Il caso
Cronaca
Roma, a un anno dal crollo alla Balduina la strada non è stata ancora ripristinata di Federica Pozzi
Rider senza tutele e alla ricerca di diritti I sindacati denunciano lo sfruttamento
A PAGINA 6
di Patrizio Ruviglioni
A PAGINA 7
PERIODICO NUMERO 5 29/03/2019
In aumento episodi di xenofobia e odio verso gli stranieri Calo di richiedenti asilo, Lumsanews ascolta i protagonisti
Italia, allarme razzismo I rifugiati: “Così è cambiato il Paese”
Politica
Salvini, il politico più social di tutti Il successo del vicepremier parte da Facebook e da Internet
di MARIACRISTINA PONTI
Esteri
ALLE PAGINE 4 e 5
La grande fuga delle aziende l’effetto Brexit sul Regno Unito e i rischi per l’Europa
di GIORGIO SARACINO
“Non ho mai visto un’Italia così razzista. Ora purtroppo è diventato una cosa normale. Soprattutto in questi ultimi mesi, da quando è arrivato il nuovo governo: i politici trasmettono odio e razzismo ai cittadini”, dice Dawood Youssefi, siriano di 34 anni, in Italia da 17. “Eccome se è aumentato il razzismo. E la responsabilità è della politica: eppure la Lega – il partito che ora più fomenta questo odio verso gli immigrati – aveva governato anche prima. Quando sono arrivato c’era il centrodestra a Palazzo Chigi”, ribadisce Franck Tayodjo, giornalista camerunense con lo status di rifugiato dal 2005: “La politica istiga le persone contro gli immigrati, mettendogli in testa che siano male intenzio-
nati, che sono loro che stuprano e rubano il lavoro”.Dawood è uno dei 167.335 rifugiati in Italia, cifra raddoppiata nel 2017 rispetto al 2013 secondo l’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite. Un numero che in Italia corrisponde a 2,8 persone ogni 1000: “Io sono andato via dal mio Paese quando avevo 16 anni, perché ero stato minacciato, dopo la morte di alcuni miei compagni di scuola. Ho deciso di partire per non uccidere e non essere ucciso”. Dawood ora vive Roma e lavora in una scuola elementare della Capitale con alunni disabili.
ALLE PAGINE 2 e 3
di FLAVIO RUSSO
A PAGINA 8
il caso
PAGINA 2 SOCCORSI IN MARE Alcuni migranti vengono salvati nell’ambito dell’operazione Sophia Sotto, i loghii dell’iniziativa cui partecipa l’Università LUMSA
“N
di GIORGIO
SARACINO
on ho mai visto un’Italia così razzista. Ora purtroppo è diventato una cosa normale. Soprattutto in questi ultimi mesi, da quando è arrivato il nuovo governo: i politici trasmettono odio e razzismo ai cittadini”, dice Dawood Yousefi, siriano di 34 anni, in Italia da 17. “Eccome se è aumentato il razzismo. E la responsabilità è della politica: eppure la Lega – il partito che ora più fomenta questo odio verso gli immigrati – aveva governato anche prima. Quando sono arrivato c’era il centrodestra a Palazzo Chigi”, ribadisce Franck Tayodjo, giornalista camerunense con lo status di rifugiato dal 2005: “La politica istiga le persone contro gli immigrati, mettendogli in testa che siano male intenzionati, che sono loro che stuprano e rubano il lavoro”. Dawood è uno dei 167.335 rifugiati in Italia, cifra raddoppiata nel 2017 rispetto al 2013 secondo l’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite. Un numero che in Italia corrisponde a 2,8 persone ogni 1000: “Io sono andato via dal mio Paese quando avevo 16 anni, perché ero stato minacciato, dopo la morte di alcuni miei compagni di scuola. Ho deciso di partire per non uccidere e non essere ucciso”. Dawood ora vive Roma e lavora in una scuola elementare della Capitale con alunni disabili. La maggior parte dei rifugiati proviene infatti da nazioni in guerra: un richiedente asilo su tre arriva da Iraq, Afghanistan e Siria. E siriana è Essa Nour, una biologa di 31 anni: “Siamo rifugiati politici dal 2016. La guerra nel mio paese è iniziata nel 2011 ma noi abbiamo resistito perché avevamo un lavoro, una casa, una vita. Poi mio marito è stato chiamato per il servizio militare, e allora abbiamo deciso di partire. Grazie a un trafficante siamo arrivati in Turchia, per andare poi in Grecia”. Un anno lì, poi la svolta grazie a Papa Francesco: durante la sua visita all’Isola di Lesbo, il Pontefice sceglie tre famiglie di migranti da portare con sé in Italia. C’è anche quella di Essa Nour, che ar-
MIGRANTI
Secondo Frontex gli arrivi irregolari sono i più bassi degli ultimi nove anni
Italia tra odio e intolleranza Crescono la xenofobia e gli episodi di violenza In sette anni sono stati registrati più di mille casi Un terzo su internet: “Vivere così diventa frustrante”
riva a Roma. Molti migranti - come Franck - sbarcano invece dall’Africa, da Paesi come Nigeria, Libia e Camerun. “Non ho deciso di venire in Italia, le circostanze mi hanno portato qui. Io ero un giornalista d’inchiesta e questo mi ha causato problemi, dopo che nel 2003 ho denunciato dei brogli elettorali. Il governo ha creato una polizia segreta. Io sono stato prelevato da casa, arrestato e trascinato in cella. Sono scappato dalla prigione e sono ar-
rivato in Nigeria, sono salito sulla stiva di un aereo e da lì a Fiumicino. Ora sono in Italia da 16 anni, è la mia seconda patria. Voglio bene all’Italia e agli italiani. Ma quando ti chiamano “sporco negro”, diventa frustrante vivere”. Dawood, Essa e Franck sono tre dei rifugiati che prendono parte al progetto Disco CoLab, Democratic and Inclusive School Culture in Operation. Finanziato dall’Unione Europea, ha lo scopo di abbattere gli ostacoli nel pro-
cesso di integrazione nei Paesi d’accoglienza. Vi partecipano alcune università europee: per l’Italia, la Lumsa. Sono 1.036 gli episodi di razzismo registrati dal 10 settembre 2010 al 31 dicembre 2017 dall’Oscad della Polizia di Stato, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori. Quasi un terzo, 272, si sono manifestati sul web. “Ma in grandissima parte le violenze subite non vengono neanche denunciate”, sostiene
LUMSAnews
“Non ho mai visto un’Italia così razzista”
PAGINA 3
Il rifugiato afgano Yousefi “Qui non è come mi immaginavo” Dawood Yousefi ha 34 anni, è afghano e vive in Italia come rifugiato da 17 anni. È scappato dal proprio Paese, lasciando la famiglia e gli amici. Ora lavora in una scuola elementare della Capitale, con alunni disabili. Si occupa di integrazione e volontariato.
