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Lumsanews n. 1 del 31 gennaio 2019

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Stadi e degrado

Arbitri e violenza

di TOMMASO FRANCHI

di MASSIMILIANO CASSANO

Impianti sportivi abbandonati in Italia Un viaggio da nord a sud del Paese

Le aggressioni subite dai fischietti italiani I dati dell’Aia da giugno 2017 a luglio 2018

31/01/2019 PERIODICO NUMERO 1

Scendono le temperature, sale il numero dei decessi tra i senzatetto: dieci in due mesi, cinque nel 2019

Roma, clochard al freddo emergenza e solidarietà

Le inchieste

Capitale invasa dai cinghiali, vagano in strada nell’indifferenza delle istituzioni

di GIACOMO ANDREOLI

19 marzo 2017: un uomo di 49 anni si scontra con un cinghiale mentre è alla guida del suo scooter e muore per le ferite riportate alla testa. Non siamo vicino a un bosco di campagna, ma a via Ubaldo degli Ubaldi, quartiere semicentrale di Roma.

Crimine zero, con i Big Data il sogno di ogni poliziotto sta diventando realtà

alle pagine 4 e 5

di FEDERICO MARCONI

Tre giovani e una moto trascinata nella notte. Una passante che nota la scena: “Dei ladri” pensa e chiama la polizia. Nemmeno il tempo di riporre il telefono nella borsa che arrivano tre volanti, sventando il tentativo di furto.

a pagina 8

di ALESSANDRO ROSI Le temperature scendono a Roma, ma sale il numero dei morti tra i senzatetto. Sono dieci in appena due mesi i decessi registrati, di cui cinque solo nel 2019. L’ultimo corpo senza vita è stato trovato martedì 23 gennaio a piazza Mancini, nel quartiere Flaminio. La causa del decesso è stata probabilmente l’ipotermia. E ora che il freddo si fa sempre più pungente, il fenomeno rischia di aggravarsi, soprattutto se si tiene conto del numero di persone senza fissa dimora nella

Capitale, che l’indagine Istat del 2014 attestava a 7.709 (pari al 15,2% del dato complessivo italiano). Una cifra che tuttavia non considera le situazioni di quanti vivono in insediamenti non idonei – immobili abbandonati, accampamenti informali, roulotte, bivacchi in strada –, inclusi invece nel volume di Luca Di Censi, “Uno studio sul «barbonismo domestico» nell’area metropolitana di Roma”, pubblicato nel 2016, che forniva un numero molto più alto dei senzatetto, attestandoli tra i 14 e i 16mila individui. alle pagine 2 e 3


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LE VOCI DELLA CITTA’

l’inchiesta Con il grande freddo è aumentata la solidarietà. Tante le associazioni che somministrano pasti, ma servono più posti per chi vive in strada

Clochard

emergenza

tra freddo e

Le temperature scendono a Roma sale il numero di morti tra i senzatetto Sono dieci in due mesi P

ALESSANDRO ROSI, Roma (segue dalla prima pagina)

er far fronte all’emergenza, dal 10 dicembre 2018 al 10 aprile 2019, l’Amministrazione comunale ha reso operativo il “piano freddo”, che mette a disposizione ogni giorno 486 posti per l’accoglienza, integrando il circuito ordinario che assicura quotidianamente 1.075 posti e ogni mese fornisce 1.442 pasti presso le strutture e 600 pasti a domicilio.

Sono previste inoltre misure aggiuntive. “Abbiamo varato il ‘piano gelo’ – spiegano fonti del Campidoglio – che mette a disposizione altri cento posti tra Stazione Tiburtina, Stazione Termini e casa di riposo in Via Ventura. È un meccanismo a fisarmonica, che si affianca a un sistema di accoglienza ordinario. Se ve ne fosse bisogno, apriremo anche le palestre”. Molti dei clochard, però, non vogliono essere ospitati e scelgono di dormire fuori. Per trovare una soluzione, il Comune ha interpellato l’avvocatura di Stato. Tra le diverse ipotesi ventilate vi sarebbe anche quella del

trattamento sanitario obbligatorio, da applicare a coloro che si rifiutano di dormire nelle strutture. Una soluzione, tuttavia, da molti non condivisa: “È una boutade. Sono affermazioni che a mio avviso non hanno un riscontro con la realtà — dice Emiliano Monteverde, assessore del I municipio —. Non è un modo di risolvere il problema. Per ottenere un tso bisogna prima fare un colloquio con uno psichiatra”.

LA DIFFICOLTOSA RICERCA DI UN TETTO. Se c’è chi si rifiuta di essere accolto, c’è anche chi non riesce a trovare posto. Mentre distribuisce con altri volontari pasti caldi davanti alla colonna traiana, Marzia Giglioli, presidente della Onlus “Ronda della Solidarietà”, chiede a uno dei clochard dove dormirà, sentendosi dire che rimarrà fuori. Compone allora il numero di emergenza, ma la risposta è che per la sera tutti i letti sono occupati, bisogna mettersi in lista di attesa e sperare per il giorno dopo. “Il piano freddo del Comune non riesce ancora a raggiungere i grandi numeri di quel popolo estremamente fragile di clochard che vive nella nostra città, così come non può essere sufficiente l’impegno del volontariato, sebbene le nostre Unità di Strada battano ogni angolo dei nostri quartieri”, rimarca Debora Diodati, Presidente della Croce Rossa di Roma, sulla situazione attuale. Punto di vista condiviso anche da Dino Impagliazzo, Presidente di RomAmor, associazione con quasi cento volontari che si occupa di assicurare la cena alle persone che vivono vicino alla Stazione Ostiense. “I posti che ha messo a disposizione il Comune sono molto pochi rispetto alle esigenze della gente che vive per strada. Quando metti a disposizione 200-300 posti non risolvi il problema, perché qui a Roma ci saranno almeno mille persone che hanno bisogno di un tetto”. AUMENTANO I GIOVANI SENZA DIMORA. Capitolo a parte i giovani che non hanno un alloggio.

