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I N D I C E INTRODUZIONE LIBRI VINTAGE METTI UN...CLASSICO MODERNO A CENA DALLA CARTA ALLA PELLICOLA L’ANGOLO DEGLI ESORDIENTI-EMERGENTI ARTEGGIAMENTI THE HORROR! THE HORROR! DISCOVER THE COVER CHIACCHIERANDO CON... FEEL MUSIC MEMORIE DI VIAGGIO UN LIBRO...UN SORRISO ...E AZIONE! SCORCI DAL MONDO INCANTATO LA BACHECA DELLO SCRIBACCHINO NEWS FROM THE ENGLISH LIBRARY ECHOES PHIL E SOFIA LE ALI DI ISIDE UN MARE DI LETTERATURA IL GABINETTO DEL DOTTOR LAMBERTI INDICE CONTATTI

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I N T R O D U Z I O N E

Cari lettori e lettrici, ecco il secondo numero di Eclettica!

Doveva uscire prima, ma purtroppo a causa di inconvenienti tecnici abbiamo dovuto rimandare… ed ora eccoci qua! In questo numero, Vanessa ci insegnerà a tirare fuori la “stronza” che è in noi, parlandoci di una sua lettura. Claudia ci parlerà del mare e di come vari autori l’hanno inserito nelle loro opere; Fabiana si occuperà di un’autrice nostrana che ha avuto un gran successo, Elisa S. Amore. Nella rubrica Chiacchierando con, di cui io stesso mi occupo, conosceremo meglio Linda Bertasi e i suoi romanzi. Per quanto riguarda i film, Mirko recensirà Bed Time e Francesca ci parlerà di Lanterne Rosse. Inoltre, Daniela ci parlerà di un libro e di un film tipicamente natalizio, Canto di Natale. Si parlerà di un’altra autrice italiana nella rubrica L’angolo degli emergenti/esordienti, Serena Versari. Voleremo poi a Londra: Fabiana ci mostrerà come sopravvivere nella capitale inglese risparmiando; Loredana ci farà tornare indietro ai tempi della regina Elisabetta, con una biografia dedicata ad una delle più grandi sovrane d’Inghilterra. Per quanto riguarda i romanzi gialli, Giuliano ha scelto di trattare La lunga marcia di Stephen King. Elogio di Ken Follett da parte di Roberto, che parlerà del libro capolavoro dello scrittore britannico, I pilastri della terra. Classici di una volta, anche definiti Libri Vintage, e quelli che potrebbero diventare classici: Fosca e Un giorno questo dolore ti sarà utile saranno protagonisti delle due rubriche di cui si occupano Laura e Paola. Esistenzialismo e Assurdimo saranno due delle correnti di cui ci parla Mirko; Cristina nella sua rubrica Arteggiamenti ci parlerà del paesaggio e di come esso sia stato dipinto da diversi pittori. Non mancheranno i consigli creativi di Mary, che ci spiega come fare l’identikit di un personaggio. Infine, andremo a suon di musica con i Guns & Roses, protagonisti della rubrica Feel the music. Elisabetta analizzerà le cover della trilogia di Mirta/Luna, che è anche la protagonista della rubrica The Horror! The Horror. Non possono mancare i ringraziamenti a Chiara, che anche questa volta ha fatto un ottimo lavoro con la grafica di Eclettica. Prima di salutarvi, tutto lo staff di Eclettica vi augura un buon Natale e felice Anno Nuovo! GIOVANNA Samanda RICCHIUTI


LIBRI VINTAGE

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A cura di LAURA C. BENEDETTI

UGO IGINIO TARCHETTI

TITOLO: Fosca AUTORE: Ugo Iginio Tarchetti EDITORE: Mondadori PAGINE: 192 PREZZO: 8.50€

Trama

«Più che l’analisi d’un affetto, che il racconto di una passione d’amore, io faccio forse qui la diagnosi di una malattia. Quell’amore io non l’ho sentito, l’ho subito.» Tale, al protagonista di questo romanzo di Igino Ugo Tarchetti (1839-1869), esponente di spicco del movimento letterario della scapigliatura morto a soli trent’anni, appare la sua vicenda con Fosca, donna di straordinaria bruttezza e insieme di intenso fascino. La vicenda si snoda in un singolare gioco di specchi, di parallelismi rovesciati: Giorgio e Clara, Fosca e il marito, Fosca e Giorgio riprendono e rivivono, capovolgendola, mutandone i ruoli reciproci, un’unica storia, in un susseguirsi di variazioni sul tema di un amore che ha bagliori vampireschi, quando uno dei due elementi della coppia divora la vita dell’altro per infondergli il suo inquieto malessere, il suo senso di morte. E a fare da sfondo, da controcanto a questo intrecciarsi di storie di inquietante modernità, l’immobile vita di guarnigione di una cittadina dell’Ottocento, dove le acque morte della consuetudine si richiudono sull’irrisolto groviglio di passioni e di sentimenti.

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B

tratta solo di sesso ma di un’affinità di anien ritrovati nella rubrica me. Trascorso un periodo di gioia insieme a Clara, Giorgio viene riammesso nell’esercito dedicata ai libri vintage. ed è costretto a trasferirsi in un piccolo paese Questo mese desidero presentare un roman- ai piedi delle montagne; qui fa la conoscenza zo scritto da un autore italiano vissuto tra il di un ufficiale cordiale che lo ospita spesso a casa propria, dove vive anche una cugina 1839 e il 1869: egli è morto a trent’anni di malata. febbre tifoide, lasciando però in eredità ai Costei, affetta da crisi di nervi anche molto posteri diverse opere tra cui un testo molto violente, è Fosca: Fosca, una donna definita potente e suggestivo. brutta (così anche per via della malattia) ma Fosca, la donna che dà il titolo al romanzo, dotata di un’intelligenza vivace e brillante: è la protagonista -o forse l’antagonista- di tra i vari amici del cugino lei Giorgio che, per destino comprende subito che Giorgio o per caso, incrocia la sua è un giovane di più alto sentivita con quella di lei, anche re, raffinato e colto, ed è a lui se solo per un periodo breche, attraverso il cugino, chieve. de in prestito dei libri prima Il libro inizia con una findi presentarglisi di persona. zione letteraria: un narraI primi dialoghi tra loro sono tore esterno decide di pubimprontati alla cortesia e a una blicare un manoscritto che pura amicizia, ma ben presto è una sorta di autobiografia Fosca, che tra l’altro è vittima o confessione, dichiarando di un passato assai triste con un che ormai all’autore di tale uomo che l’ha bassamente tramanoscritto non importa dita e usata, esige molto di più. più nulla del mondo: anzi, Nel corso della storia Giorgio se i lettori si commuovecontinua a ricevere lettere da ranno o proveranno triClara così il contrasto tra le due stezza di fronte agli eventi donne, Clara e Fosca, luce e raccontati, può darsi che oscurità, soavità e bruttezza, si fa sempre più questo sia un modo per condividere seppur marcato e ossessivo, sia per il lettore sia per di lontano la disperazione provata da colui l’uomo amato da entrambe. Il giovane conoche ha scritto e vissuto i fatti. sce la malattia di Fosca, comprende i desiDopo questa prefazione inizia il romanzo deri carnali ma anche la fame di affetto e di vero e proprio, narrato in prima persona da Giorgio: egli è un giovane capitano dell’eser- amore di questa donna, e tuttavia è consapecito che, per via di problemi di salute, viene vole che un legame con lei è come un cappio che si stringe: si giunge infine all’apice -o al congedato dalle armi, ritirandosi prima nel fondo dell’abisso- con il crollo delle speransuo villaggio natale e poi a Milano, dove ze, con la luce che si dilegua e la notte che incontra Clara. Ella è una donna giovane e bella, ma sposata e con un bambino: questo inghiotte ogni cosa quando Giorgio, abbandonato da Clara, imprigionato nelle spire del non impedisce a nessuno dei due di intrecciare una relazione basata su tutto ciò che è rapporto con Fosca, inorridito dopo ciò che luminoso, felice, persino sacro, poiché non si crede sia la rovina finale durante un duello,

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dirà che l’isterismo di Fosca è entrato dentro di lui per non lasciarlo mai più. Di questo romanzo mi hanno colpito le più varie interpretazioni: non parlo di recensioni critiche o di esperti in letteratura, ma dei commenti di semplici lettori ad esempio su aNobii. Alcuni hanno definito folli tutti i personaggi: Giorgio, moderno “crocerossino” che si fa martire per assecondare ed ingannare Fosca nel tentativo di alleviarne le pene; Fosca, pazza perché illusa che il suo insano desiderio per un uomo attraente sia vero amore; Clara, pazzerella irresponsabile che non esita a farsi amante e vivere d’aria e d’amore fino a quando la realtà non bussa con prepotenza alla sua porta, pazzo infine il medico che consiglia Giorgio in modo assai discutibile. Altri invece parlano di Fosca in termini negativi, come dell’unica colpevole, di una persona falsa che approfitta della malattia per intrappolare Giorgio, di un personaggio che non si può accusare totalmente ma che non può neppure ispirare simpatia. Io forse pecco di romanticismo, ma la figura di Fosca mi ha colpito lasciandomi addosso un senso di malinconia: quando lei racconta la propria vicenda personale e matrimoniale emerge una donna che era perfettamente normale, una donna che ha sofferto per troppo amore e che per questo amore mal riposto in un cacciatore di dote ha visto il suo mondo crollarle addosso. È vero, può darsi che l’amore di Fosca per Giorgio sia un egoismo, un sentimento disperato di una donna giovane ma ormai stanca e imbruttita che desidera, seppure solo per breve tempo, godere ancora della vita e della vicinanza di un uomo affascinante e intelligente; può darsi che sia solo ricerca di pietà (ella stessa lo dice, “si ama un cane, una bestia, perché non potete amare anche me?”), ma è pur sempre una

sete d’affetto. Questo ardore però viene avvelenato da due elementi che nessuno può mutare: l’indifferenza di Giorgio, che per Fosca non prova nulla a parte un senso di compassione, e la gelosia di lei verso la presenza di Clara nella vita di lui. Sono questi due aspetti uniti che rendono Fosca quasi feroce e determinata ad ottenere ad ogni costo l’amore a cui il suo cuore aspira, rendendola quindi una figura negativa: insomma, la sua fame d’amore si trasforma in un’ossessione che soffoca, il desiderio del suo corpo diventa qualcosa di morboso che contrasterà in modo stridente con le estatiche scene tra Clara e Giorgio. La scrittura del romanzo presenta un italiano antiquato, ma è naturale visto che il libro risale a più di un secolo fa; alcune espressioni o parole sono cadute in disuso, ma proprio per questo il libro è pervaso dall’atmosfera dei “libri di una volta”, e il linguaggio si accorda perfettamente con la vicenda, non facendo sentire la necessità di vederlo scritto in modo più moderno. Riguardo alla trama, segnalo che l’autore stesso ebbe una storia tormentata con una giovane affetta da crisi nervose, perciò gli eventi narrati, pur non essendo autobiografici, sono comunque molto vicini a ciò che Tarchetti doveva pensare e provare nei confronti della donna che era stata sua compagna. Concludo con il consiglio di leggere questo romanzo: comunque si voglia interpretare la figura di Fosca, rimane una storia molto attuale su una forma d’amore distorto, che fa riflettere sui confini che possono essere segnati tra un sentimento altruistico e uno di puro egoismo, dove a causa di una malattia è assai difficile stabilire le linee tra pietà, compassione, amicizia, amore, desiderio carnale e slancio puro del cuore.


METTI UN...CLASSICO MODERNO A CENA

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Peter Cameron “Un giorno questo dolore ti sarà utile” A CURA DI PAOLA LORENZINI

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Editore: A

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Prezzo: 10

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Trama

James ha 18 anni e vive a New York. Finita la

scuola, lavoricchia nella galleria d’arte della madre, dove non entra mai nessuno: sarebbe arduo, d’altra parte, suscitare clamore intorno a opere di tendenza come le pattumiere dell’artista giapponese che vuole restare Senza Nome. Per ingannare il tempo, e nella speranza di trovare un’alternativa all’università (“Ho passato tutta la vita con i miei coetanei e non mi piacciono granché”), James cerca in rete una casa nel Midwest dove coltivare in pace le sue attività preferite - la lettura e la solitudine -, ma per sua fortuna gli incauti agenti immobiliari gli riveleranno alcuni allarmanti inconvenienti della vita di provincia. Finché un giorno James entra in una chat di cuori solitari e, sotto falso nome, propone a John, il gestore della galleria che ne è un utente compulsivo, un appuntamento al buio...


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on sono uno psicopatico (anche se non credo che gli psicopatici si definiscano tali), è solo che non mi diverto a stare con gli altri. Le persone, almeno per quel che ho visto fino adesso, non si dicono granché di interessante. Parlano delle loro vite, e le loro vite non sono interessanti. Quindi mi secco. Secondo me bisognerebbe parlare solo se si ha da dire qualcosa di interessante o di necessario.

sa a questo romanzo è l’inverosimiglianza del carattere del protagonista James, come se non fosse credibile un ragazzino di diciotto anni che vive in un mondo tutto suo, nutrendo idee anticonvenzionali e fuori dagli schemi: durante la lettura, pensavo che certi suoi pensieri li avrei potuti scrivere io, ma poi sono tornata con i piedi per terra. Io lo ritengo uno dei personaggi più realistici e profondamente veri che abbia mai incontrato nella letteratura: mi piace pensare che James sia nato da una costola del suo creatore, Peter Cameron, e che ci sia stata una sorta di transfert psicoanalitico tra loro. Il protagonista di questo romanzo è un ragazzino solitario e taciturno immerso nella Grande Mela, spesso non visto di buon grado da coetanei e famigliari. La famiglia da cui proviene è caricaturale: i genitori separati, il padre che sembra ancora un ragazzino, la madre di ritorno dall’ennesimo viaggio di nozze fallito e la sorella cinica che intrattiene una relazione con il suo docente universitario non fanno altro che isolarlo ulteriormente; unica eccezione, la nonna, che egli reputa una delle poche persone intelligenti che abbia un ruolo determinante nella sua vita. James vive la propria condizione

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Una delle critiche principali che viene mos-

con naturalezza, senza far drammi, perché sa che fa parte della propria natura l’impossibilità di scendere a compromessi con la società, di fare patti in virtù di una presunta, e indefinita, felicità. Lavora nella galleria d’arte della madre, dove conosce un ragazzo che cattura il suo interesse e che finirà per ferire in un maldestro tentativo di approccio: nonostante ciò, James non si definisce gay, preferisce non etichettarsi, pur avendo coscienza della sua latente curiosità, che tuttavia resta teorica. Un ragazzo estremamente razionale, che analizza i propri pensieri e gli atteggiamenti altrui, che pesa ogni singola parola: «(...) questo è esattamente quello che provo quando parlo: quello che dico non è quello che penso ma solo quello che più gli si avvicina, con tutti i limiti e le imperfezioni del linguaggio. Quindi penso spesso che sia meglio stare zitto anziché esprimermi in modo inesatto». L’espressione del pensiero, quindi, lo distorcerebbe e sarebbe causa di grandi equivoci nei rapporti interpersonali: per questo il pensiero dovrebbe essere personale, e non condiviso con gli altri. Ma James è anche un sognatore, che nutre dentro di sé il desiderio di non andare all’università per evitare ulteriori contatti con gli altri ragazzi: passa il proprio tempo a leggere


Rohmer e Trollope, immaginando di fuggire dall’ambiente in cui è cresciuto ma non si riconosce, e di comprare una casa con veranda nel Midwest vista su un sito immobiliare, distante dal caos newyorkese, alla ricerca di una quiete da cui sembra lontanissimo. James inizia ad affliggere i propri genitori – strani ma, a modo loro, sempre presenti – quando, durante una trasferta scolastica, si allontana dai compagni destando grande preoccupazione; dopo questo episodio, e dopo la non-risposta alla domanda «Sei felice?», essi decidono di mandarlo da una psichiatra, la dottoressa Adler. È proprio durante queste sedute che possiamo apprezzare appieno il carattere vivace e spontaneo del protagonista, che si dimostra tutt’altro che timido: la sua intelligenza fuori dal comune non può far altro che lasciare sbigottita la dottoressa, la quale non si capacita del perché le sia stata richiesta una consulenza. La diversità e l’indipendenza di pensiero sarebbero chiari segni di squilibrio mentale in una società che tenta di ridurre l’essere umano a una dimensione, quella di passiva rassegnazione? James è indubbiamente un dissidente, ma conduce la propria battaglia silenziosamente, senza arrecare danni agli altri: decide di non sottostare alle regole imposte dalla società e se ne defila; siamo di fronte a una disobbedienza civile, una ribellione non violenta ma irremovibile. Non c’è antipatia né altezzosità nella figura di James: credo sia inevitabile affezionar-

visi, soprattutto nel momento in cui emerge tutta la sua malinconia, dovuta a un’infanzia poco felice. È importante anche sottolineare la questione del tempo: la narrazione si svolge tutta nel corso di un’estate, in quei mesi fondamentali per la scelta del proprio futuro, dell’università, della piega che si vuole dare alla propria vita... Poche sono le informazioni fornite sul ‘prima’, su cosa l’ha portato a questo senso di inquietudine; poche anche quelle sul ‘dopo’, ovvero sul come si risolverà – e se si risolverà – la vicenda. Hic et nunc: c’è della filosofia esistenzialista, sottesa a questo romanzo, nell’indefinitezza di ciò che causa l’infelicità, che tuttavia è ben presente, qui e ora. C’è un passo, molto interessante, in cui James descrive minuziosamente una serie di dipinti dell’artista Thomas Cole, che rappresentano le quattro età dell’uomo: in ognuna c’è una figura guidata da un angelo, che percorre un fiume. Ammirando le tele presso la National Gallery, James si rende conto di voler essere nell’ultima illustrazione, quella del vecchio che ritorna nella caverna: quale ragazzo vorrebbe morire, pur di lasciarsi le difficoltà alle spalle? L’angelo di James è rappresentato dalla nonna Nanette, che riesce a fargli intravedere la luce anche laddove sembra non esserci più soluzione, e che gli insegna a vivere più serenamente il distacco: dalle persone, dagli oggetti, ma anche dalle proprie posizioni.

