Page 1

La polemica

Disegno di legge Pillon: la mobilitazione delle piazze capitanata dalle donne di Chiara Viti

A pagina 7

Informazione

La salute online è a rischio fake news. Il 18% delle bufale riguarda il benessere di Alessandro Rosi

A pagina 8

15/03/2019 PERIODICO NUMERO 4

La verità sull’assassinio della giornalista e del suo operatore Inchiesta è ancora avvolta da una fitta nebbia di depistaggi Morti innocenti

Caso Alpi, 25 anni dopo l’uccisione resta un mistero

di mafie: le interviste ai parenti delle vittime

di ROSSELLA DELL’ANNO

“Sono una donna fortunata perchè non ho mai provato odio”. Non sembrano le parole di una donna alla quale hanno strappato per sempre la sua bambina. ALLE PAGINE 4-5

Società

Migranti, l’aiuto passa attraverso l’integrazione

di CHIARA CAPUANI

“Pensavo che la mia vita fosse finita e ora mi sento come se fossi nata di nuovo”. Si racconta così Gloria, rifugiata del Benin. ALLA PAGINA 6

di MARCO VALENTINI ha freddato a colpi di kalashnikov i due giornalisti, né chi siano i mandanti del-

Somalia, 20 marzo 1994: la giornalista del Tg3 Rai Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono uccisi da un commando a Mogadiscio, in una via a pochi passi dall’ex ambasciata italiana. Nei giorni precedenti, lavorando a un’inchiesta su un traffico di rifiuti tossici, si sono ritrovati in una zona grigia nella quale si muovevano militari, funzionari dell’Onu, servizi segreti, contrabbandieri d’armi e trafficanti di rifiuti tossici. Dopo venticinque anni, molti processi e una commissione parlamentare, non si sa ancora chi faceva parte del commando, composto da almeno sette uomini, che

l’esecuzione. L’unico a scontare quasi diciassette anni di carcere, con l’accusa di essere uno degli esecutori materiali del duplice omicidio, è stato Hashi Omar Hassan. Condannato nel 2003 a ventisei anni di reclusione, ha ritrovato la libertà soltanto dopo che, nel 2015, la trasmissione “Chi l’ha visto?” ha rintracciato a Birmingham il suo principale accusatore nel processo: Ahmed Ali Rage, detto “Jelle”. “Jelle” ha ammesso di aver dichiarato il falso “in quanto gli italiani avevano fretta di chiudere il caso”. ALLE PAGINE 2 e 3


PAGINA 2

S

di MARCO VALENTINI

omalia, 20 marzo 1994: la giornalista del Tg3 Rai Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono uccisi da un commando a Mogadiscio, in una via a pochi passi dall’ex ambasciata italiana. Nei giorni precedenti, lavorando a un’inchiesta su un traffico di rifiuti tossici, si sono ritrovati in una zona grigia nella quale si muovevano militari, funzionari dell’Onu, servizi segreti, contrabbandieri d’armi e trafficanti di rifiuti tossici. Dopo venticinque anni, molti processi e una commissione parlamentare, non si sa ancora chi faceva parte del commando, composto da almeno sette uomini, che ha freddato a colpi di kalashnikov i due giornalisti, né chi siano i mandanti dell’esecuzione. L’unico a scontare quasi diciassette anni di carcere, con l’accusa di essere uno degli esecutori materiali del duplice omicidio, è stato Hashi Omar Hassan. Condannato nel 2003 a ventisei anni di reclusione, ha ritrovato la libertà soltanto dopo che, nel 2015, la trasmissione “Chi l’ha visto?” ha rintracciato a Birmingham il suo principale accusatore nel processo: Ahmed Ali Rage, detto “Jelle”. “Jelle” ha ammesso di aver dichiarato il falso “in

L’anniversario

quanto gli italiani avevano fretta di chiudere il caso” e che in cambio dell’accusa nei confronti di Hashi gli erano stati promessi soldi e la possibilità di lasciare la Somalia. Alla luce dei nuovi sviluppi il tribunale di Perugia, nel gennaio 2017, ha assolto Hashi, che ha poi ottenuto il riconoscimento di un risarcimento di tre milioni di euro. Prima di quel fatale ultimo viaggio, Ilaria Alpi ne aveva compiuti sei in Somalia, il primo nel dicembre del 1992. Documentava per il Tg3 le operazioni dell’esercito italiano nell’ambito della missione di pace “Restore Hope”, voluta dalle Nazioni Unite per riportare ordine nello stato dell’Africa orientale, dopo lo scoppio della guerra civile a seguito della caduta del dittatore Siad Barre. Ilaria però non era una giornalista che si accontentava di attendere comodamente in albergo notizie preconfezionate, né di riportare i resoconti ufficiali delle conferenze stampa dei generali. Come raccontato dal suo direttore dell’epoca, Andrea Giubilo, “amava ricercare e inseguire la notizia, per poi presentarla dal punto di vista della telecamera, quindi dello spettatore, senza mai cedere a personalismi”. Così, inseguendo la notizia, Ilaria aveva scoperto che la Somalia, priva di una guida e divisa per sfere di influenza tra signori della guerra, era terreno fertile per la proliferazione dei più inconfessabili traffici illeciti. Traffici dal consistente ritorno

Ilaria Alpi Giornalista del Tg3, uccisa nel 1994 a Mogadiscio, in Somalia, insieme all operatore Miran Hrovatin, da un commando composto da sette killer.

economico per i vari ras locali, ma che non potevano avvenire senza la copertura o addirittura la connivenza di militari e servizi segreti dei Paesi coinvolti nella missione ONU. La pista battuta dalla giornalista romana l’aveva portata sull’autostrada Garoe-Bosaso, che per chilometri e chilometri attraversava il nulla, dunque apparentemente poco utile, ma che poteva essere ottima per seppellire bidoni di rifiuti tossici. Nel porto di Bosaso (anonimo villaggio di pescatori nel Nord della Somalia) avvenivano movimenti molto sospetti. Presunte navi da pesca, che non contenevano celle frigorifere, erano misteriosamente affondate con carichi sospetti a bordo. L’ipotesi è che quei pescherecci, appartenenti alla compagnia Shifco, che faceva parte di un progetto

