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SPIGOLATURE


Ideazione e coordinamento generale Ing. David Guanciarossa Editing dell’opera Ing. David Guanciarossa Grafica di copertina Ing. David Guanciarossa Segretaria di redazione e illustrazioni Sabrina Grossi Fotografie Archivio Pro Loco Monte Porzio


Sauro Esposti

SPIGOLATURE Fatti e personaggi di Monte Porzio

2012 Ass. Pro Loco Monte Porzio e Castelvechi


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L ibr o pubblicato a cur a dell’autor e S tampato in I talia - 1° edizione 2012


Sommario Presentazione

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Spigolature

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Il milite nell’aia

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Una strana colazione

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Le fiere di ottobre

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Paese che vai usanze che trovi

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Le montagnole

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Le spigolatrici

35

La tromba del fornaio

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Le rogazioni

43

La cerca

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Il calcio che passione

51

Un tragico incontro di calcio

55

Famiglia ing. Emilio Terni

59

Dott. Gennaro Mascagni

65

Gino Esposto detto “El ministr”

69

Giuseppe Marroni (Duard)

71

Terragobba

75

Luigi Ghironzi

79

Colombo Taussi

83

Il mago Leonard

89

Artigiani di ieri …. e di oggi

97


SPI GOL AT U R E

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P r esentazione

Il lettore che si avvicina a questo piccolo volume, rimarrà sicuramente perplesso del suo contenuto. Per due ordini di motivi: il primo, perché non ha le caratteristiche di un racconto ben strutturato, con una trama e un significato finale ben preciso; l’altro perché il volume raccoglie sia le foto di alcuni personaggi, sia disegni relativi al contenuto dei racconti che sono stati inseriti. Non sono racconti storici nel senso usuale del termine ma ricordi del vissuto dell’autore. Spigolature infatti! Non storia vera, ma episodi avvenuti negli anni passati che hanno lasciato traccia nei compaesani. Fatti tipici, comici e di vita normale. Per quanto riguarda le persone o gruppi di persone rappresentate si sono scelte quelle che con la loro presenza, il loro comportamento, e ciò che hanno fatto, hanno lasciato un ricordo piacevole. I disegni raccontano visivamente il contenuto dei vari racconti. Il volume è stato scritto e illustrato con l’intento di far trascorrere alcuni momenti immersi con il pensiero verso quegli eventi tragici, felici, comici e anche di serietà per quei personaggi che si sono distinti nel nostro paese. Ci siamo riusciti ? Forse ! Altrimenti se la noia e l’insoddisfazione vi assalgono, vi chiediamo scusa per il tempo che vi abbiamo fatto perdere.


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S pigolatur e

In ogni paese o comunità ci si incontra con elementi che hanno naturalmente delle caratteristiche particolari che si riferiscono o al fisico, o al tipo di lavoro che esercitano o per le capacità di fare cose che non rientrano nel corso normale della vita. Anche qui questi soggetti esistevano con le loro particolarità e attività che caratterizzavano lo svolgimento della vita quotidiana del paese. Uno di questi era Antonio Polverari, soprannominato “Antogn del Sagrestan” perché oltre la sua attività prevalente che era quella dello stagnino, esercitava anche quella del sacrista.


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S P I G OL AT U R E

Nacque il 1° Gennaio 1884 e morì il 24 Giugno del 1957 per un male incurabile. La sua famiglia era composta dalla moglie e 4 figli, due femmine e due maschi e abitava in via Mazzini insieme ad una parente di nome Marietta. Antonio era un omino piccolo di statura, occhi scuri, capelli neri; era proprietario di una bottega con gli attrezzi più strani, spesse volte creati da lui; la moglie e i figli collaboravano alla pulizia della chiesa e alle incombenze relative ai riti religiosi. Oltre ad essere stagnino e sacrestano si occupava anche di tante altre cose. Si rompeva una pigna dove si facevano bollire i fagioli o il brodo, lui la rimetteva a posto, in grado di funzionare ancora; se si rompeva un ombrello, niente paura, c’era il sacrestano che ci pensava, c’era da fare una corona per il rosario? “Antogn del sagrestan” era lì pronto a soddisfare le tue esigenze. Insomma un uomo tuttofare e il suo fare era professionale. Il suo lavoro, oltre a svolgerlo nella bottega, per alcuni giorni della settimana lo esercitava nell’abitazione del contadino. Partiva al mattino con la bisaccia vuota per ritornare a sera con la stessa piena di ogni ben di Dio, pane bianco di grano, uovo fresco, formaggio fresco, ricotta, una fascinella di legna per accendere il fuoco, olive da mettere in salamoia o cuocere in padella. Per questa ragione, la casa di zio Antonio, zia Lalla e zia Marietta, era sempre piena di nipoti e parenti. Del resto il cuore e la bontà di quelle persone erano impareggiabili. Antonio il sagrestan aveva un grosso difetto: gli piaceva il vino e spesse volte dondolava lungo la strada.


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I l milite nell’aia

Una figura speciale e strana si aggirava nell’aia dei contadini durante la trebbiatura. Era un milite della milizia fascista che andava a presiedere la trebbiatura per controllare la quantità di grano prodotto e prelevarne una parte che veniva poi consegnata al Partito Nazionale Fascista. Almeno così dicevano, e alcuni speravano. Questo personaggio, che oggi consideriamo una figura di poco valore e comunque criticabile, allora aveva un grande potere se non altro di pressione psicologica nei confronti del proprietario e del contadino. Già il suo abbigliamento incuteva suggestione se non proprio paura. Pantaloni alla zuava, stivaloni, giacca con bottoni dorati con vari alamari 1 che indicavano il grado gerarchico all’interno del partito e della milizia, la greca 2 ai polsi della giacca, il fregio, il cinturone e il fez 3. Come ornamento, chi voleva accrescere la propria importanza o boria, teneva in una mano i guanti (cosa assurda visto che si era in estate), e nell’altra uno scudiscio 4 che ogni Parte decorativa di un indumento attaccata alle spalle. Normalmente costituisce parte di uniformi e serve per posizionarvi la designazione di grado 2 Greca è chiamato il simbolo che rappresenta in Italia i gradi di generale. Il nome deriva dal termine greca che indica, in italiano, il motivo decorativo ripetitivo. 3 Copricapo a tronco di cono, nero, con un fiocchetto di seta nera usato, in epoca fascista, dagli appartenenti alla milizia 4 Frustino flessibile di legno, cuoio o similare. per frustare il cavallo allo scopo 1


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tanto batteva sugli stivali. Vigilava e si aggirava attorno agli addetti ai lavori senza preoccuparsi del fastidio che arrecava. La presenza di questo personaggio nell’aia rientrava nel programma di austerità e di autarchia 5 del regime e andava nella stessa direzione delle donazioni dell’oro alla Patria come segno di dedizione all’Italia e al fascismo. In occasione della trebbiatura il milite si collocava prevalentemente vicino alla bascula 6 dove avveniva la pesatura del grano e ogni tanti quintali ne veniva accantonata una quantità per poi caricarla su una motocicletta con sidecar 7 e trasportala in un magazzino di raccolta del grano prodotto nella zona e gestito dal partito. La motocicletta con sidecar era il mezzo di trasporto più frequente. Non deve trarre in inganno perché la potenza e la dimensione dello stesso era capace di trasportare anche qualche quintale di grano. L’aspetto più tragico e nello stesso tempo comico era quello di assistere all’arrivo del milite e al comportamento che assumeva durante il periodo di permanenza nell’aia. Arriva in moto, la posteggia e scende aggiustandosi la giacca e aspetta il saluto fascista dei presenti. Si aggira con fare austero nei vari luoghi che si affacciano nell’aia, si avvicina alla trebbiatrice dalla quale scende il grano pulito dalla paglia e dalla polvere, ne prende un pugno lo guarda e commenta, dopodiché si avvicina alla bascula e non si muove fino alla sosta per il pranzo. A pranzo gli spetta il posto di capo tavola, i servitori si prodigano nel servirlo, tutte le attenzioni sono rivolte a di incitarlo e correggerlo. 5 Autosufficienza economica tale che un Paese possa produrre all'interno tutto ciò di cui ha bisogno rinunciando agli scambi economici con l'estero. 6 Bilancia a più leve mutuamente articolate in modo da poter equilibrare, con piccoli pesi, carichi decine e anche centinaia di volte maggiori. 7 Carrozzino di motocicletta


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lui che prima di iniziare pretende il saluto al Duce. Alla fine del lavoro, si congratula salutando tutti e riparte con la sua moto. Da questo momento il clima cambia, i commenti sul milite sono indescrivibili, le critiche sono feroci, l’avversione per il regime si esprime e diventa palpabile e chiara. Si tira un sospiro di sollievo per la sua partenza. Il grado di libertà, il rispetto della propria vita privata, del risultato del lavoro e della fatica, veniva controllato persino nell’intimo della propria casa e nell’ambito del luogo del lavoro. Non si riusciva a capire perché una quota del raccolto di un anno di lavoro doveva essere data al Regime e quello che era più grave è che non si sapeva dove andava a finire e a chi doveva servire.


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U na str ana colazione

È solo di questi ultimi decenni l’abitudine di consumare la colazione al bar. Prima di allora nelle famiglie al mattino ci si fermava a sorseggiare un caffè, un caffelatte con del pane inzuppato. Raramente e comunque solo nelle famiglie agiate, oppure in quelle famiglie signorili, si usava aggiungere oltre al caffelatte, fette di pane biscottato con burro e marmellata e si aggiungeva poi una spremuta di arancio. Ma quest’ultima era già una colazione da “signori”. Passa ancora del tempo poi viene l’usanza di far colazione al bar. Questa però non si consuma appena alzati, ma più avanti nella giornata; al bar si giunge quando si è già avanti nel lavoro, verso la metà della mattinata. Si ordina il cappuccino, una brioche ripiena di marmellata o di crema quand’anche di panna montata. Così ristorati si giunge alla fine della mattinata. E’ un rito ormai. Un tale rito che tutto si consuma anche se il corpo non richiederebbe tanta attenzione. Si consuma in piedi o seduti al tavolo scambiandosi le impressioni degli ultimi avvenimenti sportivi e politici. Questo è quanto avviene oggi, nella società opulenta, consumista e via dicendo. Al curioso, o colui che piace andare a rovistare nelle cose del passato meno recente, viene la voglia e l’istinto di visitare quali fossero i costumi di allora perdendosi anche nell’andare a ricercare le cose


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più semplici o più insignificanti.

Che poi tanto insignificanti non erano, perché nell’intimo di quegli elementi venivano alla luce sentimenti di semplicità, un senso di sobrietà, frugalità e del valore delle cose che andavi a consumare. E allora vediamo qual era la colazione di un operaio, un calzolaio o falegname che viveva nel paese. Per la maggioranza della popolazione la colazione


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mattutina si risolveva nel consumare una tazza di caffè d’orzo tostato con latte e l’aggiunta di pane normalmente raffermo; tutto avveniva all’interno del nucleo familiare. Non tutti si rifacevano a questa normalità, altri per non dire un gran numero di persone, avevano un altro modo di soddisfare l’esigenza di una buona (secondo loro) colazione. In genere questi operai e artigiani si ritrovavano nell’unico negozio di generi alimentari, comunemente chiamato “spaccio” dove si vendeva di tutto, e lì si acquistava un pezzo di baccalà, specie di pesce essiccato e abbondantemente salato, tagliato nel punto giusto perché risultasse più morbido e dopo aver ordinato due “fojette” 8 di vino, una pagnotta di pane fresco acquistata al forno, ci si sedeva ad un tavolo di legno quadrato senza pretese, si consumavano insieme questi prodotti: pesce, pane e vino, elementi caratteristici della comunità, dei villaggi e delle corti medievali. Non si pensava allora alle calorie, alla linea, alle bellezze del corpo, ma si cercava di soddisfare quelle esigenze fondamentali di nutrirsi in qualunque modo per resistere alle fatiche quotidiane. Alla fine i commenti che si facevano si riconducevano esclusivamente alla valutazione della qualità del vino, si esaminava il colore, il gusto, se era dolce o aspro, se era abboccato oppure se aveva il “bisolfito”, un sapore che rendeva il vino di sgradevole gusto. E con questi commenti e valutazioni sul vino, ognuno dei partecipanti a questa strana colazione consumata su un tavolo quadrato, con un foglio di carta gialla per tova8 Il Sabatini-Coletti dice che la foglietta era un'antica misura utilizzata nell'Italia centro-meridionale corrispondente a circa mezzo litro. La parola proviene dal provenzale Folheta che a sua volta si può collegare al tardo greco phyélē con il senso di "vaso, fiala", insieme al quartino (un quarto di litro) e al sospiro (un bicchiere di vino) che si può commentare simpaticamente: 1/10 litro - sospiro (sottovoce) così chiamato perché si sospirava nel chiederlo, vergognandosi della richiesta in quanto molto piccolo e, quindi, di poco costo.


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glia, due “fojette� di vino bianco, una pagnotta di pane bianco ancora caldo, ci si avviava a riprendere il lavoro interrotto aspettando il giorno dopo per ripetere il quotidiano rito della strana colazione.