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10 Thomas Cole,Viaggio

della vita (1839 – 40, Utica, New York, Munson-Williams-Proctor Institute).

In senso orario: Infanzia, Giovinezza, Virilità e Vecchiaia. la, ma se lo avessi fatto? Se nella mia vita quella donna fosse stata destinata a diventare importante? Credo che sia questo a farmi paura: «Ho ripensato alla signora che leg- la casualità di tutto. Persone che per te potrebbero essere importangeva in treno. Dov’era adesso? A casa sua? Lo so che non era il caso ti, ti passano accanto e se ne vandi scendere a Woodlawn per seguir- no. E tu fai altrettanto. Come si fa a saperlo? Dovevo tornare indietro James è un ragazzo chiuso in se stesso, a causa del proprio carattere, ma che tuttavia continua a cercare dei contatti con il mondo esterno; non si arrende alla convinzione di vivere in un mondo meschino e superficiale:


a parlare con il ragazzo messicano? Forse era solo, come me, forse aveva letto Denton Welch. Andandomene mi sembrava di abbandonarlo, di passar la vita, giorno dopo giorno, ad abbandonare la genteÂť.

dolor hic tibi proderit olimÂť

ÂŤPerfer et obdura,

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DALLA CARTA CANTO DI NATALE

DALLA CARTA

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ETTO

MION A L E I N A D A DI

IL LIBRO

TITOLO: Canto di Natale (con le illustrazioni di Arthur Rackham) AUTORE: Charles Dickens EDITORE: CDE PAGINE: 121

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A CUR

A nche quest’anno è arrivato il Natale. Le strade si riempiono di luci intermittenti e alberi natalizi sparsi ovunque; la radio trasmette “Jingle Bells” e “Tu scendi dalle stelle”; le vetrine dei negozi vengono addobbate a festa; il palinsesto televisivo cambia proponendoci film e trasmissioni tutte dedicate al Natale; e anche nei cinema riappaiono i famosi “cinepanettoni” insieme al cartone animato che la Walt Disney propone per le feste. È praticamente impossibile non farsi contagiare da questa atmosfera e per l’occasione eccomi qui a parlarvi di un classico del Natale (passato, presente e futuro).

Nella gelida notte del-

la vigilia di Natale, nella Londra del 1843, il vecchio Ebenezer Scrooge, avaro strozzino, insensibile e odiato da tutti, che ama solo la compagnia della sua cassaforte, riceve la visita

terrificante del fantasma del suo socio in affari Marley, morto sette anni prima. Ma è solo l’inizio. Marley gli annuncia l’arrivo di tre Spiriti che lo trasporteranno in un vorticoso viaggio attraverso il Natale passato, presente e futuro. Un viaggio


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ALLA PELLICOLA che metterà Scrooge di fronte a quello che è realmente diventato e a ciò che potrebbe accadergli in futuro. Riuscirà la magia del Natale a operare un miracolo sul suo cuore inaridito? Questo romanzo breve, di genere fantastico, è il classico di Natale per antonomasia. Nonostante sia stato scritto nel 1843, questo libro non sente il tempo che passa e resta sempre una storia estremamente attuale anche a secoli di distanza. Anche per questo motivo, tutti dovrebbero leggerlo almeno una volta nella vita; e farlo in questo periodo dell’anno è ancora meglio, perché rende tutto più suggestivo. Considerato in generale un libro per ragazzi, secondo me, non c’è limite d’età per leggere questo capolavoro di Dickens e piacerà anche a chi non è più bambino da molto tempo. Lo stile è semplice e diretto, le poche pagine scorrono velocemente tra le dita, senza annoiare mai, perché anche se è stato scritto per rivolgersi ad un pubblico molto giovane, non è per niente banale e scontato. Il lessico è accurato e tutta la storia esprime un messaggio importante, immediato e facile da cogliere anche per i bambini più piccoli. Si tratta di una storia “morale” valida oggi come nel 1800. Gli Scrooge dei giorni nostri sono

diversi dall’avaro strozzino del romanzo, ma esistono ancora. Questa storia fa riflettere oltre che sullo spirito e il significato di questa festa, anche sul senso della vita di ognuno di noi. Ci fa capire che l’esistenza umana è estremamente fragile e che dobbiamo essere buoni, altruisti e generosi con gli altri, e non solo a Natale, ma tutto il tempo dell’anno, perché questo porterà giovamento e felicità anche nella nostra vita. Con la sua narrazione ricca di dettagli, Dickens ci tiene per mano mentre ci accompagna per la Londra della prima metà dell’800, passeggiando per le sue vie innevate dove ci sono i bambini che giocano, persone radunate ai lati della strada che cantano canzoni natalizie e caminetti accesi nelle case per riscaldare l’atmosfera. Con sagacia e ironia, l’autore ci fa cogliere tra le righe anche la situazione, non proprio piacevole, della società dell’epoca.

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33 IL FILM

TITOLO: A Christmas carol REGISTA: Robert Zemeckis ATTORI: Jim Carrey, Robin Wright Penn, Gary Oldman, Colin Firth, Cary Elwes DURATA: 90 minuti

Il cinema ha usato la formula del “Canto di Natale” innumerevoli volte, adattandola a film drammatici, commedie e pellicole per ragazzi. La trama viene ogni volta rigirata, stiracchiata e stravolta, ma è sempre ben riconoscibile, e forse, in alcuni casi, Dickens si è rivoltato nella tomba a causa di certe libertà prese dai registi. Robert Zemeckis, invece, decide di girare un vero tributo a quest’opera, rimanendone fedele in tutto e per tutto al testo. Nel dicembre 2009 il film esce nelle sale in 3D e in più viene girato utilizzando il Performance capture, una tecnologia che permette di riprendere gli attori con cineprese computerizzate che spaziano a 360 gradi per poi trasformarli in personaggi da animazione. Attenzione particolare va rivolta alla colonna

Ma Natale significa anche e soprattutto bambini e quindi per loro ecco “Canto di Natale di Topolino”, versione animata, più allegra, ma anche molto fedele, del romanzo di Dickens. È adatto anche ai piccolissimi di casa e all’interno si incontrano, riuniti tutti insieme, gli storici personaggi della Disney come Zio Paperone, Topolino, il Grillo Parlante, Qui Quo Qua, Paperina, Gambadilegno e molti altri. Il cortometraggio animato, della durata di soli 26 minuti, è del 1983 e in

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sonora, in cui si può sentire la fantastica voce di Andrea Bocelli che canta la canzone “God bless us everyone”, che oltre a racchiudere il senso e lo spirito di tutta la storia, è anche la frase che pronuncia Timmy alla fine del romanzo. L’avaro Scrooge è interpretato dal divertente attore Jim Carrey, già protagonista in una pellicola natalizia di qualche anno prima: “Il Grinch”. Per dimostrare ancora una volta la sua versatilità e le sue abilità Jim Carrey veste i panni, oltre che del vecchio protagonista, anche dei tre Spiriti che gli fanno visita; caratterizzando personaggi e storia con la sua inconfondibile vena ironica. Nonostante questo, il film non è adatto ai più piccoli perché alcune scene sono molto simili ad un horror e potrebbero spaventarli.

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Italia fece il suo debutto, per l’esattezza, il 23 dicembre di quell’anno. Da allora non c’è Natale che si rispetti in cui la Rai non lo trasmetta la vigilia, o la mattina di Natale (e io lo guardo tutti gli anni, sebbene non sia più una bambina da molto tempo). I personaggi sono quelli del libro, con i loro pregi e difetti, ma resi più teneri e simpatici dalla grande famiglia Disney, senza però stravolgere la trama né il significato finale dell’opera originale.


Serena Versari ANGELS & IL POZZO DELLE ANIME

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A cura di Lidia Ottelli

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L’ANGOLO DEGLI ESORDIENTI-EMERGENTI

ggi, come secondo articolo nell’Angolo Esordienti-Emergenti, vi parlerò di Serena Versari, autrice e amica.

Serena è appassionata di fantasy, si definisce una gran sognatrice e, come dice lei, “per fortuna”. Ha scritto molti racconti: “ Trompe l’oeil” per la raccolta “ Ravenna in Nero”, “ Lezioni di chitarra” per la raccolta “ Ravenna Erotica”, “Energia Universale” per la raccolta “Ravenna Spirituale”, tutti pubblicati con Claudio Nanni Editore. Nel 2009 inizia a scrivere il primo libro della saga di cui parleremo oggi, “Angels”. Da pochi mesi è uscito il secondo capitolo, “Il Pozzo delle anime”, per GDS editrice. Approfondiamo con le trame di questi due romanzi iniziando con il primo capitolo.

TRAMA “Occhi neri come la pece. Occhi chiari come il ghiaccio. Maschio e femmina. Luce e oscurità. Movimento e staticità. Angelo della Vita e Angelo della Morte. Ogni cosa e il suo opposto si equivalgono e niente potrebbe aver vita se non esistesse la sua controparte. Occhi come smeraldi. Ci vollero un paio di minuti per riprendersi e, con stupore, si rese conto che la persona che la teneva fra le braccia era proprio il ragazzo che tutti temevano; quello che tutti non riuscivano a guardare in faccia perché terrorizzati dal suo sguardo. Eppure, sembrava così dolce, aveva un volto così angelico…”

ANGELS


Un romanzo fantasy romance semplice e molto carino. Le storie sugli angeli, in questo caso sull’Angelo della Morte, mi hanno sempre intrigato. Ho letti parecchi di libri su questo genere, e devo dire che questo è scritto molto bene. La protagonista Erika, dopo aver scoperto che il suo ragazzo la tradisce, decide di scappare in montagna in un albergo a Val di Fassa. Lì conosce Thomas, figlio del proprietario dell’albergo, con cui si instaura un bel rapporto; il ragazzo però si innamora di lei. Jason, il nostro secondo protagonista, si dimostra da subito un ragazzo solitario

e all’apparenza freddo, ma nasconde un terribile segreto: è un Angelo della Morte, capace di togliere la vita con un solo bacio. Questo non impedisce a Erika di innamorarsi di lui e a Jason di provare un forte sentimento d’amore verso la ragazza. Purtroppo agli Angeli della Morte come lui è proibito mostrare sentimenti o legami verso gli esseri umani e quindi saranno divisi da alcune forze maligne. Una bellissima storia d’amore coinvolgente, complicata e con nuovi amici, che farà attraversare alla nostra protagonista l’altro mondo.

TRAMA “Tornati tra le loro montagne, finalmente Jason e Erika, possono godere appieno del loro amore. Ma ben presto una nuova minaccia, sconvolgerà le loro esistenze. Il Signore Oscuro, ha trovato il modo di annientare la razza umana, e solo loro hanno il potere di fermarlo. Lontano dal suo amato, ma in compagnia della sua fidata e inseparabile amica Ambra, Erika intraprenderà un viaggio in terre sconosciute, piene di insidie e pericoli, alla ricerca del Pozzo delle Anime.”

Inizio nel dire che amo tutti i personaggi: Erika in questo nuovo racconto dovrà imparare a gestire i suoi nuovi poteri, Jason cercherà di aiutarla, Ambra è sempre più forte e il gran Maestro più saggio. Le ambientazioni sono ancora più affascinanti e magiche. Molto sentimento come nel primo libro, ma ci saranno anche amicizia, amore, odio e un

pizzico di suspense che non guasta mai. Lo stile dell’autrice mi piace, è semplice e fresco, scorrevole e piacevole. Abbiamo lasciato i nostri personaggi finalmente insieme, l’ Angelo della morte Jason e la nostra Erika Angelo della vita. Il Re e la Regina degli angeli. Tornati nella loro amata montagna, iniziano a godersi il loro amore e un

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nuovo lavoro, sempre appoggiati dall’amica inseparabile Ambra.  Ma tutte le cose belle purtroppo finiscono e una nuova minaccia alita su di loro. Il gran Maestro ha bisogno di loro: Il Signore Oscuro ha trovato un modo per uccidere la razza umana. Purtroppo solo Erika intraprenderà il viaggio per Il Pozzo delle Anime seguita dalla sua amica Ambra. Inizierà così una nuova pericolosa avventura che porterà la nostra amata protagonista in terre sconosciute piene di pericoli e avversità, lontana dal suo amore.

Per i numerosi FANS di quest’autrice, annuncio che Serena sta scrivendo un thriller esoterico e un genere apocalittico con risvolti spirituali. Non si sa ancora la data d’uscita, ma presto vi dirò di più. Concludo con il nostro motto:

“Aiutiamo gli emergenti, no all’editoria a pagamento”. Al prossimo articolo! Un affettuoso Bye-Bye dalla vostra Blogger Lidia Ottelli del Rumore dei Libri.

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A CURA DI Cristina Malvezzi

ARTEGGIAMENTI C’è PAESAGGIO e La pittura di paesaggio ha sempre ac-

compagnato lo sviluppo dell’arte, subendo però importanti trasformazioni nelle tecniche, nei tratti e nelle prospettive. Come possiamo vedere da mosaici e affreschi, fra i quali si distinguono le pitture parietali della casa romana di Livia, consorte di Ottaviano, la rappresentazione del paesaggio non è un dato estraneo all’arte antica. Come per i moderni, anche nel mondo classico il paesaggio può essere un accessorio, un particolare di sfondo (emblematico è il caso delle raffigurazioni delle avventure di Ulisse) oppure un elemento totalizzante che troneggia nella raffigurazione. Nel Medioevo si smette di rappresentare autonomamente il paesaggio a causa del generale rifiuto del tema della natura tanto caro agli antichi, ma, cessati i cosiddetti ‘secoli bui’, gli intellettuali e gli artisti tornano a guardare in maniera quasi scientifica alla natura, a rappresentarla e a renderla protagonista. Sulla scia di questo rinnovato interesse per l’ambiente in cui si muove l’uomo, l’arte del Seicento inizia a rendere autonoma la rappresentazione del paesaggio, che non è più mero sfondo di una narrazione storica, religiosa o mitologica.

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PAESAGGIO

Affresco proveniente dalla casa di Livia a Prima Porta (I sec.)

In modo graduale ma deciso le tele accolgono scorci sempre più ampi e arditi di paesaggio finché, nel secolo successivo, gli artisti, avvalendosi di lenti e cannocchiali, possono addirittura dipingere porzioni di panorama ben più ampie e definite di quanto il solo occhio umano potrebbe cogliere, con notevoli slanci virtuosistici.


Canaletto, Veduta di Venezia (1740 ca.)

Con il Realismo, intorno alla metà dell’Ottocento, si apre una fase di riscoperta della natura in sé, il genere pittorico paesaggistico si svincola dal pregiudizio che lo vedeva subordinato, in una scala di qualità, alla pittura religiosa e storica e alla ritrattistica e si prepara il terreno per la rivoluzione impressionista, che si innesca negli anni ’60. Monet, Pissarro, Renoir sono fra gli artisti che si dedicano alla pittura en plain air, disponendosi di fronte

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L’arte romantica apporta significative novità al modo di guardare al paesaggio: non più ampie vedute con rigore d’osservazione scientifica, non più dettagliate rese delle architetture cittadine, ma paesaggi spiritualizzati, armonizzati con il sentire dell’artista. È l’epoca del sublime, dell’emozione travolgente che entra nell’arte e ha la meglio anche sulla categoria del bello; è questo nuovo senso estetico a produrre le tele piene di distensione e vaghezza di Friedrich e i prorompenti assalti della natura nei quadri di Turner.

al paesaggio e cogliendone i tratti principali e le variazioni cromatiche con rapidi tocchi di pennello: il paesaggio non è più un elemento da riprodurre in maniera tecnica e precisa (a questo pensa ormai la fotografia), ma una fonte di riflessi di luce in continuo mutamento e in progressiva dissoluzione, soprattutto nelle ultime tele di Monet, dedicate agli scorci del suo giardino a Giverny.

