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Guarnerio d'Artegna il suo tempo, la sua biblioteca

GUARNERIO EDITORE - UDINE


Per chi svolge la sua attività nel mondo delle Biblioteche e della Cultura in Friuli Venezia Giulia (e un po' anche in Italia ...) Guarnerio d'Artegna (1410?-1466) è un nome tutt'altro che sconosciuto; è forse ancora più frequente sentir ragionare della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli, nata dal lascito originario di Guarnerio d'Artegna e arricchita da quelli successivi, altrettanto importanti, di cui il più conosciuto e rilevante fu quello di Giusto Fontanini. Ad oggi ancora non è stata adeguatamente approfondita la figura del primo donatore, che diede il senso primigenio della collezione e fornì spunto alla creazione di quel gioiello tra le biblioteche friulane e italiane che è la Biblioteca Guarneriana. Questo libro vuole dare un primo contributo di sintesi alla conoscenza della figura di Guarnerio d'Artegna, riprendendo e organizzando le notizie storiche già conosciute, integrandole con altre ancora non note e inquadrando i fatti della Storia, con particolare attenzione alla realtà economica del periodo. Per fornire al lettore un quadro più completo e interessante, la seconda parte della pubblicazione presenta un percorso intrigante ed erudito sul senso e sul ruolo della Biblioteca nella Grande Storia. A conclusione non può mancare un cenno significativo alla qualità e consistenza dei diversi contenuti che sono oggi conservati nella Biblioteca Guarneriana.

ELIO VARUTTI è insegnante di discipline economiche all'Istituto Stringher di Udine. Successivamente ai suoi studi in sociologia, storia ed economia si è dedicato nel tempo a numerose attività di ricerca incentrate principalmente attorno all'area territoriale triveneta, producendo numerosi saggi e pubblicazioni, partecipando a diversi interventi pubblici e realizzando numerose attività divulgative. Impegnato da sempre nella didattica applicata alla storia e agli avvenimenti, ha collaborato a numerose iniziative museali, editoriali e di comunicazione che hanno come punto focale la storia e la memoria locale, proponendo anche diverse letture applicate alla didattica e all'insegnamento. Tra le diverse collaborazioni vanno ricordate quelle con la Società Filologica Friulana -di cui è consigliere- e con il Museo Etnografico del Friuli. Informazioni più dettagliate possono essere reperite presso: http://goo.gl/MueshR ANGELO FLORAMO divide attualmente la sua attività tra la direzione scientifica dell’Antica Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli e l'insegnamento superiore. Proveniente da studi di Filologia Latina Medioevale, è noto come studioso rigoroso ma anche come affascinante divulgatore. Medievista per formazione, ha pubblicato diversi saggi critici, monografie e articoli scientifici in riviste specializzate nazionali e internazionali. Svolge un'intensa attività di convegnista in Italia e all’estero. È socio fondatore di MediEuropa MediAetas (Centro Internazionale di Studi Med ievali per l’Europa Centrale, Orientale e Sud Orientale) e dell‘ Accademia di Studi Medievali Jaufré Rudel di Gradisca d‘lsonzo. Ha collaborato con PaginaZero, letterature di confine, e con eSamizdat, rivista online di slavistica creativa.


INDICE Guarnerio d'Artegna e il suo tempo di Elio Varutti

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Il quadro internazionale Il curriculum del primo bibliofilo friulano La biblioteca di Guarnerio Gli umanisti Guarnerio e il notaio Boscano Nonno Guarnerio, il moralizzatore Mercanti al tempo di Guarnerio Mercanti tra la Piccola Patria e il Centro Europa Quei cramari friulani "nelle parti di Germania" La "crudel zobia grassa" e i terremoti Cronologia Sommario e ringraziamenti Bibliografia Indice dei nomi Indice dei luoghi

10 13 16 21 22 28 32 40 42 45 50 53 54 58 61

La Biblioteca. Amanuensi, alfabeti, scritture e linguaggi nel Medioevo di Angelo Floramo

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Introduzione Biblioteca e biblioteche L'amanuense medievale La scrittura come rappresentazione del mondo Alla ricerca di Tebe Labirinto e labirinti Labirinti non solo a parole Dalla cripta alla cattedrale L'officina libraria di Guarnerio Conclusione

63 64 68 70 72 76 77 80 81 86

LE SCHEDE La pergamena La carta La posizione dell'amanuense La penna d'oca, l'inchiostro I colori delle miniature Lo Specchio di Scrittura, la Rilegatura L'incunabolo La cinquecentina

65 67 69 71 73 75 79 83


Questa pubblicazione è stata pensata e realizzata in occasione del trentesimo anniversario dalla fondazione della GUARNERIO SOCIETÀ COOPERATIVA di Udine, assieme ad altre iniziative di divulgazione culturale

Comune di San Daniele del Friuli Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli Progetto editoriale: GUARNERIO SOC. COOP Coordinamento editoriale: Paolo Sacco Impaginazione, gestione contenuti: GUARNERIO SOC. COOP Ó GUARNERIO EDITORE 2013 Via della Rosta 46, 33100 UDINE info@guarnerio.coop / www.guarnerio.coop I documenti riprodotti appartengono ai fondi librari e documentari della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli, ove non diversamente specificato Le riproduzioni del Codice 42 e le immagini fotografiche di questo libro sono state realizzate da GUARNERIO SOC. COOP ove non diversamente specificato Le immagini che corredano il testo di Elio Varutti son state realizzate dallo stesso autore. Dalla pag. 23 a pag. 26 le immagini sono riprodotte su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Archivio di Stato di Udine n. 8/2013 In copertina: dal Codice 42. Miniatura al foglio 120, verso A pag. 3 e 87: dal Codice 42. Miniatura al foglio 93, verso In quarta di copertina: dal Codice 42. Miniatura al foglio 252, recto

Guarnerio d'Artegna : il suo tempo, la sua biblioteca. - Udine : Guarnerio editore, stampa 2013 (Pasian di Prato: Lithostampa). - 95 p. : ill. ; 30 cm ISBN 978-88-904966-6-0 1. Guarnerio : d'Artegna 945.3905 CDD-22


È con grande soddisfazione che l'Amministrazione comunale di San Daniele del Friuli accoglie questa iniziativa editoriale promossa dalla Cooperativa Guarnerio di Udine, che propone Guarnerio e la sua Biblioteca in modo accattivante e del tutto nuovo. Una ragione in più è che essa si inserisce in una cornice in cui la nostra Città si appresta a celebrare il "Guarnerius Day", un giorno di studio e di approfondimento dedicato all'illustre umanista che le ha regalato una fra le biblioteche più antiche e più belle d'Europa. Il fatto poi che proprio quest'anno la Cooperativa Guarnerio raggiunga un importante traguardo festeggiando assieme a noi il suo trentesimo anniversario di fondazione non può che sottolineare ulteriormente il pregio di questo libro: agile, di piacevole impatto visivo, presenta sia approfondimenti importanti che contributi prettamente divulgativi. Sarà utile ai sandanielesi, affinché possano gustare con orgoglio un importante capitolo della loro storia, agli ospiti che vorranno visitare la nostra splendida Città, affinché abbiano a disposizione un'opera capace di ricordare loro le suggestioni provate fra gli antichi scaffali della Guarneriana e, non certo da ultimo, ai giovani delle nostre famiglie e agli studenti delle nostre scuole cittadine che avranno uno strumento in più per meglio capire quanto possa essere importante per la costruzione del loro futuro di cittadini consapevoli una biblioteca antica, scrigno di memorie, in cui gli spiriti più grandi del passato vivono tra di noi e con noi condividono, nel presente, il tesoro della loro sapienza. Mi congratulo quindi con tutti i soci passati e presenti della cooperativa e con Paolo Sacco, presidente attuale, da anni appassionato promotore culturale; confido che negli anni a venire ci possano essere sempre più motivi di collaborazione e spunti per continuare a festeggiare assieme la Guarneriana e quella Cultura che nel nostro paese è e dovrebbe sempre più essere orgogliosa bandiera di Civiltà.

Paolo Menis Sindaco di San Daniele del Friuli

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Guarnerio d'Artegna è un nome importante da portare e fu quello che nove giovani quasi bibliotecari trent'anni fa decisero di scegliere per denominare la loro cooperativa, che rappresentò il primo passo (oggi possiamo dire lungimirante) del loro futuro lavorativo e che offrì nuove opportunità di impiego in un mondo del lavoro che iniziava a evolversi sviluppando nuovi modelli. A trent'anni di distanza Guarnerio Soc. Coop è una realtà solida, che opera con professionalità nel campo dei Beni Culturali e in cui il settore delle biblioteche rimane trainante, quello a cui noi soci siamo sempre affezionati e idealmente legati. Sulla figura di Guarnerio d'Artegna esistono contributi storici che individuano le tracce di quel complesso percorso umano conclusosi col lascito della sua straordinaria biblioteca manoscritta alla Comunità locale. Rimane tuttavia solo parziale la conoscenza in merito e certamente aperta la curiosità sul personaggio che costituì metodicamente negli anni importanti della sua vita il nucleo fondante della futura Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli. È stato per noi naturale, in occasione di questo nostro 30° anniversario, offrire un ulteriore contributo di conoscenza in merito, affidando a Elio Varutti il compito di presentare, dal suo punto di vista di ricercatore attento ai fatti socioeconomici, una sua lettura originale del percorso seguito da Guarnerio d'Artegna nel complesso periodo in cui visse. La costituzione del nucleo fondante della Biblioteca Guarneriana è quindi atto finale e determinante della esperienza di vita del Nostro. Angelo Floramo ha accolto, con l'entusiasmo e la disponibilità che gli è consona, il compito di introdurci al senso e al ruolo della Biblioteca nella Storia e di aprire una finestra sui tesori che sono conservati in quella che tutti noi chiamiamo da tempo, quasi confidenzialmente e semplicemente, La Guarneriana.

Paolo Sacco Presidente di Guarnerio Società Cooperativa

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Dal Codice 42. Miniatura al foglio 195, verso

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Guarnerio d'Artegna il suo tempo, la sua biblioteca di Elio Varutti e Angelo Floramo

Questo libro è dedicato alla memoria di Alberto Alfarè, storico presidente e socio fondatore della Cooperativa Guarnerio d'Artegna caro amico di tutti noi


Dal Codice 42. Miniatura al foglio 132, recto

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Guarnerio d'Artegna e il suo tempo di Elio Varutti Si presenta qui la biografia di Guarnerio d'Artegna. È riferita ad un periodo storico che va oltre il mezzo secolo della sua vita. Può essere interessante capire i fatti della Patria del Friuli in un arco temporale che va da un terremoto ad un altro (vedi la Cronologia alla fine del testo). Si cercherà di motivare questa scelta. Il sisma è un evento catastrofico che segna la vita di una comunità, la sua economia, la sua ricchezza o la povertà. Soprattutto nei periodi di ricchezza c'è lo spazio economico per la bellezza e l'arte: pitture, sculture, palazzi, chiese, codici miniati su carta o pergamena. Nel Medioevo certi fatti straordinari come i terremoti, le eclissi, le epidemie ed altro sono contornati dalla superstizione e dal malocchio. Tali fenomeni possono influire sui comportamenti dell'individuo e dei gruppi sociali, scatenando violenze indicibili e rivolte truculente. Siccome Guarnerio è inserito nella sua comunità, si vuole descrivere ciò che accade dal terremoto del 1348 a quello del 1511. Tale intervallo di tempo più o meno coincide con il periodo che gli storici chiamano la prima fase del Rinascimento italiano1, che va dal 1300 al 1490. Le lotte politiche, l'economia del territorio e i fatti sociali influiscono sulla vita del singolo. La peste è persino oggetto di commenti nella dotta corrispondenza che Guarnerio ha con Poggio Bracciolini da Ferrara2, ed è un'epidemia come quella di peste del 1466 che sancisce il momento della sua fine. Guarnerio muore così. Nel periodo che va dal 1340 al 1350 l'intera società del mondo conosciuto va in crisi. Si verificano fenomeni economici e sociali negativi, sia in Occidente che in Oriente. È in corso una forte stagnazione demografica collegata alla depressione economica. Guerre interminabili, epidemie catastrofiche e rivolte sociali3 completano il quadro. In questo spaccato così funesto le iniziative politiche e diplomatiche vanno progressivamente indebolendosi dando spazio alla violenza. È importante allora cercar di capire che cosa succede, in chiave economica e sociale al di fuori del Friuli, area conosciuta anche come Piccola Patria.

1

Peter BURKE, The European Renaissance. Centres and Peripheries, Oxford, Blackwell, 1998, trad. it. Il Rinascimento europeo, Milano, RCS Quotidiani, 2004, p. 29.

2

Poggio BRACCIOLINI, Lettere. Epistolarum familiarium libri, a cura di Helene Harth, II, Firenze, Olschki, 1984, pp. 312-313.

3

Marcel PACAUT, Les ordres monastiques et religieux au Moyen Age, Paris, Editions Fernand Nathan, 1970, trad. it. Monaci e religiosi nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 2010, p. 273.

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Il quadro internazionale Sin dai primi anni del Duecento i mercanti di Siena sono incaricati dal Papa di esigere le tasse e di fare da banchieri a Roma, a Londra e nelle città francesi delle fiere della Champagne4. Sono proprio i mercanti toscani che prendono nota degli importi di debiti e crediti. Il libro degli anonimi banchieri fiorentini è del 1211. Nonostante contenga solo delle elementari annotazioni sistematiche, è assai interessante per lo studio delle prime contabilità delle compagnie di mercanti e banchieri. Il Comune di Genova adotta nel 1340 il sistema della tavola, in cui i mastri tabulari evidenziano un sistema di conti con obbligazioni monetarie del dare e dell'avere. Resta comunque il fatto che il primo libro sulla partita doppia, ossia il sistema di scritture contabili con verifica, è dato alle stampe nel 1494 a Venezia da Luca Pacioli5. A Siena, negli ultimi decenni del Duecento iniziano a manifestarsi le prime difficoltà dell'economia mercantile, come il catastrofico dissesto bancario dei Buonsignori avvenuto del 1304. Nei primi anni del Trecento, sempre in Toscana seguono i crolli di altre banche e compagnie finanziarie: quella degli Ammannati di Pistoia, dei fiorentini Faffi-Ferracini e Mozzi (1301-1302), Nerli e Davanzi (1302), Abati-Baccherelli (1303), Ardinghelli (1307), Franzesi (1308) e Pulci-Rimbertini (1310). In quel tempo il mercante indebitato sull'orlo del fallimento provoca delle rappresaglie tra la sua città -che viene riconosciuta come città dei falliti- e quelle dei creditori insoddisfatti. Sul tema dei fallimenti e delle rappresaglie economiche viene istituita nel 1308 a Firenze un'apposita magistratura detta "Mercanzia", con il compito di regolare il commercio internazionale oltre che l'economia cittadina6. Dalle fiorenti città toscane vengono espulsi cittadini per motivi politici, economici o religiosi. Diversi fuoriusciti toscani giungono in Friuli, occupandosi anche qui di incassare le tasse del Principe -dal 1279 nel caso specifico il Patriarca di Aquileia- e di eseguire altre operazioni finanziarie sul limite dell'usura, insediandosi a Udine, Gemona, Cividale, Aquileia, Spilimbergo, Pordenone, San Vito al Tagliamento, Venzone,

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Langton DOUGLAS, History of Siena, London, J. Murray, 1902, trad. it. Storia politica e sociale della Repubblica di Siena, Siena, 2 Betti, 2010 , pp. 36-41 e 111.

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Tommaso ZERBI, Le origini della partita doppia, Milano, Marzorati, 1952. Vedi pure Giorgio BEAN, Accountability, Trieste, Trieste Consult, 1991, p. 7.

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Antonella ASTORRI, La Mercanzia a Firenze nella prima metà del Trecento, Firenze, Olschki, 1998, pp. 11-35.

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Tolmezzo7 e pure a San Daniele. Nel 1323, ad esempio, è attestato come mercante di Gorizia8 un certo “Ferrus de Florentia”. Dal 1330 si stabilisce in Udine Niccolò, figlio di Nanino di Buccio di Firenze. Oltre che apprezzato notaio, Niccolò opera come cancelliere ed ambasciatore a Roma, nel 1354 a Padova, Venezia ed altrove. L'antica agiatezza della famiglia Nanino è dovuta all'esercizio dell'arte della lana e delle operazioni di cambio monetario9. A Udine il 29 maggio 1335 il Patriarca Bertrando di Saint-Geniès, nominato da un anno appena, emana una costituzione provinciale di 19 articoli, alcuni dei quali sono contro gli usurai toscani; proprio questi ultimi a partire dal Trecento finanziano il Comune con tassi di interesse che vanno dal 48 al 65 per cento10. A Udine, sotto il potere patriarcale di Marquardo di Randeck, il 30 aprile 1374 è reso pubblico un editto per la restituzione delle somme indebitamente pagate all'usuraio Tingo di Siena, già abitante in Udine, che ha un notevole portafoglio clienti. Il 24 gennaio 1376 a Udine c'è il processo per usura conto mastro Auriola, che risiede in città11. Un altro toscano attivo in Friuli è mastro Guglielmo Tascario quondam (del fu) Bellanerio di Firenze12, individuabile perché ha il ruolo di testimone nel 1381. Mercanti di religione ebraica vivono nei confini del Patriarcato, come attesta la lapide di ebrei in una locanda di Judendorf, sobborgo di Villacco (Austria), datata 12 novembre 1265 a ricordo di una certa Esther figlia di Jetdia, moglie di Serubabels. Un altro ebreo compare in una lista degli abitanti di Gorizia del XIV secolo13; si tratta di "Jacob Gurlo der jud, proprietario di un'abitazione zu Görcz im marckht" nel 1329. Una città che accoglie diversi mercanti ebrei è Venezia, dove li troviamo riuniti nel ghetto ebraico; il termine deriva dalla pronuncia tedesco-askenazita del veneziano "geto", cioè fondo ove costruire edifici. Per non danneggiare il traffico veneziano i soggetti della "nazione tedesca" (molti ebrei veneziani hanno origini tedesche) devono costrui-

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Amelio TAGLIAFERRI, Ruolo dei Toscani nell’economia friulana, in Alessandro MALCANGI (cur), I Toscani in Friuli, Atti del Convegno, Udine, 26-27 gennaio 1990, Firenze, Olschki, 1992, pp. 1-9. Sulle interferenze tra l’attività di mercante banchiere e usuraio si veda Jacques LE GOFF, La bourse et la vie. Economie et religion au Moyen Age, Paris, Hachette, 1986, trad. it. La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere, Roma-Bari, Laterza, 2010 3, p. 49.

8

Franc COS, Sulla storia di Gorizia nel Medioevo, “Ce fastu?”, LXXI, 1, 1995, p. 118.

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Vincenzo JOPPI, Notizie Biografiche dei Letterati Friulani, BIBLIOTECA CIVICA JOPPI DI UDINE (BCU), manoscritto 710, carta sciolta.

10 Ivonne ZENAROLA PASTORE (cur), Atti della Cancelleria dei Patriarchi di Aquileia (1265-1420), Udine, Deputazione Storia Patria del Friuli, 1983, pp. 103 e 202. 11 Ivi, pp. 224-225. 12 Manoscritto originale in SCHEDARIO BIASUTTI, d’ora in poi SCHED. BIASUTTI, Biblioteca del Seminario “Pietro Bertolla”, Udine. 13 Franc COS, Sulla storia di Gorizia nel Medioevo, op. cit., p. 124.

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re le proprie case in altezza oltre il limite concesso ai veneziani, occuparsi della rigatteria e dell'usura, ma non di altre attività mercantili (MUSEO EBRAICO DI VENEZIA, ms). La "muda di Venzone", ossia la dogana (in tedesco "ungelt") è concessa il 12 gennaio 1336 dalla contessa Beatrice di Gorizia agli ebrei Bonaventura e Aaron per 715 fiorini, secondo l'atto del notaio Nicolò Varcacil14. Il 24 luglio 1393 a Udine l'ebreo Giacomo di Candia nomina due procuratori per la causa sul possesso per due anelli con zaffiro15. Altre presenze di ebrei a Udine sono segnate nel libro contabile della Fraterna dei Pellicciai di Udine, scritto tra il 1400 e il 1430. Vicino a "Puarta Chiaschianan", l'odierna Via Castellana, si trova Nicolau Solome. Nel Borgo di Aquileia c'è una proprietà di "ser Lenart di San Denel", a dimostrazione dei rapporti commerciali e immobiliari tra Udine e la zona collinare friulana di San Daniele16. Dalla metà del Duecento l'oro orientale viene saccheggiato dai Mongoli in Cina ed in India. Altro oro viene estratto nelle miniere del Sudan e del Mali, in Africa, e venduto ai mercanti veneziani in cambio di argento europeo, enormemente sopravvalutato (ciò che si definisce oggi "bolla speculativa"). L'argento proviene dalla Germania, dalla Boemia e dall'Ungheria, ma è sostanzialmente venduto tutto ai veneziani che pagano in oro. È la finanza veneziana che controlla la "bolla speculativa" della finanza mondiale, tra il 1275 ed il 1350. Venezia fa esplodere tale "bolla" nel periodo successivo al 1340 per colpire l'economia degli stati concorrenti, come Firenze17. Un'epidemia mortale comincia a diffondersi nel 1340. Non è ancora la peste bubbonica ma falcidia il 10% degli abitanti della Francia settentrionale e 15 mila dei quasi 100 mila abitanti di Firenze. Nel 1347 si diffonde in Europa la Morte Nera, la peste bubbonica e polmonare, proveniente dalla Cina dove aveva già sterminato 10 milioni di abitanti. A Venezia muoiono tre quarti della popolazione.

14 Originale manoscritto in ARCHIVIO DI STATO DI UDINE (d'ora in poi ASUD), Archivio Notarile Antico (d'ora in poi ANA), busta 10717, carta IIIIv, ms. 15 Ivonne ZENAROLA PASTORE (cur), Atti della Cancelleria dei Patriarchi di Aquileia (1265-1420), op. cit., pp. 238-9. 16 Federico VICARIO (cur), Il registro della confraternita dei Pellicciai di Udine, Udine, Forum, 2003. "Culau di Solome" è citato a carta 18v, mentre "ser Lenart di San Denel" si trova a carta 25r. 17 Trevor DEAN, Land and Power in the Late Medieval Ferrara. The Rule of the Este, 1350-1450, Cambridge University Press, 1988, trad. it. Terra e potere a Ferrara nel tardo Medioevo. Il dominio estense: 1350-1450, Modena – Ferrara, Deputazione di Storia Patria per le Antiche Province Modenesi, 1990, pp. 14, 30, 45 e 64. Si veda pure: Frederick C. LANE, Money and Banking in Medieval and Renaissance Venice, Baltimore, John Hopkins University Press, 1985.

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Verso il 1330 le grandi compagnie bancarie toscane sono a rischio di bancarotta. Con il tracollo delle grandi case bancarie fiorentine dei Bardi e Peruzzi, avvenuto nel 1345, si verifica una vera e propria disintegrazione del sistema finanziario. Edoardo III re d'Inghilterra si ribella ai banchieri fiorentini che stanno conquistando il controllo del suo paese e sospende loro i pagamenti a partire dal 1342, causandone la crisi18. Si calcola, in conclusione, che nel periodo che va tra il 1300 ed il 1450, in seguito alla crisi economica, ai cataclismi naturali e alle epidemie, la popolazione europea si riduce del 35-50%, mentre quella mondiale si abbassa del 25%. Solo a partire dal 1450 al 1470 inizia a manifestarsi un rinnovamento, soprattutto in Europa. Gli stati si consolidano, si affermano alcune nazioni, si ritorna alla prosperità e alla cultura con l'Umanesimo. È in questo periodo che Guarnerio dà il meglio di se stesso per la religione, per la cultura, per la politica e per il sociale. Si tratta di una figura poliedrica, un uomo veramente straordinario! Il curriculum del primo bibliofilo friulano Non si hanno notizie precise riguardo alla sua nascita. Guarnerio reca l'appellativo d'Artegna poiché è discendente dalla famiglia che aveva retto il castello di Artegna fino alla metà del XIII secolo. Si ha notizia del castello di Artegna in vetta al colle di S. Martino sin dall'epoca longobarda. Il Patriarca d'Aquileia nel 1349 lo trasforma in gastaldia (ufficio dell'amministratore di beni del sovrano), sottoponendolo all'autorità di Gemona. All'epoca di Filippo d'Alençon (1381-1387) il maniero è centro di lotte e contese, fino ad essere incendiato. Il castello inferiore è lasciato ai fratelli Federico e Giacomo di Savorgnan dal loro cognato Gofrido, ultimo Signore d'Artegna, morto senza prole. Nel 1389 i Savorgnan, nuovi proprietari, ricevono l'investitura feudale del Castello inferiore19. Guarnerio viene alla luce nei primi anni del Quattrocento, forse nel castello di Zoppola presso Pordenone, di proprietà della famiglia Pancera, o forse nell'importante centro economico e mercantile di Portogruaro, che dista 55 chilometri o una trentina di miglia navigabili da Venezia. Il nonno di Guarnerio compare con l'appellativo "di Artegna" nel 1369 a Pordenone dove possiede una casa e fa parte del consiglio del comune. 18 Edwin HUNT, The Medieval Super-Companies: A Study of the Peruzzi Company of Florence, London, Cambridge University Press, 1994. 19 Angelo DE BENVENUTI, I castelli friulani, Udine, Camera di Commercio Industria e Agricoltura, 1950, p. 38.

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Autori della più recente letteratura20 scrivono che Guarnerio sia nato intorno al 1410, figlio di Pietro da Portogruaro. Le fonti di ricerca romane e quelle udinesi lo menzionano infatti, almeno fino al 1436, come Guarnerius de Zopola o Guarnerius de Portogruario. Segue gli studi giovanili nelle scuole locali e quelli accademici nello Studio di Padova, per laurearsi in utroque iure, ossia in Diritto. Secondo Vincenzo Joppi21 la laurea è in "Giurisprudenza Canonica e Civile". Nel 1427 muore il padre di Guarnerio, che era in stretti rapporti con i Pancera. Come scrive Cesare Scalon, il fratello del cardinale, Natale Pancera assieme a un certo ser Giovanni de Cecco da Pordenone assumono la funzione di tutori del Guarnerio minorenne (inferiore ai 25 anni). A Roma Guarnerio diviene familiaris (amico di casa) prima del cardinale aquileiese Antonio Pancera (1428) poi, dopo la morte del porporato (1431), del patriarca di Grado Biagio da Molin, titolare della cancelleria apostolica. Nel 1430 Guarnerio è canonico di Aquileia, ma è registrato alle sedute del capitolo solo dal 1434, quando risulta anche canonico di Udine. In quegli anni il patriarca di Aquileia Ludovico di Teck, sostenuto dall'imperatore Sigismondo, rivendica la restituzione del Friuli occupato dai Veneziani. Sono anni molto intensi per la formazione del giovane friulano, che nel 1431-'32, nei Registri Lateranensi, è annotato in qualità di chierico. Egli entra in contatto con gli intellettuali, i circoli e gli scriptoria più illustri dell'Urbe, perfezionando formazione e conoscenze sui classici e sulle discipline filologiche e linguistiche. Attorno al 1435 Guarnerio rientra in Friuli ed intraprende, più per motivi di reddito che di vocazione, la carriera ecclesiastica. Nel 1437 scoppia in Friuli un'epidemia di peste che si esaurisce solo ai primi di gennaio del 1438; l'epidemia colpisce pure Pisa, Genova, Ferrara e il Trentino22. Il 16 settembre 1438 "Guarnerio presbitero" affronta la sua "praesentacio" presso la Cappella dell'altare di Santa Susanna nel duomo di Udine, divenendo sacerdote; poi lo troviamo attore in alcune operazioni riguardanti alcune chiese del Friuli, che includono anche i livelli (fitti o prestiti)23. Per un decennio circa è canonico di Aquileia e di Udine ed 20 Cesare SCALON, Guarnerio d'Artegna, vicario patriarcale e bibliofilo, in Cesare SCALON – Claudio GRIGGIO – Ugo ROZZO, Nuovo Liruti. Dizionario biografico dei friulani, Udine, Forum, 2009, pp. 1388-1399. 21 Vincenzo JOPPI, Notizie Biografiche dei Letterati Friulani, BIBLIOTECA CIVICA JOPPI DI UDINE (BCU), manoscritto 710, voce n. 26 22 Alberto FOLGHERAITER, I Dannati della Peste. Tre secoli di stragi nel Trentino (1348-1636), Trento, Curcu & Genovese, 1996 3, p. 29.C 23 Originale manoscritto in ARCHIVIO CAPITOLARE DI UDINE, Acta Capituli Utinensis II, 1437-1499, carta 39v e le successive. Una delle prime citazioni di questo Liber Secundus Actuum et Deliberationibus Reverendissimi Capituli Utinensis in tale contesto si

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è insignito del titolo onorifico di litterarum apostolicarum abbreviator, ovvero estensore dei "brevi" pontifici, documenti redatti in forma sintetica dalla Santa Sede per le questioni minori. Questo periodo lo vede impegnati in un intenso lavoro come copista di codici: egli compone il De officiis di Cicerone, trascritto in gran fretta (raptissime), poi trascrive le Declamationes maiores dello pseudo-Quintiliano e le Periochae omnium librorum di Livio, pure trascritte velocemente (raptim). Guarnerio risulta presente a Ferrara durante il concilio del 1438, così come molto probabilmente si reca a Firenze nel 1439, dove le sedute conciliari si sono trasferite. Nel 1440 il patriarca di Aquileia Ludovico di Teck muore di peste a Basilea, così al suo posto viene nominato Lodovico Trevisan. Da alcune lettere si sa che, in questi anni, Guarnerio effettua un viaggio in Francia, sino a toccare i Pirenei. Nel 1443 Guarnerio è nominato vicarius in spiritualibus et materialibus patrie pro rev.do d. patriarcha Aquilegensi, cioè la massima autorità civile e religiosa dopo il Patriarca, in quello che è il residuo feudo aquileiese a seguito dell'annessione veneta del Friuli (1420). Secondo Pio Paschini nel Quattrocento solamente due friulani ebbero modo di inserirsi ai massimi vertici della gerarchia religiosa locale. Oltre al nostro Guarnerio è ricordato Daniele de Carlevaris che nel 1498 per breve tempo è forse Provicario Generale24. Nel 1444-'45 Guarnerio è a Venezia dal Patriarca Lodovico Trevisan, in occasione delle trattative che segnano nel giugno del 1445 l'accordo sulle questioni rimaste aperte dopo la conquista veneziana del 1420. Il patriarca di Aquileia riconosce alla Repubblica di San Marco il possesso della Patria del Friuli e la Serenissima accetta la giurisdizione ecclesiastica del patriarca, lasciandogli anche la giurisdizione feudale sulla città di Aquileia e sui castelli di San Vito al Tagliamento e di San Daniele. Nel momento in cui Guarnerio diviene pievano di San Daniele, tale città di collina diventa il cuore della Chiesa di Aquileia ed è pure un centro pulsante di mercati. Il periodo che va dal 1446 al 1455 è particolarmente gravoso per Guarnerio. Agli impegni pastorali si aggiungono il pesante carico dell'attività giudiziaria e quello non meno duro dell'opera di riforma della vita religiosa in una delle province ecclesiastiche più vaste dell'Occidente. Nel 1455, con una supplica al Patriarca d'Aquileia, chiede di essere esonerato dal gravoso incarico vicariale per la scarsa retribuzione e come scrive Vindeve al saggio di Marisanta DI PRAMPERO DE CARVALHO, Poggio Bracciolini e Guarnerio d’Artegna, “Ce fastu?”, LXI, 1, 1986, pp. 165-174. Della stessa autrice vedi pure: ID, L’umanesimo di Guarnerio d’Artegna, “Ce fastu?”, LIX, 2, 1983, pp. 282-294. 24 Luciano PEGORARO, Il clero secolare allogeno nella diocesi di Aquileia dal Tagliamento al Judrio dal 1420 al 1497, tesi di laurea, Università degli studi di Trieste, Facoltà di Magistero, anno accademico 1967-1968, relatore Ada Annoni.

