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n.5 maggio 2012

I Siciliani giovani www.isiciliani.it

A che serve essere vivi, se non c’è il coraggio di lottare?

QUELLI DI FALCONE

Uomini soli? No. Con loro è cresciuta una generazione. E non la fermeranno le bombe ANTIMAFIA/ PERCHE’ MONTI VUOLE CHIUDERE TELEJATO? POLITICA/ IL “NUOVO” GRILLO E IL “VECCHIO” ORLANDO

Fior/ Mi-To degli affari Mazzeo/ Sicilia armata Orsatti/ Azienda Beppe

Abbagnato Giacalone Mirone De Gennaro Codrignani Caruso Maria Falcone Fumetti/ Libero Grassi Satira/“Mamma!” Jack Daniel D’Amico/ I giorni di Giorgiana CASELLI/ MAFIA E POTERI MAFIOSI DALLA CHIESA/ DOPO BRINDISI DELLA VOLPE/ MORRIONE

ebook omaggio

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una storia siciliana ebook omaggio

Bitcoin l’altra economia


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facciamo rete

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Noi, vent'anni dopo

Io avevo dieci anni quando Falcone è stato ucciso, non mi ricordo dov'ero e cosa stessi facendo, mentre voi si. E vi ricordate tutte le cose dette, scritte, le immagini. Io le ho ricostruite piano piano, mescolandole a qualche flash di cose personali. Quello che so è che in questi venti anni successivi qualsiasi cosa io abbia fatto collegata alla Sicilia o all'antimafia in senso ampio ho sempre incontrato quelli che avevano dieci anni quando ci sono state le stragi. Chi 8, chi 9, ma insomma ci siamo ritrovati in giro per l'Italia. Ci siamo riconosciuti, toccati, tenuti per mano (quando abbiamo fatto per una volta gruppo su quel treno) ci siamo scritti. Ci siamo divisi e spesso ancora oggi non la pensiamo allo stesso modo sul da farsi. Io non ne avevo consapevolezza sino ad alcuni anni fa, quando al campeggio di Itaca qualcuno ci ha detto "siete ciclici". Allora ho capito che eravamo una generazione (non tanto per l'età) quanto perchè eravamo stati segnati da un fatto: abbiamo respirato le stragi, chi da Palermo (Peppe Maggio che oggi vuole fare il politico e vive all'estero è di Palermo e mi disse un giorno riferendosi alla strage “io di quel giorno ho un ricordo olfattivo, la puzza di pelle bruciata che sentivi in tutta Palermo, non me la dimenticherò mai”) chi da Messina, chi da Agrigento, chi da Catania. Io ricordo, nei due - tre anni successivi - a scuola la "pressione" di insegnanti, relatori, gente che veniva a dirci che la mafia era una cosa brutta e che questi due eroi erano morti uccisi dai mafiosi. Una roba di buoni e cattivi era una cosa che provavano a imprimerci a forza quasi fosse obbligatorio dopo le stragi, in maniera un po' goffa con i loro atteggiamenti quotidiani (nel senso che tutto procedeva alla vecchia maniera anche a scuola) ma sembrava avessero paura di perderla, dentro quelle stragi, la mia generazione. Così anche i professori più mafiosi sino alle medie fra film e libri, provavano a farci parlare di mafia. Oggi mi rendo conto che era solo una risposta isterica in un momento d'emergenza nazionale che nemmeno i "grandi" sapevano in realtà gestire. Noi, vent'anni dopo. Loro hanno ucciso i due magistrati simbolo della lotta alle mafie mettendo bombe come fossero a Beirut ma mentre uccidevano loro e una parte della nostra innocenza forse moriva un po' con loro, siamo nati noi. E siamo diventati profondamente antimafiosi, in maniera irreversibile. Non siamo stati abbastanza bravi da chiudere la porta in faccia alla mafia quando ci ha offerto lavoro, forse. Non sappiamo riconoscere i mafiosi quando sono in giacca e cravatta, è possibile, certo. Ma niente è stato più lo stesso dopo quegli anni, siamo cresciuti diversi dai nostri fratelli e le nostre sorelle che erano già più grandi di noi, e siamo cresciuti diversi da quelli successivi che sono arrivati a scuola quando non se ne parlava più. Lo so forse è un discorso che vale per molte altre storie che hanno segnato generazioni, la morte di Pippo Fava ha segnato per esempio la generazione precedente alla nostra. Poi c'era stato il silenzio. In questi ultimi anni sta tornando una generazione simile alla nostra e la cosa bella è che non ci sono state bombe a provocarla. A marchiarla in maniera indelebile, com'è stato per noi. I Siciliani giovani (norma ferrara) PS - così scrivevamo sino al 19 maggio, prima di Brindisi. Prima di salutare Melissa.

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I Sicilianigiovani MAGGIO 2012

numero cinque

Questo numero

Noi, vent’anni dopo I Siciliani giovani 3 Mafia e poteri mafiosi di Gian Carlo Caselli 6 La favola del killer solitario di Nando dalla Chiesa 7 L’antimafia è una politica, forse la sola di RiccardoOrioles 8 Falcone e i suoi

I giorni di Falcone

Generazione Falcone di Norma Ferrara I bambini di allora di Agata Pasqualino Melissa di Anna Bucca Barcellona/ Stravincono gliantimafiosi di Antonio Mazzeo Interviste/ Anna Bucca di Giovanni Abbagnato Palermo / Pronti… Via! di Giovanni Abbagnato Nella Palermo di vent’anni fa di Valeria Grimaldi “In parrocchia arrivò la notizia” di Marcella Giammusso Liberazione/ Il nostro sogno sarà realtà di Giovanni Caruso

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Accadde Domani di Francesco Feola

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Inchieste

La Salerno-Reggio del Nord di Paolo Fior Il Muostro e chi ci guadagna di Antonio Mazzeo

Un attacco ferocissimo contro i ragazzi e le loro scuole, a Brindisi. Una fase politica che va sempre più a

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Mafia e antimafia

stringersi, alla fine di un ciclo storico lungo quasi vent'anni.Un'Italia sempre più in crisi, ma dove tuttavia qua e là spuntano, per lo più nascosti, dei segni di speranza. I giorni di Falcone, vent'anni dopo, sono stati questi. I più vecchi di noi hanno rivissuto momenti che credevano ormai rimossi per sempre. I giovani hanno fatto

Carovana Antimafie Mafie a Bologna di Giancarla Codrignani Storie di Calabria/ Lamezia di Michela Mancini Trapani/ Mafia-padrona di Rino Giacalone Ragusa / “La mafia e i soldi” di Giorgio Ruta Peppe, Librino e lo stadio che non c’è di Luciano Bruno La maestra i camorristi e i Rom di Luca Rossomando Desio/ Un taglio alla mafia di Stefano Paglia Uccisa e calunniata/ Storia Di Mena di Eliana Iuorio

esemplarmente il loro dovere, di giornalisti e di militanti civili. Nelle città sono sorti dei movimenti. E questo è un altro numero dei Siciliani.

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Cronachette

“Mussolini? Brava persona” di Leandro Perrotta Maledetti Benedettini di Giulio Pitroso

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RENATO GUTTUSO

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www.isiciliani.it MAURO BIANI

SOMMARIO Satira/ fumetti

“Mamma!” di Biani Gubitosa Kanjano Fumetti/ Libero Grassi DaSud/ Round Robin “Non aprire quella finestra” di Jack Daniel

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Immagine

Giorgiana Masi studentessa di Michela Mancini e Norma Ferrara/ Foto di Tano D’Amico

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Società

I senatori cavalli di Riccardo De Gennaro Tranfaglia/ La notte della Repubblica di Anna Petrozzi

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Cinema

Ritorno a Montelepre di Luciano Mirone

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Storia

Ventiquattro garofani rossi di Elio Camilleri

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Storie

Un quartiere di Fabio D’Urso

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Musica

“Suonerò fino a farti morire” di Antonello Oliva

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Politica

Grillo/ Il partito-azienda di Pietro Orsatti Il partito di Falcone e dei ragazzini Napoli, Milano, Palermo “Qui Lombardo non è gradito” di Emanuele Midolo

Libertà di stampa

Caso Ruta/ Amici e nemici della libertà Appello per Telejato

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Tecnologie

Arriva il penny elettronico di Fabio Vita

La memoria

Così scrisse Luisa Una giornata in Sicilia di Salvo Vitale Ricordo di Roberto Morrione di Santo Della Volpe

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Scienze

Una rivoluzione dimenticata? di Diego Gutkowski

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Il filo

Perché hanno vinto i comunisti di Giuseppe Fava

Due ebook in omaggio con questo numero GIOVANNI CARUSO

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Ricordando Pio La Torre

Mafia e poteri mafiosi di Gian Carlo Caselli

30 aprile 1982. A Palermo la mafia uccide PIO LA TORRE ed il suo autista ROSARIO DI SALVO. Secondo Dalla Chiesa “PER TUTTA LA SUA VITA, MA DECISIVA LA SUA ULTIMA PROPOSTA DI LEGGE”, quella che La Torre, parlamentare eletto nelle liste del PCI, presentò nel 1980 (VIII legislatura), raccogliendo i risultati delle Commissioni parlamentari antimafia delle legislature precedenti. Punto di partenza è che la mafia… esiste. Non è una boutade. “Non esiste”, si diceva in Cassazione E’ una conquista. Basti pensare che ancora a metà degli anni Settanta, mentre i più negavano l’esistenza stessa della mafia, altri osavano persino sostenere: “Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura: è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi e ai fuorilegge ha affiancato addirittura le forze dell’ordine”. Non sono parole in libertà di un qualche buontempone. Sono parole di Giuseppe Guido Lo Schiavo, procuratore generale presso la corte di cassazione.

Pio La Torre la pensava diversamente e aveva le idee chiare, non solo circa l’esistenza della mafia, ma anche sulla sua struttura complessa, per cui articola la sua proposta su due versanti: 1) Mafia come gangsterismo, intimidazione, assoggettamento/omertà; 2) mafia come potere basato sulla accumulazione illecita di ricchezze. Ne consegue che la STRATEGIA della LEGALITA’ ANTIMAFIA, nel progetto La Torre, si sviluppa lungo due binari: - la repressione sul versante che potremmo definire delle “manette”; - e l’ aggressione ai patrimoni illeciti. Ottimo progetto. Che però resta in un cassetto. Per varie ragioni: in particolare l’intreccio perverso fra mafia e potere che soffoca e stritola, e può arrivare ad uccidere. Come appunto, purtroppo, nel caso di La Torre. Quattro mesi dopo (3 settembre 1982) la mafia uccide il gen. Dalla Chiesa. L’effetto di due spietati omicidi “eccellenti”, così ravvicinati, equivale ad una specie di “uno-due” pugilistico. Costringe il nostro Paese a misurarsi finalmente con la tremenda realtà della mafia. Il progetto di Pio La Torre viene “recuperato” e approvato dando vita alla LEGGE RO-

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GNONI-LATORRE. La Torre, appunto, e Rognoni, allora Ministro dell’interno. Così, sono legge dello stato: 1) l’art. 416 bis codice penale – per la prima volta la mafia è riconosciuta come comportamento penalmente vietato e punito dal grande libro dei delitti e delle pene, il codice penale appunto; 2) le misure antimafia di prevenzione patrimoniale, che in sostanza consentono di sequestrare e confiscare a chi sia considerato mafioso i suoi beni, salvo che egli ne dimostri la provenienza lecita. Solo dopo due omicidi eccellenti Due capisaldi - anche oggi - della legislazione antimafia. Che ancora una volta dimostra di essere LEGISLAZIONE DEL GIORNO DOPO (in questo caso due volte del giorno dopo, essendoci voluti ben due omicidi “eccellenti” perché ci svegliassimo da un sonno della ragione che favoriva e alimentava il mostro mafioso). E tuttavia, sia pure in ritardo, si compiono - sulla strada dell’efficacia del contrasto del crimine mafioso - passi per la prima volta davvero decisivi, l’uno e l’altro dovuti all’intelligenza di Pio La Torre e intrisi del suo sangue.


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Italia

La favola di Brindisi e del killer solitario di Nando dalla Chiesa

Ma insomma, adesso hanno scoperto la figura dell’anarco-mafioso. Del mafioso solo, del cane sciolto che si fa l’attentato per i fatti suoi. Ho sentito alla radio questa incredibile notizia: “forse aveva un complice il killer di Brindisi”. Ragazzi, ma dove pensiamo di essere? “Forse aveva un complice” ?! Ma perché, ce l’immaginiamo uno che arriva al mattino presto tutto solo con tre bombole in mano guardandosi in giro con circospezione, la testa rivolta all’indietro e poi davanti e poi di lato e poi ancora all’indietro, e intanto maneggia il timer? “Forse” aveva un compice?! Il guaio è che qui è partito l’ordine di dire che non è stata la mafia, che è stato un pazzo, o un piccolo gruppo di pazzi.Ma che io sappia, quando entrano in azione i pazzi lo fanno sempre usando le armi, non le bombe con il timer. I pazzi nelle scuole, nelle università, nei caseggiati, nelle banche hanno sempre fatto le stragi con le pistole o con i mitra. O no? Depistare, depistare, depistare Perciò suggerisco a tutti di tenere

sempre presente una regola aurea dei poteri criminali, qualunque faccia abbiano: allontanare il più possibile il momento della verità dal momento della grande emozione collettiva. Dunque depistare, depistare, depistare. E’ quello che stanno facendo. Quanto al celebre “cui prodest” (rispondo al tag di Mattia), farei questa osservazione. La mafia commette anche i delitti che le possono procurare effetti dannosi, pure molto dannosi. Lo fa quando sono in gioco esigenze strategiche. La mafia conosce i suoi polli Il delitto dalla Chiesa non le costò l’alto commissariato e la legge La Torre, che temeva come poche altre cose? Il delitto Falcone e il delitto Borsellino non le costarono una reazione dell’opinione pubblica come mai ce n’erano state, e in più le leggi sui pentiti e quella stramaledetta sul carcere duro? Il fatto è che la mafia conosce la società e lo Stato. Sa che poi le cose si assestano, che potrà rimettere fuori la testa e mandare lo stesso i suoi amici a fare i ministri. Dunque scommette sulle debolezze altrui. E dal suo punto di vista fa bene.

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nche perché quando commette quel tipo di delitti è forte di qualche alleanza inconfessabile. E infatti, oggi, si trova già davanti delle istituzioni pronte a giurare (e una società pronta a credere) che a Brindisi abbiamo avuto il gesto di un folle, o al massimo di una banda locale che voleva accreditarsi nel contesto criminale. La storia d'Italia insegna Ma queste cose - ecco il mio modesto consiglio - vanno lette guardando, insieme, alla storia d’Italia e alla storia della mafia. Usando lenti brindisine non se ne capirà nulla. Piazza Fontana: gli anarchici. Impastato: saltato in aria mentre stava facendo un attentato. Dalla Chiesa: una vendetta del terrorismo, la mafia non ha mai ucciso le donne. Fava: un delitto passionale. Rostagno: tradimenti di amicizie e di coppia. Borsellino: si autoaccusò Scarantino, che si fece mandare all’ergastolo (all’ergastolo!) senza aver preso parte alla strage. Vogliamo continuare?

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Dopo il Ventennio

L'antimafia è una politica Forse la sola Sta crollando un regime. E dopo? Gattopardi o rinnovamento? di Riccardo Orioles

Dopo vent’anni è crollata fragorosamente la destra. In Italia essa aveva aspetti particolarmente odiosi, esaltando il razzismo e la prostituzione. Inoltre - ciò che ci riguarda più diretttamente - aveva comunanze d’interessi, almeno occasionali, con l'area del potere mafioso. Per la mafia dunque comincia, annunciata da tempo, un’emergenza. Come reagirà (o ha già reagito)? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che nel suo imprinting c’è, fin dalle prime stragi, un disprezzo totale per la vita umana. Spesso queste stragi (Portella, via Carini) sono rimaste in tutto o in parte impunite per ragion di Stato. La mafia può dunque credere di poter contare, in qualsiasi momento su una possibile speranza d’impunità. Questo va messo nel conto, e acuisce i rischi.

Brindisi, col suo orrore, rientra in questo? Potrebbe. L'elettronica usata è sofisticata; i messaggi di Cosa Nostra, come il gesto dimostrativo di Provenzano (spettacolarizzato dai media), sono inquietanti. Le indagini, da poco seriamente coordinate, daranno forse elementi. L'inizio era stato pessimo: notizie date e smentite, ipotesi contrastanti, persino il classico “mostro in prima pagina” su cui si sono avidamente gettati i giornalisti. Aspettiamo con pazienza. Ma con le armi al piede e con le idee chiare. Per noi Falcone non è una cerimonia ma una militanza; non ci commuovono le celebrazioni. Commemorate Falcone, e intanto annullate il cuore stesso del suo lavoro giuridico, il concorso esterno e l'associazione mafiosa! Noi preferiamo seguire un'altra strada. Politica, antipolitica... Adesso la politica è diventata davvero complicata. C'è la politica, c'è l'antipolitica, ci sono gli industriali che scalpitano, c'è un governo forte; c'è una sinistra fortissima, divisa fra un partito principale e tre minori, che sicuramente andrà al governo – lo voglia o no – l'anno venturo, e che farebbe carte false per non andarci. Il principale partito difende la democrazia ma non gli operai (che pure sono la base della democrazia). I partiti minori dichiarano, prima di tutto, di non essere dei partiti veri e propri, dei banali partiti, ma un'altra cosa; l'ultimo lo grida più di tutti, e poiché è il turno suo viene preso in parola. Composti da persone perbene (forse le migliori del paese), questi partiti eredita-

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no tuttavia dal ventennio il Culto del Carisma, e appartengono a una persona. Questo li rende deboli, ma non impedisce la presenza, al loro interno, di idee giuste e a volte anche sofisticate. Si alleeranno fra loro, e con Bersani (proclamando a gran voce che non lo faranno mai) perché l'alternativa sarebbe puramente e semplicemente l'ancient régime. Gli toccherà governare questo Paese, con mezzi inadeguati e senza esserne all'altezza; ma toccherà a loro, e forse poiché sono buona gente - impareranno lungo la strada, se riusciranno a garbatamente sbarazzarsi dei rispettivi ingombranti padri-padroni. Di Pietro, Vendola, Grillo. De Magistris, Pisapia, Orlando. Due serie di nomi simili, ma in realtà profondamente allternativi e differenti. Prevarrà l'una o l'altra? La battaglia mediatica o la ricostruzione delle città? Da questo dipenderà moltissimo: non solo il destino di alcuni piccoli partiti, ma l'humus per una nuova classe dirigente, giovane non solo d'anagrafe, definitivamente svincolata dal ventennio e proiettata altrove. Il ventennio Il ventennio è stato per la società, nel variare dei governi, essenzialmente un unico regime. Il regno degli imprenditori e della tv. Berlusconi non è stato Prodi – ci mancherebbe – né Vespa è uguale a Santoro. Ma alcuni valori di fondo, introiettati da tutti, non sono più stati messi in discussione. Uno è la “precarietà”, vale a dire l'abolizione dei naturali conflitti di classe – sul piano economico – e l'affidamento


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“Cambiamento: ce n'è di più a Parma o nei paesi liberati in Sicilia?” A sinistra: la redazione di Telejato

delle decisioni ultime ai padroni. Non sembra che abbia funzionato. Rinnegare Keynes ha portato semplicemente alla crisi generale. Ancora di più, “precariato” ha significato - sul piano antropologico - l'interruzione violenta del normale processo di crescita dei giovani, il relegamento in un'indefinita interminabile adolescenza, la cristallizzazione dei poteri nei maschi adulti. Il ritorno, apertamente teorizzato, a prima degli anni Settanta. Non ha funzionato neanche questo, perché anche questo era profondamente innaturale. E ora ci troviamo tutti ad affrontare il fallimento di queste due avventure, di queste due brusche interruzioni del processo umano. E intanto il mondo è andato avanti - Cina, India, Brasile... Noi lo guardiamo da lontano, non più con l'ottimismo benevolo dei nostri primi anni ma coi timori stizziti di un paese invecchiato male. Invecchiati male Ma noi che siamo giovani, dove dobbiamo andare? Dobbiamo continuare a “far politica” come sempre, ma a modo nostro. Lasciamo che i media si accapiglino su Grillo o non Grillo, politica o antipolitica, a modo loro. Per noi, i “grillini” sono una cosa buona (ma anche i giovani Idv di qualche anno fa, anche quelli di Vendola, o i giovani PD della Campania o della Calabria) non per il loro leader, che francamente non ci affascina (noi abbiamo visto Berlinguer e Pertini), ma proprio per quello che cercano, proprio per ciò che sono. E' bello che degli esseri umani, in tem-

pi di medioevo politico, si appassionino a queste cose, che sono – alla loro maniera – l'antico “bene comune”. E' la politica che rinasce, dopo vent'anni. La bella addormentata, risvegliandosi, non dà baci in fronte, ma strilla e inveisce: e che volete? Dove succedono le cose importanti Noi, però, ne sappiamo di più. Sappiamo che l'elezione importante non è stata a Parma, dove un elettorato grasso e borghese, dopo tante cazzate andate a male, ha finalmente avuto un po' di buon senso e ha votato civile; ma a Barcellona Pozzo di Gotto, dove una città disperata, occupata dalla mafia per sessant'anni, profondamente intrisa (e vorrei vedere) di cultura mafiosa, alla fine s'è ribellata e ha votato una sindaca che, con tutti i suoi limiti, è almeno una persona umana e antimafiosa. Lo stesso, in varia misura, è avvenuto a Palagonia, Caltagirone, Paternò, Misterbianco. E naturalmente a Palermo. Certo, sui grandi media non leggerete questo: è molto più mediatica Parma. Ma noi – Falcone, Pertini – abbiamo altri maestri e guardiamo più lontano. Sappiamo che qui, e ora, c'è un terreno preciso su cui si può tenere insieme il paese, effettuare la transizione su un terreno solido, ed è l'antimafia. Antimafia non vuol dire fare una celebrazione ogni anno. Antimafia vuol dire spazzare via il potere mafioso e tutti i suoi interlocutori imprendoriali e politici, e non solo al Sud. Avere uno Stato sociale efficiente, una scuola pubblica che funzioni, una produzione industriale che non sfugga più, come ora, nei poco chiari rivoli della

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finanza “moderna”. Riportare la soluzione dei conflitti sociali sul terreno naturale del contratto e non della dittatura. Dividere i sacrifici, spremere dalla borghesia mafiosa l'illecito accumulato. Confiscare i patrimoni illeciti – da mafia e da corruzione – e darli in gestione a giovani lavoratori. E' una precisa politica, non un insieme di buone intenzioni. Non chiede una terza repubblica, o una seconda o una quarta, ma semplicemente la nostra vecchia Repubblica del '46, quella che ci ha fatto Nazione. Su questa strada, alla fine, crediamo di ritrovarci coi giovani che, oggi come nella Palermo di Falcone, sono il vero presidio democratico, l'antimafia reale. Agli altri non abbiamo molto da dire, né in bene né in male, perché tutto sommato, per potenti che siano, di concreto e di utile possono fare ben poco. Per esempio, Telejato Fra un mese chiuderà Telejato, voce dell'antimafia in uno dei settori più esposti. Chiuderà nel silenzio di tutti, fra una grande commemorazione antimafia e l'altra, ad opera di una legge voluta da Berlusconi e confermata da Monti. Questo spiega più di mille discorsi cosa succede. Il vecchio regime non ce la fa più, coi gerarchi travolti da scandali vergognosi. Il nuovo vorrebbe cambiare, ma nei limiti dei gattopardi. Nulla cambierà davvero se non dal basso, ed è la lotta antimafia, non quella di improbabili santoni, il luogo su cui il “dal basso” può contare senza strumentalizzazioni, senza mezze misure e per davvero.


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ITALIA

2012/ Generazione Falcone Vent'anni sono una vita, anzi tante vite – Rocco, Ludovica, Marika, Carmelo – di giovani esseri umani che in quel giorno terribile hanno avuto il momento di svolta dell'esistenza. “Uomini soli”, è stato scritto in questi giorni di Falcone e degli altri. Soli? Di fronte alle “istituzioni”, alle persone importanti, forse sì. Ma non di fronte a questi ragazzi, alle migliaia di altri giovani così. Loro hanno capito. Sono una generazione di Norma Ferrara I Sicilianigiovani – pag. 10


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Questa è la storia di un bambino che gioca a calcio. E per una volta sta per vincere la partita quando tutto si ferma intorno, la gente smette di parlare per strada e rientra nelle case. Si sentono solo le voci dei giornalisti che dai telegiornali commentano tutti la stessa immagine. Muovono le labbra ma lui non li capisce. Sbircia dalla finestra di una signora del quartiere, dietro di loro sembra di vedere un incendio. Torna a casa e la mamma ha la faccia di chi ha perso un parente, uno di “famiglia”. Così comincia un'altra età, una nuova generazione

***

«Spesso mi sono chiesta che fine avessero fatto le migliaia di ragazzi e ragazze che manifestavano ostilità alla mafia, nel ‘92-93, dopo gli attentati a Falcone e Borsellino. Spesso mi sono domandata a cosa pensano e credono oggi; se hanno dimenticato la loro rabbia di ieri; se hanno trovato un lavoro; se resiste alle mille insidie della vita quotidiana la loro scoperta della legalità» dice la giornalista Marcelle Padovani, nel suo “Cose di Cosa nostra”, presentando anni dopo quel libro-intervista a Giovanni Falcone. La generazione che ha “respirato” le stragi è oggi sotto gli occhi di tutti. La si può vedere, vent’anni dopo, criticare, giudicare. Ma non ignorare. Sono precari, sono spesso fuori sede, sono “resistenti”, sono l’Italia che è nata su quelle macerie. In pochi la raccontano, eccetto quando le loro bandiere e i volti sono corredo per quelle belle foto colorate delle manifestazioni, perfette per lanciare Tg o copertine dei settimanali. Molti di loro sono stati antimafiosi nel privato, in questi lunghissimi vent’anni, altri non hanno mai smesso di fare antimafia, anche quando hanno fatto tutt’altro. Solo una partita di pallone Per molti di quella generazione, quelli che avevano dieci – quindici anni quando allo svincolo fra Palermo e Capaci Cosa nostra metteva fine alla vita del giudice, Giovanni Falcone e dei suoi collaboratori, Vito Schifani, Antonino Montinaro, Rocco Di Cillo, quel giorno è fat-

“Tutto si ferma intorno...”

to di frammenti di memoria. Ma quell’esplosione crudele fu per molti di loro la perdita dell’innocenza, niente è stato più come prima. Come per Carmelo, trent’anni compiuti da poco (ci tiene a precisarlo …) ha studiato matematica “al Nord” perché spiega - « pensavo che qualsiasi posto là fosse meglio di qua» e quel «qua» è Caltanissetta una delle poche città della Sicilia che non hanno il mare. Dieci anni fuori dall’Isola, direzione Continente e nella mente il ricordo degli omicidi di mafia, compiuti a pochi chilometri dalla sua città. «Mi ricordo che un giorno stavo giocando a pallone, nella strada con gli atri compagni. Piano piano intorno a noi le tante voci di sottofondo che sempre c’erano, scomparvero. Come se avessero abbassato il volume, tutto d’un tratto. Così almeno l’ho fotografato quel momento nella mia mente – dice Melo, come lo chiamano gli amici - Allora ci fermammo e io mi lamentai, non c’era mica bisogno di fermarsi! c’era una partita in corso e io stavo anche vincendo. Mi arrabbiai e corsi verso Giovanni che aveva il pallone in mano, lo tirai verso gli altri e dissi “picciò camma fari? Chi succidiu?” (che dobbiamo fare, cos’è successo?). Ma nessuno mi stette a sentire mentre lentamente cresceva il volume dei telegiornali dalle case che avevano le finestre aperte sulla strada. Prima uno, poi un altro e poi un altro ancora. Ci arrampicammo dalla finestra della signora Di Bella per vederlo anche noi ». Carmelo tornò a casa quel pomeriggio pensando che solo in quella stradina la gente si fosse messa in testa di vedere il Tg proprio mentre lui stava vincendo la partita che solitamente perdeva, perché stava nella squadra di quelli lenti, di quelli “scarsi”. Le mafie si spostarono al nord, come me E invece anche a casa sua, il notiziario faceva vedere quell’incendio e dalla faccia della mamma, Melo ricorda di aver pensato, per tanti anni, che un parente fosse morto lì. « Solo dopo capii, non so

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come ricostruii tutto. Per due – tre anni si parlò di mafia, anche in tv. Mi ricordo un po’ qualche immagine. Tanto mi bastò a decidere che ero nato nel posto sbagliato e semplicemente me ne dovevo andare». Era vent’anni fa, era la mafia in diretta, la strage di Capaci, vista dai ragazzini di Caltanissetta. Intravista dai Tg, che di solito guardavano con noia e fastidio. Carmelo poi si iscrive all’Università e trasferisce a Siena. Dieci anni fa scopre che sotto la casa in cui vive, ormai da radical chic di provincia, si rompono spesso le vetrine di un negozio. «I proprietari non facevano in tempo a cambiarle che le distruggevano di nuovo». «Sembravano i segnali di un chiaro tentativo di estorsione ma io pensai di essere il solito siciliano che vede la mafia ovunque; la verità era che più passavano i giorni più mi sembrava che i cittadini di Siena, per molti aspetti così lontani da noi, assomigliassero a quella categoria di siciliani che per paura o viltà non vuole vederla la mafia, da nessuna parte. Io mi ero trasferito ma non ero stato il solo, anche le mafie non erano più soltanto a Palermo o a Caltanissetta, come pensavo da ragazzino. Erano ovunque». Chi sono i mafiosi? «Avevo 9 anni. Stavo piangendo perché il giorno dopo c'era la mia prima comunione e avevo appena saputo che le mie cugine di Messina non sarebbero potute venire a Capo d'Orlando a festeggiare con me – racconta Ludovica, siciliana che vive a Roma. «Ad un certo punto venne mio padre da me e disse che non dovevo piangere per questi motivi futili, perché quel giorno a Palermo era morto il giudice Giovanni Falcone. Quello … era un motivo serio per cui piangere. Il lunedì successivo a scuola la nostra maestra ci chiese se avevamo saputo la notizia della strage di Capaci e di raccontare quali fossero le nostre impressioni. Ero rimasta molto colpita dalle parole di mio padre e anche dall'espressione affranta della maestra ma non capivo bene la gravità di quanto accaduto».


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Falcone I BAMBINI DI ALLORA Quando nel 1992 il giudice Giovanni Falcone fu ucciso dalla mafia insieme alla moglie e a tre agenti della scorta, i giornalisti della redazione di CTzen frequentavano asilo ed elementari ma quel 23 maggio di vent’anni fa ha cambiato e influenzato la vita di quei bambini e di tanti altri come loro, oggi giovani adulti. Il perché quella data è così importante lo racconta in questo intervento la redattrice più anziana del giornale, allora undicenne Vent’anni. Da quando sono capace di pensare con la mia testa e capire cosa vuol dire mafia, strage mafiosa ed essere una siciliana onesta il 23 maggio non è mai stato un giorno qualsiasi, un anniversario come altri. È stato un giorno di lutto, di un dolore vivo molto più di quello che può provocare un semplice ricordo, un fatto che ho vissuto ma che ho capito solo attraverso il racconto. Un giorno di lacrime e rabbia, ma anche di coraggio, forza e vicinanza con tutti i ragazzi per cui quel giorno ha lo stesso significato. Ed ho la fortuna di conoscerne molti di giovani così. Quando il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro sono stati fatti saltare in aria lungo l’autostrada per Palermo nei pressi dello svincolo per Capaci avevo solo 11 anni. Ero a casa della mia amica del cuore dell’epoca a festeggiare il suo compleanno. Non capii. L’unica cosa che colsi, da bambina quale ero, era che doveva essere successa una cosa molto grave. Doveva essere gravissima se si accendeva la Tv per vedere il telegiornale nel bel mezzo di una festa. Fui consapevole di quella gravità solo molti anni dopo. E da allora quella data non fu più, nella mia testa e nel mio cuore,

Ludovica vive e cresce in provincia di Messina a Capo D’Orlando, un paesino di turisti e commercianti, Cosa nostra sino a quel 1992 l’ha conosciuta così, con l’ammonimento di un padre e i ricordi di scuola. Ma prima delle stragi erano arrivati altri segnali, i mafiosi erano anche nel suo paese, anche vicino a lei. «Un giorno a scuola una mia compagna era stata chiamata dalla maestra per uscire prima della fine dell'orario scolastico. Solo dopo qualche giorno ho saputo che suo padre era stato gambizzato». Ludovica non mette subito insieme queste cose, una sembra così lontana, l’altra così vicina. Chi sono i mafiosi? Le chiedono spesso a scuola di parlarne, ne parlano in tanti, ci sono le fiaccolate per le strade del paese. Nasce proprio lì la prima associazione antiracket d’Italia. La strage vista dal Nord Marika, che nel '92 ha 13 anni, invece è valdostana. Di quel giorno ricorda le immagini che in televisione trasmettono “Scommettiamo che?”, il varietà della prima rete Rai, «non viene sospeso, nemmeno di fronte a questa tragedia».

il giorno del compleanno di un’amica. Quello è il giorno in cui ricorre l’anniversario della scomparsa di persone che sono morte per la mia terra, per il mio futuro, per me. Quando avevo 11 anni non sapevo neanche chi fosse Giovanni Falcone. L’ho conosciuto parecchio tempo dopo, per il suo lavoro, le sue idee e le sue analisi sulla mafia. Per questo lo ricordo e gli sono grata. Grazie a lui nessuno ha potuto prendere in giro me e i giovani della mia generazione dicendoci che la mafia non esiste. Grazie a lui abbiamo sempre avuto chiaro contro cosa lottare. La sua faccia, il suo sguardo, il suo sorriso sono diventati la faccia, lo sguardo e il sorriso di uno di famiglia. Ricordo quel sorriso mentre risponde alle domande di una giornalista francese, mentre parla di mafia, di paura. Quel sorriso che mi ha sorpreso, che mi ha sempre colpito e fatto pensare che era speciale. Chi l’ha ucciso ci ha tolto qualcosa. E quel lutto ci appartiene. Per questo non potrei mai, per esempio, sposarmi il 23 maggio. Né il 19 luglio. Ma chiamerò mio figlio con il nome di un magistrato. Come si fa con i papà, con gli uomini che ti insegnano qualcosa sulla vita che ti resta dentro per sempre e ai quali sarai grato in eterno. Falcone mi ha insegnato cosa vuol dire lottare per un futuro migliore, a non essere indifferente. Cosa vuol dire essere siciliana ed esserne orgogliosa. E a non arrendermi. Neanche quando vedo un bambino spacciare invece di giocare, o un ragazzo che pensa di trovare nella malavita un’alternativa distruggendo la serenità di genitori onesti. Neanche quando appare chiaro che il confine tra mafia e politica è sottile. Falcone mi ha insegnato che io posso fare la mia parte e che ci sono uomini giusti, che non si piegano, uomini come lui per cui io oggi continuo a restare e a lottare. Agata Pasqualino, CtZen

Durante i Tg i giornalisti hanno tutti il volto tirato, la voce bassa. Le immagini sono strazianti ma lo show va avanti lo stesso. Ripartono i giochi e da piccola non sai distinguere se è stata una cosa grave o meno. E’ morto qualcuno e solo più in là Marika capirà chi. Trentatré anni dopo si trova al tribunale di Milano a seguire per un giornale un processo di mafia. Si chiama ‘ndrangheta la mafia che oggi uccide con la stessa violenza che nel ‘92 colpì Falcone e Borsellino a 57 giorni l’uno dall’altro. Questa volta ha ucciso una donna, Lea Garofalo: aveva la colpa di voler essere libera dal marito e dalla mafia. Marika oggi fa la giornalista e combatte da anni il pregiudizio che vede la mafia “solo al sud”. «Al nord - dice Marika - ci sarebbero solo i soldi. Ma è solo un modo per non vedere le cose come stanno, perché dopo il denaro arrivano i mafiosi». Anche in Valle D’Aosta,

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come tenta di dimostrare con le sue cronache quotidiane. Non fuggire ma lottare Vi ricordate Carmelo, quello che giocava a calcio per le strade di Caltanissetta il giorno della strage di Capaci? Due anni fa ha smesso di odiare la sua terra, ha capito che vittime e carnefici a volte sono due facce della stessa medaglia ma che la risposta non è fuggire ma lottare. Che i mafiosi sono una minoranza ma la mafiosità tende ad affermarsi nella maggioranza del Paese.


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Melissa FORSE NE PARLAVANO QUELLA MATTINA Da Mesagne a Brindisi ci sono meno di 20 km e poco più di 20 minuti di autobus. Melissa faceva questo tragitto ogni giorno da 3 anni, insieme alle sue amiche e ai suoi amici, e probabilmente, come ogni ragazza della sua età che si alza presto la mattina per andare a scuola, ogni mattina si sedeva con la stessa amica e cercavano di guadagnare 5 minuti di sonno, parlavano di scuola e interrogazioni imminenti, condividevano ansie da adolescenti, si emozionavano per i primi amori, piangevano per le prime delusioni. Chissà se qualche volta in questi tragitti mattutini avranno parlato anche della propria scuola e di chi era Francesca Morvillo, del perché l’istituto da loro frequentato si chiamasse cosi. Penso che almeno quest’anno a scuola ne avranno discusso, considerato che è il ventennale della strage di Capaci e non c’è scuola che non ricordi Francesca, Giovanni, Rocco, Vito, Antonio, anche fosse solo per dovere istituzionale. Forse ne parlavano quella mattina, o forse – più probabile quella mattina parlavano del sabato sera che arrivava, dell’uscita serale, di cosa avrebbero fatto nel pomeriggio, della domenica di vacanza sospirata dopo 6 giorni di scuola. Magari alle 7.44 stavano ancora discutendo di come vestirsi la sera. Di certo alle 7.45 non lo facevano più, e i loro sorrisi, la loro voglia di vivere, le loro chiacchiere saltavano insieme agli zaini, ai libri e ai quaderni, ai loro 16 anni. Melissa adesso non c’è più, Veronica non sarà più la stessa e penso ci vorrà tempo prima che un sorriso sereno ritorni sui volti

Ed è su questo che ha scelto di impegnarsi a scuola, e anche fuori, facendo l’educatore di strada, presso parrocchie, scuole di periferia, doposcuola. «Togliere il consenso dei giovani, dei più piccoli, è l’unica strada. Noi della generazione “delle stragi” ce ne siamo andati per non concederglielo. E’ stata una scelta legittima, io la rivendico. E molti di noi sono rimasti e gliel’hanno negato ma hanno pagato con l’assenza di lavoro, con l’insicurezza di un futuro incerto, questa scelta. Altri hanno ceduto, hanno tradito Giovanni Prima li ho giudicati, ma dopo li ho capiti. Da pochi anni sono tornato in Sicilia, in fondo era quello che pensavo di fare da un po’ di tempo e trovo che noi, tutto sommato, siamo rimasti fedeli a quel giorno, a quell’orrore visto come fosse un film». “Non li abbiamo traditi” «Penso di poter dire che non abbiamo tradito Giovanni e Paolo – dice Carmelo - L’ha fatto una parte della magistratura, una parte della politica, una parte del mondo affaristico ma non i giovani che erano adolescenti quando quel 1992 arrivò a spazzare via l’innocenza di tutti», Anche Ludovica, la giovane di Capo d’Orlando (Me) ha preso impegni precisi

delle loro compagne e dei loro compagni di scuole, quelli feriti e quelli che si sono trovati l’inferno davanti agli occhi. Un inferno causato non da un attentato anomalo ma dalla viltà in cui mafia terrorismo e altro spesso si sono incontrati nella storia d’Italia. In Melissa, ognuno di noi ha visto la sorella la figlia la cugina la nipote l’amica la vicina di casa. Io ho visto tutte queste e ho anche visto altro: soprattutto ho visto Lucia e Federica, Nicole e Maria Filomena, Alice e Simona, che ogni mattina si alzano un po’ prima di altre loro compagne, fanno un tragitto simile a Mesagne-Brindisi ma in Sicilia, poco più di 10 km e poco meno di 20 minuti di autobus, frequentano il terzo anno delle scuole superiori in un paese diverso da quello in cui abitano e hanno tra i 16 e i 17 anni. Come Melissa. E poi ho visto Clarissa Elisa Giusi Miriam Paola e Simona che tra meno di un mese sosterranno l’esame di terza media e da settembre faranno anche loro ogni mattina un tragitto simile a quello di Melissa e lo stesso tragitto di tante loro amiche, sullo stesso autobus o su autobus diversi, per andare a scuola, dove bisognerebbe soprattutto imparare a diventare cittadine e cittadini consapevoli. Non vittime innocenti della follia umana. Ciao Melissa, ti hanno salutato le tue compagne e i tuoi compagni delle reti e degli unioni degli studenti: qualsiasi cosa farete non ci fermerete, hanno scritto sabato sera e il 26 giugno a Brindisi, in una manifestazione nazionale studentesca urleranno che non hanno paura, e che vogliono difendere il loro futuro. Anche per te. «Muor giovane colui che gli dei amano», così Menandro ha lasciato scritto in un frammento: sarà un verso sublime, ma io oggi non ce la faccio a crederci. Anna Bucca, Arci Sicilia

con il suo passato. Oggi è una ricercatrice universitaria, ha studiato sociologia e si sta specializzando proprio nello studio della criminalità organizzata in Italia e nel mondo. Da alcuni anni è impegnata con la rete di associazioni di Libera, si occupa di ricerca e università. Lo scorso anno ha promosso uno studio sulla percezione che i giovani hanno delle mafie, come la vedono oggi. Ricordandosi spesso degli occhi con i quali la vide lei, per la prima volta. E la continua a vedere, anche qui, nella Capitale. Un movimento che non si arrende Le loro storie sono solo alcuni ritratti privati del quadro di un movimento antimafia che non si arrende. Sono i ragazzi di Addipizzo, nati sotto la spinta della battaglia antiracket e quasi tutti adolescenti nel periodo delle stragi, proprio a Palermo. Sono i giovani che hanno scelto di lavorare con le cooperative nate sui beni confiscati ai boss. Sono i tanti giovani che operano nei quartieri periferici di Catania. Sono i giovani docenti che hanno scelto di far rinascere le scuole a partire da quelle dislocate nelle periferie di un Sud, spesso dato per perso. Gli studenti universitari e i ricercatori che non

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hanno mai smesso di promuovere percorsi di studio e conoscenza su questi temi. Sono i tanti giovani che sono cresciuti con il “mito” degli inviati di guerra ma non quelli in collegamento dall’Iraq o dall’India, ma quelli che raccontavano Ballarò e la Vucciria, Scampia e l’Aspromonte. E poi hanno scelto di farlo quel mestiere. Sperando di non dover mai raccontare, da giornalisti, quello che nel 1992 videro attraverso gli occhi degli adulti e che li fece diventare grandi, prima dei loro fratelli maggiori. Quella storia che appartiene a loro prima che ad altri, perché lì si è giocato il loro futuro.

