Lavoro
Economia
di Christian Dalenz
di Rossella Melchionna
Voucher: dalla lotta al sommerso come si sono trasformati in nuovo precariato
La banconota circola meno, avanzano le app accelera la digitalizzazione del denaro
PERIODICO NUMERO 2 15/03/2017
A un anno dalla morte di Giulio Regeni non diminuiscono le torture, i sequestri e le violazione dei diritti umani
Nell’Egitto di al-Sisi si continua a sparire
Attualità
Fake news La nuova insidia di internet
di Dino Cardarelli
Società
Scuola-lavoro L’alternanza del Miur bocciata dagli studenti
di Valerio Toma
Cultura
Il Bonus cultura è un fallimento speso solo il 6% dei fondi
di Michela Eligiato
di GIULIA TORLONE e VALERIO DEL CONTE Piazza Tahrir, oggi, è deserta. Poco o nulla è rimasto di quelle proteste della Primavera araba che investirono l’Egitto nel 2011 al grido di “Pane, libertà e giustizia sociale”. Dal 2014 il clima politico che si respira non ha più nulla dei propositi della Rivoluzione di Piazza Tahrir. I processi sommari, la limitazione al diritto della libertà di espressione e associazione, sono giustificati dal governo come mezzi per la lotta al terrorismo. A farne le spese sono tutti coloro percepiti come attivisti: difensori dei diritti umani, avvocati, operatori di Ong locali, giornalisti. “La rivoluzione è morta a colpi di repressione”, dice a Lumsanews Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Nell’ultimo anno, il governo al-Sisi ha
intensificato la sua attività di repressione, puntando contro la società civile indipendente e gli operatori dell’informazione. Noury spiega che “sotto Mubarak era più chiara la linea che non si doveva oltrepassare per finire nel mirino delle autorità; oggi è tutto più sfumato”. Un giro di vite senza precedenti, dove giornalisti e attivisti subiscono maltrattamenti e imputazioni per reati di terrorismo. Alcuni hanno ricevuto divieti di viaggio, congelamento di beni e sommari interrogatori. La peculiarità degli ultimi diciotto mesi, però, è un nuovo modello di violazione dei diritti umani. pagine 2-3
LUMSAnews
L’inchiesta
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Desaparecidos P
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d’Egitto di Valerio Del Conte e Giulia Torlone
iazza Tahrir, oggi, è deserta. Poco o nulla è rimasto di quelle proteste della Primavera araba che investirono l’Egitto nel 2011 al grido di «Pane, libertà e giustizia sociale». Dal 2014 il clima politico che si respira non ha più nulla dei propositi della Rivoluzione di Piazza Tahrir. I processi sommari, la limitazione al diritto della libertà di espressione e associazione, sono giustificati dal governo come mezzi per la lotta al terrorismo. A farne le spese sono tutti coloro percepiti come attivisti: di-
Riccardo Noury
Sotto Mubarak era più chiara la linea che non si doveva oltrepassare per finire nel mirino delle autorità; oggi è tutto più sfumato
fensori dei diritti umani, avvocati, operatori di Ong locali, giornalisti. «La rivoluzione è morta a colpi di repressione», dice a Lumsanews Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Gli arresti e le sparizioni forzate. Nell’ultimo anno, il governo al-Sisi ha intensificato la sua attività di repressione, puntando contro la società civile indipendente e gli operatori dell’informazione. Noury spiega che «sotto Mubarak era più chiara la linea che non si doveva oltrepassare per finire nel mirino delle autorità; oggi è tutto più sfumato». Un giro di vite senza precedenti, dove giornalisti e attivisti subiscono maltrattamenti e imputazioni per reati
di terrorismo. Alcuni hanno ricevuto divieti di viaggio, congelamento di beni e sommari interrogatori. La peculiarità degli ultimi diciotto mesi, però, è un nuovo modello di violazione dei diritti umani. In centinaia sono stati arbitrariamente arrestati o rapiti dalle loro case e sottoposti a periodi di sparizione forzata da parte di agenti statali. Alcune vittime sembrano essere state sottoposte a settimane o mesi di sparizione per fare pressione sulla famiglia, i cui membri erano stati presi di mira dalle autorità. Durante questi periodi di sparizione, i detenuti sono trattenuti in centri gestiti dalla Nsa (Agenzia Nazionale per la Sicurezza), ma senza essere inclusi nel registro ufficiale. La Commissione Egiziana dei Diritti e delle Libertà di recente ha contato 544 casi di sparizioni forzate avvenute tra il 1° agosto 2015 e il 31 marzo 2016, e il numero tende a salire. Secondo la legge, il Pubblico Ministero ha l’obbligo di assicurare che i diritti dei detenuti siano garantiti, così come la protezione dalla tortura. Nella pratica però i pubblici ministeri sono accusati dalle Ong internazionali di coprire i periodi di sparizione forzata. Lo schema tipico dei sequestri è la tortura e il maltrattamento al fine di estorcere confessioni da utilizzare in un futuro processo penale. In molti casi queste confessioni estorte vengono fatte trapelare dalla stampa per mostrare come il governo si stia impegnando contro il terrorismo. Noury aggiunge che le vittime di queste sparizioni riappaiono «quando va bene davanti ad un giudice che attesta che l’arresto è avvenuto 24 ore prima, quando va male vengono lasciate in qualche scarpata lungo il ciglio di una strada o sepolti da qualche parte». «Giulio è stato ucciso come un egiziano». Con il lavoro di Amnesty International e dopo l’uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni, il velo inizia a squarciarsi. «Giulio è stato ucciso come un egiziano», racconta la madre nella conferenza stampa organizzata alla Camera dei Deputati. Gli avvenimenti tra la sua sparizione e il ritrovamento del suo corpo rimangono un mistero. Noury fa notare che la vicenda di Giulio ha messo anche a nudo «l’ipocrisia e il cinismo di una politica estera che ignora l’aspetto dei diritti umani». Regeni si sommerebbe a quelle vittime di sparizione e torture di cui, si stima, siano vittime ogni giorno 3 egiziani. Il governo di al-Sisi respinge le accuse rivolte dalla Comunità internazionale. Non sorprende, dunque, che venga ancora smentito qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio di Giulio Regeni.