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cenzo Joppi25 nelle sue Notizie Biografiche dei Letterati Friulani, “perché vecchio e logoro dal grande peso degli affari”. Il 25 agosto 1465 "Guarnerio plebano Sancti Danielis" è citato nel testamento del pievano "Augustinus Lantridez [o Landsberg?] di Alemania Cappellano Ecclesie Portogruarie". Tra i beni della lista26 figurano "unus lectus de pluma…, una cappa magna…, una cappa pulcra..., due caldaie mediocri…, una gradella… e le frixorie". La "fersorie", in friulano, è la padella per friggere le vivande. La cappa è un mantello senza maniche. Tra il 1446 e il 1460 dallo spirito aperto di Guarnerio verso i nuovi ideali culturali e sociali dell'Umanesimo nasce l'idea di formare una Biblioteca con le migliori opere classiche e contemporanee. Ancor più geniale e moderno, in chiave sociologica, è il proposito di lasciare detta Biblioteca alla Comunità di San Daniele nell'anno della sua morte: il 1466. Fino a pochi mesi prima di ammalarsi di peste e di morire, Guarnerio si impegna per la sua terra d'adozione. Il 29 luglio 1466, infatti, viene redatto un "concordio" davanti a monsignor Guarnerio tra la Comunità di San Daniele e i venditori abusivi di pane e di vino27. La biblioteca di Guarnerio Agli inizi del Quattrocento la comunità di San Daniele si dota di un cancelliere e maestro di scuola pubblica proveniente dalla Carnia e tedesco di origine: Nicolò di Gherardo d'Allemagna da Paluzza; accade nel 1401 ma non è un fatto isolato. Nel 1415 infatti il maestro è "Johannes de Gorto Carneae" che fa anche da cameraro della chiesa di San Michele28. I camerari erano gli amministratori delle confraternite e delle chiese. Un altro carnico dunque; si dimostra così che la mobilità territoriale non era un freno in epoca medievale. Col Quattrocento San Daniele diviene un centro scrittorio di una certa importanza. Non a caso, di recente, un testo scritto proprio a San Daniele nel 1432 per il bando di matrimonio di Biagio di Chiarmazis e Lescolla di Preconio, trascritto da Vincenzo Jop25 Vincenzo JOPPI, Notizie Biografiche dei Letterati Friulani, op. cit. 26 ASUD, ANA, b 3879.5, ms. 27 Remigio TOSORATTI, Il Quattrocento nella Terra di San Daniello, in San Denêl, Carlo VENUTI – Federico VICARIO (cur), Udin, Societât filologiche Furlane, Otantesin prin Congrès, vol. I, 2004, p. 416. 28 Ivi, p. 330.

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pi nel 1878, è entrato a far parte del Corpus Scriptologicum Padanum29. Nell'Ottocento tale testo quattrocentesco è oggetto di studi filologici anche da parte di Michele Leicht. La biblioteca di Guarnerio si stabilisce in un humus culturale favorevole, come si intuisce. Si potrebbe tuttavia discutere su come sia stata considerata nel corso dei secoli quella storica collezione di libri manoscritti del giovane umanista friulano che venne poi identificata come Guarneriana. Alcuni la citano, ma pochi la conoscono, o l'hanno visitata e ne hanno apprezzato le inestimabili opere in essa contenute. Riguardo a come viene percepita la Guarneriana nell'immaginario collettivo dei friulani c'è il rischio di cadere nello stesso tranello della visione della donna in Friuli, già descritto da Tito Maniacco. Egli ha infatti notato che la società friulana resta legata alla tradizione, lasciando che l'emancipazione femminile proceda in modo parallelo al radicato e vecchio rapporto di dipendenza dalla famiglia patriarcale; poi le donne vestite di nero permeano la storia del Friuli, sia come madri che danno il buon esempio, sia come donne che lavorano, allevano i figli e portano il peso di quella famiglia che nel corso del Novecento va sempre più restringendosi ad un singolo nucleo. Allo stesso tempo queste donne tengono sulle spalle la gerla carica di fieno, di legna, di letame, di tela, di lino, di mezzalana e di seta. Il modo di presentarle contribuisce a creare un immaginario collettivo mistificante, che inevitabilmente condiziona una corretta analisi della società friulana30. Per analogia, potrebbe accadere che si parli tanto della Guarneriana, senza conoscerne effettivamente il valore; ciò contribuirebbe alla creazione di un'immagine scorretta della società friulana. "Le immagini che interessano allo storico sono immagini collettive – per dirla con Jacques Le Goff31 – rimescolate dalle vicissitudini della storia: esse si formano, cambiano, si trasformano. Si esprimono con parole, temi. Sono tramandate dalle tradizioni, prese in prestito da una civiltà all'altra, circolano nel mondo diacronico delle classi e delle società umane. Appartengono inoltre alla storia sociale senza restarvi rinchiuse". La Guarneriana è troppo importante per essere rinchiusa nella sua grandezza, osannandola e basta. Come sorge questo incredibile contenitore di testi? Nel 1436 Guarnerio dà l'incarico ad Aquileia di ricopiare le prime otto commedie di Plauto, che andranno a formare la sua celebre collezione. 29 Paul VIDESOTT, Osservazioni sulla Scripta Medievale Friulana, in base al Corpus Scriptologicum Padanum (CORPS), "Ce Fastu?", LXXXVIII, 1, 2012, pp. 31-62. 30 Tito MANIACCO, L'ideologia friulana. Critica dell'immaginario collettivo, Udine, Kappa Vu, 1995, pp. 63-67. 31 Jacques LE GOFF, L'imaginaire médiéval, Paris, Gallimard, 1985, trad. it. L'immaginario medievale, Roma-Bari, Laterza, 1999 2, pp. XIII.

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Per realizzare l'idea della biblioteca, mette a frutto le esperienze professionali acquisite nei circoli culturali di Roma e la rete di amicizie con gli intellettuali del tempo, fra i quali i veneziani Francesco Barbaro, Ludovico Foscarini, Domenico de Dominicis vescovo di Torcello, i conterranei Giovanni da Spilimbergo, Antonio di San Daniele e tanti altri. Organizza in casa sua uno scriptorium con la collaborazione dei copisti più abili e rinomati del tempo: Niccolò de Collibus Prampergi, Battista da Cingoli, Niccolò Pittiani, Federico de Marquardis, Odorico e Lorenzo Pilosio, tutti pubblici notai della Patria. È certamente interessante questa organizzazione dell'attività basata su un lavoro di squadra in cui i diversi copisti si alternano, dimostrando spirito di collaborazione. È stato calcolato che per realizzare la sua raccolta, Guarnerio si sia avvalso negli anni del lavoro di circa 44 copisti 32. Il primo copista di Guarnerio, di cui si ha notizia, è Niccolò da San Vito, parroco di Lavariano. Nel 1441, egli trascrive i codici n. 69 e 79 della Guarneriana. Il codice n. 71 è copiato nel 1442 dallo stesso scrivano di Lavariano. Una piccola curiosità da conoscere riguarda un mastro artigiano sandanielese del Quattrocento. Il 12 luglio 1450 il carpentiere Bertone Pretto chiede ed ottiene di allargare la sua casa con una costruzione su archi in piazza della Cisterna: si tratta effettivamente dell' edificio in cui ha sede oggi la biblioteca moderna. I copisti di Guarnerio sono talvolta presenti all'attività notarile ruotante attorno a lui, come nel caso di Marco di Giovanni da Spilimbergo33, presente come testimone in un atto notarile scritto nell'abitazione di Guarnerio a San Daniele il 21 maggio 1452. Sono proprio i giovani studenti di notariato, come il de Collibus e Giovanni Belgrado che usano una "littera antiqua" nelle trascrizioni, di livello non inferiore alla grafia del da Cingoli, amanuense con bottega in Friuli, che lavorò anche per i luogotenenti veneti. Tali codici sono finemente decorati dai rubricatores. Tra questi ultimi, nell'ambito di Guarnerio, ve ne sono alcuni di cultura Padovana antica e moderna34. Nell'ultimo decennio di attività per la "Libraria" di Guarnerio troviamo a lavorare come copista il chierico Niccolino da Zuglio, proveniente dalla Carnia. Verso il 1454 altri copisti entrano ai suoi servigi; si tratta di Pietro da Fagagna e Giovanni Bartolomeo,

32 Laura CASARSA – Mario D'ANGELO – Cesare SCALON, La libreria di Guarnerio d'Artegna, Udine, Casamassima, 1991. 33 Remigio TOSORATTI, Il Quattrocento nella Terra di San Danielllo, op. cit., pp. 477-503. 34 Mario D'ANGELO, La libreria di Guarnerio. Stato attuale delle ricerche – i Codici datati, in Comitato per le celebrazioni (cur), Studi e documenti nel 150° di San Daniele, Quaderni Guarneriani, 6, 1979, p. 40.

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che gli apprestano i migliori testi della raccolta35. Poi sono citati Cipriano Polocroni da Padova, Timoteo Veronese, Niccolò da San Daniele abitante a Gemona e Marco Tatus da Pola, pievano di Marano. Nel 1456 Guarnerio stila il primo catalogo della sua raccolta di manoscritti, comprendente ben 64 codici. La sua biblioteca, nel 1461, si avvicina alla cifra di 170 libri manoscritti36. Il giorno 10 ottobre 1466 nasce la Biblioteca Guarneriana, grazie al testamento di Guarnerio d'Artegna. Il 7 ottobre, infatti, egli detta le sue ultime volontà al notaio Niccolò Pittiani, destinando la propria biblioteca, composta da 173 manoscritti, alla Comunità di San Daniele, mediante un legato alla chiesa di San Michele. Nel testamento è ben descritto il lascito con cui dona: "tutti li suoi libri che si ritrova havere con obbligo alla Chiesa di far fabbricare in loco honesto e condecente una libraria et in quella tutti l'istessi libri ponere, con sue catene ligati, et ivi conservarli per uso dell'istessa Chiesa et che non siano mai levati di detta libraria per accomodar altri. Et se alcuno volesse sopra detti libri legere o studiare et al Consilio et Comunità piacesse, possa sopra detti libri e nell'istessa libraria e non altrove legere et studiare con licenza del Consilio et Comunità di San Daniele". La Comunità di San Daniele nel contempo deve indennizzare con 400 ducati i due nipoti del vicario patriarcale. Si tratta di Samaritana e Cipriano, che la figlia Pasqua (nata prima del sacerdozio di Guarnerio, intorno al 1434) aveva avuto rispettivamente da Giovanni Baldana e da Niccolò da Spilimbergo, primo e secondo marito, nonché generi di Guarnerio37. Egli stesso, in un inventario precedente, aveva suddiviso la biblioteca in quattro sezioni come segno concreto del suo interesse universale per la conoscenza. La prima sezione è la sacra pagina, con bibbie e messali. La seconda parte contiene manoscritti giuridici. La terza parte è dedicata ai classici latini, come Plauto, Virgilio, Catullo, Cesare, Plinio il Vecchio ed altri; del solo Cicerone si contano ben dieci codici. La quarta sezione contiene opere di autori umanisti. Verso la metà del Novecento, il noto paleografo Emanuele Casamassima, docente all'Università di Firenze, l'ha definita "uno dei fondi più coerenti dell'Umanesimo italiano" per la presenza di un'antologia significativa della letteratura classica ed umanistica che da cinque secoli e mezzo tramanda importanti testimonianze della civiltà occidentale. 35 Gianfranco VONZIN, Guarnerio d'Artegna e la formazione della sua biblioteca, in Circolo Filosofico "Paolo Veneto" (cur), La filosofia friulana e giuliana nel contesto della cultura italiana, Atti del Primo Congresso Regionale di Filosofia friulana e giuliana, Cividale del Friuli 6-7-8 dicembre 1970, Udine Arti Grafiche Friulane, 1972, p. 138. 36 Ibid. 37 Cesare SCALON, Guarnerio d'Artegna, vicario patriarcale e bibliofilo, op. cit.

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L'elevato livello culturale della comunità di San Daniele si riverbera anche nei castelli e nei centri abitati vicini, dove si sa della "Libraria" di Guarnerio. Succede così al Castello d'Arcano, dove un rampollo della casata, Giovanni Mauro dei signori d'Arcano, nei primi decenni del Cinquecento, diviene poeta. Egli è in corrispondenza con letterati e dame del tempo38. Domenico Grimani, dal 1493 cardinale di Santa Romana Chiesa e dal 1498 patriarca di Aquileia, riceve nel 1503 il possesso dell'Abbazia di S. Maria in Silvis a Sesto al Reghena (oggi provincia di Pordenone). Intorno a quegli anni egli visita San Daniele, inclusa la ormai famosa Biblioteca di Guarnerio. Non essendo soddisfatto dallo stato di conservazione e del luogo della raccolta39, dispone di riordinare i codici "per seriem seu ordinem". Un secolo dopo la morte di Guarnerio la buona nomea della sua Biblioteca si è già diffusa. Nel 1568, nella Descrittione della Patria del Friuli infatti, Jacopo Valvason di Maniago40 scrive che a San Daniele: "si trova una libraria ricca di libri antichi miniati nobilmente che fu cortese dono di Guarnerio de' Nobili di Artegna, canonico d'Aquileia e pievano di questa terra, parte de' quali erano stati di Antonio Pancierini Patriarca Aquileiese, come si tragge da una lettera scritta a Guarnerio dalli fratelli del Panciarini". La biblioteca inizia a funzionare regolarmente solo nel Settecento, anche se i testi sono già da tempo disponibili alla consultazione. Dopo il lascito di altri 2200 volumi del monsignor Giusto Fontanini, morto nel 1736, viene costruita la libreria in noce, che ancora oggi si ammira, opera dei falegnami Andrioli di Valvasone, realizzata tra il luglio 1739 e il maggio del 1742. Per ospitarla, il Consiglio dei XII (o Comunale) fa allungare l'antico palazzo del Comune, che assume le attuali forme e strutture. Il Consiglio nomina inoltre un bibliotecario (1754) ed attribuisce all'istituzione stessa il nome ufficiale di "Guarneriana - Fontaniniana". Tra i bibliotecari della Guarneriana che andiamo a menzionare, Leonardo Wildman ha steso il primo catalogo. Seguono Giandomenico, Giovanni Girolamo e Giovanni Battista Coluta, autori di preziosi e fondamentali studi; ancora troviamo i sacerdoti Pietro Flumiani, Andrea Peressini, Leonardo Marzona, Andrea Franceschinis, 38 Gian Giuseppe LIRUTI, Notizie delle vite ed opere scritte da' letterati del Friuli, II, Venezia, Fenzo, 1762, pp. 76-89. Vedi pure: Maurizio GRATTONI, Lettere inedite di Vittoria Colonna, Giulia Gonzaga e Laura Sanvitale Rangoni a Gian Mauro d'Arcano, "Ce fastu?", LVIII, 2, 1982, pp. 291-314. 39 Gian Camillo CUSTOZA, Giovanni da Udine. La tecnica della decorazione a stucco alla romana nel Friuli del XVI secolo, Pasian di Prato (UD), Campanotto, 1996, p. 41. 40 Jacopo VALVASON DI MANIAGO, Descrittione della Patria del Friuli (1568), a cura di Angelo Floramo, Montereale Valcellina (PN), Circolo Culturale Menocchio, 2011, p. 68.

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Pietro Vidoni e il nobile don Luigi Narducci, studioso attento e molto attivo. C'è pure un notaio, Antonio Legranzi, che catalogò l'archivio assieme al direttore didattico Alfredo Lazzarini. Don Emilio Patriarca, bibliotecario dal 1924 al 1969, è anche autore del catalogo degli incunaboli, mente l'avvocato Domenico Milillo lo sostituisce per tre anni, a causa dei dissensi col podestà di turno41. Gian Paolo Beinat ha l'incarico dal 1960 al 1978. Romano Vecchiet è bibliotecario volontario dal 1975 al 1978. Seguono Andrea Balanza dal 1977 al 1982, e Dino Barattin dal 1982 al 1992. Carlo Venuti, infine, è incaricato dal 1992 sino al 2011. Attualmente l'impegno è di Angelo Floramo. Gli umanisti Tra i primi studiosi della classicità con i quali è in contatto Guarnerio, va ricordato il patriarca e cardinale Antonio Pancera. È suo il codice n. 138, il cui frontespizio reca il suo stemma gentilizio. Non è escluso che Guarnerio abbia acquistato dagli eredi del patriarca Pancera qualche altro dei 43 codici anteriori al secolo XV presenti nella collezione. A Roma il giovane umanista friulano incontra e conosce Poggio Bracciolini (1380-1459), segretario apostolico che in una lettera42 del 1438 lo definisce "Suavissime Guarnerii". Nello stesso anno egli è in contatto col maestro di grammatica e retorica Giovanni da Spilimbergo che insegna a Udine, Belluno, Venezia e Cividale. Costui è imparentato con Guarino Guarini da Verona (1374-1460), il quale intratteneva una corrispondenza con un originale circolo di umanisti fiorentini. Altri notevoli rappresentanti dell'umanesimo sono: Leonardo Bruni (1374-1444) cancelliere del comune di Firenze; Pier Paolo Vergerio (1370-1444) nato a Capodistria e morto a Budapest dopo aver operato a Padova, Firenze e in Boemia; Vittorino da Feltre (1373-1446) che apre una scuola a Mantova per i figli dell'aristocrazia locale, in cui trova posto anche qualche fanciullo povero. Dal 1454 al 1464, dopo l'insegnamento di Giovanni da Spilimbergo, nelle scuole di Udine opera Francesco Diana, maestro di grammatica e retorica, amico di Guarnerio. Al periodo del vicariato patriarcale (1448-'49) risale l'amicizia di Guarnerio con Francesco Barbaro, luogotenente veneto a Udine in quegli anni. Nel 1461 il patrizio veneto Ludovico Foscarini diviene luogotenente a Udine; egli è già legato a Guarnerio da sen-

41 Giorgio ZARDI, Paese mio, Udine, Cism, 1987, p. 13. Ringrazio Sandro Bizzaro, della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli, per le informazioni fornite riguardo ai bibliotecari dei secoli XX-XXI. 42 Poggio BRACCIOLINI, Lettere. Epistolarum familiarium libri, op. cit., pp. 312-313.

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timenti di amicizia e di stima profonde sin dal 1445, poiché avevano avuto modo di conoscersi a Venezia. Agli ultimi anni di vita di Guarnerio risale una sua lettera all'umanista triestino Raffaele Zovenzoni, attivo anche a Ferrara e Capodistria. Il Quattrocento è il secolo dell'Umanesimo: l'Italia è attraversata dalla passione per gli studi e le riscoperte dei testi antichi e classici, per l'affermazione dei valori dell'uomo. Sono gli anni di Lorenzo il Magnifico, di Angelo Poliziano, di Matteo Maria Boiardo, di Leonardo da Vinci e di Luca Pacioli. Sul versante delle arti figurative e dell'architettura spiccano le personalità di Filippo Brunelleschi, Donatello, Leon Battista Alberti, Paolo Uccello, Andrea Mantegna, Piero della Francesca, Luca della Robbia, Sandro Botticelli, Filippo Lippi, Beato Angelico, Ghirlandaio, Pinturicchio e Michelangelo. In tale periodo operano nella Patria del Friuli i pittori e intagliatori Gianfrancesco e Domenico da Tolmezzo; Pellegrino da San Daniele, Giovanni Martini, il condottiero Gerolamo Savorgnan, i poeti Diotaiût di Cividale, Marco Mosacense e Nicolò de Portis; il pittore Giovanni Antonio de' Sacchis detto il Pordenone e Giovanni da Udine, collaboratore di Raffaello nella decorazione delle Logge Vaticane. Nel vicino veneto operano i pittori Cima da Conegliano e il Carpaccio. Guarnerio e il notaio Boscano Il notaio Boscano della Betta sinora non è stato molto coinvolto nella letteratura prodotta su Guarnerio d'Artegna. La forma "Betta" è un ipocoristico di Alzubetta, antico nome di Elisabetta, presente nei testi manoscritti friulani del Quattrocento con alcune varianti, come Subeta, Subitin e Zubet. Lui si firma così "Boscanus Notarius della Betta". Risulta appena citato, infatti, in una tabella di vari notai attivi a San Daniele43. La sua presenza è appena sfiorata anche in un'altra ricerca la cui fonte è il fondo delle Carte Patriarcali dell'Archivio Storico Comunale di San Daniele44. In queste altre pagine è citato così alla data del 10 marzo 1446: "Boscanum Notarium seu Cancellarium suum". Di fatto c'è la notizia su Guarnerio che "qui in San Daniele residebat".

43 Maura CRAGNOLINI, Notai in San Daniele. Appunti sul notariato locale dal 1396 alla metà dell'Ottocento, in San Denêl, Carlo VENUTI – Federico VICARIO (cur), Udin, Societât Filologiche Furlane, Otantesin prin Congrès, vol. I, 2004, pp. 477-503. 44 Remigio TOSORATTI, Il Quattrocento nella Terra di San Danielllo, op. cit. p. 412.

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La copertina del registro, rovinato dall'umidità. Archivio di Stato di Udine, Archivio Notarile Antico, b 3877.3 – Protocollo di Boscano della Betta di Portogruaro, di San Daniele, 10 marzo – 17 dicembre 1446 (da carta 24v e seguenti).

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Carta sciolta che cita Guarnerio, Archivio di Stato di Udine, Archivio Notarile Antico, b 3877.3 – Protocollo di Boscano della Betta di Portogruaro, di San Daniele, 10 marzo – 17 dicembre 1446.

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Una pagina del registro notarile di Boscano della Betta. Archivio di Stato di Udine, Archivio Notarile Antico, b 3877, fasc. 3, c. 29 r – Protocollo di Boscano della Betta di Portogruaro, di San Daniele, 10 marzo – 17 dicembre 1446.

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Archivio di Stato di Udine, Archivio Notarile Antico, b 3877.3 – Protocollo di Boscano della Betta di Portogruaro, di San Daniele, 10 marzo – 17 dicembre 1446. Carta sciolta.

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Archivio di Stato di Udine, Archivio Notarile Antico, b 3877.11 – Protocollo di Boscano della Betta di Portogruaro, di San Daniele, 10 marzo – 17 dicembre 1446. Carta sciolta, dell'11 febbraio 1452, riguardante un appello a Guarnerio d'Artegna sui fatti che coinvolgono Ludovico da Cingoli, canonico di Aquileia e don Pietro Passetto, canonico di Cividale.

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Di Boscano della Betta si sa che è nato a Portogruaro. Giovanni Battista Della Porta lo segnala nel suo Index Alphabeticus Notariorum Patriae Fori Iulii, del 1931. Vi si legge45 che "Boscano della Betta", figlio di "Nicolusso di Portogruaro", opera a San Daniele dal 1446. È stato individuato un suo fratello notaio, con il dubbio che si tratti di un raro caso di omonimia. Viene citato, infatti, Stefano della Betta, figlio di Nicolusso quondam Giacomo; tale altro notaio della Betta risulta operante a Portogruaro dal 1414 al 1435. Quindi Giacomo della Betta, fatto salvo il caso di omonimia, è il nonno di Boscano. Dai documenti dell'ASUD si sa che, in veste di notaio, Boscano lavora a Cividale e a San Daniele. Gli atti di un suo protocollo rovinato dall'umidità, dal 10 marzo al 17 dicembre 1446 contengono una dicitura annotata in copertina46 con mano novecentesca: "Davanti a Guarnerio d'Artegna Vicario generale sostituto in spiritualibus". Detto registro dimostra che, in San Daniele, Guarnerio è presente consecutivamente per nove mesi alle scritture notarili di Boscano. Come si sa, il periodo dal 1446 al 1455 è particolarmente impegnativo per Guarnerio. Agli impegni ecclesiali si uniscono il grave carico dell'attività giudiziaria, dove Boscano può intervenire in veste di notaio, e quello non meno duro dell'opera di riforma della vita religiosa patriarcale. Nonno Guarnerio, il moralizzatore È assai singolare che il compito di moralizzatore capiti proprio a lui, Guarnerio d'Artegna, che mentre era chierico presso la corte papale ebbe una figlia, di nome Pasqua, la quale si sposò due volte ed ebbe due figli, come emerge dal testamento del grande bibliofilo. Come già accennato sono Samaritana e Cipriano, che la figlia Pasqua aveva avuto rispettivamente da Giovanni Baldana e da Niccolò da Spilimbergo, primo e secondo marito, nonché generi di Guarnerio. I giovani Samaritana e Cipriano, dunque, sono i nipotini di nonno Guarnerio, citati nel manoscritto di Vincenzo Joppi47. Nel Medioevo non mancano i casi di condotte insolite da parte degli ecclesiastici, non solo riguardo alla loro castità. Sin dalla legislazione carolingia esiste il divieto di esercitare il commercio per i membri del clero. Ciò non toglie che in tempi di carestia e

45 Biblioteca Civica Joppi di Udine (BCU), Fondo Principale, ms. 3849, Index Alphabeticus Notariorum Patriae Fori Iulii. 46 ASUD, ANA, busta 3877.3, ms. Lo stesso archivio non possiede registri notarili di Boscano della Betta, operante a Cividale. 47 Vincenzo JOPPI, Notizie Biografiche dei Letterati Friulani, op. cit.

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di difficoltà finanziaria siano gli stessi monaci ad effettuare dei prestiti usurari ai nobili che davano in pegno le proprie terre48. Come spiega Jacques Le Goff, gli exempla sono dei manoscritti utilizzati dai predicatori come una vera e propria enciclopedia pratica cristiana49. Le vicende descritte, incentrate sulla conversione, vengono imparate dal religioso nella versione latina, per essere da lui trasmesse in lingua volgare. In alcune di queste storielle, specie in quelle riferite agli ebrei, volendone esaltare la conversione, si omette di curare i particolari. Così possiamo trovar scritto tranquillamente che "Un ecclesiastico di Limoges aveva messo in cinta la figlia di un ebreo…". In altri casi è un canonico inglese, parente del vescovo locale, a sedurre la figlia di un ebreo. Che dire poi di "Andrea vescovo di Fundi" che coabita con una suora. Questi sono solo alcuni casi che, secondo i racconti di Arnoldo di Liegi (1308-1310) già ripresi da fonti dei secoli precedenti, denunciano indirettamente la ricerca da parte di esponenti del clero di una concubina. Il corpo centrale di ogni exemplum è infatti il proselitismo cristiano verso gli ebrei. Nel Trecento si accentua in varie zone d'Europa la pratica del concubinato tra il clero. Nel 1311 vengono punite da Papa Clemente V alcune comunità tedesche di Begardi e di Beghine50 per eccessi nelle pratiche religiose e per "comportamenti immorali ed osceni". C'è tutta una letteratura, in area francese, secondo la quale i chierici perseguivano i propri interessi sessuali con grande furbizia e risoluzione, accostandosi alle proprie fedeli in qualità di confessori, come nel caso di Pierre Clergue, prete a Montaillou e noto in tutta la zona come donnaiolo51. In Trentino, in Lombardia e nel Veneto, ci sono casi di pretesa testamentaria da parte del tal cappellano che, dopo aver ottenuto varie dispense dall'autorità ecclesiale, vuole veder assegnata la stessa sua carica al figlio naturale avuto con una convivente. Siamo certamente in presenza di ambizioni personali, nepotismo e orgoglio di appartenenza52. L'autorità ecclesiale è particolarmente flessibile nei confronti del concubinato del clero nelle regioni alpine, giustificato dalle frequenti vedovanze, dall'emi-

48 Henri PIRENNE, Medieval Cities, New Jersey, Princeton University Press, 1925, trad. it., Le città del Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2001 4, pp. 31 e 148. 49 Jacques LE GOFF, Le Juif dans les ‘exempla’ médiévaux: le case de l’Alphabetum Narrationum, in Maurice Olender (cur) Pour Léon Poliakov. Le racisme. Mythes et Sciences, Bruxelles, Complex, 1981, pp. 209-220, trad. it. Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale, Roma-Bari, Laterza, 1999, pp. 149-152. 50 Marcel PACAUT, Les ordres monastiques et religieux au Moyen Age, op. cit., p. 314. 51 Claudia OPITZ, La vita quotidiana delle donne nel Tardo Medioevo, in Geoges DUBY – Michelle PERROT, Storia delle donne in Occidente. Il Medioevo, a cura di Christiane Klapisch-Zuber, Roma-Bari, Laterza, 1998 4, p. 344. 52 Emanuele CURZEL, Cappellani e altari nella cattedrale di Trento nel XIV secolo, in Preti nel Medioevo, “Quaderni di storia religiosa”, 1997, p. 136.

