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Lumsanews n. 8 del 15 dicembre 2021

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Il caso

La svolta verde delle auto elettriche ma molti posti di lavoro sono a rischio

ALLE PAGINE 6 E 7

di GABRIELE CRISPO

PERIODICO NUMERO VIII 15/12/2021

Ucraina, rischio showdown La paura di un conflitto tra Kiev e Mosca, con migliaia di soldati al confine “Il Cremlino vuole testare le intenzioni della Nato e della Casa Bianca”

L’INCHIESTA

Reddito di libertà per combattere la violenza di genere di FRANCESCA FUNARI

Riconoscere la violenza economica su una donna è complicato perchè non lascia ferite. Capita che il partner obblighi la compagna a lasciare il lavoro con la scusa della maternità. Oppure si fa consegnare lo stipendio. O ancora, pretende di accedere al conto corrente, con la scusa di avere maggiori competenze nella gestione del denaro, imponendo su di lei un vero e proprio controllo finanziario. Da novembre il Governo ha previsto il reddito di libertà, un sussidio di 400 euro mensili per 12 mesi, erogati dall’Inps, dopo la compilazione di un modulo reperibile nel Comune di residenza. Questo trasferimento monetario viene assegnato soltanto alle vittime di soprusi che si sono affidate a un centro antiviolenza. Donne con figli minorenni o senza figli, sia italiane che straniere.

L’INTERVISTA L’economista

Azzurra Rinaldi “È necessario ripensare il mercato del lavoro” “Perché si parla poco di violenza economica sulle donne? Culturalmente nel nostro Paese è considerato normale che una donna non lavori. Anzi è considerato quasi anomalo il contrario e questo è un aspetto che qualunque madre che lavori può confermare. Questo anche a causa della normativa che prevede 5 mesi di congedo di maternità obbligatoria e 10 giorni di congedo di paternità obbligatoria. Una distanza enorme”.

ALLE PAGINE 4 E 5

di LUCA SEBASTIANI

Decine di migliaia di battaglioni in marcia. Scie di mezzi corazzati. Esercitazioni militari sempre più continue. È quello che accade al confine tra Ucraina e Russia. Eventi che hanno scosso sia l’Europa sia l’Occidente. Le voci fatte trapelare dai servizi americani sul dispiegamento di 175 mila soldati russi nei pressi della frontiera ucraina pronti a un blitz militare, hanno poi richiamato

la paura di un conflitto nel continente europeo. Secondo quanto riportato dai media, l’offensiva potrebbe cominciare già nel mese di gennaio con l’utilizzo di migliaia di militari. Ma si ricorrerà davvero alle armi?

ALLE PAGINE 2 E 3

Se le società di betting aggirano il divieto di pubblicizzare il gioco di PAOLO CONSOLINI

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il focus

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di LUCA SEBASTIANI

e impronte di decine di migliaia di scarponi militari in marcia. La scia di mezzi corazzati vicino al confine tra Ucraina e Russia. La notizia trapelata dai servizi segreti americani, e pubblicata dal Washington Post il 3 dicembre, sul dispiegamento di 175 mila soldati di Mosca nei pressi della frontiera ucraina pronti a un blitz militare, ha scosso l’Occidente e rievocato il timore di una guerra in Europa. Secondo quanto riportato dal giornale americano, l’offensiva potrebbe cominciare già nel mese di gennaio 2022 con l’utilizzo di 100 battaglioni dei gruppi tattici. Ma davvero si arriverà a un intervento armato? “Non si può escludere in un secondo momento, ma non adesso o nei prossimi mesi”, sostiene Orietta Moscatelli, analista di Limes. Anche Gabriele Natalizia, docente di International Relations all’Università Sapienza di Roma e coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info, non lo ritiene imminente, nonostante “la presenza di unità tattiche da combattimento e l’arrivo di unità mediche e di ospedali di campo che potrebbero far pensare a un intervento militare. Nel caso - aggiunge Natalizia - potrebbe essere un’azione simile a quella avviata in Georgia nel 2008 o in Crimea nel 2014, che punta a mangiare piccole porzioni di territorio e non alla conquista totale dell’Ucraina”. Tra l’altro, di solito, un’operazione armata sfrutta un effetto sorpresa che in questo caso non ci sarebbe. Ma allora perché ammassare un così largo numero di truppe, facilmente rintracciabili da satelliti e dai servizi di intelligence? I motivi sono molteplici. Si è parlato molto di “linee

Migliaia di soldati al confine Kiev teme una nuova invasione

LE TRUPPE ALLA FRONTIERA Sopra un carro armato dei filorussi dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk durante un’esercitazione. Sotto l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e quello americano Joe Biden, tenutosi a Ginevra lo scorso 16 giugno. rosse”, ovvero di quei punti fermi o quegli interessi strategici russi che Vladimir Putin vuole cercare di imporre all’Alleanza Atlantica e soprattutto agli Stati Uniti. Mosca non vuole che le repubbliche ex sovietiche finiscano nell’orbita euro-statunitense. Rappresentano, infatti, quella zona “cuscinetto” di fondamentale importanza per la difesa del territorio russo. Come spiega Natalizia, l’obiettivo del Cremlino è testare sia le proprie capacità militari sia le intenzioni della Nato. Inoltre, la Federazione Russa vuole verificare il polso dell’amministrazione di Joe Biden. Gli Usa sono concentrati sempre più nella contesa con la Cina e Putin sa di poter sfruttare questa situazione a proprio vantaggio, continua l’esperto: “La Russia, in cambio di un’imparzialità rispetto alla competizione tra Pechino e Washington, potrebbe chiedere alla Casa Bianca il riconoscimento della sua egemonia nello spazio post sovietico”. Ucraina in primis. Per questo, secondo Moscatelli “la richiesta russa sarà sempre quella di arrivare ad accordi per nuove regole di adesione alla Nato”. D’altronde l’occhio degli Stati Uniti, oggi, non guarda con troppa attenzione al fronte est-europeo, come dimostrato dalle minacce di sanzioni economiche in caso di azioni troppo assertive da parte della Russia. Dure ripercussioni a livello finanziario magari, ma nessuna risposta armata. Lo stesso discorso

