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ARTE IN GIARDINO Galleria GULLIVER Terre d’Autore Hotel CERNIA Isola Botanica

Le sculture ceramiche di

Riccardo

BIAVATI


ARTE IN GIARDINO A cura della Galleria GULLIVER Terre d’Autore

Nel giardino delle osmunde dell’Hotel CERNIA Capo Sant’Andrea • Isola d’Elba 19 aprile ~ 30 ottobre 2009

Le sculture ceramiche di

Riccardo

BIAVATI


“Arte in giardino” Sculture ceramiche e direzione artistica / Ceramic sculptures and artistic direction Riccardo Biavati Testo/Text MariaGrazia Morganti Progetto e organizzazione / Project and organisation Susanna Busoni e Lorenzo Anselmi della Galleria Gulliver, Francesca e Cristiano Anselmi dell’Hotel Cernia Hanno collaborato alla realizzazione delle ceramiche de “La Bottega delle Stelle” / Assisted in the creation of the ceramics from “La Bottega delle Stelle” Antonella Manfredini con Giovanni Gaddoni, Alessandro Poluzzi, Massimiliano Rossi e Alberta Tamoni Progetto grafico, impaginazione e prestampa / Graphic layout, page layout and prepress Antonello Stegani Fotografie / Photographs Antonello Stegani Traduzioni / Translation Patricia Finlayson Costa Si ringrazia per la collaborazione l’Agenzia SAI dell’Isola d’Elba

© Galleria Gulliver, Hotel Cernia, Riccardo Biavati.

Ogni parte di questa pubblicazione non può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta del proprietario dei diritti d’autore / No part of this publication can be reproduced or transmitted in any form or by any electronic, mechanical or other means without the written authorisation of the copyright owner.


ad Antonella


è un giardino a Capo Sant’ Andrea dove, a primavera, fioriscono opere d’arte. Il fenomeno, che si ripete da cinque anni, nasce dalla fortunata ibridazione messa a punto da un team ormai collaudato: l’accogliente, lussureggiante Hotel Cernia e la Galleria Gulliver di Marciana Marina, che da molto tempo ormai si è dedicata alla valorizzazione della ceramica d’autore. Quest’anno è la volta di Riccardo Biavati, già protagonista in aprile in questo stesso luogo e per l’azione congiunta degli stessi artefici - di una memorabile “Cena delle Cento Ciotole”, ancor’oggi testimoniata dalla presenza di una residua serie di oggetti che hanno trovato una loro naturale collocazione all’interno dell’hotel: zuppiere coi coperchi/palcoscenico su cui vanno in scena microdrammi a soggetto elbano, portalumi con pesci giganti cavalcati da efebi, tegami variamente abitati, con appese panoplie di ciotole e piastre che risaltano contro le pareti come decorazioni sul petto di un generale d’armata.

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Arcipelaga / Arcipelaga, 2009 Semire, grĂŠs, ingobbi, smalti, ferro /Semire, stoneware, engobe, enamel, iron cm. 24x50


Tutte le forme create da Biavati, del resto, anche quelle più apertamente d’uso, sono dotate di un’anima, ed è forse per questo che riescono a trascendere la pesantezza dell’argilla in cui sono modellate, diventando della materia di cui sono fatti i sogni. Non meraviglia, quindi, che i suoi pezzi si siano subito ambientati senza sforzo nel giardino del Cernia, a poca distanza dalle rocce che scendono verso il mare a capo Sant’Andrea, veri mostri preistorici pietrificati, su cui si avventa, con l’impeto inarrestabile di una colata lavica, una vegetazione di giada e tormalina accesa da lapilli di quarzo purpureo e ametista. Adesso, sotto il sole d’estate, si mimetizzano fra le foglie dei Arcipelaga / Arcipelaga (part.)

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cespugli, o riposano all’ombra dei massi affioranti, chiazzati di muschio, di quello che si presenta come il riuscito incrocio fra un prorompente Eden mediterraneo e il giardino zen di un chashitsu, il padiglione della cerimonia giapponese del tè, in cui natura ed artificio si mescolano con tale sofisticata semplicità da rendere impossibile trovarne il confine. Un po’ giardino e un po’ frutteto, a terrazze scandite da muretti di pietre, coi cipressi e i mirti che si mescolano agli alberi di limoni, carichi di frutti grossi come lampioncini e a piante di ogni genere, disposte senza nessun ordine apparente. E poi i gatti, l’edera, le palme, il glicine e le peonie e quel ruscello che scorre nel mezzo, con le sponde del fosso coperte di erbe selvatiche, e un tronco scheggiato a mo’ di ponte.

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In realtà appare più che fondato il sospetto che i pezzi non siano stati collocati nel giardino, ma ne siano silenziosamente emersi in una notte di plenilunio. Possiamo infatti immaginarli senza fatica mentre spuntano dal sottosuolo con uno schiocco leggero subito coperto dalla risacca, dal vento che muove le foglie del pittosforo o dal battito d’ali della farfalla sfinge notturna. Suggestioni, queste, che nascono certo dalla scelta creativa realizzata da Biavati, secondo una linea che non è mai unicamente autoreferenziale ma sa adattarsi alle circostanza esterne, pur mantenendo una perfetta riconoscibilità. Ma è proprio questo stile unico a rendere difficoltosa la ricerca di un’esatta collocazione per l’ autore all’interno del panorama della ceramica contemporanea.