Alla Stazione Ostiense sono in molti a chiedere da mangiare e tra questi c’è Ali, trent’anni non ancora compiuti, proveniente dall’Afghanistan. Stasera “dormirà per strada, sotto qualche ponte”. Rispetto alla sua situazione non nasconde la frustrazione: “È la scelta di altri, non mia”. Trovare un pasto caldo o qualche coperta per lui non è un problema, ma ciò che gli manca davvero è un lavoro: “Per chi vive per strada come me è molto complicato. Moralmente sei giù e poi hai poca scelta, anche per vestirsi e presentarsi a un colloquio”. L’ultimo rapporto della Caritas italiana sul tema della povertà giovanile – Futuro anteriore 2017 – conferma che, rispetto al passato, a essere maggiormente penalizzati dalla povertà economica e dall’esclusione sociale non sono più gli anziani o i pensionati, ma i giovani. Da circa un lustro sono gli under 34 a vivere la situazione più critica. In Italia, oggi, un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta. Nel 2007 si trattava di appena un giovane su cinquanta. In soli dieci anni l’incidenza della povertà nella fascia di età 18-34 è passata dall’1,9 al 10,4%. Un quadro che delinea come la povertà tra i giovani sia sempre più diffusa.

LE ASSOCIAZIONI La Ronda della Solidarietà è un’associazione laica di volontariato, operativa a Roma dal 2010. Pur non disponendo di alcuna struttura ricettiva o contributo pubblico, ogni settimana – il lunedì e il giovedì sera – i volontari si riuniscono in Piazza del Foro di Traiano, nel centro di Roma, per la distribuzione di pasti caldi.Marzia Giglioli è la presidente della Onlus e si occupa in prima persona della somministrazione del cibo. Marzia, ci può descrivere la vostra realtà? Siamo attivi da dieci anni nel centro di Roma. Operiamo nel cuore della Capitale, a due passi dai Fori


LUMSAnews

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ASSESSORA

Abbiamo varato il ‘piano gelo’ per realizzare altri cento posti tra diverse stazioni e la casa di riposo in Via Ventura

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Laura Baldassarre

ASSESSORE

Noi, come I municipio, abbiamo reso disponibile il rifugio Sant’Anna a Colle Oppio, con 28 posti

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Emiliano Monteverde

VOLONTARIO

I posti che ha messo a disposizione il Comune sono molto pochi rispetto alle esigenze della gente che vive per strada

LA SCHEDA

INCIDENZA POVERTÀ Da circa un lustro sono gli under 34 a vivere la situazione più critica. In Italia, oggi, un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta. Nel 2007 si trattava di appena un giovane su cinquanta. In soli dieci anni l’incidenza della povertà nella fascia di età 1834 è passata dall’1,9 al 10,4%. Un quadro che delinea come la povertà tra i giovani sia sempre più diffusa.

Imperiali. Cerchiamo le persone più disagiate, che rifiutano le strutture più note per vari motivi: per non essere schedate, per non subire l’umiliazione necessaria dei tesseramenti, per timore di essere riconosciute. E le abbiamo trovate nei vicoli, accorgendoci di persone assolutamente invisibili, che avevano bisogno di essere aiutate. Da questa prima azione ne è nato un punto nel centro dove loro possono sempre venire a mangiare. Spesso ci troviamo a Santi Apostoli, dove i frati ci ospitano in caso di pioggia. Perché si chiama “Ronda della solidarietà”? Perché andiamo in giro. La missione che i volontari si sono dati è di rompere con l’invisibilità di queste persone, che sono ad un passo dalla grande realtà del centro con le luci. Loro invece, nel buio dei portoni e delle stradine, non hanno nulla. Poi sono nate delle amicizie. Siamo un gruppo che si ritrova qui da anni. Gli offriamo quello che possiamo, anche l’amicizia. Quante persone assistete, somministrando pasti? Questo è un problema gravissimo, che vediamo crescere di anno in anno. All’inizio erano pochi, adesso arriviamo a 100, 150 persone a serata, quindi sono veramente tante. E molti sono nostri connazionali. Qualche anno fa erano soprattutto stranieri, oggi almeno il 50% sono italiani.

Dino Impagliazzo

Di quale età? Qui ci sono persone di tutte le età. Tocchiamo con mano il disagio giovanile, di ragazzi che non hanno trovato sbocchi lavorativi, e dei pensionati che non arrivano alla fine del mese. lA PROPOSTA DEL COMUNE Il Comune di Roma sta vagliando diverse soluzioni in questi giorni per evitare che il numero di decessi tra i clochard aumenti ancora. Tra le ipotesi prese in considerazione dall’avvocatura dello Stato, interpellata dall’Amministrazione capitolina, la chiusura dei parchi, che impedirebbe ai senzatetto di dormire sulle panchine, e l’applicazione di un trattamento sanitario obbligatorio a coloro che si rifiutano di essere accolti nelle strutture. L’assessore alle Politiche Sociali e dei Servizi alla Persona del primo municipio, Emiliano Monteverde, non condivide le possibilità che sono state prospettate finora. Cosa pensa dell’obbligo di ricovero proposto dall’Amministrazione Comunale? È una boutade. Sono affermazioni che a mio avviso non hanno un riscontro con la realtà. Non è un modo di risolvere il problema. Per ottenere un tso bisogna prima fare un colloquio con uno psichiatra. Bisogna intervenire in loco, aiutando sul posto coloro che non si possono muovere, perché ci sono alcuni di loro che hanno un cane, quindi non possono essere accolti. Voi come mi muovete concretamente? Noi, come I municipio, abbiamo messo a disposizione – secondo il piano comunale – il rifugio Sant’Anna a Colle Oppio, che dà ospitalità a 28 persone. Non sono stati occupati ancora tutti i posti. Non è un centro autonomo, nel senso che il Comune può mandare qui le persone che ritiene bisognose di assistenza, ma si può accedere soltanto attraverso un colloquio. Qual è il modo migliore per intervenire? Bisogna costruire relazioni stabili, di reciproca fiducia, per poter convincere i senzatetto ad essere ospitati. Molti di loro infatti non si fidano.