*** «Che fine hanno fatto le migliaia di ragazzi e ragazze che manifestavano ostilità alla mafia, nel ‘92-93, dopo gli attentati a Falcone e Borsellino?» – chiedeva Marcelle Padovani. Sono impegnati a vincere questa battaglia. Malgrado la politica, malgrado alcuni adulti di allora e di oggi, rischiano di farcela perché sono rimasti liberi. E buona parte di loro ha scelto di liberare chi libero non è.e Paolo, perché non avevano molta scelta.


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Elezioni/ Barcellona P.G.

Nella città dei padrini stravincono gli antimafiosi Elezioni in una piccola e tosta città di mafia. Città di vecchi padripadroni, che o stanno con la mafia o non osano andarle contro. Se avessero potuto votare soltanto loro... di Antonio Mazzeo Solo un paio di anni fa sarebbe stato pressoché impossibile avvicinarsi all’onnipotente Senatore nel suo giro per i seggi. Cortigiani, clienti, vassalli e galoppini a spintonarsi per una pacca sulle spalle o una stretta di mano, la promessa d’intercessione contro l’inferno della miseria e della disoccupazione. Ogni volta gli stessi riti, gli stessi bagni di folla. Lunedì 21 maggio, ore 12,30, di fronte al Municipio del Longano, la scena è differente. Manca poco e niente allo sfoglio dei voti per la scelta del nuovo sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto e Domenico “Mimmo” Nania discute pacatamente con Santino Catalano, già deputato regionale in quota Pid, dichiarato decaduto perché incandidabile per una pregressa condannata patteggiata. Accanto ci sono solo altre due persone. Più in là una volante della Polizia a monitorare l’ingresso di una scuola sede elettorale. Un senso di solitudine, presagio del tramonto di un’era. Tre ore più tardi la città-palude della legalità, la città-fortezza dei poteri forti e della borghesia massomafiosa sarà investita da un desiderio collettivo di rottura e cambiamento. Col 61,3% dei consensi e 13.664 voti, Maria Teresa Collica, 42 anni, ricercatrice universitaria e presidente di Città Aperta, spezza dieci anni di predominio della destra estrema e moderata.

Candidata di una coalizione di associazioni di volontariato, Prc, Sel, Socialisti e Idv, sembrava la vittima sacrificale per provare a strappare almeno un consigliere comunale al partito unico dei nania boys. Invece, a sorpresa, la Collica ha sbaragliato prima i concorrenti delle primarie del centrosinistra (snobbate dal Pd), poi, al primo turno, si è piazzata poco dietro il candidato unto dal signor-senatore, Rosario Catalfamo. Al ballottaggio lo Tsunami. Poi il corteo gioioso per il centro e le tristissime periferie barcellonesi di centinaia di ragazze e ragazzi, studenti universitari e mariateresa football-fans, i commercianti mosche bianche dell’antiracket, l’antimafia sociale, due suore e gli scout cattolici, i dirigenti dei partiti sostenitori, gli animatori dei circoli culturali out. Il corteo gioioso per il centro La Barcellona che sogna ancora a colori, che vuole rinnovare e rinnovarsi, che chiede spazi di agibilità democratica ed espressione, centri di aggregazione e socializzazione. Che se la sente di sfidare i controlli criminali del territorio e l’esercizio mafioso del potere pubblico e privato. Che è stanca di pensare al Longano come lo Stato N (Nania) e a tripla C: la C di Cattafi (Rosario), l’avvocato superboss in odor di servizi segreti; la C di Cassata (Franco), il procuratore generale di Messina sotto processo a Reggio Calabria per diffamazione pluriaggravata; la C di Corda Fratres, il sodalizio paramassonico scuola e officina dell’intellighenzia e dei potentati locali. Quella “Corda” creatura del magistrato Cassata, a cui ha aderito sino a qualche anno fa la stessa neosindaca e in cui continuerebbero a militare più d'uno degli assessori designati. La prima a parlare di influenze cordafratrine per spiegare il successo della Collica è stata l’on. Sonia Alfano, precipitatasi a Barcellona alla vigilia del primo turno in compagnia del senatore lombardiano Beppe Lumia (Pd), per presentare la neo costituita Commissione europarlamentare antimafia.

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Dopo la pubblicazione dei nomi degli aspiranti membri di Giunta, l’Alfano ha emesso una nota al veleno. “L’ufficializzazione della zavorra cassatiana sulla candidatura di Maria Teresa Collica traspare con l’indicazione ad assessore dell’avvocato David Bongiovanni, legittimamente difensore di mafiosi di buon calibro”, scrive l’europarlamentare. “Spetterebbe alla Collica relegare Cassata e il circolo Corda Fratres (che, nel frattempo, a Mazzarrà S. Andrea è riuscito a ottenere l’elezione del sindaco Bucolo, sotto l’egida del padre padrone della discarica della mafia, Pino Innocenti) in un tristo passato anziché radunarli fra i propri sostenitori”. “Nessuno dei membri della nuova amministrazione di Barcellona è espressione della Corda Fratres o è mai stato indicato dai vertici dell’associazione”, afferma Maria Teresa Collica. “Ho scelto Bongiovanni in assoluta autonomia e indipendenza per le sue qualità professionali. Lo stesso vale per la professoressa Lina Panella, figlia di uno dei co-fondatori della Corda Fratres. Noi guardiamo esclusivamente alle capacità personali e alle rispettive competenze. E oltre agli assessori conteremo su uno staff di esperti che gratuitamente si sono messi a disposizione a beneficio della città”. Cassatiani e cordafratini Stando ai denigratori e ai cultori del sospetto, cassatiani e cordafratrini si sarebbero mobilitati in blocco per consentire alla Collica la conquista di Palazzo Longano. Alla vigilia delle primarie del centrosinistra, “su iniziativa esclusivamente personale”, il direttore dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG), Nunziante Rosania, si sarebbe incontrato con “l’amico” Franco Cassata per caldeggiare la giovane assistente universitaria. “Si è trattato di un mero scambio di valutazioni su quella che ho sempre considerato un’importante opportunità di cambiamento politico a Barcellona”, ha spiegato il Rosania ad alcuni attivisti di Città Aperta. “Quell’incontro è avvenuto a totale mia insaputa”, replica Maria Teresa Collica.


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“Appena ne sono venuta a conoscenza, ho manifestato le mie perplessità sull’iniziativa, anche se so essere stata fatta dal dottore Rosania in totale buona fede. Ho detto che si trattava di una scelta infelice che poteva rilevarsi un boomerang per tutti noi. Dopo che sono emersi in sede giudiziaria alcuni particolari sulla figura del giudice Cassata, per continuare a portare aventi certe battaglie in campo politico e sociale, ho ritenuto doveroso allontanarmi dal suo entourage e da quello della Corda Fratres. Perché aldilà di eventuali responsabilità che devono essere accertate dalla magistratura, ritengo che i rapporti personali debbano basarsi su nette valutazioni di opportunità”. C'è chi parla di gattopardi La vicenda ha avuto un eco doloroso all’interno di Città Aperta. Due dei suoi co-fondatori hanno deciso di prendere le distanze dalla Collica, arrivando perfino ad accusare il suo progetto di trasformismo. “Questo nuovo non mi piace”, scrive la professoressa Patrizia Zangla. “Con la vostra condotta consentite ai gattopardi, da cui vi fate manipolare, di adagiarsi sornioni e guardare compiaciuti il sistema messo a punto. Guardano le pedine che muovono sulla scacchiera. Il re e la regina, il fante… Siete dei tracotanti del potere. Persino quando rispondete alle critiche vince il pensiero omologato, questi i vostri argomenti: fango, invidia, abiura alle proprie idee politiche. Siete antidemocratici: o con voi o contro di voi”. Accuse fermamente respinte dalla sindaca che ricorda invece come l’intero programma della coalizione, i contenuti e le iniziative della campagna elettorale siano stati costruiti dal basso con tutti gli aderenti e i sostenitori di Voltiamo pagina. “Tutti insieme abbiamo deciso di rifiutare apparentamenti o accordi con le coalizioni dei candidati sconfitti al primo turno”, spiega Collica. “Non lo abbiamo fatto certo per superbia, ma perché con la gente abbiamo capito che queste scelte non sarebbero state assolutamente comprese e apprezzate. E anche questi sono

processi di costruzione della democrazia dal basso…”. Digeriti i colpi e archiviato lo storico successo, i compiti e le difficoltà da affrontare appaiono veramente enormi per la nuova amministrazione. Si teme innanzitutto che spulciando tra le carte e le delibere della ex giunta Nania vengano alla luce buchi di bilancio insostenibili. C’è poi il fuoco di sbarramento dei consiglieri comunali, in buona parte eletti nelle liste anti-Collica. Riconoscendo sportivamente il tracollo, il Senatore ha però inviato segnali di disponibilità al dialogo, prontamente raccolti dalla sindaca. “Confido nel ricambio generazionale del Consiglio che può favorire l’ingresso di nuove energie”, afferma la Collica. “Cercherò di volta in volta il consenso sulle singole determinazioni e paleserò il risultato del voto in modo che i barcellonesi sappiano se i consiglieri rispondono agli interessi della città o a quelli personali”. I devastanti progetti di Cattafi L’impegno alla pubblicità e alla trasparenza potrebbe però non bastare ad evitare tra meno di un mese che il governo Monti risponda favorevolmente alla richiesta di scioglimento per mafia degli organi elettivi e di azzeramento della macchina burocratica amministrativa, fatta prima del voto dalla Prefettura di Messina. La rielezione in questa tornata di undici consiglieri che sostenevano la giunta Nania potrebbe infatti pesare a favore del commissariamento di Palazzo Longano. “Abbiamo scelto di non apparentarci con nessuno proprio perché fosse chiaro che siamo del tutto sganciati dall’amministrazione uscente”, spiega Maria Teresa Collica. “Riteniamo questa l’unica strada per tentare di evitare lo scioglimento che avrebbe senso solo se ci fosse una palese continuità o contiguità con essa. Cosa diversa è la macchina amministrativa. Abbiamo già annunciato una riorganizzazione degli uffici comunali che dovrà tenere conto delle inchieste giudiziarie in atto.

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“E' un'occasione storica e non si deve sprecare”

Purtroppo esiste il cosiddetto patto di stabilità che non permette nuove assunzioni. Così per avere un turn over a livello dirigenziale bisognerà attendere i pensionamenti”. La nuova giunta eredita poi tutto il peso del devastante progetto di realizzazione di un megaparco commerciale di oltre 19 ettari in contrada Siena, un’operazione ordita dal pluripregiudicato Rosario Cattafi. L’ispezione prefettizia sulle presunte infiltrazioni criminali nella vita amministrativa di Barcellona Pozzo di Gotto aveva preso spunto da questa vicenda, a seguito dagli esposti firmati proprio da Città Aperta e dall’Associazione antimafie “Rita Atria”. “Personalmente continuo ad essere del tutto contraria a questa scelta anche per motivi di ordine economico e sociale”, afferma Maria Teresa Collica. “Senza più Cattafi a capo dell’operazione, ritengo che la città tutta vada coinvolta sull’opportunità di una simile realizzazione. Il coinvolgimento diretto dei cittadini sarà il modo con cui vogliamo amministrare”. La fine dell'era Nania La nuova amministrazione di Barcellona è fatta innanzitutto dell’entusiasmo dei giovani volontari che la liberarono in autunno dai fiumi di fango che l’avevano sommersa. Ma vede anche aleggiare alcuni fantasmi ingombranti, desiderosi di riciclare la propria immagine e deviare magari il corso degli eventi. Uno di essi, l’on. Dino Madaudo, già sottosegretario Psdi alla difesa e frequentatore del Cattafi al tempo delle sue spericolate operazioni nel gran mercato delle armi da guerra (1992-93), ha avuto l’ardire di presentarsi nel Longano e offrire il suo supporto al progetto Collica. La grande scommessa è se quei fantasmi saranno respinti, ostacolati, sconfitti. O se almeno ci sarà la volontà di farlo, sino in fondo. La fine dell’era Nania è un’occasione storica, unica, per trasformare il tessuto sociale barcellonese. Maria Teresa e gli assessori non possono né devono sprecarla.


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Palermo

“Fuori dal palazzo e per le strade” Abbiamo chiesto ad Anna Bucca, presidente regionale dell’Arci, di parlarci delle sue aspettative, dei suoi desideri e delle sue speranze all’indomani del voto del 20 maggio di Giovanni Abbagnato - Dal tuo osservatorio di associazionismo sociale, qual è la tua valutazione della svolta di Palermo dopo il decennio della sindacatura Cammarata che sicuramente non rimpiange nessuno? - La valutazione è positiva, sia per il messaggio che riceve il centro destra e le forze più conservative da questo risultato, sia per la lezione che spero colga l’area politica del centro sinistra palermitano, e anche quello siciliano e nazionale, che è arrivata a queste elezioni spaccata, e che “brillava” per idee poche e confuse. D’altronde le primarie raccontavano già di un’apertura verso strane alleanze e laboratori sperimentali, principalmente con l'Mpa di Lombardo, che non sembravano incontrare il favore dell’elettore medio di centro sinistra. I risultati di giorno 20 e 21 maggio, con la vittoria schiacciante di Orlando, testimoniano il fatto che quando il centro sinistra non è capace neanche di ascoltare le istanze che vengono dal territorio, la sconfitta è probabile. Gli interventi pubblici di Orlando hanno posto questioni di contenuto rilevanti: le tematiche dei beni pubblici materiali e immateriali (istruzione, salute, acqua), la gestione delle ex municipalizzate, i diritti

di cittadinanza per tutte e tutti, il risanamento della città, la condivisione di risposte alla crisi date dal governo nazionale che hanno finito per penalizzare i soliti noti, e che non hanno mai intaccato i patrimoni veri di questo Paese. - Non è pensabile immaginare che il Sindaco Orlando non possa che ripartire dalla disastrosa situazione finanziaria ereditata che, al di là del fatto che ci siano già le condizioni tecniche della dichiarazione ufficiale del dissesto, è certamente esplosiva. In queste condizioni ci sarà spazio e risorse per lanciare un nuovo progetto per la città con delle “idee forza”in grado di valorizzare tutti gli interventi e finalizzarli a un complessivo rilancio? - Se ci sarà la volontà politica, ci saranno anche gli spazi e le risorse per rilanciare un progetto per la città, nonostante il dissesto . C’è un sapere diffuso nel territorio che può contribuire a definire le “idee forza “ di cui tu parli, e si tratta di un sapere capace anche di intercettare risorse economiche. D’altronde, nonostante l’insipienza dell’amministrazione precedente, alcune cose sono avvenute a Palermo, e il mondo dell’associazionismo, del volontariato, dei movimenti ha cercato di fare un faticoso lavoro di rete. E nonostante la litigiosità che purtroppo caratterizza anche questo nostro mondo, si è riusciti ad avviare coordinamenti e forum, ancora da ampliare, che hanno provato a dare risposte le tante volte che la politica istituzionale è stata assente. Penso per esempio alle iniziate contro il razzismo che in città sembra crescere mese dopo mese, o alle iniziative di rilancio degli spazi culturali della città come i Cantieri della Zisa, o il teatro Garibaldi. - Pur nella considerazione dell’ineludibile stretta imposta dall’azione del governo centrale alla finanza locale, c’è spazio per rilanciare il segmento impor-

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tantissimo del welfare che sta in capo alle politiche del Comune? - Penso di si e gli appelli che già dalla prima conferenza stampa sono stati lanciati dal sindaco Orlando al governo nazionale, con la domanda esplicita al presidente Monti se vuole continuare ad essere un tecnico senza anima o se pensa di cominciare a occuparsi e preoccuparsi dei problemi sociali del Paese, fanno ben sperare. Certo, questo impatta con scelte pesantissime di tagli al welfare, ai trasferimenti e in generale a tutto il sistema di protezione sociale avviate dall’ex governo Berlusconi e non corretti dall’attuale governo riguardanti la riduzione drastica e in alcuni casi l’azzeramento delle spese relative alle politiche migratorie, alle disabilità, il colpo mortale inflitto alla scuola, e cosi via. Ma è anche vero che con un sapiente uso delle risorse europee, si può “aggiustare” la direzione di marcia. Penso per esempio alle risorse del Fondo Europeo per l’integrazione dei migranti, che possono essere utili a sostenere politiche di cittadinanza per tutti, o a fondi allocati presso le Direzioni Generali delle Commissioni Europee. Orlando conosce bene questi meccanismi, anche per la sua esperienza di deputato europeo e per il suo profilo internazionale, dunque spero che sull’attivazione di queste risorse venga posta la giusta attenzione, che deve passare da un coinvolgimento attivo e reale della cittadinanza organizzata o meno in strutture collettive. - C'è il rischio di un eccesso di delega concessa al Sindaco “trionfatore” Orlando, non solo dalle forze politiche palermitane e siciliane - teoricamente sostenitrici di questa avventura amministrativa, ma che appaiono francamente allo sbando - ma anche del mondo dell’associazionismo e del volontariato che non sembra stia vivendo la sua fase migliore?


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- Si, ed è proprio il rischio che corre questa città, come altre città. Non dobbiamo pensare che il Sindaco e la sua giunta siano una sorta di presenza salvifica che ci libera da tutti i mali: credo che Orlando abbia anche piena coscienza del fatto che i voti sono stati dati soprattutto a lui e non a sostegno di un progetto politico organizzato e di una coalizione coesa. Non è una nota positiva una maggioranza monocolore in consiglio comunale (30 consiglieri di Italia dei Valori), e questo comunque non è riconducibile a una scelta di Orlando ma è frutto anche della politica miope di Sel e del PD che ha indirettamente danneggiato anche la Federazione della Sinistra. E’ la maledizione del 4,8% che perseguita da qualche anno i movimenti del centro sinistra : alle regionali del 2006 ha colpito la lista a sostegno di Rita Borsellino, alle regionali del 2008 ha colpito la lista di Sinistra Arcobaleno, e ora la vittima è stata la FDS. Sarebbe anche ora che le cosiddette forze autorganizzate della società, esterne ai partiti, facessero sentire la propria voce e fornissero il proprio contributo in termini di idee e proposte: anzi sarebbe proprio il tempo che -messe da parte le timidezze- ci si comportasse proprio da soggetti politici autonomi e radicati territorialmente, se lo siamo davvero, e si provasse a limitare lo strapotere della politica dei “politicanti” attraverso anche la gestione diretta di pezzi della cosa pubblica. Sarebbe una prova di maturità anche da parte nostra. Penso che si può chiedere più coscienza e maturità alla politica istituzionale se siamo capaci di pretenderla da noi stessi. - Quale pensi possa essere l’atteggiamento più costruttivo che il Sindaco Orlando può mettere in campo per contribuire, per la sua parte, a costruire una proficua collaborazione con il mondo dell’associazionismo socio-culturale e ambientale? - Il sindaco Orlando e la sua giunta devono mettersi in una posizione di ascolto reale della città e devono cercare di vivere il più possibile fuori dal palazzo e in giro per le strade. Immagino che Palazzo delle Aquile tornerà finalmente ad essere un luogo aperto e non più il fortino inaccessibile che Cammarata aveva creato, ma è importante che Sindaco e Assessori incon-

nonne o nonni, o amiche/amici disponibili a occuparsi dei figli per consentire loro di andare a discutere i destini della città. E predisporre assemblee partecipative significa costruire le condizioni perché i cittadini decidano davvero come si spendono i soldi della città, per dare vita una volta per tutte a processi reali di coinvolgimento e di cambiamento. - Infine quali gli assi strategici che possono rappresentare una prospettica si futuro per la città?

trino la città fuori da quel luogo, nelle piazze, nei vicoli, nei quartieri. Andare incontro alla gente con atteggiamento non populistico: penso sia questo l’atteggiamento da attivare. Un andare incontro che non incroci solo l’associazionismo ma anche i singoli cittadini. - Una delle deleghe attribuita riguarda la partecipazione, termine e pratica politica spesso declinati con significati diversi. Cosa ti aspetti tu da un’iniziativa dell’amministrazione comunale per la realizzazione di un sistema di partecipazione popolare alle scelte di governo della città? - La delega alla partecipazione può essere la chiave di volta di questa esperienza amministrativa. Ma partecipazione deve significare che la città è veramente resa partecipe. C’è una questione di metodo che ci riguarda tutti: io spero che partecipare significhi per questa giunta prendere a esempio il modello del bilancio partecipativo di Porto Alegre e di diversi comuni, principalmente brasiliani ma anche di altri Stati, in cui il processo partecipativo non è slogan da campagna elettorale ma percorso condiviso che dura tutto l’anno. E mettere i cittadini tutti, e le cittadine tutte, in condizione di partecipare significa pensare anche, giusto per fare esempio, che ci sono donne che per partecipare avrebbero bisogno di qualcuno/a che per il tempo necessario si occupi dei loro figli: dunque questo significa pensare che quando si fanno le assemblee partecipative, va anche predisposto un servizio di “babysitteraggio” per chi non ha mamme e papà,

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- Io ne vedo un paio. Il primo: una rete di città, e dunque Palermo come nodo di un sistema di relazioni tra realtà urbane sia locali che nazionali che europee. Sarebbe interessante che la città entrasse nel network europeo delle “Intercultural Cities” promosso nel 2008 dal Consiglio d’Europa e che oggi vede come capofila nazionale il comune di Reggio Emilia, il cui attuale sindaco, Graziano Del Rio, è anche il portavoce de “L’Italia sono anche io”, campagna nazionale per l’allargamento dei diritti di cittadinanza e per la concessione del voto amministrativo a beneficio delle persone di origine straniera. Orlando ha dichiarato un impegno preciso su questo tema, impegno d’altronde già ufficializzato dal Commissario straordinario Luisa Latella, e mi aspetto che le azioni di Orlando siano conseguenti e si sviluppino in tempi brevi. Il secondo asse strategico riguarda la nostra posizione geografica: Palermo deve avere uno sguardo strabico, da un lato rivolgendosi all’Europa e dall’altro incrociando il Mediterraneo. Il vento apparentemente nuovo che spira dal Nord Africa, con potenzialità e contraddizioni, il contrasto più che quarantennale che attraversa Palestina e Israele possono essere basi su cui costruire la nostra indentità di città euromediterranea o mediteuropea, se preferiamo. A partire dal riconoscimento della pari dignità di ognuno di noi, che va di pari passo con il rispetto della parità dei diritti. C’è una frase molto bella che cita spesso Luciana Castellina che l’ha mutuata dal filosofo Maurizio Iacono, che a sua volta cita Laocoonte : “Un dialogo tra diversi non è la stessa cosa che un dialogo tra diseguali”. Ecco, a me piacerebbe che Palermo diventasse davvero la città delle differenze e dei diritti.


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Palermo

Pronti... Via! Non sono elezioni come tutte le altre: in un clima di crisi pesantissima, e mentre il potere mafioso in città sembra invincibile, il popolo palermitano ha dato un segnale preciso: rivogliamo la Primavera. Ce la farà Orlando a non cadere nella “politica”, ad essere il sindaco Orlando – non un banale leader, ma molto di più: un cittadino - del mito popolare? Lo vedremo

L’impressione è che l’affidamento ad un uomo - perché di questo si è trattato di una città visibilmente in ginocchio dopo la disastrosa sindacatura Cammarata, contiene in sé un senso di quasi ineluttabilità avvertita, probabilmente con motivazioni diverse, dalla stragrande maggioranza dei votanti. L'unica scelta possibile L’evidenza del clima e delle opinioni che si registrano in città all’indomani del nuovo trionfo di Orlando sono un positivo misto tra la consapevolezza della gravità della situazione e la convinzione che, comunque, la scelta fatta era l’unica possibile. Tutti gli slogan dello sfidante Ferrandelli che invitavano ad avere il coraggio di cambiare sembravano favorire il montare di un’opinione pubblica che vedeva in Orlando l’unica possibilità di invertire la tendenza rispetto al degrado complessivo della città. Una capacità di volare alto

di Giovanni Abbagnato L’inusuale ballottaggio alle amministrative di Palermo tra i due candidati del centro-sinistra ha dato il suo prevedibile responso con il plebiscito a favore di Leoluca Orlando contrapposto al giovane Fabrizio Ferrandelli.

D’altra parte, l’aspirazione al cambiamento è qualcosa che si declina in modo diverso secondo i tempi e le condizioni, come sa bene chi, al di là degli interessi specifici, ha pensato di potere affidare a Berlusconi e a Bossi, e a tutto quello che loro rappresentavano, un’istanza di cambiamento di un Paese per molti versi bloccato da anacronistici riti.

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Via via che il trionfo di Orlando si delineava perdevano consistenza tutte le perplessità, anche quando fondate e riconducibili alla percezione dell’incapacità della città di proporre un’alternativa valida a quello che a Palermo, da più di un ventennio, si dice in una parola sola sinnacuorlandu. Come non scalfivano l’immagine di Orlando i riferimenti al suo “populismo”, rintuzzati dalla sua oggettiva capacità di “volare alto” nel disegnare un’ipotesi di governo della città da rendere degna di considerazione in un contesto nazionale e internazionale. Da far tremare i polsi a chiunque Questo perché Orlando sa bene che a Palermo i problemi sono maledettamente seri è quindi c’è da mettersi subito a lavorare per mettere mano, solo per fare qualche esempio, a delle situazioni in grado di fare tremare i polsi a chiunque. Si parla del sostanziale dissesto finanziario del Comune, dell’implosione delle aziende speciali che dovrebbero assicurare l’espletamento di servizi essenziali come i trasporti e la raccolta dei rifiuti, dell’incredibile stallo dell’intero sistema dei servizi sociali comunali, compreso quelli dedicati al grave handicap. Orlando, che ha certamente spessore politico-amministrativo e relazioni nazionali ed internazionali per provare a invertire una disastrosa tendenza, sa anche che è necessario, prima possibile, lanciare un progetto che, riguardando la quinta città d’Italia, non può che essere ambizioso.


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“Il momentaneo disorientamento degli ordinari padroni della città”

FOTO DI FABIO D'URSO

Tutto questo, è appena il caso di ricordarlo, nonostante le gravi difficoltà che attraversa il Paese e la crisi, ormai evidente, di un sistema politico – economico come quello Europeo che mai ha voluto assumere un proprio profilo uscendo dal protettorato, prepotentemente asfissiante, dei Paesi più forti. Ce la farà la società civile? La scommessa non è di poco momento e non solo per l’oggettiva pesantezza dei problemi di Palermo. Si tratta di capire se la classe politica progressista e la cosiddetta società civile impegnata , in tutte le loro articolazioni e ispirazioni, saranno in grado di non rimanere schiacciati tra un’ipotesi di immobilismo dai veti incrociati e il dominio assoluto di una sorta di demiurgo che nella sua visionaria solitudine trovi le soluzioni a tutti i problemi. Palermo ha bisogno di un’amministrazione che, pur assumendosi la responsabilità di una proposta politica complessiva di alto profilo generale, trovi concretezza attuativa in tutti i settori vitali della città. In queste senso peseranno molto le scelte realistiche, ma anche coraggiose, che riguarderanno l’esercito di lavoratori dei servizi che dipendono dal Comune e la loro ricollocazione all’interno di un progetto per la bonifica di una città. Una

città da tempo al collasso, che lascia registrare indici di qualità della vita assolutamente insostenibili anche nel breve periodo. Allora, non si può considerare un optional il recupero del tempo che un’insensata campagna elettorale, anche nel campo dell’area politica nettamente vincitrice, ha tolto all’elaborazione e alla proposta di idee per un’amministrazione adeguata al livello di emergenza che, prima che registrato dagli indicatori, è respirabile in tutti gli ambiti della città. L'invadenza dei comitati d'affari Grandi progetti come il fronte a mare, la riqualificazione del Parco della Favorita e altre grandi iniziative strategicoinfrastrutturali devono essere liberati dalla probabile invadenza interessata dei comitati di affari per essere armonizzati con l’ordinaria qualità di una città che ha necessità impellente di diventare più bella e funzionale. Questo lo deve tenere bene in conto tutto il sistema della classe dirigente palermitana - dalla politica, alle organizzazioni sindacali, imprenditoriali e dell’associazionismo sociale - che senza la volontà di uscire da una logica di rendita di posizione, nella più praticabile delle ipotesi, porterebbe ad una sterile gestione dell’esistente.

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Ma a Palermo tutto è stato dilapidato, compresi i frutti di una stagione come la “primavera palermitana” di qualche decennio fa che può e deve rimanere riferimento ideale, ma senza disconoscerne i limiti di un tempo e quelli inevitabilmente dettati dalle mutate condizioni sociali e temporali. Forse c’è ancora più di qualche speranza, ma solo se la parte autenticamente democratica e progressista della città, riconoscendo tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, saprà politicamente e amministrativamente approfittare del momentaneo disorientamento degli ordinari padroni della città, compresi i mafiosi da tempo alla finestra per avvistare nuovi scenari. Non basta la delega a un uomo Giovanni Falcone, con la lucidità di analisi che lo caratterizzava, registrava un’intuizione sempre attuale a Palermo: “mi sembra che questa città stia alla finestra a vedere come finisce alla corrida”. Speriamo che gli uomini e le donne di buona volontà di questa città, che si assumeranno la pesante responsabilità di rilanciarla - non solo con la delega ad un sindaco, ma con il loro protagonismo potranno presto dire con Paolo Borsellino “tifano per noi”.


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Inter viste/ Antonio Cimino

“Il mio 23 maggio nella Palermo di vent'anni fa” Antonio Cimino era a Sicilianigiovani nel 1985, è stato vicepresidente del Coordinamento Antimafia. Ci racconta la Palermo di quegli anni, il suo 23 maggio 1992 di Valeria Grimaldi www.diecieventicinque.it

Ci mettevano i bastoni tra le ruote. Venimmo a sapere che un signore, ancora oggi dopo trent'anni vicedirettore del Giornale di Sicilia (Giovanni Pepi) diceva che eravamo dei fanatici che vedevamo mafia dappertutto. Il nostro obiettivo era il livello più alto della mafia, il comando politico.

saltare in aria una città!". Sono passati 65 anni dalla strage di Portella della Ginestra e siamo sempre al punto di partenza. Non si è mai saputo chi sono stati i mandanti di tutte queste stragi.

Ha mai incontrato di persona Giovanni Falcone?

Ogni anno vengono svolte le commemorazioni. Hanno utilità oppure sono spazio pubblicitario per le istituzioni politiche?

Lo vidi qualche volta a Palermo, non spesso perché era un personaggio piuttosto schivo visto che ce l'avevano tutti con lui. Gli parlai due volte a telefono: la prima volta era impegnato, la seconda volta mi disse che stava andando negli Stati Uniti per lavoro, poi andò via da Palermo.

Purtroppo è così. Arrivati ad un certo punto non ci andavamo più. Potevi incontrare i fiancheggiatori, anche qualcuno dei mandanti. Certo, dal punto di vista dei familiari è sempre importante ricordare, quello è fondamentale. Magari non solo in quei giorni...

La stampa del tempo non era molto propensa nei suoi confronti...

Che aria si respirava a Palermo? Era dura, avevamo tutti contro. Il Pci con noi ce l'aveva a morte, per non parlare degli altri partiti! Eravamo volontari, ognuno con il suo lavoro: quando si aveva tempo organizzavamo convegni, assemblee nelle scuole. Alcuni di noi cominciarono ad avere minacce. Quindi da parte dell'opinione pubblica una risposta c'era ma non dalle istituzioni politiche...

23 maggio 1992. Lei dov'era, come ha appreso la notizia, la sua reazione.

Esatto, il problema è soltanto lì. Ci sono state altre vittime che hanno pagato con la vita e molta gente non sa chi sono. Per il potere politico, per i giornali, meno se ne parla e meglio è. Tutte queste persone vengono uccise perchè isolati. I colleghi che accusò Borsellino oggi ricoprono posti importanti, sia nel Tribunale di Palermo sia a Roma: alcuni sono diventati giudici di Cassazione. Quale messaggio ha lasciato Giovanni Falcone?

Ero davanti la Questura. La cosa che mi colpì è che per uccidere una persona fecero saltare in aria un pezzo di autostrada con un quantitativo di tritolo impressionante. Si è voluto affermare "Qui noi comandiamo, siamo in grado di fare

Ai giovani è rimasto qualcosa. Tutte le persone che sono state uccise erano coscienti che avrebbero fatto quella fine: C'è una affermazione di Giuseppe Fava che dice "A che serve essere vivi se non c'è il coraggio di lottare?".

Gliene dicevano di tutti i colori. Addirittura ci fu una signora che inviò una lettera al Giornale di Sicilia proponendo che questi magistrati venissero isolati in un posto fuori la città dove non potevano disturbare nessuno. Il clima era questo a Palermo.

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Testimonianze

“Il mio 23 maggio Ero in parrocchia con mio marito. E poi...” “Era un tranquillo pomeriggio come tanti. All'improvviso, arrivò la notizia da Palermo...” di Marcella Giammusso i Cordai

Dov’ero quel giorno? Cosa stavo facendo? Non posso proprio dimenticarlo, ce l’ho scolpito nella mente proprio come fosse ieri! Era un sabato pomeriggio, io e mio marito ci trovavamo nella nostra Parrocchia. Eravamo stati invitati al corso di preparazione dei fidanzati per avere un confronto con le giovani coppie che dovevano sposarsi. Non avevamo ancora iniziato, c’era chi scambiava ancora qualche parola, quando il prete che doveva condurre l’incontro ricevette una telefonata. Non appena rispose al telefono lo vedemmo sbiancare in viso ed avere una espressione di rabbia e di dolore. Immediatamente ci comunicò la terribile notizia che aveva ricevuto: era stata fatta una strage a Palermo in cui avevano perso la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta.

Ci fu un attimo di silenzio e di incredulità fra tutti i presenti. Poi scuotendoci un po’ cominciammo a commentare l’accaduto e discutemmo su come reagire a quel terribile atto di violenza. Cosa potevamo fare? Volevamo dimostrare il nostro sdegno verso le persone che avevano messo in atto quella terribile strage e nello stesso tempo dimostrare la nostra solidarietà ed il nostro dolore alle vittime. Pensammo che l’unica cosa da fare in quel momento, subito, all’istante era quella di scendere in strada. Facemmo alcune telefonate e ci organizzammo per fare un presidio in Piazza Università. Quando arrivammo sul luogo, qualcuno prese la parola e commentò i fatti. Altri stavano lì fermi, ammutoliti dal terribile evento, altri imprecavano contro i macellai che avevano compiuto la carneficina. Subito dopo tanta gente si riversò in strada e si unì a noi per dimostrare la propria indignazione per quello che era avvenuto. Non potevamo fare altro. Il resto dovevano farlo le istituzioni, le procure, la polizia, i carabinieri per cercare i colpevoli e fare verità e giustizia. Non potevamo fare altro Palermo, sono circa le ore 17,59 del 23 maggio 1992. Autostrada A29 che collega Palermo a Trapani in prossimità dello svincolo di Capaci. Cinque uomini, fra cui Giovanni Brusca e Pietro Rampolla, hanno posizionato circa 500 Kg di tritolo in una galleria sotto l’autostrada. Il loro obiettivo sono pro-

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prio quelle tre auto che portano il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la sua scorta. Provengono dall’aeroporto di Punta Raisi (oggi “Aeroporto Falcone-Borsellino) e vanno verso Palermo. E’ questione di un attimo, Giovanni Brusca aziona il radiocomando e quei 500 Kg. di tritolo esplodono facendo saltare in aria le tre auto con i loro passeggeri. In un attimo cinque persone perdono la vita in modo straziante. Due mesi più tardi il 19 luglio 1992, in un altro attentato sempre a Palermo in via D’Amelio, viene fatta esplodere una Fiat 126 con circa 100 Kg. di esplosivo a bordo. Muore il giudice Paolo Borsellino, amico e collega di Giovanni Falcone, con cinque uomini della sua scorta. Queste furono le prime di una lunga serie di Stragi di Stato, così vennero definite, che colpirono l’Italia nel biennio 1992/1993, aggredendo uno stato democratico che faticosamente voleva attuare la sua costituzione. Sono passati venti anni da quel 1992. Sono cambiate molte cose. La gente, che in quel giorno si è sentita coinvolta emotivamente dal terribile crimine, ha dimenticato. Inoltre ancora oggi non si conoscono i nomi dei veri colpevoli e mandanti delle stragi, non è stata ancora fatta verità e giustizia. Forse tanti uomini che sono a conoscenza dei fatti hanno paura e non parlano. La paura spesso ci impedisce di affrontare le proprie responsabilità, ci impedisce di essere veri uomini. Ma come diceva Paolo Borsellino “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.


