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Lumsanews n. 9 del 15 dicembre 2023

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SUDAN Una guerra

PERIODICO NUMERO IX 15/12/23

Il dibattito

Se la tutela dei fragili si trasforma in un abuso dimenticato

dimenticata

di MADDALENA LAI

L'amministrazione di sostegno è stata introdotta dalla legge numero 6 del 2004 con lo scopo di tutelare le persone più fragili. L'istituto, nato con nobili intenti, tuttavia, ha rivelato falle e problemi che spesso hanno dato luogo ad abusi ai danni della persona che avrebbe dovuto essere tutelata. È il caso di Paolo Calissano, derubato di considerevoli cifre dal suo amministratore di sostegno, o quello del professor Carlo Giraldi, ricoverato presso una casa di riposo contro la sua volontà. Nel merito si è espressa anche la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ritenendo la decisione lesiva del diritto alla vita affettiva tutelata dall'articolo 8 della Cedu.

ALLE PAGINE 4 e 5

Il focus

Liceo unico la proposta di Cottarelli che ripensa la scuola

di GIULIA CHIARA CORTESE

Rifugiati sudanesi a bordo di un camion | Foto Ansa

L’intervista

di BEATRICE SUBISSI

Dal 15 aprile scontri armati tra esercito governativo sudanese e le milizie paramilitari delle Rfs, iniziati dalle strade della capitale del Sudan, Khartoum, stanno facendo sprofondare il Paese in una vera e propria catastrofe umanitaria. Il conflitto ha già provocato oltre 10 mila morti e

Il caso

Padre Ivardi : “Il Sudan viveva in una situazione di calma apparente”

più di 6 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case fuggendo in altre zone del Sudan o nei paesi limitrofi. Si tratta della crisi di sfollati più grave al mondo in questo momento.

ALLE PAGINE 2 e 3

Medicina estetica l’affare della “beauty mania” di SILVIA LONGO

Le procedure mediche cosmetiche e gli interventi di chirurgia plastica hanno fatto registrare un forte incremento nel periodo post pandemia. Secondo i dati dell’International Society of Aesthetic Plastic Surgery (Isaps) - relativi al 2022 - le procedure chirurgiche a livello mondiale hanno subito un aumento del 16.7% rispetto al 2021, mentre quelle non chirurgiche del 7,2%.

Il nostro Paese è all’ottavo posto al mondo per numero di procedure chirurgiche dopo Stati Uniti, Brasile, Germania, Giappone, Turchia, Messico e Argentina. Le storie di Anna, Debora, Valentina e Sally riportano l’attenzione proprio su questo tema.

ALLE PAGINE 8 e 9

A PAGINA 3

Dalle pagine del settimanale L’Espresso, l’economista ed ex senatore Carlo Cottarelli ha lanciato una provocazione: creare una scuola superiore unica. L’attenzione di Cottarelli è riferita soprattutto a un fattore sociale, poiché una scuola unica garantirebbe “un’uguaglianza tra classi sociali”. Una riforma che si rende necessaria anche dopo la pubblicazione dell’ultimo report Ocse-Pisa 2022. Rispondendo a quesiti di matematica, lettura e scienze, l’Italia ottiene un punteggio medio in matematica in linea con la media dei paesi Ocse (421 contro 472), ma più basso rispetto a quello raggiunto dalle nazioni ai primi posti.

ALLE PAGINE 6 e 7


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TENSIONI IN AFRICA

il conflitto

Una catastrofe umanitaria devasta il Paese I miliziani accusati dei crimini di 20 anni fa sono confluiti nelle Forze di supporto rapido

SUDAN

Il ritorno dei diavoli del Darfur e lo spettro di un nuovo genocidio

La guerra ha già provocato oltre 6 milioni di sfollati esodi di massa verso il Ciad e oltre 10mila morti

“I

di BEATRICE SUBISSI

Fonte dati del conflitto: Onu

miei cugini sono stati sepolti vivi insieme a tante altre persone e nessuno ne parla”. La voce di Adam Nor si spezza quando racconta la sua tragedia familiare. Lui, un ragazzo sudanese di 29 anni, è arrivato in Italia nel 2002 e oggi studia Scienze dello sviluppo e della cooperazione internazionale. Parla di vittime bruciate vive, donne stuprate, proprietà saccheggiate, sfollati torturati, vittime giustiziate in massa e lasciate in strada nell’eccidio di inizio novembre nel Darfur occidentale che ha decimato la sua famiglia. Quello di Adam è il racconto a distanza della guerra civile che dal 15 aprile sconvolge il Sudan, con uccisioni di massa che hanno tutte le caratteristiche di una campagna di pulizia etnica contro la popolazione non araba ad opera delle Forze di supporto rapido (Frs). Con stragi come quella del 4 novembre scorso, giorno in cui i membri della tribù Masalit non sono consapevoli dell’orrore che li attende. Gli attacchi sono iniziati il 1° novembre e, tre giorni dopo, i combattenti prendono il controllo di El-Geneina, la capitale del Darfur occidentale, dove ha casa la famiglia di Adam. Uomini, donne e bambini uccisi nelle loro abitazioni o in strada, mentre cercano di fuggire. Le stime di quei giorni parlano di 800 morti. “La mia famiglia sta malissimo, non hanno medicine, cibo, vestiti, acqua”, dice ora Adam

“La situazione è drammatica. Non sento i miei familiari da oltre due settimane”

che non riesce a sentire i parenti da più di due settimane perché la cattiva connessione non glielo permette. Spera che stiano bene e continua a inviare soldi necessari per la loro sopravvivenza- "Se io non fossi in Italia a lavorare, loro morirebbero”. I genitori di Adam sono riusciti a scappare in Ciad a giugno ma lo stesso non è stato per i suoi cugini che, il 12 novembre, sono stati sepolti vivi proprio a El-Geneina, nella loro città natale, in quella città dove erano cresciuti tutti insieme e dove ora, invece, non rimane più nessuno. È un conflitto terribile ma l’Occidente non se ne accorge. La guerra va avanti da sette mesi e vede contrapposto l’esercito fedele al presidente del Paese, il generale Abdel Fattah al Burhan, e i paramilitari delle Rfs, sotto il comando del generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti, “gli ex janjaweed responsabili negli anni duemila dell’attacco al Darfur”, dice il missionario comboniano Filippo Ivardi. “Questo epilogo era nell’aria, dal 1° aprile si doveva cominciare a passare il governo ai civili. Ma le tensioni montavano sempre di più perché si avvertiva che questo passaggio non era possibile”. “La situazione è grave, è un vero genocidio” dice Lucia Ragazzi, africanista e ricercatrice Ispi. “In questo momento le Rfs controllano la maggior parte di Khartoum e il Darfur mentre l’esercito regolare ha maggior controllo nel nord del Paese”, spiega. “Si sta prefigurando un vero e proprio scenario libico di frammentazione”. “Se le Rfs riuscissero ad arrivare fino a Porto Sudan, nel nordest del Paese, allora vorrebbe dire che hanno conquistato quasi tutto. Purtroppo non siamo lontani da questa prospettiva”, avverte padre Ivardi. In questi mesi