Semplificando un tantino il discorso, si potrebbero infatti ridurre a due le strade imboccate dalla ceramica d’autore nell’ultimo secolo: quella del potter, il vasaio di tradizione anglosassone che, da Bernard Leach in avanti, trova le sue radici culturali in Estremo Oriente, complice Shoji Hamada, e quella dello scultore/plasticatore, la più praticata in Italia, secondo una linea genealogica che giunge fino a noi dagli Etruschi, passando nel Rinascimento per Donatello, e, in tempi più recenti, attraverso l’opera di Arturo Martini, Biancini, Guido Gambone, Nanni Valentini, tanto per citare solo i maestri indiscussi. In questa situazione Biavati è riuscito a tracciarsi un suo privatissimo sentiero, che le interseca entrambe, e non prevede bruschi scarti di direzione ma solo curve e soste panoramiche, drib-

In volo / In flignt, 2009 Semire, grés, ingobbi, smalti, legno / Semire, stoneware, engobe, ename, woodl Ø 20x52 Gufo ciotola chiaro / Light owl bowl, 2009 Semire, grés, ingobbi, smalti, legno / Semire, stoneware, engobe, ename, woodl Ø 21x26

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Tane / Dens, 2009 Semire, grĂŠs, ingobbi, smalti, ferro / Semire, stoneware, engobe, ename, iron Ă˜ 26x52

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11 blando con disinvoltura le austerità materiche dell’informale, ma anche le lusinghe troppo facili dello smalto e i luccichii effimeri dell’iperrealismo (Jeff Koons, per tutti). Confinarlo nei recinti del fiabesco, va detto subito, è però fargli torto, specie se attribuiamo a questo termine il significato di rassicurante, aggraziato e accattivante, perché la definizione non coglie la complessità di uno stile in cui le sapienti stilizzazioni si caricano di sottili rimandi concettuali - talvolta di calembours e di ironie appena dissimulate sotto la piacevolezza delle superfici levigate - e di un repertorio formale ricchissimo in cui si alternano stupori e immagini surreali, osservati, si direbbe, con un occhio che è insieme disincantato e complice.


Una delle caratteristiche più notevoli di Biavati sta forse nel fatto di partire dalle forme più consuete della ceramica d’uso - il vaso, la ciotola, l’albarello cilindrico, l’anfora - per giungere ad esiti imprevedibili, anche se, in fondo, i suoi pezzi conservano comunque la loro natura di contenitori: di stelle, di case, di gabbiani in volo, di sogni e di sorrisi. In un pullulare di forme di vita che s’annidano ovunque, emergendo da cavità rotondeggianti, da finestre e loggiati, attraverso aperture che ci offrono improvvisi squarci di mondi insospettati, sui quali ci affacciamo con un senso di vertigine. Di qui un’eterna metamorfosi: capelli che si fanno di cielo e nuvole, oppure ospitano nidi e comignoli, borracce che s’appiattiscono come man-

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dolini, crateri di proporzioni classiche che acquistano sguardi e braccia, piattelli che diventano gli occhi di un gufo. E’ un universo in continuo movimento, si direbbe, fatto di costruzioni provvisorie, sempre pronte a nuove aggregazioni: lune equilibriste che sorreggono sulla punta del naso - come foche acrobate - colombi dall’aria sbarazzina, case e torrette che si affastellano in equilibrio precario su colli a zuccotto, tane a castello che potrebbero scivolare via da un momento all’altro per ricomporsi poi sotto forme inedite. In questo mondo all’insù, in cui tutto tende all’alto, come attirato da una gravità inversa, le cose, i pesci, gli uccelli vengono sostenuti senza fatica apparente da sostegni verticali di ogni genere, braccia tese, campanili, torri, colonne, cipressi, colli ed obelischi.


E poi ancora Nidi condominiali con camini che sembrano baguettes, comignoli a forma di zucca e di fiaschetta, Tane multietniche composte da vasi da giardino e veilleuses sovrapposti e un po’ sbilenchi; c’è posto per tutto. Anche per la doppia versione di Arcipelaga (divinità femminile di recentissima creazione e come tale, si presume, ancora priva di un’iconografia ben definita): statuaria ed affiancata da due cilindri fumanti con ampi loggiati che sembrano ricreare i torricini del palazzo di Urbino oppure appiattita e sinuosa, assolutamente regale in quel suo gesto di sorreggersi con ambo le mani l’ imponente acconciatura, degna di un’ Infanta di Velazquez.

14 Nido di lucciole / Flying nest, 2009 Semire, grés, ingobbi, smalti, ferro / Semire, stoneware, engobe, ename, iron Ø 25x42


Arcipelaga due / Arcipelaga 2nd, 2009 Semire, grĂŠs, ingobbi, smalti, ferro / Semire, stoneware, engobe, ename, iron Ă˜ 35x43

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Silenzioso / Silent, 2009 Semire, grĂŠs, ingobbi, smalti, ferro / Semire, stoneware, engobe, ename, iron Ă˜ 25x39


Insomma, l’impressione è quella di trovarsi nel mezzo di una creazione ancora in fieri in cui tutto si mescola, l’Albero della Vita, le ascendenze medievali, i rimandi alla Metafisica, in un’allegra sarabanda di riferimenti che garantiscono più piani di lettura, senza che si cada mai nella pedanteria, perché tanto non è importante identificarli tutti e la godibilità è garantita comunque. L’ esempio più chiaro ci è forse offerto dal Giardiniere - un po’ augure etrusco col lituo in mano, un po’ Guerriero di Capestrano per via di quel cappello a larghe tese e di una certa rigidità arcaica - che potrebbe però senza sforzo essere anche il Mago dei Tarocchi, o l’Eterno Viandante o magari un rabdomante, che poi, a pensarci bene, rappresentano tutti altrettante metafore dell’artista. Da testimonianze attendibili pare anche assodato che di prima mattina il Giardiniere saluti le signore (specie se giovani e graziose) che gli passano davanti. Il fatto è di qualche interesse, soprattutto perché potrebbe accreditare ancor più l’ipotesi che si tratti di uno dei tanti travestimenti dell’Autore che, come Giove, ama mescolarsi ai comuni mortali assumendo forme sempre diverse ma mantenendo costante la sua inclinazione verso l’universo femminile. E difatti, se gli antichi rappresentavano i fiumi attraverso divinità fluviali virili e barbute, Biavati, con l’understatment sornione che gli è proprio, ci presenta una matronale Signora dei fossi, che ben