J.M.W. Turner, Eruzione del Vesuvio (1817)

C. Monet, Il sentiero nel giardino di Giverny (1901)


V. Kandinskij, Paesaggio con pioggia (1913) Nel Novecento lo sguardo del pittore si sofferma sulla complessità del reale, sul disagio dell’uomo e, di conseguenza sull’influsso della coscienza nella trasformazione della visione. Viene meno il realismo, a vantaggio di raffigurazioni fortemente modellate dall’individualità. In questo contesto nascono i paesaggi della prima fase della pittura di Kandinskij, ma la graduale prevalenza dell’elemento interiore porta alle estreme conseguenze la dissoluzione della visione, ormai annegata in macchie di colore e linee che rispondono solamente all’andamento della psiche e rifiutano qualsiasi aderenza al paesaggio reale.

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Al termine di questo processo, l’artista dimostra di aver fronteggiato e conosciuto la propria materia, di averla studiata e scomposta, di averla impugnata e fagocitata, rendendola a tutti gli effetti parte di sé e concretizzando la massima di Klee secondo cui «l’arte non riproduce il visibile, lo rende visibile».


THE HORROR!

La trilogia di

A CURA DI LOREDANA GASPARRI

Mirta Luna

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THE HORROR!

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Mirta ha vent’anni. È intelligente, bella, con una fami-

glia normale alle spalle. Un giorno conosce Robin, dieci anni più di lei, affascinante, misterioso. È il colpo di fulmine. Gli ingredienti del loro rapporto sono un grande amore e l’eroina. Saranno fatali per entrambi. Si erano giurati di non lasciarsi mai e Mirta mantiene la promessa. Qualche giorno dopo il funerale, esce dalla tomba, ma di Robin nessuna traccia. Lei si accorge di essere cambiata, ormai fa parte della schiera fittissima dei sopramorti, quelli che non trovano pace. Ma per sopravvivere ha bisogno di mangiare. È la carne umana che le dà forza, la carne e il sangue. E la fame aumenta.

TITOLO: Non mi uccidere AUTORE: Chiara Palazzolo EDITORE: Piemme Bestseller PAGINE: 427 PREZZO: € 11,00

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Sull’autostrada che da Assisi porta a Roma, due ragazze viag-

giano a velocità sostenuta. Non sono ragazze come le altre, hanno avuto una vita precedente, una morte violenta, ma sono tornate. Mirta è appena sfuggita a un attacco dei benandanti, una setta il cui obiettivo è quello di sterminare i morti che rivivono, e Sara è quella che l’ha salvata. In un antico palazzo romano, annidato in un vicolo silenzioso, ha inizio l’apprendistato di Mirta. Lei, che pensava di essere sola, che credeva di essere rinata per ritrovare Robin, l’amore perduto, scopre l’esistenza di un mondo parallelo a quello degli umani, con regole ferree e una rigida disciplina.

TITOLO: Strappami il cuore AUTORE: Chiara Palazzolo EDITORE: Piemme Bestseller PAGINE: 394 PREZZO: € 11,00


22 Mirta, vent’anni, morta per amore, rinasce nelle vesti della

TITOLO: Ti porterò nel sangue AUTORE: Chiara Palazzolo EDITORE: Piemme Bestseller PAGINE: 444 PREZZO: € 11,00

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splendida e inquietante Luna. Diventata uno dei guerrieri di Gottfried, il capo dei sopramorti, si muove in un mondo violento e ostile, tra combattimenti, sottili giochi di potere e ambigui personaggi: i gelidi cavalieri teutonici, la misteriosa Fabula, lo scanzonato Nicholas, Lady Tattoo. Lacerata tra la passione per Sara e il ricordo bruciante di Robin, l’antico amore che ancora le dà la caccia, Luna vivrà mille avventure che la porteranno in una villa protesa sul Baltico, dove le sarà rivelato un importante segreto su Robin. Amarlo, tornare con lui è forse ancora possibile? Ma il ritorno a sorpresa di Paco, l’amico di Robin, e l’incontro con Gatto Machesi, sopramorto dall’oscuro passato, cambieranno nuovamente le carte in tavola. E l’infinita fuga di Luna tra la vita e la morte si chiuderà nel sangue, in una durissima resa dei conti finale.

affascinante, tenebroso, complicato. Mirta cade preda del suo fascino e nel suo inferhiara Palazzolo è stata per me una no personale, al punto da farsi uccidere da scoperta dirompente, avvenuta per caso. lui da un’overdose, in un doppio suicidio La conoscevo di fama, e soprattutto per di sapore fortemente gotico e pre-romanla morte prematura che ce l’ha sottratta tico. Robin le fa una strana promessa: tora tradimento nell’anno 2012. Dopo aver letto la sua trilogia di Mirta-Luna e un al- neranno dopo la morte per stare insieme tro romanzo, ugualmente spettacolare, mi per sempre, perché il loro amore è eterno e indistruttibile. Questa premessa, che suona domando se sia ritornata anche lei, come anacronistica e fa un po’ sorridere ai tempi la sua eroina controversa, per continuare quello che non aveva potuto portare a ter- di Internet e della scarsa credibilità di cui godono le parole “amore eterno”, è il punmine. Prima di chiamare un’ambulanza to di inizio di una vicenda gotica, surreale, per farmi portar via, vi illustro i motivi della mia affermazione alquanto bizzarra. complicata, che va al contrario. Mirta si risveglia, dopo il funerale, ed erompe dalla Il primo romanzo della trilogia, Non mi uccidere, si apre su un lutto particolarmen- sua tomba, stranita, spaventata, inconsate tragico: una ragazza di diciannove anni, pevole, ma tutta tesa a cercare Robin, il suo amore. E’ una sopramorta, uno zomMirta Fossati, bella studentessa prometbie, ma non sa di esserlo. Non sa nulla di tente, innamorata dei libri e del sapere, in questa sua nuova condizione: è da sola, procinto di laurearsi in Lettere a Perugia, il suo amore sembra averla abbandonata, viene trovata morta per overdose insieme al suo fosco fidanzato, Roberto, detto Ro- non c’è nessuno accanto a lei per aiutarla o spiegarle cosa sta capitando, e non può bin. Lui non è “normale” o un “bravo ragazzo” come lei: è un tossico-dipendente, farsi vedere dalla sua famiglia o dai suoi


23 amici. E una terribile, prodigiosa fame sta crescendo in lei, oltre ad una spaventosa rabbia vulcanica. È l’inizio della trasformazione, che porterà la carina e rassicurante Mirta a evolvere nella tenebrosa Luna, feroce, aggressiva, mortale. Per alimentarsi, scopre traumatizzata che deve nutrirsi di carne umana, ma la sua neonata identità non ne è per nulla dispiaciuta, tutt’altro. In breve, si sparge la notizia angosciante che un serial killer psicopatico si aggira nei boschi del Subasio, lasciandosi dietro una scia poco coperta di cadaveri straziati e scempiati. Mirta-Luna scopre in fretta, però, di non poter condurre questa vita oscura per molto: qualcuno la sta cercando, e non sembra avere intenzioni benevole nei suoi confronti, ed è sicura che non si tratti del suo Robin, ormai irreperibile. Braccata dai suoi inseguitori, di cui non sa nulla a parte il nome bizzarro di “benandanti”, e la forte sensazione che la vogliano morta, questa volta definitivamente, Mirta-Luna sta per arrendersi, stanca di non sapere, di non capire, di uccidere per sopravvivere, e di soffrire una solitudine di una non-vita che non ha mai voluto. In questo momento, compare Sara, un’altra sopramorta, che si prenderà cura di lei. Almeno, ci proverà, per tutto il secondo libro della trilogia, Strappami il cuore, in cui assistiamo all’irreversibile scomparsa di Mirta, per lasciare il posto ad una Luna totalmente diversa. Forte, potente, astuta, desiderabile, ma anche rabbiosa, incontrollabile, testarda, capace di atti di eroismo e di incredibili voltafaccia. Facciamo conoscenza con una comunità intera di sopramorti, tutti intenti a vivere una vita più normale possibile, cercando di soddisfare i loro appetiti mortali senza attirare l’attenzione su di sé, e scegliendo accuratamente le loro prede tra

gli esseri umani meno positivi. Alcuni sono molto antichi, altri folli senza controllo, altri si addestrano per essere formidabili guerrieri agli ordini dell’elusivo e quasi onnipotente Gottfried. Luna scopre di essere in guerra, suo malgrado. I benandanti sono un esercito invisibile, compatto e addestrato, di esseri umani dotati di particolari poteri che vogliono sterminare i sopramorti. Robin è ormai scomparso dalla sua mente, se non come ricordo molesto di un’altra vita, letteralmente, e di un’altra persona che ormai non c’è più, Mirta. Almeno, questo è quello che crede...finché non ne sente parlare da Sara e dagli altri sopramorti e se lo ritroverà davanti. Ma il Robin che Mirta credeva di conoscere, per cui è morta, e che si è trasformata non volendolo, in una vera e propria dea degli inferi come Luna, non esiste più. Non è mai esistito, sul serio. Ha sempre avuto un segreto...pesante, orrendo. Un segreto con cui Luna dovrà fare i conti in Ti porterò nel sangue, e non le piacerà affatto. E’ il momento della resa dei conti, e l’atmosfera che accompagna Luna, già piuttosto spettrale, si carica di esasperazione, esaltazione, rabbia e precipita in una depressione senza fondo. Luna perde e acquista alleati e amici, sceglie le sue mosse con avventatezza e si salva a stento, gioca e rischia con i sentimenti di Sara, per cui nutre un amore-odio rabbioso e violento e di continua ripulsa. Talvolta, per quanto la verità sia davanti a lei, e la capisca e la comprenda, sceglie di non onorarla, e butta all’aria le carte del suo destino, ricominciando daccapo, contando solo sulle sue forze. E’ nata in solitudine, Luna, e non vuole rinunciarvi. Per niente, per nessuno.


DISCOVER

A cura di Elisabetta Baldan

La trilogia di Mirta Luna Davvero un’interessante trilogia quella di Mirta-Luna, anche dal punto di vista delle cover. A “Non mi uccidere”, “Strappami il cuore” e “Ti porterò nel sangue” sono stati dati dei volti che senza ombra di dubbio rendono giustizia al racconto a puntate dell’abile Chiara Palazzolo: cover semplici, dirette, d’impatto. Così come lo stile dell’autrice.

“Non mi uccidere” L’affascinante e inquietante prologo della saga di Mirta, che è una giovane donna che si lascia morire per un amore forse ingannevole. Oltre i confini della Vita, Mirta non segue la luce ma la via più oscura, più nera: proprio come ci preannuncia la cover. Buio totale. È questo che ritrova la protagonista quando riapre gli occhi. Abbandonata a se stessa e al suo nuovo stato, forse – almeno inizialmente – la Luna è sua unica compagna. Tacita e beffarda, perché da sempre tutto sa e nulla spiega.

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THE COVER Lo sfondo bianco su cui si staglia la cover di

“Strappami il cuore”

sembra voler lasciare uno spiraglio di speranza nella vita (possiamo davvero definirla così?) di Mirta, ma Chiara Palazzolo sembra non voler regalare alcun lieto fine alla protagonista. Ce lo dimostrano le rose che fanno da macabra cornice alla copertina del secondo romanzo. Rose pericolose tanto da non avere un semplice stelo, bensì filo spinato. Rose che pungono, graffiano, lacerano. E non è forse ciò che fa Mirta per sopravvivere?

Non c’è pace per Mirta-Luna.

“Ti porterò nel sangue”

In torna l’oscurità a farla da padrona. Il destino della ragazza è forse quello di sprofondare nelle tenebre dalle quali era risorta nel primo libro della saga? Il volto affidato al capitolo conclusivo della trilogia non ci lascia alcun dubbio. Il titolo neppure. L’angoscia si può respirare ancor prima di sfogliare il libro e leggerne i primi estratti. Che ne è stato di Robin, dell’amore che li ha divorati e portati a quell’atto estremo di non ritorno? Se solo quelle labbra rosso sangue potessero rivelarci qualcosa...

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CHIACCHIERANDO CON… Linda Bertasi

A CURA DI GIOVANNA S. RICCHIUTI

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1. iao Linda, benvenuta! Chi è Linda Bertasi nella vita di tutti i giorni? Ciao, grazie a te avermi ospitata! Sono una donna come tante altre, mamma e moglie, gestisco un’attività commerciale nella provincia di Ferrara e, quando il tempo me lo consente, mi dedico a ciò che amo più fare: scrivere. Sono un’appassionata di storia, un’accanita lettrice e amo dilettarmi in video-maker. 2. Il tuo primo libro, “Destino di un amore”, risale al 2010. Un anno dopo pubblichi “Il rifugio”. Nel maggio 2013 arriva il tuo ultimo romanzo, “Il profumo del sud”. Ti va di parlarci brevemente dei tuoi scritti? Perché dovrebbero essere

letti? “Destino di un amore” è un rosa contemporaneo. E’ la storia di due famiglie legate dal vincolo del sangue. Philippe e Francesca sono due adolescenti quando s’innamorano durante una vacanza a Parigi, pieni di sogni e speranze per il loro futuro, ma il destino ha in serbo qualcos’altro per loro e per i loro figli. “Il rifugio” è un paranormal-romance, dove presente e passato si scontrano, i temi trattati sono la reincarnazione, i viaggi astrali e le dimensioni temporali. Anna và a trovare il padre nella sua villa settecenteca, a Londra. Non immagina che un misterioso diario ritrovato in una soffitta polverosa darà inizio a un viaggio sul limite del paranormale. “Il profumo del sud” è un romanzo storico ambientato al tempo della

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guerra di secessione americana. E’ la storia di una donna, Anita, che venuta a conoscenza di uno scomodo passato decide di ricostruirsi una vita nel Nuovo Mondo. E’ una storia di amore e di guerra.

merito di mio marito se i lettori mi hanno conosciuta, è stato lui a spingermi in quest’impresa. I protagonisti di “Destino di un amore” sono sempre vivi in me, un po’ come tutti i miei personaggi. E’ come se vivessero da qualche parte in carne e ossa e io mi aspettassi di in3. Ti senti legata parcontrarli un giorno. La pubticolarmente a uno dei blicazione è stata veloce, ho tre libri o a uno dei tuoi spedito alla casa editrice e la personaggi? direttrice era entusiasta. Ricordo che la risposta arrivò Sono affezionata a tutti di ritorno dal mio viaggio a quanti, ma se devo sceLondra e mai ritorno fu più glierne uno cito “Il profumo del sud”. Da piacevole. appassionata di storia mi sono divertita e arricchita a studiare per sette mesi la 5. Con il romanzo storia dell’Ameri“Il rifugio” hai vinca e della guerra to il secondo posto civile. E confesso al XXIII premio letche il personaggio terario “Valle Senio maschile, Justin, 2012”. Raccontaci di lo sognavo la notte. questa esperienza che Ma, nel mio cuore, penso sia stata per te ci sarà sempre un bellissima! angolo speciale per Francesca, la pro- Partecipai al concorso tagonista del mio più per sfizio. Non ho romanzo d’esordio. mai creduto molto nei concorsi, ma questo 4. Sono passati 3 anni dall’uscita di “De- era gratuito ed era un premio letterario stino di un amore”. Ricordi ancora le a cui ero affezionata, da piccola vi avevo emozioni che hai provato? È stato diffi- partecipato con alcune poesie. Spedii il cile arrivare alla pubblicazione? libro e, quando la responsabile mi chiamò al telefono per dirmi che ero nello rosa dei finalisti, mi scoppiò il cuore. Ricordo Ricordo che iniziai a scriverlo dopo il mio ancora che ripetei tre volte il mio nome, viaggio di nozze a Parigi, ma è stato solo non si sa mai che si sbagliasse! E poi la

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notizia del secondo posto, la targhetta, la pergamena, i complimenti di tutti quei giurati. Ancora mi emoziono a parlarne. 6. Nei tuoi romanzi ti sei cimentata in tre generi diversi: “Destino di un amore” tratta di una storia d’amore ai giorni nostri; “Il rifugio” è un paranormal-romance; “Il profumo del sud” è un romanzo storico ambientato nell’800. Quale dei tre generi ti ha dato più difficoltà? E invece quale dei tre prediligi? Sicuramente prediligo il romanzo storico, mia passione da sempre. Sono molto attratta dal paranormale e, durante le ricerche, per “Il rifugio” ho scoperto dei temi e delle realtà che mi hanno molto affascinato. Forse quello più ostico è stato proprio quest’ultimo, soprattutto per la delicatezza degli argomenti trattati. 7. Un tema che accomuna i tuoi tre romanzi è sicuramente l’amore. Come mai? Sei una persona particolarmente romantica? Romantica io? Questo è un vero e proprio eufemismo! Sono innamorata dell’amore da sempre, senza questo sentimento non potrei vivere, non potrei respirare. Do molta importanza agli affetti, senza questi la vita mi apparirebbe vuota e inutile. L’amore domina e dominerà sempre i miei scritti; nel mio romanzo d’esordio era l’argomento principale forse perché ero giovane e una sposina novella. E, nel mio ultimo romanzo, c’è l’amore con la ‘a’ maiuscola. Quello che avrei sempre voluto scrivere, quello che mi faceva sognare nei romanzi da ragazzina. E, se ci

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pensiamo bene, è proprio questo sentimento il responsabile di azioni deprecabili o meno, drammi e gioie. L’amore fa parte della vita di tutti noi sotto svariate forme, dall’amore per i libri, per gli animali, per gli amici. L’amore fa parte della nostra vita e i libri, almeno dal mio punto di vista, riflettono almeno in minima parte ciò che siamo. 8.Che cosa puoi dirci dei tuoi progetti futuri? Tra quanto potremo leggere un nuovo romanzo di Linda Bertasi? Mi auguro presto, ma in realtà lo sto ancora scrivendo. Questa volta sarà un’autentica impresa. Forse spiazzerò i lettori, perché mi sto cimentando in un fantasy un po’ particolare. Una storia che mi è stata regalata in sogno. E poi c’è un progetto che adoro e non vedo l’ora di intraprendere, ma è tutto TOP-SECRET, diciamo solo che è la mia più grande passione da ché mi ricordo! 9. Grazie per essere stata qui con noi Linda, è stato un vero piacere! Sono io che ringrazio te per avermi invitata, sei una persona meravigliosa, un’amica che stimo moltissimo e una ragazza piena di talento. Un saluto a tutti i lettori di Eclettica e complimenti per la rivista!