Un soldato del gruppo paramilitare delle Forze di supporto rapido | Foto Ansa

ci sono stati diversi tentativi di tregua, tutti naufragati. Nelle ultime settimane, a pesare nel conflitto sarebbe stato l’invio di armi da parte degli Emirati Arabi Uniti, attraverso il gruppo Wagner e il supporto dell’Egitto. Al momento, la situazione sta peggiorando o, come spiega Lucia ragazzi, “si è incancrenita e l’Europa se ne dovrebbe preoccupare perché vedere detonare un Paese così grande come il Sudan potrebbe interessare l’Europa in termini di ripercussioni migratorie”. L’inferno esiste, soprattutto quando non lo si vede. La storia del Sudan è particolarmente travagliata. Negli ultimi quattro anni, il Paese ha sperimentato una transizione dalla lunga dittatura alla prospettiva di una democrazia fino ad arrivare oggi allo spettro di un genocidio che si riaffaccia. Tutto è cambiato nell'aprile 2019, quando una rivoluzione ha portato alla caduta del trentennale regime di Omar al-Bashir. “Dopo un breve periodo di

governo democratico, nell'ottobre 2021 i generali Burhan e Dagalo hanno unito le forze per orchestrare un colpo di Stato”, spiega la ricercatrice africanista. “Da quel momento, il Sudan è stato governato da una giunta militare”. L'alleanza tra le due fazioni, però, è stata di breve durata. A seguito di intense pressioni internazionali, nel dicembre del 2022, il governo militare ha acconsentito a riprendere il percorso verso la democratizzazione e a restituire il potere a un'amministrazione civile. Una delle condizioni fondamentali di questo accordo era lo scioglimento delle Rsf e la loro integrazione nell'esercito regolare. Tuttavia, Dagalo si è violentemente opposto a questa condizione. “Questo genocidio che si riaffaccia era nell’aria”, dice padre Ivardi, ”le aree del Darfur sono ricche di oro e fanno gola ai mercenari delle Rsf. A questo, poi, si è aggiunta la componente razziale”. L’Alto commissa-

riato Onu per i rifugiati registra oltre 6,3 milioni di sfollati, con 5,1 milioni di persone nel Paese e altri 1,2 milioni in fuga oltre i suoi confini: almeno 450mila hanno già varcato il confine con il Ciad, lo sbocco più naturale del Darfur.“Non esistono soluzioni semplici a questo conflitto visti i tanti soggetti in campo”, dice padre Ivardi. Il rischio vero è che il Sudan rimanga diviso in due parti comandate da due poteri diversi che si fanno la guerra. All’epoca del primo genocidio dei Masalit, il governo di Omar al Bashir si era avvalso delle milizie arabe dei janjaweed, i “diavoli a cavallo” che hanno affiancato l’esercito in una repressione costata fino a 300 mila vittime. Oggi, i “diavoli” sono rimasti gli stessi, hanno solo cambiato sembianze. Ora si chiamano Rapid support forces e anche l’incubo di un nuovo genocidio del Darfur, quindi, potrebbe cambiare sembianze rispetto a 20 anni fa, oggi potrebbe essere molto peggio.


LUMSAnews

Abitanti sudanesi tra le vie di Khartoum | Foto Ansa

IL MISSIONARIO

“Lottiamo con forza per restituire dignità a questo popolo”

“Un nuovo genocidio era nell’aria da tempo”

“Il Sudan viveva in una situazione di calma apparente. Già prima del 15 aprile era chiaro che il clima non fosse tranquillo”. Filippo Ivardi è un padre comboniano che fa il missionario in Sudan. Racconta in diretta dal suo osservatorio il dramma vissuto dalle popolazioni del Sud. “Dal 1° aprile il potere sarebbe dovuto passare totalmente nelle mani dei civili. Ma le tensioni montavano. Poi c’è stato un vero e proprio attacco da parte delle Rsf all’aeroporto di Khartoum e da lì è scoppiato questo conflitto che va avanti da sette mesi”. Lei è in contatto con i confratelli che si trovano in Sudan?

“Dall’Italia sono costantemente in contatto con i confratelli e so che stanno bene. Purtroppo hanno dovuto lasciare Khartoum per ritirarsi prima in Egitto e ora sono a Porto Sudan, dove la situazione è un po’ più calma, è ancora sotto il controllo dell’esercito regolare, anche se qualcuno dice che sarà il prossimo obiettivo delle Rsf. Se le Forze di supporto rapido riuscissero ad arrivare fino a Porto Sudan, ovvero nel nordest del Paese, vorrebbe dire che hanno conquistato tutto. Non siamo lontani da questa prospettiva”.

Qual è il ruolo dei missionari soprattutto in situazioni di crisi umanitarie come questa?

L’ESPERTA

COMBONIANO Padre Filippo Ivardi è un missionario comboniano in Africa ed ex direttore della rivista “Nigrizia”

“Erano nell’aria, da tempo. Le aree del Darfur si sono

“Il Paese sta sprofondando in una catastrofe umanitaria”

“Impossibile per ora ipotizzare una pace”

sempre opposte al potere centrale. Sono popolazioni non arabe e quindi gioca sicuramente il fattore del razzismo nei loro confronti, ma ancora di più queste terre sono ricche di oro. Quindi fanno gola ai mercenari delle Rsf che non vogliono certo perderle”.

“In Sudan si sta prefigurando un vero e proprio scenario libico di frammentazione”. L’africanista e ricercatrice Ispi Lucia Ragazzi ricostruisce gli sviluppi del conflitto in Sudan e parla della catastrofe umanitaria che sta devastando il Paese.

“Se si sedessero attorno a un tavolo seriamente non solo le due forze in campo ma anche le forze esterne coinvolte: Russia, Ciad ed Emirati Arabi Uniti, che finanziano le Rsf, insieme a Egitto, Arabia Saudia e Stati Uniti che, invece, sostengono il governo di Al Burhan, allora io credo davvero che si possa arrivare a un cessate il fuoco”.

“In questo momento le Rfs controllano la maggior parte di Khartoum e il Darfur mentre l’esercito regolare ha maggior controllo del nord del Paese. Si sta prefigurando un vero e proprio scenario libico di frammentazione. Sul campo, inoltre, continuano le violenze, gli scontri, i bombardamenti sulla capitale Karthoum e di pulizia etnica in Darfur. C’è una situazione di guerra attiva”.

Come pensa che si potrebbe risolvere questo conflitto?

“

(b.s.)

Dal 1° aprile il potere sarebbe dovuto passare direttamente ai civili, ma le tensioni montavano Dopo 20 anni dall’ultimo genocidio del Darfur, Poi le Rfs hanno attaccato avrebbe previsto queste nuove tragedie? “Daniele Comboni, il nostro fondatore, 150 anni fa ha portato il Vangelo e lottato contro la schiavitù. Noi continuiamo la sua missione. Lottiamo per la promozione dei mestieri e dei lavori. Restituiamo dignità a una popolazione e anche alla figura della donna, soprattutto in un contesto così contrassegnato dalla presenza islamica. In Sudan abbiamo dato vita a comunità cristiane che sono in costante dialogo con l’Islam”.