Ucraina - Russia

della guerra lo spettro

vale per l’Unione europea, che con la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen ha paventato l’ipotesi di gravi conseguenze economiche. Come chiarisce Paolo Alli, già presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato, “se per qualche ragione l’Occidente decidesse di intervenire militarmente si metterebbe dalla parte del torto a livello di diritto internazionale”. Questo perché l’Ucraina non fa parte né della Nato, né tantomeno dell’Ue. Kiev è cosciente della sua particolare posizione geopolitica. Il presidente Volodymyr Zelensky è in grosse difficoltà, conferma Moscatelli: “Si ritrova ad aver puntato sulla prospettiva della guerra e sulla stretta alleanza con gli Usa. Ora però l’assistenza americana si delinea in maniera cauta e per lui le cose si mettono male”. La maggioranza della popolazione ucraina è ostile alla Russia, a eccezione delle aree dove è forte la presenza delle fazioni separatiste filorusse, e spinge per l’adesione all’Alleanza Atlantica. Ma sono due gli ostacoli, quasi insormontabili, che fanno slittare l’ingresso nella Nato: l’occupazione di alcuni suoi territori (Crimea e Donbass) da parte della Russia e i parametri socio-economici necessari per entrare nell’Alleanza. Nel momento di un’eventuale adesione alla Nato, l’Ucraina infatti potrebbe richiedere l’attivazione dell’articolo 5, quello che obbliga i Paesi membri a difendersi a vicenda da un’azione ostile esterna, avendo truppe straniere all’interno dei propri confini. E, secondo Alli, “è l’ultimo dei problemi che la Nato vuole avere ora. Inoltre Kiev è indietro nel processo di riforme che viene richiesto per l’ingresso”. Quei parametri di lotta alla corruzione, rispetto dei diritti umani, equilibrio dei poteri su cui l’Ucraina ancora fatica. Intanto l’Europa, o almeno i Paesi principali - tra cui Francia, Germania, Regno Unito e Italia - si sono mossi insieme agli Stati Uniti, anche in occasione del vertice virtuale tra Biden e Putin dello scorso 7 dicembre. Se da una parte hanno evocato la possibilità di sanzioni dure, dall’altra “hanno segnalato che l’Europa non può continuare a seguire linee sanzionatorie che vanno a ledere direttamente i propri interessi finanziari e strategici”, spiega Moscatelli. In ballo c’è il gasdotto NordStream2, appena concluso ma non ancora in funzione per intoppi burocratici. Un’infrastruttura voluta sia dalla Germania che dalla Russia, che aggira l’Ucraina per trasportare il gas in Europa. Infine il capitolo delle conseguenze per l’Italia. Anzitutto già si manifesta un malcontento del Nord produttivo su eventuali sanzioni che avrebbero effetto su un ’imprenditoria , fortemente integrata nel mercato europeo. Ma c’è un secondo risvolto possibile per Roma, nell’ambito delle trattative tra Mosca e Washington. Nei prossimi mesi si elegge il nuovo segretario generale della Nato e una figura proveniente da Paesi dell’Est-Europa o da nazioni più ostili a Mosca potrebbe rendere difficili le trattative con la Russia. “Per questo - conclude Natalizia - potrebbe guadagnare di sostanza una candidatura italiana, in un momento in cui l’Italia gode di una buona immagine presso la Casa Bianca”.


LUMSAnews

IL DOCENTE

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L’ESPERTO

Natalizia: “Alle elezioni Alli: “L’Alleanza Atlantica del segretario della Nato non può accogliere a breve l’Italia potrebbe dire la sua” l’Ucraina come membro” Dietro l’Ucraina, i rapporti tra Stati Uniti e Russia

Kiev ha davanti due ostacoli difficili da oltrepassare

Professore, ci sarà veramente un intervento militare russo? “Quando troppo spesso si parla di un evento, poi è meno probabile che si verifichi, anche perché un intervento militare ha anche bisogno del fattore sorpresa. Ad oggi direi di no, perché sia l’incontro tra Lavrov e Blinken, sia quello virtuale tra Biden e Putin, sia la possibilità del rilancio del format di Minsk fanno presupporre una parziale distensione. D’altro canto, oltre alle notizie degli spostamenti di truppe ingenti nei pressi del confine, ci sono degli elementi che potrebbero far pensare a un intervento militare: la presenza di unità tattiche da combattimento e l’arrivo di unità mediche e di ospedali di campo. Secondo gli analisti militari, attualmente, le truppe russe vicine al confine potrebbero reggere un’operazione da 3-5 giorni. Nel caso potrebbe essere un’azione militare come in Georgia nel 2008 o in Crimea nel 2014, che punta a mangiare piccole porzioni di territorio e non alla conquista totale dell’Ucraina.” Per quale motivo? “Per dare una dimostrazione della capacità di potenza russa e per non dare fino in fondo motivo all’Occidente di una vera rappresaglia. Per l’Ucraina sarebbe comunque una violazione ulteriore della propria sovranità e una tragedia, ma non sarebbe “abbastanza” per giustificare una reazione della Nato e degli Usa. Non credo comunque che avverrà, non è negli interessi russi né americani e non ci sarebbero stati i colloqui. Le guerre possono iniziare, ma anche chi le inizia non sa come possono finire.” Quali sono gli obiettivi della Federazione Russa? “Sono molteplici. Testare le proprie capacità e come viene percepita la Russia all’esterno, testare quanto ancora faccia paura lo strumento militare russo e quanto il Cremlino può ottenere con la minaccia della guerra. Poi c’è l’obiettivo di saggiare le reali intenzioni della Nato. Il rischio dell’Alleanza Atlantica, in questo momento, è di rimanere in una posizione ibrida. Nel caso di pieno engagement, e quindi l’uso del pugno duro, la Nato si affermerebbe come comunità di difesa che guarda anche oltre i territori dei propri Paesi membri. L’alternativa sarebbe concedere una zona di cuscinetto alla Federazione Russa. Una posizione intermedia tra le due, potrebbe essere un segnale di debolezza. Infine, tra gli obiettivi russi, c’è anche quello di testare quanto sono saldi i nervi dell’amministrazione Biden e fino a dove gli Usa possono fare concessioni.” Una sfida agli Stati Uniti? “L’ossessione giustificata del problema cinese nelle ultime due amministrazioni americane costituisce una finestra di opportunità per la Federazione Russa. Potrebbe ottenere quello che non ha mai ottenuto nei 35 anni precedenti, quando l’ordine mondiale a guida americana era più stabile: ovvero il riconoscimento della sua sfera d’influenza. La Russia in cambio di un’imparzialità rispetto alla grande contesa tra Cina e Usa, potrebbe mercanteggiare la sua terzietà con la conferma della sua egemonia nello spazio post sovietico.” Quali potrebbero essere le sanzioni occidentali? Potrebbero esserci ripercussioni sul mercato del gas? “Il mercato del gas è rigido, tanto per la domanda quanto per l’offerta. Quindi a fronte di una potenziale riduzione del gas di chi lo riceve, ci sarebbe un’effettiva riduzione degli introiti per il Paese che vende. I tubi creano interdipendenza. Io non credo possa considerarsi casuale questa assertività maggiore russa nell’ultimo mese e mezzo in concomitanza con la conclusione del Nord Stream 2. Il gasdotto è finito, ci sono stati intoppi burocratici che si risolveranno dopo la luce verde data dagli Usa. Adesso la Germania, se mai ci fosse un attacco russo, dovrebbe chiudere quei tubi. Al