IlariaAlpi 25 anni senza una verità

di cooperazione promosso dall’Italia, “percorressero delle rotte anomale”, come ci ha spiegato Maurizio Torrealta, giornalista d’inchiesta e coautore, insieme a Mariangela Gritta Grainer e Luciana e Giorgio Alpi, del libro “Esecuzione, l’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”. Ufficialmente avrebbero dovuto semplicemente trasportare il pesce pescato in acque somale, seguendo la rotta commerciale sud¬-est, ma in “almeno un paio di viaggi” una delle navi della flotta, la Faarax Omar, ha seguito un’altra direzione, puntando verso nord-ovest e toccando “cinque città nei pressi di reattori nucleari”. Ilaria Alpi avrebbe dunque scoperto un collegamento tra il trasporto delle scorie radioattive e lo smaltimento, che avveniva attraverso la sepoltura dei rifiuti, ricoperti con il cemento, nei terreni scavati per la realizzazione di diverse infrastrutture come l’autostrada nel deserto Garoe-Bosaso. Le prime incongruenze nella conduzione delle indagini sul duplice omicidio e i segnali di possibili depistaggi, furono evidenti già subito dopo il ritorno delle salme dei due giornalisti dalla Somalia. Il pm di turno non dispose l’autopsia sul corpo di Ilaria, ma solo un esame medico esterno, e dagli effetti personali, che accompagnavano i corpi nel volo da Mogadiscio, sparirono due taccuini e una parte del materiale girato da Hrovatin. Mai del tutto chiarito poi il rapporto con una presunta fonte della giornalista, Vincenzo Li Causi, esponente dei servizi segreti italiani, appartenente all’organizzazione paramilitare Gladio, legata a Stay-behind, voluta dalla CIA per contrastare un’ipotetica invasione sovietica dei Paesi occidentali. Li Causi è stato ucciso in circostanze misteriose in Somalia il 12 novembre 1993, quattro mesi prima dell’agguato di Mogadiscio. Il bandolo della matassa avrebbe dovuto trovarlo la commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Istituita nel luglio 2003, presieduta dall’onorevole Carlo Taormina, concluse i lavori nel febbraio 2006 con una relazione molto discussa, approvata a maggioranza, che sostanzialmente circoscriveva il duplice omicidio “nell’ambito di un tentativo di rapina o di sequestro di persona a danno di cittadini occidentali”. Lo stesso Taormina utilizzò parole sgradevoli riguardo all’ultimo viaggio dei due giornalisti Rai in Somalia, definendolo “una vacanza” in un’intervista del 2006 all’Unità. Un’espressione “infelice” per l’onorevole Bobo Craxi, all’epoca membro della commissione, che considera “tardiva” l’iniziativa, “lontana nove anni dai fatti accaduti”. Venticinque anni dopo, sembra difficile da stabilire se la morte di Ilaria e Miran rimarrà ancora avvolta in un alone di mistero, come molte altre oscure vicende italiane. L’augurio è che l’assassinio di due giovani e coraggiosi giornalisti alla ricerca di una verità “scomoda” non rimanga impunito.


INTERVISTA/1

LUMSAnews

PAGINA 3

INTERVISTA/2

“La realtà andrebbe cercata “Commissione istituita tardi seguendo le rotte sospette dopo nove anni difficile di alcune navi della Shifco” trovare nuovi elementi”

Un suo giudizio sull’operato della Commissione parlamentare d’inchiesta. «È molto bizzarro che un collega di Ilaria venga bloccato nel suo lavoro di ricerca. Senza nessuna imputazione, mi hanno perquisito la casa e secretato il materiale raccolto. Ritengo senza alcun motivo. Credo che il Presidente della Commissione non fosse davvero interessato alla ricerca della verità. Non era necessario sequestrare il materiale raccolto a chi si era occupato per la stessa testata dell’omicidio di Ilaria.» Crede che sia possibile a venticinque anni dalla vicenda giungere alla verità? «Sono fiducioso. Credo che se c’è davvero l’intenzione, si possa assolutamente fare chiarezza sulle morti di Ilaria e Miran.» Lei ha scritto un libro con i genitori di Ilaria Alpi. Che ricordo ha di loro? «Erano delle persone meravigliose. Mi hanno quasi adottato e sembravano felici ogni volta che andavo a trovarli. Avevano due animi nobili e mostravano una fermezza ammirevole nel battersi per ottenere la verità.» Quale pista ritiene si debba seguire per arrivare alla verità sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? «Io sono convinto che c’è stato un episodio in contemporanea alla presenza di Ilaria a Bosaso. Lì ha intervistato il “sultano” Abdullahi Mussa Bogor, che era a capo di un gruppo di migiurtini, che proprio in quei giorni aveva sequestrato una nave, la Faarax Omar, della compagnia Shifco, che gestiva sei pescherecci. L’esercito italiano che stava partendo da Mogadiscio, alla fine di “Restore Hope”, decide di intervenire con due elicotteri e due motovedette per liberarla. Poi ci ripensa, perché sarebbe stato abbastanza strano dal punto di vista legale che l’esercito italiano intervenisse per una nave somala in mare somalo. Quindi optano per un’altra operazione: mandano un’altra nave della Shifco e ci caricano a bordo quella roba che sarebbe stato imbarazzante avere nella Faarax Omar. » A quale carico si riferisce, in particolare? «Non lo so. Se avessero sequestrato delle armi, se le sarebbero tenute. Cos’altro poteva essere? Ufficialmente quelle navi dovevano spostare il pesce dalla Somalia all’Italia. Avrebbero potuto guadagnare bene vendendo armi alle diverse fazioni in lotta su quel territorio o ottenere introiti di una certa consistenza con le scorie radioattive. » L’analisi delle rotte potrebbe chiarire i contorni della vicenda. «Ho guardato l’elenco dei porti toccati dalla nave madre, la 21 ottobre II, e ho visto che in realtà c’è un momento in cui non va più verso sud-est e il golfo di Aden. Fa diversi viaggi, quattordici se non sbaglio, prima della morte di Ilaria, e un paio di questi verso nord-ovest, esattamente il lato opposto alla zona in cui avrebbe dovuto operare. Tocca numerose città che sorgono nei pressi di reattori nucleari di prima generazione, che producevano scorie che nel 1994 avrebbe avuto senso eliminare.» Ilaria potrebbe avere sfiorato verità molto scomode. «Io non ho nessuna prova, ma se delle scorie fossero state in quella nave Ilaria ne è venuta a conoscenza realizzando l’intervista al “sultano”. Noi abbiamo visionato pochi minuti, perché è stata pesantemente censurata, non da estranei ma da persone che erano della Rai, che hanno preso quel materiale e su richiesta di qualcuno hanno provveduto a cancellare il materiale. Per non fare emergere che durante la cooperazione italiana stava avvenendo un traffico di materiale radioattivo. Sarebbe stato un inaccettabile danno di immagine, dopo investimenti ingenti.» Che fine avrebbero fatto le scorie? «Sarebbero state sepolte sotto una strada in mezzo al deserto o all’interno delle costruzioni realizzate per migliorare la situazione in Somalia. Ho visto ad esempio che hanno sistemato due pontili, a Gibuti e a Bosaso. Considerato che l’imprenditore Giancarlo Marocchino affermò di aver costruito il suo pontile a Mogadiscio, ricoprendo materiale tossico con il cemento, mi viene da pensare che sarebbe stato molto facile realizzare la stessa cosa anche a Bosaso. » Intravede soltanto responsabilità italiane? «A mio avviso al traffico internazionale di rifiuti tossici, pesantemente illegale, parteciparono diverse nazioni, come Germania, Francia e Olanda. La classica operazione dei servizi segreti stranieri che dopo la fine della guerra fredda volevano creare una fonte di profitto cospicuo. C’erano cinque membri della set-

