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Assocazione Monte Porzio cultura Istituto comprensivo Fermi - Mondolfo

Scrittura creativa a più mani Scuola secondaria di I grado “E. Fermi” Mondolfo Scuola secondaria di I grado Monte Porzio

a.s. 20092010


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Elaborazione grafica Ing. David Guanciarossa Immagini tratte dal WEB Diritti Istituto Comprensivo Fermi - Mondolfo www.istitutocomprensivofermi.it segreteria@istitutocomprensivofermi.it Associazione Monte Porzio cultura www.monteporziocultura.it monteporziocultura@monteporziocultura.it


Scrittura creativa a pi첫 mani

Redazione: Ing. David Guanciarossa ASSOCIAZIONE MONTE PORZIO CULTURA


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PRESENTAZIONE Quando è stato proposto al nostro Istituto di collaborare al progetto ho pensato che fosse uno dei "tanti" che ogni anno coinvolgono, con alterni risultati, le nostre scuole e che spesso portano i docenti ad esternare la propria perplessità con le ormai classiche espressioni "ma per gli insegnamenti di base il tempo dove lo troviamo?" " ma quante ore di lezione dovrò perdere?" Poi superato il primo momento di incertezza io ed i docenti abbiamo provato una certa inquietudine perché l'impresa ci sembrava anche abbastanza ardua. Sapevamo, infatti, che da anni sul tema della scrittura creativa c'è ampia letteratura, si produce materiale vario, e che la Gotham Writers' Workshop, una fra le principali scuole di scrittura creativa americana, oltre ad un ricco sito ha curato l'edizione di uno specifico manuale e che Dramatica è una teoria di scrittura creativa sviluppata negli Stati Uniti d'America da Melanie Anne Phillips e Chris Huntley nei primi anni 1990. e che al proposito è stato realizzato anche un programma informatico da parte della società Write Brothers, Inc. (ex Screenplay Systems Incorporated). A fronte di tanta scienza cosa potevano produrre i nostri ragazzi? Abbiamo però valutato positivamente quella che per i nostri alunni poteva essere una piacevole ed interessante novità: passare dalla lettura alla scoperta della scrittura come piacere e non obbligo di compiti diventando protagonisti attivi e sviluppare nel contempo le capacità di operare in stretta collaborazione seguendo le linee guida del cooperative learning. La vasta problematica connessa con il tema della comunicazione era, inoltre, ulteriore stimolo alla partecipazione in quanto è per tutti chiaro che la scrittura è una forma di comunicazione, valida alternativa alla solitudine: si scrive per raccontare qualcosa o se stessi a qualcuno e anche quelli che tengono un diario, cosiddetto segreto, non scrivono per loro stessi ma in fondo al loro cuore sperano comunque di farlo leggere un giorno a qualcuno, ad un eletto, l'unico magari degno, ma che possa condividere con loro il piacere della 5


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scoperta, tramite la scrittura, di un mondo comune di affetti, sensazioni, ricordi, fantasie. Si scrive per gli altri dunque. Ed è questa la molla che spinge a farlo. Cominciare da questo punto è fondamentale, perché, scrivere per gli altri vuol dire innanzi tutto farsi capire, e farsi delle domande sulle storie che si vogliono raccontare, sul come raccontarle, e soprattutto sul perché farlo ma anche scoprire la parte più intima di se stessi, oggettivare quell'inquieto mondo interiore e fantastico che spesso cerchiamo di soffocare o nascondere. Per una scuola poi, l'esperienza oltre che educativa nel senso sopra specificato è soprattutto didattica: tende, cioè, a far acquisire corretti mezzi di espressione che si basano sull'uso consapevole delle scelte lessicali, grammaticali e sintattiche. Ben venga dunque il sempre più vasto coinvolgimento di alunni impegnati nello scrivere e comunicare fra loro in modo più articolato ed ampio che non i semplici e sintetici sms (il cui larghissimo uso testimonia la voglia di comunicare del mondo giovanile) e se le "loro storie" ci hanno anche per poco coinvolti, interessati o stupiti avremo certo ottenuto un buon risultato. Mi sembra doveroso, perciò, ringraziare tutti coloro che hanno partecipato con entusiasmo all'iniziativa all'ing. Guanciarossa che l'ha proposta, ai docenti che con sollecitudine e competenza professionale hanno seguito i loro alunni e a tutti nostri cari scrittori che si sono impegnati nella produzione di scritti che superando il puro giudizio di valore artistico restano importante testimonianza di un mondo giovanile che è interessante conoscere. Il dirigente scolastico Prof. Vito Antonio Laurino

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Questo volume è il prodotto finale del progetto “scrittura creativa a più mani” che l'Associazione Monte Porzio cultura ha proposto agli insegnanti e al direttore didattico dell’Istituto Comprensivo “E. Fermi” di Mondolfo. Sono state coinvolte le seguenti classi: IaA- IaE di Mondolfo e IIaF - IIaG di Monte Porzio. Per gli alunni è stata un’esperienza alternativa di apprendimento con la duplice finalità di stimolare la propria creatività letteraria attraverso l’uso consapevole del linguaggio e insieme di confronto aperto con gli altri. Gli allievi hanno messo tutto il loro impegno compatibilmente con quello scolastico classico, il risultato finale e sotto i vostri occhi. Per concludere questa breve presentazione possiamo sintetizzare i risultati del progetto: • DIDATTICA Si è stimolato, da parte degli insegnati, l'interesse nei confronti dei processi di scrittura. Gli alunni hanno allargato il proprio bagaglio di conoscenze linguistiche e hanno avuto modo di sviluppare le proprie attività cognitive, comunicative ed espressive. • EDUCATIVO Gli allievi hanno imparato a collaborare tra loro per la riuscita del progetto, si sono messi in discussione confrontando le proprie idee per raggiungere uno scopo condiviso e hanno lavorato sia autonomamente che in gruppo in modo costruttivo. La speranza è che gli alunni e gli insegnanti che hanno partecipato portino con sé un buon ricordo di quanto realizzato e sia uno stimolo per future attività inerenti lo stesso argomento. Il presidente dell'Associazione Monte Porzio cultura Ing. David Guanciarossa

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I A Scuola secondaria I grado “E. Fermi” Mondolfo Sopravvivenza

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Insegnate: SBROLLINI M. RAFFAELLA Elenco alunni BAJRAMI BARBERINI BATTISTELLI BESIA CALVANESE CARLONI DIENG DURI' FULIGNI GIOACCHINI LALA MANCINI PARCESEPE PATERNIANI RIGHI SILVESTRINI SORCINELLI VIGILANZA

RAJMOND DAISY GIACOMO NICOLE RAFFAELLA MARCO NGAGNE NICOLE PIERPAOLO ALESSIA XHESI' GIANMARCO GIULIA LORENZA ORSOLA NICOLAS RICCARDO ELISA