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grazione maschile e dalla difficoltà a contrarre matrimonio dovuta agli onerosi patti dotali. La situazione sta degenerando. Nel 1337 nella diocesi di Cortona, ai confini tra Toscana ed Umbria, durante la visita vescovile, don Ugolino rettore della chiesa di S. Andrea di Bacialla e don Alessandro, pievano della chiesa di S. Biagio di Ossaia si accusano a vicenda di concubinaggio53. Non sono casi isolati. Il 24 luglio 1403 a Cividale deve essere emesso un editto del Patriarca di Aquileia che persegue coloro che entrano nei monasteri femminili di clausura54. Eccezionale è la documentazione raccolta nella diocesi di Como, che dal punto di vista ecclesiale dipende dal Patriarcato di Aquileia ma è politicamente inserita nel ducato di Milano. Nella visita pastorale del 1445, su 50 ecclesiastici interrogati ben 20 ammettono di avere ancora o di avere avuto una concubina; a questi si devono poi aggiungere altri tredici ecclesiastici denunciati per sospette frequentazioni femminili, che in quell'occasione non vengono sottoposti ad indagine dai prelati in visita per mancanza di tempo55. A partire dal 1445 inizia il forte impegno di Guarnerio nell'opera di riforma della vita religiosa in una delle province ecclesiastiche più vaste e turbolente dell'Occidente. La sua opera di moralizzazione per riportare il clero patriarchino e friulano alla primitiva morigeratezza nei costumi si protrae fino al 1455 quando, per la remunerazione che egli ritiene inadeguata, rinuncia alla carica di vicario generale ritirandosi a San Daniele per seguire la "Libraria", la sua più grande passione. Per attuare il compito che si è assunto interviene nelle controversie tra sacerdoti, nelle diatribe tra parroci e comunità e perfino nei diversi scandali di qualche convento. Si muove con pacatezza e serenità, senza per questo mancare alla propria dignità. Dirime intricate questioni matrimoniali, annulla le sentenze dei vescovi suffraganei di Trento, Ceneda e Concordia, spostandosi spesso da una località all'altra, secondo le necessità. Prende posizione nei confronti dei numerosi sacerdoti concubinari.

53 Daniel BORNSTEIN, Parish Priests in Late Medieval Cortona: The Urban and Rural Clergy, in Preti nel Medioevo, op. cit., pp. 170-171. 54 Ivonne ZENAROLA PASTORE (cur), Atti della Cancelleria dei Patriarchi di Aquileia (1265-1420), op. cit. 55 Elisabetta CANOBBIO, Preti di montagna nell'Alta Lombardia del Quattrocento (Como 1444-1445), in Preti nel Medioevo, op. cit., p. 233.

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Il giorno 11 febbraio 1452 Guarnerio affronta un'aspra controversia che antepone don Pietro Passetto di Venezia, canonico di Cividale e don Ludovico da Cingoli, canonico di Aquileia56. Una sua lettera sdegnosa diretta a tutti gli ecclesiastici friulani è del 14 gennaio 1454. In essa fa specifico riferimento57 a certi "scandali avvenuti nel convento delle monache posto fuori le mura di Aquileia". Il 24 gennaio 1454 sospende il vescovo della diocesi istriana di Pedena, il quale assieme ad alcuni amici poi scomunicati da Guarnerio, aveva ingiuriato Giorgio Hladnik, parroco della chiesa di San Vito presso Lubiana e arcidiacono del Patriarca nella Carniola (Slovenia). Altra punizione decisa da Guarnerio è quella contro Ludovico da Cingoli, cui il 25 febbraio 1454 viene tolta la prepositura della chiesa dei Santi Felice e Fortunato di Aquileia, per indegnità. Anche dopo la morte di Guarnerio altre vicende poco edificanti continuano: Daniele de Puppis, il canonico di Cividale è ladro manifesto58; in seguito tuttavia si pente e restituisce il malloppo. La denuncia, del 14 dicembre 1487 è di Daniele Guroni di Cividale; questi accusa il canonico de Puppis il quale con alcuni soci si sarebbe impossessato di un forziere con soldi ed altri averi. Il maltolto verrà restituito da Leonardo de Puppis, fratello del canonico ladro. A volte, trattando del concubinato ecclesiale, i cronisti rischiano di strappare un sorriso al lettore anche quando trattano di decessi; è il caso ad esempio del pievano di Spilimbergo. Dal 1528 si assiste ad un ricambio di pievani puntualmente registrato nel registro dei camerari. Il 10 giugno viene nominato Filippo da Venezia, il quale rimane in carica soli tre mesi, poiché muore il 9 settembre. Viene nominato al suo posto Fabio da Venezia, che muore poco dopo, il 29 luglio 1529. Il suo successore Bartolomeo da Imola regge l'incarico per soli quindici mesi spegnendosi il 12 novembre 1530. Pre Domenico Mesai da Arba è chiamato dopo di lui come pievano della chiesa di Santa Maria59; per la gente del luogo finalmente è il momento di uomo in salute! Pre Domenico, infatti, si presenta "cum la sua femina fresca e fioli

56 ASUD, ANA, busta 3877.11, carta sciolta, ms. 57 Gianfranco VONZIN, Guarnerio d’Artegna e la formazione della sua biblioteca, op. cit. p. 138. 58 SCHED. BIASUTTI, ms. 59 Renzo PERESSINI, Angelo Adalardis pievano di Spilimbergo (1533-1566), Montereale Valcellina (PN), Circolo Culturale Menocchio, 2011, p. 19-20.

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quattro”. Conclusione di Roberto di Spilimbergo, cronista del tempo: “tutti son macchiati d’una peste”. Mezzo secolo dopo è il curato di Caporetto a passarla liscia60. Don Ermacora Hertigh il giorno 8 giugno 1582 viene assolto da censura "per venti anni di concubinato". Mercanti al tempo di Guarnerio Ragionando sulle attività mercantili locali ci chiediamo: i mercanti attivi al tempo di Guarnerio o che entrano in contatto con lui provengono dalle zone limitrofe a San Daniele, come Udine, Fagagna o Spilimbergo? Oppure dopo la crisi del Trecento c'è un fervore di scambi commerciali tale da far spostare gli operatori nel territorio friulano e dagli stati vicini? L'evidenza è che esiste una certa mobilità territoriale soprattutto per gli scambi mercantili. Nella stessa Spilimbergo ci sono molti osti di origine tedesca, assieme a operatori economici toscani, lombardi ed ebrei, segno evidente della discreta mobilità territoriale nel Medioevo. Il 14 agosto 1360 a San Daniele è stilato un atto notarile con cui Ludovico Della Torre Patriarca d'Aquileia concede a Galvano di Spilimbergo l'investitura di alcuni beni; non meraviglia che Della Torre, patriarca ghibellino, conceda feudi ad un membro della propria fazione, dato che i Signori di Spilimbergo sono ghibellini. Sempre a San Daniele il 25 ottobre dello stesso anno si stila un altro atto di investitura di mezzo maso di terreno incolto presso Buja, in località detta Strabons, a favore di Salvatore quondam Bertolissi di Buja61. I viaggi dei regnanti, cardinali, vescovi e militari nel Medioevo avvengono soprattutto per motivi istituzionali, scopi commerciali e pellegrinaggio. Le mete principali del pellegrino sono Gerusalemme, Roma e Santiago di Compostela. Nelle pergamene del Pio Istituto Elemosiniere di Venzone si trovano i testamenti di due personaggi, Andrea fu Martino Gath e di Giacomo fu Nicolò Michisotti che, in procinto di partire alla volta di Santiago di Compostela62 esprimono le ultime volontà al notaio il 16 e il 17 maggio 1395. Il cammino per Compostela, prima di giungere in Spagna, prevede diverse tappe in Francia, Germania e Italia63, dove i pellegrini giungevano al seguito dei convogli dei cramari friulani. Pur procedendo con animali da 60 SCHED. BIASUTTI, ms. 61 Ivonne ZENAROLA PASTORE (cur), Atti della Cancelleria dei Patriarchi di Aquileia (1265-1420), op. cit. 62 Giovani Battista CORGNALI, Il pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia, "Avanti col brun!", 23, 1955, p. 214. 63 Ursula PRANKEL, Unterwegs mit Bruder Jakob, Nürnberg, Kirchengemeinde St. Jakob, 2011, p. 15.

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soma, come cavalli, muli e asini, gran parte degli spostamenti mercantili avviene a piedi, impiegando quindi diverse giornate di viaggio. I cramari passano la notte nei fienili delle locande, vicino alle merci contenute nelle crame o crassigne, portate a spalla dai garzoni, assunti con un contratto scritto di durata pluriennale. Per difendersi dai ladri e dai malintenzionati il viaggio avviene in gruppo o in convoglio, del quale fanno parte uno "scarparo", che aggiustava le scarpe e non manca qualcuno che ne sappia di medicamenti64. Per tenere lontani animali randagi e banditi ogni viaggiatore ha un alto bastone, come quello del pellegrino del cammino di S. Giacomo, utile principalmente a sorreggersi. Alcune compagnie di cramari, dopo il Cinquecento, viaggiano con una scorta armata, costituita in sostanza da cramari che sapevano usare l'archibugio. A conferma dei continui collegamenti fluviali fra l'entroterra collinare (San Daniele) e l'area lagunare (Portogruaro), che interessano come è noto anche la biografia di Guarnerio, il 22 aprile 1412 è menzionato come teste tale "Gregorio barbiere quondam Bonifacio di Portogruario, abitante in San Daniele". È il cerusico (addetto ad operazioni di bassa chirurgia, come i salassi) della zona di Portogruaro, ma opera anche a San Daniele, dato che è annotato a Rodeano, assieme a sua moglie Pidausta65. Il giorno 11 ottobre 1412 si registra un contratto con risvolti particolari; ne è protagonista Nicolò Guerrani quondam Domenico, chiamato anche Vueram (vuere, in friulano, significa: guerra). La sua famiglia è di Coderno, ma Nicolò abita a Grions e vende un livello (canone, mutuo o onere continuativo) a Venerio bottegaio di San Daniele, quondam Nicolò di Bonzicco. Il fatto originale è che il giorno 8 novembre Anna, moglie di Nicolò Guerrani ratifica la vendita, così a quel prezzo il marito è liberato dalle carceri di Sedegliano66. Dagli atti di un notaio gemonese67 si sa che, nel 1429 "Lucia di ser Odorico dei nobili di San Daniele, con il consenso del padre lì presente, stipulò dei patti dotali con un uomo di origine tedesca disponendo della stessa somma e dello stesso corredo che il

64 Sui convogli di mercanti tirolesi (ma quelli dei cramari friulani non dovevano essere poi tanto diversi) vedi: Gerd Klaus PINGGERA, Armutswanderungen in Tirol, in Leo ANDERGASSEN,Gianni BODINI, Werner KREUER et alii, Pässe, Übergänge, Hospize. Südtirol am Schnittpunkt der Alpentransversalen in Geschichte und Gegenwart, Lana (BZ), Tappeiner, 1999, pp 93-132. Sulla opportunità di riunirsi in convoglio, così scrive al fratello, nel 1626, il mercante di formaggio e di vino udinese Antonio Sacchi, di origine bresciana, con traffici con Venezia, Ferrara, Padova e Pordenone: "(…) Non so come potrò partire per non haver compagnia; che Passegieri non vanno à torno; tuttavia v'avviserò della mia sicura partenza"; Antonio Sacchi di Brescia, Lettera al fratello, 26 Dec. 1626, ASUD, Archivio Perusini, b 392, ms. 65 SCHED. BIASUTTI, ms. 66 Ivi. 67 Flavia DE VITT, Famiglie del Medioevo. Storie di vita in Friuli (secoli XIV-XV), Udine, Forum, 2011, p. 31.

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genitore le aveva assegnato in occasione di un precedente fidanzamento con un altro uomo". In un documento del 1440, facente parte degli atti del notaio Odorico Pilosio68 è citato un "Daniel quondam Bonati de Dignano habitans a Portogruario", a conferma dei contatti fra il Friuli collinare e Portogruaro. Sin dal XIV secolo iniziano a funzionare delle locande pubbliche autorizzate ad accogliere mercanti e pellegrini nelle città italiane importanti dal punto di vista geografico e mercantile, come Pisa, Firenze, Piacenza, Verona, Pavia e Milano69. È da segnalare l'esperienza di Lucca in questo settore, dato che già nel 1111 un'iscrizione incisa su una lapide collocata nel duomo elenca le case che danno ospitalità agli stranieri; un'altra lapide vicina ricorda il giuramento di onestà dei cambiavalute che tengono il loro banco nell'atrio dei suddetti ospizi. I mercanti friulani si spostano verso il centro Italia? Una risposta parziale è nelle carte del notaio Federico Buiatti di San Daniele; nel 1442 egli annota queste località tra gli atti dei suoi clienti: Parma, Cadore, Bergamo e Fanna70. Si sono individuate certe scritture risalenti al 1447 in un libro di memorie notarili con nomi come: Antonio Fabris, Joannj de Montegnacho, Candido de Salysphubus (Salisburgo). Un altro austriaco è segnato in una lista di camerari: Urbanus Salysphurh. La carica di cameraro è molto ambita e in grado di suscitare sentimenti di rivalsa. Ad esempio il 24 giugno 1473 viene eletto Priore della confraternita dell'Ospedale di Udine ser Guberto Strazarolo (venditore di stracci) e si sa di una causa, al 24 ottobre 1479, che lo riguarda per gli insulti da lui lanciati contro il cameraro Leonardo Castellani71. Tra altre carte notarili c'è un elenco del 1447 nel quale sono citati vari mestieri72: "Antony Fabris, Nicolao Sartore, Candidi pitoris de ribis, Biasio q. (quondam) Rodulfi de qualso, Nicolao q. Bioni de raspano, Claud q. Zohis de nimis, Nicolao q. Martini Nicolussi de nimis, Nicolao q. Odorici fabri de Cunglacho [Conoglano di Cassacco], Leonardj q. Antony zuliani de laypacho, Antony Pillosij de Trecessimo".

68 ASUD, ANA, b 3874, ms. 69 Hans Conrad PEYER, Von der Gastfreundschaft zum Gasthaus. Studien zur Gastlichkeit im Mittelalter, Hannover, Hahnsche Buchhandlung. 1987, tad. it. Viaggiare nel Medioevo. Dall'ospitalità alla locanda, Roma- Bari, Laterza, 1997, pp. 71-72. 70 ASUD, ANA, b 3880, ms. 71 SCHED. BIASUTTI, ms. 72 ASUD, ANA, b 3877.5, ms.

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Altorilievo del 1497 rappresentante i Mercanti di lana, presso la Camera di Commercio di Norimberga.

Figure mostruose sulla facciata della Chiesa di San Giacomo a Ratisbona, annessa al convento benedettino, fondato da monaci irlandesi nel secolo XII.

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I mercanti friulani vendono tessuti, spezie e medicamenti, come si trova scritto nelle carte notarili "nelle parti di Germania". Ciò viene documentato anche nella recente letteratura tedesca in riferimento al commercio della "Teriaca" a Norimberga73. Un documento di particolare interesse è datato 29 settembre 1447. Scritto dal notaio Francesco de Micchinis, si riferisce alla donazione di beni da parte di "donna Cattarina detta Lombarda" alla Chiesa di San Francesco di Cividale74. In altri fogli è chiamata col cognome "Lombardi". Tra i testimoni all'atto scritto c'è un nobile di San Daniele: si tratta di "Martino quondam ser Bertuli de San Daniele". Altri personaggi presenti sono: "ser Urbano Notaio filio ser Farcisci janis de Spelimbergo, ser Alberto q. petri Maitel, ser Giova Daniele filio ser Nicolai joanini de Burgo Ponti, mag[nific]o Franco Pellizario q. Nicolai de Castelluto". In un altro registro del notaio Federico Buiatti alla data del 1448 si trova segnato un certo "Pelegrino q. hermatari di Venzone", assieme al "magnifico Giorgio Fabro q. georgi di Lubiana". Si tratta di aromatari o venditori di spezie, il cui rifornimento avviene a Venezia75. Altre località citate qui sono: "Tomba, Forgaria, Zolto, Archano, glemona, faganea e Spagnibgo [Spilimbergo]". Sempre nel 1448, si legge di un Laurentio quondam Jahnes Vignaduzzi de Flagonea. Infine compare il mestiere di fabbro con "Nicolay filius fabri pauli di Sancto Danielis". Durante il vicariato patriarcale e il pievanato sandanielese Guarnerio non manca di intervenire nella regolazione dei commerci. Il 13 maggio 1453 trasferisce il mercato settimanale di San Daniele dal giorno di domenica al sabato, com'è pure a Udine, per motivi di rispetto religioso. Difesa da alte mura con merli ghibellini e camminamenti militari oltre che da una decina di torri, San Daniele è una piazza mercantile con varie "tabernae", ossia bettole e trattorie con alloggio per mercanti, messi e viandanti. Sotto il vicariato di Guarnerio si assiste ad un ventennio di impegno eccezionale con iniziative a vari livelli per promuovere la vita della comunità, trasformando la cittadina collinare nella "perla del Patriarcato". Va inoltre ricordato che nel mercato sandanielese tutti i passaggi di biade erano esentasse.

73 Daniela CRESCENZIO, Italienische Spaziergänge in Nürnberg. Band I: Nürnberg, Venedig des Nordens, Unterhaching – München, It-Inerario, 2011, p. 100. Tra I tanti cramari friulani attivi in Germania, usando la citata dicitura, si veda Sebastiano quondam Gregorio Rossi di Paluzza, nei registri dei notai Gio Batta Straulino e Gaspare Sellenati, del 1746-1784, ASUD, ANA, b 4658, ms. 74 ASUD, Monasteri Soppressi, b 1. 13P, Istrumenti, locazioni e testamenti sciolti (originali e copie) 1452- 1750, ms. 75 ASUD, ANA, b 3880, ms.

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Guarnerio cura l'efficienza delle strutture cittadine ecclesiastiche, civili ed economiche. San Daniele contribuisce per oltre la metà degli oltre duemila ducati annui necessari al funzionamento del Patriarcato a base locale76. Andiamo a scoprire altri operatori economici. Analizzando un registro77 con scritture notarili datate dal 1449 al 1455 si è trovato un atto del 1453, nel quale sono nominati "Tobia Burelli di San Daniele, Blasio Moratti di Treppo, Margarita relicta quondam [vedova del fu] Biffoni e Andrea filio Petri de Forgaria". In un centro d'affari importante come sembra essere diventato San Daniele non potevano mancare dei mercadanti della Carnia e di Oltralpe. Nel mese di maggio 1453 sono annotati un "Jacobo Carnello, assieme a Jobe Daniele textore di Ragonea [tessitore di Ragogna], Jacobino Pelizaris quondam magnifico petri theotonicj [teutonico, ovvero tedesco] abitante in San Daniele e il magnifico Antonio Triussino Carpentario [ossia carrozzaio]". Nel mese di gennaio 1455 è citato il "magnifico Jacobo Carnello"; un cognome della Carnia, quindi. In un altro atto sono menzionati vari uomini di Farla (di Majano), come "Jacobo henrici, Daniel zechi o Bartolo Morassi"; quest'ultimo è un cognome tipico di Cercivento, località di provenienza di numerosi mercanti ambulanti di tessuti e spezie locali, che portano le merci fino a Monaco, Würzburg, Augusta, Passau e le città del Palatinato78. Una carta sciolta79 del 1459 in un registro del notaio Giacomo Pittiani pare una nota commissioni; tale documento contiene una lista di vari beni e merci (come "capretti"), nonché crediti vari e livelli (ossia fitti o prestiti). Oltre al nome di "Domenigo del molinaro", c'è una "compra" di un campo di "my [messer] Jacomo Rosso". Alla data del 25 settembre è citato "un credito di my Benedetto Lusato Lebreo da…". Vengono quindi confermati pertanto i rapporti mai interrotti con gli ebrei di San Daniele. Anche a Spilimbergo, nel 1461, è documentata la presenza di ebrei. Si tratta di "Iacop iudaei", come emerge dalle carte notarili dell'Archivio di Stato di Pordenone80. L'ebreo Iacop abita in una casa di proprietà di "Beadussa quondam Marcutii Adalardi". 76 Remigio TOSORATTI, Il Quattrocento nella Terra di San Daniello, op. cit., pp. 327 e 396. 77 ASUD, ANA, b 3878, ms. 78 Tra i vari cramari friulani attivi in Germania, a Monaco si trova, nel 1688, Gio Pietro di Vora da Cercivento, con traffici mercantili fino a Dillingen e a Ingolstadt, sempre in Baviera; Gio Pietro di Vora, Lettera al cugino Zuane di Vora, Dilinga 11 Febraro 1688, ASUD, Archivio Gortani, Documenti, I, Giornale D, b 3880, ms. Nel 1786 agiva ad Augusta il tale Pietro Nodal Straulino da Sutrio; ASUD, ANA, b 4659, notaio Gio Pietro Moro, 1776-1804, ms. 79 Ivi. 80 Renzo PERESSINI, Angelo Adalardis pievano di Spilimbergo, op. cit., p. 10.

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Altri ebrei a Spilimbergo sono segnati nel 1474, quando un certo Bortolusio acquista da Simon giudeo, per libbre 30 di soldi, "una pelliccia mulieribus nova ex pellibus agnis albis…". Nel 1579 la famiglia Marsilio di Spilimbergo gestisce una condotta feneratizia, ovvero un banco di prestiti a usura; è documentata l'esistenza di una piccola sinagoga attigua a palazzo Griz in Piazza San Rocco81. Un'altra sinagoga è segnalata anche a Udine in Porta Manin. Altre liste di mercanti attivi a San Daniele: in un "Quaternus Extraordinarios" dello stesso notaio Pittiani di San Daniele a gennaio 1460 sono segnati: "Antonius Spiziarius de Flagonea [speziale di Flagogna], hector di Savorgnano, Antonio chulussini, Odorico del mazul de Flagonea, Johane brondano de clauzeto, Chomusio culaussi, Chandussio Simon e Martino zuanier di clauzeto"82. In una delle sue varie missioni diplomatiche a Venezia, passando per Portogruaro, Guarnerio nel 1461, per dirimere certe liti, porta con sé ben 13 chili di prosciutti. Altra notizia curiosa è relativa al 1463 quando a San Daniele si registra l'arrivo di quattordici predicatori cappuccini, essendo stata indetta la crociata contro i Turchi83. In un protocollo di atti civili del 1463, appartenente ad un altro notaio di San Daniele è citato "Urbano de Spighmbergo", assieme ad altri mercanti di "Venzono", o di "buya". C'è una causa tra "Nicholay Cuberlli di Utino cun Daniele Zuanatto di Cerseto" (uno di Udine e l'altro di Ceresetto, frazione di Martignacco). Johanne di Coloreto è in causa con la "ecclesia di glemona". Altri toponimi84 leggibili sono: "fayedis, pagnacho, lovaria". Ancora nel 1463 è menzionato "Jacobi copeti". Altre località citate sono Gorizia, Flaybano, Varmo, Pinzano, Nogareto e Dignano85. La cittadina collinare nel 1464, grazie al sindaco ser Daniele Zichino, ottiene l'esonero dalla fornitura di zattere di legname a Venezia. Nello stesso anno la Comunità di San Daniele regala un vitello a monsignor Guarnerio d'Artegna. La proverbiale aria buona di San Daniele non fa bene solo ai prosciutti ma anche al pescato di acqua dolce del vicino Lago di Ragogna. Il 24 aprile 1465 c'è l'obbligo per i pescatori del lago di portare il pesce nella pubblica pescheria fino alle ore 13. Lucci e tinche

81 Arturo BOTTACIN, L'uomo del Banco. L'ebreo Marsilio (Gli ebrei a Spilimbergo), Spilimbergo (PN), Associazione Storico Culturale Brojluzzo Spilimbergo, 2000, p. 19. 82 ASUD, ANA, b 3879.3, ms. 83 Remigio TOSORATTI, Il Quattrocento nella Terra di San Danielllo, op. cit. p. 402-403. 84 ASUD, ANA, b 3877.3, ms. 85 ASUD, ANA, b 3880, ms.


sono venduti a lire 0,3 alla libbra, mentre le scardole (pesci grigi a pinne rosse) sono a lire 0,2 alla libbra86. A volte si trovano segnati nelle antiche carte alcuni mestieri con nomi assai curiosi87. È il caso del notaio Giacomo Pittiani, che nel 1465 scrive del "magnifico petro chalderaio da portunaonis". In friulano è il "cjalderâr", ovvero il ramaio o il concia-paioli; la sua provenienza è Pordenone. Assieme a lui c'è un altro artigiano dello stesso settore: il "pignatario". Nelle pagine successive si trovano "Valentino Apothecario di San Daniele (farmacista), Nicolao Venuti, Jacobo fabro e Jacobi rizierij". Stesse carte notarili, ma altro protocollo88 si riferisce alle scritture dal 1466 al 1469. Qui sono citati: "Johannes burellj e marquardo q. andrea rouede di San Daniele". Il soprannome "rouede" (ruota) si riferisce al lavoro del fabbricante di ruote, un mestiere determinante per i trasporti a trazione animale. "Nicolaus narda de Sudrio Canalis Petri de Carnea" cràmar, conferma la diffusione dell'attività di venditore ambulanle cui origini riguardano l'intera Carnia. Risale al 15 gennaio 1466 una scrittura su un registro89 del notaio "Zuan Antonio da San Daniele" che tra i diversi mestieri menziona quello del venditore ambulante o "cràmar" e quello del barbiere cerusico "ciroyrus" (operatore di bassa chirurgia). Il primo così è menzionato "Nicolaus Cramarius", assieme ad altri nomi: "Leonardo Pontoni, Antonio Farbino, Joannes Ciroyrus e Cristoforus Ronduino". In altra pagina si legge che "Nicolaus Cramario" è segnato "quondam Nicolay di Englaro Utini in foro nouo". Questa informazione è assai interessante, perché indica la località di origine del mercante ambulante che è Englaro, frazione di Paluzza, in Carnia, terra di "cràmars", studiati da Giorgio Ferigo, Alessio Fornasin, Furio Bianco e Gianpaolo Gri90. Infine si conferma la piazza d'affari di Nicolò Cramario che è Udine "foro nouo", ossia piazza del Mercato Nuovo, o di San Giacomo (protettore della Confraternita dei pellicciai) in quel tempo pavimentata con mattoni (l'attuale lastricato in pietra piasentina risale al '700).