tima divisione, quella di Gladio, dove noi non abbiamo mai messo gli occhi. Mi raccontano che era molto peggio della Somalia: in Mozambico infatti c’è la più grande discarica del mondo. Quindi là sono proprio andati pesante, ciascuno con le sue schifezze da buttare. Non era solo un problema di commercio illegale e immorale, ma probabilmente c’era anche un terzo interlocutore, considerate le dimensioni dell’operazione. All’epoca si ipotizzarono tangenti che sarebbero andate ai socialisti e magari ad altri partiti coinvolti, e i fondi sarebbero finiti in Svizzera, ai partecipanti di quest’altra organizzazione di cui parlo. Insomma, credo che vi sia stato qualcosa di più grosso e non di unicamente italiano.» M.V.

Maurizio Torrealta Giornalista d’inchiesta, collega di Ilaria Alpi al Tg3. Coautore, insieme a Luciana e Giorgio Aloi, del libro : “Esecuzione”

“A mio avviso al traffico internazionale di rifiuti tossici, pesantemente illegale, parteciparono diverse nazioni, come Germania, Francia e Olanda. La classica operazione dei servizi segreti stranieri che dopo la fine della guerra fredda volevano creare un profitto cospicuo”

Bobo Craxi, figlio del noto leader del PSI degli anni ottanta e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin dal 2004 al 2006, ha rilevato come”, durante le indagini, si sia battuta con poca convinzione la pista del coinvolgimento nella vicenda di servizi segreti di Paesi stranieri”. Ha evidenziato anche come dai lavori della Commissione non siano “emersi elementi significativi che portassero verso una direzione precisa per ricercare la verità sulla vicenda”. E ricorda anche il caso del rapimento dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni in Libano nel 1980. Come mai la Commissione non ha fornito un contributo significativo? «Partecipai a diverse sedute, non a tutte, e quello che posso dire è che non ci furono grandissimi elementi a disposizione della Commissione. Si parlava di un fatto accaduto nove anni prima e in un Paese straniero. Diciamo che la Commissione aveva strumenti che reputo insufficienti. Io tra l’altro volli partecipare ai lavori anche perchè si stava diffondendo una vulgata, secondo la quale dietro un traffico illegale di armi, trasferite dalla Somalia ai Balcani, ci fossero dei fondi riconducibili al vecchio P.S.I. Volevo dunque verificare che queste fantasie, prive di ogni riscontro e di qualsiasi prova, non venissero spacciate per verità assolute». Crede che la Commissione non abbia fatto tutto il possibile nella ricerca di elementi utili per fare chiarezza sulla vicenda? «Non c’è stata trascuratezza. Si batté la pista del traffico e del trasporto illegale di armi, in base anche ad alcune deposizioni da cui scaturì un'altra fase dell’istruttoria. C’era grande confusione in Somalia e gli elementi a disposizione erano abbastanza sommari e non decisivi. Quello che io escludo è che si trattasse di un banale incidente a seguito di una rapina, piuttosto uno scontro a fuoco ma non un tentativo di estorsione. Penso che il contesto fosse piuttosto complesso. Può darsi che i giornalisti cercassero delle informazioni, ma non credo che battessero esattamente una pista per la quale sono stati uccisi, almeno non sono mai emersi elementi chiari da questo punto di vista. Credo comunque che le indagini su eventuali legami tra la morte della Alpi e di Hrovatin e traffici di rifiuti tossici o armi andassero svolte nell’immediatezza dei fatti. Stranamente questo non è avvenuto. Dovrebbero risponderne i parlamenti che hanno preceduto la nostra legislatura.» Il Presidente della Commissione era Carlo Taormina, che definì l’ultimo viaggio di Ilaria Alpi una “vacanza”, ridimensionando il duplice omicidio ad un tentativo di rapina finito male. Come commenta in merito? «Non sono d’accordo.Sono parole che trovo assolutamente fuori luogo.» A venticinque anni di distanza crede sia ancora possibile fare luce sulla vicenda o non si giungerà mai ad una verità storica? «Ho l’impressione che non vi sia alcuna spinta alla ricerca di una verità condivisa. Il problema è che non c’è neanche una tesi, che possa essere suffragata da elementi di prova concreti,dalla quale partire. In casi analoghi, penso alla giornalista Graziella De Palo scomparsa insieme al suo collega Italo Toni in Libano nel 1980, o più recentemente al ricercatore Giulio Regeni assassinato in Egitto, è difficile recuperare informazioni nuove.» Ritiene plausibile che vi sia stato un intervento di servizi o apparati deviati dello Stato, volto a depistare le indagini successive all’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? «Non saprei. Tenga conto che, durante una guerra civile, gli elementi disturbatori non sono soltanto di carattere italiano, possono essere benissimo anche internazionali. Quindi aver escluso la presenza di servizi stranieri o non aver neanche battuto quella pista è stato un errore. Nel contesto somalo era chiaro quale fosse l’interesse, le potenze erano anche alleate tra l’altro, e in quel momento avevano mosso la loro azione politica e militare per sottrarre la Somalia alla sfera d’influenza dell’Italia. Trovo plausibile, ma non per questo probabile, che questo depistaggio nasca dal fatto che un possibile omicidio nato in un contesto straniero venga attribuito ad ambienti italiani e questa pista non è mai stata battuta. Si è intrapresa una via “casalinga”, escludendo a priori che questo omicidio possa essere stato effettuato da una mano straniera, non soltanto somala, ma anche di altri

paesi.» È scomparsa lo scorso giugno Luciana, la mamma di Ilaria Alpi. Che ricordo ha dei genitori e della battaglia che hanno condotto per arrivare alla verità? «Si sono battuti moltissimo per far si che si facesse luce sulla vicenda, e anche grazie a loro si sono scritte bellissime pagine di solidarietà nei confronti della figlia. Nel suo nome, in qualche modo, si è elevato il giornalista di guerra come eccellente figura professionale. La loro opera è stata estremamente meritoria. Non soltanto per la ricerca della verità, ma per la difesa e la tutela dell’immagine di Ilaria.» M.V.