*Rapporto di Amnesty International “Egitto: Ufficialmente, tu non esisti. Scomparsi e torturati in nome della lotta al terrorismo”
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Dal sogno della democrazia al pugno di ferro di al-Sisi
Lo spirito della primavera araba del 2011 calpestato dal golpe dei militari IN
BREVE Il 25 gennaio 2011 in piazza Tahrir scoppia la rivolta contro il presidente Hosni Mubarak, in carica da trent’anni A maggio 2012 sale al potere Mohamed Morsi dei Fratelli Musulmani, il primo presidente egiziano eletto in modo democratico Nel giugno 2014, dopo diversi giorni di rivolte, Abd al-Fattah al-Sisi riesce a prendere il potere con un colpo di Stato
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ra il 25 gennaio 2011 quando le autorità del Cairo tentarono invano di sopprimere con la forza la rivolta di massa contro lo stato d’emergenza imposto per trent’anni dal presidente Hosni Mubarak. Diciotto giorni più tardi, dopo l’uccisione e il ferimento di centinaia di manifestanti, Mubarak fu costretto a dimettersi e a lasciare il potere nelle mani del Consiglio supremo delle Forze armate (Scaf). Fu a maggio del 2012 che l’Egitto vide salire al potere il primo presidente democraticamente eletto, Mohamed Morsi del partito Libertà e giustizia, vicino ai Fratelli Musulmani. Sembrava che la rivoluzione avesse vinto, così come nella vicina Tunisia che aveva destituito Ben Ali e approvato una nuova Costituzione di stampo democratico. Dopo pochi mesi, però, gli egiziani scesero di nuovo in piazza contro il nuovo governo, colpevole di aver firmato decreti liberticidi e di appoggiare i Fratelli Musulmani. Gli scontri tra i sostenitori di Morsi e i loro detrattori furono violenti, tanto che l’allora capo delle forze armate e ministro della Difesa Al-Sisi ordinò ai militari di intervenire. Il 3 luglio 2013 il presidente Morsi fu arrestato con la motivazione di inadeguatezza di fronte alle necessità del popolo e trasferito in un luogo segreto. Le rivolte si allargarono a macchia d’olio, lo spargimento di sangue tra coloro che accusavano alSisi di colpo di Stato e i suoi acclamatori spinsero il governo militare a una repressione durissima. Quando il presidente ad interim al-Sisi sospese il diritto di manifestazione, dichiarando lo stato di emergenza, la soppressione trovò anche appoggio legislativo. A dicembre 2013 il governo provvisorio dichiarò i Fratelli Musulmani organizzazione «terroristica», dopo un attacco alla Direzione della sicurezza di al-Dakahliya, a Mansoura, attribuito ai FM sebbene non ci fossero prove concrete. Dal giorno in cui al-Sisi divenne presidente (giugno 2014), il suo governo ha mantenuto un pugno di ferro contro la fratellanza musulmana e i sostenitori di Morsi. Le ceneri di una Rivoluzione – Il Cairo era la fucina della speranza di democrazia. Le nuove generazioni, guardando i paesi dell’altra sponda del
Mediterraneo, hanno riversato nelle piazze la loro ambizione a sentirsi nostri fratelli, a sperare in una democrazia di sostanza. Fra questi, il blogger e attivista Alaa Abdel Fattah, programmatore informatico che gestiva con la moglie la piattaforma di blog Manalaa. Oppositore del governo di al-Sisi e dell’esercito, ma anche dei Fratelli Musulmani, è cresciuto in una famiglia con una lunga storia di militanza politica. Era già stato arrestato il 30 ottobre 2011, per aver incitato alla violenza contro i soldati egiziani dopo la repressione della protesta dei cristiani copti, avvenuta il 9 ottobre dello stesso anno, in cui morirono 27 persone. Condannato a quindici anni, era stato scarcerato su cauzione lo scorso settembre. Nel febbraio del 2015 però la sentenza è arrivata: deve scontare 5 anni di carcere per aver partecipato a manifestazioni non autorizzate. Alaa, uno dei simboli della rivoluzione, sta scontando la pena nel carcere di Tora. «Cerco di ricordare com’era quando il domani sembrava così pieno di possibilità e le mie parole sembravano avere il potere di influenzare (anche se di poco) quello cui il domani sarebbe potuto somigliare. Non riesco davvero a ricordarlo. Ora il domani sarà esattamente come oggi, e ieri e per tutti i giorni che precedono e tutti i giorni a seguire, io ormai non ho alcun influsso su nulla. Una cosa che ricordo, però, e che so, è che il senso di possibilità era reale. Sarà anche stato ingenuo credere che il nostro sogno si sarebbe potuto avverare, ma non era da sciocchi credere che un altro mondo fosse possibile. Lo era per davvero. O, almeno, così me lo ricordo».