86 Remigio TOSORATTI, Il Quattrocento nella Terra di San Daniello, op. cit. p. 404-411. 87 ASUD, ANA, b 3879.5, ms. 88 ASUD, ANA, b 3879.14, ms. 89 ASUD, ANA, b 3876, ms. 90 Tra i vari studi sull'argomento vedi: G. FERIGO – A. FORNASIN (cur), Cramars. Atti del convegno internazionale di studi Cramars Emigrazione, mobilità, mestieri ambulanti della Carnia in Età Moderna, Tolmezzo, 8, 9 e 10 novembre 1996, Tavagnacco (UD), Arti Grafiche Friulane, 1997.Per una lettura particolare e recente sul fenomeno dei cràmars friulani si può vedere il saggio in inglese dello scrivente: Pedlars and Alchemists in Friuli. History of itinerant sellers in an alpine reality, (2011) nel seguente sito Internet: http://independent.academia.edu/ElioVarutti/Papers/1265889/Pedlars_and_Alchemists_in_Friuli_History_of_ itinerant_ sellers_in_an_alpine_reality

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Accanto ad "Antony Zorat" c'è una scrittura del 1467 che riguarda una realizzazione di "Antonio Picharolo"; trattasi probabilmente di un artigiano armaiolo, poiché la pica (da cui il soprannome "Picarolo") è una lancia con punta acuta di ferro. È del 1468 l'annotazione di "Nicoliy detto Fescho per un livello (prestito o canone) riguardante Francesco Fabri di Bressa91. Anni più tardi un processo per usura, promosso dagli eredi del notaio Andrea Pittiani di San Daniele, contro Antonio di Nicolò detto Flecho, davanti al vicario Nicolò di Portogruaro92, certificherà il passaggio del prestito ad usura da padre in figlio. Per concludere questa dissertazione sui mercanti sandanielesi: il 14 febbraio 1478, il giovane Pietro Guerra, figlio di Giovanni da Zovello, in Carnia, inizia la sua attività triennale di garzone presso il mastro Giovanni Antonio di San Daniele, cittadina dove opera anche il tale Leonardo Guerra93. Mercanti tra la Piccola Patria e il Centro Europa Alcuni autori sostengono che il rilancio degli scambi mercantili riguardi il Friuli sin dall'infeudazione del Patriarcato di Aquileia avvenuta il 3 aprile 1077 a favore del patriarca Sigeardo di Pleien da parte dell'imperatore Enrico IV. Analizzando l'intitolazione delle chiese locali si rileva l'influenza di culture e tradizioni d'Oltralpe. Ad esempio viene riportato che a Sutrio (area montana del Friuli occidentale), la chiesa è intitolata a Sant'Ulderico94 "attraverso i cramari, che sin dai tempi più antichi si spingevano in Germania, Austria e Boemia". C'è chi fa addirittura il nome della compagnia di mercanti ambulanti che importano il rituale a Sutrio, come scrive Domenico Molfetta95: "È certo, per esempio, che furono gli Straulino, cramârs operanti in quel tempo ad Augsburg, a portare a Sutrio, subito dopo il 1000, il culto di Sant'Ulderico, vescovo di Augsburg, canonizzato nel 993". I cramari sono favoriti dal bavarese Poppo, patriarca di Aquileia (1019-1042), che è parente del santo di Augusta. Nella parte meridionale di Udine, verso Cussignacco, c'era una chiesa del periodo alto medievale dedicata a Sant'Ulderico, come ricorda Renzo Moreale, posta su una lieve altura, di cui oggi resta solo il toponimo. Anche il duomo di Udine, nel 1200, reca il titolo di Sant'Ulderico ("Sant Uldarì", in 91 ASUD, ANA, b 3880, ms. 92 Ivonne ZENAROLA PASTORE (cur), Atti della Cancelleria dei Patriarchi di Aquileia (1265-1420), op.cit. 93 SCHED. BIASUTTI, ms. 94 G. BIASUTTI, Spunti di agioidiologia per il Canale di S. Pietro in Carnia, in: Darte e la Cjargne, Udine, Società Filologica Friulana, 1981. Vedi pure: Roberto TIRELLI, I patriarchi. La spada e la croce, Pordenone, Biblioteca dell'Immagine, 2000. 95 Furio BIANCO – Domenico MOLFETTA, Cramârs. L'emigrazione dalla montagna carnica in Età Moderna, Udine, Camera di commercio, 1992, p. 162. Vedi pure: E. VARUTTI, Stoffe da reliquia e rilancio economico. Tessitori tra Bologna, Ferrara, Venezia e il Friuli, "Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali", Udine, n. 11, 2009, pp. 98-111.

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friulano)96. Per capire la permanenza del nome del santo si pensi ai vari cognomi friulani quali: Durì, Dorlì, Dorigo, Durigutto, Durigon, Durisotti97. Un castello di Sant'Odorico infine è segnato tra il 1237 e il 1570 nei pressi di Sacile, vicino al fiume Livenza98. Il primo ad interessarsi dei venditori ambulanti friulani con degli atti formali è il patriarca guelfo Gregorio da Montelongo quando il 23 settembre 1261 impone un dazio alle merci dei cramari di Tolmezzo, già allora il centro abitato più grande della Carnia99. Nel 1278 è citato a Gemona100 un "Joannes scuntiacrasene". Doveva essere un falegname che fabbricava le "crasene" o "crassigne", ossia le cassette di legno, contenenti le merci dei cramari. Col verbo "cuinçâ", in friulano, significa: trattare, preparare, conciare. Quel falegname di Gemona che "scuntiava" con maestria le "crasene" doveva avere un ampio giro di affari, se era noto per questo tipo di prodotti. Si deduce che in quella cittadina friulana c'erano molti cramari. Nell'abbazia "La Chartreuse" di Villeneuve-lès-Avignon, in Provenza, eretta nel 1352, ogni cella dei monaci ha il suo "Giardino dei semplici", per le erbe officinali. A Venezia, alla fine del Trecento – come scrive Andrea Mozzato – i mercanti medio-piccoli si concentrano sul mercato dei beni poco costosi, come i panni inglesi e veneti, gli oggetti in vetro, la merceria d'Oltralpe101. Le spezie e i panni, tuttavia, sono la specialità mercantile dei cramari. Le erbe smerciate dai cràmars friulani, sono utilizzate in medicina attraverso lo speziale operante nella officina aromatària, per ottenere prodotti farmaceutici. La più antica farmacia di Udine sorge in borgo S. Lucia; oggi è gestita dal dott. Gianpaolo Colutta in Via Mazzini. La "spezieria Santa Lucia" viene fondata dai padri eremitani di Sant'Agostino il 9 aprile 1381. In quel giorno il convento degli agostiniani è trasferito in città da Mereto di Tomba. Il trasferimento autorizzato con bolla di Papa Urbano VI, consente di aprire le necessarie "officine" ma solo dopo il Cinquecento i "clerici apothecarii" aprono la spezieria al pubblico102.

96 R. MOREALE – P. MUNINI, Cussignacco e la sua roggia, Comune di Udine, s.i.d. [1996]. 97 Enos COSTANTINI, Dizionario dei cognomi del Friuli, Udine, Messaggero Veneto, 2002. 98 Angelo DE BENVENUTI, I castelli friulani, op. cit., p. 141. 99 Pio PASCHINI, Gregorio da Montelongo patriarca d'Aquileia, "Memorie Storiche Forogiuliesi" XVII, 1-2, 1921. 100 H. KLEIN, I materialisti della Carnia nel Salisburghese, "Ce fastu?", XXX, 1954. 101 Andrea MOZZATO, Scelte produttive e commerciali dei drappieri di Venezia in area adriatica e levantina fra Tre e Quattrocento, in D. ANDREOZZI – L. PANARITI – C. ZACCARIA (cur), Acque, terre e spazi dei mercanti. Istituzioni, gerarchie, conflitti e pratiche dello scambio dall'età antica alla modernità, Trieste, Editreg, 2009, p. 306. 102 Mario QUARGNOLO, Vecchia Udine, Udine, Società Veneta Editrice, 1982, p. 116.

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Nel 1412, a Udine, Valentino Valentinis si accorda con alcuni fabbri per il commercio del ferro e per la produzione di armi; i metalli vengono forgiati nella fucina. In una dichiarazione notarile, del 17 gennaio 1458, Valentino Valentinis, figlio di Valentino, conferma al fratello Daniele – come scrive Andrea Tilatti103 – di aver dato due armature e quattro cavalli al condottiero di Firenze Pietrogiampaolo Orsini -che è tra i vincitori della celebre battaglia di Anghiari (29 giugno 1440), in provincia di Arezzo- nel tentativo di saldare un debito di 300 ducati contratto nel 1441. Il cuoco del Patriarca di Aquileia, tra il 1450 e il 1465, è Maestro Martino da Como; egli usa in cucina varie spezie: sono le spezie dei cramari friulani. Il primo volume stampato in Friuli da Gerardo di Fiandra nel 1480, è il "Libro de arte coquinaria", di Martino da Como. Il "Libro de arte coquinaria" che venne stampato a Cividale, è in un incunabolo scritto da Bartolomeo Platina e intitolato "De honesta voluptate et valitudine" ed è oggi custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli. Un'informazione priva di fonte riporta che, nel 1451, tra i beni lasciati da un notaio di Cividale, tale ser Everardo c'è "unum ferrum ad faciendam acquavitem", un impianto della distillazione della grappa. L'alambicco per la distillazione è uno strumento fondamentale dell'alchimia. Esso è citato in una serie di contratti e di testamenti104 del notaio Enrico quondam Everardi di Cividale datati tra il 1400 e il 1445, ma non ci sono evidenze successive sull'alambicco in questione e nemmeno sul "notaio alchimista". Quei cramari friulani "nelle parti di Germania" I cramari friulani commerciavano in varie località, soprattutto dell'area tedesca. Nei documenti dell'ASUD è scritto che erano "nelle parti di Germania". Una delle prime scritture che ci informano sui friulani nelle terre tirolesi o dell'Alto Adige è una minuta di un notaio di Bolzano, del 1237, che riferisce riguardo alla presenza di mercanti provenienti dal Friuli: Tarvisio, Venzone e Gemona105, come scrive Helmut Rizzolli. Col 1420 gran parte del Friuli passa sotto le bandiere della Repubblica di San Marco. Vediamo quali spostamenti di mercanti ci sono tra il Friuli, il Veneto, la Romagna,

103 Andrea TILATTI, Tracce di eremitismo quattrocentesco in Friuli. Suggestioni di lettura per un documento di Valentino Valentinis (1458), "Ce fastu?", LXXXVII, 1, 2011, p. 60. 104 ASUD, ANA, b 708.5, ms. Si è trovata un'altra carta che menziona il notaio Everardo di Cividale anche in una "vacchetta" (registro), senza riuscire a capire le parole riferibili all'arte di fare la grappa; vedi sempre nell'ASUD, ANA, b 722.20. 105 Helmut RIZZOLLI, Bolzano città delle fiere, in R. FESTI – L. NARDELLI – H. RIZZOLLI – H. STAMPFER (cur), Merkantilmuseum Bozen / Museo Mercantile Bolzano, Bolzano, Camera di commercio, 1998, p. 41.

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ma anche il Trentino e il Tirolo. In una pergamena106 del giorno 11 aprile 1412 a "Glen di Montan", che in italiano è "Gleno di Montagna", nell'Alto Adige, compare un documento interessante. Il notaio di Trodena stila un atto in cui è nominato un "Antonius ser Pelegrini de Cauria". Si sa che i Pellegrini, cognome diffuso nel Nord Est, sono presenti in Carnia, Udine, Pordenone e Gorizia. Quell'Antonio Pelegrino potrebbe essere un mercante della Carnia, operante fino in Tirolo. Proprio a Montagna – "Montan", in tedesco – è attiva ancor oggi un'osteria del 1536, "Zur Rose" (Alla Rosa), come è evidenziato da un affresco dipinto sul muro esterno dell'edificio. È nelle antiche locande che fanno tappa i mercanti e i cramari friulani; lo sappiamo dai numerosi ex-voto che essi fanno dipingere in alcune chiese e dai loro diari di viaggio. Il pittore ed incisore Albrecht Dürer (1471-1528), di Norimberga, effettua un viaggio a Venezia nel 1494, passando anche a Bologna. Primo artista tedesco a compiere un simile viaggio alla ricerca delle meraviglie italiane nell'arte, nel paesaggio e nei comportamenti umani. Per i suoi spostamenti con buona probabilità si avvale di un convoglio di mercanti, tra i quali i cràmars friulani o ladini tirolesi. Precursore del "Grand Tour" ed abituato a viaggiare (aveva già visitato le Fiandre, la Svizzera e Strasburgo), Dürer parte da Norimberga per Augusta, Innsbruck, il Passo del Brennero, la Val Pusteria e il Cadore. Nel suo ritorno segue la strada del Garda, toccando Arco, Trento e Bolzano. Sosta nelle locande, nei monasteri e negli Hospitia, i primi luoghi di accoglienza e di alloggio creati dalle confraternute per ospiti di riguardo, per poveri e per pellegrini107. Si fa appena un cenno ad altri cognomi veneti e friulani presenti negli archivi di Bolzano, per rimarcare che i contatti dei mercanti del Friuli col mondo tedesco e la Baviera passavano per il Tirolo108. La fiera di Bolzano che si afferma dal Quattrocento in poi, diventa un punto d'incontro tra i mercadanti di Lucca, Bologna, Parma, Verona, Venezia, Trento, Rovereto, Bergamo e Brescia con i colleghi d'Oltralpe, che vengono da Norimberga, Ulma, Innsbruck, Augusta, Monaco e Salisburgo. Nel 1648-1650 sono documentati i cognomi Boschetti (proprio dell'area di Udine, Cassacco, Tricesimo e Po106 Originale manoscritto in ARCHIVIO PROVINCIALE DI BOLZANO / SÜDTIROLER LANDESARCHIV BOZEN (d’ora in poi APBZ), Archivio Comunale di Montagna, n. 7. 107 Su Dürer vedi: Daniela CRESCENZIO, Italienische Spaziergänge in Nürnberg, op. cit., p. 144-146. Gli itinerari dei cràmars per le “parti di Germania” sono stati individuati da Domenico Molfetta e dallo scrivente nel volume di G. FERIGO – A. FORNASIN (cur), Cramars, op. cit., pp. 208 e 269. Altri cramari agivano in Slovenia, Croazia, Ungheria, Boemia, Romania… Ad esempio la compagnia dei Candido di Rigolato non manca mai alla fiera del Carnevale di Salisburgo (ASUd, ANA, b 3770 e 3771) come pure quella dei Morocutti di Zenodis, Treppo Carnico (ASUd, ANA, b 2794, Protocollo IV Floriano Antonio Morocuti Nod.o, cc. 211r-320r). Che ci fa nell’estremo Nord Europa se non il mercante cramaro Franco de Franco, nato in Friuli, quando viene barbaramente ucciso a Vilma, in Lituania, con l’accusa di eresia, poco dopo il 1600? Vedi Luigi DE BIASIO, Fermenti ereticali in Friuli nella seconda metà del secolo XVI, in Circolo Filosofico “Paolo Veneto” (cur), La filosofia friulana e giuliana nel contesto della cultura italiana, op. cit., pp. 145-153. 108 APBz, Archiv des Merkantilmagistrats Bozen, b 2.6 (1635-1721), Indices, Kod. 6, ms.

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voletto) e Adami (cognome attestato in Carnia dal XIII secolo), oltre a Antonio e Giacomo Fattori (nome noto a Cividale e Udine). Il mercante Bolfango Leonardo Jannis è segnato nel 1684; tale cognome è documentato in Friuli al 1191 a Cividale, a Farra d’Isonzo, Venzone e in Carnia. Curioso poi che Michele Laminit sia annotato come residente ad Augusta, in Baviera (che sia un diminutivo di Beltrame Beltraminit?). Tale cognome è diffuso in Friuli e in Veneto. Poi ci sono i mercanti Polli e Sala, attivi nel 1685; i cognomi sono tipici di Forni di Sotto, in Carnia nella forma: Polo e Sala. A Forni di Sotto un “Nicolaus di Salla” e pure un “Ioannis di Salla Gastaldio” compaiono in un documento del 5 ottobre 1461, per una riunione della vicinia, ossia l’organizzazione sociale dei capifamiglia residenti in loco109. Nel 1699 ci sono un certo Sartori e Lorenzo Valle e compagni. Valle è cognome tipicamente carnico, secondo Enos Costantini, mentre Sartori è presente nel Friuli intero. Secondo tali manoscritti è segnato un Zanetti di Mantova, nel 1670; dal citato volume sui Cramars di Ferigo e Fornasin si sa che i cramari Zanetti originari di Ravascletto, presso Tolmezzo, operavano a Wertingen e Augusta (pp. 486-487), ma quella di Mantova è una piazza sconosciuta finora. Nel 1695 sono segnati i signori Giovanni Bettino Betti e Giovanni Domenico Antonetti di Venezia e di Verona nientemeno che tra le alte cariche della Magistratura Mercantile di Bolzano. A tale tribunale elettivo si rivolgevano i mercanti della fiera cittadina per eventuali controversie nei pagamenti. I mercanti Betti ed Antonetti restano in carica sino al 1718, essendo menzionati in vari atti della Magistratura Mercantile110. Negli anni precedenti o successivi si notano altri nomi di provenienza veneta o friulana111. I mercanti Giuseppe Scaran e Giuseppe Castellani (cognome di Sedegliano e della Carnia) sono eletti nella stessa magistratura tirolese dal 1707 al 1709. Raffael Balestra (cognome di Gemona) opera nel 1717. Il mercante Bartolomeo Danieli è eletto dal 1736 al 1748. Bartolomeo Bortoletti agisce tra il 1744 e il 1748. Il ricordo dei mercanti ambulanti in provincia di Bolzano rimane vivo fino agli anni sessanta del Novecento, come ricorda un informatore112. "Venivano con la merce sulle 109 ASUD, Comune di Forni di Sopra, b 1, ms. 110 APBz, Archiv des Merkantilmagistrats Bozen, b 2.6 (1635-1721), Francesco Serafino Bruni, Matricola tripartita delli signori della Contrattazione delle fiere di Bolgiano. 1722. Del medesimo autore vedi: Catalogo degl'illustri signori consoli & consiglieri eletti del molt'illustre Magistrato Mercantile di Bolgiano, 1722, ms. 111 APBz, Archiv des Merkantilmagistrats Bozen, b 2.6 (1635-1721), Ellezioni de Magistrati Incominziando l'Anno 1707-1767, ms. 112 Intervista del 07.08.2012 in loco dell'autore al signor Peter Ebner (1945-2013) di Aldino /Aldein, provincia di Bolzano /Bozen. Sull'argomento vedi pure: Leo TOLLER, Valle del Fèrsina – Bersntol. Comunità mòchena del Trentino, in Christian PREZZI, Isole di cultura. Saggi sulle minoranze storiche germaniche in Italia, Comitato Unitario delle Isole Linguistiche Storiche Germaniche in Italia, Centro Documentazione Luserna / Dokumentationszentrum Lusérn (TN), 2004, pp. 279-290.

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spalle – ha detto – vendevano forbici, mestoli, giocattoli, fili, aghi, nastri e stoffe per lenzuola e per grembiuli da lavoro. Provenivano dalla Val dei Mòcheni, in provincia di Trento, detta Val del Fèrsina o Bersntol. Li chiamavamo i Krumer e sulla schiena avevano la kruma per portare le loro mercanzie. Giravano per Aldino, Ora, Egna e Montagna, ma soprattutto nei paesi in quota, dove ci sono tanti masi". La figura del mercante ambulante friulano resta nell'immaginario collettivo della popolazione di altre regioni, oltre che del Friuli113. Ad esempio, negli anni ottanta del Novecento è ricordato tra le case coloniche della provincia di Modena, come lo scramaio, mentre in provincia di Brescia, nel Cadore e in Piemonte negli anni ottanta-novanta è il Krämer. La "crudel zobia grassa" e i terremoti I fatti del castello di Sterpo del 1509 anticipano il ribellismo dei sudditi friulani contro i nobili feudatari. Il malcontento che serpeggia nelle campagne friulane si manifesta per svariati motivi. I nobili Colleremo, da poco hanno acquistato dai Della Torre il sito di Sterpo, presso Berillo. Qui concentrano i libri contabili delle loro proprietà, che vanno da Colleremo di Monte Abano a Pontebba e al Goriziano. Vogliono trasformare in una fruttuosa azienda agricola la realtà di Sterpo ma incontrano l'ostilità dei contadini che si vedono tagliare querce secolari e allargare i terreni del feudo padronale. Il malumore innesca un clima di violenze e rappresaglie tra i famigli dei Colleremo e i coloni del circondario. L'atto finale culmina con l'assalto del Castello di Sterpo da parte degli abitanti di Sevegliano, di Virco e di alcuni coloni di Sterpo; ne consegue il saccheggio e l'incendio del maniero114. Il ribellismo vince, perché ha l'obiettivo di dare fuoco ai libri dei debiti, dov'è conteggiato il gravame dei contadini. Sterpo è la premessa di una ribellione ben più grave. Il 27 febbraio del 1511, giovedì grasso è il giorno fatale della rivolta contadina su larga scala guidata da Antonio Savorgnan, filo veneziano (guelfo) contro la nobiltà castellana e urbana vicina all'imperatore (ghibellini); è la "crudel zobia grassa" che culmina con l'uccisione di diversi esponenti della nobiltà. I castelli di San Daniele, di Spilimbergo e di Arcano vengono assaliti e dati alle fiamme dai villici in rivolta, aiutati dalle masnade zamberlane, ossia da appartenenti alla fazione filo veneziana, in friulano nominati Çam113 Giuseppe CAVAZZUTI, Storia della civiltà contadina, Lesignana (MO), Parrocchia della Beata Vergine Assunta, 1981, p. 33, ciclostilato. Felice FILIPPIN LÀZZERIS, L’ultimo Krämer, Sarezzo (BS), Comitato Culturale di Noboli, 1996. 114 Furio BIANCO, Sterpo 1509, in Paolo PASTRES (coordin. edit.), Sterpo 1509. Storia di una rivolta e di un castello nel Friuli rinascimentale, Udine, Comune di Bertiolo, Società Filologica Friulana, 2012, p. 32.

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berlans; essa è costituita dal popolo dei borghi cittadini (gli artigiani) e dalle comunità rurali, oltre a poche famiglie nobili filo veneziane. La famiglia Savorgnan appoggia la comunità ebraica friulana che tramite i banchi feneratizi finanzia nobili, clero, mercanti e artigiani. L’organismo su cui esercita la propria influenza la fazione zamberlana è l’Arengo della città di Udine. Altra massa di manovra è la cernide, ovvero le milizie contadine, male armate, ma assai ben motivate a distruggere i libri contabili dei nobili, dove sono segnati i debiti dei "sotans" (i sottani, i sottoposti). Il partito opposto è quello degli Strumieri (i Strumîrs, in friulano). Sono i seguaci della nobiltà cittadina e feudataria filo imperiale; essi sono contrari a Venezia, al potere dal 1420 in Friuli. Il capo fazione è Alvise Della Torre (i Torians, in friul.). Suoi alleati sono i nobili Caporiacco, Colloredo, Frattina, Gorghi, Partistagno, Porcia, Soldonieri, Spilimbergo, Strassoldo, Valvasone ed altri. L'organismo su cui gli Strumieri esercitano maggiore influenza è il Parlamento della Patria del Friuli. Altri castelli assaliti e incendiati dagli zamberlani sono quelli di Brazzacco, Caporiacco, Cergneu, Colloredo, Fagagna, Mels, Moruzzo, Pers, Tarcento di Sotto, Villalta e Zucco. A Gemona, Tolmezzo, Tricesimo, Udine e Venzone sono saccheggiate le case della nobiltà castellana. In alcuni distretti giurisdizionali dei Savorgnan, come a Buja e a Pinzano, deve intervenire lo stesso capo della rivolta Antonio Savorgnan e successivamente il Provveditore di Pordenone, per sedare le proteste e le azioni dei ribelli, prima che si trasformino in un'azione militare antifeudale – come scrive Furio Bianco115 – con accentuazioni di rivendicazione sociale. La rivolta si estende attorno ai centri di Pordenone, Portogruaro, Oderzo, Conegliano, fino a lambire la stessa Treviso. La faida si protrae per circa sessant'anni. Secondo vari storici i fatti friulani del 1509-1511 sono la premessa della tremenda rivolta dei contadini tedeschi. Spinti dalla Riforma protestante, promossa da Martin Lutero (1483-1546), gli agricoltori di Svevia, Franconia e Alta Austria si sollevano contro i gravami e le prestazioni d'opera gratuite cui vengono sottoposti dai proprietari terrieri. La rivolta viene soffocata dall'esercito della Lega Sveva: il predicatore religioso e capo-popolo Thomas Müntzer viene decapitato davanti alle mura della città di Mühlhausen in Turingia il 23 maggio 1525. I truculenti fatti friulani del 1511 sono riferiti da vari cronisti locali. Uno di essi, citato in un documento scoperto di recente, è un notaio di Udine, Antonio Belloni, defini115 Furio BIANCO, 1511. La “crudel zobia grassa”. Rivolte contadine e faide nobiliari in Friuli tra ‘400 e ‘500, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2010 3, pp. 46-48.

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to come “fine umanista”. In un suo registro scrive “De Claude Turriana” (La rovina dei Torriani). Il testo è stato scoperto e presentato al pubblico116 nel febbraio 2011 da Roberta Corbellini, direttrice dell’ASUD e da Ivonne Zenarola Pastore, insigne latinista e medievista. A Udine, sempre al giovedì grasso 1511, è legato l'epilogo di un'infelice storia d'amore tra Lucina Savorgnan e Luigi Da Porto; la storia è stata fonte d'ispirazione della Giulietta e Romeo di William Shakespeare. Così si attesta, sin dal 1962, dagli studi di Cecil Clough117, dell'Università di Liverpool (Gran Bretagna), dalle ricerche di Edward Muir, docente alla Northwestern University - USA (1993) e di Furio Bianco, docente all'Università di Udine (1995). Nello stesso 1511 si diffonde per contagio la peste, che imperversa fino al 1513, provocando a Udine sei mila morti, metà della popolazione esistente118. Il 1511 è un anno infausto. Il 26 marzo, alle 8 di sera, un violento terremoto colpisce il Friuli, vengono rasi al suolo il castello di Udine e molte case. Seguono alcuni incendi. Gravi danni si registrano a Cividale, Gemona e in altri luoghi del Friuli. Le scosse sono avvertite a Venezia e in tutta la penisola, in Alemagna (Germania), in Schiavonia (Croazia). Il notaio di Udine Antonio Belloni scrive che è un "Terremotus ingens", riportando le località friulane colpite gravemente e le numerose costruzioni abbattute119. Il 18 settembre 1511, infine, le maggiori cittadine friulane, tra le quali c'è pure San Daniele, vengono prese dal potente esercito imperiale asburgico impegnato nella lotta contro la Serenissima Repubblica. Successivamente il Friuli ritornerà nel possesso di Venezia, fino all'avvento di Napoleone. L'Umanesimo di Guarnerio, in conclusione, ha prodotto delle meraviglie, che sono le decine di codici miniati della sua collezione donata alla Comunità di San Daniele, che ancor oggi possiamo ammirare. Per citare Jacques Le Goff, il Medioevo è il periodo delle meraviglie120. Guarnerio è un uomo di frontiera e anticipatore dei tempi. Vive e 116 ASUd, ANA, b 5449, Protocollo 1510-1512, ms. 117 Cecil H. CLOUGH, The True Story of Romeo and Juliet, "Renaissance Papers", 1962, pp. 45-51, trad. it. Tracce tangibili della Giulietta e Romeo di Da Porto a Verona e storicità della novella, Pasian di Prato (UD), Campanotto, 2006. Edward MUIR. Mad Blood Stirring. Vendetta and Factions in Friuli during the Renaissance, Batimora-London, John Hopkins University Press, 1993, trad. it. Il sangue s'infuria e ribolle. La vendetta nel Friuli del Rinascimento, Verona-Montereale Valcellina (PN), Cierre-Circolo Culturale Menocchio, 2010. Furio BIANCO, 1511. La "crudel zobia grassa", op.cit. 118 Gianfranco ELLERO, Storia di Udine, Pordenone, Biblioteca dell'Immagine, 2012, pp. 79-94 119 Dal Diario di Gegorio Amaseo, pubblicato in Furio BIANCO, 1511. La "crudel zobia grassa", op. cit., p. 173. Vedi pure la cronaca del notaio Antonio Belloni quondam Luca di Udine, De Terremotu, originale manoscritto in Protocollo 1510-1512, ASUd, ANA, b 5449, c 109v. 120 Jacques LE GOFF, Le merveilleux dans l'Occident médièval, in M. Arkoun – J. Le Goff – M. Rodinson, L'Etrange et le Merveilleux dans l'Islam médiéval, Paris, 1978, trad. it. Il meraviglioso e il quotidiano nell'Occidente medievale, Roma-Bari, Laterza, 1999, p. 16.

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opera nel momento di passaggio tra Medioevo e Rinascimento e la sua lungimiranza precorre quel che saranno la ricchezza e la pluralità delle meraviglie italiane121. I racconti di tali viaggi assumono nel Medioevo un ruolo di stupore e avventura. Il viaggio missionario del francescano Odorico da Pordenone (1285 ca. – 1331) in Asia e, primo europeo, nel Borneo, è oggetto di racconti nei monasteri e di trascrizioni su codici. A ben vedere, come ha osservato il poeta Leonardo Zannier al Convegno sui Cràmars tenutosi a Tolmezzo del 1996, i mercanti e i missionari del Medioevo si dimostravano più cittadini europei di molti degli europei attuali. Il monaco irlandese Enrico di Glary, nel 1340, ascolta ad Avignone il racconto, fatto da alcuni suoi compagni, riguardante il viaggio di frate Odorico da Pordenone 122. Ne trascrive il testo, cui fa altre aggiunte nel 1402, quando il tutto confluisce in un codice dal titolo Descriptio Fratrij Odorici de Ordine Minorum de Partibus Infidelium. Tale manoscritto è portato nel 1529 dall'Irlanda a Ratisbona dove una comunità di monaci irlandesi e scozzesi possiede fin dal secolo XI un convento annesso alla chiesa di S. Giacomo. Passa proprio in questi luoghi il cammino che collega la Baviera alla Spagna per raggiungere Santiago di Compostela 123. Il volume di Enrico di Glary si trova oggi nella Biblioteca di Monaco, col n. 903 dei codici latini. In esso frate Odorico racconta del viaggio in India e in Cina e delle meraviglie viste in quei paesi. Questo è uno sguardo, una lettura sui fatti e sui tempi tra i due terremoti (1348 e 1511) in cui Guarnerio visse ed operò. Alle porte è il Rinascimento che svilupperà nuove visioni del mondo e dell'individuo con le sue splendide realizzazioni nelle scienze umane e nelle arti.