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Liberazione

Il nostro sogno... sarà realtà Un gruppo di amici che allora erano giovani cominciò a fare doposcuola nel povero quartiere di San Cristoforo a Catania. Tanto giovani si sentivano, e spavaldi e pronti all'azione, da metterlo orgogliosamente sulla bandiera: “Giovani Assolutamente Per Agire”: brevemente, il Gapa. Da allora sono passati venticinque anni. Al doposcuola negli anni si sono affiancati parecchi altri strumenti di liberazione (uno è il giornale che state leggendo), e ai giovani di allora si sono uniti le ragazze e i ragazzi della seconda e terza generazione. La lotta alla mafia, nei quartieri e per strada, si fa così, come insegnavano Caponnetto e Fava. Essi adesso sperano ragionevolmente di vincerla, in un futuro non eccessivamente lontano. Ma è bene ricordarsi sempre da dove questo cammino è cominciato: dal fondare, in mezzo ai poveri, una scuola

di Giovanni Caruso I Cordai

San Cristoforo, febbraio 1988 Seduti in quei gradini delle “scuole rosse”, in via della Concordia discutevamo con Luca, un bambino dagli occhi e le mani grandi, lo sguardo era imperninente, con una vivacità arrogante, irrequieta che ostentava “spacchiosaggine”. Cercavamo di convincerlo che era importante fare i compiti e che il nostro doposcuola era anche per lui. Lui ci rispondeva che non gliene fregava nulla della scuola, che la sua scuola erano le strade di San Cristoforo. Luca aveva dieci anni, e un padre detenuto perché soldato della mafia, appartenente alla cosca Santo Mazzei, detto "’u carcagnusu" collegato con la famiglia Santapaola. E si sa, quando un membro della cosca è detenuto, è questa stessa che pensa al mantenimento della famiglia e di far da “tutori” ai figli. Luca si voleva fare bello davanti a noi e ci disse: “’a scola è ppe fissa! Ammia m’interessa ‘u motorino e i soddi”. E quando noi ribattemmo che la scuola poteva essere un modo per avere un lavoro onesto e guadagnare rispose: “Magari ‘u travagghiu è ppe fissa!” E poi con un sorriso indisponente ribattè: “appena aju ‘u motorino minni vaiu a fari rapini, tanto a pistola asacciu maniari”, restammo di stucco a tale dichiarazione e venne spontaneo dire: "ma cosa dici?" “ìu ti dicu ca ‘a pistola ‘a sacciu maniari, l’amici di me patri mu ‘n’insignanu. L’autra vota mi puttaru n’a sciara vicinu ‘a via Barcellona e mi ficiru avvidiri comu si spara e poi mi resuru ‘a calibru trentottu n’de manu…

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Assemblea GAPA, giugno 1992 … “La voce calma e trepidante di uno di noi, che prende la parola quando l'assemblea sta per sciogliersi, ci richiama bruscamente alla mente le immagini di quel drammatico 23 maggio e, per un'associazione di idee lontane ma non troppo, i volti dei nostri bambini e i loro occhi costretti a vedere tutti i giorni drammi di ogni genere: cumuli di immondizia al posto degli spazi verdi, scuole senza aule, adolescenti in tuta da meccanico, piccoli rapinatori, spietati assassini. Davvero abbiamo fatto per loro tutto quanto si poteva? Ho pensato molto, in quest'ultimo periodo, a quello che facciamo, a quello che potremmo fare, a quello che siamo. In questi anni di rapporti con questi bambini, con il quartiere, abbiamo capito tante cose, abbiamo toccato con mano come vivono e cosa pensano i suoi abitanti. Ho avvertito, parlando con alcuni di voi, il disagio, la rabbia, la voglia di fare qualcosa di diverso. Scommettere di più, in prima persona E' arrivato il momento di scommettere di più in prima persona, per cambiare veramente qualcosa. La strage di Capaci ha solo confermato, per chi non se ne fosse accorto, che così non si può più continuare. Bisogna vivere nel quartiere 24 ore su 24. Potremmo utilizzare i locali della scuola A. Doria di Via delle Calcare, abitandoli e facendoli diventare un punto di riferimento per quelli che ancora ci credono. Vi prego non fate calcoli e non pianificate tutto per ora. Ragionate molto con il cuore e poco con la testa".


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“Quel maggio del '92 bruciato da una strage”

chiudemmo, alle nostre spalle il portone della scuola Doria di via Delle Calcare, sapevamo in pochi, che nel riaprirlo, tutto sarebbe cambiato. Fu così che le riunioni mensili si svolsero sempre in quelle aule, fu così che le relazioni con i ragazzini e gli uomini e le donne del quartiere di San Cristoforo, si strinsero in una reciproca comprensione. Imparammo a cnoscere la “lingua” del quartiere Imparammo, a conoscere la "lingua" del quartiere, i modi comportamentali, l’ingiustizia sociale, la mafiosità indotta verso gli abitanti del quartiere per renderli schiavi della cattiva politica. L'ambiente, con le sue strade, le sue case, le sue piazze abbandonate e regalate allo spaccio, una opprimente illegalità istituzionale portatrice di disoccupazione e povertà. Era inaccettabile: e per tutto questo saltammo il muro! “Per immergerci fra le nebbie” di San Cristoforo *** Il 22 giugno 1992 alle 16.30 entriamo, quasi come dei ladri, e facciamo diventare la scuola la nostra nuova casa. “Il nostro sogno”, così dopo una lunga riunione, i bambini decidono di chiamare questa esperienza. I settanta giorni del "nostro sogno", non segnarono la fine di un'esperienza di lotta civile, ma l'inizio di un percorso nuovo lungo vent'anni.

Quel maggio del '92 fu "bruciato" da una strage, quella di Capaci dove furono uccisi il magistrato Falcone, la moglie e l'intera scorta. Una strage che noi non volemmo accettare, che vivemmo come un evento insopportabile e che ci spinse a reagire con passione civile, umiliando la cattiveria umana, con lo strumento della parola e del fare, partendo dal basso, partendo da una società reale. Infatti, quando quel 30 agosto del '92,

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Quartiere di San Cristoforo 30 ottobre 2001 ore 15:30 Luca Grillo di anni 23 viene abbattuto sul selciato di via delle Salette.


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accadrà ieri

“Terrorista” A DICIOTTO MESI

Il 10 maggio una coppia americana di origine araba ma residente in Florida si imbarca su un aereo della JetBlue con la figlia di 18 mesi per andare nel New Jersey a trovare dei parenti. Poco prima del decollo un addetto alla sicurezza li invita a scendere: il nome della bambina, Riyanna, figura infatti su una lista di presunti terroristi preparata dalla dall’Agenzia per la sicurezza dei trasporti (Tsa). Dopo qualche ora l’equivoco viene chiarito e la bambina cancellata dalla lista nera.

......

mentre il 65% viene occupato dalle opinioni dei politici. www.medicisenzafrontiere.it/cosafacciamo/crisi_dimenticate/rapporto.asp? ref=testataHomepage1

REWIND a cura di Francesco Feola

della fame cominciato il 17 aprile per protestare contro la detenzione amministrativa, in base alla quale si può essere imprigionati senza processo. I prigionieri hanno infatti accettato le offerte delle autorità israeliane, che prevedono la revoca dell’isolamento prolungato imposto a venti detenuti, la liberazione di cinque malati gravi, la ripresa delle visite dei familiari di primo grado dei detenuti di Gaza, sospese da alcuni anni. Le autorità si sono anche impegnate a migliorare le condizioni generali di reclusione.

Bambini poveri IN ITALIA, UNO SU QUATTRO

Fame in Africa: NON NE PARLA LA TV

Il 14 maggio un rapporto di Medici senza frontiere mette in evidenza le “Crisi dimenticate” del 2011: la fame nel Corno d’Africa, le migliaia di rifugiati che dal Mali fuggono in Burkina Faso, Mauritania e Niger, le violenze in Congo. Di tutto ciò c’è scarsa traccia nei telegiornali italiani, che nel corso dell’anno hanno dedicato 41 servizi alla fame nel Corno d’Africa e 413 al matrimonio di William d’Inghilterra e Kate Middletone. Nel rapporto si sottolinea anche il fatto che nei servizi giornalistici che riguardano i migranti, solo il 14% dello spazio viene dato alle testimonianze dirette degli immigrati,

Il giorno dopo l’ong Save the Children pubblica il rapporto “Il paese di Pollicino”, sulla condizione dell’infanzia in Italia. Un bambino su quattro è a rischio povertà, cioè vive in famiglie che non possono garantirgli un adeguato sviluppo psichico, intellettuale e sociale. In caso dei figli di madri sole il rapporto diventa di uno su tre. Ma i bambini più a rischio si trovano al Sud e nelle isole: in questi casi quasi uno su due è a rischio povertà. Il dossier sottolinea anche come l’Italia sia agli ultimi posti in Europa per i finanziamenti a favore di famiglie, infanzia e maternità, che rappresentano l’1,3% del prodotto interno lordo (Pil) contro il 2,2% della media europea. www.savethechildren.it/IT/Tool/Press/ Single?id_press=478&year=2012

Gaza

SCIOPERO DELLA FAME Il 14 maggio è anche il giorno in cui 1600 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane interrompono lo sciopero

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Maltrattati ANCHE I CANI

Nelle stesse ore un’ong che si batte per i diritti degli animali, Let the Animals Live, denuncia le crudeli condizioni in cui l’esercito israeliano tiene i cani da guardia, ai quali non verrebbe garantito spazio sufficiente. L’organizzazione ha citato in giudizio l’esercito, chiedendo che venga multato di 1.000 shekel (200 euro circa) per ogni cane maltrattato. Un avvocato dell’esercito ha sostenuto che sono già stati spesi 500.000 shekel (circa 100.000 euro) per l’acquisto di nuove cucce, che saranno installate nelle prossime settimane. Già nel luglio dell’anno scorso un tribunale aveva chiesto alle forze armate di garantire almeno 3 metri quadrati di spazio, senza contare la cuccia.


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FORWARD

. . . . accadde domani

Le immagini

Una partita

È in corso a Padova presso la Galleria Samonà (via Roma), la mostra fotografica Women through my lens, della fotografa italo-giordano-palestinese Fatima Abbadi (fino al 3 giugno). Le fotografie ritraggono le donne nella loro vita quotidiana sia in Europa che in Medio Oriente, con lo scopo di mettere in risalto le somiglianze tra le donne arabe e quelle europee. La mostra è anche l’occasione per presentare tre storie di donne pioniere della cultura palestinese del ventesimo secolo. Si tratta di Karimeh Abbud, la prima fotografa donna della Palestina e del Medioriente, Kulthum Odeh, la prima donna accademica (ebbe una cattedra a Mosca), Hind Husseini, fondatrice di un istituto per i bambini scampati alla distruzione del villaggio di Deir Yassin, avvenuta il 9 aprile 1948. http://www.forumpalestina.org/news/2 012/Maggio12/16PadovaMostraFotografica.pdf

Il 29 maggio le donne potranno assistere gratuitamente alla partita amichevole tra la nazionale italiana di calcio e il Lussemburgo in programma a Parma. La Federazione italiana gioco calcio (Figc) ha aderito infatti alla campagna contro la violenza sulle donne lanciata dall’associazione Se non ora quando, adottando lo slogan “La violenza sulle donne è un problema degli uomini. Insieme possiamo vincere questa partita”. http://www.senonoraquando.eu/? p=10203

DELLE DONNE

CONTRO LA VIOLENZA

tempo migliaia di adesioni. Estremamente critico verso le misure varate dal governo Monti, che non hanno scalfito la giungla delle 46 forme contrattuali né introdotto un reddito minimo, l’appello contiene invece la richiesta di investire sull’istruzione e la ricerca e di riconvertire ecologicamente il sistema industriale italiano. Tra le altre richieste figurano il diritto ad un equo compenso, il diritto alla maternità-paternità e alla malattia, il diritto a una pensione dignitosa, i diritti sindacali. http://lamegliogioventu.org/

Piazza precaria

“IL NOSTRO TEMPO E' ADESSO” Sabato 26 maggio i precari della rete Il nostro tempo è adesso in piazza per chiedere al governo di mettere al centro della propria azione il tema della precarietà. Il punto di partenza è un appello lanciato in rete, dal titolo La meglio gioventù, che ha raccolto in poco

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I nostri nuovi CONCITTADINI

Il 2 giugno, festa della Repubblica, tutti i bambini e i ragazzi stranieri tra i 6 e i 18 anni residenti a Scandicci (Firenze) riceveranno la cittadinanza onoraria. Non è la prima volta che un’amministrazione comunale ricorre a questo gesto, che ha solo un valore simbolico e non giuridico. Nelle intenzioni del consiglio comunale, si tratta di una presa di posizione a favore dello ius soli, ovvero il conferimento della cittadinanza al momento della nascita in Italia, indipendentemente dalla cittadinanza dei propri genitori. http://www.comune.scandicci.fi.it/index.php/notizie/2566-ius-soli-il-2giugno-cittadinanza-onoraria-airagazzi-stranieri-nati-in-italia.html


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I 130 km più “lunghi” d'Italia

La Salerno-Reggio Calabria del Nord parte da Milano Più di 10 anni di cantieri e un mare di soldi arrivati con l'alta velocità. Dalle tangenti “bianche”, al rischio 'ndrangheta passando per una famiglia discussa e potente: i Gavio di Paolo Fior

A differenza della Salerno-Reggio, che fa capo all'Anas e i cui cantieri sono alimentati dai soldi pubblici, questa è un'autostrada a pedaggio in concessione a un gruppo privato (il gruppo Gavio) al quale vengono annualmente riconosciuti aumenti tariffari a fronte degli investimenti effettuati per il potenziamento dell'autostrada. Un'anomalia nell'anomalia dunque, visto che almeno in linea teorica il concessionario privato avrebbe tutto l'interesse a terminare quanto prima i lavori in modo da beneficiare dell' aumento del traffico e incassare di più. Invece i cantieri vanno al rallentatore e, in qualche caso, sono del tutto fermi. L'autostrada e l'Alta Velocità

Anche il Nord ha la sua “SalernoReggio Calabria”, ma a parte la durata infinita dei cantieri, le dissonanze sono tali e tante che, nel suo piccolo, il caso settentrionale suona persino più scandaloso. Stiamo parlando di una striscia d'asfalto lunga appena 130 chilometri che corre lungo una pianura che più pianura non si può: niente viadotti, niente trafori, nessun problema di carattere orografico, zero rischio geologico. Eppure i lavori di ampliamento iniziati nel 2002 sono ben lungi dall'essere terminati, nonostante si tratti di un asse viabilistico e logistico tra i più importanti per l'economia italiana: la Torino-Milano.

Spiegazioni e scuse non mancano e si intrecciano inevitabilmente alla storia dell'alta velocità ferroviaria che per un lungo tratto corre parallela all'autostrada. Anche i cantieri della Tav tra Torino e Milano sono durati molto più del dovuto (il servizio è stato inaugurato nel dicembre 2009) e soprattutto sono costati molto più di quanto preventivato: oltre 10 miliardi di euro contro il miliardo previsto nel 1991, per un costo di circa 74 milioni al chilometro per la Novara-Milano a fronte degli 84,8 milioni al chilometro spesi per la tratta appenninica BolognaFirenze. Di fronte a queste cifre clamorose, vale la pena chiedersi che cosa hanno di tanto particolare i 130 chilometri che separano Torino da Milano. Una prima, parziale,

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risposta l'ha data nel marzo 2007 l'amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti, che in un'audizione presso la Commissione lavori pubblici del Senato così dichiarava: “La sezione dell'autostrada è una sezione normale. Noi invece abbiamo dovuto realizzare prima una duna di protezione, molto spesso con pannelli fonoassorbenti rivolti verso l'autostrada, come se questa si dovesse proteggere dalla ferrovia. […] Rifare tutti i cavalcavia Le stesse autorità poi ci hanno chiesto di realizzare una strada per la protezione civile tra l'autostrada e la ferrovia. Non conosco altri casi simili al mondo e francamente costruire una strada da Torino a Novara solamente ad uso della protezione civile ha comportato un costo: si tratta di decine di chilometri. Infine vi è la ferrovia con le relative opere di contorno e sovrappassi. Inoltre, una previsione locale ha imposto che la pendenza dei cavalcavia fosse del 3-4 per cento invece del 6 per cento preesistente […]. Questa previsione da sola ci ha obbligato a rifare tutti i cavalcavia per l'autostrada perché non si potevano più raccordare i vecchi cavalcavia con i nuovi”. E ancora: “Altre autorità – proseguiva Moretti nel corso dell'audizione – impongono anche di garantire la permeabilità delle strutture alle risaie, che noi abbiamo dovuto consentire aprendo finestre ogni 50 metri; peccato che non ve ne siano di corrispondenti per l'autostrada, che quindi rappresenta una diga”.


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“Ligresti, Benetton, Alitalia...”

Di tutti i costi sostenuti per la realizzazione dell'alta velocità Torino-Milano, circa un terzo (oltre 3 miliardi di euro) è rappresentato dalle cosiddette “opere compensative” ossia da strade, asili, scuole (ma a volte anche stadi e amenità varie) realizzati dalle Ferrovie per compensare comuni e province il cui territorio è attraversato o anche solo indirettamente interessato dall' infrastruttura ferroviaria e dai suoi cantieri. Una pioggia di soldi pubblici Opere concordate con gli enti locali in sede di Conferenza dei servizi e al di fuori dei contratti affidati al general contractor: in pratica sul territorio è arrivata una vera e propria pioggia di soldi pubblici con amministratori e imprese locali a spartirsi la torta. Qualcuno le chiama “tangenti bianche”, ma bisognerebbe vedere quanto di “bianco” c'è davvero in territori dove la presenza della 'ndrangheta è pervasiva, come testimoniano numerose inchieste. Ma torniamo all'oggi e all'autostrada. Nella tratta Milano-Boffalora è prevista la realizzazione della quarta corsia per il collegamento con l'aeroporto di Malpensa e nonostante il progetto sia stato definitivamente approvato dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) nel 2008, i lavori non sono iniziati perché non sono ancora stati sottoscritti gli atti integrativi tra governo e regione Lombardia (siamo a metà 2012). Il costo dell'ampliamento della Torino-

Milano era previsto in poco più di 1,3 miliardi, cifra che tende a crescere con il passare degli anni, ma il concessionario privato non sembra troppo preoccupato e a guardare bilanci e relazioni si capisce anche il perché. Nel 2011 è stato riconosciuto un incremento tariffario del 12,38% sulla TorinoNovara e del 12,95% sulla Novara-Milano, mentre dal primo gennaio 2012 l'incremento riconosciuto è rispettivamente del 6,32 e del 6,80%. “Tale riduzione – si legge nella relazione di bilancio – è da imputare ad un ritardato perfezionamento dell'intesa StatoRegione, il quale ha comportato una posticipazione nell'esecuzione dei lavori di ammodernamento dell'autostrada nel tratto lombardo. Il differenziale tariffario verrà progressivamente recuperato nei futuri esercizi con il progredire degli investimenti”. Insomma, massima tranquillità, tanto più che il gruppo Gavio, che possiede la concessione della Torino-Milano e di molte altre autostrade del Nord (con circa 1.000 km di rete è il secondo operatore dopo Autostrade per l'Italia), controlla anche Itinera, una delle maggiori imprese di costruzioni italiane. Cosa significa questo? Per legge le concessionarie autostradali possono affidare fino al 60% (50% dal 2015) dei lavori di ammodernamento alle imprese del gruppo di appartenenza. Ritardi o non ritardi, la torta resta tutta in famiglia o quasi e se il costo dell'opera aumenta è sempre la famiglia Gavio a guadagnarci. Questo spiega molte cose e, a ben ve-

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dere, anche il silenzio un po' omertoso dei media sulle vicende autostradali e ferroviarie della Torino-Milano. Il gruppo Gavio, al centro di diverse inchieste della magistratura fin dai tempi di Tangentopoli e più di recente tornato alla ribalta con il caso Penati, è infatti uno dei cardini del potere economico e politico al Nord. E la popolazione? Dorme Da sempre vicino a Mediobanca (è azionista ed è nel patto di sindacato), il gruppo ha partecipato alla cordata per il “salvataggio” di Alitalia e proprio in questi mesi ha rilevato le quote di Ligresti e Benetton salendo al 30% di Impregilo, la maggiore impresa di costruzioni italiana. Insomma, un peso massimo. Ma, giornali a parte, viene da chiedersi come mai la popolazione locale non protesta. Non è che - un po' come è successo con l'alta velocità (10 treni al giorno per oltre 10 miliardi di spesa) - alla fine qualche briciola arriva pure giù in basso, alla “zona grigia”?

PER SAPERNE DI PIU: l'audizione in Senato di Mauro Moretti : http://www.senato.it/documenti/repository/com missioni/stenografici/15/comm08/08a20070321p-IC-0340.pdf Il sito dell'Autostrada Torino Milano: www.autostradatomi.it Un articolo di Gianni Barbacetto che ripercorre la storia di Gavio: http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/ Gavio.html


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Sicilia armata/ Niscemi

Il Muostro, chi ci guadagna e chi vuole imporlo per forza Chi è contro il Muos (l'inquinantissima base elettronica dell'Us Navy)? I soliti “professionisti dell'antimafia”, naturalmente. Che vogliono ridurre in miseria tutte le imprese... di Antonio Mazzeo

Niscemi, Caltanissetta, tarda mattinata del 7 maggio. Caldo torrido, sembra agosto. La piazza centrale è però viva, i bar pieni, i capannelli di avventori discutono della Juve scudetto e del totosindaco. Le urne sono ancora aperte, si rinnova l’amministrazione e il consiglio comunale. D’un tratto una ruspa viola l’isola pedonale. Ha le insegne della Calcestruzzi Piazza Srl, l’azienda che ha spianato mezza collina di contrada Ulmo, nella riserva naturale “Sughereta”, per realizzare le piattaforme in cemento su cui poggeranno le maxiantenne del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare degli Stati Uniti d’America.

Dalla cabina esce il titolare, Francesco Piazza. Trasuda rabbia da tutti i pori, impreca, si dimena. Impugna una tanica piena di benzina. Poi si posiziona all’interno di una pala meccanica che lo solleva in alto sino a dominare la piazza. Eleva la tanica, la inclina sul capo e minaccia di cospargersi col liquido il corpo e gli indumenti. E darsi fuoco con la benzina. “Andrò ad infoltire l’elenco degli imprenditori suicidi”, urla il Piazza ai presenti attoniti. L’uomo sostiene di essere rimasto senza lavoro perché la sua azienda è stata infangata dagli onnipotenti e onnipresenti professionisti dell’antimafia. “È stata lanciata una campagna diffamatoria senza frontiere nei nostri confronti, attuata con vari articoli che hanno determinato gradualmente un calo di richieste di lavoro nei confronti della nostra ditta, fino al punto che dopo aver ultimato la fornitura del calcestruzzo per i tralicci del MUOS, ci ritroviamo senza più richieste di forniture”. Una versione dei fatti di parte quella di Francesco Pizza. A causare lo stop delle commesse erano stati infatti la Provincia regionale di Caltanissetta e il Comune di Niscemi che avevano escluso l’azienda dall’Albo dei fornitori di fiducia. Un atto dovuto dopo che il Prefetto di Caltanissetta, il 7 novembre 2011, aveva reso noto che a seguito delle verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia erano “emersi allo stato degli attuali accertamenti e dagli atti esistenti presso questo ufficio elementi tali da non potere escludere la sussisten-

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za di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società”. Secondo quando evidenziato in un’interrogazione parlamentare dal sen. Giuseppe Lumia (Pd), il titolare de facto, Vincenzo Piazza (padre di Francesco) apparirebbe infatti “fortemente legato al noto esponente mafioso del clan GiugnoArcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi”. Otto licenziamenti Dopo il ricorso al Tar contro la Prefettura e gli enti locali censori, i Piazza avevano notificato, lo scorso 1 aprile, otto lettere di licenziamento ai dipendenti assunti con contratto a tempo indeterminato. “Siamo spiacenti, ma dobbiamo interrompere il rapporto di lavoro a causa dei gravi problemi economici che attraversa l’azienda per la mancanza di commesse”, la breve nota in calce alle lettere. E con un colpo di grande effetto, davanti ai giornalisti convocati in conferenza stampa, i Piazza avevano pure affisso all’ingresso degli impianti di Niscemi un cartello choc: cantiere chiuso per mafia! “Credo che sia ora di finirla di accusare la Calcestruzzi Piazza e infangare il nostro nome e la nostra dignità”, diceva il titolare dell’impresa. “Noi Piazza siamo gente onesta e lavoratori, il pane che mangiamo ce lo sudiamo col lavoro e non lo rubiamo. Se tanti sono solo invidiosi perché abbiamo preso l’appalto del MUOS, adesso saranno contenti del casino che stanno scatenando…”.


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“La Carovana Antimafia a Niscemi”

A fare fronte comune con l’azienda, i dipendenti licenziati. “Ciò che mi dispiace di questo e di precedenti articoli scritti è che voi giornalisti ascoltate, poi scrivete, giudicate e condannate, solo perché qualcuno vi ha riempito di storie e storielle”, commenta uno di essi in coda ad un’inchiesta sull’Eco MUOStro di Mafia, pubblicata da una testata on line. “So che Lei o qualcun altro risponderà… Le dico che 7 padri e madri di famiglia oggi sono senza lavoro. Lei ed altri parlano di infiltrazioni mafiose o presunte tali come esistenti da tanti anni all’interno dell’azienda e come mai ve ne occupate solo ora? Se è vero che sono sempre esistiti questi illeciti dove siete stati tutto questo tempo? Perché tutto nasce in concomitanza all’installazione del MUOS? Chi è stato quel gran genio che vi ha acceso i riflettori su questa vicenda senza preoccuparsi di chi sta vivendo questa situazione in prima persona? E pensate davvero che se quei lavori non li avesse eseguiti la Calcestruzzi Piazza,

non si sarebbero mai fatti? Noi oggi siamo senza lavoro e per questo non sappiamo chi ringraziare... Di certo non voi che sparate a zero sulla gente. Colpevole o no, non sta a me né tantomeno a voi deciderlo”. Il ricatto occupazionale Le esternazioni dei titolari e degli ex lavoratori della Piazza Calcestruzzi non sono piaciute per nulla all’Associazione Antimafie “Rita Atria”, che ha subito emesso un comunicato di solidarietà con i giornalisti e gli attivisti No MUOS nel mirino dell’impresa. “È la solita storia: l’antimafia blocca i lavori, l’antimafia ferma l’economia, l’antimafia getta fango sulla brava gente - scrive il presidente Santo Laganà Ogni volta che la mafia mette le mani su grandi lavori e quindi sui soldi, appena qualcuno si ribella e cerca di sensibilizzare sulla inopportunità di quei lavori, ecco la pronta reazione condita dal soli-

Appuntamenti XV CAROVANA ANTIMAFIE

l’Africa settentrionale (Tunisi). In ognuno dei luoghi raggiunti dalla Carovana sono previste iniziative, alcune dal ROMA 11 APRILE – SICILIA 11 OTTOBRE forte valore simbolico, con l’obiettivo di Un viaggio internazionale in 100 tappe coinvolgere e sensibilizzare gli abitanti e le istituzioni locali. A distanza di 18 anni dalla sua fondaDibattiti, convegni, testimonianze di fazione, Carovana antimafie, promossa da miliari di vittime di mafia, incontri con la Arci, Libera e Avviso Pubblico, con Cgil, cittadinanza, cene della legalità con i proCisl e Uil, rafforza il suo carattere interna- dotti delle terre confiscate alle mafie, conzionale. certi, spettacoli, animazione nelle piazze Partita da Roma l’undici aprile, si cone nelle scuole e la produzione di una mocluderà l’undici ottobre in Sicilia, in un stra grafica dedicata alle vittime di mafia, viaggio che per circa 80 giorni attraverser- caratterizzeranno un viaggio civile e soà tutte le regioni italiane, la Francia ciale. (Nizza, Tolone, Marsiglia, Bastia, Parigi) e Momenti salienti della Carovana saran-

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to, immancabile, ricatto occupazionale”. “Se per la Prefettura di Caltanissetta l’azienda non ha i requisiti di legalità e trasparenza non può essere certamente colpa di un giornalista o dei cittadini onesti di Niscemi”, aggiunge la “Rita Atria”. “I giornalisti e i giovani niscemesi che da mesi si battono contro l’installazione di questo MUOSstro, vengono invece attaccati subdolamente. Il teorema è sempre lo stesso: Mafia? Forse! Ma almeno lavoriamo. Una logica che da sempre ha consentito alle mafie di fare affari e crescere sui bisogni della gente e dei lavoratori in barba a qualunque norma di vivere civile e soprattutto legale”. Preoccupati del clima venutosi a creare con i devastanti lavori del MUOS pure i promotori della XV Carovana Antimafie (Arci, Libera e Avviso Pubblico con il sostegno di Cgil, Cisl e Uil). Così è stato deciso che proprio Niscemi ospiti una delle tappe siciliane dell’evento internazionale. no i passaggi del testimone da tappa a tappa, rappresentati fisicamente dall’arrivo e dalla partenza dei due furgoni di Carovana con a bordo i carovanieri, ovvero i “narratori” ufficiali del lavoro di antimafia sociale. La memoria di ogni tappa verrà fissata attraverso i diari di bordo giornalieri tenuti dai carovanieri e i corti di Carovana, realizzati da video maker o documentaristi della regione coinvolta, che al termine saranno raccolti in un unico documentario. Ad ogni tappa, un pezzo di stoffa con il nome della città protagonista della tappa sarà aggiunto alla bandiera della legalità democratica, simbolo della Carovana”.


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Libri ANTONIO MAZZEO/ UN ECO MUOSTRO A NISCEMI L'ARMA PERFETTA PER IL XXI SECOLO

In anteprima, l’introduzione al libretto di controinformazione sul MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate USA in via di realizzazione a Niscemi (Caltanissetta). Uno strumento di guerra e di morte dal devastante impatto ambientale, socio-economico e criminale.

Famelico e insaziabile, il Dio di tutte le guerre ha partorito un nuovo Mostro. Per annientare il pianeta dallo spazio ed eclissare i Soli e le Lune. Si nutrirà del sangue di ogni essere vivente. Muterà il Dna delle specie e degli habitat. Trasformerà i ghiacciai in deserti, i laghi in paludi, gli oceani in melma. Fiumi e torrenti di fuoco, piogge di ceneri, uragani di polveri e fumo. Il quinto Cavaliere dell’Apocalisse. Vestale dell’Olocausto. Elogio della Follia e della Morte.

Lunedì 4 giugno la carovana contro tutte le mafie raggiungerà la “Sughereta” di contrada Ulmo per accamparsi proprio di fronte la collina dove saranno innalzati i tralicci e le antenne del sistema satellitare Usa. Dopo un tour ecologico nel paradiso delle querce i manifestanti conosceranno l’inferno delle antenne di guerra. Alle ore

Il padre Marte ha battezzato il figlio MUOS, Mobile User Objective System, perché fosse chiara a tutti la sua natura infernale. E ne ha donato l’uso esclusivo alle forze armate degli Stati Uniti d’America perche possano affermare la loro superiorità universale. Una rete di mega-antenne e satelliti per telecomunicazioni veloci come la luce perché sull’infinito domini l’oscurità. Sistema per propagare, dilatare, moltiplicare gli ordini di attacco convenzionale, chimico, batteriologico e nucleare. L’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo, quelli con i missili all’uranio impoverito, gli aerei senza pilota e le armi atomiche in miniatura. Eserciti fantasma che si lanciano come avvoltoi su obiettivi in carne ed ossa, migliaia di chilometri lontani. Bombardamenti sempre più virtuali, computerizzati, disumanizzati. E disumanizzanti. Perché la coscienza degli assassini non possa incrociare mai gli occhi e la disperazione delle vittime innocenti. Il MUOStro incarna le mille contraddizioni della globalizzazione neoliberista. Uccide in nome della pace e dell’ordine sovranazionale. Devasta il clima, l’ambiente, il territorio. Dilapida risorse umane e finanziarie infinite. Rigenera le ingiustizie. Esautora ogni controllo dal basso. Espropria democrazia. Rafforza il blocco di potere transnazionale. Inquina irrimediabilmente la natura e la ragione. Viola il diritto alla salute di intere popolazioni. A partire dalla Sicilia, l’isola destinata ad ospitare uno dei quattro terminali terrestri del nuovo sistema per le guerre stellari. È a Niscemi (Caltanissetta), nel cuore di un’importante riserva naturale, che fervono i preparativi per l’installazione di tre grandi antenne paraboliche dal diametro di 18,4 metri, funzionanti in banda Ka per le trasmissioni verso i satelliti geostazionari e due trasmettitori elicoidali in banda UHF (Ultra High Frequency), di 149 metri d’altezza, per il posizionamento geografico. Mentre le maxi-ante trasmetteranno con frequenze che raggiungeranno valori compresi tra i 30 e i 31 GHz, i due tra-

18, in diretta streaming, don Luigi Ciotti, i giornalisti Oliverio Beha e Nino Amadore, i sindaci, gli amministratori e i rappresentanti dei numerosi comitati No MUOS sorti nel ragusano e nel nisseno, spiegheranno le ragioni di una lotta che sta conquistando sempre di più l’attenzione dei media regionali. Poi, alle 20, tutti in piazza a Niscemi

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smettitori elicoidali avranno una frequenza di trasmissione tra i 240 e i 315 MHz. Onde elettromagnetiche che penetreranno la ionosfera e i tessuti di ogni essere vivente che avrà l’ardire di sfidare frontalmente l’Eco MUOStro. Fa paura il nuovo supersegreto centro di telecomunicazioni della Marina militare USA di Niscemi. Gli studiosi che rifiutano sdegnati le buste paga del Pentagono lo hanno definito un pericolosissimo maxiforno a microonde. E la gente, giustamente, si è indignata di essere stata ignorata, svenduta, tradita. In migliaia sono scesi in piazza a manifestare, costringendo sindaci e consigli comunali e provinciali a votare delibere ed ordini del giorno No MUOS. Sono state presentate decine d’interrogazioni parlamentari, firmate petizioni e appelli per la revoca delle autorizzazioni ai lavori. Ci sono stati dibattiti, convegni, marce, digiuni, sit-in e presidi alla base di morte di contrada Ulmo. Tutto inutile. I governi nazionali, prima quello del cavaliere Berlusconi e dei bunga bunga, oggi quello dei banchieri dell’unità nazionale, hanno risposto sempre e solo picche. A Palermo la stessa musica, gran maestro d’orchestra il governatore Raffaele Lombardo. Per lui, il MUOS è come il Ponte sullo Stretto, costi quel che costi, in termini politici, sociali ed economici, ma s’ha da fare. Antonio Mazzeo, peace-researcher e giornalista, ha realizzato numerose inchieste sui processi di riarmo e militarizzazione in Italia e nel Mediterraneo. Per Edizioni Punto L, insieme ad Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006 il volume Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte. Nel 2010 ha conseguito il Primo premio “Giorgio Bassani” di Italia Nostra per il giornalismo. È membro della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e della Rete No Ponte. Per consultare articoli e pubblicazioni: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/ Edito da Sicilia Punto L,Ragusa, 4 euro. Presto disponibile anche in e-book con Errant Editions.

per un happening di parole, suoni e immagini. No al MUOS e per un Mediterraneo di pace, contro la criminalità mafiosa e la militarizzazione, così come trent’anni fa a Comiso si manifestò per la pace e contro i missili nucleari Cruise. Con la stessa voglia di lottare e sperare che un Altro mondo sia ancora possibile.


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Carovana internazionale antimafie in Sicilia 31 maggio - 5 giugno

MESSINA, BARCELLONA, FURNARI, PALERMO, CASTELLAMARE DEL GOLFO, BIVONA, SUTERA, CAMPOFRANCO, LEONFORTE, NISCEMI, ACIREALE, CATANIA IN COLLABORAZIONE CON CGIL – CISL –UIL BANCA POPOLARE ETICA, LIGUE DE L’ENSEIGNEMENT, UCCA Partner in Sicilia: Arciragazzi, centro Pio La Torre, circoli Arci Città Futura (Barcellona), Senza Confini (Furnari), Strass (Mussomeli), Liberamente (Niscemi), Mistero Buffo (Acireale), presidi Libera di Castellamare e Leonforte, Festival Siciliambiente, I Siciliani giovani, Movimento NoMuos, Legambiente, Nati a Sud, Professionisti Liberi, Ius Vitae, Agesci, Acli, Rete degli studenti medi Giovedì 31 maggio Mattina: Barcellona 10.30 Ospedale Psichiatrico Giudiziario, sala teatro “Un errore umano” di e con Gigi Borruso, Transit produzioni Pomeriggio: Furnari 15-17 scuola media “G.Meli” Gli studenti delle scuole del circondario (Furnari, Falcone, Terme Vigliatore, Mazzarrà S’Andrea, Tripi, Novara di Sicilia, Barcellona p.g., Milazzo) incontrano Calogero Parisi e un magistrato (da definire) 17.30-19.30 scuola media “G.Meli” Incontro pubblico: “Ambiente, territorio, tutela della salute, connivenze mafiose: un caso emblematico, la discarica di Mazzarà” Modera Manuela Modica, giornalista intervengono: Antonio Mazzeo (giornalista, peace researcher), Ignazio Marino* (in attesa di conferma), Guido Lo Forte, Alfio La Rosa (dipartimento Ambiente e territorio CGIL Sicilia) 20.00 circolo Arci Senza confini Aperitivo eco-sostenibile della legalità con i prodotti della cooperative Liberaterra 21.00 Piazza Marconi Nati a Sud in concerto (Ciudà, Pippo Barrile) + pensieri sulla legalità democratica e su un mondo migliore senza le mafie Venerdi 1 giugno Palermo 10.00 Palazzo Steri Seminario/laboratorio “Il gioco come percorso educativo e di interazione sociale” Intervengono: Lino D’Andrea, presidente nazionale Arciragazzi, Francesco Camuffo, responsabile politiche infanzia e adolescenza Arci nazionale, docente universitario, Angela Di Maio, formatrice A seguire animazione con bambine, bambini, ragazze e ragazzi 11.00 Palazzo Steri Forum sui Beni confiscati: promozione e utilizzo. Un confronto tra le esperienze Intervengono: Agesci, Cgil, Cisl, Uil, Legambiente, Centro Pio La Torre, Padre Garau, Coop LiberaTerra Mediterraneo, Acli 18.00 Palazzo Steri (in collaborazione con Una marina di libri e Libreria Khalesa) “Diario in circolo”. Reading con gli autori Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori, Giorgio Vasta. 21.00 Palazzo Steri, sala delle Armi Interviene: Rita Borsellino (in collaborazione con Una marina di libri e centro Pio La Torre) “Un errore umano” di e con Gigi Borruso, Transit produzioni

Sabato 2 giugno Castellamare del Golfo 11.00 Dibattito su “Porto e Tutela del territorio” Modera Rino Giacalone, Libera Trapani. Intervengono Emanuele Nicosia (professionisti liberi), Mimmo Fontana (Legambiente) Domenica 3 giugno Mattina: Bivona Iniziativa in piazza Pomeriggio: Campofranco & Sutera 16.30 Arrivo a Campofranco - allestimento mostre 17.00 Campofranco Animazione con bambine, bambini, ragazze e ragazzi 18.00 Sutera Arrivo furgoni, allestimento spazi 18.0 Campofranco Esibizione Orchestra Istituto comprensivo Campofranco-Sutera 19.00 Campofranco - Partenza della Marcia della legalità democratica 20.00 Sutera piazza Calogero Zucchetto - Passaggio della Marcia della legalità democratica 20.15 Sutera piazza Sant’Agata - Arrivo della Marcia della legalità democratica Intervengono: Raffaele Palma (collega di Calogero Zucchetto), Gero Di Francesco (sindaco di Sutera), un rappresentante della Carovana Antimafia, Luciano Cirri, (segretario regionale SILP CGIL Sicilia). Associazioni Soter e Koiros 21.00 Sutera piazza S. Agata Concerto: Nonò Salomone, Gruppo musicale di Sutera, Gruppo musicale di Mussomeli, Nati a Sud Lunedì 4 giugno Mattina: Leonforte Pomeriggio: Niscemi 17.00 Sughereta di Niscemi, c.da Ulmo - Passeggiata ecologica nella sughereta; dal paradiso delle querce all’inferno delle antenne 18.00 Sughereta di Niscemi, c.da Ulmo, di fronte a impianto MUOS - conferenza stampa (in diretta streaming). Saranno presenti i giornalisti Oliverio Beha, Antonio Mazzeo, Nino Amadore, Attilio Bolzoni, i rappresentanti del movimento no muos i sindaci della zona, deputati italiani e europei 20.00 in piazza - Parole, suoni e immagini per dire No al MUOS, e per un Mediterraneo di pace Intervengono:Oliviero Beha, Luigi Ciotti, Elio Germano, Cisco, Peppe Voltarelli, Raffaella Bolini, Antonio Riolo, segreteria regionale CGIL Sicilia Martedì 5 giugno Mattina: Catania - Incontro con le scuole Interviene Piergiorgio Morosini Pomeriggio: Acireale

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Società civile

Mafie a Bologna Chi non le vede, chi le combatte In una delle regioni più civili d'Italia la mafia ormai ha ben più che delle semplici teste di ponte. Le istituzioni reagiscono? Ancora troppo poco. Ma soprattutto reagiscono poco i cittadini, cullati nell'illusione di “altrove ma non qui” di Giancarla Codrignani

Notizie attuali, assolutamente non eccezionali: anche in una regione considerata avanzata e civile (e pure di sinistra) roba ormai di ordinaria amministrazione. Sembra non entrarci molto, ma credo che ci siamo persi l'occasione di rifare l'educazione collettiva rivedendo politicamente i 150 anni dell'Unità d'Italia. Se pensiamo che 150 anni fa per andare da Bologna a Modena ci voleva il passaporto (i bolognesi erano soggetti alle leggi del Legato pontificio diverse da quelle dei modenesi sudditi del Duca) e un mercante alla frontiera dava certamente un aiutino al gabelliere del dazio perché chiudesse un occhio, ci rendiamo conto che quelli che realmente interpretano i diritti di cittadinanza sono gli eredi delle minoranze illuministe, patriote, socialiste e, poi, antifasciste e resistenti. Ancora minoranza. Prevenire i guai

Mentre a Parma nel carcere di massima sicurezza Provenzano inscenava un tentativo di suicidio, il TAR della stessa città respingeva il ricorso di due ditte edili che erano state escluse da appalti pubblici perché sospettate di infiltrazioni mafiose. La Prefettura della città aveva emesso la contestata interdittiva, confermata ora dai giudici: rapporti familiari e rapporti societari con persone malavitose con precedenti per associazione a delinquere, estorsione, usura, riciclaggio.

