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Rivista di enologia, gastronomia e turismo

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FEDERAZIONE ITALIANA SOMMELIER ALBERGATORI RISTORATORI

Ad Ottobre a Venezia il Congresso Nazionale FISAR

13-14 Ottobre

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Anno XXX - Numero 4 - Luglio-Agosto 2012

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Rivista di Enologia, Gastronomia e Turismo

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Lettera del Presidente: - Nicola Masiello

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Il vino e la salute: colpi bassi e ricerca - Roberto Rabachino In Famiglia La Segreteria comunica - Assemblea Nazionale Elettiva 2012 ENOGASTRONOMIA • TURISMO • CURIOSITà

sommario

Comunicazione Istituzionale

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Albania: una combinazione vitivinicola contemporanea e tradizionale Prof. Dr. Andrea Shundi 4

La lenta agonia del Tocai - Giampiero Rorato

Spagna: chi ha parlato di crisi? - Meritxell Falgueras Febrer

Doc Sicilia: si parte! - Antonio Iacona La Romanée Grand Cru: potenza della natura nella più piccola AOC di Francia - Davide Amadei Il Vermentino Ligure - Virgilio Pronzati Il Vermentino Toscano e Sardo - Paolo Alciati

67° Congresso Assoenologi - Giuseppe Martelli Verso un nuovo terroir: i vignaioli di Pinot Nero dell’Appennino Toscano - Davide Amadei

Whisky, lo spirito della Scozia - Enza Bettelli Le notizie di enogastronomia e turismo a cura della redazione di Quality ADV

8 Edizione della Valle del Gigante Bianco - Emma Lami a

Barbera d’Asti D.O.C.G. Un sorso di storia - Silvana Delfuoco

Salone del Gusto e Terra Madre 2012 - di Gladys Torres Urday SCIENZA • TECNICA • APPROFONDIMENTI

Il Trentino e la sua magia del vino: Trento Doc Luca Iacopini e Massimo Bracci

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Le parole siano di conforto con insieme azioni concrete per ricominciare

Il Presidente Nicola Masiello

Il terremoto in Emilia, un evento sì “naturale” ma che ha devastato la popolazione nell’anima, negli affetti e nel loro modus vivendi.

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on bastava la crisi economica, la mancanza di posti di lavoro, la borsa altalenante che ci preoccupa quotidianamente con effetti diretti sul nostro vivere quotidiano e chi più ne ha più ne metta. E poi è arrivato il terremoto in Emilia, un evento sì “naturale” ma che ha devastato la popolazione nell’anima, negli affetti e nel loro modus vivendi. Tanto possiamo fare per essergli vicini, dal volontariato di chi è sempre pronto ad intervenire con amore dove c’è bisogno, all’assistenza economica attraverso donazioni in denaro o di attrezzature e strumenti capaci di far rendere vivibile anche una tendopoli. Ma se vogliamo essere davvero incisivi, dobbiamo dare la possibilità ad un comparto di eccellenza dell’agroalimentare Italiano per ripartire nel migliore dei modi. Prima di tutto dobbiamo cercare di non mandare in fumo tutto quanto è stato prodotto fino ad oggi, cercando di monetizzare al massimo i prodotti di eccellenza quali Parmigiano

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Reggiano e Grana Padano ,i salumi ed i prosciutti del Parmense da acquistare in modo solidale con la consapevolezza di recuperare parte di prodotto evitando la perdita di capitale che era a dimora per essere stagionato e venduto nel momento migliore. Poi il comparto dell’ortofrutta con le primizie del triangolo Bologna-Modena-Reggio Emilia frutta e verdura di eccellenza e l’agricoltura frumento e cereali quale materia prima per la produzione dei formaggi. Ho detto diamogli una mano per ripartire e facciamolo attraverso l’acquisto di prodotti provenienti da quelle zone, magari acquistiamo e se proprio non ne abbiamo di bisogno regaliamolo ai poveri ed alle case di riposo, faremo sicuramente due opere buone con una sola azione. E come dimenticare il nostro amico vino perché è vero che se il danno è anche strutturale è strutturale per tutti, capannoni, abitazione e cantine. È pur vero che il vino prodotto nel comprensorio è un vino nella maggior parte dei casi di pronta beva penso ai Lambruschi del Modenese e del Reggiano che convivono con realtà a produzione qualitativa più alta e quindi i produttori ed i vignaioli sono come tutti gli altri attori di questa triste commedia che ogni giorno hanno bisogno di essere rincuorati e rassicurati anche con le nostre azioni. Acquistiamo ed acquistiamo ancora, con la volontà d’aiutare veramente la ripresa di un comparto che statisticamente è una bella percentuale del nostro Pil. Forza Emilia, siamo tutti al vostro fianco e tutti insieme ce la faremo!!!!!!

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Il vino e la salute: colpi bassi e ricerca di Roberto Rabachino (fonte La Repubblica - Elena Dusi) per comunicare con il Direttore: direttore@ilsommelier.com

Sugli effetti del vino rosso come elisir di lunga vita gli scienziati continuano a scambiarsi fendenti.

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li esperimenti si succedono, i dati si accumulano, ma la loro interpretazione resta controversa. Il biologo di Harvard David Sinclair pubblica un articolo sulla rivista scientifica Celi Metabolism per mettere la parola fine alla diatriba. Ma gli effetti del vino rosso sulla salute assomigliano ancora a una scena del delitto priva di troppi indizi. Protagonista del giallo è il resveratrolo, una sostanza di cui è ricca la buccia dell’uva che finisce inalterata, con i suoi benefici, nel bicchiere divino. Uno studio di Nature nel 2003 (firmato tra gli altri da Sinclair) dimostrò che il resveratrolo allunga nettamente la vita delle cellule di lievito, mimando l’effetto della restrizione calorica e attivando (probabilmente) il gene Sirti di cui si conoscevano le proprietà anti-invecchiamento. L’osservazione fece esplodere un intero settore di studi. L’immagine del bicchiere di vino capace di donare non solo sapore, ma anche salute, iniziò a brillare come una stella polare per molti scienziati (e imprenditori). Sinclair fondò un’azienda per cercare di racchiudere in una pillola quegli effetti allunga-vita che altrimenti avrebbero avuto bisogno di 6-700 bicchieri divino al giorno per essere notati nell’organismo umano. La Glaxo Smith Kline nel 2008 acquistò la Sirtris per 720 milioni di dollari. Oggi l’azienda Usa sta testando sugli uomini le sue molecole ispirate al resveratrolo - ma centinaia di volte più potenti per poter diminuirne le dosi da assumere - contro diabete, obesità, malattie cardiovascolari e infiammatorie.

Dal 2003 a oggi i colpi di scena si sono succeduti. E anche i colpi bassi, secondo alcuni. I trial in corso riguardano diabete e obesità. Ma il vero business arriverebbe da un farmaco in grado di rallentare l’invecchiamento”. L’obiettivo però è lontano. In alcuni casi gli esperimenti con il resveratrolo non hanno riprodotto gli effetti del 2003. In altri casi hanno ingarbugliato la trama con una pletora di protagonisti e dettagli. Tra il sorso di vino e gli effetti di allungamento della vita osservati in alcuni dei test ci sono passaggi intermedi che riguardano la vita interiore di una cellula - le sue reazioni chimiche, i suoi enzimi, i suoi geni che si attivano osi disattivano - in una danza che gli scienziati non hanno ancora del tutto dipanato. L’ultimo studio di Sinclair dimostra che il resveratrolo agisce effettivamente attivando il gene Sirti. Resta da chiarire se questa azione sia diretta o indiretta, ma la motivazione a proseguire gli studi resta altissima. Il resveratrolo naturale è impossibile da usare: ha troppi effetti nell’organismo, alcuni dei quali sconosciuti, e viene metabolizzato molto in fretta. L’obiettivo è mettere a punto una molecola più selettiva e stabile in vivo. Ma soprattutto, vendibile al caro prezzo che molti pagherebbero per ottenere una vita più lunga. Come avrete notato leggendo la notizia riportata dalla Dusi non possiamo affermare che nel mondo del “resveratrolo” ci sia chiarezza. Chiaro invece che intorno a questo prezioso fenolo (e non flavonoide) si aggirano voraci aziende pronti a tutto per fare business.

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Albania: una combinazione vitivinicola contemporanea e tradizionale Prof. Dr. Andrea Shundi

L’Albania, con una superficie di 28.748 chilometri quadrati e 3,5 milioni di abitanti, è per 2/3 collinare-montano con un clima tipicamente mediterraneo e per questo motivo è vocata per la produzioni vitivinicola.

L’antichità e la tradizione Illiria, l’Albania retrattile di oggi, essendo un crocevia tra l’Ovest e l’Est, ha goduto di ambedue le culture, inclusa anche la vitivinicoltura. In questo modo, pur radicatasi nel territorio prevalentemente collinaremontagnoso spezzato da tanti valli e piccoli regioni quasi isolate, la vitivinicoltura tradizionale è molto simile a quella del mondo occidentale. Un altro dato importante è l’ampia variabilità pedoclimatica, con estati calde ed aride nelle colline costali e un clima freddo nella zona montagnosa

L’

dell’Albania interna. Questa diversità ha consentito di combinare due culture, l’etrusca/romana dove prevaleva la coltivazione della pergola con la coltura ellenica, dove prevaleva l’alberello. Deve essere un caso molto raro che un Paese con un territorio relativamente piccolo seleziona e coltiva 21 cultivar e 108 ecotipi di vite, già elencati e tuttora coltivati. Le originalità agrotecniche illiro-albanesi, nelle attività viti-vinicole sono: le coltivazioni assolute delle viti nei tutti villaggi arrivando fino a 1400 m sul livello del mare, le coltivazioni delle viti anche nelle terre di massi-

Vigneto vecchio di Kallmet nella zona di Hajmel

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ma pendenza e di terra sassosa, l’elevata densità d’impianto fino a 10 mila ceppi per ettaro, la presenza delle coltivazioni di pergole in continua produzione da oltre 100 anni, decine di tipologie di mezzi e recipienti per la produzione e la conservazione del vino. A proposito delle pergole, fa piacere il fatto che oltre la coltivazione di Vitis Vinifera, spontaneamente si è diffusa la vite selvatica, creando sistemi di pergolate nei boschi delle dieci vallate strette di montagne che si distinguono nel Nord-Est ed il Sud-Est d’Albania; le pergola selvatiche costituiscono un vero patrimonio genetico, di antica coltura vinicola. Henri Enjalbert, nel suo trattato ‘La storia del vino’ (Parigi 1975), scrive: “I territori albanesi sono tra quelli con la più antica storia in Europa”. Sono molte le testimonianze di carattere vitivinicolo, che provengono dall’antichità del mondo illirico-albanese. Tra queste, spiccano sculture, mosaici e dipinti raffiguranti grappoli d’uva, germogli di vite oppure contenitori di vino rinvenuti nelle antiche città di Amantia, Apolonia, Butrinto, Bylis, Dyrrachium, Lin e Oricum. Di particolare importanza, la cantina enologica di Bylis (IV secolo a.C), 1.500 anfore rinvenute ad Apolonia e la nave illirica affondata nel golfo del Catarro con a bordo vasi contenenti vino. Nella lingua albanese esistono numerose denominazioni e molto toponimi legati alla viticoltura. Per esempio ‘hardhi’, ‘vresht’, ‘Rrushe’ (‘vite’, ‘vigneto’, ‘Uva’), si riscontrano come nomi di parecchi villaggi e quartieri, ma anche come nomi e cognomi delle persone. Gli arbëresh e gli arbëror, centinaia di migliaia di albanesi che rispettivamente durante gli 15-18 secoli emigrarono nell’Italia del Sud ed in Grecia per lo scopo dell’occupazione ottomana, la loro sopravvivenza la dovettero anche nelle maestranze vitivinicole perchè trovarono condizioni pedoclimatiche molto favorevoli e la tradizione altrettanto larga del popolo italiano e greco. È veramente significativo che nei villaggi abitati dagli arbëresh e arbëror si produca più uva e vino rispetto a quelli in Albania, dove loro coltivano ancora qualche ecotipo locale (“Asprun”, “Hardhagjel”, “Ruxh”etc.), usando una terminologia vitivinicola specifica e si distinguano dalla lingua albanese, usando anche sinonimi e proverbi-

Pigiatrice portabile del 1018

indovinelli-canzoni, collegati con la vitivinicoltura. Nella vitivinicoltura d’Albania, i proverbi-espressioni-indovinelli-canzoni sono innumerevoli. Nel libro “Wisdom from Vine and Wine” – “Saggezza dalla vite e dal vino” (USA 2011, A. Shundi e A. Osja), sono analizzati 600 proverbi, associati con le interpretazioni agronomiche ed enologiche. Ne citiamo qualcuno: “La casa lo sostiene: il figlio, la vigna, il cavallo”, “Il vigneto dice: dammi la barbatella, ti do il vino”, “Meno uva, più vino”, “Impianta presto e pota tardi, se fallisci un anno, negli altri quattro no!”, “Zucchero e sale una volta l’anno, vino ogni giorno”, “Polenta e pesce di fiume, vino di cantina e gente svelta”. Stupisce inoltre, l’elevato numero di sinonimi, esistenti per numerevoli termini di carattere vitienologici. Per esempio, ‘germoglio’ – ‘lastar’, presenta ben 42 sinonimi (bisk, filiz, lumak, pip, rrepan, stap, trisk, vllastar, zbin etc.); ‘grappolo’ – ‘vite’, si può dire in 30 modi diversi (kalavar, kalavesh, kopan, lavar, pupe, vesh, vilce, etc.), mentre ‘potatura’- ‘krasitje’ ha 17 sinonimi (kimje, kllaritje, rrungonje, vilatje etc.). Nei tre canoni albanesi più importanti, sintesi delle normative non scritte del diritto tradizionale, che erano attivi nelle varie regioni durante il periodo medioevale fino al secolo scorso, si trattavano anche questioni collegate con le attività vitivinicole. Per esempio, nel “Canone di Arbëria” sono sottoposte 16 regole fondamentali per queste attività.

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Cantina nella città di Bylis, Albania Centrale, IV Secolo d.c. Vlosh, grappolo del vitigno locale coltivato nell'Albania del Sud e Centrale

Realtà e contemporaneità Le superfici vitate hanno registrato un andamento altalenante, soprattutto a causa delle invasioni straniere. Spicca quella ottomana durante i secoli XIV-XIX, durante la quale furono anche proibite le produzioni del vino e del raki (grappa). La più ampia superficie vitata, pari a 23 mila ettari di proprietà dello stato e delle cosiddette cooperative agricole, si registrò nel 1990; mentre nel 2010 ammontava a 10 mila ettari di proprietà privata, con la maggior parte di essa impiantata nell’ultimo decennio e con investimenti nel rinnovamento varietale e nelle tecniche colturali più avanzate. In questo modo, si è prodotto il 25 per cento in più di uva, ovviamente di migliore qualità, rispetto al 1990. Tra le forme di allevamento, le più diffuse sono la pergola e il tendone, tra le forme alte; l’alberello, il cordone speronato orizzontale mono e bilaterale e il Guyot, tra le forme basse e non espanse. Le pergole maritate agli alberi, continuano a rivestire un ruolo importante nella viticoltura Albanese. È vero che il loro numero è sceso da 9.1 milioni nel 1990 ai 5 milioni attuali ma la produzione di

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uva che da esse proviene, rappresenta comunque il 40 per cento del totale. La persistenza di questa forma di allevamento si deve sia a motivi legati alla tradizione, sia alle conformazioni collinari-montane dei terreni, sia infine all’ammontare relativamente ridotto di terra coltivata, in media solo 0,2 ettari per abitante. D’altronde, durante gli ultimi due decenni, una parte considerevole della popolazione rurale è emigrata nelle zone urbane oppure all’estero. Del gruppo delle pergole fanno parte anche le ‘ereke’, costituite da 2-5 viti coltivate ai bordi delle parcelle con piante erbacee e sostenute da robuste tavole di legno incrociato. Un altro esempio per la combinazione della vitivinicoltura contemporanea con quella tradizionale, è la realtà della piattaforma ampelografica, che consiste nel insieme della coltura di pergola e di vigneto e nella struttura varietale. Durante gli ultimi 60 anni, sempre di più, nella viticoltura d’Albania, stanno diffondendosi i cultivar internazionali (Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Merlot, Moscato, Pinot Nero, Riesling, Syrah) e

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quelli regionali (Malvasia, Nebbiolo, Pinot Bianco, Sangiovese, Tempranillo, Tokaj). Negli ultimi anni i cultivar locali, che sono più adattabili e più stabili nelle condizioni pedoclimatiche non sempre favorevoli e che producono uva e vini con caratteristiche più specifiche riguardante aromi-sapori-colori ecc, sostituiscono circa il 60 per cento della superficie vitata; mentre i cultivar ben noti internazionali sostituiscono il 30 e quelli regionali il 10 per cento della superficie vitata. Vitigni e vini locali più rappresentativi sono: “Kallmet”, coltivato nell’Albania settentrionale e centrale, con ciclo vegetativo di 155-160 giorni e grappolo spargolo. Produce vino corposo, secco, che contiene 11,0-13,5 per cento di alcool e 5,5-6,5 g/l di acido tartarico; vino grasso e con colore intenso rosso e nuance violetto. Vino con sapore veramente specifico ed aroma che spicca di viola. Può invecchiare bene, creando un bouquet piacevole. Due enologi francesi ed una spagnola, nel 2010 hanno espresso questa valutazione organolettica: “Vino con personalità affermata, incontestabile. Ha un aroma molto fine e sapore molto buono”. Il Kallmet ha molta storia, simbolo della casata medioevale dei Blinishti e poi dei Dukagjini. I romani e gli emigranti albanesi lo diffusero in Europa, dove si nomina ‘Kadarka’ e ‘Skadarka’ (Ungheria e la ex Jugoslavia, secondo il nome di Scutari, la città più vicina al luogo d’origine di Kallmet), ‘Gemza’ (Bulgaria), ‘Nero di Scutari’, ‘Schwartzes’, Skutariner’ (Italia, Austria, Germania). Il Vaticano lo comprava oppure lo prendeva come entrate dai credenti che lo donavano alle chiese. La gente lo chiama “Kallmet è il Rè”.

Tipica forma del grappolo del Kallmet

“Shesh” dove spicca il vino “Shesh Bianco” che è secco oppure mezzo secco, armonico e con sapore piacevole; contiene il 12-13 per cento di alcool e 6,5 g/l di acido tartarico. Mentre “Shesh Nero” ha colore scuro ed aroma gradevole, contenendo 12-13 per cento di alcool e 6,0 g/l di acido tartarico. “Pulës”, vitigno che soprattutto si coltiva come pergola oppure ereke. Il grappolo pesa 100-150 g con piccoli acini giallo dorati. Vino con colore bianco chiaro; alcool all’11,5-12,5 per cento e acido tartarico 6,0 g/l. Il sapore specifico del Pulës si distingue per le sostanze minerali che l’uva contiene derivanti dal profondo sottosuolo. In Albania, di cantine di media e grande capacità ce ne sono circa 30 tra le quali spiccano: “Arbëri” (Mirditë) che produce vino Kallmet di color ciliegia nera ed aroma di cannella; ha sapore dolce-amaro dai tannini che caratterizzano questo vino. Arbëri commercia vino invecchiato per tre anni in barrique e ha cominciato l’esportazione negli Stati Uniti. “Çobo” (Berat). Cantina con tradizione famigliare di 120 anni. Si distingue per la produzione del vino “Il bianco di Berat” vinificando l’uva Pulës,

Festa della vendemmia con i buoi che tirano un carro d'uva

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oltre che con il vino Kashmer (Kabernet-SheshMerlot). Esporta in Europa, in piccole quantità. “Giorgio Castriota-Scanderbeg” (Durazzo). Fondata nel 1929, produce 70 mila ettolitri di vino (Aglianico, Cabernet Sauvignon, Montepulciano, Primitivo, Chardonnay) e bevande superalcoliche. Esporta in Europa e negli Stati Uniti. “Kallmet” (Lezhë). Cantina di qualità, insediata nel villaggio Kallmet. Produce vino di base e specialmente vino di prestigio prodotto con uve di vigneti di oltre 40 anni; questo vino invecchia per tre anni (due in barrique, più un anno in bottiglia). Ha appena cominciato l’esportazione. “Miqësia” (Koplik, Scutari). Produce vino soprattutto secco, come Kallmet, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Moscato Bianco. La cantina ha capacità di vinificazione e conservazione per 80mila ettolitri di vino. “Zika-Derveni” (Tepelenë) si distingue per la tradizione famigliare nella produzione di vino e grappa, per la larga superficie vitata che arriva a 100 ettari dove si includono 10 ettari con pergola del cultivar Pulës che la gente locale chiama “ l’uva dei secoli”. Di istituzioni di ricerca e di formazione ed altre ce ne sono diverse. Le prime, principalmente, hanno luogo presso le facoltà di Agraria e di Biotecnologia dell’Università Agraria di Tirana e il Centro Trasferimento Tecnologie Agrarie di Valona. Gli studi universitari, compresa la specializzazione in viticoltura ed enologia presso i due dipartimenti rispettivi, si svolgono secondo il Processo di Bologna, con un primo livello (Bachelor) e un secondo livello (Master); si possono poi proseguire gli studi e le ricerche con dottorati in viticoltura ed enologia. Per quanto riguarda la ricerca, i filoni principali sono: esplorazione, identificazione e raccolta delle risorse genetiche autoctone della vite, studi agrobiologici sui vitigni locali, sperimentazioni applicate e tecniche colturali soprattutto potatura, concimazione e irrigazione. Sono stati avviati anche studi di zonazione viticola, mentre la legislazione del settore vitivinicolo è allineata agli standard comunitari. Altre istituzioni sono le diverse Società, dove spiccano qualche cooperativa di viticoltori, ognuna con circa 200-300 ettari di vigneti, la Società delle cantine famigliari, la Società dei Sommelier etc. La cooperazione scientifica ed economica fra la vitivinicoltura albanese e quella italiana, va progressivamente ampliandosi. Oltre agli scambi di docenti e

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ricercatori, ogni anno diversi studenti albanesi studiano e si specializzano in vitivinicoltura in Italia. Non sono pochi inoltre i trattori, le macchine agricole e le attrezzature per le cantine, nonchè concimi e agrofarmaci oppure lieviti importati dall’Italia e impiegati nella vitivinicoltura albanese. Da segnalare soprattutto l’importante collaborazione, iniziata nel 1994 e tutt’ora in essere, tra i Vivai Cooperativi Rauscedo e la società Agroherbal di Tirana. Solo negli ultimi dieci anni, sono stati impiantati oltre quattro milioni di barbatelle, di vitigni e cloni prodotti dai VCR. Ma oltre che sul piano commerciale, la collaborazione con i VCR si concretizza anche sul piano tecnico e scientifico: nove Seminari pan-albanesi per la viticoltura organizzati ogni anno in diverse zone viticole di Albania e Kossovo, pubblicazione di diversi libri divulgativi sulla viticoltura, pubblicazione del catalogo VCR in lingua albanese, progetto per il miglioramento genetico e la produzione di cloni e barbatelle dei vitigni Kallmet etc. Le prospettive Le caratteristiche pedoclimatiche molto favorevoli, la tradizione, l’esperienza e le richieste del mercato, offrono ampie possibilità di crescita in quantità e qualità per la viticoltura albanese. Si prevede che da oggi nel 2030, le superfici vitate possono raggiungere i 25-30 mila ettari, con un aumento delle aziende con superfici oltre cinque ettari. La qualità sarà la sfida principale, anche in funzione di un futuro ingresso dell’Albania nell’Unione Europea. Altre leggi e regolamenti, nonchè controlli più stretti sulla produzione vitivinicola, saranno necessari. Rientra in questo obiettivo il miglioramento genetico-agronomico delle varietà associate a grandi investimenti per la viticoltura, sempre guidati da una programmazione mirata alla ricerca di qualità. Anche il lavoro appena avviato sulla vitivinicoltura organica rappresenterà un importante motivo di crescita qualitativa. Anche la crescita in parallelo e combinato della viticoltura dei vitigni locali e di quella dei vitigni stranieri, sarà un obiettivo irrinunciabile. Un piccolo paese come l’Albania deve assolutamente puntare alla valorizzazione del suo specifico ‘terroir’ e di vitigni e cloni locali, ma tenendo sempre presente la produzione in crescita dell’uva da vitigni internazionali e regionali.

