effetto. Ogni parola, ogni nota del pezzo deve essere legata alle altre, sono tutte di uguale importanza, sono state pensate per un amalgama armonioso e come tale devono rispettare il loro ordine naturale in ogni sequenza in cui si divide la totalità. A volte penso che basterebbe una canzone che rispetti tutti questi parametri per coinvolgere l’intero mondo. Come le hits, che girano per ogni dove, ugualmente amate. E se non fosse possibile trovare un accordo valido per tutti? Mi siedo al pianoforte e cerco quella giustapposizione di suoni di una stessa funzione tonale, quell’accordo che non accontenti pochi, non soddisfi i più, ma piaccia a tutti!

anche solo per un C Provate, attimo, a pensare come è oggi il nostro mondo e in che modo ognuno lo desidera. due immagini sono inevitaH Lebilmente agli antipodi e tra di loro monti insormontabili. poi, nonostante la E Questo, nostra inevitabile ignoranza su

non si possono chiudere gli occhi e poi riaprirli dopo la tempesta, perchè questa non avrà fine finchè noi tutti non avremo capito che la violenza è debolezza, dimostrazione di forza bruta gratuita, fine a se stessa, che l’uomo è nato tra gli uomini e che con tali ha l’obbligo di relazionarsi secondo Natura, quella natura che lo ha reso ragionevole e non bestiale. Finchè non avremo capito che una limitazione privata è un bene collettivo, e un bene collettivo è un bene privato perchè essenza stessa della felicità. Quella felicità che nasce da un embrione di accordo, da un accenno di civiltà, da un petalo di pace; quella felicità che nasce dalle piccole cose e rende grandi le piccole. Un’utopia, un progetto irrealizzabile? Forse sì. Ma la forza dell’uomo sta nel saper dove cominciare e soprattutto nel decidere di cominciare. Non so voi, ma io vorrei una città

la realizzazione di un nostro progetto) con volontà e coraggio, facendo presente, a chi ha potere e a chi può, in che modo vogliamo che le cose vadano e perché non siamo disposti a fare passi indietro. Nel cammino inevitabili saranno le difficoltà, si dovrà remare anche contro molti uomini e anche se si farà il bene, come diceva Madre Teresa, diranno che lo hai fatto per un secondo fine e ti ostacoleranno, non importa, fai il bene. Tuttavia, alla fine, se tanti, insieme, desiderano una cosa, tutti gli ostacoli di fronte ad essa saranno spazzati via e si riuscirà finalmente ad abbattere la Bastiglia dell’odio e dell’intolleranza. Matteo Crasti VE

Se qualcuno ci chiedesse in un attimo della nostra vita frenetica quale potrebbe essere il mondo dei nostri sogni, sicuramente la nostra attenzione si concentrerebbe su problematiche di carattere macroscopico portandoci così a rispondere (adeguandoci allo standard di un banale concorso di bellezza): la pace nel mondo. Ma siamo veramente sicuri di porci in modo sentito e consapevole di fronte ad una domanda del genere? Proviamo ad essere sinceri e a dedicare un attimo del nostro prezioso tempo a riflettere. Allora sì che ci renderemmo conto della superficialità della nostra risposta. Come potremmo pretendere di volere un mondo migliore se non riusciamo neanche a concentrarci su problemi che ci riguardano da vicino, quali la sempre più dilagante ipocrisia e di conseguenza una latente incomunicabilità. E’ un mondo senza falsità quello del quale abbiamo realmente bisogno, in cui vi

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sia la possibilità di avere rapporti sinceri e spontanei che promuovano la piena espressione dell’individuo. Nella nostra società purtroppo sempre più spesso si è costretti ad indossare una maschera e a nascondersi dietro personaggi costruiti pur di apparire popolari ed essere universalmente accettati. In questo modo è ovvio che risulti piuttosto facile abbandonare i valori più importanti per ciascuno di noi a favore delle effimere illusioni della massa, provocando così un abbassamento generale delle aspettative per un nuovo mondo. La mala pianta della falsità può essere abbattuta solamente eliminando qualsiasi traccia di superficialità, proponendosi senza timore ad un confronto con gli altri, cercando di essere noi stessi e di raggiungere obiettivi concreti per creare un mondo conforme alle esigenze e ai desideri di ognuno. Maria Laura Coricelli Giulia Minucci

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Cassa di Risparmio di Terni e Narni S.p.A. Gruppo Intesa Sanpaolo

Istituto Comprensivo Statale Giovann i XXI I I COMENIUS DI SVILUPPO La scuola nella comunità, la comunità nella scuola

Consumption

Per cominciare curiosiamo nel power point dei nostri partners italiani, studenti di Campi Bisenzio, Firenze, Scuola Garibaldi-Matteucci, per capire la storia dell’approvvigionamento idrico familiare, come era al tempo dei nonni... come è oggi.

LE NOSTRE BISNONNE... erano costrette ad andare a prendere l’acqua alla fontana perché in casa non c’era acqua corrente.

OGGI... molte persone comprano nei supermercati l’acqua in bottiglie di plastica che mettono nel portabagagli e trasportano fino a casa.

PRATICAMENTE.... anche se le nostre case dispongono di acqua corrente e potabile, molti non la usano per bere e continuano a trasportarla da fuori come si faceva una volta ma... con 6 differenze.

1 Prima erano costretti a trasportare l’acqua fino a casa, ora è una scelta.

2 Il trasporto oggi avviene per lo più con l’automobile invece che a piedi, quindi si inquina.

3 L’acqua prima era attinta da una falda idrica sottostante, ora l’acqua in bottiglia che portiamo a casa viene talvolta da migliaia di Km di distanza... ha quindi un costo di trasporto e comporta un consumo energetico.

4 Prima si usavano recipienti di metallo per trasportare l’acqua, ora usiamo contenitori di platica usa e getta.

5 A causa della produzione e del trasporto delle bottiglie di plastica, si inquina l’ambiente, bruciando combustibili fossili ed emettendo gas serra.