Senso dello Stato generalizzato? troppo poco. Ovunque. Siamo, infatti, molto meno lontani fra di noi di quanto non sia lunga la catena degli Appennini. Se il Nord fosse "migliore" o anche solo del tutto diverso, avrebbe opposto alla penetrazione mafiosa quella resistenza morale che si manifesta storicamente solo nei tempi, poi chiamati "eroici", in cui va a rischio, oltre alla convivenza, la sopravvivenza. Tuttavia dovrebbe essere sempre possibile "prevenire" i guai, quando si sentono arrivare.

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I Siciliani giovani sanno già molto della nostra realtà e hanno ricevuto parecchia informazione da Bologna, dove non solo le istituzioni democratiche "reggono”, ma è presente "Libera" e anche all'Università il problema viene studiato e a Giurisprudenza funziona un laboratorio, animato dalla prof. Stefania Pellegrini, che mette a fuoco le infiltrazioni nel settore edile, negli esercizi pubblici (pizzerie, bar, baretti e barettini), nei giochi e, soprattutto, il fenomeno del decentramento nella nostra regione dei sorvegliati speciali. “La politica ha dormicchiato” La stessa Procura regionale registra i delitti di specie, come l'usura, le estorsioni, la ripulitura di capitali illeciti, l'acquisizione di quote societarie nelle imprese. Tuttavia è vero che siamo diventati un paese ben strano: mi è stato detto che a Scampia c'è chi si sentirebbe rassicurato dalla ripresa degli ammazzamenti ("se ricomincia la faida e si fanno guerra fra di loro, almeno noi possiamo stare tranquilli"); a Bologna, dove un 5% dei commercianti paga il pizzo, la gente continua a far conto di niente e il Presidente di Confindustria ha candidamente dichiarato di non aver mai sentito parlare di mafie. Eppure la Regione ha disposto interventi importanti (forse meno tempestivi del dovuto: il giornalista Bombonato dice che "la politica ha dormicchiato") e il Prefetto non ha nascosto le sue preoccupazioni.


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“Collegamenti mafiosi Sud-NordEuropa”

A Modena Giovanni Tizian - un giovane giornalista precario che tutti dovrebbero conoscere - dal 22 dicembre è stato posto sotto scorta, ultimo segnale di brutte storie, purtroppo non recenti. E' un precario che rischiava la vita per 4 euro al pezzo. Qualcuno potrebbe chiedersi perché: perché ha il senso corretto della professione giornalistica: non intervistava vittime, ma "informava". Deve essere perché pochi sono come lui se Réporters Sans Frontières declassa i media italiani, mentre i cittadini non si rendono conto di essere diventati meno liberi (Telejato docet) Bossoli nei cantieri A Modena, infatti, succedevano cose strane, come incendi dolosi (contro ignoti?), seminagione di bossoli nei cantieri, un Zagaria latitante intercettato sul treno Modena-Napoli e non catturato (ed era uno venuto a controllare i suoi affari). A Parma Saviano ha denunciato l' "aria rarefatta", irrespirabile perché sa di mafia. A Castelfranco, dice una magistrata, "nel viale principale si parla casalese". Più o meno la stessa aria attorno a sant'Agata, a Granarolo, a Novellara, a Nonantola, sulla costiera romagnola (diciamo un simbolo per tutti, "viale Ceccarini" di Riccione). Senza contare San

Marino, ormai paradiso fiscale e centrale del riciclaggio. Accade così che per la ricostruzione dell'Aquila le mafie siano partite da Reggio Emilia, non da Reggio Calabria. Di fatto le organizzazioni interessate a infiltrare un territorio ricco di quel benessere che rende insensibili e vulnerabili sono state attente a non creare traumi con omicidi e violenze dirette: i reati perseguibili senza particolare rilevanza sono droga, sfruttamento della prostituzione, asservimento. I padroncini complici Anche per gli appalti la partecipazione malavitosa si indirizza alla miriade dei subappalti e al bisogno dell'imprenditoria di contare su servizi a basso costo, come possono essere i trasporti (e i relativi padroncini complici dei mercanti di droga), le forniture di calcestruzzo, i rifiuti. Giova lavorare nel sommerso e nel nero, inserire propri fiduciari per acquisire il controllo delle assicurazioni e negli enti pubblici, impegnarsi nell'usura. I mafiosi hanno bisogno del silenzio per poter lavorare nell'indifferenza; per questo rappresentava una minaccia gravissima per la magistratura la volontà del passato governo di limitare le intercettazioni o il rifiuto del ministro Maroni della Direzione distrettuale investigativa antimafia. Le finestre di vulnerabilità sono state aperte tutte, a partire dalla scelta del

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Nord per il soggiorno obbligato dei malavitosi, che ha consentito il radicamento delle famiglie. Ormai il collegamento Sud-Nord è diventato tramite, attraverso l'EmiliaRomagna e la Lombardia collegate, con l'Europa. La crisi rafforza i pericoli La crisi, in questo contesto, diventa cruciale e rafforza i pericoli. Mentre cresce lo spread e l'euro ondeggia, le banche fanno poco credito, le aziende e gli esercizi commerciali hanno bisogno di liquidità, la speculazione immobiliare e perfino i mutui sono alla resa dei conti, cresce la disoccupazione. Si tratta di condizioni che per il potere occulto che fattura 70 miliardi diventano opportunità di acquisire maggior potere. Solo per alto senso del dovere ci diciamo ottimisti. Tuttavia le normative degli Enti locali, i sequestri di proprietà e di beni delle mafie o i grandi sforzi di don Ciotti e del volontariato non sono diventati occasione di condivisione collettiva e di solidarietà comune. Sarebbe una buona cosa se anche i Siciliani allargassero il loro indirizzario ed entrassero nel nostro territorio con una controinfiltrazione ausiliaria...


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Storie di Calabria

Lamezia: come sopravvivere senza tribunale? Oggi Lamezia Terme sta combattendo due battaglie: una contro la ndrangheta e una contro lo Stato. Secondo una legge delega dalla terza finanziaria del governo Berlusconi del settembre 2011 che il governo Monti è chiamato ad attuare - il tribunale della terza città calabrese rischia di scomparire di Michela Mancini

Per riempire le casse dello Stato, si prevede la soppressione in tutta Italia di trentasette tribunali, e tra questi potrebbe rientrare quello di Lamezia Terme; c’è chi ipotizza di accorparlo agli uffici giudiziari di Vibo Valentia.

Mentre si discute se un tribunale in un territorio ad alta densità mafiosa sia utile o meno, nel centro di Lamezia scoppiano due bombe. È accaduto pochi giorni fa: il sindaco Gianni Speranza e don Panizza, il sacerdote diventato il simbolo dell’antimafia lametina, erano a Reggio Calabria per incontrare il ministro Cancellieri. Nel pomeriggio era scoppiato un ordigno davanti a uno studio fotografico. Qualche giorno prima, nello stesso posto e sempre di giorno, era stata data alle fiamme un’autovettura. Ventiquattro ore dopo l’incontro con il Ministro ecco la seconda bomba, questa volta davanti ad una pizzeria, a pochi metri dal tribunale. Ora all’ingresso di quella pizzeria c’è un cartello: “Cedesi attività”. Lo stesso cartello qualche mese fa era stato esposto davanti una pasticceria colpita da un’altra bomba. A Lamezia vogliono chiudere il Tribunale. La città dei due mari, snodo principale tra le due Calabrie, ha compiuto negli ultimi anni importanti passi verso la legalità, lasciandosi alle spalle un passato ingombrante. Il comune lametino, infatti, era stato sciolto per ben due volte per infiltrazione mafiosa, nel 1991 e nel 2002. L’amministrazione comunale guidata da Gianni Speranza non si è lasciata intimidire dalla ndrangheta, è andata dritta per la sua strada di rinnovamento, dimostrando che un cambiamento è possibile. Lo scorso anno fra quelle stesse strade dove in pieno giorno scoppiano le bom-

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be, si è svolta, ad esempio, la prima edizione di “Trame”, il festival dei libri sulle mafie. Fino a tarda notte la gente si riversava nelle strade. Davanti alla cultura i lametini non hanno abbassato le serrande, non hanno avuto paura di pronunciare ad alta voce quelle parole solitamente sussurrate. Perché non è vero che i cittadini sono indifferenti, anzi hanno fame di cambiamento. E adesso sono preoccupati, e forse anche un po’ arrabbiati: «Che è servito tanto impegno contro la mafia se poi lo Stato ci toglie addirittura il Tribunale?» “Sarebbe rinunciare alla giustizia” Gianni Speranza ha iniziato una battaglia contro questa legge, e la continuerà senza desistere: «Se chiudesse il tribunale di Lamezia vorrebbe dire che stiamo rinunciando a fare giustizia. Il fatto che in pieno giorno si mettano due bombe, con il rischio di mettere in pericolo la vita dei cittadini, basta per far capire quanto è assurdo pensare che il tribunale della città possa essere accorpato a un altro tribunale. Le bombe in sé smentiscono la razionalità di un piano che per lo Stato non prevedrebbe alcun risparmio. Se l’accorpamento avesse luogo i costi sarebbero maggiori per i cittadini. È quel che abbiamo detto al ministro Cancellieri quando ci ha ricevuti: non c’è nessun risparmio per lo Stato, c’è solo un minore presidio di legalità per i cittadini. Io credo che nessuna parte d’Italia possa


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“Cedesi attività”

essere insensibile al fatto che bisogna risparmiare, ma siamo già davanti a un funzionamento molto cattivo della giustizia in Italia, se a questo sommiamo delle scelte sbagliate, è la fine della legalità». I parametri contenuti nel decreto, che dovrebbero guidare l’accorpamento giudiziario, hanno del paradossale se si pensa di applicarli al territorio lametino. Uno dei criteri per decidere se un tribunale abbia ragione di esistere è la densità mafiosa presente sul territorio. Le cosche lametine non si sono mai nascoste, nemmeno davanti ad un governo così cieco. Sembra un messaggio alla 'ndrangheta Ma non è solo questo. Lo spiega Gianni Speranza: «È accettabile che da una parte si discute di abolire le province e dall’altra la provincia sia un criterio per avere il tribunale? C’è un errore del governo Berlusconi, protratto dal governo Monti». I dati del censimento forniti dall’Istat

parlano chiaro: Lamezia si conferma tra le città più popolose della regione con 70.523 abitanti. Davanti una Calabria sempre più spopolata, Lamezia è l’unico territorio con un leggero aumento demografico. Questo può significare una sola cosa: che i cittadini non hanno bisogno di scappare, che in quel luogo ci vivono bene. E se il tribunale dovesse chiudere che cosa succederà? Chi ci rimarrà a Lamezia? Sembra un chiaro messaggio alla ndrangheta: “Venite pure, qui la giustizia non ve la fa nessuno”. Il sindaco pesa le parole, ma non gira attorno alle questioni: «Devo dire che il ministro Cancellieri si è dimostrata disponibile al dialogo: il governo esaminerà con molta attenzione il dossier che abbiamo consegnato. Però attenzione: se si decidesse per la chiusura non succedono cose di poco conto. Perché uno dovrebbe fare il sindaco al suo comune di fronte ad un governo che non ti ascolta? Se il governo non ti ascolta uno se ne va a casa.

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Questa è una battaglia grossa, non di qualche assemblea. Io sono fiducioso, ma deve essere chiaro che se le cose dovessero andar e male, io sono serenamente determinato ad andar via, senza retorica o toni campanilistici». Quello che sta per accadere a Lamezia non è così diverso da quello che succede nella vicina Sicilia. A Partinico, a pochi passi da Palermo, l’emittente Telejato, piccolo grande presidio di lotta antimafia, rischia la chiusura per una leggina del governo Berlusconi. Ma possiamo contare sullo Stato? Difendersi dalla mafia non basta, non è abbastanza faticoso. Combatterla col buon giornalismo che non trascura di fare i nomi e i cognomi o con la buona amministrazione che tutele le imprese, che si impegna per costruire una cittadinanza attiva e responsabile, no, non basta. Adesso bisogna combattere le leggi dello Stato. E non passerà molto tempo dal giorno in cui camminando per le strade di Roma ci imbatteremo in un cartello. Questa volta esposto davanti al Parlamento. “Cedesi attività”.


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Trapani

Mafia-padrona Tre decenni di dominio fra cosche e logge Trent’anni (il prossimo 25 gennaio) dal delitto del magistrato Gian Giacomo Ciaccio Montalto. Ventisette anni dalla strage di Pizzolungo... di Rino Giacalone

Ventisei anni dalla scoperta della loggia segreta Iside 2 dove erano scritti professionisti, colletti bianchi, politici, mafiosi. Ventiquattro anni dall’omicidio del giudice Alberto Giacomelli. Ventiquattro anni dal delitto di Mauro Rostagno. Venti anni dalle stragi di Capaci, via D’Amelio e dal suicidio di Rita Atria. Venti anni dal tentato omicidio del vice questore Rino Germanà. Diciassette anni dal delitto dell’agente penitenziario Giuseppe Montalto, omicidio che fu il “regalo di Natale” del capo mafia Matteo Messina Denaro ai mafiosi detenuti al 41 bis. Undici anni dall’arresto dell’ultimo super latitante trapanese, Vincenzo Virga. Sette anni dalla cattura dei componenti dell’ultima cupola mafiosa conosciuta della provincia di Trapani, quella capeggiata dall’imprenditore e padrino don Ciccio Pace.

Che ha governato il rapporto tra la mafia, la politica e l’impresa, che ha ordinato l’inabissamento di Cosa nostra come ha voluto il sanguinario e volgare assassino Matteo Messina Denaro. Don Ciccio Pace è forse l’unico dei capi mafia siciliani che è in carcere a scontare condanne per associazione mafiosa e non ergastoli per delitti. Totò Minore, Vincenzo Virga, Francesco Pace e oggi Matteo Messina Denaro. Dal 1982 ad oggi sono stati i capi della mafia trapanese. Matteo Messina Denaro oggi guida il mandamento di Trapani e quello di Castelvetrano, certamente governa la cupola provinciale, dall’alto di quella autorità che gli è stata passata da suo padre, il patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro, ma anche da Totò Riina e Bernardo Provenzano, testimone del comando che perché detenuto gli è stato passato dal più potente dei mafiosi trapanesi, don Marianino Agate da Mazara del Vallo. Se fosse libero lui guiderebbe la mafia trapanese e non Matteo Messina Denaro. Omicidi e inciuci Dal 1982 ad oggi la presenza mafiosa trapanese è segnata da sangue, morti ammazzati, faide, ma anche inciuci, crocevia di misteri, politica, servizi segreti, italiani e stranieri, Gladio, massoneria. E’ la storia della mafia che qui in questi tempi è tornata ad essere sommersa perché qui era nata sommersa. Infiltrata nella borghesia, nei salotti della città, nei circoli nobiliari.

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Italia o Messico?

Un giudice inseguito dai mafiosi Poco più di un mese fa, sulla Palermo-Trapani, un'Audi a vetri oscurati con cinque uomini a bordo ha cercato di raggiungere l'auto blindata del procuratore Marcello Viola. Dopo un serrato inseguimento, il magistrato alla fine è riuscito a rompere il contatto e fuggire. Viola aveva già ricevuto varie intimidazioni. Adesso gli è stata aumentata la scorta. Ma basta questo? O lo Stato deve porsi seriamente il problema di riappropriarsi di un territorio che non è più suo? r.o.

Qui a Trapani pochi sono stati gli uomini d’onore con coppola e lupara, molti di più quelli che nel frattempo erano nobili, banchieri, professionisti… borghesi. Ninni Cassarà che nel 1985 finì ammazzato a Palermo, andò via da Trapani dove aveva guidato la Squadra Mobile dopo un alterco con il questore e dopo che era andato a bussare alla porta di un circolo che ancora esiste, in via Palmerio Abate, a un tiro di schioppo da prefettura, questura e tribunale.


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“Fa affari con gli appalti e si siede nei salotti”

All’ombra di questi “palazzi” i borghesi si incontravano, i borghesi non “punciuti” si vedevano con quelli “punciuti”, e parlavano, parlavano, parlavano, concordavano le cose da fare e da far fare. Fu lì che anni dopo in una intercettazione gli investigatori guidati da uno dei successori di Cassarà, il dirigente Giuseppe Linares, sentirono fare a due persone un discorso strano, uno chiedeva ad un altro il consiglio, ma era in realtà la richiesta di un permesso, a realizzare una impresa, una attività, gli investigatori sentirono delle strane parole, una risposta che li lasciò perplessi, “un fari e un fare fari”, non fare e non lasciar fare. All'ombra di questi palazzi Tempo dopo capirono quegli investigatori, quando cominciarono a venire fuori grandi e anche piccoli appalti che giravano sempre tra le stesse imprese, che quello non era il momento di fare e non era nemmeno il momento di lasciar far fare, tutto doveva restare immobile, in attesa dei tempi giusti, che arrivarono, quando mafia, politica e impresa a Trapani riuscirono ad accomodarsi allo stesso tavolo. La vicinanza tra affari leciti ed illeciti fu tale che alla fine il sistema legale divenne quello illegale, e che la normalità era quella di vedere, senza farci molto caso, il mafioso in grisaglia che usciva dall’ufficio del politico. Don Ciccio Pace è stato uno di questi. Usciva spesso dalla segreteria di un deputato regionale di Forza Italia, in corso Italia, nel cuore di Trapani. Uno di quei politici che diceva

di conoscere l’uomo e non il mafioso. Pace d’altra parte era un mafioso assolto e ripagato dallo Stato per ingiusta detenzione. Era anche sorvegliato speciale, ma mica si può sapere tutto. Certo se poi qualcuno non consente che il giornalista possa scrivere bene e in evidenza la notizia, il gioco è bello e fatto. Una miriade di sportelli bancari Trapani nel 2012 resta una provincia in Italia dove lo Stato da sempre è Cosa Nostra, anzi “Cosa Loro”. Dove per costruire il nuovo Palazzo di Giustizia ci sono voluti decenni. Dove anche i fidanzamenti e i matrimoni sono regolati dalle regole dell’onorata società. Figurarsi l’elezione di un sindaco. Trapani oggi è la città che ha sempre una miriade di sportelli bancari, dove hanno riaperto le finanziarie e dove innumerevoli sono i negozi che comprano oro. Dove non mancano le sale bingo e del poker on linre. Slot machine in ogni bar. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone avrebbero avuto l'idea di creare un pool antimafia a Trapani. Se Palermo è la capitale della mafia, Trapani resta la capitale del settore finanziario, lo zoccolo duro di Cosa Nostra dove il controllo del territorio è pressocché totale, dove il rapporto con le istituzioni e con la Massoneria è tradizionale. L'organizzazione ha concorso a coordinare anche la gestione di iniziative imprenditoriali. Trapani è la città, la provincia, dove più antichi e collaudati sono i rapporti tra cosa nostra e le famiglie ma-

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fiose sparse sui 5 continenti e altre organizzazioni criminali estere. La provincia siciliana dove per decenni si è sparato di meno è anche la più impenetrabile e quella dove ogni anno finiscono in manette almeno 100 persone per associazione mafiosa ma pochi sono i collaboratori di giustizia le cui rivelazioni non riescono ad intaccare il nodo imprenditoriale economico mafioso riguardando il passato e non le evoluzioni attuali. Cosa Nostra da queste parti ottiene quello che vuole senza sparare, fa affari con gli appalti e si siede nei salotti che contano. L'attuale capo di Cosa Nostra, cresciuto all'ombra del vecchio padrino Provenzano, è Matteo Messina Denaro di Castelvetrano, figlio d'arte: suo padre Francesco è uno degli ultimi anziani boss morto nel suo letto; il corpo venne fatto ritrovare nelle campagne di Castelvetrano vestito con un elegante completo scuro, la cravatta e le scarpe nere lucide, appoggiato ad un cancello, in modo che il primo automobilista di passaggio avvertisse la polizia. Votato all'ubbidienza Matteo, ma con alcune manie: le donne, i bei vestiti, il lusso. Porsche, Versace e Rolex A Castelvetrano se lo ricordano ancora quando correva verso il mare di Selinunte con la sua Porsche, vestito Versace e al polso un orologio Rolex. Un uomo in gamba dato che nel 1991 ebbe il compito da Riina di pedinare a Roma, Falcone, Martelli e il giornalista Costanzo.


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“Il sistema esercita una funzione di catalizzatore sociale”

Trapani vent’anni dopo Capaci. Si dice che Falcone sia andato via da Palermo con la curiosità di non aver potuto indagare sul centro Scorpione della struttura Gladio. La base “Scorpione” è una caserma che si trova arroccata sulle montagne di un piccolo paese del trapanesi, Makari, poco distante da S. Vito Lo Capo, e che aveva anche in uso un piccola pista di atterraggio sulla costa, in contrada Castelluzzo. Gladio: la base “Scorpione” Quando Andreotti nel 1990, il 2 agosto, raccontò dell'esistenza di Gladio per la prima volta in parlamento venne fuori che dal 1987 quel centro del Sismi, di pertinenza della VII divisione del Sismi, che appunto gestiva Gladio, era stato convertito in funzione antimafia. Falcone morirà con quella curiosità, cosa avevano fatto i gladiatori contro la mafia ? E poi, caso strano, nessuno degli oltre 600 gladiatori ufficiali aveva mai avuto a che fare con quella storia. Il giudice, trasferitosi a Roma, incrociava quella vicenda con altre: ad esempio con i viaggi fatti in provincia di Trapani dall'agente Nino Agostino la cui morte avvenuta nell'agosto del '89 rimaneva densa di mistero, priva di movente com'era. Cosa disse Rostagno a Falcone? E ripensava anche a quanto gli aveva riferito Mauro Rostagno due mesi prima di morire su strani voli militari, strani af-

fari ed affaristi trapanesi. Ma cosa disse Rostagno al giudice Falcone? Gli avrebbe detto di seguire una pista già battuta dal giudice Ciaccio Montalto che partiva dalla loggia coperta scoperta dentro al circolo Scontrino per arrivare agli affari tra le cosche trapanesi, catanesi e alcuni imprenditori. “Una piccola storia con dentro tutto” Vent’anni dopo Capaci. Una caratteristica di Cosa Nostra a Trapani è stata l’essere diventata stato, società e mercato. Parlando di Trapani il procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, cita Hegel e dice: «Il demonio si nasconde nel dettaglio», come dire «una piccola storia dove dentro c'è tutta la storia», dell'arroganza mafiosa e di un territorio che non pensa ad affrancarsi dal fenomeno, che sceglie «la diserzione civile». I doveri del “buon” imprenditore Il sostituto procuratore Andrea Tarondo spiega così come nel trapanese ci sia una generale intimidazione dell'imprenditoria trapanese: «Una imprenditoria che è restia a sottrarsi al controllo mafioso, perché l'attività estorsiva è una delle componenti di un rapporto più ampio, Cosa Nostra favorisce gli imprenditori che acconsentono alle richieste secondo quella strategia che evita il più possibile l'atto eclatante, e così il soggetto sottoposto a estorsione è un soggetto addomesticato, avvicinato, consapevole di quelli

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sono i suoi doveri per la “messa a posto”, un imprenditore che ha coscienza del fatto che c'è una mafia in grado di gestire l'aggiudicazione degli appalti». Qui perciò non si paga il pizzo, «ma la quota associativa a Cosa Nostra». La Trapani del 2012 si presenta diversa dalla Trapani che 25 anni addietro veniva raccontata da Mauro Rostagno dagli schermi di Rtc, oggi la città è cambiata, ma dietro gli abbellimenti, dietro i tesori monumentali ed ambientali risorti suscitando ammirazione e piacere, Cosa Nostra ci ha guadagnato per colpa di imprese per nulla virtuose. Mafia? Mica tanto sommersa La nuova mafia, almeno quella di Trapani, raccontata dagli investigatori come il primo dirigente Giuseppe Linares, non è mica tanto sommersa, è quella che ha gli imprenditori che dal carcere continuano a dirigere le imprese o anche a dirottare pacchetti di voti alle elezioni. «Il sistema continua ad esercitare una funzione di catalizzatore sociale» ha spiegato più di una volta Linares e lo ha spiegato parlando e spiegando di come andare a catturare Matteo Messina Denaro, ma lui, promosso, adesso non fa più parte dell’intelligence che dovrebbe catturare il boss. Anche questo succede 20 anni dopo Capaci. Matteo Messina Denaro continua a tenere bene in mano le fila di molte cose.


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Parla il colonnello Francesco Fallica

“A Ragusa la mafia si nasconde dietro ai soldi” A Ragusa la mafia non si vede ma si sente la puzza dei soldi sporchi. Francesco Fallica, comandante della Guardia di Finanza di Ragusa, ripete ogni giorno che qui è una lavanderia. E le banche devono fare qualcosa.

Facciamo parlare le cifre. In un anno quante segnalazioni sono partite dalle banche? Nell'ultimo anno circa 130. Sono poche, dovrebbero essere molte di più. Nell'ultimo periodo sono cresciute ma non basta. La segnalazione è un aspetto culturale. Molti non segnalano perchè c'è un rapporto personale con il soggetto che compie un'operazione sospetta. Solitamente, abbiamo notato, si segnala quando il soggetto cambia banca, quasi per vendetta. I funzionari sanno quello di cui parlo, e sanno pure perchè non si fanno le segnalazioni. Ma questo comportamento arreca un danno a loro stessi con possibili sanzioni, ma soprattutto perchè si inquina l'economia. “Poche segnalazioni dalle banche”

di Giorgio Ruta Il Clandestino

Colonnello Fallica, lei ha fatto della lotta al riciclaggio a Ragusa una questione di primaria importanza. Che succede a Ragusa? Nessuno deve sentirsi escluso dal cancro del riciclaggio, tantomeno Ragusa. Oggi i soldi viaggiano veloce e lo fanno attraverso flussi non sempre controllabili. È importante il ruolo delle banche perchè sono il primo momento in cui i soldi entrano nel sistema. Quindi se la banca è attenta, segnalando le operazioni sospette, il riciclaggio si può attenuare. Incuriosisce che queste segnalazioni sono poche nel ragusano, anzi pochissime, nonostante gli scandali che sono scoppiati in provincia.

Come e chi ricicla a Ragusa? Si ricicla attraverso la banca, oppure attraverso i professionisti o tramite attività commerciali. Anche se non penso, quest'ultimo, sia al momento il sistema principale per pulire il denaro. Ragusa è stata definita la capitale del riciclaggio in Sicilia, non penso che questa definizione sia molto lontana dalla realtà. La vicinanza con Malta è un fattore importante. E poi ci sono state e ci sono presenze di soggetti con precedenti mafiosi che fanno riflettere. Questo ci incuriosisce e stiamo compiendo attività su questo. Mafia e riciclaggio. Il mito della Ragusa “babba” si sgretola sempre più. Le vostre indagini sull'eolico e sul settore vinicolo sembrerebbero confermare questa tesi. Nella zona ci sono stati interessi

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nell'eolico di alcuni personaggi ambigui con vicinanze mafiose. Questi soggetti si sono infiltrati in provincia tramite passaggi societari che abbiamo osservato. Questo ci fa riflettere e ci stiamo lavorando. Nel settore del vino io avevo colto, in tempi non sospetti, alcune intromissioni di alcuni soggetti che vanno approfonditi. La Procura ci sta lavorando. Perchè Ragusa è una zona franca per gli investimenti sospetti? Perchè c'è un tessuto economico diverso dal resto dell'Isola. Perchè il cittadino ragusano è solitamente per bene, lavoratore, proprietario. Sta bene curando il proprio giardino, non ha tendenze distruttive. Questo aspetto nel tempo è stato colto da gruppi criminali che hanno fiutato l'affare che si poteva nascondere dietro questa tranquillità. Soggetti nel tempo si sono infiltrati e hanno fatto determinati interessi. È sotto gli occhi di tutti la presenza di colonie di palermitani e trapanesi. Stiamo parlando di persone con profili criminali interessanti. Qui non si è immuni ma ancora non abbiamo capito il quadro generale. Convinciamoci che qui c'è stata e c'è la criminalità organizzata. La tranquillità paga. Chi comanda a Ragusa? La vicinanza farebbe pensare ad un'influenza dei catanesi. Qualcuno racconta della presenza di catanesi di massimo livello sul posto. Si racconta che Santapaola abbia fatto parte della latitanza qui. Va detto che qui la mafia non è quella dell'estorsione. È una mafia esterna fatta con presenze forti e io penso sia soprattutto palermitana.


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Catania/ L'altra città

Peppe, Librino e lo stadio che non c'è Due uomini dello stesso quartiere ma di due generazioni diverse si parlano; uno è un muratore sessantenne, l'altro è un trentenne precario che vuol fare il giornalista di Luciano Bruno

Sono diversi ma si sanno comprendere, perchè si riconoscono nell'unico linguaggio comune: quello degli sfruttati. E discutono della città, del loro quartiere costruito con quella speculazione e quei giochi di potere che partono dalla fine degli anni settanta e arrivano fino ad oggi. E per domani? Case popolari? Diritti? Lavoro? Neanche a parlarne! Nel frattempo la gente comune a Librino aspetta il Polisportivo San Teodoro da trent’anni e la cementificazione della città continua ad aumentare.

Carmelo abita nel vecchio borgo di Librino, a Catania; ha gli occhi castani, i capelli brizzolati, è un uomo di una sessantina d'anni. Alto, un corpo robusto, e con le mani ruvide. Un muratore. L’incontro mentre faccio una passeggiata nel vecchio borgo, a ridosso di questo quartiere moderno costruito a sud ovest della città, dagli anni settanta. - Scusi, si ricorda di me, io qui ci venivo a giocare da bambino; lei ci abita ancora, qui? “Ci venivo a giocare da bambino” “Sì, cettu, comu no?”. - Posso farle una domanda? “Ci mancassi, ma certo”. Allora continuo a domandare, guardandomi bene attorno, tra le case basse e le strade, guardando da qui la parte moderna del quartiere, e i suoi palazzoni. Così diversa da questa borgata. - Ma com’era Librino tempo fa? “Era un grandissimo territorio con qualche casa sparsa qua e là. Era bello, fino agli anni settanta, quando hanno cominciato a costruire. Io ero carusu, cominciavo a lavorare nella muratura e guidavo la ruspa. Allora si guadagnava molto bene nel settore dell'edilizia. Eravamo tutti entusiasti di costruire il quartiere. Ma, a pinsarici ora, abbiamo fatto molto danno a questo posto”. - Che cosa è stato fatto di grave? “Caro mio, chi ti pozzu diri, io ho aiutato a trasformare tutte queste zone agri-

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cole, a fare questo quartiere così come u' sta virennnu ora. Sugnu uno dei tanti che ha mantenuto la famiglia così, travaghiannu. Capisci?” - Che cosa si diceva fra gli operai giorno dopo giorno, quando costruivate tutti questi palazzi? “E che dovevamo dirci? Quannu si travagghia non si parra. Ma alcune volte passavamo dalla contentezza alla tristezza. Ni taliavumu na l'occhi muti muti, mentre gli ingegneri ci dicevano che questa costruzione della città satellite era una gran cosa, ci fa mangiare a tutti: che Kenzo Tange , quello che l'ha progettata era un grande architetto giapponese.” - Perciò che cosa ha fatto lei, in particolare? “Ma niente di particolare, per costruire il quartiere abbiamo dovuto distruggere interi agrumeti, uliveti e vigneti.” - Erano belli vero? “Qualcosa di bello che non c'è più” “Qualcosa di molto bello che non ci sarebbe più stato. Come ad esempio, talía ‘ddá - e mi indica un viale - sulla strada che costeggia borgo Librino c’era un ruscello d’acqua, poi un bel giorno una colata di cemento e il ruscello non c’è cchiù.” - La tua famiglia ha sempre lavorato qui? “Mio padre lavorava in un vigneto di fronte alla strada che oggi si chiama viale San Teodoro.


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“In gestione al Calcio Catania ma è tutto fermo da allora”

Morire a Librino INDAGINI SENZA RISULTATI PER IL TREDICENNE INVESTITO E UCCISO Il 28 gennaio in Viale Castagnola a Librino è stato trovato in mezzo alla carreggiata il corpo di Peppe Cunsolo; nessun segno di frenate, nessuna traccia di sangue, solo una strana targa d’automobile, sul presunto luogo d’impatto. Il vero luogo dell’impatto non è stato possibile saperlo perché sull’asfalto non vi erano tracce di frenate, la targa poteva essere lì per qualsiasi motivo. In quella via che è la più trafficata del quartiere, fra macchine in doppia fila, signore con i pacchi della spesa, la banca, i vari negoz,i non era possibile che nessuno non vedesse nulla. Dal 2006 nella città satellite esiste l’associazione sportiva A.S.I. Briganti Librino, che col rugby aiuta i ragazzi del quartiere ad andare avanti non solo nello sport ma anche nella vita. “Peppe era uno di loro – dicono ora i Briganti L’abbiamo agganciato nel 2007 dopo un avvio difficile siamo riusciti ad integrarlo nel gruppo portandolo in un torneo nazionale under 11 a Treviso. L’abbiamo perso quando nel 2009 ci hanno tolto il San Teodoro per darlo in gestione al calcio Catania per una scuola Calcio mai partita”. Il magistrato di sorveglianza a gennaio ha negato al padre Orazio Cunsolo e al fratello Vito Cunsolo il permesso di partecipare ai funerali. Quando morì Carmela Minniti, moglie di Nitto Santapaola, a lui fu concesso di partecipare ai funerali. Perchè a Santapaola si e ai Cunsolo no? Forse perché allora come oggi il nome del boss in questa città ha un altro peso.

- In questo terreno dovrebbe nascere San Teodoro, lo sa? “Si, è vero, ne ho sentito parlare. Ma tu come lo sai, perchè t'interessano queste cose?” “Ti conoscevo di picciriddu” - Io mi interesso del quartiere perché, lo sa, ci sono cresciuto, e mi occupo delle cose che lo riguardano. “Ti conoscevo di picciriddu, e sei cresciuto, tu cchí pensi di tutti ‘sti cosi ca ‘sti putenti vonu fari ora?”. - La struttura doveva essere composta: da uno stadio di trenta mila posti, campi da calcio, palestre attrezzate. “Mii, troppu bellu, ma ‘a fanu a piddaveru?” - Purtroppo nel 2003 è stata consegnata

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incompleta, non fu mai assegnata a nessuno; più volte distrutta con sperpero di soldi pubblici, lasciata completamente abbandonata sia dalla sinistra che dalla destra. Nel 2009 venne data in gestione al Calcio Catania da allora tutto è fermo, l'unico spazio fruibile il campo di calcio a 5 in erba sintetica. Proprio vicino al San Teodoro nascerà il nuovo stadio di Catania. “Ma non ficiro nenti?” “No” “Cunnuti” “Ma allura di quello ca c'era no progettu non ficiru nenti?” - No signor Carmelo, nulla. “Cunnuti”. Foto di Raffaella Carrara


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Periferie/ Napoli, Barra

La maestra, i camorristi e i bambini Rom Barra, San Giovanni, Ponticelli: periferia est di Napoli di Luca Rossomando Napoli Monitor

Un tempo zona industriale, oggi territorio senza alcuna nuova vocazione, in cui abita una popolazione più giovane della media cittadina, ma anche meno istruita e con un tasso di disoccupazione più elevato. Negli ultimi trent’anni l’area ha subito trasformazioni radicali: nuovi rioni di case popolari, corpi estranei rispetto al tessuto sociale storico, torri e palazzine tirate su con materiali scadenti che la mancanza di manutenzione ha reso in breve tempo fatiscenti e insalubri. I piani di recupero urbano, gli annunci di nuove infrastrutture (a opera del pubblico o del privato, ugualmente inconcludenti), la riconversione delle fabbriche, le migliorie per l’edilizia, la lotta a una criminalità di fatto incontrastata, sono diventati presto stanchi rituali a cui non crede più nessuno. Nel frattempo, come accade in altre periferie metropolitane, nei numerosi interstizi creati da un’urbanizzazione sregolata si sono insediate comunità marginali, che il resto della città tiene accuratamente lontano da sé.