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VOLONTARIA

Il piano freddo del Comune non riesce ancora a raggiungere i grandi numeri di quel popolo di senza dimora Marzia Giglioli

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CLOCHARD

Vivere per strada è la scelta di altri, non mia. Trovare un pasto caldo non è un problema, ciò che manca è un lavoro


il caso

PAGINA 4 PAURA A TOMBA DI NERONE “Nel Parco dei caduti sul fronte russo – ci raccontano dal Comitato di quartiere Tomba di Nerone – ci sono otto cinghiali. Lì accanto ci sono un asilo nido e una scuola elementare. Abbiamo tutti paura, per noi e per i nostri figli, anche perché questi animali sono pieni di zecche. Da ottobre poi sentiamo diversi spari al Parco Velusia”

GIACOMO ANDREOLI, Roma

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(segue dalla prima pagina)

a allora a oggi la situazione nella Capitale è esplosa, con decine di segnalazioni di avvistamenti. Due le concentrazioni principali: a Roma sud il quadrante Spinaceto-Torrino-Tor De Cenci-Vallerano, vicino alla Riserva di Decima Malafede, a Roma nord tra la Cassia, Tomba di Nerone e Monte Mario, vicino alla Riserva dell’Insugherata. In entrambe le zone si è scatenata la psicosi generale, con i cittadini che fino a qualche mese fa avevano paura ad uscire di casa. A Spinaceto, ad agosto, un uomo è stato caricato da un cinghiale mentre era con il cane e si è lussato una spalla. Nel frattempo i danni degli animali ai terreni agricoli si sono moltiplicati (secondo Coldiretti nel 2017 ammontano a 4 milioni di euro in tutto il Lazio). Ora la situazione è leggermente migliorata, perché in inverno gli ungulati rimangono di più all’interno delle aree boschive, uscendo con meno frequenza. Ma la preoccupazione rimane. “Nel Parco dei caduti sul fronte russo – ci raccontano dal Comitato di quartiere Tomba di Nerone – ci sono otto cinghiali. Lì accanto ci sono un asilo nido e una scuola elementare. Abbiamo tutti paura, per noi e per i nostri figli, anche perché questi animali sono pieni di zecche”. QUALI CINGHIALI A ROMA? “A Roma sud – spiega lo zoologo Bruno Cignini a LumsaNews – gli ungulati sono principalmente maremmani e provengono originariamente dalla tenuta della presidenza della Repubblica di Castel Porziano. Da lì sono sconfinati a Decima Malafede. A Roma nord, invece, sono principalmente ibridi e provengono dal Parco di Veio e dalla Riserva della Marcigliana, da cui sono arrivati all’Insugherata”. In assenza di misure efficaci di contenimento gli ungulati sono proliferati, diventando centinaia e si sono spostati indisturbati verso i quartieri abitati adiacenti, spinti dall’aumento dei rifiuti, spesso strabordanti dai cassonetti. Qualcuno, poi, gli ha anche dato da mangiare, costringendo l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) a intervenire per limitare i danni. IL CONTENIMENTO TARDIVO NELLE RISERVE E I “SELECONTROLLORI” La gestione della fauna selvatica è competenza della Regione Lazio, che se ne occupa anche economicamente. RomaNatura, l’ente regionale che dirige le 15 riserve dell’area capitolina (da cui è escluso il Parco di Veio), ha da anni previsto dei piani di contenimento dei cinghiali a Decima Malafede e alla Marcigliana, ma non all’Insugherata, perché zona fortemente antropizzata. I piani dispongono la cattura in gabbia o lo sparo da posto fisso da parte dei guardaparchi e la successiva vendita dell’animale ad operatori agricoli.Prevedono quindi 120250 catture/abbattimenti all’anno. Ma a oggi non si è mai sparato e sono stati catturati solo pochi esemplari (nonostante i 276.411 euro spesi solo a Decima Malafede nel biennio 2014-2016), anche perché sono impiegati appena 34 guardaparchi in tutti i 16.000 ettari delle riserve. Da RomaNatura apprendiamo che nell’ultimo anno le catture sono aumentate, anche se non sono ancora sufficienti: tra Decima e Marcigliana sono finiti in gabbia solo un centinaio di animali. A settembre, poi, la Regione Lazio ha approvato una nuova normativa per la trasformazione degli operatori agricoli in “selecontrollori”, cioè aiutanti delle guardiaparchi nelle catture, tenuti a seguire un corso organizzato da RomaNatura e autorizzati, in estrema ratio, allo sparo. “In cambio dell’aiuto i ‘selecontrollori’ potranno tenersi l’animale gratuitamente e utilizzarne le carni con l’ok della Asl competente” racconta a LumsaNews Carlo Patacconi, operatore agricolo e presidente di Agricoltura Nuova, che ha partecipato all’apposito bando. IL PROTOCOLLO DI CATTURA FANTASMA E LE CRITICHE DEGLI AMBIENTALISTI Resta irrisolto il problema dei cinghiali fuoriusciti dai parchi. Per intervenire su quelli in città la Regione Lazio necessita di un protocollo d’intesa con il Campidoglio e la Città Metropolitana, la cui polizia deve catturarli.

Per anni non si è affrontato il problema e da mesi le istituzioni competenti sono paralizzate: il protocollo di cattura Campidoglio-Regione Lazio è fermo negli uffici per ragioni burocratiche. Intanto gli animali sono nelle aree verdi vicino alle case ed è panico tra i cittadini. Qualcuno prende e spara.

