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A che serve essere vivi, se non c’è il coraggio di lottare?

n.8 settembre 2012

I Siciliani giovani www.isiciliani.it

ROSARIO CATTAFI

Armi, mafia, forniture internazionali. Servizi segreti ed eversione nera. L’Italia s’è retta anche su gente così di Antonio Mazzeo

Rino Giacalone

IL DENARO DI MESSINA DENARO Giuseppe Pipitone QUELLI DA NON VOTARE

Arnaldo Capezzuto LA PISTA DELL’UTRI

Luciano Mirone L’ANNO DEL GENERALE

Paolo Fior MILANO DA MORIRE

Giancarla Codrignani/ Giovanni Abbagnato/ Anna Bucca/ Rosa Maria Di Natale/ Aaron Pettinati/ Fabio D'Urso/ Riccardo De Gennaro/ Pietro Orsatti/ Sebastiano Gulisano Satira/“Mamma!” Mario Spada Vacanze Siciliane/ Jack Daniel

Carmelo Catania ACQUA SALATA ebook omaggio

SCUOLA

CASELLI/ “TI DELEGO, MA GUAI A TE SE INDAGHI” DALLA CHIESA/ “SOTTO LA CORTE LA MAFIA CAMPA” negata

275

Telejato si rinnova


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facciamo rete http://www.marsala.it/

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Mafia e Stato

*

Corleone, piccolo paese in provincia di Palermo, ha avuto un certo peso nella storia d'Italia. Così oggi Barcellona, nel messinese. E' il centro di molte cose, e non tutte di mafia. Da lì partono i nuovi corleonesi. Il “principe nero” Rosario Cattafi non è stato solo un boss di mafia. E' stato un organizzatore politico, un trafficante, un abitué dei servizi, un esecutore affidabile di operazioni coperte. In breve, un interlocutore dello Stato. Forse - secondo le voci filtrate ad arte - una controparte di una trattativa. Ma la verità è che in Italia la trattativa era permanente. La guerra esterna fra America e Russia e quella interna fra grandi proprietari e contadini è stata la sfondo vero della nostra storia. E in guerra non si sottilizza sui mezzi. In guerra anche un Cattafi può essere usato - da generali e ministri assai perbene – come un male necessario. E dunque acquisire potere. E' strano che nessuno, scrivendo la storia di Barcellona, abbia rilevato come tutti i suoi protagonisti principali – il politico Nania, il mafioso Rampulla, l'eroe civile Alfano, il boss dei boss Cattafi – siano passati tutti, e con ruoli importanti, per la cellula eversiva nera di Ordine Nuovo di Barcellona. Una delle più efficienti d'Italia, e con più legami in alto - come dimostra la vita di Cattafi. In essa tutti sapevano, o intuivano almeno, molte cose su tutti gli altri partecipanti. E non solo di mafia. *** Barcellona è nel Sistema nazionale. Come la Corleone di Provenzano, come la Catania dei Cavalieri; ma rispetto ai corleonesi più intima allo Stato. Come tutti costoro, ha avuto le sue maggiori risorse all'esterno di se stessa; i non-mafiosi sono la vera forza dei mafiosi. L'egemonia culturale, il patto fra i notabili, l'informazione mirata, la loro rete: su questo si basano i Sistemi. A Catania, una componente importante - penalmente significativa o no, lo stabiliranno i magistrati - è stata ed è il sistema di potere di Ciancio. Che noi da trent'anni contrastiamo concretamente, non con occasionali episodi, ma con un ininterrotto impegno di cittadini. E col nostro mestiere. Di fronte ai Ciancio, i giornalisti si dividono. O servono tristemente, dimenticando se stessi; o servono rimuovendo chi servono, illusi che basti a assolverli l'onor di firma. I pochi che, per propria volontà o perché esclusi, restano fuori, combattono ciascuno per se stesso, da cani sciolti. Anche per loro, la firma è tutto. Non concepiscono altro onore che quello individuale, come dei cavalieri del medioevo. *** Noi andiamo per un'altra strada. Noi non lottiamo da soli. Noi siamo semplici componenti di qualcosa che è più grande di noi, che va dal giornalista famoso al giovane che inizia ora. Siamo un piccolo ma unito esercito, non dei cavalieri isolati. Perché non dobbiamo far brillanti tornei , ma vincere una guerra. Questo ci è stato insegnato. E' una cosa impossibile, lo ammettiamo, da far capire ai colleghi arrivati, quelli che credono in Dio, Mia Carriera e Mia Firma. Ma la capiscono i giovani, per fortuna. E così andiamo avanti. I Siciliani (R.O.)

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I Sicilianigiovani SETTEMBRE 2012

numero otto

Questo numero

Mafia e Stato I Siciliani "Ti delego, ma guai se indaghi su me" di Gian Carlo Caselli Sotto la Corte la mafia campa di Nando dalla Chiesa Cronaca di una violenza annunciata di Giovanni Caruso Il giorno dopo le elezioni di Riccardo Orioles

3 6 7 8 9

Inchieste

Il principe nero del Duemila di Antonio Mazzeo

10

Il Paese

Normalizzazione mafiosa e anche sociale di Giulio Cavalli Speranze e doveri di Giovanni Abbagnato Sosteniamo i Siciliani di Salvo Ognibene Il mese che ammazzò l'Italia di Luciano Mirone

14 15 16 17

Rewind/ Forward di Francesco Feola

18

Inchieste

A CHE SERVE I SICILIANI GIOVANI

- A rimettere al centro l'antimafia sociale, che non è solo un "anti" ma anche e soprattutto un "per". A ribadire col nostro nome e col nostro lavoro che la storia dei Siciliani e di Giuseppe Fava non si è fermata mai e mai si fermerà. - A fare rete, non centralisticamente ma attraverso l'esperienza, intrecciandosi strettamente con altre realtà, a partire dalla maturazione dei singoli e di piccoli e grandi gruppi. - A dare a tanti giovani giornalisti, che l'informazione ufficiale oggi esclude drasticamente e brutalmente, una prospettiva forte e vincente nel mondo dell'informazione di domani. Che non sarà composto solo dai pesanti e inutili monopoli di ora. *** Il sistema attuale è ormai modellato in tutto e per tutto su un principio preciso: non dare spazio ai giovani, soprattutto a quelli che hanno il vizio di pensare. A meno che i giovani non si uniscano, non affrontino spavaldamente i loro nemici (perché di nemici si tratta, non di benevoli osservatori) e non costruiscano insieme la grande forza dell'avvenire.

*

Il denaro di Messina Denaro di Rino Giacalone "De Mauro ucciso per lo scoop su Mattei" di Aaron Pettinari Sfida ai vecchi padrini di Ferdinando Bocchetti La pista Dell'Utri di Arnaldo Capezzuto

20 22 24 25

Società

Quelli da non votare di Giuseppe Pipitone Un candidato da bruciare di Sebastiano Gulisano Milano da morire di Paolo Fior Giovani, impresa e legalità di Libera informazione 2500 annegati l'anno di Anna Bucca Casta o istituzioni? di Giancarla Codrignani Mi laureo in propaganda di Salvo Perrotta

26 28 30 32 33 34 36

Inchieste

"Si Marsala avissi lu portu..." di Francesco Appari e Giacomo Di Girolamo Il mestiere di giornalista di Lello Bonaccorso Inchieste, silenzi e grida Acqua salata di Carmelo Catania Quando la "munnizza" è oro di Rosa Maria Di Natale

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38 40 41 42 46


www.isiciliani.it DISEGNI DI MAURO BIANI

SOMMARIO Satira

Mamma! a cura di Carlo Gubitosa, Kanjano e Mauro Biani 49 Graphic journalism

La maestra in divisa

54 Fotoreportage

Vacanze Siciliane di Mario Spada

57

Testimonianze

Una storia da Niscemi di Attilio Occhipinti I cinque passi di Mauro Rostagno

63 64

Teknè

Finlandia: "Ok bitcoin" di Fabio Vita

65

Antimafia

Nei campi di don Diana di Giacomo Salvini Obiettivi di mafia di Stampo antimafioso Due giorni nella storia di Milanoidi Martina Mazzeo Brindisi capitale dell'antimafia di Nando Benigno Le cinque giornate di Milano di Sara Spartà Qui si festeggia l'informazione Il Clandestino

66 68 69 70 71 72

Storie

La Torre e Berlinguer comunisti contro di ElioCamilleri Le amiche di Goliarda Sapienza di Vera Navarria Gens de voyage di Chiara Zappalà

75 76 77

Politica

Le deleghe pericolose di Pietro Orsatti "Lei è favorevole o contrario?" di Riccardo De Gennaro “La ripresa è vicina” di Jack Daniel

78 80 81

Movimenti

Gapa, la festa e il sogno di Daniela Calcaterra Telejato cambia casa Appello per il 6 ottobre a Niscemi Lucianeddu di Fabio D’Urso

82 83 86 87

Il filo

Da dove vengono gli immigrati di Giuseppe Fava

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Un ebook in omaggio con questo numero LA SCUOLA ABBANDONATA/ cronaca di un diritto negato Nel povero quartiere assediato dai mafiosi c'è un unico presidio di vita collettiva e di legalità: la scuola. Le autorità la chiudono e strappano ai bambini il diritto a crescere come tutti gli altri.

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La politica e la giustizia

“Ti delego, ma guai se indaghi su di me” di Gian Carlo Caselli

L’intervento giudiziario è in espan-

E’ storia del nostro Paese, verificabi-

mo capitolo - sotto certi profili -

sione in tutti i sistemi democratici. Le

le ripercorrendo quanto è accaduto su

dell’infinita querelle dei rapporti ma-

cronache di questi giorni (caso de Vil-

vari versanti: terrorismo brigatista;

fia- politica.

lepin in Francia e intervento della Cor-

stragi di destra; corruzione; sicurezza

Questa volta le polemiche sono più

te costituzionale in Germania) dimo-

sul lavoro (pensiamo al caso Eternit in

intense che mai, davvero al calor bian-

strano che non si tratta di una questio-

Piemonte e al caso Ilva di Taranto);

co: perché al calor bianco sono i temi

ne specificamente italiana. Anzi, la dif-

fine vita; mafia e specificamente i

(e le implicazioni) dell’inchiesta

fusione del fenomeno significa che

rapporti tra mafia e politica.

palermitana, che nel capo d’accusa

esso ha dimensioni oggettive e non è il

Delega, ma con un... corollario: se si

accosta nel medesimo cerchio mafiosi,

risultato ( come si vorrebbe far credere

supera l’asticella idealmente tracciata

carabinieri e politici in un “mix”

nel nostro Paese) di forzature soggetti-

(senza farne parola) dai deleganti, se

obiettivamente esplosivo.

ve.

cioè si toccano certi interessi che al controllo di legalità non ci stanno e

Problemi che la politica non risolve

impunità, ecco che il delegato deve Problemi che la politica non sa risolvere finiscono per restare privi di copertura normativa ovvero danno vita a stalli decisionali. Mentre la tradizionale (e abnorme) debolezza dei controlli

mettere in conto di essere aggredito con una delle tante manifestazioni ostili che han determinato, negli ultimi vent’anni, un vero e proprio “assalto alla giustizia”.

amministrativi e della stampa, insieme ad una concentrazione di potere (eco-

Va riconosciuto ai PM palermitani il merito di aver operato con coraggio ed onestà intellettuale, al solo servizio della legge e della verità. Ciò ovviamente non significa che anche in questo caso, come per tutti gli interventi giudiziari, non vi sia spazio per criti-

Vedi alla voce “trattative”

nomico, mediatico e politico) senza eguali, rendono la nostra democrazia

Al solo servizio di legge e verità

pretendono invece - in varie forme -

che ed opinioni dissenzienti. Ci mancherebbe. Purchè tutto si collochi in un

La giustizia da noi non funziona, ma

quadro di rispetto del difficile lavoro

per molti versi “pallida”. “Pallore” che

quando funziona un po’, c’è subito

diventa anomalia tutte le volte che la

qualcuno che pretende non “più” ma

politica delega pressoché esclusiva-

“meno” giustizia se gli accertamenti si

clima generale, nel momento - delicato

mente alle forze dell’ordine e alla ma-

indirizzano verso certi “santuari”. Ed è

e nevralgico - in cui il GIP si appresta

gistratura la soluzione di problemi che

esattamente quel che sta capitando per

a valutare se il lavoro dei PM meriti o

la politica stessa – appunto – non sa

l’inchiesta della procura di Palermo

meno un pubblico giudizio.

come affrontare.

rubricata alla voce “trattative”, ennesi-

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degli inquirenti. Rispetto che potrebbe rasserenare il


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“Ammazzasentenze” anche in Lombardia?

Sotto la Corte la mafia campa di Nando dalla Chiesa

Qui Lombardia, anni duemila.

sentenze. Per questo Cosa Nostra con-

co strazio civile. Facce piene di paure,

Pare di stare nella Sicilia, anni ottanta

fidava di uscire alla grande anche dal-

di terrore, la classica situazione di

del secolo scorso. Vi ricordate quando

la vicenda del maxiprocesso. Fu infi-

“assoggettamento” che associata alla

la Corte di Cassazione era nelle mani

lata in contropiede all’ultimo: la

conquista di ingiusti vantaggi negli

di chi sosteneva che Falcone fosse

coppia Martelli (ministro della Giusti-

affari configura con chiarezza cri-

“una faccia di caciocavallo”? Era co-

zia) e Falcone (direttore generale degli

stallina, in base alla legge La Torre, la

stui il giudice Corrado Carnevale, che

Affari penali) riuscì a battere il princi-

presenza dell’associazione mafiosa.

non per niente presiedeva la prima se-

pio del giudice precostituito, e a giudi-

zione della Suprema Corte. Per la

care furono le sezioni riunite e non la

“sua” sezione dovevano passare, sen-

prima sezione da sola.

A Milano come in Sicilia

za scampo, tutti i processi di mafia e

Una premessa lunga per dire che

di camorra. Alla faccia del principio

qualcosa del genere rischia di verifi-

riva di nuovo, trenta o venticinque

del giudice “naturale”, i mafiosi sape-

carsi oggi con la Lombardia oggi. Qui

anni dopo, a svolgere la stessa funzio-

vano di avere invece un giudice “pre-

la magistratura sta smantellando o

ne di un tempo in Sicilia e a rispedire

costituito”, il “loro” giudice, quello

provando a smantellare un sistema di

ai giudici di merito le condanne. Per-

cioè che comunque avrebbe sempre

potere criminale che ha la ‘ndrangheta

ché le prove che si tratti di mafia non

deciso, alla fine, delle loro sorti. E

al centro. E a furia di arresti ha sve-

ci sono mica tanto. Ma quali clan ma-

Carnevale decideva “bene”, almeno

gliato dai suoi sonni e dalle sue acci-

fiosi? Giusto, aspettiamo che qualcu-

dal loro punto di vista.

die almeno un pezzo della società ci-

no ci lasci le penne anche a Milano e

vile.

dintorni...

L'“ammazzasentenze”

Inchieste serie, dunque. E proces-

Eppure ecco la Cassazione che ar-

Ma è ora di ribellarsi a questo “se-

si seri, chiusi da condanne. Zeppi nei

condo tempo”. Perché non fare, come

dibattimenti di “non so”, “non ricord-

allora, un bel monitoraggio delle sen-

tenze” perché questo era l’unico

o”, “ma io non sapevo”, “davvero mi

tenze di Cassazione in tema di mafia?

epiteto che gli si poteva dedicare sen-

hanno sparato sull’auto?”, “ma no,

Qualcosa si troverebbe. E non sarebbe

za finire a giudizio per diffamazione o

sono signori gentilissimi”, “sincera-

propriamente lo spirito delle leggi...

per calunnia. Qualcuno calcolò che

mente non ricordo”. Omertà di im-

avesse annullato circa cinquecento

prenditori e commercianti. Un autenti-

Lo chiamarono l’ “ammazzasen-

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Diritti negati

Cronaca di una violenza annunciata di Giovanni Caruso

Quando entrate in via del Plebiscito a Catania e andate verso il mare, incrociate, sulla vostra destra, una via che richiama un antico mestiere, via Cordai. È stretta tra due file di case basse che trasudano povertà, in un contesto umano e sociale vivo e che narra l'antichità del quartiere di San Cristoforo. La strada, di consumato basalto lavico, racconta le vite quotidiane di uomini e donne e di tanti bambini che si affollavano, durante l'anno scolastico, al numero civico 59, sede centrale della scuola media Andrea Doria. Adesso la via Cordai è orfana del vociare dei ragazzini e del chiamare, forse un po sguaiato,delle ragazze madri. Consegnati all'illegalità diffusa Chi ha rotto questa armonia di rumori? Quel fragile equilibrio democratico, chi l'ha spezzato? Quale scellerata decisione ha distrutto quel presidio di istruzione, di creatività, di cittadinanza attiva unico argine a difesa della costituzione? Chi ha voluto consegnare gli adolescenti all'illegalità diffusa e alla "mafia sociale"? Tante domande, troppe domande, ma tutte hanno una risposta che vogliamo trovare insieme a voi lettori. Mentre voi ci pensate, noi vogliamo ricordare i momenti difficili ed emozionanti di questa scuola in questo quartiere. E così ricordiamo Melina Di Fazio, che guidava le giovani "donne madri", che da San Cristoforo a piazza Duomo davano lezioni di orgoglio e dignità ai "tromboni" servi di Scapagnini e di un potere politico sbriciolato. Donne che occuparono un

luogo che gli apparteneva e lo difesero col potere della parola, e nella logica del giusto. Che vinsero e ottennero il diritto di avere la loro scuola nel loro quartiere. Queste stesse donne formarono un gruppo politico e civile e affrontarono le elezioni del consiglio di quartiere. Ignorate da una "società civile" borghese, troppo occupata a stabilire chi fosse più progressista e solidale, e dai partiti della cosiddetta sinistra che litigavano fra loro mentre la destra vinceva regalando uno o due giorni di "ricchezza"in cambio di un voto. Quelle donne furono sconfitte e con loro tutto il quartiere, e noi con loro. Scoraggiate e deluse, quelle donne tornarono alla rassegnazione. Magari qualche becero "galoppino" gli avrebbe regalato, chissà, un giorno di ricchezza o la promessa di un giorno di lavoro. Altri anni, altro sindaco, stessa morosità, stessi sfratti, stesse “giustificazioni”: "Troppi sprechi! Cittadini, bisogna risparmiare! Stringere il cordone della borsa! Troppi affitti di scuole da pagare!". Regola valida per le scuole, ma non per i palazzi affittati (con pigioni milionarie) per metterci uffici pubblici, nonostante il Comune possegga tanti immobili abbandonati al degrado. Ma le colpe non sono solo di questi scellerati amministratori, ma anche delle lotte intestine fra dirigenti scolastici, più o meno protetti dai politici di turno. Una guerra tra poveri dove le vittime erano e sono adolescenti e bambini. Per cosa? Per un potere in più, sotto

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forma di "Istituto Comprensivo". Ora la scuola non c'è più, c’è solo una catena che chiude un cancello, e una voragine in mezzo alla strada di fronte. Quando pioveva i bambini ci giocavano - inconsapevole simbolo di un abbandono antico. E che fine faranno i tanti progetti di formazione per le mamme? E la banda musicale della scuola? E il progetto "Libera scuola in libera stampa" con le pagine autogestite dai ragazzi nel giornale del quartiere, I Cordai? Le vollero chiamare New Boys, quelle pagine, le ragazze e i ragazzi della scuola media. Si misero a raccontaci il loro quartiere, la loro scuola, come li avrebbero voluti; ma anche la violenza dello spaccio di droga e le vite distrutte di ragazzi come loro. Ora non possono raccontare più. Ora non possono raccontare più “Fa più paura la scuola, alla mafia, della giustizia stessa”. Lo disse Antonino Caponnetto, il capo dei giudici di Palermo, tanti anni fa. Ma ormai chi lo ricorda? Così, cari lettori, forse abbiamo risposto a quelle domande domande iniziali. Ma non ci dà soddisfazione, perchè in quella strada la nostra scuola non c'è più. C'è un altro pusher, che "prende servizio"ogni sera alle venti . Vende droga e ingrassa la mafia e forse "campa la famiglia", ma sicuramente è andato poco a scuola. E allora, chi ha vinto a San Cristoforo? Lo Stato, cioè noi, o le mafie e la politica cattiva?


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Diritti da conquistare

Il giorno dopo di Riccardo Orioles

Devo ammettere che da qualche giorno ho una candidata che mi piace, la Giovanna Marano della Fiom (s'è battuta molto bene a Termini), con i miei amici dell'antimafia (Claudio, Leoluca, Rita...) alle sue spalle in rispettosa seconda fila. Se avessi avuto voce in capitolo (ma ne ho quanto un cane in chiesa) questa è esattamente la soluzione che avrei proposto. “E mandiamo una donna, perdìo! Una che non la conosce nessuno, però una brava!”. Quante volte me l'avete sentito ripetere, dopo il secondo bicchiere? “E voialtri gran generali, per una volta, fate la fanteria – aggiungevo al terzo – Fatele da assessori! Così nessuno è lìder, tutti sono alla pari, non c'è un governatore del cavolo ma un Governo!”. Alla fine, per ironia della storia, è andata proprio così. Ma siamo arrivati tardi, e ci siamo arrivati male. Così è un meno peggio, una testimonianza. Invece poteva essere una vittoria di schianto, un cinquantaquattro per cento che poi è la nostra maggioranza. La vittoria al referendum Sì, perché in realtà noi le elezioni le avevamo già vinte (anche se hanno fatto di tutto per non farvene accorgere) un anno fa, il 12 giugno 20111, al referendum. E che c'entra il referendum? C'entra, c'entra. Io ho la memoria lunga (e capirai, so' matusa) e mi ricordo del giugno '74: il divorzio, il referendum. Stravincemmo alla faccia dei pronostici (l'Italia era stanca di Dc, ma nessuno se n'era accorto) e l'anno dopo stravincemmo pure le elezioni. Il passaggio fu facile, perché allora avevamo Berlinguer e Pertini, mica... lasciamo andare. Il segnale dell'anno scorso, del referen-

dum sull'acqua pubblica, è stato – per noi di fuori Palazzo – forte e chiaro. Ma a raccoglierlo non c'era una sinistra organizzata e unita (i miei vecchi amati communisti) ma una serie di gruppi tribali ciascuno sventolante la sua bandierina col nome del relativo lìdert: Dipietro, Convendola, Beppegrillo. L'antimafia popolare In Sicilia, oltre all'acqua pubblica, abbiamo un obiettivo che unifica tutti (e a suo tempo trainò la Borsellino oltre il quaranta per cento), ed è la lotta antimafia. Non l'antimafia dei palazzi, quelle dei pianti e delle celebrazioni, ma l'antimafia precaria, quella dei ragazzi e dei giudici, che lotta per una Sicilia diversa e lottando se la vede davanti e a muso duro sorride. Ma ci pensate? Tu pensa ai ragazzi di Modica, ai nostri grandi politici (oltreché giornalisti) del Clandestino: in quattro anni questi sono capaci, da semplici liceali, di organizzare l'acqua pubblica, di mettere su un giornale, di far rete con altri, di portare centinaia di persone in piazza e e decine di giovani nell'organizzazione. Ma non li ha degnati nessuno: nessuno dei grandi capi si è nemmeno accorto che esistevano., li è andati a trovare manco una volta. Io, che sono un politico (quando ho abbastanza da bere) dico che i veri politici sono questi qui, loro i protagonisti, loro gli interlocutori. Loro che prima o poi raccoglieranno quel cinquantaquattro per cento, se resteranno allegri e poveri e non si faranno abbindolare dai signori. Chissà che prima o poi non riescano a convincere anche i grandi compagni nostri, così benintenzionati e così generosi, ma ahimé così imbranati e con quelle fet-

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tacce di prosciutto negli occhi. Non ci vuol niente a convincere Claudio, Luca o Rita, ragazzi miei: sono brave persone, garantisco io per loro. Ma non dovete mettervi in soggezione: interrompeteli subito appena cominciano a dire“Io”o“Il mio partito”. Il vero lavoro comincia il 29 Adesso cerchiamo di arrivare al ventotto ottobre e di uscirne meno battuti che si può. Ma il nostro vero lavoro nostro comincia il giorno dopo, il ventinove ottobre. La campagna per le prossime elezioni (fra quattro anni, o fra sei mesi...), quelle contro il governo vero (la mafia e il Sistema mafioso), con la politica vera (l'antimafia popolare), i politici veri (i ragazzi come a Modica e chi dei vecchi amici vorrà seguirli) e l'obiettivo vero (almeno il cinquanta per cento. Un po' di vecchio communista (ma senza i caporioni plumbei e senza Botteghe Oscure), un po' di vecchia Rete (ma senza personalismi e senza primedonne) e un po' di vecchio (eh, un po' vecchiotto lo è già...) movimento dei Forum (ma senza censure e senza Beppegrillo). Mescolate, et voilà. E arrivederci al ventinove ottobre. (PS: “Ma gli state facendo la campagna a Fava? Eh, lo dicevo io che 'sto giornale..” No, amico, no. Noi la campagna la facciamo all'antimafia, è lei il nostro partito. Certo, se incontro il vecchio Claudio, e me lo vedo venire incontro coi manifesti dei Siciliani giovani alle spalle, allora non ragiono più e il cuore se ne va per conto suo, altro che cazzi. Ma questa è una faccenda mia personale. Voi, seguite i ragazzi di Modica e se poi ci sarà pure Claudio tanto meglio)


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Mafia e potere

LE INCHIESTE

II principe nero del Duemila Mafia, eversione nera, contatti coi ser vizi deviati; cannoni fra Svizzera e Arabia, Santapaola, armi per gli attentati... Di tutto questo si parla quando si parla di Rosario Cattafi, il “boss dei boss” con capitale Barcellona di Antonio Mazzeo

“Una figura inquietante, quanto mai sfuggente ed enigmatica, dotata di sorprendenti attitudini relazionali e di non comuni abilità. Un soggetto che, anche a cagione della sua qualità professionale di avvocato ed uomo d’affari, nonché dell’ampia e di certo ambigua rete relazionale sviluppata, si è attivato, con manifesta sistematicità, a tutela delle istanze criminali del sodalizio di appartenenza (la “famiglia” barcellonese) e delle congreghe mafiose alleate...” I magistrati della Direzione distrettuale antimafia hanno le idee chiare sullo spessore dell’uomo-guida della più potente delle organizzazioni criminali della provincia di Messina. Rosario Pio Cattafi, l’avvocato imprenditore proprietario terriero investitore finanziario e astuto riciclatore della mafia di Barcellona Pozzo di Pozzo, la più nera e stragista, in costante contatto con i vertici di Cosa nostra catanese e palermitana.

Con l’operazione-blitz delle forze dell’ordine “Gotha 3” per Cattafi si sono (ri)aperti i cancelli del carcere, frantumando sapienti accordi politico-istituzionali e lucrosissimi affari, discariche di inerti e rifiuti a Mazzarrà Sant’Andrea, prestigiosi hotel a cinque stelle a Portorosa di Furnari, un megaparco commerciale nella città del Longano, chissà quale altro ecomostro ancora a Milazzo. Sembrava intoccabile. Invincibile. Innominabile. Oggi appare come un patriarca sconfitto, piegato, smascherato, tradito. Il re-boss, forse, è nudo. E Barcellona torna a respirare. Finalmente. Numerosi i collaboratori di giustizia e i testimoni che hanno delineato le caratteristiche e le funzioni di quello che è stato per anni dominus incontrastato della mafia messinese. “Cattafi è il cassiere della “famiglia” barcellonese”, ha raccontato l’ex affiliato al clan catanese Alfio Giuseppe Castro. “Era la persona di assoluta fiducia che aveva il compito di ricevere tutti i proventi delle attività illecite. Mi si fece capire come quella persona che si presentava così distinta ed apparentemente al di fuori di ogni sospetto in realtà gestiva l’intera organizzazione...”. “Nino Santapaola, fratello di Benedetto, mi disse che Saro Cattafi si era interessato con la sua famiglia a delle operazioni di smaltimento di rifiuti tossici che dovevano essere interrati”, ha rivelato Eugenio Sturiale, altro collaboratore etneo. “Mi disse esplicitamente che il barcellonese era per l’organizzazione un veicolo per riciclare denaro sporco. I Santapaola guadagnavano una montagna di soldi provento delle loro attività illecite. Consideravano Cattafi non organico alla loro famiglia dal momento che non vi era stata una formale affiliazione, ma in ogni caso per loro era un soggetto su cui potevano contare al 100%, altrimenti non gli avrebbero mai affidato i loro soldi. Nino Santapaola mi disse anche che Saro Cattafi era in ottimi rapporti con la famiglia Madonia di Caltanissetta e che stava bene con i palermitani ed in particolare con i Corleonesi, quindi con Vitale e Bagarella”.

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Per Carmelo Bisognano, già ai vertici della “famiglia” criminale dei cosiddetti mazzarroti, Cattafi è il “numero uno” dell’organizzazione barcellonese ed è “il contatto diretto con le istituzioni deviate, la politica, la pubblica amministrazione, la magistratura e le forze dell’ordine”. Un cassiere-riciclatore in grado di agganciare le istituzioni e i potentati politici, giudiziari ed imprenditoriali, la borghesia mafiosa siciliana e quella con salde radici nel nord Italia. Una specie di jolly, lo ha definito Eugenio Sturiale, forte dei “suoi rapporti con i servizi segreti” e gli apparati deviati dello Stato e appunto per questo stimato e riverito dai fratelli Santapaola e dal loro fedele alleato a Catania, Aldo Ercolano. L'anello di congiunzione A riferire delle contiguità del boss barcellonese con i Servizi, ci aveva già pensato molti anni prima il collaboratore Maurizio Avola, già spietato killer delle “famiglie” etnee. In un’intervista rilasciata al settimanale Sette del Corriere della Sera nel maggio 1998, Avola si era soffermato sugli incontri al vertice che Cosa nostra teneva settimanalmente in un autogrill dell’autostrada Catania-Palermo alla vigilia delle stragi di Capaci e via d’Amelio. “C’erano i rappresentanti delle varie province”, ha raccontato. “E c’era Cattafi che era uno molto potente, per noi era più importante degli altri uomini d’onore perché eravamo convinti che fosse legato ai servizi segreti e anche alla massoneria. Rappresentava l’anello di congiunzione tra la mafia e il potere occulto”. Due mesi più tardi, Avola ritornò sull’argomento nel corso di un interrogatorio con la sostituta procuratrice di Barcellona, Silvia Bonardi, e il commissario Paolo Sirna. “So, per quello che mi ha detto Calogero Campanella, che Cattafi apparteneva ai servizi segreti, che scambiava favori con personaggi dei servizi”, ha dichiarato Avola.


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“Ci faceva dei favori, degli omicidi e loro ci facevano passare della droga, coprivano i reati diciamo. I favori li faceva ai servizi segreti. E loro in compenso, se lui passava delle armi o grossi quantitativi di droga, non lo arrestavano. Davano il passaggio libero”. Bisogna fare ancora qualche passo indietro nel tempo per comprendere come, quando e perché il rampollo di una delle più onorate famiglie della borghesia barcellonese decise di varcare il limes tra il lecito e l’illecito, il legale e l’illegale, il Bene e il Male. La zona d’ombra risale ai primi anni ’70, quando Cattafi si muoveva con disinvoltura all’interno del variegato arcipelago neofascista e neonazista che mise sotto scacco la vita dell’Ateneo di Messina tessendo diaboliche alleanze con gli affiliati alle ‘ndrine calabresi, le prime “famiglie” del messinese, i circoli esoterici più reazionari e i doppi e tripli agenti segreti delle cellule militari e paramilitari filo-atlantiche. Quelli di Ordine Nuovo Rosario Cattafi, al tempo studente di giurisprudenza e militante della destra eversiva, fu protagonista di azioni squadriste, pestaggi di giovani di sinistra, risse aggravate e danneggiamenti. La prima denuncia nei suoi confronti risale al 7 dicembre 1971: insieme ad alcuni camerati barcellonesi di Ordine nuovo, ai calabresi Pasquale Cristiano (vicesindaco di Ferruzzano e presidente del Fuan di Messina, l’organizzazione universitaria del Msi-Dn) e Francesco Prota (vicino agli ambienti di Avanguardia Nazionale e del Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese), al mistrettese Pietro Rampulla (oggi all’ergastolo quale artificiere della strage di Capaci), Cattafi fu accusato dell’aggressione di cinque studenti innanzi alla Facoltà di lettere. Otto mesi di reclusione (pena sospesa) la condanna emessa dal Tribunale di Messina per aver cagionato “lesioni personali e volontarie lievi e continuate”. Il 21 feb-

braio 1972, Rosario Cattafi venne denunziato per un altra grave aggressione ai danni di un giovane universitario. Un anno più tardi, nel corso di una perquisizione notturna della polizia alla Casa dello studente, il barcellonese fu identificato insieme a Basilio Pateras, militante delle organizzazioni neofasciste greche Esesi e Quattro Agosto, occupante abusivo degli alloggi universitari. Il 22 marzo 1973, Cattafi, Pateras, Pietro Rampulla e un’altra trentina di militanti neri invasero con la forza i locali del Magistero. Tollerate e protette dalle forze dell’ordine e dai vertici accademici, le organizzazioni neofasciste decisero di radicalizzare i mezzi e le forme di lotta. Dalle spranghe e le catene si passò alle armi e agli attentati incendiari. Il 27 aprile 1973, Rosario Cattafi venne coinvolto in una misteriosa sparatoria all’interno della Casa dello studente. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, egli si era recato in compagnia del calabrese Prota nell’alloggio occupato da Pasquale Cristiano per provare un mitra “Stern” contro alcune suppellettili. Consequenziale una seconda condanna, un anno e otto mesi di reclusione per detenzione e porto d’arma illegali. Il successivo 3 maggio, durante una perquisizione dell’abitazione di Cattafi fu rinvenuta una pistola calibro 7,65 di fabbricazione spagnola. Arrestato e processato per direttissima, ricevette una mitissima ammenda di 200 mila lire. Le due ultime sentenze di condanna furono appellate dall’allora procuratore generale della Repubblica, Aldo Cavallari, che denunciò pubblicamente lo “stato di extraterritorialità” in cui era caduto l’ateneo di Messina. “C’è una mafia universitaria irriducibile, selvaggia, ladra, prevaricatrice, che impone la sua volontà e la legge della violenza, che vive e prospera per l’omertà generale dell’atterrita classe studentesca, dei dirigenti, degli impiegati amministrativi e anche dei rappresentanti del corpo accademico”, scrisse il dottor Cavallari. “Le forze che potrebbero porre un valido argine al

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dilagare di questo potere mafioso nella Casa dello studente sarebbero la magistratura e la polizia, ma l’una e l’altra non avvertirono, nei confronti della classe studentesca, quell’esigenza di repressione e prevenzione che pure si avverte nei confronti dei delinquenti appartenenti ad altra classe sociale”. Solo dopo la requisitoria del magistrato, il 27 febbraio 1976, il Senato accademico decise di sospendere gli studenti coinvolti in episodi di squadrismo, primo fra tutti il Cattafi che dovrà attendere più di vent’anni per completare gli studi di giurisprudenza e divenire avvocato. Lasciate l’università e Barcellona Pozzo di Gotto, Rosario Cattafi raggiunse prima Milano e poi la Svizzera, dimostrando un’invidiabile conoscenza delle leggi e dei mercati finanziari. Ma anche una innata capacità di districarsi tra le differenti fazioni criminali, tra i vincitori e i vinti, gli astri nascenti e le stelle cadenti del firmamento di Cosa nostra. Arrestati da Franco Di Maggio Gli inquirenti sospettano che sin dalla seconda metà degli anni ’70, il barcellonese potrebbe essere stato uno dei capi di una presunta associazione riconducibile a Benedetto Santapaola, operante nel capoluogo lombardo e in altre città del territorio nazionale ed estero, “finalizzata alla commissione di estorsioni, omicidi, corruzioni, detenzioni di armi da guerra”. Un’organizzazione che avrebbe pure trafficato in stupefacenti e gestito case da gioco illegali, autrice finanche del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto di due miliardi e mezzo di vecchie lire. Nel maggio 1984, Cattafi e gli altri presunti appartenenti alla cellula in odor di mafia furono raggiunti da un mandato di cattura firmato dal pm Francesco Di Maggio, anch’egli originario di Barcellona e figlio dell’ex maresciallo della locale stazione dei Carabinieri.