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Qual è la situazione sul campo in questo momento?

Cosa si potrebbe fare e quali sono i rischi per l’Europa?

“Dal 15 aprile da parte della Commissione europea ci sono stati molti tentativi di mediazione, per lo più infruttuosi. L’Europa dovrebbe sicuramente preoccuparsi di avere un ruolo come attore politico anche perché vedere detonare un Paese così grande come il Sudan, potrebbe interessare il nostro continente in termini di ripercussioni migratorie”.

AFRICANISTA Lucia Ragazzi è un’africanista esperta e ricercatrice per il Programma Africa dell’Ispi

violenze sul terreno soprattutto nella zona del Darfur. È una catastrofe umanitaria”. E’ possibile ipotizzare una pace?

“È una domanda difficile. Nel senso che abbiamo davanti agli occhi una soluzione che non si sta risolvendo. L'impressione finora è stata che le parti in causa nel conflitto arrivassero alle negoziazioni solo per prendere tempo, con l’intento di guadagnare terreno sul campo. Un passo in avanti significativo non si è fatto, anzi la situazione si è aggravata nelle ultime settimane. Dobbiamo concludere che per ora non ci sono ipotesi concrete di arrivare alla cessazione del conflitto”.

“

(b.s.)

Attualmente il Paese è spaccato in due. Sta per “Sì. Il Paese sta sprofondando in un’instabilità sempre più pronunciata e in una situazione umaniprefigurarsi un vero taria sempre più grave. Si parla di oltre 10.000 vittime e più di 6 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case, si tratta della crisi di sfol- e proprio scenario libico lati più grave al mondo in questo momento. Già prima dell'inizio della guerra un terzo della popo- di frammentazione

Ci troviamo di fronte a un genocidio?

lazione sudanese aveva bisogno di aiuti umanitari. Ora ancor di più. Inoltre, c'è la componente delle


il dibattito

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Q

Le fasce anziane sono tra le più a rischio in caso di abusi degli amministratori di sostegno

L’istituto, introdotto dalla legge numero 6 del 2004, ha la finalità di tutelare le persone più deboli. Negli anni però si sono verificati diversi casi di mala gestione dell’amministratore di sostegno ai danni del beneficiario

uattrocentosettantaquattromila euro. È la somma che secondo la magistratura è stata sottratta all’attore Paolo Calissano - morto nel 2021 a causa di un mix di farmaci antidepressivi - dal suo amministratore di sostegno (Ads) Matteo Minna, finito agli arresti domiciliari con l’accusa di peculato, falso ideologico e falsa perizia. Minna è accusato di aver raggirato altre tre persone che seguiva, appropriandosi in tutto di circa 800.000 euro. Della storia di Carlo Giraldi, del ricovero contro la sua volontà in una Rsa, si era occupata invece la Corte europea per i diritti dell’uomo, prima che lui, un docente stimato che aveva ereditato una grossa somma e che era finito in una residenza per anziani su richiesta dell’Ads, morisse a 92 anni in un hospice. . Sono solo due dei casi più eclatanti di persone seguite da un amministratore di sostegno di cui la cronaca si è occupata negli ultimi anni. Due dei molti casi che pongono interrogativi sulla legge numero 6 nata nel 2004 secondo le migliori intenzioni - tutelare un soggetto debole - che ha poi rivelato falle e possibili occasioni di abusi. .

L’articolo 404 prevede infatti che le persone non più in grado di provvedere ai propri interessi a causa di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, vengano assistite da un amministratore di sostegno. Ovvero da un soggetto, spesso un avvocato ma anche un genitore o un parente, che aiuti la persona in difficoltà a gestire correttamente il proprio patrimonio o che prenda in sua vece decisioni necessarie per la tutela della salute in caso di totale o parziale non autosufficienza. La scelta dell’amministratore di sostegno, secondo l’articolo 408 del codice civile, dovrebbe avvenire con esclusivo riguardo alla cura e agli interessi del beneficiario, che può fornire indicazioni in merito a chi intende nominare per questo ruolo. Secondo i pochi dati forniti dal ministero della Giustizia, tra il 2020 e il 2021 sono state 48.693 le procedure depositate presso i tribunali per l’attivazione dell’istituto. Alla fine dello scorso anno le persone che ne beneficiavano erano, secondo le stime, circa 350 mila.

Fragili a rischio Cos’è l’amministrazione di sostegno? L’amministratore di sostegno è da quasi vent’anni una figura prevista dagli articoli 404 e seguenti del codice civile che - come afferma il suo padre ideologico, il giurista Paolo Cendon a Lumsanews “nasce con l’intento di dare una tutela giuridica più umana alle persone fragili”.

abuso

Il rovescio della medaglia Un istituto dall’intento di per sé nobile. Ma la cronaca spesso restituisce storie di abuso e vessazione. Come appunto nel caso Calissano. Comportamenti impropri dell’amministratore di sostegno possono ledere non solo la sfera economica del beneficiario ma anche alcuni diritti fondamentali della persona.

se il sostegno diventa di MADDALENA LAI

Come accusa Cristina Paderi dell’Associazione “Diritti alla Follia” - che da anni si batte per una riforma dell’istituto - l’amministrazione di sostegno colpisce spesso “il diritto all’autodeterminazione dell’individuo”, cioè la libertà di una persona di scegliere dove vivere, chi frequentare e a quali trattamenti sanitari sottoporsi. Agli amministratori di sostegno, infatti, spetta la facoltà di decidere - qualora il tribunale lo abbia ricompreso nelle sue facoltà o lo abbia autorizzato con un provvedimento specifico - se il beneficiario deve o meno essere ricoverato in una casa di riposo o in un istituto per non autosufficienti. Talvolta accade, come nel caso Gilardi, che questo avvenga in totale contrasto con la volontà del beneficiario. Nelle Rsa queste persone, spesso, non solo subiscono la rottura dei legami affettivi ma anche trattamenti degradanti. Come denunciato dal documentario “ La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo proprio in merito al caso del professor Carlo Gilardi ha riconosciuto che le misure adottate fossero lesive dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che garantisce il diritto alla vita privata e affettiva. Nel 2016 anche il comitato Onu per i diritti delle persone con disabilità ha invitato lo Stato italiano ad abrogare “tutte le leggi che permettono la sostituzione nella presa di decisioni da parte di tutori legali”, ritenendole in contrasto con le convenzioni internazionali e lesive della dignità umana. Sapere quante persone sottoposte ad amministrazione di sostegno subiscano abusi è molto difficile. "Il ministero della Giustizia non fornisce dati in merito” nonostante le numerose richieste delle associazioni, afferma la responsabile di “Diritti alla Follia”.