121 Élisabeth CROUZET-PAVAN, Reinaissances italiennes 1380-1500, Paris, Albin Michel, 2007, trad. it. Rinascimenti italiani, Roma, Viella, 2012. 122 Vincenzo JOPPI, Notizie Biografiche dei Letterati Friulani, op. cit., carte sciolte, oltre alla voce specifica su Odorico da Pordenone. 123 Richard STROBEL, Schottenkirche St. Jakob, Regensburg, Schnell & Steiner, 2006 18, p. 2. A Ratisbona, nel 1738, tra gli altri, opera il cramaro Giuseppe Quaglia di Sutrio; vedi ASUD, Archivio Gortani, Documenti, b 20, ms.

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Dal Codice 42. Miniatura al foglio 95, recto

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CRONOLOGIA 1348 – 25 gennaio, terremoto in Friuli; scosse avvertite dal Veneto alla Carinzia. Lo Stato Patriarcale del Friuli, nato nel 1077, attraversa un periodo di declino. – A Venezia e in Europa si diffonde la "peste nera". Muore un terzo della popolazione europea. – Vitale da Bologna è chiamato a dipingere storie religiose nel Duomo di Udine. 1350 – 6 giugno, nelle campagne della Richinvelda, a tre miglia da Spilimbergo, il patriarca Bertrando di Saint-Geniès è ucciso da soldatesche di congiurati composte da nobili locali come i di Castello, i di Varmo, i de' Portis, i di Carnia e di Castellerio. 1353 – a Cividale, con diploma dell'imperatore Carlo IV, nasce lo Studium generale, ossia la prima università friulana. Nicolò di Lussemburgo è patriarca del Friuli. Genovesi e Veneziani si contendono i mercati europei con scontri violenti delle rispettive flotte dal Bosforo alla Sardegna. 1366 – 11 giugno, il patriarca Marquardo di Randeck promulga la prima raccolta locale di leggi, col titolo Constitutiones Patriae Foroiulii. C'è un antagonismo politico fra Udine e Cividale. 1394 – 13 ottobre, mentre passeggia davanti al portone del castello di Udine, Giovanni di Moravia, patriarca di Aquileia, è assalito e ucciso a pugnalate da un gruppo di congiurati, tra i quali c'è Tristano Savorgnan. Il fatto di sangue non è isolato. Denota la crisi dello stato feudale e lo scadimento dei rapporti tra le fazioni avverse. 1405 – viene eretta l'ancona della peste di Bronzacco, a nord di San Daniele. L'epidemia provoca 350 morti nella comunità. Simili pestilenze colpivano la terza parte delle anime nei paesi del Friuli. 1409 – giugno, il papa Gregorio XII inaugura a Cividale un concilio ecumenico, malgrado l'ostilità degli Udinesi, dei Savorgnan e di Venezia. Tre mesi dopo il Papa e pochi padri conciliari fuggono da Cividale. Vengono assaliti da fanti e cavalieri udinesi a Belgrado, vicino a Varmo, riuscendo tuttavia a riparare a Porto Latisana, dove si imbarcano per Rimini. 1410 – Guarnerio d'Artegna, intorno a quest'anno, nasce a Portogruaro oppure a Zoppola, presso Pordenone. 1416 – su una pergamena di un notaio di Cividale viene scritta la prima ballata amorosa in friulano Bielo dumlo di valor (Bella fanciulla di valore). 1420 – 7 giugno, la Patria del Friuli si arrende alle armi veneziane, sotto il doge Tommaso Mocenigo. Il Friuli Centro Occidentale o Udinese resta veneziano fino al 1797. Il Friuli Orientale o Goriziano è perso dalla Repubblica di San Marco all'inizio del Cinquecento a favore dell'Austria e rimane austriaco fino al 1918. 1422-1445 – San Daniele è sotto il potere di Venezia, essendo doge Francesco Foscari (1423-1457). 1428 – a Roma, Guarnerio è alle dipendenze del cardinale Antonio Pancera. 1436 – a Roma, Guarnerio è litterarum apostolicarum abbreviator; il suo compito è redigere i brevi, documenti redatti in forma sintetica dalla Santa Sede per le questioni minori. 1438 – primi di gennaio, è passata la peste che infieriva in Friuli. 2 maggio, lettera dell'umanista Poggio Bracciolini a Guarnerio, dove c'è un cenno alla peste. 16 settembre, "Guarnerio presbitero" affronta la sua "praesentacio" presso la Cappella dell'altare di Santa Susanna nel duomo di Udine, divenendo sacerdote, poi è presente in alcune operazioni finanziarie del clero. 1440 – Guarnerio è in Francia e raggiunge i Pirenei. La Confraternita dei Battuti di Spilimbergo dà alloggio a "certi prigionieri che eran stati presi dai Turchi". 1443 – Guarnerio è nominato vicarius in spiritualibus et materialibus patrie pro rev.do d. patriarcha Aquilegensi. 1445-1466 – ritorno di San Daniele nel residuo Stato patriarcale del Friuli, che verrà soppresso dalla Serenissima nel 1751. Guarnerio d'Artegna è vicarius curiae patriarcalis nobis substitutus, in

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rappresentanza del patriarca Lodovico Trevisan e si trasferisce a San Daniele, dove è plebanus. È anche canonico di Udine. Grande fervore economico in San Daniele. 1451 – 8 settembre, a Padova, il patriarca Lodovico Trevisan conferisce a Guarnerio la carica di vicario generale "in spiritualibus". Riprende il contagio della peste. Venezia trasforma l'ospizio dei pellegrini di S. Maria di Nazareth in un apposito ricovero per i contagiati; il Nazaretum, volgarizzato in "Lazzaretto", divulga ovunque il vocabolo per una simile istituzione. 1453 – Costantinopoli è conquistata dai turchi di Maometto II con l'uso, per la prima volta, di potenti artiglierie. 1455 – per l'insufficiente remunerazione, Guarnerio rinuncia alla carica di vicario generale, ritirandosi a San Daniele per seguire la sua "Libraria". – al 1455 risale l'invenzione della stampa da parte del tedesco Johan Gensfleisch, detto Gutenberg, di Magonza; utilizzando caratteri mobili di metallo stampa col torchio sulle due facciate della pagina di carta. 1463-1500 invasioni dei Turchi a San Daniele. 1464 – la Comunità di San Daniele regala un vitello a monsignor Guarnerio d'Artegna. Già serpeggia la peste a "Zicunins" (Ciconicco, vicino a Fagagna). 1466 – 7 ottobre, colpito dalla peste, Guarnerio fa testamento, incentrato su un legato alla pieve di San Daniele di "tutti li suoi libri che si ritrovava havere…". Nasce la prima biblioteca pubblica italiana. 1466 – 10 ottobre, Guarnerio d'Artegna muore nella propria casa di San Daniele del Friuli. 1467 – inizia il tramonto culturale ed economico di San Daniele. 1470 – sopraelevazione del Torrione di Santa Maria nella cinta muraria di San Daniele, contro le invasioni dei Turchi. 1479 – riprende la peste a Venezia; muore per contagio la dogaressa Taddea Michiel. 1480 – 24 ottobre, a Cividale, Gheraert van der Leye, detto "Gerardo di Fiandra" dà alla luce al primo incunabolo stampato in Friuli. È il "De honesta voluptate" del Platyna. 1484 – A Udine, Gerardo di Fiandra stampa le "Constituzioni della Patria de friuoli", tradotte dal latino in veneto trevigiano da Pietro Capretto. 1485 – la peste imperversa a Venezia e dintorni. 1488 – Leonard Thanner dipinge l'altare ligneo del Compianto di Cristo per la chiesa di S. Antonio di San Daniele; l'opera oggi è nel Museo del Territorio. 1492 – 12 ottobre, il genovese Cristoforo Colombo, finanziato dai sovrani di Spagna, approda nelle Americhe. Il nome del continente deriva dal fiorentino Amerigo Vespucci, che nel 1499 effettua una ricognizione delle terre che Colombo credeva fossero le Indie. 1496 – Udine, per conto della chiesa di S. Pietro Martire in Borgo dei Pellicciai a Udine, Vittore Carpaccio dipinge la tela Cristo con gli strumenti della Passione, ora ai Civici Musei e Gallerie di Storia ed Arte. 1497 – Milano, Leonardo da Vinci dipinge l'Ultima cena. 1508 – il papa Giulio II, con i sovrani dell'Impero Germanico, di Francia, Spagna e vari stati italiani, promuove la Lega di Cambrais contro Venezia. Truppe imperiali di Massimiliano d'Assurgo scorrazzano per il Friuli. – Roma, Michelangelo Buonarroti inizia gli affreschi nella Cappella Sistina (1508-1512). Suo è pure il Giudizio Universale (1535-1541). 1510 – il monaco agostiniano Martin Lutero passa per Resiutta, celebra la messa nel duomo di Gemona e poi si reca a Roma dal papa. Sette anni dopo, a Wittenberg, affiggerà alla porta della chiesa 95 tesi per riformare la Chiesa. Ciò gli provoca la scomunica del 1521. Da questi fatti nasce il protestantesimo in Germania. 1511 – 27 febbraio, giovedì grasso, rivolta contadina guidata da Antonio Savorgnan, filo veneziano (guelfo) contro la nobiltà castellana e urbana vicina all'imperatore (ghibellini); è la "crudel zobia grassa".

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- a Udine, storia dell'infelice amore tra Lucina Savorgnan e Luigi Da Porto (fonte d'ispirazione della Giulietta e Romeo di William Shakespeare). - l'epidemia di peste imperversa fino al 1513, provocando a Udine sei mila morti, metĂ della popolazione esistente. - 26 marzo, alle 8 di sera, un violento terremoto colpisce il Friuli; provoca il crollo del castello di Udine e di molte case assieme ad alcuni incendi. Gravi danni a Cividale, Gemona e in altri luoghi della Patria. Le scosse sono avvertite a Venezia, in tutta l'Italia, in Alemagna (Germania), in Schiavonia (Croazia).

Dal Codice 42. Miniature al foglio 108, recto

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Sommario del saggio Guarnerio d'Artegna (Portogruaro o Zoppola di Pordenone 1410? – San Daniele del Friuli 1466), bibliofilo e vicario del Patriarca di Aquileia, fu il fondatore di una delle prime biblioteche pubbliche italiane: la Guarneriana. Il tempo di Guarnerio è analizzato qui tra due terremoti: 1348 e 1511. Si approfondiscono il suo rapporto col notaio Boscano della Betta e la vita mercantile di San Daniele del Friuli, brulicante di trafficanti e di cràmars (venditori ambulanti friulani) Summary Guarnerio d'Artegna (Portogruaro or Zoppola near Pordenone 1410? – San Daniele del Friuli 1466), bibliofilia and vicar of the Patriarch of Aquileia, was the founder of one of the first Italian Public Libraries: the Guarneriana. Here Guarnerio's time is analized between two earthquakes: 1348 and 1511. His relationship with the notary Boscano della Betta and the merchant life of San Daniele del Friuli, swarming with dealers and Cràmaro (Friulian pedlars) are examined here thoroughly. Struc Guarnerio d'Artegna (Puart o Çopule di Pordenon 1410? – San Denêl 1466), bibliofil e vicjari dal Patriarcje di Aquilee, e fo il fondadôr di une des primis bibliotechis publichis talianis: la Guarneriane. Il timp di Guarnerio al è analizât culì jenfri doi taremots: 1348 e 1511. A vegnin studiâts il so rapuart cul nodâr Boscano della Betta e la vite mercantîl di San Denêl, plene di traficants e di cràmars (vendidôrs furlans di vile in vile). Resümee Guarnerio d'Artegna (geboren in Portogruaro oder Zoppola di Pordenone im Jahre 1410? - gestorben in San Daniele del Friuli im Jahre 1466), Bibliofilia und Stellverteter des Patriarchen von Aquileia, war der Begruender von einer der ersten oeffentlichen Bibliotheken in Italien: die Bibliotek Guarneriana. Hier wird die Epoche von Guarniero in der Zeit zwischen zwei Erdbeben in den Jahren von 1348 bis 1511 analisyert. Es werden heir naemlich folgende Themen behandelt: die Beziehung von Guarnerio zu dem Notar Boscano della Betta und das wimmelnde Handelsleben in San Daniele, wo die Handelsleute und die sogenannten "cramars" (Strassenhaendler) eine vorherrschende Rolle spielten.

RINGRAZIAMENTI Si ringraziano, per la collaborazione ricevuta le direzioni e gli operatori degli archivi e delle biblioteche visitate e citate, come la Biblioteca Civica Joppi di Udine (BCU), la Biblioteca della Società Filologica Friulana di Udine, il Museo Ebraico di Venezia, la Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara e la Biblioteca del Seminario "Pietro Bertolla" di Udine. Un particolare ringraziamento va alle dottoresse Lucia Stefanelli e Luisa Villalta dell'Archivio di Stato di Udine. Grazie anche alla dottoressa Katja Piazza dell'Archivio Patriarcale di Udine, a Sandro Bizzaro, della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli e ai professori Anita Brigo, Giancarlo Martina, Daniela Conighi e Patrizia Pireni.

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Indice dei nomi Dall'Indice dei nomi è escluso Guarnerio d'Artegna (1410?-1466) · Aaron, 12 · Abati-Baccherelli, banchieri fiorentini, 10 · Adalardis Angelo, pievano di Spilimbergo, 31n, 37n · Adalardis Beadussa, 38 · Adami, 44 · Alberti Leon Battista, 22 · Alenc?on, d', Philippe, 13 · Alessandro, pievano di S. Biagio di Ossaia, 30 · Amaseo Gregorio, 48n · Ammannati, banchieri pistoiesi 10 · Andergassen L., 33n · Andrea da Forgaria, figlio di Pietro · Andrea, vescovo di Fundi (Fondi) 29 · Andreozzi D., 41n · Andrioli, falegnami, 20 · Annoni Ada, 15n, 56 · Antonetti Giovanni Domenico, 44, 45 · Antonio, detto Flecho, q. Niccolò, usuraio, 40 · Antonio di San Daniele, 18 · Apothecario Valentino, 39 · Arcano, d', Giovanni Mauro, poeta. Vedi Mauro Giovanni · Archivio Provinciale di Bolzano (APBz), 43n-45n · Archivio di Stato di Udine (ASUD), 12n, 16n, 23-27, 28, 31n, 33n, 34n, 36n-40n, 42n-44n, 47, 48n · Arkoun M., 48n · Ardinghelli, banchieri fiorentini, 10 · Arnoldo di Liegi, 29 · Asburgo, d', Massimiliano, imperatore del Messico, 51 · Astorri A., 10n · Auriola mastro, 11 · Baldana Giovanni, genero di Guarnerio d'Artegna 19, 28 · Baldana Samaritana, nipote di Guarnerio d'Artegna, 19, 28 · Balanza, Andrea, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 21 · Balestra Raffael, 44 · Barattin Dino, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 21 · Barbaro Francesco, luogotenente generale della Patria del Friuli, 18, 21 · Bardi, banchieri fiorentini, 13 · Bartolomeo, pievano di Spilimbergo, 31 · Bartolomeo Giovanni, copista, 18 · Battista da Cingoli, notaio, 18 · Bean G., 10n · Beato Angelico, 22 · Beatrice di Gorizia, contessa, 12 · Begardi, 29 · Beghine, 29 · Beinat Gian Paolo, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 21 · Belgrado Giovanni, 18 · Belloni Antonio, notaio, 46, 47 · Beltrame (Beltraminit), cognome, 44 · Bertolissi Salvatore, 32 · Bertrando, patriarca di Aquileia, 11, 50 · Betta, della, Boscano, notaio, 22-28 · Betta, della, Giacomo, 28 · Betta, della, Nicolusso, 28 · Betta, della, Stefano, 28 · Betti Giovanni Bettino, 44, 45 · Biagio di Chiarmazis, 16 · Bianco F., 39, 40n, 45n-47n · Biasio da Qualso, q. Rodolfo, 34 · Biasutti Guglielmo, 40n · Biasutti, schedario, 11, 31-33 · Biblioteca Civica Joppi, Udine (BCU), 11n, 14n, 28n

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· Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrara, 53 · Biblioteca Guarneriana, San Daniele del Friuli, 17-20, 21n · Biblioteca del Seminario, Udine, 11n · Biffoni Margarita, 37 · Bizzaro Sandro, 21n · Bodini G., 33n · Boiardo Matteo Maria, 22 · Bonati Daniel, 34 · Bonaventura, 12 · Bornstein D., 30n · Bortoletti Bartolomeo, 44 · Bortolusio, 38 · Boschetti Giuseppe, 43 · Bottacin A., 38n · Botticelli Sandro, 22 · Bracciolini Poggio, 9, 15n, 21, 50 · Brondano Johane, 38 · Brunelleschi Filippo, 22 · Bruni F. S., 45n · Bruni Leonardo, 21 · Buiatti Federico, 34, 36 · Buonarroti Michelangelo, 22, 51 · Buonsignori, banchieri senesi, 10 · Burelli Tobia, 37 · Burellj Johannes, 39 · Burke P., 9n · Candido, cràmars di Rigolato, 34, 44 · Candido da Ribis, pittore, 34 · Candido da Salisburgo (Salysphubus), 34 · Canobbio E., 30n · Caporiacco, di, nobili, 46 · Capretto Pietro, 51 · Carlevaris, de, Daniele · Carlo IV, imperatore, 50 · Carnello Jacobo, 37 · Carnia, di, nobili, 50 · Carpaccio Vittore, 22, 51 · Casamassima Emanuele, 19 · CasarsaL. 18n · Castellani Giuseppe, 43 · Castellani Leonardo, 34 · Castellerio, di, nobili, 50 · Castello, di, nobili, 50 · Cattarina, detta Lombarda, 36 · Catullo, Gaio Valerio, 19 · Cavazzuti G., 45n · Cesare, Caio Giulio, 19 · Chalderaio Pietro, 39 · Chandussio Simon, 38 · Chulussini Antonio, 38 · Cicerone, Marco Tullio, 15, 19 · Cima da Conegliano, 22 · Cipriano da Spilimbergo, nipote di Guarnerio d'Artegna, 19, 28 · Claud da Nimis q. Zohis, 34 · Clemente V, papa, 29 · Clergue Pierre, 29 · Clough C., 47 · Colonna Vittoria, 20n · Colloredo, di, nobili, 45, 46 · Colombo Cristoforo, 51 · Coloreto, di, Johanne, 38 · Coluta Giandomenico, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 20 · Coluta Giovanni Battista, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 20 · Coluta Giovanni Girolamo, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 20 · Colutta Gianpaolo, 41 · Copeti Jacobi, 38 · Cràmar, cramaro,cramâr, 33, 36n, 37n, 39-44, 48 · Corbellini Roberta, 47 · Corgnali Giovanni Battista, 32n · Cos F., 11n · Costantini E., 41n, 44 · Cragnolini M., 22n · Crescenzio D., 36n, 44n · Crouzet-Pavan E., 48n

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Cuberlli Nicholay, 38 Culaussi Chomusio, 38 Curzel E., 29n Custoza G. C., 20n Davanzi, banchieri fiorentini, 10 Dean T., 12n Da Porto Luigi, 47, 52 Daniele Jobe, 37 Danieli Bartolomeo, 44 De Benvenuti A., 13n, 41 De Biasio Luigi, 44n De Cecco Giovanni, 14 De Dominicis, Domenico. Vedi Dominici, Domenico Della Frattina, nobili, 46 Della Porta, Giovan Battista, 28 Della Torre Alvise, 46 Della Torre, nobili, 45 Della Torre Ludovico, patriarca di Aquileia, 32 De Vitt F., 33n Diana Francesco, grammatico, 21 Diotaiût, poeta di Cividale, 22 Di Vora Gio Pietro, 37n Di Vora, Giovanni (Zuane), 37n Domenico da Tolmezzo, 22 Dominici, Domenico, vescovo di Torcello, 18 Donatello, 22 Dorigo, cognome, 41 Durlì, cognome, 41 Douglas L., 10n, Duby G., 29n Dürer Albrecht, 43 Durì, cognome, 41 Durigutti, cognome, 41 Durisotti, cognome, 41 Ebner Peter, 45 Ebrei, 11, 12, 29, 32, 37, 38, Ellero G., 47n Englaro Nicolay, 39 Enrico IV, imperatore, 40 Enrico di Cividale q. Everardi, notaio, 42 Fabio da Venezia, pievano di Spilimbergo, 31 Fabri Francesco, 40 Fabro Giorgio, 36 Fabro Jacobo, 39 Fabro Nicolai, 34 Fabro Paolo, 36 Fabris Antonio (Antony), 34 Edoardo III, re d'Inghilterra, 13 Enrico di Glary, monaco irlandese, 48 Faffi-Ferracini, banchieri fiorentini, 10 Farbino Antonio, 39 Fattori Antonio, 44 Fattori Giacomo, 44 Ferigo Giorgio, 39, 44 Ferrus de Florentia, 11 Festi Roberto, 43n Filippin Làzzerin F., 45n Filippo da Venezia, pievano di Spilimbergo, 31 Flumiani Pietro, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 20 Folgheraiter A., 14n Fontanini Giusto, bibliofilo, 20, Fornasin A., 39, 44 Foscari Francesco, doge, 50 Foscarini Ludovico, luogotenente generale della Patria del Friuli, 18, 21 Franceschinis Andrea, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 21 Franco, de, Franco, 44n Franzesi, banchieri fiorentini, 10 Frattina (Fratina), nobili. Vedi Della Frattina, nobili Gath Andrea, 32 Gerardo di Fiandra, 42, 51 Ghirlandaio, Domenico, 22 Giacomo di Candia, 12


· Gianfrancesco da Tolmezzo, 22 · Giovanni Antonio da San Daniele, mastro, 40 · Giovanni da Udine, 20, 22 · Giovanni Sobieslaw di Moravia, patriarca di Aquileia , 50 · Giulio II, papa, 51 · Gofrido d'Artegna, 13 · Gorgo (Gorghi), nobili, 46 · Grattoni d'Arcano, M., 20n · Gregorio XII, papa, 50 · Gregorio di Montelongo, patriarca di Aquileia, 41 · Gregorio di Portogruaro q. Bonifacio, barbiere, 33 · Griggio C., 14n · Grimani Domenico, patriarca di Aquileia, 20 · Guarini, de', Guarino, da Verona. Vedi Guarino Veronese · Guarino Veronese, 21 · Guarnerio d'Artegna, nonno di Guarnerio d'Artegna, 13 · Guerra Leonardo, 40 · Guerra Pietro, 40 · Guerrani Anna, moglie di Nicolò, 33 · Guerrani Nicolò, 33 · Gurlo Jacob, 11 · Guroni Daniele, 31 · Gutenberg, Johann, 51 · Henrici Jacobo, 37 · Hertigh Ermacora, curato di Caporetto, 32 · Hladnik Giorgio, arcidiacono della Carniola, 31 · Hunt E., 13n · Iacop, giudeo, 37 · Janis Urbano, notaio, 36 · Jannis Bolfango Leonardo, 44 · Jetdia Esther, moglie di Serubabels, 11 · Joanini Giova Daniele, 36 · Joannes, barbiere cerusico (ciroyrus) · Joannes de Gorto, 16 · Joppi Vincenzo, 11n, 14, 16, 28, 48n · Klapisch-Zuber C., 29n -> C. [] · Klein Herbert, 41n · Kreuer Werner, 33n · Krämer, 45 · Kruma, 45 · Krumer, 45 · Laminit Michele, 44 · Lane F.C., 12n · Landsberg Augustinus, cappellano di Portogruaro, 16 · Lantridez Augustinus, cappellano di Portogruaro, 16 · Lazzarini Alfredo, 21 · Le Goff J., 11n, 17, 29, 47 · Legranzi Antonio, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 21 · Leicht Michele, 17 · Lenart di San Daniele, 12 · Leonardo da Vinci, 22, 51 · Lippi Filippo, 22 · Liruti G.G., 14n, 20n · Livenza, 41 · Livius Titus, 15 · Lucia di San Daniele, 33 · Ludovico da Cingoli, 27, 31 · Lusato Benedetto, 37 · Lutero Martino, 46, 51 · Magistratura detta "Mercanzia" di Firenze, 10 · Magistratura mercantile di Bolzano, 44 · Maitel Alberto, 36 · Malcangi A., 11n · Maniacco Tito, 17 · Mantegna Andrea, 22 · Maometto II, sultano ottomano, 51 · Marquardis, de, Federico, notaio, 18 · Marquardo di Randeck, patriarca di Aquileia, 11, 50

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Marsilio, prestatori ebrei, 38 Martini Giovanni, 22 Martino da Como. Vedi Rossi, Martino Martino q. Bertuli, 36 Marzona Leonardo, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 20 Mauro Giovanni, 20 Mazul, del, Odorico, 38 Medici, de, Lorenzo, 22 Mesai Domenico, pievano di Spilimbergo, 31 Micchinis, de, Francesco, notaio, 36 Michiel Taddea, dogaressa, 51 Michisotti Nicolò, 32 Milillo Domenico, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 21 Mocenigo Tommaso, doge, 50 Molfetta D., 40, 44n Molin, da, Biagio, patriarca di Grado, 14 Molinaro, del, Domenigo, 37 Mongoli, 12 (popolazione nomade dell'Asia centrale) Montegnacho, de, Joannj, 34 Morassi Bartolo, 37 Moratti Blasio, 37 Moreale R., 40 Moro Gio. Pietro, notaio, 37 Morocutti, cramâr , 44n Morocutti Floriano Antonio, 44n Mosacense Marco, 22 Mozzato A., 41 Mozzi, banchieri fiorentini, 10 Muir E., 47 Munini P., 41n Museo Ebraico, Venezia, 12 Müntzer Thomas, 46 Nanino , Niccolò, 11 Narda Nicolaus, 39 Nardelli L., 43n Narducci Luigi, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 21 Nerli, banchieri fiorentini, 10 Niccolò da San Daniele, copista, 19 Nicola di Lussemburgo, patriarca di Aquileia, 50 Nicola da Raspano q. Bioni, 34 Nicolao da Conoglano q. Odorici, fabbro, 34 Nicolaus, cramâr, 39 Niccolino da Zuglio, copista, 18 Niccolò da San Vito, copista, parroco di Lavariano, 18 Niccolò da Spilimbergo, genero di Guarnerio d'Artegna, 19, 28, Nicolò di Portogruaro, vicario, 40 Nicolò (d'Allemagna) da Paluzza q. Gherardo, 16 Nicolussi Nicolò (Nicolao), 34 Nicoliy, detto Fescho, 40 Nodal Straulino Pietro, 37n Odorico da Pordenone, 48 Olender M., 29n Opitz C., 29n Orsini Pietrogiampaolo, 42 Pacioli Luca, 10, 22 Panariti L., 41n Panciera Antonio, patriarca di Aquileia, 14, 20, 21, 50 Pancera, famiglia, 13-14 Pancera Natale, 14 Pancierini, Antonio, patriarca di Aquileia. Vedi Pancera Antonio, patriarca di Aquileia Paschini P., 15, 41n Pasqua d'Artegna, figlia di Guarnerio d'Artegna, 19, 28 Pastres P, 46n Patria del Friuli, 9, 11n, 15, 18, 20, 22, 28, 40, 46, 47, 50-52 Patriarca Emilio, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 21

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Pacaut M., 9n, 29n Paolo Uccello, 22 Partistagno, nobili, 46 Passetto Pietro, canonico di Cividale, 27, 31 Pegoraro L., 15n Pelegrini Antonius, 43 Pelegrino di Venzone q. Hermatari, 36 Pelizaris Jacobino, 37 Pellegrino da San Daniele, 22 Pellizario Franco q. Nicolai, 36 Peressini Andrea, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 20 Peressini R., 37n Perrot M., 29n Peruzzi, banchieri fiorentini, 13 Peste, 9, 12, 14-16, 32, 47, 50-52 Peyer H.C., 34n Picharolo Antonio, 40 Pidausta, moglie di Gregorio di Portogruaro q. Bonifacio, barbiere, 33 Piero della Francesca, 22 Pietro da Fagagna, copista, 18 Pietro da Portogruaro, 14 Pilosio (Pillosij) Antonio, 34 Pilosio Lorenzo, notaio, 18 Pilosio Odorico, notaio, 18, 34 Pinggera G. K., 33n Pinturicchio, 22 Pirenne H., 29n Pittiani Andrea, notaio, 40 Pittiani Giacomo, notaio, 37-39 Pittiani Niccolò, notaio, 18, 19 Platina, 42 Plauto Tito Maccio, 17, 19 Plinio Secondo Caio, il vecchio, 19 Poliziano Angelo, 22 Polo, mercanti, 44 Polocroni Cipriano, copista, 19 Polli, mercanti, 44 Pontoni Leonardo, 39 Popone (Poppo), patriarca di Aquileia, 40 Porcia, nobili, 46 Pordenone, il, 22 Portis, de, nobili, 22 Portis, de, Nicolò, 22, 50 Prampero de Carvalho, di, M., 15n Prampero (de collibus Prampergi), di, Niccolò, notaio, 18 Prankel U., 32 Lescolla di Precenicco ,16 Pretto Bertone, 18 Prezzi C., 45n Protestantesimo, 51 Pulci-Rimbertini, banchieri fiorentini, 10 Puppis, de, Daniele, canonico di Cividale, 31 Puppis, de, Leonardo, 31 Quaglia Giuseppe, 48n Quargnolo M., 42n Raffaello Sanzio, 22 Rinascimento, 9, 48, 49 Rizierij Jacobo, 39 Rizzolli H., 43 Robbia, della, Luca, 22 Rodinson M., 48n Ronduino Cristoforus, 39 Rossi, Martino, 42 Rossi Sebastiano, 36 Rosso Jacomo, 37 Rouede Marquardo, 39 Rozzo U., 14n Sacchi Antonio, 33n Sacchi Bartolomeo. Vedi Platina Sacchis, de, Giovanni Antonio. Vedi Pordenone, il Shakespeare William, 47, 52 Sala,mercanti, 44 Sartore Nicolao, 34 Sartori, 44 Savorgnan Antonio, 45, 51