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Cattafi, al tempo, risiedeva in Svizzera e ciò gli consentì di sfuggire all’ordine di arresto del Tribunale di Milano. Qualche giorno dopo però fu la Procura di Bellinzona ad emettere un’ordinanza cautelare nei suoi confronti per reati in materia di stupefacenti. Ma durante l’inchiesta spuntò pure un documento attestante una mediazione operata dal Cattafi per la cessione di una partita di ca nnoni prodotti dalla “Oerlikon Suisse” all’emirato di Abu Dhabi. La prima grande operazione d’export di armi da guerra del barcellonese. Il successivo 30 maggio, Cattafi fu raggiunto in carcere nel Cantone Ticino dal giudice Di Maggio. Impossibile sapere, ancora oggi, quali furono le domande e cosa rispose l’indagato. Il verbale dell’interrogatorio fu trattenuto dalle autorità elvetiche. Al Credito Svizzero di Bellinzona Da una relazione di servizio a firma di tale “Oliver” della Sezione Speciale Anticrimine di Torino, si evince tuttavia che Cattafi ammise di essere l’intestatario di un conto corrente sospetto aperto tra il ‘77 e il ‘78 presso il Credito Svizzero di Bellinzona, denominato Valentino. Lo stesso conto di cui aveva parlato ai giudici uno stretto conoscente del barcellonese, Giovanni De Giorgi, operatore finanziario milanese dedito ai trasferimenti di valuta da e per l’estero. “Lavoravo per conto del signor Shammah e il mio compito era di tenere la contabilità e di prendere il danaro dai clienti importanti tra i quali c’erano il costruttore romano Caltagirone e Boatti Petroli”, spiegò De Giorgi. “Io stesso e in più occasioni, ho prelevato danaro proveniente dalla Svizzera per conto del Cattafi, che non voleva comparire”. Per effettuare questi prelievi, il barcellonese telefonava ad un funzionario di banca che prima prelevava le somme dal conto e poi faceva un bonifico all’operatore milanese. Dopo essere entrato in possesso del

denaro contante, De Giorgi lo consegnava direttamente al Cattafi. Una parte di esso serviva al periodico mantenimento dei latitanti dei clan catanesi. “Cattafi si recava spesso nei casinò di Saint Vincent e Campione d’Italia e in vacanza in Costa Azzurra; ben presto mi resi conto di come costui fosse un giovane appartenente ad organizzazioni di tipo mafioso e che disponeva di amicizie e denaro della mafia”, ha aggiunto De Giorgi. “Cattafi riferiva tranquillamente, anzi si vantava, della sua appartenenza al clan mafioso facente capo all’allora latitante Nitto Santapaola, per il quale svolgeva mansioni di consulente e operatore finanziario. In pratica si occupava del reinvestimento in attività pulite del denaro proveniente dai crimini commessi dal Santapaola e dai suoi affiliati, nonché svolgeva il ruolo di garante in casi in cui l’organizzazione doveva trattare affari con altre organizzazioni o con qualche soggetto esterno”. Sempre secondo l’operatore, “Santapaola lo onorava della sua presenza in Milano, in più occasioni anche da latitante. Si fidava a tal punto da farsi accompagnare da lui quando doveva fare shopping. Cattafi mi riferiva della cosa come onore riservato a pochi membri dell’organizzazione”. Le autorità elvetiche concessero l’estradizione in Italia di Rosario Cattafi solo il 18 settembre 1884 e con esclusivo riferimento al reato di concorso nel sequestro Agrati. Il 30 aprile 1986, il giudice Di Maggio avanzò però richiesta di sentenza di proscioglimento. Quattro mesi più tardi il giudice istruttore del Tribunale di Milano, Paolo Arbasino, dichiarò non doversi procedere contro l’indagato per “insufficienza di prove”. Francesco Di Maggio e Rosario Cattafi s’incrociarono ancora durante le indagini sull’efferato omicidio del procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno 1983. Lo ha raccontato al Corriere della sera (8 giugno 1995), l’allora sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali, condannato in primo grado a due anni per falsa testimonianza commessa nel cor-

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so del processo Mare Nostrum. “Fu Di Maggio ad arrestare Cattafi nell’85 per l’inchiesta sull’omicidio Caccia a Torino. Fu il giudice istruttore ad assolverlo, ma rimase dentro per un anno”. In verità, Cattafi non venne arrestato a seguito dell’assassinio del magistrato, però fu interrogato in carcere dai pubblici ministeri milanesi titolari dell’inchiesta. È ancora Giovanni De Giorgi a offrire elementi inediti sull’ambiguo ruolo assunto da Rosario Cattafi nell’indagine sui mandanti e gli esecutori dell’attentato mortale al procuratore di Torino. “Ad un certo punto riferii al Cattafi che Enrico Mezzani, persona che frequentavamo a Milano, era un agente dei servizi e che da lui in cambio di notizie avremmo potuto ottenere vantaggi”, ha spiegato l’operatore finanziario. “Santapaola e un onorevole Dc” “Inizialmente il Cattafi provò a cavalcare la cosa, più che altro dando notizie inerenti organizzazioni mafiose avversarie della sua; è in questo contesto che indicò come autori dell’omicidio del giudice Caccia i Ferlito”. Informazioni sugli acerrimi nemici di Santapaola dunque, in cambio di vantaggi e favori, primo fra tutti l’impegno (poi disatteso) del Mezzani, sedicente agente del Sisde, alla concessione del porto d’armi al barcellonese. E in piena guerra tra spioni e controspioni, il 17 aprile 1984 Enrico Mezzani rivelò al giudice Di Maggio di aver appreso da Cattafi che il medesimo nell’estate del 1983 aveva partecipato ad una riunione, “presenti tra gli altri Nitto Santapaola ed un parlamentare democristiano”, in cui si era parlato di una fornitura di armi destinate all’esecuzione di un attentato ai danni dell’allora giudice istruttore Giovanni Falcone. Secondo De Giorgi, Cattafi avrebbe informato Mezzani pure su Angelo Epaminonda, il personaggio di punta della malavita milanese negli anni ’80.


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Grosso trafficante di stupefacenti, Epaminonda si era inserito con successo nel controllo delle case da gioco del nord Italia, alleandosi con le famiglie mafiose siciliane e con i clan aventi la loro sede operativa nell’autoparco di Milano. Epaminonda fu il primo a descrivere l’escalation criminale in Lombardia del giovane Cattafi. Interrogato nel dicembre 1984 da Francesco Di Maggio, Epaminonda raccontò che qualche tempo prima si erano presentati al suo cospetto il catanese Salvatore Cuscunà inteso Turi Buatta e Rosario “Saro” Cattafi, per proporgli di cogestire un’attività di cambio assegni presso il casinò di Saint Vincent. “Vuoi notizie sulla Finanza?” “Dopo i primi convenevoli, nel corso dei quali Saro mi spiegò di essere legato strettamente a Nitto Santapaola, mi feci indicare i termini del progetto. Saro disse che agiva in società con altra persona ben introdotta nei casinò. Trattai gli interlocutori con sufficienza per far intendere che la proposta non era di mio interesse, almeno nei termini della società tra noi. Rammento ancora che Saro mi disse di essere in buoni rapporti con la Guardia di finanza, che era stata messa una taglia per la mia cattura e che avrebbe potuto interferire per avere notizie su come la Finanza si muoveva. Risposi che la cosa non mi interessava, che la Finanza avrebbe potuto fare il suo lavoro tranquillamente, anche perché io avevo da vedermela con altre forze di Polizia. Io temevo che gli emissari del gruppo Santapaola, e tra questi Saro, tendessero a stringere rapporti con me, per poi farmi catturare”. A Milano, Cattafi poté pure contare sulla fiducia dei rappresentanti delle ‘ndrine (per il collaboratore Franco Brunero il barcellonese era legato ai calabresi facenti capo ai Ruga, “collegati a loro volta a Santapaola tramite tale Paolo Aquilino”) e, contestualmente, degli esponenti di punta della vecchia e nuova mafia palermitana.

Sin dai primi anni ’70, il capoluogo lombardo era stato scelto quale base operativa e finanziaria dai boss Gaetano Fidanzati, Alfredo e Giuseppe Bono, Gerlando Alberti senior, Enrico e Antonino Carollo. Milano e la Svizzera erano tappe delle missioni d’oltre Stretto di Stefano Bontate, il “principe di Villagrazia”, un’ossessione malcelata per la caccia e le macchine di grossa cilindrata, alla guida della Cupola sino alla sua morte, il 23 aprile 1981, quando fu assassinato dai Corleonesi di Riina e Provenzano. Nel dicembre 1997, il falsario Federico Corniglia ammise davanti ai pubblici ministeri Alberto Nobili e Antonio Ingroia di essere entrato in contatto con numerosi esponenti della mafia siciliana. “Conobbi in particolare il capo mafia Stefano Bontate, al quale consegnai due false carte d’identità svizzere”, ha raccontato. “In quella stessa occasione notai che il Bontate era in compagnia di uno studente di Barcellona, che si chiamava Saro Cattafi. Era un uomo di fiducia del mafioso palermitano, tanto che si occupò di gestire in qualche modo, un grosso debito che tale Gianfranco Ginocchi aveva contratto nei confronti di quel capo mafia”. Il Ginocchi, ucciso il 15 dicembre 1978, era un agente di cambio con importanti relazioni con gli istituti di credito svizzeri e aveva compiuto operazioni di riciclaggio per conto della stesso Bontate. “Ginocchi aveva gli uffici in via Cardinal Federico, proprio alle spalle della Borsa. Cattafi addirittura, si installò a casa di questo Ginocchi perché doveva una cifra a Bontate. Non poteva assolvere però a questo debito e lui era proprietario di una terra edificabile nel comune di Milazzo, dove adesso è stato edificato un grande albergo, e gli cedettero questa terra, cioè sotto minacce, ma proprio fu l’uomo che fu mandato… Il Cattafi era uno di quei soggetti che ho visto poi arrivare delle volte col denaro, nel senso che aveva il compito specifico di trasferire materialmente i soldi all’estero; si trattava, in sostanza, di uno spallone”.

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Gli inquirenti accertarono che Gianfranco Ginocchi era interessato a due società finanziarie, la Royal Italia S.p.a. e l’Euro management Italia S.p.a. - International Selective, i cui nomi erano emersi nell’ambito delle indagini sull’omicidio di un altro boss del firmamento di Cosa nostra, Giuseppe Di Cristina, eseguito a Palermo il 30 maggio 1978. Al momento della morte, Di Cristina era in possesso di due assegni circolari di 10 milioni di lire ciascuno che erano stati negoziati sul conto corrente delle predette società assieme ad una partita di altri assegni circolari per un importo complessivo di tre miliardi di lire. L’allora giudice di Palermo, Giovanni Falcone, appurò che il denaro proveniva da un vasto traffico di droga svolto tra Malta, la Sicilia e gli Stati Uniti d’America dal gruppo mafioso Inzerillo–Spatola-Bontate. Bontate, Santapaola e i boia-chi-molla Negli anni del “boia chi molla” e degli assalti dei calabro-barcellonesi all’Ateneo e alla Casa dello studente di Messina, Stefano Bontate e la “famiglia” di Santa Maria del Gesù, così come i Santapaola e gli Ercolano, erano di casa nella città dello Stretto. Il collaboratore Francesco Marino Mannoia riferì delle preziose amicizie in loco di Stefano Bontate. Il padre, don Francesco Paolo Bontate, fu ricoverato dal 22 agosto 1973 al 25 febbraio 1974, data del decesso, presso la divisione di neurologia dell’ospedale “Regina Margherita” di Messina, di cui era primario il professore Matteo Vitetta e presso la quale lavorava come tecnico Santo Sfameni, il mammasantissima di Villafranca Tirrena. Alla masseria di don Santo bivaccava la borghesia mafiosa peloritana: giudici, docenti universitari, medici, professionisti, militari, carabinieri, politici del pentapartito, fascisti di vecchia data e ordinovisti. E pure qualche amico e sodale dell’avvocato Rosario Pio Cattafi.


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Politica

Una normalizzazione mafiosa e anche sociale La discussione in corso sul ruolo della magistratura e sugli argini permessi ai magistrati nell'esprimere giudizi politici è la ciclica riproposizione di uno scontro che sembra essere diventato inevitabile in Italia di Giulio Cavalli

Un campo di battaglia tra favorevoli e contrari, una tribuna (spesso televisiva) di tifosi delle diverse fazioni che si esibiscono nella continua delegittimazione l'uno dell'altro e ha portato alla banalizzazione di fondo da cui sembra così difficile uscire: ci si dice che in questo Paese esistano poteri buoni e poteri cattivi, dimenticandosi le persone che li interpretano. E il risultato è fatto: giustizialismo contro il partito antiprocure, antipolitica contro politicismi e, quando il gioco sembra farsi duro, complottisti contro innocentisti. E sotto spariscono i fatti, le persone, i riscontri e alla fine la verità. Ricordo molto bene una mia discussione qualche anno fa quando mi capitò di essere "accusato" da alcuni colleghi teatranti di scrivere spettacoli con giornalisti di giudiziaria e giudici, "è compito degli intellettuali la cultura, mica dei giudici" mi dissero.

Erano colleghi che stimo, gente che scrive spettacolo preferendolo all'avanspettacolo, che ha un senso alto dell'arte e della cultura, per dire, ma quello che mi aveva colpito era l'eccesso di difesa legittimato dalla presunzione di un'invasione di campo che non poteva e non doveva essere tollerata. Confesso anche che il concetto di intellettuale oggi, nel 2012 in un'Italia culturalmente berlusconizzata alle radici, è un tipo che mi sfugge perché si arrotola troppo sugli scaffali o nei salotti televisivi di una certa sinistra piuttosto che tra le idee della gente. Il venir meno degli intellettuali Un nuovo intellettuale imborghesito e bolso che mostra il suo spessore nel "l'avevo detto" piuttosto che anticipare i tempi come quei belli intellettuali che si studiavano a scuola. C'è la mafia a Milano, l'avevo detto, c'è la massoneria tra le righe del Governo, ve l'avevo detto, c'è l'Europa antisolidale, ve l'avevo detto e via così come una litania di puffi quattrocchi che svettano come giganti per il nanismo degli avversari. C'è un momento storico negli ultimi decenni che ha svelato l'arcano: 1992-93, le bombe, Falcone e Borsellino, la mafia, Palermo che si ribella, la Sicilia che rialza la testa e per un momento si sente abbracciata da una solidarietà nazionale come non sarebbe più successo. Un allineamento rassicurante La gente che decide di non potere stare a guardare e la magistratura che cerca la vendetta con la verità: due mondi così distanti, con regole e modi così diversi, spinti dallo stesso sdegno e uniti nella stessa ricerca. Ma non comunicanti. Il popolo con la fame dei popoli, quella del tutto e subito, per riempire la pancia di quel dolore e avere almeno una spiegazio-

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ne e la magistratura ingabbiata tra i veti, la politica, i depistaggi e i falsi pentiti e le leggi che non lasciano spazio all'urgenza democratica. Forse gli intellettuali ci sono mancati proprio lì. Chi poteva avere il polso di quegli anni così caldi e aveva gli occhi per metterci in guardia dai demoni che si infilano nei grandi cambiamenti storici è rimasti isolato, inascoltato o morto ammazzato. E tutto intorno un allineamento rassicurante, come chiedeva il popolo sotto le mura; come se la "normalizzazione" non sia stata solo mafiosa ma anche e soprattutto sociale. La rassicurazione normalizzante è stata l'ultima chiave di lettura collettiva. Poi la frantumazione, prima composta come quando si saluta per tornare a casa fino al cagnesco muso contro muso degli ultimi vent'anni. Il tempo della parola Per questo mi incuriosisce ascoltare il dibattito sui modi e le parole della magistratura che non tiene conto del percorso che ci ha portato fino a qui, della polvere che si è appoggiata su verità che cominciano a mancare come un lutto piuttosto che un viaggio. Tutto condito con un'etica slegata dalla storia, dagli interpreti della classe dirigente che abbiamo dovuto digerire e dai protagonisti che ci siamo trascinati legati al piede da quegli anni. Non esiste un modus operandi decontestualizzato dal mondo, non sarebbe concepibile nemmeno per un filosofo utopista con fiducia illimitata negli uomini. C'è un tempo per alzare la voce, dopo anni di latitanza degli intellettuali asserviti troppo spesso al padrone di turno, un buco da colmare per tenere in piedi i pilastri della democrazia. Come dice bene Gian Carlo Caselli ci sono stagioni che impongono la parola. E ci vuole la schiena diritta per portarla in tasca, la parola.


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Politica

Speranze e doveri di un giornale Sicilia: elezioni, promesse, grandi manovre. E noi? di Giovanni Abbagnato

E' un fatto ricorrente nella politica siciliana che i partiti tradizionalmente egemoni entrino in uno stato di forte belligeranza interna per l'incapacità di ricomporre gli interessi - compresi quelli condivisi con organizzazioni mafiose - soprattutto in situazioni di crisi economica che accentuano gli effetti devastanti del malgoverno. Queste sono fasi nelle quali si aprono spazi importanti per le forze politiche che, almeno nell'immaginario collettivo, sono prevalentemente collocate all'opposizione, benché la crisi di idee e di rappresentanza appaia diffusa sull'intero arco politico e la coerenza non sembri più un valore riconoscibile. In questo clima ricorrente, che si sta vivendo anche adesso in vista delle elezioni per il Parlamento e il Presidente della Regione Siciliana, non si può chiedere l’impossibile ad un giornale che pure è disponibile ad assumersi la responsabilità democratica di essere parte. Si può - e si deve! - chiedere ad un giornale di essere degno di questo nome. Un giornale che anche in questa difficile fase provi, in piena onestà e trasparenza, ad orientare politicamente gli elettori, senza prendere parte incondizionatamente per chi dice di volere costruire l’alternativa al centro–destra siciliano, con metodi non propriamente alternativi.

Un giornale che pur scegliendo, data la gravità della situazione, di “sbilanciarsi” politicamente, condivida il disorientamento di larga parte del potenziale elettorato del centro-sinistra rispetto al dibattito tra le forze politiche e i metodi utilizzati per la ricerca del consenso. *** Probabilmente, non era così che andavano costruite le candidature del centro– sinistra, con l’ormai indiscriminato rimbalzo mediatico di chi si propone di rappresentare il meglio della politica imponendosi alla gente, senza fare riferimento ad un progetto, ma con una narcisistica corsa ad anticipare gli altri. La politica non può essere tutto un gioco vorticoso di immagini e slogan, apparentemente fuori dai vecchi schemi che, però, poi finisce per precipitare in un mix di manovre di antico politichese e di nuovo degrado. Questa è una roba da unto del Signore che fa pensare che l’unto per definizione, ancora pericolosamente incombente sul Paese, è entrato nel costume dell’intero sistema politico italiano e nelle teste dei suoi esponenti politici, più di quanto non si voglia credere. Esiste ancora una diversità Siamo un giornale pervicacemente legato all’idea che esiste ancora una diversità di fondo tra le diverse opzioni e sia, quindi, portatore dell’idea che in una larga area progressista ci siano, nonostante i dirigenti politici e i vari leader “fai da te”, le risorse umane e civiche per affermare un chiaro punto di vista della e nella politica. Un punto di vista aperto all’uguaglianza e alla giustizia sociale, soprattutto nei confronti degli “ultimi”, quelli che prima che senza diritti, sono senza voce. Un giornale politicamente impegnato, ma anche coerente con se stesso e onesto con tutti, capace di una vigile apertura di credito a quel centro–sinistra che, con

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tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, dice di volere battere le forze del malaffare e della commistione politico-affaristico- mafiosa. Questo, si spera, non per un’affermazione esclusivamente formalistica della legalità, ma per un’idea alta dell’etica politica che impone cambiamenti nei rapporti di forza nella società. Una scelta di campo che distingua sfruttatori e sfruttati e contrasti l’ampliamento della base povera e sottomessa della società, nelle nuove forme imposte da un capitalismo sempre più irresponsabilmente vorace. Distinguere sfruttatori e sfruttati Siamo un giornale che non vuole vivere di parole vuote o di convenienza, ma vuole essere chiaro e concreto, per rilevare, in coerenza con quanto già sostenuto, che l’abito politico-culturale dell’ex Presidente Lombardo non è diverso da quello del predecessore Cuffaro e impersona una versione, nemmeno tanto aggiornata, del più becero sicilianismo. Un metodo di governo fondato su di un’asfissiante mediazione politico-istituzionale in tutti i settori della vita sociale resi totalmente dipendenti dal sistema di potere, interessato solo a perpetuare il mantenimento di mostruose macchine clientelari costruite per rendere tanti contestualmente vittime e responsabili del degrado socio-economico e culturale di una terra dalle straordinarie potenzialità. In questo, la storia sta dietro, ma anche davanti a noi. Un orientamento consapevole non può essere confuso da vecchi e nuovi arnesi di quel devastante sicilianismo – si chiami movimento dei Forconi o in altro modo più sofisticato – che sfrutta un forte e vero disagio sociale, alimentando i peggiori istinti della società siciliana, comunque responsabile di avere costantemente confermato una classe dirigente, spesso impresentabile sul piano etico-politico.


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“Speranze e doveri”

Siamo un giornale che vuol provare a leggere la società, con rigore e senza ipocrisia, con il coraggio di investire su un'ipotesi di cambiamento fondato su una proposta politica originale non alterata da “strane” alleanze. Per esempio, come non ci possono essere dubbi sul vero costume politico di Lombardo, non ce ne possono essere sul vero profilo dei più reazionari tra i neodemocristiani che esercitano da sempre la vecchia politica dei due forni, “infornando” - ora a destra ora a sinistra - secondo la necessità elettorale del momento, e si scoprono attenti alla questione morale solo quando non inficia la possibilità di raccattare voti. Vicenda CuffaroUdc docet. Raccontare la realtà Un giornale, che pure vuole essere democraticamente e moralmente partigiano, che osservi la realtà e i suoi interpreti con rigore e senza sconti per nessuno, nemmeno per quelli teoricamente più vicini per sensibilità politica. Un giornale che, però, anche non accettando il ruolo comodo della neutralità e, anzi, rivendicando il diritto–dovere di essere parte, è pronto ad assumersi la responsabilità della denuncia politica quando ravvisasse errori e contraddizioni, anche da parte di chi dice di volere portare avanti valori politici innovativi. In fin dei conti, un giornale che non vuole essere “compare” di nessuno, né intruppare alcuno. Un giornale che vuole coinvolgersi, ma senza derogare al suo dovere prioritario di raccontare la realtà, quella che è e da qualsiasi parte emerga. Insomma, un giornale... e basta.

Un volantino

Sosteniamo i Siciliani giovani

"A che serve essere vivi, se non c'è il coraggio di lottare?”

Vi ricordate l’anno scorso, quando Santoro vi chiese i soldi per il suo “servizio pubblico”? Dieci euro per sostenere il progetto. In centomila risposero, una grande dimostrazione di affetto e di sostegno sicuramente. Lo sapevate che dal prossimo 25 ottobre Servizio Pubblico andrà in onda su La7? E i soldi che avevate dato per creare quel progetto autonomo? Vi sono stati restituiti? Noi adesso vi chiediamo di sostenerci, promettendo di non passare a La7. E’ passato un anno da quando dal Festival del Clandestino abbiamo annunciato ai microfoni di Telejato la rinascita de I Siciliani. Non abbiamo più rifatto un giornale, abbiamo fatto I Siciliani giovani, che poi, forse, lo eravamo già. I Siciliani sono un gruppo sparso per l'Italia, Diecieventicinque a Bologna, Stampo antimafioso a Milano, Telejato, Il Clandestino, Napoli Monitor, La Domenica, e potrei continuare. I Siciliani sono un patrimonio comune, sono ragazzi e ragazze sparsi un po' in tutta Italia, sono anche professionisti e giornalisti come Mazzeo, Capezzuto, Giacalone, Finocchiaro, Salvo Vitale, Pino Maniaci. I Siciliani siamo noi giovani, che almeno qui non rappresentiamo il futuro, siamo il presente e lo viviamo da protagonisti con a fianco degli ottimi maestri. Abbiamo provato a mettere insieme il vecchio e il nuovo, passato e futuro, vivendo insieme in questo presente. I Siciliani giovani dallo scorso dicembre hanno faticato e lavorato, e quello che abbiamo fatto l'avete visto, ci siamo anche beccati le denunce e le intimidazioni. Siamo nati perché Giambattista Scidà ci ha ridato l'idea, perchè Giancarlo Caselli e Nando Dalla Chiesa si sono imbarcati con noi, su questa barca che vuole attraversare e raccontare la Sicilia e l'Italia, insieme, facendo rete, perseverando quella pubblica verità che ci ha insegnato il Direttore de “I Siciliani”, Pippo Fava. I Siciliani giovani però si fa anche con tutti voi. Usciremo, probabilmente, in edicola come mensile dal 22 novembre, esattamente dopo trent'anni dai "vecchi” Siciliani. Noi ci stiamo provando a fare tutto ciò ma abbiamo bisogno di voi. Tanti piccoli aiuti fanno un grande aiuto. Adesso vi chiediamo un contributo per sostenerci promettendovi che come sempre andremo avanti, navigando su questo mare in tempesta, rimanendo liberi, senza padroni alle spalle e di certo non daremo via la baracca come qualcuno, passando a La7. Per la sottoscrizione abbiamo aperto un conto presso la Banca Etica, l'unica di cui ci fidiamo. L'IBAN del conto è: IT 28 B 05018 04600 000000148119

Salvo Ognibene

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I Sicilianigiovani – pag. 16


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Memoria/ Settembre '82

Il mese che ammazzò l'Italia Gli ultimi giorni del generale dalla Chiesa di Luciano Mirone Dopo che dalla Chiesa rilascia quella clamorosa intervista a Bocca, per la prima volta gli italiani si accorgono che la mafia è un fenomeno nazionale ed europeo. Quell’intervista rappresenta una svolta perché per la prima volta si parla dei Cavalieri del lavoro di Catania come paradigma dell’imprenditoria mafiosa, dell’accumulazione illecita e del riciclaggio del denaro sporco nelle banche o nelle attività apparentemente lecite, palazzoni di venti piani, cementificazione disordinata, centri turistico-alberghieri, ristoranti alla moda. Per la prima volta si parla di mafia “globale”, di “policentrismo” di Cosa nostra, di confisca dei beni mafiosi. “Mio padre”, spiega Nando dalla Chiesa, “disse ciò che soltanto adesso viene chiarito da Massimo Ciancimino: ovvero che c’era un patto di ferro tra Totò Riina e i Cavalieri. Ma la politica, a quelle denunce, non reagì. Dopo la morte di mio padre, il Psi tranquillamente flirtò con i Cavalieri, la Dc fece lo stesso e il Pci accusò gli antimafiosi di chiedere le analisi del sangue agli imprenditori”. C’è una parola che dalla Chiesa – a proposito dei poteri speciali che gli devono essere conferiti – rivela a Bocca: “Settembre”. O entro settembre gli danno i poteri promessi oppure rinuncia all’incarico. Tradotto in parole povere: o lo Stato fa seriamente la lotta alla mafia o me ne vado. Un perentorio aut aut che, se avesse scadenza immediata, metterebbe lo Stato con le spalle al muro. Prima di tutto perché lo Stato, la lotta alla mafia non ha mai voluto farla seriamente, e poi perché lo stesso Stato non può perdere la faccia di fronte a un’opinione pubblica sempre più inquieta, specie dopo un’intervista clamorosa come quella data a Bocca. Ma siccome quell’aut aut è fatto ad agosto, qualcuno pensa che il tempo di organizzarsi ancora c’è. Un mese è sufficiente. Settembre… Certo generale, a settembre può succedere di tutto. Intanto si vota il rinnovo delle gestione delle esattorie siciliane. Ai cugini Salvo vengono confermati i privilegi di sempre,

e anche la legittimazione di sempre. Cade il primo governo Spadolini cui fa seguito, pochi giorni dopo, lo “Spadolini bis”, un “governo fotocopia” in quanto composto dagli stessi ministri e dagli stessi sottosegretari del primo. Forattini su “Repubblica” disegna il presidente del Consiglio nudo con due pisellini. E la frase: “Spadolini bis”. I giornali agostani riportano le cronache di sempre, il caldo, i bagni a Mondello, gli incendi nelle campagne. Le uniche notizie che rompono il tran tran sono l’indagine nei confronti del presidente della Banca Vaticana Paul Marcinkus, l’incidente al pilota di Formula 1 Pironi, e l’arrivo a Beirut del contingente di pace. Ma il 12 agosto nei viali del Policlinico di Palermo, la mafia uccide Paolo Giaccone, valoroso medico legale che si rifiuta di falsificare l’esito di una perizia relativa ad alcuni mafiosi. Ma Palermo continua ad essere l’immobile, la splendida, la miserabile capitale di sempre. Apparentemente. Nel sottosuolo si muove qualcosa, qualcosa di molto grosso.

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Istintivamente Emanuela avverte i segnali. Lei è milanese e non conosce i linguaggi, i messaggi, i codici che viaggiano con lo scirocco di quel terribile agosto, eppure ha antenne sensibili, percepisce che attorno a lei e al marito c’è una tranquillità fin troppo strana, la stessa che ha percepito Bocca quando si è recato in prefettura. E lo confida al generale. È una circostanza emersa al maxiprocesso istruito da Falcone. Una circostanza venuta fuori quando è stata interrogata la domestica di Villa Paino, residenza del Prefetto e della moglie. A tavola Emanuela si mostra timorosa: stare a Palermo è “pericolosissimo”. Intanto il “sottosuolo” palermitano si muove, subisce fortissime scosse, mentre lassù, in superficie, nessuno avverte tremori, la città sembra surreale, apparente, continua a sonnecchiare, avvolta da quell’afa a quaranta gradi all’ombra. Sonnecchia il vetturino, sonnecchia il suo cavallo, sonnecchia ‘u panellaru, sonnecchia il macellaio, sonnecchia il bibitaro, sonnecchia la politica. Solo i mafiosi sono attivi. E molto preoccupati. Questo-ci-fotte-come-ha-fottutoi-terroristi… Addirittura-dice-che-li-torturava… Un-cuinnutu…

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Dalla città apparente, gli uomini dabbene fanno eco: Ma-che-vuole-questo-dalla Chiesa?-Si-vada-a- sciacquare-le-palle-aMondello. Intanto i segnali si moltiplicano. In prefettura arrivano strane telefonate. C’è chi si presenta come giornalista, chi come ufficiale dei Carabinieri, chi come anonimo e dal centralista vuol sapere se la signora dalla Chiesa è in casa; chiude improvvisamente quando l’operatore telefonico gli chiede se intende parlare col generale. È da un mese – da quando il nuovo Prefetto si è dato quella scadenza, “settembre” – che gli “uomini d’onore” si riuniscono ogni giorno al “Fondo Pipitone” per organizzare il piano di morte. È nel quartiere dell’Acquasanta, vicino ai Cantieri navali. Lì la Famiglia Galatolo – quella che controlla la zona – ha messo a disposizione i suoi locali per fare il “quartier generale” delle cosche palermitane. Il “sottosuolo” è questo. Invisibile. Impalpabile. Impenetrabile. Eppure sotto gli occhi di tutti. Alla luce del sole… Il 2 dalla Chiesa incontra il ministro delle Finanze Rino Formica. Il Prefetto sottopone al titolare delle Finanze il rapporto delle Fiamme gialle in cui si parla di oltre tremila patrimoni sospetti… 3 settembre. Mattina. La pazienza di dalla Chiesa è al limite, ormai ha la chiara percezione che a Roma lo hanno mollato. Avverte che la terra brucia sotto i piedi, che certi legami invisibili diventano sempre più chiari. “La situazione sta precipitando. Purtroppo quanto avevo previsto sta verificandosi, stanno venendo al pettine certi nodi che mi ero premurato di prospettare a chi di dovere, al momento in cui mi era stato affidato questo incarico”. “C’era uno scenario inquietante”, dice Giuseppe Ayala, Pm al maxiprocesso “Non si capiva perché il governo non gli dava i poteri promessi. Lui pressava e loro nicchiavano. Ci fu la netta sensazione che fosse stato mandato in Sicilia e poi abbandonato a se stesso perché c’erano probabilmente pezzi dello Stato contrari al conferimento di questi poteri, pezzi dello Stato che lavoravano non nell’interesse dello Stato. Basterebbe questo ad ipotizzare che dietro questa strage non ci fu soltanto la mafia”. (Da: Luciano Mirone, A Palermo per morire, Castelvecchi 2011)


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accadrà ieri

Il vigile

PIU' VELOCE DEL WEST Il 5 settembre un vigile urbano appena rientrato dalle ferie va nell’armeria del comando della Polizia Roma Capitale per ritirare la Beretta d’ordinanza. Invece di infilarsi la pistola nella fondina e andarsene, la carica, fa scorrere il carrello e inavvertitamente fa partire un colpo che per fortuna centra il termosifone. La vicenda riapre le polemiche sull’opportunità di armare i vigili e sulla loro preparazione.

......

Roma di alcuni rom da un campo nomadi all’altro, ritenendolo discriminatorio. Il tribunale ha infatti messo in evidenza come anche i rom abbiano il diritto di partecipare all’assegnazione delle case popolari. “Case popolari ai rom? Se le possono scordare”, ha detto.

REWIND a cura di Francesco Feola

fronte al luogo dell’agguato. Presenti: le associazioni antirazziste, il prefetto, il questore, il pm, qualche scolaresca venuta da fuori. Assenti: i cittadini di Castel Volturno.

I fucili

DI PORTA PIA

Piazza vietata A NEW YORK

Dopo un corso che dura solo alcuni giorni, la pistola può infatti arrivare anche dopo un anno e mezzo, quando ormai si è dimenticato tutto. “In queste condizioni siamo un pericolo per i romani”, commenta Mauro Cordova, presidente dell'Arvu, l’associazione che riunisce i vigili urbani di Roma.

Roma: fascisti CONTRO GIUDICI E ROM

L’11 settembre il vicesindaco di Roma Sveva Belviso interviene sulla sentenza del Tar che ha bocciato il trasferimento voluto dal comune di

Il 17 settembre a New York alcune centinaia di persone vestite a festa scendono in piazza per celebrare il primo compleanno di Occupy Wall Street. L’atmosfera è gioiosa. Non lo è altrettanto il comportamento della polizia che, al tentativo dei manifestanti di raggiungere Wall Street risponde arrestandone 124.

Il 22 settembre si svolge a Roma, sul Gianicolo, la commemorazione della Breccia di Porta Pia. Partecipano anche quaranta figuranti belgi, che indossano gli abiti degli zuavi pontifici. Sono però disarmati: hanno dovuto lasciare i loro fucili (innocue repliche capaci solo di sparare a salve) nel pullman che li ha portati in Italia dal Belgio e qualcuno nella notte li ha rubati.

Alla scuola, CHI CI PENSA?

Gli indigeni DI CASTEL VOLTURNO

Il giorno dopo a Castel Volturno si ricorda l’assassinio di sei cittadini ghanesi ad opera di un gruppo di fuoco del clan dei casalesi. Sono state due le manifestazioni: una nel municipio, l’altra sulla statale Domiziana, di

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Il 22 e il 23 settembre i genitori degli 80 bambini che frequentano la scuola materna Costa di Bari si danno appuntamento nella scuola per imbiancare le aule. Sono stanchi di aspettare l’intervento delle istituzioni, visto che la prima richiesta di riverniciare i muri era stata fatta nel 2002.


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FORWARD

. . . . accadde domani Lavoratori

PER ESSERE “REGOLARI” Il 15 scadono i termini per la regolarizzazione dei lavoratori immigrati presenti in Italia almeno dal 31 dicembre 2011. Info: www.interno.gov.it

Salerno

LA SFIDA FEMMINISTA Dal 5 al 7 ottobre a Paestum (Salerno) si terrà il convegno Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica. A trentasei anni dall’incontro che vide riunirsi a Paestum 800 partecipanti, il convegno vuole provare a guardare alla crisi attuale «con la forza e la consapevolezza del femminismo». Info: http://paestum2012.wordpress.com/

Roma

FESTA DELLA PAROLA Dall’11 al 14 si terrà a Roma, presso il csoa ex-Snia, la seconda edizione di Logos – Festa della parola. Nei quattro giorni del festival sono previsti dibattiti, concerti, film, spettacoli teatrali oltre agli stand di piccoli editori. Info: http://logosfest.org

Palermo

FA' LA COSA GIUSTA Dal 19 al 21 a Palermo presso i Cantieri Culturali della Zisa avrà luogo "Fa' la cosa giusta! 2012", una delle più importanti fiere del consumo critico e della sostenibilità. Partecipano aziende agricole, di arredamento eco-compatibile, di moda ecologica, empori e botteghe del commercio equo e solidale. Info: www.falacosagiusta.terre.it

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Dossier

LA CARITAS SUGLI IMMIGRATI Il 30 verrà presentato a Roma il Dossier Statistico sull’Immigrazione/2012 curato da Caritas/Migrantes. Pubblicato a partire dal 1991, il Dossier è una delle più accurate pubblicazioni italiane sul tema dell’immigrazione. Info: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/2012_Invito%20Dossier.pdf


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Mafia & Affari

LE INCHIESTE

Il denaro di Messina Denaro Nel tranquillo tran-tran di una città di provincia, nel “sistema” di Trapani, gli imprenditori di Cosa Nostra gestiscono un pezzo dell'economia italiana

Ecco, l’impressione è quella di una “tremenda attualità”, e ci si rende conto che non sono serviti delitti e stragi, a farci cambiare registro di comportamento, che lo Stato ha recitato una parte e che contro Cosa nostra non c’è stata mai una vera offensiva. Fava risponde alle domande di Biagi e va subito al sodo, “la mafia – dice – non è in Sicilia, è in Parlamento, è nel Governo, ci sono ministri mafiosi, la mafia è nelle banche”. La mafia era dove è ancora oggi. 100 miliardi all'anno

di Rino Giacalone

Suscita una certa impressione scrivere questo articolo che vuole raccontare i misfatti mafiosi nel trapanese e gli intrecci che arrivano fin dentro le stanze del potere politico e istituzionale e regolano la nuova economia in tempi di “spread”, mentre su Rai Tre va in onda una puntata del bravo Carlo Lucarelli che è dedicata ai giornalisti nel mirino delle mafie. L’impressione non è suscitata tanto dall’argomento, quanto perché l’inizio della puntata firmata da Lucarelli è dedicata a Pippo Fava. C’è proprio Fava, ammazzato dalla mafia catanese il 5 gennaio del 1984 che, intervistato in tv il 28 dicembre del 1983 da Enzo Biagi, parla della mafia e più lo si ascolta, maggiore è la sensazione che l’intervista è di oggi.

Pippo Fava sempre nella stessa intervista riuscì anche a indicare la cifra degli affari mafiosi: 100 miliardi di lire all’anno. Oggi per Cosa nostra si parla di introiti intorno ai 100 miliardi di euro all’anno. Il tempo ha premiato i mafiosi. Se si vuole comprendere cosa è oggi il fenomeno mafioso, è a Trapani che bisogna venire. Qui è nata la mafia sommersa prima ancora che la inventasse Bernardo Provenzano. A portare la “coppola” sono stati latifondisti, campieri, coltivatori diretti, agricoltori, piccoli, medi e grandi imprenditori, uomini dal sangue blu, banchieri, i politici si sono aggiunti da ultimi, ci sono colletti bianchi, medici, professionisti, commercialisti. Oggi come ieri però ci si sente sempre dire che “qui non accade niente”. Sì, perché a Trapani è tutto in ordine e non si deve raccontare nulla, nonostante in questi anni siano stati presi da queste parti latitanti di mafia e pezzi da 90 di Cosa nostra, e funzionari pubblici, imprenditori, politici, sono finiti sotto processo. Qui la mafia ha coltivato il migliore consenso, che ancora oggi sfrutta, non chiede il pizzo ma riscuote semplicemente la quota associativa. Dalle indagini, la mafia emerge sempre più come regista di un sistema che è diventato ben accetto, l’anormalità diventata normalità. Qui Cosa nostra continua ad essere trasversa-

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le nella politica, i mafiosi stringono accordi da sinistra a destra; a Trapani la mafia continua ad essere un insieme di interessi, la cultura mafiosa fa da aggregante, da catalizzatore. La mafia trapanese è quella che doveva pilotare negli anni ’90 l’acquisto per 1500 miliardi dell’isolotto di Manuel a Malta, o che negli anni 2000 ha pilotato da Roma verso questa parte del Sud fiumi di miliardi di vecchie lire prima e milioni di euro dopo. Finanziamenti pubblici inghiottiti dalle casseforti del super boss latitante Matteo Messina Denaro. Nel 2012 per i più la mafia è però battuta, che è come ripetere quello che si diceva gli anni ’80, quando si affermava che la mafia non c’era. Trapani resta circondata da un muro di gomma che tutto trattiene e tutto assorbe. Ogni tanto però questo muro di gomma è come se si aprisse, si spezza, poi si richiude. Un muro di gomma A Trapani ci sono indagini in corso su giri di bustarelle, per esempio per la collocazione di video telecamere di sorveglianza; ci sono anche le mazzette e le raccomandazioni a favore di un gruppo di agricoltori, che avevano la possibilità di entrare senza bussare – aprendo le porta a calci come faceva Genco Russo boss di Mussomeli - nelle stanze di ministri, presidenti e assessori della Regione. Ci sono imprenditori che hanno fatto sistema per acciuffare appalti miliardari e milionari, e piccoli Comuni, come quello di Paceco, dove ancora oggi la vita è regolata secondo regole ancestrali. Ci sono la mafia e le logge massoniche, e la politica che ubbidisce, e ci sono anche politici che parlano al telefono con disprezzo dei carabinieri, e addirittura dicono di essere in grado di rimproverare alti ufficiali dell’Arma anche per un “mancato invito” ad una festa.