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figurerebbe in un ideale Olimpo dell’Eterno Femminino, consanguinea stretta delle Veneri preistoriche e delle monumentali nana di Niki de Saint Phalle. Una vera Dea Madre, tutta mediterranea nelle forme e nel languore di quegli occhi bistrati di blu, la cui nascita risale certo all’alba dell’umanità, come testimonia la presenza delle antichissime Osmunde ( le felci tuttora conservate al Cernia) disposte in abbondanza lungo il solco di quella spaccatura verticale che l’attraversa per intero, come un segreto lacerante nascosto troppo a lungo che si svela d’impulso. Signora della Fauna e della Flora, si diceva, e infatti gli uccelli si appoggiano fiduciosi sul suo busto abbondante sormontato da una chioma di foglie turchine, ed è da notare come la sua figura non sia levigata come le altre, ma più materica, coi segni evidenti del modellato in ogni parte del corpo, per sottolineare forse il suo stretto rapporto con la vita e la terra stessa. Non solo lei, comunque, ma un po’ tutti questi personaggi dalle forme accoglienti, che supponiamo testimoni silenziosi ed indulgenti della vita che li circonda, sembrano possedere la capacità di provocare una risposta empatica da parte dello spettatore, che si sorprende talora a sorridere davanti a queste creature che meno naturalistiche di così non potrebbero essere eppure riescono a suscitare in chi le guarda strani brividi di dejà vu e vaghe reminescenze di un perduto passato di felicità.

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E per noi, che sappiamo di vivere tempi che non si faranno mai leggenda, neppure per i nostalgici di professione, è di conforto poter contare sull’esistenza di un mondo parallelo che segue solo le regole della poesia, infischiandosene dei dogmi della razionalità. Per questo ci rallegra l’idea che durante la notte, assicuratisi che non ci siano umani ancora in giro, i pezzi creati da Biavati se ne vadano a spasso per il giardino, a curiosare, a scambiarsi qualche opinione o semplicemente a godersi il profumo del cestro odoroso. Allora la Signora dei fossi abbassa finalmente le braccia, i gabbiani completano i loro voli bloccati a metà, il Nido volante si fa un giretto di ricognizione e la Guardiana delle Anfore, che è di temperamento ansioso, riconta le sue proprietà. Soltanto il Giardiniere, dal suo riparo/nicchia fra i bambù e la yucca in fiore, vero Centro Immobile della creazione, non si scompone ma sorveglia che tutto proceda senza intoppi e agita il suo bastone per incitare i più distratti a riprendere le esatte posizioni di partenza perché nessuno si lasci sorprendere fuori posto dalla prima luce dell’alba. Non meravigliamoci troppo, comunque, se l’opera che ci troviamo davanti non corrisponde esattamente alla foto del catalogo. L’arte, si sa, è mutevole, e le notti d’estate all’Elba spesso troppo brevi. MariaGrazia Morganti Fognano di Brisighella, maggio 2009


Il Giardiniere / The Gardener, 2009 Semire, grĂŠs, ingobbi, smalti, ferro / Semire, stoneware, engobe, ename, iron 55x45x128


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Finestra sul mare / Window on the sea, 2009 Semire, grĂŠs, ingobbi, smalti, ferro / Semire, stoneware, engobe, ename, iron Ă˜ 16x60


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La Signora dei fossi / The Lady of the ditches, 2009 Semire, grĂŠs, ingobbi, smalti, ferro / Semire, stoneware, engobe, ename, iron Ă˜ 23x49


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Nido volante / Flying nest, 2009 Semire, grĂŠs, ingobbi, smalti, ferro / Semire, stoneware, engobe, ename, iron Ă˜ 16x49


La Guardiana delle anfore / The guardian of the anphoras’, 2009 Semire, grés, ingobbi, smalti, ferro / Semire, stoneware, engobe, ename, iron Ø 25x53


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“Il mondo è come un giardino in quanto si manifesta. E’ un mondo di cose come alberi, sentieri, ponti, ma è anche un mondo di intuizioni, di metafore, di insegnamenti a disposizione di ogni anima che passa. Il giardino rende più intellegibile e più bella l’interiorità dell’anima.” James Hillman l momento storico in cui l’uomo passò dalla condizione nomade a quella stanziale sancì un cambiamento importante anche nel suo rapporto con la natura. Stabilendosi in gruppi tribali fissi, che avevano bisogno di mantenere un contatto con le forze ignote della vegetazione, l’uomo sentì il bisogno di portare all’interno del villaggio un po’ della magia delle piante in un giardino. Ciò fu un modo per propiziarsi salute e ricchezza, cercando di ricostruire la foresta ed i suoi significati simbolici in uno spazio delimitato ed ordinato. La natura fu intesa come il simbolo del ciclo della vita, con caratteristiche femminili e materne, ben manifeste nel collegamento con la Luna e con la Grande Madre, dea lunare e primordiale della Terra, della fertilità e della vegetazione, in stretta analogia con l’elemento esoterico Acqua, inteso come linfa vitale, che nel