Alaa Abdel Fattah, blogger in carcere dal 2013
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Lavoro
LUMSAnews
Voucher: da uso occasionale a boom
Sindacati e governo a confronto sui buoni lavoro e i loro usi e abusi
I
di CHRISTIAN DALENZ
voucher, nelle intenzioni originarie, dovevano servire come forma di pagamento per lavori accessori e occasionali. In Italia sono stati introdotti nel 2003 con la Legge Biagi, entrando poi in vigore nel 2008. E da quando questo istituto è stato completamente liberalizzato per tutti i settori lavorativi dal Governo Monti nel 2012 si è assistito ad un boom del suo uso. La tabella 1 ci fornisce alcuni dati genrali importanti. Nella colonna “voucher venduti” possiamo osservare che ne sono stati erogati sempre di più ogni anno: tra il 2008 e il 2015 l’aumento è stato esponenziale (+ 25.000% circa). Per quanto riguarda dati più dettagliati, sono per ora disponibili solo quelli tra il 2011 e il 2015. Qui vediamo che il numero di voucher effettivamente pagati al lavoratore (colonna “Voucher riscossi”) sono anch’essi aumentati tra i due anni (+604% circa). Nello stesso periodo, il numero di lavoratori coinvolti (colonna “Lavoratori pagati con voucher”) è salito da 216.214 a 1.380.030 (+538%). Il numero medio di voucher riscossi (ultima colonna) è stato 63,22, che corrisponde dunque a circa 630 euro che sarebbero stati percepiti mediamente da ciascuno di questi lavoratori all’anno (ciascun voucher vale all’incirca 10 euro). Abbiamo a disposizione anche un quadro generale sui settori in cui i voucher vengono utilizzati, in tabella 2. Tra il 2008 e il primo semestre del 2016 è soprattutto nel commercio, nel turismo e nei servizi che i buoni lavoro sono stati venduti. A ottobre dell’anno scorso un decreto applicativo del Jobs Act ha imposto ai datori di lavoro di comunicare al Ministero del Lavoro dati sull’utilizzo dei voucher. «La nostra vigilanza è un po' più efficace grazie all’obbligo comunicazionale», ci spiega Danilo Papa, direttore centrale della vigilanza sul lavoro presso il Ministero di Giuliano Poletti. «Le violazioni riguardanti il lavoro in nero inoltre sono crollate». Tutti i sindacati principali denunciano gli abusi perpetuati attraverso questo strumento. Corrado Barachetti, responsabile CGIL per la contrattazione sul mercato del lavoro dice che «oggi si sta coprendo del lavoro coordinato e continuativo attraverso i voucher. Il basso numero di ore lavorate con voucher certificate, inoltre, non racconta il lavoro in nero prestato nelle stesse occasioni»; Gianluigi Petteni, responsabile per il mercato del lavoro della CISL conferma gli abusi affermando che «la buona flessibilità va bene finché non si cade nel pessimo sfruttamento»; Guglielmo Loy, responsabile per le politiche del lavoro nella UIL, ritiene che «alcune imprese attraverso di essi riducono in maniera legale le tutele e i diritti quali ferie e ammortizzatori sociali». Abusi che in particolare si sono verificati nei campi «del turismo, dell’edilizia e dell’agricoltura», a detta di Loy; «nel commercio», aggiunge Corradini, e «nei trasporti», sottolinea Petteni. Alla CGIL è stato da più parti fatto notare l’uso che fa dei voucher per alcune prestazioni interne. In merito a queste polemiche, Barachetti ne giustifica l’utilizzo spiegando che «sono utilizzati solamente per pensionati che si dedicano a piccoli lavoratori per le sedi sindacali» e per i quali il sindacato sarebbe pronto a fare dei contratti appositi da regolamentare insieme al governo. Le proposte fornite dai sindacati per rimediare a questi problemi non coincidono. La CGIL propone l’eliminazione totale dei buoni lavoro attraverso un referendum. «Il lavoro occasionale deve essere disciplinato attraverso contratto subordinato, come abbiamo spiegato nella nostra Carta dei Valori», dice
L’escalation
DATI GENERALI (Fonte:Inps)
Si è assistito a un uso sempre più spregiudiato dei buoni lavoro. Mezzo milione nel 2008, più di 130 milioni nel 2016. Poco più di 215mila i lavoratori interessati nel 2011, quasi 1 milione e 400mila nel 2015. In aumento in particolare l’uso per donne e giovani
I settori DOVE SI USANO (Fonte:Inps)
I settori interessati dall’uso dei buoni lavoro sono in particolare quelli del commercio, dei servizi e del turismo. I sindacati tendono ad essere d’accordo sul fatto che proprio in questi settori stanno avvenendo degli abusi
Giuliano Poletti, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali
Barachetti. «Facendo questa richiesta, noi vogliamo tutelare anche le stesse imprese, perché un contratto garantisce condizioni chiare anche per loro», è il suo ragionamento. CISL e UIL sono invece dell’avviso che vanno mantenuti ma riformati. Petteni pensa infatti che «vanno riportati al sistema originale, ovvero al lavoro esclusivamente occasionale. Lo strumento va corretto ma non cancellato». Gli fa eco Loy: «Siamo contrati alla cancellazione totale dell’istituto e per modifiche immediate». I due sindacati propongono inoltre di eliminarne l’uso in alcuni settori, edilizia e trasporti in particolare. Sul referendum proposto dalla CGIL, Petteni non si sbilancia sulla posizione che assumerà la CISL («Quando sapremo la data, daremo le indicazioni di voto ai nostri iscritti»), mentre Loy ha le idee più chiare: «Se avverranno modifiche alla legislazione sui voucher, indicheremo di non andare a votare al referendum». Si è già costituito un comitato per il NO al referendum che propone l’abrogazione dei voucher. Si chiama “NoiNo”, è stato promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi ed è presieduto dal giornalista Davide Giacalone. «I voucher rappresentano un’esperienza positiva, purtroppo molto limitata», ci spiega. «Il grande incremento degli ultimi anni rappresenta in realtà una piccola incidenza complessiva sul mercato del lavoro». Per modificare la situazione, Giacalone propone «le riforme Hartz praticate in Germania che hanno introdotto i mini-jobs, così da mettere sotto contratto queste forme di lavoro». L’economista post-keynesiana Antonella Stirati, dell’università Roma Tre, fa un’analisi del tutto diversa su come affrontare il problema della disoccupazione. «Il problema italiano non è nella necessità di maggiore flessibilità della contrattualizzazione delle condizioni di lavoro ma nell’andamento della domanda dei consumatori», ci ha detto.