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Capitolo I New York si svegliò quella mattina sotto una spessa coltre di neve, investita da una tormenta che aveva già paralizzato Washington e Philadelphia. Faceva freddo, la circolazione stradale era difficile e anche il traffico di superficie stava subendo ritardi. Albert Brown decise comunque di uscire di casa, anche se le autorità sconsigliavano di mettersi in viaggio: l'incontro con i suoi collaboratori alla sede dell'associazione era troppo importante e non poteva essere differito. Riuscì faticosamente a raggiungere la stazione della metropolitana, dove si accalcava una folla infreddolita e di cattivo umore. Dopo un viaggio di quaranta minuti, l'uomo scese a Morning Park e raggiunse lo stabile che ospitava l'Associazione " Salviamo le foche bianche" di cui era appassionato presidente. Qui lo aspettavano i suoi colleghi e amici Madaga Harris e Vanessa Richards, giovani e promettenti etologhe, Brad Green, esperto zoologo, e Robert Harper valente veterinario. Dopo aver invitato tutti a prendere posto intorno al tavolo della sala riunioni, Albert estrasse dei fogli da una cartella e cominciò a leggere: "In Canada si è aperta la stagione della caccia. Il governo di Ottawa ha aumentato a 335.000 i cuccioli , di appena due settimane di vita, da sterminare e........" Ma è inumano — lo interruppe Vanessa - non si può permettere che i cacciatori continuino a uccidere impunemente questi animali. Siamo giunti a un punto di crudeltà tale che spesso le pelli sono strappate via senza accertarsi che i piccoli siano morti. Dobbiamo prendere immediatamente una decisione. Brad propose di organizzare una spedizione nel Canada Artico, all'Isola delle Foche, dove avrebbero spruzzato spray colorati sulle foche in modo da rendere inutilizzabili le loro pelli. Pur consapevoli delle difficoltà dell'impresa, Albert, Vanessa, Magada e Robert accolsero la proposta e decisero di rivedersi l'indomani per mettere a punto il viaggio, confidando in un miglioramento delle condizioni atmosferiche. 11


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Il mattino seguente la tormenta aveva lasciato la città, spostandosi a sud. Da almeno due ore, all'Associazione, i cinque colleghi stavano pianificando l'operazione e dividendosi i compiti. Vanessa e Magada furono incaricate di acquistare l'attrezzatura necessaria, le provviste, le tende, i sacchi a pelo, il navigatore satellitare e tante bombolette spray. Gli uomini programmarono il viaggio: partenza con un bimotore da New York alla volta di Bilot, da lì trasferimento in motoscafo all'Isola delle Foche. Albert avrebbe provveduto al noleggio del velivolo e dell'imbarcazione, Robert si sarebbe occupato dei documenti e autorizzazioni. La settimana successiva tutti furono impegnati nei preparativi e i giorni trascorsero velocemente. Il 4 febbraio, alle ore 7.30, il bimotore decollò dall'aeroporto con a bordo i cinque amici e i loro bagagli. C'era grande animazione ed entusiasmo: sapevano di lottare per una giusta causa. Solo Vanessa era stranamente inquieta, come se presentisse qualcosa ........

Capitolo II Il viaggio procedette senza problemi; sotto di loro il Canada si mostrava in tutta la sua bellezza. Sorvolarono l'immensa foresta di conifere, cosparsa di laghi, territori ampi e solitari sui quali distese di fiori rossi creavano vivaci pennellate di colore. Vanessa ammirava silenziosa il panorama, ma non riusciva a nascondere una certa agitazione. I compagni lo notarono e per distrarla dai suoi pensieri iniziarono a parlare dei compiti che sarebbero spettati a ciascuno di loro una volta giunti a destinazione. Dopo aver attraversato l'ampia Baia di Hudson e la penisola di Melville, il velivolo virò verso Bilot. Intanto le condizioni meteorologiche stavano peggiorando. Una densa nebbia avvolgeva il bimotore e diminuiva la visibilità. Sui volti dei componenti della spedizione si leggeva preoccupazione, ma Brad, dalla cabina di pilotaggio, cercò di tranquillizzarli - Niente paura, sono un esperto di volo. Ce la caveremo benissimo, vedrete. La nebbia si infittiva, ma ormai erano in prossimità del piccolo aeroporto di Bilot. All'arrivo furono accolti da due addetti i quali li infor12


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marono che il motoscafo era pronto e avrebbero potuto subito imbarcarsi alla volta dellIisola delle Foche, anche se loro sconsigliavano il viaggio a causa delle pessime condizioni del tempo. I cinque amici si consultarono e alla fine decisero di proseguire: la missione doveva essere portata a termine. Il freddo era pungente, un vento gelido sferzava i loro visi. A fatica scaricarono i bagagli e le attrezzature dal bimotore e li trasferirono sul motoscafo che si trovava nelle vicinanze. Salirono a bordo e presero il mare. La navigazione si rivelò subito difficile. Le onde si sollevavano minacciose, pezzi di ghiaccio sparsi sulla superficie urtavano l'imbarcazione, iceberg dalle dimensioni notevoli erano trascinati alla deriva. Vanessa fu presa dal panico e cominciò a urlare, la tensione era sul volto di tutti. Albert, lottando contro il gelido vento, si avvicinò ai compagni e ordinò loro di stare vicini e aggrapparsi ai bordi del motoscafo. Non appena ebbe finito di parlare, si udì un rumore sordo, l'imbarcazione si bloccò, girò su se stessa e si rovesciò, colpita da un iceberg. I passeggeri furono scaraventati in acqua con i loro bagagli; il motoscafo andò a fracassarsi contro uno scoglio. Fortunatamente si trovavano nei pressi dell'Isola delle Foche e quindi, seppure stremati, i cinque amici riuscirono a raggiungere la terra. Si lasciarono cadere sul suolo ghiacciato e vi rimasero per interminabili minuti.

Capitolo III Il primo a rialzarsi fu Albert. Si guardò intorno, vide i corpi dei compagni distesi in terra, immobili. In preda al terrore, con le poche forze che gli rimanevano, cominciò a urlare i loro nomi;-Vanessa, Brad, Madaga, Robert! Rispondetemi! Non lasciatemi solo! Intanto il vento gelido, che soffiava a oltre 200 chilometri orari, aveva spazzato via la nebbia e il paesaggio si mostrava all'uomo in tutta la sua desolata nudità. Riuscì a mettersi in piedi e, camminando faticosamente sul suolo ghiacciato, si avvicinò a Brad. Chiamò nuovamente il collega, lo scosse e finalmente, con suo grande sollievo, questi apri gli occhi 13


