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INTRODUZIONE Tantissimi auguri Eclettica! Esattamente un anno fa è stato pubblicato il primo numero di Eclettica ed ora eccoci qua, con una nuova uscita. A distanza di un anno sono cambiate molte cose, dalla grafica ai collaboratori, ma è una gioia sapere che Eclettica viene letta e apprezzata. In questo numero di compleanno troverete moltissimi articoli. A partire da due interviste, una fatta ad Alessia Coppola e l'altra a Clemy Scognamiglio. Ci sarà anche una novità: la rubrica Scorci dal mondo incantato passerà nelle mani di una nuova collaboratrice, Francesca Ghiribelli, che debutta con la recensione di Cacciatori di fantasmi. Fabiana ha deciso di salutare la sua vecchia rubrica parlandoci di un libro da cui è stata tratta una serie tv che sta avendo molto successo, La straniera. Da qui si collega anche alla sua rubrica dedicata ai viaggi descrivendoci l'incantevole Scozia. Niente paura però, Fabiana non abbandona il gruppo: verrà inaugurata una nuova rubrica, Mille sfumature di rosa contemporaneo che tratterà i romanzi rosa. Se volete leggere un horror degno di nota, Stephen King è sempre una garanzia e sarà proprio lui con un suo romanzo al centro della rubrica The horror! The horror! Se vi piacciono le atmosfere macabre, non potete perdervi la recensione di Uccidi il padre. Passiamo ora al teatro e al grande schermo: per il primo, Valeria ci parlerà di Molière di Paolo Rossi; per il secondo invece avremo due appuntamenti, uno con Daniela che ha scelto il film, tratto dall'omonimo racconto, Lo strano caso di Benjamin Button e l'altro con Mirko che recensirà un vero e proprio capolavoro cinematografico. Molto spesso capita che un libro nasca dopo il film, e questo è il caso di Il terzo uomo, trattato in Libri Vintage. Lo scorso 19 agosto è stato celebrato il bimillenario della morte di Ottaviano Augusto e Cristina ha scelto di parlarci proprio dell'arte augustea. Elisabetta analizzerà per noi le cover di La straniera e Uccidi il padre; Vanessa ci farà fare tante risate con la sua recensione di un romanzo che ha avuto molto successo, Trent'anni e li dimostro. Non mancano i consigli di Mary che ci parlerà della seduzione letteraria; l'autore emergente protagonista della rubrica di Lidia sarà Daniela Iannuzzi. Una storia vera, una madre coraggiosa e un figlio accusato di omicidio: di che libro di parlerà Roberto? Prima di salutarvi vorrei ricordarvi il concorso letterario indetto da Eclettica: si tratta di un'antologia tutta natalizia dal titolo "Voci di Natale". I protagonisti sarete voi lettori e scrittori. Basterà inviare il vostro racconto tenendo conto delle indicazioni riportate di seguito: - Il racconto deve essere scritto in formato A4, Times New roman 12 - La lunghezza minima è di 2 pagine, la massima di 5 pagine - Il tema centrale è il NATALE. - È accettato qualsiasi genere letterario - Inviate il racconto a giovyr93@hotmail.it con allegata una breve biografia dell'autore L'antologia sarà pubblicata in formato digitale su amazon.it e il ricavato andrà in beneficenza. I giudici saranno i redattori di Eclettica e saranno selezionati i migliori dieci. La data di scadenza è il 7 novembre.

Giovanna Samanda Ricchiuti

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L'ANGOLO DEGLI ESORDIENTI EMERGENTI Daniela Jannuzzi e la sua maschera. A cura di Lidia Ottelli Ciao Lettori! Le vacanze sono finite e noi partiamo alla grande. Per questa nuova uscita parlerò non solo di un’autrice bravissima, ma anche di un’amica. Daniela Jannuzzi. Daniela ha pubblicato nel 2013, con molti consensi, il romanzo “Il cuore e la maschera” di cui parlerò oggi. Una storia d’amore drammatica ambienta a Parigi nei primi del Novecento, che ci ripropone la storia celebre de “Il Fantasma dell’Opera”.