Marisa Esposito lavora a Barra come dirigente in una scuola primaria che ospita novecento alunni. È entrata nella scuola pubblica negli anni Ottanta, prima come insegnante in una scuola dell’infanzia a Ponticelli, poi in una scuola elementare a san Giorgio a Cremano, infine in un istituto alberghiero dove ha insegnato francese per otto anni. «Ho cominciato a Ponticelli, in una scuola del Rione Santa Rosa - racconta Eravamo insegnanti giovani, entusiaste, quasi tutte della zona. Rompemmo il sistema delle sezioni e della maestra unica. I bambini erano divisi in gruppi e giravano per i laboratori che funzionavano per tutto il giorno. Erano molto stimolati, anche se venivano da rioni modesti. Le famiglie ci rispettavano, ci ascoltavano, e noi le rispettavamo. Di questa esperienza decennale non è rimasto nulla: alcuni insegnanti vinsero il concorso da dirigenti, altri furono trasferiti. La platea degli alunni non è cambiata, quel che è cambiato, e me ne accorgo anche nella scuola che dirigo a Barra, sono le famiglie. Spesso alla cura si è sostituito il “ben avere”, i bambini devono possedere tutto ma nessuno li ascolta; hanno genitori bambini ai quali le loro mamme preparano ancora la prima colazione, e nei casi più drammatici non riescono nemmeno ad alzarsi per accompagnarli a scuola». Tre diverse comunità Da vent’anni Marisa collabora con la Nea, un’associazione che opera nel campo della cooperazione internazionale e dello sviluppo umano. Un incontro che risale ai primi anni Novanta, durante la crisi del Kosovo, quando a Ponticelli incrociano i loro destini tre diverse comu-

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nità: gli albanesi, i rom di origine jugoslava e gli africani provenienti dall’Africa occidentale, in particolare dalla Costa d’Avorio e dal Burkina Faso. Si insediano tutti nei cosiddetti Bipiani, due complessi di container – posti uno di fronte all’altro sulla stessa strada – costruiti per accogliere gli sfollati del terremoto del 1980. Abitazioni fatte con pavimenti, travi e soffitti in amianto, che i napoletani abbandonano appena ottenuto un posto nelle nuove torri di edilizia popolare. Anche se alcuni, esclusi dalle assegnazioni, fanno ritorno mescolandosi con gli stranieri. Soffitti fatti d'amianto «La Caritas mi parlò delle condizioni disastrose di questi immigrati – racconta Marisa –, così raccolsi cibo e indumenti e li portai con la mia auto nei Bipiani. Organizzai una serie di pranzi con le comunità e cercai di capire come si poteva aiutarli. Gli africani erano giovani, singoli, con tanta voglia di socializzare. Con loro cominciammo un corso di italiano. Gli albanesi invece erano famiglie, più difficili da avvicinare, i loro figli avevano imparato l’italiano seguendo la televisione in Albania». I bambini rom e quelli albanesi vengono inseriti a scuola nel 57° circolo. Alla fine degli anni Novanta i minori stranieri iscritti nelle scuole elementari e medie di Ponticelli risultano il 2,6% del totale, la percentuale più alta degli iscritti in città. I rom però, dopo un percorso incompleto alle elementari, si fermano puntualmente alle medie, non sempre preparate per assicurarne l’inserimento rispettando la loro identità e la cultura di provenienza. Negli anni successivi quasi tutti gli stranieri, soprattutto gli africani, lasciano


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“La camorra usata come braccio operativo”

i Bipiani. Ma la voce tra gli immigrati è girata e i nuovi arrivati vanno a rimpiazzare i partenti. Nel frattempo ai rom della ex Jugoslavia si aggiungono quelli provenienti dalle aree più povere della Romania. Occupano interamente uno dei due villaggi di Bipiani, ma nel 2003 il comune li manda via per abbattere l’intera struttura. Sull’area pare che fosse previsto un complesso di appartamenti con servizi per la classe media, ma ancora oggi il terreno risulta abbandonato. Il “villaggio” superstite invece è sempre al suo posto, con i container cadenti e imbottiti di amianto, e una popolazione eterogenea di albanesi, africani e, in minima parte, napoletani. Intolleranza, aggressioni e incendi I rom, dopo lo sgombero del 2003, si disperdono lungo via Argine. Sorgono così nel giro di qualche anno una decina di campi spontanei, infoltiti periodicamente dalle ondate di rom sfrattati dalle altre periferie. Circa mille persone, quasi la metà dei rom presenti in città, insediati sotto i cavalcavia oppure a ridosso di discariche abusive, in baracche di legno prive di servizi igienici dove per riscaldarsi si bruciano materiali recuperati tra i rifiuti e, quel che è peggio, i pneumatici usati che i rom smaltiscono in cambio di pochi soldi, e poi la plastica che riveste il rame dei fili elettrici, che viene rivenduta a tre euro al chilo. Dai dintorni dei campi, di notte e di giorno, si sprigionano alte colonne di fumi malsani. Con il tempo la presenza sempre meno discreta dei rom innesca la reazione di chi vive intorno. Nascono comitati di cittadini, vengono presentati esposti, inter-

rogazioni e anche petizioni al sindaco da parte dei consiglieri della zona, mentre si segnalano isolati episodi di intolleranza, aggressioni e incendi. Le associazioni di quartiere provano a fare da cuscinetto tra la popolazione circostante, le istituzioni e i rom, ma le proposte di individuare strutture di accoglienza alternative falliscono a causa di veti incrociati, lentezze burocratiche o scarsa funzionalità delle soluzioni. Gli elementi che preparano l’esplosione si accumulano giorno dopo giorno. La scintilla che scatena il pogrom di Ponticelli è però la notizia che una giovane rom avrebbe tentato di rapire il figlio neonato di una donna che risiede in un complesso di case popolari. Il 13 maggio 2008 si registra il primo attacco con le molotov nel campo rom di via Petri. Quel giorno è prevista anche una manifestazione indetta dai comitati civici, esasperati dall’inerzia dell’amministrazione. Sul posto affluiscono le prime telecamere, qualcuno blocca il traffico mentre qualcun altro si stacca dalla folla che si va ingrossando e dà il via agli assalti incendiari. L’arrivo delle volanti non ferma i roghi, che continueranno per tutta la notte e, con sistematicità, nei giorni successivi, finché delle baracche non resterà più traccia. Attacco con le molotov al campo Rom I rom si danno alla fuga, dopo aver stipato in fretta sui tre ruote tutti i propri averi. Nelle stesse ore appaiono sui muri del quartiere dei manifesti dal titolo eloquente: “Via gli accampamenti Rom da Ponticelli!”. Portano la firma del Pd locale. «Quel giorno ero a scuola – racconta

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Marisa –, gli operatori della Nea mi chiamarono: “Qui stanno bruciando tutto”. Mi precipitai e capimmo subito che c’era un disegno, non erano azioni spontanee. Cominciammo a fare il giro dei campi dicendo a tutti i rom di andarsene. In una baracca trovammo un gruppo di donne spaventate che pregavano... Non erano azioni spontanee Quella sera il comune reperì degli alloggi a Poggioreale e a Pianura, dove molti rom vivono tuttora. La maggior parte di quelli che abitavano lì, circa seicento persone, fecero perdere le loro tracce. Alcuni oggi sono tornati. Solo nella mia scuola, per esempio, ci sono trentacinque bambini rom. Dove c’erano i campi non è sorto nulla, c’erano ipotesi di valorizzazione che non hanno avuto seguito. In questo caso, credo che la camorra sia stata usata da qualcun altro come braccio operativo. Altrimenti che problemi avrebbe la camorra con i rom? La camorra vuole guadagnare, punto e basta. I rom pagavano anche per attaccare un filo abusivo…». La scuola che adesso dirige, Marisa l’aveva conosciuta in veste di operatrice della Nea, avendo curato per anni la scolarizzazione dei bambini rom. Ora è tornata come direttrice. «Prima sulla questione dell’integrazione non c’era molta apertura – dice –. Adesso si respira un’aria nuova, lo dicono gli operatori. Le risorse sono poche e vanno ripartite per l’eccellenza ma anche per chi ha più bisogno. Il comune spende i soldi per mandare questi bambini a scuola ma poi non interviene sul contesto in cui vivono. In questo modo, i nostri sforzi rischiano di restare vani».


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Lombardia

Desio/ Un taglio alla mafia Nell'anniversario di Pio La Torre, inaugurato un bene confiscato ai mafiosi e assegnato a un progetto sociale in Brianza di Stefano Paglia

Stampoantimafioso

“Un taglio alla mafia ed a tutte le forme d’illegalità e corruzione”. È questa la frase che Don Luigi Ciotti ha pronunciato il 30 aprile al taglio del nastro per l’inaugurazione di un bene assegnato a Desio, in via Mulino Arese. La data non è simbolica. Cade infatti esattamente trent’anni dopo l’uccisione di Pio La Torre, parlamentare e sindacalista che lottò tutta la vita contro la mafia e promotore della prima legge sulla confisca dei beni. Il terreno assegnato prevede per ora solamente un immobile destinato ad ospitare un progetto di residenzialità leggera per malati psichici. Ancora recintati invece i campi circostanti, che essendo stati lottizzati richiederanno ulteriore tempo per essere incorporati al nuovo progetto.

La confisca, effettuata nel 2008, venne eseguita ai danni di Carbone Lorenzo, membro della famiglia ‘ndranghetista “Iamonte”, per una stima complessiva di poco inferiore al milione di euro. “Dai un calcio all'illegalità” L’importanza dell’evento è stata sottolineata dalla presenza di alcuni esponenti delle istituzioni, quali il nuovo prefetto della provincia di Monza e Brianza, Giovanna Villasi, ed il presidente della provincia Dario Allevi. Notevole la partecipazione cittadina, sia al momento del taglio ed inaugurazione del bene che durante il resto della giornata. Si è infatti avuto un gemellaggio tra la squadra locale, US Aurora Desio, e lo Sporting Gioiosa, già scuola etica di Libera nella Locride, al quale è seguito un piccolo torneo calcistico dal titolo:

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“Dai un calcio all’illegalità”. La giornata è stata sicuramente positiva per la cittadina brianzola che recupera passo dopo passo l’immagine di onestà che le è sempre appartenuta. La nuova amministrazione comunale conferma la sua sensibilità al tema della legalità. “Tanti piccoli passi n avanti” Il sindaco Roberto Corti, il vicesindaco Lucrezia Ricchiuti e buona parte del consiglio comunale sono stati presenti lungo tutta la giornata. Cittadinanza e istituzioni hanno dato un segnale inequivocabile, chiaro e forte. Come ricordato da Don Ciotti, solo attraverso un percorso fatto di tanti piccoli passi in avanti verso responsabilità personale e conoscenza, si riuscirà a sconfiggere una volta per tutte le organizzazioni criminali. Questo vale anche a Desio.


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Camorra infame

Uccisa e calunniata Storia di Mena L'obiettivo dell'agguato era Francesco Bidognetti (Cicciotto 'e mezzanotte): si salvò dalla furia dei killer della Nco facendosi scudo di una giovane maestra... di Eliana Iuorio La Domenica

Un omicidio efferato sepolto sotto 32 anni di menzogne, omertà e indifferenza. L'uccisione di Mena Morlando, 25 anni, fu bollata come delitto passionale Il terremoto aveva lasciato le sue terribili tracce sul territorio da un mese appena, quella sera del 1980 e Filomena Morlando, una ragazza giuglianese di 25 anni, percorreva la strada che dalla lavanderia – dove si era recata per ritirare degli abiti – l’avrebbe ricondotta a casa. Un tragitto breve, come la sua vita, interrotti dalla furia degli spari. Brutta storia, quella delle vittime innocenti delle mafie. E già. Nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla, se non per nascondere quanto accaduto e “proteggere” chi ha ucciso. Poco importa che tecnicamente questo atteggiamento si definisca “collusivo” ed integri il reato di favoreggiamento.

lapide, che nel dicembre dello scorso Nel popolare quartiere intorno alla anno è stata apposta dalla famiglia di Chiesa di Sant’Anna, a Giugliano (alle Mena insieme ai componenti del Moviporte di Napoli) ad una settimana dal Namento “Contro le mafie”; un momento tale di quasi trentadue anni fa, nemmeno importante, vissuto con grande emozione un’anima - di quelle che amano battersi dai presenti alla cerimonia. Per consegnaconsuetudinariamente il petto in Chiesa re alla memoria della città, di chi non ha ha sentito o visto Francesco Bidognetti, conosciuto la storia di questa ragazza, (Cicciotto ' e mezzanotte) farsi scudo di quale segno visibile che rompa il muro una giovane maestra elementare, per evitare i sicari del padrino della Nco Raffaele dell’indifferenza e dell’omertà, intorno alla stessa parola “camorra”. Cutolo. Quello che in seguito sarebbe diUno dei fratelli di Filomena ventato uno dei capi “Ora che il tuo sorriso” Morlando, Francesco, non ha mai del clan della zona caperso la forza di andare avanti, di salese (e che oggi è al “La mano sporca criminale, parlare di sua sorella, di chiedere 41 bis), alleati al temdistruttiva e bestiale della la verità, di diffondere il valore po con la Nuova camorra ha cancellato il tuo della Memoria: “Questa lapide Famiglia, si trovava in sorriso e i tuoi sogni, vuole idealmente ricordare non soggiorno obbligato strappando la tua giovine vita solo tutte le vittime innocenti di proprio a Giugliano. a chi ti amava. camorra, con il disprezzo più assoE la “colpa” di L'indifferenza umana e luto e convinto nei confronti di Mena, al contrario di l'omertà ti hanno fatto questo sistema, ma anche chi non è quel che si potrebbe precipitare nell'oscuro oblio morto e porta con sé quotidianapensare, è stata di trodelle coscienze. mente i segni e le sofferenze infervarsi nel posto giusto, Ma tu sei tornata a vivere nel tigli dalla cieca violenza della canel momento giusto. segno della giustizia. morra”. Perché a trovarsi nel Ora sono tanti gli occhi per Mena Morlando, alla quale oggi posto sbagliato e nel guardare, le orecchie per è dedicato il Presidio dell’associatempo (sempre) sbasentire e le voci per parlare. zione antimafia Libera a Giugliano gliato è stato certaOra che il tuo sorriso è - inaugurato da Don Luigi Ciotti e mente il gruppo di fuodiventato nostro e i tuoi sogni dal magistrato Raffaele Cantone, co camorrista. vivono in tutti noi la camorra lo scorso febbraio - trova nuovaLa storia di Mena Morlando è tra le tante non ha futuro. Per sempre mente la vita. Nell’operare quotinel ricordo della tua famiglia diano di tutti coloro che credono storie tragiche, e chi ti porta nel cuore” nella diffusione della cultura, nella accadute e dimenticainformazione corretta e nella conote, della nostra terra e scenza dei fenomeni, quali antidoti necesdel nostro Paese; ad omicidio avvenuto, sari per un cambiamento di mentalità, che oltre all’indifferenza della gente, ben preparli di dignità e riscatto, che riesca a sto si aggiunse la calunnia. Mena viene sgretolare il muro di consenso alle mafie e uccisa due volte, come spesso accade tripossa trasformare - nei territori preda delstemente nei confronti delle vittime innole mafie - tanti sudditi in Cittadini. centi delle mafie. A cominciare dai giornali dell’epoca, che liquidano l’episodio Bisogna rompere il muro dell'omertà e qualificandolo come omicidio di natura dell'indifferenza intorno alla parola camorra. passionale. A Mena è dedicato il presidio di Libera a GiuIn via Monte Sion, dove la ragazza abigliano inaugurato da Don Luigi Ciotti. tava con la sua famiglia, oggi si trova una

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Catania/ Una messa per Mussolini

Il sacerdote: “Era una brava persona” «Benito ha solo commesso alcuni errori» afferma il sacerdote, che si definisce «non schierato politicamente». Mussolini, del resto, era una brava persona. «Le leggi razziali, la guerra: sono errori che tutti possiamo commettere» di Leandro Perrotta CtZen

Catania, 28 aprile: Facebook in subbuglio per una «Messa in suffragio di Mussolini». Alle 19 nella chiesetta di San Gaetano alle Grotte ci sono una quarantina di persone, venute con le famiglie al seguito, per ascoltare la celebrazione tenuta da padre Antonio Lo Curto.

«Non ho nessuna posizione politica, ma per Benito non potevo tirarmi indietro». Il Rettore della chiesa di San Gaetano alle Grotte di Catania, ha appena celebrato una messa in suffragio di Benito Mussolini, come ogni 28 aprile. Ma non ha molta voglia di pubblicizzare l’evento, e vorrebbe restare anonimo. «Ovviamente la curia sa della messa, ma non vorrei avere altri tipi di problemi» ci confida il prete, che teme delle rappresaglie politiche nei suoi confronti. Cambia idea solo perché si tratta di un giornale online: «Non va in stampa l’articolo? Bene così lo legge solo chi vuole». Un rito che si celebra ogni anno Padre Antonio Lo Curto è comunque un personaggio piuttosto famoso alla fera o luni, (il mercato popolare che ogni giorno si tiene a Catania) che alle 19 di sabato, ora della messa, è in pieno fermento. «Lo conoscono tutti, è il prete fascista che fa la messa in greco» dice senza esitazioni un venditore di piazza Carlo Alberto, che con la sua bancarella staziona a poca distanza dalla chiesa. Del resto quello in onore di Mussolini è un rito che si celebra ogni anno. Ma la grande popolarità dell’evento è arrivata da facebook, imprevista, tra l’indignazione generale. Sul popolare social network si è fatto a gara a condividere un trafiletto del giornale La Sicilia, che annunciava la messa con «onore e fedeltà» al dittatore, definito con un più politicamente corretto «già capo del governo». Ma di politicamente corretto, alla ceri-

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monia c’è ben poco: Mussolini era una brava persona, magnanimo e giusto «come Federico II di Svevia». «Benito ha solo commesso alcuni errori, come le leggi razziali e la guerra. Ma sono errori che tutti possiamo fare», declama il sacerdote nel corso dell’omelia, che risuona nella piccola chiesa insieme alle critiche all’attuale governo, alle banche, a una Italia che «è un Paese sotto la dittatura della prostituzione della finanza». Tanto che il sacerdote afferma: «Ho fatto il sogno di questi personaggi impiccati all’Altare della patria», riferendosi agli attuali componenti del governo. Risate, all’interno della Chiesa, sottolineano l’eccessivo trasporto del sacerdote. Che cerca di correggere il tiro «Non auguro la violenza ma non si può restare senza far nulla, come dei debosciati». Una quarantina i presenti Nella chiesetta di piazza Carlo Alberto, sono in tutto una quarantina i presenti, e sembrano conoscersi tutti. Da molti anni infatti si ritrovano qui per l’anniversario della morte del Duce, e «prima a celebrare la messa era padre Spampinato, ora cappellano al carcere» precisa padre Lo Curto. Seduti, composti, tutte persone normalissime quelle che partecipano alla cerimonia, con la croce celtica al collo. C’è anche chi è venuto con la famiglia al completo, ed alcuni volti noti dell’estrema destra catanese, a cominciare dall’avvocato Francesco Condorelli Caff, segretario regionale del partito Fiamma Tricolore, che ha richiesto la messa in suffragio.


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“E alla fine un bel saluto romano” La Curia “NESSUNA SANZIONE, NON SIAMO PIU' A QUEI TEMPI...” «Fa rabbrividire ogni cristiano!», scrive Fabrizio Cappuccio. «Una vergogna», gli fa eco Davide Drago, mentre Alessandro Cantale chiede alla Curia: «Prendete le distanze da quel pazzo». Su facebook, l'indignazione per la messa in suffragio di Mussolini arriva anche nella pagina dell'Arcidiocesi catanese, dove sono in tanti a chiedere una reazione ufficiale. Ma per la Curia catanese i saluti romani, l'incitazione alla rivolta armata e la difesa del dittatore del fascismo non sono sufficienti per una risposta ufficiale. «Una sanzione? Non siamo fascisti» spiega infatti il vicario generale dell'arcidiocesi di Catania, monsignor Agatino Caruso. «I tempi non sono più quelli di cui parla quel prete. Crediamo sia più convincente un dialogo fraterno», spiega il prelato che, fermo restando «la responsabilità personale del sacerdote» afferma di «non essere a conoscenza dell'accaduto». Eppure a Catania sono almeno quindici anni che la messa in suffragio di Mussolini viene non solo fatta, ma anche pubblicizzata sul quotidiano locale "La Sicilia". «La Catania antifascista solo adesso, e solo grazie a un articolo si è accorta che Fiamma Tricolore fa dire, ogni anno, la messa per Mussolini?», sostiene infatti un anonimo lettore di Ctzen. Che, a sorpresa, non bolla padre Lo Curto come fascista, ma ne difende il valore in quanto «prete scomodo, non allineato». «Padre Lo Curto è solo una persona dalle opinioni molto, molto instabili - afferma il lettore - che si appassiona alle idee più bizzarre ed eterogenee». Bizzarrie che, come la messa in rito bizantino, non sarebbe altro che «possibilità date agli ortodossi, agli anglicani, a tutti i cristiani, di pregare e celebrare in quella chiesa così antica, che accoglie prostitute e zingari». Una posizione che sembra condividere lo stesso monsignor Caruso che afferma «La fede non è più un fatto sociale, ma personale. La cristianità non esiste più».

C’è chi prega e chi sta in religioso silenzio, ma è impossibile non lasciarsi distrarre dal maleodorante odore che proviene dall’ingresso. «E’ stato un atto contro la cerimonia, hanno lanciato una bottiglia di acido puzzolente» spiega un uomo. E l’atto vandalico è stato in effetti rivendicato da un gruppo che si fa chiamare Antifascisti catanesi. Pochi giovani in chiesa Alla fine della cerimonia Condorelli Caff si alza e prende la parola. «Sono tempi nei quali non ci rendiamo conto della dittatura delle banche. I cittadini stanno bevendo da un amaro calice» dice il segretario del partito di estrema destra ai presenti, facendo eco alle parole del sacerdote, ringraziandolo pubblicamente. «Ogni anno questa messa ci unisce, e c’è bisogno di unità, perché siamo tantissimi» continua Condorelli, auspicando una maggiore partecipazione dei giovani «la nostra speranza per il futuro». E senza contare i bambini, i giovani presenti erano davvero pochi. “Ho anche altri interessi” «Io ho anche ben altri interessi» ci dice però padre Lo Curto. La chiesetta di piazza Carlo Alberto, e il suo Rettore, sono in effetti piuttosto noti in città per l’originalità della messa del sabato. Messa celebrata «con rito bizantino, in greco», spiega il sacerdote, che mostra con orgoglio le quattro bandiere sugli al-

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tari laterali: siciliana, spagnola borbonica, tedesca e greca. Simboleggiano «le varie anime della Sicilia» per Lo Curto, che ha però qualche precisazione da fare in merito alla cerimonia. «Mussolini era solo un cristiano battezzato, tra l’altro onorato dalla Chiesa cattolica quando era al potere. Per Hitler o Stalin non l’avrei mai fatta una messa, ma per qualunque altro personaggio politico positivo sì». L’avrebbe fatta anche per un Antonio Gramsci, morto il 27 aprile come vittima del fascismo? «Certo, anche perché non è detto fosse davvero ateo» spiega. La storia di quegli anni, secondo il sacerdote, non è stata scritta correttamente. Si dimentica quanto di buono Mussolini ha fatto per l’Italia». “Mussolini...” “Presente!” Perché ricordare solo lui oggi? Semplice: «Ricordando lui si ricordano anche le vittime della Resistenza, i caduti della repubblica di Salò, le vittime delle foibe e della guerra in generale». «Benito Mussolini» grida Condorelli, e la chiesetta per un attimo trema. Un urlo, «Presente!», mentre all’unisono tutti alzano il braccio per un saluto romano. «E’ anche un bel gesto, Ave!» scherza padre Lo Curto, alzando il braccio anche lui.


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Catania/ Caos all'università

Maledetti Benedettini “E questo sarebbe un luogo di studio?” di Marco Urso GenerazioneZero

Monastero dei Benedettini di San Nicolò l'Arena. Catania. Un labirinto di stanze, corridoi, scale e di ampi spazi aperti, due chiostri, quello di levante e quello di ponente, un giardino pensile, quello dei “Novizi”, tante biblioteche. Un polmone di cultura e di storia. Dopo le leggi post-unitarie di soppressione degli Ordini e delle Corporazioni religiose, nel 1866, l'intero complesso passa alle istituzioni cittadine catanesi e viene utilizzato per svariate attività. Nel '77 la struttura va all'Università degli Studi di Catania che incaricò l'architetto Giancarlo De Carlo di pensare e di attuare un piano di recupero e di restauro. Oggi il Monastero come se la passa? Ha veramente trovato pace o subisce giornalmente delle piccole violenze? Una passeggiata di poche ore basta a farne un quadro. C'è una grande piazzetta alberata davanti al portone principale. C'è una rovina romana lasciata in rovina- perdonate il gioco di parole- e una selva di automobili e moto parcheggiate sopra i marciapiedi vicini alla struttura. E poi ci sono loro, i parcheggiatori abusivi. Poche volte l'anno, i proprietari delle auto escono di corsa dalla facoltà. "I sbirra ni stanu mittènnu i ganasci ndè roti" - una soffiata a un cellulare di un dipendente. Arrivano le volanti, fanno le multe e poi tutto ritorna nell'oblio. Entrando, di fronte alla porta, sorge un ponte, costruito su una vecchia strada romana, ornata da alcuni moderni monili di plastica. Tutt'intorno, le mura e la pace del Monastero. Il bianco della pietra calcare accompagna il nero lavico e il grigio del cemento, i bei balconi con sotto le scaramantiche facce di pietra bianca annerita, le finestre verdi, la bandiera dell'università quando è festa. Andando dritto, per l'ingresso centrale ai locali interni, si offrono agli occhi le linee dei decori murali, lungo le scalinate. Al primo piano, sotto i piedi, un paio di fi-

nestrelle sul pavimento attirano l'attenzione: cumuli di scatoloni, computer e stampanti di ere lontane, accatastati in piccole montagne. Una macchinetta blu futuristica impolverata e spenta da tempo in un angolo morto del corridoio, forse una specie di info point interattivo, simbolo di un futuro mai arrivato. Il corridoio è una galleria di estintori, rossi, con le etichette in mostra. Devono averne sperimentato l'efficacia i bravi ragazzi che la notte tra del 13 maggio hanno lavorato di fiamma ossidrica per scassinare un bancomat dentro la facoltà, vicino al quale hanno lasciato un impotente estintore. L'estintore e lo sportello mangiato dalle fiamme paiono un'opera d'arte moderna sembrano nature morte, come qualche scatolone con vecchie stampanti, vecchie scrivanie, tavoli, sedie e altri oggetti che abbelliscono il primo e il secondo piano. Giardino dei Novizi, secondo piano. Una torre in metallo (il D.I.S.Eur), con un ascensore non a norma attira la mia curiosità. Unica via per scalare la torre, le scale. Per i diversamente abili, penso, restano le ali di Icaro. Dalle scale, lo scenario: bellezza del monastero e del giardino, i suoi alberi e la sua terra sotto; immondizia, in uno spazio rettangolare attiguo all'ospedale Vittorio Emanuele. Giù dalla torre, proprio sotto l'osservatore: sedie, tesi, scatoloni, scaffali, schermi di pc, accatastati. Qualche studente prende della carta stampata. "Questo libro, sai quanto ti vale, poi?... Edizione limitata..." fa uno studente robusto, biondo e riccio, con fare scherzoso, indicando un testo malconcio. Alcuni si lamentano: "Guarda che fine che fanno le tesi!". Quasi non vale la pena buttarci sangue, nello studio, se poi finisce accatastato come letame. In un altro corridoio vicino alla discarica, armadi pieni di libri con le collocazioni, aperti a tutti: chiunque può rubarne uno. Lo spazio, giù dalla torre, quello confinante con il Vittorio Emanuele è un covo di ragazzini e partite di calcio improvvisate. Forse sono gli stessi simpatici giovani che, mesi addietro, salendo sull'auditorium dall'ospedale, hanno preso di mira per mesi gli ignari studenti che stazionano giornalmente nel cortile interno. Varie e ripetute sassaiole si sono succedute, a danno degli universitari: lanci di pietre, tegole, palloncini pieni d'acqua, uova e

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qualche pentola. Pallone, bambini teppisti, nessuno spazio ricreativo nel quartiere dell'Antico Corso, qualche cassonetto incendiato, qualche scippo. Qualcuno pensa che lo sgombro dell'Experia, il centro sociale che operava nel quartiere, sia alla base della decadenza. Trovare un bagno pulito ai Benedettini è davvero un'impresa. Le pulizie del personale addetto sono giornaliere ma l'inciviltà generale è degna del famoso artista Shpalman. Il sapone rosa può mancare dagli appositi contenitori anche per mesi e, magicamente, ricomparire, ma di colore verde, quando i chiostri accolgono qualche convegno. Probabilmente il sapone rosa dev'essere di minor qualità di quello verde. Grazie ai convegni, il sapone, i sacchetti sanitari per le donne, la carta igienica tornano nei bagni. L’acqua invece va a giorni alterni. C'è gente che si porta il sapone da casa, dimenticando un flacone sopra un lavandino. Un bagno femminile al primo piano è chiuso a chiave o riservato chissà a quale categoria. Le studentesse sono costrette ad andare in quello dei disabili. Ogni tanto spunta qualche siringa abbandonate in angoli un po' nascosti, vicino all'auditorium. D'altronde, la sicurezza, in senso lato, è un problema. I casi più eclatanti: a febbraio del 2011 una ragazza si è ritrovata davanti un maniaco che si masturbava, nel bagno delle donne; a maggio del 2012 un sedicente professionista del benessere ha tentato di molestare una studentessa col pretesto di un massaggio. Il personale della sicurezza è stato tagliato anni fa per mancanza di soldi e di contratti. "La verità è che nell'ordine c'è la noia frustrante dell'imposizione, mentre nel disordine c'è la fantasia esaltante della partecipazione" scriveva Giancarlo De Carlo ne L'architettura della partecipazione. Sicuramente ai Benedettini, di noia non si muore. Semmai di disservizi. L’abitudine a questi piccoli scempi è ormai l'unico atteggiamento degli studenti. Le tasse non diminuiscono, semmai aumentano anno dopo anno. Se il numero chiuso aveva fatto sognare per possibili miglioramenti ai servizi, oggi resta la rassegnazione. Non c’è più nemmeno la segreteria studenti nel plesso, ma è stata spostata in altri lidi, accorpata a quelle di altre facoltà.


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l libro degli autori di ScaricaBile, il “pdf satirico di cattivo gusto” che ha ridefinito su internet la soglia dell’indecenza con 32 numeri di puro genio e follia, centinaia di pagine maleducate, migliaia di lettori incoscienti. Da oggi lo spirito del magazine più scorretto d’Italia rivive nel libro “The holy Bile”, una raccolta differenziata di scritti e fumetti inediti su qualunquismo, castità, religione e sondini terapeutici. Un concentrato purissimo di anticlericalismo, blasfemia, coprofagia, incesto, morte, pedofilia, prostituzione, sessismo, sodomia, violenza e volgarità gratuite. In breve, uno specchio perfetto dell’Italia moderna, per chi non ha paura di guardare in faccia la realtà con le lenti deformanti della satira. Testi e disegni di Daniele Fabbri, Pietro Errante, Jonathan Grass, Tabagista, MelissaP2,Vladimir Stepanovic Bakunin, Eddie Settembrini, Blicero, G., Ste, Perrotta, Marco Tonus, Mario Gaudio, Flaviano Armentaro, Maurizio Boscarol, Mario Natangelo, Alessio Spataro, Andy Ventura.

erti fumetti non possono farli i radical chic col culo parato o gli intellettuali da salotto. Ci voleva un lavoratore emigrato come Marco “MP” Pinna, che si è bruciato due settimane di ferie per partorire la saga di Nicola, l’antieroe in tuta blu del terzo millennio. Un mondo precario dove Nicola lotta per salvare la sua fabbrica dalla chiusura, e scopre i trucchi più loschi con cui i padroni fregano le classi medio–basse. Più spericolato di Batman, più sfigato di Fantozzi, più ribelle di Spartacus e più solo di Ulisse: Nicola è il simbolo della nostra voglia di resistere alle ingiustizie. Contro di lui un padrone senza scrupoli e una famiglia senza vergogna, incarognita dalle mode più devastanti del momento. Uno spietato “reality show” a fumetti, un micromanuale di economia finanziaria, un prontuario di autodifesa sindacale ma soprattutto lo sfogo di satira rabbiosa di un “artista–operaio”. Ottanta pagine di sopravvivenza proletaria: astenersi perditempo.

a storia di Giuseppe Gatì, 22 anni, pastore per vocazione, produttore di formaggi per mestiere, attivista antimafia per passione. Il suo volto è salito agli onori delle cronache nel dicembre 2008 per la contestazione al “pregiudicato Vittorio Sgarbi”, che ha scosso la città di Agrigento al grido di “Viva Caselli! Viva il pool antimafia!” Con l’aiuto degli amici e dei familiari di Giuseppe, Gubi e Kanjano hanno scoperto gli scritti, le esperienze e il grande amore per la terra di Sicilia di questo ragazzo, che ha lasciato una eredità culturale preziosa prima di morire a 22 anni per un banale incidente sul lavoro. Un racconto a fumetti che non cede alle tentazioni del sentimentalismo e della commemorazione, per restituire al lettore tutta la bellezza di una intensa storia di vita.

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ISBN 9788897194002

ISBN 9788897194026

ISBN 9788897194019

ISBN 9788897194033


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Libero Grassi

Non sono pazzo Io mi ribello al racket

Tratto dalla grafic novel Libero Grassi (Cara mafia, io ti sfido) L. Biffi R. Lupoli R. Innocenti

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Storie

“Non aprire quella finestra” dajackdaniel.blogspot.it/

Un dialogo in Italia, al tempo della crisi di Jack Daniel

«Non aprire le finestre. Per piacere.». «Ma è tardi, ormai sono le sette e mezza. La sveglia ha suonato già da un quarto d’ora. ». «Non ho sentito nulla, è ancora buio.» «E’ buio perché ieri sera hai sigillato le tapparelle. Fuori è già giorno». «Non c’è nessun giorno là fuori. E’ ancora notte fonda». Silenzio preoccupato. «Ma stai bene?». «Benissimo. Ma ora riprendiamo a dormire, dai, la notte è ancora lunga e ho sonno. Tanto sonno.». «La notte non è lunga, è finita, è un nuovo giorno. Guarda la sveglia.». «Buona notte». «Ma io non ho sonno.». «Ah, soffri di insonnia? E da quando? Buona notte. Puoi leggere, se vuoi, non mi dai fastidio.». «Ma io non voglio leggere, è ora di colazione.». «Uno spuntino di mezzanotte, vuoi dire. Buon appetito. Io no, comunque, non ho fame.». Silenzio. «Stai, scherzando, vero?». «Io? Scherzando? No, assolutamente. E ora lasciami dormire, dai.». «Stiamo facendo tardi, questa storia è durata fin troppo.». «Non alzare le tapparelle, per piacere». «Hai paura della luce? Sei forse diven-

tato un vampiro?». «No, niente vampiri. Vedi? I canini sono normali. Puoi provare con l’aglio, se non ci credi. Buonanotte». «Piantala, dai. E’ ora di andare al lavoro, devi parlare con quello del Personale.». «No, non ancora. Ho appuntamento domani.». «Ma domani è … adesso». «Non ancora, è ancora notte.». «Sei stato convocato, è un colloquio importante…». «Tanto lo so già cosa mi dirà: mi consegnerà la lettera della cassa integrazione. Domani. Ci penserò domani.». «Vuoi che chiami il dottore?». «Perché? Non stai bene? E’ per l’insonnia?». «Io non soffro di insonnia.». «Non si direbbe. Hai pure fame.». «Sto benissimo, io.». «Mi fa piacere. Ma ora lasciami dormire, per favore.». «Non fare lo sciocco, ci sono mille cose da fare. Devi anche passare in banca.». «Non credo che siano aperte di notte, a quest’ora ci sono solo i bancomat.». «Lo so che non devi prelevare, devi parlare col Direttore, per quelle rate che scadono oggi.». «Non scadono oggi, scadranno domani.».

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«Come preferisci. Ma devi andarci a parlare. Se non le paghiamo rischiamo di perdere la casa.». «Oh sì, c’è l’ipoteca.». «Appunto, bisogna vedere se è possibile rinegoziare il mutuo.». «Sarà difficile.» «Proprio per questo devi andarci.». «Non me lo farà rinegoziare, lo so già.». «Comunque devi provarci, è l’unica cosa che possiamo fare.». «Sappiamo tutti e due che non servirà. Ma domani ci andrò lo stesso...». E cadde addormentato. Respiro profondo, quasi un russare. «Dai, devi arrivare presto al lavoro se vuoi uscire prima per passare in banca. E’ ora di alzarsi. Forza, finiamola con questa commedia. Comincio ad andare in bagno io. Tu ronfa pure per altri dieci minuti, se vuoi.». Coperte rialzate, passi scalzi sul pavimento. Acqua nel lavandino. E poi un rumore di carta, un frugare nel cestino. Silenzio. La porta del bagno che si riapre violentemente. «Ma quante ne hai prese?». Corsa verso il letto. Il respiro sempre più profondo, cupo. Di corsa, ancora, verso il telefono. Tre tasti, tre tasti soli pigiati con affanno «Un’ambulanza! Presto! Un’ambulanza!».


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1977

Giorgiana Masi

Studentessa Aveva diciotto anni e frequentava il liceo Pasteur di Roma. Quel pomeriggio del 12 maggio 1977 scese in piazza insieme alle compagne e al fdanzato per ricordare la vittoria del referendum sul divorzio, avvenuta tre anni prima. Il presidio, indetto dai radicali, violava il divieto di manifestare imposto dal Governo di Norma Ferrara e Michela Mancini, foto di Tano D'Amico I Sicilianigiovani – pag. 61


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Nonostante gli annunci di un sit-in pacifco, lo Stato rispose a quella manifestazione schierando forze dell'ordine come stesse andando in guerra: cinquemila agenti presenti nelle strade del centro storico in assetto antisommossa, in seguito si saprà “rafforzati” da molti altri “infltrati”. Da Largo Argentina dove era in corso una guerriglia, il lancio di candelotti aveva reso irrespirabile l'aria, percorrendo le vie interne si arrivava a fatica vicini a Piazza Navona dove verso le 18.00 del pomeriggio erano state le prime Molotov. Davanti ponte Garibaldi, invece, nei pressi di Piazza Belli, due ore dopo: la tragedia.

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Giorgiana Masi si trova nei pressi di piazza Belli, quando improvvisa parte una carica di polizia e carabinieri, preceduta da un lancio di lacrimogeni, da via Arenula. Pochi minuti prima tre grosse moto, secondo le testimonianze dell'epoca, arrivarono sul lungotevere degli Anguillara, all'angolo con la piazza verso la quale si sta dirigendo Giorgiana. Sopra ci sono tre vigili in divisa e uno in borghese, quest'ultimo scende dalla motocicletta, impugna la pistola e spara ad altezza d'uomo. Poco dopo, vicino a Piazza Sonnino, cadono a terra: Giorgiana Masi, colpita da un proiettile calibro 22 all'addome e una sua compagna, Elena Ascione, ferita a una gamba. Giorgiana, da terra, non si rialzerĂ piĂš. Al Tg della Rai il ministro dell'Interno, Cossiga, giurerĂ  che in piazza non vi fossero agenti in borghese armati. Le foto scattate quel giorno dai fotocronisti lo smentiranno solo poche ore dopo

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Non fu un caso che gli spari raggiunsero una donna, vollero colpire il movimento femminista. Le donne erano pericolose perché erano contro tutti i ruoli, contro il potere. Il governo le temeva , ma non era il solo: le donne non chiedevano potere ma diritti, in un mondo costruito dagli uomini. Chi sparò, avevo mirato sulle giovani studentesse perché era l'unico modo per essere certi di non colpire un collega. Gli scatti di Tano D'Amico, ma anche di altri, avevano documentato la presenza di uomini dello Stato “travestiti” da autonomi. Una ragazza moriva a soli diciannove anni: dopo trentacinque anni non si sa ancora chi sparò quel proiettile. Quel giorno lo Stato fu smascherato. Le foto scattate dai fotoreporter lo costrinsero ad ammettere che mentiva. Cossiga dovette ammettere che c'erano poliziotti in borghese in tutto il centro storico e che erano armati. Tuttavia, l'indagine che scaturì grazie anche a quelle foto, fu archiviata: “perché ignoti i responsabili”. Il delitto di Giorgiana Masi è ancora senza verità e giustizia.

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Politica

I senatori cavalli Un voto con il paraocchi, ordine di scuderia, come se i senatori fossero equini, discendenti diretti del loro leggendario collega, il senatore Incitatus, il cavallo di Caligola di Riccardo De Gennaro

È il voto che il Pd ha espresso in Senato a sostegno delle pensioni d’oro dei top manager del settore pubblico ai primi di maggio, dicendo no all’emendamento dell’Italia dei valori e della Lega che si opponevano alla riparametrazione delle pensioni degli alti burocrati di Stato (non tagli dunque, perché tagli e sacrifici sono richiesti soltanto a chi già guadagna una miseria, ma un vero e proprio aumento).