Grazia Naletto, presidentessa di Lunaria, associazione che dal 1996 promuove attività di ricerca, campagne sul tema delle migrazioni e contro il razzismo. “Negli ultimi anni la violenza di una certa propaganda politica e le innovazioni delle nuove tecnologie hanno contribuito a creare un clima di ostilità. C’è una responsabilità della rete, ma anche dei media tradizionali”. Dello stesso avviso il portavoce italiano di Amnesty International Riccardo Noury: “Questa caccia al nemico, allo straniero, attraverso frasi offensive e fake news ha dominato la campagna elettorale. La questione degli sbarchi si è risolta originando scempi in Libia: abbiamo testimonianze di torture, stupri, riduzione in schiavitù”. E infatti gli arrivi dei migranti irregolari in Italia - secondo Frontex - non sono mai stati così pochi negli ultimi nove anni come quelli registrati nello scorso febbraio. Non solo: l’Eurostat rende noto che l’Italia è il Paese dell’Ue che ha registrato il calo maggiore di domande di asilo nel 2018, il 61% in meno rispetto al 2017. E gli sbarchi sono passati - secondo i dati pubblicati dal ministero dell’Interno - dai 119.369 del 2017, ai 23.370 del 2018 fino ai 384 nei primi due mesi e mezzo del 2019. Ma il fenomeno del razzismo è davvero in aumento in Italia? “Non sono le tendenze xenofobe a lievitare, ma si tratta piuttosto di un ‘liberi tutti’ - sostiene il sociologo Mario Pollo -. Ognuno di noi ha dentro di sé una parte oscura. Negli ultimi tempi alcune forze politiche hanno dato legittimità a queste pulsioni: è stato detto che era legittimo manifestarle e che non erano sentimenti di cui vergognarsi. Non sono le persone ad essere diventate xenofobe, razziste e intolleranti da un momento all’altro. È una ‘liberazione’ che prende a pretesto i dati sugli sbarchi: se il razzismo e gli arrivi dei migranti fossero due tendenze collegate, ora dovremmo assistere a una diminuzione dei fenomeni xenofobi. E così non è”.
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Noury
C’è una caccia al nemico sotto forma di straniero attraverso fake news L’emergenza migranti non esiste
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Pollo
La politica dà legittimità alle nostre pulsioni oscure Si tratta di un ‘liberi tutti’ Questo fenomeno prende a pretesto i dati degli sbarchi
Perché ha lasciato il suo Paese? «Sono andato via dall’Afghanistan quando avevo 16 anni e affrontato un viaggio lungo undici mesi. Ho attraversato Iran, Turchia e Grecia: poi sono sbarcato in Italia. A piedi, dentro un camion, sotto al camion, in gommone». Che succedeva in quegli anni in Afghanistan? «Avevo deciso di partire quando avevo 14 anni. Lavoravo, studiavo e davo una mano alla Croce Rossa Internazionale: quando c’erano attacchi e attentati andavamo a soccorrere le vittime. Dopo che sono stato minacciato e hanno ucciso alcuni amici, ho deciso di andarmene via per non uccidere e non essere ucciso. Perciò ho abbandonato tutto e sono partito con altri miei quattro compagni di scuola». E come ha fatto? «Dalla mia città a Kabul; da Kabul in Iran, a piedi. Poi dall’Iran siamo entrati in Turchia, ma siamo rimasti bloccati due mesi sulle montagne perché c’erano i soldati che sparavano. Lì si vedevano scheletri di persone e animali morti da tantissimo tempo. Quindi siamo arrivati a Van, in Turchia, e da lì ci siamo nascosti dentro un camion. Dopo altri due giorni a Istanbul, dove abbiamo comprato un gommone per raggiungere Smirne. Il viaggio verso l’isola di Lero doveva durare due ore, ma noi purtroppo ne abbiamo impiegate più di cinquanta, senza mangiare né bere, perché il mare era agitato. Eravamo in cinque, ma siamo rimasti in quattro, perché uno non ce l’ha fatta: è caduto ed è morto». Alla fine ce l’avete fatta? «Siamo stati salvati dalla guardia costiera greca, dopo che io ho lanciato un Sos: ci hanno accompagnati sull’isola di Lero. Lì ci hanno dato il foglio di via. Quindi sono andato ad Atene e ci ho vissuto cinque mesi. Poi ho raggiunto il porto di Patrasso: dopo un mese sono riuscito a nascondermi sotto la pancia di un camion, sull’asse, vicino alle ruote. L’autista non sapeva che ero lì: il camion, dopo aver superato i controlli, è entrato in una nave. Sono sbarcato dopo 35 ore al porto di Bari. Arrivati in Italia, ho aspettato per un’ora che il camion si allontanasse perché non volevo rischiare di essere rimpatriato nuovamente in Grecia. Mentre era sull’autostrada ho iniziato a battere forte con una pietra che avevo preso al porto di Patrasso in Grecia, per far sentire all’autista che ero lì sotto. Si è fermato e sono uscito fuori. Quindi ho cercato la stazione e un treno per arrivare a Roma». Poi? «I primi tre mesi ho vissuto per strada perché ero stanco e non riuscivo a decidere se rimanere qui o andare in altri paesi. Ho compiuto 18 anni per strada e subito ho presentato la mia domanda di asilo all’ufficio di migrazione della Questura di Roma: mi hanno mandato a Foggia, a Borgo Mezzanone. Lì sono riuscito a ottenere il permesso in un mese e sono ritornato di nuovo a Roma». Come le è sembrata l’Italia? «Finché uno è fuori pensa e immagina che è un altro mondo. Ma quando uno arriva, si rende contro che non era così. Totalmente diverso». Si aspettava di meglio? «Mi aspettavo non una vita perfetta, ma una minima accoglienza, come ad esempio l’inserimento nelle strutture. È stato difficile, ma alla fine ce l’ho fatta a compiere il percorso di integrazione. Per fortuna, essendo falegname, i primi tempi sono riuscito subito a trovare un lavoro». Gli italiani sono razzisti?
DAWOOD YOUSEFI Ha lasciato l’Afghanistan da minorenne. Da 17 anni ha lo status di rifugiato politico.
«Non ho mai visto un’Italia così razzista come negli ultimi sette mesi. Ora purtroppo è diventato una cosa normale». Negli anni è peggiorata la situazione? «Sì. Soprattutto in questi ultimi mesi, da quando è arrivato il nuovo governo: i politici trasmettono odio e razzismo ai cittadini. Anche i mass media hanno una grande responsabilità. Accogliere le persone è un dovere fondamentale dell’Italia, dell’Europa e del mondo». Lei è stato vittima di episodi di razzismo? «Fisicamente no, ma verbalmente sì». Tornerà in Afghanistan? «Sì, ma non per viverci. Per riabbracciare la mia famiglia che non vedo da 17 anni». g.s.