Difficilmente un’azione militare viene anticipata con il clamore di questi giorni. Pensa che a breve possa scatenarsi un conflitto armato tra Mosca e Kiev? “Tutto potrebbe essere, ma non credo che in questo momento Putin abbia bisogno di alzare la tensione fino a quei livelli. Quindi non penso ci sarà un intervento diretto. Sono le operazioni che Putin fa, da un lato per saggiare le reazioni della Nato e dell’Occidente, dall’altro, in modo propagandistico, per reggere le situazioni di tensione interna che ci sono nel Paese. Lo abbiamo visto nel 2008 in Georgia, nel 2014 in Ucraina, con la Siria, con il Nagorno Karabakh. Quando lui ha una situazione di crisi interna che mina la sua popolarità personale fa qualche grande operazione all’estero che si vende tra la sua gente. Non è la prima volta, addirittura in passato ha fatto azioni militari senza annunciarlo.” Quali possono essere le contromisure dell’Occidente. Solo sanzioni economiche? “Innanzitutto azioni di tipo militare né l'Unione europea né la Nato possono pensare di farle, visto che l’Ucraina non è membro dell’Ue né della Nato. Non si può pensare di attivare un Articolo 5 per un paese non appartenente alla Nato. Se per qualche ragione l’Occidente decidesse di intervenire militarmente si metterebbero dalla parte del torto a livello di diritto internazionale. Questo offrirebbe un vantaggio a Putin di dire: “Mi accusate di violare il diritto ma siete voi a violarlo per primi”. Non è che l’Ue e la Nato non vogliono reagire militarmente, non possono. Le sanzioni economiche contro la Russia non sono una novità e potrebbero essere inasprite da questa situazione. Ma onestamente non penso possano portare a risultati concreti. Putin si gioca un’arma tattica nel breve periodo, per aumentare il consenso, ma non credo si tratti di una questione di portata strategica di medio-lungo periodo.” Tra gli scenari possibili, alternativi a un conflitto aperto, potrebbe rientrare anche un cambio forzato di presidenza in Ucraina da parte della Russia? “Io non credo. Putin sa benissimo che Zelensky non era del tutto chiuso al dialogo con la Russia quando si è insediato. L’opinione pubblica ucraina, però, è tutta contro la Russia, salvo quelle zone filorusse in Donbass. A Kiev, a Leopoli o a Odessa, Putin è malvisto. Mi sembra impossibile auspicare che ci sia un sovvertimento di governo o che venga eletto un presidente filorusso. La popolazione non lo voterebbe mai, anzi un’operazione del genere non farebbe altro che incattivire gli animi degli ucraini contro la Russia.” La tensione di queste settimane può accelerare o rallentare il processo di adesione dell’Ucraina alla Nato? “Il percorso di avvicinamento all’entrata nella Nato è complicato per l’Ucraina, così come per la Georgia. Entrambe hanno situazioni di conflitto aperto con la Russia, come il Donbass e la Crimea in Ucraina o l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud in Georgia. Quindi non vedo prospettive di breve termine per queste partnership Nato. Se così fosse l’Alleanza Atlantica sarebbe impegnata immediatamente nell’attivazione dell’Articolo 5 e dovrebbe intervenire militarmente per cacciare i russi dalla Georgia e per tenerli lontani dal Donbass. Ed è l’ultimo dei problemi che la Nato vuole avere in questo momento. Poi dentro la Nato ci sono spinte anti russe molto forti da sempre, però è necessario tenere un certo equilibrio. Il problema vero è che la concentrazione di forze che Putin sembra aver messo ai confini con l’Ucraina, è tale che la Nato insieme a Kiev rischiano di non poter neanche militarmente opporsi. Quindi si fa un’adesione accelerata alla Nato e poi scoppia la guerra che non si è in grado di combat-

Sulla situazione al confine dell’Ucraina, e in particolare sui rapporti tra Mosca e Washington, è intervenuto Gabriele Natalizia, professore di International Relations all’università Sapienza di Roma e coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info.

netto del fatto che esiste il Nord Stream 1 che non ha questo vincolo, ma quanto si può essere sicuri che la Germania lo farà? È una scommessa e gli americani ci credono poco.” Ci saranno conseguenze per l’Italia? “Nel momento in cui ci sono delle posizioni sempre più tese tra Russia e Paesi Nato, e gli Usa sarebbero davvero convinti - e questa è la mia posizione - della necessità di arrivare a un accordo con la Russia, quale potrebbe essere la conseguenza in un anno in cui viene eletto il prossimo segretario generale della Nato? Potrebbe guadagnare di sostanza una candidatura italiana, in un momento in cui l’Italia gode di una buona immagine alla Casa Bianca, ai danni magari di un europeo dell’est, o da Paesi più prossimi alla Federazione Russa e più ostili a Mosca. Una conseguenza positiva per l’Italia.” (l.s)

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GABRIELE NATALIZIA Professore di International Relations all’Università Sapienza di Roma e coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info.

Gli obiettivi di Putin sono diversi. Testare le proprie capacità, come viene percepita la Russia all’esterno, e quanto il Cremlino può ottenere con la minaccia della guerra C’è anche la volontà di verificare le reali intenzioni della Nato e di quanto possono concedere gli Usa

L’onorevole Paolo Alli, ex presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato dal 2016 al 2018, ha vissuto in prima persona per il suo incarico, gli anni subito successivi alla guerra in Crimea e nel Donbass del 2014. Su Lumsanews ha commentato il quadro al confine tra Ucraina e Russia e il percorso di avvicinamento di Kiev all’Alleanza Atlantica.

tere.” Quindi nonostante le forti volontà popolari in Ucraina, sembra lontana dall’ingresso nell’Alleanza... “Penso che la Nato non accoglierà così rapidamente l’Ucraina, anche perché Kiev è un po’ meno avanti rispetto alla Georgia nel processo di riforme che viene richiesto e imposto dall’Alleanza ai Paesi che vogliono aderire. La Georgia già da qualche anno ha superato i parametri: sulla lotta alla corruzione, sulla democrazia parlamentare, sul sistema di equilibrio dei poteri o sul rispetto dei diritti umani, dove l’Ucraina è più indietro. Forzare l’adesione ucraina alla Nato, significherebbe anzitutto dover chiudere un occhio sulle condizioni della membership - e già sarebbe un problema - e poi aprirebbe un potenziale conflitto con la Russia. Non credo quindi che questo passaggio possa avvenire in tempi brevi.” (l.s.)

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PAOLO ALLI Presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato tra il 2016 e il 2018.