Un istituto da riformare o da abolire? I sostenitori dell’istituto concordano sul fatto che i tribunali facciano fatica a gestire la mole delle pratiche legate all’amministrazione di sostegno. Il che inficia notevolmente la loro funzione di controllo e supervisione. A parere del professor Cendon “la maggior parte dei giudici tutelari svolge correttamente il proprio lavoro”, ma la macchina della giustizia necessita di maggior supporto. Il padre ideologico dell’amministrazione di sostegno, a vent’anni dalla sua introduzione, ne difende la validità evidenziando che sia necessario “un sottobosco di figure professionali” che affianchi e renda più efficace l’autorità del giudice tutelare. Al contrario, chi contesta la legge ritiene che la figura dell’Ads andrebbe abolita, riprogettando le forme di sostegno alla persona nel rispetto delle convenzioni internazionali. Convenzioni che, al centro, stabiliscono il diritto all’autodeterminazione delle persone fragili, da sostenere attraverso un’adeguata rete sociale in grado di impedire che qualcuno prenda decisioni contrarie alla propria volontà.


L’ASSOCIAZIONE

LUMSAnews

“L’amministrazione lede il diritto all’autodeterminazione della persona”

Dietro l’istituto dell’amministrazione di sostegno si nascondono spesso abusi che ledono i diritti fondamentali dell’individuo. Il primo diritto che viene leso - come spiega a LumsaNews Cristina Paderi dell’associazione “Diritti alla Follia” che, da anni, si batte per portare l’attenzione sulle falle e i vuoti di tutela dell’amministrazione di sostegno - è quello “all’autodeterminazione dell’individuo”. Laddove autodeterminazione, continua Paderi, significa “poter scegliere dove vivere, chi frequentare e quali terapie assumere, se essere o meno ricoverati”. L’amministrazione di sostegno è una pratica prevista dalla legge, ma nella sua attuale formulazione prevede la possibilità che, con un decreto da parte del giudice, l’amministratore di sostegno “possa sostituirsi alla persona”. Come nel caso previsto, per esempio, dalla legge 219 del 2017, che all’articolo 3 consente all’amministratore di sostegno di firmare o meno il consenso informato per un trattamento medico sanitario. Una situazione non poco problematica in quanto, in questo caso, l’amministratore di sostegno ha la possibilità di accettare o meno un trattamento sanitario per conto del beneficiario o di decidere o meno il suo ricovero in una struttura. La legge prevede che in caso di contrasto tra la volontà del beneficiario e quella dell’amministrazione di sostegno sia il giudice a decidere, ma come evidenzia Paderi, “99 volte su 100, propende per la posizione dell’amministratore di sostegno”. L’obiezione più frequente che viene mossa ai detrattori dell’istituto è che esso è stato pensato proprio per tutelare le persone che non sono giudicate in grado di provvedere in tutto e per tutto in maniera autonoma alle proprie necessità. Tuttavia, argomenta Paderi, “si tratta di un’obiezione basata sull’analfabetismo degli operatori giudiziari, sociali e sanitari rispetto a quanto sancisce la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità firmata dalle Nazioni Unite nel 2006 e ratificata dall’Italia nel 2009. La Convenzione, in particolare all’articolo 12, dice che sostituirsi alle persone con disabilità è illegale. L’Italia è stata bacchettata più volte dal Comitato Onu che supervisiona l’applicazione della legge. Il Comitato, infatti, ha rilasciato all’Italia due raccomandazioni, la numero 27 e la numero 28, in cui si invita lo Stato italiano ad abrogare le disposizioni di legge che prevedono l’interdizione o l’inabilitazione e specifica che anche l’amministrazione di sostegno deve essere ripensata”. Dal punto di vista dell’associazione il frequentei abusi dell’istituto renderebbe necessario o una sua profonda riforma o la sua totale abolizione. C’è, tuttavia, un aspetto sulla quale l’associazione tiene a porre l’attenzione: spesso, infatti, si parla dell’amministrazione di sostegno solo in riferimento alle ruberie di denaro ai danni del beneficiario, ma la situazione è ben più complessa e spesso completamente trascurata dalla stampa. Come precisa Paderi, infatti, “c’è un mondo sommerso: migliaia di persone ogni anno sono sequestrate legalmente e nessuno ne parla. Migliaia di persone, ogni anno, vengono sottoposte e detenute contro la loro volontà in strutture sanitarie. Un esempio, in questo senso, è quello del professor Carlo Giraldi”. La legge prevede un sistema di controllo degli amministratori di sostegno, ma si tratta solo di “un controllo economico dei rendiconti spese che viene effettuato una volta all’anno”. Spesso, tuttavia, i tribunali sono così oberati di lavoro “che danno il proprio benestare a rendiconti spese che, a volte, purtroppo non hanno neanche verificato”. La stessa cosa accade per le istanze da parte dei familiari dei beneficiari dell’amministrazione di sostegno. “Una soluzione” suggerisce Paderi “potrebbe essere avvalersi di collaboratori che abbiano le competenze per affiancare il giudice tutelare e smaltire l’enorme mole di lavoro”. Un eventuale riforma dell’istituto dovrebbe avere al centro, a parere dell’associazione, “l’informazione del beneficiario dell’amministrazione di sostegno sui suoi diritti”, oltre che una maggior considerazione delle sue opinioni nella scelta della persona che ricopre l’incarico di suo amministratore. La persona, di frequente, ignora “di poter nominare come amministratore un parente prossimo o qualcuno di cui si fida”. Non di rado è un terzo individuo a presenta richiesta al giudice tutelare affinché una persona

venga assistita senza che questa ne sia informata prima. Una stima numerica del fenomeno degli abusi dell’amministrazione di sostegno è molto difficile da fare. Come sottolinea Paderi, a discapito delle richieste, “il ministero della Giustizia non fornisce dati in merito”.

“

L’ASSOCIAZIONE “Diritti alla follia” è impegnata per la riforma di istituti sostitutivi della volontà della persona

RICOVERI

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L’INTERVISTA

“Non deve essere abolita ma servono più giudici cancellieri e risorse per i tribunali”

L’istituto dell’amministrazione di sostegno, introdotto con la legge 6 del 2004, si basa sugli studi e sul lavoro del giurista Paolo Cendon, ordinario di diritto privato all’Università di Trieste. Con LumsaNews approfondisce le ragioni che ispirarono l’istituto e la sua attuale validità.

del ricovero di una persona bisognerebbe pensarci a lungo. Spesso, intorno ai casi di abusi dell’amministrazione di sostegno c’è tanto sensazionalismo mediatico, ma la maggior parte dei giudici, pur sottoposti a pressioni, agisce correttamente”.

Nel testo della legge che ha poi introdotto nel codice civile la figura dell’amministrazione di sostegno ci sono stati dei cambiamenti sostanziali rispetto al suo lavoro? “In alcuni passaggi. Fu dettagliata e precisata, per esempio, la parte procedurale, diventata poi molto più articolata e minuziosa. Ma la parte sostanziale è la stessa e riflette lo spirito di quello che io ho scritto: non togliere la capacità di agire, ma limitare alcuni diritti della persona fragile per proteggerla. È complesso trovare un bilanciamento tra la protezione della persona da comportamenti potenzialmente lesivi e la sua libertà”.