Ringrazio ancora Linda Bertasi per aver accettato l’intervista e per le bellissime parole che ha usato nei miei confronti!

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Se volete sapere qualcosa in più su di lei e sui suoi romanzi o se volete contattarla, ecco alcuni link utili: EMAIL: bertasilinda@gmail.com PAGINA FB “DESTINO DI UN AMORE” https://www.facebook.com/pages/Destino-di-un-amore/264377564730?fref=ts LINK AMAZON “DESTINO DI UN AMORE” http://www.amazon.it/Destino-di-amore-Linda-Bertasi-ebook/dp/B00C12XOVM/ref=sr_1_1/276-0922968-5983405?s=books&ie=UTF8&qid=1384432927&sr=1-1 I PAGINA FB “IL RIFUGIO” https://www.facebook.com/pages/Il-rifugio/417436894981639?ref=hl LINK AMAZON “IL RIFUGIO” http://www.amazon.it/Il-rifugio-Linda-Bertasi-ebook/dp/B00C6VJ1RE/ref=pd_sim_b_1 PAGINA FACEBOOK “IL PROFUMO DEL SUD” https://www.facebook.com/pages/Il-profumo-del-sud/488051881264970?fref=ts LINK ACQUISTO IL PROFUMO DEL SUD http://www.blomming.com/mm/ ShopButterflyEdizioni/items/il-profumo-del-sud?page=1&view_type=thumbnail BLOG http://lindabertasi.blogspot.it/ SITO UFFICIALE http://nuke.lindabertasi.it/ CANALE YOUTUBE http://www.youtube.com/channel/UCkzUyj-obbmeXbrSBUTfCGg?feature=mhee TWITTER https://twitter.com/LindaBertasi


FEEL MUSIC A CURA DI Mirko De Gasperis

L’appetito distruttivo del Rock Titolo: Appetite for destruction Artista: Guns & Roses Anno: 1987 Durata: 53:52 Genere: Hard Rock

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Tracklist: 1. Welcome to the jungle 2. It’s so easy 3. Nightrain 4. Out ta get me 5. Mr. Brownstone 6. Paradise city 7. My Michelle 8. Think about you 9. Sweet child o’ mine 10. You’re crazy 11. Anything goes 12. Rocket queen


Fra tutti gli appassionati di musica, ma

soprattutto tra quelli legati particolarmente al Rock, compaiono solitamente due ritornelli, che alimentano discussioni anche abbastanza inutili e superate: cosa è Rock e cosa non lo è. Oppure quando è morto il Rock. E le date variano da persona a persona. Chi lo definisce morto già alla fine degli anni ’70, quando compare la disco music, chi arriva a citare gli anni ’80, con il Rock inglobato nel figlio-fratello Metal, chi parla del ’94 e la morte di Kurt Cobain. Fra questi c’è sempre qualcuno che invece parla del 1987, di Appetite for Destruction come ultimo, “vero”, album rock. Noi qui non perderemo tempo a scrivere il giorno del decesso sulla lapide del Rock (semmai ne avesse una), ma ci limiteremo a parlare di quest’opera, quest’esordio travolgente dei Guns & Roses, un album che, da qualunque punto lo si veda, è fuori tempo massimo. Come detto siamo sul finire degli anni ’80, ormai il pop spopola e, quasi come reazione a quest’addolcimento musicale, il Metal raccoglie tutti i fan che prima seguiva il Rock, ormai in piena crisi, aggrappato soltanto ai vecchi leoni e miti. In questo contesto cosa ci azzecca un gruppo Hard Rock? Nessuno all’epoca avrebbe scommesso su un gruppo di quel genere, che ormai sembrava aver dato già tutto il possibile negli anni ’70, con Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath, tanto per citare i più noti. Ma i Guns & Roses riusciranno nell’impresa di creare un’ulteriore versione del genere Hard Rock, aggiornata ai primi anni ’90. E ci riusciranno con un mix di Punk e Heavy Metal. La velocità del primo, unita alla potenza del secondo, andranno a creare

quell’equilibrio, quella via di mezzo per un sound energico, aggressivo e graffiante, mai né troppo leggero come il Punk, né troppo assordante come l’Heavy Metal. I due generi musicali non influiranno soltanto sulla parte musicale, ma anche per quel che riguarda l’aspetto comportamentale dei musicisti della band. Sempre attenti al loro look, da veri Hard Rocker, i Guns terranno comunque a freno i loro eccessi musicali (almeno per ora) proprio per via della loro componente Punk, nichilista da fargli odiare un po’ tutto, quindi anche le loro ostentazioni, limitandole a livello compositivo (ma non dal vivo).

Ma chi sono i Guns? Axl Rose veniva da una situazione familiare che definire incasinata sarebbe riduttivo (padre biologico e padre adottivo che avrebbero abusato di lui, problemi con la legge), il bassista Duff McKagan rubava le auto, Izzy Stradlin si divideva fra la vita randagia e la passione per la musica blues, Steven Adler causava problemi alla sua famiglia, già da bambino, costringendoli a mandarlo a stare dai nonni. L’unico che sembrava provenire da una buona famiglia era Saul Hudson, in arte Slash, che però pensò bene di fuggire, per una vita da teppista, arrivando a fumare

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tre pacchetti di sigarette al giorno, per potersi poi sottoporre a dei test per studiare gli effetti del fumo sul fisico. Il tutto per guadagnarsi da vivere. Capirete che il titolo non poteva che essere Appetite for Destruction, non poteva che parlare dei loro appetiti, delle loro voglie distruttive nella giungla metropolitana. E appunto comincia con una canzone che è un “caloroso” benvenuto. Oggi come oggi resta difficile commentare una canzone come Welcome to the Jungle. Che si può dire? Te la cita il bambino che la ascolta mentre gioca a GTA, il ragazzo che vuole mettere su una rock band, persino Clint Eastwood che se la ritrovò come pezzo di chiusura di un suo film. È semplicemente trasversale ed unica. Per i Guns rimarrà non solo il cavallo di battaglia, ma l’inno ufficiale, specialmente del loro primo periodo, quello più selvaggio e legato a Los Angeles, la giungla che li ha accolti, che li ha presi a pesci in faccia, li ha masticati e gli ha regalato tutta la rabbia, che hanno fatto esplodere sui palchi di tutto il mondo. Stesso discorso sull’uso e abuso della cultura popolare per Welcome to the Jungle può essere fatta per Sweet child o’mine e non solo per il numero di cover proposte e riproposte, ma proprio per lo stupro vero e proprio che subisce ormai da due generazioni a questa parte (quante mani hanno ballato sui manici delle chitarre per ripetere il riff iniziale di Slash?). Anche questa traccia ormai sta lì, imbalsamata dal tempo e parlarne lascia il tempo che trova. Non resta che ascoltarla e trarne delle conclusioni, ognuno per sé, in base ai propri gusti. Molto interessante per capire meglio

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gli ingredienti del sound dell’album e un po’ di tutto il prodotto Guns & Roses è invece Paradise City. Sei minuti che racchiudono un po’ tutto quello che è la band di Los Angeles. Una canzone che sfreccia per tutta la sua durata, come neanche il miglior Punk saprebbe fare, che termina in un finale esplosivo che non ha niente da invidiare al miglior Heavy Metal d’annata. Il tutto intervallato da momenti irresistibili, dove ogni strumento ha il suo spazio sotto i riflettori, dove ogni pare voler fare l’assolo con il proprio strumento. Come se non bastasse, se non fosse abbastanza magnificente c’è il tempo anche per il fischietto di Axl, dopo l’intro. È un fischietto simbolico, un vezzo, un gesto narcisista e gratuito, ma che resta sempre memorabile sia per l’ascoltatore, sia per chi ha avuto la fortuna di vedere i loro concerti dal vivo (o su Dvd). L’altra componente sempre molto forte nell’album e nel resto della carriera della band è quella legata al blues. Oltre ad avere un grande estimatore all’interno del gruppo, quell’Izzy Stradlin, da molti considerato la vera anima dei Guns, il blues torna spesso in quanto genere legato per forza di cose all’Hard Rock. E la cosa risulta evidente in un altro pezzo importante dell’album: It’s so easy. Axl dà il meglio di sé con la voce che si abbassa e diventa stridula lungo l’arco della canzone, con il blues che viene fuori, nitido e trasparente, nei ritornelli dolci, ma mai ruffiani (aspetto nel quale finiranno, spesso e volentieri i Guns). Altri pezzi notevoli sono sicuramente Nightrain che mostra ancora, dopo Paradise City, cosa effettivamente è il sound dei Guns & Roses, e Mr Browstone, un pezzo dove Axl fa i salti mortali, arrivando anche a rappare il testo, per stare dietro alla velocità di

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esecuzione dei compagni. Con My Michelle, Think About You e Rocket Queen, c’è spazio anche per del romanticismo. Certo stiamo sempre parlando del romanticismo di quei cinque scalmanati, ma tant’è. Rocket Queen resta famosa per il sottofondo composto da orgasmi femminili (vi avevo avvertito, no?), mentre Think About You non direbbe nulla di nuovo, se non fosse per i ritornelli dannatamente coinvolgenti, nonostante la solita velocità assassina del brano. Ma il piccolo gioiello è senz’altro My Michelle: senza peli sulla lingua, il testo illustra quello che è la dimensione della vita della band, prima del futuro successo, come una sorta di documentario diretto su loro e le persone che frequentavano. Il resto dei brani non aggiunge né toglie nulla all’album, che fu (ed è ancora) uno degli esordi di maggior successo nella storia della musica, lanciando i Guns & Roses nell’olimpo delle Rockstar. Niente male come pietra tombale. A conti fatti resta impossibile capire davvero quando sia morto il Rock. Ma se se ne è andato così, con quest’album lo ha fatto alla grande.

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Memorie di viaggio Londra Low cost: la sopravvivenza A cura di Fabiana Andreozzi Quando anche un viaggio in una delle capitali più cool e costose d’Europa può costarci pochi spiccioli.

Ok la mia rubrica più che memorie di viaggio sembra una guida sul come rispar-

miare durante le vacanze beh, in effetti è anche questo, ma non solo. Vuole essere un spunto per incuriosirvi su luoghi lontani e vicini, offrirvi uno scorcio di culture, usanze diverse, raccontarvi un aneddoto curioso, spingervi ad aprire internet e prenotare il primo volo per ammirare quante meraviglie si nascondono nel mondo. Il viaggio è come un buon libro, vi accompagna passo passo, vi entra nel cuore e resta per sempre nei vostri ricordi. Il viaggio è cultura che si tocca in prima persona e si vive sulla pelle senza bisogno di tante cornici in cui ingabbiarlo. E così siamo giunti alla volta di Londra, una città poliedrica, ambivalente, multietnica, una città che non si può fare a meno di amare una volta vista.


E se ve lo dice una come me che odia l’inglese, potete crederci: la capitale mi ha ospitato ben cinque volte! Ormai sono di casa e, nonostante la lingua ostile, mi sento padrona del mondo. Quindi se non masticate bene l’inglese non temete di spingervi fino in Inghilterra, in un modo o nell’altro vi capiranno, senza contare che la città e le infrastrutture, nonché la segnaletica sono così efficienti che raramente ho dovuto chiedere informazioni. Vi ricordo che la moneta locale è la sterlina il cui cambio attuale è all’incirca di 1 € e 19 cent. Quindi il cambio non è poi così sfavorevole come un tempo. Perché andare a Londra per Natale? Sicuramente è una città che affascina in qualsiasi stagione, persino sotto la pioggia, ma da metà novembre le principali strade vengono decorate a tema natalizio, luci sfavillanti, insegne luminose e tutto un gioco di colori e luci. Piste di pattinaggio in giro per la città… insomma diventa assai fiabesca. E ora veniamo a noi, una breve sintesi su come risparmiare a Londra e come ci si può divertire. Sfatiamo una volta per tutte il mito del partirò e sarò spellato vivo. Tanto per cominciare Londra è raggiungibile da compagnie aeree a basso costo: Ryan air ed Easy jet. Se prenotati in anticipo, potete trovare i biglietti anche a meno di cinquanta euro. Io personalmente consiglio voli che atterrano a Gatwick per due ragioni: ● Per raggiungere Londra si può prendere l’easy bus che offre, se prenotati per tempo, biglietti scontatissimi. Si sale nell’orario stabilito e se avete più valige ingombranti va acquistato posto anche per loro. Il viaggio dura un’ora circa e si arriva vicino al capolinea Earl’s court, al confine della zona 2. ● Per raggiungere Londra si può prendere il treno il southern (http://www.southernrailway.com/) che arriva direttamente a Victoria Station e da lì potrete raggiungere comodamente qualsiasi hotel abbiate scelto. Non sono riuscita a comprare i biglietti online, ma a Gatwick in un attimo ve li fanno. La chicca è che andando sul sito 2 for1 London (http://www.daysoutguide. co.uk/2for1-london) potete trovare numerose offerte scontate per attrazioni, eventi etc. Basterà presentare il coupon e il biglietto del treno. Non fate come me che ho dimenticato a casa la stampa del coupon: sono irremovibili e non vi fanno entrare. Un’altra chicca di questo biglietto del treno è che comprende anche l’abbonamento in metro per quella giornata (il costo dovrebbe aggirarsi intorno alle 14 £). Se volete risparmiare dormendo non abbiate la malsana idea di affittare una stanza/appartamento in una zona periferica per intenderci oltre la zona2. A Londra i trasporti sono cari da morire, ma di contro c’è da dire che sono efficientissimi per cui valgono tutti i soldi spesi. L’hotel va preso all’interno della zona 2 il più possibile vicino alla metropolitana.