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro
Redazione Tommaso Franchi, Mariacristina Ponti, Federica Pozzi, Flavio Russo, Patrizio Ruviglioni, Giorgio Saracino Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003
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Chiarezza espositiva, pochi argomenti e “La Bestia”: i segreti del successo social del ministro dell’Interno
M
di MARIACRISTINA PONTI
atteo Salvini è, a oggi, il politico più seguito sui social network in Italia ed è secondo solo al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron in Europa. Il suo bacino di utenti supera su Facebook i tre milioni e mezzo di seguaci, in cui non ha rivali neanche a livello europeo, su Twitter arriva a un milione e su Instagram è a un milione e trecentomila. Nel Grafico 1 abbiamo raccolto tutti i numeri social dei concorrenti politici italiani del leader della Lega. Il pentastellato Luigi Di Maio, l’altro vicepremier, ha quasi la metà dei follower dell’alleatorivale con cui governa l’Italia. A fare meglio di Salvini in Italia soltanto l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che però primeggia solo su Twitter. Che non è esattamente il terreno e il bacino di utenza su cui il leghista punta di più, considerato che la piattaforma di microblogging accoglie molti giornalisti e intellettuali che non sempre rientrano nelle grazie del vicepremier. Nel Grafico 2, si può invece notare come, anche a livello europeo, Matteo Salvini non abbia rivali su Facebook e Instagram. Solo Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese, Marine Le Pen, la presidente del Front National, e Jeremy Corbyn, leader laburista, battono il nostro Salvini su Twitter. Ma cosa contraddistingue la comunicazione politica online di Matteo Salvini da quella di un altro politico? Secondo Mauro Munafò, giornalista de L’Espresso che segue i social salviniani dagli albori nel 2014, i segreti sono tre: chiarezza espositiva, pochi argomenti ma ben collocati e cavalcare l’onda di quelli che sono i sentimenti di chi lo segue. “Parla direttamente con le persone ed evita, come la peste, di andare fuori dagli argomenti che lui vuole siano al centro dell’agenda, che spesso è lui stesso che detta, specie attraverso i temi dell’immigrazione, il contrasto all’Unione europea, la sicurezza”. Anche per Stefano Bartezzaghi, scrittore e semiologo, il successo del leghista è nella semplicità: “Salvini è abilissimo a dare un tocco di “naturalità”, di ovvietà e buon senso ad affermazioni in sé spaventose: che più armi significa più sicurezza, o che le norme già esistenti sulla legittima difesa proteggono i malviventi e impediscono ai cittadini di difendersi – ad esempio”, spiega a LumsaNews. Ad aiutare in maniera decisiva il vicepremier leghista c’è anche il lavoro costante di chi lavora per e con lui. C’è una macchina da guerra creata ad hoc, la “SalviniLab”, c’è Luca Morisi, lo spin doctor dei suoi profili, che trasforma in oro tutto ciò che tocca e con lui tutto il suo staff composto da giovani ragazzi che i social li conoscono meglio di chiunque altro. “Morisi ascrive a Salvini il merito di questa abilità comunicativa. Io penso ci sia un mix: c’è la componente personale, spontanea, che fa parte del suo talento politico, però c’è anche un elemento più strategico e professionale, che non è orchestrato da chissà quale software”, precisa Lorenzo Pregliasco, che a febbraio ha pubblicato il suo libro “Fenomeno Salvini”. Grazie a Fanpage Karma, uno strumento che analizza i profili aziendali, possiamo anche capire quanto utilizza i vari social media Matteo Salvini. Nel periodo preso in considerazione, che va dal 24 febbraio 2019 al 22 marzo, il ministro dell’Interno ha postato su Facebook mediamente 14 post al giorno, per un totale di 374: 171 sono video, 116 foto, 84 sono link per articoli di giornale e solo tre gli stati.
Salvini il politico influencer politica
Il vicepremier da sei milioni di follower Meglio di lui in Europa solo Macron C’è spazio quindi per l’immigrazione e la sicurezza, con la vicenda del senegalese Ousseynou Sy che il 20 marzo scorso ha dirottato un bus con 50 bambini a bordo, ci sono gli attacchi ai suoi avversari politici e a chi lo contesta, come Roberto Saviano. E c’è la propaganda elettorale, con foto, video e dirette dedicate all’ultimo voto in Basilicata. Su Instagram, il numero di contenuti condivisi cala di qualche unità: i post sono in media 10 al giorno. Il picco massimo raggiunto nell’ultimo mese è di 121.377 like, la foto che ne ha meno arriva invece a 11084. Sul social dedicato agli scatti le interazioni sono più elevate rispetto alle altre piattaforme e non a caso Salvini è tra chi più ci ha investito: “Molti giovani si sono spostati là e anche i politici cercano di fare altrettanto: il leader della Lega, da questo punto di vista, si muove razionalmente rispetto a una trasformazione del mercato comunicativo. Sarebbe sciocco non farlo, francamente”, ci ha detto
“Parla direttamente
Sara Bentivegna, esperta di comunicazione politica e docente de “La Sapienza”. Matteo Salvini senza i social probabilmente non tornerebbe alle percentuali con le quali ha preso in mano la Lega (vedi il 4% delle politiche del 2013), ma probabilmente non arriverebbe neanche a oltre il 30% degli ultimi sondaggi. “Quando trovo questa accoglienza mi dico che qualcosa di buono per gli italiani ho fatto. GRAZIE! Avremo pure tutti contro, sempre di più, ma se ho il vostro affetto io vado avanti come un treno! <3 INSIEME si può TUTTO! Vi voglio bene!”, scriveva su Facebook il 17 marzo. In questa frase è racchiuso tutto il Salvini social: vicino alla gente, sicuro di sé e contro chi non la pensa come lui. Non sappiamo ancora come andranno le Europee del prossimo 26 maggio, ma il ministro dell’Interno ce la mette tutta per arrivare ai cuori del suo elettorato e non solo.