“

Il suo lavoro viene considerato la base dell’amministrazione di sostegno. Da dove nasce l’esigenza di questo istituto? “Con la legge 180 del 1978 si impose la chiusura dei manicomi e si regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio. I civilisti iniziarono a chiedersi come regolamentare la tutela delle persone fragili e le questioni civilistiche legate alla malattia di mente. Per questa ragione nel 1986 organizzai un convegno a Trieste al quale invitai altri colleghi civilisti, psichiatri e operatori socio-psicologici per valutare nuovi istituti giuridici per la protezione dei più fragili alla luce dei cambiamenti in atto nel Paese. Si cercò di immaginare una figura meno aggressiva e totalitaria, più vicina alla persona. Al termine del convegno fu redatta una bozza, in cui per la prima volta utilizzavo la parola amministrazione di sostegno”.

Secondo lei, vista anche la fotografia che ci restituisce la cronaca, ci sono degli abusi o comunque degli usi illegittimi dell’istituto e della carica di amministratore di sostegno? “Ci sono degli amministratori di sostegno che rubano i soldi dei loro beneficiari, indubbiamente questi casi esistono, ma non sono la maggioranza. Il vero problema è che l’istituto ha avuto troppo successo, è cresciuto troppo. Oggi sono circa 400mila coloro che in Italia ne beneficiano e la macchina della giustizia fa fatica a stare dietro a questi numeri. Il vero rischio è che la persona non sia più al centro della procedura, che non la si guardi più con l’empatia necessaria”.

L’ESPERTO Paolo Cendon, docente di diritto privato presso l’Università di Trieste

GIUDICI

Migliaia di persone La maggior parte ogni anno sono sequestrate dei giudici agisce legalmente e vengono correttamente, sottoposte al ricovero ma ne servono di più Quindi andrebbe ripensato l’istituto o le sue mo- Così come serve presso strutture sanitarie dalità di attuazione? Oppure, più semplicemente, rendere più efficiente la macchina della giustizia? maggior coinvolgimento contro la loro volontà, “A mio parere la legge va bene così com’è. L’unica cosa importante sarebbe abrogare l’inabilitazione e dell’attività amministrativa ma nessuno ne parla l’interdizione, ma per l’amministrazione di sostegno

I NUMERI

LA PORTATA DEL FENOMENO Al momento i beneficiari dell’amministrazione di sostegno, in Italia, sono, secondo le stime, circa 350mila. Le procedure attivate tra il 2020 e il 2021 sono state, invece, 48.693. Tuttavia non è possibile, a discapito delle numerose richieste presentate in questo senso al ministero della Giustizia avere contezza di quali siano i numeri relativi all’abuso dell’istituto. Non ci sono, dunque, dati disponibili né relativamente ai ricoveri forzati né alle ruberie da parte dell’amministratore di sostegno. La mancanza potrebbe essere causata da una sostanziale mancanza di criteri che permettano di definire, in modo univoco, il concetto di abuso dal punto di vista giuridico. Comprendere la portata dei fenomeni da un punto di vista quantitativo è al momento piuttosto difficile.

sarebbe utile solo un regolamento di attuazione per facilitare il lavoro dei tribunali. Sono necessari più giudici, cancellieri, un maggior coinvolgimento dell’attività amministrativa. Serve un approccio reticolare con tutte le risorse del territorio che devono essere coordinate in modo sinergico per la gestione della fragilità della persona. La mancanza di un sistema, in questo senso, è un grosso problema. Sarebbe necessario un progetto nazionale che preveda la cura della persona fragile sul territorio attraverso un organismo complesso. Ci sarebbe bisogno di sportelli dove la persona viene ascoltata e accolta dalle strutture pubbliche in cui incontra una serie di figure professionali (sessuologi, psicologi, psichiatri) atti a sostenerla. Non serve cambiare la legge, ma creare una rete di supporto”.

Ci sono alcune sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo molto critiche dell’istituto dell’amministrazione di sostegno. Ritengono che, in alcuni casi di ricovero del beneficiario contro la sua volontà, sia lesivo dell’articolo 8 della Cedu. “Alcune di queste sentenze trattano la questione in modo superficiale, in quanto giudicano solo sulla base di alcuni elementi, senza tener conto di tanti particolari. Il problema dei ricoveri contro la volontà del beneficiario, tuttavia, esiste. Prima di decidere

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Giulia Chiara Cortese, Maddalena Lai, Silvia Longo, Beatrice Subissi

Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


PAGINA 6

il focus

Primo giorno di lezioni nell' Istituto Tommaseo e liceo Gioberti a Torino | Foto Ansa

Scuola superiore unica la ricetta di Cottarelli

La proposta dell’ex senatore per dare agli studenti più opportunità di formazione e lavoro

“L

di GIULIA CHIARA CORTESE

a mia proposta è quella di creare una scuola superiore unica”. Carlo Cottarelli, economista, ex senatore, già presidente del Consiglio incaricato, non poteva essere più chiaro. Dalle pagine del settimanale L’Espresso ha lanciato una proposta provocatoria: rendere omogeneo il percorso scolastico superiore degli studenti italiani. Per assottigliare “il divario evidente tra istituti superiori di serie A e di serie B”, l’economista propone la creazione di un’unica scuola superiore, in cui alcune materie (come italiano o storia) sono obbligatorie per tutti; altre, invece, “vengono scelte dallo studente a seconda delle proprie attitudini”. L’attenzione di Cottarelli, direttore del “Programma per l’Educazione nelle Scienze economiche e sociali” dell’Università Cattolica di Milano, è motivata anche da un fattore sociale: con una scuola superiore unica si andrebbe verso “una maggiore uguaglianza tra classi sociali, senza più scuole frequentate dalla borghesia e altre invece frequentate da tutti gli altri”. Non è la prima volta che Cottarelli si fa portavoce di questa proposta: già nel maggio 2023 lo aveva fatto con un post su X. A non convincere l’ex senatore è anche l’istituzione di un nuovo liceo, quello definito del “made in Italy”. Il disegno di legge che contiene questa proposta è stato approvato alla Camera giovedì 7 novembre e sta per passare al Senato: al suo interno, al comma 13, si prevede proprio l'istituzione del nuovo liceo, il cui esordio è previsto per l'anno scolastico 2024-2025. L’obiettivo, come si legge nel testo, è quello di “promuovere le conoscenze, le abilità e le competenze connesse al made in Italy”. Un nuovo liceo, dunque, che si aggiunge alla lista delle numerosissime proposte tra le quali ogni studente, ogni anno, si trova a scegliere. Tre percorsi principali, licei, istituti tecnici e istituti professionali, oltre 30 indirizzi: un complesso scolastico multiforme, fatto di specializzazioni e iper-specializzazioni. Una riforma è certamente necessaria. Infatti, il sistema scolastico italiano esce a testa bassa dai test internazionali. Analizzando gli ultimi dati raccolti dall’indagine Ocse-Pisa 2022 (Programme for International Student Assessment), la preparazione degli studenti italiani non rispecchia gli standard imposti a livello internazionale. Rispondendo a quesiti di matematica, lettura e scienze, l’Italia ottiene un punteggio medio in matematica in linea con la media dei paesi Ocse (421 contro 472 della media Ocse). Molto evidenti le differenze di preparazione tra licei e istituti superiori: se nei primi il livello raggiunto è