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tronco delle piante scorreva in un’archetipa concezione di maternità. L’essenza profonda dell’essere umano ha una tale nostalgia della natura e della sua armonia che, quando ne è esiliato ricostruisce, appena può, quell’angolo di natura mitizzata che è il giardino: un pezzetto di mondo sottratto alla caoticità del vivere quotidiano, uno spazio in cui liberare la fantasia, perdersi lungo i sentieri dell’immaginario, abbracciare la dimensione magica e lasciarsi andare. Giardino, dunque, come luogo sacro, simbolico e mitologico; giardino come nostalgia di benessere, di gioia, di pace e d’infinito, come aspirazione a una pienezza esistenziale. Giardino come simbolo di vita: simbolo così potente che la capacità, magica, di far fiorire un giardino in pieno inverno (cioè in pieno dominio della morte), fu per tutto il Medioevo considerata come la magia per eccellenza. La dimensione magica è in effetti una componente molto importante del nostro giardino delle Osmunde. Qui si parla la lingua della Natura e sono le felci regali, mute testimoni di un’isola antica, a vegliare lungo le sponde di due ruscelli, mentre enormi affioramenti granitici raccontano la storia geologica di questo versante di Elba “abbarbicato” ai piedi del Monte Capanne. In questo spazio si avvicendano punti luminosi e punti nascosti, gli angoli più curati e quelli più selvaggi e in questa alternanza appare evidente la somiglianza con il nostro “giardino interiore”. Lungo i sentieri del giardino si abbandona il futile e l’apparente per andare alla sostanza e ci si avventura nella sua topografia interiore, fatta di sentimenti e memorie, figure, fantasie e pensieri. Passeggiare nel dedalo dei suoi percorsi è un invito ad un viaggio

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interiore alla ricerca di un costante dialogo tra il dentro e il fuori, il manifesto e il nascosto, il razionale e l’emotivo alla scoperta di una dimensione magica apparentemente sopita. Da questa consapevolezza, nonché dal desiderio di arricchire di contenuti ed esperienze nuove il soggiorno dei nostri ospiti, nasce l’idea di “Arte in Giardino” che, con la preziosa collaborazione di Susanna e Lorenzo della Galleria Gulliver, è arrivata alla sua quinta felicissima edizione. Quest’anno il compito di accompagnare il visitatore lungo un percorso di meraviglie e poesia è affidato al volo di un gabbiano corso, parente più timido e meno diffuso del ben più conosciuto gabbiano reale, nato dalla creatività fantastica di Riccardo Bia-

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vati che si è lasciato, lui per primo, coinvolgere in un bellissimo e lunghissimo “volo-sogno” nell’accettare l’invito a creare per noi. Salutato il Giardiniere-mago-guardiano del giardino, è facile lasciarsi andare in un percorso in cui fantasia e realtà si mescolano al punto che risulta superfluo capire dove finisca l’una e inizi l’altra perché l’arte, si sa, è mutevole e le suggestioni che questa ci regala, specie quando ad accoglierla è un contesto naturale, infinite. Francesca e Cristiano Anselmi Hotel Cernia Isola Botanica


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Interni dell’Hotel Cernia / Inside the Hotel Cernia


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e terre d’autore che esponiamo nella nostra galleria sono frutto di una grande passione per la ceramica d’arte e di una ricerca costante nell’ambito artistico contemporaneo che continua da circa 25 anni. Nel tempo, abbiamo percorso diverse tappe che hanno segnato una qualche evoluzione nella nostra conoscenza, ci piace pensare che il nostro cammino sia ancora in divenire e di sicuro una delle esperienze più importanti che ci sta formando è la presentazione di sculture in spazi “alternativi” alle nostre consuete pareti “domestiche” della galleria (come ad esempio la mostra di scultura ceramica “concreta” che da due anni curiamo nel Palazzo Pretorio di Certaldo alto), con la convinzione che portare le opere d’arte verso il pubblico può essere un modo per facilitare l’approccio con l’arte e la cultura, e perciò una possibilità di crescita e sviluppo culturale e sociale. Era già da tempo che stavamo meditando sulle molte potenzialità della scultura ceramica nella ricerca di ulteriori stimoli e contesti per la sua presentazione, a questo punto l’amicizia e la stima con Francesca

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e Cristiano hanno fatto il resto: il loro magnifico giardino a Sant’Andrea è stato il catalizzatore finale per far germogliare la nostra embrionale intuizione che la bellezza naturale e quella artistica possono percorrere

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insieme

lo stesso sentiero. Come spesso capita, quello che inizia per gioco e per piacere acquista poi nel tempo colori ed aspetti insospettabili che vanno al di là delle aspettative iniziali e anche questa esperienza si sta dimostrando sempre più coinvolgente e intensa. I vari artisti presentati hanno interpretato in modo sempre diverso lo stesso scenario naturale, come se ognuno di loro avesse creato un diverso “abito” per il giardino, che così si veste di nuovi contorni, nascono nuove prospettive, si dissipa qualche ombra e se ne creano di nuove. Suggerire l’incontro con le opere degli artisti lungo i sentieri del giardino delle osmunde ha un fascino particolare, diventa una sorta di piccola “caccia al tesoro”che facilita l’avvicinarsi all’arte e lo rende di sicuro un mo-


mento più genuino: in questo senso amiamo intendere il nostro intervento come un predisporre “trappole d’emozioni”, per tutti coloro che amano lasciarsi catturare dal fascino dell’opera artistica, in un gioco di ispirazioni e suggestioni continuo. In questo senso, abbiamo intuito che può esistere un nuovo modo di presentare l’arte e rendere possibile un approccio più sereno, nel quale abbandonate false barriere si invita a lasciarsi coinvolgere ed emozionare.