E così hanno votato per l’incremento delle pensioni d’oro del presidente dell’Inps o di quello di Equitalia, ad esempio, la “leonessa televisiva” dalemiana, Anna Finocchiaro, come il giuslavorista Tiziano Treu, che per primo diede il via alla flessibilità del mercato del lavoro, il suo collega Pietro Ichino, notoriamente più aguzzino con i precari dello stesso Treu, l’economista Nicola Rossi, che forse aspira a un posto da supermanager pubblico (si portava avanti), l’intramontabile Vincenzo Vita, noto a Trastevere per il gran numero di mani che riesce a stringere in una sola giornata. Ma il nome che colpiva maggiormente, proprio come un pugno, come lo scalciare di un cavallo, era quello del senatore Achille Passoni. Qualcuno si chiederà: Passoni, chi era costui? Ecco, Passoni era il braccio destro di Cofferati nella segreteria generale della Cgil, colui che per anni i cronisti sindacali hanno celebrato come l’Organizzatore, “l’uomo che è riuscito a portare tre milioni di manifestanti in piazza”, quell’indimenticabile 23 marzo 2002, quando sei immensi cortei confluirono al Circo Massimo per la più grande manifestazione di sempre. Era in ballo, anche allora, l’articolo 18,

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ma quante battaglie la Cgil di Cofferati e del “fido” Passoni avevano combattuto fino a quel momento contro le numerose riforme delle pensioni, a tutela dei trattamenti previdenziali delle fasce meno abbienti, a sostegno di una previdenza più equa? Tante, tantissime. L'ordine di scuderia Durante il voto per il benessere a lunga scadenza dei top manager statali Passoni le rinnegava tutte. L’ordine di scuderia era: sostenete il governo Monti! Poteva disobbedire Passoni? Sì, poteva. Tanto è vero che sette senatori del Pd hanno votato con l’opposizione. Faremo in modo che la cosa non si ripeta alla Camera, hanno pigolato Finocchiaro e “compagni” dopo che i nomi dei senatori-cavalli sono usciti. “Il governo non ripresenterà la norma sulle pensioni d’oro dei top manager”, ha aggiunto il sottosegretario Giarda. Ma quella macchia non si cancella e la più nera resterà per sempre sulla coscienza di un ex sindacalista che in un solo istante è riuscito a prendere a calci con i suoi zoccoli ferrati tre milioni di persone.


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Inter viste/ Nicola Tranfaglia

La notte della Repubblica Un libro-inter vista per tutti gli italiani che si sono svegliati una mattina in un Paese in cui non si riconoscono più. Il filo di cause e conseguenze è nascosto nella storia, in quella che non si dice e non si insegna a scuola

di Anna Petrozzi Antimafia Duemila

“Il nostro Paese avrebbe bisogno di interventi di governo efficaci e trasparenti sull’istruzione e sull’educazione civile degli italiani. Ci vorrebbero classi dirigenti fatte da persone oneste e competenti, ansiose di perseguire l’interesse generale e non i propri interessi privati o di gruppo. Ma per ora questi gruppi dirigenti in parte non esistono e comunque sono molto lontani dalla classe politica di governo”.

Perché appare così difficoltoso per il nostro Paese fare i conti con il proprio passato? La principale ragione probabilmente risiede nell’incapacità, tuttora persistente, di consegnare risposte convincenti alla pressante domanda di verità e giustizia che riguarda le tante, troppe stragi che hanno costellato il cammino della Repubblica. Ancora non sono state superate quelle resistenze che ci impediscono di individuare le responsabilità politiche e sociali, spesso gravi, che hanno determinato quella che oggi appare una moderna regressione agli schemi del passato. Bisognerebbe avere, tanto per cominciare, l’onestà intellettuale di rivedere alcuni passaggi cruciali che oggi siamo in grado di ricostruire grazie a una nuova documentazione storica e quindi di affermare pubblicamente che la storia politica del nostro Paese non è stata, negli ultimi settant’anni, né lineare né autonoma. Entità parallele a quelle legittimamente deputate ad agire in nome del popolo italiano ne hanno condizionato l’andamento per soddisfare volontà che non erano quelle espresse dai cittadini attraverso il voto. Cosa intende per entità? Nella mia attività di studioso e di storico ho potuto accedere, nel corso degli anni, a molti archivi italiani e stranieri e consultare migliaia di documenti ufficiali de-secretati che mi consentono di identificare, con questa definizione di entità, quelle agenzie repressive dello Stato pubbliche e private, associazioni più o meno segrete come la massoneria e le organizzazioni criminali di tipo mafioso che, in determinati momenti della storia repubblicana, hanno saldato la loro azione per una sostanziale convergenza di obiettivi.

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In che modo hanno svolto la loro influenza? Ricorrendo per lo più all’intimidazione e alla violenza, facendo leva sui timori degli italiani, nel primo dopoguerra, agitando lo spettro di un nuovo conflitto con tutto il suo peso di sofferenza e in seguito, minacciando lo stato di benessere conquistato negli anni dell’espansione economica e sociale. Certo, se non vi fossero state ampie complicità istituzionali, come invece è stato appurato anche in sede giudiziaria, forse questi soggetti non avrebbero avuto possibilità di interferire così facilmente. Ma molti politici e altri esponenti delle classi dirigenti, al contrario, seppero intuire con pieno tempismo e sfruttare sapientemente la direzione del vento che ispirava queste entità e ne hanno tratto prestigio ed enormi vantaggi economici. Piani di destabilizzazione controllata A volte lasciando fare, altre assumendo atteggiamenti di sottovalutazione, molte altre partecipando direttamente a piani specifici di destabilizzazione controllata. Cioè facendo sì che un caos provocato ad arte avesse come effetto il mantenimento dello status quo, accettato da tutti come il minor male possibile. Nel nostro Paese si ha la tendenza a delegare al solo giudizio penale l’unica facoltà di determinare responsabilità che invece vanno ben oltre quelle emerse dalle sentenze. Quindi, da quale punto di vista abbiamo analizzato questa storia dell’Italia repubblicana? Le vicende storiche che si sono svolte soprattutto negli anni '60 e '70, con l’ascesa delle mafie da una parte e poi con la stagione dei terrorismi e delle stragi dall’altra, hanno generato una confusione


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“Imparare la Costituzione e realizzzarne i principi”

a causa della quale si pongono sullo stesso piano il giudizio penale, risultante dei processi, il giudizio politico immediato e quello storico. Io credo che si possa parlare chiaramente di una colpa delle classi dirigenti italiane in cui tutti i vecchi partiti hanno una parte di responsabilità, ovviamente in misura superiore per coloro che sono stati più tempo, e con maggior potere, al governo. In primo luogo dobbiamo riferirci al partito cattolico che ha molto a lungo governato e ha intrattenuto rapporti stabili, per esempio, con le associazioni mafiose (come ormai è storicamente accertato), ma anche a quelle forze di destra come i monarchici e il Movimento sociale italiano che sono emerse a livello parlamentare dal 1948 e che hanno acquistato particolare peso nel ‘94, quando Berlusconi ha fatto il suo ingresso in politica e sono tuttora al potere. Il giudizio storico riguarda determinati gruppi dirigenti delle classi sociali come, ad esempio, quella degli imprenditori che, per i propri fini, hanno collaborato con i governi di centro e di destra o anche gran parte dei giornalisti che non hanno saputo espletare in maniera corretta il loro mestiere, perché troppo legati ad assetti proprietari concentrati a difendere quegli interessi, espressione delle maggiori forze politiche di governo e delle loro partecipazioni industriali. Questa è decisamente la notte della Repubblica, ma un detto dice che «più buio di mezzanotte non può fare»… Purtroppo devo dissentire. Potrebbe fare ben più buio se la Costituzione repubblicana venisse distrutta e ci ritrovassimo con un presidenzialismo autoritario retto da Berlusconi o da un altro personaggio della destra peggiore.

Sarebbe la fine completa della democrazia e avremmo un ritorno a un autoritarismo persino peggiore di quello fascista. La situazione potrebbe quindi anche peggiorare. Forse si potrebbe arrestare la discesa in picchiata se qualcuno dei tanti che hanno retto il potere per tutto questo tempo si decidesse a dire la verità. È un’evenienza molto improbabile. Finora alcuni uomini delle classi dirigenti hanno consegnato solo minuscole porzioni di verità quando ormai non potevano avere nessuna influenza sulla politica di oggi. Hanno continuato a non raccontare La maggior parte dei personaggi importanti della politica – per esempio Mariano Rumor, che è stato presidente del Consiglio più volte e, in fondo, lo stesso Andreotti – hanno continuato a non raccontare cosa è veramente successo, nemmeno alla fine della propria carriera o addirittura prima di morire. Oppure, come faceva Cossiga, elargiscono racconti di grande cinismo e di distacco dalla realtà dopo che sono stati implicati in vicende di enorme gravità. Noi non abbiamo mai avuto una confessione da parte dei potenti in Italia che si assumessero la responsabilità reale degli errori commessi, né tanto meno il coraggio di svelare tutti quei misteri rimasti tali. Quindi non disponiamo di nulla di significativo grazie al quale gli italiani potrebbero cambiare opinione rispetto al concetto negativo che hanno della politica e questo è un fatto di per sé preoccupante. Più la politica viene impersonata da chi non crede in nulla e più abbiamo classi dirigenti di scarso livello.

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Se queste sono le classi dirigenti, cosa dovrebbero fare gli italiani non disposti a cedere per invertire la tendenza? Io non voglio mettere tutti sullo stesso piano. Credo che vi siano ancora personalità sane che possano unire le forze di opposizione e compattarle per raggiungere il primo obiettivo di sconfitta di questi potentati racchiusi nel berlusconismo. Occorre naturalmente che si formuli un programma fondato su tre cose principalmente: una ripresa economica responsabile, l’istruzione nella scuola e nelle università, la ricerca scientifica e una massiccia iniezione di educazione civica in tutti gli italiani, tale da metterli in condizione di conoscere a fondo e difendere la Costituzione per respingere l’attacco delle mafie e dei vari poteri occulti connessi. L’ultimo pensiero deve essere rivolto ai giovani. Cosa direbbe a chi, alla fine di questo libro, dovesse sentirsi spinto a raccogliere il consiglio di andare all’estero che oggi giunge da più parti? È vero, il nostro è un Paese difficile e siamo in una fase particolarmente delicata. Ma proprio per questo i giovani devono restare qui, imparare la Costituzione e abbracciarne i principi come una bussola per la vita. E combattere perché si realizzino. Io non me ne sono andato anche quando da giovane ne ho avuto la possibilità perché invitato negli Stati Uniti e in altri Paesi europei, e, come me, molti altri sono rimasti qui a dare il proprio contributo per migliorare il Paese. Restate, studiate, resistete e lottate per la società che volete. Questo è il mio consiglio. (da “La colpa. Come e perché siamo arrivati alla notte della Repubblica”, Dalai ed.)


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Società

Quando il femminismo disse sì al potere Ricordate quegli anni felici in cui eravamo tanto disgraziati, come direbbe Dumas, e si proclamava che quello che era personale era politico? di Natalia Fernández Díaz

Bene. Aggiungere a tale agrodolce domanda retorica – più un’evocazione blindata alla malinconia che una semplice domanda - che è passata molta acqua sotto i ponti diventa soltanto un cliché dolorosamente reale. Erano gli anni ‘70. Nelle radio suonava l'inconfondibile voce di Barry White cantando “Eloise”, e un altro gruppo, il cui nome si è dato alla fuga nella mia memoria, immortalò il grande successo “Rock you baby”.

Un anno delle donne, il 75, se non mi sbaglio; Erica Jong scioglieva le gomene dei suoi fantasmi in “Paura di volare” e Susan Brownmiller pubblicava un classico femminista che in italiano si intitolò “Contro la nostra volontà”, con una chiara intenzione di diventare manifesto. In quegli anni si presentavano ottime condizioni per permettere alla dignità di guadagnare uno spazio nell'inventario di aspirazioni e nella vita. Il coraggio faceva a modo suo –una forma di coraggio che disprezzava il bavaglio- e dunque mettere il dito sulla piaga era un gesto naturale e che onorava coloro che lo facevano. Ma qualcosa dovette succedere frattanto – oltre all'acqua sotto i ponti e ai molti pugni di malinconia orfana di bussola perché ora non ci siano più dita che vogliano toccare piaghe – adesso asettiche. Il tatto del denaro offre piaceri più intensi che la perversione di affondare in quegli elementi pustolosi. Il potere? Nella canapa indiana Questo lungo meandro per arrivare ad una riflessione sul feminismo e, ancora meglio, sulle femministe. Da quelle che credevano che il sonno della canapa indiana fosse il cielo del potere che dovevano conquistare a gomitate, a quelle che lottarono in buona fede per una causa giusta e per una libertà che allora era impossibile confondere con l'ignominia. Chiedo scusa per l’analisi disincantata, ma quest’insospettata polisemia della li-

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bertà mi impedisce di analizzarla con rigore. E non è neanche su questo che io voglio parlare.Ciò su cui vorrei davvero riflettere è il cammino percorso da quando il femminismo cessò di essere un discorso periferico e marginale per diventare un gatto domato al servizio del potere, ovvero, per convertirsi in femminismo di stato. Femminismo di Stato Noi donne non abbiamo avuto fortuna nelle riffe della dignità; uomini zoticoni e religioni di diverso segno si sono disputati il nostro futuro e la nostra educazione; siamo state schiave della nostra biologia e la legge ci ha confinate ai minorenni fino a tempi molto recenti. Cosicché la dignificazione era un processo necessario. Ma l'insulsaggine ideologica degli anni ‘80 e la globalizzazione dei ‘90 hanno dato una svolta alle cose. Negli ‘80 il vuoto ideologico, unito ai sensi di colpa imposti dalle forze patriarcali, la debilitazione naturale e la paura storica, così come il bisogno di venire a patti con l’insorgenza femminile e femminista che acclamava di voler scambiare i panni delle sguattere con la presenza nel mercato del lavoro, facilitarono la transizione verso un femminismo di stato in cui adesso siamo comodamente impoltroniti, e la cui realizzazione è limitata dall' incombustibile spinta della correzione politica e dall'ansia dell’europeismo cosmopolita.


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La globalizzazione aggiunge, però, un dettaglio ancora più preoccupante: spinge a volgere lo sguardo verso la dimensione locale, cosicché gli argomenti sulla donna interessano nella misura in cui riguarda il quartiere, la famiglia, il corpo e la tasca (un fatto che presumibilmente accadrà quando la violenza contro le donne sarà formalmente dichiarato un problema di salute pubblica). Cercando acqua potabile In una conferenza su donne ed aggressioni indirizzata ad un pubblico costituito da genitori di alunni adolescenti, quando dissi che une delle realtà più brutali era che l’85% della popolazione mondiale femminile passa 24 ore al giorno cercando acqua potabile, le madri mi risposero che il problema non le riguardava. Allora capii: naturalmente, il loro problema erano le figlie violentate dal futuro marito o vittime di insinuazioni oscene sul lavoro. L'adesione malaticcia al quartiere, alla casa come patria, senz’altro ci inabilita per la solidarietà, giacché la solidarietà richiede una proiezione etica che lo spirito ristretto di quelle madri pusillanimi non potrebbe mai avere. Ma l'Africa è così lontana L’Africa è tanto lontana… che ce ne frega? Ci interessa l'uguaglianza, certo, ma a casa nostra. Effetti collaterali della globalizzazione.

Ma l’aspetto più inquietante è che quelle che si definiscono femministe applichino gli stessi sistemi di esclusione che di sicuro avranno passato anni a tentare di combattere. L'industrializzazione capitalista significò la nascita di un'elite basata sul benessere e il potere. In tale distribuzione la donna guadagnò un certo benessere e rimase esclusa del potere. Adesso il problema del potere è risolto, e il benessere ora non è solo uno status ma un argomento di stato. Stato di benessere a costo di grande malessere. In questo momento non bisogna lottare: il potere acetta di buon grado che un certo femminismo mansueto si accordi con il bagliore delle sue file più progressiste. Un certo femminismo mansueto Sarà forse perché le armi del debole sono armi deboli, come afferma Lucien Bianco? O piuttosto succede quello che si denominerebbe, in una sociologia un pò casalinga, “la forza della struttura” che spiega, da un lato, il fenomeno per il quale i dominati applicano ai loro rapporti categorie create dai loro dominatori e, dall’altro, la sconfitta che con magistrale splendore descrive Mary McCarthy nel suo libro “Il gruppo”, con quelle donne relitti di molti naufragi e destinate alla frustrazione irrevocabile. So bene che sto distruggendo il festival trionfalistico che tutti sperimentiamo con ubriachezza crescente: il peggio che si può fare in tempi di frivolezza gioiosa è la parte del guastafeste, ma credo anche -

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con la fermezza di chi si ostina, malgrado tutto, a pensare che fra tanta mendacia si dobrebbe avere un’intenzione, se non buona, almeno meno brutta- che se il sonno della ragione produce mostri, quello del torto produce carne macinata per i cani e tutti, volenti o nolenti, finiamo per divorarne un pezzo ed alimentarcene. Il sonno del torto genera massacri Mi si obietterà che non è così grave, che le donne di oggi siamo bene rappresentate. Sono d'accordo, si potrebbe persino aggiungere, senza timore di sbagliare, che siamo sovra-rappresentate, ma quella rappresentazione non parte più dalla critica ma dall'autocompiacimento, cosicché questo femminismo rappresentativo rappresenta sé stesso, logicamente d’altra parte, poiché è cresciuto all'ombra di un'idea della democrazia che alla fine rappresenta sé stessa davanti ad un argento vivo immaginario. Questo nuovo classismo esibito dal potere appena inaugurato, questo totalitarismo di una discriminazione velata e dell'eufemismo facile, questa democrazia limitate dalle sue stesse bugie ed incapacità… ci causerà più preoccupazioni. E parlare di dignità sarà un gioco ormai vecchio e scomodo, il sintomo più puro del cinismo.


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Cinema

Ritorno a Montelepre Rosi, Giuliano, Iliade della Sicilia grama Montelepre, 1961. Salvatore Giuliano è morto da undici anni. Da diverso tempo un giovane regista napoletano, Francesco Rosi, ha in animo di girare un film sul bandito... di Luciano Mirone

Un ostacolo deve superare: la diffidenza degli abitanti. Che vivono in modo lacerante quel ricordo. Da un lato il mito di Robin Hood che “toglieva ai ricchi per dare ai poveri”. Dall’altro l’incubo per le repressioni, l’uccisione di decine di carabinieri, il coprifuoco, la strage di Portella della Ginestra. Nella primavera di quell’anno la LuxVides-Galatea di Franco Cristaldi manda in Sicilia Tullio Kezich -giovane giornalista che aveva collaborato ne La dolce vita- per svolgere un’indagine sugli usi, sui costumi, sulle abitudini dei siciliani ai tempi di Giuliano. In un mese Kezich riempie decine di taccuini, parla con tantissime persone, gira da cima a fondo quei posti. Nel piccolo paese palermitano

Il film lo vuole girare negli stessi luoghi dove si è svolta la storia, raccontandola fedelmente attraverso la recitazione della gente del posto. Rosi, regista di grande impegno civile, ha studiato nei minimi dettagli la vicenda, ne conosce molti lati oscuri, compresi gli stretti legami fra il banditismo, la mafia e la politica, e vuole fare conoscere certe verità attraverso il grande schermo.

Il film che Rosi ha in mente non vuole essere una biografia sul bandito di Montelepre, ma la ricostruzione di una storia che, pur svolgendosi in una Sicilia molto povera, ha collegamenti con gli alti vertici della politica nazionale ed internazionale. Intanto anche il regista arriva nel piccolo paese palermitano, incontra il sindaco Giovanni Provenzano, e concorda con lui un incontro pubblico per esporre il progetto. Alla riunione partecipa tutto il paese. Oltre al primo cittadino, sono presenti il prete, il maresciallo e il tenente dei carabinieri, il presidente del Circolo dei civili che ospita il dibattito. In sala ci sono momenti di tensione: la

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gente ha il timore che di Montelepre si possa continuare a dare un’immagine negativa. Rosi rassicura. Nessuna forzatura. Solo la verità dei fatti ripresa dagli atti giudiziari e dalle testimonianze orali. Da quel momento tutti sono disponibili a collaborare. Alcuni anni prima il regista napoletano aveva recepito la lezione neorealista di Luchino Visconti, del quale assieme a Franco Zeffirelli era stato aiuto regista ne La terra trema, ambientata nel borgo marinaro di Acitrezza, vicino Catania. Una lezione che prevede la recitazione “verista” della gente del posto. A quell’esperienza Rosi si ispira per girare Salvatore Giuliano. Il film successivamente verrà scartato dal Festival di Venezia per il carattere “documentaristico”, ma farà incetta di riconoscimenti altrove (fra gli altri: Orso d’argento a Berlino, Grolla d’oro a St. Vincent, Premio della stampa estera, Nastro d’argento) e riapre il dibattito in parlamento e sugli organi di informazione. I vicoli diventano il set del film Le piazze e i vicoli di Montelepre diventano il set naturale del film, così come il monte Sàgana, rifugio preferito di Turiddu, Portella della Ginestra, e la casa dell’avvocato De Maria, a Castelvetrano, nascondiglio del bandito negli ultimi giorni di vita, con il famoso cortile dove il “re di Montelepre” fu trovato disteso per terra, ormai senza vita. Gli unici attori professionisti sono l’americano


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“La proprietaria per la paura ruppe la tazzina”

Frank Wollf (Gaspare Pisciotta) e il grande Salvo Randone (presidente della Corte d’Assise di Viterbo). Salvatore Giuliano viene interpretato dal giovane tranviere palermitano Pietro Cammarata, il quale non appena viene contattato chiede: “Ma un cci ‘nnè fimmini?”. Da allora sono trascorsi cinquant’anni. Diverse persone del paese che parteciparono al film, o che ne furono testimoni, sono morte. Riusciamo a comporre il mosaico con quelle rimaste e con alcuni giovani che raccontano ciò che hanno appreso dai più vecchi. Soffermarsi sull’opera di Rosi senza scivolare nella storia reale diventa inevitabile. Come è inevitabile, malgrado le apparenze, non accorgersi di certe ferite ancora aperte, soprattutto fra la gente anziana. Basti pensare che durante le riprese vennero uccisi una comparsa del film e il boss Nitto Minasola, coinvolto nell’affaire Giuliano. Stradine di pietra e case basse Oggi troviamo una Montelepre con palazzi a quattro o cinque piani decisamente diversa rispetto al paesino con le stradine di pietra e le case basse che nel ’61 furono riprese dalla macchina da presa. In questi anni il cemento ha “globalizzato” anche questo paese di 7mila abitanti in provincia di Palermo. Nel bellissimo municipio allora adibito a quartier generale del Corpo di repressione banditismo, incontriamo il settantaduenne Vincenzo

Norvese. Ha fatto il duro in diverse pellicole girate in Sicilia. Quarant’anni fa i suoi zigomi appuntiti e il suo volto scavato ricordavano il giovane Pasolini. “Ventimila lire al giorno” “Salvatore Giuliano fu la prima opera alla quale partecipai”, dice. “Fui scelto mentre giocavo a carte in un bar, entrarono Francesco Rosi, l’operatore Pasquale De Santis, l’ispettore di produzione Bruno Sassaroli e il fratello di Gaspare Pisciotta, che li accompagnava. Il giorno prima avevo saputo che cercavano degli attori. Mi presentai e mi dissero: vaffanculo. Quando Rosi mise gli occhi su di me gli risposi per le rime. ‘Cosa è successo?’. Gli spiegai il fatto. ‘Non ci pensare, domani presentati di nuovo’. ‘Quanto mi date?’ ‘Ventimila lire al giorno’. Quei soldi mi servivano. Vendevo stracci americani, robe vecchie, allora la gente era molto povera e comprava queste cose. All’inizio feci la parte del bandito Nunzio Badalamenti, poi siccome me la cavavo, fui promosso sul campo: Nino Terranova, uomo di spicco della banda. Il vero Nino Terranova era mio cugino, un bravissimo ragazzo, come tutti gli uomini di Giuliano, compreso Turiddu, che aveva fatto il militare con mio fratello”. “Un giorno andammo a Palermo per girare la scena di un sequestro di persona. Passammo da Altofonte armati fino ai

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denti. Scendemmo dalla Balilla ed entrammo in un bar. Ordinammo tre caffè. La proprietaria per la paura ruppe le tazzine. A un certo punto ci vide un brigadiere dei carabinieri. Pensava che fossimo dei banditi e scappò”. - Signor Norvese, cosa le è rimasto del film? “Comprai la casa ed aprii un emporio fornito di tutto. Se non fossi stato analfabeta, avrei sfondato. Un giorno mi arrivò un telegramma di Dino De Laurentiis: caro Vincenzo, vorrei sapere se conosci la lingua inglese per girare Sacco e Vanzetti in America. Dovetti rinunciare a novanta milioni e ad una carriera bellissima”. “Il primo film della mia vita” Nella parte alta del paese c’è la casa di Giuseppe Sapienza, 78 anni, che nel film fa il bandito: sul grande schermo si vede con il mitra in mano, intento a pagare un pastore per ottenere delle informazioni importanti, e poi nell’aula del tribunale di Viterbo per rispondere dell’accusa di aver partecipato alla strage di Portella della Ginestra “A quel tempo lavoravo in campagna con gli animali e portavo il vino a San Martino delle Scale. Fui contattato e partecipai al film. Il primo della mia vita. Non pensavo che negli anni successivi avrei fatto parte del Gattopardo e che avrei fatto il padre della Cardinale in Corleone di Pasquale Squitieri”.


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“La vita continua, nonostante tutto”

Fra i vicoletti del paese c’è lo studio di Totò Chiaramonte, un fotografo di ottantacinque anni che nell’ultimo sessantennio è stato testimone prezioso di molti eventi svoltisi in quella zona. Nell’archivio ci sono decine di immagini del vero Salvatore Giuliano, e di parecchie foto scattate durante la lavorazione del film: Francesco Rosi che parla con gli attori; Francesco Rosi che si intrattiene con i suoi ospiti più illustri (specie con Marcello Mastroianni e con lo scrittore Carlo Levi); Francesco Rosi che scherza con ‘u tammurinaru prima della scena in cui viene annunciato il coprifuoco (“Sintiti sintiti sintiti, per ordine del comando militari…”). Portella: i luoghi della strage “Rosi era molto disponibile”, ricorda Chiaramonte, “vide le foto di Giuliano e restò favorevolmente impressionato, così mi fece fare il fotografo di scena”. Lasciamo Montelepre e ci avviamo verso la Valle del Belice con i suoi vigneti e i suoi bagli di pietra gialla. Attraversi i paesini che dal ’43 al ’50 furono sotto il giogo di Giuliano, arrivi a Portella della Ginestra inondata di luce, con l’ampio pianoro erboso dominato dalle montagne Palavet e Kumeta. Qui il primo maggio del ’47 undici contadini furono trucidati dalla banda Giuliano e dalla mafia in occasione della festa del lavoro. Qui Rosi ricostruì magistralmente le scene della strage. Pochi chilometri più

in là ecco Piana degli Albanesi. Sulla via principale c’è la Camera del Lavoro che negli anni Quaranta e Cinquanta fu luogo di riunioni memorabili per l’organizzazione delle rivolte contadine. Nel ’61 in questa sezione molte comparse furono ingaggiate per partecipare al film. “Tu fai il carabiniere” Francesco Tàlia, 77 anni, fu una di queste. Una di quelle persone che quattordici anni prima era scampato alla strage vera. “A selezionarci fu una donna. Mi diede una divisa: ‘Tu fai il carabiniere’. Mi portò a Portella dove incontrai un carabiniere vero, osservò i miei gradi e disse: ‘Sono nuovi di zecca, me li regali?”. Francesco Guzzetta, 53 anni: “Avevo nove anni quando partecipai al film. Tutta Piana prese parte alla ricostruzione della strage. La gente volle essere presente per esprimere la propria indignazione e per dare la propria testimonianza. Quelli che il primo maggio del ’47 erano stati a Portella tornarono in occasione del film, a cominciare dal segretario della Camera del lavoro che nella pellicola faceva l’oratore ufficiale della manifestazione”. Ultima tappa del viaggio, Castelvetrano. Testimone d’eccezione, l’avvocato Gregorio Di Maria, personaggio-chiave della storia e del film, per aver dato ospitalità a Giuliano nella casa di via Manno-

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ne dove nella notte fra il 4 e il 5 luglio del ’50 il bandito fu ucciso nel sonno dal cugino Gaspare Pisciotta. “La casa era ottocentesca” “Nel ‘61”, ricorda Di Maria, “vivevo ancora in quell’abitazione. Rosi venne a Castelvetrano, mi avvicinò e mi parlò del lavoro che voleva fare. Gli misi a disposizione la casa e gli feci da consulente. Non ebbi alcuna diffidenza a collaborare con lui, anzi me ne sentii lusingato. Mi ispirava fiducia, ebbi la sensazione immediata di trovarmi davanti ad una persona perbene. La casa era ottocentesca ed apparteneva a mia madre che l’aveva ricevuta in eredità. C’è un primo piano con delle volte affrescate di bianco, i pavimenti decorati, le ampie stanze. Io nacqui lì e lì vissi per tanti anni. Nel ’65 fui costretto a venderla”. “Fui costretto a vendere tutto” Il volto di Di Maria diventa improvvisamente triste: “Dopo la cattura di Giuliano fui portato all’Ucciardone e subii un processo che durò 14 anni. Fui costretto a vendere tutto. Da allora mi imposi di non guardare al passato e di non avere rimpianti. Ci sono molti ricordi legati a quella casa, ma non voglio parlarne. La vita continua, malgrado tutto”.


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Storia

Ventiquattro garofani rossi Una luce su Mafiopoli di Elio Camilleri

- Desidera? - Avete dei garofani - Certo, quanti ne vuole? - Una ventina, anzi ventiquattro, grazie. - Di che colore li vuole? - Rossi, sì, ventiquattro garofani rossi; ecco dieci euro, bastano? - Certo, adesso le do il resto Aveva contato ventiquattro garofani rossi, ne aveva accorciato un po’ il gambo e li aveva stretti in un mazzo, in un bel mazzo di garofani rossi che faceva piacere a vederlo. Il negozio di fiori era alle spalle della casa di don Tano Seduto, io e Giovanni ce ne tornavamo dai ragazzi e da Maria Luisa per portarli sulla tomba di Peppino.

Tano Seduto e ripercorrere i cento passi fino alla casa di Peppino, dove ci aspettano Maria Luisa e i ragazzi: cento passi e il ricordo di ventiquattro anni di processi, di delusioni, di silenzi, di solitudine e di rabbia e di tutto il contrario. Ascoltavo il racconto di Giovanni e, percorsi i cento passi, giunti a casa di Peppino, ritrovati i ragazzi e Maria Luisa ho rivisto tutto il racconto negli occhi di mamma Felicia, nei suoi occhi tanto piccoli, quanto ancora vivaci ed attenti. - Ha visto, mamma Felicia, quanti amici ha Peppino? - E’ vero, è vero, ma hanno sbagliato. Hanno sbagliato, cosa, chi ha sbagliato? - Hanno sbagliato ad ammazzarlo a Peppino.

- Hai preso ventiquattro garofani rossi per Peppino – mi ha detto Giovanni; - Sì, uno per ogni anno ..., uno per ogni anno che abbiamo dovuto aspettare per ottenere verità e giustizia. Il sole riscaldava e accendeva una luce forte su Mafiopoli, stavo meravigliosamente bene, sentendo quasi addosso quel bel mazzo di garofani rossi che tenevo stretto a me mentre ascoltavo Giovanni che mi raccontava delle migliaia di ragazze e ragazzi che aveva incontrato nelle scuole per parlare di Peppino. Eccoci passare davanti alla casa di don

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Era ed è questo, sarà sempre questo il pensiero dominante di mamma Felicia, dominante rispetto a tutto quello che è venuto dopo, rispetto a quello che è accaduto anche oggi, in questa calda giornata a Mafiopoli: piccola, curva, fragile nonnina, a vedersi, certo, ma ascoltarla, guardarla negli occhi, stringerle la mano, sentire il tono della sua voce è come assistere ad un prodigio, perché mamma Felicia la senti grande, forte, indistruttibile. Dobbiamo lasciarla perché dobbiamo portare i fiori a Peppino, troviamo subito la tomba: è in una cappella appena dentro il cimitero sulla destra. Cammina ed abbozza un sorriso Eccolo Peppino nella foto più diffusa, jeans e felpa neri mentre cammina e abbozza un sorriso. Voglio che tutti i ragazzi entrino nella cappella per leggere quello che c’è scritto sulla lapide. Non devo fare molta fatica, in verità, le ragazze e i ragazzi entrano, leggono i messaggi che altre ragazze e ragazzi avevano lasciato, ne scrivono e ne lasciano altri e tutti, alzando gli occhi sulla parte sinistra della cappella, leggono incise sul marmo bianco della lapide queste parole: “Peppino Impastato militante e rivoluzionario comunista assassinato dalla mafia democristiana” Fuori dalla cappella Giovanni, Maria Luisa e i ragazzi parlano di don Tano Seduto, della mafia, di libertà e di giustizia, dentro la cappella, dietro una lapide di marmo bianco e un vaso con ventiquattro garofani rossi riposa Peppino. Siamo e ci sentiamo vicini a Peppino, alla sua storia e alla sua guerra, che è anche la nostra storia e la nostra guerra.


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Storie e altre storie

Un quartiere Lo stralcio di un racconto che va avanti da molti anni: una città, un quartiere, persone che ci vivono dentro. E che vivendoci esplorano città, altri esseri umani, la propria vita... di Fabio D'Urso

Un quartiere si può osservare in tanti modi, ma soltanto la notte si possono rilevare e mettere a confronto con il resto della giornata, alcuni particolari che durante il dì non si possono notare. Il colore della casa, i chiaroscuri, i silenzi e i rumori delle macchine che salgono la via del Redentore, questa notte, a Franco sembrano elementi da non trascurare; l’umidità gli entra nelle ossa, il suo corpo è caldo, e la febbre addosso, a lui dà la sensazione di formare un vestito che lo copre dal freddo; mentre cammina, comincia a sudare, guarda l’edicola e pensa che la mattina non ha comprato il giornale, allora si chiede improvvisamente se fosse successo qualcosa che lui deve effettivamente sapere. E gli viene in mente la prima notte Poi ritorna alle strade del quartiere e gli viene in mente la prima notte che le aveva attraversate con suo padre, quando era bambino; di allora si ricorda quelle ville, come abitazioni molto grandi rispetto alle loro dimensioni reali. Suo pa-

dre avrebbe voluto che lui si trasferisse in un'altra città; lui invece, dopo la sua morte aveva chiesto a se stesso di poter ritornare nel quartiere della casa in campagna di suo nonno. Clackson come tamburi Allora non avrebbe pensato che quella via dopo gli anni Sessanta sarebbe stata edificata da palazzi a quattro e a cinque piani, che avrebbero sovrastato le vecchie ville dell’inizio del novecento, com’era quella che lui aveva ereditato. “Tutto differente” pensa Franco. “Adesso che i palazzi sovrastano il tessuto urbano antico, illuminano la strada, con le loro luci che escono dagli infissi degli appartamenti, durante tutta la sera”. Questa notte, la stessa via del Redentore ha per uniche luci i fari delle macchine; ha piovuto, e la viabilità si è trasformata in un fiume, mentre le macchine di piccoli onnipotenti si sono fermate una dopo l’altra, e coloro che guidano, suonano i clacson come tamburi, con l’intolleranza di chi vuole ritornare a casa.

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Durante la serata, il traffico si delinea; restano alcune macchine ferme vicino al marciapiede, e qualcuno é ritornato con un’altra macchina a riprendersi quella lasciata lì, dopo ore di nubifragio. Franco ha l’impressione di stare ritornando da un lungo viaggio, con le ossa fracassate dalla fatica mentre si avvicina a casa sua, il chiaroscuro delle case, nel contesto della sua abitazione, adesso emerge nitidamente. Per la felicità del ritorno La sensazione di stare portando tutto il peso del suo corpo fino a casa non gli fa trascurare tutto quello che vede. Apre il portone della villa e il cane va verso lui ululando per la felicità del ritorno del suo padrone, si accuccia ai suoi piedi, allora Franco si china e fa come se gli dicesse qualcosa. Il cane si acquieta, entra a casa e lui se lo porta fino alla stanza del secondo piano vicino alla terrazza. Il cane gli rimane vicino.


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Musica

“Suonerò fino a farti morire” i

E' il titolo del CD di Fausto Mesolella, il primo che esce a suo nome, dopo tanti anni di miltanza negli Avion Travel e innumerevoli collaborazioni con altri artisti di Antonello Oliva

Il disco costa 15 euro ed è di quelli che mettono in pace l’animo. Forse non è facilissimo trovarlo, ma è davvero molto bello e vale la pena cercarlo. Contatti utili possono essere www.editricezona.it e info@editricezona.it. Un altro CD non meno interessante, quindi anch’esso non facile da trovare nei negozi, si intitola “Molto più di un buon motivo” ed è di Lu Colombo, una tipa interessante che qui canta le canzoni di Joaquin Sabina, un poeta e cantautore andaluso famosissimo in Spagna ma praticamente sconosciuto da noi. “Da una lettera di Marcos”

Chissà se è così, ma è bello lo stesso immaginare che Mesolella non abbia avuto fretta, e che si sia deciso solo quando ha ritenuto di avere realmente qualcosa di suo da dire. In tutto questo parlare a vanvera sarebbe una bella novità. Si tratta di un lavoro per sola chitarra, ma in un brano il musicista casertano si propone anche in veste di cantautore, e in un altro (O Sole mio) compare la voce di Raiz, che però anziché quello che ci si aspetterebbe, nel mezzo ci infila un bellissimo canto di origine sefardita.

La curiosità è che tra i testi ve n’è uno che Sabina ha ricavato da una lettera inviatogli dal suo amico Subcomandante Marcos; ma questa è solo la cosa che forse colpisce di più, perché è tutto il disco che merita, i testi sono deliziosi, e l’interpretazione di Lu Colombo è davvero notevole. La stessa etichetta Up Art Records, ha pubblicato qualche mese fa un altro ottimo lavoro che si intitola “Sartoria italiana fuori catalogo” ed è di Pilar. In questo caso i toni si fanno più consueti, da canzone italiana, ma del lavoro non si possono non apprezzare la gran raffinatezza, la bellissima voce della cantante, e in un contesto pur complessivamente molto alto alcuni brani decisamente sopra le righe. www.upartrecords.com e www.pilar.it. Restando sempre in Italia, o meglio spostandoci a Napoli, un disco assolutamente raccomandabile è “Black Tarantella”, l’ultimo di Enzo Avitabile, un musicista davvero straordinario e che non si scopre certo oggi, ma che da quando ha rinun-

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ciato al rapporto con la Emi (e quindi a una carriera di più facili guadagni) per lavorare più liberamente con etichette minori, ha realizzato album (“Sacro Sud”, “Festa farina e forca”, “Napoletana”) uno più bello dell’altro, ma di cui ovviamente molto poco si è parlato. Questo finalmente sta girando -almeno su Rai Radio3- grazie forse anche al richiamo esercitato dai nomi degli ospiti che con lui duettano nel disco (Francesco Guccini, Franco Battiato, Mauro Pagani, Pino Daniele, David Crosby, Bob Geldof… ), ma non ci facciamo illusioni, si tratta di casi isolati. Di tutt’altro genere, e dalla Francia proviene invece “Solo” di Renaud Garcia-Fons, un doppio CD/DVD stampato dalla Enja che riporta il meglio di due recitals tenuti il 24 e 25 settembre dello scorso anno presso l’antico Priorato di Marcevol, nei Pirenei orientali. Garcia-Fons, per chi non lo sapesse è un contrabbassista francese di origini spagnole, che usa uno strumento a cinque corde dal quale riesce a ricavare sonorità impensabili, prossime sulla quinta corda a quelle del violino. Un virtuoso che però usa la straordinaria tecnica di cui è dotato per fare musica, non per produrre effetti speciali. La sua è una musica difficile da catalogare, perché se si mettono insieme elementi di classica, flamenco, musica araba, indiana e jazz, nella maniera in cui lo fa lui, quello che viene fuori è davvero faticoso spiegarlo a parole. Bisogna ascoltarlo. Bene, ce ne sarebbero anche altri di dischi “utili” da suggerire, ma siamo arrivati a fondo pagina, e cinque per il momento, a volerci ficcare il naso, possono anche essere sufficienti.