di 493 punti, quello degli istituti tecnici è di 450. Molto negativo il risultato raggiunto dagli istituti professionali, con 384 punti. Situazione diversa per il parametro “lettura”, dove l’Italia raggiunge 482 punti, superando i 476 della media Ocse. A preoccupare, però, è un risultato: l’Italia è stato il paese con le differenze di genere più marcate in matematica: i ragazzi raggiungono risultati di 21 punti più alti rispetto alle ragazze. Una distanza anche più elevata di quella dei paesi Ocse (9 punti). I risultati, che confermano una tendenza negativa generalizzata, seguono la scia del precedente report che risale al 2018, dove in molti casi i dati erano già in diminuzione rispetto agli standard. Non tutte le colpe sono da imputare alla pandemia, da considerare solo uno degli elementi che ha peggiorato una situazione già in profonda crisi. Anche Stefania Pozio, esperta che ha collaborato alle indagini internazionali OcsePisa, conferma a Lumsanews che “il Covid è stato sicuramente un fattore che ha rallentato tutti i paesi dell’area Ocse e non Ocse, ma nessuno può dire con certezza che il calo è da imputare esclusivamente alla pandemia”. Riuscirebbe un liceo unico a colmare queste distanze? Secondo Maria Cinque, docente ordinario di Didattica e Pedagogia speciale all'Università Lumsa di Roma, quella di Cottarelli “è una proposta innovativa per l’istruzione superiore in Italia”. Si riuscirebbe, così, a evitare una disparità tra scuole, favorendo “la preparazione a un mondo globalizzato, per affrontare le sfide di un mondo sempre più interconnesso”. Sfide concrete, dunque, che adattate al contesto italiano fanno riferimento anche a un altro fattore: quello geografico. Quest’ultimo, infatti, rappresenta un discrimine importante, che nelle statistiche vede come favorito il Nord a discapito di Centro e Sud. L’introduzione di un liceo unico imporrebbe certamente alcuni adattamenti: tra questi la necessità di ripensare l’edilizia scolastica, con la creazione di nuove strutture e l’utilizzo di aule e laboratori dove mettere in pratica le conoscenze acquisite. Non meno importante l’annoso problema della formazione dei docenti, le cui carriere sono spesso oggetto di riforme e adattamenti (si pensi a quanto è accaduto con i cosiddetti 24 crediti formativi, i cfu, ora trasformati in percorsi formativi da 30, 36 o addirittura 60 cfu) .Il parere più importante, però, potrebbe arrivare proprio dagli studenti: protagonisti del presente, ma soprattutto del futuro.


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I dubbi del mondo della cultura sull’istituzione del liceo del “Made in Italy”, voluto dal governo Meloni L’esordio già nell’anno scolastico 2024-2025

L’INTERVISTA/1

L’INTERVISTA/2

Cottarelli: “Soluzione concreta per ridurre il divario scolastico tra classi sociali”

Cinque: “Studenti pronti ad affrontare un mondo sempre più globalizzato”

“Creare una scuola superiore unica”. L’economista Carlo Cottarelli, già commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica nel governo Letta, attualmente è direttore del “Programma per l’Educazione nelle Scienze economiche e sociali” (Peses) dell’Università Cattolica di Milano. Cottarelli ha lanciato la proposta provocatoria sulle pagine dell’Espresso: ripensare il sistema scolastico italiano. Professor Cottarelli, come nasce questa sua riflessione? “Dall’osservazione che sempre più certe scuole in Italia sono considerate come scuole di serie B. Sempre meno studenti scelgono di intraprendere un istituto professionale perché considerati come percorsi meno rilevanti. La mia proposta è quella di creare una scuola unica, in cui ci sono materie obbligatorie per tutti. Altre materie, invece, vengono scelte dallo studente a seconda delle proprie attitudini”.

IL POST

DIBATTITO SOCIAL Lo scorso maggio Carlo Cottarelli, sul suo profilo X, aveva scritto: “Il liceo del Made in Italy non mi convince. Servirebbe un’unica scuola superiore: basta licei e istitut, che molti considerano, a torto, di qualità inferiore ai primi (sono penalizzati dal nome). Una sola scuola per tutti con materie in comune e altre scelte dagli studenti”.

I DATI OCSE-PISA

REPORT 2022 I dati, pubblicati nell’ultimo report Ocse-Pisa 2022, vedono Singapore al primo posto, sia per le competenze matematiche che in quelle di lettura. L’Italia ottiene in matematica 471 punti, in media con il punteggio Ocse. Bene anche le competenze degli studenti italiani in lettura, che ottengono un punteggio di 482 punti. In questa categoria il punteggio Ocse è più basso: 476 punti.

Si discute da alcuni mesi sull’istituzione di un liceo del Made in Italy. Cosa ne pensa? “Quando in Italia si insedia un nuovo governo, quasi in contemporanea arriva la proposta di creazione di un nuovo liceo. Mi limito a dire che il nome scelto rispecchia la volontà di sottolineare, da un punto di vista politico, il concetto di Made in Italy”.

“Una proposta innovativa”. Così Maria Cinque, docente di Didattica e Pedagogia speciale all'Università Lumsa di Roma, commenta la provocazione di Carlo Cottarelli.

Cosa pensa della proposta dell’ex senatore Carlo Cottarelli sul liceo unico? “E’ un’idea innovativa per l’istruzione superiore in Italia. Cottarelli mette in luce il divario crescente tra i licei, frequentati prevalentemente da studenti di famiglie con redditi più elevati, e altri istituti, specialmente quelli professionali, che stanno perdendo iscritti. Questa disparità rischia di impoverire le competenze richieste dalla società e di creare una percezione di scuole di serie A e di serie B”.

Molto importante e centrale è la questione sociale. “Certamente. L'obiettivo di questa proposta è proprio quello di promuovere l'ascensore sociale e offrire pari opportunità di istruzione a tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro origine familiare o geografica. Tuttavia, a mio avviso, i divari dovrebbero essere colmati prima”.

In che modo? “James Heckman, economista e vincitore del Premio Nobel per l’Economia nel 2000, sosteneva la necessità di intervenire precocemente nell'educazione dei bambini, già a partire dal nido e dalla scuola dell'infanzia, per ridurre i divari socio-economici e migliorare i risultati educativi a lungo termine. Questo approccio può effettivamente supportare l'idea di una scuola superiore unica, creando una base più equa per tutti gli studenti fin dall'inizio del loro percorso educativo”.

Il modello della high school americana potrebbe essere quello a cui si guarda? “Potrebbe essere una soluzione. Ma devo ammettere che non ho una proposta definitiva, perché questa ipotesi andrebbe studiata attentamente e considerata bene. L’obiettivo del mio intervento era di sottolineare che non dobbiamo andare verso un sistema scolastico in cui ci sia un divario evidente tra istituti superiori”.