6 L’acqua prima non costava nulla, ora quella in bottiglia costa cara, soprattutto a causa dei costi di trasporto e di imballaggio.

Quality

L’ACQUA in bottiglia

Progresso o regresso?

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Cassa di Risparmio di Terni e Narni S.p.A. Gruppo Intesa Sanpaolo

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Un po’ di storia - Terzo gong Culto: meditazione, preghiera. L’uomo medievale nel suo irrinunciabile rapporto con il mistero divino sente la necessità di mantenere incisivo quanto di mistico, impenetrabile, imponente e temibile è insito nel suo rapporto con Dio. Edifica cattedrali dalle linee essenziali ma austere, solide e severe nell’intento di favorire la concentrazione del fedele nella preghiera, nella convinzione che la vita ultraterrena sia indiscutibilmente più importante di quella trascorsa sulla terra, privata quindi di ogni importanza. Disinteressato al quotidiano, concentrato sulla sua anima, il credente trasferisce questo modus vivendi anche nella musica che è elemento imprescindibile nella preghiera e nella meditazione: essa accompagna e scandisce i momenti ufficiali della religione cristiana, cioè le cerimonie ed i riti collettivi che costituiscono la liturgia. Nei luoghi di culto risuona il canto gregoriano, ovvero la musica con la quale si esprime la religiosità dei fedeli nei primi secoli della cristianità. La parola cantata ha infatti un ruolo di grande importanza nella vita liturgica: essa accompagna le preghiere (salmi, inni) elevate nei diversi momenti della giornata e le celebrazioni della Messa (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei). Le caratteristiche di semplicità e severità del canto gregoriano, oltre ad esprimere la concezione di una fede austera, priva di incertezze, consentono di svolgere altre importanti funzioni, quali rendere solenne ed austero il testo sacro, allo scopo di conferire maestosità e dignità al significato della preghiera, favorire la concentrazione, sviluppare il senso di comunione attraverso il canto collettivo. Con il trascorrere dei secoli il canto gregoriano (da Papa Gregorio Magno che ebbe la grande intuizione di raccogliere i testi religiosi di quei popoli che via via si andavano convertendo al cristianesimo per trascriverli nel famoso Antifonario che, inizialmente legato con una catena d’oro all’altare di S. Pietro, fu perduto e ritrovato diverse volte a causa delle innumerevoli invasioni barbariche) si arricchisce e diventa via via più complesso. Diversamente dai primi canti piuttosto semplici, ora esso richiede esecutori sempre più abili e capaci di memorizzare melodie sempre più lunghe e difficili. A questo scopo nascono le Scholae cantorum e la prima forma di scrittura musicale: la scrittura neumatica, consistente in un sistema di segni che permette di ricordare con maggior precisione la direzione della melodia da intonare. Lo stesso Carlo Magno, nel suo sforzo di unificare culturalmente il vastissimo Sacro Romano Impero, favorì il consolidamento e la diffusione del repertorio musicale così come era stato definito da S. Gregorio Magno..... Prof.ssa Pia Giani


Autentico

Sono trascorsi tre mesi dal test per l’ingresso alla facoltà di Medicina e Chirurgia, ma la mia rabbia e il mio dispiacere non si placano. Ho terminato gli studi classici nell’a. s. 2005/06 riportando la votazione di 100/100; non ho avuto dubbi per la mia scelta futura: desideravo fare il medico. Studiai tutta la scorsa estate e, a settembre 2006, feci il test per l’ingresso alla Facoltà di Medicina e Chirurgia. Purtroppo non andò bene! Il mio dispiacere fu immisurabile! Per un mese piansi tutte le mie lacrime, poi mi rimboccai le maniche e mi iscrissi ad un corso di laurea che avrebbe potuto aiutarmi a superare il test l’anno successivo, ovvero Biotecnologie.

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Amore

Lo scorso febbraio, accompagnata da mia madre, andai alla presentazione del corso di laurea in medicina e chirurgia, presso il Campus Biomedico di Roma. Rimasi entusiasta, alzai gli occhi e vidi il logo, Platone e Aristotele, i miei compagni di studi nei cinque anni delle superiori: era un segno! Parlò una professoressa, che aveva fatto il Liceo classico; questo mi rincuorò, potevo farcela anche io, potevo diventare un medico preparato come la dottoressa che avevo di fronte, un Medico che crede in quello che fa e lo fa con Scienza e Coscienza. Per mesi ho ripetuto ai miei familiari che il Campus Bio-medico era il luogo dove avrei voluto laurearmi, un luogo dove la medici-

s c u o l a

Le riflessioni che mi accingo a proporre prendono spunto da una semplice, brillante quanto, a mio giudizio, dirompente lettera autografa, che un alunno di scuola superiore, recatosi in Cina per frequentare l’anno scolastico nell’ambito dei progetti di scambio culturale con l’estero, ha scritto alla sua classe. Citerò inevitabilmente alcuni stralci salienti del componimento a fondamento di ciò su cui intendo richiamare l’attenzione. Dunque classe, come ve la passate? Mi è stato riferito che quest’anno l’orario è più pesante perché si esce più spesso alle 14. Che dire, io sto a scuola dalle 6.45 della mattina alle 7.30 di sera, senza contare il lunedì, quando devo stare a scuola alle 6.15 perché è il mio turno di pulire il corridoio! Vi chiederete come sia possibile stare a scuola per più di 12 ore. Tenendo conto della pausa pranzo e di quella merenda/