Daniela Jannuzzi, classe ’78, nasce a Messina ma vive a Lipari da quindici anni, dove ha modo di coltivare la sua passione infinita per i libri e la scrittura che, nata insieme a lei, diventa presto la sua arte e passione più grande. Adora la natura, gli animali e vive in campagna circondata dal verde, tra paesaggi mozzafiato da cui trae l’ispirazione per le sue opere letterarie. Tuttora commessa in un negozio, dedica però ogni minuto libero alla scrittura, perseverando con passione per realizzare i suoi sogni. Dopo il suo esordio letterario avvenuto nel 2013 con il romanzo Il cuore e la maschera, ha proseguito nella sua carriera pubblicando altre opere e partecipando a concorsi letterari con ottimi risultati.

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2013 GENERE: Romance PAGINE: 526 PREZZO: Cartaceo €17,50 Ebook €0,99 QUARTA DI COPERTINA “IL CUORE E LA MASCHERA” Una figura misteriosa si muove indisturbata lungo i corridoi bui dell’Opéra: Erik, colui che nessuno vede ma che tutti, in teatro, temono. Il Fantasma sa di essere condannato a una vita senza amore, e anni dopo la partenza dell’adorata Christine, decide di riportare gloria e fama nel Suo teatro ricominciando a comporre opere capaci di incantare chiunque le ascolti. Ma le cose non andranno come Erik le aveva immaginate: l’arrivo di Leah lo farà piombare nuovamente nel tormento e nella disperazione, risvegliando nel suo animo inquieto quei sentimenti che credeva ormai morti. Nel suggestivo scenario di una Parigi d’inizio Novecento prende forma la travagliata storia d’amore tra il Fantasma dell’Opera e la giovane cameriera, due vite ai margini che possono incontrarsi solo nei meandri oscuri della notte, per condividere le proprie solitudini e per sentirsi, insieme, un po’ meno diversi.

Il Cuore e la Maschera, è un romanzo insolito che ci porta dietro le quinte di un mondo fatto di arte e di una Parigi dell’inizio del novecento. Tutti noi conosciamo la famosa leggenda del fantasma dell’opera, colui che, si nascondeva nel buio dei freddi scantinati di un teatro avvolto dal mistero. Il fantasma Erik, tormentato da una vita senza amore, sarà sconvolto da Leah, una cameriera, che gli aprirà il cuore che credeva ormai chiuso. Inizia una tormentata storia che sfocerà in un finale inaspettato e pieno di colpi di scena. Direi che come romanzo di esordio Daniela Jannuzzi ha colpito nel segno. Scritto in modo eccellente, scorrevole e intriso di emozioni. Ambientazione e personaggi sono ben descritti. Mi è piaciuto il modo in cui l’attrice ha descritto il personaggio tormentato di

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Erik e la bontà di Leah. Il mistero che avvolge questo romanzo è affascinante proprio per la capacità della scrittrice di far si che chi legga si immedesimi nei personaggi, nei luoghi e nella trama scorrevole nonostante il complesso della storia. Uno stile raffinato ed elegante. Ci viene da pensare che questa autrice conosca Parigi come le sue tasche, invece, ha solo letto informazioni su questa romantica città e ha saputo trasformare, incanalare le notizie in descrizioni perfette e degne di nota. Una storia d’amore affascinante, che ti delizia con semplicità lasciandoti un alone di speranza dentro tanta disperazione e solitudine. Un libro che ti rapisce. Per i numerosi FANS di quest’autrice, annuncio che Daniela, ha scritto un romanzo horror che uscirò con una piccola CE a breve. Troverete inoltre sull’antologia “Ispirazione Pura”, scaricabile gratuitamente a breve su Amazon, un suo breve racconto che è stato scelto come il migliore dell’antologia da un comitato segreto scelto dal mio blog e dal blog “Le passioni di Brully”. Concludo con il nostro motto: “Aiutiamo gli emergenti, no all’editoria a pagamento”. Al prossimo articolo! Un affettuoso Bye-Bye dalla vostra Blogger Lidia Ottelli del Rumore dei Libri.