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“Un titolo di credito da 39 miliardi di dollari”

A Paceco ci sono cantine dove in mezzo alle botti si regolano rapporti, e politici che ufficialmente si disprezzano e si contrastano si incontrano e concordano le cose da fare. Questo è lo scenario che protegge uno dei più importanti latitanti; mentre la classifica mondiale di Forbes colloca Matteo Messina Denaro tra i primi criminali al mondo, qui c’è chi ci racconta che Matteo Messina Denaro comanda una o due famiglie di Cosa nostra. Nulla di più. Ma non è così. Non può essere così a leggere dei sequestri e le confische, degli arresti con cui i pochi che da queste parti combattono la mafia tentano di fare terra bruciata attorno al boss, che con le mani sporche del sangue di omicidi e stragi oggi guida una vera e propria holding imprenditoriale. Una holding Le uniche sue foto risalgono a quando era poco più che ventenne: gli identikit mostrano un volto particolarmente invecchiato. Matteo Messina Denaro ha 50 anni ed è latitante da 19, ha vissuto la migliore delle latitanze, tra donne, viaggi all’esterno, spensieratezza e agiatezza, decidendo strategie di morte, stragi, ma anche scalate imprenditoriali e grandi riciclaggi di denaro. Matteo Messina Denaro comanda a Trapani. E a Palermo è diventato un consigliere carismatico. Crudeltà ed equilibrio, obbedienza e senso critico, regole antiche e moderna lucidità, dolce vita e monastico isolamento. Tutto e il suo contrario. Matteo Messina Denaro è “L’Assoluto”, così lo chiamano i fedelissimi, o ancora “la testa dell’acqua” oppure “u siccu”. Al suo esordio viene indicato come “u picciriddu”, erede del patriarca della mafia belicina don Ciccio Messina Denaro, oggi Matteo Messina Denaro viene chiamato “Diabolik”. Più che un capo carismatico, è un oggetto di venerazione.

Blasone mafioso riverito, il padrino di Castelvetrano porta dentro di sè la ferocia dei corleonesi e un fiuto politico spiccato: è il vero erede di una tradizione. Quella per cui Cosa nostra è antistato, ma anche potere reale, tessitore di legami tra famiglie, mandamenti e province, è lui il profeta della mafia del terzo millennio: valori arcaici dissimulati e affari spregiudicati fatti nel silenzio. E rapporti stretti con ’ndrangheta e camorra. Messina Denaro è il cardine di interessi criminali e politici, di trame inconfessabili. Il custode dei segreti di una terra che è culla di logge massoniche deviate e disegni eversivi. La terra in cui, secondo molti, Cosa nostra è nata. E dove, più che altrove, è diventata cultura di un pezzo importante della borghesia e dei gruppi di potere. Adesso a dirci che la mafia ha bene piantato le radici dentro politica e istituzione è anche la specialistica classifica dell’«Eurispes»: Trapani “inquinata” dalla mafia con tanto di certificazione. Nell'ambito del Rapporto Italia 2011, l'Eurispes ha realizzato un'analisi nella quale si evidenzia il grado di fragilità e di permeabilità dei territori rispetto ai tentacoli della 'ndrangheta, della camorra, della mafia e della sacra corona unita : Trapani si colloca nei primi dieci posti, col 35,6 per cento di permeabilità. “parlatene a scuola” Ma l’ultimo dei sindaci eletti nel capoluogo, il generale dei carabinieri Vito Damiano, che non dovrebbe essere proprio uno sprovveduto, al suo esordio è venuto a dire che di mafia a scuola non bisogna parlarne, mentre il suo predecessore, l’avvocato Girolamo Fazio era tra quelli che dell’antimafia preferiva sparlare. L’ultimo degli “affari” trovato tra le mani di Matteo Messina Denaro porta fin dentro la rocca di San Marino e a un tito-

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lo bancario da 870 milioni di dollari. Era quanto valeva nel 1961, quando una banca svizzera lo emise in favore di un monsignore, ora deceduto, per disposizione dell’allora dittatore indonesiano Kusno Sosrodihardj, detto “Sukarno”. Oggi, con l’aggiornamento del valore della moneta statunitense, quel titolo varrebbe 39 miliardi di dollari, ben 45 volte di più rispetto a 50 anni addietro. Un titolo di credito finito in mani sicure nella cassaforte della Dda di Reggio Calabria, sequestrato dalla Guardia di Finanza nel 2009 a due boss della ’ndrangheta nel corso di una operazione antidroga. Al Banco di Sicilia La Procura antimafia di Reggio Calabria per quel titolo di credito ha fatto arrestare 20 persone, fra cui un consulente finanziario ed un giovane avvocato di Modena. Quando nel 2009 quel certificato finanziario fu sequestrato era lì per lì per essere trasformato in moneta sonante, denaro liquido, al Banco di Sicilia dove erano andati gli emissari del latitante Matteo Messina Denaro dopo che l’operazione di scambio non era riuscita presso lo Ior del Vaticano. Se questa operazione finanziaria è stata bloccata, si ha la sensazione che altre siano andate a buon fine. Ed è su questi maxiriciclaggi che le mafie in Italia hanno rinnovato patti di alleanza: la crisi di liquidità provocata dallo “spread” non riguarda le organizzazioni mafiose, le mafie sono sbarcate nel mondo della grande economia. Ma per i nostri politici le emergenze sono le intercettazioni e il bavaglio alla stampa, non si alza la guardia contro i trasferimenti di capitali, i movimenti di denaro, il riciclaggio. E il superboss Matteo Messina Denaro sentitamente ringrazia anche a nome dei capi delle altre mafie. Benedice tutti, lui che è “il papa della nuova mafia”.


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Negli armadi della Repubblica

“De Mauro ucciso per lo scoop su Mattei" Un delitto di Stato (non il primo, né l'ultimo) dietro la sorte del giornalista ucciso? I giudici ora ritengono di sì di Aaron Pettinari

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Palermo, Via delle Magnolie 58, ore 21 e 10 del 16 settembre 1970. Il giornalista del quotidiano ''L'Ora'', Mauro De Mauro, parcheggia e sul portone scorge la figlia Franca ed il fidanzato Salvatore, anche loro appena giunti. Avrebbero dovuto cenare insieme a pochi giorni dal matrimonio. Lo aspettano davanti all’ascensore. Passa qualche attimo. Franca torna sui suoi passi perché il padre, che avrebbe dovuto averli raggiunti, non arriva. Giusto in tempo per sentire qualcuno dire “Amuninni!” e vedere il padre “con la faccia tirata”, allontanarsi in macchina in compagnia di altre persone. “Amuninni”, una parola detta con tono fermo, quasi di comando. E’ l’ultima volta che Franca vede il padre. Undici ore dopo la famiglia denuncia la scomparsa ed iniziano le indagini. A distanza di 42 anni si è arrivati ad una prima sentenza processuale, per un caso che sembra non aver mai fine. Riina non c'entra “La causa scatenante della decisione di procedere senza indugio al sequestro e all'uccisione di Mauro De Mauro fu costituita dal pericolo incombente che egli stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell'incidente aereo di Bascapè”.

C'è un unico filo che lega le due vicende, un intreccio di interessi alquanto perverso che poi è paradigma di tante stragi avvenute in Italia. Nelle 2.200 pagine delle motivazioni della sentenza, depositate lo scorso 7 agosto dal collegio presieduto da Giancarlo Trizzino, a latere Angelo Pellino (estensore della motivazione), i giudici della prima sezione della Corte d'assise di Palermo spiegano il motivo per cui l'unico imputato a processo, Totò Riina, è stato assolto. All'epoca colui che venne poi definito come il “Capo dei Capi”, non era ancora al comando di Cosa Nostra. Viene ricostruito il torbido contesto in cui il cronista del quotidiano "L'Ora" pagò il suo scoop sulla morte del presidente dell'Eni, simulata da incidente aereo nei pressi di Pavia il 27 ottobre 1962. Quindi viene offerta una nuova chiave di lettura. Non si punta il dito contro l'avvocato Vito Guarrasi, Mister X, braccio destro dell’allora presidente dell’Eni Eugenio Cefis ed eminenza grigia di diversi affari siciliani, ma si indica come mandante dell'omicidio Graziano Verzotto, ex dirigente dell'Eni, all'epoca segretario regionale DC, morto il 12 giugno 2010, prima dell'ultima deposizione in aula, a Palermo. Il ruolo di Verzotto La sua era una figura legata ai servizi segreti francesi, che era stato coinvolto nello scandalo dei fondi neri dell’EMS depositati nella Banca di Michele Sindona, banchiere di Dio e di mafia, nonché compare d'anello del boss Giuseppe Di Cristina, insieme con il padrino di Catania Giuseppe Calderone. Verzotto, secondo la Corte, ha un ruolo centrale sia nell'assassinio di Mattei che nel sequestro e nell'omicidio di De Mauro. “Se Guarrasi è colpevole (dell’omicidio De Mauro n.d.r.), Verzotto lo è due volte di più” scrivono i giudici. All'epoca, era in ascesa. Stava promuovendo la firma di un accordo italo-algerino per la realizzazione di un metanodotto tra

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la Sicilia e l'Algeria finanziato da fondi della Banca Mondiale e la cui progettazione era affidata alla società Bechtel di San Francisco, vicina alla Cia, "mantenendo scrivono i giudici - un osservatorio americano costante nel canale di Sicilia, a far data dal 2 gennaio 1970, ossia in uno scacchiere del Mediterraneo divenuto particolarmente caldo, a quattro mesi dal colpo di Stato in Libia del colonnello Mohammar Gheddafi”. Per la Corte di Palermo, l'interesse dell'ex Dc per il lavoro di De Mauro era "duplice". In primis perché “si riprometteva di strumentalizzarlo in chiave antiCefis”, in quanto nell'estate del '70 ambiva alla sua successione come presidente dell'Eni. Poi perché aiutando De Mauro si garantiva “un osservatorio privilegiato per orientare la sua inchiesta e indirizzarla con opportuni suggerimenti, secondo la propria convenienza”. Questo “fino al momento in cui si è reso conto che il cronista, pur fidandosi ancora di lui, era troppo prossimo a scoprire la verità: e a quel punto doveva essere eliminato”. Stava scrivendo tutto De Mauro stava scrivendo tutto nella ricerca che gli era stata commissionata dal regista Francesco Rosi, per ricostruire gli ultimi giorni di vita del presidente dell'Eni in Sicilia. Sarebbe anche riuscito a scoprire i nomi delle persone che erano al corrente dell'orario di partenza del volo di rientro di Mattei, all'epoca tenuto segretissimo per ragioni di sicurezza. A De Mauro però mancavano comunque dei passaggi. “Ancora si fidava del presidente dell'Ente Minerario, - si legge nelle motivazioni - mancavano solo alcuni tasselli, alcune conferme; e le chiedeva proprio a Verzotto”. Costui, secondo la Corte, “non avrebbe potuto reggere ancora per molto il gioco sottile che lui stesso aveva innescato, cercando di orientare l'indagine di De Mauro nella direzione a sé più conveniente, a cominciare dall'individuazione


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Nell'armadio, una cartella dal titolo “Petrolio”

dei probabili mandanti del complotto. E l'impossibilità di fornire al giornalista i chiarimenti o le conferme che questi gli chiedeva non avrebbe certo mancato di rendere sospetto il suo comportamento”. Il lavoro di De Mauro per Rosi era quasi terminato, “nella sceneggiatura approntata, dovevano essere contenuti gli elementi salienti che riteneva di avere scoperto a conforto dell'ipotesi dell'attentato. Bisognava agire dunque al più presto, prima che quegli elementi venissero portati a conoscenza di Rosi e divenissero di pubblico dominio”. Quella busta gialla Il giorno della propria scomparsa il giornalista de "L'Ora" aveva con sé una busta gialla, o arancione. Al suo interno, molto probabilmente, vi era il copione per il regista. Con questa il collega Nino Sofia lo aveva visto passeggiare, ma poco dopo, una volta salito in redazione, la busta non c'era già più. Che fine aveva fatto? De Mauro l'aveva consegnata a qualcuno? Secondo i giudici il cronista de “L'Ora” l'avrebbe data allo stesso Verzotto. Il 14 settembre, nei locali dell'Ems, il giornalista e l'ex senatore avrebbero proprio concordato la consegna del “copione”, ormai concluso, in quanto proprio Verzotto si sarebbe offerto di dare una mano per la sistemazione finale, prestandosi a fare da "corriere" portandolo a Roma. Del resto lo stesso Verzotto aveva dato luogo ad un "lapsus linguae" durante un'udienza nel quale aveva sostenuto di non aver parlato con De Mauro il 14 settembre in quanto in quella data si trovava a Peschiera del Garda, dove invece si recò due giorni dopo, il 16 settembre. In quel preciso momento, rilevano i giudici, “Verzotto si confonde, equivoca sulla data, identificandola con il giorno della scomparsa di De Mauro”, perché effettivamente “fu allora che Verzotto incontrò De Mauro per l'ultima volta”, circostanza che ha sempre negato.

Da far tremare l'Italia Secondo i giudici di Palermo la rivelazione di un attentato a Mattei, progettato con la complicità di apparati italiani (e forse con il supporto della Cia), avrebbe avuto “effetti devastanti per i precari equilibri politici generali, in un paese attanagliato da fermenti eversivi e tentato da svolte autoritarie”. E' per questo motivo che vengono allertati gli alleati mafiosi di Verzotto e dei cugini Salvo: ovvero i boss Stefano Bontade e Giuseppe Di Cristina sancendo di fatto la delibera alla morte del giornalista. Erano in tanti, infatti, all'interno di Cosa Nostra, che non volevano far conoscere i retroscena del delitto Mattei, ovvero quello che il collaboratore di giustizia “Masino” Buscetta aveva definito come “il primo delitto della Commissione”. Le carte del dossier Mattei A quel punto, "”quando i sequestratori hanno ormai la certezza che il materiale raccolto su Mattei si trova in mani sicure”, De Mauro viene rapito con tutta la sua auto, “per avere qualche ora di vantaggio sugli inquirenti, simulando un allontanamento spontaneo con amici", ma anche perché De Mauro forse aveva portato con sé altro materiale, o magari la copia del dossier consegnato, e “non si poteva correre il rischio di lasciare le carte del dossier Mattei nell'auto”. Nella sentenza i giudici mettono nero su bianco anche quanto accaduto a Bescapè, il 27 ottobre 1962. Di fatto viene considerata provata la matrice dolosa dell' “incidente aereo” in quanto vi fu un'esplosione di una piccola carica di esplosivo piazzata all'interno del velivolo. I depistaggi Se il “caso De Mauro” sembra davvero essere senza fine la causa è da ricercare nei continui insabbiamenti e depistaggi

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che hanno caratterizzato le indagini. Sono troppi i pezzi mancanti del puzzle di questa storia. Nel dispositivo che ha chiuso il processo contro Riina i giudici avevano evidenziato alcune posizioni di testimoni apparsi falsi tanto che la Corte ha tramesso gli atti al Pubblico Ministero perché proceda per falsa testimonianza nei confronti dell'ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, dei giornalisti Pietro Zullino (morto nel gennaio scorso) e Paolo Pietroni e dell'avvocato Giuseppe Lupis. Tutti avrebbero avuto un ruolo depistante nelle indagini e questo verrà approfondito in un nuovo dibattimento. Nel corso degli anni le difficoltà per ricostruire la verità si sono manifestate a più livelli. Basti pensare alle indagini iniziali, che si erano concentrate verso direzioni differenti per poi infrangersi muro del silenzio. Per non parlare poi della singolare “assenza di notizie” negli archivi dei servizi e degli apparati investigativi. A queste si aggiungono le pagine strappate dai quaderni di De Mauro, la scomparsa degli appunti e del nastro con l'ultimo discorso di Mattei a Gagliano, che secondo le testimonianze dei familiari il giornalista “ascoltava e riascoltava in continuazione”. I depistaggi Addirittura, la sentenza pone l'attenzione sulla scomparsa del materiale all'interno di uno dei raccoglitori conservati in un armadio a casa De Mauro, il cui titolo era “Petrolio”. Un nome che riporta al romanzo a cui stava lavorando Pier Paolo Pasolini prima di morire. Strane coincidenze che aprono a nuovi scenari d'indagine. Quel che è certo è che come come ha detto il pm Ingroia, ora “la ricerca della verità sul caso De Mauro proseguirà su due fronti”. E con il processo bis ai depistatori si cercherà di capire chi e perché ha ostacolato la ricerca della verità. E forse si scoprirà che il delitto De Mauro non è stato solo un omicidio ma un delitto di Stato.


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Napoli

Sfida ai vecchi padrini Da Scampìa l'attacco frontale alle cosche dei Polverino e Nuvoletta. Guerra nel fortino di Marano di Ferdinando Bocchetti La Domenica Settimanale

Scorribande dei “ribelli” nel territorio dei boss alleati con la mafia .Si tratta di cani sciolti che avrebbero nel latitante Mario Riccio, 20 anni, cresciuto nel feudo dei Nuvoletta, il loro capo. Ai vecchi padrini hanno lanciato un vero e proprio guanto di sfida. Prima “l'occupazione” dei comuni limitrofi a Scampia, Melito, Mugnano, Casoria, Arzano e Casavatore, poi le ronde armate nella città (Marano) roccaforte dei Nuvoletta e dei Polverino, poi le spedizioni punitive contro i familiari degli affiliati ai clan e le pretese di pizzo ai commercianti storici della zona. Sono le nuove leve di Scampia, quei “guagliuni” che un tempo venivano considerati meno che manovalanza e che oggi - complice la debolezza delle vecchie famiglie di camorra e l'assedio delle forze di polizia nei loro territori - tentano di mettere le mani sui nuovi mercati.

Nuove e fiorenti piazze di spaccio, insomma, visto che a Secondigliano e a Scampia le forze dell'ordine hanno assestato duri colpi e arginato le vendite. Eventi che stanno però scombussolando gli equilibri criminali a nord di Napoli e che potrebbero avere conseguenze fin qui inimmaginabili. L'alleato storico di Cosa Nostra Un pezzo di faida che ormai ha valicato i confini di Scampia, dunque, ma anche un gesto altamente simbolico. Per molti si tratta infatti di un ceffone mollato in pieno volto ai boss finiti dietro le sbarre: Giuseppe Polverino ('Peppe 'o barone"), re dell'hashish, dell'edilizia e del mercato alimentare, di recente estradato dalla Spagna, e Angelo Nuvoletta, già da molti anni in carcere, l'uomo che aveva stretto una storica alleanza con Cosa Nostra. Un legame sopravvissuto agli arresti e alle morti dei boss più illustri. Le voci di strada, intanto, sono un continuo rincorrersi di ultimatum e controultimatum. C'è chi parla del coinvolgimento dei Mallardo (clan dell'area giuglianese), dei Casalesi, che in questa area hanno interessi nell'edilizia e negli appalti pubblici, e chi persino della mafia siciliana. L'offensiva dei “giovani” Tutte e tre le fazioni sarebbero in qualche modo interessate ad arginare l'offensiva lanciata dai giovani camorristi, nati

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e cresciuti all'ombra dei vecchi padrini, ma che da tempo hanno stretto legami con le bande criminali di Scampia. Una truppa di cani sciolti A capo dei “ribelli” ci sarebbe Mario Riccio (detto Mariano), poco più che 20enne, latitante, cresciuto a Marano e genero del boss “scissionista” Cesare Pagano. A supportarlo una truppa di cani sciolti: manovalanza di piccolo cabotaggio, delusi rimasti per troppo tempo ai margini dei business orchestrati dai Polverino e dai loro affiliati, desiderosi di rivincita e pronti a tutto pur di compiere il salto di qualità. Ma nel mirino delle nuove leve non ci sono solo Marano, Melito, Mugnano, Arzano o Casoria. Scampia infatti è anche a due passi da altre popolose città dell'hinterland partenopeo: Giugliano, Villaricca e Qualiano in primis, terre anche queste troppo ghiotte per sfuggire alle mire di gruppi decisi a farsi largo a tutti i costi. Come negli anni Ottanta? Come reagiranno i vecchi boss? Saranno in condizione di affrontare una nuova guerra, che si preannuncia lunga, sanguinosa e che potrebbe quindi ricalcare le orme di quella scatenata (erano gli anni Ottanta) dalla Nuova Famiglia contro i cutoliani? E, soprattutto, con quali armi e quali strategie? Difficile da prevedere le scelte. Facile invece immaginare l’ennesimo scenario di violenze e di terrore.


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Napoli

Spaccio di libri antichi C'è una pista dell'Utri valore l'ha messo a disposizione su comando. Marino Massimo De Caro, direttore della biblioteca dei Girolamini- in carcere dal 23 maggio - è considerato uomo di Dell'Utri. La sponda del senatore gli ha consentito – attraverso l'intercessione anche del capogabinetto del Mibac Salvo Nastasi – ad esempio di diventare consulente prima del ministro Galan e poi del tecnico Ornaghi e tanto altro.

“Lui investe in libri”, dice Berlusconi... di Arnaldo Capezzuto La Domenica Settimanale

Scena muta. Niente saccio, niente dissi. Il senatore Marcello Dell'Utri in gran segreto è stato interrogato - per così dire - dai magistrati della Procura di Napoli (Michele Fini, Antonella Serio coordinati dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo) che indagano sul saccheggio di migliaia libri antichi trafugati dalla Biblioteca Girolamini a Napoli. Il fondatore di Publitalia convocato dai pm partenopei ha ascoltato le domande, serrato le labbra, salutato e alla chetichella è andato via. È noto il suo spirito di collaborazione con gli inquirenti: condannato per mafia e sott'inchiesta dalle procure di mezza Italia. Nel mirino degli inquirenti questa volta è finita la sua passione senza freno per i testi rari e preziosi. Il senatore è un tipo poliedrico: gli piace intrattenersi, interloquire e accogliere mafiosi e collezionare volumi antichi. Un bibiofilo per necessità. Un mercato quello dei testi antichi che si può trasformare in una buona copertura per chi vuole imbastire operazioni e movimenti finanziari. Questa dei libri è una strana storia, l'ennesima quando c'è di mezzo Dell'Utri, il grande burattinaio. Proprio il senatore più volte è stato avvistato nel centro antico partenopeo a pochi passi dalla strada dei pastori in compagnia della sua storica segretaria.

Titoletto

Coincidenze? A Napoli oltre alla droga adesso si spacciano testi rari. All'appello mancano precisamente duemila e duecento volumi molti dati all'estero: Germania, Spagna, Usa, Australia presso case d'asta o collezioni private. Siamo alla frutta. Se da un lato Gerardo Marotta è costretto a fare gli scatoloni e trasferire la biblioteca dell'Istituto italiano per gli studi filosofici in un capannone di Casoria dall'altro chi doveva custodire un patrimonio di inestimabile

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Tra le mani dell'amico dell'ex premier Silvio Berlusconi è spuntata una rara edizione di un libro di Gian Battista Vico made in Naples. Ma ci sono altri punti di contatto tra De Caro e Dell'Utri entrambi sono indagati dalla Procura di Firenze per corruzione. “Sfruttando il suo ruolo istituzionale si legge negli atti - il senatore avrebbe favorito alcuni imprenditori del settore energetico ricevendo da tali soggetti - per il tramite di De Caro - somme consistenti di denaro apparentemente giustificate dall'acquisto di un documento antico”. Nel recente interrogatorio - infine - sostenuto da Silvio Berlusconi in cui compare come vittima di una ipotetica estorsione operata dallo stesso Dell'Utri,lla domanda del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia di perché ha versato in dodici anni la somma di 40 milioni di euro al senatore, l'ex premier ha affermato: “Marcello è un mio amico e un collaboratore prezioso, ho dato quei soldi perché lui ha solo due filoni di spesa: la famiglia ed i libri antichi”. Cosa aggiungere di più?


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Elezioni

Quelli da non votare Una vecchia tradizione dei “Siciliani” è quella di indicare, alla vigilia di ogni elezioni, i candidati meno candidabili. Ecco qua di Giuseppe Pipitone

Per mesi se ne è parlato come di una certezza, un punto fermo, il primo mattone da cui cominciare la ricostruzione della Regione Sicilia. “Rivoluzione” l’hanno chiamata cinque o sei aspiranti governatori dell’isola, che il prossimo 28 ottobre proveranno a prendere il posto e la poltrona di Raffaele Lombardo. Una rivoluzione che non poteva, anzi doveva, partire da due magiche paroline: liste pulite. All’Assemblea regionale siciliana si era toccato il fondo: nell’ultima legislatura sono stati ben ventisette i deputati con qualche conto aperto con la giustizia: il trenta per cento tondo, come dire che passeggiando tra i corridoi di Palazzo d’Orleans tre deputati su dieci di quelli che si incontrano sono indagati, imputati o addirittura condannati.

La rivoluzione però non ammette deroghe. Ed ecco quindi che tutti o quasi i candidati alla presidenza della Regione hanno cominciato la campagna elettorale battendo sui tamburi della pulizia. Un leit-motiv che è rimasto appunto soltanto un motivetto di fondo. Perché alla prova dei fatti gli aspiranti deputati con un curriculum vitae non proprio da chierichetti sono più di uno. Qualcuno è sfuggito perfino all’antimafioso doc Rosario Crocetta che tenta la scalata a palazzo dei Normanni, dopo aver incassato l’appoggio del Pd, dell’Udc e dell’Api. “L’Udc è cambiata rispetto ai tempi di Cuffaro” ha detto più volte l'ex sindaco di Gela. Nell’Udc però, dopo la fuga di Saverio Romano e l’arresto di Cuffaro, è rimasto Marco Forzese, deputato ricandidato all’Ars, indagato nell’inchiesta sulle promozioni facili al comune di Catania dopo essere già stato condannato dalla corte dei conti a risarcire il comune etneo con 4 mila e 850 euro. Forzese era assessore ai servizi di Umberto Scapagnini, la cui giunta avrebbe creato un danno di oltre un miliardo di euro alla città di Catania. Candidato in sostegno di Crocetta c’è anche Giacomo Scala, presidente dell’Anci Sicilia ed ex sindaco di Alcamo con il Pd. Scala è attualmente imputato per abuso d’ufficio e falso per alcune consulenze elargite quand’era primo cittadino della città trapanese. Negli scorsi giorni è stata diffusa la notizia di una nuova indagine per truffa che vedrebbe coinvolto l’aspirante deputato del Pd. “E’ una notizia ad

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orologeria” ha tuonato lui. Sempre in sostegno di Crocetta si è candidato Nino Dina, già indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, e ora in lizza per un posto d‘assessore. Candidato nell’Udc c’è anche Raffaele Nicotra, chiamato da tutti semplicemente Pippo, già indagato per voto di scambio e poi archiviato. Il suo slogan è “il nuovo si costruisce con l’esperienza”. “Ci vuole esperienza” Nel suo curriculum Raffaele “Pippo” Nicotra Pippo ha un’esperienza come primo cittadino di Aci Catena, comune poi sciolto per infiltrazioni mafiose. Nel 1993 il questore negò i funerali di tale Maurizio Farace, parente di Sebastiano Sciuto, luogotenente di Nitto Santapaola. L’allora Nicotra non solo si oppose a tale decisione, ma si recò platealmente al cimitero per abbracciare la famiglia del giovanotto defunto in odor di mafia. Ironia della sorte, Nicotra ha all’attivo un’esperienza come membro della commissione antimafia regionale. Come dire che in Sicilia può succedere tutto e il contrario di tutto. Anche che un partito come il Pdl - che detiene il record storico per indagati e inquisiti - vari un codice di autoregolamentazione per mantenere illibate le proprie liste. Solo che proprio durante la presentazione del nuovo “codice pulizia” del partito di Berlusconi, è stata confermata la candidatura di Roberto Corona.


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Chi è Corona? Un deputato uscente arrestato nel dicembre scorso per reati finanziari e ora rinviato a giudizio. Per l’accusa fabbricava polizze fidejussorie false e fino a tre mesi fa gli era vietato dimorare in Sicilia. [Corona ha in seguito ritirato la candidatura e non sarà in corsa, nella lista del PdL del collegio di Messina e provincia, . È stato il partito a volerlo escludere per rispettare il codice etico imposto dal candidato alla presidenza Musumeci.] “Dobbiamo tenere conto delle norme – ha spiegato senza arrossire Dore Misuraca, coordinatore regionale del Pdl - e il reato di cui è accusato Corona non rientra tra quelli previsti dal codice antimafia Pisanu per l'incandidabilità. Anzi, aggiungo che abbiamo fatto un codice di autoregolamentazione ancora più rigido''. Talmente rigido che anche Salvino Caputo sarà ricandidato, nonostante sia stato condannato ad un anno e cinque mesi per tentato abuso d’ufficio dalla corte d’appello di Palermo. Caputo, quand’era sindaco di Monreale, avrebbe tentato di far togliere una multa all’autista del vescovo.Proverà a tornare all’Ars con il Pdl anche Giuseppe Buzzanca, globetrotter delle cariche pubbliche (prima sindaco,

poi deputato, poi entrambi) condannato a sei mesi per peculato ( aveva utilizzato l’auto blu per andare in vacanza) e salvato dalla decadenza da sindaco di Messina grazie ad una leggina cucitagli addosso dal governo Berlusconi: più che una legge ad personam, una legge ad Buzzancam, sorrisero i maligni. E nonostante l’inedito codice etico, il Pdl proverà a portare a Palazzo d’Orleans anche l’ex sindaco di Trapani Girolamo Fazio, condannato in primo grado per violenza privata e sorpreso recentemente a mordere (sissignore, mordere) un avversario politico durante una riunione del consiglio comunale trapanese. E se Nello Musumeci ha pensato bene di marcare le distanze con i partiti che lo sostengono, scrivendo sui suoi manifesti: “governare con onestà”, Gianfranco Miccichè ha intenzione di andarci cauto con le liste pulite. “Legalità, ma con prudenza” “Il tema della legalità e delle liste pulite va affrontato, ma con prudenza” ha sottolineato il leader di Grande Sud che tenta finalmente la scalata alla poltrona più alta di Palazzo dei Normanni. La pru-

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denza di Miccichè si è arrestata di fronte a Riccardo Minardo, ricandidato con l'Mpa, arrestato l’anno scorso per associazione a delinquere, truffa e malversazione ai danni dello Stato. L’ex braccio destro di Berlusconi ha chiuso un occhio anche su Fabio Mancuso, fuggito dal Pdl per approdare al partito di Raffaele Lombardo. Mancuso, ex sindaco di Adrano, era stato sospeso dall’Ars il 15 aprile del 2011 dopo essere stato arrestato per bancarotta. Suo collega di partito è Giuseppe Arena, già seguace di Casini, condannato per falso in bilancio a 2 anni e 9 mesi di carcere con l’interdizione dai pubblici uffici. E se finora nessun volto noto della patrie galere aveva osato candidarsi come governatore, ci ha pensato Cateno De Luca a rompere la serie. L’ex sindaco di Fiumedinisi fu arrestato nel 2011 e continua ad essere indagato per tentata concussione e abuso d’ufficio. Con il suo movimento Rivoluzione Siciliana tenterà di prendere il posto di Salvatore Cuffaro che almeno prima di andare in carcere fu per sette anni governatore della Sicilia. Cateno invece tenterà di realizzare il percorso opposto: prima il carcere poi la presidenza.


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Politica

Un candidato da bruciare Chi manovra contro Claudio Fava e l’alternativa in Sicilia? di Sebastiano Gulisano sebastianogulisano.wordpress.com

Premessa. Sono di parte. Chi mi conosce sa che i miei rapporti con Claudio Fava risalgono al lontano 1984, a dopo l’omicidio mafioso di Giuseppe Fava, suo padre, nonché fondatore e direttore del mensile I Siciliani, dove ho iniziato il mestiere di giornalista. Rapporti proseguiti negli anni con la condivisione di esperienze come quella politica della Rete (sono stato il suo addetto stampa e il più stretto collaboratore dal ’91 al ’94, all’Ars e alla Camera) e quella del ritorno in edicola dei Siciliani nuovi (1993-1996). Insomma, con Claudio abbiamo condiviso un pezzo di vita, “i migliori anni della nostra vita” potrei dire, usando un trito ma appropriato luogo comune. Perciò sono di parte, perché Claudio per me non è un candidato qualsiasi. Sono di parte, ma i fatti sono fatti e, da qualsiasi parte li si guardi, tali restano: fatti. Fino al primo pomeriggio di mercoledì 26 settembre Claudio Fava è stato il candidato delle sinistre alla presidenza della Regione siciliana. Poi è successo l’imprevedibile, l’inimmaginabile. Iniziamo dall’ultima settimana d’agosto, quando il Fatto diffonde la notizia di un sondaggio riservato, commissionato da Pd-Udc all’Ipsos di Pagnoncelli, che dà sorprendentemente in testa Claudio Fava, seguito da Micciché e, buon terzo, il candidato dei committenti, Rosario Crocetta; Nello Musumeci non era ancora candidato.

Vane le smentite di Crocetta e sostenitori: l’istituto di ricerca conferma l’esistenza del sondaggio, ma tace sui dati; i committenti si guardano bene dal diffonderli. Sondaggi successivi danno tutt’altre previsioni, con un testa a testa MusumeciCrocetta e Fava quarto, assai staccato. E’ possibile che in pochi giorni, in seguito alla scelta del candidato da parte del Pdl, ci sia stata una poderosa ripresa del candidato di Pd-Udc? Diciamo che tutto è possibile e chiudiamola qui. La cronologia Saltiamo a mercoledì 26 settembre. SICILIA: CANCELLIERI,RISCHIO ESCLUSIONE PER CLAUDIO FAVA NON RISPETTATI TEMPI DI PRESENTAZIONE LISTINO (ANSA) – ROMA, 26 SET – Ci potrebbe essere un problema legato al listino di Claudio Fava che lo escluderebbe dalle elezioni siciliane. Lo ha detto il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, a margine del question time alla Camera. Cancellieri ha osservato: ”E’ un dato tecnico che approfondiremo, ma che temo fondato perche’ sembrerebbe non siano stati rispettati i tempi di presentazione. Sarebbe un dato oggettivo e sarebbe un’irregolarita’ difficilmente sanabile”; le norme elettorali, conclude, ”sono molto rigorose”. Y99 26-SET-12 17:07 NNNN Dunque, poco dopo le 17 di mercoledì l’Ansa e le altre agenzie di stampa diffondono questa “notizia”. In realtà una colossale bufala, poiché i tempi per la presentazione dei listini scadono venerdì e quello di Fava (come quelli degli altri candidati) non è ancora stato presentato e, dunque, per potere riscontrare “un dato oggettivo”, “un’irregolarità difficilmente sanabile” bisognerebbe essere veggenti. Non risulta che la ministra Cancellieri lo sia. Circa due ore dopo il Viminale corregge il tiro.

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SICILIA: VIMINALE, IRREGOLARITA’ FAVA SU RESIDENZA (V. ”SICILIA: CANCELLIERI,RISCHIO ESCLUSIONE…” DELLE 17.07) (ANSA) – ROMA, 26 SET – In relazione ad alcune notizie relative ai requisiti della candidatura di Claudio Fava in occasione delle elezioni regionali in Sicilia, il Viminale precisa che ”il ministro Annamaria Cancellieri ha fatto riferimento non ai termini di presentazione delle liste, ma al requisito della residenza per l’iscrizione nelle liste elettorali”. (segue) NE 26SET-12 19:12 NNNN SICILIA: VIMINALE, IRREGOLARITA’ FAVA SU RESIDENZA (2) (ANSA) – ROMA, 26 SET – La legge siciliana prevede che un candidato alle elezioni regionali debba essere avere acquisito la residenza in un comune dell’isola al piu’ tardi 45 giorni prima della data della consultazioni. Il termine scadeva dunque il 13 settembre, mentre Fava – a quanto sembra – ha acquisito la residenza in Sicilia soltanto il 18 settembre, con 5 giorni di ritardo, dunque, rispetto a quanto stabilito dalla legge. (ANSA). NE 26SET-12 19:22 NNNN Stavolta l’“irregolarità” sarebbe in un presunto ritardo nel trasferimento della residenza in Sicilia, non più nel listino. Bene. Anzi, male. La bufala messa in circolo Resisi conto della bufala messa in circolo, al Viminale si documentano e, con una nota ufficiale, chiariscono che le (presunte) irregolarità non stanno nel listino (ci voleva poco a verificare che la scadenza era due giorni dopo – avrebbero potuto farlo anche i cronisti parlamentari ma la Sicilia, si sa, è lontana da Roma…) bensì nel presunto tardivo cambio di residenza di Claudio Fava. Di scorrettezza in scorrettezza, trattandosi ancora una volta di competenze dell’assessorato regionale agli Enti locali.