Salvini si scatta i selfie con i suoi sostenitori
con le persone ed evita, come la peste, di andare fuori dagli argomenti che lui vuole siano al centro dell’agenda, che spesso è lui a dettare”
Mauro Munafò Giornalista de L’Espresso
“Molti giovani si sono spostati là e anche i politici cercano di fare altrettanto: il leader della Lega si muove razionalmente rispetto a una trasformazione del mercato comunicativo”. Sara Bentivegna Esperta di comunicazione
Il selfie di Matteo Salvini, 46 anni, con la birra Ichnusa. La foto è stata pubblicata sui suoi social duranta la c
campagna elettorale per le Regionali in Sardegna
LUMSAnews
LE INTERVISTE
Stefano Bartezzaghi Semiologo, scrittore e famoso enigmista
“Dà un tocco di ovvietà a frasi spaventose”
PAGINA 5
Lorenzo Pregliasco
Direttore YouTrend e autore del libro “Fenomeno Salvini”
“Il suo successo è dovuto anche a insicurezza e preoccupazioni”
Stefano Bartezzaghi, 57 anni Qual è il filo conduttore che lega le quattro parole che compongono il titolo del suo libro? «La “Banalità” si riferisce al nostro spauracchio: vogliamo distinguerci dagli altri, essere originali. Nel sottotitolo abbiamo tre elementi che sono disposti in ordine alfabetico, ma anche cronologico e logico. I luoghi comuni ci sono da sempre, sono la rappresentazione della banalità: una volta erano i proverbi, ora hanno altre forme di espressione - gli hashtag, per esempio. La semiotica è venuta con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa, che hanno imposto un loro “folklore” (per dirla con McLuhan) o una loro mitologia (per dirla con il primo Roland Barthes), fatta di luoghi comuni. Infine i social network: il nuovo ambiente in cui i luoghi comuni si formano, si cristallizzano e si diffondono. Così la semiotica si trova come filtro intermedio, che analizza i luoghi comuni nell’ambito dei social network». Lei è stato un allievo dello scrittore Umberto Eco, che aveva diviso le persone in apocalittici e integrati. Per quanto riguarda Internet e il nuovo web 2.0, lei da che parte si pone? «Per Eco gli “apocalittici” sono coloro che a ogni novità in campo mediale reagiscono dicendo che è il penultimo passo prima dell’abisso; gli “integrati” sono gli entusiasti che invece salutano la medesima novità dicendo che si tratta finalmente della forma di comunicazione democratica, orizzontale, la panacea che risolve i mali del mondo. Con i social network si sono ripresentate queste figure, e io mi sforzo di non avere troppi entusiasmi, né troppi sconforti. Sul web i comportamenti peggiori sono i più evidenti; nel mio testo ho cercato di non parlare solo di quelli e infine ho deciso di dedicare il libro alla memoria di un intellettuale, e caro amico, che sui social network ha tenuto un diario esemplarmente “umano” della sua malattia: Severino Cesari». Matteo Salvini è il politico italiano più seguito del momento. Di fatto però, cosa dice nei suoi post? «Salvini ha adottato moduli di comunicazione molto efficaci, facilitato anche da un fatto ben noto: i luoghi comuni sono di destra. Una dimostrazione: il politicamente corretto, che sarebbero i luoghi comuni di sinistra, in Italia praticamente non esiste, eppure tutti ne parlano come se fosse una norma oppressiva. Ciò è possibile perché si tratta di un luogo comune di destra, e si impone anche se rovescia la realtà. Salvini è abilissimo a dare un tocco di “naturalità”, di ovvietà e buon senso ad affermazioni in sé spaventose: che più armi significa più sicurezza, o che le norme già esistenti sulla legittima difesa proteggono i malviventi e impediscono ai cittadini di difendersi». Secondo lei, sono più importanti i messaggi che il ministro pubblica quotidianamente o le risposte che riceve dai suoi “fan”? Il contenuto delle risposte è quasi irrilevante, se non per segnalare la maggior rilevanza di uno o l’altro tema. La disinvoltura che Salvini mostra nell’intervenire sui social non è una finzione: è il vero modo di essere, e quello che dice è che avere posizioni oggettivamente razziste (pur scansando la denominazione) non solo è possibile, è banale». Il M5S sono nati sul web ma rispetto a Salvini si stanno spegnendo. Ragioni politiche o comunicative? «Penso che il Movimento stia attraversando una crisi tipica del passaggio dall’opposizione al governo: la mancanza di una prospettiva politica solida e le ambiguità del rapporto fra leader e base danneggiano l’immagine e la reputazione del Movimento». m.p.
Il titolo del suo libro è già piuttosto emblematico. Perché avete scelto di parlare di Matteo Salvini? «L’idea nasce dalla centralità che ha assunto nel dibattito politico nell’ultimo anno e dall’evoluzione della sua leadership negli anni precedenti. È un tema su cui ci si interroga nell’ambito della comunicazione politica e dell’analisi dell’uso dei social». A cosa è dovuto il successo del ministro dell’Interno e quello del suo partito? «È dovuto a una serie di fattori di contesto, come il fatto che nell’opinione pubblica sia cresciuto un sentimento di insicurezza e preoccupazione per l’immigrazione. Questo è un fenomeno anche europeo. In merito abbiamo intervistato il politologo inglese Matthew Goodwin, tra i maggiori esperti di populismo europeo. C’è poi la costanza nell’uso dei messaggi. Li ha sempre saputi identificare: pochi temi forti, espressi in modo chiaro, ripetuti ovunque». In che modo ha inciso la sua presenza costante sui social nella sua affermazione popolare? «La presenza sui social ha inciso. È un’arena importante, su cui stanno tante persone, e lui ne è consapevole. Non a caso propone una serie di attività, azioni e strategie: fa un grande uso dei video, delle cosiddette “call to action”, ovvero le chiamate all’azione dei suoi sostenitori e della sua comunità, e vi è una costante riproposizione di ciò che fa sul territorio o in televisione. Quindi la convergenza tra i diversi canali. La sua cifra stilistica sui social, che molto spesso ha fatto discutere, ha costituito una delle modalità più efficaci, perché in fondo a generare consenso è la chiarezza del suo messaggio». Qual è, secondo lei, la piattaforma social con cui Salvini riesce a ottenere più consensi? «I numeri sono in crescita su Instagram, infatti è il politico che ci sta puntando di più, però nel complesso raggiunge molte più persone su Facebook. Lui poi usa i social in modo diversificato. Su Twitter, ad esempio, gioca un po’ da troll, raccontandosi, così da generare reazioni contrarie e alimentare dibattiti, perché sa che c’è un bacino di utenti che gli è più ostile, che di riflesso lo porta poi sui media tradizionali». Di chi è il merito della strategia comunicativa salviniana? Morisi ascrive a Salvini il merito di questa abilità comunicativa. Io penso ci sia un mix: c’è la componente personale, spontanea, che fa parte del suo talento politico, però c’è anche un elemento più strategico e professionale, che non è orchestrato da chissà quale software. Credo che molto del successo si debba allo staff, che è molto presente, costante e fa la differenza con gli altri leader». Come vengono identificati gli argomenti da trattare sui social salviniani? «Morisi stesso ci racconta che il suo staff ha registrato un grande engagement sui social in occasione di una presenza televisiva di Salvini in cui parlava di legittima difesa e questo li ha orientati a riproporre quel tema nei giorni successivi. C’è sicuramente un monitoraggio ma non è “automatico”: leggono i commenti e i dati. È così che individuano i temi da trattare. Chi fa politica sa qual è l’orientamento dell’opinione pubblica su certi temi, che è importante mantenere in agenda, a prescindere dai social e dalla “Bestia”, come viene ribattezzata la cosiddetta “SalviniLab”». Salvini ha letto il vostro libro? Cosa ne pensa? «Non lo so (ride, ndr), francamente andrebbe chiesto a lui. Magari smentirebbe alcune cose e darebbe una visione diversa di altre. Indagherò in merito». m.p.