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L e fier e di ottobr e

Le fiere di Monte Porzio hanno origine storica in là nel tempo. Per dare impulso economico alla contea che si andava sviluppando per numero di abitanti e per abitazioni che venivano costruite o date in affitto dai conti agli abitanti, Sua Santità Clemente XIII in data 6 Gennaio 1763 con Notificazione “si è degnato……di concedere al Castello di Monte Porzio……la facoltà di potere in esso fare ogni anno in perpetuo quattro pubbliche Fiere; cioè la prima il 28 di Settembre e le altre negli ultimi tre mercoledì di Ottobre con tutte le libertà…..” 9 Questi sono gli antecedenti delle fiere d’Ottobre che si protrassero poi con alterna fortuna fino ai nostri giorni. È difficile ricostruire le modalità e le forme che venivano impiegate da quel 1763 fino ai giorni nostri; non sono stati rinvenuti documenti e illustrazioni e i riferimenti sono ancora più remoti che mai. Ritorna invece chiaro alla nostra mente quello che succedeva in quel mese di Ottobre in tempi più recenti, 50 o 60 anni fa. Di quella notificazione di cui Sua Santità Clemente XIII ha voluto far beneficiare il Castello di Monte Porzio, è rimasta la tradizione seppur variata nella data delle prime fiere che nel documento pontificio veniva fatta 9

M. Alberto Polverari “Monte Porzio e Castelvecchio nella storia pag. 82 - 83


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cadere nel 28 Settembre (corrispondente al mercoledì nel 1763), mentre le altre tre negli ultimi tre mercoledì del mese. Nella memoria di chi scrive questa cronaca sono impresse le seguenti fiere che partivano non già dal 28 Settembre di ogni anno, ma dal primo mercoledì del mese successivo, cioè Ottobre, fino all’ultimo mercoledì dello stesso mese, seguendo questo metodo si hanno 4 fiere in alcuni anni e 5 in altri. Non si conoscono le cause che hanno portato alla variazione di questa sequenza e neppure le motivazioni che hanno giustificato la variazione della comunicazione originaria della Notifica Papale. Sta di fatto che oggi le fiere vengono celebrate con quest’ultima cadenza temporale. La decisione Papale ha avuto grande importanza nella zona, specialmente nel contado che andava assumendo sempre più caratteristiche di paese con i suoi sviluppi economici e sociali, lasciando gradatamente quelle di borgo o contado. Il beneficio economico che ne derivò fu di grande importanza poiché iniziava a sentirsi l’influsso di un’epoca che stava via via evolvendosi portando con sé i primi vagiti di novità interne alla comunità. Nuovi tipi di lavorazione di prodotti venivano utilizzati nei lavori dei campi o richiesti dalle popolazioni che gravitavano intorno al castello e al contado per poi arrivare a servire le esigenze del villaggio. Così quelle fiere hanno contribuito notevolmente allo sviluppo di questa zona, richiamando a sé gente che pur vivendo quasi isolata si ritrovava in questo periodo dell’anno per discutere, intrecciare affari e concludere compravendite. Quelle tradizioni si sono trasmesse fino ai giorni nostri, fino al periodo compreso fra la 1° e la 2° Guerra Mondiale tramandando usanze e rituali che si sono prolungati nel tempo. Per la collocazione e la disposizione


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delle bancarelle, veniva assegnato uno spazio ben definito in funzione del genere merceologico trattato. Il bestiame, doveva essere bardato in modo vistoso e folkloristico. Il paese allora veniva diviso in zone: il Pincio era riservato ai “cocci”, tutti i prodotti che venivano lavorati con creta o derivati, pigne, orci, contenitori vari. La zona del monumento dei caduti e la strada per Castelvecchio era assegnata dalle bancarelle di verdura, ortaggi e soprattutto piantine da mettere a dimora per avere il prodotto nei primi mesi dell’inverno come insalata, finocchi, cavoli e altro. Piazza Garibaldi serviva per l’esposizione di stoffe, corredi e scarpe. L’attuale Via Mazzini era occupata da

commercianti che esponevano merce di varia natura, coltelleria, biancheria, vestiti, attrezzi vari. Via Pinzani iniziava con la vendita di pesce fritto, la “pesciolina”, preparata da una famiglia tradizionalmente di Mondolfo; veniva venduta sia alle famiglie che a com-


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pratori occasionali: quest’ultimi acquistavano pesce fritto in quantità limitata che veniva consumato presso l’osteria di Cesare Carnaroli, mentre tutta la Costarina (attuale Via Pinzani) era occupata da bancarelle che esponevano attrezzature per produzioni artigianali e ferramenta varia. L’ultimo segmento di Via Mazzini che volge verso la Chiesa, era utilizzato per la vendita del pollame e prodotti alimentari derivati dall’allevamento di animali domestici come: conigli, galli, capponi, uova, tacchini, oche e anatre. La parte riservata al bestiame, soprattutto bovino, era collocata alle “case nuove” l’attuale Via Roma nello spazio dedicato al campo boario, situato di fronte alla Chiesina vicino alla sartoria di De Angelis e l’alimentari di Nazzareno Pettinari. In questo sito convergevano gli animali bardati di fiocchi e fronzoli fatti di colori sgargianti e vivaci. Lo svolgimento della fiera era organizzato in modo accurato e intelligente. Innanzitutto tutti gli espositori della merce arrivavano il prima possibile per occupare il posto migliore, dormivano all’aperto o dentro i propri mezzi di trasporto che erano principalmente carretti a trazione animale e i primi automezzi adibiti al trasporto merci. Al mattino del giorno di fiera, di buon ora arrivavano i contadini con i loro prodotti, i sensali, venditori di bovini che venivano contrattati in modo diverso fra quelli destinati al macello e quelli che venivano utilizzati poi a lavoro dei campi. Il vociare vivace, il gesticolare incontrollato e le strette di mano scandivano l’andamento delle trattative e della contrattazione, che finivano o con una stretta di mano a tre, venditore, compratore, sensali 10 e quindi 10

Persone addette a facilitare la vendita fra il venditore e il compratore cercan-


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significava che l’affare era andato a buon fine; oppure con un saluto più o meno cordiale se tutto era finito nel nulla. Se tutto finiva bene veniva pagata una caparra, questa veniva spesa in parte nell’acquisto di altri prodotti esposti stoffe, scarpe, attrezzi ecc.. Il meccanismo era semplice. Nelle prime ore il mercato vero e proprio si svolgeva nella parte riservata all’agricoltura: vendita bestiame, pollame, verdure ecc. In effetti il mercato veniva vitalizzato dai contadini, i quali portavano in fiera i loro prodotti, che venduti permettevano poi di spendere il ricavato per le provviste invernali. L’andamento della fiera veniva valutato dalla quantità di bestiame e pollame presente sulla piazza anche se l’apporto dei paesani era importante visto che l’afflusso di gente, contadino o no, era assai elevato. Nell’interno della fiera si svolgevano altre attività non proprio inerenti alla compravendita di merci, ma più ludiche e gioiose, come la visita all’Osteria di Cesare Carnaroli dove si usava consumare il pranzo preparato dalla Barbarina e il pesce fritto seguito da un buon vino. Il pomeriggio era riservato al gioco vero e proprio della briscola, del tresette e della morla 11, gioco che si poteva fare o individualmente oppure in coppia. Solo negli ultimi anni, oltre al gioco si organizzava il ballo ad ore. Cioè, entravi nella sala ad ore stabilido di trovare un punto di incontro nel prezzo 11 Il gioco consiste nell'indovinare la somma dei numeri che vengono mostrati con le dita dai giocatori. Simultaneamente i due giocatori tendono il braccio mostrando il pugno oppure stendendo un numero di dita a scelta, mentre gridano (quasi a voler intimorire l'avversario) un numero da 2 a 10 (la morra) generalmente in forme dialettali, a volte storpiati con espressioni molto colorite che variano di paese in paese; spesso il nome del numero è modificato per renderlo monosillabico. Il giocatore che indovina la somma conquista il punto e, nel caso di gioco a squadre, mantiene la mano e dovrà combattere con l'altro giocatore della squadra concorrente e così via. Se entrambi i giocatori indovinano la somma il gioco continua e nessuno guadagna il punto. Il gioco finisce quando si raggiunge il punteggio deciso a priori.


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te e dopo un’ora ne uscivi per rientrare poi, se volevi pagando di nuovo una tariffa stabilita. Dal punto di vista economico e sociale queste manifestazioni fieristiche hanno prodotto uno sviluppo notevole per tutta la zona facendo affluire nel paese una gran quantità di gente che esponeva i propri prodotti e che si avvicinava al paese per acquisti e compere che si convogliavano in uno stretto periodo di tempo provvedendo all’inverno e pertanto si aveva l’esigenza di rifornirsi di merce sia essa relativa all’acquisto di animali da allevare, tipico il cappone e il tacchino da preparare per le feste di Natale, come pure vestiario in genere. Dopo la 2° Guerra Mondiale queste manifestazioni sono andate scemando. Diminuivano gli espositori, come pure i compratori. La facilità di muoversi e avvicinarsi ad altri mercati locali, più riforniti, le maggiori possibilità di spesa e maggiore scelta dei prodotti e di merce sono state le cause di decadenza della manifestazione fieristica. Solo in questi ultimi anni ad opera della Pro Loco e del Comune si è cercato di ripristinare questa tradizione, ma non la vivacità, la gioia, l’aria di festa delle vecchie fiere.


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P aese che vai usanze che tr ovi

Mentre eravamo intenti alla ricerca di testimonianze sull’organizzazione della vita sociale nei tempi passati del nostro paese, sono stati ritrovati alcuni documenti che abbiamo reputato interessanti per il nostro lavoro. Ci riferiamo a tre documenti: uno risale all’8 Maggio 1790 intitolato “ Inventario della roba propria di S.E. la Contessa N.D. Maria Zempore di Montevecchio. E’ un documento di poche pagine scritte a mano dove si elencano con dovizia i capi di vestiario e accessori per una Contessa di rango che presumibilmente costituiva la dote. Vengono indicati gli indumenti e le quantità: camicie da giorno 48, camicie da notte per l’estate 22, camicie con maniche lunghe per l’inverno14, fino ad arrivare a fazzoletti da spalle 2 e altro ancora. In un altro documento datato 15 Marzo 1903 si elenca: “ Favori ricevuti nella luttuosa circostanza della morte della Signora Maria Merolli vedova Ginevri avvenuta in Pergola.(da notare che la Famiglia Ginevri, pur vivendo a Pergola, era proprietaria di una parte di un Palazzo in P.zza Garibaldi). Nell’elenco vengono indicati, in ordine alfabetico, tutti coloro che hanno partecipato al funerale, specificando a quale titolo essi erano presenti. Si ha quindi il capitolo di quelli che accompagnarono il feretro con torce; il servizio di cappella fatto gratuitamente; coloro che seguivano il


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feretro; i portatori di ghirlande, le alunne della Regia Scuola Tecnica, i nipoti e le nipoti della cara nonna. Segue poi l’elenco dei portatori del feretro indicati nei coloni Gaetano Frattini e Beniamino Fiorani ed altri coloni della famiglia (persone presumibilmente abitanti nei fondi dei Ginevri e abitanti nel Comune di Monte Porzio), vengono poi elencati coloro che tenevano i cordoni, le rappresentanze di diversi Istituti e infine la Messa a favore della defunta.

Un’altra usanza riferita sempre ai funerali ma che si praticava in tempi piÚ recenti, era l’offerta che veniva fatta alle persone che seguivano il feretro. Quando la salma transitava nella parte fuori del paese due signore incaricate dalla famiglia collocate una a destra e una a sinistra della fila, distribuivano una carta moneta che poteva variare da una lira a cinque lire. Non si conosce la motivazione di questa elargizione, ma faceva felici i chierichetti, ragazzi di 10-11 anni; quella piccola offerta o dono gli permetteva di acquistare


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qualche dolcetto, una carruba 12, dei legumi e delle castagne. Comunque l’offerta era data a tutti. L’utilizzo dell’auto adibita a carro funebre non è di antica data. L’usanza prevalente era quella del trasporto a spalle del feretro da parte di parenti o conoscenti per quelli che non potendo disporre di somme elevate per funzioni più importanti. Le funzioni religiose venivano catalogate di prima, seconda o terza categoria, rispettivamente la prima era una funzione con messa normale con normali funzioni, senza sontuosità, per la seconda veniva officiata la Messa cantata. La terza comprendeva invece, Messa solenne con annessi e connessi, officiata da tre Preti, con chierichetti tutti intorno all’altare, con ceri e turiboli 13 fumanti d’incenso. Ovviamente l’accompagno al cimitero aveva uno svolgimento diverso: nel primo e secondo caso, non c’era sfarzo, il feretro veniva accompagnato al cimitero trasportato a spalla; nel terzo caso invece, prima dell’utilizzo del carro funebre, il trasporto si effettuava con carro trainato da cavalli, che potevano essere a pariglia, cioè 2 cavalli, oppure a quadriglia, cioè 4 cavalli bardati per l’occasione con pennacchio adatto alla circostanza e finimenti speciali. Il carro aveva da 4 a 6 cordoni che erano tenuti dalle persone che facevano parte del corteo. Dietro il feretro seguivano i parenti e i familiari. Dopo la funzione seguiva il ringraziamento dei parenti ai partecipanti. L’ultimo dei tre documenti lo possiamo intitolare ironicamente “concorso per titoli ed esami” riguardante “ la La carruba è un legume atipico poiché contiene in prevalenza carboidrati. Ha un sapore dolciastro che ricorda un po’ quello del cioccolato. Viene commerciato in barrette. Richiede una lunga masticazione che contribuisce ad aumentare l’indice di sazietà, in quel periodo molto importante. 13 Detto anche”incensiere” 12


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conservazione razionale del letame di stalla”. Il documento risale al 12 Luglio del 1906 ed è elaborato a mo’ di verbale definitivo dove vengono stabilite le somme dei premi e il numero dei coloni che risultarono vincitori. Il verbale sottoscritto dal relatore Patrignani e da un agente dell’amministrazione dalla firma illeggibile. Il testo è composto da una premessa che spiega le motivazioni del concorso indetto dall’amministrazione Montevecchio – Giovanelli “per la razionale conservazione del letame di stalla” e per tale concorso, l’amministrazione aveva “stabilito la somma di lire 40 da ripartire in vari premi”. La premessa si chiude con la decisione di assegnare il 1° premio di lire 10 al “colono Angelo Bigelli il migliore che si è ottenuto alla razionale conservazione quantunque la concimaia fosse posta a mezzogiorno priva di ombra”. Il 2° premio ex equo di lire 7 ciascuno va ai coloni Luigi Palazzetti e Domenico Montanari. La motivazione per i due è più articolata e diversa fra i due. Il primo aveva “un letame maturo, senza muffa, ma poco interrato”, però era allagato dalle urine non essendovi lo scavo di scolo; mentre il secondo “aveva un letame stratificato, intonacato e coperto di terra, però una terza parte era asciutta e con muffa”. Giudizio tecnico preciso, nel secondo riconoscono alcune qualità e ne segnalano altre non tecnicamente perfette. Il 3° premio di lire 5 è per il colono Agostino Montesi che andava tutto benino però “ il letame era asciutto e con muffa”. Siamo al 4° premio di lire 3 che viene dato al colono Sante Tranquilli: in questo caso si dice nella motivazione “aveva il letame discretamente conservato però con un po’ di muffa, e l’ultimo non era coperto ma stratificato con terra”.


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Sempre per il 4° posto viene riconosciuto il premio a Nicola Garofoli per avere “il letame asciutto e con un po’ di muffa: l’ultimo letame era abbondante e fu notata la mancanza di una piccola buca per raccogliere le urine”. Ultimo del 4° premio è il colono Ferdinando Poletti “che aveva una metà del letame discretamente conservato l’altra metà asciutto non coperto con muffa”. Siamo alla fine del gruppo dei premiati, il 5° con un riconoscimento di lire 2. La motivazione non si può considerare tecnica, si sostiene infatti che il premio è dato a “titolo di incoraggiamento tenendo conto della scarsità delle braccia in proporzione della superficie del fondo. Qui il letame una buona parte era asciutto, con muffa e non intonacato”. Il documento chiude tenendo in considerazione il colono Lorenzo Federiconi fuori concorso per la cattiva posizione della concimaia in rapporto alla stalla, però il letame non era intonacato con un po’ di muffa e paglioso 14 all’esterno. Infine le considerazioni conclusive del verbale: “quantunque le concimaie non siano razionali, l’esito del concorso, se non ottimo, è stato abbastanza soddisfacente. Si spera per l’avvenire che i coloni, convinti sempre più dell’importanza della conservazione razionale del letame di stalla, metteranno maggior impegno e si otterranno certo risultati migliori”. Il documento fa una constatazione che è quella di non essere la concimaia razionale, e formula un augurio per l’avvenire: quello di un maggiore impegno per avere risultati migliori. Che dire: tre documenti, uno del 1790 riguarda la dote di donna Maria di Montevecchio; uno del 1903 che descrive un funerale, infine quello del 1906 momenti di Dal “Vocabolario degli accademici della Crusca 4° ediz. 1729-1738”, mescolato con paglia.