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LIBRI

VINTAGE

«Il terzo uomo» di Graham Greene A cura di Laura C. Benedetti INFO: Il libro si può trovare nell'edizione del 2012 di Mondadori (collana Oscar Scrittori Moderni), in formato brossura al prezzo di € 10. TRAMA Intrighi internazionali, spie, suspense, in un allucinante paesaggio di rovine, a Vienna, città stralunata ed equivoca nel dopoguerra. Rollo Martins apprende che il suo amico e datore di lavoro Harry Lime, con il quale aveva appuntamento, è scomparso. Inizia una ricerca dell'uomo che si trasforma in ricerca della verità, sempre più spasmodica, via via che emergono particolari e che la tela del mistero si dipana. La verità è drammatica, sconcertante, suggello di una vicenda esemplare e piena di tensione. Questo romanzo fu commissionato a Graham Greene appositamente per il film del 1950 di Carol Reed con Orson Welles nella parte del malvagio Harry Lime. Lo stesso autore rivelò che il libro non era altro che una prima stesura che soltanto il film avrebbe reso definitiva. Ma questo thriller, concepito per essere veduto più che letto, è diventato il romanzo più famoso di Graham Greene, in cui si intrecciano spionaggio, intrigo politico e avventura. Bentornati nella rubrica dedicata alle letture vintage, in questo mese d'autunno. Questa volta mi spingerò un po' oltre il confine librario per entrare nel campo cinematografico, anche se solo con un accenno. Il titolo che presento, "Il terzo uomo" dell'autore inglese Graham Greene (1904 - 1991), fu infatti commissionato allo scrittore apposta per il film; al contrario di come avviene di solito, in cui il libro è L'Opera e la pellicola è un "qualcosa in più" che viene dopo e che può essere stravolto o reinterpretato, nel nostro caso Greene ci dice con chiarezza che il libro è una base da cui partire per giungere all'opera ultima, ossia il celebre lungometraggio del 1950 diretto da Carol Reed e interpretato, tra gli altri, da Joseph Cotten, Alida Valli e Orson Welles, e che eventuali modifiche tra libro e film sono state incoraggiate da lui stesso, l'autore, perché sullo schermo determinati elementi avrebbero funzionato meglio. Nonostante questa precisazione, il lungo racconto rimane una bellissima opera letteraria, ed è uno dei lavori più conosciuti dell'autore. Nella Vienna del secondo dopoguerra, città in rovina distrutta dai bombardamenti e divisa in zone occupate dalle quattro potenze inglesi, francesi, russe e americane, giunge, in un giorno d'inverno, Rollo Martins: egli, scrittore di narrativa popolare, è stato invitato dal suo amico d'infanzia Harry Lime con la promessa di entrare in un certo affare... ma subito, fin dalle prime righe, si scopre che Harry è morto. Rollo s'improvvisa detective dilettante senza alcun sospetto, soltanto per conoscere a fondo i dettagli dell'incidente stradale che ha causato la morte del suo amico, ma presto,