PAGINA 6
l’inchiesta
Balduina, il quartiere che sprofonda
Un’immagine del crollo di via Livio Andronico, nel quartiere Balduina di Roma, avvenuto il 14 febbraio 2018 [Fonte:Ansa]
A più di un anno dalla frana, una strada ancora chiusa. I residenti chiedono risposte
R
di FEDERICA POZZI
oma come una groviera. Voragini, buche stradali, frane, rendono la vita dei romani un percorso a ostacoli.Come il crollo della Balduina. Era il 14 febbraio 2018 quando, a via Livio Andronico, un pezzo di strada ha ceduto, portando con sé sei macchine parcheggiate. Le cause sono tuttora incerte, il processo che le individuerà è in corso. Da un punto di vista scientifico, la frana potrebbe essere stata causata da uno scalzamento al piede della scarpata per via di uno scavo o da un incremento dell’acqua all’interno del pendio. In quel periodo, infatti, a Roma ha piovuto molto e il terreno ha perso portanza e è venuto gradualmente giù.
GLI ILLECITI “Al momento non vedo che Roma Capitale si è attivata, questo è il punto”, dice Giancarlo de Caprariis, avvocato del Comitato crollo Balduina, nato per controllare e sollecitare il lavoro della pubblica amministrazione. Il Comitato lamenta la lentezza del XIV Municipio accusato di immobilismo. Il 18 aprile 2018 è stata dissequestrata parte di via Livio Andronico per consentire ai veicoli che erano rimasti bloccati di uscire. Non si è sbloccato, però, il transennamento da parte di Roma Capitale, argomento di maggior scontro tra Comitato e istituzioni. Il Municipio ha voluto coinvolgere la commissione stabili pericolanti per accertare la sicurezza della zona, senonché non c’era una figura che potesse fare questo tipo di dichiarazione e la relazione tecnica. Il tecnico esterno che alla fine è stato scelto altri non è che l’attuale direttore dei lavori del cantiere di via Lattanzio, Eugenio Daniele Gabriere, lo stesso che ha certificato sempre tra febbraio e marzo la sicurezza statica dei fabbricati che erano stati sfollati. A oggi l’indagine della Procura non si è conclusa e, mentre l’area di cantiere è stata completamente dissequestrata, il permesso di costruire è sotto sequestro quindi non si può ancora averne copia. Uno dei tanti episodi che dimostrano che nel cantiere non c’è il rispetto delle regole è la mancanza di presidi di sicurezza o, ancor di più la presenza di fuochi al suo interno.Episodio denunciato dal Comitato e dai Vigili del fuoco, i quali hanno confermato l’irregolarità della pratica. “Personalmente – racconta l’avvocato de Caprariis – già da ottobre 2017 avevo iniziato a fare esposti e segnalazioni sia per come venivano fatti i lavori di demolizione, sia per i camion pesanti che passavano. La strada aveva già mostrato segni di danneggiamento, c’erano spaccature accentuate sul manto. Poi l’8 febbraio 2018 si ruppe per la seconda
L’avvocato del Comitato “Al momento non vedo che Roma Capitale si è attivata, questo è il punto”
Il portavoce del M5S al XIV Municipio “Abbiamo chiesto subito ad Acea di rifare la fogna” “I geologi del Simu, dopo un consiglio straordinario, rassicurano tutti: Balduina non sta sprofondando” volta una condotta di Acea e andò giù un pezzo di marciapiede. Lì feci un’altra segnalazione, poi una settimana dopo c’è stato il crollo”. Alla denuncia in procura, riguardante gli avvenimenti precedenti al crollo, il pubblico ministero ha risposto lo scorso 22 febbraio con una notifica di richiesta di archiviazione.
IL COMUNE: UNA STORIA PARALLELA Il racconto del XIV Municipio è caratterizzato dalla stessa sequenza di avvenimenti nel tempo rispetto a quello dell’avvocato del Comitato crollo Balduina. Se per quest’ultimo, però, alcuni aspetti determinanti rappresentano un ulteriore segnale di degrado, per il Comune possono essere visti come segnali positivi di miglioramenti in atto. Il portavoce del Movimento 5 Stelle al XIV Municipio, Alessandro Volpi, ci tiene a sottolineare che “a Balduina abbiamo fatto un consiglio straordinario sul posto, al quale hanno partecipato anche i geologi del Simu che hanno rassicurato tutti. Balduina non sta sprofondando. Il
DAL CROLLO AL RIPRISTINO DELLA STRADA
• 14 FEBBRAIO 2018: Crolla parte di via Livio Andronico • 8 MARZO 2018: Nasce il Comitato crollo Balduina • 18 APRILE 2018: Dissequestro di parte della via • 4 OTTOBRE 2018: Arretratro il confine dell’area sequestrata • 25 OTTOBRE 2018: Sopralluogo della Commissione stabili pericolanti
• 7 NOVEMBRE 2018: Riapertura parziale di via Livio Andronico • 11 FEBBRAIO 2019: Inizio lavori Acea
• 12 APRILE 2019: Data presunta fine lavori
problema è che essendo uno dei quartieri più antichi è anche quello con le condotte fognarie più vecchie”. Alla domanda sul perché l’Acea non faccia i dovuti controlli per accertare lo stato delle condotte, Volpi risponde che “Acea è per il 51% del Comune di Roma ma è anche una Società per azioni e ha deciso di spendere meno per la manutenzione in favore di un maggior guadagno dei soci”.Il 4 ottobre l’autorità giudiziaria ha dato l’autorizzazione per arretrare il confine dell’area posta sotto sequestro fino all’area di cantiere. Però c’era anche il vincolo dei vigili del fuoco per il quale ancora non si poteva intervenire per questioni di sicurezza. “Per poter eliminare questi vincoli, abbiamo richiesto l’intervento della Commissione stabili pericolanti perché nel frattempo la società Lattanzio (società che fa i lavori nel cantiere) aveva ricostruito la palificata che serviva a sostenere la strada e bisognava verificare che questa struttura potesse reggere il peso di tutte le lavorazioni che andavano fatte”, spiega Volpi. “Abbiamo chiesto su-
Il COMITATO
Il Comitato crollo Balduina nasce con lo scopo di sollecitareitare e controllare sia l’operato delle pubbliche amministrazioni durante il lavoro di ripristino della strada, sia i lavori della ditta EcoLattanzio per la realizzazione delle tre palazzine nel cantiere adiacente alla frana.