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· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Savorgnan Gerolamo, 22 Savorgnan Lucina, 47, 52 Savorgnan Tristano, 50 Savorgnan, di, Federico, 13 Savorgnan, di, Giacomo, 13 Savorgnano, di, Hector, 38 Scalon C., 14, 18n, 19n Scaran Giuseppe, 45 Scramaio, 45 Scuntiacrasene Joannes, 41 Sellenati Gaspare, notaio, 36n Sigeardo di Plein, patriarca di Aquileia. Vedi Sigeardo di Beilstein, patriarca d'Aquileia Sigeardo di Beilstein, patriarca d'Aquileia, 40 Sigismondo, imperatore, 14 Simon, giudeo, 38 Soldonieri, nobili, 46 Solome Nicolau, 12 Spilimbergo, nobili, 32, 46 Spilimbergo, di, Giovanni, grammatico, 18, 21 Spilimbergo, da, Marco, q. Giovanni, copista, 18 Spilimbergo, di, Galvano, 32 Spilimbergo, di, Roberto, cronista, 32 Spiziarius Antonius, 38 Stampfer H., 43n Straulino, cràmars, 40 Straulino Gio. Batta, notaio, 36 Strassoldo, di, nobili, 46 Strazarolo Guberto, 34 Strobel R., 48n Südtiroler Landesarchiv Bozen. Vedi Archivio Provinciale di Bolzano Tagliaferri A., 11n

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· Tascario Guglielmo, 11 · Tatus Marco, da Pola, pievano di Marano, copista, 19 · Ludovico di Teck, patriarca di Aquileia, 14, 15 · Theotonicj Pietro, 37 · Terremoto, 9, 47, 50, 52 · Thanner Leonardo, 51 · Tilatti A., 42 · Timoteo Veronese, copista, 19 · Tingo da Siena, usuraio, 11 · Tirelli R.., 40n · Toller L., 45n · Tosoratti R., 22n, 37n-39n · Trevisan Lodovico, patriarca di Aquileia, 15, 51 · Triussino Antonio, 37 · Turchi, 38, 50, 51 · Ugolino, rettore di Bacialla, 30 · Ulderico, santo, 40 · Umanesimo, 13, 15n, 16, 19, 21, 22, 48 · Urbano VI, papa, 41 · Urbanus da Salisburgo (Salysphurh.), 34 · Urbano da Spilimbergo (Spighmbergo), 38 · Usura, 10-12, 29, 38, 40 · Valentinis Valentino, 42 · Valle Lorenzo, 44 · Valvason di Maniago Jacopo, cronista, 20 · Valvasone, di, nobili, 46 · Varcacil Nicolò, notaio, 12 · Varmo, di, nobili, 50 · Varutti E., 7, 9, 39n, 40 · Vecchiet Romano, bibliotecario volontario della Biblioteca Guarneriana, 21 · Venerio q. Nicolò di Bonzicco, 33

· Circolo filosofico Veneto Paolo, 19n, 43n · Venezia, Repubblica, 15, 43, 50 · Venuti Carlo, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 16, 21, 22n · Venuti Nicolao, 39 · Vergerio Pier Paolo, 21 · Vespucci Amerigo, 51 · Vicario F., 12n, 16n, 22n · Videsott P., 17n · Vidoni Pietro, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 21 · Vignaduzzi Laurentio, 36 · Virgilio Marone, Publio, 19 · Vitale da Bologna, 50 · Vittorino da Feltre, 21 · Vonzin G., 19n, 31n · Zaccaria C., 41n · Zanetti, cràmars, 44 · Zannier Leonardo, 48 · Zardi G., 21n · Zechi Daniel, 37 · Zenarola Pastore I., 11n, 12n, 30n, 32n, 40n, 47 · Zerbi T., 10n · Zichino Daniel, 38 · Zorat Antony, 40 · Zovenzoni Raffaele, 22 · Zozzoletto S., 57 · Zuan Antonio da San Daniele, notaio, 39 · Zuanatto Daniele, 38 · Zuanier Martino, 38 · Zuliani Antonio (Antony), 34 · Zuliani Leonardo, 34 · Wildman Leonardo, bibliotecario della Biblioteca Guarneriana, 20


Indice dei luoghi Dall'Indice dei luoghi sono escluse le città delle case editrici. · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Africa, 12 Aldino, 45 Alto Adige, 42, 43 Anghiari, 42 Aquileia, 10, 12, 14-15, 30-31, 40 Arcano, 20, 45 Arco, 43 Arezzo, 42 Artegna, 13, 20 Asia, 48 Augusta, 37, 40, 43, 44 Austria, 11, 40, 46, 50 Avignone, 48 Bacialla, 30 Basilea, 15 Baviera, 37n, 43-44, 48 Belgrado, frazione di Varmo, 50 Belluno, 21 Bergamo, 34, 43 Bersnstol, 45 Bertiolo, 45 Boemia, 12, 21, 40, 44n Bologna, 40, 43, 44, 50, 57 Bolzano, 42-44, 54, 56 Borneo, 48 Bosforo, 50 Brazzacco, 46 Brennero, passo del, 43 Brescia, 44, 45 Bressa, 40 Budapest, 21 Buja, 32, 46 Cadore, 34, 43, 45 Capodistria, 21, 22 Caporetto, 32 Caporiacco, 46, Carnia, 16, 18, 37, 39, 40, 41, 43, 44, 50, 54, 55 Carniola, 31 Cassacco, 34, 43 Ceneda, 30 Cercivento, 37 Ceresetto, 38 Cergneu, 46 Champagne, 10 Ciconicco, 51 Cina, 12, 49 Cividale del Friuli, 10, 21, 28, 30, 36, 42, 44, 47, 50-52 Clauzetto, 38 Coderno, 33 Colloredo di Monte Albano, 45, 46 Como, 30, 42 Concordia, 30 Conegliano, 47 Conoglano, 34 Cortona, 30, 54 Croazia, 43n, 47, 52 Cussignacco, 40 Dignano, 34, 38 Dillingen, 37n Egna, 45 Europa, 12, 13, 29, 40, 43n, 50 Faedis, 38 Fagagna, 18, 32, 46, 51 Fanna, 34 Farla, 37 Farra d'Isonzo, 44 Feltre, 21 Ferrara, 14, 15, 22, 33n Fèrsina, valle del, 45 Fiandre, 42, 43, 51 Firenze, 10-12, 15, 19, 21, 34, 42 Flagonea = Flagogna, 36, 38 Flaibano, 38 Forgaria, 36, 37

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Forni di Sotto, 44 Francia, 12, 15, 32, 50, 51 Franconia, 46 Friuli, 9-11, 14-15, 17-22, 33n, 34, 39n, 40, 41, 41n, 42-51 Fundi = Fondi, 29 Garda, 43 Gemona del Friuli, 10, 13, 19, 41, 42, 44-47, 51, 52 Genova, 10, 14, 50, 51 Germania, 12, 32, 34, 36n, 37n, 40, 42, 43n, 47, 51-52 Gerusalemme, 32 Gleno, 43 Gorizia, 11, 12, 38, 43, 45, 47n, 50 Gran Bretagna, 47 Grions, 33 Imola, 31 India, 12, 49 Inghilterra 13 Ingolstadt, 37n Innsbruck, 43 Irlanda, 48 Italia, 22, 32, 34, 45n, 48, 52 Lavariano, 18 Liegi, 29 Limoges, 29 Lituania, 44n Liverpool, 47 Lombardia, 29, 30n Londra, 10 Lovaria, 38 Lubiana, 31, 36 Lucca, 34, 43 Luserna, 45n Magonza, 51 Majano, 37 Mali, 12 Mantova, 21, 44 Martignacco, 38 Marano, 19 Mels, 46 Mereto di Tomba, 41 Milano, 30, 34, 51 Mòcheni, valle dei, 45 Modena, 45 Monaco di Baviera, 37, 43, 48 Montagna, 43, 45 Montaillou, 29 Montegnacco, 34 Moruzzo, 46 Mühlhausen, 46 Nogaredo, 38 Norimberga, 35, 36, 43 Oderzo, 46 Ora, 45 Ossaia, 30 Padova, 11, 14, 18, 19, 21, 33n, 51 Pagnacco, 38 Palatinato, 37 Paluzza, 16, 36n, 39 Parma, 34, 43 Passau, 37 Patria del Friuli, 9, 11n, 15, 18, 20, 22, 28, 40, 46, 47, 50-52 Pavia, 34 Pedena, 31 Pers, frazione di Majano, 46 Piacenza, 34 Piemonte, 45 Pinzano, 38, 46 Pirenei, 50 Pisa, 14, 34 Pistoia, 10 Pola, 19 Pontebba, 45 Pordenone, 10, 13, 20, 33n, 37, 39, 43, 46, 47, 50 Portogruaro, 13, 14, 23-28, 33, 34, 38, 40, 46, 50 Povoletto, 43

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Precenicco, 16 Pusteria, valle, 43 Ragogna, 37, 38 Ratisbona, 35, 48 Ravascletto, 44 Rigolato, 43n Rimini, 50 Rodeano, 33 Roma, 10, 11,14, 18, 21, 32, 50, 51 Romagna, 43 Romania, 43n Rovereto, 44 Sacile, 41 Salisburgo, 34, 43n San Daniele del Friuli, 11, 12, 15, 16, 18-28, 32-34, 36-40, 45, 47, 50, 51 San Vito al Tagliamento, 10, 18 Santiago di Compostela, 32 Sardegna, 50 Sedegliano, 33, 44 Sesto al Reghena, 20 Sevegliano, 45 Sicilia, 47, 52 Siena, 10, 11 Slovenia, 31, 43n Spagna, 32, 48, 51 Spilimbergo, 10, 18, 19, 31, 32, 36-38, 45, 46, 50 Stati Uniti d'America, 47 Sterpo, 45 Strasburgo, 43 Strabons, località presso Buja, 32 Sudan, 12 Sutrio, 37n, 40, 48n Svevia, 46 Svizzera, 43 Tarcento, 46 Tarvisio, 42 Tirolo, 43 Tolmezzo, 11, 22, 41, 44, 46, 48 Tomba, 36 Torcello, 18 Toscana, 10, 30 Trentino, 14, 29, 43 Trento, 30, 43, 45 Treppo Carnico, 44 Treppo [Grande], 37 Treviso, 46 Tricesimo, 43, 46 Trodena, 43 Turingia, 46 Udine, 10-14, 20-27, 32-34, 36, 38-44, 46, 47, 50-52 Ulm, 43 Umbria, 30 Ungheria, 12, 43n Valvasone, 20, 46 Varmo, 38, 50 Veneto, 29, 42, 46, 50 Venezia, 10-15, 21, 22, 31, 33n, 36, 38, 41, 43, 44, 46, 47, 50-52 Venzone, 11-12, 32, 36, 38, 42, 46 Verona, 21, 34, 43, 44 Villacco, 11 Villalta, 46 Villeneuve-lès-Avignon, 41 Vilma, 44n Virco, 45 Zenodis, 44n Zoldo, 36 Zoppola, 13-14, 50 Zovello, 40 Zucco, 46 Wertingen, 44 Würzburg, 37

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Dal Codice 42. Miniatura al foglio 97, recto

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La Biblioteca. Amanuensi, alfabeti, scritture e linguaggi nel Medioevo di Angelo Floramo M'inganneranno, forse, la vecchiaia e il timore, ma sospetto che la specie umana - l'unica – stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta. Jorge Luis Borges, La Biblioteca di Babele Introduzione Quando si parla di scrittura e di biblioteche si ha a che fare con i labirinti e le loro innumerevoli porte1. E dunque si sente il bisogno assoluto di trovare le chiavi adatte a farne scattare le remote serrature2. Mai nessuna altra età come quella medievale si è lasciata sedurre dal fascino di Hermes, il medium perfetto tra l'intelligenza e la Verità: quel Mercurio che nell'opera del celebre trattato di Marziano Capella3 non poteva andare in sposo ad altri che alla Filologia, la scienza dei testi e delle parole: esempi perfetti a loro volta di labirinti e di chiavi. E per cominciare vorrei prendere le mosse proprio da un celebre enigma. È notazione curiosa che uno tra i documenti più antichi della letteratura italiana sia proprio un indovinello, noto come veronese4. Ogni riddle, ogni gioco di parole, nasconde in sé un tesoro da scoprire che si cela dietro il falso integumentum dell'allegoria. Nel nostro caso quell'indovinello è un utile punto di partenza per capire l'anima stessa del labirinto, perché esemplifica nella sua apparentemente semplice soluzione5 l'identità assoluta tra la parola, la scrittura, l'errore e l'errare: metafora meravigliosa della letteratura e della vita nonché della forte ambivalenza che le lega assieme. La traccia del calamo, la "nigra arte" dello scrivano6, così vicina etimologicamente al va1

Mi occupo di scrittura e di scritture, nonché delle architetture simboliche ad esse sottese, da molti anni ormai. Molte di queste argomentazioni si ritrovano dunque sparse in un'ampia bibliografia che mi ha accompagnato per buona parte dei miei percorsi di ricerca. A tale proposito si veda da ultimo: A. Floramo, " La parola nel labirinto. Amanuensi, alfabeti, scritture e linguaggi nel Medioevo” in "La panarie”, anno XLVI, pp. 33-42.

2

Cfr. A.Floramo, La parola nel labirinto. Linguaggi e serrature nel medioevo, in Significar per verba. Linguaggi, comunicazione e divulgazione dal Medioevo a oggi. Atti del Convegno (Gradisca d'Isonzo, 14-15 novembre 2003), a c. di F. Cavalli e M. Cecere, Edizioni dell'Accademia, Gradisca d'Isonzo 2004, pp.133-140.

3

Martianus Capella, De nuptiis Philologiae et Mercurii, Tübingen 1979.

4

Cfr. A. Castellani, I più antichi testi italiani, Bologna 1976, pp.13- 30.

5

La soluzione dell'indovinello è – come noto a tutti - lo scrivano.

6

Figura a metà strada tra Ulisse intento a seminare sale tra le zolle e Onan a disperdere il proprio seme, lo scrivano dell'indovinello compie un'azione innaturale: verga i bianchi prati, e il suo "negro semen” diventa al contempo limite del nulla, traccia per il pensiero, svolazzo da seguire per raggiungere la meta: l'essenza stessa di ciò che è un labirinto.

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ticinio, alla nigro-necro manzia, diventa traccia involuta sul nitore del foglio di pergamena, segno da seguire per non perdersi nella foresta simbolica delle interpretazioni7, cammino davvero tortuoso sul cui sentiero è facile smarrire il passo. Il testo, la cui etimologia significa appunto textus nel senso di intessuto, intrecciato, ordito a trame, è infatti il più intricato fra tutti i labiritinti, anzi è il labirinto per antonomasia: è qui che figure e segni si intrecciano a formare arabescate significanze. Giano stesso, deità bifronte e ambigua delle porte (cos'altro è il labirinto se non una successione infinita di accessi che non conducono ad alcuna destinazione?) è un palindromo: attraverso le sue molteplici januae il cerchio del tempo divora se stesso nel perpetuo e ingannevole fluttuare dell'entrata-uscita8, trappola ambivalente che fagocita chiunque osi avventurarsi entro la sua bocca aperta: è il cerchio, il simbolo dell'infinito, l'iconografia del serpente che si eterna mangiando la propria coda. Ed è proprio lì, nel cuore del labirinto, alla ricerca del Verbo e del Serpente, che attraverso questa bocca cercherò oggi di condurvi. Biblioteca e biblioteche Entrare in una biblioteca antica è sempre un'esperienza intensa. Regala emozioni che possono essere davvero uniche per chi sa dare loro ascolto. Per chi sa lasciarsene attraversare, ponendosi in una dimensione propensa alla ricezione di quelle fitte trame che i libri stessi promanano, anche quando sono chiusi dentro gli scaffali che li custodiscono, magari da secoli. Una biblioteca infatti non è un museo. Non è un luogo in cui i reperti, decontestualizzati e sottratti alla loro funzione originaria, vengono esposti in teche che li rendono freddi, irraggiungibili, morti. È piuttosto la proiezione dell'anima, della mente, degli appetiti intellettuali di coloro che l'hanno costruita nel corso del tempo, un volume dopo l'altro, codice su codice, manoscritto con manoscritto. Ne tradisce le passioni, gli innamoramenti culturali, filosofici ed estetici che spesso hanno attraversato una vita intera, o piuttosto molte vite, fatte di relazioni, legami, incontri, scambi epistolari, note veloci vergate su taccuini d'appunti o pagine fitte, più meditate e profonde, trascritte sui cartigli, sui fogli di guardia, divenute alla fine esse stesse "libro" tra gli altri libri. Per costruire una biblioteca ci vogliono secoli. E menti febbrili, curiose, disposte a lasciarsi trasportare dall'avventura della conoscenza.

7

Cfr. Umberto Eco, I limiti dell'interpretazione, Bologna 1990.

8

Nel manoscritto n.° 1022 conservato presso la Biblioteca del monastero di San Gallo e contenente un commentario di Notker il Balbo all'Opera di Boezio, è stato disegnato un labirinto a sette volute ad esemplificazione del passo:" Ludis me texens rationibus inestricabile laborinthum que nunc quidam quo egrediaris introeas, nunc vero qua introearis egrediavis (sic)"; cfr. P.Santarcangeli, Il libro dei labirinti, Milano 2000, p. 190.

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La pergamena La pergamena deriva il suo nome dalla città ellenistica di Pergamo, nell'attuale Turchia, che ne fu uno dei primi e più importanti centri di produzione fin dai tempi del re Eumene, secondo la testimonianza di Plinio, il quale avrebbe utilizzato tale materiale già a partire dal II secolo a.C. durante un embargo commerciale imposto sul papiro, materiale che poi venne del tutto soppiantato solamente nel corso del IV secolo dell'era cristiana. Si utilizzavano generalmente pelli di ovini (caratterizzate da un colore tendente al giallognolo) o di bovini, che nel caso di capi adulti potevano raggiungere anche grandi dimensioni, adatte ad esempio alla realizzazione delle monumentali bibbie atlantiche, una delle quali, esemplare di straordinaria fattura, è conservata in Guarneriana. I formati di piccolo taglio, bianchissimi e quindi estremamente pregiati, si ricavavano invece da velli uterini di animali morti prima della nascita: in tal caso i fogli venivano destinati a manufatti di straordinaria bellezza e preziosità quali i libri d'ore, pensati per lo più per signore di alto rango, dame o badesse che fossero. Il processo per la realizzazione dei fogli di pergamena era piuttosto lungo e complicato.

La pelle dell'animale scuoiato veniva accuratamente lavata in acqua fredda corrente e quindi passata in vasche di pietra o di legno per agevolare la caduta dei peli; quindi veniva immersa in un bagno di calce viva per essere ripulita dalla carne residua. Tale processo poteva durare dai tre ai dieci giorni. Tesa su di un telaio a forma di scudo attraverso un sistema di cordicelle la cui tensione era regolata da speciali morsetti (spesso si notano ancora piccoli forellini ai margini del foglio) ancora umida, veniva ulteriormente ripulita e decorticata con una lama a forma di mezzaluna. Molti erano gli espedienti per accentuarne la bianchezza: in genere si utilizzavano pietre pomici, o sostanze sbiancanti quali il gesso. Quando la pelle si era ormai trasformata in uno strato secco, fine e opaco, poteva essere arrotolata ed era pronta per essere utilizzata. Ovviamente i risultati della lavorazione non erano sempre ottimali. Gli animali domestici potevano infatti soffrire di diverse malattie, ed erano soggetti a punture di insetti che procuravano al vello lesioni difficilmente sanabili. I buchi naturali nei fogli di pergamena sono pertanto frequenti e inducevano i copisti a scriverci tutto intorno dimostrando una maestria e un'ironia senza pari.

Pergamena con sigillo (Archivio Storico di San Daniele, Coll.Colutta)

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Esiste una profonda similarità fra l'Uomo e la Biblioteca9. In epoca pre-omerica l'aedo era in grado di custodire nella sua memoria migliaia di versi, che aveva appreso sovrapponendoli alle cadenze ritmate del canto, la prima chiave di catalogazione, perfettamente funzionante nel rimando ingenerato dalla musicalità del metro, nell'incantamento della parola che ne richiama un'altra, a catena, intessendo concetti, immagini e storie. Tutto può divenire teca atta a custodire racconti, immagini e miti: la superficie convessa di un vaso istoriato, lo scudo di Achille, mirabilmente fregiato dal dio Vulcano in persona, perfino un piatto imbandito nella mensa di Trimalcione. E così è stato per millenni. Negli stessi monasteri benedettini i monaci più eruditi vantavano una perfetta conoscenza, a memoria, dei testi sacri, delle vite dei Padri, di intere raccolte di sentenze e di florilegi. Ma la biblioteca è soprattutto un luogo capace di raccogliere e catalogare quello che nessuna umana memoria sarebbe in grado di fare senza ricorrere ad un supporto al quale affidarne la custodia: che si tratti delle ventiduemila tavolette d'argilla di Ninive dove sorgeva la favolosa biblioteca del re Assurbanipal (669-626 a.C.), oppure dei papiri di Aristotele, che scivolano quasi nella leggenda data la mole e la preziosità della raccolta. Ma tra tutte è entrata nell'immaginario collettivo la biblioteca voluta da Tolomeo Filadelfo (308-246 a.C.) in Alessandria d'Egitto, ispiratosi ad un progetto che lo stesso sua padre, Tolomeo I, aveva coltivato per tutta la vita senza mai riuscire a realizzarlo10. Vi fece raccogliere centinaia di migliaia di rotoli, dotandola di uno scriptorium e di una annessa scuola di grammatica. Divenne ben presto così estesa che l'antico quartiere di Brucheion non poté più contenerla, raddoppiandosi così nel tempio di Serapide con l'altrettanto celebre Serapion, adibito prevalentemente alla lettura e all'insegnamento. La biblioteca era cresciuta a dismisura e in poco tempo forse anche a motivo dell'editto in base al quale ogni nave che soggiornasse ad Alessandria avrebbe dovuto consegnare ai suoi scribi tutti i libri contenuti nella propria stiva, affinché vi venissero copiati. Gli originali sarebbero rimasti in Egitto, mentre le copie, più facilmente soggette all'errore, potevano essere restituite all'equipaggio. Eumene II (197-158 a.C.), per imitazione, ne fece costruire una simile a Pergamo, dove avrebbe appunto introdotto l'uso della pergamena quale materiale scrittorio in sostituzione del papiro: di questo ben più resistente e tale da poter essere utilizzata su entrambe le facce, con raddoppiamento 9

Buona parte di queste suggestioni mi sono state regalate dall'illuminante lezione magistrale che il prof. Luciano Canfora ha tenuto in Biblioteca Guarneriana il 28 settembre del 2012, in occasione degli eventi destinati alla sua riapertura al pubblico. Per una più approfondita ricognizione cfr. L. Canfora, Il destino dei testi, in: Lo spazio letterario della Grecia antica, II, Roma, Salerno 1995, pp.1-250.

10 Cfr. L. Canfora, La biblioteca scomparsa, Palermo 2009, pp. 232.

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La carta La carta è un'invenzione cinese che risale addirittura al secondo secolo dell'era cristiana. Il segreto della sua lavorazione giunse in Occidente importato dagli arabi fra il XII e il XIII secolo. Documenti d'archivio attestano la presenza in Spagna di mulini per la produzione di carta già a partire dal XIII secolo. Di qui si diffusero in Francia e in Italia. Per la sua lavorazione si selezionavano stracci bianchi che venivano lavati accuratamente e quindi lasciati fermentare per quattro o cinque giorni. Tagliati a pezzi, venivano risciacquati e quindi fatti ancora macerare per almeno altri sette giorni, alternando alla macerazione fasi di battitura fino a che non si produceva una sorta di pappa collosa e fluida, che veniva fatta scivolare in una enorme tinozza. Da qui veniva raccolta in un telaio che ne imprigionava le fibre bagnate; il contenuto veniva deposto su di un panno di feltro. L'operazione di ripeteva formando uno pila di strati di fogli di carta e di panni di feltro alternati. Si procedeva quindi alla pressatura per togliere l'acqua in eccesso; a questo punto i fogli di carta potevano essere messi ad asciugare. A partire dal 1300, i produttori di carta europei iniziarono a inserire nell'intreccio del telaio dei bolli rappresentanti immagini di diverso formato: teste di bue, fiocine, frecce, emblemi che in tal modo rimanevano imprigionati nello spessore della carta: si tratta delle filigrane, visibili controluce, che con il tempo contraddistinsero le diverse officine da cui provenivano i fogli. Una sorta di marchio di fabbrica, utilissimo oggi per ricostruire la provenienza e la nascita di un manoscritto. Fascicoli di carte dell'Archivio Storico di San Daniele del Friuli

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della sua utilità ed efficacia. Roma era nota prevalentemente per le sue biblioteche private, che spesso nascevano come bottino di guerra: schiavi coltissimi si dedicavano alla copiatura e alla collazione dei testi per i loro padroni. In quella di Cicerone erano confluiti i libri di Silla; i Pisoni, animatori di un prestigiosissimo circolo culturale, ne realizzarono una splendida nella loro villa di Ercolano. Fu Giulio Cesare a progettare una prima biblioteca pubblica, che venne edificata per interessamento di Asinio Pollione sull'Aventino, nell'atrio del tempio della Libertà, solo dopo la morte del condottiero. Il destino di ogni biblioteca antica sembra quasi essere quello di scomparire fra le fiamme. I rotoli di Alessandria vennero ripetutamente distrutti fra il 48 a.C., durante la guerra civile fra Cesare e Pompeo, e il 640 d.C11, quando l'emiro Amr Ibn al-As, per ordine del califfo Omar, distribuì a tutti i bagni pubblici di Alessandria le ricche pergamene e i papiri secolari affinché venissero utilizzati come combustibile per scaldare le acque delle piscine. E pare che abbiano assolto a tale compito bruciando per sei mesi continuativi. Impressionato dalle preghiere del grammatico Giovanni, che lo scongiurava di non farlo, Amr salvò almeno tutte le opere di Aristotele. Per il resto assecondò il volere del suo signore il quale lo aveva ammonito con queste parole: Quanto ai libri che tu hai nominato: se il loro contenuto si accorda con il libro di Allah, noi possiamo farne a meno, dal momento che, in tal caso, il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme rispetto al libro di Allah, non c'è alcun bisogno di conservarli. Procedi e distruggili. Oggi, è triste constatarlo, se gli accurati sistemi antincendio tutelano biblioteche e archivi dal fuoco, non li possono salvare dalle improvvide politiche degli uomini, che destinano sempre meno fondi alla tutela dei patrimoni librari, condannandoli a silenziose chiusure, quando addirittura non vengono sottoposti a irreversibili deportazioni in magazzini inaccessibili, entro imballaggi che li sottraggono alla memoria degli uomini, cui sarebbero invece da secoli votati. L'amanuense medievale L'opera di scrittura di un amanuense medievale è soprattutto fatica. Le lunghe ore trascorse nello scriptorium vengono dedicate a Dio come una pratica di rigore e di disciplina che mortifica il corpo per affinare la luce dell'anima. La posizione assunta è scomoda: il braccio teso, l'angolo di incidenza del calamo o della penna che non può variare, gli occhi soggetti ad uno sforzo continuo, l'attenzione che non può venir meno, pena l'errore: se si aggiunge poi che il multum laborare lucernis offusca la vista, si desume che 11 Cfr. L. Canfora, La biblioteca scomparsa, cit.

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La posizione dell'amanuense Come si evince da numerose miniature il copista siede su scranni piuttosto alti presso a un tavolo inclinato, che probabilmente era collegato alla sedia attraverso un sistema di cardini che permettevano all'amanuense di assumere la posizione pi첫 consona. Il manoscritto originale veniva poggiato ad un leggio posto vicinissimo al tavolo di lavoro, alle volte ad esso assicurato attraverso un braccio mobile di legno. I codici erano tenuti aperti con l'ausilio di pesi e cordicelle. I copisti sedevano su sedie molto alte (giudicando dal materiale iconografico) di fronte a un tavolo inclinato. L'inclinazione era estremamente ripida, giungendo quasi a novanta gradi, e questo per agevolare il funzionamento della penna d'oca: in questo modo il movimento della scrittura era quasi interamente incentrato sul braccio e la mano non toccava mai la superficie del foglio. Poco prima di cominciare la copiatura si raschiava per un'ultima volta il foglio di pergamena con pomice e gesso per ammorbidirla e per rimuovere l'eventuale patina di grasso formatasi durante la manipolazione. Durante tutta l'azione della scrittura l'amanuense teneva in mano un coltello, utilizzato sia per appuntire la penna che per eradere tempestivamente gli eventuali errori prima che l'inchiostro venisse assorbito dal foglio.