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cena, alle 17.20 per 20/25 min, dell’arco di tempo dedito agli esercizi ginnici mattutini, e degli altri break, le ore di studio sono solo 9/10, di cui quelle di lezione 8/8,30, infatti dalle 12 alle 13 si studia per proprio conto e dalle 13 alle 13.45 si DORME! Sì, si dorme con la faccia sul banco, che tra l’altro è grande la metà di quelli nostrani! Comunque, l’orario scolastico (settimanale, ndr) prevede: 5 ore di cinese, 3 di fisica, 3 di chimica, 2 di ed. fisica, 7 di matematica, 3 di geografia, 1 di biologia, 6 di inglese, 2 di storia, 1 di ed. tecnica (non so, io in quel momento sto a lezione di cinese), 1 di politica, 2 di informatica ed 1 di conversazione in inglese con un madrelingua... francese che parla perfettamente l’inglese. Non ci sono contate quelle del sabato perché pare che io sia esentato dall’andare a scuola... Qui il rapporto studente/professore è totalmente diverso. Un esempio per tutti? E’ normale che i professori vadano a casa degli studenti e che si tengano in contatto telefonico. L’insegnante responsabile della mia classe, che insegna letteratura cinese, mi ha comprato l’olio d’oliva, la pasta e la salsa e non ho ben capito quando verrà a cena da noi. Inoltre, è totalmente diversa la concezione dello studio; non

na si vive veramente, dove si conosce veramente il significato dei verbi Amare, Aiutare, Confortare, Salvare. Dentro di me cominciai a sognare ciò che poteva accadere se fossi riuscita ad entrare, ovvero come gestire il futuro lontana da casa. Ero disposta a tutto. Con impegno riuscii a sostenere 8 esami del corso di laurea in Biotecnologie, riportando la media del 27 e devo garantirvi che non è stato facile per me che provenivo dagli studi classici, sostenere esami come matematica, chimica, fisica ecc. Però l’obiettivo che volevo raggiungere mi dava la forza di andare avanti. Il 3 settembre 2007 entro nell’aula che mi è stata assegnata, ho il cuore a mille, il mio giorno si è avvicinato, vedo i medici… quanto li invidio! Passano le due ore concesse, compito soddisfacente, esco fuori felice. Ore 20:00… i risultati… i nominativi dei 300 ammessi all’orale sono su internet... io non ci sono. Il mio nome non è tra gli eletti. Piango fino al mattino successivo, compromettendo anche il test presso l’Università Statale, (bastava fossi più tranquilla e rispondessi a due domande in più). Continuo a chiedermi: con quali criteri si è ammessi all’orale? So che non avrò risposta… il mio è un grido inutile. Ho conosciuto, quel 3 settembre, due ragazze ammesse all’orale che il giorno dopo hanno fatto la selezione con me

a Perugia; sono arrivate tra gli ultimi posti, 750 posti dopo di me. Forse il giorno prima avevano più fosforo in circolo! E’ proprio tutto così pulito come vogliono farci credere? Madre Teresa diceva: tutto quello che ognuno di noi fa è una goccia nell’Oceano, ma senza il contributo di ognuno di noi, l’oceano avrebbe tante gocce in meno. Questo mio sfogo è una di quelle gocce che l’oceano avrà. I “75” eletti saranno tutti così motivati da offrire conforto, amore, cure agli ammalati? Io avevo un sogno, andare in Africa come Maria Bonino, un Medico con la M maiuscola, venuta a mancare, purtoppo, nel marzo 2005 a causa del virus di Marborg, una malattia simile al virus ebola che aveva colpito i bambini che lei curava in Uganda. Una poesia di Borges termina dicendo: persone che aiutano gli altri disinteressatamente stanno salvando il mondo, ma quanti tra i futuri medici la pensano così? Il pensiero di Maria Bonino mi sta aiutando a superare il dolore, finirò il corso di laurea in Biotecnologie, poi tra due anni ritenterò ancora, non c’è limite di età per chi vuole fare del bene. Gli scandali che sono scaturiti dalle selezioni alle università statali hanno contribuito a deludermi ancora di più. Che possibilità abbiamo noi giovani di diventare onesti cittadini con tutta la corruzione

che ci circonda? Come possiamo amare il nostro Paese, le nostre istituzioni, quando sappiamo che coloro che devono esserci di esempio sono invece i più corrotti? Il 15 luglio del 1944 Anna Frank scriveva nel suo diario: Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Anche io voglio poter credere in un mondo migliore, dove l’onestà venga perseguita sempre. La falsità, l’ipocrisia, gli imbrogli, portano a felici risultati in breve tempo, ma effimeri, volatili, temporanei. Solo l’onestà e la verità sono, e rimarranno sempre, due valori eterni. Chi agisce con onestà viene ricordato, conquista l’amore della gente ed il rispetto. Chi agisce con disonestà no. Chi si prende gioco dei sogni dei giovani, gioca in modo sporchissimo!!! Concludo con una frase bellissima di Giuseppe Moscati che fa capire come dovrebbe essere la medicina e chi la professa: Vai e guarisci, se non puoi guarire cura, se non puoi curare conforta. Si vive così poco, almeno lo si faccia con dignità. Laura Barnabei

Non so voi, ma, a parte il divertimento per l’evidente ironia con la quale il nostro brillante studente racconta questo spaccato di vita scolastica cinese vista dal di dentro, la sua lettura mi ha fatto comunque percorrere le membra da un lieve brivido, mentre con una vaga sensazione di disagio e preoccupazione finivo di scorrere queste righe. A parte la forte tentazione di girare la missiva al ministro Fioroni, non v’è dubbio che essa contiene materiale sufficiente per aprire un dibattito nella politica, nelle istituzioni e soprattutto nella società. Sia chiaro, non mi piace quel modello, almeno non in tutto, ma resta fermo ed altrettanto chiaro che i nostri ragazzi, salvo eccezioni lodevoli, si sballano il sabato sera, si

lamentano del precariato, vanno a fracassare le camionette delle forze dell’ordine, a marciare per la moda della pace, si perdono in insensate autogestioni e si stressano, spalleggiati dall’imbecillità di alcuni genitori e presidi, per presunte ruvidità di alcuni insegnanti. Invece, da qualche parte nel mondo qualcuno addestra centinaia di milioni di individui di nuova generazione a sacrifici e con ritmi e strutture per noi ormai impensabili. E questi saranno i nostri nuovi competitori nell’immediato futuro! Trovo che sarebbe un dibattito molto interessante e produttivo, sicuramente molto più che menarsela con il sistema elettorale o altre boiate del genere che sono il vero oppio del Dott. Guido Nevi popolo.