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grazie a poche innocue domande, vengono alla luce dettagli contraddittori: Harry è morto sul colpo o è rimasto lucido il tempo sufficiente per poter dare disposizioni riguardo ai suoi amici e alla sua ragazza? È davvero stata una disgrazia, o forse qualcuno voleva metterlo a tacere dopo averlo implicato in loschi traffici e si tratta di assassinio? E chi c'era con lui in quegli ultimi momenti? Quanti uomini? Due? O tre, invece? Da qui il titolo: questo misterioso terzo uomo che, come un'ombra spettrale, inizia ad allungarsi sulle insistenti domande di Martins e sulle conseguenze fatali che questa insistenza provocherà. La narrazione è in prima persona ed è fatta da Calloway, il poliziotto inglese che indaga proprio sull'equivoca figura di Lime e sulle sue attività di contrabbando, e che solo grazie alla cocciutaggine di Rollo Martins scoprirà l'intera verità sul caso. L'ambientazione è suggestiva: una città squarciata dalle ferite della guerra, fredda, straniata, coperta dalla neve che fa riecheggiare ogni passo nelle notturne vie deserte, dando al protagonista Martins l'idea che ci sia sempre qualcuno a seguire ogni suo movimento. Il linguaggio è immediato, semplice, quotidiano, breve: l'ambiente appare come a pennellate veloci e precise, e moltissimo spazio è lasciato ai dialoghi, senza troppi rigiri nel discorso, perciò ogni personaggio emerge con chiarezza. Ho scritto poco sopra "protagonista" riferendomi a Rollo Martins, ma è poi davvero lui il protagonista? Oppure l'attore principale della storia è Harry Lime, il morto, la cui psicologia veniamo a conoscere a fondo grazie ai resoconti del suo amico scrittore e del poliziotto? Essi si fronteggiano, il vivo e il morto, lo scrittore "di romanzetti di quart'ordine" e l'avventuriero "con quell'aria scanzonata e sprezzante, che ammoniva di prendere o lasciare", in una ricerca affannosa e tenace di una verità che, in realtà, lascerà il lettore (o lo spettatore, nel caso del film), senza parole. Io ho scoperto prima il film, e l'ho scoperto per vie traverse: in un episodio della serie poliziesca "Law & Order", il procuratore Jack McCoy cita proprio "Il terzo uomo", in particolare la scena della ruota panoramica - mi fermo per non fare spoiler del film, basti sapere che nel telefilm accadeva un evento che aveva qualche affinità con le vicende narrate da Greene, di qui la ragione della citazione. Così, attraverso questo passaggio intermedio, sono arrivata a scoprire il film e, in seguito, il libro, e mi sono piaciuti moltissimo tutti e due. Per chi decida di leggere prima il romanzo non sarebbe difficile immaginare l'atmosfera in bianco e nero, bagnata e cupa, che regna nel lungometraggio, ma raccomando, per chi voglia godere in pieno della storia del terzo uomo, di cercare anche il film: l'autore stesso indica il libro come "rozzo materiale per il film" (anche se di rozzo non ha nulla!), ma di sicuro il film amplifica la trama e la rende ancor più emozionante. Non per nulla "Il terzo uomo" vinse un Oscar per la fotografia! E, prima che ve ne possiate rendere conto, il tema musicale che apre la scena vi entrerà in mente: è su queste note composte da Karas che ho letto l'ultima parte del libro e che ho scritto queste righe.

INCIPIT (prime righe del cap. I) Non si può mai prevedere come gira il vento. Quando vidi Rollo Martins per la prima volta, scrissi di lui negli incartamenti della polizia: "In circostanze normali, un tipo allegro di buon diavolo. Beve un po' troppo e potrebbe, all'occorrenza, combinare dei guai. Quando passano le donne alza gli occhi e fa sempre qualche osservazione, ma ho l'impressione, tuttavia, che preferisca lasciar correre e risparmiarsi delle preoccupazioni. Non è mai cresciuto veramente, e questa è forse la ragione della sua adorazione per Lime". Avevo scritto quella frase "in circostanze normali" perché l'ho incontrato, per la prima volta, ai funerali di Harry Lime.

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ARTEGGIAMENTI

L’arte augustea: un’estetica al servizio della propaganda A cura di Cristina Malvezzi

Lo scorso 19 agosto è stato celebrato il bimillenario della morte di Ottaviano Augusto, un personaggio cruciale nella storia romana, e non solo in quanto fondatore dell'impero. Fu per sua iniziativa che cessarono le guerre civili che da un secolo insanguinavano la Repubblica e che i territori conquistati vennero riorganizzati in un apparato amministrativo efficiente e iniziarono ad assumere un volto architettonico uniforme, replicando ovunque i segni dell'appartenenza a Roma grazie alla diffusione sempre più massiccia di teatri, anfiteatri, impianti termali, acquedotti e archi trionfali. Il principale veicolo della propaganda e, quindi, dell'azione augustea, che faceva leva sul concetto sacro e inviolabile di Pax Augusta e sul principio di venerabilità dell'imperatore (da cui il titolo stesso che venne attribuito ad Ottaviano dal 27 a.C.) fu l'arte, che agiva come un canale pubblicitario esteso ad ogni angolo dell'impero e che cambiò radicalmente l'aspetto monumentale dell'Urbe. Come scrive Giovanni Becatti, «nel periodo augusteo l'architettura fu chiamata a dare un volto più luminoso alla nuova capitale e il marmo lunense sostituì ormai il tufo e il travertino, sicché l'imperatore poteva gloriarsi di aver trasformato in marmorea la Roma repubblicana di terracotta e mattoni». Ad alimentare il mito dell'eccezionalità di Augusto c'era, invero, anche la poesia, e non a caso l'imperatore ebbe come “ministro della propaganda” Mecenate, che riunì attorno al princeps il fiore dei poeti, ma la letteratura era per uomini colti e raffinati, mentre l'immagine, il monumento, la statuaria avevano un impatto immediato sul popolo, quale che fosse il grado di istruzione dei singoli cittadini. Per questo motivo Augusto aprì la strada ad un'arte che recuperava la lezione accademica dell'età classica greca con la precisa volontà di superare il gusto diffusosi nel I secolo a.C.: se Antonio, il grande rivale di Ottaviano, aveva dato alla propria propaganda uno stampo ellenistico, facendosi rappresentare come Dioniso e stabilendosi in