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Interni dello show-room e della Galleria Gulliver / Inside Gulliver Gallery


47 Abbiamo iniziato un viaggio cinque anni fa che si chiama “Arte in Giardino”. E’ tutt’ora in corso. Non abbiamo una meta precisa da raggiungere, ma di sicuro ogni passaggio è una scoperta ricca di novità ed emozioni. La tappa di quest’anno ha le forme e i profumi della suggestiva ceramica di Riccardo Biavati. Susanna Busoni e Lorenzo Anselmi Galleria Gulliver


“Arte in giardino” (English version) There is a garden in Capo Sant’Andrea where, every spring for the last five years, works of art blossom. This phenomenon has come about, due to the know-how of a successful combination: the luxuriant, welcoming Hotel Cernia on one hand and the Gulliver Art Gallery of Marciana Marina on the other, working together now for a number of years, dedicating their efforts to the appreciation of Ceramic Art. This year is the turn of Riccardo Biavati who has already been the protagonist in April - in the same place and with united efforts of the same team - with the memorable ‘Supper of the Hundred Bowls’, and a series of objects that have found their natural resting place inside the hotel are still there today, left behind as a witness to the event: tureens with their lids/stages where microplays are enacted with their Elban players, lamp-holders with giant fish ridden by ephebe, pans with various inhabitants and an array of pots and tiles that decorate the wall and look like an army general’s breast. All the various forms created by Biavati, even those more openly made to be used, have a soul of their own and perhaps that is why they manage to go beyond the heaviness of the clay that they are modelled from, becoming a substance that dreams are made of. So it is no wonder that his objects have made themselves at home so easily in the Cernia garden, close to the rocks that lead down to the sea of capo Sant’Andrea, truly petrified, prehistoric monsters that are becoming invaded, like an un-stoppable lava flow, by the jade-coloured vegetation and the tourmaline lit up with lapillus of purple quartz and amethyst. Now, under the summer sun, they become camouflaged with the leaves of the bushes or they simply rest

in the shade of the flowering boulders, stained with moss: it presents itself rather like a successful blend of something between an irrepressible Mediterranean garden of Eden and a zen garden of a chashitsu, the pavilion of the Japanese tea ceremony where nature and artifice blend together in sophisticated simplicity that it is impossible to find the boundary. Part garden, part orchard, its terraces defined by little stone walls, with its cypresses and the myrtle that mix in with the lemon trees, full of huge fruits as big as lamps and with the plants of every variety, seemingly planted in haphazard fashion. Then there are the cats, the ivy, the palms, the wisteria and the peonies and that stream that flows through the middle of it all with the banks covered in wild grasses and a broken tree trunk that serves as a bridge. To be honest, it looks more that likely that the pieces were not actually put in the garden, they silently made their own way there one night at full moon. In fact, we can easily imagine them pushing their way up through the ground with a light click, being covered over by the tide coming in, by the wind moving the leaves of the pittisporum or by the beating of a moth’s wings. These suggestions, of course, derive from Biavati’s creative choice according to a line that never refers solely to him but always manages to adapt itself to external circumstances whilst still perfectly recognisable. Certainly, it is because of this unique style that it is difficult to find an exact collocation for this artist within the panorama of contemporary ceramic art. To simplify the matter a little, one could in fact reduce the number of different pathways followed by well-known ceramic artists in the last century to two; that of the traditional Anglo-Saxon potter from Bernard Leach onwards, that finds his cultural roots in the Far East with Shoji Hamada as his accomplice, and that of the sculpture/modeller, the most common method in Italy, according to a genealogical

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line coming down to us from the Etruscans, through Donatello in the Renaissance period and then, in more recent times, through the works of Arturo Martini, Biancini, Guido Gambone, Nanni Valentini to mention only a few of the undisputed masters. In this situation, Biavati has managed to trace a very private pathway of his own that manages to intersect both of the previously mentioned ones and does not forecast sharp changes in direction, only gently corners with panoramic stops, casually almost playing with the austerity of the matter but also the over-simple allurement of the glaze and the short-lived sparkle of hyperrealism (Jeff Koons for everyone). It has to be said immediately, however, that to keep his work within the confines of the world of fables would be completely wrong, especially if with this term we mean something reassuring, graceful and captivating, because the definition would not convey the complexity of a style where the knowledgeable stylisation is full of fine conceptual cross-references - sometimes of calembours and irony that has just been disguised under the pleasure of smoothened surfaces - and of a very rich formal repertoire where amazement and surreal images alternate, observed, one could say, by an eye that is at the same time disillusioned and conspiratorial. One of the most remarkable characteristics of Biavati perhaps lies in the fact that he starts off with the most conventional shapes in ceramics for everyday use - the vase, the bowl, the cylindrical albarello jars, the amphora - to then reach unpredictable results even if, basically, his pieces do however conserve their natural use as containers: of stars, of houses, of flying sea-gulls, of dreams and of smiles. In a swarm of life forms that lurk everywhere, emerging from rounded cavities, from windows and arcades, through openings that give us the chance to catch a glimpse of unexpected worlds that we look upon with a sense of dizziness.