C i n a c’è nessuno studente, dico NESSUNO, che ha fatto sua l’idea di copiare! Quando gli ho detto che in Italia è normale, sono rimasti allibiti e qualcuno ha detto: “si vede che i tuoi compagni sono pigri”! Ma il meglio deve ancora venire.. dal 20 al 26 Ottobre, ci sarà allenamento militare, nel vero senso della parola (ossia mi insegnano anche a sparare!!!). Inoltre il prof di educazione fisica, anche maestro di Tai Chi e Kung Fu (che loro chiamano Gong Fu), se sono fortunato mi insegnerà a combattere con le spade! La mia scuola: in Italia c’è l’aula dedicata agli esperimenti, quella adibita a sala computer e la piccola biblioteca, no? Bene, qui c’è il palazzo(!) degli esperimenti, la biblioteca (tre piani), l’edificio per l’informatica e la mensa (2 piani) con al terzo una sorta di teatro. Poi ci sono, l’edificio con gli uffici dei professori, una costruzione che contiene una statua, non dico enorme, ma bella grossa di Confucio, ed un altro in cui i bravi cinesi suonano “per Elisa” e gorgheggiano felici. E’ bene specificare che le aule sono 17 con 60 studenti o più ed hanno dei palazzi a parte. Inoltre la scuola annovera: 6 campi da pallacanestro, una pista di atletica, un campo da calcetto ed una palestra coperta con un settimo campo da basket!

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G a l i z i a Cronache dal Cammino per Santiago - luglio 2007

Per il gruppo la meta è la stessa ma le modalità e i tempi per raggiungerla sono individuali perché ciascuno ha il suo passo e difficilmente accetta di cambiarlo. Meta come metafora di vittoria innanzi tutto sulle resistenze del proprio corpo debilitato dalla eccessiva sedentarietà, sul proprio fiato reso corto dalle troppe sigarette o dall’aria irrespirabile delle città, sulla paura del silenzio quando per lunghi tratti ti trovi a procedere da solo e hai modo di riflettere sulle tante cose belle e brutte della tua vita, sul dolore fisico che ti coglie all’improvviso e che vorrebbe farti desistere, sul tuo compagno del momento che provi di soppiatto a sorpassare e ti accorgi di poterlo fare con facilità lasciandolo magari indietro fino a perderlo di vista, cosa a volte non proprio facile come io ed Esto possiamo testimoniare vista la batosta inflittaci da un imprendibile marciatore nordico poco propenso a farsi dare la Hola da due pur battaglieri camminatori mediterranei. Meta quale luogo reale di ricomposizione dell’unità del gruppo, disperso per molte ore e riunito intorno alla mesa dalla basica esigenza di ritrovare le

energie consumate con l’aiuto di un caldo gallego, di una zuppa di lentechas, di un’insalata mista o di un pulpo all’olio e pimiento. Guai però a tentare di gustarlo nella fugace sosta delle undici del mattino; ne sanno qualcosa Gaetano e Peppino incappati in una lunga e faticosissima digestione con il traguardo ancora lontano e qualche decina di Km da mettere sulle gambe. Allora sì che il pulpo ti cammina nello stomaco e rischia di intossicarti i muscoli. E’ nella cena serale, dopo una calda doccia e un rilassante massaggio ai piedi con l’immancabile balsamica crema all’eucaliptolo, che il tenero mollusco, robustamente innaffiato col leggero ma gustoso vino tinto, esplica al meglio la sua azione ristoratrice. E’ in quel momento che una piacevole sensazione invade il tuo corpo, ti sale dentro ed esplode nelle corde vocali, specialmente di Benito, inondando l’atmosfera di corpose immagini partenopee a volte non del tutto apprezzate da chi vede in Napoli un semplice luogo dell’Italia spaghetti e mandolino e nella malafemmina soltanto una povera ragazza che fa di tutto per sopravvivere.

Cuori aridi, questi, che neanche la limpida e ben impostata voce di Marilena, rivelatasi così all’improvviso da lasciarci tutti di stucco con in bocca l’ottima torta di keso nell’unica cena autoprodotta nella pensione Maribel di Arca, sarebbe riuscita a scaldare. Appagati nel corpo da spaghetti al tonno, insalatina e bicchieroni di mandarinetto e nello spirito dalla inattesa soprana melodia, ci concediamo un lungo sonno ristoratore interrotto, alla luce ormai prorompente del nuovo giorno, da una voce preoccupata nel tono

Pensieri e parole in libertà volavano ormai nell’aria quando con voce candida e solo lievemente venata da una leggerissima nota di imbarazzo, Peppino esclama: ah! Eccole qua, stavano nella mia valigia. E non potevi guardarci prima? Esclama tra il sollevato e il leggermente incazzato Vicente, ci avresti evitato una buona mezz’ora di spossante e vana ricerca. Ma io non ho mai messo le scarpe in valigia, questa è la prima volta! risponde candidamente Peppino, provocando una comune e liberatoria risata. Allora è vero che il cammino ti

quanto indefinita nella provenienza. Voi mi dovete scusare ma non trovo più le scarpe. Non sia mai, Peppì, ci mancherebbe, non ti fare scrupolo ma hai guardato sotto il letto? risponde Vicente dopo un attimo di smarrimento. Hai frugato nell’armadio, sotto il tappeto, nel bagno, nel corridoio, persino nella lavanderia al piano di sotto? continuo io, a dir la verità poco convinto. Potrebbe essere stato un cane… ma siamo al primo piano e i cani non saltano così in alto. E poi Peppino non ricorda di averle messe fuori dalla finestra. Anche la visita al nostro bagaglio fatta con riluttanza ma inevitabile per rispondere ad una precisa anche se imbarazzata richiesta di Peppino non produce buoni frutti: Potrebbe essere stato qualcuno del gruppo avviatosi ormai da tempo che, penetrato di soppiatto nella stanza, ha inavvertitamente preso le scarpe infilandole nel proprio zaino; ma a quale scopo, dal momento che tutto può essere utile meno che le scarpe di un altro per l’alta probabilità di incompatibilità numerica.