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K.V.V.V.Sh. Certamente è un acronimo difficile, ma che racconta parte della sua storia: è un consorzio che associa viticoltori e cantine del Nord Albania. Le parole consorzio e cantine (verëtarë) ci dicono rispettivamente che “l’operazione” nasce fuori dall’Albania e che si radica a partire dagli anni novanta, queste le due coordinate che servono per capire la nascita del Consorzio Nord Albania. Un Consorzio di Tutela è un oggetto estraneo nel contesto Albanese, si tratta infatti del risultato di un progetto di cooperazione e sviluppo promosso da LVIA (ONG italiana) e cofinanziato dal Ministero degli Affari Esteri. La LVIA, dopo aver operato in ambito rurale a partire dai primi anni novanta, riprende le trame del settore vitivinicolo del Nord Albania e trova un settore in ascesa dovuto agli investimenti del Ministero dell’Agricoltura Albanese per la realizzazione di nuovi impianti, ad una rete di cantine familiari orgogliose del proprio territorio ed al continuo aumento dei consumi di vino nella popolazione Albanese. E qui siamo giunti alla seconda delle coordinate, quella temporale, che riguarda le cantine: la parola verëtarë è uno dei tanti neologismi nell’Albania di oggi. Infatti, mentre le cantine sono state le fabbriche del vino del regime, la parola verëtarë indica i produttori di vino e dunque insiste sulle persone, le competenze ed il territorio. Il Consorzio Nord Albania è un’associazione che raccoglie 64 soci produttori di uva nelle Regioni di Scutari e Lezhe, di cui 5 cantine. I soci dispongono di circa 65 ettari di vigneto distribuiti nelle zone più vocate per la produzione di uva da vino. Incastonati tra la montagna e il lago di Scutari scendono lentamente i terreni coltivati: da Koplik

con i suoi terreni rossi ricchi di rocce calcaree, terreni aridi adatti solo alla vite e alle erbe aromatiche che crescono spontanee sulle montagne circostanti, fino a Shtoj i Ri, in prossimità della cittadina di Scutari, dove sorgeva l’azienda statale per lo sviluppo dei cloni dell’uva Kallmet e dove esistono molti dei vecchi vigneti di 35-40 anni. L’altra zona, la Zadrima, corre da Nord a Sud su lievi versanti, dai villaggi di Naraç e Hajmel, fino a Kallmet, villaggio che dà il nome al re delle uve del Nord Albania. Il Kallmet è una varietà autoctona preservata, assieme ad altre varietà locali di minore diffusione, dai viticoltori del Nord Albania in seguito al crollo del regime comunista e alle devastazioni che hanno colpito sia le zone urbane sia rurali. Questa varietà, esigente sia in termini agronomici sia enologici, se ben vinificata è capace di dare vini importanti e longevi, con un profilo olfattivo elegante ed originale, paragonabile a vini ottenuti da vitigni blasonati come il Nebbiolo e il Pinot Nero. L’idea di Consorzio di Tutela ha dovuto fare i conti con il contesto vitivinicolo albanese ed ha modulato la sua attività per rispondere alle richieste di crescita del settore sulla base dei requisiti qualitativi che oggi richiede il mercato globale. Questi concetti sono stati tradotti in assistenza tecnica e analitica in ambito viticolo ed enologico, ed in un’opera di sviluppo del mercato per i produttori associati. Il Consorzio si avvale infatti della consulenza enologica del Dott. Alberto Cugnetto, di un laboratorio nel quale opera il Dott. Roland Leka e dell’agronomo Dott. Stefan Dano. All’opera volta al miglioramento de lla qualità dei vini si affianca un piano di ricerca biennale per la caratterizzazione dell’uva e del vino Kallmet, Il Sommelier Luglio-Agosto 2012 • n. 4

che intende trasferire al territorio le migliori pratiche enologiche individuate a contribuire e a porre le basi per la creazione di un disciplinare di produzione del vino Kallmet. Giungendo all’altra parola chiave, quella del mercato, arriviamo al tasto dolente di questa storia, questo perchè le cantine pur avendo incrementato quantità e qualità dei vini prodotti, non riescono a superare la difficoltà psicologica di aumentare il prezzo della bottiglia e dunque si ritrovano con le cantine vuote ad ogni inizio anno. Questo non premia i risultati ottenuti dal progetto LVIA che ha scommesso sul territorio, ma ha lasciato ai produttori l’onere di investire e dunque di scommettere su loro stessi. Tra i produttori che più chiaramente hanno intrapreso la strada dell’aumento della qualità, con volumi significativi, c’è la cantina che sorge nel villaggio di Kallmet e che porta questo nome. La società familiare che ha raccolto la passione dei genitori per l’uva Kallmet sta differenziando la produzione e presto promuoverà sul mercato una propria riserva. A corollario di tutto ciò è nato, come un fungo all’ombra delle fate, un ristorante nel mezzo del territorio del Kallmet che fa del vino, del territorio e delle tradizioni un manifesto per una rinascita della vita rurale nel Nord Albania. Mrizi i Zanave, ombra delle fate appunto, ristorante a chilometro zero, sede del primo convivium Slow Food in Albania, centro gravitazionale di iniziative che guardano al futuro con i piedi ben piantati nelle tradizioni, punto di incontro di vini, formaggi, olio extravergine di oliva e di ogni altro prodotto di qualità che dal territorio cercano un riconoscimento e una valorizzazione sul mercato che garantisca la rinascita di una nuova ruralità.

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di Giampiero Rorato

La lenta agonia del Tocai

Il vino bianco del Veneto Orientale e del Friuli Venezia Giulia più apprezzato e richiesto nel secolo scorso sta ormai per scomparire.

È

davvero triste dover assistere, impotenti, al lento progressivo declino d’un vino bianco che, pur apparso solo nella seconda metà dell’800, è stato per tutto il ‘900 uno dei più apprezzati e goduti emblemi della vitienologia del Nordest d’Italia. Non è un vitigno storico (nonostante alcune piacevoli leggende friulane prive totalmente di fondamento), essendo arrivato nella provincia di Venezia solo nella seconda metà dell’800, importato da qualche ricco possidente in rapporti con la Francia e ha subito trovato a Lison, frazione del comune di Portogruaro, il suo habitat ideale, diffondendosi poi, abbastanza velocemente in tutto il Friuli Venezia Giulia e nel Trevigiano. Il vitigno e il vino vennero allora chiamati Tocai, anche se l’impiego di questo nome resta a tutt’oggi sconosciuto. Nella lingua albanese, “tocai” significa “del posto”, e c’è chi ipotizza, non si sa su quale base, che i vignaioli che lo importarono volessero farlo passare per un antico vitigno locale. In verità, come hanno scoperto Antonio Calò e Angelo Costacurta, già primi responsabili dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano (Treviso), grazie all’esame del Dna, il Tocai è in realtà Sauvignonasse, originario della Francia e lì praticamente scomparso. Nei primi decenni del secolo scorso, su questo vitigno c’era ancora molta confusione, creduto a volte Riesling a volte Sauvignon e altro ancora. - c’è anche chi lo

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considerò un vitigno ungherese - ed è solo nel 1933 che il prof. Giovanni Dalmasso, della scuola enologica di Conegliano, propose in un articolo sul Corriere Vinicolo di chiamarlo Tocai friulano, anche se il suo primo insediamento in Italia era stato nel territorio di Lison di Portogruaro. Da allora conobbe un continuo espandersi, tanto che a Udine per dire “prendiamo un calice di Tocai” bastava dire “prendiamo un tajut” (un calice), senza specificare il vino, tanto il vino bianco per eccellenza era il Tocai, come lo era anche nelle province di Venezia e Treviso (soprattutto in pianura). Poi, come si sa, a seguito di un accordo fra la Comunità Europea e l’Ungheria, ratificato dal Consiglio europeo il 23 novembre 1993, relativo alla tutela e al controllo reciproco delle denominazioni dei vini, iniziò un contenzioso che si concluse definitivamente con una sentenza del 12 marzo 2007 nella quale il Tribunale della Comunità Europea sancì di fatto il divieto del nome Tocai per i vini italiani, riservandolo esclusivamente all’Ungheria per il proprio vino storico. E cosa successe allora in Italia? Il Tocai era una DOC importante, abbondantemente prodotto in tutto il Friuli Venezia Giulia, nel veneziano, nel trevigiano e, in purezza o in assemblaggio, anche a Custoza (Verona), nei Colli Euganei (Padova), nelle Corti Benedettine (Padova), a Merlara (Padova), a Breganze (Vicenza), nell’area del Garda (Verona) e, in

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Lombardia, a San Martino della Battaglia (Brescia). La sentenza del 2007 obbligò l’Italia a cambiare il nome a questo vino e le autorità, a volte in accordo coi produttori, decisero in modo forse superficiale il nuovo nome ed ebbe inizio la babele. In Friuli Venezia Giulia, dopo una prima valutazione della proposta del Presidente emerito degli enologi italiani, Piero Pittaro che aveva suggerito di chiamarlo Tai, T(oc)ai, in omaggio alla tradizione friulana prima ricordata, decisero di adottare il nome “Friulano” (dimenticando che tutti i vini prodotti nelle province di Udine e Pordenone sono vini “friulani”). In provincia di Venezia, dove era conosciuto come “Tocai di Lison”, i produttori del mandamento di Portogruaro decisero di chiamarlo “Lison”. In tutto il Veneto (quindi anche nel veneziano) fu deciso di chiamarlo “Tai” (compreso il Tocai Rosso dei Colli Berici che è tutt’altro vino). A Custoza, Colli Euganei, Merlara, Breganze, area del Garda, San Martino della Battaglia si conservarono i nomi precedenti. Dunque, un vino che nasce dalla medesima barbatella, è chiamato nel Nordest in diversi modi, creando, come è possibile capire, un’inconcepibile confusione, con totale impossibilità di una idonea promozione. Ma Tai perché? Se lo è chiesto anche il celebre imprenditore trevigiano Luciano Benetton che ha scritto: “Tai è una frazione di Pieve di Cadore e un monte della Cina. Ed è anche il principale gruppo etnico della Thailandia e un pesce giapponese simile all’orata”. Ed è

pure, aggiungiamo noi, il nome delle Linee Aeree Tailandesi. E allora, cosa c’entra Tai? Sono stati più intelligenti i produttori del Carso Sloveno che hanno ribattezzato il loro Tocai col nome del vitigno, quindi Sauvignonasse (si consulti internet). E come se non bastasse, da una barbatella che conserva il nome di “Tocai friulano” abbiamo una vite che si chiama “Tocai friulano” e, fuori dal Friuli, anche se erroneamente, “Tocai italico” e abbiamo, sempre dalla barbatella di “Tocai friulano” i seguenti vini: Friulano, Lison, Tai, Custoza, Colli Euganei, M e r l a r a , Breganze, Garda, San Martino della Battaglia. La conclusione? Nel comprensorio Doc Piave, uno dei più vasti d’Italia, dove fino a tutto il secolo scorso il Tocai era l’emblema dei vini bianchi locali (a parte gli internazionali Chardonnay, Pinot, Sauvignon, ecc.), oggi si hanno solo 10 ha di vigneti piantati a Tocai e anche questi corrono il pericolo di scomparire a breve. In Friuli, per tentare di salvare questo vino, i vignaioli del comune di Corno di Rosazzo (Udine) si sono riuniti, mettendo assieme i loro Tocai e dando al vino così prodotto il nome di “Blanc di Cuar”, il “Bianco di Corno”, promuovendolo con questo nome difficile da pronunciare fuori del Friuli, immaginarsi in Europa!!!

Ed è

poi il vino di un solo comune ed è naturalmente un vino di nicchia, buonissimo, certo, ma senza prospettive. Purtroppo il futuro di questo vino è tutt’altro che roseo, visto anche che il più redditizio Prosecco può essere prodotto non solo nelle colline trevigiane, ma ormai in tutto il Veneto Orientale e nel Friuli Venezia Giulia e piantare Prosecco al posto del Tocai è diventato una moda inarrestabile.

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Spagna: chi ha parlato di crisi?

di Meritxell Falgueras Febrer

Il segreto sembra risiedere nel differenziarsi dalla concorrenza. Il terroir e le varietà autoctone sono inimitabili e un valore in rialzo.

C

he fortuna abbiamo con i vini spagnoli! Ci possiamo lamentare di tante cose in questo Paese, ma non del vino. Confrontate il rapporto qualità-prezzo con gli altri vini europei. In Spagna si fanno grandi vini a basso prezzo e in questo siamo una delle migliori alternative del mondo vinicolo. Se guardiamo la cosa dal punto di vista dell’abbondanza (difficile in tempo di crisi, ma pur sempre possibile e comunque raccomandabile) vedremo che ce n’è per stare allegri tutti. E che nella penisola (perché anche i portoghesi non sono da meno) si producono dei vini alla portata dei più e con personalità. Vini di mencia nel Bierzo, garnacha nel Campo de Borja e cariñena nel Montsant, che valgono più di quello che costano. Il segreto sembra risiedere nel differenziarci dalla concorrenza. Il terroir e le varietà autoctone sono inimitabili e un valore in rialzo. Peccato che alcuni consumatori ancora non ci credano! Il Beaujolais Nouveau, il vino giovane del sud della Borgogna che si può gustare a partire dal terzo giovedì del mese di novembre, finisce sempre prima di Natale. Ma ogni volta sono sempre meno le cantine spagnole che osano presentare il vino dell’anno. Eppure, chi non apprez-

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za un vino con aromi varietali e fresco? Forse la colpa non è dei consumatori, ma delle cantine che prendono sul serio soltanto i vini complessi. La cosa peggiore è quando in un ristorante il vino della casa, che dovrebbe essere il più rappresentativo, finisce per essere un vino australiano e con chips. Con i progressi dell’enologia è molto difficile trovare vini malfatti, e noi abbiamo grandi vini a prezzi accessibili: Laderas del Sequé (Alicante), Monteabellón Roble (Ribera del Duero), Artazuri (Navarra), Vinya d’Irto (Terra Alta). Vini che fanno bella figura, senza però rovinarti. Per i bianchi c’è addirittura un’intero festival di possibilità: verdejos di Rueda per meno di 6 euro; untuosi godellos affinati con lieviti e xarel·lo nel Penedès; il Blanc Selecció di Can Feixes e il rosato di lacrima di Ochoa, tanto per citare alcuni esempi. In ogni denominazione (non finirei più se le citassi tutte, ma le più di settanta denominazioni spagnole sono tutte ottimi esempi) possiamo godere di vini semplici favolosi per accompagnare i nostri pasti di ogni giorno. Chiedete nel vostro negozio di fiducia e diffidate delle offerte. I saldi nel vino non hanno senso se il vino costa ciò che vale. Il re dei vini qualità-prezzo è il Jérez. Con il

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sistema di criaderas y soleras questi vini sono di un’elaborazione unica e quasi mistica con il loro velo en flor. Ma siccome sono a buon prezzo, non li trattiamo come gioielli; eppure lo sono. Vini invecchiati tre anni e che costano 6 euro? Dove mai si è vista al mondo una cosa simile? La Manzanilla e gli altri vini della D.O. Jérez-SherryManzanilla Sanlúcar di Barrameda, se fossero in Francia, costerebbero non so quanto. Critichiamo i cugini d’oltralpe per invidia, ma loro sì che hanno saputo creare firme. L’altro giorno in radio parlavano di un’intervista a Ferran Adrià (il quale, dopo aver chiuso il miglior ristorante del mondo, sta preparando l’apertura de El Bulli Foundation, che sarà la sede della cucina creativa mondiale) in cui confessava che ormai viveva in hotel e che non sapeva più dove si svegliava la mattina. Affermazione che il presentatore avrebbe commentato con un “Poverino!”, pronunciato con un’intonazione che non mi è piaciuta affatto. In un periodo di crisi in cui tutti, in un modo o nell’altro, stiamo facendo grandi sacrifici, sembra che non stia bene viaggiare, nemmeno se si tratta di viaggi di lavoro. Alzi la mano chi non

va in palestra! Già, perché in Spagna non è ben visto chi dedica tempo a se stesso, per non parlare dello “scialacquatore” che osa farsi massaggi senza soffrire per una seria contrattura. Chi può far invecchiare dei vini se l’appartamento medio non basta nemmeno per l’intimità di una coppia? Non sta bene dire che si usa una cantina per far riposare i propri vini migliori, per fargli raggiungere il momento esatto in cui l’acidità scende a patti con i tannini per lasciare il miglior retrogusto. I vini secondi sono troppo cari e le tenute hanno già presentato i loro terzi prodotti. Quelle che non lo faranno, saranno accusate di non essere al passo coi tempi. I vini devono essere giovani, devono poter essere bevuti giovani perché la gente non può permettersi grandi investimenti. Adoro l’espressione francese “Vin du plaisir”, che è molto più carina di “vino di base” o “low cost”. Perché è un vino che ti dà allegria senza doverti preoccupare troppo per le tue tasche e senza dover aspettare una gran occasione per godertelo. “Il vino per star bene” dovrebbe essere la massima aspirazione ad ogni sorso. Così come l’espressione “vino da meditazione”, quando si parla di vino dolce. Personalmente preferisco

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l’altra espressione “vino da conversazione”, perché alla fine il vino accompagna spesso le nostre conversazioni con amici e può far sentire ad ognuno di noi l’odore della propria vita in un calice. Adesso però è il momento dei tagli, anche per il vino. Cambia la percezione, quando compriamo un vino, se lo chiamiamo “secondo” o se lo chiamiamo “Flor”, soprattutto se di cognome fa Petrus o Pingus. I vini secondi dei grandi crus francesi lo hanno capito bene. Quando un’annata non è molto buona, se ne producono più bottiglie, migliorandone tuttavia la qualità con l’uva che non si usa per quelli principali, in modo da riequilibrare i guadagni. Se hanno lo stesso nome del vino top, anche se con l’aggettivo Petit (come Petit Cheval o Petit Mouton-Rothchild), al consumatore piace comunque di più. Tra i due litiganti, dicono, il terzo gode. Come nel caso del Caminos del Priorat di Álvaro Palacios, un vino con un buon rapporto qualità-prezzo-piacere e con una firma di lusso. Il mondo della moda lo fa

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già da tempo. Versace firma collezioni di H&M, anche se nel mondo del vino non vale solo il modello, nemmeno se a fare il coupage è lo stesso Michelle Rolland, ma vale la materia prima. Prima i vini di Bordeaux o della Rioja duravano molto di più. In questi ultimi primeurs mi hanno fatto provare un Lascombes del mio stesso anno, il 1981, e ad una prima impressione sembrava più giovane di me. Tuttavia, da quando è arrivata la famosa micro-ossigenazione, è accelerata la maturazione del vino, così che non saranno più i nostri nipoti a berselo e non dovremo più sacrificare parte del nostro spazio vitale per far riposare le bottiglie. Vini gradevoli, senza pretese, che ti fanno passare bei momenti, come Serras del Priorat, come Artadi della Rioja, come uno dei vini ecologici di Albet i Noya, o come il rosato fashion di Ibiza, l’Ibizkus. Vini per gente giovane che comincia ad avere una certa curiosità per questo mondo, per quelli che hanno buon gusto e per quanti sono stan-

Il Sommelier Luglio-Agosto 2012 • n. 4 Manzanar Vineyard, Aconcagua Valley


chi di sentire sempre odore di legno. Una nuova generazione di etichette con arte e di vini che si adattano al nostro tempo e che non richiedono sacrifici di anni per vederli crescere. Perché per concedersi momenti di piacere, non è necessario risparmiare tanto. Ma attenzione a come si descrivono i vini, perché le parole hanno il loro peso in oro e influenzano il sapore. La crisi. Attenti alla crisi. È la crisi. Vedrai come cambieranno le cose ora, con la crisi. Adesso la Spagna è davvero in crisi, e mentre tutti ne parlano, lamentandosi, nessuno offre soluzioni. È chiaro che sono ogni volta meno quelli che possono permettersi di aprire una bottiglia di più di 60 euro a settimana. C’è gente che si appassiona a questo mondo, beve poco e può arrivare a spendere più di 30 euro al mese per bere un buon vino. Ma con questo consumo non si fa volume. Per questo le cantine top hanno preso a produrre vini di consumo quotidiano, adeguati a questa economia di guerra. Dicono che, proprio come per i ristoranti, la crisi colpirà di più quelli di fascia media. I vini con “stella-terroir-Michelin” non subiranno conseguenze. Non mi sembra che ci siano molti Cristal rosé disponibili sul mercato, né tanto meno molte bottiglie di Romanée Conti. I ristoranti e i vini “buoni ed economici” hanno sempre pubblico: la massa. I ristoratori si lamentano che si sta vendendo sempre meno vino. Che ad un tavolo di quattro persone ormai si consumi solo una bottiglia, quando circa quattro anni fa se ne prendevano due. I controlli, l’usanza di triplicare i prezzi e, in alcuni casi, il pessimo modo di servirlo, hanno scavato la fossa allo stock di vino immagazzinato annata dopo annata. In un momento in cui risparmiare è una maniera per poter arrivare a fine mese, la gente fa molto più caso ai prezzi. E vederli lievitare così tanto nelle varie carte provoca loro un’indigestione. Allora decidono di comprarselo in negozio, rimanere in casa e non dover temere nulla per la macchina. I ristoranti del centro potrebbero approfittare di questa situazione critica per abbassare il prezzo del vino

(rifacendosi in altro modo, chiaro) e per offrire un servizio adeguato sia per i vini cari che per quelli più economici. Solo così questi vini, prima tanto richiesti nelle cene o nei pranzi d’affari, potranno tornare a risplendere sui tavoli. In tempo di ristrettezze, soltanto chi rischia può farcela. Riguardo ai vini di gamma media, se continuano con il loro marketing tradizionale, mi auguro che la crisi dia loro una bella lezione. Sì, queste cantine che credono ancora che il compratore ideale sia l’uomo maturo e benestante. Questo uomo appartiene ormai a un’altra generazione, e a quelli che ancora rimangono il medico ha proibito di bere vino. È il passato. Le donne, i giovani, sembrano non essere un mercato degno. Ma si sbagliano. Sono il futuro. E in un momento di crisi, è un mercato da tenere in molta considerazione. Per aprire, per espandersi, per creare tendenze. Un’altra maniera di andare incontro alla cultura del vino: divertente, coraggiosa e disinvolta. Basta con titoli nobiliari che danno pedigree al vino. Basta con presentazioni rococò. Basta con “bere è una cosa da uomini”. I single sono quelli che spendono di più, insieme alle donne di successo, agli omosessuali e ai giovani yuppies. Sto esagerando? No, credo che sia il vino stesso in Spagna ad essersi fatto lo sgambetto da solo, bandendo questa gran fetta di mercato. Utilizzando un vocabolario difficile, non venendo incontro alla sensibilità dei suoi consumatori e dotando il vino di un’aurea mistica. E adesso non è facile rialzarsi. Grazie alla crisi, il vino può superare se stesso per affrontare le difficoltà. Per grandi problemi, grandi soluzioni. Così come quando ci fu tutta quella serie di proibizioni su pubblicità e consumo. Il vino seppe crescere sempre più, investendo in educazione dei sensi, gastronomia e arte. Spesso, quando ci si chiude una porta, ci si apre una finestra. La porta si sta chiudendo, ma la finestra è sempre stata là, e aspetta solo di essere aperta. Ognuno raccoglie sempre ciò che semina; a meno che non decida di provare a cambiare terreno.