Quali, allora, i punti di forza di questa proposta? “Sicuramente la possibilità di avere un accesso equo all'educazione, nonché il rafforzamento dell'inclusività tra studenti. Non si dimentichi, poi, la preparazione a un mondo globalizzato: una scuola unica potrebbe preparare gli studenti ad affrontare le sfide di un mondo sempre più interconnesso. Infine, la possibilità, offerta agli studenti, di avere maggiore libertà di personalizzazione del loro percorso”.

Si potrebbe, in questo modo, anche assottigliare il divario sociale? “La mia proposta tiene conto della possibilità di avere una maggiore uguaglianza tra classi sociali, affinché non ci siano scuole frequentate dalla borghesia e dall’alta borghesia e scuole dove vanno tutti gli altri. Piuttosto che, riferendosi all'Italia, assottigliare il divario tra Nord e Sud, io penso maggiormente ad assottigliare un divario sociale”.

L’economista ed ex senatore Carlo Cottarelli | Quirinale.it, via Wikimedia Commons

“L’obiettivo resta, in ogni caso, quello di realizzare questi progetti all’interno dello stesso istituto”

Che cosa pensa, invece, del modello di istruzione svizzero (che prevede un livello di istruzione secondario, in cui si viene indirizzati verso un percorso professionale o liceale)? “Non conosco personalmente il modello svizzero. Quello che posso dire è che non ho niente in contrario sulla possibilità che in base ai risultati raggiunti si possano approfondire delle materie anche in modo più avanzato. L’obiettivo resta, in ogni caso, quello di realizzare questi progetti all’interno dello stesso istituto”.

La professoressa Maria Cinque docente di Didattica e Pedagogia speciale dell’Università Lumsa di Roma

“La voce degli studenti potrebbe orientare qualsiasi scelta. Necessario ascoltare il loro parere” (g.c.c)

Quali, invece, gli svantaggi che potrebbero emergere? “La scuola unica potrebbe limitare le opportunità di approfondimento in specifici settori di interesse, causando una sorta di standardizzazione dell'istruzione. Da notare, poi, che un'unica struttura scolastica potrebbe risultare complessa da gestire, anche a livello amministrativo. In ogni caso credo sia necessario, se non fondamentale, sentire il parere degli studenti: la loro voce potrebbe orientare qualsiasi scelta”. (g.c.c)


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il caso

Fonte: International Society of Aesthetic Plastic Surgery (ISAPS)

“L

di SILVIA LONGO

a mascherina mi faceva sentire protetta. Nascondeva quella gobbetta sul naso che mi ha sempre messo a disagio”. Anna (nome di fantasia) ha 29 anni e un piccolo difetto fisico la inibiva al punto da non sopportare di guardarsi allo specchio e nelle foto. Così, mentre tutti esultavano per non dover più indossare la mascherina, in lei cresceva un profondo disagio. “Un giorno, d’impulso, prendo il cellulare e digito il numero di un medico estetico”, dice. L’appuntamento è fissato per il 13 maggio 2022. “Rinascerò anch’io dopo la pandemia”, pensa Anna. Non immagina però che quell’intervento tanto sognato sarà l’inizio di un incubo. “Sono stata subito male. Il risultato non mi piaceva e ho cominciato ad avere dolori atroci”, racconta. Nessuno però le credeva. «Sei depressa», sentenziavano i medici. Ma Anna non si è arresa, il dolore era troppo forte. Così, dopo numerose visite, a ottobre 2022 arriva la diagnosi: nevralgia trigeminale, un grave dolore facciale dovuto a un malfunzionamento del quinto nervo cranico. L’acido iniettato le aveva infiammato la branca oftalmica del nervo trigeminale.

La sfida con lo specchio La storia di Anna punta i riflettori su un tema molto comune in Italia, quello della chirurgia estetica dannosa. Come lei anche Debora, Sally e Valentina. “Ho perso la vista da un occhio”, racconta a Lumsanews Debora, mentre Sally e Valentina spiegano che dopo un filler sbagliato hanno dovuto “ricorrere alla ialuronidasi per ripristinare l’aspetto naturale delle labbra e mettere fine a mesi di dolore”. Conseguenze di scelte maturate, tuttavia, sulla scia di forti disagi. Questo perché una volta eliminata la mascherina abbiamo dovuto fare i conti con lo specchio; e per tante donne riscoprire il proprio volto è stato traumatico. Così le procedure mediche cosmetiche e gli interventi di chirurgia plastica hanno fatto registrare un forte aumento proprio nel post pandemia. Secondo i dati dell’International Society of Aesthetic Plastic Surgery relativi al 2022 le procedure chirurgiche a livello mondiale hanno subìto un aumento del 16,7% rispetto al 2021 mentre quelle non chirurgiche del 7,2%. Complessivamente, negli ultimi quattro

I DATI Dopo la pandemia i numeri della chirurgia estetica hanno registrato, rispetto al 2021, un aumento dell’11,2%

Ossessione bellezza

Il grande affare della“beauty mania”

Nel 2022 eseguiti in tutto il mondo oltre 14,9 milioni di interventi e poco meno di 19 milioni di trattamenti estetici non chirurgici anni, c’è stato un incremento del 41,3%. La liposuzione è la procedura chirurgica più comune, soprattutto negli uomini, mentre la blefaroplastica, ovvero l’intervento che ringiovanisce e rimodella le palpebre, è comune principalmente nelle donne. Il botulino, invece, è la procedura non chirurgica più richiesta sia dalle donne che dagli uomini. A sottoporsi agli interventi estetici sono perlopiù le donne ma sono aumentate del 18% anche le procedure chirurgiche eseguite dagli uomini. “Questo aumento è figlio dei nostri

tempi, di questo mostrare il corpo e di questo eccessivo bisogno di perfezione che può sfociare nella dismorfofobia” che implica “una eccessiva preoccupazione per i propri difetti fisici”, ci spiega la psicologa Maria Rosaria Paterino. E in Italia? Il nostro Paese è all’ottavo posto al mondo per numero di procedure chirurgiche dopo Stati Uniti, Brasile, Germania, Giappone, Turchia, Messico e

Argentina. Il numero totale dei trattamenti estetici nel 2022 è stato di 747.391, di cui oltre 200mila procedure chirurgiche e circa 500mila procedure non chirurgiche. Tra queste anche quelle non andate a buon fine. “È importante che il medico non ceda alle richieste del paziente che chiede di più”, spiega Marzia Salgarello, professoressa di Chirurgia plastica e tra i dirigenti del reparto della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli. “È bene rivolgersi sempre a specialisti perché anche


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“Le punturine estetiche non vanno banalizzate Rivolgetevi a specialisti” PAGINA 9