cambia e se ti cambia nelle piccole cose come nel caso delle scarpe di Peppino potrebbe cambiarti anche nelle grandi. Magari tua moglie non ti riconosce più, le coppie da provvisorie potrebbero diventare di fatto, da diavolo diventi santo o da santo diavolo, chissà se il cammino ha il potere di cambiarti davvero! Certo non ci ha cambiati a tavola se le lotte ingaggiate con camerieri e cameriere di tutte le età e fattezze sono continuate imperterrite fino all’ultima cena tanto da far esclamare al calmo Vicente se per caso non fossimo noi a sbagliare dal momento che siamo riusciti a far incazzare tutti, ma proprio tutti i nostri interlocutori impegnati nell’estenuante trattativa per servirci il meglio della loro cucina. D’altronde, come ebbe modo di dire Benito dopo profonda riflessione: o puorco sonna e cèrse, ovvero a ciascuno il suo, mogli e buoi dei paesi tuoi, ovvero ancora dimmi ciò che mangi e ti dirò chi sei, ecc. Nulla da fare! Scolpiti nella testa come i comandamenti difendiamo le dieci regole

VicoCatina 15/A - Terni ilconvivioterni@virgilio.it

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d’oro del pasto neanche tricolore ma neanche regionale o cittadino, ma di casa nostra dimostrando tutta la commiserazione del mondo per chi, parvenu del desco, non riesce ad apprezzare le nostre personali scelte culinarie. Alla fine, comunque, tutti d’accordo sulla capacità dei ristoratori spagnoli di soddisfare i nostri palati con un menù del pellegrino composto da primo, secondo, bibita e dolce finale ad un costo sempre sotto i dieci euro. Camerata: questa parola, se depurata da poco edificanti significati politico-militareschi, riporta alla mente gite scolastiche, esperienze di boy scout, primi innocenti amori sbocciati tra un piano e l’altro di letti a castello. Scartata l’ultima per evidenti ragioni anagrafiche riscopriamo il bello del cameratismo nelle tappe di Tricastela e di Barbadelo. Vincendo vecchie, qualcuno direbbe borghesi, incrostazioni a difesa della privacy personale, condividiamo con evidente allegria l’unica doccia con bagno, accomunando in spirito fraterno odori, piccoli rumori liberatori, ronfii variamente graduati, forse anche sogni, magari come il mio che rivisita in forma sfumata il coniglio di Carmen, il più buon arrosto che abbia mai mangiato dopo, naturalmente, quello all’ischitana che sono solito preparare per i miei pazienti amici. Se proprio dovessi dare un senso al mio cammino, senz’altro lo ritroverei in questo riscoperto spirito di gruppo, nella condivisione di momenti felici o di qualche piccola difficoltà, nella necessaria pazienza e nel rispetto reciproco condizioni imprescindibili per poter procedere, comunque, insieme. Parte seconda

Albano Scalise

0744471180 Chiusura settimanale Domenica


T E R N I P a s t i c c i o n a La Provincia di Terni per il territorio

M olte

pagine sono state scritte per giungere a presentare un progetto, nel quale crediamo molto, al fine di valorizzare il territorio e la capacità imprenditoriale ternana: Terni pasticciona. Primo passaggio per arrivare poi ad Umbria la ghiotta. ghiotta Tutto ciò non solo per aver perseguito un vero excursus culturale, ma anche per la caparbietà, la costanza, la determinazione di essere sempre e soltanto innovativo, diverso, intellettualmente, rispetto a chi si limita a scimmiottare, a copiare idee di altri, abilità che può rendere più agevole il percorso politico, ridurre cioè i tempi da dedicare a chi occorre convincere... ma... quale diversa soddisfazione, quale maggior risultato. E’ vero, ci sono anche i pavidi, quelli che hanno paura delle responsabilità e degli insuccessi, quelli che anche di fronte ad un grande progetto con 99 probabilità su 100 di ottima riuscita (che potrebbe quindi rendere un grande servizio al territorio), non si curano affatto del 99 ma atterriscono per l’eventuale iattura dell’un per cento; ma di questi non ci dobbiamo curare se vogliamo realmente far progredire il nostro territorio. E del pari non abbiamo interessi da condividere con chi non ha gli strumenti per comprendere avendo la vista offuscata dalla convenienza politica o dal proprio tornaconto.

La Provincia di Terni per il territorio

Noi vogliamo essere tra coloro che rischiano, che discutono e che si accapigliano, che creano percorsi innovativi, che osano far crescere l’erba nel deserto, che non cementificano, ma progettano giardini; quelli che hanno idee ambiziose, che credono all’uomo e nell’uomo. Nella nostra città, nella nostra regione, ci sono certamente, come in tutte le città e le regioni del mondo, gli uni e gli altri. Noi ci rivolgiamo agli altri, a quelli che hanno idee e che provano a realizzarle anche se costano sacrificio purché se ne raccolga la soddisfazione del fare e del fare bene. Esistono nella nostra mente enormi possibilità, proviamo a coglierle ed a trovarle, mettiamo in ordine le questioni, raccogliamo le idee, trasformiamole in programmi e, insieme, partiamo. Possiamo e dobbiamo trovare la strada per essere il giardino del mondo e non accontentarci dell’orto sotto casa. Conosco imprenditori privati di grande valore che raccolgono le sfide ed accettano il rischio e così tirano dritto perché le loro capacità e le loro risorse non li obbligano a compromessi. Questi Uomini fanno impresa, creano ricchezza, sono umanamente e solidalmente uniti ai loro dipendenti. Qui non entra la mafia, qualunque sia il vessillo che sbandiera.