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Il caso Ruta

”Scusi, lei è favorevole o contrario?” Amici e nemici della libertà di stampa Carlo Ruta è un ricercatore, e un blogger, a cui è stato chiuso d'autorità il sito. Lui si è opposto. Dopo una lunga battaglia, alla fine la Cassazione gli ha dato ragione. Vediamo, in questa emblematica storia, chi è stato per la libertà e chi contro

Sulla chiusura forzata del sito di Carlo Ruta si sviluppò a suo tempo un dibattito, che oggi è interessante rivedere, sul mestiere di giornalista, sulle garanzie per chi lo esercita e in generale sui limiti della libertà di stampa. Alcuni presero – all'inizio isolati – posizione a favore della libertà del giornalista, in questo caso Carlo Ruta. Altri giustificarono l'operato di chi invece, invocando una opinabile interpretazione della legge, chiuse d'autorità una voce che risultava oggettivamente molto scomoda per i poteri locali.

FAVOREVOLI/ “TRE COSE PROPRIO DA GIORNALISTA”

La Catena di San Libero, una delle prime e-zine italiane, intervenne da subito contro l'imbavagliamento del lavoro giornalistico di Carlo Ruta

Catena di S.L., 14 marzo 2005 n. 275 “Ancora giù in Sicilia”. I nostri lettori hanno il privilegio, rispetto a quelli di altri giornali, di conoscere la storia di Carlo Ruta, un giornalista siciliano (della Sicilia più profonda: Ragusa) che, su un miserabile sito di provincia, ha fatto tre cose proprio da giornalista. 1) Ha riaperto le indagini sull'assassinio di Giovanni Spampinato, il locale corrispondente de L'Ora che proprio a Ragusa venne assassinato per quel che scriveva, molti anni fa, mentre stava indagando sui rapporti fra mafia e estrema destra terrorista. A ucciderlo fu un fascista, di una delle principali famiglie della Ragusa-bene. Gl'inquirenti indagarono poco e male, le complicità e i legami rimasero inesplorati. Il caso fu però ripreso da Luciano Mirone (dei Siciliani) nel suo libro "Gli insabbiati" e, più di recente, da Ruta. Scatenando reazioni violentissime nel ceto notabilare - che è sempre lo stesso - della lontanissima e tranquilla città siciliana. 2) Ha aperto un'inchiesta sui collegamenti e le amicizie di alcune grosse banche del ragusano. Non solo siciliane ma anche nominalmente "continentali". E' stato - giustamente - querelato: l'istituto della querela serve proprio a stabilire, davanti alla legge e in un giudizio imparziale, chi ha torto e chi ha ragione in questi casi. Il processo però è è cominciato in modo abbastana eccentrico: a richiesta dell'avvocato delle banche - dunque una delle parti che teoricamente dovrebbero

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essere uguali - il sito di Ruta è stato senz'altro sequestrato e il suo contenuto distrutto, prima di una qualsiasi sentenza in qualsiasi direzione. Un provvedimento "strano", senz'altro molto inusuale e comunque passato inosservato a causa della lontananza e al fatto che Ruta non è Enzo Biagi nè Santoro. 3) Ha accumulano nel sito alcune migliaia di documenti - giudiziari e giornalistici - sulla storia della mafia siciliana. Questi documenti sono stati tranquillamente distrutti, insieme al resto, con la chiusura del sito. Pazientemente, gli amici di Ruta ne hanno ricollazionato la maggior parte, e li hanno riofferti a un pubblico su un nuovo sito. La partita si è dunque riaperta. Una partita pericolosa, per l'establishment locale, dal momento che i materiali di Ruta sono difficilmente contestabili e hanno ricevuto l'approvazione, oltretutto, di storici e giornalisti storici della sinistra siciliana: Fidora, direttore de L'Ora, Casarrubea, storico del caso Giuliano, e altri amcora. "A dispetto di tutto, le inchieste aperte sulle banche, le istituzioni forti, i potentati, gl'insoluti giudiziari dell'isola, verranno continuate e portate a termine senza dover rinunziare a una virgola. Si insisterà a lavorare con la disposizione consueta con il dovuto rispetto per le persone, la verità, le cose". *** La notte fra il 4 e il 5 marzo, sotto casa di Ruta, gli viene rubata l'automobile (di non grande valore: i ladri evidentemente erano d bocca buona) contenente alcune centinaia di copie di "Morte a Ragusa", il libro sul caso Spampinato, che erano attese per l'indomani dalla distribuzione. Io considero quest'episodio assolutamente esplicito: ai miei tempi, nelle provincie più tradizionalmente mafiose, si sarebbe chiamato "un avvertimento".


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“Poco più di un divieto di sosta”

Delle due grandi inchieste di Ruta una, quelle sulle banche, ha un carattere classicamente giornalistico e come tale dovrebbe essere difesa, al di là delle opinioni politiche, da chiunque abbia minimamente a cuore la libertà d'informazione. L'altra, quella sul caso Spampinato, non solo ha un carattere giornalistico "freddo" ma anche, con ogni evidenza, un carattere "politico" e - scusate la desueta parola - antifascista. Di che si tratta, infatti? Dell'assassinio di un giovane compagno, redattore del giornale del Pci, perpetrato da estremisti fascisti nel quadro di un establishment baronale e di una mafia diffusa. Certo, non un argomento simpatico per i partiti di destra che oggi in Sicilia godono di un potere non da poco. Ma come mai i partiti della sinistra (specie quelli ex-Pci: Ds, Rifondazione, Comunisti italiani) non sentono il bisogno *morale* di intervenire sulla vicenda? Stavolta non c'è la "scusante" del caso Catania, in cui venivano "qualunquisticamente" inchiestati destra e sinistra. Stavolta tutte le vittime - vive e morte - sono incontestabilmente di sinistra, e tutti i violenti sono esplicitamente di destra. Cos'è, anche Ruta "fa di tutt'erba un fascio"? E' "qualunquista"? O i segretari e deputati di Ds, Rifondazione e Comunisti italiani sono ormai tanto privi di sensibilità civile, hanno tanto gettato via la loro memoria storica, da non percepire nemmeno la drammaticità umana e politica di un simile caso? *** Io non faccio più appello al sindacato dei giornalisti, che in Sicilia non esiste (per documenti e moduli ci si rivolge direttamente all'addetto stampa di Cuffaro) e che a Roma e Milano è ben lontano da queste povere e periferiche cose. Non faccio appello alla libertà di stampa, che in Italia vale ormai quanto vale, nè alla

coscienza civile e democratica - come si diceva una volta - di chi sta nelle istituzioni. No, faccio appello esclusivamente all'interesse di partito più egoistico (visto che altro ormai non intendono) dei segretari regionali di Ds, Rifondazione Comunista e Comunisti italiani e ai rispettivi deputati e senatori. S'incontrino, pensino per un momento a ciò da cui discendono - a Licausi, a Miraglia, ai sindacalisti antimafiosi - e facciano il loro dovere in questa incredibile storia sostenuta finora dal solo Carlo Ruta. *** (Appendice. Elenco dei giornalisti assassinati in Sicilia dal dopoguerra in poi: Alfano Giuseppe, Cristina Cosimo, Di Mauro Mauro, Fava Giuseppe, Francese Mario, Impastato Giuseppe, Rostagno Mauro, Spampinato Giovanni. L'elenco è tratto dall'unico libro finora apparso sull'argomento, "Gli insabbiati" di Luciano Mirone - ovviamente anche lui disoccupato e senza redazione). Bookmark: www.leinchieste.com Info: carlo.ruta@tin.it Solidarietà: c.c.p. 52625597 intestato a Edi.bi.si., via Ungaretti 46, Pozzallo.

CONTRARI/ “REGGIO EMILIA DIVENTA UGUALE AD ALCAMO"

Il segretario dell'Ordine dei giornalisti emiliano giustificò tecnicamente la forzata chiusura del sito di Carlo Ruta

Roberto Olivieri [*], “Giornalismo d’inchiesta” - Un dibattito alla festa dell’Unità, 14 giugno 2011 Ringrazio il collega Finocchiaro per il

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celere invio della documentazione, la quale non fa che confermare esattamente ciò che avevo supposto l’altra sera. Vale a dire che la condanna allo storico Carlo Ruta è stata inflitta per violazione dell’art. 5 e collegato 16 della legge n. 47 del febbraio 1948. Nella circostanza, avevo anche aggiunto che un’eventuale condanna per mancata registrazione avrebbe comportato la sola pena pecuniaria, in quanto si tratta di un illecito depenalizzato da oltre vent’anni. Leggendo la sentenza apprendo infatti che si tratta di una ammenda di 150 euro, poco più di un divieto di sosta. Tuttavia, mi si può facilmente obiettare che si viola un principio di libertà, perché, come afferma Alessi, “nel clima pesante che l’Italia vive la sentenza può determinare la fine di una libertà civile”. Vediamo allora se è vero. La legge di cui sopra regola l’attività di stampa, e non la libertà di stampa, che, come sapete quanto me, è massimamente garantita dall’art. 21 della Costituzione (a Gaetano Alessi dovrebbero fischiare le orecchie). Una libertà, come tutte, esercitata nei limiti di legge. Ci avviciniamo al punto: noterete che la norma di cui sopra è del febbraio del ’48, segue cioè di una quarantina di giorni la promulgazione della Costituzione. Infatti, non viene approvata dal Parlamento (che nasce dalle elezioni del 18 aprile dello stesso anno), ma dall’Assemblea Costituente, assieme ad altre poche leggi urgenti per la vita della neonata libertà. Proprio la speciale qualità della “mamma” ne ha garantito, al pari della Costituzione, la sopravvivenza dei suoi principi fondamentali nel tempo. Naturalmente, non poteva garantirne l’attualità in presenza dell’evoluzione tecnologica per cui non si può imputare ai Padri costituenti l’ignoranza della TV, del web o dei pixel.


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“Anche volendo accreditare buona fede”

Queste e altre tematiche successive sono state progressivamente regolate non da modifiche e aggiornamenti della legge attuati per via parlamentare (sarebbero così diventate riforme, parola proibita), ma con sentenze della Cassazione e della Corte Costituzionale. Queste, come è noto, non modificano ma interpretano, così come del resto fa tutta la Magistratura giudicante. Tutta questa storiella calata nelle -voglio essere magnanimo- problematiche dell’altra sera comporta che le testate (così identificate quando ricorrano almeno due caratteristiche: il nome del contenitore –la testata, appunto- e una qualsiasi periodicità) debbano essere non autorizzate, come ancora qualcuno dice e scrive, ma registrate presso la Cancelleria del Tribunale. Personalmente, forse da garantista fuori moda, trovo questa norma sacrosanta, perché non limita minimamente la libertà di stampa e consente invece di individuare un eventuale responsabile (anzi due, anche il proprietario), ad esempio in presenza di diffamazione. Nella maggior parte della giurisprudenza degli ultimi anni i blog, quando proprio di blog si tratti, non vengono assimilati alle testate. Ne è conferma proprio la sentenza “liberticida” di cui si parla che riguarda proprio “Accadeinsicilia”. Testata, appunto. Volendo essere attenti (stavo quasi per dire onesti), è difficile trovare in questo caso qualche responsabilità a carico dell’Ordine dei giornalisti, siciliano, nazionale o veneto che sia. Benché si tratti di istituzioni che operano in base a una legge del 1963, più che mai bisognosa di riforma, è difficile sostenere che possano affossare la libertà di stampa: chiunque può scrivere su un giornale (di carta o telematico) senza essere giornalista, perché

è il giornale che risponde di eventuali violazioni deontologiche o di legge. Addirittura, in casi particolari, non si richiede neppure la direzione della testata da parte di un giornalista: è il caso del cosiddetto elenco speciale, grazie al quale qualsiasi cittadino che goda dei diritti politici può dirigere e registrare in Tribunale una testata con carattere tecnico, professionale o scientifico. Teoricamente, avrebbe potuto essere il caso della testata siciliana in questione, diretta appunto da uno storico. Ma non pare che i contenuti fossero di storia. Siamo allora di fronte a difficoltà create ad arte dall’Ordine per soffocare voci scomode? E’vero che in certi casi e in determinati luoghi a forte presenza mafiosa questo è possibile che si verifichi, ben vengano allora specifiche e circostanziate denunce. “Totalmente fuori della realtà” Ma quando si generalizza, quando Reggio Emilia diventa uguale ad Alcamo e l’Ordine (quale?) dei giornalisti è esso stesso raccontato a ignari cittadini come potere forte al servizio dei poteri forti mafiosi siamo totalmente fuori dalla realtà. Così facendo, anche volendo accreditare buona fede, oggettivamente non ci si pone al servizio della verità. L’altra sera il nemico, quello perverso che ci fa galleggiare ogni anno più o meno al 50° posto della classifica mondiale sulla libertà di stampa, in compagnia della Corea (fortunatamente del sud, per ora); non è rappresentato da una pessima legge sull’editoria, detta anche Gasparri, che legittima quel macigno di conflitto di interessi mai risolto. Non è la mancanza in Italia di editori puri, impegnati a fare legittimamente reddito vendendo notizie, anziché assecondare inte-

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ressi paralleli non sempre confessabili; non è il precariato sempre più dilagante, divenuto ormai strutturale nelle redazioni. E via elencando. No, è l’Ordine, magari affiancato da una Magistratura repressiva, come nel caso Ruta. Confesso di aver avuto la sensazione (gentile eufemismo) di trovarmi l’atra sera più al circolo Leoncavallo degli anni ruggenti, piuttosto che a una festa dell’Unità al Savena. Forse anche per qualche responsabilità di una conduzione non adeguata degli interventi dei due oratori, sempre all’unisono, senza un minimo di contraddittorio, probabilmente per la lontananza del moderatore dai temi proposti. La ciliegina sulla torta l’ha messa alla fine Gaetano Alessi, quando, rilanciando con autocompiacimento degno di miglior causa, ha affermato di provare vergogna se definito giornalista. Presumo con grande soddisfazione di De Muro, Siani, e di tutti quei Giornalisti che non si vergognavano di esserlo e che per amore del loro lavoro ci hanno lasciato la pelle. Non una liberticida ammenda. Non saprei come in altro modo chiudere se non chiedendovi gentilmente, qualora ne siate in grado, di girare per correttezza questo testo al moderatore Maurizio Gaigher. Diversamente, nei prossimi giorni cercherò io stesso di trovare il suo indirizzo mail. [*] Roberto Olivieri, giornalista professionista, direttore dal 1980 dei Servizi di Comunicazione della Provincia di Bologna. È segretario del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti dell’EmiliaRomagna presso cui svolge attività di docenza e formazione nel campo del giornalismo, dell’informazione e dell’editoria. Attività reiterata anche in numerosi istituti di alta formazione tra cui la Scuola superiore della pubblica amministrazione e della presidenza del Consiglio dei Ministri e la Scuola di giornalismo “Ilaria Alpi” dell’Università di Bologna.


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Libertà di stampa

Una lettera-appello per Telejato

Fra una celebrazione antimafia e l'altra, il governo sta chiudendo la piccola tv che combatte i boss nel loro regno. Non lasciamola sola!

Al Ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti Corrado Passera Il 9 maggio ricorrereva il trentaquattresimo anniversario dell’uccisione mafiosa del giornalista Peppino Impastato. L’Italia intera ha commemorato il coraggio di un giovane che, insieme ai suoi compagni, dai microfoni di “Radio Aut” denunciava senza paura gli interessi mafiosi, a Cinisi e oltreoceano, del boss Badalamenti. Senza omissioni o connivenze, con la sola arma della libertà e dell’ironia. Pagando dedizione e suo coraggio con la vita. Oggi, a trentaquattro anni da quel 9 maggio 1978, molti altri cronisti e operatori dell’informazione seguono il suo esempio rischiando ogni giorno per poter svolgere a testa alta e schiena dritta il lavoro di giornalisti. Tra questi: Giuseppe Maniaci e la sua redazione di Telejato, emittente televisiva con sede a Partinico. Ad oggi, Telejato rischia ogni giorno di essere spenta definitivamente dallo Stato. Sembra paradossale, ma una legge della Repubblica porterebbe a quello che l’organizzazione criminale Cosa Nostra non è riuscita a fare. Da anni, infatti, la “televisione più piccola del mondo” trasmette “il tg più lungo del mondo” in una zona ad alta densità mafiosa (Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, Corleone, Cinisi, Montelepre) raggiungendo 22 comuni della Sicilia orientale, facendo informazione libera e denunciando il malaffare senza nascondersi. Proprio quest’attività sociale di de-

Quello che in questa sede, come cittadinuncia è valsa al suo volto e alla redazionni di uno Stato che dalla sua fondazione si e, svariate querele, intimidazioni (le ultiritiene uno stato democratico, vogliamo me da poco aggressioni e attentati. portare alla Sua attenzione è il grave danTelejato è una televisione locale comuno che sarà apportato al sistema informanitaria. In conformità con la Legge Mamtivo e al diritto alla libera informazione mì (n. 223 del 6 agosto 1990), quindi, ha dei cittadini. uno statuto di Onlus e non quello di una Provvedere alla tutela delle televisioni Tv commerciale. Di qui, il limite agli spot comunitarie e locali affinché possano conpubblicitari: solo 3 minuti ogni ora di tratinuare a trasmettere e smissione. A mettere a Cosimo Cristina (1960) conservare il loro ruolo di rischio l’esistenza stessa di Mauro De Mauro (1970) strumento informativo locale. Telejato e l’incolumità dei Giovanni Spampinato (1972) Bisogna assolutamente evitare suoi artefici, oltre alla Peppino Impastato (1978) che cali il silenzio e mafia anche lo switch-off, Mario Francese (1979) l’indifferenza sull’informazionil passaggio cioè dall’anaGiuseppe Fava (1984) e antimafia. Sarebbe un atto logico al digitale nel mese Giancarlo Siani (1985) concreto importante delle istidi giugno in Sicilia. Mauro Rostagno (1988) Beppe Alfano (1993) tuzioni nella lotta alla Il governo Monti, nelle criminalità e per la tutela della scorse settimane, ha messo democrazia del nostro Paese. In ultimo, fine alla beffa del “beauty contest” vogliamo porre alla Sua attenzione un stabilendo il ricorso ad un’asta. Telejato, aspetto umano drammatico, crudo, scevro così come le altre 200 televisioni comunitarie, però, proprio per il suo status da retorica: la mafia uccide. La mafia non dimentica. La mafia colpisce più di televisione comunitaria e onlus è priva facilmente quando cala il silenzio e di un bilancio adeguato a partecipare l’opinione pubblica si distrae. L’informaall’asta, vedendo così inesorabilmente zione rappresenta il sistema immunitario cancellata la sua possibilità di trasmissiodell’opinione pubblica: se calano le difese ne. Noi ci chiediamo e Le chiediamo: il immunitarie è più attaccabile. Ad essere legislatore ha riflettuto sulle conseguenze uccisi sarebbero molte coscienze, ma pridello spegnimento di Telejato? ma d’ogni altro lo Stato italiano deve aveTelejato deve essere considerato un re a cuore le sorti dell’uomo e cittadino bene culturale, al pari di ogni altro monuPino Maniaci e dei suoi familiari. mento artistico italiano: se l’arte rinnova i Certi della Sua attenzione, rimaniamo in popoli, anche la controinformazione di Telejato in Sicilia può farlo. L’informazio- attesa di un Suo riscontro. DiecieVenticinque ne può aiutare giovani e meno giovani a Associazione Antimafie Rita Atria prendere coscienza di quello che li circonI Siciliani Giovani da e a scegliere. La scelta contribuirà a mail to: migliorare una delle regioni d’Italia, da segreteria.ministro@sviluppoeconomico.gov.it qui anche la nostra Repubblica lo sarà.

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Monete

Canada: arriva il penny elettronico xxxxx

Non c’è più solo il bitcoin. Anche qualche governo comincia a pensare che forse la moneta elettronica ha un futuro... di Fabio Vita

Il governo canadese sta per lanciare il Royal Canadian Mint, una moneta elettronica che consente di effettuare pagamenti e scambio di valuta tra singoli cittadini, più veloce e più economico rispetto ai privati (carte di credito e Paypal). Col MintChip invece di usare bancomat e banconote i canadesi potranno comprare una microsd per il telefono o una chiavetta usb per il computer e caricarla con valuta elettronica; i soldi potranno essere trasferiti a qualsiasi altra scheda del sistema riservatamente e senza costi.

Non è il primo esempio – fanno notare gli specialisti di Txchnologist - di monete elettronica: nel ’66 era uscita la Chipknip in Olanda, seguita da Proton in Belgio; ma prodotti e gestiti da compagnie private. Qui invece è direttamente il governo che si fa carico della moneta elettronica, ancorata al dollaro canadese con cui viene scambiato alla pari. Pochi giorni prima, lo stesso governo aveva tolto dalla circolazione il penny, l ‘antica moneta spicciola canadese. Hanno anche indetto un concorso per sviluppare apps e interfacce grafiche per MintChip. A settembre saranno giudicate da utenti e esperti, incluso il vicepresidente del ramo pagamenti di Google e - segno dei tempi - il primo premio di cinquantamila dollari verrà pagato in oro. Ma siamo diventati scandinavi? Chi fa più ricerche, su internet, sulla parola “bitcoin”? Scandinavi, australiani e… italiani, secondo Google Trend. L’italiano, a maggio, è stata la seconda lingua più usata e le città più “curiose” (di bitcoin) sono state Milano e Roma. Africa e bitcoin Lo sviluppatore Rüdiger Koch, consulente di Intersango (trader londinese) è intevenuto al Mobile Money Africa di Lagos in Nigeria. Ha spiegato che

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bitcoin è "un sistema solido di pagamenti a basso costo per chiunque abbia un telefono con una videocamera." Ha poi visitato ambasciate di paesi africani a Berlino per introdurre la nuova moneta ai rispettivi governi. Economie in forte crescita come Kenya e Nigeria dipendono in larga misura da transazioni in contante, specie nelle aree rurali, senza bancomat e con pochi depositi bancari. Da ciò il successo in Africa dei pagamenti ia cellulare, col sistema keniano M-Pesa che permette agli utenti di mandare moneta attraverso sms. In questo quadro, Kock propone pagamenti mobili con bitcoin, ancora più efficaci. Un sistema decentralizzato come bitcoin può infatti superare i confini nazionali evitando interruzioni come quelle di M-Pesa a dicembre. "Pochi conti in banca, tanti telefonini – osserva Tonny Omwansa dell'Università di Nairobi, autore di un libro su M-Pesa - Perciò i pagamenti mobili hanno tanta importanza". Anche se, aggiunge, c’è il rischio di "dipendenza da un fornitore monopolistico": che Bitcoin – ribatte Koch – potrebbe appunto scongiurare. L’argomento viene approfondito su Technology Review, la rivista de Mit. Segreto bancario: a chi giova Da un documento dell’Fbi su Bitcoin, rilasciato il 24 aprile, risulta che


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l'agenzia federale si preoccupa dei ladri di moneta presso gli intermediari, e dell’impossessamento di computer in remoto tramite virus e malware, più che di un preteso anonimato di Bitcoin. Rispetto al segreto bancario Bitcoin è infatti molto più trasparente. Prima della crisi del 2008 in Usa nessun governo aveva tra le sue priorità gli “stati canaglia" finanziari, i paradisi fiscali, e il segreto bancario. Adesso, in piena campagna presidenziale americana, il ministro delle finanze svizzero è diventato il “nemico numero uno” dei banchieri per essersi arreso alle pressioni di americani, tedeschi, inglesi (e perfino italiani) impegnati a dare la caccia al denaro degli evasori fiscali nascosto nelle banche elvetiche. Per la prima volta il governo svizzero ha messo in discussione il tabù nazionale, il segreto bancario: e questo ai banchieri non è piaciuto.

E Repubblica scoprì il Kindle Repubblica scopre l’ebook e balza subito in testa nel Kindle Store, con un instantbook sulla Lega Nord, scavalcando i bestseller tradizionali, gli economici di Newton e di altri editori, e tutta una serie di altri instant (per mesi è stato in testa un libro dall'accattivante titolo "La terza guerra mondiale, Monti e le banche") e romanzetti erotici autoprodotti. Su Kindle fino a pochissimo tempo fa c’era solo La Stampa (e il Corriere ma disponibile stranamente solo negli Usa), mentre Repubblica puntava decisamente sull’iPad di Apple. Adesso a quanto pare s’è ricreduta. L'idea di pagare abbonamenti per ricevere notizie reperibili o aggregabili facilmente gratis, non ha ottenuto gli

LINK MintChip la moneta elettronica del governo canadese - in inglese: http://mintchipchallenge.com/forum_topics/925 http://www.txchnologist.com/2012/i-scream-you-scream-we-all-scream-for-digital-currency-can-mintchiptransform-money http://news.nationalpost.com/2012/04/09/mintchip-royal-canadian-mint/ http://blog.foreignpolicy.com/posts/2012/04/12/canada_may_launch_government_backed_bitcoin_comp etitor#.T6D63kv01I4.twitter http://bitcoinmagazine.net/the-mintchip-the-canadian-governments-answer-to-bitcoin/ https://bitcointalk.org/index.php?topic=75499.20Bitcoin cerca nuova vita in Africa – Technology Review, Mit – 21 marzo 2012 http://www.technologyreview.com/business/39829/ Il trend della parola bitcoin su google: http://www.google.com/trends/?q=bitcoin&ctab=0&geo=all&date=mtd&sort=0 Fbi: il documento su bitcoin è autentico ma non l'abbiamo rilasciato noi: http://betabeat.com/2012/05/14/fbi-that-bitcoin-report-was-authentic-but-it-wasnt-leaked-by-us/ Documento Fbi su bitcoin – in inglese: http://cryptome.org/2012/05/fbi-bitcoin.pdf Kyobo Mirasol Color e-Reader: http://www.youtube.com/watch?v=iB1ZmKFGBpk

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“Per la prima volta la Svizzera viola il tabù del segreto bancario”

effetti che Apple e gli editori speravano; si era diffusa l'idea che bastava vendere il pdf già pronto per sentirsi duepuntozero (anche in Usa sono pochi gli editori di periodici che hanno venduto molto qu queste basi). I libri o gli articoli lunghi sono invece adatti alla lettura riposante degli ebook reader. Sui Siciliani giovani di dicembre parlavamo dello schermo a colori con tecnologia E-ink (“Triton”), e accennavamo al suo rivale, con in commercio, con tecnologia Mirasol (che lasciò a bocca aperta coi prototipi oltre un anno fa). Gli ebook reader sono ottimi anche per fumetti e foto, e guadagnano terreno rispetto ai più propagandati sistemi targati mela. Adesso sono venduti in un diffusissimo e tascabile modello da sei pollici, e in uno da quasi dieci pollici, ideale per testi di studio e pdf A4. La differenza di prezzo è notevole e lo sarà per almeno tutto quest'anno (a meno che qualche produttore non voglia movimentare questo mercato). Prepariamoci quindi a riviste a colori in formato A5, in tasca e non in borsa. Adesso lo scopre anche Repubblica, ed è un buon segno.

La moneta elettronica

Trend, tecnologia, applicazioni, mercati Tutto sul bitcoin (aggiornamenti in tempo reale)


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Scienze

La nascita della scienza è stata una rivoluzione dimenticata? Un libro sulla scienza antica ci costringe a riflettere anche ora di Diego Gutkowski

Si possono trovare in genere più notizie su Archimede o Aristarco di Samo in un’opera sul Rinascimento, a proposito della loro riscoperta, che in un libro sulla civiltà classica … Per dare un senso all’affermazione che la scienza nacque con l’ellenismo, occorre mettersi d’accordo sul significato di ellenismo e di scienza”. (La Rivoluzione Dimenticata, p.21 e 22). La scienza e l'ellenismo

La Rivoluzione Dimenticata di Lucio Russo (ultima edizione nella Universale Economica Feltrinelli, 2010, ISBN 978-88-07-8164-4) tratta la storia della scienza degli antichi greci in un modo originale, su cui vale la pena riflettere. Nella prefazione Marcello Cini ha scritto: “ Io credo che questo libro di Lucio Russo sia paragonabile al tempo stesso a una sensazionale scoperta archeologica e a un’importante teoria scientifica”. Le tesi di Russo si differenziano nettamente da ciò che gli storici della scienza hanno scritto fino a pochi anni fa. Russo rileva che: “L’importanza [della nascita della scienza] non è quasi mai percepita. In genere le storie del pensiero scientifico, stemperando le differenze tra scienza ellenistica, conoscenze prescientifiche delle antiche civiltà egiziana e mesopotamica e filosofia naturale della Grecia classica, riescono a nasconderla. Nei libri di storia antica, poi, l’avvenimento è accuratamente taciuto. Il più delle volte vi si dice solo che l’ellenismo fu un periodo in cui fiorirono alcune “ scienze “.

L’ellenismo, secondo la terminologia introdotta da Droysen, accettata dalla storiografia successiva, e condivisa da Russo, si fa iniziare nel 323 a.C. con la morte di Alessandro il Macedone. La fase discendente dell'ellenismo fino alla su scomparsa va dalla caduta di Siracusa nel 212 a.C. a quella dell’Egitto nel 30 a.C. Meno ovvia e più opinabile è la precisazione del significato della parola “scienza”. Credo che questa precisazione possa dipendere sia da una presa di posizione filosofica che da ciò che ci si propone di studiare. Russo, del tutto consapevole di questo, scrive: “La continua e rapida modifica dei principi scientifici, in particolare della fisica, ha reso infine insostenibile la tesi che la scienza fosse un insieme di affermazioni certamente vere. Questa tesi costringe, infatti, a considerare non scientifiche tutte le teorie superate. Finché si era trattato di conoscenze il più delle volte vecchie di secoli, il loro declassamento era stato accettato di buon grado, ma con il nuovo ritmo di sviluppo lo stesso criterio avrebbe costretto a escludere dal novero della scienza tutti i risultati non ottenuti negli ultimissimi anni. Ciò è sembrato inaccettabile agli scienziati, probabilmente perché li avrebbe costretti ad accettare come inevitabile il futuro riconoscimento di non scientificità

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anche dei risultati propri. E’ divenuto chiaro in altri termini che una buona definizione di “scienza”, deve permettere di includervi anche affermazioni tra loro contraddittorie, come i principi della meccanica classica e quelli della meccanica relativistica. … Per arrivare alla nostra definizione (provvisoria) di “scienza” cominciamo col notare che alcune teorie da tutti considerate scientifiche, come la termodinamica, la geometria euclidea o il calcolo delle probabilità, condividono le seguenti caratteristiche essenziali: Le loro affermazioni non riguardano oggetti concreti, ma enti teorici specifici. La geometria euclidea, per esempio, può fare affermazioni su angoli o segmenti e la termodinamica sulla temperatura o l’entropia di un sistema, ma in natura non esistono angoli, segmenti, temperature o entropie. Una struttura deduttiva La teoria ha una struttura rigorosamente deduttiva; è costituita cioè da pochi enunciati fondamentali (detti assiomi, postulati o principi) sui propri enti caratteristici e da un metodo unitario e universalmente accettato per dedurne un numero illimitato di conseguenze. … Le applicazioni al mondo reale sono basate su regole di corrispondenza tra gli enti della teoria e gli oggetti concreti. … Le teorie scientifiche, anche se nascono per descrivere fenomeni naturali, per la possibilità che hanno di autoestendersi con il metodo dimostrativo, divengono quindi in genere modelli di settori di attività tecnologica. La tecnologia scientifica, caratterizzata dall’avvalersi di una progettazione effettuata all’interno delle teorie scientifiche, appare così intrinsecamente legata alla stessa struttura metodologica della scienza esatta e non può che nascere da questa”.


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“Poi, un letargo plurisecolare”

Equipaggiato con le assunzioni metodologiche di cui ho riferito solo il punto di partenza, Russo passa ad un esame articolato delle antiche civiltà dell’ Occidente, dalle quali, per quanto ci è dato saperne, sembra avere origine la scienza odierna. I principali risultati dell’analisi così condotta portano Russo al risultato che la scienza è nata con la civiltà ellenistica. Euclide, Archimede, Apollonio Alcuni degli esempi più significativi sono tratti dalla matematica (gli Elementi di Euclide, il metodo di esaustione di Archimede, la teoria delle coniche di Apollonio Pergeo) e dalla fisica (la statica di Archimede, l’ottica di Euclide); di alcune altre teorie scientifiche (per esempio la logica matematica di Crisippo, la catottrica di Archimede, le opere di Ctesibio) abbiamo oggi solo notizie di seconda mano scritte uno o più secoli più tardi, cioè dopo la fine del periodo ellenistico, da compilatori (Cicerone, Plinio, Apuleio, …) che mostrano di non aver capito gli aspetti più profondi delle teorie di cui hanno sommariamente riferito. Ciò testimonia un regresso, che spesso arriva alla totale scomparsa dell’attività scientifica (ovviamente nel senso in cui la intende Russo). Un regresso tecnologico Un regresso analogo si ha nella tecnologia scientifica, ove molte conoscenze erano andate perdute al tempo della maggiore espansione del potere di Roma e verranno in gran parte recuperate in un percorso secolare che va dagli Arabi, al Rinascimento italiano, e poi dal secolo XVII fino ai nostri giorni. Russo esamina diversi settori della tecnologia, io mi limiterò ad alcune applicazioni in campo militare, basandomi sulle testimonianze di diversi storici antichi quali Polibio, Livio ed altri e del pensiero di storici moderni e contemporanei, che confermano sostanzialmente anche con esempi diversi da quelli portati da Russo quanto egli asserisce. Un’ampia documentazione storica dell’impiego della tecnologia scientifica

ellenistica in campo militare riguarda l’assedio di Siracusa, che si concluse con la conquista di questa città da parte dei Romani nel 212 a.C. durante la seconda guerra punica. Moses I. Finley, (Storia della Sicilia antica, Editori Laterza, Bari 1974, da pag. 154 in poi) ha scritto: “ Quando i romani giunsero in forze sotto il comando di Marcello, scoprirono di non potere prendere la città né d’assalto né per assedio… Siracusa fu assediata per due anni … Archimede fu il fecondo genio della difesa che fornì ai romani un pretesto per attenuare l’umiliazione di un lungo insuccesso … Nel 212 [Siracusa] cadde finalmente nelle mani dei romani, grazie soprattutto al tradimento di un gruppo di nobili. La città fu consegnata ai soldati per il saccheggio e Archimede venne ucciso, sebbene, a quanto si afferma, ciò fosse contrario agli ordini di Marcello. Questi poi procedé a spedire a Roma non soltanto il solito bottino ma anche statue e dipinti in quantità, alcuni tolti dai templi e da altri edifici pubblici. Per questo egli si guadagnò il biasimo di Polibio e l’odio dei siciliani in generale. La difesa di Siracusa Certamente la difesa della città assunse il carattere di una grande lotta patriottica, nella quale il ruolo di Archimede merita un commento speciale … Durante l’assedio egli prodigò tutte le sue forze nella lotta contro Roma. Il legame tra Ierone e Archimede [quando Siracusa cadde Ierone era già morto e a Siracusa regnava suo nipote Ieronimo] fu qualcosa di più di una semplice attrazione personale occasionale. Ierone era un uomo di affari e un tecnocrate … Egli manifestò per le opere ingegneristiche un interesse particolare … Una volta aveva fatto costruire il vascello più grande che abbia solcato i mari nell’antichità, la “Siracusana”, che mandò ad Alessandria carica di 3300 tonnellate di merci, capacità probabilmente mai più raggiunta fino al secolo XIX”. Agli Stati ellenistici conquistati fu imposto un regime fiscale durissimo (Finley, loc.cit., pag. 160 e seguenti) : “ Il sistema tributario romano imponeva il versamento in natura di un decimo del rac-

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colto di grano e d’orzo, che veniva spedito direttamente a Roma, un’imposta sul vino, le olive, la frutta e la verdura e un’altra sul pascolo, che si pagava in contanti. La decima sul grano è stata valutata in base alle affermazioni piuttosto ambigue di Cicerone, a circa 3.000.000 di modii (850.000 stai) all’anno. Inoltre Roma si riservava il diritto di prendersi una seconda decima per acquisto forzoso a un prezzo stabilito unilateralmente dal Senato, qualora se ne presentasse la necessità. Questa seconda decima fu prelevata nel 190 per rifornire un esercito romano che combatteva in Grecia e poi di nuovo nell’anno seguente e nel 171 a.C. per l’esercito in Macedonia. Questi esempi ci sono stati conservati per caso. Non c’è modo di sapere con quale frequenza si sia fatto uso di questo diritto. Gli acquisti forzosi C’erano poi anche altri acquisti forzosi, sempre a prezzi fissati unilateralmente, per il mantenimento del governatore con il suo stato maggiore. … Non stupisce il detto di Catone secondo il quale la Sicilia era il granaio della Repubblica, la nutrice a cui il popolo romano si è nutrito. … Roma riscuoteva anche il dazio del 5 per cento ad valorem su tutte le merci ricevute o spedite da qualsiasi porto siciliano. Infine le varie comunità erano tenute a fornire una piccola flotta destinata a proteggere i porti contro i pirati. … I siciliani dovevano anche pagare delle proprie imposte locali. Le comunità siciliane avevano a loro carico tutte le spese relative agli edifici pubblici, alle forniture idriche, al culto, alle feste e altre opere di pubblica utilità.” Peggio della politica tributaria del governo Monti! Non c’è da meravigliarsi se in queste condizioni nei paesi allora più progrediti vennero a mancare le risorse per la ricerca scientifica e tecnologica. Fu così che ebbe inizio un letargo plurisecolare della scienza e della tecnologia? Russo non lo dice, né mi sento, sulla base delle mie conoscenze e delle mie competenze di affermarlo io. E’ solo un sospetto.


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Politica/ Grillo e il partito-azienda

La grande illusione di una rivoluzione che non c’è Allora. Diciamo la banalità delle banalità. M5S non è Beppe Grillo. E’ così? No, ho appena detto una minchiata... di Pietro Orsatti

orsattipietro.wordpress.com

M5S è Beppe Grillo (tanto) e una creatura della Casaleggio Associati (moltissimo). E’ inutile che segnali le centinaia di casi di censure, epurazioni, “cerchi magici” al pesto che hanno segnato la formazione delle gloriose liste grilline, basta cercare in rete per trovarne a bizzeffe di post e articoli se ne avete voglia e stomaco. E’ inutile ricordare che praticamente tutte le liste siano state sottoposte alla supervisione dell’onnipresente Gianroberto Casaleggio (ma non ce l’ha un lavoro, o il suo lavoro è questo?). Ed è inutile ricordare il collegamento simbolico e sostanziale che c’è nel simbolo fra Grillo e il movimento. Grillo e M5S e M5S senza Grillo farebbe la fine del Pdl senza Berlusconi e ancora più velocemente.

Quindi M5S è un partito personale? Non c’è dubbio. E come Forza Italia nel ’93 è nato grazie a una struttura aziendale specializzata nel marketing e nella pubblicità. Perché con le dovute cautele Casaleggio Associati nel suo piccolo è la versione web di Publitalia. Certo, c’è una differenza sostanziale fra un Marcello Dell’Utri e Gianroberto Casaleggio, per storia e formazione. E anche per quanto riguarda le relazioni pericolose. Dell’Utri lo sanno pure in Botswana chi è, di Gianroberto, con la sua aria da studente fuori corso, non si può certo dire che sia neppure paragonabile nel male all’”intermediario”. Ma non facciamoci illusioni. Se non c’è niente di oscuro o discutibile sulla Casaleggio, non si può dire che la società sia così piccola e ininfluente. E che questo aspetto aziendale venga tenuto ossessivamente coperto la dice lunga sull’operazione politica in atto. Andiamo a leggere un pezzetto dell’inchiesta del 2010. Chi sono le figure chiave “Per capire di cosa stiamo parlando è necessario svelare prima chi sono le figure chiave della Casaleggio Associati oggi e della Webegg prima. Partendo da Enrico Sassoon, giornalista, dal 1977 al 2003 nel gruppo Il Sole-24 Ore, già direttore responsabile di L’Impresa-Rivista Italiana di Management, della rivista Impresa Ambiente e del settimanale Mondo Economico. Dal suo curriculum pubblico apprend-

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iamo anche che «è stato direttore scientifico del gruppo Il Sole-24 Ore». Nel 1998 Sassoon è amministratore delegato dell’American Chamber of Commerce in Italy, di fatto una lobby indirizzata a favorire i rapporti commerciali delle corporation americane in Italia e il cui presidente è tuttora il vice di Microsoft Italia, Umberto Paolucci. Proprio nel consiglio di amministrazione dell’American Chamber of Commerce in Italy si comprende quale sia uno dei fattori di successo nelle relazioni della Casaleggio Associati. Exxon, Fox, Impregilo... Oltre a Paolucci compaiono nel 1998 altri personaggi di grande spessore. La lista pubblicata al momento della nomina di Sasson vedeva, fra gli altri: Gian Battista Merlo, presidente e amministratore delegato Exxon Mobil Mediterranea Srl; Gianmaria Donà dalle Rose, amministratore delegato Twentieth Century Fox Home Entertainment Italia; Massimiliano Magrini, country manager Google Italia; Luciano Martucci, presidente e amministratore delegato Ibm Italia Spa; Gina Nieri, consigliere di amministrazione Mediaset Spa; Maria Pierdicchi, direttore generale Standard & Poor’s; Massimo Ponzellini, presidente Impregilo Spa; Cristina Ravelli, country legal director The Walt Disney Co. Italia Spa; Dario Rinero, presidente e amministratore delegato Coca-Cola Hbc Italia Srl; Cesare Romiti, presidente onorario Rcs”.