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vita lavorativa che riguardano il nostro paese. Ăˆ solo un ricordo un detto ��€œ paese che vai usanze che trovi? I tre episodi illustrano come nel tempo sono cambiate le usanze, i modi di vivere e di concepire la vita quotidiana che andava nell’elencazione delle 48 camicie da giorno, di 2 fazzoletti da spalle dalla donna Maria di Montevecchio, signorotti del paese, al funerale della signora Maria Merolli ved. Ginevri, fino a indire un concorso per le concimaie. Tre episodi che scandiscono, se si vuole, il progresso di un paese e dimostrano come la vita e la storia sia grande e bella anche in un piccolo paese.


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L e montagnole

L’estate, in un paese dove non accade mai nulla, portava con sé delle novità interessanti soprattutto in campagna. Oltre alla maturazione delle coltivazioni c’erano novità che interessavano particolarmente i giovani o a quanti andavano in cerca di avventure amorose. Questi erano: la mietitura, la scanafoiatura 15 del granoturco, o la battitura della fava. Ognuna di queste operazioni aveva un suo metodo di lavorazione che tendeva a ottenere il massimo della produzione da ogni singola coltivazione. Prendiamo la mietitura: questa è un’operazione che si svolge nelle nostre zone dalla metà di Giugno alla fine dello stesso mese. I lavori erano svolti a mano, non c’erano delle macchine come ora: si raccoglieva il grano con la falce, si facevano tanti piccoli mucchietti detti “pecorelle”, che poi venivano unite per fare un “covone”.Venuta la sera si facevano i “cavalletti” con i covoni realizzati.

15 O “scanafogliatura” che consiste nel liberare il granoturco dalle foglie che lo rivestono e che, a volte, erano utilizzate per fare i materassi. In questa operazione venivano spesso chiamati ad aiutare anche i bambini, ed una volta terminata si faceva una festicciola: qualcuno portava l’organetto, si ballava e si cantavano gli stornelli.


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Dopo qualche giorno, i “covoni” venivano portati nell’aia, e ammassati formando un “barcone” in attesa della battitura. Solo quest’ultima operazione veniva fatta con una macchina in grado di separare il grano dalla paglia e dalla “pula”. La mietitura era quindi un’attività molto impegnativa che richiedeva il lavoro di tutta la famiglia e quello di tutti i contadini della contrada che si aiutavano a vicenda.

Le modalità attualmente in uso per compiere questo lavoro sono completamente cambiate con un uso massiccio di attrezzature motorizzate che hanno ridotto di gran lunga i tempi necessari per lo svolgimento del lavoro. In più contestualmente al taglio del grano, viene anche operata la trebbiatura e la rimessa in silos del prodotto già finito. Quindi, quello che qualche anno addietro si faceva in giorni o settimane, oggi si conclude in poco tempo. La macchina ha sostituito gli uomini, quello che precedentemente veniva eseguito con un numero elevato di


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persone, ora si fa in quattro o poco più. Per la mietitura, prima dell’avvento delle macchine, si giocava sullo sfalsamento dei tempi di maturazione del grano ricorrendo alla manodopera esterna al paese. Infatti, in pianura il grano arriva a maturazione i primi di Giugno, e si inizia la mietitura verso la metà del mese; in collina o in montagna la maturazione avviene con 15 o 20 giorni di ritardo; allora è gioco forza chiamare in pianura le persone esperte del lavoro, ma che venivano impiegate nel loro luogo di residenza più avanti nel tempo. I contadini che abitavano nel piano richiedevano dunque manodopera, utilizzando i fattori che provvedevano a stabilire il numero di operai o operaie che dovevano trasferirsi, il salario, il vitto e alloggio nella casa colonica del contadino, e il numero veniva rapportato all’estensione del terreno coltivato a grano. Arrivavano in gruppo originari dello stesso territorio, avevano dunque loro esperienze, loro tradizioni, e loro usanze. Normalmente, se il gruppo era consistente, uno di loro portava la fisarmonica che serviva per allietare le serate dopo le fatiche giornaliere. Ecco, proprio la fisarmonica interessava i giovani e a coloro che andavano in cerca di incontri amorosi, poiché nel gruppo oltre a qualche uomo erano presenti donne, giovani e meno giovani. Quest’ultime erano o dovevano essere le guardie delle più giovani che per la loro prestanza e bellezza fisica potevano suscitare interessi nei giovani che volontariamente si prestavano a condividere le fatiche dei mietitori. C’è un però: questi baldi giovani si presentavano al lavoro dopo le 17.00-18.00 cioè qualche ora prima della cena in modo da poterne usufruire essendo questa sempre abbondante e appetitosa, inoltre un bicchiere di buon vino faceva sempre gola a tutti. Ma il bello veniva quando finito il rito del mangiare e


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del bere, un po’ alticci per il vino bevuto, il montagnolo cominciava a strimpellare la fisarmonica e muovendo il mantice dello strumento emetteva un’aria non so bene di quale autore o di quale canzone. Era una musica cadenzata, una volta a tempo di valzer, un’altra volta a tango o rumba e così via. Certo, se l’autore di queste arie fosse stato presente probabilmente si sarebbe messo le mani nei capelli per come veniva trattato il suo brano musicale. Ma i giovani ballavano, si stringevano appassionatamente, sparivano in non so quali anfratti o cespugli per ricomparire dopo un po’ di tempo più vigorosi che mai. Si ballava sull’aia, in mezzo alla polvere con gli anziani seduti a cerchio che guardavano questi baldi giovani che, stanchi per la fatica, satolli per il mangiare, avevano ancora la voglia e la forza di fare quattro salti e altro e cantare qualche aria campagnola. Non si capisce come poteva essere che dopo una giornata di duro lavoro delle montagnole che iniziava all’alba, sotto il sole che bruciava, con il sudore che colava, si aveva voglia, alla sera in mezzo all’aia di cantare e ballare. Non si facevano le ore piccole, alle 23.00 tutti a letto. Era palese la voglia di gettare dietro le spalle le fatiche della giornata per ricercare e vivere un po’ di tempo nella spensieratezza e in allegria. Senza poi scartare il fatto che alla fine qualche bella montagnola, perché di belle ce ne erano eccome, trovasse il suo uomo e convolasse a nozze. Cose di vita vissuta.


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L e spigolatr ici

Oggi si è solito dire, con un po’ di incoscienza e sufficienza una frase spacciandola per vera, ma che vera non è, anzi è sostanzialmente falsa: “si stava meglio quando era peggio!” Questa è la frase incriminata intendendo con questa dire, che oggi paradossalmente le condizioni di vita sono peggiori dei tempi passati. Non è propriamente vero, e alcuni episodi stanno a dimostrare e a richiamare la nostra attenzione quanto sia cambiato il tenore di vita di diversi anni fa rispetto ad oggi. Anche se la frase spesse volte viene indicata per dire che forse alcuni aspetti delle vecchie tradizioni sarebbe opportuno difenderle e valorizzarle maggiormente. Qui si vuole raccontare, per dimostrare che quella frase non è vera, un pezzo di vita paesana che veniva vissuta nei tempi in cui la nostra società, in generale e quella locale in particolare, si dibatteva in ristrettezze economiche sociali tali da generare in molte famiglie lo spettro della fame e della miseria. Tutti chi più o chi meno cercavano di industriarsi per rendere meno pesante le loro condizioni soprattutto i nuclei familiari più numerosi, ma non solo. Il periodo che più si prestava ad alleviare questo bisogno di precarietà di molte famiglie, era l’estate quando la campagna esplodeva per i suoi prodotti che arrivavano a maturazione.


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Allora c’era chi andava a tagliare l’erba per fare il fieno, chi si rendeva disponibile a raccogliere frutta, chi in un modo o in un altro si adattava al lavoro della campagna in generale come garzone nelle colonie più grandi della zona. Un tipico lavoro che richiedeva molta manodopera era la mietitura che iniziava verso la metà di Giugno, si completava verso la fine dello stesso mese e proseguiva poi con la trebbiatura. Quando il grano diventava color oro e suonava con il soffiar del vento, quando le spighe si incrociavano l’una con l’altra voleva dire che il tempo della mietitura era arrivato, era quindi necessario organizzarsi in modo tale che l’operazione avvenisse nel minor tempo possibile. A questo scopo, oltre alle braccia disponibili nell’ambito familiare, si ricorreva all’aiuto di personale esterno disponibile a prestare la sua opera per un periodo relativamente breve, che andava da una settimana per le distese di grano di piccole dimensioni a circa 20 giorni per quelle di dimensioni più grandi. In genere questo lavoro non era retribuito in denaro ma in natura che consisteva nel vitto del mattino, uno spuntino verso le 10 del mattino, il pranzo a mezzogiorno, due ore di riposo e al pomeriggio alle 16 (vint’ora) un nuovo spuntino per arrivare alle ore 20 con la cena; l’altra forma di remunerazione in natura era rappresentata dalla concessione ai familiari di uno degli operai di un appezzamento di terreno, coltivato a grano, dove venivano operate le raccolte delle spighe che erano rimaste sul terreno (gravlà in dialetto). Era questo un compito riservato maggiormente alle donne e ai figli dagli 11 anni fino ai 18. La giornata delle spigolatrici iniziava di buon ora: alle cinque del mattino con i figli al seguito si era già sul campo per iniziare la raccolta delle spighe e si protraeva fino alle ore nove del mattino per poi riprendere al pome-


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riggio dalle 17 fino alle 19; queste erano le ore meno soleggiate e più fresche. La raccolta iniziava all’inizio del filone (porzione di terra concessa per la raccolta) per proseguire fino alla fine cercando di raccogliere più spighe possibili e nel tempo più breve per raggiungere le dimensioni di un mazzo che poteva essere racchiuso in una mano. Infine si legava con il gambo delle spighe e si collocava in terra in attesa di essere raccolto e posto in un sacco per essere poi portato a casa. Facile la descrizione dell’azione ma pesante il lavoro che si svolgeva non tanto per il peso ma per tutto quello che comportava l’esecuzione pratica della raccolta della spiga. Parrebbe assurdo sostenere che era un lavoro pesante e faticoso: in fondo una spiga cosa poteva essere; un mazzo di spighe poteva pesare qualche ettogrammo e sicuramente non spezzava la schiena. Quello che spezzava la schiena e che rendeva il lavoro pesante e stancava enormemente era la posizione che dovevi tenere: la schiena sempre curva, la vista sempre attenta a ricercare le spighe, la prontezza delle mani nel raccoglierle, e la sveltezza che si doveva mettere in un periodo di tempo in cui il caldo afoso dell’estate non raggiungesse il picco più alto. Ma quello che sorprendeva era il risultato. Immaginiamo o immaginate di raccogliere spiga a spiga, mazzo di spighe a mazzo di spighe in un clima che tende ad essere sempre più afoso, insopportabile con il sudore che inizia a colarti sulla fronte; che ti bagna gli occhi producendoti un bruciore fastidioso; pensate o pensiamo al lavoro di quei ragazzi ancora adolescenti e poi andiamo a valutare il contenuto di tutto questo impegno e si vedrà con sorpresa quanto sia stato utile e importante per quelle famiglie: ebbene nel momento della trebbiatura delle spighe raccolte, la quantità di grano non era mai inferiore ad un quintale o un quintale e mezzo. Questo


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risultato rappresentava la sicurezza e la tranquillità per un lungo periodo dell’anno di poter mangiare del pane di grano. Due cose si debbono rilevare: la prima, la spigolatrice è una donna, madre che dedica la sua opera, il suo amore, la sua forza di volontà per dire ai figli che la vita è fatta di sacrifici per tutti e che questi iniziano già dalla giovane età; la seconda, non importa la fatica, la sofferenza e il disagio, quello che conta è la serenità, la tranquillità nell’interno del nucleo familiare. Infine una annotazione, se pur marginale senza un gran valore ma che va ancora sottolineata: non è vero che “si stava meglio quando si stava peggio!” Oggi le mamme curano e seguono i propri figli senza andare a spigolare; e questo vorrà dire pure qualcosa! O no!


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L a tr omba del for naio

Chi avesse tempo, voglia e pazienza di andare alla ricerca di storie, avvenimenti e comportamenti nelle varie realtà sociali della Vallata del Cesano, troverà sicuramente delle sorprese e delle storie quanto meno curiose e stravaganti, scoprendo contemporaneamente anche i personaggi che animano le storie e gli avvenimenti dando a questi ultimi un sapore talvolta tragico, altre volte allegro oppure comico. Quello che si è riuscito a trovare per quanto riguarda il nostro Comune sono diversi episodi e molteplici protagonisti alcuni dei quali sono riportati nel presente volume, altri non compaiono ma hanno lasciato qualcosa di caratteristico alla nostra comunità. In questo capitolo si vuole evidenziare il comportamento curioso e caratteristico del fornaio Giuseppe Testaguzza e nello stesso tempo illustrare lo svolgimento di quello che oggi si può definire il “rito del pane”. Si deve ricordare innanzitutto che solo in questi ultimi decenni si è sviluppata la vendita del pane presso i negozi di alimentari. Fino alla fine della 2° guerra mondiale e anche oltre, il pane veniva fatto in casa dalle singole famiglie dove la casalinga si dedicava alla produzione di questo alimento essenziale e la quantità che veniva prodotta era sufficiente al fabbisogno della famiglia per una settimana, in relazione alla sua consistenza numerica.


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Inizialmente è la massaia il soggetto che interessa il nostro racconto, in un secondo momento entra di scena il fornaio, non tanto per il lavoro che svolge, ma per una sua caratteristica tipica del nostro comune, che atteneva al rapporto fra lui e la massaia che produceva il pane. Il primo passaggio necessario era quello di concordare con il proprietario del forno la quantità di pane da produrre e l’orario di infornata che veniva stabilito in base alla quantità ed alla consistenza del nucleo familiare. Definiti questi accordi, entra prepotentemente in scena la massaia, lasciando in disparte momentaneamente il fornaio. La prima operazione indispensabile era quella di procurarsi la quantità di farina di grano necessaria acquistandola al mulino; successivamente veniva setacciata per dividere il fiore di farina dalla crusca. Operata questa divisione, la crusca veniva utilizzata come mangime per polli o per maiali, mentre il fiore veniva sistemato in una specie di cassa, sistemata all’interno di un mobile chiamato madia 16 (in dialetto locale ‘mattra’) ammucchiato nella parte sinistra della stessa cassa dove veniva praticato un buco per collocare il lievito precedentemente preparato, poi ricoperto e lasciato riposare fino al giorno successivo. Il giorno successivo inizia la lavorazione vera e propria. Alla farina veniva aggiunta acqua tiepida e contemporaneamente si mescolava il tutto fino a raggiungere un amalgama ben assortito; si aggiungeva poi un pizzico di sale e si iniziava a lavorare la massa a forza di spinte che partivano dalle spalle per poi trasmetterle alle braccia e Mobile da cucina a forma di cassa, fornito di un ripostiglio per cibarie, chiuso da sportelli nella parte inferiore; si usava un tempo per impostarvi e custodirvi il pane.