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Tecnologia
Addio al contante il denaro è digitale
Le nuove applicazioni stanno accelerando verso una moneta sempre più virtuale
U
di ROSSELLA MELCHIONNA
PAGINA 5
Il commercio sul mobile è in costante aumento. Fonte: Il Sole 24 Ore
na società senza banconote. Era questa l’ipotesi avanzata, nel 1998, dal macroeconomista Michael Woodford nell’articolo “Doing without money: controlling inflation in a post-monetary world”. Ma quella che allora sembrava una profezia, oggi è realtà. Che procede a passo lento, ma determinato. Nuove frontiere. Soldo e Tinaba, ecco le ultime app che potrebbero rivoluzionare la finanza e, di conseguenza, la quotidianità. Le start-up, ideate da due italiani, contribuiscono alla dematerializzazione del contante a favore della moneta elettronica. Soldo è un’applicazione anticrisi che permette di controllare le spese di più soggetti da parte di un unico gestore del conto, il quale viene avvisato per ogni transizione. Nata due anni fa ad opera di Carlo Gualandri, l’app permette al titolare anche di cambiare la cifra assegnata. Tinaba, invece, è un’applicazione di mobile commerce lanciata poche settimane fa da Matteo Arpe. L’app consente di leggere con lo smartphone il codice a barre di un prodotto e di pagare senza passare dalla cassa. Inoltre, permette di creare una cassa comune e di trasferire il denaro con la modalità peer to peer. Di pochi giorni fa è, poi, la nuova sfida lanciata da Amazon. Si tratta di Amazon Go, il primo negozio che consente di comprare qualsiasi cosa senza fare code e senza pagare. I clienti, all’entrata, dovranno solo mostrare l’applicazione che da quel punto in poi li seguirà durante gli acquisti. Il conto arriverà all’uscita. Italia indietro. L’Italia ha assunto una posizione contraddittoria nei confronti della digitalizzazione della moneta. Da un lato, il Belpaese si apre al progresso tecnologico; dall’altro, mostra un atteggiamento refrattario nell’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici. Le ragioni, comunque, vanno ricercate nel contesto
La circolazione della cartamoneta ha dei costi: «Tredici volte in più rispetto alle carte di debito».
culturale. «Assistiamo a una rivoluzione finanziaria che, è tale in Europa, ma che ha una portata meno epocale nel resto del mondo – sottolinea Angelina Principe, professoressa di diritto bancario all’Università di Salerno. – Negli Stati Uniti questo apparato economico, o meglio culturale, è da tempo nel Dna del Paese». Sul territorio italiano, la componente hardware è forte: sono presenti 32mila Pos per milione di abitanti, a differenza dell’Europa dove la media si aggira attorno a 23mila. Ma il possesso di e-card è più basso: in Ue si registrano 1,9 carte elettroniche per abitante, mentre nella Penisola 1,7. Inoltre, in Italia ogni utente fa 44 operazioni all’anno, a differenza di un cittadino europeo che ne fa 100; in Svezia e Danimarca, addirittura, se ne contano 300. Tuttavia, anche se i numeri non sono elevati, la digitalizzazione del contante in Italia è tra gli obiettivi dell’Agenda Digitale. Difatti l’iniziativa, istituita con decreto ministeriale e parte del progetto Europa 2020, ha lo scopo di sviluppare un’economia digitale nell’intera Unione. Il ritardo dell’Italia nell’adottare strumenti elettronici, comunque, può essere ricondotto a delle motivazioni precise: «Tra queste la crisi della solidità delle banche, che rende incerto il passaggio del denaro», sostiene Principe. Ma ad influire sul largo uso delle banconote (87% contro il 60% in Ue) sono anche altri fattori come il reddito pro capite, il livello d’istruzione, le abitudini dei consumatori, e l’accessibilità e la fruibilità dei servizi. «Inoltre, negli ultimi tre anni, le imprese sono molto prudenti negli investimenti e più propense verso le vendite – commenta Luca Sessa, responsabile del Centro Studi Campania di Bankitalia – In questo modo cresce sul territorio il contante accumulato». Ma la circolazione della cartamoneta ha dei costi: «Tredici volte
in più rispetto alle carte di debito e sette in più delle carte di credito», puntualizza Claudio Giannotti, docente di economia bancaria all’Università Lumsa. All’estero. La Svezia è stata definita “cashless society”, una società senza denaro liquido. A confermare ciò c’è la Riksbank che presto rilascerà l’ekrona, la prima moneta virtuale emessa da una banca centrale. Le fa da eco Barcellona, che sta per introdurre una moneta virtuale ma locale, per aiutare i ceti umili. Vi è, poi, il caso drammatico dell’India, dove un mese fa il premier Modi ha messo fuori corso le principali banconote per combattere la corruzione. Infine la Corea del Sud, avanti nell’uso di strumenti elettronici, ha deciso di eliminare gli spiccioli entro il 2020. Cause ed effetti. «La finanziarizzazione economica ha spinto al mutamento del tradizionale assetto economico», spiega Sessa. Il sistema finanziario, infatti, risponde quotidianamente alle domande di mercato, e lo fa adeguandosi ai nuovi mezzi, che offrono delle garanzie che il contante non potrebbe assicurare. Tra queste, oltre alla praticità, la tracciabilità delle transazioni e la sicurezza nei pagamenti, che sono esposti a minor rischio.