Roma invasa dai cinghiali “

GLI ATTIVISTI

Nel “Parco dei caduti sul fronte russo” ce ne sono otto. Lì vicino c’è un asilo e una scuola elementare. Abbiamo paura per inostri figli Questi animali sono pieni di zecche e pericolosi

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LA LAV

Catturare per sparare non è solo sbagliato, è anche inutile perché così si attivano quei meccanismi di specie che aumentano la fertilità. Serve subito l’immunocontraccezione

Pronto già a luglio, dopo uno scaricabarile di mesi, il protocollo sembrava completato con la riunione dello scorso settembre nella Prefettura di Roma, che si è occupata del coordinamento. Questo documento formale ripartisce le competenze: censimento “scientifico” degli animali fatto dalla Città Metropolitana, progettazione degli interventi di cattura (tramite telenarcosi e spostamento in gabbia, con la collaborazione esterna della Protezione civile ed eventualmente dei Carabinieri forestali) e indicazione regionale di aziende faunistico-venatorie (cioè adibite alla caccia, vietata in Italia sia nei parchi che nelle aree urbane) in cui trasferire gli ungulati. Peccato che gli uffici competenti della Regione si siano accorti che quest’ultimo passaggio ha dei problemi di natura normativa. Quindi lo stallo si è prolungato. Ora, ci fanno sapere dal Comune di Roma, vanno risolte le problematiche della bozza tramite le Avvocature, per poi verificare l’intesa a livello politico. La sindaca Virginia Raggi e il governatore Nicola Zingaretti ancora non hanno firmato il documento e prima di questo passaggio non si può far nulla. Non ci è stata fornita una previsione esatta dei tempi per sbloccare la procedura: le forze dell’ordine ancora non hanno ricevuto comunicazioni ufficiali. L’associazione ambientalista LAV è estremamente critica rispetto alle scelte di Comune e Regione. Secondo il responsabile dell’area animali selvatici, Massimo Vitturi “catturare per poi sparare non è solo sbagliato, è anche


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Lo zoologo “Arrivano in città per i rifiuti”

L’INTERVISTA

Cignini: “Attenti se si ha un cane, ma in generale lo scontro è raro” Roma - Bruno Cignini è zoologo e attuale direttore di ville, parchi storici e musei scientifici del Comune di Roma. In passato ha lavorato nel Dipartimento Tutela Ambientale del Campidoglio.

Cignini che tipi di cinghiali vediamo a Roma? “Tutti i cinghiali che vediamo appartengono ad una sola specie, Sus Scrofa, europea e mediterranea, che vive tra i 10 e i 30 anni. C’è un gradiente, più gli ungulati sono al nord europa, più sono grandi, man mano che si scende si trovano esemplari più piccoli. In Italia sono state classificate due sottospecie: Sus scrofa maiori (maremmana): gli esemplari sono più piccoli ed erano originariamente presenti in Toscana-Alto Lazio e nella tenuta presidenziale di Castel Porziano; Sus scrofa scrofa (sottospecie dell’Europa centrale): gli esemplari sono più grandi e resistenti”.

LA MAPPA

inutile” perché, spiega, “così si attivano quei meccanismi di specie che aumentano la fertilità”. LAV è convinta che l’unico strumento di contenimento realmente efficace sia l’immunocontraccezione, cioè la somministrazione tramite iniezione di un farmaco che rende il cinghiale infertile dai 3 ai 5 anni. Al momento, però, questi sistemi non sono nemmeno studiati dalle regioni italiane. NEL FRATTEMPO C’È CHI PRENDE E SPARA Mentre le istituzioni competenti non intervengono, c’è chi prende e spara, tra le case e nelle riserve. “A ottobre, nel parco di Velusia, abbiamo trovato un cinghiale morto – ci dicono dal Comitato Tomba di Nerone – era appena iniziata la stagione di caccia. Da quel momento in poi abbiamo sentito vari colpi d’arma da fuoco”. Racconti simili erano arrivati nei mesi scorsi anche da Spinaceto. “Nel parco di Decima entrano spesso i bracconieri – ci spiegano invece dal ‘Comitato Amici della Riserva di Decima Malafede’ – vengono a uccidere i cinghiali e i pochi guardaparchi non riescono a intervenire. A volte dobbiamo presidiare noi alcune aree”. Certo, è meglio evitare gli allarmismi, perché gli attacchi degli ungulati all’essere umano sono rari. Ma la situazione non va sottovalutata, soprattutto perché da aprile, dopo la classica cucciolata, le famiglie di cinghiali torneranno ancor più numerose tra le strade della Capitale. A meno che, finalmente, le istituzioni non saranno intervenute.

LE AREE DI CONCENTRAZIONE I cinghiali sono sconfinati dalle riserve di Roma Natura concentrandosi principlamente in due aree: a Roma sud il quadrante formato dai quartieri Spinaceto, Torrino,Tor De Cenci e Vallerano, vicino alla Riserva di Decima Malafede; a Roma nord tra la Cassia e i quartieri Tomba di Nerone e Monte Mario, vicino alla Riserva dell’Insugherata. In entrambe le zone si è scatenata la psicosi generale, con i cittadini che fino a qualche mese fa avevano paura ad uscire di casa.

Perché sono arrivati nelle aree urbane? “A partire dagli anni ‘60 ci sono state tante introduzioni di questa seconda sottospecie in Italia, principalmente a scopo venatorio, grazie alle associazioni di caccia e con l’ok delle provincie. Gli esemplari Sus scrofa scrofa si sono accoppiati col maremmano, quindi adesso c’è una ibridizzazione. A nord di Roma si trovano principalmente forme più grandi, sono ibridi. A sud esemplari più minuti, maremmani. Alla riserva di Decima sono arrivati da Castel Fusano, lì erano arrivati dalla tenuta presidenziale di Castel Porziano. Lo spostarsi verso gli spazi urbani dipende dalle abitudini alimentari. Si tratta di una specie onnivora ed adattabile, per questo i suoi esemplari possono nutrirsi di rifiuti. È proprio l’aumento dei rifiuti che li ha spinti nelle aree urbane. Se questi sono fuori dai cassonetti, per inciviltà dei cittadini o perché sono stracolmi, loro vanno a rovistare alla ricerca di cibo”.

Quante volte si riproducono all’anno e come si organizzano? “In genere si riproducono una volta all’anno. Questo è il periodo in cui si formano le coppie, in cui c’è il corteggiamento e l’accoppiamento. La gestazione dura più o meno tre mesi e mezzo e i piccoli nascono ad aprilemaggio. Ma se c’è una grande disponibilità alimentare e l’ambiente è favorevole, ci possono essere due cucciolate l’anno. Una ad aprile-maggio, l’altra a settembre, perché si riaccoppiano immediatamente. È abbastanza raro che ci siano due cucciolate. I gruppi in questa stagione sono formati dalla mamma e i figli dell’anno precedente. Per i primi due anni i piccoli sono con la madre, a tre anni cominciano ad allontanarsi, perché diventano adulti. Le famiglie tendono poi a radunarsi nel periodo luglio-ottobre”.