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Doc Sicilia: si parte! di Antonio Iacona

Dopo anni di dibattiti, finalmente la Sicilia ha una straordinaria occasione per qualificare, proteggere la sua tipicità, valorizzare il suo vino e le sue aziende produttrici.

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l suo ingresso ufficiale nel mondo vitivinicolo avverrà soltanto con la prossima vendemmia 2012, eppure la appena costituita Doc Sicilia (Decreto Ministeriale novembre 2011) fa già notizia. Dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Siciliana, infatti, fanno sapere che gli ettari iscritti hanno superato quota 30 mila (mentre scriviamo, il cantiere per le iscrizioni è ancora aperto!), facendo tagliare di fatto un primo traguardo alle nuove etichette, come appartenenti alla Doc più grande d’Italia. Del resto, già nel disciplinare approvato, all’articolo 3 si legge che “la zona di produzione delle uve destinate alla produzione dei vini a Denominazione di Origine Controllata “Sicilia” comprende l’intero territorio amministrativo della Regione Sicilia”. L’Isola più grande, insomma, cuore pulsante del Mediterraneo. Un risultato che, al di là delle polemiche, dei dibattiti e delle aspettative più o meno incerte, significa tanto per chi in Sicilia il vino lo produce, lo difende e lo controlla. “Dopo anni di dibattiti, finalmente la Sicilia ha una straordinaria occasione per qualificare, proteggere la sua tipicità, valorizzare il suo vino e le

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sue aziende produttrici – è il commento che l’Assessore regionale alle Risorse agricole e alimentari, Elio D’Antrassi, ha rilasciato a Il Sommelier –. Perché la Doc Sicilia – prosegue l’Assessore – manterrà l’identità di tutte le altre Doc già certificate. Poter menzionare, infatti, “Sicilia” anche nelle altre etichette aiuterà il consolidamento di tutto il vino siciliano nel panorama internazionale. Inoltre, rilanciando il brand “Sicilia”, che gode già di un forte appeal tra i consumatori del mondo, il riconoscimento permetterà alle aziende di ridurre anche i costi della promozione di nomi geografici meno conosciuti. Inoltre, la creazione di un consorzio di tutela faciliterà anche l’accesso ai fondi europei destinati alla promozione, realizzando così azioni territoriali forti ed efficaci”. Che le aspettative siano tante, lo si capisce già dai numeri, come lo stesso D’Antrassi sottolinea: “La vitivinicoltura siciliana rappresenta il 15% della produzione lorda vendibile dell’agricoltura isolana. Questo significa che fasi favorevoli o sfavorevoli si ripercuotono inevitabilmente su tutta l’economia del territorio”. Infine, l’Assessore regionale rassicura sulla delicatissima fase dei controlli: “Un

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aspetto fondamentale legato alle Doc è il sistema dei controlli, che assume particolare rilevanza se si considera che molto vino siciliano è venduto sfuso e imbottigliato nel Nord Italia, con controlli molto limitati. Sarà l’Istituto regionale della Vite e del Vino a vigilare sulla Doc Sicilia. Sa operare molto bene, e garantirà uno standard di qualità altissimo”. E di una Sicilia al “plurale” dei vini aveva parlato proprio il direttore generale dell’Irvos, Dario Cartabellotta, sottolineando la vivacità commerciale dei produttori siciliani che oltre lo Stretto di Messina (leggi Vinitaly, Salone del Gusto, fiere internazionali) riescono a dare una visione di unità, anche in vista proprio dell’arrivo della Doc Sicilia. E che la nuova Doc porterà certamente i benefici sperati sia alle aziende produttrici che ai consumatori ne è convinto il presidente di Assovini Sicilia, Antonio Rallo, poiché il disciplinare approvato tutelerà anche i piccoli territori e le piccole Doc già esistenti, con la ulteriore novità della Igt

blanc, Pinot grigio, Nero d’Avola, Perricone,

“Terre Siciliane” (anch’essa targata novembre

Nerello cappuccio, Frappato, Nerello mascale-

2011), che sarà un’importante realtà dell’Isola.

se, Cabernet franc, Merlot, Cabernet sauvignon,

Le tipologie che possono rientrare nella nuova

Syrah, Pinot nero Nocera, Mondeuse, Carignano

Doc sono quelle del Bianco, anche nella tipologia

e Alicante: almeno l’85% del corrispondente vi-

vendemmia tardiva (con vitigni Insolia, Catarratto, Grillo, Grecanico, da soli o congiuntamente, per almeno il 50%); Rosso, anche nelle tipologie vendemmia tardiva e riserva (Nero d’Avola, Frappato, Nerello mascalese e Perricone, da soli o congiuntamente, per almeno il 50%); Rosato (Nero d’Avola, Frappato, Nerello mascalese e Perricone, da soli o congiuntamente, per almeno il 50%); Spumante bianco (Catarratto, Inzolia, Chardonnay, Grecanico, Grillo, Carricante, Pinot nero, Moscato bianco e Zibibbo, da soli o congiuntamente, per almeno il 50%); Spumante ro-

tigno; possono concorrere, per un massimo del 15%, le uve di altri vitigni, a bacca di colore analogo, idonei alla coltivazione nella Regione Sicilia con l’indicazione delle menzioni di due vitigni di cui all’art. 1, nel rispetto delle specifica normativa comunitaria. Significativo, infine, all’articolo 9 del disciplinare, il forte legame sottolineato tra l’uomo e la vite nel territorio siciliano, sin dalla preistoria e che rende bene l’idea di ciò che il vino rappresenta per l’Isola: “La millenaria storia vitivinicola di questo

sato (Nerello Mascalese, Nero d’Avola, Pinot nero

territorio, dalla preistoria fino ai giorni nostri, –

e Frappato, da soli o congiuntamente, per alme-

si legge – attestata da numerosi documenti, è

no il 50%); con la specificazione, infine, di uno

la generale e fondamentale prova della stretta

dei seguenti vitigni: Inzolia, Grillo, Chardonnay,

connessione ed interazione esistente tra i fattori

Catarratto,

umani e la qualità e le peculiari caratteristiche dei

Carricante,

Grecanico,

Fiano,

Damaschino, Viogner, Muller thurgau, Sauvignon

vini della Doc Sicilia”.

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La Romanée Grand Cru: potenza della natura nella più piccola AOC di Francia

di Davide Amadei

Oggi il Domaine possiede 8,7 ettari, con parcelle nei più importanti Premiers Crus di Vosne-Romanée e nella zona Nord di Nuits-Saint-Georges, nonché nel Grand Cru Echezeaux.

«C

omplimenti per questi vini». «Non a me, alla natura!» Così risponde Louis-Michel Liger-Belair quando gli si esprime tutto l’apprezzamento possibile per i suoi prodotti. È il Visconte proprietario in monopolio della vigna che è la più piccola Appellation di Francia (e del mondo): La Romanée Grand Cru. Com’è noto, infatti, in Borgogna i Grands Crus della Côte d’Or sono autonome denominazioni d’origine, senza riferimento al Village in cui territorialmente sono ricompresi, a differenza dei Premiers Crus, che invece recano sempre l’indicazione della denominazione comunale. Inoltre, La Romanée è il vigneto che, per il suo prestigio, nel 1866 ha aggiunto il suo nome a quello del paese di Vosne, nel territorio del quale si trova, a poche decine di metri dall’abitato. Louis-Michel vive con la moglie Constance e i tre figli nel suo Chateau de Vosne-Romanée, dove ha sede il “Domaine du Comte Liger-Belair” di cui è titolare, ed incontrandolo prima di tutto racconta la storia della sua famiglia, che è legata a doppio filo alla storia stessa della Borgogna del vino. Louis Liger-Belair (Liger è il nome romano della Loira) era ufficiale dell’esercito di Napoleone

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e nel 1815 si trasferì in Côte d’Or con la moglie, originaria di Strasburgo, acquistando lo Chateau di Vosne. Iniziò subito a rilevare la proprietà dei più importanti vigneti della zona, tra i quali i già famosi La Tâche, La Romanée, La Grand Rue, nonché grandi porzioni di Richebourg, Chambertin e Clos de Vougeot, tanto che alla fine dell’800 la famiglia era proprietaria di ben 60 ettari in ogni area della Côte de Nuits e della Côte de Beaune. Nel secolo scorso, alla morte del bisnonno di Louis-Michel nel 1924 e di sua moglie nel 1931, i loro dieci figli non riuscirono a risolvere le questioni ereditarie, per cui l’intero patrimonio di vigneti venne venduto in asta pubblica. Due figli, però, Just, sacerdote, e Michel, si associarono per riacquistare La Romanée, Reignots e Chaumes, che poi passarono ad Henri, padre di Louis-Michel. Costui nel 1947 entrò nell’esercito francese ed intraprese una brillante carriera di ufficiale senza mai interessarsi alla produzione di vino. I vigneti rimasti in proprietà della famiglia erano dati in affitto, in particolare al Domaine Regis Forey, e poi i vini venivano imbottigliati e commercializzati da importanti negociant, in particolare da Leroy (prima) e Bouchard Pére et Fils (dopo).

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Le botti dove riposa la Romanée

Finalmente, Louis-Michel, ingegnere in agricoltura ed enologia, nel 2000 rifonda il Domaine e riprende progressivamente a gestire personalmente i vigneti di proprietà della famiglia. Inizia con il Premier Cru Les Chaumes e con la bella parcella Village del Clos du Chateau, fino a riavere la piena conduzione (nel 2002) e commercializzazione (nel 2005) de La Romanée Grand Cru. Oggi il Domaine possiede 8,7 ettari, con parcelle nei più importanti Premiers Crus di Vosne-Romanée e nella zona Nord di Nuits-Saint-Georges, nonché nel Grand Cru Echezeaux. Dal 2008 tutte le vigne sono coltivate con il metodo biodinamico e con l’uso del cavallo per i trattamenti e le lavorazioni del terreno, per garantire il massimo rispetto della natura. I vini sono prodotti con venti giorni di fermentazione e macerazione in contenitori d’acciaio; successivamente vanno in botti nuove di rovere, le tipiche piéces borgognone di 228 litri (contro i 225 litri della barrique bordolese) con doghe spesse 27 mm. (contro i 22 mm. della barrique), di due tonnellerie e tre diverse foreste

francesi; poi, dopo più di un anno di elevage, sono imbottigliati a gennaio i Village ed il Premier Cru Les Chaumes ed a marzo gli altri Premiers Crus ed i due Grand Crus. Dagli assaggi dei vini del Domaine risulta evidente il carattere che rende unica ed esemplare la Borgogna: i vini hanno fatto lo stesso percorso, in vigna, in vinificazione, in affinamento, per cui le differenze risultano soltanto dalle varietà del terroir. Esposizione, geologia, microclima, altitudine generano il cosiddetto climat, una singola vigna ben identificata spesso di dimensioni minime che produce uva e vino con peculiarità e qualità ben distinte da quelle di un altro climat, magari anche solo separato da una stradina o da un muretto. Ed è proprio quello che Louis-Michel intende comunicare, evidenziando in modo preciso le diversità dei vini sulla base dei territori di provenienza e delle loro caratteristiche climatiche e geologiche, di impasto dei suoli e di pendenza: vuole mostrare, con il vino nel bicchiere, che il lavoro dell’uomo in vigna (per il 95%) ed in

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Louis-Michel spilla un Premier Cru dalla botte

cantina (per il 5%) è strumento per far esprimere la natura, di cui il vino è espressione sincera e fedele. Quando qualcuno esclama che un vino è migliore di un altro, Louis-Michel nega e precisa che non si può dire: semplicemente, i vini sono diversi, ciascuno ha le sue peculiarità, è il terreno, è la natura che parla e distingue. Al massimo livello la forza della natura si esprime nel Grand Cru La Romanée. Pare che il nome, dato nel Basso Medioevo dai monaci del vicino convento di Saint-Vivant, derivi dalla presenza di reperti romani antichi, ed è monopolio della famiglia Liger-Belair fin dal 1826. È un singolo vigneto di appena 0,85 ettari, contiguo, salendo, al Romanée-Conti Grand

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Cru, dal quale fu diviso nel corso del 1700. La pendenza, con esposizione Est, è abbastanza marcata, in misura del 12%; si trova a metà del pendio della collina (il coteaux), dove si realizza la più elevata complessità geologica: il sottosuolo è costituito da marne calcaree ed è ricoperto da strati di ciottoli calcarei, limo rossastro in ghiaia, blocchi di calcare-argilloso e, verso la superficie, ancora limo bruno lavorato. I filari sono perpendicolari al pendio, in direzione NordSud, contrariamente ai Grands Crus vicini, per limitare l’erosione e facilitare il lavoro. Rispetto al Romanée-Conti, dal quale è separato da una piccola faglia e di cui condivide la geologia, la struttura granulare e l’esposizione, ha meno argilla

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nell’impasto del sottosuolo ed è leggermente più

e neri (lampone, ciliegia), fiori (la rosa!), radici

in pendenza. Le viti hanno un’età di 50 anni, per

aromatiche, note rocciose e balsamiche, cipria,

una produzione di circa 4000 bottiglie annue. La

menta, accenni speziati, e tanto altro; in bocca è

ricchezza e complessità minerale del terreno, la

tanto monumentale quanto rinfrescante e “salato”;

perfetta esposizione, l’equilibrio delle piante ed

non finisce mai ed è difficile trovare parole per

il lavoro dell’uomo (e del cavallo!) qui generano

descrivere tutte le sensazioni che provoca. Due

un pinot nero che ha tutte le caratteristiche che si ricercano in un grande vino: armonia, potenza ed eleganza, complessità e infinita persistenza aromatica e gustativa. In cantina, alla degustazione del Grand Cru La Romanée si arriva alla fine (all’apice) del percorso di assaggio dei vini del Domaine, e, nello spillarlo dalla piéce con la pipette, Louis-Michel scherza e dice ironicamente, sorridendo, «ecco ora un Borgogna Regionale rosso…». Ma sul legno c’è scritto col gesso “R11”, che suscita palpitazione. Nel marzo 2012 questo 2011 (dalla botte, appunto)

assaggi emozionanti, indimenticabili; opere d’arte davanti alle quali stare in silenzio ad ascoltare e godere. Gli altri assaggi del Domaine. Nel marzo 2012 i vini dell’annata 2011 sono stati degustati dalle botti; i 2009 dalle mezzebottiglie, utilizzate, com’è tradizione in Borgogna, per l’assaggio in cantina; i 2010 durante la manifestazione collettiva “Vosne Millesime Noblesse du Clos Vougeot” il 20 marzo 2012 ai

si presenta un po’ restio all’olfatto, ma ci sono già

Grands Jours de Bourgogne. Il 2011 è annata

tanti piccoli frutti rossi, netta mineralità, sentori

precoce, con primavera fredda e poi, in estate,

balsamici, intrigante menta fresca; in bocca è

gran caldo; il 2010 è un grande millesimo,

potentissimo, ma molto elegante, vellutato e

classico, borgognone, completo; il 2009 è definito

freschissimo, sapido e continuo, senza alcun

da Louis-Michel «un’annata sexy», immediata e

cedimento, infinito. Poi, dalla bottiglia, si assaggia

giocata sul frutto, con vini di buona struttura e

il 2009, che ha naso sontuoso, con frutti rossi

grande equilibrio.

Carta Vosne Romanée

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Vosne-Romanée

Village

La

Colombiére

piacevolezza. Al naso, infatti, sia pure spillato dalla

2011 – È vigna in piano, molto vicino alla

piéce, è già intenso, ampio e diretto, con sentori

Route National, con molta più argilla rispetto al

minerali, frutta (susina rossa, frutti di bosco), fiori.

territorio del pendio di Vosne-Romanée. Al naso

In bocca è di grande equilibrio, molto rotondo,

è leggermente affumicato, ma soprattutto ha

fresco e lungo, succoso.

frutti rossi netti, piacevoli; in bocca è rotondo, il tannino è molto morbido, non manca acidità ad

Vosne-Romanée 1er Cru Aux Reignots 2011

equilibrare; grazie al frutto, che ritorna evidente in

– È il climat contiguo a La Romanée, più in alto ed

retrolfatto, ed alla morbidezza, «è molto “vosne”».

in maggior pendenza, con molti ciottoli calcarei.

dice Louis-Michel. Il 2009 ha perso la tostatura

Il naso ha da esprimersi, ma è elegantissimo,

della botte, ha una netta nota di lampone; in bocca è molto equilibrato, nel finale ha un leggero alcol, ma è lungo e comunque pulito. Vosne-Romanée Village Clos du Chateau 2011 – È un vero clos (vigna circondata da un muro), a ridosso dello Chateau dei Liger-Belair ad Est; si trova proprio nella parte finale del coteaux di Vosne, con terreno calcareo. All’olfatto è intrigante, molto floreale (rosa) e minerale; in bocca è dritto, molto fresco, e decisamente persistente. Il vino è piuttosto scarico di colore, anche rispetto all’”argilloso” Colombiére: spiega Louis-Michel che nei Vosne da terreno calcareo se si tenta di estrarre più colore, si perdono le parti aromatiche, ed è un effetto ovviamente indesiderato.

con una mineralità evidente ed incisiva, tanti fiori, sentori terrosi. La bocca è tesa, molto fresca, dopo un attacco morbido e subito sapido, esplode e si allarga verso un finale lunghissimo con una scia minerale che pare non finire mai. L’acidità data dal calcare crea un vino intrigante, dritto, profondo, che necessita di tempo per esprimersi al massimo. Il 2009 ha grande intensità olfattiva, con netti sentori balsamici e minerali; in bocca ha tannini tanti e finissimi, è molto fresco e lunghissimo. La profonda e seduttiva mineralità si conferma anche nel 2010, ricchissimo di cipria e fiori (rosa, viola), con una bocca incredibile, ficcante, rinfrescante e senza fine. I francesi direbbero: coup de coeur! Echezeaux Grand Cru 2011 – Viene da

Vosne-Romanée 1er Cru Les Chaumes 2011 – All’olfatto non è molto espresso, ma evidenzia comunque note minerali e leggermente vegetali;

due parcelle molto diverse del grande vigneto Echezeaux: Cruots ou Vigne Blanche, vicino al 1er Cru Suchots, e Champs Traversins, in alto

in bocca è morbido, ha una bella sapidità,

con elevata pendenza. Al naso è complesso, con

notevole, genera elevata salivazione ed il finale è

frutti rossi e fiori in evidenza, note balsamiche

lungo e pulito.

(china, liquirizia). In bocca ha grande materia, subito largo e pervasivo, acido e molto sapido,

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Vosne-Romanée 1er Cru Les Suchots 2011

equilibrato e profondo, con finale incessante

– È il più grande dei cru di Vosne-Romanée,

segnato da continui ritorni fruttati e balsamici. Il

con i suoi 12 ha, sta nel mezzo tra i Grand

2009 all’olfatto si presenta un po’ chiuso, ma in

Crus

Echezeaux,

bocca ha grandissimo equilibrio e persistenza

e dà un vino più facile, che esce sempre bene

indicibile. Il 2010 è godibilissimo, molto ricco ed

nelle degustazioni, con immediata ricchezza e

espresso, con finale succoso e lunghissimo.

Romanée-Saint-Vivant

ed

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di Virgilio Pronzati

Il Vermentino di Liguria

Osservando attentamente lo scenario vitivinicolo ligure, il posto di primo attore lo occupa a pieno diritto il – vitigno/vino – Vermentino.