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e si mosse. Anche gli altri, a distanza di qualche minuto, ripresero i sensi e con estrema fatica si sollevarono da terra. In un primo momento grande fu la gioia quando si resero conto di essersi salvati; commossi, si abbracciarono, ridendo tra le lacrime. Ben presto però realizzarono che la situazione era drammatica. Si diressero verso il luogo dell'impatto e constatarono che del motoscafo erano rimasti soltanto alcuni pezzi di legno, portati a riva dalle onde; le provviste, le attrezzature, le tende erano state trascinate via dalle forti correnti. Madaga e Robert, determinati a non lasciarsi prendere dallo sconforto, cominciarono a raccogliere i resti della barca; Vanessa si fece coraggio e, cercando in mezzo al ghiaccio e alla neve, riuscì a trovare un accendino, due barrette al cioccolato, una bottiglietta d'acqua, un pezzo di tenda e una bomboletta spray. Nient'altro. Erano isolati dal mondo, in un ambiente ostile, rischiavano di morire assiderati. Albert, fingendo ottimismo, si rivolse ai suoi compagni, dicendo:-Ragazzi, diamoci da fare. Brad e Robert, voi provate ad accendere il fuoco. Madaga, porta con to Vanessa e trova qualche foca da salvare. Non allontanatevi troppo. Le due etologhe si incamminarono. Dopo diversi tentativi infruttuosi, fu acceso un debole fuoco che Robert cercò di riparare con il pezzo di tenda dal forte vento. Albert e Brad stavano parlando e sui loro visi si leggeva tensione e grande preoccupazione! — Quando non avremo pin niente da mangiare e da bere, come riusciremo a sopravvivere? - chiese lo zoologo - Che ne sarà di noi?- Non lo so - rispose il presidente - dobbiamo pregare e sperare in un miracolo. Madaga e Vanessa tornarono dopo tre quarti d'ora circa, intirizzite dal freddo ma soddisfatte per essere riuscite a spruzzare uno spray rosso a un meraviglioso esemplare di foca bianca che, per un tratto del percorso, le aveva seguite. Si riunirono intorno al fuocherello, si divisero la prima barretta e bevvero un sorso d'acqua. Il freddo si faceva sempre più pungente e cominciò a scendere dal cielo una pioggia di aghi di ghiaccio. Stettero a lungo senza parlare, ognuno perso nei propri pensieri. Regnava un silenzio irreale. Quando si destarono da quella specie di torpore, si accorsero, costernati che l'acqua si era congelata nella 14


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bottiglia, cosi come l'unica barretta rimasta. Erano trascorse tre ore dal loro drammatico approdo all'isola delle foche, stava calando la sera. La temperatura si era ulteriormente abbassata, il freddo li stava paralizzando. Per non rischiare il congelamento, cominciarono a muoversi, a battere i piedi per terra, ma le forze iniziavano a venir meno.

Capitolo IV Ormai quel che restava delle provviste era inutilizzabile: il debole fuoco non poteva scongelarle. Se avessero introdotto nel loro organismo ghiaccio, questo avrebbe accelerato l'assideramento. Un'unica idea attraversava le menti dei cinque amici: lottavano per una nobile causa, ma questo non li avrebbe salvati. Erano spacciati. Inutile aggrapparsi agli ideali o cercare di illudersi, confortandosi a vicenda: quello che sarebbe accaduto aleggiava nella gelida aria attomo a loro. Tutti, sebbene troppo infreddoliti per discuteme, erano sicuri che, non appena la debole luce del bivacco, che erano riusciti miracolosamente ad accendere in quelle lande inospitali, sarebbe morta, uccisa dal pungente e tagliente vento del nord e dall'aria glaciale che li avvolgeva, allora anche su di loro sarebbe caduta l'estrema tenebra. Inutile cercare di ravvivare quel misero fuoco, inutile cercare di proteggerlo dal gelido vento che soffiava incessantemente, inutile discutere, inutile lottare, inutile pensare. Erano spacciati. Mentre aspettavano la morte, in quel silenzio ovattato, udirono in lontananza dei suoni, ma non riuscivano a capirne la natura. A mano a mano che si avvicinavano, afferrarono che erano voci di persone. Sebbene con fatica, perchĂŠ i sensi cominciavano a venir meno, videro delle ombre e una macchia bianca con un cerchio rosso che si muoveva. Quando misero a fuoco, scorsero un gruppo di cacciatori che seguivano la foca cui Vanessa e Madaga avevano spruzzato lo spray. Gli uomini aiutarono i membri della spedizione ad alzarsi e, sorreggendoli, li portarono alle loro imbarcazione, verso un'isola vicina. Prima di allontanarsi, le due ragazze si volsero indietro e fe15


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cero un cenno di saluto alla foca che aveva salvato le loro vite. I cinque sopravvissuti furono immediatamente avvolti in coperte e riscaldati con the bollente. Albert raccontò chi fossero e perchÊ si trovassero lÏ. Gli isolani spiegarono che cacciavano gli animali solo per sfamare le famiglie e i cani e confezionare abiti. Anche loro combattevano contro coloro che uccidevano le foche in maniera cosi crudele unicamente per trame un profitto. Albert, Vanessa, Robert, Brad e Madaga convennero che, in fondo, la loro missione non era fallita: una foca era stata comunque salvata.

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I E Scuola secondaria I grado “E. Fermi” Mondolfo VAMPIRE’S STORY

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Insegnate: MORGANTI ROSANNA Elenco alunni ALVAREZ NAPAN RENZO ANTONIONI BUSCA CASELLI CERVASI FURLANI GIOVANETTI HOADJ LATINI MERCORELLI MINOPOLI MONACO MUZIO PELLEGRINI PINZI PORFIRI SARACINO

JEAN CARLO LINDA NICCOLO’ SARA CARLO DEBORAH SARA XHONI SARA ANDREA ANTONIO ROUL SAMUELE LUCA MATTEO LUCREZIA ENRICO GAIA

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Una notte da incubo Tutti credono che i vampiri non esistano. Anche James Palmer era un convinto assertore di questa tesi, prima di quella notte. Il terrore è ancora lì, stampigliato nelle sue pupille. La notte del 2 ottobre James non riusciva ad addormentarsi, quindi si alzò e si stese sul divano. Accese la tele. D'un tratto sentì sbattere violentemente le persiane; un brivido freddo gli percorse la schiena. Restò agghiacciato, forse più per la paura che per il supposto pericolo: non poteva immaginare quel che stava per accadere. Ormai allo stremo delle forze, il suo corpo cedette. Cadde in un sonno profondo. La mattina dopo si svegliò più tardi del solito con un terribile mal di testa: strano, anzi stranissimo per uno come lui che non ne aveva mai sofferto. Chissà cosa gli stava succedendo. Ma il mattino lascia poco spazio alle riflessioni, specialmente quando si é in ritardo per il lavoro: doveva sbrigarsi! Non poteva dar troppo peso a quell'insolita nevralgia... sarebbe passata così com'era venuta! Ecco però un flash: un'immagine cruda, violenta, pur annebbiata passò davanti ai suoi occhi come una saetta. Cos'era? Un momento di quiete ed eccone un'altra, più nitida della prima: un essere strano, avvolto in uno scuro mantello sfrecciava velocemente davanti a lui. Chi era? Tensione... paura... preoccupazione. Poi quiete. "Sarò stanco" disse tra sé e sé James. "Dovrò farmi visitare al più presto dal mio medico". Prese le chiavi, si accinse ad uscire, ma... la parola "vampiro" co21


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minciò a girargli per la testa; un rumore secco d'ali e lo squittio di un topo gli pulsavano nelle tempie come un martello pneumatico. Pum! Pum! Pum!... Doveva far qualcosa, doveva assolutamente far qualcosa! Accese il computer, si collegò a internet e cliccò su Wikipedia la parola vampiro. Il vampiro è una figura mostruosa, presente sotto le forme più varie nel folklore di tutti i continenti. E' quasi sempre un non-morto che, per varie ragioni, ritorna dalle tenebre per tormentare e uccidere i vivi, molto spesso succhiando loro il sangue. James era teso, agitato, palpitante, triste... estremamente preoccupato. Come un automa recuperò le chiavi, aprì la porta, la richiuse, scese in garage; salì in macchina, mise in moto e partì con uno stridio di gomme. Quell'uomo al volante non era lui, bensì un fantoccio che eseguiva soliti, quotidiani, movimenti. "Succhiano il sangue", "hanno i canini lunghi e affilati", "provano piacere", "si rigenerano"... mamma mia, che quadro sinistro! E James, che cosa c'entrava con tutto questo?!? C'entrava, c'entrava!