Ed eccoci a Terni Pasticciona. Se rileggete le 8 puntate precedenti, vi accorgerete che il nostro territorio, unico al mondo per mistura di terre emerse e di terre laviche, contiene, ad ogni pié sospinto, sali minerali diversi, quindi sapori e gusti diversi. Non esiste, io credo, una regione al mondo ove se visiti tutti i luoghi di ristorazione esistenti, gusti uno stesso sapore. Siamo poi la città e la regione delle acque. Acque buonissime, con le quali caffè, pane, pasticceria diventano eccellenti. Anche nella produzione di olio e di vino cominciamo a stazionarci su livelli molto buoni, ma il pane e la pasticceria costituiscono l’eccellenza ternana. Ed allora Terni Pasticciona esporrà a tutti i golosi del mondo i prodotti ternani, pasta e pasticceria in primo luogo. La nostra città infatti, come avete letto per la Fucat, che ha anticipato i prodotti che rendono ora famose altre industrie, è anche la città di Spartaco Pazzaglia, Gran Maestro della Corona d’Italia, ed anche la città delle pizze di Pasqua, del pampepato, del Pane di Terni. Ma il prodotto elitario è la pasticceria. Da qui l’evento Terni Pasticciona. Verranno i pasticceri con i loro pasticci, con cioccolato o senza. Fungeranno da cornice anche i tanti prodotti di cui il nostro territorio è generosamente dotato: acqua, vino, olio, formaggi, salumi, tartufi. La manifestazione cioè avrà come nucleo fondante la pasticceria ed il cioccolato, grande suo ingrediente, ma non esiterà a mostrare le altre delizie territoriali. Si svolgerà in un parco meraviglioso. Alcuni miei amici, imprenditori veri, mi hanno già fatto visionare il loro progetto che, tra qualche mese, metterà le ali. Si tratta del posto per congressi, convegni, spettacoli, mostre più bello d’Italia e conseguentemente, sorgendo sul nostro territorio, il più bello del mondo. Questo dunque il nostro sogno: vogliamo realizzarlo insieme? G. Raspetti

Sento il piacere nonché il dovere di ringraziare con queste brevi righe coloro che hanno scritto e pubblicato un articolo in memoria di mio padre Nello Giorgi, ricordando la sua dolce opera di industriale, dando vita alla fabbrica di cioccolato FUCAT a Terni nel secolo passato. Quell’articolo del 1942 mi ha riportato al mio primo anno di vita, quando insieme ai miei fratelli, un gemello ed uno di cinque anni più grande, vivevamo immersi in quello splendido odore che in seguito molti amici ci invidiarono. Soprattutto il ricordo di tutte le care operaie e impiegate presenti nella foto, mi ha fatto rivivere le gioie di quella piccola comunità, poiché ognuna di loro era per me ed i miei fratelli, una persona di famiglia a cui siamo sempre stati legati. L’onestà e la correttezza di mio padre, che ringraziamo di averci trasmesso, non ha evitato la chiusura della fabbrica alla fine degli anni 60, in seguito alla concorrenza di nuovi prodotti che si erano inseriti sul mercato, come il surrogato di cioccolato, i cui costi ovviamente erano in linea con la qualità. Il ricordo dei prodotti particolari ed unici in quell’epoca da lui creati rimangono nella mia memoria ed in quella di quanti hanno avuto il piacere di gustarli. Per i più piccoli ci fu il periodo delle caramelle con il botto che si lanciavano in alto perché ricadendo scoppiava una piccola cartuccia presente nella confezione; oppure quelle con le figurine da inserire nei vari album per avere un premio. Oltre a caramelle, cioccolatini, torroni, confetti e uova di Pasqua (a volte confezionate separatamente, magari per inserirvi un anello di fidanzamento), i fiori all’occhiello erano sicuramente le banane ricoperte di cioccolato (stessa forma e sapore di una banana), le ciliege sotto spirito ricoperte di cioccolato

fondente e i baci con cioccolato e nocciole tritate, in seguito prodotti anche da altre industrie oggi famose. A volte si cercava di realizzare un prodotto per soddisfare esigenze particolari, come i cioccolatini purgativi, richiesti in prova da una farmacia di Terni (occasione che non potevo certo perdere, facendo contenti a loro insaputa molti miei cari amici), oppure creare un tipo di torrone nuovo o un uovo di Pasqua con una sorpresa originale. Questi sono i dolci ricordi della mia gioventù e spero che questa breve cronaca della piccola fabbrica artigianale FUCAT possa interessare i più giovani di me che non l’hanno conosciuta, perciò ringrazio l’amico Giampiero Raspetti per avermi dato un altro ricordo del lavoro di mio padre che conserverò affettuosamente insieme a tutti gli altri. Un caro saluto. Franco Giorgi

TL aE fRa vN I ola N ono brano della favola ternana Dicembre 2006

Acque e terre emerse Gennaio 2007

Chiare e dolci acque Febbraio 2007

L’acqua e le sue proprietà Marzo 2007

Interamna Aprile 2007

I primi forni Maggio 2007 GULLIVER: forno solidale Ottobre 2007 FUCAT Novembre 2007 PAZZAGLIA Dicembre 2007 TERNI PASTICCIONA GR

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Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni

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Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni

Simone Lapi

Il 13 marzo 1633 il Sacro Monte di Pietà di Terni commissionò allo scalpellino milanese Simone Lapi la realizzazione di una immagine della beatissima Vergine con il Figliolo in braccio da collocarsi in alto nella cantonata del palazzo del Sacro Monte - situato sul lato ovest della piazza maggiore, oggi piazza della Repubblica - dono nel 1495 di Cremosina Paradisi. Nel 1879, a seguito dell’apertura di corso Tacito, il palazzo del Monte di Pietà venne espropriato dal Comune e l’istituto si trasferì a Palazzo Mazzancolli, dove la scultura raffigurante la Pietà trovò sistemazione nel cortile. La scultura rimase a Palazzo Mazzancolli anche quando il Monte, nel 1927, si stabilì nell’edificio del Conservatorio delle Orfane, in via Angeloni. Nel 1935 il Partito Nazionale Fascista, che aveva la propria sede a Palazzo Mazzancolli, collocò la Pietà in una lunetta all’interno del sacrario ai martiri fascisti. Nel dopoguerra l’opera è stata portata nella Cattedrale di Santa Maria Assunta e successivamente sistemata nel cortile del Vescovado. Nel 2007 S.E. il Vescovo di Terni, mons. Vincenzo Paglia, ha fatto gradito dono del gruppo scultoreo alla Fondazione, in quanto continuazione storica del Monte di Pietà. L’analogia dei fini della Fondazione con quelli del Monte di Pietà, sorto nel Quattrocento per le necessità della popolazione ternana e incorporato nel 1954 dalla Cassa di Risparmio di Terni, può riconoscersi nelle elargizioni della Fondazione, ente di diritto privato senza fini di lucro che, mediante le rendite del proprio patrimonio, distribuisce sovvenzioni per le necessità di carattere sociale di tutto il territorio di competenza nei settori della salute, dell’arte e della cultura, della ricerca, dell’istruzione, dell’assistenza e della beneficenza. L’opera ha potuto così ritrovare una sua collocazione, dopo tante vicissitudini e spostamenti, che la potesse far apprezzare da tutta la cittadinanza. Siamo certi che la Pietà possa ancora rappresentare il simbolo di una istituzione così viva dopo tanti Fondazione CARIT secoli e della quale la Fondazione ne è l’erede. Il Vice Presidente Ing. Giuseppe Belli

Un ladro, sorpreso sul fatto dai carabinieri dopo lunghi appostamenti, è finalmente arrestato. Una banale operazione di polizia? Macché! Risulta ben presto che il ladro è in realtà un padre di famiglia, bravo lavoratore, nonché il migliore amico dell’ignaro derubato, il quale non riesce a capire, così come non ci riescono carabinieri, amici, avvocati e colleghi di lavoro. Solo il Dottore, uno Sherlock Holmes della psiche, riuscirà, con tempo, pazienza e tanto acume, attraverso un’indagine appassionante, a ricollegare i fili, assurdi eppure ferreamente logici, che legano a questa vicenda un intero ambiente sociale, scoprendo infine la verità sotto le finzioni, le ipocrisie, i perbenismi di una non difficilmente riconoscibile cittadina di provincia. Prendendo lo spunto da un caso incredibile, eppure realmente accaduto, l’autore ci conduce gustosamente nei meandri mentali e spirituali dei suoi personaggi, lasciandoci il gusto di capire da soli quanto quegli stessi personaggi appartengano alla realtà e quanto alla sua immaginazione; e quali di loro, in definitiva, siano più riconoscibili e veri tra i primi e i secondi. Vincenzo Policreti, psicologo clinico e psicoterapeuta, si divide tra la psicologia e la carta stampata: collaboratore di vari giornali italiani ed esteri, lavora a Terni, dove è conosciuto, oltre che per l’opera professionale che svolge da decenni nel suo studio privato, anche per la rubrica di psicologia che tiene presso una televisione locale e la collaborazione al mensile La Pagina. Di formazione psicoanalitica freudiana, si dedica oggi prevalentemente alla psicoterapia breve, di tipo strategico. Laureato oltre che in psicologia anche in giurisprudenza e, in gioventù, avvocato, è stato, in tempi più recenti, docente di diritto, economia, sociologia e naturalmente psicologia negli Istituti secondari superiori. Vive in campagna ed è pertinacemente convinto che i prodotti che si coltiva da solo siano i migliori in assoluto. La grande esperienza del mondo acquisita in settant’anni di vita e quasi cinquanta di professione, a contatto con le più variegate tipologie umane, ne fa un osservatore attento, smaliziato e acuto, ma anche indulgente, della realtà che lo circonda. Il ladro e la verità è la sua prima opera di narrativa.

A G E N ZIA T E R N I e RIETI Simone Grilli Via della Vittoria 30/a 05100 TERNI

TEL 3283887187 FAX 0744421947 simonegrilli@virgilio.it

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D a l l a di

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V

Ferdinando Maria Bilotti

Analisi Perdersi nei particolari per evitare di scorgere il quadro d’assieme. Buon senso Qualità collegata, ma distinta dall’intelligenza e consistente nella capacità di servirsene. Cataclisma Manifestazione calamitosa delle forze della natura cui gli antichi erano obbligati ad assistere impotenti e che i moderni, in virtù del progresso della tecnica da essi realizzato, sono invece in grado di provocare. Defunto Persona di cui nessuno vuol più dir male, non essendovi la possibilità che stia ancora ad ascoltarci. Emergenza Un avvenimento ch’era prevedibile e prevenibile, ma non suscettibile di suscitare l’interesse di chi aveva la responsabilità di farvi fronte per tempo. Figlio L’illusione d’immortalità più a buon mercato. Giornalismo Non ha nulla a che vedere con l’informazione. Infanzia L’età nella quale abbiamo creduto d’essere felici. Logica Una violenza dell’uomo alla natura delle cose. Meritocrazia Intollerabile discriminazione verso gli incapaci. Nostalgia Tentativo messo in atto da chi ha perso ogni speranza nel futuro di farsi durare il più a lungo possibile il proprio passato.