Bobo Craxi Deputato dal 2001 al 2006, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi

“Ho l’impressione che non vi sia alcuna spinta alla ricerca di una verità condivisa Il problema è che non c’è neanche una tesi Quello che io escludo è che si trattasse di un banale incidente a seguito di una rapina Le parole di Taormina? Totalmente fuori luogo”


PAGINA 4

Simonetta Lamberti è la prima bambina uccisa dalla camorra Il 29 maggio 1982 era in macchina con il padre,un magistrato impegnato in indagini contro la NCO

“S

di ROSSELLA DELL’ANNO

ono una donna fortunata perché non ho mai provato odio”. Non sembrano le parole di una donna alla quale hanno strappato per sempre la sua bambina. Sono le parole di una madre che aspettava che la figlia ritornasse dal mare, dopo una giornata trascorsa con il padre. Eppure Angela Procaccini, la madre di Simonetta Lamberti, prima bambina uccisa dalla camorra, non prova odio. “L’odio è qualcosa che ti fa del male, certamente non migliora la situazione. Acuisce la sofferenza”. L’omicidio di Simonetta Lamberti è il primo di una terribile serie di delitti che coinvolgono bambini. Per errore, per caso, per quel luogo comune che spesso si identifica con questa frase: “trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Il comun denominatore è uno solo: il sistema criminale delle mafie. L’Associazione Libera ha contato 108 bambini vittime innocenti delle mafie fino al 2017. La più piccola si chiama Caterina Nencioni, 53 giorni, uccisa nel 1993 insieme alla sorella Nadia, 8 anni. Il 24 ottobre 1982 a Vibo Valentia due malavitosi piazzano una bomba in località Pizzini di Filandri, sbagliando il posto e uccidendo Attilio e Bortolo Pesce, 10 e 14 anni. I due fratellini stavano giocando. Annalisa Durante invece aveva 14 anni quando, il 27 marzo 2004, è stata uccisa a Forcella: coinvolta in uno scontro a fuoco tra due clan rivali, viene trascinata e usata come scudo umano. Simonetta è stata uccisa il 29 maggio 1982 da un colpo di pistola alla testa. Aveva 11 anni. La bambina si trovava in auto con il padre, Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina impegnato nelle indagini contro la Nuova Camorra organizzata (NCO).“Quel giorno di maggio era pieno di sole”, racconta oggi Angela Procaccini. Al posto di Simonetta al mare doveva andarci il fratello Francesco che ancora porta su di sé il peso della morte della sorella. “Il suo rifiuto ha segnato la morte di Simonetta. Lei ci andò, ma controvoglia perché mi era sempre accanto, si sedeva vicino a me mentre rigovernavo in cucina. Si metteva su un banchetto e faceva la maestra, era questo il suo sogno”. “Non durò tantissimo la gita al mare”, ricorda la madre di Simonetta. La bambina mostrava insofferenza e voglia di tornare a casa dalla mamma. Non era abituata a trascorrere del tempo con il padre, sempre impegnato con il suo lavoro e con indagini importanti. Si rimisero in macchina. “La Bmw nera che ricordo come un mostro venne affiancata e spararono contro tutti e due, pur vedendo che c’era una bimba seduta accanto al padre”. Nel 1981 era scoppiata la seconda guerra di mafia: un conflitto interno a Cosa Nostra. Il 1982, l’anno in cui viene uccisa Simonetta con suo padre, invece fu l’anno in cui si registrò il maggiore numero di vittime innocenti della criminalità organizzata, 54 in tutto.

Sono tre le regioni in cui si sono registrati omicidi di innocenti, vittime di mafia: Sicilia 23 vittime, Campania 18 e Calabria 13. Tra il 1979 e il 1983 si arrivò all’apice del processo di militarizzazione della camorra, nel corso dello scontro tra la NCO di Cutolo (che cercava di fondare un’organizzazione criminale indipendente dalle cosche siciliane) e la Nuova Famiglia, cartello che riuniva i clan cittadini e della provincia avversi a questo progetto e in buona parte collegati a Cosa Nostra. Il conflitto fu di una intensità e violenza inverosimili. Coprì l’intero territorio cittadino e della provincia, spaccò in fazioni contrapposte quartieri e rioni. Un altro periodo in cui si registrò un alto numero di vittime

Vittime innocenti delle mafie l’inchiesta

Il 1982 è l’anno in cui si registra il record Furono uccise 54 persone non implicate

innocenti fu dal 1990 al 1993, con picco massimo nel 1990 e 1991 (46 morti). Le regioni coinvolte nel 1990 furono la Sicilia con 13 vittime, Calabria 12, Campania otto. Anche due vittime a Milano e una a Varese. Nel 1991 in Sicilia si registrarono 14 vittime, lo stesso in Calabria, nove in Puglia e 7 in Campania. Nel 1992, anno della strage di Via Capaci e di Via D’Amelio si registrarono 40 vittime innocenti: diciotto in Sicilia, otto in Campania, sette in Puglia, cinque in Calabria e una a Roma.Gli anni ‘90 furono anche gli anni della Sacra Corona Unita, organizzazione criminale pugliese. Quanto furono sanguinosi lo racconta Daniela Marcone, vice presidente di Libera e figlia di Francesco Marcone, ucciso il 31 marzo 1995 davanti al portone di casa mentre rientrava dal lavoro. Era direttore dell’ufficio di Registro di Foggia. Il 22 marzo aveva inviato un esposto alla Procura della Repubblica contro al-

Angela Procaccini, madre di Simonetta: “La Bmw nera che ricordo come un mostro venne affiancata e spararono pur vedendo che c’era una bambina”

Daniela Marcone, figlia della vittima Francesco Marcone, è vicepresidente di Libera: “Le mafie si sono riorganizzate e usano tecniche corruttive”

cune truffe perpetrate da ignoti falsi mediatori che garantivano, dietro pagamento, il rapido disbrigo di pratiche riguardanti lo stesso ufficio. “Dopo nemmeno un anno dalla morte di mio padre ho iniziato a pensare che in rete con altre persone sarei stata più forte”, dice Marcone. “Il 21 marzo 1996 ero in piazza del Campidoglio in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Lì ho incontrato altre persone che come me avevano deciso di non stare con la testa abbassata nel dolore e di trasformare questo dolore in impegno. Quel giorno fu letto per la prima volta in una piazza pubblica il nome di mio padre. Il fatto di sentirlo così forte e chiaro, in una piazza lontana da casa mi fece capire che c’era una speranza, che il mio percorso non nasceva e moriva nella mia città”. Scorrendo l’elenco delle vittime innocenti di mafia stilato da vivilibera.it, è evidente come negli anni si sia registrato un numero minore rispetto agli anni

passati. “Il racconto del dolore e di quello che le mafie fanno irrompendo nella vita di una famiglia e di persone innocenti ha determinato un cambiamento nella percezione e consapevolezza della gravità di quello che fanno e del dolore che infliggono non solo alle singole famiglie ma a tutta la comunità”, continua così il suo racconto Daniela Marcone. Qualcosa è cambiato anche nei sistemi criminali. “Le stesse organizzazioni criminali si sono riorganizzate, non hanno più bisogno di uccidere. Prima usavano questa strategia del terrore per creare silenzio, per costruire l’omertà tipica delle mafie. Adesso hanno altre strade, si sono fatte avanti con tecniche corruttive sempre più profonde entrando in luoghi dove prima non riuscivano ad entrare e hanno capito che utilizzando anche il mondo della politica possono dominare il territorio senza spargere tanto sangue”.