Perché ci sono stati meno avvistamenti negli ultimi mesi? “In questo periodo in cui fa più freddo sicuramente i cinghiali preferiscono i loro am-

BRUNO CIGNINI Zoologo e attuale direttore di ville, parchi storici e musei scientifici del Comune di Roma

bienti primi: le aree boschive, le aree coperte da vegetazione e la macchia folta. Tendono quindi ad uscire e arrivare vicino a strade ed abitazioni molto meno”.

Come bisogna comportarsi se ci si trova di fronte a loro? “I cinghiali generalmente vogliono tenersi alla larga dall’essere umano, a meno che non siano alla ricerca di cibo. Se poi ci si avvicina troppo e gli si chiudono le vie di fuga, soprattutto nel caso di una scrofa con i suoi piccoli, l’animale può spaventarsi e caricare per difesa. Caso diverso è il cane, derivato del lupo, predatore del cinghiale. Con lui l’ungulato cerca più facilmente lo scontro, per questo se ci si trova a passeggio con il proprio cane bisogna essere più cauti. In generale, in caso di incontro con gli animali, ci si deve allontanare, anche velocemente: correre non infastidisce il cinghiale, che per timore tende generalmente a rispettare la distanza. Comunque io non terrorizzerei i cittadini, gli attacchi sono rari. I cinghiali rappresentano sì un problema, ma più perché magari attraversano la strada e vengono investiti, creando danni. Per questo se ci si trova al volante in zone frequentate dagli animali è bene procedere in modo cauto, soprattutto di notte”.

G.A.


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lo sport

LUMSAnews

Calcio e violenze, gli arbitri nel mirino Analisi delle aggressioni ai fischietti italiani. Come possono tutelarsi

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MASSIMILIANO CASSANO, Roma

ove campionati riconosciuti dalla Figc, partendo dalla Serie A fino alla Terza Categoria. Escludendo i due campionati professionistici (Serie A e B) e tutte le coppe parallele ai campionati, il numero di partite di calcio che settimanalmente vengono disputate in Italia è enorme.Circa 4100 gare ogni weekend. E quindi, a dirigere giocatori di tutte le età e provenienze, migliaia di arbitri.Sono ragazzi giovani, a volte giovanissimi (l’età minima per arbitrare è 15 anni). Sempre più spesso diventano oggetto di insulti, minacce, pestaggi. Molte volte scendono in campo da soli, perché l’arbitraggio “in terna” (con gli assistenti) è previsto dalle gare di Promozione in su; il tutto per poche decine di euro di rimborso, che arriveranno dopo mesi.L’ultimo grave episodio l’11 novembre scorso a San Basilio, quartiere periferico di Roma. Due schiaffi da parte di tifosi violenti hanno fatto svenire Riccardo Bernardini, arbitro della sezione di Ciampino, facendogli battere la testa e procurandogli tre punti di sutura. Ma quello di Riccardo è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi spiacevoli.L’Osservatorio sulle violenze dell’Associazione Italiana Arbitri ha fornito i dati sulle aggressioni ai fischietti da giugno 2017 a luglio 2018. I casi accertati sono 451, di cui 110 definiti “gravi”. Per la maggior parte causate da calciatori (307) e in minima parte da dirigenti o “estranei”, le aggressioni raggiungono il picco in Seconda Categoria (110), seguita dalla Terza Categoria (75) e dalla Prima (69). Il numero si riduce sensibilmente se si analizzano Promozione ed Eccellenza (33 casi in tutto), mentre non esistono casi di aggressioni in Serie A, Serie B, Lega Pro e Dilettanti. Questo perché più si sale nella gerarchia dei campionati e maggiori sono le tutele per gli arbitri. Persiste però una netta spaccatura tra Nord e Sud Italia.Di fronte a questi numeri allarmanti, la Figc ha deciso di inasprire le sanzioni per i casi di violenza nei confronti degli ufficiali di gara.

Il REGOLAMENTO Ma, nel concreto, come fa un arbitro a tutelarsi? Nelle serie maggiori il dispiegamento massiccio di forze dell’ordine e l’enorme esposizione mediatica fungono da deterrente. Ma nei campi di periferia la storia è diversa. Nelle sezioni, dove si formano e si confrontano gli arbitri, viene insegnato che in caso di aggressione l’unica cosa da fare è scappare, cercare riparo. Rispondere con la violenza, oltre ad essere una scelta infelice, è vietato dai regolamenti: la pena è il ritiro della tessera.La Regola 5 del Regolamento del gioco del calcio, quella che disciplina i doveri dell’arbitro , tra le “Decisioni ufficiali Figc” (pag. 55) fornisce

LA REGOLA 5

Spesso gli arbitri sono soli in campo. La direzione in terna è prevista dalle gare di Promozione a salire

LA TUTELA COME DOVERE “Le Società, in occasione delle gare programmate nei propri campi di gioco, devono tempestivamente inoltrare richiesta alla competente autorità perché renda disponibile la forza pubblica in misura adeguata”. “L’arbitro, ove rilevi la completa assenza di responsabili al mantenimento dell’ordine pubblico, può non dare inizio alla gara”.

L’ultimo episodio grave a Novembre a San Basilio Due schiaffi fanno svenire Riccardo Bernardini

IL GIUDICE

Agli arbitri viene insegnato a scappare. Rispondere con la violenza costerebbe il ritiro del tesserino un’indicazione preziosa per gli arbitri: è possibile per loro non dare inizio alla gara nel caso ritengano che non ci siano le condizioni minime di sicurezza. Per quanto riguarda i parametri per la sospensione di una gara, l’articolo 64 delle Noif parla di “lancio di oggetti”, “uso di materiale pirotecnico” e di presenza nel recinto di gioco di persone “non autorizzate dalle disposizioni federali”. In realtà, come spiega in un’intervista Salvatore Marzo, giudice sportivo siciliano, questa norma viene spesso disattesa ed è sempre il direttore di gara a dover fare un passo indietro: “Affinché la gara venga svolta, come è interesse comune di Figc e società, soprattutto quelle fuori casa che si sobbarcano spese per andare in trasferta”.