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“Chi si è mosso, si è mosso prima”

Sarebbe bastata una nota in cui si smentiva il veleno messo in circolo in precedenza, chiarendo che la data di scadenza per la presentazione delle candidature e delle liste era (è) il 28 settembre. Invece no, si è voluto individuare un’altra “irregolarità” e offrirla alla stampa con tanto di comunicato ufficiale: Claudio Fava non è candidabile. Firmato, il ministro dell’Interno. Niente male per una che non ha alcun titolo per intervenire nella questione, che invece ha sollevato, aperto e chiuso. Definitivamente. A quel punto la coalizione che lo sostiene entra in inevitabilmente fibrillazione: se Fava non è candidabile, bisogna trovare subito una nuova candidatura, raccogliere nuovamente – rapidamente – le firme a sostegno delle liste e del nuovo candidato nelle nove provincie e la relativa documentazione elettorale per evitare di essere esclusi dalle elezioni regionali del 28/29 ottobre. Il tutto, entro mezzogiorno del 28 settembre. Essì, perché se Fava dovesse essere escluso dalla competizione elettorale, anche le liste a lui collegate (Idv e SelFds-Verdi) sarebbero escluse dalle elezioni. Rischiare? I segretari dei partiti, come sappiamo, non se la sono sentita di rischiare, anche perché la pubblica presa di posizione del Viminale non lascia ben sperare. Quando ho cominciato a seguire la campagna elettorale di Claudio tramite il principale gruppo di sostegno su Fb (oltre 17.000 iscritti) sono andato a cercarmi la legge elettorale siciliana, modificata nel 2005, diversa da quella delle regioni a statuto ordinario e diversa da quella che ricordavo, quella “dei miei tempi”. Una botta di fortuna mi ha fatto trovare, nel sito della Regione, il testo della legge commentato da Livio Ghersi e Fabrizio Scimè, due alti funzionari della stessa Regione siciliana specialisti in legislazioni elettorali. Ieri mattina, giovedì 27 settembre, quando i partiti, dopo una notte di consultazioni e trattative avevano già deciso di non ri-

schiare insistendo sulla candidatura di Fava, su LinkSicilia ho trovato un intervento di Livio Ghersi, uno dei due firmatari del commento alla legge prima citata, che contesta le affermazioni del Viminale sulla presunta irregolarità temporale nel cambio di residenza. Per me, Ghersi, che ho personalmente conosciuto nel periodo in cui lavorai all’Ars con Claudio, nel gruppo della Rete, è un’autorità in materia elettorale e se si espone pubblicamente smentendo la ministra Cancellieri ritengo che non lo faccia per mettersi in mostra (non ne ha bisogno) ma per tentare di correggere in extremis un’informazione errata messa in circolo da fonte autorevolissima, che rischia di falsare in maniera irrimediabile – stavolta sì – le elezioni regionali siciliane. Chi ha “informato” la ministra? Purtroppo, l’autorevole parere non fa recedere i segretari dei partiti che sostenevano Fava dall’intenzione di non rischiare e trovano una nuova candidatura, Giovanna Marano, dirigente della Fiom, degnissima e capacissima sindacalista che avrà Fava come vice, per mantenere in maniera visibile la continuità del progetto politico. Chi mi conosce sa quanto io sia malpensante. Ma come si fa a non esserlo, in casi del genere? L’unico candidato siciliano con possibilità di vittoria (vedi sondaggio riservato Pd-Udc), estraneo all’attuale maggioranza di governo e alla vecchia giunta regionale, nemico giurato dei potentati dell’isola, diventa oggetto delle determinanti esternazioni della ministra dell’Interno. Chi ha (male) informato la ministra delle presunte irregolarità? Chi ha (male) informato i giornalisti parlamentari delle stesse presunte irregolarità, spingendoli a interpellare la ministra? Come mai la ministra non ha dirottato i

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giornalisti sull’organismo competente, cioè l’assessorato agli Enti locali della Regione siciliana? Perché, al Viminale, una volta accortisi dell’errore, invece di limitarsi a correggerlo hanno voluto individuare un’altra “irregolarità” di Fava e renderla nota? Chi aveva (ha) interesse a escludere Claudio Fava dalla “corsa” a Palazzo d’Orleans? E’ legittimo sentire “puzza di bruciato” e porsi e porre domande, di fronte a interferenze inaudite come quelle del Viminale? O è più comodo non porsi domande e fermarsi all’apparenza del presunto tardivo trasferimento della residenza di Fava da Roma a Isnello, magari ironizzando, com’è stato fatto, che “non sa dove sta di casa e vorrebbe governare la Sicilia”? E’ avere la “cultura del complotto” sostenere – come sostengo, ragionando sui fatti – che in questa storia si è voluto fermare Fava per favorire altri? Siccome sono malpensante, penso che chi sta dietro a questa losca vicenda s’è mosso prima della scadenza dei termini per la presentazione di candidature e liste perché non era assolutamente certo che un eventuale ricorso avrebbe sortito gli effetti sperati – metti che trovava dei giudici che non si lasciavano condizionare -; si è mosso prima – ottenendo l’intervento del Viminale – per avere la sicurezza che i partiti avrebbero accantonato Fava e che lui stesso, con senso di responsabilità, avrebbe fatto un passo indietro; chi sta dietro questa vicenda voleva essere certo di estrometterlo dalla scheda elettorale. Se poi la manovra sortirà gli effetti sperati da chi l’ha congegnata e la candidatura di Giovanna Marano non possa rivelarsi valore aggiunto alla già solida candidatura di Claudio Fava, ritorcendosi contro chi rimesta nel torbido, lo diranno le urne la sera del 29 ottobre.


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Società

Milano da morire Gente “normale” che traffica in eroina. Sparatorie per le strade. Muso duro ai vu cumprà e via libera agli speculatori, anche ai più collusi. L'arancione sbiadisce. E Formigoni che non se ne va...

Una domanda retorica e anche un po' banale, però a Milano quella domanda non se la pone più nessuno, salvo poi sorprendersi se in una zona centrale un killer ammazza per strada una coppia all'ora dell'aperitivo. Gente apparentemente normale, a passeggio con in braccio la figlioletta di due anni. Invece è poi saltato fuori che trafficavano in cocaina e avevano un progetto di vita che parla da solo: aprire uno strip-bar a Santo Domingo. Il can can sulla sicurezza

di Paolo Fior

Al semaforo osservo le automobili che sfrecciano lungo la circonvallazione: Audi, Bmw, Volvo, Bmw, Audi, Porsche Cayenne, Mini, Alfa, Panda, Mercedes, Bmw, Jaguar, Mini, Mini, Panda, Punto, Audi, Audi, Cayenne... in meno di trenta secondi mi è passato davanti l'equivalente su ruote di quasi un milione di euro Guardo le targhe quasi tutte fresche di immatricolazione, vedo le facce al volante, facce comuni di persone comuni, e non posso fare a meno di chiedermi da dove vengano tutti questi soldi.

L'esecuzione tra la folla, caso abbastanza raro a Milano, ha fornito alla destra l'occasione per montare il solito cancan sulla sicurezza e per chiedere che tornino per strada le pattuglie con i militari, dispendiosa ricetta messa in campo negli ultimi anni dal centrodestra nazionale e cittadino senza ottenere il benché minimo risultato, se non quello di sottrarre risorse alla lotta alla criminalità organizzata e al riciclaggio di denaro sporco, una vera e propria piaga per Milano, che del riciclaggio è la capitale indiscussa. Un fiume di denaro che si distribuisce in mille rivoli, con un'infiltrazione dell'economia legale così capillare da rendere pressoché impossibile distinguere il bianco dal nero. C'è (quasi) solo un'enorme melassa grigia. Oggi chi ricicla non lavora tanto su grandi progetti e speculazioni su cui ci sono troppi occhi

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puntati e che, come testimoniano gli incredibili ritardi di Expo2015, rischiano anche di non decollare mai. Imprese e cantieri di piccola e piccolissima taglia, invece, permettono una gestione ottimale dell'attività e riducono il rischio di essere scoperti: chi si metterà mai a ficcare il naso tra migliaia di negozi e negozietti, imprese edili e società di servizi per verificarne l'effettivo stato di salute e la congruità del patrimonio personale dei titolari in relazione all'andamento degli affari dell'azienda? Un sistematico controllo preventivo risulterebbe forse troppo oneroso e quanto alla lotta all'evasione, beh meglio una bella passerella mediatica a Cortina e Portofino che mettersi a fare sul serio. Nuove case che nessuno comprerà Così in piena crisi aprono in continuazione nuovi cantieri per costruire case che nessuno comprerà, mentre nei quartieri semi-periferici e periferici della metropoli tira un'aria sempre peggiore. “Hanno spaccato i vetri del negozio di scarpe all'angolo, la vetrina del negozio di vestiti, quella della cartoleria e di un altro negozio di scarpe. Una proprietaria era fuori che piangeva e diceva che era la sesta volta che lo cambiava e che piuttosto che pagare se ne sarebbe andata. E' da maggio che va avanti questa storia...”. A parlare è una testimone oculare; il fatto è successo pochi giorni fa nei pressi di Viale Monza.


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Lì vicino, il giorno dopo la spettacolare azione del “killer dell'aperitivo”, c'è stata una sparatoria tra due macchine in pieno giorno. Un episodio che non ha nulla a che fare con i precedenti, ma che è sintomatico di una situazione che progressivamente sta degenerando. Elicotteri, polizia... A preoccupare non è solo il moltiplicarsi degli episodi di violenza, quanto piuttosto l'assenza di risposte da parte della giunta Pisapia, che pure aveva generato tante speranze di discontinuità e rinnovamento dopo oltre vent'anni di destra al governo della città. O meglio, una risposta è arrivata ed è quasi indistinguibile da quella delle precedenti amministrazioni: elicotteri, polizia e carabinieri a cavallo a fare controlli a tappeto nei parchi e in zona. Una profusione di uomini e mezzi degna di miglior causa e che non risolve affatto il problema quotidiano delle persone. Le squadre anti-immigrati La spettacolarizzazione della questione sicurezza risponde solo a un'esigenza di immagine politica e al contempo denuncia la subalternità culturale di un'amministrazione che ha confermato fiducia al comandante della Polizia Locale nominato dall'ex vicesindaco Riccardo De Corato. Quel Tullio Mastrangelo che si è di-

stinto per i rapporti con Giuliano Tavaroli (scandalo intercettazioni Telecom), per la creazione di squadre specializzate come quelle che in borghese davano la caccia ai pericolosissimi “vu comprà” e agli immigrati clandestini o quella specializzata nello sgombero dei campi Rom, insignita addirittura con la massima onoreficenza civica (l'Ambrogino d'oro). E Mastrangelo continua a guidare la polizia locale nonostante pochi mesi fa abbia cercato di “coprire” uno dei suoi ragazzi che ha sparato e ucciso un uomo disarmato al Parco Lambro. Il sistema Formigoni Ciò che non si vede è proprio l'attenzione per le persone, per il territorio, manca ancora l'intervento sul disagio abitativo che in tanti quartieri genera situazioni esplosive. Alle politiche sociali finora è andato poco e nulla, mentre di lavoro non ce n'è e in tanti si arrangiano come possono. Se la questione sicurezza è inscindibile dalla questione sociale, è facile prevedere che di mese in mese andrà sempre peggio e reati e violenze cresceranno. Un tema questo che ai milanesi sta più cuore della quotazione in Borsa degli aeroporti, ma rispetto al quale la politica – a destra come a sinistra - è incapace di fornire risposte nuove, innovative. Mancanza di coraggio o mancanza di idee? Basta allargare l'orizzonte alla Regio-

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“Si spera solo nell'effetto-domino del caso Polverini”

ne, al sistema Formigoni, per capire come nessuno in questi anni si sia messo davvero in gioco, proponendo un'alternativa e dando battaglia e anche oggi – con una giunta regionale screditata e un governatore sotto inchiesta – nessuno si azzarda a dare la spallata finale, a farlo cadere. E' un raffinato, machiavellico, calcolo politico o il terrore di perdere posti di governo e di sottogoverno, rendite e fette di potere accumulate in questi anni? La risposta a questa domanda non può essere univoca, ma è evidente che se la sfida non viene raccolta ora, se non si lavora per smantellare il sistema Formigoni, se gli oppositori si crogiolano all'opposizione facendo calcoli elettorali anziché elaborare proposte credibili e alternative, allora vi è forse una complice inadeguatezza, brodo di coltura ideale per personaggi alla Filippo Penati. E dov'è più la “rivoluzione”? Lo scorso anno la “rivoluzione arancione” aveva portato una ventata di ottimismo in città e ha fatto riscoprire l'impegno e la passione civica e politica a tante persone e a tantissimi giovani. Dopo un anno e mezzo la sensazione è che solo un eventuale effetto domino innescato dalle dimissioni di Renata Polverini dalla presidenza della Regione Lazio potrebbe spodestare Formigoni dal piedistallo. E per una città che ce l'ha messa tutta per cercare di cambiare registro, non è un bel pensiero.


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Antimafia

Giovani, impresa e legalità: una ricetta anticrisi Cinque giorni di formazione in un bene confiscato per parlare di sviluppo, economia cooperativa e giovani. «Qui pratichiamo il sogno di una Sicilia senza mafie» di Liberainformazione

In piena crisi economica, a Naro, in provincia di Agrigento, cinquanta giovani studiano per cinque giorni come fare rete per costruire comunità imprenditoriali, con le migliori energie e competenze. Ha la voce emozionata, Umberto Di Maggio, coordinatore di Libera in Sicilia a poche ore dall'inizio della prima edizione di “GIA-Giovani Imprenditoria ed Innovazione" la Summer School che si è svolta a Naro (Agrigento) fino a venerdì 21 settembre, nella base scout "Saetta" sorta su un terreno confiscato alla mafia,

in contrada Robadao. Si E' stata un' occasione di formazione ma è anche molto altro. «Questo momento di formazione – dichiara Libera - ha al centro i giovani, l'imprenditoria e l'innovazione. O meglio i processi di innovazione». «Qui pratichiamo il sogno di una Sicilia senza mafie e corruzione» - ha dichiarato Di Maggio all'inizio dei lavori. Questa Summer School si inserisce nel solco della memoria del magistrato Rosario Livatino e di tutte le vittime delle mafie che hanno sacrificato la propria vita per una società migliore ed è volta ad innovare il territorio e diffondere l'imprenditorialità tra i giovani, tenendo a mente che il riutilizzo sociale dei beni confiscati è un'opportunità di sviluppo». Dedicato a Livatino «Cinque giorni di formazione, con esperti del settore, dichiarano gli organizzatori che nasce con l'obiettivo di “liberare le potenzialità legate alla cultura, all'ambiente, alle tradizioni di un territorio significa contribuire al suo sviluppo ed alla sua crescita civile ed economica, alla sua educazione nel senso etimologico del termine». Ripartire, in sostanza, dalle potenzialità imprenditoriali dei giovani, creare le condizioni perché possano fare rete fra loro e far nascere un sistema imprenditoriale che non sia individuale ma colletti-

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vo. «E' vero si tratta di un corso di formazione – continua Di Maggio – ma il vero risultato potremo misurarlo solo a partire dal giorno dopo. L'obiettivo infatti è di mettere in rete le energie, le teste, i progetti e i sogni dei partecipanti a questa prima edizione. E che insieme possano creare, finito il corso, quelle che chiamiamo comunità imprenditoriali». Fare rete, puntando sul merito e sulle competenze. Non solo tecnologia E ancora, ci spiega Di Maggio «sembra paradossale ma nella scelta della parola innovazione non abbiamo voluto solo guardare alla tecnologia e alle migliori prassi per sviluppare aziende, abbiamo pensato proprio ai processi di innovazione che in Sicilia spesso equivalgono con semplicità e efficacia alla pratica della legalità». La legalità è innovazione per questa terra. La risposta alla crisi economica, ripartire da legalità e giovani. In una regione a rischio default, GIA dimostra che se le casse della regione sono in crisi, non lo sono ancora le idee e la voglia dei giovani di rimettere in moto l'economia, attraverso una nuova idea di impresa e di comunità. «L'impresa è ardua e in salita – commenta Di Maggio – ma non abbiamo altra scelta davanti a noi che provarci con tutte le energie possibili».


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Mediterraneo

2500 annegati l'anno e ne cancelliamo anche i nomi La strage degli emigranti e i silenzi dei politici. Muoiono anonimamente, ai parenti è negato anche conoscerne i nomi di Anna Bucca Arci Sicilia

Sono trascorse poco più di tre settimane dall’ultimo naufragio nel canale di Sicilia, ancora una volta vicino alle coste di Lampedusa, e la notizia sembra essere stata ingoiata dal nulla. Il 7 settembre sono state tratte in salvo 56 persone e recuperati due cadaveri: sul resto una nebulosa. Il resto però non è un fatto tecnico ma un numero imprecisato di persone, tra 40 e 80 che secondo i racconti dei sopravvissuti sarebbero annegate vicino all’isola di Lampione, uomini e donne di cui si è persa ogni traccia e negli ultimi giorni anche la memoria. In realtà facevano già parte delle statistiche nei giorni appena successivi al naufragio. Un numero imprecisato di dispersi/ morti, che è andato ad aggiungersi ad un numero purtroppo ben definito, fatto di quelle più di 18.000 vite finite nel canale di Sicilia, nel corso degli ultimi 20 anni, nel tentativo disperato di percorrere una rotta che li portasse verso la libertà. Questi ultimi dispersi in realtà sembra che non costituissero motivo né di preoccupazione né di apprensione quasi per nessuno, almeno in Italia.

Tanto che per provare a mettere in movimento la situazione per avere qualche notizia in più, è stato necessario l’intervento del governo tunisino che attraverso alcune missioni a Lampedusa e il sostegno dell’amministrazione comunale e di qualche realtà locale è riuscito ad ottenere i nomi dei sopravvissuti e per esclusione, anche i nomi di chi non ce l’ha fatta. Le famiglie delle persone partite dai porti tunisini protestavano e chiedevano informazioni, nella speranza di vedere nella lista dei sopravvissuti il nome del proprio parente. Ventimila vittime delle frontiere Nel canale di Sicilia, nel Mediterraneo, lungo tutte le frontiere dell’Europa sono morte più di 18500 persone dal 1988. 2500 solo nel corso del 2011, secondo i dati di Gabriele del Grande che da anni monitora e denuncia la situazione lungo le frontiere. A Lampedusa, in Turchia, a Cipro, in Libia, in Grecia, a Malta. E tutte volte la stessa storia, la rapidità di un passaggio televisivo finchè la cosa fa notizia e poi il silenzio. Quest’ultima volta però anche il governo provvisorio tunisino ha avuto un sussulto di dignità e si è mosso, probabilmente spinto dal

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lavoro che da anni fanno le associazioni che si occupano di tutela e diritti dei migranti e che nel 2011 hanno seguito il percorso delle madri e dei genitori dei ragazzi tunisini dispersi a marzo, forse arrivati, forse mai arrivati. L'indifferenza dell'Italia Davanti all’indifferenza dell’Italia, al disinteresse della classe politica nell’occuparsi della cosa, è stato posto un problema - sapere la lista delle persone arrivate vive in Italia -, subito dopo che una richiesta del genere era giunta dal Forum Tunisino dei diritti Economici e Sociali. Un’informazione civile, normale, di base, alla cui necessità però dall’Italia, dal centro immigrati di Lampedusa che da qualche mese ha ricominciato ad operare, non si era prestata attenzione. Come se le persone fossero solo numeri e non storie, vite, affetti. Ma queste sono immigrati, stranieri, persino “irregolari”o “clandestini” come molta stampa li etichetta quasi a ridurre l’entità del problema. E quindi contano meno. Ancora per quanto potremo permetterci e permettere alla politica di voltarsi dall’altra parte?


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Italia

Caste o istituzioni? La nostra antica diffidenza verso le istituzioni si somma a un'etica politica sempre più degradata. Gli episodi di malcostume si moltiplicano ogni giorno. E così rischiamo di smarrire il concetto stesso di rappresentanza di Giancarla Codrignani Un reperto d'archivio del 15 settembre 1947 riferisce che "terminata la seduta pubblica, l'Assemblea Costituente si è riunita in Comitato segreto. Discussione per decidere l'indennità parlamentare e quella di presenza. E' stata fissata in lire 45.000 per ogni onorevole e in lire 1.500 di indennità di presenza per ogni giorno di seduta per i residente in Roma e lire 3.000 per i residenti fuori Roma". La nota fa poi riferimento alla paga operaia del tempo (20.000 lire) e impiegatizia media (30.000 lire) e ricorda che "La Domenica del Corriere costa 12 lire e un kg. di zucchero 300 lire, di carne 2.000". L'Italia del dopoguerra La guerra è da poco finita, l'Italia è un paese distrutto dalla miseria e dai bombardamenti, l'antifascismo e la lotta di liberazione hanno dato fondamento alla Repubblica. Sono ricominciati i contrasti politici tra i partiti e quell'isola miracolosa di confronto costruttivo che è la Costituente ha iniziato i lavori. Sono tempi lontani che la maggior parte del paese studia a scuola (sperando che tutte le

scuole facciano storia "contemporanea" senza fermarsi alla prima guerra mondiale) e che si fa fatica a ripensare. Anche se leggiamo la cronaca che il presidente Scalfaro ha lasciato del suo viaggio per raggiungere Montecitorio, la lunghezza del percorso, la qualità del treno in seconda classe, lo spaesamento nel "Palazzo", non riusciamo a realizzare la distanza che ci divide. Sarebbe invece facile domandarsi se quella riunione "riservata" ha aperto la via di privilegi oggi condannati dal paese. Di chi sono le istituzioni Credo importante fare il punto di una situazione che sta producendo danno al popolo sovrano spesso orientato - temo non a caso - a demolire le istituzioni rappresentative, che sono "sue". Forse noi italiani abbiamo una storia così recente da non averci consentito di avere tutti un "senso dello Stato" positivo. Sembra sempre che abbiamo a che fare con le istituzioni - dal Parlamento alla scuola come se fossero le guardie regie. Personalmente sono preoccupata perché,

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l'accanimento con cui vengono censurati i "privilegi" di una sola delle "caste" che abitano l'Italia, potrebbe facilitare il passaggio delle cariche pubbliche nelle mani dei più abbienti. Di chi sono le istituzioni Vivendo in una città in cui si sono già sperimentate alcune "primarie", ho visto dei bravi giovani, desiderosi di misurarsi con una politica circoscrizionale nuova, far conoscere la loro volontà di esserci e le loro proposte con un paio di aperitivi e una cena per gli amici del quartiere. Poca cosa, ma se dovesse farsi un'immagine un giovane precario in lista per le elezioni politiche e non fosse un premio Nobel conosciuto da tutti, ma dovesse confrontarsi con campagne elettorali costose (la presidente-della RegioneLazio-che-preferisco-non-nominare ha detto di aver speso 6 milioni), temo che verrebbe escluso. O si escluderebbe, perché (ho detto un precario) anche se riuscisse, non avrebbe sicurezza (se si tornerà al proporzionale, non è detto che la legislatura durerebbe 5 anni).


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“Era nata povera, la Repubblica. Povera e onesta”

Allora, i Costituenti decisero per se stessi (poi uscirà l'art.69 della Costituzione) di avere un'indennità (che non significa stipendio) e il Parlamento - con la legge 1261 del 1965 - stabilì che non superasse il trattamento del penultimo livello della Magistratura. Ancor oggi la base teorica è rimasta di 5.246,54 euro, che più o meno rispetta la proporzione con la cifra decisa dai Costituenti, ma che non corrisponde al trattamento di un Presidente di Cassazione (circa 294.000 annui); per questo i cambiamenti sono andati in deregulation e oggi diventa difficile distinguere fra diarie e rimborsi legittimi o privilegi da casta (che ovviamente andrebbero eliminati). Un mestiere come un altro? Il vitalizio (anche questo termine era indicativo di una funzione specifica) è, dopo le critiche recenti, diventato una "pensione" (il che significa che quella di parlamentare sta diventando un mestiere come un altro). Forse è giusto così, ma allora il legislatore che fa le leggi ed è ancora commisurato con il magistrato che le applica, potrebbe essere equiparato ad un manager, i cui emolumenti di casta sono ben più onerosi per la società. Alcune critiche investono gli assistenti (portaborse). Chi fosse stato in Parlamento prima degli '80, se pensava che rappresentare il paese non significava scrivere lettere e attaccare francobolli, trovava qualche collaborazione "in nero"

Quando se ne riconobbe il diritto (e davvero la complessità dei problemi via via crescenti ne comporta la necessità), la Camera caricò lo stipendio del segretario sull'indennità parlamentare e così incominciò la serie degli impieghi ad amanti o zii o ad apparati di partito. La contorta storia degli abusi Oggi ci si è finalmente decisi alla trasparenza e le assunzioni le fa la Camera con contratti a termine, cosa che non era possibile quando c'era il rischio di perdita del lavoro per elezioni anticipate, Gli abusi talvolta hanno una loro storia contorta. E' ovvio che io ritengo non democratico non aver provveduto per tempo a dare il massimo di trasparenza ai bilanci di Camera e Senato: non importa se qualche milione in meno non avrebbe dato grandi benefici alternativi, perché ci sono questioni di assoluto principio e le istituzioni non possono decadere in dignità. Non esistono giustificazioni neppure per il costume italico, quello per il quale all'estero siamo, quando ci va bene, derisi. Non è questione di indulgenza, ma quando le cose erano inconfrontabili con il malcostume indotto da vent'anni di berlusconismo e di grandi fratelli (pensiamo solo al degrado del linguaggio nelle istituzioni), l'etica politica stava già con un piede sul piano inclinato. Clientelismo e raccomandazioni, le pensioni di falsa invalidità erano prassi elettorale democristiana e nelle missioni

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all'estero c'era chi, se per caso restava una serata per un teatro, voleva caricare il biglietto sulle spese istituzionali. Cose da poco, su cui c'è chi ha fatto mangiatoie e corruzioni. Il senso della rappresentanza Oggi, proprio perché sono molto preoccupata che si stia perdendo il senso della rappresentanza e, quindi, del voto (per conquistare il quale tanti sono morti), vorrei che ci fosse - soprattutto da parte dei giovani - voglia di capire che cosa si fa quando si va a dare un voto a una lista o a una persona (ovvio che ci vuole un'altra legge elettorale, ma per ora in Parlamento deve avere il voto del PdL) e che cosa deve e può fare chi viene "eletto", cioè "scelto per rappresentarmi". Imparando anche dai limiti ineliminabili nel confronto tra parti diverse (che, da noi, non si uniscono mai), ma esigendo che chi mi rappresenta mi dia modo di esercitare un controllo, di sapere che cosa fa davvero: oggi non conosciamo altro che quello che fa rumore. Ma davvero “sono tutti uguali”? Ma non si può andare avanti pensando che sono tutti uguali: c'è il rischio che, per il disgusto dei peggiori (pur liberamente votati dalla maggioranza del popolo) si rinunci a ridare dignità alle istituzioni. Cioè a noi stessi.


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All'Università di Catania...

Mi laureo in Propaganda Elezioni regionali, la candidata Udc si fa pubblicità tramite l’università. La Procura apre un’inchiesta di Leandro Perrotta www.Ctzen.it

Sono stati migliaia gli iscritti all'Università di Catania a ricevere, lunedì 17 settembre, la mail elettorale in cui un giovane, tale Daniele Di Maria, invitava a votare Maria Elena Grassi, dirigente scolastico dell'istituto secondario Lucia Mangano di Acireale, candidata alle prossime regionali in Sicilia per l'Udc, partito che sostiene Rosario Crocetta insieme al Pd. Una email non richiesta, classico spam elettorale. Solo che questa volta è stata inviata dai server dell'Università di Catania come è ben visibile nel codice della email. Parte il tam-tam sui social network, e la Grassi, sentita telefonicamente sembra sorpresa. Ma si scusa: «i miei sostenitori», sostiene la ormai ex candidata, ritiratasi dalla competizione elettorale proprio a seguito di questo scandalo, «hanno fatto tutto da sé, non ne sapevo nulla, e mi scuso con chi ha ricevuto la mail non richiesta».

Peccato che Daniele Di Maria non sia solo un semplice ammiratore, ma il figlio della Grassi, come scoprono ben presto i ragazzi del Movimento studentesco catanese visitando i locali del Rettorato martedì 18. Le stanze sono piene di santini elettorali della professoressa. Del resto proprio a fianco del rettore Antonino Recca, ex coordinatore regionale del partito della Grassi, lavora Nino Di Maria, marito della Grassi e padre dello «studente» Daniele. Alcuni studenti denunciano il fatto alla polizia postale e chiedono spiegazioni all'Ateneo, che tuttavia tace. A parlare invece è nuovamente Daniele Di Maria, il figlio della candidata. E lo fa ancora una volta via email. Si difende puntando sulla libertà del web, ma non evita di allegare anche in questo caso il santino elettorale della madre. Il rettore: “Una ragazzata” Come abbia fatto Daniele Di Maria a utilizzare gli indirizzi email dell'Ateneo è oggetto di una indagine della Procura di Catania. Il sostituto procuratore Michelangelo Patané ha infatti iscritto Di Maria nel registro degli indagati per violazione della legge sulla privacy, un'imputazione che potrebbe costargli il carcere da tre mesi a tre anni L'uso del database dell'università per inviare gli indirizzi sembra tutto fuorché una «ragazzata», definizione usata dal rettore Antonino Recca per archiviare la vicenda. Recca minimizza, si giustifica nascondendosi dietro errate considerazioni tecniche. Ma in realtà la sua difesa fa acqua da tutte le parti. «Chi si collega dall'ateneo, anche da

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rete wireless, utilizza i nostri server di posta», spiega Recca in una email inviata ai docenti il giorno successivo allo scoppio del Mailgate. Un’eventualità facilmente smentita dal codice della email che, esaminato da un utente mediamente esperto, mostra chiaramente che il ragazzo non era fisicamente collegato alla rete dell'Università, ma aveva solo usufruito del server email per inviare il messaggio a gran parte degli oltre 50 mila iscritti all'Università di Catania. Con tanto di autorizzazione Qualcuno all’interno dell’Università, insomma, ha abilitato l’indirizzo email di Di Maria figlio, garantendogli l’accesso all’intero archivio di contatti dell’ateneo. Ipotesi confermata da fonti interne all'Ateneo e che apre un quadro preoccupante. Perché le normali prassi amministrative di Unict prevedono moduli da riempire e permessi a tempo anche solo per inviare una mail tra gli uffici. E da quando è in vigore il nuovo statuto che centralizza i poteri del rettore «tutte le comunicazioni passano per l'amministrazione centrale», come conferma un docente. Era dunque impossibile inviare l’email, se non con l'intervento dei tecnici d'Ateneo, autorizzati normalmente proprio dall'amministrazione o dal Rettorato. Lo stesso posto dove lavora il padre di Di Maria, marito dell’ex candidata Udc Maria Elena Grassi. «Nessuno ha avuto accesso ai dati degli studenti», dichiara Lucio Maggio, direttore amministrativo dell'Università di Catania. Una risposta che non esclude altre imputazioni.


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“Chiudono la web tv degli studenti e aprono quella del fratello del rettore...”

Il rettore Antonino Recca.

«E’ un caso di scuola, tanto che è stato oggetto di parere all’ultimo esame di avvocatura - spiega Luca Caldarella, procuratore legale - Un carabiniere che, sfruttando la sua posizione, accedeva all’anagrafe per individuare potenziali patentati per l’autoscuola di sua moglie al fine di inoltrare materiale pubblicitario». Funzionari coinvolti? Se si accertasse la responsabilità di un funzionario dell’università, potrebbe scattare l’accusa di abuso d’ufficio, punito, ricorda Caldarella, «con la reclusione da sei mesi a tre anni e il licenziamento». La polizia postale di Catania, su ordine della Procura, starebbe indagando proprio in questa direzione.

In attesa della verità giudiziaria, il Movimento studentesco catanese chiede di «conoscere le responsabilità del Rettore nella vicenda», mentre l'associazione Arché pone pubblicamente cinque domande a Recca. Una su tutte: «Maria Elena Grassi è la sua candidata?». In realtà la Grassi è ormai un’ex candidata, visto che il giorno dopo la notizia dell'avvio delle indagini, ha annunciato il suo ritiro. «Le polemiche di questi giorni – comunica – mi inducono a ritirarmi dalla imminente campagna elettorale e a continuare a prestare il mio servizio nel mondo della scuola». Secondo la segreteria provinciale dell'Udc si è trattato di «una decisione autonoma». Ma, come spiega un avvocato penalista

ATENEO DI FAMIGLIA

WEB TV DA 370MILA EURO E IL PRIMO CONTRATTO VA AL FRATELLO DEL RETTORE Email elettorali dai server dell'Ateneo, concorsi per docenti truccati. E quello strano bando per la nuova web tv dell’Università. I docenti del Coordinamento unico d'Ateneo hanno ormai ribattezzato Unict con il termine «Universilandia». L'ultimo episodio vede infatti il rettore Antonino Recca, figlio dell'imprenditore televisivo Pippo Recca, fondatore della tv Teletna, varare un bando da 370 mila euro per una «web tv». Sono richieste attrezzature di altissimo livello, per uno studio totalmente in HD. Una spesa praticamente inaccessibile a qualsiasi professionista. La tv, però vanta già i suoi primi tre assunti. Tra questi spicca il fratello del rettore, Severino Recca, designato capo della nuova televisione dell’Università. La procedura, fanno sapere dall’ufficio stampa di Palazzo centrale, è avvenuta lo scorso maggio con modalità «comparativa».

- che preferisce restare anonimo - «il ritiro della candidatura servirà a salvaguardare il figlio Daniele Di Maria, nel caso si accertasse il reato di violazione della privacy, e il padre nel caso di una imputazione per abuso di ufficio». Lei intanto s'è ritirata Secondo il legale, venendo meno lo scopo dell'invio della email, ovvero la promozione della candidatura, cade anche il vantaggio derivante dall'occupazione di una determinata posizione all'interno dell'amministrazione. Il caso del Mailgate, dunque, potrebbe essere archiviato senza mai arrivare a un processo.

Assieme a Severino Recca – che si occuperà della produzione e che è entrato in servizio già dal primo settembre – sono stati selezionati Rosaria Macauda per il palinsesto e Christian Bonatesta che si occuperà della regia. Per stoppare le polemiche, esplose quasi subito dopo l'annuncio del contratto famigliare, l'Ateneo ha fatto sapere che «Severino Recca rinuncerà al compenso». na decisione che vale 18mila euro, a tanto ammonta il compenso annuo. Intanto è già a lavoro per mantenere le promesse fatte dal fratello rettore: «arricchire il bouquet di strumenti di comunicazione di cui l’Università etnea è già dotata grazie al Bollettino d’Ateneo e Radio Zammù». Peccato che la voglia di rimpolpare il bouquet non sia passata nella testa del rettore quando c’era da sostenere Step1, il periodico telematico della Facoltà di Lingue che negli anni aveva riscosso premi e consensi a Catania e in giro per l’Italia, e che è stato spinto fuori dall’Università. Una voce troppo poco istituzionale. Molto meglio una web tv a gestione famigliare. L.P.

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Sicilia

LE INCHIESTE

“Si Marsala avissi 'u portu... Perché il porto nuovo non si fa? Chi dice per colpa della poseidonia (una rara alga protetta), chi per colpa dei politici. Vediamo... di Francesco Appari e Giacomo Di Girolamo www.marsala.it

“Si Marsala avissi 'u portu - dice un proverbio locale - Trapani fussi mortu”: il proverbio non sintetizzare soltanto, in maniera campanilistica, la rivalità con la vicina Trapani, ma anche il fatto che, a Marsala, il porto è sostanzialmente nelle stesse condizioni di come lo lasciò Garibaldi quando vi sbarcò 152 anni fa. Non ce n’è più. Giusto poco tempo fa il tetto di un vecchio capannone è crollato. Ogni tanto il mare decide di portare con sé un pezzo del molo principale. Di grandi navi, qui, non se ne vedono da parecchio. I fondali ormai sono troppo bassi. E i pescatori non sanno più dove ormeggiare i pescherecci. Insomma, a Marsala è da decenni che si parla del nuovo porto. Niente. In compenso c’è un sindaco nuovo, Giulia Adamo, ex capogruppo Udc all’Ars. Durante la campagna elettorale ha fatto tante promesse, come tutti. Tra tutte, quella di realizzare il porto nuovo, con i soldi pubblici, e senza darlo in concessione ai privati.

Già, perché da qualche anno una società privata, la Myr, ha deciso di investire sul porto. Conferenze di servizi, riunioni con la precedente amministrazione, ricorsi al Tar. La Myr in accordo col Comune, seguendo la legge Burlando, può risanare il porticciolo turistico e mettere in sicurezza il molo principale. Tutto nero su bianco. La Myr appartiene a Massimo Ombra, fratello di Salvatore. Quella degli Ombra è una delle famiglie di imprenditori più attive sul territorio. Salvatore Ombra nelle ultime amministrative è stato l’avversario principale di Giulia Adamo. Una campagna elettorale al vetriolo: denunce, querele, porto pubblico o porto privato. Perché secondo Giulia Adamo per il porto c’è già un progetto alla Regione. Lo ripete in campagna elettorale: “la Regione ha un mare di soldi, c’è progetto da 50 milioni di euro, perché lasciarlo in mano ai privati?”. La Regione è piena di quattrini. Un mare di soldi. E il mare davanti al porto è pieno di posidonia. Nell’ecosistema del Mar Mediterraneo la posidonia è una specie protetta, perché libera ossigeno nel mare, offre riparo ai pesci, consolida il fondale, previene l’erosione costiera, smorza le mareggiate. Per il sindaco Adamo questa posidonia è un’erbetta, eppure questa “erbetta” è protetta dalla legge. Nel mare dove c’è la posidonia non si può far nulla. Un'alga che arriva in Procura Questa “erbetta” è un’alga lunga, lunghissima. Che ha anche un filo ideale. Comincia davanti al porto di Marsala, ed arriva dritta dritta in Procura. Fino a poco tempo fa esisteva un progetto per la costruzione di una diga antemurale per la messa in sicurezza del porto di Marsala. Costo: 14 milioni di euro. Una barriera da collocare davanti all’imboccatura del porto. Alla Regione però fanno la mappatura del mare

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antistante al porto, e scoprono che c’è tanta posidonia. Quindi la diga non si può fare: cade tutta sulla posidonia. Bisogna cambiare progetto. Dato che il Comune di Marsala ha nel frattempo attivato la procedura per la creazione dell’area portuale, con il contestuale affidamento ai privati, viene chiesto alla società aggiudicataria, la Myr, di pensarci loro alla sicurezza del porto. Alla Myr questo costerebbe 12 milioni di euro. Però forse ne vale la pena: meglio intervenire subito per fare un’opera senza la quale il porto non si può costruire, che aspettare i tempi morti della Regione, che dovrebbe rifare il progetto. Conflitto d'interesse E invece la Regione non sta ferma. Nel 2010, in parallelo al Comune di Marsala, per la realizzazione del porto si muove anche la Regione Siciliana, tramite un interessamento diretto di Giulia Adamo, deputato all’Ars. È lei stessa che annuncia che è stata affidata la progettazione della messa in sicurezza del porto direttamente al capo del Genio Civile delle Opere Marittime, l’ingegnere Pietro Viviano. “Così risparmiamo un sacco di soldi e non diamo il porto ai privati” dice Giulia Adamo. Dimentica di dire alcune cose. Nell’ ordine: il progetto pubblico della Regione costa 50 milioni di euro, non i 12 milioni che costerebbe ai privati, né i 14 del primo progetto. E sono soldi pubblici. Viviano, poi, è capo di un ente che in quel momento sta valutando un progetto, quello dei privati, che è incompatibile con il progetto che sta redigendo. C’è un bel conflitto di interesse. Viviano, inoltre, è un fedelissimo di Giulia Adamo, è stato anche suo consulente ai tempi in cui il sindaco era Presidente della Provincia. Chi progetta e dirige l’opera in questione si prende il 2% circa di onorario. Su 50 milioni di euro, è un bel gruzzolo.