O

riginario della Spagna, il vermentino migrò dapprima in Corsica, da dove, verso la fine del XIII secolo, approdò in Liguria e, in parte, nella Lunigiana toscana. Il suo massimo sviluppo lo ebbe tra il XV ed il XVIII secolo nel tratto che va da Bussana a Dolceacqua, con già allora ottime produzioni a Pietra Ligure, Perti di Finale e in particolare a Diano Castello. Località che vantano ancor oggi – tranne Bussana e Pietra Ligure – sensibili produzioni di vino di pregio. L’orografia e le particolari condizioni pedoclimatiche della nostra regione, sono da sempre un habitat ideale per questo vitigno, tanto che

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dal 1970 è l’unico vitigno a frutto bianco raccomandato dalla Cee, per tutte le quattro provincie. Confluenze che, a seconda del caso, danno vini abbastanza similari ma mai uguali. Ampelograficamente, deriva certamente dal malvasia o da un clone di esso. Le sue mutate caratteristiche varietali rispetto a quelle originali, sono dovute appunto al suolo e al clima, che hanno creato così un ecotipo; ossia una convarietà. In parole semplici le sue uve hanno perso l’aromaticità, ma hanno acquisito maggiore acidità fissa, che dona al vino freschezza e sapidità. Quest’ultima, dote peculiare dei vini liguri. Come recita il titolo,

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non i Vermentini ma i Vermentino. Dall’omonimo vitigno, solo in Liguria (dove è stato maggiormente valorizzato), si hanno ben quattro Vermentino appartenenti alle rispettive Doc, Riviera ligure di ponente, Colli di Luni, Golfo del Tigullio e Valpolcevera. Ma non solo. Le sue uve compongono anche i mitici Cinque Terre e Cinque terre Sciacchetrà, e il tipo Bianco delle Doc Colline di Levanto, Colli di Luni, Golfo del Tigullio e Valpolcevera. In passato era il “padre” anonimo dei numerosissimi “nostralini”. Ovviamente, secondo le zone di produzioni dei vini Doc, i Vermentino acquisiscono maggiori o minori profumi (sentori varietali), strutture e persistenze. Da una mia personale (e lunga) esperienza, e quindi opinabile, i vertici qualitativi dei Vermentino sono nelle due zone Doc poste, la prima nelle provincie di Savona ed Imperia, la seconda in quella Spezzina. Oltre la vocazione, il Savonese vantava già prima e dopo l’inizio del secolo, aziende di rinomata fama dalle tecnologie enologiche razionali, come nel caso dell’Azienda Vinicola Accame (fondata dall’avv. Cav. Cristoforo Accame nella metà dell’800) di Pietra Ligure che esportava il Vermentino di Pietra sin nell’America Latina, e vincendo con il suo vino una medaglia d’argento all’Esposizione Mondiale di Parigi del 1878. Oggi i vari Riviera ligure di ponente Vermentino di ottima qualità, provengono non a caso dal Finalese e, in parte, dall’Albenganese, patria dell’aureo Pigato. Mentre l’Imperiese, accomunato dalla stes-

sa Doc, ha punte qualitative nel Dianese (a Diano Castello nacque il Premio Vermentino) ed in altri comuni della Riviera dei Fiori. Le differenze sono sostanziali: dai sentori fruttato-floreali, sapido, discretamente pieno e continuo e di molta armonia il Vermentino del Savonese; dal profumo ampio e fruttato, caldo ma sapido, pieno e persistente il Vermentino dell’Imperiese. La seconda zona, lo Spezzino con i Colli di Luni, pur possedendo un bagaglio viticolo storico più importante (Sarticola, cru del Vermentino, era già nota ai Romani col toponimo di Sartucola, da cui provenivano i vini migliori), in un passato recente, le conoscenze e le pratiche enologiche lasciavano a desiderare, dando vini grossolani; oggi (da circa tre decenni) non solo ha pareggiato i conti col Ponente, ma lo ha sorpassato. Le zone vitate e collinari e ben esposte di vari comuni, in particolare Arcola, Ortonovo e Castelnuovo Magra, producono dei Vermentino dagli ampi e persistenti sentori floreali e fruttati, caldi ma freschi e sapidi, pieni e di molta continuità, che mietono allori ovunque. Di minore pienezza e profumi ma molto sapidi, i Vermentino delle Doc Golfo del Tigullio (26 comuni ruotanti intorno a Chiavarti) e Valpolcevera (7 comuni) non solo per la limitata quantità, in particolare Valpolcevera, ma per le attenuate caratteristiche varietali conferite dalle uve al vino. Le ragioni spaziano dalle condizioni pedoclimatiche alle selezioni clonali e, non ultime, all’effettiva presenza del vitigno vermentino nelle due zone.

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di Paolo Alciati Fonte: Luca Canapicchi

Il Vermentino Toscano

La più apprezzata caratteristica del vermentino è la sua riconoscibilità come uva territoriale.

O

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riginario forse dell’Italia centrale – era già

siddetto “reale” – preponderanti in Liguria, sono

abbondantemente noto ai romani con

diffusi nella parte toscana della DOC Colli di Luni

il nome di “merum” – forse delle coste

e nella limitrofa Colli di Candia, così come nelle

liguri, ha una diffusione ampia, toccando territori

doc di area lucchese, laddove il vitigno viene uti-

anche estremamente diversi tra loro, ma acco-

lizzato prevalentemente in uvaggio. Più verdi di

munati dalla vicinanza del mare, del mediterraneo

aspetto, freschi e floreale al naso, la componente

occidentale. È il mar Tirreno e il mar Ligure, dal-

minerale domina su quella salmastra e marina,

la Provenza alla Sardegna a bagnare le terre del

grazie ai terreni più granitici rispetto a quelli della

vermentino, è il mistral, il potente vento che soffia

toscana meridionale, e al particolare microclima

da nordovest a donare al vitigno la sua fresca sa-

che si crea nella zona, dove le Alpi Apuane, pri-

pidità. Vermentino in Toscana – dove si trovano

me propaggini appenniniche scendono quasi a

il 14,5% degli impianti – significa principalmente

ridosso della costa. In Costa Etrusca prevalgono

Colli di Luni e Costa Etrusca. Due territori molto

i cloni a grappolo piramidale; il terreno è più sciol-

diversi, le cui differenti caratteristiche si trasmet-

to, limoso e sabbioso, e i vigneti sono impiantati

tono ai rispettivi vini: d’altro canto, il Vermentino è

a breve distanza dal mare, per accogliere tutte le

stato più volte definito “il Sauvignon italiano”, non

brezze che la costa dona, e che conferiscono al

tanto per parentela ampelografica, quanto per la

vino la caratteristica nota sapida, di fiore giallo, di

sua capacità di estrarre note minerali e sapide, e

erba aromatica: salvia e rosmarino. Nell’area del

per l’estrema variabilità delle caratteristiche orga-

bolgherese si accompagna spesso ad un piccolo

nolettiche dei vini a seconda del diverso terroir.

un saldo di Viogner o Sauvignon blanc per am-

I cloni a grappolo cilindrico – il vermentino co-

morbidirne certe esuberanze acide, e addolcire il

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finale ammandorlato. Nell’area interna della Val di Cornia, specialmente sui colli a monte di Suvereto e sul promontorio piombinese, grazie all’altitudine, alle importanti escursioni termiche tra giorno e notte, alla lontananza dal mare, e alla recente introduzione di cloni di provenienza corsa, si ottengono prodotti più orientati alla freschezza, alla delicatezza floreale dei profumi, e al frutto bianco in bocca, che spesso possono ben affrontare qualche anno di evoluzione in bottiglia. Quasi mai vede il legno, e in certe annate non è infrequente che svolga almeno parzialmente la malolattica. Oltre le colline della prima maremma livornese, la zona delle colline pisane sta conoscendo un forte sviluppo del vitigno, grazie all’influenza delle brezze che raggiungono l’entroterra incanalandosi nei valloni – i cosiddetti “poggi” – e al terreno peculiare, minerale e ricco di fossili che li caratterizza. Zone meno conosciute ma da segnalare sono, infine, le colline metallifere e la maremma: terreni ferrosi e habitat più fresco nelle prime, ed il caldo sole della seconda donano ai vermentini locali caratteristiche uniche. In Maremma, del resto, dove il vitigno entra in tutte le DOC locali – dal Monteregio di Massa Marittima al Capalbio, dal Montecucco alla neonata Maremma Toscana – si ripresenta il panorama variegato che abbiamo visto in Costa degli Etruschi; il clima tendenzialmente più caldo ne privilegia tuttavia la concentrazione e la struttura, più incisive che nel resto della Regione.

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Il Vermentino Sardo di Paolo Alciati Fonte: Renzo Peretto Ag. Laore Sardegna

La Sardegna è certamente terra d’elezione per questo vitigno che, insieme al Cannonau rappresenta l’espressione più tipica della produzione enologica regionale.

L

a Sardegna è certamente terra d’elezione per questo vitigno che, insieme al Cannonau rappresenta l’espressione più tipica della produzione enologica regionale. Proveniente dalla penisola iberica, è arrivato in Sardegna attraverso la Corsica alla fine del 1800 e dai terreni di disfacimento granitico della Gallura, in cui ha trovato il suo habitat ideale, si è poi diffuso in tutta l’isola, dove attualmente occupa una superficie di circa 3.300 ettari (3297) di cui il 70 % ricade nella ex provincia di Sassari. Alghero, con circa 450 ettari è il comune che annovera la maggior superficie vitata con il vitigno vermentino. Pur presente in tutto il territorio isolano, il Vermentino

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produce uve con caratteristiche diverse in funzione dell’ambiente di coltivazione, esprimendo sempre l’ottimo livello qualitativo che lo contraddistingue. Il vitigno Vermentino viene attualmente utilizzato per la DOCG “Vermentino di Gallura” e le DOC “Vermentino di Sardegna”, “Alghero Vermentino frizzante” e Doc Cagliari, denominazione di recente costituzione. Nel 2010 (ultimi dati disponibili) sono stati rivendicati 48.210 hl. di vino DOCG Gallura, 99.441 hl. di Vermentino di Sardegna e 1846 hl. di Alghero Vermentino DOC, per un totale di 149.497 hl. che rappresenta il 46.6 % dell’intera produzione di vini di qualità. Pur presente in tutto il territorio isolano, il Vermentino

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La ricerca sul Vermentino condotta in Sardegna

produce uve con caratteristiche diverse in funzione dell’ambiente di coltivazione, esprimendo sempre l’ottimo livello qualitativo che lo contraddistingue. In quest'ultimi tre lustri il Vermentino ha conosciuto un trend di vendite costantemente in forte crescita e sembra non conoscere crisi di consumo. Il Vermentino coltivato in Sardegna dà un vino di elevata qualità ed eleganza che non trova riscontro con altri vini italiani ed esteri che pure portano lo stesso nome. Il vino Vermentino, pur nelle sue diverse espressioni, si presenta di colore giallo paglierino intenso, con riflessi oro, intensi e raffinati profumi di frutta matura a polpa bianca, ginestra, di erbe aromatiche ed essenze della macchia mediterranea. Al gusto offre sensazioni di morbidezza e fresca acidità con finale di marcata mineralità.

Negli ultimi anni il sistema regionale della ricerca e del trasferimento di innovazione rappresentato dall'Università di Sassari, dall'Agenzia regionale AGRIS e dall' Agenzia regionale Laore ha condotto diverse attività di ricerca finalizzate ad avere una maggiore conoscenza delle caratteristiche agronomiche ed enologiche di alcuni cloni e biotipi del vitigno vermentino attualmente coltivati in Sardegna. In particolare nel triennio 20072009 la ricerca è stata condotta su un vigneto commerciale impiantato nel 2000 ed innestato su 420 A nel quale sono presenti cinque cloni di vermentino, selezionati in differenti areali mediterranei, il VCR1, VCR2, CAPVS 3, CAPVS 12 e 640, e due selezioni massali locali individuate come SN ed RP. Sulle diverse tesi sono state reperite informazioni sulle fasi fenologiche, sulle risposte agronomiche e sulla composizione della bacca. Alla raccolta, la produzione di ciascun clone è stata microvinificata e dopo due mesi dall'imbottigliamento, è stata valutata la composizione chimica dei vini. La costituzione di un panel test ha permesso di investigare sull'intensità, sul bouquet e sul gusto dei vini e ha determinato per ciascun vino il proprio profilo. Sui dati raccolti è stata condotta l'analisi della varianza. I diversi cloni e biotipi hanno evidenziato differenze statistiche per quanto riguarda il peso del grappolo, i solidi solubili totali, il pH ed i polifenoli totali. La fertilità reale e potenziale, così come il numero dei grappoli per pianta, non ha mostrato differenze statistiche all'interno della popolazione. Per info; mercenaro@uniss.it

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di Giuseppe Martelli

67° Congresso Assoenologi

Essere consapevoli delle nostre potenzialità e “potare oltre alle viti i campanili” e razionalizzare i costi nella consapevolezza che “uniti si vince” o meglio “disuniti si perde”.

A

nche quest’anno il più importante ap-

gna della “Targa d’Oro” (riconoscimento istituito

puntamento dell’Associazione Enologi

nel 1969 con lo scopo di riconoscere i giornalisti

Enotecnici Italiani è stato aperto dall’Inno

che nel tempo si sono particolarmente distinti per

di Mameli e dalla lettura del telegramma del Capo

professionalità e corretta comunicazione nel set-

dello Stato. Giorgio Napolitano che nel suo mes-

tore vitivinicolo) ad Alberto Maccari, direttore del

saggio ha sottolineato il ruolo svolto dagli enologi

Tg1 della Rai Radiotelevisione italiana.

per il miglioramento del settore vitivinicolo, rimar-

“Clima, tecnologia e mercati che cambiano com-

cando l’importanza delle tematiche sviluppate

prenderne le dinamiche per essere sempre più

nell’ambito del 67° Congresso e facendo giun-

competitivi” è stato il tema generale dell’evento svi-

gere a tutti i partecipanti un particolare augurio di

luppato in tre sessioni di lavoro, dal 3 al 7 giugno

buon lavoro e un cordiale saluto.

mentre la Costa Atlantica navigava da Savona ver-

Nel maestoso Teatro Caruso della “Costa

so Ibiza, toccando Barcellona e Marsiglia.

Atlantica”, i primi interventi sono stati quel-

La prima “I cambiamenti climatici, ripercussio-

li del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Mario Catania e del presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo Paolo De Castro, seguiti dalle considerazioni del presidente di Confagricoltura Mario Guidi e di quello di Federvini Vallarino Gancia. Molto applauditi anche i discorsi del presidente della Commissione agricoltura della Camera dei deputati, Paolo Russo e di quello dell’Union Internationale des Oenologues Serge Dubois.

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ni in vigneto e in cantina” è stata aperta da Luigi Mariani, docente di agrometereologia all’Università di Milano che ha asserito “Nonostante che il clima sia profondamente mutato dal 1987, la desertificazione non è all’orizzonte. Chi alcuni anni fa prevedeva che i vigneti si sarebbero trasferiti nel Nord Europa è stato smentito”. L’innalzamento della temperatura europea è stato infatti compreso tra 0,5 ed 1,5 gradi centigradi, ma non ha modificato la geografia enologica anche se ha imposto e sta sempre più imponen-

La cerimonia inaugurale del 67° Congresso nazio-

do a viticoltori ed enologi di cambiare il loro modo

nale dell’Assoenologi si è conclusa con la conse-

di operare.

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“Sono i vigneti a maturazione più precoce, come il Merlot, a soffrire maggiormente dei cambiamenti climatici - ha spiegato Riccardo Cotarella, enologo, docente di enologia all’Università di Viterbo - Bisogna quindi saper gestire il fenomeno, studiandolo, in modo da tramutare una criticità in un vantaggio”. Considerazioni supportate anche dall’enologo Giuliano D’Ignazi, direttore di Terre Cortesi Moncaro che ha focalizzato i principali aspetti legati alle caratteristiche del vino nelle diverse parti d’Italia, sulla base dei mutamenti in atto. Secondo d’Ignazi i problemi più ricorrenti del cambiamento climatico in cantina sono dovuti ad una eccessiva concentrazione zuccherina delle uve con conseguente riduzione degli acidi organici ed innalzamento del pH. Per non parlare delle modificazioni del potenziale aromatico e delle variazioni del tenore e della tipologia di sostanze azotate nei mosti. La seconda sessione di lavoro è stata invece imperniata su “Le aspettative e le difficoltà di chi produce e di chi vende”, tematica introdotta da

chi scrive con una fotografia del settore vitivinicolo italiano. In sintesi è stato ricordato che l’Italia detiene il 17% della produzione mondiale e il 28% di quella europea e che nel 2011 l’Italia ha prodotto 40,6 milioni di ettolitri di vino contro una media decennale di 46,4 milioni. Questo conferma che la produzione media italiana si sta decisamente contraendo, basti pensare che nel decennio 1992-2001 era di quasi 58 milioni ettolitri, mentre negli ultimi 5 anni si è stabilizzata intorno a 44,4 milioni di ettolitri. Tutto questo trova conferma nell’abbattimento della superficie di uva da vino che in Italia nel 1980 era di 1.230.000 ettari, nel 1990 era scesa a 970.000 ettari e oggi è di 694.000 ettari (dati Istat). In poco più di vent’anni abbiamo quindi perso 276.000 ettari più di quanti ne possiedono oggi la Lombardia, la Puglia e la Sicilia insieme. Per alcuni questo è un dramma per altri un bene visto che è inutile produrre quello che il mercato non vuole e, oggi più che mai, è pericoloso produrre male.

67° Congresso Nazionale Assoenologi

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Quello dell’abbattimento delle produzioni è un fenomeno solo italiano? Assolutamente no. Il calo è evidente in tutti i Paesi tradizionalmente produttori tanto che l’Unione europea, solo negli ultimi 5 anni (2007/2011) ha perso ben il 12,4% della sua potenzialità produttiva, passando da 3.792.000 ettari a meno di 3.600.000 ettari con cali di oltre l’11,5% in Spagna e il 6 % in Francia. Parlando di consumi in Italia, in base ai dati elaborati da Assoenologi, oggi siamo a 42 litri procapite, contro i 45 del 2007 e con una tendenza a un ulteriore decremento. Anche qui, una situazione solo italiana? No, visto che riguarda tutti i Paesi tradizionalmente produttori dei quali si salva solo il Portogallo che negli ultimi 5 anni non cala, mentre la Spagna scende dai 29,4 litri del 2007 agli attuali 21,8 (-27,4%), la Francia passa da 52 a 47,4 litri (-10%) e l’Italia da 45 a 42 (-7,3%). Di fronte a questi dati l’unica valvola di sfogo rimane l’export. Fortunatamente il vino italiano piace e rimane il più venduto al mondo: il 2011 si è chiuso con un incremento delle nostre vendite di vino all’estero del 12% in valore e del 9% in volume rispetto al 2010. “Dobbiamo quindi muoverci compatti per penetrare meglio in quei mercati dove l’Italia non è in posizione dominante”, ha sottolineato nel corso del suo intervento, Ettore Nicoletto, amministratore delegato del gruppo Santa Margherita. “La

frammentarietà delle aziende – ha detto – non è un alibi. Esiste, ma dobbiamo fare ogni sforzo per poter portare avanti un discorso comune con un unico protagonista: il vino italiano”. “È ora che il sistema Paese guardi con più attenzione al vino – ha aggiunto Nicoletto–. Sono iniziati gli europei di calcio in Polonia e in Ucraina e il vino italiano non c’è. Cosa stiamo facendo per le olimpiadi invernali in Russia? E per i mondiali di calcio del 2014? Mancano 1000 giorni all’appuntamento di Expo 2015 a Milano e quali sono i programmi per valorizzare il vino italiano? L’Italia deve svegliarsi ed eliminare le polemiche e le divisioni”. “La carta vincente - rilancia Nicoletto - è quella dell’abbinamento del vino al cibo. Un nostro patrimonio esclusivo, che può diventare il cappello comune sotto il quale unire le imprese italiane e conquistare nuove fette di mercato”. L’argomento è stato ripreso anche da Serge Dubois, presidente dell’Union Internationale des Oenologues (la federazione che a livello mondiale riunisce le associazioni nazionali di categoria dei tecnici vitivinicoli) che tra l’altro ha affermato: “L’Italia non è consapevole della qualità dei propri vini e nemmeno del potenziale che questi, assieme all’abbinamento del cibo, possono avere in termini di penetrazione sui mercati. Nel mondo oggi si mangia italiano e non più francese e i vini italiani hanno fatto passi da giganti”. Basti pensare che in Québec, dove i legami con la Francia sono secolari, c’è stato lo storico sorpasso dei vini italiani su quelli francesi. L’enologo Giordano Zinzani, direttore enologia di Caviro, si è quibndi soffermato sulle potenzialità del vino italiano non di alta gamma, “che è e dovrà essere sempre più di qualità, ovviamente rapportata alla fascia di consumo e di prezzo”. “Il Tavernello – ha aggiunto Zinzani –, con le sue eccellenti performance in Italia e all’estero, ne costituisce un significativo esempio”.

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Altrettanto interessante la terza sessione dei lavori focalizzata sul tema “Come razionalizzare i costi in vigneto ed in cantina”. In un momento in cui la crisi non risparmia nessun comparto economico, il settore vitivinicolo non può permettersi sprechi. È questo un altro messaggio lanciato dal 67° Congresso di Assoenologi. Razionalizzare significa innanzitutto abbattere i tempi di lavorazione, potenziando la meccanizzazione delle operazioni in vigneto., ottimizzare gli interventi in cantina. “Grazie a macchine sempre più affidabili, calibrate e sofisticate, e a strumenti basati sul Gps che consentono interventi precisi e mirati, dall’impianto del vigneto alla vendemmia dell’uva, passando per la potatura ed i trattamenti – ha spiegato Luigi Bonato, direttore di Evoluzione Ambiente – si abbattono le ore medie di lavoro manuale da 300 a 20/30 per ettaro. In questo contesto, malgrado l’evidente vantaggio economico, i produttori vitivinicoli italiani si muovono ancora troppo lentamente. Se in Francia, per esempio, esistono 20.000 vendemmiatrici meccaniche, in Italia ve ne sono soltanto 2.000. I costi si tagliano anche riducendo i passaggi burocratici, ribadiscono gli enologi. “Carte e bolli – ricorda poi l’enologo Paolo Peira, direttore di Antesi – costringono un direttore di cantina a dedicare oltre il 20% del proprio tempo ad adempiere agli obblighi burocratici, sottraendolo alla sua attività professionale”. Per questo motivo, Assoenologi si batte ormai da diverso tempo affinché si possa sempre più ricorrere all’autocertificazione, che prevede la responsabilità civile e penale dell’enologo. “Il vino è un prodotto di largo consumo che ha delle particolarità non facili da gestire. La frammentazione della produzione, le caratteristiche peculiari del prodotto, la diffusione non omogenea sul territorio nazionale non facilitano la

Presidente Assoenologi Giancarlo Prevarin

razionalizzazione dei costi sia nelle grandi che nelle piccole imprese” – ha detto Enrico Zanoni, direttore generale della Cavit, che ha analizzato criticità e positività che il settore enologico ha rispetto ad altri comparti di beni di largo consumo dell’agroalimentare e non. Eppure basterebbe imputare mezzo centesimo di euro a bottiglia per avere un budget consistente da destinare a campagne di pubblicità istituzionale a vantaggio non di una tipologia di vino o di una denominazione, bensì dell’intero comparto”. Da qui il messaggio lanciato dal 67° Congresso “Uniti si vince”, che può essere anche letto “disuniti si perde”.