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La città è immensa e anche trafficata in alcuni punti per cui conviene spostarsi con la underground. Mi sono trovata benissimo in questo quartiere Hammersmith/Shepard’s Bush, vicino alla metropolitana rossa che collega alcuni dei siti più importanti della città. Quartiere tranquillo, un po’ dormitorio con ristoranti, fast food, qualche negozio h24, ma per gli amanti dello shopping come me c’è un immenso centro commerciale Westfield… probabilmente, viste le dimensioni, il più grande d’Europa. Per chi sa di cosa parlo, c’è Direct Sport con gli stessi identici prodotti sportivi super scontati e ultraconvenienti proposti da Lillyiwhites (http://www.lillywhites.com/) che si trova invece a Piccadilly (metro blu). Per chi teme che a Londra farà la fame dovrà ricredersi: c’è cibo ovunque anche a prezzi decisamente abbordabili. Prodotti da ogni parte del mondo, invadono ogni angolo dei mercati e delle strade. Dal cinese al giapponese, italiano, argentino, spagnolo, indiano, messicano per arrivare direttamente a quelle quattro cose inglesi, che vi assicuro non sono per niente spiacevoli da assaggiare. Vi consiglio la catena di pub Nicolson (http://www.nicholsonspubs.co.uk/) che trovate sparsa in tutta la città. Si mangia benissimo e i prezzi sono accettabili. Il più bello è The Old Thameside Inn in London Bridge a pochi passi dalla metro London Bridge, direttamente sul Tamigi, che offre una vista spettacolare al tramonto della City e St Paul.

Cosa si mangia? Beh io vi consiglio assolutamente Chicken and Mushroom Pie, un tortino di stufato di pollo in una sublime salsa di funghi ricoperto da pasta sfoglia accompagnato da verdure. Però, per chi vuole, c’è da assaggiare il famoso fish and chip.

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Vi ricordo che la cucina a Londra chiude alle 22/23 quindi, superata questa soglia, si potrà mangiare solo nei fast food. Immancabili Mc Donald, Burger King e altri mille dedicati al pollo fritto. Io ho adorato Pret a Manger specializzato in minestre e sandwich. Ovviamente in ogni angolo c’è Starbucks. È assolutamente criminale non fermarsi a sorseggiare qualche frappuccino comodamente seduti nelle poltroncine… fa un’atmosfera un po’ da pub di Friends. Per chi volesse risparmiare di più, allora potete acquistare direttamente al supermercato. Ce ne sono a milioni fornitissimi di cibi pronti da mangiare. I sandwich di Marks and Spencer sono i miei preferiti. Quello con bancon, pomodoro e insalata è mitico. Da Sainsbury’s invece potete assortirvi addirittura la vostra macedonia preferita Come muoversi per Londra? Niente paura, ha un reticolo di metropolitane che vi condurranno ovunque. Si distinguono per colori e sotto trovate milioni di indicazioni con i vari incroci, senza contare che ve le annunciano pure in molte stazioni. Praticamente in tutte le stazioni potete trovare la piantina della metro, che vi sarà indispensabile per decidere le varie combinazioni di spostamento. Molte metro sono più strette e basse rispetto a quelle italiane, in alcune stazioni fate attenzioni che tra il marciapiede e il gradino c’è una voragine e infatti vi verrà ripetuto dall’altoparlante: “Mind the gap” In superficie ci sono una marea di autobus, anche questi vi porteranno ovunque, non ci sono cartine delle linee in giro ma io sono riuscita a prenderli quasi a caso. Alla banchina sono segnate le fermate e quelle che vi servono le riconoscete perchè portano i nomi dei luoghi di interesse e delle attrazioni. Io ve li sconsiglio fortemente perché ci impiegherete il triplo del tempo a muovermi. Quindi fatevi un giro in notturna per tornare verso casa perché la metro chiude se non sbaglio verso l’una e una corsa in taxi non è per niente economica. E comunque ha il suo fascino perché gli autobus sono a due piani, rigorosamente ci si siede all’ultimo davanti al vetro per provare l’ebbrezza della guida contro mano. Ogni due per tre vi sembrerà di andare contro pali, macchine, marciapiedi, insomma una piccola avventura cittadina. Per risparmiare comprate il biglietto giornaliero off topic zona 1-2, ossia un biglietto che va vidimato dopo le 9,30 vi costerà 7,50£ e durerà fino a dopo la mezzanotte. Si può anche comprare una Oyster card, una tessera magnetica, che vi permetterà di ricaricare fino a 7 giorni di abbonamento che vi costerà 30,40£ insomma fatevi i conti La Oyster resterà vostra e sarà possibile riutilizzarla nei vostri futuri viaggi, perché tanto a Londra si torna per forza! Mai e poi mai la malsana idea di comprare corse singole, costano un boato: 2,10 £ a corsa. Se dopo un estenuante giro per la città non vi si sono scaricate le pile, potete dedicarvi un po’ alla movida notturna. Ci sono discoteche che restano aperte fino la mattina. I prezzi di ingresso non sono propriamente abbordabili, circa 20£ consumazione esclusa. Un quartiere da scegliere, carino e pieno di locali, è quello di Soho.

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Io personalmente che non sono amante delle disco ho apprezzato più un locale ‘chicchettoso’, l’agua nueva, che si trova al quinto piano di un edificio di Argyll St (la fermata della metro più vicina è Oxford Circus). Bisogna essere vestiti eleganti per entrare. Non si paga nulla all’ingresso ma non è proprio economico consumare. Qui ho preso la Capiroska più cara della mia vita 11£. All’interno è tutto curatissimo, il bancone del bar è a giro con tutti intorno a ordinare cocktail o vino. Ristorante etnico, terrazze con divanetti e una fantastica vista dall’alto di una città monumentale. Gli inglesi che vi ignoreranno per tutto il dì, di notte, complici le pinte di birra e di alcol, si trasformano in marpioni assurdi. Ma agli uomini in ascolto farà piacere scoprire che le donne sono altamente disponibili e vi abborderanno con chiare intenzioni! Ovviamente Londra non è solo questo, ma molto molto di più solo che qui ho già sforato con le battute :P Il seguito al prossimo numero in cui scoprirete che siccome i saldi d’inverno cominciano il 26 dicembre conviene proprio partire anche per Natale!

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A CURA DI VANESSA VESCERA

Un libro… un sorriso Fai uscire la stronza che c’è in te... e non far finta di non sapere di cosa sto parlando La stronza non è un mostro… ci salva la vita!

TITOLO: Fai uscire la stronza che c’è in te... e non far finta di non sapere di cosa sto parlando AUTORE: Elizabeth Hilts EDITORE: Kowalski PAGINE: 113 PREZZO: 11,00€ (lo si trova a 9,35€ un costo accessibile.) TRADUTTORE: V. Riolo

Trama

La teoria è nota: solo le cattive ragazze nella vita ottengono qualcosa. Le altre rimangono al palo! Avete mai detto “sì” quando volevate dire il più assoluto dei “no”? Vi siete mai scusate anche se la colpa non era vostra? Ecco, se state annuendo, questo è il libro che fa per voi. Come dice Erica Jong: “Fammi vedere una sola donna che non si sente in colpa e io ti farò vedere un vero uomo”. Abbandonati i sensi di colpa e armate di sana cattiveria e astuzia, le donne hanno il mondo ai loro piedi. Con ironia e un pizzico di sana perfidia, Elizabeth Hilts analizza la toxic niceness, ossia la bontà un po’ fine a se stessa, assolutamente castrante, che va combattuta. Solo così si riesce a sopravvivere alla marea di richieste assurde, aspettative ridicole e problemi irrisolvibili che si devono affrontare ogni giorno.

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Bentornati cari lettori, se siete di nuovo qui dovrei urlare al miracolo o forse vi piace ridere. In questo numero di Eclettica ho deciso di proporvi non un romanzo scanzonato e divertente, ma un manuale ironico, leggero che nonostante tutto trasmette al lettore spunti per pensare. “Non credo” è la parola chiave del manuale di Elizabeth Hilts. Un manuale che dà un grandissimo spazio alla Stronza che è in noi. Perché capiamoci, siamo tutti un po’ stronzi (senza offesa). Il problema è che usiamo questa “stronzaggine”, passatemi il termine, nel modo sbagliato o comunque le diamo una connotazione, all’interno della nostra società o del nostro microsistema che è la quotidianità in cui viviamo, essenzialmente negativa. Bene preparatevi a ricredervi. Ho letto questo manuale in poche ore. Scorrevole, diretto e piacevole sono rimasta affascinata dalle verità che si possono nascondere in un libro semplicissimo che racchiude le esperienze di vita. “Non credo” sì, mi sono accorta leggendo questo manuale che la “Stronza” che c’è in me esce fuori davvero poco. Non si fa sentire abbastanza e ahimè ho scoperto di essere affetta anch’io da “carinite-ossessivo-compulsiva”… non avete mai sentito questa malattia? Ve lo assicuro è gravissima e bisogna correre ai ripari con una terapia d’urto. Cos’è? Se vi dicessi che è la sindrome per cui spesso diciamo sì quando invece vorremmo dire no? Quando mossi da compassione, o forse solo perché siamo persone buone e carine, rispondiamo “CERTO” invece di spiattellare in faccia un bel “NON CREDO”? Un semplice manuale come un altro,

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ironico e leggero, che ti apre lentamente un mondo e ti accorgi che in fondo almeno una volta nella vita abbiamo detto “OKAY” quando avremmo voluto dire “NO”. Mi sbaglio? Dai pensateci un po’… Il nostro “Okay” nasce dal fatto che siamo delle persone carine, troppo carine. “Fai la brava, comportati bene.” Nella nostra società questa frase è ripetuta continuamente, sin dalla nascita e fino ai cinquant’anni (non che io abbia cinquant’anni capiamoci) se non oltre. Almeno una volta al giorno ci sentiamo dire fai la brava. Ma poi per quale ragione? Dall’altra parte abbiamo persone che rispondono con la stessa moneta? Se ci danno una sberla, si girano e ci porgono la guancia dicendo: ”Ehi adesso tocca a te, dammi una sberla!” A me non è mai capitato anzi, mi sono dovuta battere con la mia carinite-ossessivo-compulsiva per convincermi che era ora di agire contro il malcapitato individuo che non voleva concedermi la sua guancia da usare come boxing bag. Basta torno seria, niente violenza, sono contraria, però bisogna dire che il “fare la brava” non vuol dire accettare tutto ma saper dire anche “no” con un certo charme, un’eleganza innata che non lasci via di scampo al nostro interlocutore. Il “non credo” infatti è la classica frase gentile che abbatte ogni possibilità di farci appioppare elegantemente qualche spiacevole compito tipo: 1. Badare al gatto mentre la nostra amica va in vacanza facendoci percorrere magari qualche chilometro con la macchina. (FATTO… maledetta carinite-ossessivo-compulsiva)


2. Sobbarcarci del lavoro altrui perché tanto “chi fa da sé fa per tre”… sti cavoli, se un lavoro è di gruppo, in gruppo bisogna farlo. (FATTO – Sarò grave?) 3. Non chiedere un aumento ma essere sempre disponibili a qualsiasi richiesta. (No comment – entriamo in campo minato, attenzione alle esplosioni.) 4. Aiutare sempre a tutti i costi gli altri anche quando siamo a pezzi. (:-P) 5. Dare tutti i giorni un passaggio a qualche collega un po’ pesante e che ci ruba magari l’unico attimo di pace tra il tragitto lavoro-casa. La lista potrebbe diventare infinita, ma non solo, se ognuno di noi pensa a tutte le volte che ha detto “certo” e si è reso disponibile per poi ricevere in cambio un bel due di picche quando la mano serviva a noi… a quel punto capisci. Hai bisogno della STRONZA. La STRONZA è quella persona sincera, che dice ciò che pensa senza girarci intorno ma lo fa con garbo, magari con un semplice “NON CREDO”. È quella persona che ci aiuta a non distruggerci per gli altri, a metterci a letto la sera senza i mille pensieri che ci assillano. Se abbiamo sbagliato una volta la Stronza insegna che non lo faremo una seconda, inutile restare a rigirarsi nel letto in preda all’ansia. È andata, punto e a capo, si ricomincia. Per finire, non voglio dilungarmi troppo, la stronza è la parte di noi che ci salva dalla carinite-ossessivo-compulsiva è quella parte che nascondiamo ma che deve assolutamente venire fuori perché un NON CREDO a volte può davvero farci stare meglio… può salvarci la vita. Se avete detto CERTO ma la risposta era NON CREDO ebbene leggete questo manuale ironico che racchiude situazioni di

vita quotidiana in maniera ironica e in cui ognuna di noi può ritrovarsi e magari chissà potrebbe accorgersi anche di avere qualche punto da aggiungere alla lista. Stronze di tutto il mondo, venite fuori e dite finalmente: “No… non credo!” ;-) Sperando di avervi allietato la giornata vi auguro con un gran sorriso un buon proseguimento. P.S.: L’ultima frase sulle stronze era un incoraggiamento a uscire fuori dalla carinite-ossessivo-compulsiva, non un’offesa.

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...E AZIONE!

BED TIME

A cura di Mirko De Gasperis

Titolo: Bed Time Anno: 2011 Genere: Horror; Thriller Durata: 102 minuti Regia: Jaume Balagueró Sceneggiatura: Alberto Marini Interpreti: Luis Tosar; Marta Etura Trama: César è l’affabile portiere di un palazzo in Barcellona. All’apparenza solerte e cordiale, nasconde dentro di sé una continua e intollerabile insofferenza nei confronti della felicità altrui. Far soffrire Clara, una giovane inquilina, solare e positiva, diventerà la sua ossessione…

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la vita di Clara sempre più impossibile. a visione di Bed time (il titolo origi- Ma la grandezza della sceneggiatura sta nale spagnolo rende decisamente di più: proprio nell’originalità di queste trovate, nel mostrarci un personaggio che non è Mientras duermes – Mentre dormi) affatto stupido e che anzi ci lascia ammilascia spiazzati. Questa sensazione corati per la sua malsana e perfida furbizia. mincia fin dall’inizio del film, quando Un personaggio a tutto tondo, del quale noi ci ritroviamo a seguire e vivere la conosciamo ogni più intimo aspetto, storia non dalla parte della vittima, bensì con lo sguardo di César stesso. Si sorretto dalla buona interpretazione di Luis Tosar, sconosciuto da noi, ma vinprova una sorta di sottile fastidio, nel citore di tre premi Goya (gli oscar sparitrovarci con un protagonista tanto gnoli), in patria. Un personaggio per il ostico e scomodo. Spiamo ciò che arquale arriviamo quasi a trattenere il fiachitetta lungo tutto il film, per rendere


to, preoccupati per le sue sorti, specialmente nella lunga sequenza intorno alla prima ora del film, quando Clara è in compagnia del suo ragazzo. Una tensione estenuante, lunga almeno dieci minuti, durante i quali può succedere di tutto. Grande merito va alla messa in scena di Jaume Balagueró che, dopo quel gioiello di Rec, con l’altrettanto interessante seguito, si conferma come uno dei più interessanti e talentuosi esponenti dell’horror spagnolo e non solo. Merito anche delle sue inquadrature se la casa di Clara e l’intero palazzo si trasformano in uno spazio claustrofobico, dove l’unico a muoversi a proprio agio è César, anche più degli inquilini che si credono al sicuro, regalandoci un’ansia che non ci lascia mai.

: ’ A T I S O I R CU Balagueró stesso ha confessato in un’intervista di essere impaurito dalla realtà che va avanti, da ciò che può accadere, mentre lui è addormentato.