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ai polsi. Era un lavoro faticoso e lungo che durava fino a quando la massa di farina e acqua non assumeva un aspetto uniforme, fine e nello stesso tempo sufficientemente consistente ma non duro, compatto ma nello stesso tempo soffice. Qualità che solo la massaia esperta sapeva raggiungere. La fase successiva era riservata alla preparazione delle file di pane dal peso di circa un chilogrammo. Queste avevano una forma lunga, rigonfia al centro e più sottile alle estremità, nella parte superiore si operavano dei tagli orizzontali che servivano per controllare la lievitatura. Fatta questa operazione, poste le file di pane sulla panara 17 si faceva riposare il tutto per circa un’ora. A questo punto entra in scena il fornaio. Dopo aver riscaldato il forno e raggiunta la giusta temperatura per la cottura, le famiglie vicine portavano il pane da infornare. Quelle più lontane avevano difficoltà nel sapere l’ora esatta dell’infornata. Il fornaio usava allora due sistemi: il primo era riservato agli abitanti che si trovavano nel lato che guarda il cimitero, si recava al Pincio e gridava: “ donne è pronto il forno!” L’altro sistema era riservato alle massaie che abitavano in via Roma e nella zona delle “case nuove” situate più lontane dal forno. Giuseppe prendeva una tromba, si metteva in cima di Via Forno e suonava una specie di marcetta che voleva significare: “donne venite, è ora di infornare il pane!”. A quel richiamo a voce e con la tromba si muovevano dalle case come d’incanto le casalinghe con sulla testa la tavola del pane e si avviavano al forno.

Asse di legno detto anche Asse Portapane che serviva per il trasporto del pane da casa al forno e viceversa.

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Dopo circa un’ora non era necessaria nessuna chiamata speciale, chi era solito passare per quel tratto di strada dove era il forno sentiva un profumo di pane fresco, fragrante, croccante che invitava all’assaggio, magari un culetto di pane caldo con una bella fetta di quella mortadella che doveva essere proprio di Bologna, di colore rosa e profumata di un profumo tentatore come può tentare il profumo di una bella donna.

Il tutto bagnato con un buon bicchiere di vino bianco, e se poi si doveva finire in “gloria” poteva essere anche gustata una bella “crescia con i grascelli” che era ed è una specialità del luogo che si degustava principalmente durante l’inverno dopo aver macellato il maiale.


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L e r ogazioni

Non si sa se classificare questo rito religioso come un atto di fanatismo, di fede o di superstizione. Forse tutte e tre le ragioni messe insieme davano a questo rito un alone di religiosità da un lato, dall’altro una speranza nel Signore che pregavano perché alcuni eventi non si verificassero più. Dal punto di vista della religione cattolica le “Rogazioni 18 non erano altro che un triduo 19”e ciclo di processioni che si facevano nei tre giorni precedenti l’Ascensione e se necessario anche in altri giorni per ottenere un buon raccolto. La funzione rituale delle Rogazioni aveva una grande rispondenza di fedeli specie della campagna che vedevano in questo rito religioso un momento di solenne preghiera e un auspicio per il buon esito delle semine e del raccolto. Nel nostro territorio la manifestazione si svolgeva nei tre mercoledì antecedenti all’Ascensione ed era articolata in momenti di raccoglimento che si svolgevano in Chiesa con la celebrazione della Messa, per poi procedere per le vie del paese in direzione delle campagne circostanti. 18 Processioni penitenziali cattoliche di propiziazione per il buon esito delle semine e dei raccolti, celebrate con apposita liturgia e con il canto delle litanie, il 25 aprile e tre giorni prima dell'Ascensione. 19 Pratica devota cattolica, pubblica o privata, comprendente preghiere e riti religiosi per la durata di tre giorni, a scopo di ringraziamento o di propiziazione.


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Una prima processione era diretta verso nord-est ossia per intendersi lungo la costa Anniballi Tomasetti. Il sacerdote con Piviale 20 color rosso, con in testa al corteo tre chierichetti, uno al centro con la croce e due ai lati con dei ceri, erano seguiti da due file di fedeli che correvano lungo i bordi della strada, sia a destra che a sinistra, per arrivare poi con il sacrista che portava l’acqua santa con l’aspersorio 21 e un chierichetto con il turibolo 22 fumante d’incenso. L’officiante, con ai lati due concelebranti, che tenevano i margini del Piviale aperto facendo apparire la stola sempre rossa, iniziava a recitare delle preghiere per intercedere al Creatore affinché il raccolto potesse avere un buon esito; poi intonava il canto delle litanie dei santi che si protraeva per tutto il percorso per cui venivano invocati e chiamati tutti i santi del martiriologico cattolico. Giunti in cima alla salita del “Talent” il sacerdote intonava una frase che diceva “ ad peste, fame et bello” e i fedeli rispondevano “libera nos domine” che tradotto in italiano significa: “dalle malattie, fame e dalla guerra liberaci o Signore”, seguiva poi la benedizione con l’acqua santa e l’incenso, dopodiché si tornava in chiesa fra preghiere e canti. Al secondo mercoledì la processione transitava per Via Mazzini, Via Roma per incrociare la strada statale 20 Paramento sacro costituito da un lungo mantello aperto davanti e trattenuto sul petto da un fermaglio, usato nella benedizione e in altre cerimonie. 21 Un aspersorio o asperges (dal latino asperges, "aspergerai") è uno strumento per aspergere l'assemblea o l’altare con l'acqua benedetta. Il latino ecclesiastico contempla la denominazione di aspersorium per definire il secchiello dell'acqua benedetta e aspergillum per descrivere lo strumento che vi si intinge. In italiano è invalso l'uso di aspersorio per indicare lo strumento. 22 Recipiente liturgico, sospeso a tre catenelle e fatto oscillare, nel quale si pone l'incenso, facendolo bruciare su un piccolo braciere, contenuto all'interno. (incensiere)


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Cesanense per arrivare all’edicola di Sant’Antonio che si trovava all’altezza della famiglia Canestrari detta “Mletin”; si ripeteva la stessa funzione con la prece e la benedizione con acqua santa e incenso. L’ultimo mercoledì del triduo e della processione, il rito si svolgeva nell’interno del paese seppur rivolto sempre alla campagna. Infatti si percorreva Via Mazzini, per arrivare in Piazza Garibaldi fino al piazzale del Pincio dove avveniva la benedizione delle campagne che si affacciavano sul piazzale con le stesse modalità delle volte precedenti. Questo rito era solo un’usanza, solo una tradizione oppure una credenza profonda che era allocata nell’animo dei fedeli e dei cattolici credenti? E perché ora questo rito non è più praticabile e non si ripete? Forse non si credono più a quelle preghiere di “ad peste, fame et bello”? Bisognerebbe dare una risposta a queste domande anche se per molti potrebbero sembrare retoriche vecchie e sorpassate. Ma sorpassate da chi? Dal progresso, dal consumismo, oppure da una dimenticata fede nel fatto religioso!. Sono domande che oggi non hanno più udienza nell’animo di molti fedeli. Il progresso e la modernizzazione che invade la società civile ha in qualche modo intaccato anche la Chiesa e ha declassato certe credenze e certi riti tradizionali a fatti solo formali ed esteriori per cui la benedizione delle campagne, luogo di duro lavoro e grandi sacrifici, hanno una minore importanza almeno dal punto di vista formale; come pure la benedizione delle stalle che si usava praticare in occasione della festa di Sant’Antonio Abate; oppure il rito di preghiere delle giovani donne in occasione della festa che ricordava Santa Eurosia. La religiosità attuale è diversa, forse più intima, più interna all’animo, meno protagonista nell’interno delle comunità parrocchiali, ma sappiamo anche che nella


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religione una delle basi fondamentali è la tradizione con tutte le sue componenti, antiche e moderne. Anche se il Concilio Ecumenico ha voluto ammodernare e semplificare alcune funzioni, non è sempre comprensibile per tutti i fedeli l’abolizione di alcune manifestazioni che erano nella prassi religiosa della comunità. Immolare sull’altare del progresso, della società opulenta e consumistica alcune tradizioni e manifestazioni di religiosità, ha prodotto e produce disorientamento e in parte anche abbandono di certe credenze, anche se queste non rientrano rigorosamente nella categoria di verità rivelate o storiche. Spesse volte l’avvicinamento e la partecipazione alla vita cristiana passa anche attraverso queste realtà che sono realtà del proprio essere credenti o che sono o erano impresse nel loro animo di credo religioso e facevano parte della loro religiosità.


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L a cer ca

Non era necessario un grosso investimento o un grande immobilizzo di capitale per praticare questo genere di attività. Per due motivi: il primo perché l’impegno era limitato nel tempo poiché si praticava tre volte l’anno; il secondo perché gli strumenti necessari erano un carrettino a due ruote e una stanga, qualche cesta di dimensioni abbastanza capienti ed un cestino di vimini che utilizzava il più piccolo della compagnia. Erano tre i soggetti che andavano per “la cerca”: la famiglia Antonio Polverari, sacrista, la famiglia Giuseppe Paolini, fabbro e maniscalco, le suore dell’Asilo comunale. La cerca veniva effettuata tre volte l’anno: a Ottobre in occasione della vendemmia, a Novembre per la raccolta delle olive e in estate durante la trebbiatura del grano. Le tre famiglie che si dedicavano a questa attività avevano una caratteristica particolare: il loro impegno quotidiano coinvolgeva l’intera comunità e per questo loro impegno non era previsto alcun salario e non erano legati da alcun contratto. Così il sacrestano Polverari aveva questa facoltà di andare a casa di ogni colono per ricevere l’obolo che in un certo qual modo gli era dovuto per gli impegni che svolgeva nella Parrocchia; ugualmente dicasi di Giuseppe Paolini che si occupava di riparazioni di attrezzi agricoli e di maniscalco e per un tacito accordo gli si riconosceva la


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facoltà di chiedere ogni anno ai coloni un cesto di uva, un po’ di olive oppure qualche chilo di grano. Le suore, anche loro interessate alla cerca per l’opera che svolgevano nell’accudire i bambini, andavano solo nel

periodo della vendemmia. Le persone che svolgevano il lavoro erano principalmente donne: la capofamiglia con le figlie, in più non mancava mai in ogni gruppo un bambino con un cesto di vimini che riempiva d’uva. Si partiva al mattino fino a mezzogiorno per poi ripartire nel pomeriggio fino a tarda sera. Non era sancita in nessun documento la quantità che veniva richiesta o data, dipendeva dal buon cuore del colono e dalla quantità delle prestazioni riconosciute al sacrista, al maniscalco o alle reverende suore. Comunque alla fine della giornata si raggiungeva un buon risultato. Tanto è vero che nel corso della vendemmia l’uva raccolta, una parte, quella più bella, veniva messa appesa alle travi del soffitto di casa per poi servirla nel periodo


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invernale, un’altra parte veniva pigiata per fare il vino sufficiente per alcuni mesi dell’anno; per le olive raccolte una certa quantità veniva posta sotto salamoia ( con sale, finocchio selvatico e bucce d’arancio) e veniva mangiata nel periodo che va da Dicembre a Febbraio, un’ altra quantità veniva portata al frantoio per fare l’olio bastante per alcuni mesi dell’anno. Nel mese di Luglio nel periodo della trebbiatura veniva chiesto un po’ di grano che veniva utilizzato per il pane e la pasta, in qualche caso la quantità raccolta raggiungeva qualche quintale e quindi sufficiente per quasi tutto l’anno. Queste due famiglie, quella del sacrista e del maniscalco, pur nelle difficoltà dovute alla scarsità di lavoro e alle magre entrate che riuscivano a racimolare durante il giorno o durante il mese, erano quelle che potevano vantarsi di avere qualcosa da mettere sotto i denti con una certa tranquillità. Una fetta di pane con un grappolo d’uva era una merenda da signori per i bambini; servire a tavola a pranzo o a cena un piatto di olive in salamoia con un buon bicchiere di vino bianco o rosso che sia, era un pranzo o una cena da non disdegnare, anzi era uno dei pasti più graditi dalla povera gente del paese, e infine una fetta di pane bianco, fatto con il grano e non con le fave o granoturco, era la cosa più succulenta che si poteva avere. E si perché sopra quel pane veniva spalmato lo zucchero, oppure la marmellata fatta in casa, o ancora condito con un po’ di aceto, sale, pepe e un po’ d’olio, magari quello dell’oliva che si era raccolta, era una squisitezza. Almeno allora, in quel tempo, dove non c’era la brioche, la nutella, o il biscotto integrale, ma c’era solo pane, tutto era più buono, tutto più appetibile e gustoso. Altri tempi……….forse anche migliori !!!!!


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I l calcio che passione

L’attività sportiva che si svolgeva nel paese iniziò durante il periodo fascista, quando per ordine dei gerarchi si celebravano i giochi ginnici della “Gioventù fascista”. In quel periodo, oltre al gioco del calcio si praticavano altri sport come la pallacanestro, le corse e saggi ginnici vari. Da questi giochi si trasmise nei giovani la passione per il calcio. Dopo il Fronte alcuni di questi diedero vita ad una squadra di calcio composta da loro stessi con rinforzi provenienti da Fano. Il fatto di avere dei giocatori provenienti dalla città rendeva le partite più avvincenti e partecipate. Il campo sportivo era situato lungo la Cesanense su di un terreno donato dalla Famiglia Terni al Comune, adiacente alla casa colonica di Tano Costantini, che in occasione delle partite metteva a disposizione dei giocatori una capanna destinata a rimessa di attrezzi, come spogliatoio. All’epoca era uno dei campi più rinomati, di dimensioni regolamentari attorniato da alberi di gelso e ben tenuto. Era l’orgoglio degli sportivi. La squadra era composta da elementi che è giusto ricordarne alcuni di loro: Romano Bedinotti era un buon portiere, coadiuvato in difesa da Elio Guidi e Aldo Federici come terzini, con Mario Fiscaletti (Tiberi) Romano


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Ragnetti nella mediana, infine con Dante Melucci (Gabetto) centravanti, Nazzareno Polverari e Tommaso Testaguzza (Terzo) il trio d’attacco. Gli altri venivano importati da Fano e ricoprivano di volta in volta i ruoli scoperti. Gli incontri si svolgevano fra le squadre dei paesi vicini manifestando un tifo assai energico, e in alcune circostanze anche violento. In una di queste partite si è assistito ad una rissa furibonda, veramente storica, sia per le violenze manifestate in questa circostanza, sia per alcuni atteggiamenti ridicoli. Erano le 17.00 di una Domenica di Luglio, quando l’arbitro, (un signore di un paese limitrofo) dà il fischio d’inizio alla partita Monte Porzio – Mondolfo. Paese da derby e come tale è stato giocato e vissuto. Il primo tempo finisce 0 a 0, ma si erano notate già delle avvisaglie poco promettenti per il proseguo dell’incontro. Inizia il secondo tempo, dopo appena 5 minuti Dante Melucci, detto Gabetto, centravanti del Monte Porzio viene atterrato in area. L’arbitro assegna il rigore. Proteste a non finire della squadra avversa che sosteneva l’insussistenza del fallo. Partono i primi spintoni, le prime manate, un pugno, un calcio , uno schiaffo e poi una valanga di persone che assistevano all’incontro si riversano sul campo da gioco. Un parapiglia a non finire. Le forze dell’ordine intervengono per sedare la rissa ma non ci riescono. Quello che accade nel campo di gioco è indescrivibile: appaiono i primi segni di sangue che fuoriesce dalla bocca e dal naso; saltano alcuni denti. Alcune scene sono rimaste impresse alle persone che erano presenti. La prima: uno spettatore del luogo assesta un morso nel lobo di un orecchio ad un tifoso di Mondolfo staccandogli di netto metà del lobo; un secondo ancora più curio-


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so: un signore correva intorno al campo con un ciuffo di capelli in mano, strappato ad un povero tifoso malcapitato, che poi depositò su un albero di gelso; l’ultimo, un povero cristo che si ritrova in mezzo alla disputa cercava di dividere due contendenti, si becca un morso terribile nel dito medio della mano destra che gli venne letteralmente spolpato, tanto da richiedere il ricorso al Pronto Soccorso dell’Ospedale Bartolini di Mondolfo. La parte curiosa per come veniva esercitata, si riferi-

sce al comportamento di un tifoso presente alla rissa. Aveva un randello in mano nascosto dietro la schiena; si avvicinava a due contendenti in lotta, assestava un colpo ad uno dei due, poi, come se nulla fosse nascondeva il randello di nuovo dietro la schiena e si avvicinava ad altri per ripetere la stessa scena. Tutto questo si ripete per alcuni minuti fino a quando un signore si accorge, lo insegue con circospezione e infine gli assesta un pugno al viso. Il poveretto tramortĂŹ al suolo


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riempiendosi di sangue che usciva dal naso. Alla fine dopo una buona mezz’ora, visto che nonostante l’intervento delle forze dell’ordine la rissa non cessava, il Maresciallo sparò tre colpi di pistola in aria e come per incanto finì la rissa. Si assiste a questo punto ad un fuggi fuggi per evitare l’identificazione delle persone che poi sarebbero state chiamate in Caserma. Finì con una solenne ramanzina del Maresciallo, non ci furono conseguenze se non per quelli che erano rimasti con un lobo d’orecchio in meno, con un pugno di capelli in meno e quello che più risentì delle conseguenze fu il tipo che rimase con un dito immobilizzato per parecchio tempo e l’articolazione difettosa che non ha più recuperato. Alla fine la partita fu sospesa e mai più ripetuta.