LA SCHEDA
LA SCHEDA
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«La tecnologia, oramai, pervade la vita di tutti i giorni e i nostri figli, appunto, sono dei nativi digitali. – dichiara Maria Pompò, professoressa di economia monetaria all’Università Giustino Fortunato – Le relazioni sociali, il sapere, gli acquisti (in particolare l’ecommerce) sono tutti esempi di come questo fenomeno sia parte integrante delle nostre esistenze».
L’Italia ha assunto una posizione contraddittoria nei confronti della digitalizzazione della moneta. Da un lato, il Belpaese si apre al progresso tecnologico; dall’altro, mostra un atteggiamento refrattario nell’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici. Le ragioni, secondo l’esperta Angelina Principe dell’Università di Salerno, vanno ricercate nel contesto culturale.
Ad influire sul largo uso delle banconote ci sono diversi fattori come il reddito pro capite, il livello d’istruzione, le abitudini dei consumatori, e l’accessibilità e la fruibilità dei servizi. «Inoltre, negli ultimi tre anni, le imprese sono molto prudenti negli investimenti e più propense verso le vendite» commenta Luca Sessa, responsabile del Centro Studi Campania di Bankitalia.
PROGRESSO NEL QUOTIDIANO
MOTIVI DEL RITARDO ITALIANO
AMPIO USO DEL CONTANTE
Scuola-lavoro il progetto del Miur bocciato dagli studenti
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La formazione è obbligatoria ma i ragazzi imparano poco
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LUMSAnews
Società
PAGINA 6
di VALERIO TOMA
l primo anno di alternanza scuola-lavoro non prende la sufficienza ed è rimandato a settembre. Questa volta però, non sono i professori a giudicare, ma gli stessi studenti. Il programma rientra nella riforma della “Buona Scuola” con la legge 107/2015. L’obiettivo del governo è quello di inserire il sistema duale scuola-lavoro, allineando la formazione professionale degli studenti italiani con quella dei Paesi del nord Europa. In totale sono 400 ore di stage non retribuito per gli studenti tecnici e 200 ore per i licei. Il monte orario è spalmato in tre anni ed è obbligatorio per raggiungere la maturità. E fin qui tutto molto interessante. Ma a sentire gli studenti non sembra così.
L’indagine
Gli studenti
L’esperimento può essere quel ponte tra il sapere e il saper fare, ma senza tutele non risponde a questo ruolo
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La parola al Ministero
L’alternanza: la mossa per combattere la disoccupazione giovanile
Il ministero
La formazione è didattica, e consapevolezza, permette ai ragazzi di capire come funziona un’azienda
Su 205 istituti italiani analizzati nel 2016 uno studente su quattro ha partecipato soltanto ad attività propedeutiche La voce degli studenti. «Crediamo che l’alternanza scuola-lavoro, essendo una metodologia didattica per definizione, possa davvero essere quel ponte fra il sapere e il saper fare, ma senza tutele non può rispondere a questo ruolo», spiega Aksel Nikaj responsabile nazionale dell’Unione degli Studenti per la alternanza scuola-lavoro. Dalle indagini dell’Uds emergono dati e testimonianze poco rassicuranti. Ecco che alle tre di pomeriggio i ragazzi del liceo Galizzi di Nocera si trovano a raccogliere i pomodori, e meno fortunati sono gli studenti del liceo Salvemini di Sorrento, che puli-scono frantoi e scaricano merci. Lavori che sembrano poco pertinenti a un giovane studente di un liceo. Dello stesso parere è Luca rappresentante d’Istituto del liceo Dante Alighieri di Roma: «Nessuno sa mai cosa si va a fare e nessuno prende seriamente i progetti». Mentre racconta la sua esperienza dalle sue parole traspare delusione e rabbia: «Una settimana di scuola saltata dalle 9 alle 16 per 5 giorni per fare un power point su questioni riguardanti l’Eni. Un tema interessante, ma nel pratico è stato una presa in giro perché potevamo farlo in due ore a casa». «Disorganizzazione a palate» commenta Alessandro del liceo scientifico L.B Alberti di Cagliari. «Per ora quest’anno non è andata in porto nessuna convenzione con le aziende – aggiunge lo studente – i professori ci hanno proposto recensioni di libri scientifici, ma ancora non sappiamo se la scuola li acquisterà». L’indagine. Lo scorso ottobre la fondazione “Giuseppe di Vittorio” ha presentato un’indagine sul monitoraggio delle esperienze dell’Asl nelle scuole italiane. Dal campione di 205 istituti emerge che uno studente su quattro (10%) ha partecipato soltanto ad attività propedeutiche senza esperienza lavorativa. Questa tendenza è confermata dall’inadeguata organizzazione scolastica: il 76,9% non ha attivato laboratori territoriali per l’occupazione. Complicato anche il rapporto tra scuole e aziende: il 57% delle convenzioni si basa sull’occasionalità senza un progetto di ampio respiro. Le mosse del governo. Il primo anno di alternanza scuola lavoro ha comunque garantito una partecipazione molto ampia. 652.641 sono infatti, gli studenti che hanno partecipato a percorsi dell’alternanza scuola-lavoro. Numeri importanti se confrontati con l’anno 2014/2015, quando i partecipanti erano 273.000. Il progetto ha segnato un +139% di ragazzi interessati. È il segno che le buone prospettive ci sono e per quest’anno il governo ha già attuato nuove misure. Come i cosid-