IL QUARTIERE
La Balduina è uno dei quartieri più antichi di Roma ed è anche quello con le condotte fognarie più vecchie. In molti casi non sono state sostituite nel corso dei decenni quindi hanno molte perdite e provocano diversi cedimenti.
bito all’Acea di rifare la fogna del tratto crollato. Fortunatamente i tratti a valle e a monte non erano da rifare ma solo da rafforzare”. Acea aveva fissato l’inizio dei lavori a dicembre ma la magistratura ha disposto nuove perizie e questo ha fatto slittare l’inizio dei lavori all’11 febbraio. La data stabilita da Acea per la fine dei lavori e la riapertura completa della strada è il prossimo 12 aprile. Ai disagi legati alla difficoltà di accesso nell’area franata, si aggiungono quelli causati dalle limitazioni al trasporto pubblico. Un problema che riguarda soprattutto la linea dell’autobus 990 che non può ancora passare da via Livio Andronico, neanche dopo la parziale riapertura della strada, sia per i lavori previsti, sia perché l’Atac non aveva dato l’autorizzazione per il passaggio. In commissione mobilità si sono studiati diversi tragitti alternativi, tutti bocciati per l’inadeguatezza delle strade. “Abbiamo chiesto ad Atac delle navette – conclude il portavoce del M5S – ma ci hanno detto che non c’erano navette disponibili”.
LUMSAnews
Rider, la lotta per i diritti dentro la gig economy
PAGINA 7
Salari bassi, lavoro a cottimo e nessuna tutela i sindacati denunciano un “moderno sfruttamento”
C
di PATRIZIO RUVIGLIONI
orrono da un angolo all’altro delle città, con mezzi di loro proprietà, consegnando pizze, sushi e altri cibi da asporto per pochi euro. E senza tutele. Sono i rider: l'esempio più lampante della gig economy, l'economia dei lavoretti. I loro datori di lavoro sono le piattaforme online di food delivery, come Deliveroo, Just Eat o Glovo. Loro invece sono inquadrati come lavoratori "autonomi". Non hanno garanzie, sostengono ritmi forsennati e vanno ovunque li portino le ordinazioni dei clienti: con qualsiasi condizione meteo, a qualsiasi ora, a qualsiasi rischio. E, a volte, ci rimettono la vita. L'ultima vittima si chiamava Alberto Piscopo Pollini: aveva 19 anni, ed è morto in un incidente lo scorso dicembre, a Bari. Ad A, che lavora come rider a Roma, è andata meglio: ci ha rimesso solo il motorino. “Chiaramente ogni riparazione è stata a spese mie” racconta sottolineando come “noi rider non siamo solo giovani studenti in cerca di lavoretti, ma anche quarantenni che, senza un lavoro, sono costretti ad arrangiarsi in questo modo”. Queste storie si inseriscono in un panorama di disagi, per cui l’Unione Sindacale di Base e altre associazioni sindacali auto-organizzate (oltre a Cgil, Cisl e Uil) rivendicano soluzioni. “I rider sono il simbolo dello sfruttamento e dell’attuale economia” spiega Pietro Cusimano dell’Usb. Il principale problema è il tipo di inquadramento: i fattorini 2.0 risultano lavoratori “autonomi”. Ed è questa la condizione che lamentano: non hanno obbligo di presentarsi al lavoro o di rispettare orari, ma sono pagati a cottimo e non hanno un’assicurazione Inail, dei contributi Inps per un’eventuale indennità
Inquadrati come autonomi, i fattorini 2.0 chiedono le tutele che sono previste per i lavoratori subordinati
di disoccupazione e un monte ore garantito. Inoltre non hanno ferie, malattia e nemmeno una maggiorazione retributiva qualora effettuino consegne con la neve, sotto la pioggia e nei festivi. Altra criticità è il salario: chi lavora a tempo pieno, riceve in media di c’è chi lavora circa 12 ore al giorno”, spiega A.. “In pratica sono lavoratori a tempo pieno subordinati”, sostengono sempre dall’Unione Sindacale di Base. Quello che chiede tutta la categoria è un contratto collettivo che segni una subordinazione “di fatto”, quando agli occhi della legge il rider continua a essere considerato “autonomo”. Così, dall’inverno 2016, sono arrivati scioperi, proteste, boicottaggi. E promesse. A livello locale, qualche tentativo di tutela c’è stato. Pioniera, in questo senso, la Carta di Bologna, firmata lo scorso 31 maggio fra rider, sindacati e piattaforme online. “Ma è solo un accordo privato, non un contratto collettivo tra l’altro, sottoscritto solo da un’azienda locale”, precisa Nicola Quondamatteo della Riders Union Bologna, l’organizzazione sindacale auto-organizzata firmataria del documento e in prima linea nella lotta per i diritti dei fattorini 2.0. La Regione Lazio – lo scorso 20 marzo – ha approvato la prima legge in Italia per la tutela dei lavoratori digitali, rider compresi. Il testo prevede coperture su infortuni, norme di previdenza sociale, ma per il salario minimo si rimanda a un contratto collettivo nazionale. Ed è lì che “siamo ancora in stallo” assicura Cusimano evidenziando come “non si hanno progressi”. Sul piano nazionale, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio, all’inizio del suo mandato, aveva garantito impegno sulla questione. In estate c’erano state delle tavole rotonde fra sindacati, ministero e imprese, ma alla fine il dialogo si è arenato. Così, si è arrivati a
mettere mano al caso tramite un emendamento sul decretone. Lo scorso 18 marzo, però, al momento del via libera alla Camera la questione è rimasta fuori dal documento. “Estraneità della materia”, dice il testo d’analisi. E così si è tornati al punto di partenza. E se dal Ministero del lavoro, dopo lo stop del decretone, prevale silenzio, non è facile neanche desumere la posizione delle piattaforme online. Solo Deliveroo Italia si è pronunciata sulla questione, in occasione della pubblicazione, lo scorso 26 marzo, di un sondaggio che annuncia la soddisfazione del 64% dei suoi rider per la "flessibilità" del contratto. "I rider ci scelgono per questo - ha annunciato Matteo Sarzana, general manager dell'azienda, nel rapporto - ma anche perché offriamo tutele in caso di infortuni, danni a terzi e inattività temporanea in seguito a un sinistro". Coperture riconosciute, ma ancora non inserite in un contratto nazionale. Quale futuro, quindi, per i rider? “Proseguiranno gli scioperi: non ci arrendiamo”, assicurano dalla Riders Union di Bologna. Più pessimista l’Usb: “Continueremo a parlare con questo governo, ma vediamo poche prospettive: abbiamo speranza, ma poca fiducia e temiamo che dopo le Europee la situazione possa peggiorare”.