Here we find the eternal metamorphosis: hair that is made out of sky and clouds, or perhaps accommodate nests and chimneys, flasks that flatten out like mandolins, craters of classical proportions that acquire stares and arms, pans that become the eyes of an owl. It is a universe that is in constant movement, one might almost say, made out of temporary constructions, always ready for new additions: tightrope walkers balancing moons on the tips of their noses - like acrobat seals - doves with a perky look in their eye, houses and towers piled up one on top of the other in a precarious equilibrium on rounded hill tops, castled lairs that could slip away from one moment to the next to then reform themselves into something completely different. In this up-going world where everything tends to move upwards, as if it were attracted by some reverse gravitational force, the objects, the fish, the birds are held up without any apparent difficulty, by vertical supports of every type, extended arms, bell towers, towers and columns, cypresses, hills and obelisks. Over and above this, there are condominial Nidi, Nests with chimney-stacks that look like baguettes, chimney pots in the shape of pumpkins and flasks, multi-ethnic Tane, Dens made from garden vases and veilleuses haphazardly one on top of the other; there’s space for everything. Even for the double version of Arcipelaga (a recently created feminine divinity and, as such, one imagines, is still without a well-defined iconography): statuary and on either side, two smoking cylinders with ample arcades that seem to recreate the towers of the palace of Urbino or perhaps, flattened and sinuous, absolutely regal in her gesture of using both hands to support the magnificent hairstyle, worthy of an Infanta by Velasquez. In conclusion, the impression is that of finding oneself in the midst of a creation still in fieri where everything is mixed together, the Tree of Life, the


medieval ancestry, the return to Metaphysics, in a happy confusion of references that guarantee several reading schemes, never falling into pedantry because in any case, it is not so important to identify them all and the enjoyability is however guaranteed. The clearest example is perhaps seen in the Giardiniere, the Gardener - rather like an Etruscan augur with a bent stick in his hand, a little like the Warrior of Capestrano due to that wide-brimmed hat and a certain archaic rigidity - that could also be seen as the Sorcerer of the Tarot cards or the Eternal Wayfarer or perhaps a water-diviner and then, thinking carefully about it, they all represent just as many metaphors of the artist. From reliable sources, it would seem that in the early morning, the Gardener greets all the ladies who pass in front of him (especially if they are young and pretty). This fact is particularly interesting because it could underline even more convincingly the hypothesis that we are talking about one of the many disguises of the Artist who, like Jupiter, loves to mingle with common mortals, taking on various forms but keeping his inclination towards the feminine universe constant. In fact, if the people of ancient times represented rivers through virile, bearded fluvial divinities, Biavati, with that sly understatement of his, introduces us to a matronly Lady of the ditches, who would figure well in an ideal Olympus of the Eternal Feminine, a close blood relation of the prehistoric Venuses and the monumental nana by Niki de Saint Phalle. A true Mother God totally Mediterranean in her forms and in the languor of these bistred blue eyes that must certainly have been created at the dawn of time, and witnessed by the presence of the ancient Osmunda (the queen of ancient ferns still preserved in the Cernia garden) placed in abundance along the furrow of that vertical split that crosses it from top to bottom like a lacerating secret that has been hidden too long and on impulse, decides to reveal itself. As we were saying, she is the Lady of the Flora

and Fauna and, in fact, the birds are quite happy to land on her abundant body surmounted by tresses of turquoise leaves and it should be noted that her shape has not been smoothed down as the others, it has remained more the original matter, with obvious signs of the modelling in every part of her body, perhaps underlining the close relationship between life and the earth itself. Not only she, however, but in a way, all these characters with their welcoming shapes, that we suppose are silent witnesses and are indulging in the life that surrounds them, all seem to have that ability to provoke an empathic response on the part of the spectator who sometimes surprises himself by smiling in front of these creatures who could not be less naturalistic and yet manage to provoke in those who look at them, strange shivers of dejĂ vu and vague reminiscences of a lost past of happiness. For those of us who know that we are living in times that will never become legendary, not even for those who are nostalgic by profession, it is comforting to be able to count on the existence of a parallel world that follows only the rules of poetry, not bothering about the principles of rationality. For this reason, it makes us happy, this idea that during the night, when they are sure that there are no humans still around, the pieces created by Biavati wander through the garden, browsing and swapping opinions, or perhaps simple enjoying the perfume of the Chilean cestrum. At this point, the Lady of the Ditches lowers her arms, the sea-gulls manage to complete their flight that was left in mid-air, the Nido volante, the Flying Nest, makes a tour of inspection and the Guardian of the Amphoras who is of an anxious temperament, recounts all her possessions. Only the Gardener from his shelter between the bamboos and the Yucca in flower, the true Estate Agency of the creation, does not trouble himself about all this, he supervises that everything proceeds without any problems and he shakes his stick to incite the

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more distracted ones to take up their exact positions again so that no-one will be taken by surprise to be out of place with the first rays of dawn. Therefore, we must not be too surprised if the object that we find in front of us does not correspond exactly to the photograph in the catalogue. Art, one knows, is changeable and the summer nights on Elba are often far too short. MariaGrazia Morganti Fognano di Brisighella, May 2009

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In the garden of the osmunda “The world is like a garden in how it displays itself. It is a world of things like trees, pathways, bridges but it is also a world of intuitions, of metaphors, of teachings available for every soul that passes through it. The garden makes the soul more intelligible and more beautiful.” (James Hillman) The historic moment when man passed from the nomadic condition to that of the stable one, was an important change also in his relationship with nature. Settling in stable tribal groups that needed to maintain contact with the unknown forces of vegetation, man felt the need to take a little of the magic of plants into his village and form a garden. This was a way of favouring health and well being, trying to reconstruct the forest and its symbolic meanings in a limited, orderly space. Nature was seen as the symbol of the cycle of life with feminine, maternal characteristics, very evident in their connections with the Moon and with the Great Mother, moon and primeval goddess of the Earth, of fertility and of vegetation, closely connected with the esoteric element of Water, intended as the lymph of life, that flowed through the stem of the plants in an archetypal conception of maternity. The profound essence of human beings has such nostalgia for nature and its harmony that, when it is exiled from it, it reconstructs, as soon as it can, that corner of mythicized nature that is the garden: a little piece of world subtracted from the chaos of daily life, a