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“Tavole non conformi alla mappatura” Il sindaco Addamo e i progettisti

Costa così tanto, il progetto, perché prevede l’allargamento a dismisura dei piazzali. C’è da accontentare un sogno segreto di Giulia Adamo: fare arrivare a Marsala, come già accade nella rivale Trapani, le navi da crociera. A gennaio del 2012 cominciano già i lavori di carotaggio davanti al porto di Marsala. Il progetto pubblico redatto da Viviano viene depositato a fine Aprile. Adamo ne fa materia di campagna elettorale: "Il progetto pubblico è stato analizzato in tutti i dettagli. È esecutivo e cantierabile". Una volta eletta Sindaco, Giulia Adamo decide dunque di sposare il progetto pubblico che lei stessa ha sponsorizzato da deputato regionale. Tant’è che alla conferenza di servizi del 7 Giugno sul progetto privato - che nel frattempo va avanti, in una situazione sempre più grottesca - dal Comune di Marsala non si presenta nessuno. Come dire: questa cosa non ci interessa. Interessa però a Viviano, progettista dell’opera pubblica concorrente ma anche rappresentante del Genio Civile Opere Marittime. È Viviano che dà in quella sede un parere negativo al progetto privato. Il Comune di Marsala continua a spingere sul progetto pubblico. Il Sindaco Adamo, il progettista Viviano e tutti fanno anche una foto di gruppo durante una riunione che segna, dicono ”un ulteriore passo avanti per la messa in sicurezza della struttura portuale”. È tutta una presa in giro però. Perché, mentre Adamo e Viviano si fanno i complimenti a vicenda sul progetto del porto, l’assessorato alle Infrastrutture della Regione Siciliana decide di vederci chiaro. Le due opere, pubblico e privato, sono incompatibili: così non si può andare avanti. All’assessorato acquisiscono i due proget-

ti, spulciano un po’ le carte. E spunta la posidonia. Una società privata, la Prisma, ha fatto la ricognizione dei fondali, e ha disegnato una mappa contrassegnando le zone dove c’è posidonia. Una cartina colorata, roba che piace ai bambini. Dove è verde vuol dire che c’è posidonia e non si può fare nessun tipo di molo o barriera. Il progetto della Regione di qualche anno fa (quello economico, 14 milioni di euro) era stato bocciato perché cadeva tutto sulla posidonia. Ma con grande sorpresa, i tecnici della Regione scoprono che anche il progetto nuovo, quello che costa 50 milioni di euro e redatto da Viviano, poggia sulla posidonia. E la mappa cambiò colore Ma, e qui viene il bello, qualcuno ha cambiato la mappa, e ha fatto diventare la zona vietata di un altro colore, per dire che si può costruire. Il verde diventa marrone. Lì dove la mappa diceva “posidonia”, adesso dice "posidonia morta". Stessa mappa, stesso documento, stessa data, stessa elaborazione: un altro risultato. La posidonia scompare. E il progetto di Viviano (quello pubblico), come per incanto, è fattibile. Magia. O reato. A proposito di reati. A firmare il progetto del porto di Marsala, con l’ingegnere Pietro Viviano, è tale Leonardo Tallo, come direttore tecnico. Tallo è stato arrestato lo scorso 4 Giugno. Da progettista e direttore dei lavori, è coinvolto in un indagine sul cemento depotenziato utilizzato per la costruzione del porto di Balestrate. Ha attestato falsamente, secondo la Procura, i volumi del porto, e non ha vigilato

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sulla qualità dei lavori. Secondo i magistrati, dalla progettazione al collaudo, il porto di Balestrate è tutto un falso, tutto un unico corpo di reato. Ma torniamo a Marsala. La parola fine al progetto pubblico la mette proprio l’Assessorato alle Infrastrutture. Che si accorge dell’anomalia e manda tutte le carte alla Procura di Trapani. Ma il procuratore Capo, Marcello Viola, le carte ce le ha già. La polizia giudiziaria ha fatto un blitz ed ha acquisito tutti i faldoni della progettazione del porto di Marsala il 30 luglio. Sempre l’Assessorato, dal canto suo, lo scorso 10 Agosto scrive all’Ingegnere Viviano ed al Genio Civile di Trapani: il progetto pubblico si basa su una documentazione falsa. In burocratese si parla, elegantemente, di “difformità tra gli elaborati”. “Le tavole non sono conformi alla mappatura della posidonia elaborata dalla ditta Prisma”. Ancora: “c’è una vasta prateria di Posidonia oceanica nei fondali sui quali dovrebbe insistere la diga antemurale” del progetto tanto caro al Sindaco Adamo. E c’è ancora un altro fatto singolare in questa vicenda. Si viene infatti a scoprire che il progetto pubblico, quello di Viviano sponsorizzato da Adamo, vede per la prima volta la luce non in una conferenza pubblica, ma nello studio del consigliere comunale Antonio Provenzano, pupillo del sindaco Adamo, davanti ad altri consiglieri. A che titolo non si sa. La storia delle carte false è una bomba. Il sindaco Adamo urla al complotto e non chiarisce la faccenda. Parla di sterili polemiche, e non manca l’attacco alla stampa. Fatto sta che il progetto del porto pubblico è praticamente morto, materia per la Procura.


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Il mestiere di giornalista di Lello Bonaccorso

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Sicilia/ Falcone “colonia di mafia”

Inchieste,silenzi e grida “Un’infamia!” grida il sindaco: e querela l'autore dell'inchiesta. Poi travolto dalle polemiche (e dall'ondata di solidarietà col cronista) ripiega su una lettera aperta “per difendere il buon nome del paese” di Carmelo Catania

Ma che sta succedendo a Falcone, piccolo centro incastonato tra mare e colline in provincia di Messina? L’attuale sindaco (al secondo mandato), l’avvocato Santino Cirella, lo definisce un paradiso di cui andare fieri. «Meravigliose spiagge di finissima sabbia dorata, impareggiabile mare di un verde cristallino, gente laboriosa che respira aria di libertà, di serenità e spensieratezza». Sembrerebbe proprio un bel posto, e non solo per andarci in vacanza , ma anche per viverci e decidere di metter su famiglia. Ma gli avvenimenti delle ultime settimane gettano più di un’ombra sull’isola felice di Santino Cirella. Consiglieri nel mirino La storia, finora rimasta in sordina, era in realtà iniziata il 3 agosto dello scorso anno, quando i consiglieri di minoranza del gruppo Rinascita Falconese, avevano denunciato ‒ in un documento pubblico inviato anche al prefetto e al ministro de-

gli Interni ‒ come da alcune indagini portate avanti dalla procura antimafia di Messina fosse emerso il sospetto di un condizionamento dell’esito delle ultime amministrative e di possibili intrecci tra mafia, imprenditoria e politica. Per questa loro denuncia sono stati querelati da sindaco, giunta e consiglieri di maggioranza e sono stati rinviati a giudizio il 26 novembre prossimo davanti al Tribunale di Patti. Ad agosto su I Siciliani giovani esce l’inchiesta di Antonio Mazzeo Falcone colonia di mafia fra Tindari e Barcellona che nel ripercorrere il “romanzo criminale” di questo lembo di provincia babba riprende anche i fatti denunciati da Rinascita Falconese. Querele, “lettere aperte”... Apriti cielo! Prima la minaccia di una querela (un’altra?), decisa ‒ nel ristretto ambito della giunta ‒ dal sindaco e tre assessori, poi – dopo le polemiche - una lunga lettera del sindaco Cirella, per “rispondere” all’inchiesta “smentendone” i contenuti e accusando i suoi oppositori politici di voler «agguantare il potere per altre impraticabili vie». Intanto il segretario comunale di Falcone, la dottoressa Francesca Micali, in una lettera al nostro giornale precisa che il suo compito istituzionale è solo quello «di assistenza giuridico-amministrativa nei confronti degli organi del comune» i quali «esprimono collegialmente la loro volontà per la quale non è ammessa alcuna censura che non sia strettamente giuridica» e pertanto nell’espletamento di tale compito non ne «diventa complice». Qualcuno la legge come una presa di distanza. Dimissioni imminenti Nessuna presa di posizione ufficiale finora invece da parte del gruppo di minoranza, anche se sono si parla di un’imminente remissione del mandato. I consiglie-

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ri Giuseppe Barresi, Monica La Macchia , Santo Mancuso, Carmelo Paratore e Filippo Paratore ‒ che avrebbero già in tasca la lettera di dimissioni ‒ e l’ex candidato sindaco Marco Filiti hanno chiesto di poter incontrare il prefetto Francesco Alecci, per sottoporre alla sua attenzione il problema politico-istituzionale di Falcone. C’è realmente questo problema? Ha ragione l’eurodeputato Rita Borsellino quando definisce preoccupante la situazione di Falcone in cui «il rischio di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata è altissimo, come emerge da recenti indagini della magistratura»? I precedenti Nel 2009 è stato sciolto per condizionamento mafioso il vicino comune di Furnari, qualche anno prima (2005) era stato sciolto per lo stesso motivo quello di Terme Vigliatore, anche Barcellona Pozzo di Gotto è arrivata vicina al drastico provvedimento, nonostante le risultanze di ben due commissioni prefettizie d’inchiesta, ex sindaci e funzionari comunali del comprensorio sono attualmente inquisiti ‒ alcuni addirittura arrestati, processati e condannati ‒ per concorso esterno. In alto: S.Anna, sul percorso dell'alluvione.


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Sicilia/ Emergenza idrica e grandi affari

L'acqua salata dei siciliani «Privatizzare l'acqua, no» dice la Corte Costituzionale. Intanto il carrozzone regionale delle acque crolla sotto il peso dei debiti e i sindaci si preparano all'emergenza di Carmelo Catania

Lo scippo Prima Berlusconi e poi Monti hanno cercato di cancellare il risultato del referendum inserendo nei “pacchetti antispread" una norma che a parole era un adeguamento dei servizi pubblici locali, e in realtà era un “copia e incolla” della legge Ronchi-Fitto appena abrogata dalla volontà popolare (art. 23 bis del d.l. 112/2008). Uno scippo. Ma il ricorso delle Regioni Puglia, Lazio, Marche, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna ha fatto intervenire la Corte Costituzionale, che con la sentenza n. 199 del 12 luglio ha dichiarato incostituzionale la norma (art. 4 del d.l. n. 138/2011, così come ripreso e modificato dal successivo intervento del “decreto salva Italia”) che obbligava i comuni a privatizzare i servizi pubblici locali. “Rispettate la Costituzione!”

Tutto ha un prezzo e tutto si vende, e l'acqua come il resto. Serve per vivere? Che importa. Aumenta la domanda, diminuisce la quantità, quindi prezzi alle stelle. Acqua e rifiuti sono i grandi affari del Duemila: delle multiutility e - anche- delle mafie. Appena un’estate fa – il 13 giugno – festeggiavamo la vittoria ai referendum contro l’acqua privata. “Acqua pubblica” e “Acqua Bene Comune”: 26 milioni di ciittadini italiani che sono usciti di casa, hanno preso una scheda, hanno votato "Sì". Un record di democrazia diretta, una vittoria civile. E' passato un anno intero. A che punto siamo?

Il Governo - si legge nella sentenza nel tentativo di reintrodurre la normativa sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali ha violato apertamente l'art. 75 della Costituzione: «A distanza di meno di un mese dalla pubblicazione del decreto dichiarativo dell'avvenuta abrogazione dell'art. 23 bis del d.l. n. 112 del 2008, il Governo è intervenuto nuovamente sulla materia con l'impugnato art. 4, il quale detta una nuova disciplina dei servizi pubblici locali […] che non solo è contraddistinta dalla medesima ratio di quella abrogata, […] ma è anche letteralmente riproduttiva, in buona parte, di svariate disposizioni dell'abrogato art. 23 bis». La Consulta restituisce così il potere di decidere come gestire i servizi pubblici locali ai comuni, che non saranno più ob-

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bligati da una norma di legge a cederne la gestione ai privati. Ciò non vuol dire che privatizzare non sarà più possibile, ma stavolta la decisione sarà solo politica e quei sindaci che dovessero prenderla se ne dovranno assumere tutta la responsabilità. Privatizzazione, a chi conviene? Ma chi tira le fila di queste politiche tendenti a svuotare il pubblico di ogni sua funzione cedendo trasporti, energia, patrimonio pubblico, spiagge, gestione dei rifiuti e anche l'acqua al profitto privato? Nei 26 ambiti idrici territoriali – dei 90 in cui è suddivisa l’Italia – che hanno accettato la privatizzazione attualmente il business dell'acqua è in mano ad una cerchia ristretta di gruppi economici: l’Acea di Roma che, comprandosi l'acqua toscana, controlla buona parte delle risorse e delle reti idriche del centro Italia; l’Iride, frutto della fusione tra la genovese Amga e la torinese Smat; la Hera di Bologna; la lombarda A2A. Tutte società in cui vi è una forte presenza di banche, e di multinazionali, per lo più francesi, che – grazie ad un gioco di fusioni societarie – hanno il controllo la quasi totalità del mercato mondiale. Dal Piemonte... Colossi delle multi-utility come Gdf Suez – presente in Italia attraverso la Electrabel, società di erogazione elettrica che collabora da tempo con la romana Acea – e Veolia Acque – particolarmente attratta dalle risorse idriche del Nord dove opera tramite le filiali Sicea spa (Piemonte), Sap (Liguria) e Sagidep.


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Nelle altre regioni, è proprio il gruppo Veolia a contendere a Gdf consistenti fette di mercato agendo tramite una serie di partnership strategiche. Lo sanno bene i cittadini di Latina ed Aprilia, nel Lazio, dove con la disastrosa gestione di Acqualatina, nella quale la multinazionale francese possiede una significativa partecipazione (49%), sono scattati aumenti del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armati e i carabinieri per staccare i contatori. In Calabria invece, è presente con Sorical, socia di minoranza della Regione, con la quale spartisce (46,5%) – con concessione trentennale – la gestione di tutte le risorse idriche calabresi. Serve 385 comuni, la cui maggioranza non riesce a coprire le tariffe aumentate arbitrariamente del 5% l’anno a partire dal 2007. Aumenti a cui non è corrisposto un miglioramento del servizio, anzi a Reggio quando non è torbida l’acqua che arriva in casa è quella del mare. Proprio a causa dei crediti vantati e non saldati verso le municipalità, l’assemblea dei soci ha deciso di metterla in liquidazione. E in Sicilia? In quella che una volta era la culla della Magna Grecia e che oggi in comune con la Grecia ha soltanto

l’identico rischio default, lo sgretolamento di uno degli ultimi carrozzoni clientelari regionali, l’Ente Acquedotti Siciliani, è l’ennesima fotografia di una Regione al collasso economico. A secco i comuni dell'Eas? Sommerso da una valanga di debiti l’EAS minaccia di lasciare “a secco” i 45 centri isolani che ancora gestisce – pur essendo in “liquidazione” da ormai otto anni. In numerose note inviate ai sindaci dei comuni interessati, i suoi dirigenti hanno comunicato di «non essere più in grado di gestire le reti idriche» – a suo tempo affidate con regolari convenzioni – riferendo, inoltre, di «non poter effettuare gli interventi per la manutenzione delle reti idriche, degli impianti al servizio degli acquedotti, comprese le centrali di sollevamento ed i pozzi». In ragione di questa situazione si «invitano i comuni a sostituirsi all’Ente facendo fronte ad ogni disservizio e/o interruzione del servizio idrico declinando, a tal proposito, ogni responsabilità», pur continuando, ad oggi, ad incassare dai cittadini le somme derivanti dal consumo idrico senza però versare ai comuni convenzionati le quote spettanti ad es. per il canone fognario e la depurazione e non

“Quasi quattrocento comuni a rischio”

espletando i servizi che contrattualmente sarebbero a suo esclusivo carico (riparazioni, manutenzioni, ecc.). Una vera e propria risoluzione unilaterale del contratto che, ovviamente, i comuni convenzionati non accettano, preoccupati sia per l’ulteriore aggravio della loro già precaria situazione finanziaria che comporterebbe il dover sopperire a tutte le mancanze, a partire dalla ordinaria manutenzione delle condutture, sia per le gravi conseguenze che potrebbero verificarsi in particolar modo durante l’estate, quando con il caldo e con l’aumento della popolazione dovuta all’afflusso turistico, i consumi aumentano esponenzialmente. Un “buco” da 400 milioni Sono talmente tanti i debiti dell’Eas che la situazione è fuori controllo. Si parla di cifre sui 300-400 milioni. Il maxibuco dell’Ente è finito anche sotto la lente della Procura della Corte dei Conti. A conclusione, infatti, di un’ispezione avviata dalla Regione alla fine dello scorso anno e completata nel maggio scorso è stata smascherata una sospetta operazione finanziaria che avrebbe contribuito non poco all’allargamento del buco.

SICILIACQUE LA HOLDING DELL’ACQUA SICILIANA Siciliacque è una società mista partecipata dalla Regione Siciliana, che ne detiene il 25%. Il rimanente 75% è in mano al raggruppamento Idrosicilia Spa, formato da Enel (40%) , Emit (0,1%) e da Veolia Water Solutions and Technologies (59,6%). Nel luglio 2004 subentra all’Ente Acquedotti Siciliani (EAS) nella gestione, fino al 2044, come concessionaria del cosiddetto “sovrambito” ovvero le grandi condotte, le dighe, i potabilizzatori e i dissalatori.

Le infrastrutture precedentemente gestite dall’Eas e oggi da Siciliacque sono tredici [Alcantara, Ancipa, Blufi, Casale, Dissalata Gela – Aragona, Dissalata Nubia, Fanaco – Madonie Ovest, Favara di Burgio, Garcia, Madonie Est, Montescuro Est, Montescuro Ovest e Vittoria – Gela] per un totale di: 1.764 Km di rete di adduzione; 66 impianti di sollevamento; 7 invasi artificiali: Ancipa, Disueri, Fanaco, Garcia, Leone, Prizzi, Ragoleto, 8 campi pozzi, 11 gruppi sorgenti, 3 impianti di dissalazione di acqua marina: Gela, Porto Empedocle, Trapani.

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CRISI EAS A RISCHIO SETE 14 COMUNI MESSINESI Sono 14 i centri del messinese (Casalvecchio Siculo, Cesarò, Furnari, Gaggi, Mazzarrà Sant’Andrea, Merì, Motta d’Affermo, Roccavaldina, San Teodoro, Savoca, Tusa, Valdina, Venetico e Forza D’Agrò) che rischiano di ritrovarsi i rubinetti a secco in seguito alla grave crisi finanziaria dell’Ente Acquedotti Siciliani non più in grado – secondo la dirigenza dell’Ente – di effettuare i necessari interventi di manutenzione. « I disservizi ci sono sempre stati – lamentano i sindaci – ma negli ultimi anni sono diventati insopportabili». Tra le possibili soluzioni alla “crisi” allo studio del neo commissario liquidatore Dario Bonanno, la gestione diretta degli impianti da parte delle municipalità con relativo incasso delle tariffe, secondo le indicazioni date dal prefetto di Messina, Francesco Alecci.

Nel 2006, l’allora commissario liquidatore Marcello Massinelli si fece anticipare, in un’unica soluzione, da un pool di banche - guidato da Intesa San Paolo – un credito di 174 milioni di euro, somma che la Regione Siciliana si era impegnata a versare all’Ente, con un interesse ammontante a 50 milioni. Quell’operazione di cartolarizzazione però per il collegio dei revisori e per la Regione «non era motivata né autorizzata dalla legge». Lamentando quindi il danno erariale, sono state spedite “le carte” alla Procura della Corte dei Conti. Ma la verità è che all’Eas sono rimaste le vecchie e decrepite reti di distribuzione interna di cui ora i comuni dovrebbero farsi carico – con i costi del rifacimento a

carico dei contribuenti -, mentre alla sua erede Siciliacque spa è toccata la parte più redditizia del business: l’approvvigionamento e la distribuzione dell’acqua all’ingrosso. Insomma, l’osso ai primi, la polpa ai secondi. Attraverso la rete di adduzione Siciliacque fa confluire l’acqua captata e potabilizzata in grandi serbatoi (uno o più per comune); ad occuparsi poi della gestione del servizio all’interno dell’Ato (9 presenti in Sicilia) ovvero del singolo comune è invece la Società preposta a ciascun ambito, fornendo ogni anno - in base alle stime - circa 90 milioni di metri cubi di acqua potabile, coprendo l’intero fabbisogno delle province di Trapani, Agrigento, Caltanissetta ed Enna e parte di quelle di Palermo e Messina. Acqua dispersa E l’acqua che non viene venduta ai Comuni troppo spesso va dispersa inutilmente. È il caso dell’acqua del fiume Alcantara dove 600 litri al secondo finiscono in mare nei pressi di Giampilieri (ME) e che Siciliacque intende utilizzare per produrre energia elettrica e quindi realizzare ulteriori utili sfruttando il prezioso “bene pubblico”. È stato infatti, già presentato all’Assessorato regionale Territorio ed Ambiente il progetto definitivo per la realizzazione della seconda centrale idroelettrica sul fiume Alcantara – con una capacità di 600 kw di potenza – per la cui costruzione la Giunta Lombardo ha stanziato 20 milioni di euro. Non sempre però l’acqua che esce dai nostri rubinetti è buona da bere. Nel marzo del 2009, a ben 23 comuni delle province di Agrigento, Enna, Caltanissetta è stata erogata acqua inquinata

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Acqua potabile? Sì, ma un po' “derogata”...

da trialometani e manganese. Altamente tossica e assolutamente imbevibile. Acqua inquinata La Siciliacque ha chiesto e ottenuto anche una serie di deroghe sui parametri di potabilizzazione e qualità delle acque, aumentando la presenza di arsenico, boro, vanadio, fluoro, cloriti, sodio, cloruri e nitrati. In compenso le tariffe siciliane, a fronte di un pessimo servizio, sono tra le più alte d’Italia. Ad esempio a Messina – che è già proprietaria di due acquedotti – comprarla dalla società mista – soprattutto per garantire il servizio nei mesi estivi o in caso di guasti – costa addirittura tre volte di più, 66 centesimi contro 25 al metro cubo. E gli investimenti? Tra le province si distingue proprio Caltanissetta, dove per la manutenzione e l’ammodernamento della rete gli investimenti da parte del consorzio privato ammontano solo all’1%. Si premia lo spreco Del resto basta fare una semplice ricerca sulla rete per scoprire che per la realizzazione delle grandi infrastrutture poco più del 70% dell’importo dei lavori proviene da risorse pubbliche mentre il solo 30% dagli investimenti privati. Ennesima dimostrazione che il privato non ha alcun interesse a migliorare la rete idrica, tanto meno ad ottimizzare il servizio potenziando l’erogazione, eliminando sprechi e dispersione (che in Sicilia raggiunge il 38%). Questo perché nella logica del profitto, si premia lo spreco e non il risparmio.


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Più consumi e più paghi, più acqua viene dispersa e più salate saranno le bollette poiché le tariffe dovranno andare a coprire la perdita di materia prima che in tal modo aumenta a dismisura il proprio valore di mercato. Ovunque le grandi società siano entrate in campo, le perdite sono rimaste le stesse, i controlli di qualità sono spesso diminuiti e magari le tariffe sono aumentate.

Il ritorno all’acqua del sindaco E che il privato funzioni peggio del pubblico l’ha detto addirittura Mediobanca che, in un’indagine di qualche anno fa (2009), ha dimostrato che le due aziende pubbliche milanesi, Cap e Mm, hanno le migliori reti d’Italia e le tariffe più basse d’Europa. E mentre a Roma la Giunta Alemanno prova a cedere ai privati il 21% di Acea (delibera bloccata dal Consiglio di

Stato), giungono da Berlino, Napoli e dall’Appennino reggiano notizie in controtendenza rispetto alle attuali politiche di liberalizzazione/privatizzazione. Dopo l’esito positivo del referendum di iniziativa pubblica del febbraio 2011, in cui i berlinesi quasi all’unanimità (98%) dissero sì alla rilevazione dei contratti della città con Rwe Aqua GmbH, la capitale tedesca sta tentando di recuperare anche la parte in mano al colosso francese Veolia, con l’obiettivo di rimunicipalizzare – dopo 13 anni di privatizzazione – il servizio e far abbassare gradualmente i prezzi dell’acqua, tra i più alti d’Europa. Il comune partenopeo, invece, ha avviato l’iter per la trasformazione di Arin spa (precedente gestore del servizio idrico integrato) in Acqua Bene Comune Napoli. In pratica mentre la prima era una società di capitali, la seconda è un ente di diritto pubblico, smentendo così il concetto secondo cui il diritto riferito ai beni essenziali alla vita debba essere fondato

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sul principio della loro rilevanza economica e imprenditoriale. Napoli si avvia così ad essere il primo comune italiano sulla strada della effettiva ripubblicizzazione del servizio idrico integrato costituendo un monito per quelle amministrazioni che invece continuano a svendere ai privati le quote di partecipazione pubblica nelle società di gestione dei servizi pubblici locali. Nell’Appennino reggiano, infine, esistono da anni ma nessuno ne parla, gli acquedotti rurali, nati nel dopoguerra con la legge 911 che permise la loro costruzione grazie alla possibilità offerta allora dallo Stato ai cittadini di pagare la struttura in cambio di manodopera. Gli acquedotti rurali In tempi di multinazionali questo sistema alternativo funziona da anni a meraviglia e rappresenta una vera e propria rivoluzione della gestione dell’acqua come bene pubblico. Gli acquedotti rurali fanno arrivare nelle case l’acqua direttamente dalle fonti e la spesa dei cittadini (in un anno 40 euro) è solo quella della manutenzione affidata a consorzi di cui sono soci i cittadini/utenti stessi. Certo riproporre questo sistema nelle grandi città è difficile, ma è una soluzione che potrebbe funzionare su piccola scala.


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Sicilia/ Discariche e politica

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Quando la “munnizza” è oro A Misterbianco e Motta S.Anastasia l'impianto ammorba l'aria e cresce l'allarme tumori. Dista solo 400 metri dal centro abitato, ma la Regione non la chiude. Anzi, vuole ampliarla di Rosa Maria Di Natale

Sperti e babbi, da queste parti, tengono entrambi la finestra chiusa. Gli “sperti”, secondo una filastrocca locale, sarebbero i nativi di Misterbianco, paesone a vocazione commerciale di cinquantamila anime alle porte di Catania. Ma anche ex comune sciolto per mafia.

Misterbianchesi e mottesi sono costretti a respirare la stessa aria ammorbata dall’impianto gestita dalla ditta Oikos, dove la munnizza arriva da tutta la Sicilia orientale, vicinissimo al centro abitato, come dimostra la distanza reale dalle case: 400 metri, contro gli almeno 5 km previsti dalla legge. Sul fronte della definizioni poi è troppo semplicistico definirla "ecomostro", come tutti gli impianti benedetti dalle istituzioni e dalle carte “in regola”, nonostante l’evidenza dimostri ben altro. Ma una cosa è certa: si tratta di un affare a nove zeri. I conflitti d'interesse

I “babbi”, invece, gli abitanti di Motta S. Anastasia, paesino dalle radici normanne decisamente più piccolo, anche loro costretti certi giorni a chiudere gli infissi mattina e sera. Pure se fuori il termometro segna 40 gradi. In questa fetta di hinterland catanese, da quarant’anni i miasmi della discarica di contrada Tiritì avviliscono generazioni di cittadini. Chiuderla? Non se ne parla. La Regione oggi punta all’ampliamento a poche centinaia di metri più in là, in contrada Valanghe d’Inverno.

Ci sono poi i dubbi su eventuali conflitti d’interesse. La Oikos potrebbe averne uno: la ditta versa in discarica, e nel contempo è la proprietaria stessa della discarica. La Oikos fa parte del consorzio Simco che è anche una delle aziende che si occupa della raccolta dei rifiuti in alcuni centri etnei per conto della Simeto Ambiente. Come si può avere interesse a incentivare la raccolta differenziata se nel contempo si vuole conferire il più possibile in discarica?

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Intanto la Oikos macina spazzatura e milioni di euro. E’ un buon affare di famiglia. Il proprietario della Oikos si chiama Domenico Proto, e nel consiglio di amministrazione ci sono altri familiari compreso il patriarca Salvatore che fu arrestato il 10 dicembre del 1997 nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti mafiosi per la base Nato di Sigonella, per poi essere assolto in primo grado dalle accuse. Infine, c’è la vicenda dei tumori che a Misterbianco aumentano. Ne parlano tutti nei bar, nei mercati, nelle piazze. Lo dicono i lutti che qui si usa ancora affiggere nei tabelloni con l’immagine di Padre Pio che benedice, severo. “Tizio e Caio sono morti per tumore… Ancora?” L'odore della rivolta Già ogni giorno alla Tiritì c'è un via vai di camion dalle discariche di Bellolampo e di Gela. Dopo un alternarsi di vecchie chiusure e riaperture -aperture "provvisorie" dal '97 ai giorni nostri, l'accusa di gestione mafiosa ai gestori poi rientrata, interpellanze locali e parlamentari e la promessa poi non mantenuta dal governatore Lombardo, lo scorso febbraio, di dare seguito alla richiesta di revoca in autotutela dell'autorizzazione dell'impianto, la discarica Tiritì che doveva essere tecnicamente "esaurita" il 30 giugno, chiuderà, grazie ad una proroga, tra ulteriori 150 giorni, con la bonifica post mortem imposta dalla legge. Forse. Questione di tempo, dunque? No, c’è dell’altro. L'intento è di attivare un nuovo ecomostro ampliando di fatto quello già esistente. E anziché chiudere la discarica per sempre, la Regione vuole "ampliarla", ma in verità si tratta di triplicarla, spostandosi nel terreno adiacente.


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La Tiritì diventerà, in pratica, la seconda discarica più grande della Sicilia (subito dopo quella di Siculiana, anche quella privata) in grado di smaltire 2 milioni e mezzo di rifiuti. Nulla di strano per il governo regionale. La nuova struttura è prevista da due anni nelle Linee guida del Piano regionale rifiuti, che ora va in pubblicazione e applicazione. Eppure, esiste la concreta possibilità di appoggiarsi ad un nuovo polo ecologico nel Calatino, opportunamente distante dal centro abitato, e in tante altre aree. I mottesi, altro che “babbi” Non è però vero che i proverbi hanno sempre ragione. Altro che babbi. Per esempio i mottesi hanno tirato fuori la grinta, e non solo quella, nei giorni in cui hanno iniziato ad esporre cartelloni nei balconi e nei cancelli delle loro case. La scritta? Uguale per tutti: “Qui noi sentiamo la puzza”. I mottesi si sono anche stampati delle eleganti magliette: “Io sono di Motta e ho la puzza sotto il naso”, in occasione della manifestazione di protesta del 15 settembre scorso. Il loro sindaco, Angelo Giuffrida, non c’era e la sua assenza non è passata inosservata, seppure tra la folla sfilassero la vicepresidente del consiglio e due assessori . In effetti il Comune di Motta ha annunciato la firma di un protocollo di intesa con la società che gestisce l’impianto per “monitorarne l’attività”. Il consiglio comunale ha però approvato un ordine

del giorno all’unanimità, dove si chiede all’amministrazione comunale di impugnare il Piano regionale dei rifiuti, salvo bocciare la sera stessa un emendamento proposto da tre consiglieri che chiedeva di più. Ossia la trasformazione da “favorevole” a “sfavorevole” del parere del Comune all’ampliamento stesso della discarica. Ma nulla da fare. Molti in consiglio intrattengono buoni rapporti con la famiglia Proto e poi la discarica assicura lavoro (i posti di lavoro sono 124, ma la società è incastonata di una rete di altre società) e nei paesi tutti sono parenti di tutti. Ma la folla di duemila persone in marcia verso l’impianto -i due comuni hanno protestato per la prima volta insieme-contava più di ogni altra fascia tricolore. "Con la manifestazione del 15 è iniziata una lunga primavera mottese alla riconquista della dignità e dei diritti calpestati dai rifiuti e dai politici che hanno sempre coperto gli interessi imprenditoriali della discarica - spiega Danilo Festa, giovane consigliere comunale PD - Tiritì è fuori legge e l'osservanza delle leggi, per i potenti, non è un semplice obbligo morale ma un obbligo giuridico. Per questo chiediamo al sindaco di impugnare il Piano Regionale dei Rifiuti”. Il Comitato mottese è risoluto ad andare avanti: “Attendiamo che il sindaco risponda alla richiesta di 1151 cittadini per l'impugnazione del Piano. Noi, coi Comitati di Misterbianco, siamo pronti ad appellarci anche alla Corte di giustizia europea visto che la Sicilia è una zona

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“Dodici miliardi per un nuovo impianto”

franca per l'applicazione delle direttive comunitarie in materia di rifiuti." Anche i misterbianchesi alla manifestazione erano in tanti, con il loro sindaco Nino Di Guardo e centinaia di giovani. I misterbianchesi la lotta alla discarica la fanno almeno da una ventina d’anni, con una punta di grande passione civica nei primi Novanta, quando sembrava che tutti avessero capito che reagire alla chiusura del Comune per mafia, agli omicidi tra clan rivali tra le strade del paese e al sacrificio di un giovane ucciso per sbaglio dalla malavita, potesse significare anche reagire alle soverchierie di una cosa che allora non si chiamava ecomafia, ma che iniziava a prenderne la forma. Il proprietario della Oikos, lo conoscono bene. E non è raro che lo fermino per istrada e gli chiedano: “Ma lei, questa maledetta puzza, la sente oppure no?” Da Totò a Raffaele I misterbianchesi hanno provato a chiudere la Tiritì, e in molti modi. Risultati? La discarica è stata sbarrata nel 1992 “per puzza” ma riaperta nel 1997. Nel 2002 esplode per accumulo di biogas, gli stessi biogas che la letteratura scientifica indicano come elementi determinanti per l’effetto serra e dannosi per persone e vegetazioni. Quello stesso anno spunta fuori un finanziamento di dodici miliardi e mezzo di lire per un nuovo impianto.


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In realtà non accadrà nulla, ma nel 2005 Totò Cuffaro, allora commissario delegato per l’emergenza rifiuti in Sicilia, ignora le indicazioni dei prefetti e di decine di addetti ai lavori, e decide che la discarica di Tiritì può tranquillamente funzionare per altri dieci anni. E la puzza continua, sovrastando interpellanze locali e parlamentari. Fino al 2010, quando la Regione decide per l’ampliamento attraverso la pubblicazione di un decreto. Per reazione nasce a Misterbianco un Comitato “No Discarica” , dove ci sono anche tante donne molto attive come l’impegnata e combattiva Maria Caruso. Arriva il governatore Dopo una serie di incontri con funzionari regionali, il gruppo di cittadini decide di mettere alle strette Raffaele Lombardo che non dà seguito alla richiesta di revoca in autotutela dell’impianto, e soprattutto non incontra i cittadini. Il governatore arriva in paese nel gennaio di quest’anno per inaugurare una piazza e il Comitato si fa trovare lì, con tanto di cittadini, di bandiere e finisce per parlare con Don Raffaè, il quale mette in tasca la richiesta di autotutela, giura di non averne mai saputo nulla e promette un ulteriore incontro. Il mese successivo convoca un tavolo e si impegna a bloccare il procedimento. Peccato che il blocco non sia mai arrivato.

Davide contro Golia L’obiettivo dei due comitati civici sarebbe impugnare il Piano regionale dei rifiuti. Non è solo una questione di puzza. L’impianto avrebbe dovuto essere “esaurito” (tecnicamente spento, messo finalmente a riposo dopo 40 anni di onorata attività) il 30 giugno. Invece la Regione Sicilia procede come nulla fosse. "Con la manifestazione tanti ci hanno messo la faccia, e il combattere insieme la stessa battaglia la rende forte. Sappiamo le difficoltà: il progetto di ampliamento ha dietro tanti poteri, denaro e istituzioni in testa. Enormi sono le responsabilità della Regione con i suoi presidenti Cuffaro e Lombardo; ma la storia di Davide contro Golia ci dice che si può vincere contro i giganti, e il nostro Davide può essere un esercito di tantissimi lillipuziani. Il Comune di Misterbianco – spiega Josè Calabrò del Comitato per il No misterbianchese, che ha già raccolto 5 mila firma tra i cittadini per una petizione presenterà un ricorso al Tar contro l’attuale Piano Regionale dei rifiuti per

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“Il monitoraggio delle patologie”

bloccare il progetto di ampliamento della discarica. Il Comitato No discarica di Motta Sant’Anastasia che ha raccolto oltre 1000 firme per chiedere che il consiglio comunale e il sindaco affianchino il comune di Misterbianco nel ricorso al Tar. Ma la novità potrebbe arrivare anche da un esposto al commissario europeo. Non è una questione di principio: noi alla delocalizzazione crediamo davvero ed esistono siti più adatti dove fare sorgere impianti validi, lontani dai centri abitati". Mal di discarica? Tutti i medici di famiglia di Misterbianco, di fronte all’allarme del territorio, per frequenza di morti di tumore, partecipano, a titolo gratuito, a un progetto pilota per monitorare la patologia oncologica e cronica, invalidante, nel territorio di Misterbianco. Le morti di tumore nel territorio sono tante, ma non è ancora chiaro se ciò sia imputabile davvero ad eventuali danni ambientali provocati dall'impianto. Nel 2009, di fronte al forte allarme per frequenza di morti di tumore, la consigliera provinciale Fina Abbadessa fa approvare un progetto pilota per monitorare la patologia oncologica e cronica invalidante nel territorio di Misterbianco. Come saranno gestiti i dati per valutare scientificamente l’impatto della discarica sulla salute dei cittadini, non è facile saperlo. E’ probabile che si tratterà di una nuova, complicata battaglia.