Oggi Peggio di ieri, meglio di domani. Presente Quell’istante che attendevamo con ansia finché era futuro e che rimpiangeremo quando sarà divenuto passato, ma di cui al momento non possiamo occuparci perché abbiamo altro da fare. Realtà Un solido geometrico dalle molte facce. Da qualunque prospettiva la guardiamo, ce n’è sempre qualcuna che ci sfugge. St o r i a Un libro alla cui redazione contribuiscono in eguale misura vincitori e vinti, gli interessi degli uni fornendogli la trama ed il sangue degli altri l’inchiostro. To l l e r a n z a z e r o Pugno duro contro la criminalità che in Italia è riservato a motociclisti senza casco, frequentatori di prostitute ed altri simili pericolosi malfattori. Universo Una macchina inanimata che non si cura degli esseri che stritola fra i suoi ingranaggi. Vi t a Un film del quale tutti gli attori si credono anche registi, e del quale si sforzano invano di capire chi sia lo sceneggiatore, nella mai riposta speranza di poterci finalmente litigare. Beninteso, si tratta d’un film d’essai: la sua durata è eccessiva, la trama incomprensibile, per lunghi tratti è noioso e non ha lieto fine. Difatti si conclude, invariabilmente e inevitabilmente, con la morte del protagonista.

R igorosamente alfabetizzati

(sciocchi!, non in quel senso neanche NOI potremmo tanto), ma disposti in preciso ordine alfabetico, NOI, ANTIMAGO RASPUS, elenchiamo gran parte dei portavoce di Prodi: Bonaiuti Paolo, Bondi Sandro, Cicchitto Fabrizio, Gasparri Maurizio, La Russa Ignazio, Tremonti Giulio, Schifani Renato Giuseppe. Ma quanti ne ha il premier di portavoce?, vi state chiedendo. Molti di più, ma non ho così tanto spazio sul giornale. Qualche licenza-premio sarebbe d’uopo, tanto più che tutti dicono, invariabilmente, la stessa cosa. In realtà, miei diletti, quelli che vedete davanti ai teleschermi non sono le persone in persona… che, invece, se ne stanno beneplacide per affari loro, al mare, a casa, in montagna. I giornalisti, citrulli e babbei, non si accorgono di intervistare semplicemente delle copie robotiche dei portavoce. Come fanno a non avvedersene visto che ripetono ossessivamente la stessa cantilena, è un mistero... per voi, non per NOI. Le variazioni sono programmate solo nel tono della voce e nell’espressione facciale al fine di entrare in sintonia con le varie tipologie dei cittadini. Il concetto che esprimono fino alla nausea, iniziato un secondo dopo l’insediamento di Prodi, si può ben racchiudere nelle dichiarazioni del raffinato, rassicurante Bonaiuti, moderno Pangloss: Il governo Prodi è scaduto! Per lui la fascia di utenti “vedi che tutto va bene, figliolo mio?”, sperimentatissima già da Furio-Verdone.

Ma... pronunciare questa frase è lecito solo per un santone o per un distillato puro di Costituzione. Stento perfino io, che ho poteri enormi, non solo divinatori, a scavalcare per uzzolo personale quello che spetta alla Costituzione, al Capo dello Stato, al Parla-

Antimago

RASPUS mento. Ma Paolino dixit, aggiungendo, con l’aria più paterna del mondo: Se qualcuno pensasse di prolungare tale tempo commetterebbe un errore gravissimo! E giù a radunar firme, a cataste. Milioni di bravi cittadini viandanti, autoelettisi uomini della Costituzione (una bella costituzione è pur sempre una bella costituzione...), hanno decretato, con una semplice firma, la fine di un governo. Qual potenza! Più dirompenti di Dini, Mastella, Di Pietro e della sinistra radicale! A Sandro Bondi, modi gentili ed affettati, è riservata la fascia di utenti un poco astiosi, leggermente rancorosi. Cicchitto (Word si ostina a correggere Cicchetto), l’apodittico sibilante, bocca larga e stretta, occhio immobile, è riservato ai socialisti di destra. Ti aspetti da un momento all’altro il guizzo di una lingua da Visitors. A Gasparri hanno riservato i giovani alla Plasmon, dalle guanciotte piene con buchetto. Si capiscono benissimo. La Russa Ignazio in Loyola è stato coniato per la fascia luciferini, interisti e gesuiti. Tremonti per gli utenti molto astiosi, decisi, ma con r e mosciumi di sorta. C’è poi il contrito, il penitente: Schifani Renato Giuseppe. Le sue non sono parole agli uccellini, sono certezze ferme, assolute… però sono le stesse, identiche, degli altri. Tutti sappiamo che, da che mondo è mondo, governa la maggioranza e all’opposizione c’è la minoranza. Non sono mai stati idilliaci i loro rapporti, anzi! Ma ogni minoranza ha sempre tenuto ben presente di stare in Parlamento come formazione politica che, appunto, produce

politica. Dire sempre e solo piove, governo ladro, può andar bene per un piazzista, e nemmeno tanto bravo. E tutti i chiacchieratori della maggioranza... ma cosa hanno irrefrenabilmente da dire? Consiglio dei Ministri. Si decide. Poi silenzio, si lavora! E infatti inizia, subito subito, il caravanserraglio in cui ognuno dice... non ci sto! Lo dicono agli italiani, assicurano. Non è vero... agli italiani non gliene può importare di meno; gli italiani vogliono solo una maggioranza che sappia far sana politica, un’opposizione che collabori apportando miglioramenti, un governo che governi per tutto il suo mandato senza che alcune sue componenti vadano cianciando qua e là. Costoro hanno dimenticato di essere gli amministratori di tutti gli italiani e si rivolgono solo al proprio gruppetto. Altro che Babele!

A proposito, alcuni affermano che il portavoce ufficiale di Prodi sia Silvio Sircana. Rivelazione: Sircana odia i microfoni perché... è muto dalla nascita! ANTIMAGO RASPUS COPPA TETA

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La pagina dicembre 2007  
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