Rider durante un corteo di protesta il primo maggio 2018, a Torino
I numeri del caso
La Carta di Bologna
La legge del Lazio
Un dossier della Acli, pubblicato il 9 luglio 2018, tramite uno studio prodotto dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti ha rivelato i numeri della gig economy. Si stimano fra i 70 e i 100mila lavoratori impiegati nella consegna del cibo a domicilio. La metà di questi rider sono collaboratori occasionali che vengono pagati in ritenuta d'acconto. Il loro guadagno medio è di 839 euro, se viene fatto come lavoro principale, ma si scende a 343 euro per gli altri che ne fanno una occupazione integrativa.
Firmata il 31 maggio 2018 fra Comune di Bologna, sindacati e Meal srl, marchio di food delivery. La Carta nasce dalle sollecitazioni della Riders Union, e stabilisce che tutti i lavoratori debbano riceverei un compenso orario fisso equo e dignitoso, non inferiore ai minimi tabellari sanciti dai contratti collettivi di settore sottoscritti dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative per prestazioni equivalenti o equiparabili, comprese le indennità per il lavoro notturno e festivo.
Approvata lo scorso 20 marzo dalla Regione Lazio, è la prima legge per la tutela dei rider in Italia. Fra i provvedimenti: la tutela dei lavoratori digitali in caso di infortunio; la formazione in materia di sicurezza; la disposizione a carico delle piattaforme l’assicurazione per infortuni, danni a terzi e spese di manutenzione; norme sulla maternità e sulla previdenza sociale; il rifiuto del ccottimo e un’indennità di prenotazione nel caso in cui il mancato svolgimento dell’attività non dipenda dal lavoratore.
Effetto Brexit PAGINA 8
D
di FLAVIO RUSSO
urante lo scorso mese di febbraio il presidente di Nissan Europe, Gianluca de Ficchy, aveva annunciato che la casa automobilistica giapponese avrebbe interrotto la produzione del suo Suv X-Trail nello stabilimento di Sunderland in Gran Bretagna, la più grande fabbrica Nissan del vecchio continente. “Abbiamo scelto di prendere questa decisione per motivi legati agli affari: la continua incertezza nelle relazioni fra Regno Unito e Unione Europea non aiutano aziende come la nostra nella pianificazione del proprio futuro”, aveva commentato de Ficchy attraverso una nota stampa. Dieci giorni dopo Steven Armstrong, presidente di Ford per Europa e Medioriente, durante una conference call con la prima ministra inglese Theresa May, comunica che in caso di una hard Brexit, il gruppo americano sarebbe pronto a lasciare i propri punti di produzione nel Regno Unito. Passano pochi giorni e sull’esempio di Ford, anche Toyota e BMW annunciano che in caso di divorzio senza accordo, le loro linee produttive potrebbero smettere di funzionare al di là della Manica. BMW, si dice, avrebbe già individuato in Olanda un sito di produzione alternativo a quello di Longbridge, periferia di Birmingham, dove, paradosso, i tedeschi producono la più inglese delle automobili: la MINI. Il 18 febbraio poi, anche Honda annuncia che entro
Honda chiuderà il suo stabilimento di Swindon: 100 chilometri da Londra e 3500 posti di lavoro persi
il 2021 chiuderà il suo stabilimento di Swindon: 100 km da Londra e 3500 posti di lavoro a rischio. Una fabbrica che era stata aperta nel 1989 e che solo l’anno scorso ha prodotto oltre 150 000 autovetture. Ufficialmente la Honda intende riportare entro i confini nazionali buona parte delle linee produttive sparse per l’Europa, dove i balzelli legati alla costruzione di vetture inquinanti sono diventati gravosi, ma tant’è, questo è l’unico provvedimento preso fin ora in tal senso dall’azienda nipponica. Potrebbe non essere un caso, anche perché a dicembre Giappone e UE hanno ratificato il più grande trattato commerciale nella storia dell’Unione, l’Economic Partnership Agreement (EPA), che abbatterà i limiti doganali e normativi che ancora impediscono alle aziende giapponesi di essere competitive nel vecchio continente, alla pari delle concorrenti europee. Lapalissiano il fatto che produrre nel Regno Unito significherebbe per il Giappone costi di produzione molto più elevati, a causa dei dazi, ma anche dei costi in termini di tempo perso nei passaggi alle dogane per entrare in Europa. È l’effetto Brexit, quello che porta il Giappone, il paese che dopo gli Usa è il più grande partner commerciale di Londra, con investimenti in Gran Bretagna per oltre 50 miliardi di sterline, a lasciare il Regno Unito per approdare sulla terra ferma del continente, come hanno già fatto anche grandi gruppi che non si occupano di automotive, come Sony, Dyson e Panasonic.
IN EUROPA Il sistema economico inglese rischia un contraccolpo notevole dalla Brexit e non solo per la fuga degli investitori stranieri. “Molte importazioni provenienti dall'Unione Europea rappresentano input per le fasi successive e i dazi doganali sulle importazioni si trasformano in incrementi di costi per la produzione dei beni finali. Il risultato complessivo sono prezzi più elevati e perdita di competitività per tutti i partecipanti alla filiera globale”, ci spiega durante un’intervista Stefania Cosci, professoressa ordinaria di Economia Politica della Lumsa di Roma. La perdita di un rapporto commerciale privilegiato con i restanti stati dell’Unione si abbatterebbe violenta sul sistema produttivo di Londra, e in misura minore, ma consistente, sulla stessa economia europea. La Reuters ha calcolato sui dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale, che l’Ue perderebbe con una Brexit “no deal” 221,13 miliardi di euro e oltre un milione di posti di lavoro. Un danno ingente ma tutto sommato contenuto rispetto alla perdite a cui si
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la fuga delle aziende
esporrebbe l’economia del Regno Unito, che secondo uno studio dell’università di Rotterdam, sarebbe 4,6 volte superiore alla media degli altri stati europei. Londra rischia di veder calare il proprio Pil del 12,2%. “Basta leggere Boris Johnson, il quale immagina un futuro "lacrime e sangue" alla Churchill che però consentirà ai Britanni di tirar fuori tutto il loro valore” dice Leopoldo Nuti,Ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università di Roma Tre. “È probabile che i sostenitori della Brexit pensino di poter trasformare il Regno Unito in una sorta di gigantesco hub della finanza mondiale, libero da lacci e vincoli europei, che ne consentirà la ripresa economica”. L’altra vittima sacrificale immolata sull’altare di una uscita senza condizioni è Dublino, che perderebbe la decima parte del Pil. Nel continente i paesi più colpiti sarebbero la Germania (-5,48%) e l’Olanda (-4,39%).