Il percorso ucraino per l’entrata nella Nato è complicato, così come per la Georgia. Entrambe hanno situazioni di conflitto aperto con la Russia: il Donbass e la Crimea, o l’Abkhazia e l’Ossezia del sud In più ci sono i requisiti necessari


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REDDITO DI LIBERTÀ

l’emergenza

Il governo ha attivato da novembre una misura per aiutare chi è vittima di controllo finanziario: si tratta di un sussidio di 400 euro mensili erogato dall’Inps per un anno

Donne senza lavoro e soldi se la violenza diventa economica “Servono interventi strutturali”

Mutilazione genitali f Abort Matrimonio forzato o Altre forme (Convenzione di

Altra violenza Violenza ec

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Dai dati Istat 2020 emerge che il 37,8% subisce un abuso monetario Secondo il rapporto annuale di D.i.Re una su tre è a reddito zero

L

di FRANCESCA FUNARI

a violenza economica è tra le forme di abuso sulle donne più difficili da riconoscere perché non lascia segni sulla pelle. Il partner spesso obbliga la donna a lasciare il lavoro con la scusa della maternità, oppure si fa consegnare lo stipendio o pretende di accedere al conto corrente con la scusa di avere maggiori competenze nella gestione dei soldi esercitando su di lei un vero e proprio controllo finanziario. A raccontare questo scenario è D.i.Re – Donne in rete, l'associazione che raccoglie oltre 80 centri antiviolenza in tutto il Paese. Si tratta di una totale esclusione dalle scelte di spesa o investimento e dalla possibilità di ottenere guadagni propri per autodeterminarsi e fuggire, quando necessario, da un rapporto violento. La pandemia di Covid-19 ha provocato un’intensificazione del fenomeno in Italia. Un numero crescente di donne si ritrova senza un’occupazione lavorativa e senza un conto corrente a proprio nome. Dai dati Istat sul 2020 emerge che 15.387 donne si sono rivolte a un centro antiviolenza per intraprendere un percorso di recupero. Il 37,8% di loro per uscire da un abuso economico. L’economista e responsabile della School of Gender Economics di Unitelma Sapienza, Azzurra Rinaldi, spiega a Lumsanews che a differenza di altri tipi di abusi quello economico passa in sordina perché non viene colto come un problema da dover risolvere, a volte dalle donne stesse. “Si considera normale che una donna non lavori e anzi si stigmatizza chi sceglie di farlo. Quindi riconoscere il fenomeno diventa difficile. E in questo la normativa, con le sue differenziazioni tra uomini e donne, non aiuta”. Secondo il rapporto annuale di D.i.Re una donna su tre che intraprende un percorso di recupero è a reddito zero (32,9%) e meno del 40% può contare su un reddito sicuro. L’autore della violenza, dicono sempre i dati, nel 60,2% è il partner e nel 22,1% è l'ex. Il reddito di libertà attivato per la prima volta dal governo a novembre vorrebbe contribuire a risolvere questo problema. Si tratta di un trasferimento monetario di 400 euro mensili per 12 mesi dato alle donne vittime di abusi che si sono affidate a un centro antiviolenza. A erogare la somma di denaro è l’Inps dopo che la richiedente si è rivolta ai servizi sociali e ha compilato un modulo reperibile presso il Comune di residenza. Le beneficiarie del sussidio possono essere madri di figli minori oppure senza figli, cittadine italiane o straniere. Il provvedimento è stato presentato congiuntamente dal ministero delle Pari Opportunità e dal ministero del Lavoro e istituito dal decreto Rilancio del 2020. La somma messa in dotazione è di 3 milioni di euro totali. Come per il reddito di cittadinanza l’intento della misura è quello di offrire un sostegno monetario, senza tassazione, a categorie di persone in difficoltà che vivono una condizione di povertà. Eppure il sussidio da poco disposto ha già acceso il dibattito. “Stiamo parlando di un fondo altamente discriminante per cui chi prima arriva prima si serve”,

dichiara Simona Lanzoni, vice presidente della fondazione Pangea onlus, un’organizzazione no profit che lavora per favorire lo sviluppo economico e sociale delle donne. E subito dopo fa notare un’altra falla della misura: "Tra le beneficiarie sono escluse le donne con figli maggiorenni; una follia se si considera che molto spesso le donne vittime di violenza fanno i figli molto presto”. Anche Antonella Veltri, presidente dell’associazione nazionale D.i.Re, non è convinta dell’efficacia del reddito di libertà e sottolinea la necessità che la misura entri a far parte del welfare senza più gravare su una parte dei fondi previsti nel Piano nazionale antiviolenza come è adesso.

“Ma soprattutto - aggiunge - questo sussidio è in grado di garantire la protezione dei dati personali delle donne vittime di violenza? Se il centro antiviolenza presentasse direttamente la domanda all’Inps la riservatezza sul percorso resterebbe garantita. Ma con il passaggio attraverso i servizi sociali nessuno assicura ciò e i rischi per coloro che sono in percorsi protetti aumentano”. C’è infine chi fa notare come il sussidio non possa eliminare la violenza economica. “Servono interventi strutturali nel mercato del lavoro - dichiara la professoressa Rinaldi- capaci di cambiare l’approccio culturale e garantire l’occupazione femminile. Purtroppo né nella legge di Bilancio né nel Pnrr questa consa-

pevolezza viene assunta”. Dei 220 miliardi di euro del Pnrr, infatti, i fondi destinati all'imprenditoria femminile sono 400 milioni mentre nella legge di Bilancio sono 40 milioni. Numeri che rispetto all’ammontare complessivo dei fondi risultano pari a zero. Sebbene il reddito di libertà sia stato previsto anche per il prossimo anno, elevando il fondo a 4 milioni di euro, si tratta pur sempre di briciole. “Per combattere la violenza economica - conclude l’economista Azzurra Rinaldi - Serve un ripensamento culturale che adotti una prospettiva di genere in tutte le sedi pubbliche e che liberi la figura della donna dall’immagine del focolare domestico”.


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Abusi subiti dalle donne nel 2020

femminili o forzato o precoce Istanbul) Stupro sessuale conomica Minaccia nza fisica sicologica

0,1 0,7 1,4 2,1 9 12,7 37,8 49

66,9 89,3 0

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L’INTERVISTA/1

“Il denaro è potere Una donna che non lo ha non è una persona libera di sfuggire alla violenza”

Se la forma più frequente di abusi subìta è di tipo psicologico, almeno 1 donna su 3 subisce violenza economica. Il fenomeno però non è molto conosciuto, perché? Perché culturalmente nel nostro Paese è considerato normale che una donna non lavori. Anzi le dirò culturalmente è considerato quasi anomalo il contrario e questo è un aspetto che qualunque madre che lavori le potrà confermare. Quando una donna lavora ha quasi lo stigma sociale per questo. E quindi cosa succede? Questa chiusura si ripercuote sul mercato del lavoro italiano che non vuole le donne. Questo purtroppo anche a causa della normativa che prevede 5 mesi di congedo di maternità obbligatoria e 10 giorni di congedo di paternità obbligatoria e che quindi crea una distanza enorme. E anche con la massima volontà delle imprese ma chi farebbe mai una scelta orientata su una dipendente donna che potrebbe rimanere incinta x volte quando può prendere un uomo.

Perché anche le donne stesse hanno più difficoltà a individuare tale abuso? Le donne fanno fatica a vederla perché veniamo da una tradizione che relega la figura femminile all’interno delle mura domestiche. È lì che si deve svolgere il suo ruolo fondamentale.