MAMMA

!

incontro.

e la fiat?

la fiat sta bene, grazie.

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Immagine

Vacanze siciliane

Un giorno prendi la Vespa, la macchina fotografica e il sacco a pelo, e te ne vai. Dove? Mah, per esempio in giro per le resistenze. Le resistenze? SÏ, i posti dove la gente cerca di resistere a qualcosa. In Sicilia, per esempio. Ce ne sono parecchi, anche se per vederli ci vogliono occhi buoni Testi e foto di Mario Spada I Sicilianigiovani – pag. 57


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Nel paese delle antenne avvelenate Ecco, sono a Niscemi, in un bel posto dove Enzo, un carissimo ragazzo pieno di dolore e odio, mi presta la sua tenda e il suo materassino. Mario, un uomo intorno ai 60 anni con una storia potente alle spalle mi ha fornito di una coperta. Di Mario e della sua compagna mi sono letteralmente innamorato: è magrissimo, tutto nervi, si vede che ha avuto molta forza in gioventù e attualmente la testa la tiene ben salda, sa cosa significa vivere, gli occhi sono azzurri e pieni di storia, dentro i suoi occhi ti ci puoi perdere. Dal primo momento che ci siamo incontrati ha avuto un affetto immenso per me, come per un figlio vero, cioè con distacco, senza farsi coinvolgere troppo dai sentimenti, perché quelli ti fottono, i sentimenti ti prendono per il culo perché i sentimenti sono muri tra padre e figlio; muri di protezione e campane di vetro in

cui il figlio è protetto e poi quando il padre non c'è più, chi lo proteggerà? Allora sarà scaraventato nella realtà e saranno cazzi perché i suoi canini non saranno pronti a mordere, a difendersi, perché quello è stato sempre il compito del padre, o sarai pronto a farteli crescere subito o sarai agnello sacrificale per sempre. “Sono venuto per stare con voi” Ritorniamo al campo: la mattina che ci arrivo ci saranno state al massimo 25 persone, dei 'privati' gentili e anche loro "no Muos" mettono a disposizione uno spazio della loro terra. Alle 14 si mangia, e dopo la pennica si fa riunione. Io mi presento con la telecamera e subito mi dicono che non posso riprendere. Ma come? Io sono venuto fin qua da voi per stare con voi e non posso riprendere? Mi dico maledicendomi tra me e me! Ma sto zitto, aspetto la fine della riunione e mi accorgo che quello che dicono non ha alcun valore sovversivo, però mi incazzo a morte perché Antonio Mazzeo fa un intervento di antropologia rivoluzionaria importante che valeva solo per quello la pena di essere lì.

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“Il territorio americano in Sicilia” Chiedo la parola e intervengo. "Io sono venuto qui per stare con voi, per fare le cose con voi, per darvi una mano per quello che mi è possibile. Quindi senza problemi ditemi che posso fare perché se poi la cosa non mi interessa faccio le mie due interviste e me ne vado a continuare il mio viaggio, perché le due interviste mi bastano per raccontare la vostra battaglia e non voglio esservi di intralcio. Vi chiedo di lasciarmi riprendere tutto o di dirmi chiaramente di no e quindi darmi la possibilità di andarmene. A questo punto si apre un dibattito monopolizzato da un avvocato che terrorizza gli altri "no Muos" prevedendo catastrofi immani, adunate sediziose, arresti in massa, associazioni di bande armata o terroristiche. Posso restare però perché la sera, anzi la notte, ci sarà un'operazione anti americana, anti Muos. Qualcosa di forte, almeno a livello simbolico. Io sono ammesso a riprendere, evitando i volti, tutto quello che succede intorno al territorio americano in Sicilia. E' notte. il concerto è finito, abbiamo cenato, ed ecco che un manipolo di uomini si prepara all'assalto. Andiamo a piedi! no... con le macchine! minchia, andiamo


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a piedi! noooo con le macchine! Oh, sono 5 km da qui. Insomma un gruppo, i più giovani, va a piedi, e un altro con le macchine. Arriviamo a destinazione. La rete che ci separa dalle infami antenne è lì. Ci sono una quindicina di torce divise per 30-35 persone, pentole, qualche fischietto e le

MANIFESTAZIONE NO-MUOS

IL SEI OTTOBRE DA TUTTA ITALIA A NISCEMI Alla fine, il “cacerolazo” con pentole e tegami è fruttato una ventina di denunce (fra cui al giornalista Antonio Mazzeo e al pacifista Alfonso di Stefano), rei di aver messo in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti d'America, l'alleanza occidentale, le operazioni della Us Navy e chissà cos'altro. “Saremo ancora di più – replicano i pacifisti – più allegri, più giocosi, più colorati e più numerosi di prima!”. Quanto? Per una settimana intera dal 29 settembre in poi, ma per la grande manifestazione nazionale per la pace e contro la base Muos che si svolgerà, pacificamente e con tutta la gente del paese, il 6 ottobre a Niscemi. Siete invitati da tutt'Italia, fin da ora .

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voci. I ragazzi urlano a squarciagola slogan contro la base, anche in inglese per farsi capire bene dagli yankee. Pentole e coperchi vibrano forte sulla rete di protezione e sui cartelli che avvertono che quello è territorio militare e americano. Per fortuna ci sono anche i cani dei vicini che ci aiutano con il loro abbaiare e ululare. La scena secondo me è tenera e apocalittica, una specie di parodia della mitologia greca. Un manipolo di formiche che vuole attaccare Zeus, altro che i titani. Quelli erano pericolosi per davvero, grandi, cattivi e agguerriti, tanto che il dio supremo gli deve lanciare dei fulmini per fermarli e sconfiggerli. Noi, piano piano, arriviamo a una specie di preingresso alla base. Io sono sfinito, devo dire, le gambe mi fanno male, sentendomi più vicino ai giovani ho scelto il percorso a piedi, ma sono sfasciato, veramente! Là si scatena tutto l'odio e la violenza contro la base di controllo degli aerei senza pilota. Le pentole si piegano e si ammaccano attimo dopo attimo mentre percuotono il cancello. Alcuni cartelli vengono divelti e portati via come bottino di saccheggio, tutti sono felici e io continuo a riprendere schiene e piedi, per non creare problemi ai ragazzi, mentre le telecamere della base li riprendono in volto, perché le persone non hanno preso nem-

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“Una tenera apocalisse” meno la precauzione di coprirsi la faccia con un fazzoletto o un passamontagna. D'un tratto arrivano polizia e carabinieri, un' auto per ciascuna forza di sicurezza, 4 uomini, senza dire nulla. Il gruppetto comincia ad allontanarsi immediatamente dalla base, in silenzio, poi ricominciano gli slogan cantati in precedenza contro il muos e gli americani stavolta in direzione delle forze dell'ordine. Arriviamo alle auto, e poi finalmente al campo, distrutti. Non finisce così. Fuori dal campo c'è la Digos che chiede documenti. Alcuni ce li hanno e altri no, comincia un battibecco che sa più di riunione condominiale che di rivolta e conseguente rappresaglia, finisce tutto a tarallucci e vino con 4 nomi appuntati su un foglio dalla Digos. Al rientro dall'azione "l'avvocato apocalittico" comincia a prevedere capi d'imputazione: devastazione, adunata sediziosa, schiamazzi notturni e chi più ne ha più ne metta. Perfino a me viene un brivido lungo la schiena, magari mi arrestano e mi uccidono per sbaglio cercando di estorcermi una confessione che farei immediatamente perché non credo che potrei sopportare alcun dolore fisico di quelli veri! “Ci chiedono i documenti...” Il giorno dopo c'è la riunione di tutti i gruppi "no Muos" siciliani: io so che ci saranno problemi a riprendere, ma vedo un'altra troupe. Ci intimano di non fare riprese; io mi allontano con la camera, faccio solo delle riprese da lontano senza che si sentano le voci ma che si veda che almeno c'è della gente che si confronta, anche se su temi che ti fanno cadere le braccia: "chi sono io chi sei tu, io sono "no Muos" e tu non hai ancora formato il comitato". Io penso tra me e me che però chi non lo ha formato è lì, magari arrivato da Messina, magari è partito alle 7 del mattino per essere lì puntuale alla riunione a sostenerti e tu lo tratti così? Io non comprendo molto purtroppo. Nel frattempo, come dicevo prima, faccio delle riprese "anonime" (premetto che c'erano almeno un centinaio di persone) e a un tratto uno mi guarda con faccia cattivissima e mi dice: "mi hai chiesto il permesso di riprendermi? io non voglio essere ripreso", (io dal canto mio non avrei mai interrotto la riunione per chiedergli se potevo riprenderlo) e poi si rolla una canna.


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C'è sicuramente da dire che il movimento "No Muos" è in fase ancora embrionale si stanno contando e conoscendo, però per esempio mi viene da pensare che se tu vuoi controllare un consiglio comunale per esempio per sapere che fa, che decisioni prende devi essere pronto a tua volta a farti controllare. Spengo la macchina, smonto la tenda, sgonfio il materassino, piego la coperta le metto nella busta, consegno il tutto a Mario e Enzo che mi salutano con un affetto immenso, metto in moto la Yamaha XT 600 e torno a Siracusa. “Ma noi non siamo liberi” Io credo che il Muos sia una cosa indegna per un paese libero, ma noi non siamo liberi. Scontiamo ancora l'invasione delle truppe alleate, l'alleanza con Hitler, anche se i fascisti ce li hanno lasciati tutti ai loro posti. Scontiamo il fatto che alcuni territori italiani devono essere a uso e consumo degli Stati Uniti d'America. E che la Sicilia è la portaerei americana nel Mediterraneo e sul Medio Oriente. Ecco perché non potremmo fare nulla contro il Muos, a meno che tutti i siciliani e tutti gli italiani non vadano a Niscemi a circondare la base militare U.S.A.. E questo è quello che dobbiamo fare prima possibile, prima che finiscano i lavori, prima

che i droni entrino in funzione e siano guidati da mio nipote. Oggi sono incazzato nero e magari dopodomani mi pentirò amaramente di quello che ho scritto, perché rileggendolo lo troverò distruttivo senza speranze. Un'ultima cosa: mi hanno regalato un libro di Giuseppe Fava, scrittore e giornalista, mente raffinata, sottile e chiarificatrice: bene! Nella mia vita mi hanno parlato di scrittori scomodi e destabilizzanti, o di foto che ti fanno saltare dalla comoda poltrona sulla quale sei felicemente seduto. Ecco, mi sono sempre detto che erano solo cazzate perché nulla mi aveva veramente mai colpito nell'intimo, nulla mi aveva mai seriamente destabilizzato. Questa solitudine dal resto del mondo è finita, io sono stato letteralmente trafitto dagli artigli della penna dei suoi scritti, la sua mano mi ha trafitto la pancia, scavando fra le budella mi ha preso la bocca dello stomaco con due dita e mi ha schiacciato al muro tenendomi lo stomaco, stringendomi e togliendomi il fiato, e nello stesso tempo guardandomi negli occhi mi ha sussurrato: "pezzo di merda, muovi il culo e vedi quello che devi fare!".

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“Muoviti e vedi quello che devi fare!”

E ora, un altro pezzo di Sicilia Santuzza, non ce la fa: durante il viaggio da Cefalù a Milazzo viene meno, accelera da sola. Il viaggio è devastante, malgrado fossimo partiti molto presto. Quindi facciamo uno stop a acqua dolce da un meccanico, poi riprendiamo il cammino e finalmente arriviamo a Barcellona Pozzo di Gotto. Vengo ricompensato con una super cena; mi fanno un’intervista, ma mi aspettano 2 giorni pieni di lavoro, intensissimi. La Vespa, nel frattempo, incontra un altro meccanico, che però non risolve il problema. In più mi tocca rifare un’intervista perché nella trasmissione dalla scheda al computer il pezzo non passa completamente. Avanti e indietro con la Vespa rotta tra Messina, dove in un secondo momento mi sono trasferito, fino a Villafranca e poi anche Milazzo, dove ho da fare un’intervista improvvisata all’ultimo momento. Messina è una città che non mi piace. Credo che sia una di quelle città che ti peggiora, almeno questa è l’impressione che mi ha fatto; d’altronde, quando una città ha un procuratore generale imputato


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alla bocca, e lui tranquillamente mi dice: “vengo stasera”. Arriva. Si carica la Vespa, non so come, su una Y10 e se la riporta a Palermo e io, finalmente, il giorno dopo posso lasciare Messina. Questo succedeva più di una settimana fa. Il meccanico di Milazzo

di diffamazione pluriaggravata ai danni di Adolfo Parmaliana, significa che la situazione è veramente difficile. La città, la Vespa, i viaggi avanti e indietro, il sole e un incidente di cui non vi posso raccontare ora, mi procurano un’insolazione che dura 3 giorni e che però non posso permettermi di curare se non nelle pause che mi capita di avere durante le giornate piene, che ormai si fanno sempre più lunghe e intense. L’unico tentativo di rimedio era mettermi in testa, sul collo e sulle tempie delle bottiglie d’acqua ghiacciata recuperate a casa o nelle pizzerie dove andavo a mangiare sotto gli sguardi straniti degli altri clienti e dei camerieri. Il caldo è insopportabile e per tutta la giornata ho la sensazione chiara e precisa che il cervello mi frigge, anche durante le ore più fresche della notte. Un altro problema è la Vespa: non mi regge più. I meccanici non hanno avuto la cura e l’attenzione necessaria per farmi affrontare un viaggio come questo. Insomma io, anche se non sono meglio degli altri, non sono un cliente da prendere sotto gamba: devo fare un viaggio lungo e non è proprio un viaggio di piacere, che dove mi fermo mi fermo non mi interessa. Io devo arrivare in molti posti, e la vespa non mi può mollare. Avevo chiamato il meccanico di Palermo spiegandogli che il lavoro era stato fatto male e lui mi aveva chiesto una settimana per venire a recuperare la Vespa a Messina; dopo il fallimento del meccanico di Milazzo lo richiamo, nero, e rosso paonazzo in viso, una iena con la bava

Il cervello che frigge, le parole che non riesco a dire e che ho sulla punta della lingua, improvvisamente non riesco ad alzarmi dal letto malgrado abbia un appuntamento, la solitudine di tutto questo tempo passato tra lavoro, corse senza pausa, trasformazioni di file, correzioni di video montati o semplicemente visioni per dare l’ok o comunicare piccole modifiche, la trasmissione dei dati, la ricerca di immagini da inserire nelle interviste per dare una faccia a nomi o luoghi nominati dagli intervistati, contatti con le persone da incontrare, ricerca delle persone da incontrare, trovarmi un posto letto, fare e disfare i bagagli, la Vespa che non funziona, i viaggi sotto al sole cocente, cercare soluzioni per far moltiplicare il numero di quelli che seguono antimafia special, cose che non mi sarei mai sognato di fare su Facebook, visto che non c’era manco un lavoro mio pubblicato fino a che non è iniziata con questo viaggio l’esperienza tra le luci e le ombre dell’antimafia. I ragazzi del “Clandestino” 31 agosto. C’è un treno che mi porterà a Siracusa da Antonio e Laura, solo che loro non ci stanno: sono in vacanza. Antonio è costretto a tornare per darmi le chiavi della moto, una Yamaha XT600, però quando la prendiamo ci accorgiamo che i fari non ci sono. Cazzo! è venerdì, sono le 17 e quindi corriamo da un meccanico. Il giorno dopo devo andare a Modica al festival del giornalismo organizzato dai giovani giornalisti di “Il clandestino”. Alle 19 sarà pronta, ma con le sole luci di posizione… ok, sommessamente! La casa è bella grande, ma calda: fanno sempre 40 gradi, e i padroni di casa non ci sono.L’arrivo a Modica è stato tranquillo. Tutti molto carini, un manipolo di bravissimi ragazzi che mettono insieme un festival chiamando nomi eccellenti del giornalismo della carta stampata e televisivo, e mi sembra incredibile che alcuni di loro non chiedano compenso o addirittura par-

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“xxxxxxx” tecipino a spese proprie! È bello trovarsi in situazioni del genere: conosci molte persone, tutte interessanti, e che hanno cose da dire, da insegnarti. Le interviste vanno a gonfie vele, becco tutti e lo spessore di antimafia special cresce, a mio parere. Dormiamo in un casolare stupendo, ho una stanza per me e di fianco c’è una bellissima donna. Ma devo lavorare, niente donne!! È un’altra regola del viaggio da trasgredire solo in caso di subita violenza carnale! I “Briganti” e i “Siciliani” Torno a Siracusa. Un giorno di riposo, ma si fa per dire: scaricare, inviare, cercare foto etc. Poi parto per Catania dove ho in programma degli incontri da fare nei centri sociali e con i collaboratori di “I Siciliani Giovani” e poi con la squadra di rugby dei briganti di Librino. Dormo a Catania e il giorno dopo è un delirio: 4 interviste, dalle 11 del mattino finisco alle 20.30 di sera, senza sosta a correre da un posto all’altro della città. Per fortuna c’è Maurizio Parisi che mi accompagna, altrimenti avrei fatto delle figuracce per i ritardi accumulati. Invece, fortunatamente, ho accumulato solo 40 minuti "mediterranei" accettabili di ritardo sull’ultima intervista. Questi due giorni sono stati faticosissimi ma bellissimi, perché sono venuto a conoscenza di due storie, in particolare, che mi hanno dato un qualcosa in più, quelle di Luciano e di Fabio. Poi perché ho respirato un po’ di rugby: per mezz’ora ho allenato un gruppo di ragazzi di under 16 e under 20, impagabile! E per la prima volta ho assaggiato il panino con le polpette di carne di cavallo. Il panino catanese Ieri sera finalmente a casa, a Siracusa, mi sono accorto che in questa fase il viaggio è cambiato. È cambiato il mezzo di locomozione, che ha trasformato e accelerato il viaggio, ormai giunto quasi al termine – mancano 10 giorni circa -; è cambiato il mio approccio con la Sicilia, il mio modo di ‘vivere’ le tappe del viaggio. Non fotografo più durante i trasferimenti, le strade che percorro sono quasi sempre autostrade, non ho il tempo di fermarmi, anche perché la stanchezza ha abbassato il mio livello di attenzione e determinazione, oltre al fatto che vado sempre di fretta.


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Quando viaggiavo in Vespa la lentezza mi costringeva a fermarmi anche contro voglia, perché i luoghi e la velocità media di 25/35 km all’ora mi lasciavano la possibilità di guardarmi intorno, osservare, scattare foto in movimento senza nemmeno fermarmi. E poi dava il tempo ai miei sensi di colpa di agire sulle mie resistenze al lavoro, nate prima di me. Se poi si pensa che a Napoli la parola lavoro si traduce in “fatica” non c’è da aggiungere altro. Manca al momento il racconto della città di Catania che è stato un incontro fugace, scandito da un interminabile serie di appuntamenti con persone da intervistare. Un ultimo appunto a me stesso, maledizione a me! Non ho scattato fotografie dei giacigli che mi sono stati offerti durante questo viaggio, un racconto importante visto che ho dormito a terra su materassini o cuscini di divano incastrati tra tavoli di lavoro e muro per non farli aprire, su letti piccoli o grandi, comodi o scomodi, sporchi o puliti, al caldo o al fresco. Un fotografo non dovrebbe farsi scappare un’occasione del genere. Dalla mia, però, ho la giustificazione di essere una specie di “one man band” senza tregua, veramente, non per dire: lavoro 18 ore al giorno, faccio viaggi di 10 ore in Vespa e poi, magari, prima di

andare a dormire faccio anche un’intervista e invio a Lello qualche video da montare, e magari posto video o foto che mi mandano amici che conosco durante il viaggio. Questa è un esperienza che sta facendo prima di tutto bene a me, un viaggio con tutti i crismi del caso, una fortuna e un’esperienza che dovrebbero fare tutti, soprattutto i miei nipoti. Rompere i condizionamenti del viaggio sicuro, del “e poi dove dormo?” (anche se me lo sono chiesto più volte anche io, ma più per l’attrezzatura che mi porto dietro che per me stesso). Il silenzio delle montagne Viaggiare in solitudine per scoprirsi, e riscoprirsi a odorare dell’origano selvatico sulle colline delle Madonie, coglierne due rametti e metterli sopra il manubrio della Vespa per gustarne il profumo durante il viaggio. Fermarsi ad ascoltare il silenzio tra le montagne, fotografare mucche albine o trovare una serie di cavalli all’ombra e uno di questi ti riconosce e si avvicina lui a me per farsi accarezzare, vedere che l’Italia è bella, rendersene conto, ma anche triste per le ingiustizie, per la quantità di territorio non vissuto dalla gente.

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Ci raccontano che le città sono, o meglio erano, luoghi dove si poteva trovare lavoro, luoghi con ricchezza sociale e culturale, e invece mi rendo conto che l’unica rivoluzione che possiamo fare, a mio parere, è avere una terra, produrre il necessario per la propria comunità familiare per uscire dalle dinamiche di mercato, mangiare pomodori del proprio orto piuttosto che quelli che vengo dal Cile, per esempio, o l’uva che viene da chissà dove. Reinventarsi attività di scambio con i vicini, fermarsi a parlare con uno sconosciuto che incuriosisce, piuttosto che correre dietro a un desiderio di ricchezza inarrivabile e corrotto. Far arrampicare i propri figli su un albero piuttosto che incollarli ai videogiochi per tenerli tranquilli. Non lo so se è giusto, ma se mi guardo intorno mi pare di sì. Nel frattempo il meccanico non lo chiamo, perché ho paura di farmi dire cosa altro c’è che non va con la Vespa. Adesso la mia accompagnatrice è la Yamaha XT600. Cambiano i protagonisti del viaggio, cambia il viaggio stesso, senza possibilità di recuperare ciò che era prima. Mi verrebbe da chiamare il nuovo motoveicolo Margot, come la fidanzata di Lupin III, solo perché è giapponese: ma mi pare che non le calzi bene.


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Inquinamento

Una storia da Niscemi Quant'è rischioso per la nostra salute il Muos? E' una domanda che si pongono in molti, e a molti fa paura di Attilio Occhipinti

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E le quarantuno antenne presenti da anni nel territorio di Niscemi? Tanti incontri si sono tenuti in diverse città siciliane al fine di informare e di sensibilizzare la gente non solo davanti al problema legato all’inquinamento ambientale, ma anche e soprattutto alle conseguenze che da esso dipendono. Gli articoli di Mazzeo e le parole di Di Stefano, le manifestazioni dei comitati e i banchetti sotto il sole d’estate, tutto per raccontare quanto sta accadendo e quanto già è accaduto nel nostro territorio. C’è ancora tanto da raccontare, altre storie da narrare. Tempo fa, sul gruppo Facebook del movimento NoMuos, fui colpito dal messaggio di una donna di nome Linda. Decisi di contattarla. Volevo conoscerla, volevo ascoltare la sua storia e sapere i motivi che la spinsero a scrivere quel messaggio. Una grave malattia Linda, hai dovuto affrontare una grave malattia e sicuramente non è stato facile, nè per te nè per le persone che ti stanno vicino. Puoi dirci di cosa si è trattato?

Nel 2003 per puro caso, tramite il taglio cesareo con cui è nata mia figlia, mi è stato diagnosticato un osteosarcoma di Ewing. Dalla scoperta, avevo 25 anni, ho passato giorni non proprio felici. Immagino sia facile capire: 25 anni, una bambina appena nata, e io che mi ritrovavo con parolone grandi come cancro o tumore. In quel momento mi sono sentita schiacciata da una realtà che non conoscevo, fatta di dolore, sofferenza, di contatto con la morte, perché in reparti come oncoematologia pediatrica, non trovi scherzi e lazzi, trovi disperazione, ed io sono stata catapultata nel girone dei dannati in una specie di inferno dantesco. Ho fatto chemioterapia, ho subito un intervento chirurgico di 12 ore, ho rifatto chemioterapia, ho fatto il trapianto di midollo autologo, ho fatto numerose sedute di radioterapia. E quando pensavo di aver chiuso con il capitolo cancro, è ricominciato tutto dopo un anno e mezzo. Dove sei stata curata? Quando a Modica, all’Ospedale Maggiore, dopo avermi rivoltata come un calzino, hanno riscontrato una massa di probabile natura neoplastica dal primario di ortopedia, il dottore Padua, sono stata indirizzata dal professor Rodolfo Capanna; a seguito di una visita ambulatoriale, sono stata ricoverata al CTO Careggi reparto di ortopedia oncologica ricostruttiva, dopo aver fatto ben due biopsie, mi sono state messe su un vassoio due opzioni per effettuare le cure: l’ospedale di Ravenna (non ricordo il nome) o il Santa Chiara di Pisa. Ricordo ancora quando dissi al professore Capanna la mia intenzione di fare chemio in un ospedale più vicino, ad esempio Catania, e ricordo benissimo la sua risposta: «Non metto in dubbio le capacità dei medici della Sicilia, ma se in questa situazione si troverebbe mia figlia, non tentennerei e sceglierei di curarla in strutture come quelle che ti ho citato». Allora scelsi il Santa Chiara.

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Quando ci siamo conosciuti mi dicesti che i medici ti fecero delle domande, non per caso. Nel mio primo ricovero al Santa Chiara di Pisa il primario, il dottore Claudio Favre, mi chiese dopo le domande di routine sulla mia anamnesi: «Nella zona in cui abiti o nelle zone limitrofe, ci sono cavi dell’alta tensione scoperti? Sei stata a contatto con dispositivi elettromagnetici di qualunque genere?». A queste domande io non seppi rispondere. Le cause di questo tipo di malattie sono prima fra tutte di carattere ereditario, l’eredità e cioè il bagaglio genetico che ognuno ha; poi l’inquinamento ambientale, sia quello che respiriamo, che mangiamo e ciò con cui siamo a contatto. Ciò con cui siamo a contatto Credi ci possa essere una reale connessione tra questo tipo di malattia e i dispositivi a cui i medici si riferivano? L’osteosarcoma è un cancro che non fa parte del discorso ereditario; dunque è ovvio pensare che sia dipeso dall’inquinamento in tutte le sue forme. La percentuale di ammalati oncologici aumenta nelle zone altamente inquinate, vedi fabbriche, discariche o ad esempio generatori di alte frequenze di onde elettromagnetiche. In base alla tua esperienza, con tutto quello che hai dovuto affrontare, che cosa rappresenta per te il Muos? Sei preoccupata dal fatto che possa essere un rischio per la salute delle persone? Di certo questa storia del Muos non mi entusiasma, primo fra tutti perché si parla di inquinamento ambientale, poi perché sono convinta che noi persone, singoli individui, non trarremo nessun tipo di vantaggio e di beneficio dalla costruzione del Muos, al contrario contribuiremo al diffondersi di nuove malattie o al proliferare di nuovi casi di cancro.


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Memoria

I cinque passi di Mauro Rostagno Una perizia balistica mai fatta. Gli incontri fra l'editore Bulgarella e Angelo Riino. E l'ordine di morte di Cosa Nostra della Redazione Trentacinque e ventiquattro. Due numeri che hanno segnato la data del 26 settembre, quando nell’aula bunker “Falcone” del Tribunale di Trapani, sono riprese le udienze dinanzi alla Corte di Assise del processo per il delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno. Questa è stata la 35ma udienza, ha coinciso con il 24° anniversario dal delitto di Mauro Rostagno. Un processo che va avanti da un anno e 8 mesi, la prima udienza risale al 2 febbraio del 2011. Imputati sono due conclamati mafiosi in carcere da tempo a scontare condanne per delitti e mafia: l’imprenditore Vincenzo Virga, riconosciuto capo del mandamento di Cosa nostra trapanese, e l’ex campione nazionale di tiro a volo Vito Mazzara, killer di fiducia della mafia trapanese, uno che andava a sparare assieme all’attuale super latitante Matteo Messina Denaro. Dalla scorsa primavera l’accusa ha concluso l’esame dei propri testi, e per adesso vengono ascoltati i testi della difesa dell’imputato Virga. Il 26 settembre è stata conferita dalla Corte di Assise una nuova perizia sui reperti balistici. Mauro Rostagno, come ha ricordato in aula la figlia, Maddalena, aveva scelto a Trapani di fare il terapeuta: dentro la comunità di recupero per tossicodipendenti “Saman” da lui fondata assieme alla compagna, Chicca Roveri, e a Francesco Car-

della, e lavorando da giornalista a Rtc, occupandosi di una città, Trapani, che era da recuperare per essere stata per tanto tempo terreno fertile di mafia e poteri criminali. Questo suo impegno lo ha portato a suscitare fastidi presso i vertici di Cosa nostra, e l’ordine di morte, come hanno riferito i collaboratori di giustizia sentiti nel processo, partì da Castelvetrano, dal patriarca della mafia del Belice, Francesco Messina Denaro. La firma di Cosa Nostra A 24 anni dal delitto questa però non è una verità giudiziaria ancora consolidata. Non c’è una sentenza e non ci sarà a breve. E’ però vero che questa è una verità che appartiene oramai alla società civile, a quella società che non esitò alcuni anni fa a raccogliere grazie all’associazione “Ciao Mauro”, 10 mila firme per evitare che l’indagine potesse andare in archivio, e così un poliziotto, brigadiere vecchio stampo, sfogliando nuovamente quelle carte si accorse che chi fino ad allora aveva indagato aveva dimenticato a fare una comparazione balistica, prassi normale per indagini su delitti, prassi dimenticata per

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l’omicidio di Mauro Rostagno. In quella comparazione saltò fuori la firma di Cosa nostra sul delitto. A Milano il ricordo del delitto è stato ricordato con una serata dove è stata ribadita la necessità di fare chiarezza sul perché Mauro Rostagno è stato ucciso, si sono messi in evidenza come tante circostanze sono le stesse di quelle che si scorgono negli scenari di quella che può essere definita la “trattativa infinita” tra Stato e mafia. Le cosche e i killer delle cosche mafiose siciliane spesso hanno fatto da service ad altri poteri compiendo delitti e stragi, l’omicidio di Mauro Rostagno potrebbe starci tutto dentro questa oscura storia del nostro Paese, ma c’è anche un altro dato che emerge e che lo ha ricordato molto bene il giornalista Rino Giacalone tra le pochissime “voci” che raccontano questo processo: “Se Peppino Impastato a Cinisi era a 100 passi dal potere mafioso, Rostagno era a meno di 5 passi, Puccio Bulgarella l’editore della tv dove lavorava era uno di queli che ogni giorno andava a parlare di appalti con Angelo Siino quando questi era il ministro dei lavori pubblici di Totò Riina. Indagini insabbiate Dava fastidio Rostagno, lo hanno detto i pentiti di mafia che sono stati sentiti, perché parlava di mafia, appalti, traffici di droga, tutti affari della mafia trapanese e lo faceva dalla stanza a fianco alla quale c’era quella dell’editore Bulgarella, cinque passi e forse anche meno”. Il processo ha evidenziato l’inesistenza per 23 anni dal delitto di alcun serio lavoro investigativo, i carabinieri e per un periodo anche la Polizia indagarono su “corna” e “gelosie”, i carabinieri dimenticarono che Rostagno aveva la prova della presenza non rara del capo della P2 Licio Gelli nel trapanese a casa di mafiosi, c’è un verbale nel quale Rostagno racconta di questa sua conoscenza, ma nel processo quel verbale è entrato a dibattimento in corso: era finito in altri faldoni.


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La moneta elettronica

Trend, tecnologia, applicazioni, mercati Tutto sul bitcoin (in tempo reale)

Pianeta

La Banca di Finlandia: “Ok bitcoin” Ed ecco la prima banca centrale a riconoscere ufficialmente il bitcoin: non a caso, è quella di uno dei Paesi storicamente più avanzati nelle tecnologie di rete. E intanto, a Londra... di Fabio Vita bitcoin-italia.blogspot.com

E' ufficiale: in Finlandia, il bitcoin è riconosciuto dalla Banca Centrale. Il Segretario della banca centrale finlandese, in tv, a una domanda sui bitcoin dichiara che "è perfettamente legale adottarlo". La notizia la trovate su Yahoo Finanza, ma non sui quotidiani italiani. Ed è una notizia non irrilevante, specialmente considerando il ruolo storico del paese scandinavo nelle principali tappe dell'evoluzione dell'on-line (bbs, internet, pay-online, ecc.). Del resto, là sono già parecchi i negozianti che lo utilizzano regolarmente. Incluso... un dentista, che ne accetta dai pazienti e li usa per pagare i collaboratori: che li spenderanno (fra l'altro) da Vegamesta, una catena di ristoranti vegani.

Più di mille operatori Nel mondo, intanto, sono già più di mille i venditori e fornitori di servizi che utilizzano il sistema BitPay. Bitpay è un provider di servizi di pagamento (Payment Service Provider) analogo a Paypal, Google Wallet, ecc., ed è il più diffuso sistema di pagamento in bitcoin. Offre facili strumenti per accettare pagamenti in bitcoin online o di persona, con la possibilità di scambiarli e depositarli in banca, evitando automaticamente eventuali problemi di fluttuazione della moneta. BitPay attualmente viene utilizzato in 98 paesi. La maggior parte dei venditori opera negli Stati Uniti; seguono Gran Bretagna, Canada, Australia e Finlandia. Molti di questi sono servizi internet: registrazione di siti, servizi di hosting e di VPN. Il millesimo arrivato è Bitcoin Store, che vende oltre 500mila prodotti elettronici. "Li accettiamo -afferma - perchè riduce i costi di commissione e i rischi dell'accettare pagamenti su internet". Attualmente, in effetti, le frodi di carte di credito fruttano quasi cento miliardi di dollari l'anno, il 95 dei casi in situazioni in cui la carta di credito non è fisicamente presente. Bitcoin elimina il rischio di frode nei pagamenti elettronici su internet. Stallman alla Conferenza Bitcoin Londra. La conferenza organizzata dalla Bitcoin Consultancy, che avevamo annunciato nello scorso numero, si è appena conclusa con esiti superiori alle più ottimistiche previsioni. E' stata molto più vasta della precendente (l'anno scorso a Pra-

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ga), con centinaia di visitatori presenti e personaggi di spicco che sono intervenuti su un'ampia varietà di campi. Gli argomenti discussi spaziavano dal Bitcoin stesso ai progetti open source come il Wireless mesh network ("rete a maglie"), le stampanti 3D, e anche le sottostanti tematiche sociali e politiche. Notevole il livello d'interesse fuori dalla comunità Bitcoin. L'anno scorso a Praga la conferenza aveva ospitato il fondatore del Pirate Party Rick Falkvinge, il giornalista ecomonico Max Keiser di Russia Today e l'esperto di pagamenti elettronici David Birch. Quest'anno i contributi esterni (soprattutto dalla comunità Linux, che ormai si interseca spesso con quella del Bitcoin) sono stati ancora più qualificati e numerosi: basti dire che era presente Richard Stallman, il padre fondatore del movimento del software libero. *** Bitcoin è una nuova tecnologia finanziaria, inventata nel 2009 come prima moneta digitale peer-to-peer. Usando bitcoin, è possibile mandare moneta come un'email - a chiunque, ovunque, in qualsiasi momento - senza passare per banche, governi o corporation. LINK DEL MESE www.bitcoinmoney.com/post/31414125252/bitc oin-finland-newscast finance.yahoo.com/news/bitpay-exceeds-1000-merchants-130000458.html it.wikipedia.org/wiki/Wireless_mesh_network McCarthy, Bitcoin capital markets: www.youtube.com/watch?v=vmPD_YSQ--k Marek Palatinus,The Future of pooled mining: www.youtube.com/watchv=7POTBsvETWE Max Keiser: /www.youtube.com/watch?v=pOrmsymuBG4


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Italie

Nei campi di don Diana Un'estate differente Un ragazzo di Livorno va a fare volontariato nei campi confiscati alla camorra a Sessa Aurunca in Campania di Giacomo Salvini Campi deserti, baracche desolate in mezzo a terre incolte, un’afa insostenibile e un tanfo di sterco animale. Appena uscito dalla minuscola stazioncina di uno sperduto paese della provincia di Caserta pensi subito ”Se il buongiorno si vede dal mattino siamo messi bene! Ma dove diavolo sono finito?!”. Siamo arrivati nelle “famose” terre dei Casalesi. In particolare nel paese di Sessa Aurunca dove da anni operano gli Esposito e i Di Lorenzo affiliati al clan degli Schiavone, degli Zagaria, degli Iovine, che controllano il territorio della provincia di Caserta.

Un’atmosfera surreale. A Casal di Principe, Mondragone, Sessa Aurunca, Castelvolturno si notano immediatamente vere e proprie mura a ridosso di ciascuna abitazione in modo da non essere troppo esposte alle strade principali. Per gli abitanti della zona è abituale vedere aggirarsi intere pattuglie di poliziotti e carabinieri con auto blindate, armati fino al collo e con giubbotti antiproiettile. La carovana di quaranta volontari che attraversa i vicoli di Casal di Principe dà subito nell’occhio; gli abitanti si affacciano alle finestre, escono dai bar dove un attimo prima stavano sorseggiando una tazza di caffè leggendo una copia del “ Mattino” e guardandosi tra loro si chiedono :”Ma chist’ che stann’ facend’??”. Se ti azzardi a chiedere dove si trovi la casa di Francesco Schiavone (detto Sandokan per la somiglianza con Kabir Bedi, capo assoluto del clan dei Casalesi) cala un silenzio imbarazzante. ”Accattate na valigia - pensano rientrando nei bar e cazzi tuoi!”. Gli abitanti di questi paesi sanno benissimo che qui gli omicidi ogni anno sfiorano le duecento vittime, che il giro di affari illeciti (traffico di droga, imprese e

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appalti pubblici, traffico d'armi, prostituzione e usura) tra Napoli e Caserta si aggira intorno ai dodici miliardi e mezzo di euro l’anno. Ma molti preferirebbero non saperlo. Ma sarebbe tuttavia riduttivo continuare a parlare della parte malata (molto ampia), e irrispettoso nei confronti dei tanti cittadini che ogni giorno si battono per ridare speranza a questi territori. Basti pensare che questa stessa provincia di Caserta in Italia ha il primato dei beni confiscati alle mafie. Vivendo per una settimana in uno di questi beni confiscati alla camorra (nel mio caso alla famiglia Moccia, affiliati dei Casalesi) si può comprendere quanto la legge 109 del ’96 - nata da un referendum di un milione di firme e proposta da Libera di don Ciotti - abbia intaccato gli equilibri su cui si fondava il potere dei clan. “La precedenza sull’utilizzo del bene confiscato - dice la legge - sarà data ad associazioni o cooperative con finalità sociali”. Coop “Al di là dei sogni” E’ il caso della cooperativa sociale “Al di là dei sogni”, in cui ho vissuto questa intensa settimana. Non ci troviamo più nelle terre della camorra, ma nelle terre di don Peppe Diana. Qual è stato il significato di questa esperienza di lavoro? Intanto, per il fatto di provenire da realtà territoriali e sociali diverse, si diviene subito consapevoli di partecipare alla rinascita civile e sociale di questa terre. In più, nella cooperativa i soci - molti dei quali disabili: sordomuti, neurolabili... - condividono con te tutte le esperienze della vita quotidiana.