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U n tr agico incontr o di calcio

L’attività sportiva era appannaggio della stagione estiva, iniziava alla fine dell’anno scolastico e finiva alla fine di settembre; gli altri mesi erano molto scarsi di tali attività specie nel settore calcistico. L’incontro di cui si parla si colloca nelle prime settimane di giugno, un pomeriggio assolato, con un caldo afoso, umido che sollecitava una smania e un senso di nervoso tipico di questi giorni d’estate. Erano le 17.30 di una domenica di giugno del 1947, i bordi del campo erano pieni di spettatori venuti anche dai paesi vicini, la partita che si disputava era importante perché vedeva gareggiare la squadra del Fano contro il Monte Porzio che schierava la squadra tradizionale formata da giovani tutti sui 25-30 anni, alcuni erano reduci di partite memorabili come Aldo Federici e Romano Bedinotti. La squadra locale, abbastanza rinomata, aveva giocatori tecnicamente e sufficientemente validi. L’incontro particolarmente sentito aveva una sua motivazione: il Fano era la squadra che periodicamente forniva a Monte Porzio giocatori negli incontri che si disputavano con i paesi vicini e quindi si avevano di fronte gli idoli che prestavano la loro attività presso la nostra squadra. Era un incontro fra amici che rispettavano sia le persone che assistevano alla gara sia i giocatori.


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Era infine uno dei primi incontri che venivano disputati nella stagione. Un incontro veramente all’insegna dell’amicizia. Tutto concorreva affinché la manifestazione si avviasse a un epilogo gioioso e festante; mai e poi mai si pensava che tutto finisse in una tragedia. Ecco i fatti: il protagonista è il sig. Tommaso Testaguzza, di 32 anni, ruolo di ala destra; le squadre entrano in campo e dopo aver salutato il pubblico inizia la partita che si annuncia subito assai vivace e combattuta. I protagonisti in campo dimostrano di impegnarsi al massimo per far sì che lo spettacolo fosse piacevole e divertente per tutto il pubblico presente. La squadra locale era palesemente inferiore ai suoi avversari ma si batteva con coraggio e forza di volontà, dando il massimo delle sue capacità atletiche. L’incontro trascorreva nel modo più classico, con azioni che si susseguivano dall’una e dall’altra parte. Gli spettatori incitavano la squadra senza trascendere in frasi volgari; si percepiva che l’incontro era fra due


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squadre che si stimavano e che erano pervase da un profondo rispetto. Si era giunti al 25° del secondo tempo; il risultato era bloccato sull’1 a 1. Le squadre lottavano per raggiungere la vittoria e per questo si impegnavano al massimo. L’azione fatale parte da metà campo con un passaggio preciso della difesa verso l’ala destra impegnando il Testaguzza che presidiava la zona. Con uno scatto decisivo e veloce, che era una sua caratteristica, dribla due avversari, avanza veloce verso l’area di rigore, in un baleno si trova da solo davanti al portiere. A quel punto l’ultimo difensore esce per tentare la presa, si avventa contro l’attaccante, con la spalla sinistra colpisce violentemente il ginocchio della gamba destra del Testaguzza che con un grido di dolore si accascia a terra toccandosi nervosamente il ginocchio. Per il colpo subito la rotula gli uscì lacerando e rompendo tutti i legamenti della gamba. L’incidente in un primo momento non fu valutato grave, seppure il Testaguzza non riusciva ad alzarsi e muovere l’arto. Fu trasportato al Pronto Soccorso dell’Ospedale Bartolini di Mondolfo con una motocicletta con sidecar; subito venne diagnosticato un trauma grave. Questa fu la prima notizia che venne data ai giocatori e ai tifosi. Al rientro degli accompagnatori già si poteva intuire che non era un incidente normale ma che poteva avere conseguenze irreversibili. La nottata del Testaguzza fu dolorosa e il giorno successivo le informazioni che trapelavano non lasciavano presagire nulla di buono. Si mormorava già di un intervento chirurgico particolare al ginocchio e che era possibile anche l’amputazione dell’arto. Tutti gli sportivi, ma anche tutto il paese era in trepidazione per le conseguenze possibili che poteva subire Tommaso; conseguenze che comportavano decisioni dolo-


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rose per sé e la famiglia composta dalla moglie Michelina in stato interessante e due figli maschi ancora adolescenti. A questa realtà angosciosa si aggiunge la notizia che trapelava dall’Ospedale dove i chirurghi stavano prendendo seriamente in esame la possibilità di amputare l’arto, che per altro mostrava segni di necrosi che poteva degenerare in cancrena. La notizia, che in un primo momento si pensava remota, con il passar delle ore stava diventando via via sempre più concreta tanto che Tommaso, venuto a conoscenza della decisione dei chirurghi in un primo momento si rifiutò decisamente all’intervento rischiando conseguenze irreversibili. Infine, dopo tante insistenze di parenti, amici, medici e quant’altro si giunge alla soluzione di intervenire con l’amputazione dell’arto. Che dire! In una giornata afosa, di inizio estate, dove la gente si ritrova per assistere ad una partita di calcio iniziata fra la gioia e l’entusiasmo di tutti finisce in una tragedia: un giovane trentenne mutilato per sempre per aver partecipato con entusiasmo, che gli era abituale, ad una partita, aveva davanti a sé un avvenire quanto mai precario, pieno di incertezze e sofferenze, attenuate dall’intervento di parenti che gli offrirono un lavoro che permise di continuare a lui di vivere e mantenere la propria famiglia con l’applicazione di una protesi. Questo è un episodio che è bene ricordare perché ancora oggi rimane indelebile e vivo nella mente dei cittadini di Monte Porzio che lo ricordano con profonda commozione. Tommaso Testaguzza morì il 24–11-1990 . I due figli maschi emigrarono in Canada, mentre la figlia Lauretta abita in paese.


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F amiglia ing. E milio T er ni

Nel periodo che interessa il presente lavoro l’attività produttiva del territorio comunale era incentrata sull’economia agricola. Nel territorio operavano diverse aziende facenti capo alla famiglia Terni, Ginevri Latoni, Chiocci e Flajani. Ogni azienda aveva un fiduciario detto Fattore che controllava e gestiva l’azienda. Così per la famiglia Terni c’era Pietro Romani; per Ginevri Latoni e Chiocci, Umberto De Marchi; per i Flajani Alberto Tomasetti. In genere questi erano diplomati in Agraria. Fra queste aziende la più interessante, per la nostra storia è quella della Famiglia Terni, vuoi per l’estensione dei terreni che risultano i più ampi, con una superficie di 300 ettari distribuiti in collina e nella pianura della valle del Cesano così da avere dei buoni vigneti nella parte alta e soleggiata e una produzione cerealicola e di foraggi di buona qualità; vuoi per la professione religiosa della famiglia stessa, essendo questa di religione ebraica che rientrava ovviamente nella legge del 1938 emanata dal Fascismo per la protezione della razza. L’ing. Emilio Terni era nato nel 1882, originario di Ancona, i suoi interessi economici erano legati alla cantieristica navale, di famiglia benestante, sposato con Clara Almagià, anch’essa con posizione economica assai cospicua.


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Ebbero due figli, Amalia Vittoria del 1913 e Filippo del 1919. Lui Ufficiale di cavalleria, aveva un portamento austero, incuteva soggezione e non agevolava la conversazione, anche se non dava segni di insofferenza nel dialogo con i propri dipendenti; anzi, si rendeva partecipe delle situazioni difficili che si potevano avere in quei tempi burrascosi. Nella comunità comunale godeva di un alto credito e rispetto, anche se alcuni tendevano a non voler dare tanta benevolenza, considerando il Terni un padrone che sfruttava e per giunta ebreo. In verità il risentimento era dovuto più al comportamento del proprio fattore più duro ed intransigente che quello del padrone. Comunque la sua permanenza, per la verità saltuaria nel paese, era ben accettata. Non creava problemi di nessun genere anche dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938 che potevano rendere più difficoltosa e non gradita la sua presenza. La popolazione non dimostrò mai segni di repulsione nei suoi confronti; semmai ci fu un atteggiamento di copertura e di protezione da eventuali atti di violenza da parte dei fascisti e dei tedeschi. Vero è che anche il Fascio locale non ha mai interferito nella sua vita privata e anche a quella come proprietario terriero. Forse questo atteggiamento benevolo nei suoi confronti era dovuto anche dal fatto che intorno alla sua attività di proprietario agricolo di dimensioni considerevoli, dava occupazione ad una grande quantità di lavoratori di ogni categoria a partire dai muratori fino ad arrivare alle sarte. La sua presenza in paese come detto, era saltuaria, dimorava nel suo palazzo per alcuni giorni, visitava i suoi coloni, ispezionava i lavori di muratura che aveva in corso d’opera, una controllata alla situazione economica e poi


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rientrava alla sua sede principale in Ancona. La sua permanenza era più lunga nel periodo di fine anno in occasione della chiusura dell’anno agricolo e relativi conti economici. Una presenza più assidua, costante e prolungata si è avuta negli ultimi periodi della 2° guerra mondiale, quando la rappresaglia contro gli ebrei divenne più forte e cruenta anche in Italia con le relative deportazioni. Su questo aspetto ci sono state e ci sono tutt’ora posizioni che non collimano, mentre si è tutti concordi nel dire che l’ing. Emilio Terni fece espatriare il figlio Filippo in Svizzera, mentre la moglie Clara e la figlia Amalia Vittoria si rifugiarono in un convento di suore a Roma. L’ing. Emilio soggiornava in varie località delle Marche. Sicuramente il soggiorno più lungo lo fece nel comune di Monte Porzio almeno fino a quando non fu costituito nel suo palazzo un comando tedesco. Da quel momento le ipotesi sono diverse. Alcuni affermano che continuò a vivere nel suo palazzo nascosto in uno dei cunicoli delle ampie cantine sotterranee, nascoste da enormi botti. Secondo questi sostenitori veniva rifornito del necessario per vivere da alcuni suoi operai: ipotesi molto improbabile se si pensa al regime di vita a cui era sottoposto: sempre nell’oscurità, senza aria di ricambio, non si comprende come potesse vivere in una simile condizione. Un’altra ipotesi sostenuta da alcuni era quella di un suo trasferimento nottetempo all’eremo di Fonte Avellana, dove erano rifugiate altre persone ricercate dai fascisti. Anche questa ipotesi non fu suffragata da alcun elemento certo e i frati dell’eremo sostengono di non aver mai ospitato personaggi di religione ebraica provenienti dal comune di Monte Porzio. Un’altra ipotesi, è quella di un suo trasferimento not-


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turno con un autoveicolo verso il Piticchio di Arcevia dietro consiglio del fattore Pietro Romani presso dei sui parenti; altri invece che era alloggiato presso famiglie conosciute da diverso tempo. La sua permanenza al Piticchio fu abbastanza breve perché successivamente si trasferì a Roma presso un convento di suore dove alloggiavano la moglie e la figlia. Questa ipotesi sembra la più credibile perché avvalorata da due fatti importanti: il primo è che un certo Manna, abitante a Monte Porzio, suo dipendente, ogni 15 giorni transitava per quei luoghi con un cavallo di proprietà della tenuta agricola Terni. Alcuni sostenevano che quel suo viaggio era appunto un modo per far giungere all’ingegnere informazioni su come andavano gli eventi nel suo Comune, sia per trasportare viveri e alcuni dicono anche denaro. Il secondo fatto era legato agli eventi bellici. Nella zona di Arcevia, e quindi anche a Piticchio, era forte la presenza di nuclei di partigiani che operavano nel territorio, questa presenza avvalorava la tesi secondo cui era più facile avere copertura e difesa nei confronti dei tedeschi essendo ebreo. Infine il suo trasferimento a Roma era dettato dall’ansia di riunire la famiglia in un momento assai delicato. Comunque sia, l’ing. Terni si fece vivo dopo un periodo di tempo abbastanza lungo dal passaggio del fronte e comunque molto tempo dopo la liberazione del Comune avvenuta il 16 agosto del 1944. Questa vicenda può essere considerata come marginale e insignificante se paragonata alle vicende luttuose accadute in questo periodo. Assume invece un significato molto profondo e indicativo del comportamento dei cittadini nei confronti dell’ingegnere. Tutti sapevano nel paese che egli era di religione


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ebraica e che quindi poteva essere cagionevole di ripercussioni di rappresaglia sia per la persona stessa sia per la popolazione; ciò nonostante tutti hanno difeso e nascosto un personaggio che poteva creare dei guai non indifferenti a tutti, e tutti in un modo o in un altro hanno contribuito per far sì che fosse nascosto e trasferito altrove. Questo comportamento dei cittadini fu ricambiato con generosità dall’ingegnere che ha voluto donare alla comunità comunale e parrocchiale due edifici uno da adibire a punti di incontro per gli anziani e l’altro il “circolo cittadino” con relativo spazio dedicato ai giovani. Inoltre lasciò un terreno da dedicare a campo sportivo utilizzato dalle società calcistiche fino a qualche anno fa, quando con decisione dell’Amministrazione Comunale fu messo in vendita. Certamente quest’atto non fu un atteggiamento rispettoso nei confronti di Terni che ha voluto donare un bene che doveva essere “a ricordo” come atto di riconoscimento verso tutta la popolazione che ha voluto dimostrargli legame e rispetto. La storia di Emilio Terni nel Comune di Monte Porzio si è conclusa con la vendita di tutti i suoi beni e la sua morte avvenuta a Genova il 3 agosto 1967 seguita da quella di tutti i suoi familiari.