RIPARTIRE DAI GIOVANI Responsabilizzare i più piccoli, imprimere un cambiamento partendo da loro. Questa è la ricetta individuata da “Sport&Fun”, un’associazione sportiva dilettantistica che dal 2007 organizza tornei di calcio giovanile in Campania. Ogni weekend impegna circa

LE SANZIONI INASPRITE Si arriva a una squalifica di almeno un anno, pena aumentata a un minimo di due anni qualora le lesioni fisiche vengano documentate da un referto medico. diecimila bambini e la loro organizzazione in termini di sanzioni disciplinari, con ammonizioni, espulsioni, squalifiche e diffide, fa sentire i giovani calciatori come veri atleti.“Rapportiamo al mondo dei bambini lo stesso sistema che si applica agli adulti”. Giuseppe Pirozzi, presidente dell’associazione, in un’intervista a Lumsanews ha illustrato quali sono gli obiettivi che Sport&Fun vuole perseguire in materia di educazione allo sport e come intende raggiungerli.“Abbiamo un regolamento che prevede multe e sanzioni disciplinari – ha affermato – e in alcuni casi abbiamo anche allontanato le società responsabili di disordini. Dispiace per i bambini, ma vogliamo ribadire il nostro segnale, ossia che il calcio è uno sport fantastico che regala grandi emozioni soltanto se bambini adulti lo spirito adeguato”. È la strada della prevenzione e della educazione nel Paese che lo storico Paul Ginsborg ha definito “una repubblica fondata sul pallone”. Una strada che dovrebbe essere di ispirazione per tutte le società di calcio, a partire dai settori giovanili.

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore Responsabile Carlo Chianura Direttore Scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Giacomo Andreoli, Massimiliano Cassano, Tommaso Coluzzi, Rossella Dell’Anno, Tommaso Franchi, Giuseppe Galletta, Federico Marconi, Alessandro Rosi, Giorgio Saracino Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


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lo sport

Stadi e palazzetti quei monumenti vecchi e dimenticati

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Impianti abbandonati dalle istituzioni Viaggio nel degrado sportivo italiano

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TOMMASO FRANCHI, Roma

mpianti vecchi e dimenticati, riscoperti solo in campagna elettorale e poi abbandonati al loro destino. Comuni e istituzioni sportive, spesso alle prese con problemi di bilancio, non investono nella riqualificazione di strutture che non garantiranno profitti. Il risultato è che insieme a stadi e palazzetti, al degrado viene consegnato lo sport italiano. Vediamo perché. Le cause sono molteplici. I dati del Coni, contenuti nel censimento degli impianti sportivi appena diffuso, parlano di oltre 2.200 impianti chiusi al pubblico. L’indagine si concentra esclusivamente su cinque regioni d’Italia – Friuli-Venezia Giulia, Molise, Toscana, Lazio e Calabria –, ma fotografa alcune problematiche che accomunano tutto il territorio nazionale. Tra le diverse tipologie di impianti prevalgono quelli polivalenti all’aperto o al chiuso. Un esempio lampante di questa situazione si trova vicino al Giuseppe Meazza di Milano, stadio che ospitò la finale di Champions League nel 2016. A due passi da San Siro spicca la situazione dei campi di calcio del quartiere Barona. Sorte simile anche per il quartiere Quarto Cagnino, dove un impianto di circa 8.690 metri quadrati è abbandonato a sé stesso, e per il bocciodromo situato nel quartiere Bovisa. “Il campo da calcio della Barona – spiega Roberta Guaineri, l’assessore a Turismo, Sport e Qualità della vita del Comune di Milano – era in condizioni discrete ma non pienamente agibile, mentre il bocciodromo di via Candiani era fatiscente e abbandonato a sé stesso, considerata l’assenza di investimenti. Un caso unico a Milano. Il tetto in legno era ridotto male, così come gli spogliatoi e i vari interni”. Ora entrambi gli impianti sono stati assegnati a due società che puntano a riqualificarli entro il 2020.La stessa speranza non si percepisce a Roma, dove gli ultimi corposi ritocchi agli impianti sportivi risalgono al 1990, in occasione dei Mondiali di calcio disputati in Italia, e al 2009, per i Mondiali di nuoto ospitati dalla Capitale. Colpisce la situazione dello stadio Flaminio, dimenticato e poi tornato alla ribalta a seguito dell’uccisione di un clochard all’interno dell’impianto nel febbraio 2018. Da gioiello architettonico e arena di storie olimpiche a teatro di omicidi, vive oggi nel più totale degrado. “Al suo interno cresce vegetazione incolta, ci sono tanti rifiuti e gli unici a utilizzarlo, secondo quanto si apprende, sarebbero gli spacciatori”, dice Alfredo Parisi, presidente di FederSupporter e del comitato “Salviamo il Flaminio”. “Il Coni e il Comune – spiega Parisi – si sono palleggiati le responsabilità, ma i principali colpevoli sono le istituzioni sportive. Nel novembre 2017 stava per passare il cosiddetto “piano Calenda”, proposto proprio dall’ex ministro, che prevedeva anche la ristrutturazione del Flaminio. Tuttavia il progetto sembra adesso sparito dai radar”. Alla base di questa situazione il fatto che il complesso non è soggetto ad alcun tipo di speculazione, data l’impossibilità di costruirci intorno negozi o complessi immobiliari. Dal centro al Sud Italia la situazione peggiora. Messina, dopo i fasti della serie A di calcio e di pallacanestro, è sprofondata nel Dilettantismo. Lo stadio San Filippo, che nel 2005 ospitava in media trentamila spettatori (settimo pubblico d’Italia per numero di abbonati), accoglie adesso in media un centinaio di irriducibili e versa nel degrado. Lo stadio più vecchio, il “Giovanni Celeste”, è poi inagibile al pubblico. “Il degrado ha un’origine precisa. Gli impianti – spiega Giuseppe Scattareggia, assessore comunale allo sport – vennero affidati in autogestione a delle società che non hanno provveduto alla pulizia e alla custodia delle strutture. Molte di queste realtà sono peraltro fallite, il che ha portato a un grande vuoto amministrativo”. Dello stesso parere Alessandro Arcigli, commissario tecnico della Nazionale di tennistavolo: “La responsabilità delle Istituzioni è stata nel corso degli anni