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“Per ridare vita e speranza a questa terra”

Scheda “RETE DI ECONOMIA SOCIALE”: COS'E' E A CHE COSA SERVE In questi anni le associazioni di volontariato stanno lavorando a un nuovo modello di economia sociale. La sigla NCO adesso non deve indicare più la “Nuova Camorra Organizzata” (quella fondata da Raffaele Cutolo agli inizi degli anni ’80) ma il “Nuovo Commercio Organizzato” (il ristorante gestito da una cooperativa antimafia in Campania). Il 21 marzo, giornata della memoria, è stato presentato così il progetto RES (Rete di economia sociale) che, insieme alla fondazione “Con il Sud”, vuol promuovere, ragionando in rete, pratiche di economia sociale coi beni confiscati alla camorra, in particolare nel commercio agroalimentare, nel turismo sostenibile e nella comunicazione sociale. Ogni mattone posizionato, ogni terreno concimato, ogni pianta innaffiata sono un piccolo passo per il raggiungimento di un obiettivo che qui, in queste terre, hanno in tanti: liberarsi per sempre dal dominio e dalla subcultura mafiosa. G.S.

Per esempio lavorando insieme sotto il sole cocente della Campania per cinque ore consecutive, o facendoti fare un sacco di risate nei momenti di riposo. E se arrivi l’ultimo giorno a non volerli più lasciare, allora vuol dire che lo scambio di emozioni è stato incommensurabile. Hai avuto l'occasione di vivere con le persone che dedicano la propria vita a questi ragazzi e che si sono prese la dura responsabilità di gestire a piano regime un bene confiscato alla camorra. Quando torni nella tua città dentro di te pensi: "il prossimo anno devo tornarci assolutamente e con me porterò gli amici che non erano a conoscenza di questa fantastica esperienza!”. Un paese migliore C'è una cosa che mi ricorderò sempre: quando ci dicevano "a fine giornata puzzerete un po’ di merda ma tra qualche mese il tanfo che vi rimarrà sui vestiti sarà sostituito dal sapore genuino dei nostri vostri prodotti!”. La lotta per ridare speranza ai territori dominati dalla mafia non è ristretta ad una

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cerchia di persone “che combattono una battaglia persa in partenza, tanto non ci si può fare niente” (come dicono tanti nella mia città e non solo) ma comprende anche i tanti che sono pronti ad urlare la propria voglia di un paese migliore. Ripercorrendo con la memoria gli ultimi tre giorni della settimana, abbiamo visitato i principali paesi della provincia di Caserta per assistere al Festival dell’Impegno Civile, organizzato dall’associazione “Nelle terre di Don Peppe Diana” in collaborazione con associazioni diverse tra cui tutti i presìdi di Libera della Campania nei beni confiscati alla camorra. “Senza di voi non ce l'avremmo fatta” Le parole di Simmaco Perillo, responsabile della cooperativa “Al di là dei Sogni” di Sessa Aurunca, sono rimaste in testa a noi tutti: “Il Festival è nato per tentare di riportare alla luce i beni confiscati. Per dire a tutto il territorio campano che i beni sono un'opportunità e possono diventare nuovamente beni pubblici. Grazie a tutti quelli che siete venuti al Festival perché senza di voi non avremmo potuto organizzare tutto questo, ma permettetemi di ringraziare tutti i soci delle cooperative presenti sul nostro territorio che ci aiutano quotidianamente per ridare vita e speranza a questa terra”.


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Milano

Obiettivi di mafia Incendi, intimidazioni e omicidi 2011-2012 www.stampoantimafioso.it

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Questa è la mappa relativa agli incendi, alle intimidazioni e agli omicidi contenuta nella prima relazione del Comitato antimafia di Milano. E' basata sulla consultazione dei maggiori quotidiani locali online, a partire da corriere.it (sezione Milano), milanotoday.it, ilcittadino.it e ilgiorno.it (sezione Milano). I fatti sono stati classificati in tre categorie: incendi (39 casi), intimidazioni (bombe artigianali o uso armi da fuoco, 13 casi) ed omicidio (1 caso, Giuseppe Nista, 10 maggio 2012).

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Milano

Due giorni nella storia di questa città 10-11 settembre2012: le fiamme e le pallottole delle mafie, la solidarietà dei cittadini di Martina Mazzeo www.stampoantimafioso.it

Milano ricorderà il 10 (e l’11) settembre 2012 come si ricorda qualcosa di estremo e ambivalente: la viva riscossa contro le fiamme mafiose, da un lato, e la nera insicurezza color polvere da sparo dall’altro. La storia di Loreno Tetti ci racconta che aveva ragione Falcone quando diceva che “la mafia è un fenomeno umano”. Cosa c’è di più umano della codardia mafiosa che dà fuoco all’autonegozio di chi non vuole stare alle regole del suo gioco violento? E cosa c’è di più umano del coraggio di chi a quelle imposizioni si sottrae, rivendicando il diritto al libero esercizio della propria professione, il diritto ad una vita felice, rispettosa e rispettata? Dalla mattina di lunedì 10 settembre, Loreno ha ripreso la sua quotidianità, è tornato in via Celoria 16, dagli studenti di Città Studi; a “tenerci compagnia”, ha dolcemente sottolineato uno studente di

Fisica durante la trasmissione “L’Infedele” a cui Loreno è stato invitato, supportato da molti universitari e alcuni rappresentanti di associazioni milanesi. E molti sono stati i cittadini milanesi che, con la loro presenza al presidio di lunedì mattina in via Celoria, hanno teso la mano a Loreno: gli hanno assicurato che non è solo nella sua dignitosa battaglia contro i Flachi (il clan di ‘ndrangheta colpevole di aver dato alle fiamme il suo furgoncino, la notte tra il 17 e il 18 luglio); gli hanno assicurato che non è solo a combattere l’omertà di quei suoi colleghi ‘paninari’ che, anziché confermare, hanno ritrattato le proprie dichiarazioni e, non contenti, hanno preso a dargli dell’ “infame” perché non doveva denunciare; doveva invece starsene zitto, come hanno fatto loro, nascondendosi dietro alla memoria corta o ad improbabili scuse. “Io non ho paura” “Io non ho paura”, ci tiene a ribadire in più occasioni Loreno, con quell’aria da gigante buono. Ma pretende, il sig. Tetti, che il Comune lo protegga: “non hanno installato nemmeno una telecamera nella via dove lavoro”. Loreno ora attende risposte; la Giunta, che comunque ha già fatto molto indicendo sua sponte il presidio di sostegno, gliele dia. Ma c’è altro a Milano che aspetta di essere chiarito: la sparatoria di lunedì sera in via Muratori, zona Porta Romana. Massimiliano Spelta, un commerciante italiano di 43 anni, incensurato, e la sua compagna, Carolina Pajano, 22enne di origini dominicane, sono stati chirurgicamente freddati in mezzo alla strada.

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Dalle indagini emergerebbe che la donna sia stata il primo bersaglio degli assassini; inoltre, nella loro casa milanese di via Mecenate sono stati ritrovati 47 grammi di cocaina purissima, il che ha aperto agli inquirenti una nuova pista investigativa. Fortunatamente, all’esecuzione dei suoi genitori è sopravvissuta, illesa, la loro bambina di appena un anno e mezzo, che ora è stata affidata alla zia paterna. Ventiquattro ore dopo, martedì 11 settembre, via Giacosa, nei pressi di via Padova, è stata teatro di un’altra sparatoria. Diversi colpi di arma da fuoco sono stati esplosi da un’auto in direzione di una seconda vettura, non provocando comunque nessuna vittima. Non lontano, in viale Monza, il 31 luglio 2011 un incendio di natura dolosa ha danneggiato un locale, il “Cappados”, chiuso tempo prima dalla Questura in seguito ad una sparatoria che aveva ferito un cittadino albanese con precedenti. Scorre il sangue nella ricca Milano. E si spargono, copiose, la polvere da sparo e la benzina . Se si pensa che la sparatoriaè avvenuta in una via adiacente al luogo in cui, solo tre giorni prima, era stato dato alle fiamme un bar, la sensazione che nella nostra città qualcosa, davvero, non vada, ti assale forte; acre, più dell’odore del sangue, più del puzzo di benzina. Foto di InformaFisica


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Dal 29 settembre al 20 ottobre

Brindisi capitale dell'antimafia Tre settimane di incontri, discussioni e iniziative organizzate dalla Scuola di formazione politica Antonino Caponnetto di Nando Benigno Brindisi che non t'aspetti, Brindisi capace di gesti di elevata generosità vedi lo sbarco degli albanesi nel '91ma anche di ferocia inaudita, tipica della guerra di mafia i cui affiliati si contendono il controllo del territorio. Brindisi devastata dalle centrali elettriche, svuotata delle intelligenze migliori emigrate in cerca di lavoro e di riconoscimento delle proprie qualità, Brindisi orgogliosa della propria brindisinità, brindisi gelosa della propria storia, Brindisi appassionata di sport. Brindisi che mette in ansia tutta l'Italia perchè la mattina del 19 maggio 2012 una bomba scoppia durante l'ingresso delle alunne in una scuola, la Morvillo Falcone, uccidendo Melissa Bassi e ferendo tante sue amiche. Il sentimento più diffuso è lo sgomento di fronte a tanta efferatezza; le tante domande senza risposte immediate generano paura, il teso dibattito sulla matrice dell'attentato semina incertezze e dubbi. In questo burrascoso sommovimento di

sentimenti, il pomeriggio dello stesso giorno dell'attentato, una imponente e spontanea manifestazione di piazza ridà voce a Brindisi, alla paura subentra la rabbia, il desiderio di fare qualcosa, il coraggio di ribellarsi alla paura, la fierezza di essere lì per fare qualcosa. E dal palco, sgombro dalla presenza di politici presenzialisti, è la voce di una studentessa, Martina, che infiamma la piazza e chiama alla mobilitazione continua, cosa che avverrà. La grandiosa manifestazione di sabato 26 maggio è ancora negli occhi di tutti i presenti e l'eco di quelle voci di ribellione ancora rimbombano. Le scuole contro la mafia E' in questa città che, programmato già dal mese di aprile, la Scuola di formazione politica Antonino Caponnetto, insieme ad altre associazioni aderenti come Libera, Proteo fare sapere, istituzioni amministrative, sportive, culturali, religiose, attuerà il progetto"Brindisi capitale dell'antimafia". L'intento è quello di ricordare, contemporaneamente, il pensiero, l'insegnamento, la memoria di Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino. Ci siamo dati tre setti-

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mane di iniziative continue che toccano quasi tutte le forme di comunicazione, che si svolgono in luoghi diversi, in orari diversi, con tantissimi interpreti. Tantissime iniziative servono a preparare i due grandi eventi finali del 19 e 20 ottobre. Le scuole brindisine, negli ultimi 15 anni hanno investito tantissimo in progetti formativi, sull'antimafia e soprattutto sull'educazione al rispetto delle persone, delle regole, degli impegni presi, ai valori costituzionali. Ed è soprattutto per questo motivo che tanti mesi fa decidemmo di premiare questo sforzo collettivo delle scuole, per rafforzarle in questa scelta. Se oggi la presenza e l'incidenza della sacra corona unita sul territorio brindisino è ai minimi termini, oltre che all'incisività di magistratura e forze dell'ordine, lo si deve anche all'oscuro lavoro di tanti docenti e qualche dirigente scolastico. Dal 29 settembre al 20 ottobre speriamo di accogliere tanti di voi: noi ci saremo.


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Antimafia

Le cinque giornate di Milano Tra studi e dibattiti, i nuovi modi di insorgere contro la tassa mafiosa: “Summer School in Organized Crime”. di Sara Spartà www.diecieventicinque.it

E' quello che è avvenuto a Milano, menti appassionate e geniali hanno messo al servizio della collettività ricerche e risultati che sono il simbolo di anni di studio sul campo ma anche di dedizione, passione, esperienza e vita. C’è qualcosa di importante in tutto questo. Dare valore e spazio ai giovani, alle loro proposte e al loro apprendimento, alla loro voglia di andare oltre i banchi delle aule universitarie, di riunirsi e di discutere ancora per le strade, davanti ad un caffè. L’esperienza di quest’anno era focalizzata su “La tassa mafiosa. I costi economici e sociali della criminalità organizzata: analisi e strategie di intervento”. Il costo della corruzione

Consideriamo l’Italia e dividiamola in due. Due grandi uniche regioni. Immaginiamo, per assurdo, di riuscire ad isolare solo in una di queste la criminalità organizzata e di comparare ciò che accade nell’economia e nel sistema istituzionale di entrambe. Un paragone di questo tipo ci permetterebbe non solo di identificare gli effetti della mafia ma anche di calcolarne i costi in maniera semplice, chiara e immediata. Cosa cambia in termini di produttività e di redditività? La mafia porta veramente lavoro, crescita e sviluppo? Questo è stato uno dei molti risultati di studio presentati alla II Edizione della Summer School in Organized Crime presso la Facoltà di Scienze Politiche di Milano, organizzata dal Prof. Nando dalla Chiesa. Una full immersion di cinque giorni che ha visto sfilare docenti, ricercatori, magistrati, rappresentanti di vari enti locali e appassionati studiosi che hanno dato il loro contributo in termini di ricerca ed esperienza professionale ineguagliabili. Perché se è vero che “coppola e lupara” sono sinonimo di una solida organizzazione resistente alle intemperie è anche vero che l’unico modo per contrastarla è agire in maniera uguale e contraria, ossia con una intelligenza e alto senso di civiltà e professionalità “organizzata”.

Quanto pesa nelle nostre tasche e sulle nostre vite la mafia? Quanto le stime note possono considerarsi realistiche e attendibili? Su quali fattori si basano e perché? Fra queste i numeri della Corte dei Conti, per cui ad esempio solo il costo della corruzione in Italia si aggirerebbe tra i 50-60 miliardi di euro. Ma questi miliardi cosa sono, a cosa fanno riferimento nello specifico, e quale è il criterio di sottrazione applicato al PIL italiano per poter affermare dati simili con certezza? Sappiamo che l’importanza di questi “tentativi eroici” di quantificazione dei costi tende a tenere alta la soglia di attenzione riguardo al fenomeno, ma di contro crea anche allarmismo, confusione che nel lungo periodo possono essere tradotti in un senso di sconforto e di sfiducia sociale nelle possibilità concrete che lo Stato ha a disposizione per arginare e rispondere in maniera efficiente al problema. Il peggioramento dell’indice di percezione della corruzione (CPI) può determinare una riduzione annua del PIL, del reddito pro capite e della produttività di un paese. Ecco la necessità di uno studio di questo tipo. Ma, in fondo, è tutta e solo una questione di numeri? Partendo da un dato facilmente intuibile, la tassa mafiosa grava su beni materiali

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come la sottrazione forzosa di risorse private, quella forzoso-politica di risorse pubbliche, grava sui costi della giustizia e della sicurezza, su quelli di distruzione ambientale, fa emergere una inefficienza del sistema di allocazione di risorse e questo può provocare un effetto di scoraggiamento per le imprese e un’ innalzamento della soglia di accesso al mercato. Ma ciò che più colpisce sono i costi sui beni “immateriali” come quelli di relazione ad esempio, la tassa mafiosa colpisce la fiducia nelle istituzioni ma anche tra le persone, la giustizia, l’efficienza dei servizi, i costumi civili, la partecipazione. Colpisce le eccellenze individuali, il merito, la diffusione dei talenti in zone diverse da quelle di origine, l’arte e la cultura. Colpisce l’armonia di un paese, intesa come benessere, felicità, libertà. È chiara dunque la difficoltà di una quantificazione e soprattutto di una risposta efficace delle istituzioni, in termini di progettualità, risorse, innovazione e strumenti volti ad arginare il fenomeno. Ecco il perché di un approfondimento e di un confronto con gli “operatori” che giornalmente danno forma e vita a molte intuizioni. Perché la risposta dello Stato è importante. Così come lo è una non risposta. “L'onestà non paga” Perché tuonano ancora queste parole a distanza di giorni: “Non credo più in questo paese dove corruzione e prepotenze imperversano sempre. Auguro a chi continua a resistere di avere più fortuna di me. L’onestà non paga. L’onestà e la trasparenza non pagano. Questo non è più il mio mondo”. Parole che scuotono, macchiate dalla pistola con cui Ambrogio Mauri, un’ imprenditore milanese nel 1997 decide di farla finita. Distrutto dalla logica delle tangenti che l’inchiesta di Mani Pulite non era riuscita a cambiare. La figlia Roberta racconta con pudore e dignità la storia di suo padre, affinché non muoia una seconda volta schiacciato da logiche imprenditoriali ormai diffuse prive di etica e di valore.


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Festival del Giornalismo

A Modica si festeggia l'informazione con nuovi progetti Si chiude il quarto Festival del giornalismo di Modica. Quattro giorni di dibattiti ma non solo. Ci sono I Siciliani Giovani, c'è Libera e ci sono tanti ragazzi venuti da tutta la Sicilia

della Redazione de “Il Clandestino” www.ilclandestino.info

C'è una foto, una normale foto. Nell'immagine ci sono un gruppo di ragazzi che ride e due maestri di giornalismo. C'è un altro scatto: una ragazza, sciarpa colorata e capelli bagnati, che tiene un foglietto in mano ed ha una lacrima che le segna il volto. Ingenua e vera. Il Festival del giornalismo è tutto qui, in questi due scatti. Nella gioia di un gruppo di ragazzi di aver terminato anche la quarta edizione, di aver condiviso una esperienza stramba. Di aver sorriso assieme e di aver bestemmiato altrettanto assieme. Scambi di abbracci, pacche sulle spalle, sudore e pizza a notte profonda. Il Festival è nelle lacrime di una ragazza che quando deve ringraziare il pubbli-

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co e dargli l'arrivederci all'anno prossimo si emoziona. Lacrime di liberazione. O di orgoglio. Nelle lacrime di una ragazza È una strana storia quella del Festival del Giornalismo di Modica, organizzato dal mensile Il Clandestino, con I Siciliani Giovani e Libera Sicilia. Dal 30 agosto al 2 settembre, Modica, estremo lembo della Sicilia, si è trasformata nel centro dell'informazione. La mattina cominciava presto per più di 50 ragazzi che inondavano le viuzze del centro storico per partecipare ai workshops. Dietro la cattedra c'era Tano D'Amico che teneva incollati i ragazzi alla sedia con la propria esperienza e le


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“Tanti ragazzi hanno inondato le vie di Modica per partecipare ai workshops”

Scheda IL “CLANDESTINO” E LA SUA RETE/ LA STORIA Il Clandestino nasce nel 2006 come giornale studentesco distribuito negli istituti superiori di Modica. Un giornale per i giovani fatto da giovani per raccontare il territorio con il proprio punto di vista e per uscire dalla logica della paludata informazione locale. Il Clandestino diventa la voce del movimento studentesco contra la privatizzazione dell'acqua che in provincia di Ragusa ha portato ad una vittoria, assieme ad altri gruppi. Un periodo carico di emozioni che ha dato nuova linfa al giornale. Pian piano il gruppo che sta dietro ad Il Clandestino si allarga, arrivano nuovi ragazzi, ci si scambiano idee e si cresce assieme. Diventa una palestra di giornalismo e di impegno sociale. Un po' autodidatti e un po' alunni di grandi maestri. Nel 2008 il giornale ha cambiato volto ed è entrato in edicola. Il Clandestino è uscito dalla scuola per arrivare in tutta la città e a tutti i suoi cittadini. Ma Il Clandestino non è solo Modica, la sua visione si allarga grazie alla rete di cui fa parte. Il Clandestino aderisce a Lavori in corso ed ora ad I Siciliani giovani e a Libera. Il giornale è semplicemente un tassello di un mosaico molto più ampio. Una finestra sul Ragusano. Da solo nessuno sarebbe niente.

proprie foto. Due passi più in là c'era Giacomo Di Girolamo che parlava di giornalismo residente e raccontava la sua esperienza con Marsala.it. Tutti a stupirsi e a prendere appunti; a fianco un altro giovanissimo giornalista siciliano, Giuseppe Pipitone, che con il piglio di un cronista vissuto raccontava il lavoro di cronaca giudiziaria. C'è spazio pure per il futuro dell'editoria elettronica con Fabio Vita e i suoi consigli utili. E poi dalle stradine ci si dirigeva verso l'atrio comunale, location del Festival. Banchetti, punti informativi, giornali, musica, teatro e tanti dibattiti hanno animato le quattro giornate. È stata Manuela Modica, collaboratrice de L'Unità e de La Repubblica, ad aprire le danze con il suo libro su Raffaele Lombardo. Con lei c'era Emanuele Lauria, giornalista di Repubblica. I vizi e le virtù dell'ex governatore hanno attirato la curiosità di molti. Il programma è stato ricco: da Pino Finocchiaro ad Attilio Bolzoni, da Giuseppe Lo Bianco ad Enrico Bellavia, passando per Loris Mazzetti ed Antonio Mazzeo. E poi si è parlato del futuro del giornalismo con alcune giovani penne: Claudia Campese di Ctzen; Valeria Grimaldi

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di Dieci e Venticinque; Gaetano Alessi di Ad est e Giuseppe Pipitone. E i Siciliani Giovani? In una sala gremita si è tenuta pure l'assemblea de I Siciliani Giovani. “Cosa sarà questo giornale?” “C'è già, ma bisogna continuare. Tra poco il cartaceo”. Si parla, ci si scontra, ma alla fine tutti assieme a prendere un caffè prima che cominci un altro evento. Ma il Festival non è il suo programma. È la storia di un gruppo di giovani che ogni mese porta in edicola un giornale ed ogni anno regala alla propria città un momento di vitalità. Il Festival è Tommaso, diciassette anni, che non si tira indietro se c'è da spostare un tavolo e accogliere gli ospiti; o Mauro, 15 anni, che, con un futuro da agente commerciale, vende i biglietti per il sorteggio di autofinanziamento. Il Festival è Norma che è venuta da Roma per dare una mano.


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“Chiuso il Festival si ritorna nelle strade della città per riempire il giornale”

de I Siciliani Giovani, le nuove amicizie e i tanti “teniamoci in contatto”. Chiuso il Festival si ricomincia a camminare per le strade della città per riempire le pagine de Il Clandestino. C'è chi va a fare le interviste, chi si improvvisa contabile. C'è chi si inventa grafico e chi fa il fotografo. Mese per mese, da 6 anni. Tutto nasce così, nel 2006. Una festa in un salone di una chiesa, con un paio di gruppi metal, è la presentazione del giornale. Non proprio un inizio con il botto. Quattro pagine A4 in bianco e nero, impaginate con Word, sgrammaticate e brutte. Un editoriale scritto in fretta in furia: “Che cos'è Il Clandestino?”. Fra una salone di chiesa e un garage

Tante storie che si intrecciano. Ci sono i giovani che vengono dai posti più lontani della Sicilia; ci sono gli anziani che ringraziano per il tempo fattogli trascorrere; ci sono i volontari che all'ultimo mare preferiscono dare una mano. Una grande rete Il sipario cala presto ma qualcosa resta. Resta il calore umano, resta il progetto

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È cominciato così, con una domanda e un intento. Quello di fare un giornale fresco, che avesse come solo riferimento la vitalità e l'ingenuità dei giovani, ma essendo rigorosi e franchi. Sono passati sei anni da quella sera nel salone di una chiesa e da quel giorno ininterrottamente ogni mese il giornale è uscito. Ma Il Clandestino non è solo questo. È soprattutto una storia di un gruppo di amici. Anche qui una foto ci viene in soccorso, ancora una volta nella foto c'è un gruppo. Una decina di ragazzi, davanti un garage, con uno striscione in mano, che brindano alla formazione del giornale. Sono per lo più minorenni e non sanno che di questa storia ne avranno ancora per un po'.


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Storia

Pio La Torre e Berlinguer: comunisti contro Consociativismo o alleanze popolari? Una scelta drammatica, che divise il partito di Elio Camilleri Nel 1979 era in corsa per entrare nella Direzione nazionale del PCI, ma fu bloccato perché considerato “di destra” e per lo stesso motivo fu contrastato anche il ritorno in Sicilia come Segretario regionale. Eppure Pio La Torre aveva una lucida conoscenza dei formidabili problemi della Sicilia non solo per quanto riguardava la mafia, ma anche riguardo la storia politica di questa terra. Espose chiaramente tutto nella Relazione di minoranza della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia del 1976 e non ebbe alcun timore a spiegare in Parlamento l’omicidio di Piersanti Mattarella con il caso Sindona e con i rapporti tra mafia e politica, tradizionale passaggio fra Sicilia ed Usa.

Arrivò in Sicilia ed espresse, da subito, la sua ferma opposizione alla costruzione della base missilistica della NATO a Comiso, e lanciò una petizione popolare per bloccare l’istallazione di 112 missili Cruise e che in breve tempo ottenne la sottoscrizione da parte di più di un milione di persone. Si creò, infatti, una straordinaria mobilitazione che coinvolse migliaia di giovani, di associazioni e movimenti anche d’ispirazione cattolica: “Furono settimane di grande mobilitazione, con i tavolini davanti alle chiese e alle sezioni per la raccolta delle firme, comitati unitari che sorsero un po’ ovunque nei paesi e nelle città …”. (Elio Sanfilippo. Quando eravamo comunisti. Edizioni di passaggio. Palermo.2008. pag.353) La ripresa della corsa agli armamenti preoccupava seriamente Pio La Torre e l’istallazione dei missili a Comiso rappresentava una gravissima e oggettiva condizione di pericolo per la Sicilia, che sarebbe diventata un bersaglio atomico, per l’Italia, per la pace. Ma un pezzo di segreteria nazionale del PCI e lo stesso “Enrico Berlinguer temeva che la battaglia dei comunisti siciliani contro i missili americani a Comiso finis-

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se per apparire filosovietica” (Gianni Parisi. La storia capovolta. Setterio.Palermo. 2003. pag 197) Il 4 aprile 1982 si svolse, comunque, a Comiso un’imponente manifestazione contro i missili e per la pace: parteciparono più di centomila persone provenienti, oltre che dalla Sicilia, da altre parti d’Italia e d’Europa ad esprimere, pur da differenti appartenenze poliche la medesima richiesta per il disarmo e per la pace. In Sicilia si trovarono dalla stessa parte La Torre, il Presidente dell’ARS Lauricella e il Presidente delle ACLI Capitummino in una alleanza che nulla aveva a che fare con il consociativismo degli anni settanta contro cui La Torre era stato critico intransigente. Il contrasto con la segreteria Il contrasto tra i comunisti siciliani e la segreteria nazionale si acuì ulteriormente quando Pio La Torre chiese che la petizione per la moratoria e per il disarmo “bilanciato”, sì da non sembrare filosovietici, fosse esteso e proposto in tutta Italia. Da Roma arrivò un secco rifiuto, ma Pio La Torre ritenne di dovere continuare la lotta e allora la mafia e quei pezzi della politica e dei servizi al soldo degli americani trovarono subito le ragioni di collegarsi concretamente per la sua eliminazione che, come si sa, arrivò il 30 aprile 1982 Ai funerali Enrico Berlinguer promise che la raccolta delle firme sarebbe continuata in tutta Italia, ma il partito comunista non fece nulla per mantenere la promessa quasi – forse - a voler dimenticare al più presto che in Sicilia si era svolta la più imponente manifestazione per la pace. Il 13 settembre dello stesso anno il Parlamento approvò la legge sulla confisca dei beni mafiosi, passaggio decisivo, ma intrapreso con riluttanza, per colpire Cosa nostra.


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Viaggio sentimentale

Le amiche di Goliarda Sapienza Una delle più dense scrittrici del Novecento, famosa in Francia, ignorata da noi. Finché... di Vera Navarria

È cominciata un anno fa. L'indirizzo l'avevamo trovato su uno dei suoi libri autobiografici. Via Pistone n.20, Catania. La casa di una scrittrice. Dei muri nudi, e un portone di legno tanto consunto da immaginare che fosse rimasto lo stesso dai tempi in cui Goliarda vi spingeva i palmi giovani, prima di precipitarsi in cortile e su per le scale.

Scheda L'ARTE DELLA GIOIA DI GOLIARDA Goliarda Sapienza (1924 – 1996), nata a Catania da una famiglia di antifascisti, figlia di Giuseppe Sapienza e della femminista e sindacalista Maria Giudice, è stata un'attrice e una scrittrice. Il suo romanzo più noto, L'Arte della gioia, pubblicato postumo da Stampa Alternativa dopo essere stato rifiutato dai maggiori editori nazionali, ha riscosso un successo insperato in Francia, che è arrivato di rimbalzo anche in Italia.

Un gatto, di una magrezza che nulla aveva a che fare con gli esemplari pasciuti e viziati di piazza Teatro Massimo, ci osservava con occhi scontrosi e indocili, lasciandomi l'immagine che di via Pistone mi sono portata dietro per tanto tempo: un mondo altro, sorprendentemente separato dalla città che conoscevo dai pochi e scarni scalini di via Buda. Così fino al 15 settembre, quando grazie a Pina Mandolfo e alla Società Italiana Letterate, nell'ambito dell'iniziativa Sulle tracce di Goliarda-viaggio sentimentale e letterario nei luoghi di Goliarda Sapienza, su quella soglia è stata posta una targa: «Questa casa, la strada, i vicoli, Catania, hanno nutrito il genio narrativo di Goliarda Sapienza». In quei vicoli familiari Pochi centimetri di marmo, che però hanno richiesto con gli abitanti del luogo - ai tempi di Goliarda artigiani e «uomini e donne che fanno mercato di loro stessi», e oggi che gli artigiani non esistono più solo questi ultimi - una contrattazione lunga. Che alla fine ha dato l'esito sperato, quello che, ammettendo noi, non solo catanesi perbene - finti, ci avrebbe chiamati Goliarda -, ma donne di tutta Italia, accoglieva di nuovo soprattutto lei, Goliarda Sapienza, la scrittrice cresciuta in via Pistone, ma che poi se n'era andata via e che ci ha lasciati, nel '96, continuando ad avere l'impressione di essere diventata per quei vicoli familiari una straniera. Ed ecco il tour sentimentale, percorso come fa Goliarda in Io, Jean Gabin in poche, frenetiche ore. Il laboratorio del saggio puparo Insanguine, che teneva la sua attività quando le famiglie di pupari erano ben 15 in città, ma che con occhio lungo presagiva la morte per l'Opera dei pupi, e che ora è giustamente ospitato in

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un museo - quanto avrebbe riso Goliarda! -, nato dalla dedizione del figlio Michele. Stanze dove i suoi pupi e le meravigliose scene dipinte ci parlano ancora. Il cinema King, quella vecchia sala che poi fu il Cine Mirone che proteggeva Goliarda dalle brutture del fascismo nutrendola al calore dei film francesi, un luogo, per noi, dove poter riascoltare la sua voce e osservare meglio i suoi occhi grazie al documentario di Loredana Rotondo, Vuoti di memoria. Palazzo Biscari, simbolo opulento del barocco catanese, la bellezza del quale la scrittrice ha saputo portarsi dietro almeno quanto il sapore dei vicoli. Lì Elvira Seminara, Giovanna Providenti e Monica Farnetti, studiose, sono intervenute sulla personalità e l'opera di Goliarda, mentre Maria Rosa Cutrufelli, che l'ha conosciuta in vita, ha portato la rara testimonianza di un autoritratto quasi inedito della scrittrice. Per tutto il percorso, intanto, l'attrice Egle Doria leggeva le pagine di Goliarda, mettendoci contemporaneamente davanti i luoghi e le descrizioni degli stessi. Una meraviglia. S'è conclusa al tramonto, sulle spiagge della Playa, quel mare simbolo inconsapevole della femminilità, metafora di libertà, di fronte al quale Maria Arena fa rivivere un momento del suo spettacolo Io ho fatto tutto questo. Daniela Orlando, che interpreta la Sapienza, consegna a tutte noi le pagine scritte dall'autrice. Goliarda ha ancora tante amiche che vanno a trovarla.


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Europa

Gens de voyage Arriva all'appuntamento in giacca elegante e camicia bianca impeccabilmente stirata il difensore della causa dei gens du voyage... di Chiara Zappalà

Parigi. Louis de Gouyon Matignon ha ventuno anni appena compiuti, sangue blu da nipote di marchesi, una carriera universitaria in giurisprudenza, un'estate – quella appena passata – passata al Senato come assistente del deputato Ump Pierre Hérisson, presidente della commissione per i gens du voyage, ma soprattutto una passione per la musica manouche che lo ha portato fino agli accampamenti nomadi di tutto il paese. “Non appartengo a nessun partito – dice lui – se la persona incaricata a livello statale della causa degli zigani fosse stata di estrema sinistra, avrei comunque fatto lo stage. Detto tra di noi, sono vicino all'Ump. Ma non voglio iscrivermi perché non voglio che la mia causa diventi un dibatto politico”. La sua causa è dunque quella dei gens du voyage, una categoria giuridica che indica i nomadi, tra le 400mila a 600mila persone presenti sul territorio francese.

Anche se la maggior parte di loro ha nazionalità francese, il loro status è una deroga al diritto comune e la loro cittadinanza è limitata. Una legge del 16 luglio 1912 prevede infatti che i "nomadi", i "senza domicilio fisso o residenza" e i "viaggiatori" debbano tenere un libretto di circolazione da far validare ogni tre mesi negli uffici competenti. Il documento non sostituisce la carta d'identità nazionale, ma a causa della disinformazione, molti di loro non ne hanno una. Sono passati cent'anni dalla pubblicazione della legge, e i libretti sono ancora lì. Inoltre, la registrazione nelle liste elettorali può essere fatta solo al termine di tre anni di residenza ininterrotta nella stessa città, un periodo che pochi passano nello stesso luogo. La maggioranza dei nomadi, quindi, non può esercitare il diritto di voto. Tuttavia il dibattito in parlamento è aperto, e de Gouyon Matignon prevede una imminente abolizione dei libretti. Tiene talmente tanto ai suoi amici nomadi, che questa giovane promessa della politica francese ha fondato un'associazione in difesa della cultura zigana. Le sue campagne hanno poco a che vedere con le polemiche suscitate dalla politica dell'ex presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy, che si era occupato dell'allontanamento dal suolo nazionale dei Rom non francesi, cittadini rumeni o bulgari, quindi comunitari, aventi diritto alla libertà di circolazione in Europa. De Gouyon Matignon ne è cosciente. “Bisognerebbe accoglierli - commenta - non tanto come cittadini comunitari, quanto richiedenti asilo politico”, e si riferisce alle condizioni discriminatorie nell'Est Europa. “I gens du voyage sono francesi con stile di vita nomade riconosciuto. I Rom sono cittadini comunitari che vengono dall'est dell'Europa, e gli Zigani sono costituiti da 3 gruppi di origine indogreca che sono partiti nell'undicesimo secolo dall'India, e oggi li chiamiamo Rom se vengono dall'Est Europa, manouche se vengono dall'Europa occidentale e gitani se vengono dalla

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penisola iberica. Tra i gens du voyage, abbiamo gli zigani-manouche in Europa occidentale. L'altra comunità importante è quella dei Jenish, di origine tedesca, partita nel XVII secolo a seguito della Guerra dei Trent'anni”. Musicisti nomadi A 16 anni, chitarrista appassionato di jazz manouche, ha cominciato a cercare i musicisti nomadi ai quattro angoli della Francia. Oggi, per contattarli, ha i loro numeri di telefono anche se “dopo cinque anni, appena arrivo in un posto nuovo – tiene a precisare – percepisco subito se ci sono gens du voyage nei paraggi”. Sul suo Iphone mostra la mappa dei luoghi dove è stato e dove ha fotografato volti segnati dal sole e antiche carrozze tirate ancora dai cavalli. Ha trovato una famiglia che lo ha “adottato” e ha imparato la loro lingua. “A dicembre esce il primo dizionario Manouche-Francese, l'ho sto scrivendo io”, dice con fierezza. Da cinque anni, quindi, lascia la sua casa nel sedicesimo arrondissement, uno dei più eleganti e ricchi di Parigi, e parte alla ricerca delle giostre itineranti – luoghi spesso associati alla cultura nomade – e dei gens du voyages. “Due volte al mese dormo da loro – dice – e l'estate scorsa ho viaggiato per tre mesi e mezzo”. Dalla musica alla religione, l'interesse per questa gente lo ha anche portato alla conversione al culto evangelico. Li conosce bene e pensa che il mescolamento coi francesi “sedentari” possa causare la perdita della lingua e delle tradizioni. E anche, dubita che obbligare i bambini di queste comunità ad andare a scuola possa essere di beneficio alla loro cultura. L'intervista è finita e lui tiene a spiegare cos'è quella spilletta che ha attaccato alla giacca e che non è sfuggita all'attenzione dal primo momento. Una specie di fiore rosso su uno sfondo di due bande blu e verde. Il simbolo degli zigani. Cosa altrimenti?


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Italia

Le deleghe pericolose La magistratura si batte, e i cittadini “fanno il tifo”. Tocca a loro risolvere i nostri guai, pensa ormai molta gente di Pietro Orsatti www.orsattipietro.wordpress.com/

Stiamo vivendo uno dei momenti più difficili della storia repubblicana. La crisi economica e finanziaria, l’implosione della credibilità del sistema politico, le tensioni sociali che, non più modulate dalla politica e dalle idee, rischiano di frantumare l'ipotesi stessa di paese e di società. Senza contare che mentre tutto il mondo occidentale sta cercando di reagire alla crisi del sistema attraverso la politica e le scelte che la politica impone, la nostra politica, schiantata da vent’anni di degenerazione e indiretta grazie al berlusconismo, ha delegato il proprio ruolo ai “tecnici” nell’illusione che il mondo finanziario e imprenditoriale italiano fosse immune allo sfaldamento del concetto di democrazia diffusa e fosse una garanzia per la tenuta non solo economica ma anche sociale del Paese.