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D ott. G ennar o M ascagni

Personaggio tipico della media borghesia del secolo scorso. Uomo alto, distinto, altero, portamento sostenuto. Sigaro in bocca in ogni momento, portava un cappello “Borsalinoâ€? a larghe falde, passo deciso e disinvolto. Insomma un personaggio che si faceva notare anche se non ricercava la notorietĂ . Non era nativo della zona, proveniva dalla vicina Romagna e come buon romagnolo si era integrato benissimo nella nostra comunitĂ  che ha servito a lungo curando con dedizione i suoi ammalati.


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Nato il 02 gennaio 1895 a Medicina (BO) rimase nel nostro paese dal 1923 al 1963 vivendo con i suoi paesani le lunghe e a volte penose traversie accadute nel periodo di permanenza nella nostra terra. La sua famiglia era composta dalla moglie e tre figlie tutte studentesse universitarie. Questo in sintesi il Dott. Gennaro Mascagni medico condotto del comune. Il suo portamento, la sua figura, i suoi modi di approccio con le persone, mettevano in soggezione tutti coloro che lo avvicinavano ma era solo apparenza, altro era il suo atteggiamento professionale. Laureatosi all’Università di Bologna in medicina, svolge fin da giovane l’attività di medico condotto. Arriva a Monte Porzio, inizialmente ha qualche difficoltà di inserimento ma gradatamente si fa benvolere da tutti gli abitanti. La sua opera di salvaguardia della salute dei suoi concittadini fu sempre assidua con opere di prevenzione specie per l’infanzia. Nel suo ambulatorio in Via Mazzini, riceveva tutti, ricchi e poveri e ugualmente assisteva con pari cura e assiduità professionale incurante di chi poteva e di chi non aveva come pagarsi la visita. Allora, nei primi tempi non esisteva la mutua e si doveva attendere l’elargizione del comune che interveniva solo in alcuni casi estremamente gravi. Le visite che giornalmente faceva a domicilio erano quasi sempre gratuite per coloro che vivevano in condizioni di povertà. Allorquando, in campagna avveniva un evento di particolare importanza o gravità, partiva usando la bicicletta quand’era possibile o il servizio pubblico del sig. Giuseppe Marroni, oppure e non di rado, il cavallo o addirittura un biroccio trainato da un paio di buoi. Spesso il viaggio era fatto in compagnia della levatrice.


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Il parto era un evento felice, alcune volte si risolveva in tragedia con la perdita del nascituro o della madre. L’evento veniva seguito in casa, difficilmente la puerpera era assistita in ospedale. L’ospedale era un lusso, chi era ammalato veniva curato in casa e lì finiva la sua vita. In questa realtà non era facile la vita del medico condotto, ma Mascagni non si curava delle difficoltà e del disagio. Andava comunque e ovunque, la sua opera poteva risolvere problemi gravi o nel caso più infausto aiutava e consolava coloro che erano colpiti da eventi tragici. Era uno di noi e con noi partecipava a tutte le cose belle e meno belle che si avvicendavano fatalmente nella comunità. Ha vissuto, curato, medicato, aiutato durante il periodo del secondo conflitto mondiale e ha visto nascere tante creature e visto purtroppo quanta sofferenza esisteva in molte famiglie. Al suo tempo, il tumore era un male oscuro per molti, non per lui, che in quelle occasioni si prodigava con dedizione per alleviare le terribili sofferenze di coloro che ne erano colpiti. Aveva una massima che ripeteva a tutti: le cure farmacologiche devono essere utilizzate con dovizia, l’eccesso nell’uso può portare distorsioni irreparabili, (a tal proposito l’INAM 23 gli conferì un Premio). Allora nelle case dei monteporziesi non c’era lo stipet23Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro le Malattie, è stato un ente pubblico italiano che gestiva l'assicurazione obbligatoria per provvedere, in caso di malattia dei lavoratori dipendenti privati e dei loro familiari, alle cure mediche e ospedaliere. È stato istituito con l. 11 gennaio 1943, n. 138 ed assunse la denominazione di INAM con il D.L.C.P.S. 13 maggio 1947, n. 435. Nel 1977 l'ente è stato sciolto a seguito della nascita del Servizio Sanitario Nazionale (INPS).


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to delle medicine non utilizzate, le sue prescrizioni erano dosate e non c’era pericolo di sprechi. Giunto all’età della pensione il Dott. Gennaro Mascagni si trasferisce con la sua famiglia a Pesaro. Oggi a distanza di anni si ricorda volentieri un medico burbero, altero e scontroso, ma tutti questi difetti ne fecero un uomo amato, benvoluto da tutti i cittadini che lo hanno conosciuto.


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G ino E sposto detto “E l ministr ”

Arrivò a Monte Porzio alla fine degli anni ’50 (del secolo scorso), mandato dal sacerdote di Vallone 24 Don Franco Pettinari come addetto alla macchina da proiezione film del cinema parrocchiale. In questa occasione conobbe Idalia Montesi che ben presto diventò sua moglie e dopo un breve periodo vissuto al Vallone, tornarono a Monte Porzio dove venne assunto, in qualità di fattore, affiancando e poi sostituendo Alberto Tomasetti ormai giunto alla pensio24

Frazione del Comune di Senigallia (AN)


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ne, presso l’azienda agricola della Contessa Cordelia Flajani. Amministrando l’azienda fu subito soprannominato “el ministr”, curiosa è la scena quando fu invitato ad una cena presenziata da personaggi importanti; al suo arrivo essendo annunciato come “ministr” alcuni invitati credettero che si trattasse veramente di un ministro, quando gli chiesero quale ministero reggesse lui rispose: “quello dell’agricoltura, che domande!”. Si integrò da subito con il paese e collaborò con la Proloco e a tutte le varie iniziative che venivano organizzate; essendo sempre in ritardo nel rientrare a casa diventò famosa la frase della moglie che chiedeva a chiunque passasse: “hai vist ma Gino ?”. Famosa è anche la sua frase: “la moglie è un fastidio necessario”. Un altro episodio che lo vede coinvolto è quello dei meloni: una anno piantò i meloni da seme, quindi nel periodo della raccolta regalava meloni a tutti a condizione che gli riportassero i semi e questo destò risentimento da parte dei negozianti del paese che quell’estate non vendettero neanche un melone. Sicuramente verrà ricordato anche per le cene che organizzava in azienda; riuscivano tutte alla perfezione con una gran partecipazione di persone, invitati e non, coinvolgendo anche i più giovani che trovavano in lui un compagnone allegro che faceva dimenticare, se pur per poco, i problemi di tutti i giorni. Tutti si trovavano bene con lui anche per la sua grande disponibilità verso tutti, e difficilmente portava rancore anche a chi gli aveva fatto un torto. Ha lasciato un buon ricordo su quanti lo hanno frequentato e conosciuto anche superficialmente, perché persone così disponibili, schiette nel parlare e nel comportarsi difficilmente se ne trovano. Olivieri


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Giuseppe M ar r oni (Duar d )

In questo capitolo parliamo di un personaggio che sicuramente i settantenni ricordano molto bene, Giuseppe Marroni detto “Duard”. Duard faceva di professione il taxista, o più propriamente, come lo si chiamava a quel tempo: proprietario del servizio pubblico. In un primo tempo svolgeva questa attività utilizzando un auto Balilla, successivamente una Fiat Millecento, per un periodo il servizio venne svolto con due automezzi perché utilizzò l’aiuto di un altro personaggio caratteristico del paese: Dante Melucci. Inizialmente serviva sia Monte Porzio sia Castelvecchio fino a quando anche nella frazione venne istituita una stazione di servizio pubblico. L’attività prevalente era quella di trasportare persone nelle città vicine come Senigallia o Fano, il trasporto del Dott. Mascagni e della levatrice Letizia Federici (Nina) in campagna quando era richiesto il loro intervento. È bene ricordare che in certe occasioni, quando il trasporto non era fatto attraverso il servizio con traino animale, che era limitato alle abitazioni vicine al paese, era Duard con la sua Balilla o con il suo Millecento a fare il servizio. È doveroso ricordare anche che il servizio di collegamento della zona che andava da Pergola a Fano o Senigallia era effettuato con carrozze a traino animale e solo in alcuni giorni della settimana. Era giocoforza se


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c’era l’esigenza e la necessità di un servizio più veloce e comodo che si dovesse ricorrere al servizio di auto pubblica e quindi di Duard.

Giuseppe (Duard) nacque il 22 maggio del 1911 e morì il 15 maggio 2003, era un uomo mite, tranquillo tutto preso dal lavoro che esercitava con passione e dedizione; gentile con i clienti, sempre disponibile in tutte le occasioni. Era sposato con la Sig.ra Giovanna Mariani (Gianna) che oltre ad altri lavori esercitò per un certo periodo di tempo la professione di parrucchiera. La sua famiglia era composta, oltre alla moglie da due figlie. Duard al suo normale servizio aveva un rapporto previlegiato con i giovani del tempo, i settantenni di oggi. In quel tempo non era ancora sviluppata la motorizzazione, tutt’al più si aveva una bicicletta e andava bene se era buona, ma era anche il periodo in cui i poveri incominciavano a frequentare le sale da ballo, cinema e mani-


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festazioni varie. È ovvio che non si poteva utilizzare la bicicletta ma si aveva la necessità di avere un mezzo più veloce che potesse trasportare più persone. L’unico modo era quello di ricorrere al servizio di Duard che sempre disponibile faceva la “Vettura” come si diceva allora del servizio pubblico. Non ci si deve stupire se i servizi fatti ai giovani erano i più vari, buoni e meno buoni, e non ci si deve stupire se diciamo che nel millecento di Marroni entravano 11 persone più l’autista e quando si arriva a destinazione la gente rimaneva stupita nel vedere quante persone uscivano dalla macchina. Marroni è stato un grande, un grandissimo amico dei giovani ed è per questo che tutti gli volevano bene. Il periodo in cui svolse il servizio era uno di quei periodi brutti, quando 1.000 Lire dovevano bastare per andare a ballare o al cinema e la scelta era sempre difficile, per il costo del servizio e magari anche il costo delle sigarette. Il pagamento del servizio di Duard veniva spesso dilazionato nel tempo, alcuni di questi giovani finirono di pagare i debiti qualche giorno prima di convolare a nozze. Fra i giovani e lui c’era un feeling, egli sapeva tutto dei giovani che usufruivano del suo servizio, non era un confidente nel senso classico del termine, ma avendo la possibilità di vivere insieme conosceva quello che si faceva e dove volevi arrivare. Tutto rimaneva all’interno del gruppo e lui non tradiva, anzi ci difendeva.


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T er r agobba

Il suo vero nome era Giovanni Mancinelli, era nato a Monte Porzio il 28 Marzo 1879. La sua esistenza è stata molto movimentata e abbastanza travagliata. Così pure la sua vita familiare. Perché assunse questo nome “Terragobba” non ci è dato di sapere, (qualcuno dice che derivi dal fatto che, essendo migrato in America, come scese dalla nave in suolo americano esclamò “ecco siamo arrivati in queste terre gobbe” ma la cosa non è certa) comunque sia il suo vero nome era solo riportato negli atti ufficiali dell’anagrafe, dopodiché tutti lo chiamavano con quello strano nome di “Terragobba”. Era un personaggio strano. Quello che si racconta è un po’ il frutto di fantasie alimentate anche dallo stesso personaggio. La sua professione era bracciante e giornaliero agricolo; poi, come risulta dalle carte diventò senza professione, vagabondo, senza fissa dimora. Il suo abbigliamento era stravagante, vestiva con pantaloni e giacca neri (o marrone), portava una fascia rossa alla vita ed un fazzoletto dello stesso colore al collo, un paio di gambalacci in pessimo stato, un cappello di paglia con penne di gallina in testa e una bisaccia piena di stracci; lo seguiva immancabilmente e sempre il suo cane. Alto di statura, non molto bello, anzi nel vederlo incuteva timore se non paura. La sua canzone preferita era “Addio Lugano bella”, il canto degli esuli anarchici. Di


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fede sicuramente anarchica, fiero antifascista e anticlericale, in feroce contrasto con il potere politico locale, per questi suoi atteggiamenti gli si aprirono le porte del carcere. Si racconta che in occasione di un processo penale intentato contro di lui da un gerarca fascista del luogo, di fronte al giudice che lo interrogava ebbe a dire: “Se parla lei signor giudice rispondo io, ma se parla lui (rivolto al gerarca che lo accusava) rispondono i miei stivali”. Il carcere divenne ben presto la sua seconda dimora. Il suo lavoro consisteva nell’andare in campagna ad aiutare i contadini nei lavori più umili per avere in cambio qualcosa da mangiare e a volte si appropriava di qualche galletto. Tentò anche la via dell’ emigrazione ma con poca fortuna. Aveva sempre la battuta feroce; quando i contadini gli intimavano di restituire quello che indebitamente aveva preso rispondeva: “Arriverà un tempo nel quale vi porteranno via tutto e voi non potrete dire nulla”. Di fatti di lì a poco scoppierà la seconda guerra mondiale. Oppure: “Se il Duce fa la guerra vedrit com v’arvolta la terra”. Aveva atteggiamenti strani, da uomo vicino alla follia. Andava per esempio per le vie del paese spargendo sale e dicendo “sciapi, set sciapi” cioè siete sciapi, insipidi, senza nerbo; oppure “È meglio essere padrone di una canna che garzone in un canneto”. Ancora “valgono più i miei gambali che a Monte Porzio gli argentati altari”. Negli ultimi tempi chiedeva l’elemosina di fronte alla casa di Ruggero Cattalani, e se qualcuno non dava nulla dicendo che non aveva soldi, lui prendeva un soldo da sopra un muro, dove li aveva precedentemente allineati, e lo dava a chi gli aveva negato l’elemosina. Atteggiamenti strani non c’è dubbio, che lasciavano un po’ di sconcerto in chi lo vedeva per la prima volta o non lo conosceva. Nonostante ciò nelle poche volte che era lucido di mente dimostrava una vivace intelligenza, una


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capacità di ragionare, dovuta probabilmente più all’esperienza di vita quotidiana che a studi o letture approfondite. Possedeva una facilità di parola e talvolta di persuasione che lasciava perplesso chi lo ascoltava o lo avvicinava. Purtroppo quei momenti erano pochi per non dire rari e scemavano man mano che l’età avanzava. Il paese lo accettava così come era; nei momenti di lucidità dialogava con tutti, nei momenti di crisi era meglio non avvicinarlo. Incuteva in tutti un senso di rispetto e di paura, ma in fondo tutti gli volevano bene. Forse le sue intemperanze, le sue argomentazioni erano lo specchio di un clima sociale teso, senza prospettive: il peso degli eventi successivi giocò un ruolo pesante su tutti i cittadini. Giovanni Mancinelli muore a Pesaro su una panchina davanti all’ospedale il 3 giugno 1940, un mese dopo la scomparsa del figlio Ezio. Certo la sua vita e la sua storia è strana e incomprensibile, se la si vuole isolare dal contesto in cui è vissuta. In quel contesto, vivevano altri Terragobba, che avevano e vivevano le stesse vicende. La storia del nostro paese ci ha regalato quest’uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti; ricordiamolo così come la storia ce lo ha consegnato.