space to liberate one’s fantasy, to lose oneself along the pathway of imagination, embrace the magic dimensions and let oneself go. Therefore, the garden was seen as a sacred place, symbolical and mythological; the garden seen as the nostalgia for well being, for joy, for peace and for infinity, as an aspiration towards an existential wholeness. The garden was also a symbol of life: a symbol so powerful that its capacity, its magic to make a garden bloom in mid-winter (that is, in the midst of the moment of death), in medieval times, was considered true magic, perfect magic. The magic dimension is, in fact, a very important component factor in our Garden of the Osmunda. Here, we speak Nature’s language and it is the regal ferns, mute, silent witnesses of an ancient island, that keep vigil over the banks of the two streams, whilst huge granite masses recount the geological history of this part of the island of Elba, “clinging on” to the foot of Mount Capanne. In this space, there are luminous points and hidden parts, the parts that are more tended and those that are wilder and it is in this alternation that the similarity to our “interior garden” becomes evident. Along the pathways of the garden, the futile and apparent is abandoned and in its place we go for substance and take our adventure through its interior topography, made up of sentiments and memories, figures, fantasies and thoughts. To walk through its maze of pathways is an invitation to make an interior journey, searching for a constant dialogue between our inner selves and the outer, the apparent and the hidden, the rational and the emotional, discovering that magic dimension that seemed to have become dulled. From this knowledge, not only from the desire to enrich the visit of our guests, with content and new experiences, we have created ‘Art in the Garden’ that, with the precious collaboration of Susanna and Lorenzo from the Gulliver Gallery, has reached its fifth successful edition. This year, the task of accompanying the visitors along the pathways through these wonders and poetry, has been given to the flight of a Corsican Sea-gull, a ra-


ther more shy, and more rare relative of the more wellknown regal Sea-gull, born from the creative fantasy of Riccardo Biavati who has, for first, allowed himself to be carried along by this beautiful and very long “flightdream” by accepting the invitation to create for us. Once you have greeted the Gardener-magician-guardian of the garden, it is easy to let yourself go along the pathways that lead you through fantasy and reality and reach the point where it is superfluous to try to understand where one ends and where the other begins because art, we know, is changeable and the splendour that it grants us, especially when it is embraced into such a natural context, is infinite. Francesca and Cristiano Anselmi Cernia Hotel, Botanic Island Art in the Garden… or rather, “a treasure hunt” The Ceramic Art by well-know artists that we exhibit in our showrooms is the result of our huge passion for Ceramics and a constant search in the world of contemporary art that has been going on for the last 25 years. There have been several stages in the itinerary that we have been following over the years that have indicated an evolution in our knowledge and we would like to think that our journey is an on-going one. Certainly, one of the most important experiences that are establishing us is the presentation of sculptures in spaces that are “alternative” to the ‘domestic’ walls of our Gallery (for example, we prepared an exhibition of ceramic sculptures, “Concrete”, that we supervised for two years in the Palazzo Pretoria in Certaldo Alto, in Tuscany). We are convinced that taking works of Art to the public can be a way to facilitate the approach to Art and Culture and as such, presents an opportunity for cultural and social growth and development. We had been meditating on the various potentials of ceramic sculpture for some time, searching for further stimulation and contexts for its presenta-

tion. At this point, our friendship and respect for Francesca and Christian did the rest: their magnificent garden in Sant’Andrea has been the final catalyst to inspire our intuition that natural surroundings and artistic beauty can exist happily alongside each other. As often happens, what begins as a game and for pleasure, with time, acquires colours and aspects that one would never have dreamed of and that take you even further than the initial expectations. In this case, our experience is becoming more and more enthralling and intense. The various artists that we have presented, each time have interpreted in quite a different way, the same natural scene, as if each one of them had created a different ‘costume’ for the garden. In this way, it gets dressed with new trimmings, new perspectives are born, some shadows are dispelled and some new ones are created. Suggesting this encounter with the Artists’ works along the pathways of the garden of the Osmunda, has a special fascination. It becomes a kind of “treasure hunt” that facilitates the approach to Art and certainly makes it a more genuine moment. In this sense, we would like to look upon our intervention as the arrangement of a “trap for emotions” for all those who enjoy letting themselves be captured by the lure of artistic works, in an on-going game of inspirations and sensations. This is how we have had the intuition that a new way of presenting art can exist and it is possible to have a more serene approach where, by abandoning false barriers, people can be encouraged to enjoy it. We started this journey five years ago. It is called “Art in the Garden” It is still proceeding... we have no destination in mind but certainly, every step we take is a discovery rich with emotions and innovations. This year ’s stage has the shapes and the perfumes of the exciting ceramics of Riccardo Biavati. Susanna and Lorenzo Gulliver Gallery

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Riccardo Biavati 1995 Nasce a Ferrara il 14 febbraio 1950. Si diploma presso il locale Istituto d’Arte e all’Accademia di Belle Arti di Bologna, sezione di Decorazione Pittorica. Dal 1977 al 2007 ha insegnato Discipline Pittoriche all’Istituto d’Arte “Dosso Dossi” di Ferrara. Nello studio di via Brasavola 28, svolge attività nel campo della scultura in ceramica e della grafica; nel laboratorio e show room di via Vignatagliata 39, cura la direzione artistica della Bottega delle Stelle.