E all’interno delle mura domestiche esistono altri tipi di violenza economica che una donna può subire? Assolutamente sì. Nella teoria economica ma in realtà anche nella pratica chi è che non gestisce i soldi? O i bambini oppure le persone che hanno qualche infermità mentale. Quindi non è normale che le persone adulte, le donne in questo caso, non gestiscano il denaro. La violenza economica si verifica ogni qual volta le donne non dispongono di un proprio denaro. Questo in parte deriva dal fatto che in Italia lavora solo il 48,6% delle donne. Ma ancora peggio è che 1 donna su 3 non ha un conto corrente a proprio nome. Quindi la violenza economica si declina su vari aspetti anche sul fatto che all’interno della famiglia si trovi sempre in una posizione di subalternità e costretta a chiedere denaro. Motivo per il quale quando si verificano casi di violenza fisica spesso si ha paura a denunciare e ad allontanarsi. Ecco perché con la presidente della Commissione femminicidi stiamo tentando di legare gli interventi della Legge di Bilancio anche a iniziative di tipo economico consentendo alle donne di disporre di soldi attraverso il reddito di libertà per uscire da situazioni di violenza. Il denaro è potere. Un adulto che non ha potere sulla propria vita è un adulto che più difficilmente può opporsi agli abusi. Questo ce lo dicono anche i centri antiviolenza: spesso l’abusante si presenta come principe azzurro che alla donna dice “ma dai tu non ti stancare. Ci penso io a te”. In questo modo non solo tolgono l’entrata economica e la possibilità di uscire da una situazione di violenza ma to-

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L’INTERVISTA/2

AZZURRA RINALDI economista e responsabile della School of Gender Economics di Unitelma Sapienza

glie anche tutta quella rete sociale che noi abbiamo quando lavoriamo. Quindi la donna si trova isolata, senza reddito, in una situazione di abuso e ha maggiore difficoltà a uscirne. Quello che manca culturalmente è una prospettiva di genere in tutte le sedi pubbliche che sarebbe virtuosa per l’intero Paese. Tutti i fondi pubblici invece hanno un impatto diverso se si tratta di uomini o di donne: dal decreto Ristori al Cura Italia fino alla Legge di Bilancio. E questa è secondo me la grande consapevolezza che manca. Le do un dato. Bankitalia nel 2013 ha fatto questo studio dove si diceva che se non il 100% ma anche solo il 60% delle donne italiane fosse occupato, noi avremmo un incremento di Pil di 7 punti percentuali. Noi lo scorso anno abbiamo chiuso a -8,9. Se avessimo fatto un Pnrr, se avessimo fatto una legge di Bilancio che ripartiva dal lavoro delle donne, noi avremmo potuto quasi azzerare lo scarto negativo della crisi economica post Covid. Però purtroppo né nella legge di Bilancio né nel Pnrr questa consapevolezza viene assunta.

Le domande per il sussidio saranno accettate fino a esaurimento del bugdet. Dopodiché? Questo è il grande tema di questo intervento così come il problema quest’anno i soldi ci sono e l’anno prossimo? Non si capisce che se noi rendiamo più facile per le donne uscire da una situazione di violenza e produrre reddito, stiamo meglio tutti perché il Paese produce più Pil, siamo tutti più ricchi e felici. Questa cosa che è una banalità eppure non viene assunta dai policy makers perché nella maggior parte dei casi sono uomini, bianchi, etero, anziani che nella propria vita magari non hanno mai sperimentato situazioni simili. Manca la rappresentanza delle donne nei posti in cui si decide sui soldi che è giusto rivendicare.

È possibile fare un parallelismo tra reddito di libertà e reddito di cittadinanza? Una correlazione tra i due sussidi in effetti c’è ed è legata alla situazione di povertà. In entrambi i casi andiamo a intervenire con dei trasferimenti monetari su delle categorie che sono in condizioni di povertà.

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Se il 60% delle donne lavorasse, il Pil crescerebbe di 7 punti percentuali

“Ok al reddito di libertà se entra nel welfare e diventa strutturale altrimenti non basta”

Qual è la posizione della vostra associazione rispetto all'introduzione del reddito di libertà per le donne vittime di violenza economica? I centri antiviolenza della rete D.i.Re hanno accolto l’annuncio del reddito di libertà come una misura assolutamente necessaria, considerate le difficoltà che sperimentano le donne nella fase di uscita dai percorsi di supporto, quando devono riprendere in mano la propria vita in autonomia. D.i.Re stessa ha da tempo attivo un fondo specifico, il Fondo Autonomia, alimentato attraverso donazioni di privati e imprese, che serve proprio a sostenere le donne in questo momento. Ma il modo in cui il reddito di libertà è stato strutturato – ovvero con una dotazione finanziaria di 3 milioni di euro per un anno, che consentono di assicurare un contributo di 400 euro al mese, per 12 mesi, solo a 625 donne, e la sua erogazione solo su richiesta dei servizi sociali – costituiscono enormi limitazioni che D.i.Re ha evidenziato immediatamente. Questa misura è stata prevista anche per il prossimo anno, elevando il fondo a 4 milioni di euro: ma stiamo sempre parlando di briciole, rispetto al fabbisogno, e comunque di una misura che non è strutturale, almeno per ora. Ci sono altre criticità che avete individuato? Nei centri antiviolenza della rete D.i.Re è garantito l’anonimato, se il centro antiviolenza presentasse direttamente la domanda all’Inps la riservatezza sul percorso resterebbe garantita. Mentre con il passaggio attraverso i servizi sociali nessuno assicura che informazioni sul percorso delle donne non possano trapelare all’esterno, aumentando i rischi in particolare per coloro che sono in percorsi protetti.

Esiste un qualche rapporto del 2021 che indichi i dati relativi alle denunce fatte da donne vittime di violenza economica? In coincidenza con il 25 novembre sono usciti diversi rapporti statistici: quello pubblicato da D.i.Re il 18 novembre scorso riporta i dati delle donne accolte dai centri antiviolenza della rete nel 2020, fotografando anche le forme di violenza subita e la relazione con il maltrattante, che si conferma nell’82,3 per cento dei casi una persona che la donna conosce, specificamente il partner nel 60,2 per cento dei casi oppure l’ex partner nel 22,1 per cento o un altro familiare per il restante 10 per cento dei casi. Il 33,4 per cento delle donne seguite dai centri antiviolenza D.i.Re nel 2020 ha subito violenza economica, che spesso si accompagna ad altre forme di violenza, in particolare la violenza psicologica, riportata dal 77,3 per cento delle donne, o la violenza fisica, subita dal 60 per cento di loro. Perché anche le donne stesse hanno più difficoltà a individuare tale abuso? La violenza economica può manifestarsi in maniera subdola, per questo è più difficile da riconoscere nel-

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Fonte: Istat

ANTONELLA VELTRI presidente dell’associazione D.i.Re che raccoglie oltre 80 centri antiviolenza

l’immediato: il partner obbliga la donna a lasciare il

lavoro con la scusa della maternità, oppure si fa consegnare lo stipendio o l’accesso al conto corrente e ai beni della donna con la scusa di avere maggiori competenze nella gestione dei soldi. Piano piano si crea una situazione di dipendenza che incrementa il controllo dell’uomo sulla donna, la sua imposizione di regole, obblighi, limitazioni, e le reazioni violente se la donna non le rispetta. E questa situazione di dipendenza rende ancora più difficile liberarsi dalla violenza.