Perso fra i deliri di Faust James, giorno dopo giorno, era sempre più spaventato: la sua tensione saliva a dismisura, mentre davanti ai suoi occhi danzavano macabre quelle orribili immagini del sogno. Quella sera, stremato dal pressante lavoro, tornò a casa al calar del sole, prima del solito. Il leggero venticello autunnale raggruppava le foglie secche e avvizzite in un mulinello tumultuoso che si disperdeva verso il gelido tramonto. 22


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Il giovane lavoratore, arrivato davanti casa, infilò la sua enorme chiave, un po' arrugginita, nella toppa e la fece girare con il solito rituale. Il portone si aprì cigolando, poi un tonfo sinistro, alle sue spalle, ne decretò la ferrea chiusura. Salì a gran passi gli ampi e consumati gradini di marmo ed arrivò ansimante al piano superiore. C'era un non so che nell'aria... una pesantezza insolita, un senso di ristrettezza. Consumata una fugace cena, anche l'ultimo raggio di sole si era ormai nascosto tra le spalle della notte. Avrebbe fatto di tutto per non addormentarsi: sarebbe stato disposto a vendere l'anima al diavolo pur di non cedere, pur di scampare quel brutto sogno, quell'incubo senza fine. Prese a leggere il suo Goethe e, perso fra i deliri di Faust, chiuse gli occhi... forse sperando in cuor suo che fosse il turno di Margherita a fargli visita quella notte; si dimenticò di chiudere la finestra della camera. Mentre dormiva profondamente fu svegliato da uno strano rumore che si avvicinava sempre di più al suo letto. Lo spaventoso essere dai canini affilati e gocciolanti si stava accostando con passi felpati. Mancava poco, un decimetro, un centimetro... poi, due solchi profondi sul collo del povero James.

Un guitto a fianco del maestro Ormai la vita di James era cambiata. Irrimediabilmente. Di notte si svegliava all'improvviso e iniziava a volare tra le case, attratto dalla luce e dal calore di un corpo vergine. Ogni mattina si risvegliava rannicchiato negli angoli più nascosti della camera da letto, con gli occhi rossi e le palpebre gonfie. La tensione saliva e il rapporto con se stesso era sempre più fragile e precario: non riusciva a trattenere il vampiro dentro di lui, perché 23


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la mente cedeva il posto all'istinto... ad un consapevole e malvagio senso d'autarchia. Era pallido, dormiva male, mangiava poco e diventava sempre più irascibile. Non usciva più di casa come un essere umano: vagava come un animale braccato, che mal controlla il suo comportamento. Perso nell'ombra di se stesso, in cerca di una soluzione, gli venne in mente un suo vecchio amico del liceo: Mark, che nel frattempo era diventato un illustre scienziato. Lo rintracciò e gli chiese aiuto. Il giorno dopo, il compagno arrivò armato di sostanze chimiche, ma soprattutto di tanta pazienza. Non è certo facile, per un uomo di scienza, arrendersi all'idea che quell' amico, un tempo sereno ed educato, fosse diventato un vampiro. Per due lunghi giorni Mark tentò di far valere la ragione: come può un uomo razionale arrendersi all'idea che esista un vampiro? "Accidenti!" pensò, "è roba da romanzo"... d'altra parte, chi non ha letto Stoker? Tant'è. Si sentiva, doveva ammetterlo, un guitto chiamato a recitare a fianco di un maestro. Pur fosse stata una farsa, in quella commedia il suo ruolo era quello dell'anziano "Van Helsing", il suo compito quello di rinsavire un vecchio amico. Chiamatela scienza, o magia se vi pare: un ramo di betulla e una goccia di rugiada, il primo raggio di sole e un sorso d'aria fresca... ecco gli ingredienti per guarire! "Essenza del Mattino". Chiamò così il filtro preparato e lo lasciò davanti alla porta di casa dell'amico. Poi bussò e scappò a gambe levate. La paura aveva invaso anche lui. 24


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James bevve ed aspettò che facesse effetto. Un giorno, due giorni... niente!

Irrimediabilmente perso tra la realtà e il sogno James restò chiuso in casa per altri quattro giorni. Stava perdendo il controllo del corpo e della mente. D'un tratto ebbe come una premonizione: vide, nitidi, i danni che avrebbe provocato se si fosse definitivamente trasformato in un mostro. Visti i risultati negativi finora conseguiti, e considerato che non aveva nulla da perdere, pensò che avrebbe dovuto tentare il tutto per tutto. Cominciò a riflettere, con il risultato che altre premonizioni ottenebravano la sua mente: vedeva caldi raggi penetrare il suo corpo e scioglierlo come fosse neve. Pensa e ripensa, giunse ad una conclusione: la chiave di tutto era il Sole. La luce era il suo punto debole. Così, dopo aver consultato vecchi libri di storia, di scienze, di antropologia, si cimentò nella preparazione di un altro rimedio. Là, dove aveva fallito l'amico, forse avrebbe vinto la sua ostinazione! Preparò una pozione a base di erbe officinali e disse a se stesso che non poteva "mancare" una seconda volta. Di buon mattino, quando il sole fu ben alto all'orizzonte, bevve quel disgustoso intruglio augurandosi un effetto immediato. Un insolito formicolio gli avvolse il corpo e la mente... una sensazione strana che lo fece saltare di gioia. Una tranquillità solerte, immediata. Era tornato il James di prima, quell'uomo giusto e onesto che tutti salutavano con un sorriso. 25


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Tornò al lavoro, rivide gli amici di sempre, quelli che credeva di aver perduto. Stava vivendo la normalità e quella routine, da sempre disprezzata, gli sembrava ora così bella e importante. Tornò a casa, rilassato e stanco. Era forse questo il riposo dei guerrieri? Il meritato sonno dei giusti? La mattina seguente si svegliò con una strana sensazione. "Saranno i postumi del vecchio disagio" pensò tra sé. Certo così non era. "La figlia del Senatore è scomparsa..." annunciò la voce, preoccupata e perentoria, in radio ".. nel nulla" Una notizia di non poco conto: la gente, spaventata e intimorita, si poneva mille perché. James si guardò allo specchio e vide riflesso il suo viso pallido e sconvolto. Poi la sua immagine scomparve, come per incanto. Le tempie tornarono a pulsargli... ed uno strano tremore percorse il suo corpo. Si sdraiò sul letto e cadde in un sonno profondo. Chissà che premonizione avrebbe avuto questà volta!