Il governo spiega le nuove misure e cerca di spegnere le polemiche degli studenti
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detti “campioni di alternanza”: un programma che coprende 16 grandi aziende, che darà la possibilità a 27 mila studenti di svogere un percorso performativo. Tra le aziende compare anche il colosso dei fast food McDo-nald, che vuole promuovere le soft skill, ovvero: “quelle competenze di carattere relazionale e di comunicazione interpersonale fondamentali per approcciare al meglio il mondo del lavoro”. Ma a quanto pare i Big Mac, visti da questa prospettiva, non affascinano tanto gli studenti. «Un posto di lavoro sottopagato e sfruttato, in un’azienda che non rispetta le norme ambientali e i diritti dei lavoratori». Risponde così l’Unione degli studenti, che si dichiara «pronta a boicottare le esperienze di programma McDonald’s, Eni e Zara». Non è d’accordo il Miur che ribatte: «McDonald’s può mostrare alle studentesse e agli studenti come viene
gestito il processo di approvvigionamento per circa 500 ristoranti in Italia, come si garantisce la sicurezza alimentare in un gruppo di queste dimensioni e spiegare l’imprenditorialità attraverso il modello del franchising». Il governo ha di recente predisposto una cabina di regia nazionale in collaborazione con il Ministero del lavoro: un “luogo tecnico” in cui far dialogare tutti gli attori per coordinare le attività di alternanza su tutto il territorio nazionale. A sentirsi esclusi dal progetto sono le rappresentanze studentesche, ma il Miur assicura il contributo di tutti gli stakeholder: «Quello delle rappresentanze studentesche, simboleggiando chi queste politiche le vive sulla propria pelle, è un contributo indispensabile». Oltre alla cabina di regia il governo predisporrà una Carta dei diritti e dei doveri delle studentesse e degli studenti, che tarda però ad arrivare.
’Alternanza scuola-lavoro è un’opportunità di crescita fondamentale per le nuove generazioni» ha spiegato la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. Per il Miur il progetto della “Buona Scuola” sarà la mossa giusta per risollevare le sorti della disoccupazione giovanile, arrivata oggi al 40%. Ma in che modo? Secondo le fonti del Miur «l’alternanza è didattica, permette allo studente di affinare la propria formazione attraverso un’esperienza lavorativa, che permette di acquisire in modo diverso competenze molto apprezzate dal mondo del lavoro quali problem solving, comunicazione, lavoro in gruppo». Ma per il governo dietro il progetto c’è molto di più. L’alternanza è anche consapevolezza, perché lo studente può verificare le proprie percezioni e aspettative in base a ciò che ha visto. «A quindici anni non sempre si ha coscienza di come un’azienda si organizza per offrire prodotti, servizi o altre attività – spiegano dal Miur – l’alternanza permette di confrontarsi contribuendo a queste attività». Non sono dello stesso parere gli studenti, che vivono sulla propria pelle queste esperienze. Nel primo anno sono stati segnalati diversi casi di sfruttamento lavorativo e di disorganizzazione tra scuole e aziende. Per quest’anno il ministero ha deciso di adottare delle misure a tutela della formazione studentesca. La più attesa è la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti e delle studentesse. Il Miur ritiene che garantirà «alle studentesse e agli studenti, ma anche alle strutture ospitanti, una maggiore consapevolezza dei propri diritti e delle proprie responsabilità». Nell’anno scolastico 2016/2017 il governo ha deciso di inserire 27.000 studenti nel programma “campioni di alternanza”, che comprende percorsi formativi all’interno di 16 grandi aziende. Tra queste è presente la McDonald’s, che ha fatto infuriare diversi studenti per le sue discutibili politiche di lavoro. Ma il ministero cerca di spegnere le polemiche e invita a prendere esempio da queste multinazionali. «Siamo partiti con le grandi aziende perché erano più pronte, strutturalmente e culturalmente, e potevano essere, attraverso la loro presenza diffusa sul territorio, un punto di partenza importante. Abbiamo cominciato con loro, ma siamo consapevoli che la sfida si vince solo se si coinvolgono le piccole e le medie imprese che rappresentano la maggiore parte del nostro tessuto industriale».