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“Una roba grossa e con cui fare i conti”

L'inchiesta originale completa su Micromega n.5/ 2010.

E ancora (ricordatevi, siamo nel 2010): “Oggi nell’American Chamber of Commerce in Italy troviamo altre figure di spicco come Gianluca Comin, dirigente Enel, e Giuseppe Cattaneo dell’Aspen Institute Italia, il prestigioso pensatoio, creatura di Gianni Letta, presieduto da Giulio Tremonti. E l’Aspen Institute pesa, ovunque agisca. Luogo di incontro fra intellettuali, economisti, politici, scienziati e imprese. Nell’Aspen transita l’élite italiana, che faccia riferimento al centro-destra o al centro-sinistra. Con quali finalità? «L’internazionalizzazione della leadership imprenditoriale, politica e culturale del paese attraverso un libero confronto tra idee e provenienze diverse per identificare e promuovere valori, conoscenze e interessi comuni», si legge nella mission dell’istituto. E in che modo? «Il “metodo Aspen” privilegia il confronto e il dibattito “a porte chiuse”, favorisce le relazioni interpersonali e consente un effettivo aggiornamento dei temi in discussione. Attorno al tavolo Aspen discutono leader del mondo industriale, economico, finanziario, politico, sociale e culturale in condizioni di assoluta riservatezza e di libertà espressiva»”.

Sorvoliamo poi sul board di clienti della Casaleggio (ne trovate ampia documentazione nell’inchiesta). E con questo diventa ben chiaro quale sia l’origine del fenomeno politico Grillo e del suo impianto di marketing. Perfettamente mirato sul target dello scontento. Dell’antipartitocrazia. I clienti della Casaleggio Quindi M5S non è un partito? Non lo è formalmente (dovrebbe far congressi, avere una parvenza di dibattito democratico interno, ecc.) ma sostanzialmente è una struttura partitica a conduzione aziendale. Con un testimonial/ padrone e un’organizzazione privatistica aziendale a controllare contenuti, messaggi e consenso e dissenso interno fino alle candidature minute nel più sperduto comune dove si è presentato il “movimento”. M5S è di fatto un partito moderno, mediatico, post ideologico e padronale come lo è stato Forza Italia e la Lega. Punto. Tutto il resto sono minchiate. Fra l’altro non è neanche vagamente progressista. Anzi. Sembra rifarsi più, e spesso ci sono punti di contatto non solo verbali ma anche sostanziali, con una destra che da “sociale” e “radicale” si è tra-

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sformata in meramente “antieuropeista”, xenofoba, egoista. Non ci facciamo ingannare dai messaggi ecologisti lanciati da Grillo a spron battuto. Grillo in questo momento è più vicino alla figlia di Le Pen che a Sel (e infatti Grillo è ossessionato da Vendola e lo attacca in ogni occasione perché colpevolmente gay, per l’integrazione dei migranti, europeista solidale e soprattutto che pesca anche lui nel suo bacino elettorale). Bene, ora in molte città italiane M5S ha superato il 10%. A Parma ha vinto. Una roba grossa e con cui fare i conti. Ma non mi venite a dire che è una roba nuova, che è una rivoluzione. Perché quando si hanno rapporti con multinazionali, soggetti come Enamics, American Chamber of Commerce in Italy, Sole24 ore e Aspen Institute (quanti membri dell’attuale governo hanno gli stessi rapporti?) di nuovo c’è solo il silenzio sornione di Gianni Letta. Che non c’entra nulla, il vecchio Gianni, ma che è il fondatore e motore di quell’Aspen che piace tanto sia a un certo Mieli di Rcs che a una certa Annunziata recentemente salita all’Huffington Post. Amen.


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Politica

Il partito di Falcone e dei ragazzini In Sicilia, trent'anni fa. E forse, senza saperlo, anche ora "Il partito di Falcone e dei ragazzini" non aveva un comitato centrale o uno stemma, ma in realtà era l'unico partito esistente in Sicilia, oltre alla mafia. Il rumore di fondo, in quegli anni, era costituito dalle dichiarazioni dei sindaci che escludevano l'esistenza della mafia nella loro città, dai giornali ad azionariato mafioso che invocavano silenzio, dalla brava gente che lavorava chiassosamente all'autodistruzione della sinistra, e dai colpi di pistola. Furono i ragazzini di Palermo a scendere in campo per primi. Il liceo Meli, l'Einstein, il Galilei, poi via via tutti gli altri. Si passava sotto il Palazzo di Giustizia e il corteo,che fino a quel momento aveva gridato a voce altissima i Nomi, faceva improvvisamente silenzio. Là dentro lavoravano i nostri magistrati. Falcone, Borsellino, Di Lello, Ayala, Agata Consoli, Conte: metà del Partito erano loro. L'altra metà, i liceali. A Catania, fra il 1984 e il 1986, furono almeno cento i ragazzi che in una maniera o nell'altra parteciparono, da militanti, alle iniziative dei Siciliani Giovani: furono i primi a gridare in piazza i nomi dei Cavalieri e a lavorare quotidianamente - il volantino,il centro sociale, l'assemblea - per strappargli dagli artigli la città. A Gela, a Niscemi, a Castellammare del Golfo, nei paesini dove i padroni hanno la dittatura militare, essi vennero fuori e lottarono, paese per paese e città per città.

"La Sicilia non è mafiosa - affermavano orgogliosamente - La Sicilia è militarmente occupata dalla mafia". La Sicilia, dove ancora nel 1969 un ragazzo poteva essere dal padre boss mafioso perchè era iscritto alla Fgci. La Sicilia che ha combattuto, che non s'è arresa mai. Ha combattuto, ed ha fatto politica, ha ragionato. La politica come partecipazione, come trasversalità, come sociatà civile nasce nelle lotte palermitane e catanesi di quegli anni: oggi è common sense dappertutto. La fine del vecchio ceto politico, di tutta la vecchia storia, fu intuita per la prima volta qui. Non è un caso se il movimento studentesco, due anni fa, è ripartito da Palermo, e se là dura tuttora. Fu intuita per la prima volta qui Non è un caso se Palermo è l'unica città d'Italia dove sia cresciuta un'opposizione di massa, dove l'opposizione sia vincente. Non è un caso se a Catania il più totale black-out di tv e stampa non riesca - due volte in due anni - a fermare i candidati dell'opposizione. Non è un caso se a Capo d'Orlando i commercianti si ribellano, non è un caso se a Gela gli studenti restano organizzati; e non è un caso se a Palermo la gente non reagisce invocando la pena di morte ma individuando lucidamente le responsabilità dei politici di governo e prendendosela con loro. Dal 1983 - e sono ormai nove anni - in Sicilia è in atto, con alti e bassi ma con una sostanziale continuità; non ancora maggioritario ma già ben lontano dal minoritarismo. - un vero e proprio movimento di liberazione. Contro la mafia, ma anche contro tutto ciò che essa porta con sé.

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Questo movimento avrebbe potuto essere esattamente l'anello che mancava alla sinistra italiana, il punto di partenza per ricostruire tutto. Invece, è rimasto solo. Solo a livello di palazzi, di comitati centrali, di radical-chic, di giornali: non a livello di ragazzini. Domani, ad esempio - ma non è una novità, perchè avviene regolarmente ogni settimana - c'è assemblea dei liceali dell'Antimafia a Roma. Sono i soli, in Italia, a non avere paura dello sfascio. Perché sanno che c'è una classe dirigente pronta a prendere la responsabilità del Paese anche domattina, se fosse necessario - e non è detto che non lo sia. Orlando, Claudio Fava, Carmine Mancuso, Dalla Chiesa? Sì: ma anche - e soprattutto - Davide Camarrone del liceo Meli, Antonio Cimino di Corso Calatafimi, Fabio Passiglia, Nuccio Fazio, Vito Mercadante, Angela Lo Canto, Carmelo Ferrarotto di Siciliani Giovani, Nando Calaciura, Tano Abela, il professor D'Urso: avete mai letto questi nomi sui giornali? Benissimo. Infatti, neanche i nomi dei primi socialisti uscivano sui giornali, cent'anni fa. Una metà del "partito" oggi non c'è più. Martelli, il giudice Carnevale, Pannella e Cossiga sono riusciti, ognuno con i suoi mezzi, a svuotare il Palazzo dai nostri magistrati e lo stesso Falcone, ben prima d'essere ucciso, era già stato messo in condizione di non essere più quello di prima. Dei "vecchi", solo Borsellino e Conte sono rimasti al loro posto. Ma nel frattempo sono cresciuti i Felice Lima, i Di Pietro, i Casson. (Avvenimenti, gennaio 1992)


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Politica

Napoli Milano Palermo “L'aria della città rende liberi...”. Tante città diverse, ciascuna fatta a suo modo, tutte con un'aria nuova Tunisi, Atene, Parigi. Napoli, Milano, Palermo. Il filo è questo. In Europa, i popoli che vogliono disperatamente salvarsi dalla crisi. Intuendo che non è più la crisi di un governo o di una politica, ma proprio la crisi globale di un sistema. Davvero – pensa la gente comune – dobbiamo essere governati dalle banche, così alla cieca? Davvero “pensano loro a tutto”? Le domande di svolta della vecchia Europa. Nel 1789, nel Quarantotto. Senza soluzioni apparenti (non subito, almeno) ma con un’idea chiarissima, travolgente: “non più coi vecchi nobili, non più con loro”. “E’ una sommossa, direi”. “Non, sire, c’est une révolution”. Una nazione di città Milano, Napoli, Palermo. Tre città italiane. Non stati di fantasia, non macroregioni. L’Italia, infatti, è una nazione di città – si è italiani per questo. Un popolo di antica cialtronaggine (fan presto a gabbarci ogni volta i Berlusconi, i Bossi, i Mussolini) ma d’altrettanto antica saggezza. L’Italia sa riflettere, messa alle strette. Sa usare i mezzi che trova. Non la protesta generica, il “tutti uguali” (che c’è pure peraltro: e ci mancherebbe) ma la grande arma dei popoli, la kratèia del dèmos: il voto.

Se si analizza adesso, a fase conclusa, lo scheletro delle tre elezioni si rimane sorpresi da un lato dal dilettantismo e superficialità delle “forze politiche” (il “terzo polo”, la “grande Padania”, il “meno male che c’è il Capo”, il “Consorte facci sognare”, e anche i vari Il Mio Partito - di Vendola, di Di Pietro, di Beppe Grillo, di Fini...); e dall’altro dalla maturità degli elettori, italiani “apolitici” e qualunquisti” napoletani. Non protesta generica A Napoli, non scheda bianca o protesta generico ma disciplinata convergenza sul candidato democratico e civile, e non demagogico, un magistrato. A Milano, ritorno senza mezzi termini alla Sinistra socialdemocratica (nel Dna di ogni grande e civile città europea), ma una sinistra non inciucista e “alla moda”, non dalemata. A Palermo, dopo tre mesi di buffe chiacchiere dei “politici” (“vogliamo un Renzi anche noi” - “parliamo di cose nuove, siamo modenni!” – “un euro e il candidato lo scegli tu!”) Il popolo brutalmente ha risposto: “Qui, o mafia o antimafia. Viva Orlando!”. Al militante sessantenne, udendo le voci eccitate dei ragazzi che gli davano le percentuali al telefoto, veniva in mente un vecchio striscione di vent’anni fa, in una facoltà occupata di Roma: “Fieri di essere siciliani”; quello degli studenti della Pantera, il movimento nato a Palermo che incendiò nel ’93 tutta Italia. E gli si inumidivano gli occhi, al vecchio coglione. Problemi da risolvere ce ne sono tanti. Ma sono i problemi del costruire, non

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della rassegnazione. Ci sono fascisti ad Atene (per non dire in Francia). Ma sono minoritari, sotto controllo. Teniamoli d’occhio, e non facciamoci incantare dagli allarmi in mala fede di chi ha tollerato per vent’anni i fascisti Bossi, Maroni e La Russa. Il pericolo fascista per noi non sta Atene: sta a Verona, dove l’amico dei naziskin Tosi ha vinto le elezioni; sta nei miliardari che rispondono alla Bastiglia facendo crollare le Borse; sta in quel paesino della Brianza dove un sindaco del Pd caccia i bambini poveri dalle scuole, e ancora non è stato espulso con disonore. Il partito dell'antimafia Non contro i partiti. Ma neanche coi partiti. Usando con abilità i partiti, come a Napoli, come a Milano, come a Palermo, ma essendo capaci di dare al momento opportuno – come De Magistris, come Pisapia, come Orlando – la zampata decisiva. Non sulla strada rozza e povera, e parassitaria, di un Grillo ma su quella forte e vincente di un Nenni, di un Berlinguer, di un Sandro Pertini. Altro che antipolitica. Ad Atene, a un certo punto, in giacca ma senza cravatta, sale i gradini del palazzo di governo il leader di Democrazia Proletaria. A Parigi si canta in piazza, ed è maggio. A Palermo, il partito dell’antimafia torna attraversando le piazze dove vent’anni fa piangemmo Falcone e Borsellino. Torna alla testa di un popolo che vuole sopravvivere e vivere, e che non ha dimenticato.

(maggio 2012)


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Maria Falcone

“Qui Lombardo non è gradito” Siamo nelle ore convulse fra Brindisi e Palermo. La strage di vent'anni fa, la strage di ora. Ci si prepara a ricordare Falcone: ma come? Autorità (anche inquisite) e notabili, o giovani e movimento popolare? di Emanuele Midolo Agoravox

Vent’anni fa: 17:58, 23 maggio 1992. E’ stato quel giorno, nell’istante stesso che separa l’ordine elettronico dato ad un detonatore e l’esplosione dell’ordigno, che qualcosa si è interrotto: l’omertà. Il rispetto. L’innocenza. La vita di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, e di tre uomini della loro scorta. E qualcos’altro invece è cominciato: le bombe. Le stragi. La caccia all’uomo. La Seconda Repubblica. Quante cose può distruggere mezza tonnellata di tritolo? Tante, troppe.

La vita di Maria Falcone è finita quel giorno. E poi - lentamente, nonostante tutto - è ricominciata. All’epoca insegnava economia e diritto nei licei. È stata lei, la sorella di Giovanni, a volere fortemente la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, nata a Palermo il 10 dicembre di quello stesso anno maledetto: il ‘92. Quattro anni dopo la Fondazione ha ottenuto un importantissimo (ed ambitissimo) riconoscimento dall’ONU, che ha concesso lo status di ONG, organizzazione non governativa, al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. Ogni anno, da vent’anni a questa parte, la Fondazione organizza una serie di eventi per commemorare quella strage. Ma non solo, perché l’organizzazione si occupa della promozione di attività culturali, di ricerca e di studio; rappresenta, come ha detto più volte la stessa Maria Falcone, “tutti i morti per mafia”, ed è impegnata nello “sviluppo di una cultura antimafiosa nella società, e nei giovani in particolare”. Il 23 maggio le celebrazioni dell’anniversario, in occasione del ventennale, hanno un significato particolare. È notizia di qualche giorno fa che il Presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, non ha ricevuto l’invito alla commemorazione, a differenza di altre importanti cariche. “Non è persona gradita”. Maria Falcone, interrogata dai giornalisti sul motivo del gesto, ha commentato: “La fondazione Giovanni e Francesca Falcone che rappresenta tutti i morti per

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mafia non può permettersi d' invitare persone che sono sospettate di avere avuto contatti con Cosa nostra. A prescindere da come vada a finire l'udienza preliminare in cui il giudice deciderà se rinviare a giudizio Lombardo non possiamo avere tra gli invitati una persona per cui una procura ha chiesto il rinvio a giudizio per mafia. Sarebbe stato un bel gesto da parte di Lombardo dimettersi dalla carica che ricopre''. L'inchiesta Iblis Lombardo è indagato dalla procura di Catania nell’inchiesta Iblis (“Diavolo” in arabo). Tutto ha inizio il 29 marzo 2010, quando un articolo de La Repubblica rivela: “Lombardo sotto inchiesta a Catania. Concorso esterno con la mafia”. Il fascicolo aperto dal procuratore Salvatore D’Agata si basa su un rapporto di tremila pagine redatto dai carabinieri del Ros, frutto di oltre due anni di indagini. Raffaele Lombardo e suo fratello Angelo, deputato Mpa, sono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. L’indagine procede finché il procuratore Michelangelo Patanè e l’aggiunto Carmelo Zuccaro decidono di esautorare i quattro pm titolari dell’inchiesta; stralciano la posizione dei fratelli Lombardo (derubricando il reato a “voto di scambio”) e chiedono l’archiviazione. Richiesta che il Gip di Catania Luigi Barone ha respinto, disponendo invece l’imputazione coatta.


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Memoria COSI' SCRISSE LUISA, TERZA B, 13 ANNI

L’udienza preliminare è stata rinviata al 24 maggio. Coincidenze. Al Governatore verrà chiesta spiegazione dei suoi “rapporti diretti e indiretti con rappresentanti di Cosa Nostra”, rapporti non solo documentati, ma “provati in punta di fatto”, come hanno scritto i pm. Un contatto per niente “occasionale, né marginale”, anzi. I magistrati lo definiscono “cospicuo, diretto e continuativo”, volto ad assicurare “il costante e consistente appoggio elettorale della criminalità organizzata”. Gli ospiti della festa Le prove. I carabinieri filmano la festa in onore di Angelo Lombardo, eletto deputato, che arriva al party con un Suv di grossa cilindrata (una Audi Q7 intestata all’Mpa), e si intrattiene con ospiti poco “raccomandabili”. Ma soprattutto i carabinieri registrano. Registrano le telefonate dei boss: Vincenzo Aiello, ritenuto uno dei capi di Cosa Nostra a Catania (secondo alcuni, addirittura il capo dei capi, eletto da Nitto Santapaola in persona); Raffaele Bevilacqua, boss di Enna; Rosario Di Dio, considerato un “esponente di primissimo piano” del clan Ercolano Santapaola. “Da me all’una e mezza di notte è venuto. Ed è stato due ore e mezza qua da me, dall’una e mezza alle quattro di mattina. Si è mangiato sette sigarette”, dice quest’ultimo ai suoi picciotti, parlando di Raffaele Lombardo, “Raf” per gli amici.

Come per il boss Bevilacqua, già assessore provinciale DC, esponente di spicco del “gotha della mafia nissena”, che con Lombardo prende appuntamenti e ha diversi scambi telefonici. Legami accertati, dunque. Intercettazioni telefoniche, filmati. Ma Lombardo respinge tutte le accuse, liquida l’intero quadro probatorio: “Si tratta di un complotto politico”. Un’ipotesi sostenuta tenacemente anche da Gioacchino Genchi, già consulente proprio per le stragi di Capaci e Via D’Amelio, che ha accettato l’incarico di difendere il Presidente siciliano (fatto insolito per il perito, che non ha mai fornito consulenze private, ma ha sempre lavorato per l’Autorità Giudiziaria). Genchi denuncia “un complotto di dimensioni titaniche” a danno di Lombardo e afferma di poter dimostrare che le accuse a suo carico sono “infondate”. Si vedrà. Quelle relazioni pericolose Restano intanto quelle telefonate, quegli incontri nel cuore della notte, quelle relazioni pericolose. E resta la volontà, da parte di Maria Falcone, di non scendere a compromessi. Un’ostinazione che a quanto pare è un fattore genetico nella famiglia Falcone. E che non viene meno neppure quando in gioco vi sono personaggi che fanno paura. Che si chiamino Aiello, Lombardo o “Iblis”.

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Peppino Impastato era un giovane, nato in una famiglia di mafiosi, che decise di ribellarsi all'omertà e alla mafia stessa perché per lui aveva dei principi sbagliati. Lui sperava in un mondo giusto, senza traffici di droga e senza ricatti. Questo lo portò ai conflitti con il padre e con la famiglia e alla morte, saltato in aria con del tritolo. La sua morte fu presto fatta passare come un suicidio e sembrava che tutto ciò che quel giovane insignificante aveva fatto fosse stato cancellato. La mafia aveva vinto e aveva messo tutto a tacere come sempre. Sarebbe finita così la storia se non fosse stato per un piccolo particolare: Peppino aveva portato speranza nei cuori della gente e la speranza non seppe tacere, la speranza doveva manifestarsi. Essa diventò la base di una nuova "guerra" contro la mafia e in onore del giovane Peppino. Così ancora oggi la "guerra" continua e grazie alla speranza lasciata da Peppino e tramandata di generazione in generazione un giorno batteremo la mafia e renderemo il mondo un posto migliore. Ma la lotta di Peppino non era solo contro la mafia e contro il conformismo; lui combatteva anche contro chi sogna di migliorare il mondo seduto su una sedia. Lui infatti ci ha insegnato a rincorrerli, i sogni; ci ha insegnato a rimboccarci le maniche e a lottare fino ad essere stremati. Io credo che questo significhi vivere, questo è quello che ci rende importanti. Se nessuno inseguisse i propri sogni non ci sarebbero i cantanti, i musicisti, i ballerini, gli attori, gli scrittori, i politici onesti perché questi anziché cantare, suonare, ballare, recitare, scrivere, preoccuparsi del bene di tutti sarebbero seduti su una sedia ad immaginare di realizzare i loro sogni senza concludere nulla. Questo non vuol dire che se si combatte e ci si impegna si può ottenere tutto, ma se si sta sulla sedia l'unica cosa che si otterrà sarà il rimpianto di non averci provato, di aver perso tempo. Così, quando sarai vicino alla morte non dirai "avrei potuto...", ma dirai "ho vissuto". Infatti io credo che vivere, e non sopravvivere, significhi proprio questo: lottare per i nostri ideali e i nostri sogni, avere speranza non solo nel cuore, ma in tutto il corpo e nell'anima, tanta speranza da riuscire a tramandarla ai nostri figli che inseguiranno i loro sogni con tutte le loro forze e forse, chissà, riusciranno a farli diventare realtà. www.nandodallachiesa.it


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Antimafia

Una giornata in Sicilia Cinisi, nove maggio. Torneremo a parlarne fra un anno, di Peppino? E gli altri 364 giorni? Riflessioni su una giornata di lotta, di contraddizioni e tutto sommato soprattutto di speranza di Salvo Vitale www.peppinoimpastato.com

9 maggio, una giornata dedicata “alle vittime del terrorismo”, ricordando l’assassinio di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse, nello stesso giorno della morte di Peppino Impastato. L’Associazione Impastato ha scritto, a suo tempo, una lettera al Presidente della Repubblica, invitandolo a rimandare la norma in Parlamento, e a farla integrare con l’aggiunta “alle vittime della mafia”, perché anche i delitti mafiosi sono tipici esempi di terrorismo: in tal senso il giorno dell’omicidio di Moro e di Impastato avrebbe trovato una perfetta sintesi di significato, ma sinora nessuna risposta.

Con incredibili voli pindarici si è cercato di creare connessione tra i due fatti, di inventarsi che Badalamenti era stato chiamato da qualche esponente politico per cercare, attraverso qualche mafioso in carcere, a contatto con brigatisti in carcere, di mediare con i terroristi e che avrebbe deciso di uccidere Peppino, perché sapeva della decisione di uccidere Moro , così che l’omicidio di Peppino sarebbe passato in silenzio, sommerso dall’importanza data al primo. A queste fantasie, ( in siciliano “minchiate”), ne sono state aggiunte altre, come quella secondo cui la morte del padre di Peppino sarebbe stata decisa ed eseguita dai mafiosi di Cinisi per avere mano libera nell’eliminazione del figlio: e così un semplice incidente automobilistico è diventato un delitto. Si potrebbe continuare di questo passo su tutta una serie di altri “depistaggi” di cui Peppino è stato vittima, e che non sono solo quelli fatti al momento della sua morte, quando è stato spacciato per un terrorista. Ma torniamo alla giornata. Le fantasie e i depistaggi In mattinata un gruppo di sindaci, che non erano cento, come annunciato prima, si è recato al casolare in cui sono state trovate le tracce di sangue di Peppino e che, dopo decenni di abbandono, dopo che l’Associazione Impastato ne ha chiesto e ottenuto il vincolo, dovrebbe diventare un luogo della memoria. Il proprietario, il farmacista Venuti, si è forse montato la testa per questo posto di poche centinaia di metri quadrati, che confina con la ferrovia, è inedificabile e non vale niente, ed ha chiesto una cifra esorbitante, al punto che la Regione ha deciso di procedere all’esproprio.

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Non si sa quanto verrà offerto, se il proprietario farà ricorso, e quindi se i tempi si allungheranno, così come non si conoscono le intenzioni di utilizzo e di strutturazione: ci si augura che il posto rimanga così com’è, perché altrimenti perderebbe interamente le sue storiche caratteristiche di luogo in cui è avvenuto il delitto. Dopo di ciò i sindaci si sono recati, seguiti da una massa di studenti, presso la casa di don Tano ed hanno scoperto un manifesto in cui c’era scritta una poesia di Umberto Santino, intitolata “Neppure un passo”, scritta in polemica con il titolo del film “I cento passi”. Paradossalmente, sul marciapiede è stata posta la prima di cento mattonelle che dovrebbero arrivare alla casa di Peppino, secondo un progetto chiamato “I cento pensieri di Peppino”, non si sa se pensieri reali o supposti. E’ qui il problema di fondo che divide molti dei compagni di Peppino da suo fratello e che, anche quest’anno ha portato ad iniziative separate: la pretesa di sapere cosa Peppino avrebbe fatto, cosa avrebbe scelto o cosa avrebbe detto, il sentirsi depositari unici della memoria di Peppino che, a seconda delle circostanze, diventa un non violento, uno che rispetta le forze dell’ordine, un ateo sì, ma dotato di religiosità, un artista, un uomo politico, uno che crede nelle istituzioni, nelle quali ha cercato di entrare con la scelta elettorale, un esempio di legalità ecc. Quindi no ai cento passi, sì alle cento mattonelle. Perché in parte divisi Sono incongruenze difficili da capire. Così com’è difficile capire l’apprezzamento verso il film con questa nota critica.


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“Ma alla fine un momento tutti insieme”

La poesia di Santino, citata , proprio il giorno prima, nel corso del forum sull’identità di Peppino, così recita: “I cento passi che non hai mai percorso perché non occorreva neppure un passo per ritrovare dentro di te il sangue dei padri la voce antica che raccontava guerre familiari atrocità palesi e complicità segrete che bisognava chiudere gli occhi per non vederle. Ora vogliono importi un’icona che non ti appartiene e consolare il tuo isolamento con parole che nascondono distanze incolmabili tra storie diverse. L’amore che non hai avuto ci obbliga a risponderti: le guerre non sono finite e il silenzio dei vili continua a inquinare il pianeta ma la tua figura distrutta si ricompone lungo un binario che corre per il mondo, misura del desiderio.

Peppino ridotto a un’icona che non gli appartiene. Ecco il punto. Il progetto è comunque di ampio respiro, è stato finanziato, come annunciato, con 250.000 euro dalla Fondazione per il Sud, assieme al Museo della ndrangheta di Reggio Calabria, e prevede la creazione di “pietre dell’inciampo” (!) con idee, frasi, immagini forniti dagli studenti , con “totem multimediali” (!) , vicini alle parrocchie (!), che conterranno informazioni sulle iniziative socio-culturali dei luoghi e un “portale online” (!) che dovrebbe costituire un sito per ispirare, promuovere e realizzare la lotta alle mafie. I sindaci se ne sono poi andati, perché al corteo del pomeriggio ne sono stati vi-

sti pochissimi. Intanto sull’altro fronte, cioè su quello del Forum Antimafia, nella stessa casa del boss, che il Forum ha battezzato, unilateralmente, ”Casa Nove maggio”, si parlava dei problemi dei NoTav in Val di Susa, dai cui paesi è intervenuta una folta delegazione, della crisi che sta strangolando i ceti più deboli e di una serie di drammatiche realtà in lotta per la perdita o per la difesa del posto di lavoro. Anche in questa occasione si sono contemporaneamente intraviste due concezioni diverse di concepire la lotta alla mafia come problema sociale di scontro col potere o come momento istituzionale e commemorativo. Società e istituzioni Nel pomeriggio, dalla sede di Radio Aut, a Terrasini, è partito il corteo, con un numero di partecipanti che ogni anno ormai si può dire costante, circa quattromila, provenienti da tutta Italia, ma, nonostante le dichiarazioni di apertura al territorio, gli abitanti di Cinisi, come al solito, erano pochissimi: è giusto, comunque, rilevare che ce n’erano tanti alla veglia di preghiera con don Ciotti. Così come ce n’erano tanti a far casino per le strade per lo scudetto della Juventus. Come ogni anno è stata idealmente riaccesa la Radio Aut da Salvo. Il corteo è snodato per le strade di Terrasini, festoso in qualche parte, incazzato in qualche altra, con una serie di striscioni di realtà in lotta e con lo slogan ossessivamente ripetuto: “Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai”. Si è presentato Leoluca Orlando, al quale è stato fatto qualche fischio: qualcuno ha gridato: “Fuori i democristiani dal corteo,” dimenticando che Orlando

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non è democristiano da più di vent’anni e che la sua candidatura ha spaccato e demolito i partiti di potere in Sicilia. Molti fischi invece a Ferrandelli, il giovane rampante del PD, che contenderà ad Orlando la poltrona di sindaco al ballottaggio e che, di Orlando è stato un pupillo. Stesso copione del primo maggio a Portella della Ginestra e, in buona parte, stessi protagonisti. Inopportuni fischi e inopportune conseguenti polemiche. La notizia non è data dai fischi, ma dalla costante presenza di tanta gente che dice un no convinto alla mafia ed è il segno della Sicilia che vuol cambiare. Il corteo si è concluso con un intervento, dal balcone della casa “Nove Maggio” , di Felicetta Vitale, moglie di Giovanni Impastato e presidentessa di “Casa Memoria” e con la lettura di un documento finale del Forum Sociale Antimafia fatta da Salvo Vitale. Il sindaco ha chiuso tutto con un frettoloso saluto. Questa volta nessuna polemica. I due gruppi che hanno dato vita alle iniziative per il nove maggio nel nome di Peppino e che hanno portato avanti diversi programmi, senza incontrarsi e senza scontrarsi, hanno trovato un momento di sintesi, anche nel corteo, così come lo avevano trovato due giorni prima per la commemorazione di Guido Orlando, un compagno di Peppino recentemente scomparso. Un ricordo e un lungo applauso è stato fatto per Vittorio Arrigoni, ucciso in Palestina lo scorso anno, poco prima della sua venuta a Cinisi e per Guido Orlando. In serata, mentre i ragazzi del Forum consumavano un pezzo di sfincione preparato nella “ Casa nove maggio”, i Modena City Ramblers, che non erano tutti e sette, ma solo tre, hanno chiuso, con un concerto in piazza, le manifestazioni di quest’anno.


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Antimafia

Ricordo di Roberto Morrione Roberto Morrione, maestro di giornalismo e militante antimafioso, ha dato in questi anni un contributo grandissimo a tutti noi combattendo per la verità e la giustizia e formando giovani giornalisti e militanti capaci di continuare il suo cammino di Santo Della Volpe Un anno fa, quella malattia contro la quale ha combattuto con la solita grinta, si portava via Roberto Morrione. E da un anno Roberto ci manca. Ci vorrebbe molto spazio per descrivere dove e quando, ma forse bastano poche righe per farlo capire. Non ci sono più i suoi ragionamenti senza tante parafrasi e che arrivavano subito all’obiettivo da raggiungere; ci manca la linearità dei suoi ragionamenti ma anche la sua capacità ed autorevolezza, in grado com’era di organizzare in poco tempo le persone ed i percorsi per realizzare un programma di lavoro. Conoscenza consapevole Ci mancano le sue attenzioni ai minimi particolari e le intuizioni per, ad esempio, impostare un articolo pungente o un titolo da dare ad una iniziativa che desse fastidio ai mafiosi , ai loro sistemi di potere. Ci manca, essenzialmente, la sua persona sempre presente ed entusiasta, contento d’aver ricominciato da capo un’impresa, come Libera Informazione e di vederla crescere giorno dopo giorno,

con tanti giovani e persone altrettanto entusiaste. Di Roberto abbiamo cercato di continuare un’opera che riteniamo importante: e le vicende di questi giorni ci confortano, purtroppo, nella convinzione che ci sia molto da fare per l’informazione pulita in questo paese. Perché le notizie arrivino in modo capillare dai territori dove le mafie operano e lavorano in profondità, inquinando la società e l’economia. Per scovarli e metterli in difficoltà, per contribuire a distruggerle le mafie organizzate. E perché l’indignazione che sale dalle persone per bene e dai giovani colpiti dalle bombe di Brindisi, trovi spazio e degna rappresentazione; e non finisca solo in rabbia cieca, ma in conoscenza; consapevoli, come ci ricordava Roberto, che solo il ragionamento unito all’entusiasmo possono far conoscere e battere i fenomeni mafioso/terroristici. Anche, e forse soprattutto, quando producono sofferenze e attentati dolorosi. Continueremo a scrivere ed ad informare con l’attenzione alle persone, ai più deboli e sofferenti, ai percorsi difficili dei familiari delle vittime di mafia: per

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parlare con loro e farli protagonisti di un riscatto che sappiamo poter aiutare con il nostro portale ed le nostre neglette. E per denunciare con coraggio e schiena dritta, le intrusioni e le infiltrazioni mafiose nell’economia, le arroganze dei potenti nella politica, la violenza mafiosa, le collusioni tra mafia e imprenditoria corrotta. Schiena dritta e coraggio Non rinunceremo mai a mettere in evidenza gli aspetti positivi e nuovi nella lotta alle mafie, con le istituzioni che si schierano e lavorano per la legalità e la verità. Verità e giustizia,lavoro e democrazia, Costituzione. I nostri fari e punti di riferimento, da Roberto e per il futuro che vogliamo migliore di questi anni difficili. Roberto ci manca; ma sappiamo che è con noi ogni giorno del nostro lavoro e della nostra attività. Il giorno nel quale avremo sconfitto la corruzione e la violenza mafiosa, sapremo di averlo fatto con lui: ed anche per lui, Roberto Morrione, un grande maestro.


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IL FILO

Perché i comunisti hanno vinto di Giuseppe Fava

impiegati politici divorano ogni mese

I giornali e i politici si chiedevano – e siamo nel '75: mezzo secolo fa – come mai improvvisamente gli elettori avessero abbandonato tutto d'un colpo il Potere di allora, la Dc...

miliardi di pubblico denaro, quest'uomo povero, fiducioso, perseguitato, che per anni e anni ha votato per la democrazia accanendosi a sperare che da una settimana all'altra, da un anno all'altro, tutto

Mi volete spiegare perché un

potesse cambiare, e infine ha

uomo, un cittadino che da anni vede

fanaticamente votato fascista per

gli enti pubblici gonfiarsi di racco-

esprimere la sua disperazione e

mandati, lenoni della politica, imbro-

nemmeno allora è successo niente,

glioni, gabelloti dei partiti, e vede

nessuno ha raccolto il monito

l'amministrazione onesta paralizzata

drammatico.

dalla faida di potere a tutti i livelli, e vede le opere pubbliche boicottate e

Perché non dovrebbe?

annientate dalla paura che ogni uomo politico nutre ch'essa opera pubblica

Perché quest'uomo così ridotto e

La Fondazione Fava

possa servire al concorrente, e vede i

ferito come essere vivente e come cit-

La fondazione nasce nel 2002 per mantenere vivi la memoria e l’esempio di Giuseppe Fava, con la raccolta e l’archiviazione di tutti i suoi scritti, la ripubblicazione dei suoi principali libri, l'educazione antimafia nelle scuole, la promozione di attività culturali che coinvolgano i giovani sollecitandoli a raccontare. Il sito permette la consultazione gratuita di tutti gli articoli di Giuseppe Fava sui Siciliani. Per consultare gli archivi fotografico e teatrale, o altri testi, o acquistare i libri della Fondazione, scrivere a elenafava@fondazionefava.it mariateresa.ciancio@virgilio.it ____________________________________

quartieri della città trasformati in lan-

tadino ora, in questa occasione eletto-

de di scorreria per teppisti d'ogni età;

rale, non dovrebbe votare comunista?

perché quest'uomo cittadino che pos-

E così per anni e decenni, per mesi

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Il sito “I Siciliani di Giuseppe Fava”

Pubblica tesi su Giuseppe Fava e i Siciliani, da quelle di Luca Salici e Rocco Rossitto, che ne sono i curatori. E' un archivio, anzi un deposito operativo, della prima generazione dei Siciliani. Senza retorica, senza celebrazioni, semplicemente uno strumento di lavoro. Serio, concreto e utile: nel nostro stile.

sibilmente è anche povero e galantuo-

e per giorni, e per infinite occasioni,

mo e non riesce a trovare lavoro one-

infinite illusioni e speranze, gli italia-

sto, e vede i raccomandati, i lacché, i

ni (e i catanesi) hanno perdonato e re-

vassalli politici scavalcarlo continua-

stituito la fiducia, e nutrita la speran-

mente negli esami, nei concorsi, nel

za che tutto stesse veramente per

diritto civile alla vita; quest 'uomo

cambiare.

che magari è stato ricoverato una vol-

E non è cambiato niente mai, e la

ta in ospedale o vi ha condotto un fi-

disperazione ha preso il cuore di mi-

glio o un padre, e ha visto i topi cam-

lioni di cittadini, e io questo posso

minare sotto i letti, e gli esseri umani

scriverlo onestamente perché la di-

agonizzare perché mancava un litro

sperazione ancora non mi ha vinto.

di sangue, mentre duemila, tremila

(21 giugno 1975)

I Sicilianigiovani – pag. 93


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I Sicilianigiovani Rivista di politica, attualità e cultura

Fatta da: Gian Carlo Caselli, Nando dalla Chiesa, Antonio Mazzeo, Giovanni Abbagnato, Anna Bucca, Norma Ferrara, Michela Mancini, Agata Pasqualino, Marcella Giammusso, Valeria Grimaldi, Giovanni Caruso, Francesco Feola, Paolo Fior, Rino Giacalone, Giorgio Ruta, Luciano Bruno, Luca Rossomando, Stefano Paglia, Eliana Iuorio, Leandro Perrotta, Giulio Pitroso, Mauro Biani, Carlo Gubitosa, Kanjano, Jack Danie, Luca Salicil, Tano D’Amico, Riccardo De Gennaro, Anna Petrozzi, Giancarla Codrignani, Luciano Mirone, Elio Camilleri, Fabio D’Urso, Antonello Oliva, Fabio Vita, Diego Gutkowski, Pietro Orsatti, Emanuele Midolo, Salvo Vitale, Santo Della Volpe

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Nel 1984 gli imprenditori siciliani non facevano pubblicità sui giornali antimafiosi. E ora?

Un tempo, gli imprenditori siciliani non facevano pubblicità sui giornali antimafiosi. Perciò i giornali come I Siciliani alla fine dovevano chiudere. Nessun giornale può sopravvivere senza pubblicità, per quanto fedeli siamo i suoi lettori. Noi facciamo la nostra parte. Voi, fate la vostra. I Sicilianigiovani – pag. 95


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“L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”

pag.96

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