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Verso un nuovo terroir: i vignaioli di Pinot Nero dell’Appennino Toscano

di Davide Amadei

Attualmente i vignaioli dell’Associazione producono un totale di 22.800 bottiglie, ma il potenziale, sulla base dei vigneti impiantati, è di 70.000. Si pensi che Podere Fortuna, l’azienda più grande, ha prodotto 12.500 bottiglie di 2009, mentre del 2010 usciranno 25.000 bottiglie.

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anno scelto la splendida cornice di Villa Pecori Giraldi a Borgo San Lorenzo, in Mugello, per presentarsi. Sono i “Vignaioli di pinot nero” dell’Appennino Toscano, che condividendo le loro esperienze hanno costituito nel 2011 un’Associazione per farsi forza e promuoversi come un nuovo unitario luogo d’elezione del nobile vitigno d’Oltralpe. Dopo il debutto al Vinitaly dello scorso anno, per il 16 aprile 2012 hanno convocato numerosi giornalisti, ristoratori, sommelier ed operatori all’evento denominato “Eccopinò 2012” per far

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loro assaggiare nove prodotti della vendemmia 2009. Molti sono i motivi di legame tra gli associati. In primo luogo, un filo rosso è sicuramente l’amore per il vitigno che più di tutti, nei suoi terroir prediletti, sa dare emozioni, rapisce con i propri intriganti profumi e regala vini profondi ed eleganti. Così, tutti lasciano trasparire la propria passione per la Borgogna: non esitano a citare il mitico Henri Jayer, il grande Maestro della Côte d’Or, e a raccontare i loro incontri con Aubert de Villaine ed altri grandi produttori borgognoni.

Il Sommelier Luglio-Agosto 2012 • n. 4 Il gruppo dei Vignaioli di Pinot Nero dell'Appennino Toscano


Poi, gli associati condividono il loro essere vignaioli in senso stretto, piccoli coltivatori ed imbottigliatori, che hanno un rapporto diretto con la terra e la vigna. Proprio per questo evidente rispetto per la natura, essi hanno in comune una grande attenzione alla naturalità delle lavorazioni in vigna ed in cantina, senza uso di prodotti chimici e scarso interventismo in vinificazione. Molte aziende sono biologiche, altre hanno adottato in pieno il metodo biodinamico, di cui tra l’altro Michele Lorenzetti, titolare dell’azienda Terre di Giotto, è insegnante, praticante e divulgatore anche tra i suoi consociati nell’Associazione. Spesso ricorre la parola “follia” per definire la scelta di piantare pinot nero in Toscana: la più difficile delle uve a bacca nera nella terra dei grandi rossi da vitigni blasonati come il Sangiovese ma anche gli internazionali Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot. Questi “folli” si sono buttati, hanno individualmente piantato pinot nero e poi hanno scoperto che anche altri lo avevano fatto, con lo stesso spirito, con la stessa dose di pazzia, e dal confronto è nata la voglia di unirsi in Associazione. Certo, non è facile individuare un’omogeneità tra zone così lontane, dalla Lunigiana al Casentino, dalla Garfagnana al Mugello. In realtà, però, si tratta in ogni caso di aree fresche, con caratteristiche geologiche simili, derivanti dalla orogenesi dell’Appennino che ha portato alla formazione di rocce sedimentarie; sono terreni che hanno ospitato laghi pliocenici, dal ritiro dei quali sono rimasti sedimenti argilloso-calcarei, ed è noto che il calcare è il sottosuolo più amato dal pinot nero. Per Statuto possono partecipare all’Associazione i vignaioli che hanno vigne nei territori delle vecchie comunità montane dell’Appennino Toscano e, ovviamente, coltivano e vinificano pinot nero. Attualmente i vignaioli dell’Associazione producono un totale di 22.800 bottiglie, ma il potenziale, sulla base dei vigneti impiantati, è di 70.000. Si pensi che Podere Fortuna, l’azienda più grande, ha prodotto 12.500 bottiglie di 2009, mentre

Il gruppo dei Vignaioli di Pinot Nero dell'Appennino Toscano

del 2010 usciranno 25.000 bottiglie. La degustazione a Villa Pecori è stata introdotta da Burton Anderson, grande conoscitore del vino italiano, che ha iniziato con una battuta: quando è stato chiamato per l’occasione ha esclamato «Pinot nero in Toscana? A quando un eiswein in Sicilia? Non scherziamo!». Poi, assaggiando i vini, si è convinto della loro grande qualità e ha compreso l’importanza del progetto dell’Associazione, ed ha accettato di introdurre Eccopinò 2012. Dagli assaggi sono emersi alcuni tratti comuni: tutti i vini sono caratterizzati da ottima freschezza e piacevolezza di beva; il legno è sempre ben dosato, raramente segna o prevale. Soprattutto, colpisce la riconoscibilità del vitigno: non è il pinot nero del caldo, ricco di frutti neri maturi, colore ed estrazione; non è neppure il pinot nero esile, floreale, a volte vegetale, dell’Alto Adige; è il pinto nero che intriga, che rapisce, che

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I nove vini in degustazione

ha frutti rossi (lampone, ciliegia) e spezie, mineralità e fiori, morbido ma fresco, equilibrato e succoso. I vini scontano certamente la gioventù delle vigne, che non raggiungono quasi mai i dieci anni di età dall’impianto, in termini di complessità olfattiva, ancora da raggiungere, e sapidità, da incrementare. Non è un caso che il vino che a chi scrive è parso il più espresso e ricco provenga da un vigneto che in parte è stato impiantato nel 1990, unico risalente al secolo scorso. Ed anche questo comunque conferma l’essenza del pinot nero, che ha necessità, per leggere il terroir, di avere radici che penetrano in profondità negli anfratti del sottosuolo per prenderne tutte le caratteristiche minerali e tradurle nel vino. Ma senz’altro dalla degustazione è risultato che la scommessa di questi vignaioli appassionati è vinta, e non rimane che crescere sulla strada intrapresa, con un’unità di intenti rara che fa la forza di un nuovo terroir per il nobile vitigno pinot nero.

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Gli assaggi e le aziende I nove vini presentati, tutti dell’annata 2009, sono di otto delle nove aziende dell’Associazione: Casteldelpiano in Lunigiana; Podere Còncori e Macea in Garfagnana; Podere Fortuna, Il Rio, Terre di Giotto e Il Lago in Mugello; Podere della Civettaja, il cui titolare Vincenzo Tommasi è Presidente dell’Associazione, in Casentino; mancava Frascole, noto produttore del Chianti Rufina, che fa parte dell’Associazione ma non ha ancora iniziato ad imbottigliare il suo Pinot Nero. Come denominazione sono tutti IGT Toscana Pinot Nero. Melampo 2009 – Casteldelpiano Il colore è un bel rosso rubino, scarico sull’unghia. Al naso dapprima si percepiscono note di lieviti, poi è nettissimo il lampone maturo, con un po’ d’alcol; è semplice, ma molto elegante, con cenni minerali piacevoli. Bocca freschissima, buona sapidità, il tannino è presente e giovane,

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ma l’equilibrio è notevole, la beva è piacevolissima; il finale, non molto lungo né complesso, ha un leggerissimo amaro ma anche sensazioni minerali fini e rinfrescanti. L’azienda è in Lunigiana, a Licciana Nardi in Provincia di Massa Carrara, a 200 m. s.l.m., nella valle del Taverone. Il vigneto di pinot nero, di 2,5 ha, è stato piantato nel 2004 sul deposito alluvionale del fiume con ciottoli, sabbia e minerali, e gode di un clima ventilato, luminoso, con forti escursioni termiche tra giorno e notte. Podere Còncori 2009 – Podere Còncori Inizialmente all’olfatto è restio a concedersi, poi escono note vegetali fresche, qualche accenno floreale, ma soprattutto una netta ciliegia, in un contesto di finezza e distinzione. In bocca si apre, ha attacco rotondo, c’è struttura, a centro bocca è ricco, ha buona acidità a creare un bell’equilibrio, il tannino è piuttosto fine, il finale è pulito e ben contrastato, piuttosto lungo sul frutto rosso (ciliegia, lampone). L’azienda è in Garfagnana, vicino a Gallicano (Lucca). Il vigneto di pinot nero risale ai primi anni 2000; è in parte terrazzato, in forte pendenza sul fiume Serchio (Gabriele Da Prato, il titolare, dice che gli ricorda il Rodano o la Mosella). Macea 2009 – Macea Una leggera nota riduttiva o animale non impedisce la percezione di sensazioni vinose e soprattutto, dopo un po’, di una bella ciliegia rossa. Morbido all’ingresso in bocca, ha buon tannino e, soprattutto, elevate freschezza e bevibilità, in un contesto poco strutturato; il finale non è pulitissimo in retrolfattiva, con una leggera sensazione verde amara ed una piacevole nota di nocciolina. L’azienda dei fratelli Barsanti è in comune di Borgo a Mozzano, nella Valle del Serchio, all’inizio della Garfagnana. Il pinot nero è stato piantato

nel 2002, in un vigneto in parte terrazzato a forte pendenza; Cipriano Barsanti racconta che la prima vendemmia dette un risultato disastroso, ma poi, con l’annata 2005, le cose hanno iniziato a migliorare progressivamente, poiché il pinot nero ha bisogno di una vite «che abbia età». Fortuni 2009 – Podere Fortuna Il colore è tra i più intensi e concentrati della batteria, rosso rubino quasi carico. All’olfatto dominano le sensazioni boisée, con vaniglia, caffè e tostatura in evidenza; in sottofondo si intravede un bel frutto nero maturo. In bocca il tannino è netto, c’è morbidezza e tanta materia; la salivazione è elevata, non ci sono cedimenti, il finale ha molto frutto, ben presente, ma è segnato dal legno, con note dolci e sensazioni amaricanti e calde, un po’ asciuganti, da “digerire” ed integrare. L’azienda è a San Piero a Sieve, 25 km a Nord di Firenze in Mugello. Ha pinot nero e chardonnay su 5 ettari, ad un’altitudine di 250-300 m, la più bassa dell’associazione insieme a Casteldelpiano; nel 2005 il suo vino ottenne il secondo posto assoluto ad Egna, al Concorso delle Giornate Altoatesine del Pinot Nero, e lancia il territorio del Mugello per la produzione del vitigno. La vinificazione avviene in tini tronco-conici aperti acquistati in Borgogna. Coldaia 2009 – Podere Fortuna Al naso inizia con una leggera vaniglia, poi esce un elegante frutto rosso (ciliegia), con note di caffè e sensazioni balsamiche fresche. In bocca è espresso, le componenti sono ben integrate, il tannino è di buona grana, è fresco con netta sapidità, il finale è ben contrastato e pulito, solo leggermente amaro, abbastanza lungo, succoso ed invitante. Rispetto al Fortuni, le uve per questo vino vengono dalla zona del vigneto più riparata dal vento, più calda, per prodotti più pronti.

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Ventisei 2009 – Il Rio Forse il più “borgognone” al naso, senz’altro già espresso e complesso, con note di cuoio, macchia meditteranea, resine, sentori balsamici, piccoli frutti rossi e fiori, leggera affumicatura. La bocca è equilibratissima ed elegante, con attacco rotondo e subito fresco, buona sapidità, tannino piuttosto fine; il finale è succoso, fruttato con nette note minerali. Colpisce che dopo più di due ore nel bicchiere abbia mantenuto, più degli altri, tutta la sua intensità e complessità olfattiva, con accenni minerali intriganti. Paolo Cerrini, titolare dell’azienda, è uno dei precursori del pinot nero dell’Appennino; faceva il modellista orafo in Firenze, e Marc De Grazia, suo vicino, gli consigliò di piantare chardonnay e pinot nero nei terreni che aveva in Mugello; ogni anno Paolo gli portava il vino, ma Marc De Grazia non commentava mai nulla, fino a quando, colpito, gli disse «quest’anno è buono, cosa m’hai portato?», ma era lo stesso vino che finalmente aveva raggiunto la maturità. Mezzo ettaro di pinot nero è stato piantato nel 1990; nel 2000 è stato aggiunto un ettaro e mezzo con altro pinot nero ma anche chardonnay e sauvignon blanc. Gattaia 2009 – Terre di Giotto Al naso è un po’ semplice, ma ha un netto frutto nero (mora), oltre a una leggera nota riduttiva. Bocca più pulita, buona struttura, tannino netto, leggermente rustico; finale ben contrastato, sapido, un po’ amaro ma lungo, sul frutto con leggere note vegetali balsamiche. Azienda davvero “di montagna”: i vigneti, con suoli argillosi-calcarei e ricchi di scisti e arenarie, sono tra i 480 e 590 m di altitudine; il titolare è Michele Lorenzetti, biologo ed enologo, consulente e docente di biodinamica. Pinot Nero 2009 – Fattoria Il Lago Naso fresco, minerale, varietale, elegante, con

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La sala della degustazione Eccopino

fragoline di bosco e note balsamiche fresche di canfora e menta. Bocca ricca, con ottima integrazione delle componenti, equilibrio, succosità. Finale fresco e lungo, invitante, con frutto, erbe aromatiche ed una piacevole scia minerale. L’azienda è a Dicomano, a 30 km da Firenze, in Mugello; ha 21 ettari di vigne tra i 300 e i 600 m di altitudine, e produce Chianti Rufina importanti ed un “Pian de’ Guardi” da appassimento di sangiovese. Podere della Civettaja 2009 – Podere della Civettaja L’iniziale riduzione via via sparisce, per lasciar posto a radici aromatiche, leggero vegetale, speziatura, pepe. In bocca il legno è presente con note dolci e decisa morbidezza, il finale è caldo e leggermente amaro; ma la salivazione è elevata, c’è molto frutto e solida struttura, buona persistenza. L’azienda del Presidente dell’Associazione è in Casentino a Pratevecchio (Arezzo), ai margini del Parco Nazionale Foreste Casentinesi. Ha 2,5 ettari solo a pinot nero, con 9000 ceppi per ettaro, come da consiglio di Franz Haas, noto produttore di pinot nero di Alto Adige; poi, preziosi sono stati i suggerimenti di alcuni grandi maestri borgognoni, Henri Jayer, Aubert De Montille, Philippe Charlopin, Denis Mortet, che Vincenzo Tommasi ha avuto la fortuna di conoscere e frequentare.

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Whisky, lo spirito della Scozia

di Enza Bettelli

L’uisge beatha (acqua di vita) dei Celti è diventato il famoso ed elegante distillato di oggi. Ma la bevanda nazionale scozzese continua a essere prodotta con orzo, acqua e torba: ingredienti antichi utilizzati però in modo più moderno.

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on si sa esattamente quando e come sia avvenuta la nascita di questo distillato, ma sicuramente in tempi molto antichi ed è stato sempre molto diffuso e apprezzato, ma anche molto tassato tanto che veniva distillato di nascosto, soprattutto nelle Highlands, quando erano ancora inaccessibili e fuori dalla portata degli esattori. Il paesaggio scozzese è però ancora oggi l’ideale per la produzione del

Whisky, molto verde, con sorgenti di acqua pura e giacimenti di torba in terreni lontani dalla contaminazione del mondo moderno. Questa combinazione di elementi naturali è ben sfruttata dalla maestria dei distillatori che ne ricavano un distillato di grande qualità che la legge tutela consentendo la denominazione Scotch Whisky solo a quello prodotto e invecchiato in Scozia. Alla base del Whisky c’è l’orzo che è germinato,

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Negozio di Whisky

essiccato, macinato e quindi miscelato con acqua molto calda perché possa fermentare prima di passare alla distillazione finale. Dalla distillazione e dal successivo invecchiamento nasce il Single Malt che viene nella maggior parte dei casi utilizzato per la creazione dei Blended, miscele che richiedono anche alcune decine di distillati per arrivare alle caratteristiche che contraddistinguono ciascuna marca. Il Grain Whisky è invece ottenuto dalla distillazione di altri cereali, soprattutto mais, e il prodotto finale ha una gradazione più elevata di quello di malto. A dare un gusto particolare al Whisky è il fumo a contatto con l’orzo che sta asciugando e poi dalla torba che accentua il sentore di affumicato.

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In Scozia sono attive un centinaio di distillerie, dislocate tra Lowlands e Isole, ed è il territorio a dare la prima connotazione gustativa al distillato, sulla quale il maestro distillatore lavorerà per ottenere il gusto morbido, affumicato o intenso che distingue il prodotto di ciascuna azienda. Nelle distillerie i visitatori sono sempre ben accetti. Chi non vuole aggregarsi ai gruppi organizzati può arrivarci in auto o con i bus di linea, percorrendo piacevolissime stradine di solito poco frequentate che passano attraverso campagne, paesi e a fianco di castelli per arrivare alle distillerie che sono sempre situate vicino a corsi d’acqua e a sorgenti. Tuttavia, anche nella città di Edimburgo si può fare il primo approccio

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CARNE E AVENA La carne di manzo Angus è l’insostituibile base per il roast beef all’inglese e uno dei piatti più diffusi della cucina scozzese, soprattutto l’arrosto che è tradizione preparare la domenica mentre il lunedì con il sugo avanzato si insaporiscono le patate saltate in padella con abbondante cipolla. La carne ha un ruolo importante nella gastronomia scozzese e oltre al manzo si cucinano gli ovini, soprattutto adulti. Il piatto nazionale è infatti l’haggis, cioè stomaco di pecora farcito con le altre interiora della pecora, avena e a volte pancetta e carne, ma non mancano ma le ottime costolette. Lo stufato di selvaggina (poacher’s pot) prevede volatili, coniglio e varie verdure mentre con porri e gallina si prepara l’onnipresente zuppa cock-a-leekie. L’altro ingrediente di grande importanza per la gastronomia scozzese è l’avena, base per il famoso porridge oltre che per minestre, dolci (shortbread) e frittelle (oatcakes). Ma naturalmente non mancano le specialità di pesce, primo fra tutti il salmone, selvaggio e di allevamento, ottimi crostacei e il merluzzo che viene spesso affumicato e cucinato sotto forma di zuppa con le patate (cullen skink) o con il prosciutto (ham and haddock).

con il Whisky visitando lo Scotch Whisky Experience per passare poi alla degustazione in uno dei tantissimi pub lungo il Royal Mile. Ed è interessante copiare lo stile della gente del posto che spesso lo beve con la birra, alternando un sorso da ciascun bicchiere. La quantità servita nel tumbler può sembrare poca, ma centellinandolo senza fretta, un sorsetto alla volta, il Whisky soddisferà meravigliosamente palato e olfatto, procurando quel piacevole benessere che lo fa apprezzare da parecchi secoli. E, infatti, una volta era prescritto come medicinale, ma a piccole dosi, partendo dal contenuto di un ditale fino a quello di un bicchierino: le esagerazioni sono inutili, come per ogni cosa.

Distilleria

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le notizie di enogastronomia e turismo

“SOLATIO” NUOVO I.G.T. TOSCANA DEL CASTELLO DI GABBIANO Il suo nome ci parla di un’assolata terra Toscana e il suo gusto, ricco e avvolgente, accompagnato da una bella freschezza, desidera accattivarsi un pubblico ampio e che si collocherà sul mercato in una fascia di accesso non esclusivo, la risposta a un consumatore che ha imparato ad apprezzare il vino di qualità e non intende rinunciarvi pur nella ricerca di un nuovo equilibrio economico. Il Solatio è un assemblaggio di uve Syrah 50%, Cabernet Sauvignon 45%, Sangiovese 5%, con una gradazione di 14 gradi alcolici. La vinificazione avviene con fermentazione in vasche di acciaio per circa una settimana ad una temperatura controllata di 15°-20° con macerazione sulle bucce per circa due settimane. La fermentazione malolattica, supportata da batteri indigeni, dura tre settimane. Matura 8 mesi in vasche di cemento e termina con un breve il passaggio in legno. Di un bel colore rosso porpora intenso, al naso presenta accattivanti note di bacche selvatiche e tabacco, ricco di frutta. Al palato ha tannini vellutati, fresco e fruttato, di grande equilibrio. Raccomandato con piatti saporiti di carne rossa e selvaggina stufata, ottimo con formaggi di media e lunga stagionatura. Si serve a 18°. Di medio invecchiamento. CASTELLO DI GABBIANO

www.castellogabbiano.it

EATALY ROMA IL PIÙ GRANDE STORE MONDIALE DI ALTI CIBI Il “via” è stato dato, il 21 giugno è ufficialmente nato Eataly Roma. E la sua “casa”, il Terminal Ostiense, progettato da Julio Lafuente negli anni ’90, rivive in una nuova veste: il più grande spazio (“bazar”, seguendo l’Oscar-pensiero) al mondo dedicato all’enogastronomia, all’editoria e alla didattica di settore, 17.000 metri quadrati, su 4 piani ma anche 4 livelli di proposte gastronomiche, dal cibo da strada, abbordabile a cifre contenute, a quello più ricercato, ovviamente a prezzi adeguati al livello, fino al 4° piano, al già famoso ristorante Italia che, come dice Oscar Farinetti, ideatore di Eataly e, a pieno titolo, novello Re Mida dell’enogastronomia, “è un

a cura della redazione di

pochino più formale, anche se il nostro motto è informalità e autorevolezza insieme”. Al suo interno, un vero e proprio universo di sapori, profumi, istantanee dei cibi anzi, degli “alti cibi”, come recita il loro claim, 23 luoghi di ristoro (per un totale di 1588 posti a sedere), 40 aree didattiche e 14.000 prodotti in vendita. E una zona degli aperitivi curiosamente chiamata “vino libero”, libero dai concimi chimici, libero dai diserbanti e dagli erbicidi e libero dai troppi solfiti, tema che da provocazione pura sta diventando un punto di partenza anzi, di ripartenza per il vino di qualità. E il cibo e il vino, quando sono di qualità, sono buoni ma anche belli e lo stesso Farinetti afferma che “la bellezza salverà l’Italia ed è per questo che Eataly Roma è dedicato alla bellezza. La bellezza dell’agroalimentare, dell’arte, della musica e dell’ironia”. www.roma.eataly.it