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quell'Alessandria che dell'Ellenismo era stata centro d'irradiazione, allora il princeps, che doveva essere ricordato come l'eroe salvatore di Roma, avrebbe dovuto ricercare un'estetica contrapposta, per segnare definitivamente il distacco della sua etica pura ed equilibrata (simboleggiata dalla sua identificazione con Apollo o Hermes) e del suo messaggio ideologico dal comportamento vizioso di colui che aveva tentato di consegnare ad una regina egiziana le sorti dell'imperium. Augusto partiva dal presupposto della necessità di una restaurazione: restaurazione di forme, quindi di valori. Il richiamo all'arte equilibrata e solenne del classicismo in contrasto con quella più fluida e patetica dell'ellenismo era indice della volontà di recupero degli ideali che avevano fatto grande Roma prima che le guerre civili ne minacciassero la distruzione. L'opera legislativa di Augusto (Leges Iuliae), infatti, mirava alla tutela e alla crescita della famiglia (venne addirittura posta una tassa sul celibato), sia per rinforzare le tradizioni del mos maiorum e la devozione, sia per dare all'impero un enorme esercito di cittadini-soldato. Fra i principali esempi di propaganda neoclassica si annoverano i ritratti dell'imperatore: l'Augusto di Prima Porta, loricato e colto nel tipico gesto dell'adlocutio usato dagli oratori e dai condottieri per richiamare l'attenzione del pubblico o dei soldati, è in realtà l'elaborazione dello schema di Policleto esemplificato dal Doriforo, mentre l'Augusto come Pontefice Massimo conservato al Museo Nazionale Romano tradisce il modello nella «calligrafia dei capelli» (come la definisce Ranuccio Bianchi Bandinelli) e nella compostezza del panneggio, ben lontano dal virtuosismo fidiano tanto caro agli epigoni ellenistici. Classico è anche il tratto della Gemma augustea, straordinario pezzo di cammeo viennese realizzato da Dioscurides in cui Augusto appare in trono affiancato da Roma vincitrice e incoronato da Oikoumène, personificazione del potere universale. Ma è sicuramente l'Ara Pacis Augustae il monumento che meglio incarna il

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bisogno di gloria del princeps, che con essa venne consacrato a fondatore e garante di una nuova età dell'oro. Dedicata il 30 gennaio del 9 d.C. nel Campo Marzio, l'altare riassume i motivi della celebrazione di Roma per dare un'idea della compattezza di un ciclo storico finalizzato a nient'altro che alla fondazione di un impero pacificato. Il recinto esterno dell'Ara Pacis è infatti decorato nella parte superiore dei lati aperti con i motivi della Lupercale (il ritrovamento di Romolo e Remo), dei sacrifici di Enea, di Roma vincitrice e di Tellus, simbolo di fertilità, mentre i lati chiusi presentano due processioni d'inciso classico, e di «uno stile di contenuta eleganza che ricorda il fregio del Partenone» (Ludovico Rebaudo), sebbene con una sovrapposizione di figure che richiama le forme dell'arte italica preromana: sul lato nord sono raffigurati i discendenti di Enea, su quello sud la processione di senatori che doveva ripetersi ogni anno a partire dal 9 a decretare l'importanza di una continua celebrazione del princeps, che ancora oggi, a duemila anni di distanza, non possiamo dimenticare.