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II F Scuola secondaria I grado Monte Porzio VIAGGIO IN ALASKA

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Insegnante:ORADEI ALESSANDRA Elenco alunni: ARTIBANI CAMPOLUCCI CAPITANELLI CAPRARELLI CARNAROLI CHIMENTI DE ANGELIS GOFFI MANCINI MARTINO MASSI SANTINI TAVOLETTI ZANDRI

TOMMASO GIULIA EUGENIA LAURA STEFANO GIULIO VALERIO ALESSANDRA CARLO ANASTASIA MIRKO EDOARDO ALESSIO ANDREA FRANCESCO

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Strane coincidenze Un mattino Matteo,un ragazzo di appena sedici anni correndo al mare era inciampato in una bottiglia e aveva visto che dentro c'era un bigliettino. Incuriosito lo aveva letto ma non aveva dato importanza a quanto c'era scritto. Tornato a casa aveva riposto la bottiglia dentro una valigia a caso. L'inverno seguente lui e i suoi amici decisero di fare una vacanza in Alaska, un paese innevato bello da visitare. Matteo e i suoi amici si incontrarono alla stazione dove avevano prenotato il biglietto del treno e partirono... tutti erano emozionati nel visitare l'Alaska. Durante il viaggio Matteo aprì la valigia ritrovò il bigliettino e si mise a leggerlo davanti a Lucia, Mauro, Martina e Giacomo: i suoi migliori amici. Ascoltarono attentamente il contenuto che era una pagina di diario in cui era scritto: 3 ottobre 1960 "Partito per l'Alaska, insieme a quattro compagni, durante il viaggio sono successe cose strane: ci sono stati sbalzi di luce e dopo poco tempo il treno è uscito dai binari e ci siamo ritrovati tutti sulla neve. Si sente un'aria gelida intorno a noi. Il fuoco non si accende, c'è solo una luce debole proveniente da una torcia quasi scarica... stiamo per morire.” Appena finito di leggere Matteo chiese ai suoi compagni se credevano che fosse realmente accaduto quello che aveva letto, tutti risposero di no. Subito dopo ci fu uno sbalzo di luce e il treno si bloccò improvvisamente. Alcuni passeggeri morirono per aver sbattuto la testa, altri come i cinque amici svennero di colpo...

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Un incontro Al loro risveglio i ragazzi iniziarono a perlustrare il treno per verificare se ci fossero altri sopravvissuti. Tra questi c’era anche una donna incinta. Nel treno c’erano molti feriti, girovagando Martina e Giacomo trovarono la cassetta del Primo Soccorso e, avendo qualche conoscenza in proposito, fecero del loro meglio per curare chi ne aveva bisogno. Fuori dal treno scorsero un paesaggio stupendo: su bianche distese di neve, trichechi e orsi polari erano ovunque; i laghi erano congelati e le immense montagne erano tutte innevate e ghiacciate. Matteo e Mauro con alcuni sopravvissuti iniziarono a riparare il treno, lo sbalzo di luce aveva causato un danno al motore. Mauro, esperto di meccanica riparò il guasto. Avviarono il treno, siccome non sapevano guidare a volte andavano velocissimi, a volte si fermavano di botto. Viaggiarono per molto tempo finché alcuni dei viaggiatori non iniziarono a urlare “ Ci sono delle persone fuori “. Fermarono il treno, scesero e iniziarono a gesticolare per farsi capire da quegli esseri buffi e goffi come pinguini che identificarono come eschimesi. Quelli erano tutti infagottati e impauriti dal loro arrivo, comunque i nostri furono accolti e passarono lì la notte. La mattina seguente insieme agli eschimesi costruirono un igloo abbastanza grande da contenere tutti. I ragazzi insieme agli eschimesi andarono a caccia per trovare delle pelli e fare un comodo letto per tutti ma in particolar modo per far riposare la donna incinta. Marta intanto fuori c’era molto movimento, Lucia fu incuriosita da una roccia con parti cave , si avvicinò per osservare meglio. Da una delle cavità si intravvedeva un lembo di stoffa, la ragazza lo prese e vi trovò un bigliettino. Andò dai compagni per leggerlo insieme. Nel biglietto c’era scritto: 12 ottobre 1960 “ Arrivato in Alaska, io e i miei compagni abbiamo trovato un gruppo di eschimesi nomadi che ci hanno accolto. Abbiamo costruito un igloo e nella notte siamo stati attaccati dagli orsi polari . “ 32


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I ragazzi impauriti dal contenuto del biglietto, passarono la notte senza dormire. Martina guardò fuori, in lontananza c’erano degli orsi polari.

Nascita Gli orsi polari correvano all’ impazzata verso di loro e i ragazzi, impauriti, guardarono gli eschimesi, come per dire:” E adesso cosa facciamo?”. Gli Inuit si ricoprirono di piume d’uccello bianche, rosse, nere, gialle e blu, dopodiché cominciarono una danza, attirando gli orsi verso di loro; all’ improvviso altri danzatori uscirono dall’ igloo e cercarono di spaventare gli orsi, riuscendo ad allontanarli. Galy, un’eschimese, invitò Lucia, Giacomo, Matteo, Mauro e Marta con lei; appena arrivati, gli ospiti furono stupiti dagli usi e costumi di quella donna: era diversa dagli altri eschimesi; il suo igloo era stranissimo: aveva un camino, e al posto del tunnel d’entrata c’era una porta di legno; per Marta, la donna incinta, era ora di partorire; le pelli degli orsi erano pronte a coprire il bambino; Galy aiutò la donna durante il parto e, proprio per questo Marta chiamò Gory il bambino, perché è il maschile di Galy, ora diventata la sua migliore amica. La cena fu a base di pesce, foche, balene. La sera passò in fretta e in allegria trascorsero alcune settimane, alla mattina, al risveglio, Marta fu disperata perché il piccolo era sparito. Dove era andato???

La ricerca di Gory Tutti cercarono di capire dove potesse essere il bambino. Uscirono dall’igloo e videro in lontananza la culla del piccolo Gory trasportata da una foca. Per raggiungerla presero la slitta trainata dagli orsi. Dopo molte ore di inseguimento si stava facendo notte e la foca con Gory erano spariti. Tornarono all’ igloo. La mattina seguente gli amici non trovarono più Marta, la donna, di33


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sperata, era partita sola di notte con la slitta alla ricerca di suo figlio. Ad un certo punto lei aveva trovato una sagoma in mezzo al ghiaccio che sembrava suo figlio morto. Marta si era messa a piangere. Era iniziata una tempesta di neve e la donna si era rifugiata in una grotta: non credeva ai suoi occhi, c’era suo figlio Gory riscaldato sotto la pancia della foca! Apparve un uomo basso con la barba grigia e lunga , i vestiti sporchi e rotti, aveva settanta anni ; nella caverna c’erano coltelli fatti con i denti di foca e pelli d’ orso e lupo, l’ uomo parlò e disse : “Io sono il sopravvissuto della spedizione del 1960 . Ho deciso di vivere qua, la foca è addestrata, vi ho seguito per giorni, ho preso il bambino perché mi sentivo solo e volevo qualcuno vicino, ve lo avrei riportato tra due giorni” . Mentre parlava prese il piccolo e lo consegnò a sua madre, Marta, tra le lacrime, strinse al petto suo figlio. Nel frattempo i ragazzi si erano di nuovo messi alla ricerca di Gory e di Marta dividendosi in due gruppi , quello che si dirigeva verso est incappò in un branco di lupi e fu circondato. Galy riuscì a cacciarli, così ripresisi dallo spavento, i ragazzi andarono a cercare l’altro gruppo, trovarono i loro compagni che però erano in serie difficoltà perché avevano attraversato un ponte che ad un tratto si era rotto e erano caduti in un crepaccio. Galy aveva una corda resistente e così, tirando tutti insieme, riuscirono a trarli in salvo. Provarono sollievo ma durò poco, che fine avevano fatto Gory e Marta ?

Il ritorno Insieme i ragazzi si incamminarono per andare a cercarli. Cercarono in lungo e in largo, ovunque, non trovarono nessuno. Ormai si era fatto tardi e non si vedeva più niente così decisero di tornare all’igloo. La mattina seguente ricominciarono le ricerche, ad un certo punto Lucia disse: “ C’è qualcuno laggiù !!! Vedo delle ombre.” Corsero tutti verso quelle ombre, quando erano quasi vicini si accorsero però che erano svanite nel nulla. Ricominciarono le ricerche ma non trovarono nessuno. 34


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Nel frattempo Gory, Marta e Steeve, il sopravvissuto della spedizione del 1960, stavano chiacchierando nella grotta. I ragazzi erano disperati, non li trovavano da nessuna parte. Mauro si staccò dal resto del gruppo e si incamminò verso una grotta. Tutti lo seguirono. Dentro la grotta c’erano tre persone. Iniziarono a correre, li avevano trovati ! Un’altra illusione, non erano loro. Erano solo degli amici di Galy. Uscirono dalla grotta e continuarono a cercare ma di Gory e Marta nemmeno l’ombra. Riprovarono ad oltrepassare il ponte. Entrarono in una grotta e finalmente trovarono Gory, Marta e uno sconosciuto! Che felicità !!! Iniziarono a fare domande a raffica. “ Come state ?? Dove eravate finiti ?? Chi è questa persona ?? “ Quando i ragazzi si furono calmati Marta iniziò a parlare: “ Stiamo bene. Non riuscivo a stare senza il mio Gory e quindi nella notte sono partita per andare a cercarlo e comunque questo signore è Steeve il sopravvissuto della spedizione del 1960”. Matteo si stupì del fatto che l’autore del diario fosse vivo e lo abbracciò come se fosse un suo vecchio amico. Marta in quelle poche ore che aveva trascorso con Steeve si era affezionata a lui e non riusciva a lasciarlo. I ragazzi, Marta, Gory, tornarono all’igloo, Steeve e la foca si unirono a loro. Passarono una serata tutti insieme, Steeve raccontò come era nata la sua amicizia con l’animale: “ Ero rimasto solo, i miei compagni erano morti, ero disperato, non sapevo più cosa pensare se non che la mia fine fosse vicina. Non ho incontrato nessuno per anni. Tutto cambiò una mattina quando, mentre girovagavo senza meta incontrai un cucciolo di foca. Mi avvicinai a lui e vidi che soffriva molto. Ebbi compassione, lo presi in braccio e lo portai nella mia grotta. Da quel momento diventammo inseparabili. Ora è cresciuta e da come vedete non ci siamo mai lasciati”. Come se avesse capito la foca gli si avvicinò e gli si strofinò contro le ginocchia. Steeve continuò a narrare le sue avventure finchè i ragazzi, tranne Marta, non si furono addormentati. Marta che per tutto il tempo aveva allattato e cullato il suo piccino, disse “ Sei proprio bravo a raccontare, come un padre che addormenta i propri figli con una favola”. La mattina seguente tutti si svegliarono all’alba, insieme fe35


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cero colazione. Ad un certo punto Matteo disse: “ Ragazzi non pensate che sia giunta l’ora di tornare a casa? I nostri genitori saranno in pensiero per noi”. I ragazzi risposero: “ Bè, forse hai ragione! ” Ci fu un momento di silenzio, Lucia chiese: “ Steeve, tu resti qui o vieni con noi?”. Steeve rispose: “ Mai e poi mai io lascerò la mia foca! Voi andate, io resterò qui, insieme a lei”. Galy cercò di farlo ragionare: “ Non preoccuparti per lei, ci sono io. Me ne prenderò cura e tu potrai venire a trovarla ogni volta che vorrai”. Dopo molto dubitare accettò. Marta si accorse che Steeve era pensieroso e allora gli chiese che cosa lo turbava. Lui gli rispose che arrivati a New York tutti avrebbero avuto una casa a parte lui . A questo punto Marta gli propose di andare ad abitare insieme a lei e Gory. Nel frattempo che Marta e Steeve parlavano i ragazzi avevano già caricato la slitta così tutti salirono, Galy guidò la slitta e arrivarono quasi subito al treno. Rimasero sorpresi nel vedere il treno tutto illuminato. Un po’ impauriti salirono nel treno e videro alcuni sopravvissuti all’incidente. Matteo gli chiese come stavano e come erano riusciti a rimanere tutto quel tempo al freddo e senza cibo. Un uomo rispose: “ Siamo riusciti a vivere grazie a degli eschimesi che ci hanno ospitato. Vi aspettavamo da tempo anche noi vogliamo tornare a casa.” Ci vollero delle ore per mettere in movimento il treno e farlo partire, ma ci riuscirono. I ragazzi si affacciarono dai finestrini del treno e con le lacrime agli occhi salutarono Galy e la foca. Dopo poco il treno scomparve all’orizzonte.

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II G Scuola secondaria I grado Monte Porzio IL FOLLETTO DEL BOSCO

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Insegnate: ONORI RAFFAELLA Elenco alunni: ANGELONI ANNIBALLI ANTONIETTI ASSICURATO BRONZINI BEDINI DE ANGELIS DEL PAPA FEDERICI ISABETTINI MAZZANTI NI ROSSETTI SEBASTIANELLI ZANDRI

LUDOVICA MANUEL MICHELE CRISTIAN ALICE MARIA DANIELE ASIA SARAH GIADA QINGWU ALBERTO YURI ANDREA

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Ci sono persone che credono che i folletti esistano, altri invece affermano che non esistono. Io qualche anno fa ero del parere che non esistessero, ma, adesso, non la penso più allo stesso modo, considerando quello che ho visto! Intanto mi presento; il mio nome è Luna, ho 14 anni e ...non crederete mai a quello che mi è successo. In una nuvolosa giornata d'autunno decisi di andare in un bosco per raccogliere i funghi. Uscii di casa e, arrivata in prossimità del bosco, salutai Alfredo, il guardiano, poi mi avventurai per il sentiero. Scorsi funghi di vario tipo, ma ne vidi uno diverso da tutti gli altri: era molto grande, aveva il gambo bianco e grassoccio, il cappello tutto rosso con i puntini bianchi. Mi inginocchiai a terra per guardarlo più da vicino, ma all'improvviso spuntò un omino che, alzandosi, tirò su il cappello. Era alto circa cinquanta centimetri e aveva un'espressione un po' turbata. Per qualche secondo mi scrutò, poi con voce arrabbiata domandò: "Che hai da guardare?!". Rimasi di sasso, ma poi balbettando risposi: "Io....niente, lascia stare!". Con gli occhi spalancati indietreggiai lentamente, poi cominciai a correre. Tornai a casa col fiatone e trascorsi la giornata meditando sull'accaduto. Il pomeriggio seguente mi recai davanti al bosco e vidi un cartello sul quale era scritto "Il folletto". Chiesi al guardiano il motivo di quello strano nome. Il guardiano mi rispose: " Ragazza...questo nome fa riferimento a una leggenda che narra la storia di un uomo di questo paese. Mille anni fa si era avventurato nel bosco e dichiarava di aver visto un folletto. Si dice che ogni mille anni in questo bosco compaia un folletto che si fa vedere solo dalla persona che avrebbe salvato la sua gente". Io riflettei un po'; poi incerta chiesi di nuovo: "Salvati da cosa?". Il guardiano fece un sorriso e rispose: "Questo è un mistero". Così, prendendo coraggio, andai alla ricerca del piccolo folletto. Dopo circa un'ora di cammino, mi ritrovai di fianco al grande fungo e aspettai qualche minuto. Poco dopo, come avevo previsto, spuntò il folletto; questa volta mi guardava sorpreso e balbettò a malapena: "Tu, riesci a vedermi? Ieri ti ho risposto un po' scocciato perché pensavo che non potessi né vedermi né sentirmi; credevo che guardassi il mio fungo. Quindi tu sei la nostra salvezza!". Risposi: 41


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"Salvare da cosa?". L'ometto uscì dal fungo balzando in piedi e si mise a raccontare: " Ogni mille anni un gruppo di orribili orchi ci sottrae le pentole d'oro che stanno all'inizio e alla fine dell'arcobaleno, senza il quale non possiamo vivere perché è l'essenza della nostra esistenza. Ci devi aiutare a recuperare le pentole d'oro! Noi siamo troppo bassi; non possiamo aggredire gli orchi, perderemmo di sicuro". Così gli chiesi perché fossi proprio io la persona destinata ad aiutarli e il folletto rispose: "Ogni mille anni nasce una persona speciale e solo quella è in grado di vederci; tu sei la prescelta!". Sfilò dalla tasca un barattolino pieno di una polverina dorata e la spolverò sul fungo che crebbe a dismisura. Mi disse: "Salta su, ci porterà alla caverna degli orchi". Il cappello del fungo cominciò lentamente a levitare e feci appena in tempo a saltarci sopra. Continuò a salire sempre più in alto fino a farmi arrivare a vedere tutte le piante del bosco. Il folletto schiacciò col dito una macchia del fungo che cominciò a spostarsi orizzontalmente. Ero molto emozionata, ma il viaggio era appena iniziato...

Viaggio tra le nuvole Sentivo il fresco odore delle piante in autunno, dei pini, dei laceri e dei pioppi. Ad un certo punto il fungo cominciò a salire ancora fino ad arrivare appena sotto le soffici nuvole bianche che con un dito riuscivo a toccare. Il folletto mi guardò sorridendo e mi passò un bastoncino di legno, mi invitò ad alzarlo in alto. Obbedii e quando lo riabbassai era come lo zucchero filato, morbido e dolce. Poi le nuvole cominciarono ad ingrigirsi e a diventare sempre più fitte. Così, arrivati lungo mare, atterrammo perché il mio amico folletto diceva che ci sarebbe stata una tempesta. Mi prese la mano e con le sue gambe corte ed anche un po’ goffe, cominciò a correre e, trascinandomi, mi portò in una caverna. Sporse un po’ la testa fuori e, facendo un lungo fischio, vide all’orizzonte avvicinarsi un gabbiano, che in un attimo era di fianco a noi. Il folletto fece un cenno di saluto e poi chiese: “Quando finirà la tempesta?”. Il vecchio gabbiano si voltò verso il mare poi affermò: “Cesserà domani, ne sono certo.” Il 42


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folletto rispose: “Grazie, Raphael il saggio”. Poi il gabbiano spiccò il volo e scomparve. Il folletto mi guardò e mi ordinò: “Aspetta qui!” non disse altro e uscì dalla caverna. Tornò qualche ora dopo; aveva un sacco che trascinava dietro di sé, e mi informò che era cibo che avremmo mangiato per cena. Nell’altra mano aveva due pietre focaie e qualche bastone che mise a terra, poi prese le pietre e le strofinò tra loro formando delle scintille che, finendo sul legno, fecero un fuoco grande e possente; aveva un tocco magico, quello era un fuoco che poteva essere stato creato solo da un folletto. Gli chiesi quale era il suo nome; si chiamava Puck, capelli rossi e occhi verdi, aveva una faccetta buffa, bianca come la panna e spruzzata da qualche lentiggine marroncina. Era tutto vestito di verde e nel taschino della sua giacca scorsi un quadrifoglio. Puck mi passò un mango dalla sua sacca e poi se ne prese anche uno per lui. Dopo cena ero stanchissima, quindi mi rannicchiai in un angolino della caverna per dormire, ma poco dopo sentii avvicinarsi un folletto che si abbassò su di me e mi soffiò addosso una strana polvere azzurra; poi si alzò e si allontanò per andare a dormire. La mattina dopo, come previsto dal gabbiano, la tempesta era terminata e il cielo era sereno, cosi’ Puck mi prese per mano e mi portò dove aveva lasciato il suo fungo. Saltai su quel cappello, che si alzò sempre di più e come la prima volta si spostò orizzontalmente e con stupore guardai il mare; la sua sfumatura, i suoi riflessi, i colori; alzai il viso per vedere quel sole che dona i suoi raggi a quell’immensa distesa d’acqua blu, come il cielo, e osservai i bianchi gabbiani che come guardiani sorvegliano i pesci. Dopo lunghe ore di viaggio arrivammo nei pressi del villaggio di Sandover dove i folletti,amici di Puck, mi accolsero festeggiando, mentre l’anziano del villaggio mi portò della polvere magica, uno scudo, una spada e un’armatura; mi spiegò che avrei dovuto utilizzarli per arrestare l’attacco degli orchi. Mi fece visitare il villaggio e mi portarono nella mia stanza dove sistemai la mia armatura. Mi feci un bagno caldo, misi il pigiama e mi portarono la cena a base di verdura, frutta, pesce e un tozzo di pane. Dopo cena andai a dormire; ero sfinita! Durante la notte arrivarono degli orchi che rubarono alcuni oggetti, tra cui oro, argento 43


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e armi. Alcuni folletti, infuriati, riuscirono a catturare un orco e lo portarono in prigione. La mattina dopo arrivai vestita di tutto punto e lo interrogammo: cedette al primo assalto. Erano riusciti a catturare il potere contenuto nelle pentole e lo avevano immagazzinato nello scettro del loro sciamano. Dovevamo agire al più presto, prima che gli orchi attaccassero di nuovo il villaggio, altrimenti lo avrebbero raso al suolo. Mi unii all’esercito dei folletti che stava organizzando un attacco contro gli orchi; sapevano che i nemici potevano usare la magia e che sarebbe stata un’impresa quasi suicida, ma aveva no comunque deciso di tentare: era la loro ultima possibilità. I soldati avevano una cotta di maglia a testa, una lancia, una spada e un arco con frecce; i soldati più robusti avevano una mazza e una corazza a piastre al posto di quella di maglia. I cavalieri avevano una corazza pesante e una lancia da torneo. Mi sentivo come un’estranea: un esercito di folletti e un’umana, un’armata davvero stramba. Ero immersa nei miei pensieri fantasiosi ma una mano mi toccò la spalla e sobbalzai. Era un folletto che mi comunicò che stavamo per essere attaccati da un’armata spaventosa di orchi. Dopo alcuni minuti mi ritrovai di fronte ad una schiera di esseri mostruosi e feroci con gli occhi rossi di furia, i loro vestiti e i loro corpi davano segni di trascuratezza come di chi vive sui campi di battaglia.

Via dagli occhi Puck mi si avvicinò con le mani tese e mi offrì un sacchetto di cui non conoscevo l’ esistenza. Io presi il piccolo contenitore e lo aprii, Puck mi disse:” Vedi questa polverina azzurra, certamente la riconoscerai, è quella che ti ho sparso mentre dormivi, la notte scorsa. Te la offro perché tu sei la prescelta e quindi colei che ci salverà; questa polverina ti aiuterà in qualunque caso, per qualunque emergenza. Ne prendi un pizzico e la metti in testa, immagina quel che vuoi e accadrà. Ti auguro tanta fortuna follesca!!”. Io mi sentivo una persona importante e indispensabile per la loro salvezza e quindi accettai l’incarico. Concentrai tutta la mia forza di volontà, emisi un bel sospiro e la mia missione era iniziata. Davanti 44


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a me avevo una distesa di orchi armati fino al collo, che mi fissavano dall’ alto al basso per analizzare le mie potenzialità, videro che ero una banale preda come una gazzella circondata da migliaia di leoni. Convinta di me stessa, presi la polverina e la misi in testa, chiusi gli occhi e immaginai di essere immortale e in due secondi ciò accadde, aprii gli occhi e mi sentii come rinata. Camminai lentamente con dignità, in questo terreno arido, senza né flora né fauna. Gli orchi erano attaccati per schierarmi. Quando passai cercarono di uccidermi, ma non ce la fecero perché ero immortale. Gli orchi erano moltissimi tanto che dopo minuti di cammino continuavo a vedere dall’ orizzonte solo creature mostruose. Ad un certo punto mi sentii una normale ragazza, mi guardai le mani con attenzioni e notai che l’effetto della polverina era svanito. Puck non mi aveva detto che l’effetto durava solamente pochi minuti, ma siccome gli orchi non si erano accorti che non ero più immortale, decisi di continuare a camminare in silenzio e sicura di me come prima. Dentro di me avevo molta paura, troppa, tanto che le mie gambe tremavano come una foglia su un albero in una brutta giornata di autunno. Gli orchi mi guardavano con sospetto e capirono che non ero più mortale e così mi vennero addosso con le loro terribili armi. Cominciai subito a correre come una pazza. Continuai a correre e vidi un ponte che portava al regno dello sciamano. Era un ponte fatto di legno e molto traballante, però dovevo attraversarlo per salvarmi, riuscii a oltrepassare il ponte e appena toccai la terra ferma feci cadere il ponte, così mi salvai dalla distesa degli orchi. Davanti a me c’era un grandissimo castello pieno di fiamme, sangue e dolore

Le prove finali Davanti ai nostri occhi apparve una grande scalinata in pietra, tutto era in rovina, fuoco ovunque; tutto era avvolto da una tempesta di disperazione. Il portone era enorme tanto che almeno quindici folletti spingevano per aprirlo. Il castello si apriva su un salone tenebroso dalle finestre 45


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rotte e ragnatele ovunque, in fondo al grande stanzone ad un certo punto comparve un lumino che piano piano cominciò ad allargarsi fino a farci scorgere la piccola figura di un uomo seduto a gambe incrociate; la luce proveniva dal suo scettro, era il luccichio delle monete dentro le pentole d’oro. Mi guardò e chiese con aria di sfida: “ Sono le pentole che vuoi? Allora te le darò”. Mi avvicinai irrequieta per afferrare lo scettro, ma di colpo lo sciamano scomparve e ricomparve alle mie spalle; mi disse sorridendo: “ Ma non sarà così facile, dovrai superare tre prove: una di forza, una di corsa e una di logica. Io dubbiosa mi chiesi: “ E quali?”. Lo sciamano mi guardò e annunciò: “ Inizieremo con quella di forza; dovrai combattere contro il nostro drago più forte, sta a te decidere come, e potrai chiamare l’aiuto dei tuoi amici folletti”, poi scomparve. Uscimmo e trovammo un’arena al centro della quale c’era un grande drago rosso e famelico che sbuffava furioso; sussurrai all’orecchio di Puck , il quale fece una magia al drago per farlo calmare qualche minuto, scesi la scalinata e mi avvicinai al grande bestione sputa fuoco, gli parlai all’orecchio: “Se ti fingi morto, ti prometto che tornerai libero. Il drago, ascoltandomi, chiuse gli occhi e si finse morto. Puck fece un’altra magia, lo ricoperse di vernice rossa e lo trasportò in una specie di coma dove avrebbe potuto vivere senza respirare. Lo sciamano si avvicinò al corpo apparentemente senza vita e mi donò un piccolo diamante, segno di aver compiuto la prima prova. Mi guardò e disse: “Complimenti, la seconda prova ora consiste nel dover battere un orco in una gara di corsa un po’ particolare, ma stavolta a competere sarà un folletto”. La pietra rovinata che avevamo sotto i piedi si trasformò in un verde prato dall’erba alta; davanti a noi c’era un grande bosco, lo sciamano spiegò: “Dovrai trovare un diamante in fondo a questo bosco, anche se sarà trasparente ai vostri occhi, perciò trovate voi il modo di vincere”, e scomparve così, con una risatina malefica. Puck si offrì volontario per la corsa, aveva un piano; quando fu ora di partire, fece un incantesimo e si fece crescere le gambe fino a superare quelle di un orco. In un lampo arrivò alla fine, tirò fuori la polverina azzurra e la mise in mano, ci sputò ed essa diventò solida, con la forma di un monocolo. Ci guardò attraverso e riuscì a vedere il dia46


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mante; lo presi in mano e al suo fianco ricomparve lo sciamano con tutti gli altri folletti e disse sconsolato : “ Siete bravi ”, ma riprendendo sicurezza continuò: “ Però c’è ancora una prova da fare, quella di logica. Dovrai costruire un puzzle di cinquemila pezzi, che raffigurerà in modo sottinteso, come raggiungere le pentole”. Ci trasportò di nuovo nel castello dove a terra erano sparsi tutti i pezzi e ordinò :” Ora iniziate, avete mezz’ora di tempo”. Tutti i folletti si misero a cercare collaborando e in circa venticinque minuti lo finimmo; il puzzle raffigurava una giornata di pioggia. Non riuscivamo a capire, poi ci venne in mente una cosa: dopo ogni giornata di pioggia, c’è sempre il sole e quindi sarebbe venuto fuori l’arcobaleno, capimmo che dovevamo arrivare all’inizio e alla fine dell’arcobaleno! Lì avremmo trovato le pentole, e la forza dell’arcobaleno avrebbe ucciso tutti gli orchi. Ci dirigemmo alle due estremità, e come previsto, appena arrivati, ricomparvero le pentole; facemmo festa perché lo sciamano ci comunicò di aver vinto. Gli orchi erano tutti morti e tristemente notò che cominciava a sciogliersi anche lui, dopo poco tempo era morto. Puck mi ringraziò vivamente e mi riportò a casa. Sono Luna, ho quattordici anni; prima non credevo ai folletti, ma ora come posso non crederci?

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Stampa realizzata con il contributo di: Proloco Monte Porzio e Castelvecchio Banca Suasa - Credito cooperativo

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Progetto dell'Ass. Monte Porzio cultura realizzato della prime classi della scuola media di Mondolfo e dalle seconde della sede di Monte Por...

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