LUMSAnews

L’INTERVISTA

Le morti dal 1982 al 2017

“Le organizzazioni criminali controllano gli affari senza ricorrere alla forza”

50

40

30

20

Fonte: vivilibera.it

10

1982

1991

2000

2008

PAGINA 5

SIMONETTA LAMBERTI Aveva 11 anni quando è stata uccisa mentre tornava da una gita al mare con il padre, un magistarto che stava indagando sulla Nuova Camorra Organizzata

2017

Secondo i dati raccolti dall’Associazione Libera emerge che, nell’ambito delle vittime innocenti della criminalità organizzata, c’è stato un picco massimo nel 1982, con ben 54 morti, 23 dei quali in Sicilia. Altro picco nel ’90. Mentre negli ultimi anni, ad esempio nel 2016 e nel 2017, ci sono state solo due vittime innocenti. Emanuele Crescenti è il procuratore capo di Barcellona Pozzo di Gotto. A Messina, dal 2001, in direzione distrettuale antimafia, ha gestito le principali inchieste antimafia in città e provincia e processi importanti come Panta Rei, il maxi sulla infiltrazione delle ‘ndrine all'Università. Cosa è cambiato secondo lei? «L’errore è quello di considerare che a una diminuzione di fatti di sangue corrisponde una diminuzione della pericolosità della mafia. Sia studi sociologici che giudiziari dimostrano che quando la mafia uccide e ci sono aspetti collegati a fatti di sangue è soltanto quando non può farne a meno. Se non spara non vuol dire che è stata sconfitta, che sia scomparsa o in difficoltà, anzi. È segno che riesce a controllare i suoi affari senza bisogno di fare ricorso alla forza. Il fatto che siano diminuite le vittime innocenti è una conseguenza della riduzione dei fatti di sangue e delle riduzioni delle guerre di mafia. Evidentemente c’è un‘attenzione maggiore da parte dello Stato, c’è un maggiore controllo sul territorio e questo è innegabile. Ma c’è anche un’attenzione da parte delle organizzazioni criminali che evitano i fatti di sangue perché non conviene neanche a loro». Lei è il procuratore capo di Barcellona pozzo di Gotto. Com’è la situazione lì? «Barcellona Pozzo di Gotto è un territorio particolarmente difficile per le organizzazioni criminali. È il fulcro operativo nella provincia di Messina. C’è una cultura criminale molto forte. Ci sono ancora episodi intimidatori e di danneggiamento tramite condotte che possiamo considerare storicamente affermate anzi un po' superate dal punto di vista storico, ad esempio dar fuoco ai negozi. La mafia storica barcellonese dal punto di vista generazionale è sotto processo o in carcere con pene definitive; però c’è una recrudescenza giovanile. Qui abbiamo avuto l’unico episodio di omicidio negli ultimi anni della provincia: un episodio di lupara bianca. Abbiamo avuto anche dei fenomeni di violenza ai danni di gestori di esercizi commerciali, intimidazioni a cantieri o altro». La ‘ndrangheta si sta espandendo anche al Nord Italia. Quanto questo fenomeno riguarda anche la mafia? «La ‘ndrangheta, più che espandersi, ha un collegamento di ranghi ereditari, di famiglie che restano in contatto con il territorio di appartenenza ma si vanno a collegare in zone strategiche nuove. C’è una evoluzione anche su questo. Per la mafia è uguale. I fenomeni criminali organizzati, nella loro evoluzione e nel loro stare nella società, non sono diversi da quelli che sono gli aspetti ordinari e legali. In un mondo globalizzato legale corrisponde una globalizzazione dell’attività criminale. Ormai non ha senso parlare di un radicamento territoriale. La mafia si sposta là dove ci sono denari e interessi, e in questo momento forse ce ne sono di più al di fuori della Sicilia». Si dice che la mafia al Nord sia silente. È realmente così? «Probabilmente è così perché la mafia al Nord ha una specifica necessità: non quella di controllare il territorio ma quella di inserirsi negli affari; rappresenta il passaggio ultimo, la soluzione finale del disegno mafioso e cioè quello di inserirsi nella organizzazione legale e negli appalti legati all’afflusso di denaro e aspetti economici. Quindi è chiaro che lì non ha nessun interesse ad ammazzare. Si mostra la mafia in giacca e cravatta che ha interesse a inserirsi negli aspetti economici facendo leva su quella che è la grande massa di denaro. La droga muove flussi di denaro che sono impensabili dal punto di vista le-

“Sono radicalmente diminuiti i morti Con l’evoluzione si tende a reprimere le forme virulente e agire in termini diversi C’è una maggiore attenzione da parte dello Stato” EMANUELE CRESCENTI Procuratore capo di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina. Dal 2001 in DDA ha gestito le principali inchieste antimafia e processi importanti come il maxi Panta Rei

gale. La mafia ha un unico problema: quello di reinvestirli, di ripulirli e quindi l’inserimento nei circuiti economici che diventa non soltanto la soluzione migliore ma anche abbastanza facile perché con i soldi in mano non hanno un’esigenza di guadagno. Hanno solo l’esigenza di ripulirli. L’imprenditore deve guardare al guadagno e non soltanto al ricavo, quindi ha esigenze di ammortizzare i costi che sono legati all’attività imprenditoriale». È questo il motivo per cui ci sono meno vittime innocenti? Le organizzazioni criminali si muovono su un altro piano? «Ormai l’attività mafiosa ha un radicamento ben diverso, più forte, non ha esigenza di avere un esercito che spara. Anche all’interno delle guerre di mafia ci sono meno morti oggi. Non è soltanto un’analisi di una verifica collegata alle vittime innocenti. Anche all’interno delle stesse organizzazioni criminali sono radicalmente diminuiti i morti perché con l’evoluzione, anche culturale che ha il mondo e il sottomondo mafioso, si tende a reprimere le forme più virulente per ragionare in termini diversi». R.D.A.