LUMSAnews Abbiamo cercato di capire come nasce una fake news e come si può contrastarne la diffusione
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di Dino Cardarelli
utti parlano di fake news. Ma in quanti conoscono i meccanismi che stanno dietro la creazione di una notizia falsa? Ed è sempre vero, come spesso si pensa, che i “bufalari” guadagnano cifre importanti con questa attività? Secondo Ermes Maiolica, uno dei più noti produttori italiani di fake news, la risposta è no: «Tra 2013 e 2014 c’erano bufalari che arrivavano a diecimila euro al mese, inserendo pubblicità e annunci nelle fake news. All’epoca, i siti che praticavano click baiting mi contattavano promettendomi quattromila euro al mese. Oggi però quelli che conosco arrivano appena a 500 euro». All’anagrafe Leonardo Piastrella, di professione metalmeccanico, Maiolica ci spiega come si crea una bufala: «Ci sono tanti modi per costruire e lanciare una notizia falsa. Per diventare virale deve azzeccare la provocazione giusta e toccare il nervo scoperto della gente, assecondare paranoie e confermare pregiudizi. Nel mio percorso ho sperimentato varie tecniche per diffondere le bufale: citazioni inesistenti di personaggi importanti, false morti di vip, falsi concorsi. Le uniche che non ho mai provato sono quelle sull’immigrazione perché possono effettivamente creare un danno in un periodo storico così particolare. Purtroppo, invece, sono proprio quelle che girano di più. Sono le più facili da fare e creano un traffico sicuro nei siti». C’è chi produce notizie false e chi cerca di smascherarle. Filippo Menczer, professore di Informatica all’Università dell’Indiana, ha creato, a inizio 2016, la piattaforma Hoaxy, focalizzata su fonti di disinformazione e factchecking in Usa. «L’idea è nata studiando la diffusione di informazioni sulle reti sociali. Vogliamo capire perché certe notizie false o fuorvianti diventano virali – ci dice Menczer – Non individuiamo fake news. Se dei fact-checkers hanno determinato che un articolo è una bufala, gli utenti possono leggere quello e la smentita sulla piattaforma. Partiamo da una lista di siti che pubblicano notizie false di routine, e siti di fact-checking. Monitoriamo gli articoli, estraiamo i link e ne tracciamo le condivisioni su Twitter. Il nostro motore di ricerca permette di trovare articoli e visualizzare come si propagano da persona a persona tramite retweets, quotes e mentions». E sul possibile ar-
Web
L’Italia alla guerra contro le false notizie
rivo in Italia: «Non abbiamo risorse sufficienti. Ci stiamo dedicando all’open sourcing del codice, in modo che altri possano sviluppare Hoaxy anche in italiano». Tra i siti di fact-checking più importanti in Italia c’è Bufale.net. «Siamo un gruppo di 73 persone, con ruoli definiti – spiega il direttore Claudio Michelizza – Non c’è un metodo preciso per scoprire una bufala. Quando riceviamo una segnalazione, verifichiamo la notizia su Google o controlliamo se i giornali che l’hanno pubblicata siano o meno nella black list. Poi pubblichiamo i nostri articoli, con diversi tagli: bufale, se parlano di no-
tizie totalmente false; disinformazione, se si tratta di notizie distorte; precisazioni, se sono notizie vere che vanno chiarite. Ci sono anche casi di allarmismi ma pure notizie che una volta verificate si rivelano vere». Il tema delle fake news è all’attenzione di istituzioni italiane ed europee. La presidente della Camera, Laura Boldrini, si è resa protagonista di numerose iniziative contro le false notizie e il cosiddetto linguaggio d’odio che imperversa spesso sui social. In Senato è stato presentato un disegno di legge prima firmataria Adele Gambaro del gruppo Ala, che prevede ammende fino a
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cinquemila euro per chi pubblica, su blog o forum, «notizie false, esagerate o tendenziose attraverso social media o siti, che non siano espressione di giornalismo online». La pena salirebbe fino a dodici mesi di reclusione in caso di fake capaci di «destare pubblico allarme» o «recare nocumento agli interessi pubblici». Chi invece dovesse rendersi «responsabile di campagne d’odio contro individui» o «volte a minare il processo democratico» rischia due anni di carcere ed un’ammenda di diecimila euro. In caso di approvazione, chiunque, prima di aprire blog, siti web privati o forum diretti alla pubblicazione o diffusione online di informazioni, dovrebbe inviare tramite posta elettronica certificata tutte le informazioni personali alla sezione per la stampa del tribunale. Sul ddl le discussioni sono accese. «E’ una pazzia – il pensiero di Maiolica – Non ha senso dare il carcere a chi pubblica notizie non confermate, né creare un organo di controllo in modo frettoloso ed impulsivo». Posizione simile per Michelizza: «Quando un governo emana un ddl per fermare le fake news, ma è lui a decidere quali sono, il rischio è che si parli di censura. Serve uno strumento che permetta alle persone di capire se una notizia è vera o meno». In Germania il governo vorrebbe approvare una legge che prevede multe fino a 500 mila euro alle aziende che operano nei social media e non provvedono a rimuovere una notizia falsa entro 24 ore dalla segnalazione, mentre Facebook ha introdotto un “bollino rosso” con il quale segnalerà le notizie ritenute false. Proprio i social network sono uno dei principali veicoli di diffusione delle bufale. Basteranno questi provvedimenti a mettere un freno alle fake news? La guerra tra chi le notizie false le produce, e chi cerca di fermarle, sembra destinata a durare ancora a lungo, ed i primi appaiono in vantaggio sui secondi. Per ogni sito che produce “bufale”, e viene chiuso, molti altri ne vengono aperti. Nel breve termine, fermare la circolazione delle fake news o anche solo limitarla, sarà dunque molto difficile, come ha spiegato anche il garante della privacy Antonello Soro: «E’ un dato con cui dobbiamo fare i conti, non tanto perchè esiste il web ma perchè non esistono organi certificatori della verità. L’algoritmo in grado di depotenziare le notizie false ponendole in coda non potrà mai rappresentare una valida soluzione».