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Mostre collettive (selezione) 1975 • Quadriennale d’Arte Moderna, Scultura. Roma • Sala della Cultura, Città di Finale Emilia, Modena 1980 • “Artaga”, Galleria Voltone della Molinella, Faenza, Ravenna 1981 • “Aletheia-Lethe”, Padiglione d’Arte Contemporanea, Ferrara • “Ceramiche Popolari a fiato di tutto il mondo”, Vicenza 1987 • 45° Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte, Faenza, Ravenna 1989 • XXIX Concorso Internazionale Ceramica d’Arte, Gualdo Tadino, Perugia 1990 • “Temperature” Arte Fiera, Galleria Il Giardino dell’Arte, Bologna 1992 • Ceramiche Italiane contemporanee, Saga, Shigaraki e Toki, Giappone • “Piazza Italia Design Italiano”, New York • “Viaggi tra terre e mare”, Galleria d’Arte Gulli-

1996 1998 1999 2006 2008

ver, Marciana Marina, Isola d’Elba-Livorno • “Mostra della Ceramica - Ceramisti Italiani”, Castellamonte, Torino • “3 Italian Artists”, Gallery 754 - Ohio - U.S.A. • Europa e Venezuela: Vincolo Ceramico, Caracas • Cotta Terra, Rocca Paolina, Perugia • Premio al Concorso Internazionale di Ceramica “Péckvillercher”, Luxemburg • Terre Ritrovate, La Meridiana e Galleria Gulliver, Certaldo, Firenze • “Cerco”, Esposizione ceramica contemporanea - Spazio Nibe, Zaragoza, Spagna

Mostre Personali (selezione) 1978 • Centro Attività Visive, Palazzo dei Diamanti, Ferrara 1985 • 1° Premio Concorso Nazionale Ceramiche a fiato, Ostuni, Brindisi 1991 • “Progetti Poetici” Galleria Il Giardino dell’Arte, Bologna 1993 • “Racconti - Sculture in ceramica”, Galleria Il Vicolo, Genova 1995 • Premio Parini, Palazzo Libertini, San Marco, Caltagirone, Catania 1997 • “L’Officina delle Stelle ovvero le Stufe degli Dei”, Circolo degli Artisti, Faenza 2000 • Riccardo Biavati e la Bottega delle Stelle, Padiglione d’ Arte Contemporanea di Palazzo Massari, Ferrara • Riccardo Biavati - Sculture, Galleria Rosso Tiziano, Piacenza


2001 2003 2004 2005 2007

• Riccardo Biavati, Denis Conley Gallery, Akron, USA • “Luci Lucerne Lucignoli”, Fondazione Lungarotti, Torgiano, Perugia • Riccardo e la Bottega delle Stelle, Spazio Nibe, Milano • “La Cena delle Cento Ciotole”, Circolo degli Artisti, Faenza, Ravenna • “Vasi Abitati”, Quadreria Blarasin, Macerata • “Palazzo Viaggiante”, Galleria Tricromia, Roma • “Fuoco, Fuochino…”, Galleria Cdart-arte contemporanea, Parma

2008 • “Montagneincantate”, Tonhaus, Bolzano • “Forni Incantati”, Galleria Licna Hisa, Hjdovscina, Slovenia • “La Cena delle Cento Ciotole”, Oasi Naturale Le Pradine, Mirabello, Ferrara • Riccardo Biavati e La Bottega delle Stelle, Vecchia Pescheria Comunale, Cervia, Ravenna 2009 • “La Cena delle Cento Ciotole”, Hotel Cernia, Capo Sant’ Andrea, Isola d’Elba, Livorno • “Arte in Giardino” a cura di Galleria Gulliver, Hotel Cernia, Capo Sant’ Andrea, Isola d’Elba, Livorno

55 MariaGrazia Morganti Nata a Bologna, si laurea in Lettere Classiche con una tesi in Archeologia Romana e successivamente si diploma alla Scuola di Perfezionamento in Storia dell’Arte, sempre presso l’Università bolognese. In seguito partecipa ad alcune campagne di rilevamento dei beni artistici promosse dalla Soprintendenza bolognese e inizia ad insegnare “Storia dell’arte e delle arti visive” presso scuole statali di secondo grado. Contemporaneamente collabora col “Museo Internazionale delle Ceramiche” di Faenza, partecipa come relatrice a convegni, scrive saggi critici e articoli per riviste, italiane ed estere, su svariati argomenti di storia dell’arte e della ceramica, soprattutto extraeuropea e contemporanea.

Maria Grazie Morganti was born in Bologna and after having studied at Classical Secondary School, she took a BA degree in Classics with a thesis on Roman Archaeology. Following this, she went on to take a diploma in the School of Specialization in the History of Art, also at Bologna University. She then took part in several survey campaigns for artistic assets for the Bolognese Superintendency and then began teaching “History of Art and of the Visual Arts” in the State Secondary School. Contemporarily, she collaborates with the “Museum of Ceramic Art” in Faenza, participates as a speaker at conferences, writes critical essays and magazine articles, Italian and others, on a variety of topics regarding the history of art and ceramics, above all extraEuropean and contemporary.


Galleria Gulliver Terre d’Autore Via Mentana, 6 • 57033 Isola d’Elba Marciana Marina (LI) Italy • tel. 0565 99113 gulliver@gulliverarte.com • www.gulliverarte.com

Hotel Cernia Isola botanica Via San Gaetano, 23 • 57030 Isola d’Elba Marciana • Capo Sant’Andrea (LI) Italy • tel. +39 0565 908210 info@hotelcernia.it • www.hotelcernia.it

Finito di stampare nel mese di giugno 2009 da ItaliaTipolitografia di Ferrara Printed in June 2009 by ItaliaTipolitografia, Ferrara

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ARTE IN GIARDINO : RICCARDO BIAVATI  

scultura ceramica nel giardino dell'Hotel Cernia Isola Botanica (Sant'Andrea- isola d'Elba) a cura della galleria GULLIVER (Marciana Marina...

ARTE IN GIARDINO : RICCARDO BIAVATI  

scultura ceramica nel giardino dell'Hotel Cernia Isola Botanica (Sant'Andrea- isola d'Elba) a cura della galleria GULLIVER (Marciana Marina...

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