PAGINA 6

società

Integrazione: la lingua“salva migranti” Le associazioni attive nel Lazio che aiutano i rifugiati nel processo d’inclusione

“P

di CHIARA CAPUANI

ensavo che la mia vita fosse finita e ora mi sento come se fossi nata di nuovo”. Si racconta così Gloria, rifugiata del Benin, che ora ha trovato lavoro in una multinazionale farmaceutica grazie a un progetto per profughi sostenuto da nove parrocchie di Roma, in collaborazione con la Caritas. “Ho ricevuto un aiuto sia per quanto riguarda la ricerca di un lavoro sia nello studio della lingua italiana” conclude. Gloria è solo una delle tante persone che giungono in Europa in cerca di un futuro migliore. In Italia, secondo il Rapporto sulla Protezione Internazionale realizzato da Anci, Caritas italiana, Cittalia e UNHCR, nel 2016 il numero di migranti sbarcati sulle nostre coste ha raggiunto la quota di 181.436. Nel 2019 il numero di richiedenti asilo è aumentato del 24% rispetto al 2018. Secondo un report Istat, al 1° gennaio 2018 il numero dei permessi concessi per motivi di asilo e protezione umanitaria ha stabilito un nuovo record storico: oltre 101mila nuovi rilasci. Tutti questi dati indicano la necessità di dare una risposta concreta ai bisogni primari di coloro che arrivano nel nostro Paese. La chiave è quella di un’integrazione guidata che offra servizi specifici e che permetta un inserimento graduale di queste persone all’interno della società. L’accompagnamento è la chiave di lettura per inquadrare il fenomeno e fornire le giuste soluzioni. Lo scopo non è semplicemente l’accoglienza fine a se stessa, ma l’integrazione. Il percorso che porta all’integrazione però è spesso difficile. Non capita a tutti di essere fortunati come Gloria. “Le difficoltà maggiori dal punto di vista linguistico riguardano lo studio dell’alfabeto ma anche l’articolazione di alcuni fonemi” racconta Angela Petruzziello, iscritta alla Rete di volontariato Romaltruista. “A tutto ciò si aggiungono poi le barriere culturali. Chi decide di insegnare la lingua italiana agli stranieri deve dimostrare forti capacità empatiche”. Fra barriere linguistiche e differenze culturali, molti dei migranti non riescono a integrarsi. Così, trovandosi soli e senza un futuro, spesso ricorrono a piccoli furti o al lavoro in nero per poter sopravvivere. Una situazione di emergenza, resa ancora più grave dal proliferare di episodi di razzismo. Un esempio è rappresentato dalle tensioni venutesi a creare lo scorso agosto a Rocca di Papa in seguito all’arrivo di cinquanta migranti al centro di accoglienza “Mondo migliore”. Nel territorio laziale, a fare da argine a questi fenomeni di intolleranza promuovendo una corretta l’integrazione, operano circa 70 associazioni. Secondo l’Iref, l’Istituto di Ricerche Educative e Formative, tra queste figurano la Caritas di Roma e il Centro Astalli. Tutte sono specializzate nell’offrire diversi servizi di advocacy, intesi come appoggio alle politiche sociali e tutela dei diritti degli immigrati. Le aree di intervento di queste associazioni coprono cinque macro sezioni: accoglienza e

Più di 130 corsi attivi sul territorio laziale per l’insegnamento della lingua italiana

Presenze migranti tra il 2017 e il 2018

I DATI IN ITALIA

Secondo il Rapporto sulla Protezione Internazionale dell’UNHCR, nel 2016 il numero di migranti sbarcati in Italia ha raggiunto la quota di 181.436. Nel 2019 il numero di richiedenti asilo è aumentato del 24% rispetto al 2018. Secondo un report Istat, al 1° gennaio 2018 sono stati concessi oltre 101mila permessi per protezione umanitaria

Ben 12.387 iscritti ai corsi che si sono tenuti nell’anno scolastico 2017-2018

Circa 70 associazioni solo a Roma che offrono servizi di advocacy ai migranti orientamento ai servizi, consulenza e assistenza legale, assistenza medica, preparazione professionale e ricerca di occupazione. Il lavoro è uno strumento fondamentale ai fini dell’integrazione delle persone. Però, la gran parte degli immigrati che arriva in Italia resta a lungo senza occupazione. Proprio per questo, nel corso degli anni, sono nati progetti volti all’inserimento degli immigranti nel mondo del lavoro: ascolto, stesura del curriculum vitae o corsi di italiano. La lingua, infatti, è la prima barriera con cui un immigrato si scontra nel quotidiano e che si ripercuote poi nell’ambito lavorativo. L’Iref ha condotto un’indagine sulle associazioni che organizzano corsi d’italiano per migranti adulti nel territorio laziale. Dalla ricerca risulta che, nell’anno scolastico 2017-2018, gli iscritti registrati nelle 134 sedi di corso sono 12.387. La Rete Scuolemigranti, gruppo di associazioni di volontariato del Lazio che organizza corsi gratuiti di italiano per migranti, tramite il proprio osservatorio, ha recensito tutte le associazioni che offrono questo tipo di corsi. A Roma, secondo i dati, sono attivi 94 corsi di

LA SCHEDA

LA SCHEDA

SCUOLEMIGRANTI

Fonte: elaborazioni Istat su dati del Ministero dell'Interno lingua italiana. Gli enti che li organizzano sono sia pubblici che privati. Si tratta di cooperative sociali, come l’Apriti Sesamo, o le scuole statali. Tutte le associazioni ricevono finanziamenti grazie a bandi indetti da enti regionali, nazionali ed europei. Le gare hanno una scadenza annuale, mensile o semestrale e le quote vanno da poche centinaia di euro a cifre molto più alte. Inoltre tutte le Onlus ricevono un sostegno da parte dei privati. “Prima ancora della costituzione formale della Rete Scuolemigranti - ha spiegato Paola Piva, coordinatrice del gruppo di associazioni - abbiamo avviato il monitoraggio degli iscritti ai corsi gestiti dalle associazioni e dalla scuola pubblica per adulti a Roma. Dai dati risulta che nel 2007 c’erano 11 associazioni con 6.411 iscritti. Oggi fanno parte di Scuolemigranti ben 88 organismi”. Dal 2016, inoltre, è stata istituita dal ministero dell’Istruzione la classe di concorso A23, cioè quella relativa all’insegnamento della lingua italiana per studenti di lingua straniera. Si tratta di una risposta concreta dello Stato ai bisogni molteplici di chi si accosta all’apprendimento della nostra lingua.

La rete di associazioni attive nel Lazio che organizza corsi gratuiti di italiano per migranti. Tramite l’Osservatorio della Rete è stato avviato un monitoraggio degli iscritti ai corsi.

Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA Direttore responsabile Carlo Chianura Direttore scientifico Fabio Zavattaro

Redazione Chiara Capuani,Rossella Dell’Anno,Federica Pozzi, Alessandro Rosi,Diana Sarti,Marco Valentini, Chiara Viti. Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003


LUMSAnews

Ddl Pillon, le donne sul piede di guerra

PAGINA 7

Per i movimenti la mediazione ostacola le separazioni Il senatore: “Ma divorziare costerà molto meno”

D

di CHIARA VITI

a quando lo scorso settembre il ddl 735 è stato presentato ne è stato richiesto immediatamente a gran voce il ritiro. Il disegno di legge, primo firmatario il senatore Simone Pillon, vuole riscrivere le regole dell’affidamento e, nell’ottica di chi l’ha ideato, garantire ai figli minori dopo la separazione dei genitori, di mantenere rapporti equivalenti con entrambi. Equilibrio fra le due figure genitoriali e tempi paritari, mantenimento in forma diretta e contrasto della presunta alienazione genitoriale i capisaldi del ddl. Il disegno di legge prevede, in caso di separazioni e divorzi, l’intervento obbligatorio del mediatore familiare e predispone l’istituzione del rispettivo albo professionale. La mediazione potrà durare massimo sei mesi, il primo incontro con il professionista sarà gratuito, i successivi a pagamento. «Uno dei problemi di questo disegno di legge è proprio l’obbligatorietà di questo intervento che snatura la mediazione in quanto tale», commenta l’avvocato Concetta Gentili, coordinatrice del gruppo tecnico avvocate di D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza). Anche il pediatra Vittorio Vezzetti, che ha collaborato alla stesura del testo, è categorico: «Nel disegno di legge l’obbligatorietà, a un’attenta lettura, si riduce a un incontro di carattere informativo e gratuito presso il mediatore». Lumsanews ha chiesto al senatore Simone Pillon se aumenteranno i costi delle separazioni e dei divorzi. «Assolutamente no. Anzi, costeranno molto meno. L’esborso previsto è di circa 600 euro per l’intero percorso. Nell’80 per cento dei casi la mediazione si conclude con un accordo che permette di evitare la separazione giudiziale, risparmiando fino a 10mila euro». La questione però, secondo Concetta Gentili, si trasferisce su un piano ideologico e culturale tant’è che la portavoce dell’associazione D.i.Re si chiede se in Italia, con un impianto legislativo di questo tipo, sarà ancora possibile divorziare o separarsi: «È un disegno di legge che tende a mantenere unite le strutture familiari ma non perché sono unite dagli affetti o dall’amore, ma dall’impossibilità di ottenere dalle istituzioni un giusto provvedimento». Il risultato della mediazione sarà la redazione di un “piano genitoriale”, un documento che fotografi meticolosamente le abitudini, gli interessi e le frequentazioni del minore, oltre a definire in che misura e con quali modalità ciascuno dei genitori provvederà al sussidio economico diretto ai figli (superando la logica del vecchio assegno di mantenimento). Ciascun genitore contribuirà economicamente in misura proporzionale al rispettivo reddito. Su questo punto Gentili osserva: «Tutto l’impianto del ddl legittima il genitore economicamente più forte». Non è d’accordo Pillon: «Con la riforma i genitori torneranno ad essere protagonisti delle decisioni che riguardano la vita dei loro figli. Certo, per farlo dovranno dimostrare di saper andare d’accordo nell’interesse della prole». Il ddl si ispira al principio della “bigenitorialità perfetta” e insiste sul fatto che il minore ha diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo tanto con il padre quanto con la madre. «È un’ipotesi irrealizzabile anche nelle coppie non separate, tale principio non esiste. È un concetto di scuola non facilmente realizzabile nel concreto» controbatte l’avvocata Gentili. Salvo diversi accordi fra i due genitori, i figli avranno inoltre un doppio domicilio e dovranno trascorrere non meno di dodici giorni al mese con entrambi i genitori. Il senatore Pillon ha spiegato più volte che uno dei principali obiettivi della sua legge sarà ridurre progressivamente la conflittualità fra i genitori. Il giudice dovrà infatti avere un ruolo residuale e dovrà intervenire solo nel caso di mancato accordo e trova il favore di Vezzetti, fondatore della Onlus “Figli per sempre”, che commenta: «In tutti i Paesi del mondo in cui è stato introdotto l’affidamento materialmente condiviso la conflittualità è diminuita drasticamente». Centrale nel dibattito sul disegno di legge anche la questione dell’alienazione parentale. Afferma Pillon: «Si tratta di una circostanza molto grave, che si genera quando uno dei genitori spinge il figlio a rifiutare l’altro genitore. Le conseguenze per i minori sono spesso gravissime, quando non drammatiche. La ricerca offre possibili soluzioni quali la terapia o il sostegno psicologico.

Un momento di protesta durante una manifestazione a Napoli contro il disegno di legge. Sopra il senatore Simone Pillon

In casi estremi è anche possibile un breve collocamento del minore in apposite strutture specializzate con o senza il genitore rifiutato». Secondo i movimenti femministi e le associazioni contro la violenza sulle donne però questo disegno di legge non prende in esame, in modo soddisfacente, i contesti di violenza (menzionati all’articolo 17 e 18). «Se allontano mio figlio da un contesto violento posso perdere la responsabilità genitoriale» afferma Gentili. Secondo molte associazioni e centri anti-violenza, la previsione della sospensione e la decadenza della responsabilità genitoriale in caso di accuse non accertate giudizialmente, rappresenta una minaccia per le donne fondata sul pregiudizio che queste denuncino maltrattamenti, o altre forme di violenza, per trarne vantaggio e ottenere l’affidamento dei minori. Mancano solo otto audizioni prima che si possa capire se disegno potrà proseguire il suo percorso. Anche l’associazionismo cattolico ha manifestato dubbi nei confronti della riforma. Massimo Gandolfini, presidente dell’associazione Family Day, ha espresso nei mesi scorsi la sua contrarietà sul provvedimento in esame: «Va congelato e la questione rivalutata». In un comunicato diffuso dall’associazione “Difendiamo i nostri figli” scrive: «L’attuale testo ddl è caratterizzato da luci e ombre». L’avvocato Gentili ipotizza quale potrebbe essere il futuro del ddl: «Questo disegno di legge andrebbe eliminato anche se questo non avverrà, poiché fa parte del contratto di governo» e aggiunge: «Tutto l’impianto è sbagliato e non perché insiste sui padri, o perché insiste sull’affido condiviso, non va bene perché è una violazione dei diritti umani».

SIMONE PILLON

VITTORIO VEZZETTI

CONCETTA GENTILI

Avvocato cassazionista, attivo fin da giovane nel mondo cattolico e sociale. È stato tra gli organizzatori dei tre Family Day. Senatore della Repubblica eletto alle elezioni politiche del 2018 tra le file della Lega, nella circoscrizione Lombardia.”Trovo molto positivo che un buon padre chieda di poter stare col suo bambino per tempi simili a quelli della madre. Tra l’altro in Europa la lotta per i tempi paritetici è stata portata avanti proprio dal mondo femminista, con l’obbiettivo di coinvolgere maggiormente i maschi nei compiti di cura familiare” ha dichiarato a LumsaNews. Fecero molto discutere alcune sue affermazioni sull’ideologia di genere e le sue posizioni sull’aborto.

Pediatra, esercita la professione in provincia di Varese. Dal 2004 al 2009 ha ricoperto la carica di Vice Sindaco del Comune di Ranco. Adesso è Assessore ai servizi sociali, cultura e pubblica istruzione. È Co-Fondatore e responsabile scientifico della Onlus “Figlipersempre”. Ha collaborato alla stesura del ddl 735 per la riforma dell’affido condiviso e sostiene con forza:”Il piano genitoriale, della cui introduzione in Italia mi addito come responsabile, è realtà da anni in tanti Paesi Diciamo basta a questo tipo di Giustizia. Il ddl non tocca il rapporto fra partner. I nostri figli meritano di più”. È relatore a numerosi convegni sul tema della genitorialità e dell’affido condiviso.