Il pregio maggiore del film però è la grande coerenza della storia. La sceneggiatura sceglie dall’inizio quel binario oscuro da seguire e lo percorre, imperterrito, fino all’amarissimo finale. Non c’è spazio per redenzione e moralismi dietro i quali nascondersi soltanto per fare qualche passo indietro e regalare un contentino allo spettatore. È qualcosa di coraggioso, un aspetto che si guadagna senz’altro il rispetto anche dello spettatore più attento, che sicuramente non potrà sentirsi “tradito” o preso in giro dalla storia. A conti fatti, a mente fredda, si può dire che l’intera vicenda potrebbe sembrare un po’ troppo fantasiosa, un po’ troppo da… film (ne siamo proprio sicuri?). Ma la tensione che tiene incollato lo spettatore, durante la visione, non dà certo il tempo per pensarci. E quel che è certo è che, appena finito di vedere, Bed Time non vi spingerà ad addormentarvi in sonni tanto tranquilli…

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mondo incantato SCORCI DAL 44

Elisa S. Amore: quando un sogno diventa Realtà. A cura di Fabiana Andreozzi

Chi lo avrebbe mai detto che anche

è toccato a Elisa che, a tutti gli effetti, è a oggi la dimostrazione vivenin Italia una perfetta sconosciuta te che bisogna credere nel proprio potesse in pochi mesi guadagnare la ribalta. È quello che è capitato a lavoro anche se abitiamo in Italia e non in America. Oltre oceano di queElisa Amore e alla sua pentalogia sti casi se ne sentono di più, quindi Touched. non possiamo che essere orgogliosi di avere per una volta un fenomeno Ho deciso di dedicare lo spazio di tutto made in casa questo mese a una nuova scrittrice italianissima e giovanissima: Elisa S. Veniamo alla saga Touched uscita, in Amore. Ha iniziato a scrivere il suo una nuova veste grafica per la Nord, a fine settembre con il suo primo romanzo tre anni fa e da uno sono libro La carezza del destino. diventati ben 5 di questa avvincente saga che ormai tutti conoscerete a menadito. Forse qualcuno si sta giustamente chiedendo come mai ho deciso di trattare in questo spazio di un’autrice esordiente invece che di qualche scrittore ormai noto e famoso. Le ragioni sono molteplici, per cominciare per restare qui nel panorama italiano dell’urban fantasy; poi perché Elisa non è una semplice esordiente come tante altre ma rappresenta il sogno di tutti quelli che scrivono e che stanno ancora aspettando di compiere il grande salto. E allora, siccome in queste spazio vi TITOLO: La carezza del destino voglio far sognare tra le pagine di un AUTORE: Amore Elisa S. libro, ho pensato che raccontarvi di EDITORE: Nord lei e del suo romanzo fosse un modo PAGINE: 489 per continuare a sperare e a non arPREZZO: 14,90 euro rendersi mai. È come cantava Morandi: uno su mille ce la fa. Stavolta


Protagonista di questa saga è Gemma Bloom la cui vita sta per essere stravolta per sempre mentre lei continua a vivere ignara. L’unico scossone di un’esistenza tutta uguale e tranquilla a Lake Placid è l’arrivo del fascinoso e misterioso Evan James. Immediata è l’affinità, basta un solo sguardo, poche sillabe e tutti i pensieri di Gemma sono stravolti da questo sconosciuto che per quanto l’attrae la inquieta anche. Lo stesso Evan non resta immune e le credenze di una vita si sciolgono come neve al sole. Gemma ed Evan sono divisi dalle loro essenze, dal destino stesso che atroce incalza e li perseguita. Nonostante il tempo sia fugace i due moderni Romeo e Giulietta scopriranno a loro spese cosa sia l’amore e come non sia scontato per loro due, soprattutto quando la morte chiede il suo dazio. Elisa ha il dono di rendere poetico qualsiasi passaggio del libro, si perde nelle emozioni e nei sentimenti di Gemma, che esplodono inaspettati e sembra di provarli sulla propria pelle. Per questo nonostante non sia più abituata a leggere libri molto descrittivi sono riuscita ad apprezzarlo: ogni pensiero era pura poesia. Mi è piaciuto l’alternarsi del punto di vista che ha reso la scena molto più dinamica e ricca di pathos. Senza dubbio al primo passaggio di punto di vista, quando finalmente ci focalizziamo su Evan, la storia prende una marcia in più, si vive questa confusa e strana emozione a cui non si riesce a dare un nome. In fondo Gemma è la ragazza adolescente brava, studiosa che all’improvviso si innamora di uno sconosciuto. È presa da drammi che tutti noi abbiamo conosciuto e sperimentato mentre Evan ha quel qualcosa in più che lo rende speciale. Lui non è un semplice adolescente, lui non può amare Gemma. Soffermarsi su di lui ci si cala dritti nel dramma, in quest’anima dilaniata da un’emozione che irrompe inspiega-

bile per la prima volta dopo secoli. Gemma è ovunque, nei suoi pensieri, nei suoi ricordi eppure non ha scelta, non può esimersi dal compito che gli è stato affidato. Pertanto la seconda parte del romanzo è diventata anche molto ma molto più emozionante. È quella che ho bevuto in poche manciate di ore. E ora sono rimasta così 0__0 scusate l’emoticon, ma sono in attesa di scoprire quale sarà il destino di Gemma ed Evan perché alla morte non si sfugge. Mi chiedo quali altri stratagemmi e sotterfugi saranno costretti a mettere in atto per camminare ancora l’uno accanto all’altro. Per tutti quelli che sono rimasti con il fiato sospeso dalla lettura del romanzo ricordo che ad aprile uscirà l’attesissimo seguito L’inganno della notte – Unfaithful. Trama e cover non sono ancora disponibili, ma basterà restare sintonizzati sul sito dell’autrice o sulla pagina facebook per scoprire tutte le emozionanti novità in arrivo. Io che invece sono impaziente di natura mi sa che mi butterò direttamente sull’ebook di Unfaithful che avevo acquistato se qualcuno non mi ferma prima! Cari lettori, per ingannare i mesi di attesa, Elisa comunque ha scritto due racconti gratuiti legati al primo libro: L’impronta del destino e Il riflesso del destino. Non ci resta che leggerli per scoprire cos’altro ci rivelerà la piccola Gemma. Un grande e meritato in bocca al lupo alla nostra giovane autrice e alla sua saga che presto approderà anche in Spagna. Grande Elisa! Per chi volesse contattarla, entri nella community: facebook.com/eli.amore Alla prossima cari impavidi lettori e mi raccomando, in bocca al libro!

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46 A CUR

La bacheca dello APPUNTI E SPUNTI

A DI

MARY

CHIOA

TTO

IDENTIKIT DI UN PERSONAGGIO Cari scrittori,

è un immenso piacere incontrarvi nuovamente, seppur virtualmente, e condividere alcuni argomenti a me cari. Se nel precedente articolo abbiamo immortalato l’importanza dell’originalità, in questo incontro vorrei allacciarmi a un altro aspetto molto importante: la coerenza. Certamente si tratta di una qualità attribuibile a vari elementi di un romanzo, ma che oggi ci limiteremo ad applicare ad un solo elemento cardine di un manoscritto, ovvero i personaggi. Perché parlare di coerenza e di personaggi? Mi spiegherò subito portando alla vostra attenzione un esempio lampante, che credo accomuni molti di noi. Chi scrive un romanzo - non parlo di racconti brevi ma proprio di scritti più sostanziosi - ben sa che è praticamente impossibile dedicarsi con piena costanza alla propria creatura. I continui impegni imposti dalla realtà, il saltellante estro creativo che ci anima, ed il più acerrimo nemico di ogni scrittore – il tempo – c’impediscono di mantenere una certa continuità nella nostra passione. Noi scrittori scriviamo a singhiozzi, ritrovandoci spesso a rispolverare scritti e appunti, velati da una spessa trapunta di polvere. Portiamo una mano attorno alla bocca e a gran voce richiamiamo i nostri personaggi, nel frattempo appisolati tra le varie pagine in attesa di un nostro cenno. Eccoli arrivano, ci sembrano loro! Ma la memoria ci inganna, tenta di ricostruire a modo suo quanto la nostra mente ha smussato col tempo. Tratti nell’inganno dei ricordi, i ritratti dei nostri personaggi sfumano in altro, perdendo la loro coerenza. Il biondo delle folte chiome s’inebria di toni caldi, il carattere si disperde, i personaggi non si riconoscono più in loro stessi. E voi mi direte: non potrei mai dimenticare le fattezze del mio protagonista, né il canto della sua anima. Ma io vi rispondo: ampliando le vostre vedute, potete dire altrettanto dei personaggi secondari? Parlo di quegli individui che entrano in scena per abbandonarla quasi subito, per poi ritornarci dopo capitoli e capitoli. Non avendoli sempre sott’occhio, come potete non venire ingannati dai vostri vacillanti ed influenzabili ricordi? Per non lasciarsi truffare dalle beffe della memoria, vi propongo un suggerimento dello scrittore Andrea Mucciolo, autore di due romanzi - “Come pubblicare un libro” e “Come


o scribacchino diventare scrittori oggi” - finalizzati appunto a supportare gli scrittori emergenti. Sfortunatamente leggo nel suo sito www.andreamucciolo.com che entrambi i volumi sono stati esauriti. Tuttavia vagabondando nel web qualche estratto mi è scivolato sotto gli occhi: tra i vari consigli, l’autore ci illustra l’utilità di costruire una scheda riepilogativa per ciascun personaggio, in modo da comporre un ritratto sempre disponibile e completo di ciascun individuo sgattaiolato fuori dalla nostra fantasia. Cosa annotare? Qualsiasi cosa possa tornarci utile. Lo stesso scrittore riporta alcuni esempi, tra cui l’aspetto fisico, le sfumature caratteriali, l’età, la professione…e così via, fino a compilare un vero e proprio identikit. Che cosa ne penso? Che non solo ho fin da subito assecondato il suo lampo di genio, ma ho addirittura voluto mettere in pratica sin dal principio il suo suggerimento. A questo punto, mi sembra piuttosto doveroso raccontarvi la mia avventura. Pronti per un tuffo nei meandri dei miei ricordi? Saltellando qua e là sulla linea del tempo del mio passato, vi trascino indietro di qualche anno, nel momento esatto in cui le prime macchie d’inchiostro iniziarono a tappezzare le pagine del mio romanzo, tuttora in fase di scrittura. Nel preciso istante in cui la mia compagna di sogni Rossella ripose tra le mie mani alcune pagine zuppe dei consigli di questo scrittore a me sconosciuto. Lessi. Analizzai. Appresi. E decisi che se qualcuno si prendeva la briga di metter tutto ciò nero su bianco, certamente era un consiglio da provare. Aprii un nuovo foglio digitale, da poter poi salvare nella mia inseparabile chiavetta USB, ed iniziai ad annotare quanto mi aveva già suggerito la mia immaginazione, seguendo i consigli di Andrea Mucciolo. Ma la mia avventura non si è soffermata al suo suggerimento di appuntare i connotati principali, quelli che generalmente ci identificano in una comune carta d’identità – che identificano tutti, e nessuno – ma trascrivendo proprio alcuni passi dei primi capitoli, riportando quindi ogni sfumatura fisiologica dei miei personaggi. Altri passi dettagliavano il loro carattere, altri ancora il loro passato. Le poche parole che solitamente definiscono la professione di ciascuno, furono presto affiancate dal ruolo assunto

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nelle varie vicende. Mi ritrovai letteralmente ad abbandonare le vesti di scrittore e creatore, per rivestirmi con quelle di una sorta d’investigatore, pronta a cogliere ogni più minuziosa sfumatura dei miei personaggi. A completamento della mia attività, mi sfogliai vari siti di arte digitale, per contemplare, scartare ed infine scegliere l’immagine più affine ai ritratti della mia fantasia. Il risultato? Un vero e proprio identikit da consultare in qualsiasi momento, ogni qualvolta la mia mente vacilla tra un ricordo e il suo opposto. E vi posso assicurare che a distanza di tempo – come vi anticipavo sto stilando ed assemblando le pagine del mio primo romanzo da qualche anno ormai – tali appunti mi sono tornati utili, soprattutto per i personaggi marginali, quelli che ritornano in scena all’improvviso per poi scomparire nuovamente. Le schede mi hanno impedito di sfogliare capitolo per capitolo, pagina per pagina, alla ricerca di come la mia mente li aveva ritratti dal principio, risparmiandomi quindi la fatica della ricerca e la preziosità di un tempo sempre troppo esiguo. Anche l’idea di affibbiarci un’immagine che rappresenti alla meglio il personaggio è stato un valido stratagemma: un rapido sguardo alla foto scelta e subito i tratti fisici mi riempiono la mente d’ispirazione.

La prossima evoluzione del mio esperimento? Visto che il mio estro creativo e sperimentale si dimena costantemente come un forsennato nella mia minuta testolina, ho ben pensato di ampliare ulteriormente le mie vedute: perché non abbozzare qualche scheda per i luoghi più comuni del mio romanzo? Di sicuro così eviterò di smarrirmi in una selva oscura, nella Terra di Mezzo che unisce Narnia ed Hogwarts!

Note sull’immagine: L’immagine presente nell’articolo è stata realizzata da Chioatto Mary. Il dipinto incollato nell’immagine è stato trovato nel web (Facebook), tuttavia non ne era citato l’autore. Tali diritti appartengono a questo autore.

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A CURA DI LOREDANA GASPARRI

English Library MARGARET GEORGE – “ELIZABETH I THE NOVEL” TITOLO: Elizabeth I The Novel AUTORE: Margaret George EDITORE: Penguin Books; Reprint edition (March 27, 2012) PAGINE: 688 pagine PREZZO:EUR 10,50

Trama:

1588. La leggendaria Elizabeth Tudor, la regina più enigmatica della storia, è al culmine del proprio potere. E’ la vergine dai molteplici pretendenti, la vincitrice dell’Invincible Armada che odiava la guerra, la donna coperta di gioielli che conta i centesimi. La cugina di Elizabeth, Lettice Knollys, è da sempre la sua rivale più odiata. Innamorata di Robert Dudley, Conte di Leicester, e madre del Conte di Essex, il volubile nobiluomo che insidiò il trono di Elizabeth, Lettice ha sempre visto la sua vita intrecciarsi con quella della regina fin dall’infanzia.

Dopo essersi dedicata per tredici lun-

ghi anni al completamento dell’autobiografia di Enrico VIII, il monarca delle sei mogli, Margaret George si dedica ad un compito altrettanto ambizioso: ricostruire una parte della vita della sua magnifica figlia, Elizabeth I, la sovrana più amata e più grande che l’Inghilterra abbia mai avuto nella sua lunga storia monarchica. L’autrice ce la presenta quando è ormai una donna matura di 55

anni. Sono lontani i giorni turbolenti della sua adolescenza, quando il suo status continuamente oscillante tra principessa bastarda e legittima non le garantiva la sopravvivenza. Una volta diventata regina, i pericoli non sono cessati, e solo la sua grande intelligenza e astuzia, unita ad una scelta accorta di consiglieri fidati, le permette di continuare a regnare e di farsi amare dal suo popolo, che lei ama con passione, al di sopra di se stes-

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sa e della propria vita. Nel 1588, c’è la Spagna di Filippo, fresco vedovo della sorellastra Mary, la tristemente famosa Bloody Mary, a tormentare la vita già intensa di Elizabeth I. Il trono di Inghilterra fa gola al monarca spagnolo, che tenta di allungare le mani per impossessarsene lanciando la sua Invincible Armada contro le coste inglesi. La sconfitta che ne guadagna è bruciante, mentre Elizabeth acquista un’aura da dea. Durante tutto il periodo di attesa angosciante, dovuto alla consapevolezza che gli Spagnoli stavano per arrivare e spazzare via per sempre qualunque tipo di libertà, qualunque cosa cara agli Inglesi, Elizabeth si erge fredda, volitiva. Le sue parole sono secche, le sue decisioni forti, tese a proteggere il suo popolo, le persone a corte che vivono con lei e che possono soffrire maggiormente dell’invasione spagnola. Per quanto preoccupata, alle riunioni dei suoi consiglieri tenta persino di fare dell’umorismo, di alleviare la tensione troppo palpabile. E’ misurata e attenta, e non lascia che il suo focoso temperamento Tudor emerga a causare danni. Una volta smessi i panni della regina guerriera, con la brillante vittoria sull’Armada, Elizabeth brilla come una dea benevola nelle sue elaborate vesti e parrucche rosso-fiamma, ornate di gioielli, che la fanno sembrare sempre giovane. Lascia che l’adulazione delle sue dame di compagnia e degli ambiziosi uomini di corte le diano calore e la facciano sentire sempre desiderata, amata, la prima, la migliore, la più bella. Ma nessuno può oltrepassare i confini dei benefici e delle ricompense che concede: Elizabeth è troppo attenta e troppo regina per permettere che qualcuno dimentichi

che è lei il cuore e il cervello della corte. Il suo desiderio di bellezza, di gioia e di amore non offusca mai la sua completa devozione alla ragion di Stato e alla sua adorata Inghilterra. Nessun uomo, per quanto forte e brillante come Francis Drake, l’audace pirata che incute timore anche negli esperti Spagnoli, può oscurare nel suo cuore la figura di Robert Dudley, l’affascinante Conte di Leicester che l’ha accompagnata dagli anni pericolosi della giovinezza, suo compagno eterno di un amore complicato ma indistruttibile, forgiato da numerosissimi fuochi. Uno di questi si chiama Lettice Knollys: nobildonna lontana cugina di Elizabeth, da parte della zia Maria Bolena, la sorella della tragica Anna Bolena. Grazie a questa parentela, le due donne sono sempre state vicine. La svolta in un rapporto che avrebbe potuto essere normale e rispettoso, avviene quando Lettice intreccia una relazione scandalosa proprio con Robert Dudley, portandolo via al cuore e alla corte della regina, che reagisce bandendo l’audace nobildonna in un terreno di odio aperto e un perenne esilio sociale. In questo libro, così come per l’Autobiografia di Enrico VIII si alternavano le voci del re e del suo giullare, l’autrice lascia parlare alternativamente le due donne, offrendoci un doppio punto di vista sulle persone, sugli avvenimenti, sulla corte, sulla stessa rivalità amara che le divide da anni e che non muore mai. La regina e la sua intrigante cugina rimangono sempre schierate sulle loro posizioni, eternamente inconciliabili, nonostante i tentativi di annullare le distanze da parte di Lettice e di suo figlio, l’incostante e avventato Robert Devereux, Conte di Essex, che per-


derà credibilità e vita nel tentativo di elevarsi verso un obiettivo impossibile. Con il rigore storico che la contraddistingue, Margaret George ci fa entrare nell’animo serio e sensibile di una donna che si è caricata di un peso schiacciante, che avrebbe travolto chiunque non avesse quella fibra fatta di devozione, impegno, costanza, determinazione unita ad un’intelligenza viva e sempre all’erta. Il suo contraltare, la sensuale Lettice, intenta a escogitare trucchi, a nutrire l’ambizione di tornare a corte per regnarvi a suo modo, si rivela la testimone più fedele e attenta di questa luce Tudor, per quanto a malincuore. Sembra che la sua esistenza si concentri soprattutto nelle ultime pagine del libro, quando anche lei si avvia a concludere la sua vita, e i suoi nipoti, troppo giovani per aver conosciuto la leggendaria Elizabeth, non si stancano di chiederle, curiosi e in soggezione, com’era lei.