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L uigi G hir onzi

Chi non lo ha conosciuto non può capire la sua bontà, il suo vivere scanzonato, la sua umanità. È un uomo del suo tempo, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma tutto impostato ad un sano umorismo campagnolo. Ogni suo gesto, ogni sua parola era una risata, un tocco di buonumore. Con lui la malinconia spariva, con lui vivevi l’essenza dell’allegria. Una allegria sana, piacevole, gioiosa che traeva origine dalla vita di tutti i giorni, dall’esperienza quotidiana, talvolta dolorosa e tragica; ma che nelle sue parole e nei suoi gesti diventavano cose e fatti accettabili.


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I suoi racconti di guerra (‘15-’18) erano uno spasso. Non raccontava la morte, le tragedie, ma le cose minime di tutti i giorni, con una vena di ironia e con la semplicità che solo in chi le ha viste e vissute con un certo distacco può provocare un momento di gioia e di felicità. Di fatti tragici ne raccontava, eccome. Diventava serio, aggrottava le ciglia, ma subito ritornava allegro. Sembrava che volesse far capire che, pur nel modo scanzonato, il tragico rimane, e rimane nel cuore. Era un personaggio umano, semplice, che al solo vederlo non potevi non sorridere o fare una battuta maliziosa. Faceva parte di quella schiera di calzolai che per vivere, oltre alla bottega in paese, andava presso le famiglie di contadini per la riparazione delle scarpe di tutto il nucleo familiare. I racconti che si facevano di quelle giornate erano esilaranti. Spiegava con dovizia di particolari i piani che si facevano insieme per portarsi a casa, senza essere visti e senza pagare, una fila di pane, un pezzo di lardo, una forma di formaggio, un po’ di lonza,una cotica e anche una gallina, possibilmente, o un coniglio. Pensate a quattro buontemponi che mentre lavorano elaborano il piano tenendo conto che è presente sempre uno della famiglia; solitamente la capoccia che vigila e scruta, e loro quattro che con cenni del viso, della mano e con fischi, avevano sempre la netta percezione di quanto stava accadendo nella zona di operazione. Tutto questo racconto era condito con la mimica facciale, con una gestualità manuale che ascoltando pareva di vederli realmente all’opera. Teniamo presente l’epoca dei fatti. In quel tempo poter portare ai figli o alla moglie un filone di pane bianco, un uovo, un po’ di prosciutto o un pezzo di lardo per il condimento, era come andare a nozze con dolce e frutta, e quindi si spiega e si giustificano questi mezzi non proprio ortodossi. Si potrebbe dire oggi che servivano per la propria sussistenza. Ma non finiva qui la storia.


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Il bello era la divisione del bottino. Non litigavano, ma facevano valere le proprie ragioni. La pericolosità dell’azione - prendere una gallina era rischioso, perché poteva cantare e quindi bisognava tirargli il collo - prendere un po’ di prosciutto era più facile, mentre si mangiava si facevano sparire alcune fette, così dicasi per una forma di formaggio facilmente nascondibile nel tascapane e così via. Vi era una graduatoria dei rischi insomma. Poi veniva la situazione familiare: chi aveva dei figli, chi la sola moglie e così via. Finita la disputa, contenti e felici arrivavano a casa e presentavano il loro bottino alla famiglia per poi cenare. Finita la guerra (la seconda) Luigi diventa netturbino. Con scopa, badile e carretta si dedica alla pulizia del paese. Alle 4 del mattino è già in strada. Svolge il suo lavoro con zelo, senza venir meno al suo carattere burlone e scanzonato. In questa nuova veste cambia stile, non più racconti esilaranti, ma scherzi altrettanto esilaranti. Famoso e tipico quello del portafoglio che cammina. Chiudete gli occhi e fate lavorare la fantasia. State camminando per strada, vedete un portafogli gonfio. Vi fermate, date uno sguardo intorno per vedere se c’è qualcuno che vi osserva, non c’è nessuno. Già pregustate la sorpresa di vedere un bel gruzzolo di soldi, vi chinate per raccoglierlo e ... sorpresa.. il portafoglio si muove: vi alzate di scatto, guardate in giro, non c’è nessuno, il portafoglio è a qualche centimetro. Ci provate ancora e di nuovo il portafoglio si muove. Questo scherzetto dura un po’ di tempo, alla fine esce Luigi con una gran risata e svela il trucco. Il portafogli era legato ad un filo accuratamente mimetizzato, quando si provava a prenderlo si tirava il filo e l’oggetto si spostava di qualche decina di centimetri. Altre storie e altri scherzi si possono raccontare del nostro Luigi. Non è possibile oggi riportarli tutti in questa circostanza, ma una ancora bisogna farla conoscere


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perché ci fa capire più compiutamente l’epoca, il clima e l’ambiente in cui si collocano le nostre storie. Sono sempre i soliti quattro calzolai presso una famiglia di contadini. La capoccia sta cucinando lo stoccafisso (allora lo stoccafisso non era un alimento pregiato ma era un piatto povero), si rivolge ai quattro chiedendo loro se avessero fame. Luigi risponde; “Porta stoccafìss, crescia e pan; c’è quattr’omn fìer che si c’arivan fann strag”. Questo era il loro tempo, questa la loro vita, dura, talvolta dolorosa e tragica, ma per Luigi c’è stato sempre un filo di speranza, di buon umore e se volete anche un po’ di gioia e di felicità. E oggi cosa abbiamo? Non è una domanda retorica, è una domanda che vuole risposta.


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C olombo T aussi

Per molti abitanti del paese oramai questo nome dice poco o nulla, lo considerano un abitante del luogo come tanti altri, per altri, quel nome rievoca invece momenti di straordinaria vitalità del paese. Colombo Taussi nacque il 26/02/1915. La mamma Stella gestiva un alimentari che si trovava proprio davanti alle Scuole Elementari in Via Umberto I°, poi Via Mazzini. Oltre agli alimentari commerciava anche in articoli scolastici: quaderni, penne, colori, inchiostro ecc. Con sua sorella Peppa fungeva anche da bidello della scuola. Fin da giovane Colombo si dimostrò un uomo molto


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versatile, spaziando in attività diverse ottenendo sempre buoni risultati. Di statura normale, aveva una folta capigliatura, uno sguardo furbo e vivace che si addiceva perfettamente alla sua indole estroversa. Amava la compagnia soprattutto giovanile. Era sposato con la sig.ra Marianna, da cui ebbe tre figlie femmine che erano il suo orgoglio. L’occupazione prevalente era il falegname, inizialmente la sua bottega era situata in Via Mazzini, poi dopo la 2° Guerra si trasferì in Viale Cante, in uno stabile costruito da un suo parente dove venivano lavorati infissi di vario genere. Se lo si ricorda non è tanto e non solo perché era un buon falegname e non solo perché aveva tre figlie ma perché quest’uomo ha portato delle novità che nessuno fino allora si era sognato di portare. Di carattere aperto, gioviale, talvolta burlone, amava fare delle sorprese a tutti e tutti ne erano meravigliati. Alla fine della guerra con una motocicletta Guzzi con annesso sidecar partiva la Domenica mattina per Fano per fare un carico di gelati sfusi da vendere in paese dove la gente, specie i più giovani aspettavano in cima alla “Costarina del Pozz” per gustarsi un buon gelato. Quello che sorprendeva era che quel gelato in vaschetta tonda e profonda, avvolta in sacchi di juta pieni di ghiaccio e sale, rimaneva solido, anche se alcune volte si sentiva un po’ il gusto del sale. Nel paese, dopo la cessazione delle rappresentazioni teatrali della Parrocchia, nel teatrino iniziarono le proiezioni cinematografiche organizzate e gestite da Colombo stabilendo due ordini di posti con prezzi diversi: quello speciale era situato sul palco, quello normale nella platea comune. Di questo periodo si ricordano i contrasti con il Parroco in riferimento al tipo di proiezione relativo al buon costume. Ma non finisce qui l’estro di Colombo: nel


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periodo di Carnevale si organizzavano feste da ballo utilizzando un vasto granaio chiamato la “barcaccia”; gli organizzatori erano alcuni amici che insieme volevano rendere allegro questo periodo come avveniva in tutti i paesi limitrofi. Successivamente, al dopolavoro, locale che era frequentato da persone di tutte le categorie, si diede vita alla “ Società Carnevalesca” gestita prevalentemente da quarantenni con il compito di organizzare manifestazioni carnevalesche popolari che richiamava maggiormente la gente del paese, con un’orchestrina quasi paesana. Un’iniziativa che ebbe successo! In tale contesto si organizzarono cene succulente e veglioni memorabili, utilizzando non più la “barcaccia” ma un salone del “Palazzo Chiocci”. Colombo visto il successo delle carnevalesche si volle cimentare anche lui nel ballo, organizzando dei Veglioni molto più raffinati e più aristocratici. Intanto il luogo era più adatto al tipo di ballo che si voleva organizzare: il nuovo locale costruito per il cinema era di dimensioni più grandi, si adattava meglio al dispiegamento dei tavoli; la disposizione del palco per l’orchestra dava un senso di maestosità, essendo addobbato adeguatamente. L’orchestra “Franceschini” di Fano, composta da circa 20 elementi aveva una sceneggiatura di grande effetto visivo. 25. Fu questo un impatto straordinario per il paese, veniva richiesto l’abito scuro per gli uomini e possibilmente il vestito da sera per le signore e la prenotazione del tavolo. Il buffet ben organizzato e rifornito espletava un servizio di prim’ordine. Nell’interno della manifestazione si eleggeva “Miss ballo” che immancabilmente era sempre la stessa persona. Così si allargò la cerchia dei partecipanti, anche per 25

Vestiti con una elegante divisa bianca, con farfallina e bottoni colore oro.


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una sapiente campagna promozionale e pubblicitaria. In questo modo si sviluppò una concorrenza fra la “Carnevalesca” e i “Veglioni” di Colombo, che ne uscì vincitore, avendo la società chiuso i battenti poco tempo dopo. Ma ancora una iniziativa doveva mettere in gioco il nostro Colombo: “il ballo a ore”. Sì, proprio il ballo a ore! Si deve sapere che nel mese di Ottobre venivano celebrate le fiere, in quell’occasione per rendere maggiormente allegra la fiera, si organizzava il ballo che inizialmente veniva collocato nei locali del dopolavoro e successivamente nel capannone di Gianantoni e Cattalani che serviva da rimessa automezzi. Quando si rese disponibile il nuovo locale del Cinema, tutto si trasferì nel nuovo sito. Però come si poteva organizzare una manifestazione a pagamento collegata ad una fiera che per sua natura non prevede gente fissa e stabile, ma che gira, cambia ecc?. Non è un problema: il ballo ad ore supera questa esigenza in modo semplice. Si fissa un prezzo in abbonamento per più ore, oppure un prezzo per un’ora. Si inizia il ballo alle 9.00 del mattino e ogni ora l’orchestra cessa di suonare, si fanno uscire gli uomini e poi chi rientra paga un nuovo pegno di un’ora o in abbonamento; alla sera entrata normale. Infine l’invenzione della “ Sagra del Gallo arrosto” inventato di sana pianta in quanto nulla del passato poteva riportarsi come tradizione a questo animale, eppure ebbe per un certo periodo di tempo, un grande successo. Quelli elencati sono alcuni esempi e iniziative prese da Colombo e indubbiamente hanno dato vita al paese. Ogni iniziativa aveva come punto di riferimento la sua persona. Aveva il senso dell’organizzazione e sapeva incitare i paesani alla collaborazione e finché questa situazione durò le iniziative andarono avanti, quando queste scemarono, scemò anche quello spirito di intra-


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prendenza che aveva caratterizzato un lungo periodo di tempo. Ma quello che viene ancora in mente ai paesani sono due momenti che non si dimenticano, almeno da coloro che li hanno vissuti, le serate estive in cima alla “Costarina del Pozz” e il grande tifo che Colombo aveva per la Juventus. Le serate estive erano momenti in cui i giovani e meno giovani si radunavano nella Piazzetta in cima alla Costarina e Colombo con il violino, Lodovico Paolini con la chitarra, Celio Polverari con il mandolino ricordavano le più belle melodie del passato e del momento. Erano tre elementi che la musica la conoscevano bene; così fino a tarda notte c’era chi sognava, chi schiamazzava, chi cantava ma anche chi si arrabbiava per il disturbo che si dava. Il gran tifo per la Juventus, più che tifo era fanatismo nel senso buono del termine, amava profondamente la squadra. Morì di infarto il 23 Marzo del 1985 mentre assisteva in televisione la partita della sua Juve per i campionati europei. Perché Colombo? Non era un politico, nemmeno uno scienziato, non aveva benemerenze altisonanti. Colombo nel suo ambito, nel suo senso comune ha rappresentato un elemento che in qualche modo ha rotto la monotonia paesana portando forse inconsapevolmente un’aria di freschezza e anche di modernità a tutti. Dobbiamo abituarci a ricordare non solo i grandi o i grandissimi, ma anche quelli pari a noi.


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I l mago L eonar d

Mentre si era intenti nel rivedere e valutare gli ultimi pezzi scritti per la terza parte del volume, la sig.ra Sabrina Grossi, responsabile della battitura dei manoscritti e della prima lettura delle bozze, avanza una proposta interessante da aggiungere ai pezzi già scritti. Essa riteneva importante riportare alla memoria di tutti il percorso artistico di uno dei personaggi più noti nel panorama dello spettacolo nel periodo dal 1970 al 1980, seguendo il suo cammino e ricordando le fasi più interessanti di Leonardo Mancini “il Mago di Monte Porzio”. La proposta era interessante davvero, spontaneamente e istintivamente la risposta fu positiva. Ma nel ripensarci sopra affioravano dei dubbi:il primo è riferito alla persona interessata, non sapendo quale potesse essere la sua reazione e se era consenziente ad accettare un suo ritratto seppure dimensionato; il secondo: non avevo frequentazioni particolari con Leonardo, lo conoscevo come paesano, sapevo della sua notorietà nel campo dello spettacolo, ma non avevo mai avuto modo di vedere i suoi spettacoli; terzo, come avvicinarlo per chiedergli la sua disponibilità di vedere un pezzo del suo personaggio, quindi della sua vita, trascritto su un libro di storia paesana. Il dubbio durò per qualche tempo, sapevo di quale e quanta popolarità era stato oggetto Leonardo nel corso


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del decennio di attività artistica, temevo un suo rifiuto. Infine la decisione. Un suo parente mi da il numero di telefono, prendo il coraggio con due mani e telefono facendogli presente le mie intenzioni e il mio progetto. La sua risposta, con voce baritonale ma assai gentile, fu positiva e così fissammo un appuntamento presso l’“Albergo Ausonia” dove lui aveva lavorato come contitolare con suo fratello Sandro. L’incontro stabilito alle ore 16.30 mi procurò una grande emozione e molte piacevoli sorprese. Appena sceso dalla macchina mi consegna un album con ritagli di giornali e foto che raccontano la sua storia di artista. Un gesto che non mi aspettavo, visto che mi permetteva di poter sfogliare questa raccolta documentale con calma e tranquillità, cercando in essi i momenti più significativi ed esaltanti della sua carriera. Dopo aver sorseggiato un caffè, seduti nel giardino, Leonardo si “confessa”. Incomincia a raccontare. Lui è un uomo di alta statura con un corpo ben strutturato, una folta capigliatura bianca, viso rotondo con due occhi neri e profondi. Il suo sguardo è a volte severo e profondo, a volte sorridente e allegro. Il suo portamento, come pure il suo sguardo, danno la sensazione di un uomo altero, che incute soggezione e un senso di disagio quando ti trovi davanti a lui e con lui dialoghi. Per questo avevo timore di incontrarlo e parlargli di un argomento che tutto sommato riguardava la sua vita ed il suo passato. Ed ecco la sorpresa: Leonardo inizia il suo racconto, senza remore, senza ipocrisia di sorta, con calma inizia dicendo che la sua abitazione da ragazzo era situata in fondo Via Roma, all’incrocio con la Pergolese; che i suoi gestivano un piccolo negozio di alimentari e un’osteria (la Barachia) frequentata dai pochi abitanti limitrofi. Suo padre commerciava i prodotti agricoli (cereali e uve)