Quale dovrebbe essere, se serve, l’intervento da fare oltre a questo sussidio? Il reddito di libertà, pari a 400 euro al mese, è – come giustamente dice lei – un sussidio: cruciale in alcuni momenti e nei territori dove il mercato del lavoro per le donne offre pochissime opportunità. Questa misura dovrebbe essere strutturale, fare parte cioè del welfare, e non dovrebbe gravare su una parte dei fondi previsti nel Piano nazionale antiviolenza come è adesso, che necessariamente, essendo limitiati, limitano enormemente il numero delle beneficiarie. Questa misura andrebbe accompagnata con misure per favorire l’inserimento lavorativo, per esempio attraverso l’introduzione di sgravi fiscali per le imprese che assumono donne in uscita da un percorso di supporto nei centri antiviolenza e l’accesso facilitato a corsi di formazione e riqualificazione professionale, così da allargare il ventaglio delle opportunità a cui le donne possono accedere. D’altro canto, non possiamo nemmeno immaginare che la soluzione sia nel credito di libertà, un programma agevolato di accesso al credito annunciato dal Dipartimento per le pari opportunità, perché non tutte le donne sono pronte per mettersi in proprio come ha fatto Nicoletta Cosentino,premiata dal presidente Mattarella con il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, con un’impresa di catering chiamata Le cuoche combattenti, e non basta un credito iniziale per avviare un’impresa a garantirne la sua sostenibilità nel tempo, soprattutto nell’attuale periodo di incertezze legate al Covid.

“

Il 33,4% delle donne seguite da D.i.Re nel 2020 è stata vittima di violenza economica


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I

di GABRIELE CRISPO

l mercato dell’automotive è in crisi profonda e la situazione rischia di peggiorare. Nei prossimi 14 anni la transizione ecologica, unita a inflazione e carenza di risorse, potrebbe creare nuovi tavoli di crisi aziendale e licenziamenti. Il report mensile del Centro Studi Promotor riporta che le immatricolazioni a novembre 2021 sono calate del 25% rispetto all’anno precedente e del 31% sullo stesso periodo del 2019. Una contrazione che si unisce a quelle dei mesi precedenti. Dopo un’iniziale ripresa nei primi mesi dell’anno, infatti, la domanda di autoveicoli è tornata su livelli di forte criticità. Cresce solo la quota vendite di auto elettriche e ibride, che sul totale ha però ancora un impatto marginale. La flessione riflette gli impegni internazionali di Glasgow 26 e del pacchetto climatico della Ue, Fit for 55, secondo cui i produttori di auto in Europa diranno addio al motore endotermico (benzina o diesel) entro il 2035. Tuttavia, come sottolinea a Lumsanews Gianluca Ficco, dirigente nazionale della Uilm, “l’auto elettrica ha meno componenti”. Per produrre un veicolo simile serve circa il 30% di lavoro in meno e quindi quello dell’elettrico è un comparto che “richiede meno manodopera”. Ferdinando Uliano, Segretario Nazionale della Fim Cisl, spiega che la perdita di posti di lavoro nell’automotive “è stimata intorno alle 60mila unità entro il 2035”. Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico (Mise), l’industria automobilistica nel suo complesso fattura 350 miliardi di euro, il 20% del Pil nazionale, e conta 1.25 milioni di lavoratori, con una spesa di circa 9 miliardi di euro in stipendi.Attualmente però è in atto una tempesta perfetta: riduzione dell’offerta nel mercato della componentistica, carenza di microcircuiti, aumento dell’inflazione e quindi dei prezzi delle materie prime. A ciò si aggiunge la graduale diminuzione delle immatricolazioni di veicoli in Europa, dove le imprese italiane esportano il 67% della produzione. Per Uliano pesa anche la mancanza di semiconduttori, “che condiziona acquisti, tempi di consegna e persino gli ordinativi e si riflette sulla componentistica”. Rischiano così la crisi “anche aziende non coinvolte nel cambio di produzione”. Per Ficco, invece, “il vero problema, che può diventare un detonatore, è la mancanza di microchip”. Il dirigente della Uilm è convinto che la transizione green, nei prossimi anni, porterà a un incremento di importazioni: “L’elettrico ci rende ancora più dipendenti dall’estero e dall’Asia, in quanto non abbiamo risorse perché in Italia la filiera è tradizionalmente meccanica”. Luca Refrigeri, analista della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, spiega a Lumsanews che “gli obiettivi contenuti nel pacchetto climatico Ue sono molto ambiziosi, considerati gli attuali tassi di penetrazione dell’elettrico nel mercato”. Il piano europeo punta infatti all’abbattimento del 55% di emissioni per il 2030 e del 100% entro il 2035, ma il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, continua ad avere dubbi sui tempi di attuazione. Andrea Poggio, Segretario Nazionale di Legambiente, critica la posizione del ministro, specificando che “non ha senso ritardare i tempi in Italia, mentre altrove questi tempi accelerano. Rendiamo l’industria impreparata al cambiamento”. Per Uliano e Ficco, inoltre, i tavoli sull’automotive tra parti sociali, associazioni, imprese e Mise fino ad oggi “hanno prodotto poco”. Accanto ai tavoli istituzionali, come ricorda Ficco, ci

il caso

Con la svolta green oltre 60mila addetti rischiano di perdere il posto di lavoro nei prossimi 14 anni

Auto

elettrica

se a rischiare è l’occupazione Per produrre i veicoli ecosostenibili serve il 30% di manodopera in meno

Nel mercato della componentistica italiana operano 2.203 imprese con un fatturato di circa 44,8 miliardi di euro Oltre 161mila i dipendenti

sono poi quelli “delle singole crisi aziendali”, principalmente nel comparto del diesel. Alla tedesca Vitesco di Pisa 750 addetti rischiano il posto, la Bosh di Bari potrebbe mandare a casa entro i prossimi due anni 1.400 dipendenti, senza contare il caso Stellantis (ex Fiat). Ci sono infatti le crisi aziendali di Cento, in provincia di Ferrara e di Pratola Serra, in provincia di Avellino, che producono motori diesel. Intanto, dopo il blocco dei licenziamenti da parte del Tribunale e l’incontro avvenuto al Mise, lo stabilimento Gkn di Campi Bisenzio ha riaperto la procedura di licenziamento per i suoi dipendenti. In attesa di politiche sul comparto, le imprese iniziano a guardare avanti da sole. Nel modenese un gruppo di investitori di Reggio Emi-

lia ha fondato nel 2021 Reinova, un’azienda che collauda e omologa batterie. Stellantis, invece, ha annunciato che intende costruire una gigafactory a Termoli per produrre batterie di veicoli elettrificati. Un primo sito a cui dovranno seguirne altri. Tuttavia Uliano e Ficco sottolineano che ad oggi “manca un accordo tra governo e Stellantis” e “bisogna vedere quanta occupazione svilupperà”. L’Italia, però, potrà salvare il settore solo se saprà attirare investimenti stranieri. Servirà pensare a poli industriali in grado di produrre, rigenerare, riparare e riciclare batterie, senza dipendere totalmente dalle importazioni. Merita poi attenzione il tema dell’approvvigionamento elettrico e dell’adeguamento delle infrastrut-


LUMSAnews

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“Poche briciole

L’INTERVISTA

nel Piano di ripresa il settore è a rischio” Ficco (Uilm): “Più investimenti Governo intervenga sulla filiera”

ture al carico richiesto dalla maggiore domanda, già centrale nel Piano nazionale ripresa resilienza. Oltre che investimenti per sviluppare metodi e tempi di ricarica più efficienti. Ficco chiede di salvaguardare le eccellenze del Paese, ma come sottolineato anche da Uliano “è fondamentale destinare risorse al settore, altrimenti il saldo occupazionale sarà negativo”. Le multinazionali, infatti, “stanno decidendo dove posizionare la componentistica dell’elettrico” e c’è il rischio che i produttori decidano di spostare la produzione all’estero. Bisogna formare i dipendenti per portare in Italia le produzioni che non ci sono: batterie, conduttori e componentistica in generale. “Se riusciremo a farlo la gestione della transizione sarà più sostenibile dal punto di vista sociale”.