Codice Fontaniniano 200. Foglio 2, recto

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la maggior parte del lavoro dovesse avvenire nelle ore di luce, in stanze dalle ampie finestre. Non ci sono vetri, fino almeno al XIV secolo, che possano tenere lontano il freddo e l'umidità. E quando li si utilizzerà saranno molati, dunque troppo opachi per consentire al giorno di conferire chiarore all'opera. Ciò implica dolori articolari, una condizione di estremo disagio e sofferenza, che vengono offerti come prova, sacrificio e devozione. Così negli explicit di molti manoscritti si ritrovano annotate espressioni che rimarcano la durezza di tantus labor: un pollice che fa male, la schiena che tormenta, gli occhi che bruciano. Hoc est totum, da mihi de vino potu: quasi a invocare la dolcezza di un calice per confortare l'animo stanco e affaticato. O più licenziosamente: da mihi candidam puellam, sulla cui efficacia per ricercare consolazione non occorre spendere parole. I copisti dovevano essere giovanissimi. Secondo alcuni registri non superavano l'età dei diciassette o dei diciotto anni. E questo perché solamente nel XIV secolo l'ottica sarebbe stata in grado di produrre lenti utili alla presbiopia. Ma va sottolineato che nel suo lavoro defatigante l'amanuense è consapevole di essere davvero un intermediario privilegiato fra la parola, il verbum e il mondo. Egli infatti scrive utilizzando una penna d'oca, o una cannuccia di legno. Il materiale scrittorio è stato ricavato da pelle di animali vivi, e solamente più tardi dai cenci e dagli stracci, il cui significato simbolico è altrettanto pregnante di quello della pelle: sono anch'essi integumentum, velamen, copertura. Suggestivo rimando al senso dello scrivere, che insieme copre e scopre la Verità. La tramanda. La tradisce, nel gioco di parole per cui tradere significa anche consegnare a chi potrebbe farne cattivo uso. L'inchiostro è tratto dal mondo vegetale o minerale, esattamente come i colori utilizzati per le miniature. L'universo intero conferisce vita al Libro, che viene percepito infatti come essere vivente. Terra, acqua, fuoco e aria dunque sono gli elementi che vibrano in uno scriptorium medievale. La loro combinazione alchemica regala alla memoria la possibilità di essere preservata nei secoli e nei millenni. La scrittura come rappresentazione del mondo. Secondo i linguisti furono i Cananei, ben prima dei Fenici, a comprendere l'importanza del segno per tramandare la parola, ovvero l'idea e il pensiero. Fu una rivoluzione straordinaria, che liberò la mano dello scriba dal disegnare i glifi, sfuggendo così all'arcaica

ambiguità

del

simbolo,

molto

più

complesso

nel

procedimento

dell'interpretazione. La trasmissione diventava dunque più fluida e al contempo più

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*

La penna d'oca

L'inchiostro

Al fine di una buona scrittura su pergamena o carta, le penne migliori si ricavavano dalle remiganti di oca o cigno. Per un copista destrorso erano più confortevoli le penne dell'ala sinistra dell'uccello, in quanto avevano una naturale curvatura che ben si adattava alla mano destra dell'amanuense. Le piume, per essere rese più dure, venivano fatte essiccare per qualche mese, trattandole con acqua e quindi immergendole in vaschette piene di sabbia incandescente. Un corto coltellino permetteva di tagliare le punte finali da entrambi i lati a forma di pennino. La pellicola di grasso esterno e il midollo venivano quindi soffiati via agevolmente e la penna, sfrondata di tutte le piume, diveniva così un tubicino vuoto oltremodo adatto a raccogliere gli inchiostri. Il taglio doveva essere ripetuto più volte nel corso della scrittura in quanto la punta tendeva ad allargarsi a causa dell'uso. Si calcola che un copista poteva ripetere l'operazione anche una sessantina di volte nel corso di una giornata di lavoro. Assieme alla penna veniva anche comunemente utilizzato il calamo. Si tratta di uno strumento antichissimo. Lo si ricavava da una canna di giunco spuntata con un coltellino che conferiva un taglio di diversa inclinazione, a seconda delle necessità grafiche richieste.

Negli antichi scriptoria l'inchiostro era contenuto in un calamaio ricavato da un corno inserito in un buco operato nella ribalta di legno o più recentemente da un contenitore simile a un porta lampada posto accanto al piano di lavoro. Ne esistevano anche di portatili, dotati di una tappo a vite e legati tramite una cordicella all'astuccio oblungo in cui si custodivano penne e calami. In ogni biblioteca le ricette per la fabbricazione degli inchiostri sono numerose, e così anche in Guarneriana se ne conservano diverse. La più diffusa era a base di noce di galla (un'escrescenza prodotta in alcune piante da un parassita) mescolata a una soluzione di acido tannico e solfato di ferro. Vi si aggiungeva poi gomma arabica, ovvero resina di acacia, che serviva come addensante. Il colore di questo tipo di inchiostro era marroncino scuro, destinato a brunirsi sempre più nel tempo per ossidazione. Nei manoscritti sono frequenti le rubricature, ovvero le scritte in colore rosso. Le si ritrova nei titoli, nelle glosse, spesso nei calendari, o nei breviari liturgici a sottolineare le parti formulari. Il vermiglio si otteneva dal solfati di mercurio mescolato a chiara d'uovo e gomma arabica.

* Ludovico degli Arrighi, Il modo de temperare le penne con le uarie sorti de littere ordinato per Ludouico

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precisa, capace di combinare insieme un numero limitatissimo di segni per intessere discorsi potenzialmente infiniti, che potevano estendersi a tutti i campi della vita umana, dagli articoli della legge alle preghiere, dalla lista di un magazzino alla trasmissione di un mito o una poesia d'amore. Per la prima volta nella storia dell'Uomo la voce poteva essere impressa sulla creta, graffiata su di una stele di pietra, o scorrere veloce sulla punta di una calamo scivolando su foglie intrecciate di papiro. Suono dopo suono, con tanto di accenti, musica, timbro e colore. Ma ciò che stupisce ancor di più è che ogni littera, nel suo disegno, rappresentava un aspetto del mondo concreto e reale che si squadernava davanti agli occhi di chi la stava delineando: un mondo per lo più contadino, immerso nei lenti ritmi della terra: l'alfabeto diventa così una specie di catalogo di tutto ciò che è visibile ed esperibile, come se tra parola e realtà si potesse instaurare un nesso di concordanza simbolica fortissimo, biunivoco e ricco di significato. Nelle sue colonne sinottiche lento avanza al pascolo il bove dalle lunghe corna, l'Aleph: c'è una casa, con tanto di tetto e di giardino, la Beth: tare al pascolo le pecore, il Gaml:

;

; e ancora un bastone con cui por-

; o un pesce da pescare, il Dalet:

. Dietro Alfa,

Beta, Gamma e Delta si nasconde dunque la vita, nella sua meravigliosa e multiforme complessità, con la fatica del lavoro, il corpo dell'uomo e le sue membra, la terra e i suoi frutti, con piante e animali. Una lingua esiste per descrivere e rappresentare il Mondo. Adamo stesso, nel Libro della Genesi, è indicato come homo nominans. Se Dio è il creatore, colui che dà vita al Tutto, all'uomo spetta il compito sublime di attribuirne un significato. Alla ricerca di Tebe Archetipo, simbolo originario della conoscenza e dell'esperienza di sé, il labirinto esprime da sempre stretta analogia tra la parola e la conoscenza. Nei graffiti preistorici attraverso stilizzazioni labirintiche venivano rappresentati i capezzoli della dea madre, l'utero primigenio dal quale tutto deriva12. Nei manoscritti medici di età medievale simile labirinto viene miniato e circoscritto nel ventre della gravida in attesa di partorire: il feto cresce aprendosi la strada nel primo percorso iniziatico della sua vita: la nascita appunto. L'idea archetipica della donna è per l'uomo antico sempre spiraliforme, labirintica. Donna, Terra, Madre. Nel suo fecondo labirinto vaga il seme dell'uomo che germina se stesso. Una significativa anabasi nel mondo degli inferi, nel concetto antropologico di interno-inferno, mondo ctonio sul quale regna Proserpina, dea lunare e proserpente, madre di Cerere, Signora delle messi. Un concetto sul quale insisteremo 12 Cfr. P. Santarcangeli, Il libro dei labirinti, cit., p. 89 e segg.

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I colori delle miniature Il decoratore di manoscritti aveva a sua disposizione una gamma estremamente vasta di sfumature cromatiche con cui abbellire le pagine che gli venivano commissionate. Il rosso: si poteva ricavare dal solfato di mercurio. La principale area di estrazione si trovava presso Siena, sul monte Amiata; il vermiglio: il riscaldamento del mercurio misto a zolfo produceva un vapore denso di accumuli che raccolti e tritati producevano il pigmento. Era una mistura piuttosto velenosa; il rosso rubino: si otteneva dalla pianta della robbia che cresce diffusamente in Italia; il blu: è dopo il rosso il colore più comune nei manoscritti medievali. Lo si ricavava dall' azzurrite, una roccia ricca di rame, oppure dai semi della crozophora, una pianta simile al girasole. Quello di maggior pregio veniva tuttavia ottenuto dalla polvere di lapislazzuli, proveniente dall’Afganistan; la doratura: si poteva ottenere in tre modi diversi. Si abbozzavano i contorni del disegno sulla pergamena, quindi vi si incollavano lamine d'oro che a secco sarebbero state lucidate utilizzando un dente di cane, di gatto o di leone affisso su di un manico di legno o di avorio; oppure si predisponeva un fondo di intonaco che avrebbe conferito alla doratura un effetto tridimensionale: su questo infatti si applicava la lamina d'oro che una volta lucidata e cesellata conferiva al disegno, comunemente un capolettera, una caratteristica rigonfiatura che catturava la luce da più angoli, rendendo l'opera particolarmente luminosa e sfavillante. Infine si poteva utilizzare la tecnica detta della conchiglia: all'interno di una conchiglia infatti, solitamente di cozza o di ostrica, si mescolavano assieme polvere d'oro e gomma arabica a formare un inchiostro dorato, che veniva alla fine apposto utilizzando la penna o il pennello. L'intonaco era una sostanza realizzata a base di gesso e piombo. L'aggiunta di miele agiva come sgrassante. Se ne ottenevano delle palline che potevano essere conservate per lungo tempo. Al momento necessario venivano frantumate in acqua pulita e chiara d'uovo. La sostanza così ottenuta veniva infine applicata con una penna d'oca. Il tempo migliore per farlo era al mattino: l'umidità agevola l'applicazione, tanto che il miniaturista deve spesso alitare sulla pagina per consentire all'intonaco di mantenersi appiccicoso. Bibbia Atlantica, sec. XI. Foglio 2, recto

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ancora, più avanti. E la donna è madre, come lo è la lingua: la lingua del neonato che, ancora infante (in fans, non capace di parlare) sugge dal capezzolo il latte e le parole che ancora non sa pronunciare. Le sue labbra si dischiudono sul labirinto: ancora una volta un percorso iniziatico che lo porterà alla trasformazione sublime, alla metamorfosi della rinascita. Apprendere la parola significa infatti rinascere uomo. Il nesso tra parola e labirinto è evidente anche nel caso della simbolizzazione dell'orecchio, luogo o in cui il Verbum vaga nel dedalo dell'inconsapevolezza prima di raggiungere l'ultimo significato: la sede dell'intelletto. Volute non dissimili si attorcigliano dunque tanto nel grembo fertile della madre quanto nella mente capace di pensiero. Concepire è infatti facoltà di entrambi: dalla mente le idee13, dal grembo l'uomo. Risolvere l'enigma è dunque una sorta di regressus ad uterum, come dimostra la tragedia greca dell'Edipo Re14. Se è vero infatti che ogni labirinto è successione infinita di porte, Tebe è ipostatizzazione di tale concetto: essa è la città universale, così come lo diventeranno in epoca medievale Gerusalemme o Babilonia, assieme alle loro corrispettive gemelle celesti e infernali: suggestiva l'idea stessa del doppio, della ripetizione, dell'immagine speculare che è uno dei principali fondamenti dell'architettura di un labirinto15. È proprio verso la città dalle cento porte che si dirige Edipo, il risolutore di enigmi16, il viandante che percorre i sentieri della ricerca e della verità, precursore di numerosi suoi emuli che hanno calcato le vie di tanta novellistica medievale. La sua ansia di conoscere "chi sia, da dove venga e dove andrà" (il filo della vita) lo porterà a ritrovare se stesso e sua Madre: Giocasta è Tebe e Tebe è il Labirinto. Edipo, con il filo sottile dei suoi pensieri, ne spezzerà la circolarità, offrendo l'unica chiave capace di indicare il solo, terribile percorso accettabile: perdersi nel labirinto-grembo dal quale proviene per ritrovare alfine se stesso. La luce della Verità acceca chi ne persegue i fini. Il filo logico che Edipo rincorre è pari a quello di Arianna, il cui nome etimologicamente significa io sono la luce17; è un filo anche quello intessuto dalle mani delle Parche18, o la treccia che la dama getta dal balcone della torre affinché il cavaliere-amante ne espugni il castello d'amore19, labirinto anch'esso e luogo simbolico carico di suggestioni; ma filo è anche la filastrocca (stessa etimologia) che incanta, che apre le porte dei luoghi segreti e 13 L'ambivalenza del verbo "concepire" inteso tanto quanto atto del generare e del pensare è espressa con grandissima raffinatezza da Amleto, nel celeberrimo dialogo con Polonio avente per oggetto Ofelia. Cfr. W.Shakespeare, Amleto, II, 2. 14 Cfr. Sofocle, Edipo Re, in Tragici greci, Milano 1977, pp.153-211. 15 cfr. J.L.Borges, La casa di Asterione, in Aleph, Milano 1998. 16

Cfr. Sofocle, Edipo Re, cit..

17 Immediato il raffronto cristologico dell'io sono la via, la verità e la vita. 18 E non è forse un riferimento alla vita dell'uomo, al fragile filo, la risoluzione dell'enigma propostogli dalla Sfinge ? 19 Si veda in proposito l'ampia produzione di fabliaux medievali. Per una recensione raginata cfr. Fabliaux, racconti francesi medievali, a cura di Brusegan R., Einaudi, Torino 1980; cfr. anche Chrétien de Troyes, I romanzi cortesi, Mondadori, Milano 1983.

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Lo specchio di scrittura Prima di cominciare a scrivere era necessario impostare sul foglio lo specchio di scrittura, ovvero tracciare i margini e le righe che avrebbero dovuto accompagnare l'amanuense delimitandone lo spazio scrittorio. Si trattava di un lavoro lungo e piuttosto noioso. Generalmente si prendevano le misure sulla prima e sull'ultima pagina di un fascicolo, mantenendolo aperto. Sull'estremità di ogni riga veniva marcato un punto che attraversava l'intero pacco di fogli sovrapposti. I punti guida erano così visibili su ogni foglio: unendoli si otteneva quanto desiderato. Generalmente i segni venivano prodotti utilizzando stiletti, coltellini o punteruoli. Agli inizi del secolo XII si fanno risalire le prime righe tracciate con una punta di grafite o più comunemente di piombo. Dal Codice 42. Miniatura al foglio 20, recto

La rilegatura Alla fine delle operazioni di scrittura il manoscritto risultava costituito di fascicoli sciolti, se non addirittura di fogli separati. Era quindi necessario procedere ad un'operazione di legatura. I fascicoli si assicuravano fra di loro con cuciture operate lungo la piega centrale. I vari fascicoli poi venivano uniti assieme all'interno di una copertina utilizzando fascette, cinghie e lacci uniti orizzontalmente al dorso del codice attraverso una nervatura. I piatti che custodivano i fascicoli erano generalmente di legno. Quercia, pino e faggio i più comunemente utilizzati. L'uso del cartone iniziò a diffondersi solo a partire dal tardo XIV in Europa meridionale. Spesso i piatti venivano ricoperti da coriami colorati e decorati con uno strumento metallico reso incandescente. Per evitare che la pergamena dei fascicoli si increspasse, spesso la copertina veniva dotata di fibbiette per mantenere salda la chiusura. Si potevano trovare anche quattro borchie poste sui quattro angoli utili a mantenere una certa distanza fra le copertine dei manoscritti, che veni vano riposti sugli scaffali delle biblioteche appoggiandoli orizzontalmente e non verticalmente. Spesso le copertine dei manoscritti erano impreziosite da tessuti rari se non addirittura da metalli finemente cesellati e fregiati di pietre preziose. Legatura del Codice 2 dell'archivio Colutta

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indica la via, ora formula magica, ora tutela apotropaica del saggio viandante, ora canto d'amore del cavaliere errante cui il destino indicherà al fine la via: fata viam invenient. Labirinto e labirinti Il labirinto è anche il forno alchemico della tradizione esoterica, l'athanor, crogiuolo di ogni essenza universale, simbolo del corpo, del cosmo in cui prende forma ogni essenza, l'anima compresa. I mitografi narrano che Dedalo, progettista e costruttore del Labirinto di Cnosso, sia stato, oltre che architetto, un inventore, un fabbro, un mastro di forme, di stampi e conii: la moneta si conia, così come pure la parola. Ogni demiurgo è infatti un buon falsario e ogni falsario un perfetto alchimista. Egli nomina le cose e gli oggetti che crea nella sua bottega imitando l'essenza dell'idea universale ed eterna che si trova altrove. Coniatore di falsi e di parole, creatore di microcosmi e di copie alterate del vero, costruttore di labirinti quindi, di mondi paralleli, subcreatore di universi, tale è il Demiurgo, il costruttore di ogni labirinto, ben diverso da Dio, il gran geométra che non finge20, ma crea. D'altronde già Dante, nella Commedia, mette in chiara evidenza il rapporto che intercorre tra labirinto, inferno, alchimia e parola. Che il percorso attraverso i tre regni sia un viaggio iniziatico è cosa nota e già molto ben indagata dalla critica. Meno conosciuta invece resta la possibilità di interpretare il viaggio ultraterreno del poeta come un percorso labirintico. Non è certo un caso la presenza di Minosse all'ingresso dell'Inferno, scelto non solo perché simbolo della giustizia e dell'inflessibilità della legge, ma piuttosto per la sua stretta riconducibilità all'idea stessa del labirinto. Le parole che lo spirito del re di Creta rivolge a Dante: "Guarda com'entri e di cui ti fide / non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!21" e che sono la perfetta parafrasi della raccomandazione che la Sibilla rivolse ad Enea prima di scendere nell'Ade22, suggeriscono proprio la chiave di lettura di tutto l'itinerario: di labirinto si tratta, luogo pericoloso in cui è facile entrare ma dal quale è difficilissimo uscire. L'Ade stesso è un Labirinto in cui il tempo non esiste. Luogo di vaticini e di profezie è per i vivi che lo attraversano cammino di conoscenza e di perfezione: Ulisse, Enea, Giona, Cristo, Artù, Dante23 vi sono discesi per uscirne rigenerati. Vi hanno 20 Dal latino fingere appunto, arte del vasaio che riproduce in serie da un modello ideale. 21

Cfr. Dante, Inferno, V, 19-20

22 Cfr. P. Virgilio Marone, Eneide, VI, 127-128. 23 Per un approfondimento sul tema si veda A. Floramo, I sentieri delle parole. La lingua latina nell'Itinerarium santoniniano, in L'Unicorno 2/99, passim.

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incontrato la sapienza dei sogni veritieri, quelli che fuoriescono dalla porta di corno24. Ancora più interessanti risultano le parole di alcuni alchimisti, incontrati dal poeta in Malebolge. Questo canta Griffolino25: "I' mi saprei levar per l'aere a volo / e quei, ch'avea vaghezza e senno poco / volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo / perch' io nol feci Dedalo, mi fece / ardere a tal che l'avea per figliuolo / Ma ne l'ultima bolgia de le diece / me per l'alchìmia che nel mondo usai /dannò Minòs, a cui fallar non lece". Il riferimento a Dedalo, a Minosse e all'alchimia si fa esplicito. E più avanti Capocchio26 dice: "Sì vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio / che falsai li metalli con l'alchìmia / e te dee ricordar, se ben t'adocchio / com'io fui di natura buona scimia" dimostrando come ogni costruttore è scimmia di Dio, appellativo che il Medioevo frequentemente attribuì al Diavolo27. Ogni metamorfosi è soggetta al rito del passaggio e ogni passaggio è in se una "circumambulazione". Come avviene nel gioco, in cui è il dado a scegliere la via e l'azzardo conduce a muovere i passi da una parte piuttosto che dall'altra. È in fondo la parodia dell'arte del sic et non, la dialectica dei grandi maestri aristotelici, la scienza del trivio (un crocicchio appunto) che nel suo prefisso porta stretta parentela con il diavolo, il grande suddivisore, il loico28 per eccellenza29 dei fabliaux medievali.

Ma questa conoscenza riserviamola per l'ultima stanza del

labirinto. Labirinti non solo a parole Il labirinto è intermediario fra il mondo e il soggetto che lo attraversa, proprio come la parola è signum tra l'uomo e la realtà. L'analogia è certo molto forte, e per questo suggestiva. E proprio come signum il medioevo riscopre l'idea di labirinto e la diffonde tra XII e XIV secolo, ne esalta il valore simbolico fino quasi a proporlo come ideale rappresentazione del mondo. Nel corso di questi due secoli gli intrecci delle cosmogonie, gli orditi delle stoffe, le miniature dei manoscritti, i trattati di alchimia, le tavole di astrologia, perfino i percorsi delle giostre cavalleresche: tutto diventa immagine del labirinto 24

Cfr. P.Virgilio Marone, Eneide, VI 893-896.

25 Cfr. Dante, Inferno, XXIX, 113-120. 26 Cfr. Dante, Inferno, XXIX, 136-138. 27 Cfr. infra. 28 Cfr. Dante, Inferno, XXVII, 122-123 29 Cfr. P. Odifreddi, Il diavolo in cattedra. La logica da Aristotele a Gödel, Torino 2003.

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ideale, errare tortuoso in cui segni, sogni e simboli si chiudono a maglia per nascondere la Verità, salvarla dagli occhi dei profani che ne sono indegni30. In questi stessi anni Bernardo Silvestre, nel suo accattivante commentario virgiliano31, rappresenta Enea come allegoria dell'anima che viaggia lungo labirintiche mappe superando le prove di un gioco mitografico il cui significato allegorico profondo è il conseguimento ultimo della salvezza. Un Medioevo ludens che riscopre gli hisperica famina, le raccolte di aenigmata32, i grilli gotici delle cattedrali33 non può non lasciarsi ammaliare dal potere evocativo del labirinto, dallo strabiliante magnetismo di cui si fa portatore. Perché non c'è nulla di più serio del gioco quale traslazione ideale del valore della vita su di un piano simbolico. Gli acrostici e l'ars combinatoria di Raimondo Lullo34 bene si adattano al gioco dell'Hybris, il meticcio assoluto, che scompone le forme pure per creare mostri di straordinaria potenza evocativa: l'Honocentauro, il Centauro, il Minotauro stesso sono la risultanza linguistica di una scomposizione e di una ricostruzione, un neologismo fantastico che opera sul mito con le stesse regole della linguistica. In base a queste stesse regole Cristo prende il posto di Teseo, il Minotauro lascia al Demonio il suo trono nel cuore del labirinto, che poi è il mondo intero35, la Babilonia infernale, la Città della grande meretrice, la roccaforte da espugnare. E talvolta è proprio una donna, una meretrice, che consente di espugnare la città, di penetrare nel labirinto. Secondo i commentatori antichi della Bibbia la città di Gerico aveva pianta a forma di luna36. La meretrice Rahab tradisce la città facendo scendere dagli spalti informatori che si calano attraverso una fune rossa, rossa come il colore del filo di Arianna37. Avviene la stessa cosa a Cividale, secondo al narrazione di Paolo Diacono, quando Romilda, la lussuriosa, consentirà agli Avari di espugnare la città38. È il topos della bella che fa scendere le trecce dalla torre. E meglio consente di comprendere il valore simbolico del labirinto, in cui eros, conoscenza, guerra nascita e morte si mescolano 30 Uno straordinario labirinto testuale e iconografico è rappresentato dal manoscritto Guarneriano 42, che conserva le Sentenze di Pietro Lombardo. Guarnerio lo acquisì dalla famiglia Panciera come pegno per il prestito di una somma di denaro. Pregevolissimo nei contenuti rappresenta un meraviglioso bestiario fantastico di ricca e complicata simbologia. 31 Per Bernardo Silvestre cfr. Commentum quod dicitur Bernardi Silvestris super sex libros Eneidos Vergilii. Ed. J.W. Jones, E. F. Jones. Lincoln 1977. 32 Cfr. G. Polara, Aenigmata, in AA.VV. Lo spazio letterario del Medioevo, II, Roma 1993. pp. 197-216. 33 Cfr. J. Baltrušaitis , Il medioevo fantastico, Adelphi, Milano 1993 34 Cfr. Ramon Lull, Opera Omnia, Mainz, 1721-42., 35 Nel ms. n.° 6349 (sec. XI) conservato presso la biblioteca di Monaco di Baviera, a commento del già citato passo boeziano (cfr. nota n.° 6) si legge:" Ecce minotaurs vorat omnes quos laborinthus implicat; infernum hic notat, hic Zabolum"; cfr. P.Santarcangeli, Il libro dei labirinti, Milano 2000, p. 190. 36 Anche il Minotauro viene spesso raprresentato nell’iconografia dei manoscritti medievali con la fronte stellata del pentacolo: le sue corna sono quelle della luna. E il suo nome, Asterione, si corrompe in Astarotte. La metamorfosi demoniaca è compiuta. 37 Le somiglianze sono troppe perché si tratti di una semplice coincidenza. Le mura di Gerico cadranno dopo che i guerrieri ebrei avranno compiuto sette giri di danza attorno ai suoi confini: una danza di sette volute, numero ricorrente nella definizione del labirinto; cfr. nota n.° 6. 38 Cfr. Paolo Diacono, Historia Langobardorum, IV, 37.

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L'incunabolo Con il termine di incunabolo vengono designati i primi libri realizzati a caratteri mobili e stampati tra la metà del XV (più propriamente a partire dall'invenzione di Gutenberg, ascrivibile all' anno 1455) fino a tutto l'anno 1500, per quanto alcuni esemplari vennero prodotti anche ben oltre il termine cronologico comunemente assurto quale parametro temporale ante quem. Si tratta di un manufatto che sta a metà strada tra un manoscritto e un testo a stampa per alcune caratteristiche intrinseche che lo rendono immediatamente riconoscibile. Gli incunaboli infatti imitavano i codici manoscritti, che molti intellettuali continuavano a preferire, restii all'innovazione tecnologica, inducendo così i primi editori a riprodurne le sembianze.

Incunabolo della Guarneriana (Inc. 32, Constitutioni de la Patria del Friuli. Udine, G. di Fiandra, 1484, 31 luglio)

Così fino almeno a tutto il 1480 gli incunaboli non sono dotati di un frontespizio, e ciò spesso genera notevoli problemi di identificazione del titolo dell'opera e dell'autore, non necessariamente citati nell'incipit dell'opera. Permangono numerose abbreviature tipiche della paleografia medievale; il testo è frequentemente suddiviso in colonne; le note, come le glosse dei secoli precedenti, sono stampate a margine, e i capilettera vengono lasciati volutamente in bianco dai tipografi affinché in un secondo momento artisti specializzati li possano esornare a mano. Spesso, per agevolarne il lavoro, venivano inserite lettere a caratteri molto piccoli, dette lettere guida, che l'artigiano avrebbe poi dovuto disegnare. Si tratta di opere capaci di ispirare grande suggestione in chi le legge. Colui che le ha acquistate si è infatti lasciato convincere dalla bontà dei contenuti di cui si è resa garante l'officina libraria che le ha prodotte, ormai divenuta stamperia, dalla pregnanza di un'introduzione, dall'autorevolezza di un glossatore, dalla dottrina di un commentatore. Stampatore e luogo dell'edizione spesso ricorrono nelle biblioteche di chi li ha già scelti una volta, in quanto sono riconducibili a una tradizione di famiglia che assolve alla garanzia di serietà e di correttezza, specialmente nel caso in cui si tratti di testi sacri. All'editore non si chiede soltanto la fedeltà del contenuto ma anche una serie di servizi aggiuntivi, come ad esempio l'arricchimento del testo attraverso un commento che sappia guidare i debiti approfondimenti esegetici. Tra gli esemplari più interessanti e preziosi conservati in Guarneriana ricordiamo una Bibbia (mm. 480 x 330) stampata a Strasburgo per i tipi di Adolf Rusch e Anton Koberger fra il 1481 e il 1482. Esemplare di grande interesse, riporta, oltre a un Prologo e a una Prefazione, le glosse ordinarie di Walafrido Strabone (807-849) e quelle interlineari di Anselmo di Laon (+1117). Suddiviso in quattro parti, rispettivamente di cc. 254, cc. 326, cc. 340 e cc. 290, il testo è stato stampato in caratteri gotici. I capilettera sono manoscritti in rosso e azzurro, alcuni dei quali particolarmente belli. La legatura è in cartoncino col dorso rivestito in cuoio. Appartenne a Monsignor Carlo Fontanini.