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seguiva i terreni della famiglia Ginevri Latoni e nel periodo della vendemmia gestiva la cantina vinicola della stessa famiglia gentilizia, e infine praticava l’attività come sensale, favorendo cioè contratti di compravendita fra i soggetti interessati allo scambio delle merci. Frequenta l’asilo e le scuole elementari, prende la licenza di terza media ma non intende proseguire gli studi. E’ un ragazzo attivo che si presta volentieri ad aiutare i familiari e già si industria in modo lodevole, organizzando la vendita di bibite alle persone che la Domenica si sfidano a bocce davanti al piazzale del mattatoio. Leonardo, con un carrettino pieno di “Peroncini”, gazzose ed aranciate, và, vende e ritorna a far rifornimento incassando dei bei soldini. Era poco più di un bambino. Leonardo continua il suo racconto: in un’occasione particolare, nel paese c’erano quattro avvenimenti nello stesso giorno, tra i quali una partita di calcio e la giostra: raggiunge il record delle vendite con 350 bibite in un giorno, con uno zio che faceva la spola per i rifornimenti. Uno zio venne dall’America portando un’idea grandiosa: la costruzione di un locale adibito a Ristorante, bar e successivamente ad Albergo. Leonardo lavora nel nuovo locale con suo fratello Sandro. Inizialmente era un bar, poi aggiunge il ristorante dove la sera si radunavano i giovani e i fidanzati del luogo, per assaporare e gustare la cucina di Anna, mamma di Leonardo. Si tirava fino a tarda notte, anzi fino alle prime ore del mattino, Leonardo iniziava a cimentarsi con i giochi di prestigio e contestualmente la fama dell’Albergo Ausonia si allargava e diventavano famosi i primi piatti di mamma Anna, il buon vino delle colline circostanti e i salumi dei suini allevati nel luogo. L’Ausonia diventa un punto di ritrovo con un certo


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giro di frequenze. Nel frattempo Leonardo si applica alla magia e ai giochi di prestigio. Acquista un libro di questo genere, trova un indirizzo di un professionista di Firenze, un certo Bustelli che gli vende cartaccia e non gli serve a nulla, da lì si trasferisce a Milano dal Mago Pozzi che diviene il suo maestro. Si esercita, studia i suoi numeri nella cantina dell’Albergo e lì prepara i suoi fantasmagorici spettacoli. Finalmente il 30 Ottobre 1970 si presenta per la prima volta al pubblico in compagnia di Lucio Dalla a Pantana, un paese sopra Pergola. Da quel momento Leonardo si chiamerà “Leonard Mancis Mago” o il Mago di Monte Porzio. La sua carriera è un susseguirsi di successi. Percorre l’Italia in lungo e in largo con la sua partner e fidanzata Elide Melli e i due collaboratori, Marcello Mancini e Tony Castello 26. 26 Giovani artisti. Attualmente Marcello Mancini è manager sportivo e Tony è vice Prefetto di Pesaro Urbino.


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Il ruolo primario di Elide Melli si concentrava in giochi e rappresentazioni di grande effetto come quando, in stato di ipnosi riconosceva i nomi, il domicilio, l’età e il numero di telefono di tutti gli avventori che si sottoponevano al gioco. Leonardo prende in mano un oggetto qualsiasi e lei, bendata, identifica immediatamente se l’oggetto è un pacchetto di sigarette, un accendino con la relativa marca. Sempre Elide Melli in stato di ipnosi rimane sospesa in bilico con la testa appoggiata ad un tubo al neon; ci sono tanti numeri stupefacenti! Leonardo mangia cotone e spruzza fuoco e fumo, mangia lamette da barba come fossero biscotti e le restituisce legate a collana, si destreggia con le carte da gioco in evoluzioni quasi impossibili.

Lega la sua partner come un salame, poi la nasconde dietro un paravento con un cliente bendato; dopo 3 secondi escono il cliente senza giacca, e Elide Melli con la giacca del cliente sotto le corde con i nodi ben tirati. Misteri


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della magia ! Ma ancora più misterioso è vedere la ragazza chiusa in una cassa e tagliata in 3 parti mentre mani, piedi e viso si muovevano liberamente. Giochi meravigliosamente inspiegabili. Gli ospiti stessi, che venivano da ogni parte delle Marche e oltre, erano sempre più affascinati e coinvolti nell’atmosfera che il Mago riusciva a creare nella salaspettacolo del Ristorante Ausonia, tanto che Monte Porzio era conosciuto come il paese del Mago. La cucina di prima qualità, il modo con cui si accoglievano i clienti, la gentilezza e la massima cordialità, la fantasmagorica varietà dei giochi proposti dal Mago, ha fatto sì che per circa 10 anni questo piccolo paese divenne il centro di svago e di divertimento di tutta la regione. Oltre allo spettacolo ogni volta sempre più interessante che rendeva partecipe gli stessi clienti, poiché l’esibizione avveniva in mezzo ai tavoli, oltre gli intervalli spassosi divertenti dei due comici Tony e Marcello e le bravure della partner, Leonardo aveva a disposizione di quanti venivano nel suo locale, una collezione di whisky composta da 548 bottiglie, la più grande collezione d’Europa. La sua notorietà lo porta in tournée in America, conosce importanti personaggi dello spettacolo e della cultura e fa conoscere il nostro paese. Se non ci fosse stato il Mago non avremmo avuto tanta visibilità e nessuno oggi ricorderebbe questo piccolo paese delle Marche. Leonardo è sicuramente un uomo eclettico ed estroverso, pieno di idee e genialità, si è fatto da solo, sacrificandosi ma anche vivendo la sua vita assai movimentata. E nonostante l’aspetto esteriore, è rimasto uno di noi, con i suoi pregi e difetti, disponibile e scontroso quando è necessario. Ha rischiato di suo, ha messo la sua faccia nel bene e nel male, con coraggio ed anche con un po’ di spregiudica-


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tezza ha fatto con suo fratello di una botteguccia e di un’osteria, un’attività, che con il suo estro e le sue intuizioni divenne un punto di incontro fra persone di ogni estrazione, contribuendo a rendere visibile e importante il nostro paese. Per un decennio (1970/1980) Leonardo e il suo Albergo sono stati protagonisti indiscussi con le loro performance artistiche e culinarie, sulla scena regionale e oltre. Ha dato lustro a una zona già di per sé abbandonata da tutti e questa in quel decennio ha avuto momenti di visibilità indiscussa. Ora il Mago di Monte Porzio si è ritirato dalla scena artistica e vive tranquillamente nel suo paese. Riteniamo però che proprio per quello che ha dato e quello che ha rappresentato per tutta la comunità in quel decennio, merita di essere ricordato.


Artigiani di ieri

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MONTE PORZIO Ar t igiani di ier i ‌. e di oggi in immagini per non dimenticare


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Il ricordo degli antichi mestieri rimane conservato ed inciso nel ricordo collettivo e in alcuni casi, soprattutto in città grandi, nel nome delle targhe di alcune strade e piazze dei rioni. Artigiani, venditori ambulanti, negozianti e quanti esercitavano un mestiere rispecchiavano il carattere di un territorio che è cambiato con il passare del tempo. Veri e propri protagonisti, a volte anonimi ma non per questo meno significativi, della storia di un paese, gli antichi mestieri hanno il merito di esser stati, e in minima parte di esser tuttora, gli artefici della vita quotidiana della città e dei paesi nelle sue varie necessità materiali, protagonisti attivi in grado di rendere viva una piazza o una strada con urla di richiamo, slogan caserecci e l’esposizione dei prodotti. Oggi si opta molto spesso per una società consumistica, non ci si rivolge più all’artigiano per riparare anche le cose più semplici, si butta il vecchio (delle volte l’appena vecchio) per il nuovo che poi diventa subito vecchio e così di seguito. L’uomo di oggi sembra di essersi dimenticato dell’abilità manuale che è stata da sempre il frutto del suo secolare ingegno. Di seguito riportiamo le descrizioni di alcune attività artigiane in voga presso il nostro paese (dei forbiciai non si trova più traccia, se non nella memoria di alcuni anziani).

CIABATTINO L'uomo che, ambulante o con una piccola bottega, riparava scarpe usate e ciabatte. Il mestiere del ciabattino è sempre stato dipendente dagli alti e bassi congiunturali: paradossalmente i tempi magri per i ciabattini sono sempre stati quelli più proficui; quando la gente possedeva sufficiente denaro per comprare un nuovo paio di scarpe, piuttosto che farle riparare, gettava via le scarpe rotte.


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FABBRO Se era "ferraio", o "ferraro", principalmente lavorava il ferro. Veniva chiamato anche fabbro ramaio; stagnaio; d'argento e simili, a seconda se lavorava il rame, lo stagno o l'argento. Per poter fare questo mestiere era necessario saper temprare il ferro, saldare, lavorare per amalgamarlo, farlo dolce, farlo duro, lustrarlo e incavarlo. In questa arte consideriamo anche i forbiciai (molto diffusi, nell’800, nel nostro paese).

FALEGNAME Era un artigiano, artefice e qualche volta artista, che lavorava il legno.

SARTO Artigiano specializzato che confezionava i vestiti per uomo. Era un mestiere molto diffuso poichĂŠ gli abiti degli uomini provenivano unicamente dal lavoro dalle loro mani. Dapprima la realizzazione degli abiti avveniva interamente a mano, ad opera della cucitura dei sarti; in un secondo momento essi beneficiarono dell'ausilio della macchina da cucire; non esistevano abiti fatti in serie. La gente apprezzava molto quei sarti che prendevano le misure della persona con uno sguardo solo, mentre si temevano quelli che sparavano il prezzo solo all'ultimo, tanto che bisognava cambiare sarto ad ogni vestito nuovo. Le autoritĂ  erano molto rigorose nei riguardi del loro lavoro: se il capo di vestiario era chiaramente mal riuscito ed il cliente reclamava ai consoli dell'arte, il sarto doveva rimborsare il costo della stoffa, oltre a pagare una multa salata. D.G.


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Paolini

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Londei


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Artigiani di ieri ‌ [Fabbro]

Giampaolo Paolini


Artigiani di ieri ‌ [Fabbro]

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Tonino Paolini


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Artigiani di ieri ‌ [Falegname]

Antonio Cattalani


Artigiani di ieri ‌ [Falegname]

Cante Cattalani

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Artigiani di ieri ‌ [Falegname]

Carlo Landini


Artigiani di ieri ‌ [Falegname]

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Dante Carnaroli


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Artigiani di ieri ‌ [Falegname]

Giuliano Carboni


Artigiani di ieri ‌ [Falegname]

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Massimiliano Montanari


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Artigiani di ieri ‌ [Falegname]

Romolo Andreoli


Artigiani di ieri ‌ [Falegname]

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Simone Andreoli


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Ugo e Tonino Cattalani

Artigiani di ieri ‌ [Falegname]


Artigiani di ieri ‌ [Falegname]

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Walter Spinaci


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Artigiani di ieri ‌ [Falegname]


Artigiani di ieri ‌ [Sarto]

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Antonio Zandri


Artigiani di ieri ‌ [Sarto]

Evasio Manieri

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Elenco artigiani

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FALEGNAMI • • • • • • • • • • • • • • • • • • •

Cattalani Ruggero e Berto poi Antonio e Ugo Polverari Emilio e figli poi Polverari Italo con Palazzini Elio, Montesi Giulio come apprendisti Paolini Galileo e Ludovico Spinaci Mirco e figli con Cattalani Cante come apprendista Taussi Colombo trasferitosi in Via Cante di Montevecchio con diversi operai Landini Carlo e Mancini Alfio Polverari Nazzareno Giulietti Giambattista Del Bene Italo Carloni Ignazio Andreoli Romolo e figli (ex Mobilificio Catria Cooperativa fra i falegnami del paese) Carnaroli Dante Polverari Sandro Guidi Olinto e Emidio (birocciaio) Venturi Giacomo ( // ) Guidi Ernesto ( // ) Giulietti Nazzareno (bottaio) Mancini Antonio ( // ) Palamoni Mancini Tarcisio

FABBRI • • •

Testaguzza Umberto Paolini Giuseppe “Belezza” Tommasetti Giorgio


Elenco artigiani

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CIABATTINI • • • • • • • • •

Lorenzetti Biagio Minucci Corrado Londei Mario Pierpaoli Evaristo Gulini Rino Montesi Giulio Ghironzi Luigi Testaguzza Geremia Landini Mario

LATTONIERI • •

Polverari Antonio Vegliò Nazzareno

SARTORIA UOMO • • • •

Rossi Filippo deceduto durante la 2° Guerra Mondiale Guidi Elio Manieri Evasio Testaguzza Masino

SARTORIA DONNE • • • •

Del Bene Michela con ragazze lavoranti Del Bene Ada Landini Leda De Angelis Elisa


Indice dei nomi

AlmagiĂ , Clara; 59 Bedinotti, Romano; 51; 55 Bigelli, Angelo; 28 Carnaroli, Cesare; 22; 23 Castello, Tony; 92 Costantini, Tano; 51 De Marchi, Umberto; 59 Esposto, Gino; 69 Federici, Aldo; 51; 55 Federici, Letizia; 71 Federiconi, Lorenzo; 29 Fiorani, Beniamino; 26 Fiscaletti, Mario; 51 Flajani, Cordelia; 70 Frattini, Gaetano; 26 Garofoli, Nicola; 29 Ghironzi, Luigi; 79 Guidi, Elio; 51 Mancinelli, Giovanni; 75; 77 Mancini, Leonardo; 89 Mancini, Marcello; 92 Mariani, Giovanna; 72 Marroni, Giuseppe; 66; 71 Mascagni, Gennaro; 66; 68; 71 Melli, Elide; 92; 93; 94

Melucci, Dante; 52 Merolli, Maria; 25; 30 Montanari, Domenico; 28 Montesi, Agostino; 28 Montesi, Idalia; 69 Palazzetti, Luigi; 28 Paolini, Giuseppe; 47 Paolini, Lodovico; 87 Pettinari, Franco; 69 Pettinari, Nazzareno; 22 Poletti, Ferninando; 29 Polverari, Antonio; 9; 47 Polverari, Celio; 87 Polverari, Nazzareno; 52 Ragnetti, Romano; 51 Romani, Pietro; 59; 62 Taussi, Colombo; 83 Terni, Emilio; 59; 61; 63 Testaguzza, Giuseppe; 39 Testaguzza, Tommaso; 52; 56; 58 Tomasetti, Alberto; 59; 69 Tomasetti, Anniballi; 44 Tranquilli, Sante; 28 Zempore, Maria; 25; 29; 30


F inito di stampar e nel mese di gennaio 2012 1 a r istampa apr ile 2012



Spigolature - fatti e personaggi di Monte Porzio