L’ASSESSORE

Il campo da calcio della Barona era in condizioni disasastrose. Su molti impianti non ci sono stati interesse e investimenti

Roberta Guaineri

PAGINA 7

L’intervista ALFREDO PARISI

“

“Il Flaminio è un relitto Non c’è la volontà di recuperarlo”

CT TENNISTAVOLO

Enorme la responsabilità da parte dello Stato. Il Comune dovrà fungere da collante tra società, Coni e le federazioni

Alessandro Arcigli

Parla il presidente di FederSupporter e del comitato “Salviamo il Flaminio”. Denuncia la situazione in cui si trova lo stadio capitolino.

Negli ultimi anni ha denunciato più volte il degrado in cui vive lo stadio Flaminio di Roma. Quando ha avuto origine il degrado della struttura?

“È stato abbandonato a sé stesso circa otto anni fa, quando ha ospitato l’ultima partita tra Atletico Roma e Juve Stabia, valida per il campionato di calcio di serie C. Ma il Flaminio è un complesso sfruttato anche da altre discipline e non a caso ci ha giocato spesso la Nazionale italiana di rugby. Ora è nel più totale degrado: al suo interno cresce vegetazione incolta, ci sono tanti rifiuti e gli unici a utilizzarlo, secondo quanto si apprende, sarebbero gli spacciatori. Dal marzo 2017 abbiamo cercato di portare all’attenzione del Municipio la salvaguardia di un bene pubblico, teatro addirittura del recente omicidio di un clochard. Un fatto di cronaca che ha riportato il Flaminio all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale, ma l’interesse poi si è sopito”. La politica non ha davvero mosso un dito?

L’interno dello stadio Celeste di Messina. La curva e il campo abbandonati enorme. Il Comune dovrà fungere da collante tra le direzioni scolastiche, il Coni e le federazioni sportive affinché la scuola possa diventare un polo di integrazione concreta attraverso lo sport”. I campi del “Primo Nebiolo”, che ospitarono la Nazionale di baseball, per tre anni sono stati trasformati in una tendopoli per l’accoglienza dei migranti, con ripercussioni anche di natura igienico-sanitaria. Non mancano le responsabilità della politica, se si pensa che impianti come il PalaMili e il PalaGravitelli, concepiti per le Universiadi del 1997, non sono mai stati completati del tutto. Le società minori, in attesa degli spalti prefabbricati, si sono arrangiate affittando delle piccole tribune in acciaio. Servirebbe ben altro, anche una squadra di vertice che fungerebbe da volano. Il governo sembra muoversi a piccoli passi. La pro-

roga dei termini di partecipazione al poco chiaro bando “Sport e Periferie 2018”, che finanzia i progetti volti a rigenerare gli impianti sportivi degradati, ha causato un rallentamento dell’iter di riqualificazione. Inoltre i fondi – circa dieci milioni di euro annui agli assegnatari – risultano insufficienti. Gli interventi nel settore sportivo devono dunque coinvolgere non solo le società operanti nei vari settori agonistici, ma anche tutto il sistema che ruota intorno al calcio, alla pallacanestro e al rugby, sport che in Italia si trovano a vivere una situzione di incertezza. Per rigenerare gli impianti serve soprattutto una sinergia tra Coni, Comuni e istituzioni, che negli ultimi anni è mancata, portando al degrado di oggi e alla crisi di risultati del nostro sport.

“Il Coni e il Comune di Roma si sono palleggiati le responsabilità della riqualificazione. Ora si ipotizza un bando di gara, sulla falsariga di quanto avvenuto a Londra con lo “Stamford Bridge”, lo stadio del Chelsea, che vede tra i comproprietari i cittadini della capitale inglese. È una richiesta che avevamo portato avanti con il Comitato, ma il progetto è stato abbandonato dalle Istituzioni, nonostante le formali richieste avanzate ai vari assessorati. A novembre dell’anno scorso stava per passare il cosiddetto “piano Calenda”, proposto dall’ex ministro e sottoscritto da Regione, Comune e sindacati, che prevedeva anche la ristrutturazione del Flaminio. Tuttavia il progetto sembra adesso sparito dai radar. Riteniamo assurdo lo sperpero di denaro per studi che poi non hanno un’attuazione concreta. Non credo vogliano investire e recuperarlo davvero. Ormai è un relitto che, collocato nel centro della città, non si presta a speculazioni di carattere immobiliare. Forse anche per questo il suo destino appare segnato”. Avete provato a fare qualcos’altro per lo stadio?

“Sono stati avviati molti studi di fattibilità ma varie idee si sono scontrate con i tempi della burocrazia. Tuttavia i cittadini non hanno grande possibilità di incidere in queste situazioni. Avevamo provato a riqualificare la zona, ma ora sembra difficile che le Istituzioni ascoltino le nostre istanze. Riteniamo vergognoso il loro atteggiamento, dato che non è stato possibile avviare un dialogo”.


LUMSAnews

Polizia predittiva

l’inchiesta

PAGINA 8

Grazie all’informatica gli agenti possono intervenire prima dei delitti. Come nei racconti distopici

Crimine zero, tra dati e intelligenza artificiale la sfida del poliziotto che prevede il futuro e anticipa i reati S

FEDERICO MARCONI, Roma (Segue dalla prima pagina)

embra la Washington del 2054 del film Minority Report, dove la Polizia Precrimine ha permesso di eliminare la devianza dalla società. Invece è il 18 dicembre 2018 a via Roma, Mestre, e il furto era stato predetto. Non è un caso isolato. Negli ultimi venti anni sono stati creati sofisticati sistemi di polizia predittiva da forze dell’ordine e società private di tutto il mondo. Elaborano un enorme mole di dati grazie all’intelligenza artificiale: così un agente può sapere con ore di anticipo dove e quando un reato verrà commesso e, in alcuni casi, riesce addirittura a dare un volto al futuro criminale. Non fantascienza, ma scienza che facilita il lavoro delle forze dell’ordine. Grazie a dati e algoritmi le città diventano più sicure. Ora un futuro senza crimini seriali sembra possibile.