“SOTTO LA ROCCA” LE ECCELLENZE DEL MONTELLO E DEI COLLI ASOLANI Grande successo e oltre 1000 degustazioni alla prima edizione di “Sotto la Rocca”, tre giorni dedicati alla scoperta delle eccellenze del territorio organizzata dal Consorzio tutela Vini Montello-Colli Asolani per promuovere l’area del Montello e dei Colli Asolani, dal passato storico, caratterizzata da un ricco patrimonio artistico, turistico e naturale e da sempre apprezzata dal punto di vista ambientale ed enologico. “Il valore della produzione vitivinicola – ha affermato Armando Serena, Presidente del Consorzio Montello-Colli Asolani - rappresenta oggi un assetto essenziale per tutta l’economia italiana, ecco perché il nostro territorio ed i suoi frutti, vanno promossi e diffusi uni-


le notizie di enogastronomia e turismo tamente alla consapevolezza del loro intrinseco patrimonio culturale avvalorandone l’unicità”. La produzione di punta del Consorzio Tutela Vini Montello-Colli Asolani è l’Asolo Prosecco Superiore, una Docg che costituisce una rarità: appena 1,5 milioni di bottiglie e solo 13 produttori, un vino il cui disciplinare di produzione è il più severo tra tutti i Prosecco, con resa massima per ettaro di 120 quintali di uva e un estratto secco di almeno 16 grammi per litro e densità di impianto 3000 viti ettaro. Grande accoglienza, al termine del Wine Tasting, per i due ex campioni di calcio Aldo Serena e Attilio Tesser, entrambi montebellunesi d’origine, che hanno affrontato una amichevole conversazione sul tema “Vino e sport: amici o nemici?” rendendosi poi disponibili alle domande e alle curiosità del pubblico presente. Nell’occasione è stato realizzato un convegno sulla “Zonazione della DOC Montello e dei Colli Asolani”. CONSORZIO TUTELA VINI MONTELLO-COLLI ASOLANI www.montelloasolo.it

“ITALIA IN ROSA 2012” FUTURO “ROSEO” PER CHIARETTO E ROSÈ Chiaretti, rosati e rosè sono veramente i vini del terzo millennio e rappresentano ormai a pieno titolo la terza grande variante non solo cromatica del mercato enoico, accostata senza alcun complesso di inferiorità a rosso e bianco. Questo il messaggio lanciato ad Italia in Rosa da Roque Pertusa, presidente del presidente del Conseil Interprofessionnel des Vins de Provence, area leader a livello mondiale per i rosè. Un’affermazione alla quale ha fatto da ideale contrappunto il “boom” della quinta edizione della rassegna di Moniga del Garda che, tra l’1 e il 3 giugno, ha ospitato oltre 3000 visitatori. Oggi i rosè valgono il 10% della produzione globale di vini fermi e a questa crescita contribuisce anche la “nicchia” dei Chiaretti della Valtènesi, passati in soli cinque anni da 470mila a 1,4 milioni di bottiglie. “Non ci stiamo muovendo casualmente alla ricerca di un successo di breve periodo.” - ha detto Sante Bonomo, presidente del Consorzio Valtènesi-Garda Classico - “Alla base di quanto

abbiamo realizzato c’è un progetto preciso, partito con la ricerca sul vitigno autoctono Groppello e da un’indagine di mercato, e questo ha prodotto forti cambiamenti. Il successo di questa edizione di Italia in Rosa dimostra che quando un territorio riscopre e interpreta la propria vocazionalità, viene premiato anche dal mercato”. CONSORZIO GARDA CLASSICO www.gardaclassico.it

CHRISTIAN MARCHESINI NUOVO PRESIDENTE DEL CONSORZIO VALPOLICELLA Dopo l’annuncio ufficiale delle dimissioni di Emilio Pedron, il Cda ha scelto il suo successore nel corso della riunione del 14 maggio. Christian Marchesini, 39 anni, perito agrario, è uomo di territorio; appartiene infatti a una delle famiglie storiche della Valpolicella classica, dove gestisce 50 ettari a vigneto dell’azienda di familiare. Già presidente della sezione veronese dei giovani imprenditori di Confagricoltura, per l’Unione Agricoltori è responsabile regionale delle produzioni vitivinicole. Dal 2006 siede nel Cda del Consorzio Tutela Vini Valpolicella e dal 2011 ricopre la carica di vice presidente con delega ai rapporti istituzionali con la Federazione Nazionale dei Consorzi di Tutela (Federdoc) e con l’Unione Viticoltori Veneti (Uvive). Con una produzione di oltre 437.000 ettolitri, la Doc Valpolicella vale circa 300 milioni di euro. Si tratta di un valore cresciuto senza battute d’arresto nel corso dell’ultimo decennio grazie alla riqualificazione produttiva operata dai viticoltori e in cantina, che ha fatto crescere la richiesta in Italia e all’estero. Valpolicella, Ripasso della Valpolicella, Amarone della Valpolicella e Recioto della Valpolicella sono il poker d’assi della denominazione, per un’offerta adatta a qualsiasi occasione: dal pasto quotidiano al vino più importante, fino a quello da dessert. Tra questi è l’Amarone a fare la parte del leone, grazie al prestigio riconosciuto e al favore conquistato in tutto il mondo, dove viene esportato oltre il 70% della produzione. All’incirca 7.000 gli ettari coltivati, con una redditività  di 15-18.000 euro ad ettaro. CONSORZIO PER LA TUTELA DEI VINI VALPOLICELLA www.consorziovalpolicella.it

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JACQUART EXTRA BRUT: LO CHAMPAGNE PER L’ESTATE Arriva l’estate, e la Maison Jacquart suggerisce di brindare alla bella stagione con il suo Champagne più fresco e vivace: l’Extra Brut. La cuvée Extra Brut si distingue per un dosaggio minimo, che esalta tutta la purezza dei suoi aromi. Con meno di 4 g/l di zucchero, l’Extra Brut è un vino di grandi ambizioni, nel suo assemblaggio, nella sua vinificazione e nel suo affinamento. La selezione delle sue uve predilige lo Chardonnay (35%-40%) al Pinot Noir (30%-35%) e al Pinot Meunier (25%-30%). I 5 anni di invecchiamento in cantina procurano un bell’equilibrio fra maturità e freschezza. Ha bollicine finissime e aeree, e colore dorato e cristallino. Il primo naso rivela la purezza dei profumi di fiori bianchi (acacia) e di frutta (gelatina di mela cotogna). Note dolci e una punta di torrefazione si svelano poco a poco. In bocca l’attacco è franco, e lo sviluppo gustativo ha la cremosità e la mineralità di un vino cesellato. È un magnifico aperitivo, e si accosta perfettamente a un carpaccio di capesante, a una portata di sushi, ma anche a un piatto di formaggi stagionati. Fiore all’occhiello del grande gruppo Alliance Champagne, la Maison Jacquart rappresenta la produzione di 2400 ettari di vigneti, ripartiti come un mosaico sulla Montagne de Reims, nella Vallée de la Marne, lungo la Côte des Blancs e la Côte des Bar, a formare uno dei più vasti territori di approvvigionamento di tutta la Champagne. Da questo variegato terroir produttivo i maestri di cantina selezionano gli Chardonnay, i Pinot Noir e i Pinot Meunier che compongono tutte le raffinate cuvée della Maison privilegiando la vinificazione e l’invecchiamento sulla feccia, con una durata che va ben oltre le esigenze della AOC. Lo stile Jacquart, caratterizzato dalla spiccata vivacità e dalla grande raffinatezza di tutti i suoi prodotti, fa nascere sensazioni ed emozioni uniche, per soddisfare i desideri di tutti gli intenditori internazionali. Fratelli Rinaldi Importatori www.rinaldi.biz

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Francesca moretti nuovo presidente della Strada del franciacorta Succede a Gianluigi Vimercati Castellini e resterà in carica 3 anni. 38 anni, enologa, Francesca Moretti è responsabile del settore vitivinicolo del gruppo Terra Moretti, fondato dal padre Vittorio Moretti nel 1977, anno di nascita della cantina Bellavista in Franciacorta. A questa realtà sono seguite nel tempo Contadi Castaldi in Franciacorta (1987), Petra (1996) e Tenuta la Badiola (2000) in Toscana. Oggi si dedica con particolare attenzione alle strategie di sviluppo dei mercati, pur non trascurando il suo amore per la campagna e l’agronomia. Nel 2011 ha infatti fondato in Franciacorta la prima Scuola Italiana di Potatura della Vite in collaborazione con la Scuola dei Preparatori d’Uva Simonit & Sirch e con prestigiose Università ed Istituti di Ricerca. “La Franciacorta – dichiara – è una splendida terra che si è affermata quale eccellenza enologica grazie alla consapevolezza che solo innalzando gli standard della propria offerta si possono ottenere due risultati contemporaneamente: sviluppo economico e tutela ambientale. Ci impegneremo sempre più affinché questo territorio possa consolidare la propria identità di “destinazione turistica”, individuando interlocutori e mercati che siano in linea con il posizionamento del comparto vitivinicolo.” Nata nel 2000 dalla sinergia tra operatori privati (aziende vitivinicole, produttori di prodotti tipici e artigiani, alberghi, dimore storiche, ville in affitto, ristoranti, trattorie, osterie, wine bar, aziende agrituristiche, campeggi, enoteche, agenzie viaggi, campi da golf, noleggio biciclette) ed enti pubblici e privati (Comuni, associazioni per la promozione del territorio) la Strada del Franciacorta – fra le prime in Italia - è un percorso di 80 km che ha lo scopo di promuovere e sviluppare le potenzialità turistiche, in particolar modo legate al turismo enogastronomico, del territorio. I soci sono 177. ASSOCIAZIONE STRADA DEL FRANCIACORTA www.stradadelfranciacorta.it


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CANTINE RIONDO: FATTURATO IN CRESCITA DEL 32% Per il quinto anno consecutivo l’azienda registra una crescita a doppia cifra, chiudendo il 2011 con un fatturato di 20,5 mln di euro, segnando un +32% rispetto al 2010 e rafforzando così il ruolo di braccio operativo del gruppo Collis sul mercato. Fra i fatti più rilevanti dell’esercizio, si segnalano la significativa crescita registrata nel Nord Europa e la conferma dei mercati americani con grande attenzione a tutte le tipologie di vini proposti. Risultati questi che da un lato comprovano il core business aziendale negli spumanti e nei vini frizzanti e, dall’altro, tengono in evidenza anche i grandi vini della tradizione Veronese. E i riscontri positivi arrivano non solo dalle vendite ma anche dalla lusinghiera serie di riconoscimenti che i prodotti si sono aggiudicati nei più prestigiosi concorsi internazionali; tra tutti si possono citare i premi ottenuti dall’Amarone Trionfo, medaglia d’argento sia al Decanter Word Wine awards 2011 sia all’International Wine&Spirit Competition di Londra. “Siamo un’azienda con una forte vocazione esterofila - spiega Abele Casagrande, Direttore Generale di Cantine Riondo - e la nostra mission è da sempre quella di dare sbocco commerciale ai vini prodotti dai vigneti di Collis. La nostra vivacità e la capacità di diversificare, interpretando i bisogni dei diversi target di consumatori ci stanno dando riscontri significativi – continua Casagrande – “E siamo anche vicini ai “giovani” con prodotti più semplici e conviviali, come iSpritz o Pink Limited Edition, un vino frizzante rosato che strizza l’occhio al mondo femminile, creando occasioni di incontro con il pubblico e opportunità di consumo inedite che promuovano un bere di qualità, leggero e consapevole”. CANTINE RIONDO

www.cantineriondo.com

COGNAC HINE TRIOMPHE La Maison Hine, uno dei produttori più prestigiosi di Cognac, presenta il suo nuovo decanter Triomphe. La gradazione alcolica è di 40% vol. La capacità è di 70 cl. ed è presentato in una confezione speciale, col decanter di forma esclusiva, unico e numerato, creato espressamente per contenere Hine Triomphe. Proviene esclusivamente dalla Grande Champagne, il cru più prestigioso di Cognac. Colore ambrato intenso, naso con bouquet di eccezionale complessità, di

squisita finezza e di straordinaria profondità, con sottili sfumature di frutta caramellata, fiori e tabacco, al palato è caratterizzato da un’incomparabile pienezza, morbido e finissimo nelle sensazioni finali. Fondata nel 1763, la Maison Hine è una delle più antiche Aziende produttrici di Cognac. Per i suoi distillati utilizza soltanto le uve prodotte nei due cru più prestigiosi della regione, la Grande e la Petite Champagne. Tutti i suoi Cognac sono invecchiati per un periodo molto superiore ai requisiti della legge francese. Nei suoi quasi 250 anni di storia, la Maison Hine si è inoltre affermata in tutto il mondo come grande specialista nella produzione dei millesimati, un’autentica rarità nel settore del Cognac. La superba reputazione internazionale di Hine è confermata dalle decine di premi e riconoscimenti ottenuti negli ultimi anni dalla Maison ai concorsi mondiali più importanti. Hine è inoltre l’unica Azienda di Cognac a detenere l’esclusivo “Royal Warrant”, il sigillo di Fornitore Ufficiale della Casa Reale d’Inghilterra. FRATELLI RINALDI IMPORTATORI www.rinaldi.biz

CHAMPAGNE NICOLAS FEUILLATTE - NUOVO DISTRIBUTORE ITALIANO 5.000 viticoltori associati, 2.250 ettari di uva coltivata, 13 dei 17 Grands Crus, 11 referenze che vanno dall’elegante Brut Reserve, affinato 3 anni, al sontuoso e pluripremiato Palmes D’Or Brut Vintage, 9 anni di affinamento, passando per lo straordinario Cuvée 225 Vintage barricato, insolito e affascinante. Nicolas Feuillatte, lo Champagne n° 1 in Francia e 3a marca al mondo con un fatturato di 200 milioni di euro e una produzione annua di oltre 10 milioni di bottiglie, ha scelto Prestige Italia per la sua “nuova vita” nella nostra penisola con l’obiettivo, dichiarato dal Direttore Generale Dominique Pierre, “…di rientrare tra le prime marche anche in Italia”. Fabio Contato, presidente di Prestige Italia: “La qualità di questi champagne si percepisce nel bicchiere. La nostra famiglia, presente da anni nel mondo del vino, raccoglie con orgoglio questo compito non facile ma sfidante”. www.feuillatte.com - www.prestigeitalia.net

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8 Edizione della Valle del Gigante Bianco a

di Emma Lami

Bettolle, ovvero il paese natale di Ezio Marchi, ovvero il luogo dove ogni anno si celebra onore al “Gigante Bianco” il Banino della Val di Chiana.

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uest’anno è stata l’ottava edizione della Manifestazione “La Valle del Gigante Bianco” ed ancora una volta le tradizioni e la cucina del mondo contadino, che hanno costituito e costituiscono le nostre sane origini sono state sfogliate, rivissute, celebrate nei giorni 26, 27 maggio 2012 e 1, 2, 3 giugno 2012. La manifestazione come sempre ha mirato, dal punto di vista culinario, a mettere in risalto attraverso convegni, dibattiti, esibizioni dei maestri macellai e chef, le qualità della carne di questo animale che, se pur conosciuto e innalzato agli allori per la concelebrata “Bistecca alla fiorentina” sa regalare in tavola piatti egualmente prelibati e gustosi con le sue parti cosiddette “povere”. Le due cene di degustazione di antiche ricette toscane a base di CARNE di CHIANINA IGP e di prodotti del territorio in abbinamento con vini

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pregiati, serviti dai sommelier della delegazione Valdichiana, si sono svolte sabato 26 maggio e sabato 2 giugno offrendo ai commensali un menù di pietanze che hanno fatto rievocare tempi ormai passati quando intorno al desco si riuniva la tipica famiglia patriarcale. Poteva allora costituire un privilegio cibarsi di trippa, di stinco di vitellone, di rognone… poiché le parti più nobili erano destinate ad altre mense; ma oggi, alla luce dei messaggi che le cene hanno voluto mandarci, potremmo noi considerarci i privilegiati nel riscoprire e gustare cose sostituite spesso da alimenti che soddisfano solo la nostra fretta di una vita convulsa e troppe volte compromessa da “mille impegni”. Ed ecco che, durante la cena di sabato 2 giugno, è stata consegnata dal Circolo di Ezio Marchi una Targa di riconoscimento a Bruno Gambacorta, giornalista RAI,

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Nuova applicazione per iPhone e iPad targata Massimo Bracci by FISAR

Un utilissimo strumento di informazione e consultazione per esperti e per semplici appassionati del vino È un utilissimo strumento di informazione e consultazione per i sommelier, gli esperti del settore e per semplici appassionati del vino sviluppata da sommelier Massimo Bracci. DOCG vi permetterà di avere aggiornati sul vostro iPhone o iPad tutte le DOC, DOCG e IGT d’Italia con specificato in forma sintetica il relativo disciplinare con vitigni e tipologie previste. Inoltre dei veri e propri articoli informativi, alcuni tratti dalla rivista Il Sommelier, House Organ della FISAR, completano l’informazione con notizie geografiche, storiche e tecniche. Massimo Bracci è un sommelier FISAR, docente qualificato nei corsi e storico collaboratore della rivista Il Sommelier dove, insieme a Luca Iacopini, tratta in ogni numero tematiche legate alle DOC e alle DOCG. A scadenza periodica il database è continuamente aggiornato con tutte le novità e modifiche inerenti ai disciplinari. Un potente motore di ricerca vi permetterà inoltre di ottenere tantissime interessanti informazioni incrociando parametri come: vitigno, regione, tipologia, anno, nome e molto altro. Previsto a breve l’inserimento delle cartine enologiche per ogni regione. Il programma è disponibile su AppleStore a 0,79€euro.

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PER L’IMPEGNO NELLA VALORIZZAZIONE DEI PRODOTTI TIPICI Chianina compresa. Anzi 2 piatti della serata: Tagliatelle del vignaiuolo e Stinco di vitellone sono stati riproposti la mattina della domenica per il programma EAT PARADE del TG2 RAI presso il ristorante Betulia dagli chef dell’Associazione Cuochi Senesi. Il Presidente Nazionale FISAR: Nicola Masiello ne ha curato l’abbinamento con il vino. (www.TG2.RAI.IT - Eat Parade del 15-06-2012). Non sono inoltre mancati, all’interno della manifestazione, momenti di particolare interesse storico, culturale, folkloristico, sportivo che hanno trovato nella ricostruzione del – Matrimonio contadino – il fulcro della festa. Nella settimana intercorsa tra il 27 maggio e l’1 Giugno nulla comunque si è fermato ed all’interno della struttura, allestita per l’occasione, si sono succedute ogni giorno attività di Associazioni o di privati che hanno impegnato piacevolmente chi si è lasciato sedurre da un incontro con l’AICOO, da un Convegno per “Il rilancio e la valorizzazione della razza chianina in Toscana”,

da una Degustazione guidata sui “VOLTI DEL PROSECCO”. È intervenuta in rappresentanza del Consorzio del Prosecco la giornalista Albina Podda che ha illustrato ai pre senti questo prodotto così ricercato nel mercato di questi tempi e la sua evoluzione nei gusti dell’utente. Giovedi 31 maggio, infatti, la Delegazione FISAR Valdichiana in collaborazione con il Consorzio del Prosecco DOC, la CNA Sezione alimentare di Siena e con Carni LEM Bologna, ha messo in degustazione 4 tipologie di Prosecco abbinato a prodotti tipici e di eccellenza che sono stati elaborati e preparati dallo chef della Delegazione, Laurini Marcello. È stato un momento importante per capire la filosofia di produzione e soprattutto per degustare con classe questi prodotti di cui ancora una volta Masiello Nicola ne ha illustrato le caratteristiche organolettiche. Il secondo evento, a cui la Delegazione ha dato vita, sono state le degustazioni libere di vini prodotti nei comprensivi vitivinicoli che si affacciano sulla Valdichiana e offerti dai Consorzi di tutela dl vino: Nobile, Brunello, Doc Cortona, Vini Aretini, Orcia. Il 3 Giugno le luci si sono spente sul “Gigante Bianco” ma non certo l’eco della Manifestazione che ci dà appuntamento al Prossimo anno e ci dice: ARRIVEDERCI!

Foto di Pietro Cinotti

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diVinando 2012

Eliminatorie 16 Settembre 2012 - Finali Venezia 13 Ottobre 2012

FEDERAZIONE ITALIANA SOMMELIER A L B E R G A T O R I

RISTORATORI


Barbera d’Asti D.O.C.G. Un sorso di storia

di Silvana Delfuoco

Un video dedicato al mondo della Barbera d’Asti per parlare di un territorio e della sua gente.

“Un sorso di storia” arte dalla vendemmia e dai lavori in vigna e in cantina, per arrivare al vino che si versa nel bicchiere. Nell’osteria

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di una volta, quando gli animi si accaloravano durante interminabili partite a carte; sul tavolo di casa, per condividere una bella serata con gli amici di sempre; in un momento di relax dopo una giornata di lavoro, all’ora dell’aperitivo. Tre tipologie di vino certamente diverse, che rimandano a differenti tecniche enologiche, ma dietro le quali c’è sempre lo stesso prodotto: la Barbera d’Asti. Tutto questo compare nel video istituzionale “Un sorso di storia”, voluto a scopo informativo sulla storia e sull’evoluzione produttiva e qualitativa della Barbera d’Asti dal Consorzio Tutela Vini d’Asti e del Monferrato. Tutto questo, ma anche qualcosa in più. Basta infatti lasciarsi catturare dalla suggestione delle immagini di un territorio dove il lavoro dell’uomo ha disegnato un paesaggio unico al mondo, ora candidato insieme con Langhe e Roero a divenire ben presto Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, per dimenticare che stiamo assistendo soltanto a un cortometraggio promozionale. Il merito certamente va anche al giovane regista Simone Gandolfo, che al suo attivo ha già un denso

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curriculum sia di spettacoli scritti e diretti in prima persona, sia di partecipazioni in qualità di attore a numerosi film e fiction televisive. Il Consorzio Dalla sua nascita, nell’ormai lontano 1946, a oggi il Consorzio Tutela Vini d’Asti e del Monferrato ha visto crescere sempre di più i suoi associati, fino ad attestarsi, secondo gli ultimi dati, a circa 170 tra cantine sociali, aziende agricole, vitivinicole, imbottigliatori. Attualmente il Consorzio tutela la maggior parte delle denominazioni del territorio astigiano e alessandrino: undici vini, tra D.O.C.G. e D.O.C. Risale infatti al 2008 l’assegnazione della D.O.C.G. alla Barbera d’Asti e alla Barbera del Monferrato Superiore e dalla vendemmia del 2010 al Ruchè di Castagnole Monferrato. Gli altri vini D.O.C. tutelati sono la Barbera del Monferrato, la Freisa d’Asti, il Dolcetto d’Asti, l’Albugnano, il Cortese dell’Alto Monferrato, la Mailvasia di Castelnuovo Don Bosco, il Loazzolo e il Piemonte. Forte è l’impegno con cui, attraverso iniziative di marketing e varie attività di ricerca, si sta curando la promozione dell’immagine dei vini della zona in Italia e nel mondo. “Siamo orgogliosi di essere qui oggi- ha dichiarato lo scorso 15 maggio il Presidente del Consorzio Lorenzo Giordano, in apertura della conferenza stampa di presentazione del video istituzionaleper un progetto che nasce con il preciso intento di valorizzare uno dei prodotti più rappresentativi del nostro territorio, la Barbera d’Asti, considerata oggi a pieno titolo tra i più importanti vini rossi italiani”. La Barbera d’Asti D.O.C.G. Vino legato alle antiche tradizioni contadine, la Barbera d’Asti oggi è in grado di rispondere anche a esigenze e gusti diversi. Nella versione

Stefano Coscia, Direttore Agenzia Eurelab; Lorenzo Giordano, Presidente Consorzio e Patrizia Barreri, Direttrice Consorzio

Superiore, per esempio, è affinata in cantina per un minimo di quattordici mesi, sei dei quali in botti di legno; ne deriva un vino molto longevo, che può essere apprezzato anche dopo molti anni di permanenza in bottiglia. Si tratta quindi di un prodotto in continua evoluzione, che grazie anche alle nuove conoscenze in campo viticolo ed enologico è destinato a crescere negli anni in qualità e numeri. Infatti, mentre il 60% delle vendite continua a localizzarsi in Italia, il 40% circa viene commercializzato all’estero, soprattutto in Germania per il 19%, ma anche negli Stati Uniti, in Danimarca, in Canada e in Gran Bretagna. Davvero un lungo percorso per questo vitigno, forte e tenace come la sua gente. E ancora tutta in salita è la strada da percorrere per arrivare lontano, così come da lontano è partito, se è vero che proprio alla Barbera si riferivano gli antichi estensori di un contratto d’affitto del 1200, impegnandosi a piantare in un terreno del Casalese de bonis vitibus berbexinis...