Un’illusione, appunto. Con la recente “confessione” del premier di aver alimentato e assecondato la recessione volontariamente e senza che questa fosse una scelta condivisa dalla politica e, soprattutto, dagli italiani. Ma l’anomalia italiana non è solo quella politica. E neanche quella “tecnica”. L’anomalia italiana, quella originaria - e che ha provocato tutte quelle conseguenze etiche, politiche e economiche che ci stanno strangolando - si chiama mafia. O meglio, il sistema mafioso. Che è molto più complesso e radicato e strutturale di quello che potrebbe apparire osservando solo la superficiale attualità delle “cinque mafie” (comprendendo anche il complesso sistema di alleanze “spurie” in atto nel Lazio e in particolare a Roma). E si tratta di un’anomalia così profondamente innestata nel DNA del nostro paese da confondere e inquinare ogni aspetto del nostro vivere insieme. Il conflitto fra i poteri A complicare questa situazione già estremamente grave e drammatica che sta attraversando il nostro Paese, in questi ultimi mesi è esploso anche il conflitto (oggi anche sancito da una decisione della Consulta) fra poteri dello Stato. Cioè fra magistratura inquirente e Presidenza della Repubblica in relazione alle intercettazioni indirette delle conversazioni telefoniche fra l’ex ministro e ex vicepresidente del CSM Nicola Mancino (indagato) e il presidente Napolitano (non indagato e intercettato indirettamente). Chi non si rende conto di quale

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potere distruttivo possa avere questo conflitto oggi davanti alla situazione che stiamo vivendo come Paese è come minimo un illuso. Inoltre l’inchiesta della procura di Palermo verte sulla trattativa fra Stato e Mafia nel ’92 e ’93. Gli anni delle stragi. Gli anni del “golpe invisibile”. Quindi il potere deflagrante di questo conflitto appare, in questo momento, perfino più devastante di quello che si potesse immaginare fino a poche settimane fa. Non solo le stragi È mia opinione - e qui sto per inserire nel ragionamento un’altra e ancora più pericolosa componente dell’anomalia italiana- che gran parte di questo conflitto (che esiste anche perché il potere legislativo non l'ha mai affrontato) sia stato strumentalizzato non solo in malafede (come hanno fatto alcuni esponenti politici e giornali legati a Berlusconi) ma anche in buona fede da chi giustamente da anni sta chiedendo “la verità”. Verità su quelle stragi. Come se su quelle stragi del ’92-93 si concentrassero tutti i mali del rapporto fra Stato e mafia. Magari fosse così! Sarebbe molto più semplice e tranquillizzante che, scoperchiato un pezzo delle relazioni fra Stato e mafia, quello delle trattative -ne parlo al plurale perché sono convinto che ce ne fu più di una contemporaneamente- si possa spezzare la pietra tombale di affari sporchi, svuotamento culturale, occupazione politica e economica e inquinamento istituzionale che in quel biennio venne posta sulla nostra testa. Ma non è così.


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“Il sistema deviato che ha inquinato il Paese”

Quello che si riuscirà a capire, e spero vivamente che ci si riesca, è cosa accadde in quei due anni, i reati commessi, le responsabilità collettive e soprattutto individuali dei protagonisti. Ed è questo a cui punta la magistratura. Che non agendo politicamente agisce su fatti e ipotesi di reato precisi. Su azioni precise, e solo su quelle. È il suo ruolo, quale siano i desiderata delle opposte tifoserie che oggi riempiono, spesso di fuffa, le pagine dei giornali. Nel frattempo, il sistema si è blindato Dopo Tangentopoli il nostro paese si è illuso che il ruolo dei processi potesse miracolosamente supplire al vuoto politico, al baratro etico e culturale e soprattutto all’assenza di memoria degli italiani. Ma come nel caso dell’attuale “delega” ai tecnici per uscire dal berlusconismo e dalla crisi, la delega alla magistratura vent’anni fa non solo non ha rinnovato la politica, ma non ha scalfito minimamente un sistema culturale deviato. I tribunali hanno fatto il loro dovere, ma non c’era nessuno a raccogliere i frutti di quel po’ di pulizia avviata dai PM milanesi. E il sistema deviato, rapidamente, ha occupato gli spazi rimasti vuoti e, imparando la lezione, ha ancor

meglio blindato la propria tenuta. I risultati sono davanti a tutti. E la storia si ripete ciclicamente. Per capire sono costretto a fare un ragionamento controcorrente e che sono certo non mi attirerà molte simpatie, visto l’argomento. Tornando all’inchiesta palermitana, rimango sconcertato di come i tifosi della procura abbiano ingigantito enormemente non tanto il peso dell’inchiesta in corso, che è enorme visti gli argomenti di cui si tratta, ma il ruolo salvifico delle persone che quella inchiesta conducono. Come se ci fosse la necessità di riversare sulle persone e non sui ruoli un’attesa che andasse ben oltre la definizione precisa proprio dei ruoli che queste persone ricoprono. Troppo carico sui magistrati Per affetto, fiducia, speranza e rispetto, certo. Ma con risultati estremamente pericolosi. I magistrati si sono trovati sovraesposti e caricati di responsabilità (politiche) e attese (quasi messianiche) che non corrispondono né alle loro persone né al loro ruolo istituzionale. Anche qui si è delegato. Ci si è aggrappati a illusioni, non ultima quella di credere in maniera acritica a tutte le dichia-

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razioni di un personaggio come Massimo Ciancimino, proprio mentre si stava cercando da parte della magistratura di capire proprio l’attendibilità di quelle dichiarazioni e la rilevanza del teste. Forzando dichiarazioni e parole degli stessi PM in maniera del tutto strumentale alle proprie tesi. Tesi, badate bene, comprensibili e condivisibili, ma in quanto tesi non verità precostituite e indiscutibili. Mi si dirà che anche Paolo Borsellino parlava esplicitamente del “tifo” che bisognava fare per i magistrati Ma si era nel periodo dello smantellamento sistematico del pool palermitano, dei “corvi”, dell’attentato dell’Addaura, ed era evidente la necessità di un grande moto di vicinanza e di solidarietà verso quei giudici che avevano messo in piedi il maxi processo a Cosa nostra ed erano in quel periodo sotto attacco, non solo mafioso. Altra cosa è disegnare un’aspettativa di cambiamento e poi cercarne conferma, anche quando smentiti, accollandola a chi faticosamente cerca di trovare una verità, come la magistratura palermitana oggi. La delega non supplice al vuoto Quando si delega e ci si aggrappa alla “fede” precostituita per supplire a un vuoto, il rischio è quello di creare obiettivi e, ancora peggio, vuoti di potere e di controlli in cui si possa riprodurre e occultare il sistema deviato che dal 1943 a oggi ha inquinato la vita del Paese. Le responsabilità, così nella vita come nella politica e davanti alla legge, sono sempre personali.


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Referendum

“Scusi, lei è favorevole o contrario?” E' la domanda che si potrebbe fare al centro sinistra, o almeno a molti suoi leader. E non solo sui referendum, ma anche sulla volontà o meno di smantellare le “riforme” di Berlusconi di Riccardo De Gennaro

Non è mai accaduto che un governo di centrosinistra abbia modificato o cancellato una legge di qualche peso varata da un governo di centrodestra. Ed è molto probabile, se non garantito, che – in caso di una vittoria elettorale – questo non succederà neppure con le riforme del lavoro e delle pensioni dell’attuale ministro Fornero. Aver depositato in Cassazione i due quesiti referendari per l’abrogazione dell’articolo 8 della legge 148 sulla deroga ai contratti (governo Berlusconi) e della nuova formulazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (governo Monti) è dunque importante per più ragioni.

In primo luogo, la mossa di Idv, Sel, Prc, Fiom e degli altri soggetti politici e sociali che hanno aderito all’iniziativa, consente di “bucare” la cappa di piombo di una fase pre-elettorale centrata più che altro sulle ipotesi di alleanza di governo (Casini e Vendola sì, o no, o forse, Di Pietro assolutamente no) e sul poco emozionante duello tra Bersani e Renzi alle primarie. In secondo luogo, perché consente di tornare a parlare di lavoro e di fabbrica, dopo un lungo periodo in cui non si è discusso d’altro che di spread e banche. In terzo luogo perché i due referendum sono una perfetta cartina di tornasole per la comprensione della vera natura del Pd, un partito che – soprattutto nel caso di una vittoria di Renzi – rischia di non potersi più dire di sinistra. Si può riparlare di lavoro? Alcuni importanti esponenti del Pd, come la presidente Bindi, l’hanno detto esplicitamente: il referendum è un grave errore. Che cosa significa: l’errore è ricorrere al referendum, oppure sta anche nel contenuto del referendum? È vero che il Pd ha appoggiato lo smantellamento dell’articolo 18, ma lo ha fatto giustificando questo suo correre in soccorso del governo Monti come il male minore dopo i lunghi anni del berlusconismo e a fronte del rischio-Grecia. Se i “compagni” del Pd vinceranno le prossime elezioni e andranno al governo

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non avranno, dunque, più alibi. D’altronde, la domanda è molto semplice: il Pd, se mai lo è stato, sta ancora dalla parte dei lavoratori o ha definitivamente sposato il ceto medio e moderato? Questo “no” ai referendum sul lavoro, dopo gli anni del grande strepitare contro i tentativi berlusconiani di superamento dell’articolo 18, qualche dubbio, perlomeno in un osservatore esterno, lo suscita. Berlusconi, Monti: e poi? L’impressione è che il Pd non abbia votato la modifica dell’articolo 18 in nome di una superiore ragione di Stato, ma perché condivide in toto un tipo di politica che giudica privo di alternative. È molto difficile rintracciare, non solo nel “programma” di Renzi, ma anche in quello di Bersani, un elemento che rappresenti una cesura rispetto al presente montiano o al passato berlusconiano. Le promesse bersaniane di apertura alle unioni gay, di una riduzione degli stipendi dei parlamentari e dell’assegnazione della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati extracomunitari sono assai poco credibili: sebbene già previsti nel programma elettorale di precedenti coalizioni di centrosinistra, questi punti – una volta che Pd & co. ebbero conquistato il governo del Paese – non trovarono alcun seguito. Esattamente come la legge sul conflitto d’interesse.


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Storie

“La ripresa è vicina” “La crisi passerà, il sistema tiene, ne abbiamo viste altre, caro Gneo Sertorio. Ave atque vale” di Jack Daniel

«E’ grave questa crisi, non credo che ne usciremo facilmente». «Sei sempre pessimista. E’ un momento duro, ma ci risolleveremo, risorgeremo, come sempre.». «Sei tu che pecchi di ottimismo. Questa volta è differente. Non passa giorno che non chiudano attività, proprio oggi ha chiuso il forno davanti al teatro. Erano tre generazioni che non si spegneva mai, giorno e notte, estate e inverno, ma oggi si sono fermati e hanno chiuso, per sempre.». “Un'altra bottega ha chiuso” «Mi dispiace. Proprio stamattina sono capitato lì davanti e, vedendoli fermi, ho pensato che avessero chiuso per lutto, o per altra ragione, ma solo temporaneamente. Ma perché? Perché hanno cessato l’attività?». «E me lo chiedi? Non girano soldi per la crisi, e i debiti. Poi la settimana scorsa è passato l’esattore per riscuotere le imposte arretrate, ed è stato il colpo di grazia.». «E ora cosa faranno?». «Non saprei. Sentivo dire che hanno dei lontani parenti, che pare abbiano fatto fortuna. Andranno da loro…».

«Che la Fortuna li accompagni. Ma non è certo il primo forno che cessa di vivere…». «No, certamente, ma ogni giorno sempre più campi vengono abbandonati, incolti, e vecchie e gloriose officine smettono per sempre.». «Lo so bene, i giovani mal tollerano il duro lavoro e preferiscono muovere verso le città, ricercando fortuna e ricchezza.». «Sei cieco se pensi questo, se pensi che sia solo fuggire dalla fatica. Che senso ha spezzarsi la schiena se poi i nostri mercati sono invasi da ciò che viene da lontano ad un prezzo che sovente è la metà, se non meno, dei nostri?». «Non posso negarlo, è arduo per i nostri artigiani o i nostri contadini far fronte a ciò che viene prodotto da migliaia di servi e schiavi che devono accontentarsi di un tozzo di pane e di uno spicchio d’aglio.». «E’ come dici, e i ricchi, di conseguenza, diventano sempre più ricchi. Trasferiscono ricchezze al di là del mare, con esse comprano regioni intere e opifici, e uomini e donne che, anche se non servi, sono grati di lavorare sino a notte per quel pane che faccia sopravvivere loro e i loro figli. Con quelle ricchezze che lì

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accumulano, i ricchi qui tornano, e comprano per un nulla quelle terre che i nostri contadini abbandonano. E i poveri, quindi, sono sempre più poveri, privati dei campi e delle botteghe, si rifugiano nelle città dove sperano di sopravvivere raccogliendo le briciole che cadono dalle mense dei ricchi. Tutto ciò si accompagna alla corruzione di coloro che dovrebbero servire lo stato e alla degenerazione dei costumi: si narra che i ricchi o i loro figli organizzino festini spendendo denari che basterebbero a sfamare intere famiglie per un anno. Come stupirsi che proliferino superstizioni di ogni sorta e che, da ogni angolo, sorgano fanatici di religione e invasati?». “Un tozzo di pane e un po' d'aglio” «Dipingi un quadro ben fosco, Gneo Sertorio, ma ammetto che non sia tutto d’invenzione. Altre volte, però, abbiamo attraversato momenti bui. I Patres ci raccontano dei Galli, di Annibale, delle guerre civili, delle proscrizioni. Eppure sempre ci siamo risollevati, e ogni volta siamo ritornati più potenti di prima. Accadrà lo stesso anche stavolta, vedrai, il nostro sistema è forte, non potrà mai cadere, la ripresa è ormai vicina.»


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Antimafia sociale/ Il Gapa

La festa e il sogno Ha già fatto vent'anni, ma ancora non s'è messo la testa a posto. Gioca, ride, scherza, studia, organizza il quartiere e ancora crede alle cose – libertà, giustizia – in cui credeva vent'anni fa. E, peggio di tutto, non è nemmeno uno solo: cento vite diverse, cento gioie e dolori, fuse in un cuore solo. E' il Gapa di Catania. “Giovani assolutamente per agire”, dicono loro

L’invisibile avversario non fece attendere la sua seconda mossa, il 19 luglio arrivò la strage di via D’Amelio. Sembrava una partita persa. Al dolore per le vite spezzate si aggiungeva la disperazione della solitudine, resa chiara dalle parole dette con un filo di voce da Antonino Caponnetto, “...è finito tutto!” Allora formammo un grande cerchio Al Gapa nel quartiere di San Cristoforo ci riunimmo per stare insieme, non si poteva restare immobili, parlammo a lungo e poi come era abitudine formammo un grande cerchio, mano con mano in silenzio. Forse perché stretti in quell’abbraccio, forse perché ci guardammo negli occhi, si decise di restare lì per settanta

di Daniela Calcaterra www.associazionegapa.org/i-cordai

Fu come un colpo di cannone, tuonò forte e ci scosse dentro. Quel giorno non lo dimenticherò mai, era il 23 maggio 1992, avevo sedici anni e quella era la strage di Capaci, le immagini trasmesse dalla televisione non erano impressionanti per le lamiere contorte delle automobili, ma per il vagare insensato delle persone attorno al vuoto lasciato dall’esplosione.

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giorni. Quel luogo divenne la casa di tutti. La piccola piazza del quartiere dove poter condividere la rabbia e il dolore, la solidarietà e il gioco sfrontato contro il potere. Gli anni sono passati, e noi siamo qui Gli anni sono trascorsi, forse troppo velocemente, e siamo qui. Non dove vivemmo quei settanta giorni, ma in un luogo nostro, libero, che ci piace chiamare il “Gapannone rosso”. Dopo vent’anni una grande festa ci ha riuniti, quasi tutti e tutte. Così come allora c'p stato un grande cerchio, mano con mano, e tanti sorrisi, perché i bambini di allora oggi sono ragazzi, gli adolescenti e i ragazzi di quel tempo oggi sono uomini


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e donne. Riconosciamo il viso di Mary, che ha due figli e gli occhi di sempre. Toti la chiama: “Vieni, ti faccio vedere le foto di quell’estate!”. A Mary le brillano gli occhi: “Matri quantu eru nica, e quantu eru tosta!” Tutto è cambiato nelle nostre vite. C’è gente che non si vede e non si parla da tanto tempo: “Ciao Giovanni, sono Liliana e questo è mio figlio Alessandro! È bello essere qui a ricordare e giocare!”. “Anche per me, bello ritrovarti, bello stringerti la mano”. Il cerchio è grande e le mani si mescolano, si mescolano le parole. E' un continuo vocìo di: “Come stai? Da quanto tempo? E ora cosa fai nella vita?”. “Ti facisti tuttu iancu!” fa a Toti Tano, il papà di Orazio. A zu Fabio chiediamo: “Chi sta facennu?”. “Non c’è nenti pi ccamora” risponde Fabio.

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“Si mescolano sorrisi e emozioni, dolce e salti”

Tutti hanno portato qualcosa La festa continua, come sempre tutti hanno portato qualcosa. La cena è pronta! Ci sono le cotolette di Marcella, ed è inevitabile dire a Santina: “Ricordo sempre le tue cotolette grandi quanto un lenzuolo! e ‘a parmigiana ca’ frittata, a’ puttasti?”. E si mescolano il dolce con il salato, i sorrisi con le emozioni. Si formano piccoli gruppi e ognuno ancora ricorda i turni di cucina, di quell’ improvvisata cucina, il russare della camerata, e… “Cu è ca non si lavau i peri a’ stasira?”. I suoni della festa vengono interrotti dalla voce di uno di noi, che racconta di quando Pippo entrò dalla porta sudatissimo e sporchissimo e: “Ce l'avete un accappatoio? - fece - devo farmi una doccia”.Questo ricordo fa sganasciare Pippo: “Si, è vero - dice - l’accappatoio me l’avete dato, ma era quello usato da Giovanni!”. “Il nostro sogno è ancora qui” Poi il tono di Toti si fa più serio e racconta con parole che uniscono ciò che stato ieri e quello che è oggi: “Le feste di allora sono le feste di oggi, tutto è iniziato per una cosa grave, abbiamo continuato ad esserci giocando, siamo ancora qui con il nostro sogno in festa”.

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Stampa libera

Telejato cambia casa Nuova sede, nuovi canali Il 4 ottobre alle 18 Telejato inaugurerà i suoi due nuovi canali, Telejunior e Tele Partinico, e la nuovissima sede dove si è appena trasferita. Inoltre sarà finalmente possibile vedere quel “tg irriverente”, opera di Pino Maniaci e di sua figlia Letizia, anche nelle province di Palermo, Trapani, Agrigento e in parte di quella di Messina. Telejunior, piccola grande scuola di giornalismo sul territorio, è un nuovo progetto sostenuto da Telejato e Siciliani Giovani. Un luogo dove incontrarsi per raccontare le storie dell’Italia, dove imparare un giornalismo libero, quello fatto per strada. E’ la storia della “rete” che speriamo possa diventare realtà concreta. I ragazzi che collaborano arrivano da tutta Italia, parlano lingue diverse, raccontano mondi differenti, ma riescono a comprendersi in nome di quel giornalismo libero e lontano dai compromessi che ci ha lasciato in eredità il direttore Pippo Fava. L'Ordine dei giornalisti, inoltre, riconoscerà un attestato a coloro i quali parteciperanno e collaboreranno con la redazione di Telejunior; uno stage più lungo potrebbe portare al versamento dei contributi e alla possibilità di sostenere l’esame per entrare nell’albo dei pubblicisti. Tutti i servizi realizzati saranno conteggiati e l'Ordine dei Giornalisti non farà mancare il proprio contributo. Il 4 ottobre a Partinico si festeggerà una vittoria dell’antimafia. Il cosiddetto switch off, imponendo vincoli molto restrittivi per le televisioni comunitarie, aveva rischiato di far chiudere la piccola emittente di Partinico, attiva da dieci anni. Non erano riuscite le costanti minacce dei boss di turno a zittirla e adesso - possiamo dirlo - non c’è riuscita nemmeno una legge contenuta nella finanziaria 2011, firmata dal governo Berlusconi. Telejato aveva presentato la domanda per entrare nella graduatoria (necessaria al fine delle assegnazione delle frequenze) insieme ad altre emittenti. Insieme avevano costituito un consorzio che ha permesso loro di raggiungere i parametri richiesti dal Ministero competente. Grazie a un lavoro di squadra, l’emittente antimafia più famosa al mondo da oggi continuerà a fare il suo lavoro insieme ad un gruppo di giovani giornalisti che speriamo possano raccoglierne l’eredità. (m.m.)

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NoMuos

Appello per la manifestazione

nazionale del 6 ottobre a Niscemi Venti di guerra soffiano nuovamente sul Mediterraneo. La Sicilia, da settant’anni occupata dall’esercito degli Stati Uniti, continua a subire un ruolo centrale nella strategia militare sia NATO che statunitense. A Niscemi proseguono senza sosta i lavori di costruzione del Muos, che attraverso le sue enormi parabole permetterà il flusso planetario delle informazioni militari; Sigonella capitale mondiale dei droni (Global Hawk, Predator, Reaper) è in prima linea nelle politiche di attacco, come avviene da tempo con le guerre in Iraq, Afghanistan, Libia, ecc. Il Muos, in costruzione dentro la Sughereta di Niscemi (Sito di Interesse Comunitario) è nocivo per la salute dei siciliani; nel breve e medio periodo l’esposizione alle sue microonde provocherà gravissime patologie, come tumori di vario tipo, leucemie infantili, infarti, melanomi, linfomi, malformazioni fetali, sterilità, aborti, mutazioni de sistema immunitario ecc.; esso grava su un territorio già stuprato dal Petrolchimico di Gela e dalle 41 antenne della base della marina militare USA NRTF, anch’esse all’interno della Sughereta, le cui emissioni elettromagnetiche violano sistematicamente, dal 1991, i limiti previsti dalla legge. L’ambiente circostante l’installazione, per il raggio di decine e decine di km verrà progressivamente devastato e reso sterile, mentre l’agricoltura, patrimonio produttivo delle aree circostanti, subirà pesanti condizionamenti. Il Muos è capace di interferire con le strumentazioni tecnologiche dei voli civili sull’aeroporto di Fontanarossa (già sottoposto a servitù militare dalla vicina base di Sigonella); è la vera causa della mancata apertura dell’aeroporto di Comiso; è un ostacolo per il rilancio dell’economia territoriale; è soprattutto uno strumento di guerra e di morte.

Noi, coordinamento regionale dei Comitati NoMuos, vogliamo che si revochi immediatamente l’installazione del Muos e che si smantellino le 41 antenne NRTF. Vogliamo la smilitarizzazione della base americana di Sigonella, da riconvertire in aeroporto civile internazionale. Vogliamo che il governo, che taglia le spese sociali aumentando ogni genere di tasse per salvare il capitale finanziario ed il debito delle banche, tagli invece le spese militari. Vogliamo che la Sicilia sia una culla di Pace al centro di un Mediterraneo mare di incontro, di convivenza e di cooperazione tra i popoli. Facciamo appello per una manifestazione nazionale su questi temi a Niscemi, sabato 6 ottobre con concentramento alle ore 14.30 presso SP10 Contrada Apa. Da lì un corteo sfilerà fino alla base NRTF. Alle ore 19.30 (concentramento in largo Mascione) corteo in città con concerto e interventi in piazza V. Emanuele. Coordinamento regionale Comitati No MUOS I Sicilianigiovani – pag. 86


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Foto di Claudia Urzì

L'immagine

Lucianeddu

Librino, periferia di Catania. Nella palestra del S.Teo-

correre le strade dei quartieri. La strada è il luogo dove

doro Liberato l'Iqbal Masih, con Orazio Condorelli, Lu-

le persone si incontrano, si parlano, si confrontano, e

ciano Bruno (quello della foto) e altri compagni di lotta

anche dove si diffidano, si sparano, si fanno del male.

ha fatto una serata di festa e teatro popolare. Una resi-

Dove le persone concrete gridano, si disperano,

stenza, in quel quartiere, che dura da diciassette anni.

denunciano la violenza, la povertà, l'indifferenza.

Per noi, teatro popolare contro la mafia è la vita di

Allora il teatro diventa vita. Fuoriesce dai linguaggi

una persona, quando chi racconta e recita una storia è

generici e diventa voce. Una voce del popolo, densa e

fuoriuscito dai lacci della costrizione, dei condiziona-

carica, che si porta dappresso con le proprie parole

menti che lo hanno oppresso, e lotta assieme ad altri

tutto un mondo.

non solo per la propria emancipazione, ma per il futuro stesso, la sopravvivenza morale di tutti.

Luciano, Lucianeddu, è il racconto di una storia, una storia comune fatta di pranzi e di cugini, di partita di

Per noi teatro popolare contro la mafia è la possibili-

calcio e di parole d'amore. Di abbracci, di memoria e di

tà di una persona di individuare nella sua storia, le

tormenti. Racconta pasta e famiglia, memoria propria e

tracce di una consapevolezza individuale, familiare,

memoria collettiva.

sociale e politica.

Cosi questo monologo è tutt’altro che una voce indi-

Per noi teatro popolare contro mafia è rimettersi a

viduale. Porta al quartiere, al mondo. Diventa una voce

fianco di altri uomini e donne, di altri compagni, per-

collettiva, un frammento della nostra vita. Fabio D'Urso

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IL FILO

Da dove vengono gli immigrati di Giuseppe Fava

Erano siciliani, a quei tempi, i paesi da cui partivano gli emigranti. Adesso, Palma di Montechiaro è un paesino della Nigeria, o della Romania, o della Costa d'Avorio, o del Pakistan A Palma di Montechiaro l'indice di mortalità infantile è il più alto di tutta l'Europa. Il tifo, il tracoma, la scabbia gli eczemi ed infine la tubercolosi. dietro lo splendore degli occhi di tanti bambini c'è la fame, l'avidità, ma c'è soprattutto la febbre. Su cento bambini dieci non riescono a sopravvivere fino all'adolescenza. Dei novanta che restano, almeno trenta non vanno mai a scuola e restano analfabeti. Degli altri cinquanta, la metà abbandonano le aule a sette o otto anni e se ne vanno nelle campagne a caricare la loro ____________________________________

La Fondazione Fava

La fondazione nasce nel 2002 per mantenere vivi la memoria e l’esempio di Giuseppe Fava, con la raccolta e l’archiviazione di tutti i suoi scritti, la ripubblicazione dei suoi principali libri, l'educazione antimafia nelle scuole, la promozione di attività culturali che coinvolgano i giovani sollecitandoli a raccontare. Il sito permette la consultazione gratuita di tutti gli articoli di Giuseppe Fava sui Siciliani. Per consultare gli archivi fotografico e teatrale, o altri testi, o acquistare i libri della Fondazione, scrivere a elenafava@fondazionefava.it mariateresa.ciancio@virgilio.it ____________________________________

Il sito “I Siciliani di Giuseppe Fava”

Pubblica tesi su Giuseppe Fava e i Siciliani, da quelle di Luca Salici e Rocco Rossitto, che ne sono i curatori. E' un archivio, anzi un deposito operativo, della prima generazione dei Siciliani. Senza retorica, senza celebrazioni, semplicemente uno strumento di lavoro. Serio, concreto e utile: nel nostro stile.

parte di pietre, di fascine, di sacchi, raccolgono sterpi per il fuoco, governano gli animali, raccolgono le immondizie per la strada, chiedono la elemosina. Le cause della povertà. Muoiono molti bambini, ma l'indice della natalità è frenetico, anch'esso il più alto d'Europa. Questa piccola, tragica popolazione si propaga sulla faccia della terra con la stessa rapidità con cui a lei si propagano le mosche, gli escrementi, i cani, la miseria. In questa landa che potrebbe dare stentatamente da vivere ad appena cinque o seimila persone, se ne addensano almeno ventimila: la base della tragedia è questa. L'agricoltura è miserabile; alle spalle del paese ci sono le montagne aride, senza un albero, un mandorlo un ulivo, un filo d'acqua. Solo mille hanno lavoro Facciamo conto che, su ventimila esseri umani, gli individui validi al lavoro siano ottomila. Di costoro un centinaio sono artigiani, un altro centinaio commercianti, duecento sono i borghesi, cioè gli impiegati, i carabinieri, i maestri elementari, l'esattore delle tasse, i medici condotti, e cinquecento gli agricoltori, cioè coloro che hanno la proprietà della terra. Gli altri settemila individui sono braccianti e manovali. Soltanto mille di costoro hanno lavoro; altri duemila vivono con gli assegni di disoccupazione e sono i più vecchi, gli

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ammalati, i rassegnati, i vinti. I cinquemila che restano sono emigrati, lavorano nelle miniere di ferro in Germania, nelle miniere di carbone del Belgio, nelle campagne della Francia. Se non fossero emigrati, un giorno o l'altro la gente qui avrebbe cominciato a scannarsi, poiché l'essere umano sopporta le mosche che si posano sugli occhi, gli escrementi dentro l bugliolo, persino le malattie e la morte, ma la fame no! Vive di questi emigranti Palma di Montechiaro praticamente vive con le rimesse di questi cinquemila uomini dispersi sulla faccia della terra, i quali inviano ogni mese una media di cinquemila lire a testa, cioè complessivamente trecento milioni. Tutta l'economia vive su quei trecento milioni che servono a pagare i bottegai, gli artigiani, le tasse, i cibi, i vestiti, l'acqua. Ogni tanto qualcuno degli emigranti, i più anziani o stanchi se ne torna con un piccolo gruzzolo, acquista una piccola casa, lugubre e fetida come tutte le altre, senza servizi igienici poiché fognature non ce ne sono, senza acqua perché la rete idrica non esiste. Se gli rimane un po' di denaro, con una tragica caparbietà torna ad investirlo nell'acquisto di un pezzo di terra.Il cerchio - che la sua volontà di sopravvivere aveva spezzato per un anno o per cinque - si chiude di nuovo su questo essere umano. La salvezza dell'uomo qui è anche la sua condanna; il destino di nascere a Palma di Montechiaro, patire febbri, stenti, malattia, ignoranza, umiliazione, si può spezzare soltanto cercando altrove per il modo la maniera di sopravvivere. (da “Processo alla Sicilia”, 1967)


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I Sicilianigiovani Rivista di politica, attualità e cultura

Fatta da: Gian Carlo Caselli, Nando dalla Chiesa, Giovanni Caruso, Antonio Mazzeo, Giulio Cavalli, Giovanni Abbagnato, Salvo Ognibene, Luciano Mirone, Francesco Feola, Rino Giacalone, Aaron Pettinari, Ferdinando Bocchetti, Arnaldo Capezzuto, Giuseppe Pipitone, Attilio Occhipinti, Paolo Fior, Anna Bucca, Giancarla Codrignani, Salvo Perrotta, Francesco Appari, Giacomo Di Girolamo, Lello Bonaccorso, Carmelo Catania, Rosa Maria Di Natale, Carlo Gubitosa, Kanjano, Mauro Biani, Mario Spada, Luca Salici, Fabio Vita, Giacomo Salvini, Martina Mazzeo, Nando Benigno, Sara Spartà, ElioCamilleri, Vera Navarria, Chiara Zappalà, Pietro Orsatti, Riccardo De Gennaro, Jack Daniel, Daniela Calcaterra, Fabio D’Urso, Giuseppe Fava, Norma Ferrara, Margherita Ingoglia, Michela Mancini, Giorgio Ruta, Luciano Bruno, Antonello Oliva, Diego Gutkowski, Salvo Vitale, Sabina Longhitano

Webmaster: Max Guglielmino max.guglielmino@isiciliani.org Net engineering: Carlo Gubitosa gubi@isiciliani.it Art director: Luca Salici lsalici@isiciliani.it Coordinamenti: Giovanni Caruso gcaruso@isiciliani.it e Massimiliano Nicosia mnicosia@isiciliani.it Segreteria di redazione: Riccardo Orioles

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Giambattista ScidĂ e Gian Carlo Caselli sono stati fra i primissimi promotori della rinascita dei Siciliani.

Lo spirito di un giornale "Un giornalismo fatto di veritĂ impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalitĂ , accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo". Giuseppe Fava

Una piccola


libertĂ

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I Siciliani giovani ­ rivista di politica, attualità e cultura fatta da: Gian Carlo Caselli, Nando dalla Chiesa, Antonio Roccuzzo, Giovanni Caruso, Margherita Ingoglia, Norma Ferrara, Michela Mancini, Sara Spartà, Francesco Feola, Luca Rossomando, Lorenzo Baldo, Aaron Pettinari. Salvo Ognibene, Beniamino Piscopo, Giulio Cavalli, Paolo Fior, Arnaldo Capezzuto, Pino Finocchiaro, Luciano Mirone, Rino Giacalone, Ester Castano, Antonio Mazzeo, Carmelo

Cronache

Catania, Giacomo Di Girolamo, Francesco Appari, Leandro Perrotta, Giulio Pitroso, Giorgio Ruta, Carlo Gubitosa, Mauro Biani, Kanjano, Luca Ferrara, Luca Salici, Jack Daniel, Anna Bucca, Grazia Bucca, Luciano Bruno, Antonello Oliva, Elio Camilleri, Fabio Vita, Diego Gutkowski, Giovanni Abbagnato, Pietro Orsatti, Roberto Rossi, Bruna Iacopino, Nerina Platania, Nadia Furnari, Riccardo De Gennaro, Fabio D'Urso, Sabina Longhitano, Salvo Vitale.

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dalla vita com'è

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Gli ebook dei Siciliani I Siciliani giovani sono stati fra i primissimi in Italia ad adottare le tecnologie Issuu, a usare tecniche di impaginazione alternative, a trasferire in rete e su Pdf i prodotti giornalistici tradizionali. Niente di strano, perché già trent'anni fa i Siciliani di Giuseppe Fava furono fra i primi in Italia ad adottare ­ ad esempio ­ la fotocomposizione fin dal desk redazionale. Gli ebook dei Siciliani giovani, che affiancano il giornale, si collocano su questa strada ed affrontano con competenza e fiducia il nuovo mercato editoriale (tablet, smartphone, ecc.), che fra i primi in Italia hanno saputo individuare.

I Siciliani giovani/ Reg.Trib.Catania n.23/2011 del 20/09/2011 / Dir.responsabile Riccardo Orioles/ Associazione culturale I Siciliani giovani, via Cordai 47, Catania / 30 agosto 2012

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Chi sostiene i Siciliani

Ai lettori

1984

Caro lettore, sono in tanti, oggi, ad accusare la Sicilia di essere mafiosa: noi, che combattiamo la mafia in prima fila, diciamo invece che essa è una terra ricca di tradizioni, storia, civiltà e cultura, tiranneggiata dalla mafia ma non rassegnata ad essa. Questo, però, bisogna dimostrarlo con i fatti: è un preciso dovere di tutti noi siciliani, prima che di chiunque altro; di fronte ad esso noi non ci siamo tirati indietro. Se sei siciliano, ti chiediamo francamente di aiutarci, non con le parole ma coi fatti. Abbiamo bisogno di lettori, di abbonamenti, di solidarietà. Perciò ti abbiamo mandato questa lettera: tu sai che dietro di essa non ci sono oscure manovre e misteriosi centri di potere, ma semplicemente dei siciliani che lottano per la loro terra. Se non sei siciliano, siamo del tuo stesso Paese: la mafia, che oggi attacca noi, domani travolgerà anche te. Abbiamo bisogno di sostegno, le nostre sole forze non bastano. Perciò chiediamo la solidarietà di tutti i siciliani onesti e di tutti coloro che vogliono lottare insieme a loro. Se non l'avremo, andremo avanti lo stesso: ma sarà tutto più difficile. I Siciliani

Ai lettori

2012

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Quando abbiamo deciso di continuare il percorso, mai interrotto, dei Siciliani, pensavamo che questa avventura doveva essere di tutti voi. Voi che ci avete letto, approvato o criticato e che avete condiviso con noi un giornalismo di verità, un giornalismo giovane sulle orme di Giuseppe Fava. In questi primi otto mesi, altrettanti numeri dei Siciliani giovani sono usciti in rete e i risultati ci lasciano soddisfatti, al punto di decidere di uscire entro l'anno anche su carta e nel formato che fu originariamente dei Siciliani. Ci siamo inoltre costituiti in una associazione culturale "I Siciliani giovani", che accoglierà tutti i componenti delle varie redazioni e testate sparse da nord a sud, e chi vorrà affiancarli. Pensiamo che questo percorso collettivo vada sostenuto economicamente partendo dal basso, partendo da voi. Basterà contribuire con quello che potrete, utilizzando i mezzi che vi proporremo nel nostro sito. Tutto sarà trasparente e rendicontato, e per essere coerenti col nostro percorso abbiamo deciso di appoggiarci alla "Banca Etica Popolare", che con i suoi principi di economia equa e sostenibile ci garantisce trasparenza e legalità. I Siciliani giovani

Una pagina dei Siciliani del 1993 Nel 1986, e di nuovo nel 1996, i Siciliani dovettero chiudere per mancanza di pubblicità, nonostante il successo di pubblico e il buon andamento delle vendite. I redattori lavoravano gratis, ma gli imprenditori non sostennero in alcuna maniera il giornale che pure si batteva per liberare anche loro dalla stretta mafiosa. Non è una pagina onorevole, nella storia dell'imprenditoria siciliana.

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In rete, e per le strade

I Siciliani giovani che cos'è I Siciliani giovani è un giornale, è un pezzo di storia, ma è anche diciotto testate di base ­ da Milano a Modica, da Catania a Roma, da Napoli a Bologna, a Trapani, a Palermo ­ che hanno deciso di lavorare insieme per costituire una rete. Non solo inchieste e denunce, ma anche il racconto quotidiano di un Paese giovane, fatto da giovani, vissuto in prima persona dai protagonisti dell'Italia di domani. Fuori dai palazzi. In rete, e per le strade.

facciamo rete!

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I Siciliani giovani 1982 -2012 "A che serve essere vivi, se non c'è il coraggio di lottare?"

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I Siciliani - settembre 2012  

Rivista di politica, attualità e cultura

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