Il volume d’affari della componentistica è calato dell’11,9% durante lo scorso anno Diminuisce anche il numero dei lavoratori

Cosa sta succedendo nel mondo dell’automotive italiano? “Sono attivi due ordini di tavoli nel settore. I tavoli sull’automotive su nodi strutturali e politiche industriali, che però finora hanno prodotto poco, e quelli sulle singole crisi aziendali. Nuovi, come ad esempio Gkn di Campi di Bisenzio, e quelli che vengono dal passato, come il caso Termini Imerese o anche Bosch di Bari da riattivare. Per l’industria automobilistica italiana l’elettrificazione generalizzata purtroppo è foriera di problemi. La trazione industriale italiana è infatti legata al comparto meccanico, che è destinato a perdere posti di lavoro nel suo complesso in seguito all’elettrificazione”. Per i lavoratori cosa comporterebbe una transizione all’elettrico? “L’auto elettrica ha meno componenti e comunque richiede meno manodopera. Come sottolineato dall’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica, Anfia, per produrre un veicolo elettrico serve circa il 30% di lavoro in meno”. I maggiori guadagni derivanti dai prezzi più alti delle autovetture elettriche e dal risparmio sulla manodopera dove finiscono? “Il valore aggiunto che non va alla manodopera va in batterie, componenti elettroniche e in altri beni che noi attualmente importiamo. Questo è importante dal punto di vista economico, perché dovremo adeguare la nostra produzione al nuovo mercato. Per le industrie, altrimenti, vorrebbe dire importare materie e componenti da altri paesi. Cosa che facciamo già, ma che con l’elettrico costerebbe di più, in quanto i prodotti che servono hanno un prezzo maggiore. L’elettrico ci rende ancora più dipendenti dall’estero e dall’Asia. In questo discorso rientra anche il settore dei veicoli a guida autonoma, che a sua volta valorizza l’aspetto software ed elettronico. Noi però siamo tradizionalmente una filiera meccanica”. La tradizione meccanica conterà sul mercato? “Conterà meno, ma vanno preservate le eccellenze e andrà favorita la riconversione alla luce delle nuove tecnologie. Si deve aiutare la filiera produttiva a trasformarsi insieme a una realtà che si sta già trasformando in maniera radicale”. Quali sono le ragioni della crisi nell’automotive? “Il vero problema, che rischia di diventare un detonatore, è la carenza di microchip, una carenza congiunturale che sta durando da molto tempo e che non è solo italiana, ma almeno europea”. E Stellantis? “Sicuramente non si può non fare riferimento alla fusione di PSA e FCA. Era stato detto che l’accordo tra governo e Stellantis sulla gigafactory da costruire a Termoli era vicino. Ma questo accordo ancora non è stato trovato, mentre in Francia e Germania si è già deciso tutto. È ora di farlo anche in Italia”. Giorgetti sembra rallentare sull’elettrico. Cosa chiedete al governo? “Di intervenire sulla filiera. L’Italia in passato poteva dire la sua in Europa. Andare verso l’elettrificazione in maniera meno precipitosa e più ragionata, ma non lo ha fatto. Ben venga un ripensamento. Se però il ripensamento tardivo è solo un modo per fermarsi, ci troveremmo dinanzi un alibi fatale. Inoltre abbiamo chiesto di varare un ammortizzatore sociale specifico per affrontare la crisi dei microchip”. Cosa deve esserci nel Pnrr? “Nel Pnrr deve esserci la salvaguardia e il rilancio del settore auto. Se si parla di spendere i soldi nel-

GIANLUCA FICCO Dirigente nazionale della Uilm

l’industria con la green economy non si può tralasciare la riconversione del settore dell’auto, che è il primo settore industriale italiano”. I fondi stanziati nel Piano sono sufficienti? “La cifra stanziata è irrisoria, servono investimenti di miliardi e non di milioni. L’automotive richiede investimenti spaventosamente grandi per poter ammodernare i complessi industriali. È un’industria ad altissima concentrazione di capitali. Non si possono stanziare briciole”. E gli incentivi? “Gli incentivi devono guardare agli interessi dell’industria. I tagli alle emissioni richiesti dall’Ue hanno costretto le case automobilistiche a vendere l’elettrico. Se l’Ue richiede un certo target di emissioni gli incentivi devono riguardare quei veicoli che hanno quel target. E devono essere strutturali e dunque pluriennali”. g.c.

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Paolo Consolini, Gabriele Crispo Francesca Funari, Andrea Noci, Luca Sebastiani

Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


l’inchiesta

LUMSAnews

Il Decreto Dignità è solo un ricordo Così il mondo del gioco aggira il divieto di pubblicizzarsi

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L’intervista CLAUDIO FORLEO

“Linee guida dell’Agcom? Poco chiare Ci sono limiti Siti di informazione ingannevole e promozione retroattiva non definiti” Forleo l’esponente Lumsanews: “Un vero boom sono solo alcuni dei metodi utilizzati per eludere la legge aClaudio della ludopatia negli ultimi 20 anni

P

Urgono provvedimenti politici”