EVITARE IL REATO “Tra i tanti crimini che può commettere l’uomo, alcuni sono prevedibili”, spiega Elia Lombardo, ispettore capo della Polizia di Stato e creatore del software XLaw, utilizzato dalla questura di Venezia, Napoli e Prato. “Chi commette rapine, truffe, scippi e furti spesso utilizza strategie ripetitive, in tempi e luoghi precisi”. Strategie che XLaw riesce a conoscere con anticipo attraverso denunce, relazioni di servizio, informazioni di polizia e stampa. “Per il software ogni fermo è una sconfitta: prevede un danno, una vittima, un costo per le procedure giudiziarie, un aumento dell’allarme sociale” afferma l’ispettore, che da quasi vent’anni lavora al sistema di polizia predittiva in funzione dal 2004. “Ogni mezz’ora sugli schermi della questura appaiono degli hotspot, di colore e intensità differente a seconda dell’indice di rischio e del tipo di reato, con due ore di anticipo rispetto a quando verrà commesso”, continua Lombardo. Una cosa però il software non permette: conoscere l’identità del criminale. “Cerca modelli di crimine, non soggetti” .Dopo la predizione di XLaw, la questura manda una o più volanti in strada. “Il criminale, quando si accorge della nostra presenza, o decide di non commettere il reato o proverà a spostarsi: così però diventa meno efficace e più vulnerabile”. Il risultato: diminuzione dei crimini e aumento delle denunce in flagranza di reato. “A Napoli i reati predatori sono diminuiti del 22 per cento, e le denunce aumentate del 24. A Prato i dati sono ancor più incoraggianti, con un meno 39 per cento di reati e un più 54 per cento di denunce”.

INDIVIDUARE IL COLPEVOLE Quello inventato a Napoli non è l’unico software di polizia predittiva utilizzato in Italia. Da 12 anni a Milano è attivo KeyCrime, software inventato da Mario Venturi quando era assistente capo della questura. “Il sistema nasce per aiutare il poliziotto nell’analisi dei

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L’AGENTE

Per il software ogni arresto è una sconfitta: prevede un danno, una vittima, un costo. Il suo scopo è evitarlo

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precedenza. “Il crime-linking non ha valenza di prova in tribunale non avendo ancora valenza scientifica, ma permette di indagare su reati precisi”. Il risultato: pene più severe. Ma non solo: “Si parla sempre di certezza della pena, ma il problema vero è la certezza dell’imputabilità. A chi applico la pena se non so chi ha commesso il reato?”. KeyCrime permette di saperlo, mandando un messaggio ai criminali: “Più agisci e più informazioni mi dai e quando ti prendo – perché prima o poi ti prendo – verrai imputato per tutti i reati che hai commesso. La condanna sarà così molto più pesante”. Lo scorso anno Venturi ha lasciato la polizia. “Dopo 31 anni di lavoro per lo Stato ho trovato un importante fondo (Oltreventure Capital, ndr) che aiuta progetti con ricadute sociali. Purtroppo l’amministrazione per cui lavoravo non investe in ricerca e sviluppo”.

L’IMPRENDITORE

Mi sono licenziato per continuare a sviluppare il mio programma: il ministero dell’Interno non investe in innovazione

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LA GIURISTA

Lo Stato deve controllare come le società usano i nostri dati. C’è il rischio che violino i nostri diritti e la nostra privacy

crimini, non per predirli: poi sfocia anche sulla prevenzione e lo fa meglio di altri”. Come XLaw, il software di Venturi permette di conoscere con anticipo luogo e orario. La particolarità però è il crime-linking: “Attraverso i dati di polizia, il sistema analizza il modus operandi del criminale e crea un’impronta comportamentale. Come la digitale, quella criminale è caratteristica di ogni persona e non è mai celabile” continua Venturi. Una volta creata l’impronta, il software compara le informazioni fornite e crea dei legami tra tutti i crimini commessi con le stesse caratteristiche. “Non diamo nome e cognome al criminale, per il sistema è un mister X fino a che non viene arrestato. Certo in caso di persone recidive, la cui impronta comportamentale è nel sistema, ci viene indicata anche una possibile identità”. “KeyCrime è utile persino ai giudici” afferma il suo inventore. Dopo l’arresto, i magistrati riescono spesso a imputare al criminale anche tutti i reati commessi in

UN COSTO SALATO “I due sistemi italiani sono migliori di molti software utilizzati all’estero”. Angelica Bonfanti, giurista dell’Università di Milano, da molti anni si occupa di diritti umani nell’era digitale. “XLaw e KeyCrime utilizzano dati vagliati dalla pubblica amministrazione, la profilazione criminale viene effettuata su elementi certi”. All’estero, in particolare Usa, Israele, Cina e Danimarca, non è così: “Lì i dati vengono attinti da più sorgenti, come i social network, e non sempre sono affidabili. Ledono la privacy e molto spesso creano falsi positivi e producono discriminazione e stigmatizzazione di categorie etniche o territoriali”.Due sono i principali problemi della polizia predittiva, evidenzia Bonfanti. Il primo, la presunzione di innocenza: “Viene totalmente ribaltata ed è necessaria una chiarificazione del legislatore. Purtroppo però la legge va più lenta della tecnologia”. Il secondo, l’utilizzo dei dati: “Questi software agiscono in un interstizio della legge: società private svolgono funzioni di polizia. Bisogna quindi controllare come acquisiscono e tutelano i dati che hanno a disposizione”. Più sicurezza potrebbe portare a un mondo dove la privacy non è più tutelata, ma soprattutto in cui si è circondati da colpevoli fino a prova contraria.


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