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di Gladys Torres Urday - fonte Slow Food

Salone del Gusto e Terra Madre 2012

I cibi che cambiano il mondo a Torino dal 25 al 29 ottobre.

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uest’anno, per la prima volta, il Salone del Gusto e Terra Madre sono una cosa sola: un unico grande evento, completamente aperto al pubblico, che si svolge dal 25 al 29 ottobre 2012 a Torino (Lingotto Fiere e Oval), organizzato da Slow Food, Regione Piemonte e Città di Torino, in collaborazione con Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Con l’edizione 2012, le due manifestazioni completano un percorso tracciato sin dal 2004 l’anno in cui è nata Terra Madre, la rete mondiale tra le comunità del cibo - e, insieme, raccontano la straordinaria diversità agroalimentare di ogni continente, dando voce a chi coltiva, alleva e trasforma i suoi prodotti. Cibi che cambiano il mondo è il tema che sintetizza il Salone del Gusto e Terra Madre 2012. Le storie di chef, artigiani e comunità del cibo di 150 Paesi testimoniano come si possa rivoluzionare il paradigma che regola questo mondo in crisi a partire dal cibo, dimostrando che possiamo fare qualcosa di buono per la nostra salute, l’ambiente e il sistema produttivo senza

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rinunciare al piacere del cibo e alla convivialità. Come immagine di questa edizione abbiamo scelto un alimento simbolo del cambiamento: la mela di Newton. Per noi è anche un invito a usare la testa nelle nostre scelte alimentari. Sono molte le esperienze che propone il ricco programma del Salone del Gusto e Terra Madre 2012, disponibile su www.slowfood.it: un grande Mercato che si snoda tra Lingotto Fiere e l’adiacente Oval, creando una felice unione tra espositori, Presìdi Slow Food e comunità del cibo; Laboratori del Gusto e Incontri con l’Autore per approfondire e assaggiare in compagnia di produttori, chef, vigneron, birrai ed esperti; Teatri del Gusto per osservare da vicino le mani dei cuochi all’opera nel creare i piatti simbolo dei loro ristoranti e coglierne i segreti; percorsi educativi per bambini e adulti; Conferenze per aprire il dibattito su come stili alimentari responsabili possano migliorare la nostra salute e quella del pianeta; un’Enoteca che valorizza territori di confine, aree montane, terroir estremi e vini che fermano l’avanzata del cemento; Appuntamenti a Tavola, per fare il giro del mondo restando in Piemonte. La grande novità di questa edizione è, quindi, che la rete delle comunità del cibo di Terra Madre si apre all’incontro con il pubblico arricchendo tutto il Salone del Gusto: in questo l’evento diventa davvero unico. Tutto ciò è possibile grazie al convinto supporto di realtà italiane che con la loro partecipazione sostengono attivamente questa idea del cibo come motore di cambiamento: Lurisia, Garofalo, Lavazza, Novamont, Intesa Sanpaolo sono sponsor ufficiali; Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT e Associazione delle Fondazioni delle Casse di Risparmio Piemontesi sostengono Fondazione Terra Madre e Slow Food; con il contributo di Coldiretti. La FISAR partecipa come partner tecnico con i propri sommelier.

Salone del Gusto e Terra Madre in numeri Siamo ormai giunti alla nona edizione del Salone Internazionale del Gusto, inaugurato nel 1996, e al quinto appuntamento torinese per le comunità del cibo di Terra Madre, il cui primo incontro si è tenuto nel 2004. Ma quest’anno in qualche modo si “riparte da uno”, visto che per la prima volta Salone del Gusto e Terra Madre si fondono in un evento unico. Ecco qualche numero relativo alla manifestazione del prossimo ottobre. Spazi Oltre 70 000 mq allestiti Mercato Oltre 1000 espositori da più di 100 Paesi tra cui 220 Presìdi Slow Food italiani 120 Presìdi Slow Food provenienti da altri 50 Paesi Oltre 400 comunità del cibo provenienti da più di 100 Paesi 6 Mercati della Terra internazionali (oltre ai rappresentanti della rete dei Mercati italiani): Tcherni Vit (Bulgaria), Mumbai (India), Tel Aviv (Israele), Beirut (Libano), Bucarest (Romania) e Foga (Turchia) Enoteca Oltre 1200 etichette Appuntamenti su prenotazione 125 Laboratori del Gusto 14 Teatri del Gusto 23 Appuntamenti a Tavola 10 Incontri con l’Autore 20 degustazioni nella Piazza della pizza Oltre 50 chef presenti tra Appuntamenti a Tavola e Teatri del Gusto Conferenze e attività didattiche 44 Conferenze 15 incontri nello spazio della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus 19 corsi Master of Food 28 appuntamenti con il Personal Shopper 8 attività educative e oltre 40 ore di giochi ed esperienze ludiche per famiglie e ragazzi 24 percorsi di educazione per le scuole

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Il Trentino e la sua magia del vino: Trento Doc

di Luca Iacopini e Massimo Bracci

Quando la natura sceglie un luogo e lo racconta dentro un bicchiere.

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l Trentino e l’Alto Adige sono rimasti per molto tempo all’ombra delle più famose zone vinicole d’Italia come la Toscana e il Piemonte. Il Trentino sino al 1918 faceva ancora parte del territorio austriaco. All’epoca il vitigno più coltivato e importante era la Schiava perché questa parte di territorio era la parte più meridionale dell’Austria, e le uve avevano un miglior contributo del sole e la produzione di questo vino era destinato solo alle mense austriache. Da tre generazioni questa terra è stata unita all’Italia cambiando abitudini, forse meno la mentalità, ma solo nell’ultimo ventennio ha raggiunto la fama e la notorietà che si meritano. Tutto

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questo grazie alla caparbietà dei produttori che hanno saputo cogliere nei propri territori la sintesi e l’essenza vincente per una produzione di vini di grande qualità e in particolar modo questo è accaduto con la sua doc Trento. Qui esiste un microclima quasi unico, pochissime zone vitivinicola al mondo possono usufruire di una simile varietà ambientale: alte vette, grandi pascoli, ampie vallate e terrazze baciate dal sole che accolgono vigneti e frutteti rigogliosi. Sono queste caratteristiche, unite alla tradizione e alla cultura di un popolo, che rendono questi vini con un carattere diverso e unico. Il Disciplinare del Trento doc è un po’ anomalo in

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quanto prevede la sola produzione di spumante con il metodo classico. E’ la prima in Italia e la seconda al mondo dopo lo Champagne. Questo rappresenta il primo serio tentativo a livello nazionale di tutelare una produzione come quella dello spumante secondo le rigorose procedure del metodo champenois. Dietro ogni grande prodotto c’è quasi sempre una grande intuizione. Più che “grande” nel caso di Trento doc possiamo azzardare il termine geniale. L’intuizione è quella di un giovane tecnico cantiniere trentino che nel 1902 viene folgorato da un’idea: quella di trasferire la tradizione francese nella sua terra dove la latitudine è più bassa ma i vitigni stanno più in alto. Quel ragazzo si chiama Giulio Ferrari, fresco del diploma conseguito alla Regia Scuola Agraria di San Michele all’Adige e di un’esperienza vitivinicola nello Champagne, decise di ritornare nella sua Trento e mettere in pratica i segreti carpiti ai francesi. Voleva creare uno spumante che esprimesse la cultura e la storia della sua terra ma soprattutto aveva capito che questo territorio sarebbe stato particolarmente adatto a questo scopo. Nel Trentino si produce ogni tipologia di vino: rosso, rosato, bianco, spumante, dolce e tutti di grande qualità e peculiarità territoriale. Possiamo ricordare il Teroldego Rotaliano, il Marzemino, il Pinot Nero, il Vin Santo (da non confondere con quello Toscano) ma quello dello spumante è forse la produzione che meglio riflette le grandi potenzialità di questo terroir. Giulio Ferrari cominciò con le prime piante di Chardonnay destinate proprio allo spumante, coinvolgendo nella sfida le famiglie dei contadini nelle vallate limitrofe a Trento e in particolare nella Valle dell’Adige. Per primo, proprio nel cuore della città, a pochi passi da Piazza Duomo, diede il via alla sua produzione, piccola, ma di elevata qualità. Da quel nucleo produttivo nacque la prima azienda di spumante trentina presto seguita da altre cantine fino ad arrivare a 40 aziende e circa 90 etichette che hanno puntato con forza su questo settore ottenendo prodotti di altissima qualità fino al riconoscimento della denominazione avvenuta nel 1993 con l’ultima modifica nel

2002. La denominazione di origine controllata Trento è riservata al vino spumante bianco e al vino spumante rosato ottenuto con il metodo della rifermentazione in bottiglia. Devono essere ottenuti dalle uve come lo Chardonnay (principalmente) e/o Pinot bianco e/o Pinot nero e/o Meunier e la zona di produzione è solo in alcuni comuni della provincia di Trento. I vini spumanti devono permanere per almeno quindici mesi sui lieviti di fermentazione. Tale periodo decorre dalla data di imbottigliamento e comunque non prima del 1° gennaio successivo alla raccolta delle uve. I vini che abbiano trascorso un periodo di almeno ventiquattro mesi di permanenza sui lieviti possono riportare in etichetta l’annata di produzione delle uve. Vi è anche una tipologia in cui è previsto un periodo di almeno trentasei mesi di permanenza sui lieviti e in questo caso può fregiarsi della qualificazione riserva; in tal caso è obbligatorio riportare nell’etichettatura l’annata di produzione delle uve. Sulle etichette complementari, che non riportano l’annata di vendemmia, è obbligatorio indicare l’annata di sboccatura. Soffermiamoci un attimo su quest’ultima indicazione che per uno spumante di qualità o champagne è un indice di grande serietà da parte del produttore nei riguardi del consumatore finale. Il rapporto tra ossigeno e la fase di sboccatura sono strettamente legati. E’ da questa fase che una piccola quantità di ossigeno entra all’interno della bottiglia e darà inizio a una lenta ma inevitabile ossidazione, condizione che di fatto porta alla maturazione e all’ulteriore sviluppo organolettico del vino. Quindi da questo momento in poi il vino comincia il suo invecchiamento e perde le caratteristiche di freschezza. Questo significa che quando ci troviamo davanti ad una bottiglia di Champagne o di Spumante realizzato con il metodo classico, dobbiamo consumarla e non conservarla perché ogni giorno che passa quel vino perde qualcosa e non acquista nulla. Se per caso siete rimasti affascinati dai films

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di James Bond (1963) quando ordina Dom Perignon del ‘58, sappiate che questo è possibile; si tratta di un vino millesimato del ’58, cioè non di una cuveè, lasciato invecchiare per anni e anni sui propri lieviti orizzontalmente nella bottiglia ma sboccato e ritappato pochi mesi prima di essere bevuto. Infatti, una volta ritappata con il caratteristico tappo a fungo, è bene che la bottiglia riposi qualche mese per permettere al Liqueur d’expedision di amalgamarsi con il vino dopo di che dev’essere bevuta il prima possibile. Ecco spiegato perché alcuni produttori più seri mettono in contro etichetta la data della sboccatura, ma sono pochi e capite che questo è un indice di serietà ma può avere il rovescio della medaglia di essere anche contro producente per il produttore. Il Trento doc si presenta con un colore giallo paglierino, più intenso nella riserva. Il perlage è fitto, preciso e persistente. Al naso si presentano dei profumi delicati e eleganti, freschi e fruttati con

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sentori di lievito e pane, negli spumanti più maturi si possono sentire i fiori sino ad arrivare alle tostature. In bocca secco, fresco, molte volte con un buon corpo, equilibrato nel bilanciamento dolce/acidulo. Sapido, con sentori fini di erba e fiori molte volte persistenti ma mai stucchevoli. Questo vino che può benissimo accompagnare tutto il pasto abbinandosi a tantissime pietanze della cucina mediterranea e a quella regionale. Pregevole come aperitivo, ottimo su antipasti e piatti delicati a base di pesce, riso e pasta alle verdure; nel tipo riserva può essere fatto anche con formaggi e carni. E nella versione demi-sec con le torte di frutta o con dolci poco carichi di zucchero. Consigliamo di bere questi vini in bicchieri ampli con temperatura di servizio 6-8°. Possiamo confermare che questo angolo di paradiso realizza ottimi vini portatori di storia e cultura, muti testimoni della memoria dei luoghi da cui provengono. Con un carattere che li rende diversi e unici, capaci di raccontare una storia dall’interno di un bicchiere.

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Organo Ufficiale della FISAR

Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori


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La Fisar di Caserta incontra l’attrice Barbara De Rossi

intenzione della Fisar delegazione di Caserta di promuovere la cultura del vino e del bere sano e di qualità, continua a concretizzarsi con la partecipazione ad eventi culturali e artistici di cui la città di Caserta con le sue province diventano palcoscenico ideale. In particolare nella giornata di venerdì 18 maggio, presso la libreria Guida sita in Via Caduti sul Lavoro, nel centro di Caserta, la Fisar delegazione di Caserta ha avuto il piacere di partecipare alla presentazione di un libro di poesie dal titolo “Il digiuno degli amanti”, autore Anthony Manfredonia. La presentazione del libro è stata in-

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tervallata da momenti dedicati alla musica con il Maestro Agostino Santoro e con una degustazione di vini, sponsorizzata dall’Enoteca Il Torchio dei fratelli Giannini, e guidata dal delegato Fisar di Caserta Mariano Penza e dalla sommelier Michela Barchetti. Ospite d’eccezione dell’evento, l’attrice Barbara De Rossi che, in tutta la sua bellezza ma allo stesso tempo semplicità, ha presenziato per tutta la serata e che si è mostrata molto attenta alla degustazione. Il delegato Mariano Penza oltre ad illustrare tutte le attività della Fisar a Caserta e provincia, dai corsi di sommelier all’organizzazione di eventi per la tutela e

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valorizzazione del patrimonio enologico di Terra di Lavoro, ha omaggiato Barbara De Rossi di una copia della rivista Il Sommelier, “strappandole” la promessa di partecipare da “madrina” ad una prossima iniziativa Fisar. L’attrice si è complimentata con lo staff organizzativo dell’evento ed in particolare con la Fisar di Caserta per l’eleganza e la professionalità dimostrata durante la serata e ha voluto brindare insieme al delegato e alla sommelier come buon auspicio per i suoi prossimi impegni lavorativi. Notizia inviata da Mariano Penza della Delegazione di Salerno


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Golfitaliano Cup 2012 con la FISAR

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omenica 27 maggio è partita dal Golf Cervia la Golfitaliano Cup 2012, circuito nazionale con finale diretta in Egitto nella splendida località di Soma Bay sul Mar Rosso e che farà tappa nei più importanti circoli di golf italiani. Vanno in finale Alessandra D’Ettore nella prima categoria con 38 Punti e Enrico Mandelli nella seconda Categoria con 41 punti. Sono stati premiati anche Fabio Di Pietro vincitore del lordo, Stefano Bondi e Luciano Minghetti nella prima cat. Helga Sanderson ed Enrico Tiozzi nella seconda. È stato un grande successo soprattutto per i partner della Cup con la Delegazione dei Castelli di Iesi che ha messo a disposizione i propri sommelier per la degustazione dei vini delle

Aziende CELLI e ARIOLA. Presente anche lo scooter a tre ruote di QUADRO in attesa del 4 Ruote che sarà presentato sicuramente in anteprima in una delle prossime tappe della Golfitaliano Cup. La competizione, giunta alla sua settima edizione, si presenta come una realtà affermata e prestigiosa seguita da oltre 3000 golfisti che cercheranno di aggiudicarsi la finale estera diretta e quindi volare verso l’Egitto la prima settimana di Novembre. Golfitaliano Cup offre ai golfisti l’occasione di godersi una straordinaria giornata di sport ponendo attenzione ai particolari, mettendo in prima fila i propri sponsor che si presenteranno al mondo del golf attraverso importanti gadget e offerte dedicate ai parteci-

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panti. Queste le prossime gare: 03/06 Golf Garlenda (SV)-10/06 Golf Cà degli Ulivi (VR)-16/06 Golf Argentario (GR)-17/06 Golf Toscana(GR)-23.06 Golf Pavoniere (PO)-01/07 Golf Olgiata(RM)-08/07 Golf Verona (VR)15/07 Golf Colline del Gavi (AL)22/07 Golf Conero(AN)-19/08 Golf Is Arenas(OR) 23.08 Pevero Golf Finale Soma Bay (Egitto) dal 28/10 al 04/11. A seguire il circuito ci saranno anche per il 2012 importanti sponsor, dalle storiche aziende che da anni legano la loro immagine alla competizione fino ai nuovi brand che hanno deciso di seguire il percorso della Golfitaliano Cup. Notizia inviata dall’Ufficio stampa Golfitaliano

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amiglia La Fisar di Padova protagonista al IX CANDIANA VINUM

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el fine settimana del 4-5-6 maggio a Candiana (PD) si è svolta la nona edizione della rassegna “Vini dello Stradon del Vin Friularo e delle migliori Aziende Vinicole del Veneto”, evento ormai immancabile nella “Bassa Padovana”, che ha il riconoscimento oltre del Comune di Candiana, anche della Provincia di Padova e della Regione Veneto. Come nel 2011, anche quest’anno i Sommelier FISAR Andrea Zanardo e Paolo Cosentino della Delegazione di Padova (nella foto), sono stati protagonisti la sera del 4 maggio partecipando alle pre-selezioni nell’ambito di tre commissioni composte da Sommelier FISAR, AIS e ONAV,

per designare i migliori vini in gara. I Sommelier FISAR di Padova hanno poi partecipato e curato il servizio nei due eventi legati alla rassegna dei vini presso le Cantine Renier di Pontecasale, sabato 5 nell’ambito della mostra di pittura contemporanea di famosi artisti veneti denominata “Artistico di Vino” e domenica 6 nel pranzo in onore del Circolo Patavino Auto Storiche, che ha fatto bella mostra di auto storiche anni ‘50-’60 nel cortile della barchessa del ristorante, gremito di tantissimi spettatori prima della proclamazione dei vincitori della rassegna. In abbinamento ai piatti nel menù di gala, la Sommelier Oksana Kolyuzheva ha dato risalto ai vini del territorio prevedendo i vini dell’Azienda “Conselve Vigneti e Cantine”, tra cui il pluripremiato Prosecco DOC extra dry Ambasciatore con gli antipasti e per le successive portate i vini DOC Corti Benedettine del Padovano, con i primi lo Chardonnay 2010, con i secondi il Merlot 2010 e il più volte premiato Raboso 2009. L’appuntamento è per il 2013, dove la rassegna raggiungerà l’ambizioso traguardo dei 10 anni ed in merito gli organizzatori stanno già studiando delle iniziative ex novo che impreziosiranno ulteriormente la manifestazione. Notizia inviata da Emanuele Cenghiaro della Delegazione di Padova

A Lucca si confrontano i Nebbiolo

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d aprile la delegazione di Lucca-Garfagnana ha presentato presso la sala congressi dell’hotel “Hambros “, una serata speciale di conoscenza e di degustazione del vitigno nebbiolo dal titolo “Tanti nomi per un solo vitigno: il nebbiolo”. La presentazione è stata curata dal delegato Piero Giampaoli e la degustazione è stata guidata da Marsanich Katia, sommelier della delegazione Lucca-Garfagnana, la quale ha esposto tutte le caratteristiche del nebbiolo, la sua storia, la sua diffusione nelle diverse regioni e il suo impiego nella produzione di grandi

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vini. Cinque le aziende interessate: Caves cooperatives de Donnas-Vallée d’Aoste Donnas DOC 2007; Cascina Roccalini-Barbaresco DOCG 2007; Travaglini-Gattinara DOCG 2006; Nino Negri Mazér-Valtellina Superiore DOCG 2006; G.D.Vajra Albe-Barolo DOCG 2004. Il nebbiolo, un’uva piuttosto bizzarra ed esigente in termini di condizioni ambientali e climatiche, giunge a maturazione molto tardi e precisamente nella prima metà del mese di ottobre ed è chiamata la regina delle uve nere; con le sue 3 varietà clonali, lampia, michet e rosé, e con il suo acino scuro

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appannato di abbondante pruina, ha una buona capacità di adattamento ai vari tipi di suolo da quelli calcarei, a quelli tufacei, sino a quelli ricchi di marne e le sue uve sprigionano aromi e sapori molto intensi. Questo vitigno produce un’uva adatta ad essere vinificata in purezza, dando origine a vini di ottima qualità mantenendo un perfetto equilibrio tra acidità, tannini, colore, corpo aromi e alcolicità. A secondo della zona dove viene coltivato il nebbiolo assume nomi caratteristici diversi: nel nord del Piemonte e precisamente a Carema e nella Valle d’Aosta è detto picutener o picotendro, mentre più a est, nelle terre di Gattinara e Ghemme, viene chiamato spanna; in Valtellina, nella Lombardia, viene chiamato chiavennasca. I vini prodotti con questo vitigno sono diversi: Barolo DOCG, prodotto con nebbiolo in purezza nasce dalle Langhe in Piemonte, poco distante da Alba, nel territorio di 11 comuni in zona collinare; Barbaresco DOCG, ottenuto sempre da nebbiolo in purezza, viene prodotto interamente nei comuni di Barbaresco, Treiso e Neive in provincia di Cuneo e parte del comune di Alba; Gattinata DOCG, coltivato nell’omonimo comune at-