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assieme in intrecci talvolta difficili da decifrare se non in un quadro immensamente ampio di confronti e sovrapposizioni. Dalla cripta alla cattedrale Il paradiso della tradizione caldea è un luogo ameno, piantato ad alberi da frutto. Un giardino meraviglioso circondato da mura. È il corrispondente del Paradiso Terreste, l'archetipo del verziere d'amore, dell' erbario e dell'hortus conclusus di memoria cortese. La sua rappresentazione architettonica è la cripta, nel cui silenzio germinano le radici universali dell'arbor vitae. E proprio sopra la cripta molte cattedrali romaniche portano istoriato un labirinto. La topografia è quella dantesca: sopra l'inferno labirinto e sotto, all'apice della montagna del Purgatorio, il Paradiso Terrestre, l'hortus conclusus, la cripta in cui si preserva intatta la bontà primigenia. Cambiano le tipologie da Lucca a Chartres a Lione, ma il significato resta identico: si tratta di un percorso iniziatico, di un cammino di salvazione. Prende molti nomi, come "cammino di Gerusalemme" o "Danza di Salomone". E alla sensibilità del pellegrino-penitente medievale che spesso ne percorreva le volute in ginocchio, appare come l'attraversamento di un non luogo denso di incontri, di apparizioni, di visioni: in esso si racchiude la via della Croce, il cammino di Cristo dai Getsemani al Golgota. Con ogni probabilità nel cuore del labirinto della cattedrale di Lione c'era uno specchio. Ne rimane ancora visibile l'iscrizione: "Hoc speculo speculare legens quod / sis moriturus / quod cinis immolutum quod vermibus / esca futurus39". È la verità terribile, l'ecce homo riflesso e immillato nel volto di ognuno. Come a dire che chiunque riesca a giungere nel cuore del Labirinto trova se stesso nel volto di Cristo Uomo-Dio, Hybris per eccellenza, neologismo fantastico, tra tutti i monstra il più stupefacente. Una conclusione davvero non dissimile a quella cui era giunto nel XIV secolo maister Eckhart40, che nella sua introspezione mistica scorgeva nascosto nell'abditum mentis, in interiore homine, quindi nel cuore del labirinto, il volto di Cristo in tutta la sua sconcertante divina umanità. Ed è quello che vede anche Dante nel cerchio tracciato dal gran Geométra alla fine del suo viaggio41.

39 Cfr. P. Santarcangeli, Il libro dei labirinti, Milano 2000, p. 196. 40 Cfr. Meister Eckhart, Opere Tedesche, a c. di Marco Tannini, Firenze 1982. 41 Cfr. Dante, Paradiso, XXXIII, 127 e segg.

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L'officina libraria di Guarnerio42 Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti. M.Yourcenar, Le memorie di Adriano All'origine fu Roma. O forse no. Forse lo stesso castello di Zoppola gli riservò silenziose meditazioni tra gli scaffali di una biblioteca antica e privata, legata al nome di una famiglia illustre e potente nella Patria del Friuli e rinomata ben oltre i suoi confini. La sede avita della famiglia Panciera lo aveva infatti accolto, orfano giovanissimo di padre, poco più che diciottenne, per assicurargli, giovane brillante e capace, propenso alle lettere e ben disposto all'avventura intellettuale, un avvenire meno incerto di quello riservato a coloro che non godevano né di un nome né tantomeno dell'adeguata protezione di un mentore potente e generoso. Il vecchio cardinale Antonio lo introdusse negli ambienti curiali della grande Città, così solleciti e resi fecondi da tutte le nuove energie che attraversavano quegli anni, in cui i ripetuti concili indetti per sanare le divisioni della Chiesa, sia d'Oriente che d'Occidente, agevolavano lo spostamento di segretari e abbreviatori, uomini di lettere curiosi, intellettuali che certamente impiegavano le ore vuote da impegni, trascorse nelle abbazie in cui dimoravano durante il cammino, per leggere e trascrivere autori rimasti per secoli sepolti "nelle cieche carceri monastiche" in cui erano tenuti in ostaggio. Ne parlavano con grande rapimento, si scambiavano carteggi fittissimi e densi di impressioni, accentuati dal piacere della scoperta, dal sottile compiacimento per aver accostato le mani, primi dopo molti secoli, su pergamene ritenute ormai perse per sempre e ora riportate a nuova vita, ripulite da interpretazioni e commentari, finalmente libere di far risplendere la bellezza di un pensiero, quello dei classici, che tornava ad ispirare filosofi e artisti, letterati e poeti. È in questo clima che si forma un giovanissimo Guarnerio, il quale sa evidentemente scegliersi 42 Per una completa ed esaustiva disamina del patrimonio librario di Guarnerio rimando all'imprescindibile lavoro di L. Casarsa, M. D'Angelo, C. Scalon, La libreria di Guarnerio d'Artegna, Udine 1991, pp. 539 e agli illuminanti saggi introduttivi firmati dagli stessi autori, nonché all'ampio apparato bibliografico del più completo e ragionato catalogo del fondo Guarneriano oggi reperibile. Per quanto mi compete in questa sede provo semplicemente ad abbozzare un agile percorso, più vicino alla riflessione libera e disimpegnata piuttosto che al rigore di un saggio, una sorta di "parafrasi" con molte licenze, una digressione che sappia rendere, anche se soltanto in filigrana, il profilo dell'uomo, e non soltanto quello dell'umanista, con le sue passioni intellettuali e umane, proprio quelle che hanno attraversato l'intera sua vita e lo hanno reso degno di memoria. Per quello che ha fatto e per quello che è stato. Queste poche note nascono dai mesi di frequentazione degli scaffali della sua "libraria" in veste di direttore scientifico dell'antica istituzione sandanielese. Raccolgono le suggestioni che ho avuto il privilegio di condividere con il personale esperto e appassionato della Biblioteca, che vi lavora da anni, conoscendola e amandola più di chiunque altro: Meri Ziraldo, Sandro Bizzaro, Manuele Sivilotti, Antonella Molinaro e Chiara Provedel. Senza di loro al mio calamo sarebbe mancato ogni inchiostro.

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bene i suoi protettori: alla morte del Panciera (1431) viene accolto sotto l'egida del Patriarca di Aquileia Biagio dal Molin, che è anche il titolare della Cancelleria apostolica: un luogo frequentato non soltanto dal fiore della diplomazia europea, ma anche da straordinari copisti, miniatori, amanuensi di altissima professionalità. Probabilmente il Panciera, il prelato che ha condiviso e seguito la sua formazione intellettuale, alla sua morte, gli fa dono di codici rarissimi. Alcuni Guarnerio se li compra. Fra questi, con ogni probabilità, le splendide bibbie, sia quella atlantica che quella bizantina, preziosissimi esemplari della sua collezione. E' in questo ambiente di altissimo livello che il giovanissimo letterato friulano, poco più che ventunenne, comincia ad amare le pergamene, gli inchiostri, i colori sfavillanti e vivaci dei capilettera exaurati. E le parole latine vergate su quelle carte, con la sapienza ad esse sottesa. Sono anni di grandi cambiamenti, anche repentini. Nel 1434 il pontefice romano Eugenio IV decide di troncare i rapporti con i padri conciliari riuniti a Basilea. Nel 1439 lo troviamo a Firenze, dove partecipa ai lavori con gli emissari della chiesa Bizantina, ormai assediata dai turchi. Mesi di grandi aspettative. E' probabile che Guarnerio segua i diplomatici pontifici verso nord. Ci piace pensare che mantenga i contatti con i dotti orientali, iniziando a maneggiare meglio l'alfabeto greco e le chiavi straordinarie di conoscenza che tale lingua, antichissima e di sicuro impatto sulla sua ansia di conoscenza, deve avere esercitato su di lui negli anni più intensi della sua formazione. Fra il 1435 e il 1445 è dunque di nuovo nel suo Friuli, tra Aquileia e Udine. Abbreviatore della Cancelleria Apostolica. Un titolo prestigiosissimo. Che gli apre le porte degli scriptoria più importanti della Patria. Explicit Eppidicus, comedia octava et ultima Plauti Asinii poete clarissimi. Aquilegie. Laus Deo et Amen. Decima Ianuarii MCCCC tricesimo sexto. Gracias Deo. Amen. Questo si legge alla carta 130r del manoscritto Guarneriano 54. Il codice è appuntatissimo, denso di annotazioni e postille di sua mano. Un manoscritto importantissimo, che tradisce tutta la passione del giovane umanista friulano per il mondo classico. Non è un'opera religiosa, questa, non un salterio, non una bibbia, nemmeno una raccolta agiografica. Si tratta di Plauto, autore straordinario, poligrafo multiforme, non certo materia da cui trarre exempla morali. Ma sicuramente una miniera lessicale, sintattica, retorica, un rutilante e giocoso flusso di pura latinità nel cui magma incandescente affinare gli strumenti di giovane filologo mai sazio di sorprese intellettuali. È l'apografo del manoscritto in possesso di Giovanni da Spilimbergo, che nel 1430 insegna grammatica a Cividale. In una lettera da lui inviata al Guarino, gli comunica che sta leggendo ai suoi studenti le otto commedie di Plauto che ha copiato dal codice sul quale lo stesso

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La Cinquecentina Con il termine cinquecentina ci si riferisce, nel linguaggio corrente, a quei libri a stampati nel corso del XVI secolo. Anch'essa, come l'incunabolo, veniva realizzata con il torchio a caratteri mobili. Ciò che la contraddistingue è piuttosto una serie di innovazioni estetiche che si manterranno nel corso dei secoli successivi perché considerate vincenti e perfettamente consone con il gusto moderno che si stava imponendo negli ambienti culturali più qualificati in Italia e in Europa. A partire da alcuni centri di diffusione importantissimi quali Venezia e Firenze, la stampa aveva goduto di una vastissima fioritura rispetto al secolo degli esordi, affinando notevolmente non tanto le tecniche, quanto piuttosto l'idea del libro inteso come progetto editoriale in cui molti fattori tra loro diversificati concorrevano alla godibilità del prodotto finale.

Le caratteristiche del libro del Cinquecento evidenziano infatti una straordinaria complessità facente capo ad una evoluzione della grafica che si compì nel giro di pochi decenni. Il manoscritto non veniva più visto come un modello al quale fare riferimento nella realizzazione di un libro, come era accaduto per l'incunabolo: concorrevano altri elementi, quali l'organicità, la fruibilità, la chiarezza e non da ultimo la piacevolezza di un oggetto bello da collezionare e molto più economico, dunque alla portata di una maggiore quantità di fruitori. Ciò comportò progressivamente la fioritura di testi a stampa in lingue diverse dal latino e per questo accessibili a molti più lettori. Diventa così costante l'inserimento di un frontespizio variamente ornato in cui campeggino con chiarezza il nome dell'autore, il titolo dell'opera, la stamperia, lo stampatore, l'anno e il luogo di produzione. Le tavole illustrate e le decorazioni assumono spesso un valore didascalico di primaria importanza, e sono perfettamente comprensibili, immediatamente riconducibili ai significati espressi nel testo scritto, così come l'apparato di note e i commenti, che dai margini tendono a spostarsi in calce al libro, rendendo libere le pagine per eventuali appunti, sottolineature e glosse apportate direttamente dalla mano del lettore-proprietario, che concorre in tal modo alla personalizzazione di un'opera di studio ormai destinata a far bella figura di sé negli scaffali degli studioli e delle biblioteche di tutta Europa. Tra le cinquecentine più antiche conservate in Guarneriana ricordiamo uno pseudo Cornelio Gallo (Massimiano), stampato a Venezia da Bernardino Vitale nel 1501, edizione rarissima che poche altre biblioteche al mondo possono vantare.

Cinquecentina appartenuta a Giusto Fontanini

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celeberrimo umanista veronese stava a sua volta lavorando per emendare i testi con l'acribia di cui era capace. Si tratta dunque di un laboratorio di filologia che si squaderna davanti agli occhi stupefatti di Guarnerio in tutta la sua straordinaria complessità. Per questo lo vuole vedere, desidera copiarlo, studiarlo, annotarlo. E lo fa proprio ad Aquileia, dove è ormai un canonico affermato43. Alla carta 6r si leggono alcune notulae di Bartolomeo Baldana, canonico pure lui, e di certo amico molto intimo del nostro. Lavorano assieme. Si prestano i manoscritti. Si scambiano idee, suggestioni. Forse vivono con una certa sofferenza lo stato canonicale. È curioso che entrambi ne trasgrediranno i voti, proprio in quel periodo vissuto fra Aquileia e Udine, divenendo padri rispettivamente di Pasqua, figlia di Guarnerio, e di Giovanni, figlio di Bartolomeo, due giovani che qualche anno più tardi, nel 1452, mirabile dictu, convoleranno a nozze, stravolgendo definitivamente la vita e il destino dei loro genitori. Negli scriptoria del Capitolo Guarnerio si dedica ad un'attività intensissima. Studia molto, copia moltissimi esemplari, li annota compulsivamente. Faranno parte della sua collezione. È in quegli ambienti che conosce abilissimi copisti di professione, che poi lui stesso chiamerà a sé affinché lo aiutino nell'impresa di arricchire la sua libraria. Fra costoro Niccolò di Lavariano, la cui mano ritorna molto spesso fra le carte dei codici guarneriani. L'attività culturale, certamente molto intensa, è testimoniata dalle numerose glosse che in questi anni Guarnerio appone, di sua mano, ai testi. L'amore per la sua Terra lo porta ad inseguire reti toponomastiche, riferimenti storici, chiose e digressioni sui luoghi e i personaggi del suo Friuli. Si mette in mostra, certamente, per acume e febbrile, inesausta sete di conoscenza. Così, a soli trentacinque anni si guadagna il titolo più prestigioso cui avrebbe mai potuto aspirare: quello di vicario del Patriarca di Aquileia, di cui potrà fregiarsi fino al 1454. L'autorità più alta, sia dal punto di vista giuridico-amministrativo che da quello pastorale. Ma soprattutto, in virtù del ruolo che gli è stato conferito, può giovarsi della celeberrima cancelleria patriarchina, una fra le più grandi officine librarie della Patria, frequentata dai migliori copisti e miniaturisti dell'epoca: tutti quei Leonardo di Gabriele Pittiani, Michele Salvatico, Marco da Spilimbergo, Giovanni di Melchiorre, Battista da Cingoli e Niccolò de Collibus che così tanto contribuirono ad accrescere il patrimonio librario guarneriano, con gli esemplari più belli, curati ed eleganti dell'intera raccolta, testimoni di quella cultura classica che regalò all'Europa intera il messaggio di un mon43

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Sia il codice di Guarino che quello di Giovanni sono andati persi. Resta quello di Gaurnerio, unica testimonianza di una tradizione tanto importante e caratterizzata da ineguagliabile dedizione.


do nuovo, in cui l’Uomo riscopriva la sua centralità nell’Universo attraverso la contemplazione della Bellezza, considerata unico e vero specchio della Verità. Guarnerio spesso si unisce a loro. Si immerge in un lavoro di comparazione filologica estremamente accurato, come testimoniato dalla straordinaria versione del codice Guarneriano 9, che conserva la Storia Universale di San Gerolamo, letta in chiave moderna, come fonte per la riscoperta del Mito e dell'importanza di Roma nelle spire infinite del tempo. Poi all'improvviso tutto si ferma. E Guarnerio torna ad essere un "semplice" pievano. È il 1455. Non è più il vicario che può giovarsi dei migliori "librari" e "scriptores". Cos'è mai successo? Sappiamo che nel 1453 il Nostro riconosce e legittima la giovanissima figlia Pasqua. Nello stesso anno anche l'amico di sempre, Bartolomeo Baldana, fa lo stesso con il proprio figlio, Giovanni. I due, come si è detto, si potranno sposare proprio in virtù di tale atto di agnizione che per un uomo della rilevanza di Guarnerio implica la drastica conclusione di una splendida carriera. Ma Pasqua, proprio in virtù di tale dichiarazione, limpida e coraggiosissima, potrà ricevere una dote e quindi godere di un matrimonio "onesto". L'amore più della conoscenza, secondo quanto recita il meraviglioso passaggio di San Paolo tratto dalla Prima Lettera ai Corinti: "Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l'amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l'amore, non sarei nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi l'amore, niente mi gioverebbe44". I manoscritti di questo periodo non sono tra i più belli, da un punto di vista estetico. I copisti non hanno nomi blasonati, perché la ristrettezza economica in cui l'umanista ormai versa non gli consente più di stipendiare i fuoriclasse del periodo precedente: tra questi Niccolino da Zuglio e Niccolò di Iacopo, rettore delle scuole di Gemona dal 1453. Per lo più studenti e "magistri" di grammatica, i cui scritti devono spesso essere corretti, emendati per mano dello stesso Guarnerio. E qui sta forse la straordinaria risorsa cui egli ricorre: si inventa la scuola di grammatica, alla quale mette a disposizione i libri della sua prestigiosissima e copiosa raccolta, in cambio di altre copie e trascrizioni. Gli scriptoria si diffondono a San Daniele. La circolazione libraria anche. Un monito e un esempio che dimostra bene, anche a noi oggi, che viviamo nostro malgrado stagioni di crisi, quanto la capacità di inventare nuove vie per la promozione della cultura e 44 Cfr. 13,1-13

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della conoscenza possa essere il migliore fra gli antidoti alla recessione e l'unico, straordinario sprone verso il cambiamento. Il resto è storia. Conclusione Non abbiamo ancora parlato di chiavi. Partendo dall'etimologia del nome, potremmo considerare il fatto che claudere e claudicans hanno simile radice linguistica. Claudus, lo zoppo, camminando gira attorno a se stesso, causa la visibile asimmetria del suo passo. L'incedere diventa una specie di danza, come quella officiate degli ebrei davanti alla pianta delle mura di Gerico a forma di luna , come la danza di Salomone davanti al tempio labirinto. C'è un dio zoppo che si fregia la fronte di un doppio corno di luna: è il vecchio Saturno, che nell'esemplificazione iconografica sembra molto simile ad Astarotte dal piede caprino, ovvero Asterione, il Minotauro . Il suo esilio dall'Olimpo lo trasforma in un angelo caduto, lo rende simile al Signore del Mondo, epiteto con cui spesso nel medioevo si designava il Diavolo. Anche Ercole usa una chiave: una clava, per l'esattezza, con la quale uccide l'antico draco, l'idra che ha sette teste, tante quanti sono i meandri del labirinto . Ma la chiave per eccellenza resta comunque la croce. Essa è simbolo iniziatico, incontro di vie, scandalo triviale dell'estrema e perfetta trasformazione dell'uomo in dio, della morte in vita. E il Verbo sulla croce è propriamente la parola nel cuore del labirinto. Sigillo degli antichi mappamondi non è forse la Tau, con Gerusalemme al Centro topografico delle linee universali? La Tau, croce e ascia bipenne dell'ultimo sacrificio, quello in onore di Deus, Labrace, Labirinto di insondabile profondità. Pietro Diacono da Montecassino, nel suo Libellus de cerimoniis aulae imperatoris descrive il magnifico mantello di Ottone III . Ne parla come di un labirinto istoriato e fregiato di segni zodiacali e costellazioni, al cui centro siede in trono un Minotauro astronomo. Ha un dito sulle labbra, come se chiedesse il silenzio. Nel labirinto, lo abbiamo visto, così come nella biblioteca borgesiana dalla quale siamo partiti, si compie la grande metamorfosi, la trasformazione estrema. E di fronte ad essa non ci sono parole capaci di offrirne una spiegazione. Resta solo il silenzio, come quello dell'infante le cui labbra si protendono senza parola sulla verità: perché transumanar per verba non si poria .

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Dal Codice 42. Miniature al foglio 107, recto


L'edificio della Biblioteca Guarneriana e l'adiacente Duomo di San Michele Arcangelo

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Una Biblioteca viva: la costruzione del patrimonio librario da Guarnerio a Giovanni Domenico Coluta45 Una Biblioteca è paragonabile a un essere vivente, che cresce e si trasforma assumendo via via profili differenziati ma mantenendo sempre la stessa anima. La sua vita può durare secoli e quindi nel corso del tempo vive di metamorfosi continue, di accrescimenti o di diminuzioni. Di donazioni e di rapine. Le note di possesso, le glosse, i diversi inventari di libri compilati nel tempo e conservati gelosamente assieme ai patrimoni che essi stessi descrivono, sono lì a testimoniarci la sua lenta evoluzione. Il suo affinamento. Ne costituiscono, per così dire, il codice genetico. Si può affermare che il primo nucleo librario della Guarneriana sia propriamente costituito da alcuni manoscritti provenienti dalla biblioteca del cardinale Antonio Panciera, mentore e protettore del nostro, cui si aggiungono quelle celebri otto commedie di Plauto conservate nel codice 54 e che Guarnerio stesso copiò nel 1436 sottoscrivendole di sua mano alla c. 130r: poco più che ventiseienne, abbreviatore della cancelleria apostolica, si trovava ad Aquileia, nel suo Friuli, rientrato da Roma. È già un chierico assetato di conoscenza e toccato dalla febbre della bibliofilia. Nei trent'anni successivi non farà altro che acquistare, copiare o far copiare i codici che costituiranno il meraviglioso patrimonio della sua libraria: rivolgendosi a una fitta rete di amici e conoscenti a Spilimbergo, Udine, Venezia e Firenze. Il primo vero inventario è datato 25 agosto 1456. Vergato dallo stesso Guarnerio, sembra nato per una necessità pratica: l'Umanista probabilmente sta traslocando definitivamente a San Daniele, della cui chiesa di San Michele è il pievano, e quindi ha bisogno di stilare su carta il punto della situazione. È probabilmente durante questo soggiorno che molti codici appartenuti alla libreria della chiesa confluiscono negli scaffali privati di Guarnerio. Si parla di una "chassa", in cui le opere sono suddivise in base alla loro preziosità: dai libri finemente miniati, "indorati", a quelli più umili, cursori, di studio, ma ovviamente non meno importanti e preziosi per chi li ha amati e collazionati nel corso di una vita intera. Sembra anche che Guarnerio, in questo elenco, segnali con scrupolo quelli che sono ancora di proprietà della famiglia Panciera di Zoppola. Segue poi un elenco più dettagliato, del 1461. I libri sono cresciuti di numero e sono classificati e indicizzati per argomento, con una straordinaria attenzione nell'indicare autori, contenuti, materiali scrittori, presenza di miniature. Questa volta compilato dal celebre notaro Niccolò Pittiani, esponente di una famiglia molto in vista di giurisperiti; 45 Buona parte delle informazioni qui collazionate sono tratte dall'illuminante e preciso lavoro svolto da Mario D'Angelo. Cfr. in particolare M.D'Angelo," La biblioteca guarneriana", in "San Denel", SFF, Udine 2004, II, pp. 159-200.

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da tempo accompagnava Guarnerio e ne sosteneva l'opera febbrile di raccolta libraria. Fu proprio lui a vergare il testamento che nel 1466 suggella il trasferimento alla Magnifica Comunità di San Daniele dell'intero patrimonio di codici, perorando in seguito, davanti al Consiglio, la necessità di trovare una sede più consona ad ospitare tanta ricchezza. I volumi elencati superano il numero dei 170, organizzati secondo una chiave di inventario che li ripartisce in: ecclesiastici, historici, poete, comici et satiri et alii. Una raccolta dunque che spazia dalle Bibbie ai Padri della Chiesa; da Cesare e Sallustio a Plutarco e Tucidide; da Plauto e Properzio a Ovidio e Giovenale. Una biblioteca di studio e di ricerca straordinariamente ricca, composita e variegata, almeno quanto lo furono gli interessi e gli appetiti culturali del suo fondatore. Alla morte di Guarnerio la libraria continua a crescere, anche se viene di fatto reclusa in una stanza - la cui edificazione si concluse solamente nel 1481 - posta sopra la cappella di San Girolamo, nel Duomo dedicato a San Michele, secondo le volontà testamentarie del Nostro. I manoscritti vennero dotati di catena, per motivi di sicurezza. Si accedeva a questa cripta del sapere e della conoscenza solamente oltrepassando tre porte dotate di tre chiavi ciascuna, consegnate alla custodia di tre diverse persone, e su esplicito permesso del Consiglio della Comunità, espresso tramite delibera. Ciò non impedì ovviamente che il patrimonio, per quanto stipato in ambienti poco consoni, umidi e mal areati, crescesse e si ampliasse, non di poco: una cospicua donazione, di una trentina di manoscritti, venne infatti elargita già dal parroco di San Daniele Pietro di Cattaro, nel 1500. La situazione mutò radicalmente in virtù del testamento stilato il 9 ottobre del 1734 con il quale mons. Giusto Fontanini avrebbe lasciato alla sua morte (avvenuta il 17 aprile del 1736) il suo prestigiosissimo patrimonio librario (ora noto come fondo Fontanini) costituito da più di 2000 edizioni a stampa, incunaboli di grande valore e oltre 100 manoscritti, alcuni dei quali preziosissimi per l'apparato iconografico di disegni e miniature, tra i quali non si possono tacere il celebre Breviarium Ecclesiae Viennensis Galliarum, del secolo XV (ms. 191), il meraviglioso Dante del secolo XIV (ms. 200); il Brunetto Latini del secolo XIV (ms. 238); il Missale Parmense del secolo XV (ms. 269), tutti finemente miniati. Fontanini era un bibliofilo di eccezione. Compì i primi studi sotto la guida dell'abate Giambattista Mozzi nella scuola pubblica di San Daniele, proprio quella nata alcuni secoli prima in virtù delle sollecitazioni culturali di Guarnerio, dei suoi grammatici e dei suoi copisti. Dopo una sofferta parentesi presso il collegio gesuitico goriziano, fu consacrato sacerdote a Venezia nel 1690, dove divenne bibliotecario privato e precettore della famiglia patrizia dei Moro. Fu qui che probabilmente conobbe

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Pergamene del fondo Coluta con sigillo sul tavolo della sala Fontaniniana

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Apostolo Zeno, poliedrico intellettuale che molto lo influenzò nelle sue scelte culturali future e al quale rimase profondamente legato per oltre quarant'anni. Sollecitato da inesausti appetiti culturali, intraprese molteplici indirizzi di ricerca, raccogliendo negli anni un enorme patrimonio librario, sia a stampa che manoscritto, specialmente inerente la storia della Regione, di cui compulsò e acquisì gli imponenti patrimoni eruditi e antiquari. Il suo trasferimento a Roma e il conseguente incarico di bibliotecario presso l'imponente raccolta del legato cardinale Giuseppe Renato Imperiali lo indussero dal 1697 ad approfondire lo studio della lingua greca e della storia della Chiesa. Ben presto venne riconosciuto dai circoli culturali della Città come un'autorità, tanto che il pontefice Clemente XI, ripristinando la facoltà di Belle Lettere alla Sapienza, gli affidò la cattedra di Eloquenza. Di carattere molto forte, non fu sempre benvoluto ai vertici delle istituzioni ecclesiastiche. Ma per il suo indubbio valore Benedetto XIII nel 1725 lo nominò vescovo di Ancira (Ankara). La sua posizione gli permise di attingere ad una mole enorme di documenti, che collazionò, acquisì, trascrisse facendoli propri. Per accogliere il lascito ricchissimo di manoscritti, codici, cinquecentine e altri libri rari legati ai suoi svariatissimi interessi culturali, il Consiglio dei XII deliberò di sistemare tutto il materiale in una libraria fatta appositamente realizzare dai mastri ebanisti Andrioli di Valvasone, che nel 1743, debitamente allocata, accolse nei suoi splendidi scaffali lignei in noce il patrimonio Fontaniniano e Guarneriano. Il Settecento fu per la Biblioteca Guarneriana un secolo d'oro. Furono in molti infatti ad accrescere le sue dotazioni, e tra costoro Domenico Fontanini, Ignazio Narducci, Daniele de Concina, i cui manoscritti sono catalogati nel fondo nuove accessioni. La stessa Comunità agì con saggezza per arricchirne il prestigio. Vendendo alcuni doppioni poté infatti comprare da Bartolomeo Amalteo, nel 1749, il preziosissimo codice miniato del secolo XVI contenente il Canzoniere e i Trionfi del Petrarca (ms. 139), abbellito da ben 387 capilettera in azzurro e oro di cui è celeberrimo il corredo iconografico, di incredibile nitore e bellezza, attribuito al celebre maestro Bartolomeo Sanvido, calligrafo e miniatore che fu operativo fra Roma e Padova nello splendore del primo Rinascimento. In questi anni lavorarono in Biblioteca tre importantissimi intellettuali le cui carte risultano ancora oggi fondamentali per esplorarne i fondi e i materiali: Domenico Ongaro, che ebbe mandato dal Patriarca Daniele Dolfin di ricercare fra i repertori della Biblioteca alcune opere di Francesco Barbaro su commissione del Cardinale bresciano Angelo Maria Querini; Giuseppe Liruti, che stava compilando il profilo di Guarnerio per la sua biografia dei letterati friulani; e non certo da ultimo Giovanni Domenico Coluta, che da bibliotecario puntiglioso e scrupolosissimo redasse un attento inventario

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dei manoscritti e riordinò l'archivio storico della Comunità dotandolo di strumenti di indagine ancora oggi utilissimi agli studiosi interessati ad investigarne le copiosissime memorie.

Dal Codice 42. Miniatura al foglio 251, verso

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Dal Codice 42. Miniatura al foglio 195, verso

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INDICE Guarnerio d'Artegna e il suo tempo di Elio Varutti

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Il quadro internazionale Il curriculum del primo bibliofilo friulano La biblioteca di Guarnerio Gli umanisti Guarnerio e il notaio Boscano Nonno Guarnerio, il moralizzatore Mercanti al tempo di Guarnerio Mercanti tra la Piccola Patria e il Centro Europa Quei cramari friulani "nelle parti di Germania" La "crudel zobia grassa" e i terremoti Cronologia Sommario e ringraziamenti Bibliografia Indice dei nomi Indice dei luoghi

10 13 16 21 22 28 32 40 42 45 50 53 54 58 61

La Biblioteca. Amanuensi, alfabeti, scritture e linguaggi nel Medioevo di Angelo Floramo

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Introduzione Biblioteca e biblioteche L'amanuense medievale La scrittura come rappresentazione del mondo Alla ricerca di Tebe Labirinto e labirinti Labirinti non solo a parole Dalla cripta alla cattedrale L'officina libraria di Guarnerio Conclusione

63 64 68 70 72 76 77 80 81 86

LE SCHEDE La pergamena La carta La posizione dell'amanuense La penna d'oca, l'inchiostro Il colore delle miniature Lo Specchio di Scrittura, la Rilegatura L'incunabolo La cinquecentina

65 67 69 71 73 75 79 83

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Guarnerio d'Artegna  

Il suo tempo, la sua biblioteca

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