IN ITALIA In Italia invece i danni potrebbero essere più contenuti. Attualmente le nostre aziende vendono nel Regno Unito beni per 23 miliardi di euro (fonte Ministero degli Affari Esteri) e a farla da padrone sono tradizionalmente i prodotti dell’agroalimentare, che contribuiscono per circa il 15% al totale delle espor-
Senza accordi con il Regno Unito l’Italia rischia una perdita economica vicina ai 10 miliardi annui
L’INTERVISTA
Nel mondo globale l’uscita è roba vecchia
“Riprendiamo il controllo sovrano dell’economia”, è stato il motto che ha accompagnato la campagna per la Brexit. Con Stefania Cosci abbiamo analizzato le possibili conseguenze di un Regno Unito lontano dal mercato unico europeo. Il processo Brexit sembra giungere a compimento, quali sono le prospettive per l’economia inglese nel mercato globale? «La Brexit è frutto della convinzione che in assenza dei vincoli derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea, il governo inglese sarebbe stato capace di difendere il proprio sistema produttivo dai cambiamenti portati dalla globalizzazione, così come avveniva ai tempi dell’Impero britannico. La scelta quindi non è stata motivata, dalla volontà di chiudersi agli scambi con l’estero, quanto piuttosto da quella di far sì che la politica commerciale tenga conto di esigenze che si ritiene che non siano debitamente considerate a livello sovranazionale». Quindi un ritorno al passato? «Esatto, ma non si possono applicare le vecchie ricette di politica economica al mondo globalizzato ed è pericoloso alimentare la convinzione che ciò sia possibile. Mentre in passato i Paesi avanzati cercavano di ottenere dai Paesi in via di sviluppo materie prime a basso costo, oggi le imprese multinazionali dei Paesi avanzati delocalizzano fasi del processo produttivo per ridurre i costi di produzione. Inoltre, la velocità con la quale le imprese sono in grado di riorganizzare la produzione a livello internazionale supera la capacità dei governi e delle istituzioni internazionali di regolamentare la loro attività». La Brexit porterà a un arricchimento dei lavoratori britannici? «Ritengo che nessun lavoratore dei paesi industrializzati potrà arricchirsi nel prossimi decenni. Sarà
Stefania Cosci, docente di economia politica LUMSA
già un successo mantenere i livelli di benessere raggiunti, mentre aumenterà il reddito pro capite dei lavoratori nei paesi oggi a medio basso reddito. Siamo nel mezzo di un processo che vede convergere i redditi dei paesi emergenti verso quelli delle classi medie europee e statunitensi, che dal 1988 hanno sperimentato una crescita irrisoria. Questo determina l'insoddisfazione dei lavoratori inglesi e la convinzione che sia colpa dell'Unione Europea, alimentata da una classe politica che ha trovato comodo negli anni, in Inghilterra come altrove, scaricare sull'Europa la colpa. Tutto ciò porta a ritenere che uscendo dall'Europa il problema sia risolto. Invece il problema è più complesso e l'uscita potrebbe aggravarlo, almeno nel breve periodo». Quali conseguenze ci potrebbero essere in caso di no deal, soprattutto nelle relazioni commerciali con l’Europa? «Il Regno Unito ha molto da perdere. Molte importazioni provenienti dall'Unione Europea rappresentano input per le fasi successive e i dazi doganali sulle importazioni si trasformano in incrementi di costi per la produzione dei beni finali. Il risultato complessivo sono prezzi più elevati e perdita di competitività per tutti i partecipanti alla filiera globale. Una politica protezionistica è destinata a trasformarsi in un boomerang per un sistema produttivo, dove numerose imprese operano nelle fasi intermedie delle catene globali del valore. Inoltre il Regno Unito si troverà improvvisamente a subire pesanti dazi sulle esportazioni verso l'Unione Europea e verso i paesi che hanno un accordo commerciale con l'Unione. In generale i lavoratori inglesi vedranno aumentare i prezzi di molte merci e sul lungo periodo, necessario per stipulare nuovi accordi, le sue esportazioni si ridurranno sensibilmente». f.r.
tazioni. Senza accordi tra le parti, il Pil italiano calerebbe di uno 0,55%, una perdita economica vicina ai 10 miliardi di euro annui. Potrebbe esserci però anche il risvolto della medaglia, perché in caso di Brexit le aziende straniere che abbandonano la Gran Bretagna, potrebbero essere invogliate a investire nel nostro paese, con un aumento del prodotto interno lordo di 5,9 miliardi di euro secondo il Centro Studi di Confindustria. Dallo studio emerge tuttavia che l’Italia non sarebbe pronta ad accogliere i possibili investitori a causa di una burocrazia faraginosa, di strutture economiche e finanziarie poco competitive rispetto agli altri concorrenti europei e delle tendenze euroscettiche del governo a guida Lega e Movimento 5 Stelle.
UN CUSCINETTO DI SICUREZZA Uno scenario di questo tipo ha indotto la Commissione Europea a correre ai ripari per cercare di limitare l’impatto di una uscita senza condizioni del Regno Unito dall’Unione. Il 13 marzo il Parlamento Europeo ha approvato una serie di disposizioni proposte dalla Commissione, che garantiscono la continuità di attività e servizi essenziali, che rischierebbero di venire meno in caso di No Deal. Uno di questi riguarda la reciproca possibilità per i pescherecci europei e britannici di usufruire di quote pesca al di fuori delle aree di competenza rispettivamente inglesi o comunitarie. Saranno inoltre facilitate le procedure per richiedere le autorizzazioni necessarie per pescare in acque territoriali straniere. In tema di sicurezza sociale l’Unione adotterebbe un regolamento che garantirebbe l’accesso ai diritti previdenziali, come l’esportabilità delle prestazioni in denaro - pensiamo ad esempio a coloro che percepiscono nel Regno Unito una pensione maturata in Europa e viceversa - o l’accesso ai servizi sanitari. Misure di emergenza consentiranno alle compagnie di trasporto di evitare interruzioni nello spostamento di merci su strada e autobus. È stata poi estesa l’autorizzazione alle compagnie aeree inglesi di operare anche al di qua della Manica. Nella prospettiva di un riallineamento dei collegamenti tra l’Irlanda e il continente, necessari per il venir meno degli snodi intermedi presenti in Gran Bretagna, il Parlamento ha chiesto l’istituzione di un fondo europeo necessario all’adeguamento delle nuove connettività, che renderebbe più facile per merci e persone varcare la frontiera tra Unione e Regno Unito. Porti strategici come quelli francesi di Brest, di Roscoff, di Cherbourg e di Boulogne potrebbero vedere il traffico di merci aumentare e ricevere così maggiori risorse dalle istituzioni europee.