Marzia Salgarello del Policlinico Gemelli “Un dovere gli interventi post-mastectomia”

i piccoli interventi richiedono la conoscenza di tutte le complicanze, dell’anatomia e della farmaceutica dei prodotti che vengono usati”, chiarisce. A medici di questa esperienza si è rivolta Benedetta, che dopo il suo intervento di addominoplastica si sente rinata. “Ho ritrovato la mia serenità”, racconta. Oltre le esigenze estetiche Come lei, chi in parte ritrova serenità sono le tante donne che alla chirurgia estetica fanno ricorso non per seguire canoni estetici o migliorare difetti fisici ma per necessità. Come chi subisce ricostruzioni mammarie dopo un cancro al seno. “Non ricostruire è una mutilazione per una donna – spiega Salgarello – e bisogna farlo subito dopo la mastectomia”. In Italia, le cosiddette Breasts Unit sono strutture specializzate nella diagnosi, cura e riabilitazione psicofisica delle donne con una neoplasia mammaria al seno. In Italia sono 140 e tra queste c’è la “Breast Unit” del Gemelli, diretta dalla professoressa Salgarello. Molte senologhe, specialiste e chirurghe plastiche di queste unità aderiscono al progetto “Donna x Donna”, dedicato all’informazione sulle ricostruzione del seno dopo la mastectomia. Secondo i dati diffusi dal progetto, nel 2020, durante la pandemia, i casi di ricostruzione immediata, ovvero eseguita durante lo stesso intervento in cui il tumore viene asportato, sono aumentati del 15% rispetto al 2019. Tanti casi, uno diverso dall’altro, ma un solo filo conduttore: il benessere mentale prima ancora che fisico.

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Debora Vicidomini vittima di errore medico

LA STORIA

Dopo il filler ho perso la vista di un occhio. Questi trattamenti estetici non sono una banalità. Bisognerebbe dare informative dettagliate

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Maria Rosaria Paterino psicologa e psicoterapeuta

LA PSICOLOGA

Questo aumento è figlio dei nostri tempi e di questo eccessivo bisogno di perfezione che può sfociare nella dismorfofobia

Marzia Salgarello, professoressa di Chirurgia plastica è tra i dirigenti del reparto della Fondazione policlinico universitario Agostino Gemelli, indaga i temi della chirurgia estetica e con Lumsanews parla delle ricostruzioni post mastectomia per le pazienti che hanno avuto un tumore al seno. Come si riconosce un medico che fa chirurgia e medicina estetica affidabile? “Esiste una scuola di specializzazione in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica. Dura 5 anni. Questa è l’unica scuola di specializzazione che ricopre tutti i campi della chirurgia plastica. In Italia non è obbligatorio essere specialisti in chirurgia plastica, ricostruttiva, estetica. Io consiglio ai pazienti di affidarsi a uno specialista perché anche le cose piccole presuppongono la conoscenza di tutte le complicanze, l’anatomia, la farmaceutica dei prodotti che vengono usati”. Botox e filler sono trattamenti molto richiesti. “Sì. Sono aumentati. Sia la medicina estetica che la chirurgia estetica aumentano. Le statistiche del 2022 parlano, infatti, di un aumento dell’11,2 % delle procedure in tutto il mondo comparato al 2021. La chirurgia ha avuto un incremento maggiore del 16,7 % e per le punturine siamo al 7,2 %”. Ci sono però una serie di rischi collaterali legati a botox e filler. Quali sono? “Bisogna iniettare prodotti naturali e riassorbibili perché tutte le iniezioni, anche le più semplici, possono andare incontro a complicanze. Se il prodotto viene iniettato malamente o se è iniettato bene ma va a chiudere un vaso, nella zona a valle dove il sangue non arriva, può creare le premesse per una piccola necrosi. Il botox può avere complicanze se iniettato nel posto sbagliato o se va nel posto sbagliato. Nel caso di complicanze bisogna procedere con l’aiuto della ialuronidasi, la sostanza che scioglie l’acido ialuronico. Inoltre questi prodotti vanno iniettati preferibilmente in piccole quantità perché le grandi quantità possono più facilmente dare problemi” l trend in aumento di questi interventi può essere legato al post pandemia e al togliersi le mascherine? “Per un po’ ci siamo guardati poco. Poi quando ci siamo riguardati ci siamo scoperti con gli anni in più. Il Covid ha mascherato tutto questo. La tendenza di oggi è intervenire sin da giovanissime. Il medico deve anche sapere dire di no? “È difficile riuscire a bilanciare i desideri dei pazienti ma è importante che il medico non ceda alle richieste del paziente che chiede di più. Bisogna filtrare dei concetti di bellezza naturale di cui il chirurgo è custode”. Gli interventi non chirurgici come botox e filler vengono sdoganati dai social. Cosa ne pensa? “Non bisogna banalizzare e renderli una vendita. Parliamo di un atto medico. È importante riportare tutto nelle mani dei medici e degli specialisti”. Parlando della chirurgia plastica ricostruttiva, lei si occupa delle ricostruzioni post mastectomia… “La mia attività ospedaliera è quella soprattutto di occuparmi della ricostruzione post mastectomia. I pazienti che hanno avuto un tumore per cui devono fare la mastectomia hanno il diritto a una ricostruzione immediata, cioè fatta nello stesso momento in cui il senologo o il chirurgo oncologo gli leva la mammella. In Italia i tumori al seno sono 55mila. Un quarto di questi fa la mastectomia. Gli altri fanno una chirurgia parziale che si chiama chirurgia conservativa seguita poi da radioterapia. Ovviamente l’impatto psicologico, l’impatto fisico, è tutto a favore della ricostruzione immediata”. Quanto ha inciso la pandemia su queste ricostruzioni? “Noi abbiamo una onlus, Beautiful After Breast Cancer Italia Onlus che mira al ripristino della morfologia e dell’integrità corporea dopo il tumore al seno che ha lanciato il progetto Donna x Donna. Un folto numero di specialiste in chirurgia plastica e senologhe si sono censite e abbiamo scoperto di avere lavorato tan-

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LA DOCENTE Marzia Salgarello insegna Chirurgia Plastica ed è tra i dirigenti del reparto di Chirurgia Plastica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli.

In Italia ci sono 140 unità specializzate nella diagnosi, cura e riabilitazione psicofisica delle donne con un tumore al seno

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Secondo i dati del progetto “Donna x Donna” durante la pandemia i casi di ricostruzione postmastectomia sono aumentati

tissimo durante la pandemia facendo tantissime ricostruzioni in tempo unico. Temevamo che se avessimo messo una protesi temporanea non avremmo potuto finire la ricostruzione non sapendo quanto lungo sarebbe stato il lockdown. Facendo un confronto tra il 2020 e il 2019, abbiamo scoperto che nel 2020 le nostre ricostruzioni in un tempo unico avevano superato come numero quelle dell’anno pre Covid. In Italia l’intervento di mastectomia si è fatto sempre mentre paesi come il Regno Unito e l’Olanda hanno fermato le ricostruzioni immediate durante la pandemia”. La ricostruzione non è solo una questione estetica. “Non ci ricostruisce per la bellezza cioè non ci si ricostruisce solo per la femminilità ma c’è soprattutto un concetto di normalità perché non ricostruire vuol dire mutilazione. Una suora a cui chiesi con molta discrezione il perché si stesse operando, mi disse che lo faceva per ripristinare la dignità della figura umana”.

(s. l.)


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Lumsanews n. 9 del 15 dicembre 2023 by LIbera Università Maria Ss. Assunta - Issuu