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ECHOES Ken Follett “I Pilastri Della Terra”

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A CURA DI ROBERTO BALDINI

TRAMA

Un mistery, una storia d’amore, una grande rievocazione storica: in quella che è la sua opera più ambiziosa e acclamata, Ken Follett tocca una dimensione epica, trasportandoci nell’Inghilterra medievale al tempo della costruzione di una cattedrale gotica. Intreccio, azione e passione si sviluppano così sullo sfondo di un’era ricca di intrighi e tradimenti, pericoli e minacce, guerre civili, carestie, conflitti religiosi e lotte per la successione al trono. Un romanzo che si sviluppa lungo più di quarant’anni di storia, i cui indimenticabili protagonisti sono vittime o pedine di avvenimenti che ne segnano i destini e rimettono continuamente in discussione la costruzione della cattedrale. TITOLO: I Pilastri Dell Terra AUTORE: Ken Follett EDITORE: Oscar Mondadori PAGINE: 1030 PREZZO: 15,00€ TRADUTTORE: R. Rambelli

I pilastri della nostra vita...

mai letto una singola pagina. Lo dico anche con un pizzico di vergogna… Questo è uno di quei libri di cui tutti Un bel giorno, spinto dalla curiosità, ho hanno sentito parlare almeno una volta acquistato il libro e ho iniziato a sfonella vita. Vuoi per colpa/merito della gliarlo… E, come tutti quelli che hanno serie televisiva, vuoi perché ognuno di noi ha sentito almeno una volta il nome iniziato a leggerlo, mi sono trovato letteralmente imprigionato in un’atmosfera di Ken Follett, a meno che non abbia trascorso gli ultimi decenni in una grotta che attanaglia il cuore e la mente, uno sul cucuzzolo della montagna con i tappi scenario antico che si dipingeva davanti ai miei occhi senza nemmeno sforzarmi nelle orecchie… d’immaginare la scena: bastavano le saIo ero uno di quelli che non ne aveva pienti parole del grande Follett per cat-


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turarmi e farmi scordare il lavoro, la cena, gli impegni quotidiani… Pe quei pochi che ancora non si sono lasciati trascinare dalla maestria di Follett, riassumiamo brevemente la trama della vicenda. Il romanzo inizia nel 1123 e si conclude oltre cinquant’anni dopo. Tom il costruttore è in cerca di lavoro: si accontenta di lavori di poco conto purché gli diano i soldi necessari per la sopravvivenza della sua famiglia. In realtà il suo sogno è costruire un’immensa cattedrale, la più grande e magnifica di tutti i tempi. Purtroppo la gente non ha soldi, si accontenta di piccole case o luoghi semplici nei quali pregare. Il suo peregrinare lo porterà a conoscere una donna, Ellen, che vive nel bosco insieme a suo figlio Jack. Un’amicizia forte ma poco duratura, poiché Tom dovrà spostarsi altrove per cercare di nuovo lavoro. Purtroppo, durante il parto del figlio, la moglie di Tom muore. Il piccolo sopravvive ma Tom si vede costretto ad abbandonarlo: meglio una dolce morte nell’oblio del sonno, piuttosto di una lenta agonia provocata dai morsi della fame. Un frate del priorato di Kingsbridge trova il fagottino e decide di tenerlo con sé al priorato: per lui è una via offerta dal Signore per cercare di redimersi, poiché quel frate ha commesso molteplici atrocità, durante la propria giovinezza. Caso vuole che Tom venga assunto proprio dal priorato, per sistemare la vecchia chiesa: un lavoro da poco, appena sufficiente per garantire il suo sostentamento e quello dei figli. Una notte, di punto in bianco, la vecchia chiesa inizia a bruciare. Un caso o il segnale del-

la Provvidenza che vuole aiutare Tom e la sua famiglia? Forse una giovane mano che si è mossa a compassione per l’affetto che nutre verso l’uomo che vede come il padre che non ha mai avuto… Tom, Ellen e i loro figli vivranno insieme a Kingsbridge. E vissero felici e contenti? Non proprio. Anzi, le difficoltà inizieranno proprio ora… Tra i nobili, il giovane William viene proposto in sposo alla bella Aliena, una ragazza giovane e ribelle. Il giovane vede la vittoria facile, lui è ricco e altolocato e una bella ragazza è ciò che gli spetta di diritto, senza discussioni. Purtroppo Aliena lo rifiuta in pubblico, infliggendogli una ferita morale che non guarirà mai più, portando William ad assumere un atteggiamento che lo condizionerà per il resto della vita…William riesce a ingannare il padre di Aliena e a sottrargli la corona, gettando lui e la sua famiglia nella miseria più nera. Ora William potrà agire come meglio crede e potrà prendersi ciò che vuole, con la forza o meno…Per Aliena e suo fratello Richard sarà l’inizio di una interminabile fuga verso la libertà e la riconquista di ciò che spetta loro di diritto. Sulla loro strada incontreranno Tom, il priore Philip, Ellen e suo figlio Jack. Il priore Philip vuole soltanto gestire il priorato in pace, cercando di aiutare gli altri a vivere serenamente. Il vescovo Waleran sarà per lui una spina nel fianco e una fonte di opportunità. Regole scritte oppure soltanto sussurrate per giochi di potere che causeranno guerre, lotte intestine e vendette. Tutto in nome del più antico dei mali: il potere.


Una guerra che si protrarrà per anni, tremende astuzie, grandi amori, capovolgimenti di fronte, passioni e sotterfugi. Riassumere questa pietra miliare è un peccato, poiché ogni parola che compone il libro deve esser letta e avidamente assaporata. Questo libro ha tutti gli ingredienti per trovare estimatori in ogni dove. Piacerà a chi ama i romanzi d’amore, chi vuole solo avventura, chi brama intrighi e sotterfugi… È un romanzo ottocentesco, un termine che utilizzò una volta il grande Amico scrittore Giuseppe Pederiali. Non per l’ambientazione, bensì perché racchiude in sé molteplici caratteristiche: è un romanzo completo, non è diretto a una singola categoria di persone, ha tutte le caratteristiche necessarie per passare alla storia. Forse molti di voi non hanno letto il libro, preferendo cimentarsi con la serie tv. Pur confermando la regola non scritta che un libro è meglio della trasposizione cinematografica, devo dire che anche la controparte televisiva non è stata così male. Anzi, se consideriamo che ha avvicinato al libro moltissime persone, ben vengano film e serie tv, nonostante spesso si prendano delle licenze... Una storia che incrocerà tante storie. Un sentimento unico, l’amore, che abbatterà mura e costruirà fortezze per ospitare due cuori che battono all’unisono dal primo momento in cui si sono incontrati. Un’epopea storica, un romanzo d’avventura, sentimenti dolci e assetati di vendetta che gronderanno dalle bianche pagine di questo magnifico libro. Ken Follett non ha certo bisogno di presentazioni e, con capolavori come questo, non stupisce sia annoverato tra le pietre

miliari della letteratura moderna. Un libro che vi coinvolgerà e vi porterà in luoghi noti e sconosciuti, un volume che vi scandaglierà il cuore e lascerà punte di dolcezza che gradirete assaporare anche in futuro, magari poco per volta… Un capolavoro, punto e basta.

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PHIL E SOFIA

Nella puntata precedente (no, in realtà era solo il primo numero, e non vi siete persi granché, ma mi piaceva una partenza stile telenovela) avevamo accennato alla lunga storia d’amore fra Phil e Sophia, fra il ragazzo amante della verità ultima, della conoscenza, di Sophia, per l’appunto. Avevamo visto, lungo i secoli, tutti i vari cambiamenti nel loro rapporto, dai primi filosofi ai più recenti. E proprio fra i più vicini ai giorni nostri c’è stato un esponente legato all’Assurdismo, un certo Albert Camus. Un Phil all’ultimo stadio, giunto persino a domandarsi se valga ancora la pena correre dietro Sophia. Come ci è arrivato a questa considerazione? Il processo era già cominciato con quella corrente definita come Esistenzialismo, nella quale si ricercava un senso nuovo alla vita. Aveva cominciato Nietzsche, criticando e denunciando tutte le illusioni che un uomo si porta dietro lungo la vita (amore, fede, onore, patriottismo, arte, etc.) tutti obiettivi fasulli, secondo il filosofo tedesco, che invece invitava l’uomo a diventare superuomo (non supereroe…), a lasciarsi alle spalle tutte queste zavorre, andando ad amare e seguire soltanto la vita e l’esistenza, in quanto tale, senza incipriarla con le illusioni precedenti. Insomma, guardare in faccia la vita per quello che è, senza nascondersi dietro degli obiettivi limitanti per un superuomo, per perder tempo come farebbe chiunque. Il filone esistenzialista aveva continuato dagli inizi del ‘900 in poi, continuando a cercare quella via, libera da imposizioni,

A CURA DI MIRKO DE GASPERIS

scontrandosi però sempre con un quesito: dove sta il senso, il significato della nostra vita? Una volta gettate alle proprie spalle le vecchie vie, che non davano felicità, dove si prende la nuova strada? In diverse personalità provarono a dare una risposta, chi con la presenza di Dio (basti pensare anche allo scrittore Dostoevskij e al suo Esistenzialismo Religioso), unica figura per riempire l’assoluta mancanza di significato della nostra esistenza, chi con altri suggerimenti che, però, finivano sempre per assomigliare, anche se camuffati, a tutte quelle illusioni che dovevano essere già buttate alle spalle. A questo punto, oltre gli esistenzialisti che continuavano nella ricerca di una risposta, continuò ad esistere un gruppo detto Nichilista, che semplicemente sosteneva non vi fosse un significato o una strada da seguire, un gruppo molto vicino alle origini e a Nieztsche, in quest’aspetto, e ne nacque uno nuovo, molto legato a Camus, per l’appunto. Con “Il mito di Sisifo”, nel 1942, lo scrittore franco-algerino introdusse il concetto dell’Assurdo nella nostra vita. E stravolse il concetto fino a quel momento espresso dagli Esistenzialisti. La mancanza di un senso nella vita non è l’obiettivo di un individuo che si libera dalle illusioni, cercando un’altra via, bensì il punto di partenza. La vita è assurda già di per sé, quindi tutto ciò che fa l’uomo non è altro che una reazione e un porsi di fronte a quest’assurdità. Di fronte a questa mancanza di senso, ogni individuo, secondo Camus, reagisce in maniera diversa. C’è chi sceglie, volonta-


riamente o meno, di rifugiarsi nelle illusioni, come delle coperte calde, per continuare a sfuggire all’Assurdo, senza affrontarlo mai. Ok, so che c’è, che tutto ciò che faccio potrebbe non portare a nulla, anzi forse potrebbe ritorcersi contro di me, ma… non ci penso. In fondo credo in Dio, oppure ho una ragazza che mi ama, oppure penso a scrivere/leggere un libro. E continuo a non pensarci. Ecco, questa è una delle reazioni. Altri invece, al contrario, decidono di combatterlo, liberi dalle illusioni, affrontando ogni situazione man mano che si presenta loro, liberi, perché ormai non si aspettano nulla dalla vita. Si tratta della perdita della speranza. Io non spero nulla, quindi non ho più paura (di perdere qualcosa), quindi sono libero, come sosteneva Kazantzakis, in un epitaffio. Un’accettazione, ma senza rassegnazione, come sosteneva Camus. Altri invece decidono di porsi dei paletti, delle piccole regole interne da seguire, ben sapendo comunque quanto l’Assurdo sia capace in ogni momento di spazzarle via, in un attimo. In genere, questo gruppo di persone si scherma perlopiù con l’ironia, attraverso la quale dice apertamente che sta camminando su un ponte bello traballante, ma finché regge, continua ad andare. Ma in parole povere, cosa sarebbe questo Assurdo, tanto temuto? È nient’altro che l’apparente e totale mancanza di significato dell’esistenza. Un insieme di eventi che può farci diventare miliardari o farci finire sottoterra, senza che noi ce ne possiamo anche rendere conto, fregandosene bellamente di tutte le cose in cui crediamo, come agiamo, il perché lo facciamo. Un sistema folle, una sorta di giostra dove ci ritroviamo, senza che noi abbiamo il minimo controllo. Ed è bene spiegare la differenza fra il Senso e la Spiegazione dell’Assurdo

in una data situazione, perché non sono la stessa cosa. Facciamo un esempio semplice, e magari banale. Phil va a prenotare una stanza d’albergo e, a sua insaputa, gli danno la camera allo stesso piano di quella di una spia internazionale. Lui ha la numero 19, la spia ha la numero 16. Come in molti film, il numero 9 si scolla e, ruotando, diventa un 6. Un gruppo segreto, nemico della spia, irrompe sul piano, informato dal numero di camera d’albergo, sfonda la porta e uccide Phil, al posto della spia. La polizia arriva sul posto e non ci capisce un accidenti, dato che Phil in vita sua non aveva mai rubato neanche mezza caramella. Ecco, voi adesso, a differenza della polizia sapete la Spiegazione della vicenda, cioè tutti quei particolari che, uniti, hanno causato la morte del povero Phil. Ma il fatto di sapere la Spiegazione, vi aiuta a trovare un Senso all’intera vicenda? Un morto per colpa di un numero attaccato male, la nostra vita appesa ad un’inezia del genere ha Senso? È la volontà di Dio di dare una seconda opportunità alla spia, prendendosi con sé un brav’uomo come Phil? Ecco, già se date quest’ultima spiegazione rientrate nella categoria di quelli che cercano una coperta calda, per non affrontare l’Assurdo. Di fronte a tutto ciò, gli Esistenzialisti si interrogano sulla strada da seguire, i Nichilisti affermano che non ce n’è neanche una e gli Assurdisti sostengono qualcosa di nuovo: che potrebbe esserci. Ma sta proprio qui lo scacco finale dell’intera vicenda. Di fronte l’Assurdo, l’uomo, la sua mente, non può arrivare a comprendere il Significato della sua esistenza e di quella dell’intero universo. Magari ci sarebbe pure, ma non ci arriviamo. Punto. E il fatto di saperne di più sull’argomento (qualsiasi sia la vicenda, tipo quella di Phil nell’albergo) non ci aiuta

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minimamente a trovarci un Senso, a meno che non rientriamo nella categoria delle coperte. L’esempio era tragico (forse pure deprimente), ma anche ammettendo che tutta una serie di eventi avesse portato Phil ad essere l’uomo più contento e appagato di questo mondo, il risultato non cambiava: poteva capire, semmai avesse indagato (ma chi è che ci pensa o indaga, quando le cose gli vanno bene?), la spiegazione di come era arrivato alla vita da sogno che faceva, ma mai e poi mai avrebbe potuto scoprirci un senso. È questo il motivo principale per cui Phil arriva a chiedersi se valga la pena o meno di continuare a frequentare quella stranissima Sophia, che un giorno potrebbe renderlo l’uomo più felice sulla faccia della terra, l’altro giorno potrebbe chiedergli di prenotare una certa camera numero 16, per loro due, soli soletti… e nel dubbio, ha senso continuarla a cercare una tipa così? Forse sì, forse no. Assurdo, no?

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A CURA DI Francesca Rossi

LE ALI DI ISIDE

Lanterne Rosse L

“ anterne Rosse” è uno di quei film che non hanno nulla da invidiare al romanzo da cui sono stati tratti. Sono capolavori che discendono dalle pagine scritte, ma sono riusciti nel difficile intento ad acquisire un’anima, una “personalità” che, talvolta, arriva perfino a oscurare il romanzo che li ha generati. Zhang Yimou, raffinato regista cinese di questo altrettanto elegantissimo film, ha saputo recidere “il cordone letterario” che legava Lanterne Rosse al romanzo “Mogli e Concubine” di Su Tong, pur non distaccandosene davvero. Una storia di donne solo in apparenza slegata dall’attualità. Un film censurato in Cina, ma vincitore di numerosi premi tra cui il Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia (1991). “Lanterne Rosse” è un film in cui la

critica nei confronti della società non ha bisogno di gesti eclatanti o grida per ottenere la visibilità. Basta accendere le lanterne di fronte alla casa della sposa prescelta.


Trama e Curiosità Cina, anni Venti. La giovane studentessa Songlian ha appena perso il padre quando decide di sposare un uomo facoltoso ma molto più grande di lei e che ha già tre mogli. La vita nella nuova casa, però, si rivela ben presto un vero e proprio inferno: ognuna delle mogli, infatti, è disposta a tutto pur di ottenere che, ogni sera, le lanterne rosse vengano accese di fronte alla sua casa, segno inequivocabile che il Padrone ha scelto di trascorrere con lei l’intera notte. Questo non è l’unico “privilegio” di cui gode la signora prescelta. Le lanterne accese, infatti, le garantiscono lo status di consorte prediletta, in grado di prendere decisioni che riguardano l’intera famiglia e di avere un particolare massaggio ai piedi che, quasi, “completa” e avvalora l’elevata posizione appena conquistata. Questo ruolo deve, però, essere difeso. Il Padrone decide in base al proprio umore, ma la cosa più importante è non mentirgli mai, né contraddirlo se si aspira ad avere le lanterne accese ogni notte. Songlian si ritrova schiacciata in un meccanismo perverso, in cui le donne sono libere solo di farsi del male nel contendersi l’uomo che ritengono l’unica speranza di sopravvivenza. Tradimenti, bugie, costrizioni la condurranno, in un crescendo inesorabile, verso la conclusione più cruda, forse inevitabile, in cui la morte si fonde con la follia.

lanterne, usanza che il regista avrebbe inventato e di cui, quindi, non esiste alcuna traccia nella Storia della Cina. Allo stesso modo in “Mogli e Concubine” esiste un pozzo in cui le adultere vengono gettate senza pietà e che nel film viene sostituito con una “stanza della morte” in cui le malcapitate vengono impiccate. Ci sono molti altri punti di “rottura” tra il libro e il film, ma questi sono i più importanti, quelli su cui ruotano tutte le vicende narrate. Nel film, inoltre, il Padrone Chen non viene quasi mai mostrato in viso e, quando ciò accade, le inquadrature non sono mai in primo piano e l’attore non si trova al centro della scena. Particolare, questo, da non tralasciare, poiché in esso vi è espressa la volontà del regista di dare risalto alle vite dei personaggi femminili, mettere loro “al centro della scena” e tenere Chen in disparte, ma solo fisicamente, visto che la sua volontà, le usanze della sua dinastia e i suoi comportamenti, che si riflettono sulle azioni delle donne, sono Le differenze tra il libro e il film sono una costante in tutto il film, il perno evidenti: nel primo non sono presenti le della storia, ben evidenti e impossibili

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da dimenticare. Si crea, così, una prospettiva solo in apparenza strana, in cui i personaggi che hanno più visibilità sono quelli che subiscono, che non hanno alcun tipo di libertà e vivono in una gabbia dorata, mentre l’unico che possiamo solo intravedere, Chen, è il signore assoluto e può andare e venire come meglio crede, dentro e fuori la casa, come da una dimora all’altra delle sue mogli.

E N O I S N RECE

“Lanterne Rosse” subì una pesante censura in Cina. Sembra strano che un film in apparenza così distante dalla realtà cinese odierna, bello dal punto di vista estetico, raffinato ed elegante nel tracciare i contorni di un argomento spinoso, la vita delle concubine, possa meritare il completo ostracismo. Forse lo scopo dei critici cinesi era quello di oscurare il passato? No, la situazione è più complessa e lo stesso Zhang Yimou, nel realizzare il suo capolavoro, ha saputo ricostruire alla perfezione i tempi andati celandovi con intelligenza una forte critica sociale. Ha mostrato ciò che è stato per parlare, in realtà, di ciò che è. Il film è intriso di dolore. Una sofferenza tutta al femminile, fatta di rinunce e debolezze. Songlian, la protagonista, è una studentessa (ecco il perno della critica sociale che si riallaccia alla storia della Cina del Novecento), ma deve

abbandonare l’università dopo la morte del padre e l’unica prospettiva che le si presenta, in quanto donna, è sposarsi. Non un matrimonio con un uomo povero, che non le garantirebbe alcuna sicurezza, ma con un uomo ricco, a costo di perdere la dignità e diventare solo una concubina. Chen, il padrone, rappresenta il potere in ogni sfumatura, la forza della tradizione, del governo su un microcosmo che è la casa (ma si può riflettere nel macrocosmo - Stato) e a cui nessuno può ribellarsi, pena la morte. Songlian si sottomette come le altre consorti e, alla fine, la follia diviene l’unica via d’uscita a una vita che non ha scelto e che rifiuta nel suo gioco perverso di lanterne accese o spente, di favori dati o negati. Meishan, la terza signora, è lo specchio in cui si riflette la protagonista. All’inizio le due sono divise dalla rivalità, ma ben presto scoprono di essere più simili di quanto pensino. E’ il destino a separare il loro desiderio taciuto di fuggire dal ruolo di concubine. Entrambe, infatti, pagano un prezzo altissimo per la loro ribellione; Songlian, come già detto, diventa pazza, Meishan, che ha osato vivere il vero amore attraverso l’adulterio, muore.


Due donne punite per aver cercato di vivere e non sopravvivere in una prigione dorata, per essere state oneste con i loro sogni. Sopravvive chi è più astuto, più crudele e calcolatore, come la seconda signora. Cade chi non è più in grado, come viene detto in una delle scene più belle e commoventi nel film, di ingannare nessuno, neppure se stesso. Songlian non ha nessuno (questa è una delle parole chiave del film) per cui vivere, neppure un figlio. Meishan, famosa cantante d’opera, non ha più un pubblico, non ha più nessuno per cui cantare. Sono i primi piani dei volti a rendere le emozioni ancora più intense, quasi soffocanti. “Lanterne Rosse” è un gioiello della cinematografia mondiale, un film che tutti dovrebbero vedere almeno una volta, un grido contro le ingiustizie tramutato nel canto vellutato di Meishan. Perfetto in ogni dettaglio, dai costumi alle inquadrature, dalla recitazione alla sceneggiatura, è una di quelle storie indimenticabili che dal passato riemergono per farci riflettere sul presente.

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UN MARE DI LETTERATURA A cura di Claudia Risi

Il mare secondo...

Eccoci qui con il secondo articolo della rubrica “Un mare di letteratura”. Questa volta però vorrei partire da Voi.

Cosa vi suscita il mare?

Ci tengo sempre a ribadire che la letteratura la troviamo ovunque nella nostra vita quotidiana. La troviamo nelle piccole cose. Anche guardare il mare è letteratura. Il mare diventa letteratura quando ci trasmette emozioni; quando diventa partecipe della nostra vita e non necessariamente da protagonista. Tanti autori, negli anni, nei secoli, hanno utilizzato il mare come protagonista delle proprie opere. Spesso, però, è stato anche utilizzato come lo sfondo ideale per racconti di ogni genere: romanzi, miti, leggende Come non citare, a tale proposito, Omero che fa del mare lo scenario perfetto per i suoi viaggi:

“Allora dietro la nave dalla prora turchina Circe dai bei capelli, terribile dea cantatrice, a noi favorevole vento mandava che gonfia le vele, compagno eccellente. E noi dopo avere disposto lungo la nave ogni singolo attrezzo, stavamo a sedere; ed il vento e il pilota guidavan la nave.”

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E non solo viene descritto il mare nelle opere dei grandi autori, ma vengono descritte anche le meravigliose creature che custodisce gelosamente. Ad esempio, Apollonio Rodio ci descrive i delfini:

“Come i delfini, emergendo dal mare quando il cielo è sereno, a frotte volteggiano intorno alla nave lanciata in corsa, disponendosi ora davanti, ora di dietro, ora lungo i fianchi, gioia per i naviganti, così le Nereidi, balzando dal basso verso l’alto, tutte insieme volteggiavano intorno alla nave Argo, e Teti guidava la rotta.” Veniamo, ora, ad autori più moderni. Ne parla il grande Ugo Foscolo, nella sua “A Zacinto “, e il suo “greco mar da cui vergine nacque Venere”. Ma lo fa anche Carducci, che ci descrive la splendida sensazione delle vele che, lente, vengono cullate dal mare:

“e un’aura dolce movendo quei fiori e gli odori veniva giù dal mare; nel mar quattro candide vele andavano andavano cullandosi lente nel sole, che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva.” Immaginate ora di essere affacciati alla finestra, di fronte a voi avete il mare, il suo profumo, il vento che vi sfiora il volto.

“M’affaccio alla finestra, e vedo il mare: vanno le stelle, tremolano l’onde. Vedo stelle passare, onde passare: un guizzo chiama, un palpito risponde. Ecco sospira l’acqua, alita il vento: sul mare è apparso un bel ponte d’argento. Ponte gettato sui laghi sereni, per chi dunque sei fatto e dove meni? “

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Queste sono le parole di Pascoli. Che dire... il mare riesce sempre a trasmetterci forti emozioni. Sono davvero tanti gli autori, italiani e non, recenti e meno recenti, che hanno trascritto le emozioni che il mare riusciva a suscitare nei loro cuori. Pensiamo a Flaubert, o Baudelaire con “Uomo e mare”, nel 1857.

“Uomo libero, tu amerai sempre il mare” Ed Elsa Morante che, nel 1957,dichiara il suo amore per il mare :

“Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano né un delfino; mi accontenterei d’essere uno scorfano - ch’è il pesce più brutto del mare - pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua.” Torniamo in Francia, questa volta è Jules Verne che nel 1870 scrive :

- Voi amate il mare, capitano? - Si! l’amo! Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre; il suo respiro è puro e sano; è l’immenso deserto in cui l’uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita accanto a sé. Il mare non è altro che il veicolo di un’esistenza straordinaria e prodigiosa; non è che movimento e amore, è l’infinito vivente, come ha detto uno dei vostri poeti. Infatti, signor professore, la natura vi si manifestacon i suoi tre regni: minerale, vegetale, animale. Quest’ultimo vi è largamente rappresentato da quattro gruppi di zoofiti, da tre classi di articolati, da cinque classi di molluschi, da tre di vertebrati, dai mammiferi, dai rettili e dalle innumerevoli legioni di pesci, che contano oltre tredicimila specie, di cui un decimo soltanto appartiene all’acqua dolce. Il mare è il grande serbatoio della natura, è dal mare che il globo è, per così dire, incominciato, e chissà che non finisca in lui. Ivi è la calma suprema. Il mare non appartiene ai despoti. Alla sua superficie essi possono ancora esercitare diritti iniqui e battersi, divorarsi, recarvi tutti gli orrori della terra; ma trenta piedi sotto il suo livello, il loro potere cessa, la loro influenza si estingue, tutta la loro potenza svanisce! Ah! signore, vivete, vivete nel seno del mare! Qui soltanto è indipendenza, qui non riconosco padroni, qui sono libero!

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Vorrei concludere questo piccolo viaggio attraverso le emozioni di questi grandi autori (e ne ho citati veramente pochi ) con l’esploratore per eccellenza, Cristoforo Colombo, che nel 1492 scrive :

“La lingua non è sufficiente a dire e la mano a scrivere tutte le meraviglie del mare.” Penso che sia la sintesi di tutto. Lascio a voi, quindi, ogni altra riflessione.


IL GABINETTO DEL DOTTOR LAMBERTI

La Lunga Marcia

Richard Bachman/Stephen King

Trama

TITOLO: La Lunga Marcia AUTORE: Stephen King EDITORE: Sperling & Kupfer PREZZO: 9,90€

Siamo al confine tra Canada e Maine, mentre si radunano i 100 partecipanti alla Lunga Marcia, la rievocazione di una marcia a tappe forzate dal Maine a Boston con cui un drappello di 100 giovani valorosi salvò la città di Boston, sconfiggendo i suoi assedianti. Quest’evento fu la svolta che portò gli Stati Uniti all’attuale regime, incarnato nella figura del Maggiore: capo carismatico, leader, führer della nazione. E’ il Maggiore che ha deciso per la rievocazione; è lui che ha fissato le regole; è lui che guida le Squadre, l’organo repressivo del Governo che spegne ogni dissidenza, arrestando chi esprime opinioni non allineate a quelle governative, come il padre del protagonista. Chi partecipa alla Lunga Marcia viene estratto da liste di volontari, chi rimane come ultimo vincitore otterrà ciò che desidera per il resto della vita e chi rimane indietro è perduto. La regola base della Lunga Marcia è mantenere 6Km/h, chi scende sotto questa velocità viene ammonito, chi resiste sopra i 6Km/h per un’ora recupera l’ammonizione, alla terza ammonizione il concorrente viene fucilato sul posto. In una realtà alternativa, in una società obliata dalla televisione di regime, il protagonista è al centro di un dead-reality, metafora della vita moderna, che si concluderà in modo inaspettato.

La prima volta che strinsi in mano «La Lunga Marcia» non ero ben cosciente di cosa mi aspettava. In quel periodo, dopo aver letto e visto «Carrie - Lo sguardo di satana», divoravo letteralmente tutti i libri di Stephen King e trovai questo, insieme a «L’uscita per l’inferno» e «L’uomo in fuga» in libreria. All’epoca ascoltavo New West Motel dei Walkabouts ed una domenica pomeriggio,

mentre il cd-player suonava Grand Theft Auto, iniziai a leggere. Subito fui catturato dai personaggi, mentre la descrizione degli eventi, la preparazione, l’incitamento del Maggiore e le lacrime dei parenti, venuti ad accompagnare questi 100 agnelli sacrificali, mi sembrarono i rumori lontani di operai che innalzano il patibolo, ascoltati dalla cella del condannato a morte. Inizia la

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67 marcia e i marciatori parlano tra loro, si organizzano, nascono alleanze ed antagonisti. La cosa che mi colpiva: nei dialoghi e nelle descrizioni presenti durante lo svolgimento del racconto, era la capacità dell’autore d’infondere nella narrazione le dinamiche di un gruppo in una situazione di forte crisi. Vale la pena di ricordare che King scriveva «La Lunga Marcia» nel 1979, le dinamiche sociali e psicologiche descrittevi erano conosciute solo dai circoli accademici e nelle università; meccanismi che saranno famigliari al grande pubblico solo all’inizio del nuovo millennio con i reality-show e i serial come Lost. Continuavo a leggere mentre il tempo passava, seguendo Ray, il protagonista, nella sua discesa all’inferno. Ero accanto a lui: mentre la marcia confutava le sue ipotesi sui possibili vincitori, il destino e la stanchezza riducevano i marciatori, la folla ai bordi della strada che, morbosamente, assisteva alle sofferenze dei partecipanti e lo sgomento provato mentre perdeva i compagni di marcia. Ero al suo fianco mentre macinava chilometri sotto la minaccia che l’autoparlante sul carro di controllo lo ammonisse. Il tempo passava; il loop del cd-player manteneva il tappeto musicale di folk-rock e le pagine scorrevano. Io ero intrappolato nella tela dell’autore, continuando a seguire le righe, narranti le traversie di Ray e dei suoi compagni e il crescere della claustrofobia provocata dalla folla che li guarda e li guida verso il traguardo. Ero abituato a questa architettura della narrazione. Una struttura che Stephen King usa in molti dei suoi romanzi; un crescendo in cui il protagonista si trova obbligato verso un’unica strada; una highway piantata in mezzo al nulla, tesa tra l’orizzonte alle proprie spalle e l’orizzonte visibile di fronte a se. Era questa l’immagine che mi lasciò la conclusione di «La Lunga Marcia», un nastro d’asfalto con Ray al centro. Alle spalle lo spettro dei compagni di marcia, la sua uma-

nità, la sua anima; davanti l’ombra della morte, lepre beffarda che lo spinge a continuare la sua marcia verso un traguardo il cui nastro non riuscirà a tagliare mai. Il miglior pregio del libro è la ricchezza della narrazione che parte da un’incipit banale, richiamando i miti guerrieri delle Termopili e di Maratona, per descrivere l’alienazione d’un uomo incastrato in qualcosa di più grande senza disporre di un’uscita. La scorrevolezza della narrazione trasforma la marcia nella lenta discesa che la vittima delle sabbie mobili subisce quando ne rimane intrappolata. L’unico difetto, la rilettura a posteriori: purtroppo il mondo dell’intrattenimento, con le sue opere, ha esplorato molte delle sfaccettature presenti nel tema della “strada senza uscita”, creando nel lettore un senso di déjà vu; un già visto in alcune delle scene descritte, stemperando e appiattendo la sensazione di oppressione che l’autore vuole indurre nel lettore.


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