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torno alle pendici delle prealpi vercellesi è prodotto in prevalenza con uva nebbiolo minimo 90%, al quale possono concorrere per un massimo del 10% anche uva Vespolina e Bonarda di Gattinara; Valtellina Sup. DOCG, prodotto in Valtellina, nella regione Lombardia, terra di montagna impervia e difficoltosa con uva nebbiolo per almeno il 90%; Valle d’Aosta DOC, prodotto ampiamente nella bassa val d’Aosta, dove costituisce la base per la produzione dei Doc di zona Arnad-Montjovet nella misura del 70% ed il Doc Donnas con l’85%. La presentazione del vitigno è stata molto interessante mentre la degustazione è stata ricca di emozioni sia per l’olfatto che per il gusto. Le numerose persone intervenute hanno ringraziato la delegazione di Lucca-Garfagnana per la simpatia e l’ospitalità offerta dalla perfetta organizzazione dei sommelier Paoletti Stefania, Pieroni David, Michelini Pierluigi, Toschi Roberto che hanno prestato servizio e la bravura e la preparazione del relatore. Notizia inviata da Toschi Roberto della Delegazione Lucca-Garfagnana

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A Monteriggioni le selezioni Italia Centro per il Concorso Sommelier dell’anno

i sono tenute ad Abbadia Isola, piccolo gioiello medievale sito nel Comune di Monteriggioni (Siena), le selezioni per la zona del Centro Italia del concorso Miglior Sommelier Fisar 2012. All’interno di uno dei saloni appena restaurati della duecentesca abbazia senese, alla presenza della Commissione presieduta dal Silvio dalla Torre e composta da Gianpaolo Zuliani, Fabio Baroncini, Franco Rossi e dal membro esterno Lazzaro Cimadoro, Chef del ristorante “Casalta” di Strove (Monteriggioni), si sono affrontati i 5 candidati di 4 delegazioni Toscane: Chiara Tosi e Dario Filidei per la Delegazione di Livorno, Daniel Rosa per la Delegazione Versilia, Simone Bartole della Delegazione di Pistoia e Filippo Franchini della

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Delegazione ospitante Valdelsa. I 5 sommelier si sono dovuti cimentare prima in un test scritto, successivamente in una degustazione con prova di apertura di una bottiglia coperta e infine nella prova di servizio con presentazione del vino alla sala. Il vincitore della selezione è risultato il candidato della Valdelsa Filippo Franchini che si è aggiudicato la finale di Venezia nel prossimo ottobre; insieme a Franchini andranno anche il sommelier di Pistoia Simone Barotole e quello della Versilia Daniel Rosa. La selezione era inserita in seno alla manifestazione “C’ero anch’io ad Abbadia Isola 2012”, una festa ormai ultradecennale, organizzata da varie Associazioni locali tra cui la Delegazione Fisar Valdelsa, che ha il solo scopo di raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro devolvendo l’intero ricavato delle iniziative all’AIRC. La Delegazione Valdelsa ha organizzato per l’occasione un’area degustazioni in cui si potevano assaggiare vini di ben 32 aziende della Provincia di Siena che, con molta sensibilità e generosità, hanno donato alla delegazione più di 70 etichette dei loro preziosi prodotti. Oltre agli ottimi vini era possibile degustare gli eccellenti salumi e i formaggi di alcuni produttori locali donati alla Fisar per l’importante occasione.” Notizia inviata da Filippo Franchin della Delegazione di Siena e Valdelsa

A Pollenzo “Il pensiero di Veronelli tra passato e futuro”

ontinua la partnership tra Slow Food e FISAR nella splendida cornice di Pollenzo presso L’Università di Scienze Gastronomiche dove insieme alla Famiglia Veronelli, la Banca del Vino, il ristorante Guido, l’Albergo dell’Agenzia e l’Associazione Volontari per il diritto allo studio all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, si è svolta nella giornata di giovedì 24 maggio 2012 la giornata in memoria di Luigi “Gino” Veronelli. La giornata si è aperta con l’incontro nell’aula Magna dell’Università di Scienze Gastronomiche sul tema “Il pensiero di Veronelli tra passato e futuro”dove sono intervenuti in qualità di relatori Carlo Petrini, Daniele Cernilli, Cesare

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Pillon e Nichi Stefi. A moderare l’incontro il prof. Nicola Perullo, Università degli Studi di Scienze Gastronomiche e Gian Arturo Rota, custode dell’archivio Veronelli. Emozionante a seconda parte della giornata, dove nella sala rossa dell’Agenzia di Pollenzo, si è svolta la degustazione de “Le bottiglie di Gino”. Otto grandi vini della sua cantina privata, quattro Barbaresco e altrettanti Barolo, raccontati dai produttori presenti e dai protagonisti del convegno. Il servizio è stato affidato ai sommelier della Delegazione di Torino, capitanati dal Responsabile dei servizi Vincenzo

Fragomeni con Fiorenza Cambiaghi, Pasquale Colloca e Giuseppe Santo. La degustazione è iniziata con i Barbaresco, seguita dall’intervento dei produttore; a seguire la degustazione dei 4 Barolo. Elenco dei vini in degustazione: BARBARESCO 1967, Gaja 1970 Riserva, Produttori del Barbaresco 1971 Riserva Santo Stefano, Castello di Neive 1978 Santo Stefano Riserva Speciale, Bruno Giacosa

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BAROLO s.a., Giacomo Conterno 1970 Monprivato, Mascarello Giuseppe e figlio 1974 Brunate Riserva Selezionata, Rinaldi Giuseppe 1978 Bricco Bussia Vigna Cicala, Aldo Conterno Il Barolo di Giacomo Conterno indicato inizialmente senza anno a causa della mancanza di una parte di etichetta è catalogato per le sue qualità organolettiche da produttore con un probabile 1964. Notizia inviata da Fiorenza Cambiaghi della Delegazione di Torino

Fisar di Caserta per Cooking for Wine 2012

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al 20 al 22 maggio 2012 si è tenuta, presso il Reale Yacht Club Canottieri Savoia a Napoli, l’ottava edizione della manifestazione Cooking for Wine, kermesse ideata e organizzata dal giornalista gastronomo Luigi Cremona e da Witaly. Nello splendido scenario del porticciolo di Santa Lucia davanti a Castel dell’Ovo nei tre giorni particolare attenzione è stata dedicata al Premio Miglior Chef Emergente Sud Italia, che ha visto “sfidarsi” i più bravi giovani chef di Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e Calabria. Per l’occasione il servizio di sommelier è stato curato dalla Fisar che, come sempre, ha dimostrato tutta la sua professionalità, grazie alla bravura dei sommelier coinvolti che, non senza difficoltà logistica e climatica (la kermesse si è svolta all’aperto e a volte ci si è imbattuti nella pioggia), si sono fatti trovare sempre pronti e impeccabili. Continuando la tradizione iniziata da Carlo Iacone, anche quest’anno la Fisar delegazione di Caserta era presente, attraverso il neo delegato Mariano Penza, nella commissione che ha poi decretato quale fosse il vincitore tra gli chef emergenti. Particolare attenzione è stata mostrata nella prima giornata quando si sono esibiti in tutta la loro bravura, gli chef della Campania da cui è emerso vincitore colui che in seguito è riuscito a “battere” anche gli esponenti delle altre regioni e cioè il napoletano Andrea Napolitano. Con orgoglio la delegazione di Caserta sottolinea però il premio non meno importante che ha riscosso un altro par-

tecipante in gara e cioè Giulio De Biasio, casertano doc, che con il piatto Capretto cotto e crudo con salsa alla menta e schiuma di latte, semplice ma allo stesso tempo ben ideato e preparato, ha vinto come Miglior Ricetta Tradizionale. Tante soddisfazioni quindi per la Fisar delegazione di Caserta che continua a costruirsi, grazie ad uno staff ben organizzato e professionale, un ruolo importante per la promozione e la riscoperta del “tesoro” enogastronomico di Caserta e provincia. Notizia inviata da Mariano Penza della Delegazione di Caserta

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amiglia Consegna dei “Tulipani” per la festa del Sommelier a Pisa

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na giornata veramente piacevole per i Sommelier pisani che hanno trascorso la loro festa tra il verde delle colline faugliesi. La visita all'azienda agricola Gli Archi è iniziata con una passeggiata tra i vigneti , per continuare con la scoperta della cantina dove le degustazioni si succedevano alle spiegazioni sulle vinificazioni delle varie tipologie e a dotte disquisizioni sugli aromi, profumi e sapori. Il pomeriggio si è concluso con la cena presso il vicino agriturismo Meazzini. La cucina della titolare, Angela Chiarello, coadiuvata dalla cognata Patrizia Giorni, esprime nelle portate tutta la toscanità terragna tipica dei luoghi esaltando i sapori dei prodotti del proprio orto nel rispetto dell'elaborazione culinaria tradizionale nei modi e nei metodi, senza peccare di originalità e fantasia nei decori floreali sull'impiattatura delle vivande. Il percorso gastronomico, illustrato in maniera precisa dall'organizzatore della serata Luca Barsanti, è iniziato con bruschette varie e torta salata a cui hanno fatto seguito lasagne all'ortolana con cuori di carciofo e pinoli. Il secondo consisteva in coniglio nostrano ripieno che ha esaltato i palati in un tripudio di sapori genuini e profumi di erbe aromatiche, aromi antichi, ormai quasi persi. Ottimi pure i formaggi di

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Volterra, produzione strettamente da latte locale, a conferma della bontà casearia di queste zone, popolate da numerosi greggi di ovini. Indimenticabile il dessert finale composto da una crema di ricotta eccezionale per bontà e freschezza, con salsa di fragole. Tutti i vini dell'Azienda Gli Archi sono stati abbinati nell'ordine: La Merla Toscana, Solerte Toscana, Serchiaio Docg e Terre Fonde Toscana. Prima del caffè, il delegato Mariacristina Messina ha ringraziato tutti i Sommelier della delegazione per la professionalità e l'attaccamento che hanno dimostrato durante tutto l'anno alla divisa ed

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alla Fisar, distinguendosi sempre per l'alto contributo offerto specialmente nelle manifestazioni di beneficienza. Al termine la responsabile dei Sommelier Liana Benini ha premiato, tra scroscianti applausi, Patrizia Donati, Tiziana Dué, Gerardo Lena e Alessandro Marrucci con il Tulipano d'argento per aver effettuato 25 servizi e Andrea Somigli con il tulipano d'oro per averne effettuati 50.

Notizia inviata da Tiziano Taccola della Delegazione di Pisa e Litorale


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La Delegazione di Venezia festeggia Balan 50 anni: tanti o pochi? Per una persona significa aver raggiunto e superato, mediamente, la metà della propria vita. Per un’azienda vuol dire essere, se non neonata, all’inizio della giovinezza. L’azienda Balan quest’anno compie per l’appunto 50 anni. Al termine del Balan Wineday tenutosi lunedì 4 giugno, dalle 10.00 alle 19.00, presso Villa Braida a Mogliano Veneto (TV), che ha visto presentati 250 vini di 80 produttori diversi e 20 distillati, con rappresentate 11 regioni italiane, 7 francesi e 5 diverse nazioni, 115 denominazioni e 86 vini italiani prodotti con uve autoctone, i titolari, Fabio e Daniele Balan hanno voluto festeggiare il compleanno offrendo una cena ai rappresentanti delle aziende che avevano partecipato alla manifestazione. La cena si è svolta presso la sede di Balan a S. Ambrogio di Trebaseleghe. Presenti circa 180 invitati, per l’occasione erano stati chiamati quelli che, con un termine oggi inflazionato, ma nello specifico pienamente calzante, rappresentano le eccellenze della ristorazione veneta e non solo: Lionello Cera - Antica Osteria Cera, Massimiliano Alajmo - Ristorante Le Calandre, Alessandro Breda - Ristorante Gellius, Riccardo Pistolato - Ristorante Perbacco, Luca Cantarin - Pasticceria Marisa. Alla Delegazione di Venezia è stato affidato il servizio di sommellerie, la brigata era composta da: Lorenzo De Rossi (Delegato), Franco Jurassich (Responsabile servizi) Adriano Salvalaio, Giovanni Marazzi e da chi vi scrive, Lucio Chiaranda. Ciascuno degli chef aveva curato una delle portate che componevano il menù: per gli antipasti: scampi crudi all’olio e limone, tartare di tonno con salsa di senape, ostrica pappilon selvaggia n°5, spaghettino freddo con mazzancolla-trigliacalamaro-salsa di pistacchi, alice... mediterranea, sgombro

all’olio con pinoli all’acqua, “Cicheto” fritto - Cera, battuta arrotolata di vacchetta piemontese con tartufi di mare, crostacei e caviale - Alajmo, cannelloni di merluzzo e mozzarella, pane al limone e crema di piselli affumicati - Breda, scaloppa di foie gras, cappesante grigliate e tartufo nero estivo - Pistolato, Go’ dimi, “Sa di tappo” con pera al Vecchio Grion’s, assortimento di macaron – Cantarin. Ai piatti sono stati abbinati vini scelti all’interno della vasta gamma dei prodotti distribuiti dall’azienda, erano presenti tutti i rispettivi produttori. Nello specifico: Prosecco Spumante Balan, Champagne Vertus Premier Cru Pascal Doquet 2002, Champagne Millésimé Thiénot 2002 per gli antipasti, Champagne Grande Cuvée Garance Thiénot 2002 per l’entrée, Riesling Spätlese Schloss Johannisberger 1992 per il primo piatto, Brunello di Montalcino Tenuta il Poggione1982 per il secondo piatto, Passito di Pantelleria Abraxas 2002 per il dessert, Bas Armagnac Labatut de Haut 1962 per la pasticceria. La scelta delle annate non è stata casuale, tutte, come si può vedere, con la cifra finale ‘2’ quale omaggio al 1962, anno di fondazione. La serata, presenti anche il Presidente della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, Paolo Russo, il Presidente del Consiglio Regionale Veneto, Clodovaldo Ruffato ed i sindaci di Trebaseleghe, Lorenzo Zanon e Mogliano Veneto, Giovanni Azzolini, si è svolta in modo sobrio ed elegante ma nel contempo informale, come nello stile della casa. Al termine i fuochi pirotecnici hanno salutato i presenti. Notizia inviata da Lucio Chiaranda Delegazione Venezia Città

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Assemblea Nazionale

Elettiva2012

La Segreteria comunica - di Mario Del Debbio

Venezia-Mestre 13-14 ottobre

Il 13 e 14 ottobre Venezia e Mestre ospitano l’Assemblea Nazionale Elettiva della FISAR Una cornice d'eccezione per il più importante degli appuntamenti della nostra associazione: il rinnovo delle cariche del Consiglio Nazionale. Una location prestigiosa per un programma intenso e suggestivo L’assemblea con la presentazione dei candidati ed i seggi dove i soci fisariani si recheranno a votare si terrà nel prestigioso LAGUNA PALACE HOTEL**** di Mestre, una struttura di avveniristica architettura che è anche una incredibile porta di accesso a Venezia. Sebbene ubicato sulla terra ferma di Mestre, il Laguna Palace è costruito sulla laguna esprimendo così tutto il fascino della città veneziana. Vero fiore all’occhiello di questo Hotel è la Darsena privata, coperta dal tetto in vetro più grande del mondo, dove è a disposizione degli ospiti un servizio barche per raggiungere in modo confortevole e veloce Venezia. Proprio da questa darsena partiremo per le nostre escursioni in entrambe le giornate dell’Assemblea. Nel tardo pomeriggio di sabato andremo incontro al magico tramonto veneziano sorseggiando uno spritz, il più classico degli aperitivi veneti, per sedere poi ai tavoli del Ristorante Wagner all’interno del Casinò Municipale di Venezia. I saloni di questo storico palazzo accoglieranno i soci per una Gran Galà che si preannuncia come un evento di una eleganza unica ed irripetibile in un’atmosfera, se possibile, resa ancora più suggestiva dalle note delle musiche wagneriane in sottofondo. Durante la cena saranno proclamati i vincitori dei concorsi Divinando e Miglior Sommelier FISAR cui andranno i prestigiosi trofei. La domenica invece, partiremo alla volta delle isole veneziane per una visita ai

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singolari Vigneti di Sant’Erasmo dell’azienda Orto di Venezia di M.Thouloze e proseguiremo poi per una visita guidata all’isola di Murano dove assisteremo ad dimostrazione in una fornace di una vetreria. All’interno del Laguna Palace Hotel**** si svolgeranno invece tutti i momenti ufficiali: l’Assemblea Nazionale, la presentazione dei Candidati, le votazioni, e si svolgeranno le finali del Torneo Divinando con il consueto supporto della Cantina Carpenè Malvolti e del concorso Miglior Sommelier dell’anno FISAR al cui vincitore andrà il Trofeo RASTAL. In chiusura di congresso, nella giornata di Domenica avverrà la proclamazione ufficiale degli eletti che verrà festeggiata con un brindisi ed simpatico buffet. In entrambe le giornate poi, sarà possibile degustare i prelibati vini locali grazie agli stand degustazione allestiti in collaborazione con i Consorzi dei produttori locali. Informazioni sull’apertura dei Seggi elettorali e sulle operazioni di voto Per consentire una più semplice affluenza dei soci, dando ad ognuno la possibilità di esprimere le proprie preferenze, i seggi elettorali saranno aperti sia nella giornata di sabato dalle ore 12,00 alle ore 18,00 che nella giornata di domenica dalle ore 8,30 alle ore 14,00. Le operazioni di spoglio e conteggio dei voti avranno inizio subito dopo la chiusura dei seggi e la proclamazione degli eletti dovrebbe avvenire intorno alle ore 16,00. Ricordiamo che possono votare tutti i soci in regola con la quota associativa alla data di convocazione dell’assemblea (a termini di statuto 15 giorni prima della data prescelta). Possono candidarsi tutte le categorie di associati e le candidature devono pervenire alla Segreteria Nazionale almeno 30 giorni prima dello svolgimento dell’Assemblea secondo le modalità previste dal Regolamento di attuazione dello statuto (scaricabile dal sito www.fisar.com) I soci impossibilitati ad intervenire personalmente all’assemblea hanno facoltà di delegare un altro associato di loro fiducia a rappresentarli ufficialmente. (modulo per la delega da richiedersi alla segreteria nazionale). Ogni associato può rappresentare per delega massimo 9 (nove) associati. Ogni voto esprime un massimo di 10 preferenze.

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Laguna Palace Hotel

Salone delle Feste

Casinò

Palazzo Dario - particolare

San Giorgio

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programma Assemblea Nazionale Elettiva 2012 VENEZIA-MESTRE

Sabato 13 ottobre

Domenica 14 ottobre

Ore 9,00 WELCOME COFFEE Apertura operazioni di accredito dei soci

Ore 8,30 Apertura Seggi Elettorali

Ore 10,30 Sala Congressi Laguna Palace Hotel**** Assemblea Nazionale Elettiva FISAR 2012 (Costituzione commissioni elettorali, presentazioni dei candidati)

Ore 9,30 VENEZIA E LE SUE ISOLE Partenza in lancia dalla Darsena privata del Laguna Palace Hotel **** per un tour tra le isole di Venezia. Ore 10,00 I VIGNETI DI SANT’ ERASMO Visita alla cantina di M. Thoulouze “Orto di Venezia” con aperitivo in cantina

Ore 12,00 Apertura Seggi Elettorali inizio operazioni di voto Ore 13,00 Laguna Restaurant Light lunch Ore 15,00 Laguna Palace Hotel**** Sale riservate Concorso Miglior Sommelier dell’Anno FISAR – Trofeo Rastal Finale Torneo DIVINANDO 2012 Dalle ore 15,00 alle ore 18,00 in contemporanea con le finali concorsi FISAR Stand Degustazione in collaborazione con i Consorzi del territorio Ore 18,00 Chiusura dei Seggi elettori e termine delle prove dei concorsi Ore 19,00 VENEZIA AL TRAMONTO Partenza in lancia per Venezia dalla Darsena privata del Laguna Palace Hote**** Aperitivo in navigazione con lo spettacolo del tramonto veneziano

Ore 11,30 I MASTRI VETRAI Raggiungiamo Murano in lancia per una visita guidata con dimostrazione in fornace Ore 12,30 A SPASSO PER MURANO Pranzo tipico al Ristorante Ai Vetrai. Ore 14,00 LAGUNA PALACE HOTEL**** Chiusura seggi elettorali ed inizio operazioni di spoglio. Apertura Stand Degustazione in collaborazione con i Consorzi del territorio Ore 15,00 Rientro in hotel con taxi acqueo. Ore 16,30 Comunicazione risultati elettorali e proclamazione degli eletti. Ore 17,00 Ombre e Cicchetti Festeggiamo i nuovi consiglieri con un buffet pomeridiano Ore 18,00 Chiusura Stand Degustazione e rientro alle proprie destinazioni

Ore 20,30 CASINO’ DI VENEZIA RISTORANTE WAGNER GRAN GALà FISAR 2012 Premiazioni Torneo Divinando e Miglior Sommelier FISAR-Trofeo RASTAL Al termine rientro in hotel

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PACCHETTI DISPONIBILI Tipologia pacchetto

Dettagli

Prezzo per persona in doppia

Prezzo per persona in singola

“A” ALL INCLUSIVE

Arrivo sabato 13 ottobre e partenza domenica 14. Comprende tutto quanto previsto dal programma

€ 325,00

€ 365,00

“B” ELECTION DAY

Pranzo del 13 ottobre al Laguna Restaurant ed accesso Stand Degustazione

€ 38,00

No pernottamento

“C” VENEZIA AL TRAMONTO e Gran Galà Fisar

Arrivo nel pomeriggio di sabato 13 ottobre, dalle ore 15,00, con partecipazione agli Stand Degustazione, Aperitivo in barca e Gran Galà Fisar al Casinò di Venezia

€ 120,00

No pernottamento

“B” + “C”

Prezzo scontato per chi acquista entrambi i pacchetti “B” e “C”

€ 150,00

No pernottamento

“D” VENEZIA E LE SUE ISOLE (I MASTRI VETRAI)

Partecipazione alla visita guidata Isola di Murano con partenza dedicata dalla Darsena Laguna Palace domenica ore 11,00. Pranzo al ristorante “Ai Vetrai” Ritorno in hotel per la proclamazione degli eletti

€ 95,00

No pernottamento

€ 72,00

€ 122,00

EVENTUALE NOTTE SUPPLEMENTARE

Il modulo per le prenotazioni può essere scaricato dal sito

www.fisar.com o telefonando al n. 050 857105

oppure può essere richiesto alla Segreteria Nazionale scrivendo a

segreteria.nazionale@fisar.com e per maggiori informazioni:

congressovenezia@fisar.com Data la disponibilità dei posti, si raccomanda di procedere alle prenotazioni entro il 15 settembre 2012


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Il Sommelier n.4 luglio/agosto 2012  

La rivista bimestrale della F.I.S.A.R. Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori

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