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Cultura
LUMSAnews
Cultura in vendita: il flop del bonus
I neodiciottenni hanno speso solo il 6 % dei fondi stanziati dal Governo di MICHELA ELIGIATO
La cultura, dai libri ai film, dal teatro al museo, sembra finita nel dimenticatoio. Si è avverata la profezia dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti “con la cultura non si mangia”. Per aiutare i neo-diciottenni ad uscire da questo “immobilismo culturale”, Palazzo Chigi ha stanziato un Bonus cultura del valore di cinquecento euro, che i giovani possono sfruttare, attraverso un portafoglio virtuale, acquistando libri, ingressi al museo, aree archeologiche, cinema e teatro. Ma il bonus sembra essersi rivelato un flop. I ragazzi infatti faticano a ottenere le credenziali per la card e in 7 comuni su 8 non ci sono né musei né negozi convenzionati. I numeri. Secondo i numeri dell’Agid su 572.437 diciottenni si sono autenticati con identità digitale solo la metà, 286.095, mentre gli iscritti a “18App”, l’applicazione creata appositamente per usufruire del bonus cultura, sono 230.000, ovvero il 40% degli aventi diritto. Anche per questo motivo, il governo è stato costretto a prolungare la scadenza dei termini di iscrizione fino al 30 giugno 2017, cinque mesi in più rispetto al primo termine di scadenza, nella speranza di far decollare l’iniziativa. Da un’analisi del quotidiano “La Stampa” emerge che i comuni aderenti all’iniziativa sono in realtà molto meno di quelli annunciati dalla Presidenza del Consiglio: quattromila contro settemila. I punti vendita convenzionati, inoltre, sono stanziati perlopiù nelle grandi città. Solo in mille degli ottomila comuni italiani, i ragazzi potranno spendere il bonus. Un dato che stride con quella che dovrebbe essere un’iniziativa accessibile a tutti i neo-diciottenni che studiano in Italia. Le iniziative. Chiedendo informazioni agli enti culturali di Roma è emerso che Mondadori e Feltrinelli hanno già accettato – e continueranno a farlo – come pagamento il bonus presentato dai neo-diciottenni. Queste aziende, infatti, non hanno trovato nessun problema nell’effettuare la transazione tramite App. Differente è la situazione delle stesse catene ma in franchising, libere di decidere se accettare o meno il pagamento tramite bonus. Stessa cosa per le librerie autonome: una su due accetta il pagamento virtuale, purché non sia inferiore a cinquanta euro. Chi non lo fa, si giustifica spiegando come i tempi burocratici per diventare “librerie convenzionate” siano lunghi. L’Auditorium della Conciliazione, come il Chiostro del Bramante, invece, dà la possibilità di usare il bonus cultura per il pagamento degli spettacoli in programma, ma solo se i biglietti si acquistano online. La loro vendita è riservata difatti ai circuiti Ticketone. A Castel Sant’Angelo da gennaio tutti i ragazzi possono pagare il biglietto attingendo al loro portafoglio virtuale, contrariamente ai
Da un’analisi emerge che i punti vendita aderenti sono stanziati per lo più nelle grandi città
Musei Vaticani, dove non sono previsti né riduzioni né pagamenti con i bonus sia per insegnanti che per studenti. Diverso il caso dei tour operator, come Citysightseeing, che non hanno aderito all’iniziativa. Per quanto riguarda i cinema, 3 su 5, soprattutto quelli della zona centrale, sono convenzionati per accettare il bonus come pagamento. Cosa pensano i giovani. Nonostante le difficoltà talvolta riscontrate, sono tanti gli studenti entusiasti del bonus. Ragazzi che, fin da subito, sono entrati nello spirito dell’iniziativa proposta da Palazzo Chigi. Tuttavia ce ne sono altri che, viste le tante complicazioni derivanti dall’utilizzo della App, hanno denunciato i problemi ai principali quotidiani italiani e sulle piattaforme social. Su Facebook, ad esempio, sono nati alcuni gruppi chiamati “Bonus Cultura diciottenni”, sui quali hanno raccontato le loro esperienze non sempre positive. Tra i messaggi ricorrenti, spiccano lamentele riguardanti la difficile autenticazione delle credenziali e la scarsità di adesione da parte delle librerie, cinema, teatri e musei. Alcuni neo-diciottenni addirittura, forse perché stanchi di aspettare o semplicemente non interessati, hanno preferito rivendere il proprio bonus, montando un macchi-
noso “mercato nero” del libro. È successo a Bari, dove qualche studente ha comprato dei libri per conto di terzi, per poi farsi restituire in contanti la somma spesa. In questo modo chi non ne ha diritto, ha invece accesso ai vantaggi provenienti dall’iniziativa, mentre l’intestatario del bonus ne trae un guadagno illecito. Infatti, le condizioni d’uso prevedono che i titolari non possano acquistare libri per conto di terzi che altrimenti li pagherebbero la metà. Cosa pensano gli scrittori. Il dibattito, comunque, resta ancora infuocato. Soprattutto quando si entra nel merito della politica e delle scelte del governo Renzi. I più critici sostengono che anziché disperdere risorse delle quali non si comprende quale dovrebbe essere il destino in caso di mancato utilizzo, sarebbe stato più utile mettere in campo un piano di interventi strutturati per sostenere la scuola nelle proprie funzioni socio educative e culturali.In merito, abbiamo sentito il parere di Valerio Magrelli, poeta, scrittore saggista e accademico italiano, che ha definito il bonus “panem et circenses” (lett. pane e giochi circensi) ovvero un “contentino” e Andrea Carraro, scrittore e giornalista, molto entusiasta dell’iniziativa rivolta ai giovani italiani e soprattutto anche stranieri.
Quindicinale del Master in giornalismo della LUMSA
Direttore responsabile Carlo Chianura
Direttore scientifico Emilio Carelli
Redazione
Dino Cardarelli, Christian Dalenz,Valerio Del Conte, Michela Eligiato, Carmelo Leo, Rossella Melchionna, Fabio Simonelli, Valerio Toma, Giulia Torlone Testata registrata al Tribunale di Roma n. 468 dell’11 novembre 2003