Avvocata coordinatrice del gruppo tecnico avvocate di D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza). Spiega le critiche:”Gli oneri economici legati alla separazione interessa tutti. Se poi consideriamo il gender gap, le si trovano a far fronte a delle spese che non riescono a sopportare”. L’associazione D.i.Re da settembre 2008 affronta il tema della violenza maschile sulle donne. Si tratta della prima associazione italiana a carattere nazionale di centri antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne. Oggi l’associazione raccoglie dentro un unico progetto politico 80 Centri Antiviolenza e le Case delle Donne.


Le news online malate informazione

PAGINA 8

LUMSAnews

sulla salute sono

Il 18% delle bufale presenti sul web sono in ambito medico Gli over 65 sono quelli che condividono di più le notizie false

di ALESSANDRO ROSI Il siero di Bonifacio negli anni sessanta, radicchio e bicarbonato di sodio oggi. I falsi miti su come curare il cancro, e più in generale qualsiasi malattia, esistono da sempre. Ma con l’avvento di internet, il rischio è che possano raggiungere molti più individui, soprattutto se – come confermano gli ultimi dati del Censis – una persona su tre si informa attraverso internet per trovare una cura alle proprie malattie. A preoccupare non è tuttavia solo il numero delle persone raggiunte, ma anche la percentuale di fake news in ambito medico, pari al 18% del totale, secondo la ricerca condotta dall’autorità per le garanzie nelle comunicazioni nel 2018. Le bufale corrono in rete e sono sempre più pericolose anche quando si parla di malattie rare. Gli italiani non hanno le idee chiare su queste patologie, a partire dalla loro definizione epidemiologica. Secondo l’indagine demoscopica realizzata dall’osservatorio malattie rare, su 2000 persone sentite quasi tutte ritengono che le malattie rare siano di origine genetica e poco più della metà pensa anche che possano essere sessualmente trasmissibili. Peraltro, due terzi dei cittadini contattati ritengono che i farmaci per questo tipo di malattie siano unicamente sperimentali, quando l’agenzia europea del farmaco ne ha approvati solo nel 2018 ben 21. Sorprende inoltre l’età delle persone che contribuiscono a diffondere falsi miti. In base ad una ricerca condotta su di un campione di 3500 persone dalle università di Princeton e New York, gli utenti over 65 sono quelli che su Facebook condividono più fake news. Lo studio ha riscontrato che l’8.5% degli utenti analizzati ha rilanciato almeno una volta contenuti falsi, di queste persone la maggior parte ha più di 65 anni di età. Per contrastare questo fenomeno, l’Adnkronos ha organizzato il 12 marzo al Palazzo dell’Informazione a

Rom il convegno “True news, good news - Salute e informazione: quando la verità è più di un consiglio”, un evento che ha coinvolto i principali protagonisti di iniziative per la lotta alle fake news. "Probabilmente non c'è un modello vincente per battere le 'fake news' – confessa Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità –, però rispetto ad alcuni anni fa, quando sul web giravano solo bufale, oggi abbiamo tanti siti, istituzionali e di esperti, che si battono per avere un’informazione corretta su internet”. Dal canto suo, l’Iss sta provando a combattere la disinformazione attraverso il portare della conoscenza (Issalute), in cui c’è una sezione dedicata a bufale e falsi miti. Le istituzioni non sono sole in questa lotta, tanti anche i medici che sono intervenuti per trovare una medicina alle contagiose fake news. Roberto Burioni, virologo dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ne è un esempio: dopo tre anni di 'battaglie' contro i no-vax sui social, ha creato il sito Medicalfacts.it per parlare sul web di scienza in modo chiaro ed efficace. "Non penso che ci sia un segreto per battere le 'fake news' – ha sostenuto Burioni –, penso sia necessario prima di tutto dare informazioni corrette. Ma non basta, bisogna anche essere convincenti. Riuscire ad usare le parole adatte, perché quando si tenta di informare, la forma diventa il contenuto, la stessa cosa detta con parole inefficaci è inutile". Altro progetto presentato all'evento è il decalogo del Collegio italiano dei primari oncologici medici ospedalieri (Cipomo), realizzato con l'Unamsi. Il decalogo, rivolto a tutti gli internauti, è nato per difendere le persone dalle fake news sul web. Il numero delle iniziative e dei progetti dimostra come i medici abbiamo compreso l’importanza di un’informazione chiara sul web: la migliore medicina contro le fake news.

L’ONCOLOGO

“Oggi c’è un problema di sfiducia nella scienza medica”

Direttore del dipartimento di oncologia di Biella, Mario Clerico è stato nominato nel maggio del 2017 presidente del Cipomo, il collegio italiano dei primari oncologici medici ospedalieri. A lui si deve il decalogo lanciato in rete sul sito internet del collegio per difendere le persone dalle fake news sul web in ambito di salute e sanità. Quanto è importante per i medici far sentire la loro voce sul web? È importante perché è un sistema di comunicaizone adottato da tutti, quindi parlare di scienza e proposte terapeutiche deve essere fatto con tutti i mezzi. Spiegare la scienza è un dovere di ogni medico. Come si possono combattere le fake news? Parlandone, facendo sì che l’informazione sia la più diffusa e capillare possibile, bisogna dare spazio alla comunicazione e all’informazione. Purtroppo non si può immaginare un mondo senza fake news e falsità, perché il bisogno di inventare cose è insito nella nostra natura.. Le notizie false ci saranno sempre, ma noi cerchiamo di dare consigli per attrezzarci a capire se le notizie che circolano siano vero o false. Tuttavia rendersi disonbiili a parlare e valorizzare le cose giuste credo sia fondamentale. C’è un modo per distinguere le notizie vere dalle bufale? È molto difficile. Oggi le scelte vanno condivise

Mario Clerico, presidente Cipomo

con i pazienti e per farlo si devono usare le parole giuste. C'è un problema di sfiducia nella scienza medica. Il consiglio è di sentire più fonti, perché chi dice “la mia terapia, la mia teoria” generalmente è una persona sola, che crea scompiglio e cerca la collaborazione di pochi. Noi abbiamo una scienza che è fallace ed è piena di difetti, ma la mettiamo in discussione. Quando mi propongono un farmarco o una terapia nuove, sono sempre scettico, perché la scienza deve vedere, osservare, verificare. A.R.

Profile for LIbera Università Maria Ss. Assunta

Lumsanews n. 5 del 15 marzo 2019  

Magazine quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA

Lumsanews n. 5 del 15 marzo 2019  

Magazine quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA