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I MIGLIORI FILM DELLA NOSTRA VITA Collana diretta da Enrico GiacovElli

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TUTTE LE ORE FERISCONO, L’ULTIMA UCCIDE! [Le deuxième souffle, 1966] DI

JEAN-PIERRE MELVILLE ALESSANDRO BARATTI

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TUTTE LE ORE FERISCONO, L’ULTIMA UCCIDE! DI JEAN-PIERRE MELVILLE

Cognome Grumbach

Jean-Pierre

Nome

Nome d’arte nato il a

per

20 ottobre 1917

Parigi (Francia)

morto il a

Jean-Pierre Melville

2 agosto 1973

Parigi (Francia) aneurisma

sepolto a Parigi, Cimitero di Pantin

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LA CARTA D’IDENTITÀ DEL REGISTA

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FilmograFia

Vingt-quatre heures de la vie d’un clown [24 ore della vita di un clown, 1946, cm] Il silenzio del mare (Le silence de la mer, 1949)1 Les enfants terribles [I ragazzi terribili, 1950] Labbra proibite (Quand tu liras cette lettre, 1953) Bob le flambeur [Bob il giocatore, 1955] Le jene del quarto potere (Deux hommes dans Manhattan, 1959) Léon Morin, prete – La carne e l’anima (Léon Morin, prêtre, 1961) Lo spione (Le doulos, 1963) Lo sciacallo (L’aîné des Ferchaux, 1963) Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide! (Le deuxième souffle, 1966) Frank Costello faccia d’angelo (Le samouraï, 1967) L’armata degli eroi (L’armée des ombres, 1969) I senza nome (Le cercle rouge, 1970) Notte sulla città (Un flic, 1972)

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Girato nel 1947 e proiettato privatamente già nel 1948.

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TUTTE LE ORE FERISCONO, L’ULTIMA UCCIDE! DI JEAN-PIERRE MELVILLE

TUTTE LE ORE FERISCONO, L’ULTIMA UCCIDE! (Le deuxième souffle, 1966) regia: Jean-Pierre Melville; sceneggiatura: Jean-Pierre Melville, dall’omonimo romanzo di José Giovanni («Serié noire», Gallimard, Paris, 1958); dialoghi: José Giovanni, Jean-Pierre Melville; fotografia (bn): Marcel Combes; operatore: Jean Charvein; scenografia: Jean-Jacques Fabre; costumi: Michel Tellin; montaggio: Monique Bonnot, Michel Boëhm; musica: Bernard Gérard; suono: Jacques Gallois. interpreti e personaggi: Lino Ventura (Gustave Minda, detto “Gu”), Christine Fabréga (Simone Pelletier, detta “Manouche”), Paul Meurisse (commissario Blot), Pierre Zimmer (Orloff), Michel Constantin (Alban), Raymond Pellegrin (Paul Ricci), Marcel Bozzuffi (Jo Ricci), Paul Frankeur (commissario Fardiano), Denis Manuel (Antoine), Pierre Grasset (Pascal Leonetti), Jean Negroni, (poliziotto travestito da gangster), Raymond Loyer (Jacques, detto “il notaio”), Albert Dagnant (Jeannot Franchi), Jean-Claude Bercq (Godefroy, aiutante del commissario Blot), Albert Michel (il barman Marcel), Louis Bugette (Théo, proprietario della barca). origine: Francia. produzione: Charles Lumbroso e André Labay per Les Productions Montaigne. riprese: in esterni (a Parigi e Marsiglia) e negli Studi Jenner da gennaio a marzo e da giugno ad agosto 1966. distribuzione: S.N. Prodis. prima proiezione: 2 novembre 1966 (Parigi). prima proiezione italiana: 16 marzo 1967. durata cinematograFica: 150 minuti. Formato: 1.66:1

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LA CARTA D’IDENTITÀ DEL FILM

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PLOT Detenuto da dieci anni per una rapina leggendaria al “treno d’oro”, Gustave Minda evade dal carcere e torna a Parigi, dove sventa un tentativo di estorsione ai danni dell’amata Manouche. Nascosto dalla stessa Manouche e dal vecchio amico Alban in un piccolo appartamento, viene reclutato per un colpo milionario a Marsiglia: l’aggressione a un furgone carico di lingotti di platino. Raggiunta la città e messo a segno il colpo con tre complici, Gu cade nel tranello del commissario Blot, che lo incastra con una registrazione compromettente e lo consegna a Fardiano, brutale comandante della criminale locale. Diffamato dalla stampa pilotata da Fardiano, Gu tenta il suicidio lanciandosi contro un armadietto. Nonostante le ferite riportate, riesce a evadere nuovamente e vendicarsi di Fardiano, facendogli scrivere una confessione e freddandolo con tre colpi di pistola. Sospettato di tradimento, Gu intende riabilitare la propria reputazione nel milieu esibendo le lettere di Fardiano, ma l’incontro con gli ex complici degenera in uno scontro a fuoco che provoca l’intervento della polizia capitanata da Blot. Solo e ferito, Gu rifiuta di arrendersi e viene colpito a morte. Ma prima di spegnersi affida la scottante confessione di Fardiano a Blot, che con uno stratagemma la fa raccogliere a un giornalista..

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TUTTE LE ORE FERISCONO, L’ULTIMA UCCIDE! DI JEAN-PIERRE MELVILLE

Lino Ventura – Gu Minda

Christine Fabréga – Manouche

Paul Meurisse – Commissario Blot

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LA CARTA D’IDENTITÀ DEL FILM

Pierre Zimmer – Orloff

Michel Constantin – Alban

Raymond Pellegrin – Paul Ricci

Marcel Bozzuffi – Jo Ricci

Paul Frankeur – Commissario Fardiano

Denis Manuel – Antoine

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TUTTE LE ORE FERISCONO, L’ULTIMA UCCIDE! DI JEAN-PIERRE MELVILLE

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INTRODUZIONE

Il film che visse due volte Niente di straordinario nel mio incontro con Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide!, tutt’al più qualche tratto di singolarità. Eppure è sufficiente scavare un po’ nella memoria per ritrovare – o illudermi di farlo – le vicende che mi hanno portato a quella visione particolare. L’esercizio è meno ozioso di quanto sembri, poiché mette in movimento, da una prospettiva intima e irripetibile, tutta una serie di piccoli episodi collegati a quell’evento. Ed è proprio in questa reazione a catena che, retrospettivamente, colgo l’inesorabilità che mi ha condotto all’appuntamento con la nona pellicola di Jean-Pierre Melville. Così, dalla microscopica sfera privata vengo catapultato in una dimensione nella quale non sono più protagonista, ma testimone di un processo che si è servito di me, in quanto spettatore, per affermarsi attraverso la mia esperienza. Sembrerebbe una tautologia, tuttavia questo scarto apparentemente ininfluente permette di passare dalla storia individuale a quella del cinema e delle idee: il mio ruolo abituale di spettatore risulta notevolmente ridotto, ma, di contro, la mia esperienza acquisisce un’esemplarità che, pur mantenendo intatta tutta la sua singolarità, entra potenzialmente in risonanza con quella di qualsiasi altro spettatore. Il mio primo incontro con il cinema di Melville non è avvenuto con un film, ma con un frammento della sua opera. Spettatore di « Fuori orario» fin dai primissimi anni Novanta, m’imbatto, durante

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L’armata degli eroi (1969)

una notte che non riesco più a collocare con precisione, in una sequenza che solo in seguito saprò appartenere al film del 1969 L’armata degli eroi. Era la sequenza dell’eliminazione del giovane traditore Paul (Alain Libolt) in una bicocca marsigliese, portata a termine con estrema difficoltà da tre membri della Resistenza: Philippe Gerbier (Lino Ventura), Félix (Paul Crauchet) e Claude “Le Masque” (Claude Mann). L’impressione di trovarmi di fronte a qualcosa che non somigliava affatto a tutto ciò che avevo visto fino a quel momento fu assoluta. Soverchiante. Poche parole, frasi spicce e perentorie, gesti e comportamenti che scolpivano i caratteri con sobrietà quintessenziale. Il silenzio terrificante e i singhiozzi soffocati del giovane delatore condannato a morte mentre si sceglie l’arma più adatta alla sua esecuzione. Le esitazioni di pietà repressa in questi uomini costretti a diventare macchine di morte. La sofferta implacabilità dello strangolamento. E, su tutto, un tono di disadorna austerità che sprigionava da ogni inquadratura, ogni movimento di macchina, ogni stacco di montaggio. La padronanza definitiva della messa in scena. Ero letteralmente pietrificato: quel frammento di cinema proveniva da un altro pianeta e il fatto di non conoscerlo mi riempiva di sbigottito desiderio.

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INTRODUZIONE

Fu un amico siciliano conosciuto su un sito di cinema a inviarmi, qualche anno più tardi, una videocassetta con Tutte le ore feriscono: copia doppiata in italiano piuttosto malandata e lacunosa (135’ anziché i 150’ della versione in DVD editata dalla Criterion nel 2008). Nonostante le condizioni tutt’altro che ideali, fui in grado di vedere il film, ma il fato volle che il nastro fosse così deteriorato da cancellarsi dopo il primo passaggio. Una catastrofe, insomma. Ma anche un segno beffardo che mi obbligava a una nuova visione del film in condizioni meno pericolanti. Devo confessare che questa prima visione mi lasciò vagamente insoddisfatto: la scadente qualità delle immagini e il doppiaggio ovattato mi fecero una cattiva impressione. Soprattutto dopo avere visto Frank Costello faccia d’angelo e I senza nome, a mio avviso i vertici astratti e formalistici della filmografia melvilliana, mi pareva che Tutte le ore feriscono si dibattesse ancora tra un realismo residuo e un’astrazione non completamente sviluppata. Ovviamente mi sbagliavo, ma perché cambiassi idea furono necessarie le visioni reiterate di titoli che intrattenevano un dialogo a distanza con il film di Melville come Strategia di una rapina (Odds Against Tomorrow, 1959) di Robert Wise o Heat - La sfida (1995) di Michael Mann e, infine, la prima visione in sala di Tutte le ore feri-

Strategia di una rapina (1959)

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Heat – La sfida (1995)

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scono, avvenuta nel 2008 in occasione della retrospettiva dedicata a Jean-Pierre Melville dal Torino Film Festival. Il cerchio si chiudeva dunque in quel pomeriggio torinese di fine novembre: in una piccola sala tanto gremita quanto silenziosa, il nitido grigiore delle immagini restituiva al film la sua potenza d’impatto e la sua maestosa tragicità. Dalle prime e consunte immagini viste anni prima sul piccolo schermo con un audio impastato a questi argentei fotogrammi rischiarati da un sonoro cristallino si era consumato il naufragio della mia impressione iniziale. Adesso era impossibile sbagliarsi. Dovevo dare ragione a Jean-Louis Bory che, nel novembre di quarantadue anni prima, aveva scritto: « Dalle prime immagini che mescolano ombre e nebbia nel penoso sforzo delle piccole ore dell’alba, dai primi rumori – latrati lontani, colpi difficilmente identificabili – che obbligano l’orecchio a lavorare […], sappiamo che Jean-Pierre Melville ha vinto. Poco importa la storia che andrà a raccontare: il cinema è là» 1. Tutte le ore feriscono mi si offriva finalmente in tutta la sua austera bellezza, in tutta la sua magnificata e sovrastante classicità. Poi, dipartendosi a raggiera dal film e dall’opera di Melville, si sono aggiunte altre esplorazioni: non soltanto la lettura del romanzo omonimo di José Giovanni da cui la pellicola è tratta, ma anche quella della sua strepitosa autobiografia Mes Grandes Gueules. Memoires pubblicata nel 2002 da Fayard, ovviamente arricchita dalla visione/ revisione dei suoi film. Inoltre, se non mette conto menzionare le innumerevoli letture critiche in francese, inglese e italiano che in questi anni hanno accompagnato la mia passione per il cinema di Melville (e di cui si troverà parziale traccia nella bibliografia), mi preme molto, invece, ricordare lo speciale dedicato a Melville dalla rivista di critica 1

Jean-Louis Bory, Une vue obscure des choses, «Le Nouvel observateur», 16 novembre 1966.

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INTRODUZIONE

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cinematografica online di cui sono redattore dal 2004, « Gli Spietati» , con contributi di Luisa Carretti, fine conoscitrice dell’universo melvilliano, e Mauro Gervasini, tra i massimi esperti italiani del polar nonché autore dell’imprescindibile Cinema poliziesco francese2. Il presente libro, in definitiva, persegue contemporaneamente due obiettivi: da una parte tenta di rendere conto del mio inesausto corpo a corpo con il titano Melville, un titano che ha finito per mostrare sempre più chiaramente la fisionomia di un paradosso; dall’altra intende porre rimedio alla mia svista iniziale, un errore di messa a fuoco che mi aveva indotto sbrigativamente a giudicare Tutte le ore feriscono un film non ancora compiutamente melvilliano e, soprattutto, non all’altezza delle opere successive. Come corollario correttivo, propongo inoltre una lunga lettura in parallelo tra le sequenze narrative del romanzo di José Giovanni e le sequenze cinematografiche del film. Grazie a questo confronto serrato, spero si potranno finalmente spazzare via tutte le inesattezze e le leggende circolate in merito al lavoro di adattamento compiuto da Melville sul romanzo di Giovanni. Un corpo a corpo con un paradosso che si è fatto cinema e una correzione di prospettiva a distanza di tempo: ecco come la mia storia personale si è tramutata in storia delle idee.

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Le Mani, Genova, 2003.

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Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide di Alessandro Baratti  

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