di PAOLO CONSOLINI

rendiamo una legge che vieta di fare pubblicità alle società di scommesse, allo scopo di contrastare la ludopatia. Aggiungiamoci società di scommesse che si sentono colpite economicamente. Il risultato: escamotage banali ma efficaci che aggirano la legge e consentono di continuare ad attirare migliaia di scommettitori. E che ora attirano l’attenzione (e le proteste) di esperti e associazioni. Tutto nasce con l’articolo 9 del Decreto Dignità, entrato in vigore il 9 agosto 2018, introduce il divieto assoluto di pubblicizzare società di giochi e scommesse. Esaminando il provvedimento ci si accorge che il divieto si estende a qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro. Nel testo si sottolinea che l’imposizione va rispettata indipendentemente dal mezzo di diffusione utilizzato. Il 18 aprile 2019 l’Agcom ha emanato le linee guida sulle modalità attuative del decreto, in cui vengono fissate delle eccezioni. Possono sottrarsi al divieto le comunicazioni che hanno un’esclusiva finalità descrittiva ed identificativa dell’offerta di gioco legale e i servizi informativi di comparazione di quote. Le linee guida dell’Agcom, secondo alcuni esperti del settore, hanno però generato solamente ulteriore confusione e hanno permesso a molte società di gioco di pubblicizzarsi ugualmente attraverso strategie alternative. Tra i sostenitori di questa tesi rientra il responsabile dell’Osservatorio Parlamentare di Avviso Pubblico, Claudio Forleo. “Le linee guida emanate dall’Agcom - sottolinea - rendono il confine tra informazione e pubblicità non così netto. Sarebbero potute essere sicuramente più chiare e rimarcare in maniera più netta alcuni limiti”. Linea condivisa da Maurizio Fiasco, sociologo ed esperto della Consulta Nazionale Antiusura. “Bisogna revocare le linee guida dell’Agcom introdotte nel 2019 – dichiara Fiasco - poiché sono illegittime. Il punto inaccettabile è di aver fatto una distinzione tra informazione commerciale e pubblicità. L’esposizione delle quotazioni delle scommesse non è ritenuta pubblicità ma un’informazione commerciale. Una cosa è se le quotazioni delle scommesse le pubblichi in un tuo bollettino, un’altra cosa invece se le diffondi pubblicamente istigando al gioco”. L’escamotage classico utilizzato dai siti di scommesse e gioco d’azzardo per eludere i punti cardine del Decreto Dignità. Una delle pratiche più in voga al momento consiste nel creare siti di “informazione” che hanno il nome del bookmakers seguito dalla dicitura “news”. Qui si trovano sì notizie di sport, ma anche link e banner che rimandano direttamente a piattaforme di gioco d’azzardo. Ma non è tutto. Alcune società di betting, infatti, hanno deciso di far fronte comune per dribblare i paletti imposti dal decreto. Uno dei casi più emblematici riguarda la piattaforma di scommesse Bwin Italia che pubblicizza il sito web "giocodigitale.game", dove si possono trovare giochi for free d'azione, arcade e trivial. Questa forma di autopubblicizzazione è in grado di creare un vero e proprio circolo vizioso difficile da contrastare. L’ultimo espediente riguarda da vicino il mondo del calcio, e quindi delle scommesse sportive. Stiamo parlando della cosiddetta pubblicità retroattiva. Molti siti si servono di filmati e campagne precedenti l'entrata in vigore del divieto. In questi spot, infatti, si notano le maglie di club che hanno come principale sponsor società di scommesse sportive. Anche su questo, però, l’Agcom ha fatto capire di non poter intervenire. Per Fiasco quella dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è una “sortita ipocrita, poiché l’Agcom potrebbe benissimo aggiornare l’istruttoria e sanzionare tutto quello che è sanzionabile”.

Claudio Forleo, giornalista di Avviso Pubblico

In che misura crede che le linee guida dell’Agcom sul Decreto Dignità possano essere considerate utili? “Secondo me le linee guida che l’Agcom ha emanato 2 anni fa sulla lettura del Decreto Dignità rendono il confine tra informazione e pubblicità non così netto. C’è la possibilità di consentire alle trasmissioni sportive i cosiddetti spazi-quote. Queste linee sarebbero potute essere sicuramente più chiare e rimarcare in maniera più netta alcuni limiti”.

Pensa che il Decreto Dignità possa essere considerato comunque valido per combattere la ludopatia? “Il Decreto Dignità va assolutamente sostenuto e come associazioni ci siamo sempre battuti da questo punto di vista. Crediamo che chi vuole giocare ha tutte le informazioni disposizione indipendentemente dalla pubblicità. Pubblicizzare il gioco d’azzardo in un momento in cui in Italia ci sono circa un milione e mezzo di giocatori con problemi di dipendenza diventa un po’ troppo”.

Quanto sta crescendo negli ultimi anni il fenomeno della ludopatia nel nostro Paese? “Dieci anni fa il Ministero della Salute stimava che nel 2012 ci fossero da un minimo di 300mila a un massimo di un milione e 300mila giocatori dipendenti. Nel 2018 l’ISS stimava un milione e mezzo di giocatori problematici. Il problema della dipendenza da gioco d’azzardo in Italia c’è sempre stato. Di sicuro negli ultimi 20 anni tutti gli operatori del settore segnalano che c’è stata una significativa impennata. Basti pensare che 4 anni fa la cura per il disturbo del gioco d’azzardo è stata inserita nei livelli essenziali di assistenza, proprio perché c’è stato un boom del fenomeno. Il problema è che è un fenomeno sommerso: si stimano oltre un milione di persone con questa criticità ma mediamente ogni anno se ne curano 50/60mila”.

Nonostante l’Autorità garante non abbia fatto molto per intervenire sui casi spinosi, negli ultimi anni non sono mancate sanzioni per piattaforme che non hanno rispettato il Decreto Dignità. Uno dei casi più emblematici riguarda il sito web Giunco.net, il quotidiano della Maremma. Il 28 gennaio, infatti, l’Agcom lo ha redarguito per “aver redatto un normale articolo giornalistico, volto, però, a promuovere il gioco con vincita in denaro tramite un apposito collegamento ipertestuale al sito web wisecasino.net”. Interventi del genere non sembrano però essere sufficienti. A beneficiare di tutto ciò è il fenomeno della ludopatia, in evidente crescita nel nostro Paese. Come sottolinea Forleo “negli ultimi 20 anni tutti gli operatori del settore segnalano che c’è stata un’impennata. Il problema - aggiunge - è che è un

fenomeno sommerso: si stimano oltre un milione di persone con questa criticità ma mediamente ogni anno se ne curano 50/60mila”. Ma cosa si può fare concretamente per disincentivare la crescita della ludopatia? Fiasco suggerisce di “separare il tempo e i luoghi del gioco dai tempi e dai luoghi della quotidianità”. Per Claudio Forleo, invece, servono una serie di interventi. “In primis - ribadisce - c’è la necessità di ridurre l’offerta, che non ha paragoni con il resto d’Europa. Il secondo punto è fare informazione e sensibilizzazione sui pericoli del gioco d’azzardo. La terza cosa fondamentale è la volontà politica di fare qualcosa di concreto. Ora sembra che, collegata alla legge di Bilancio, verrà presentata una legge delega di riordino del settore nazionale. Staremo a vedere”.

Quali sono le decisioni da prendere per cercare di limitare il fenomeno? “Servono tre cose. La prima è la necessità di ridurre l’offerta. In Italia c’è un’offerta di gioco d’azzardo che non ha paragoni con il resto d’Europa, basti pensare che ci sono 60mila esercizi che ospitano slot machine, una cifra assurda. Il secondo punto è fare informazione e sensibilizzazione sui pericoli del gioco d’azzardo, perché in Italia non c’è questa percezione del pericolo. La terza cosa fondamentale è la volontà politica di fare qualcosa di concreto. Sembra che, collegata alla legge di Bilancio, verrà presentata una legge delega di riordino del settore nazionale”. (p.c.)


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Lumsanews n. 8 del 15 dicembre 2021 by LIbera Università Maria Ss. Assunta - Issuu