Ara Pacis Augustae

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ECHOES

«Dramma in Nicaragua» di Elsa Labonia A cura di Roberto Baldini

Titolo: Dramma In Nicaragua Autore: Elsa Labonia Copertina a cura di: Daniele Ioannilli ISBN: 978-88-6591-326-0 Editore: Rupe Mutevole Edizioni – Collana “Atlantide” Pagine: 297 Euro: 20,00€ Edito: 2013

Una storia reale... Un ragazzo che ama girare il mondo. Ha le sue idee e le difende a muso duro. Verrà accusato assurdamente di un omicidio, sarà arrestato e rinchiuso nella più grigia prigione del Nicaragua, trattato come un terrorista. Fine della storia. Una madre coraggiosa partirà dall’Italia con la ferma intenzione di riportare a casa suo figlio, un figlio che sa essere innocente. Le madri lo sanno, la voce del sangue non mente mai... Anni di torture e soprusi, anni d’angoscia e viaggi, ore di terrore per una vita che stava per essere recisa per sempre… Alla fine giustizia sarà fatta. Lieto fine? Provate a chiederlo ai protagonisti di quest’assurda vicenda… Giustizia verrà fatta, certo, ma la gioia non si disegnerà sul volto dei protagonisti. Trama stupenda per un libro, non trovate? Dramma, intrighi, dialoghi serrati…. Purtroppo questa è una storia vera, non un thriller recuperato da faldoni impolverati… Elsa Labonia è autrice e protagonista di questa storia assurda, quasi irreale, degna del miglior Lynch. Suo figlio William Libero Prevato, accusato ingiustamente dell’omicidio del giovane Ettore Cesa Bianchi, verrò inghiottito dalla fitta rete di misteri che avvolge il Nicaragua. Un corpo ritrovato, un corpo torturato e mutilato dal peggiore dei macellai. False accuse, un’ interminabile odissea nelle carceri del Nicaragua. Una prigionia da far impallidire il conte di Montecristo, condizioni igieniche e mentali da far rabbrividire. Un inferno che, una volta che ha inghiottito un’anima, difficilmente la restituisce. Al massimo potrà sputarla, dopo averla dilaniata col suo odio.

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Sotterfugi, dollari sporchi d’inganno, soldi che sfioreranno mani su mani per finire nello stomaco del più avido. Maschere che cadranno, maschere raccolte da chi le indosserà di nuovo per giocare con le vite degli altri, vite che risultano sacrificabili. Sembra la trama di “Fuga di mezzanotte” di Alan Parker, invece è una storia drammaticamente vera. Quel film era stato un vero e proprio pugno nello stomaco ma, paragonato alla storia di Elsa, fa quasi sorridere. Ogni volta che pensavo si fosse toccato il fondo, una nuova magagna giungeva a schiacciare le vite di Elsa e William, due vite che volevano soltanto giustizia, una sete che sembrava destinata a non placarsi. Pagina dopo pagina, documento dopo documento, la verità cercherà di venire a galla, una verità che sembrava palese ma che non riesce a raggiungere le persone giuste. Un libro che sarei tentato di sconsigliarvi, e non perché sia scritto male o noioso, anzi. Il fatto è che non ho mai percepito tanto dolore come in questa vicenda. Ma non sarebbe giusto, poiché il chiaro messaggio di questa storia, e di Elsa, è che i problemi devono essere affrontati a testa bassa, non serve a nulla nasconderci dietro un dito. Elsa non si è arresa, si è rimboccata le maniche ed è partita, lancia in resta, per salvare suo figlio. E l’ha fatto. Due volte. La prima anni fa, la seconda quando ha deciso di aprire il suo cuore straziato e narrarci della vicenda che ha sconvolto lei e la sua famiglia. Non dev’essere stato facile, ho provato a mettermi nei suoi panni ma non ce l’ho proprio fatta. Leggerlo sarà il migliore dei ringraziamenti per ciò che ha fatto per il figlio. In cambio ci arriverà un messaggio di fede e speranza: non dobbiamo arrenderci, nemmeno quando tutto sembra destinato a finire miseramente. Un messaggio che è il più bello dei regali…

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SCORCI DAL MONDO INCANTATO

La Scozia nel mondo fantasy: Diana Gabaldon e la saga sulla straniera A cura di Fabiana Andreozzi

Dalla carta alla pellicola, la nuova serie tv americana Titolo: La straniera Autrice: Diana Gabaldon Pagine: 838 pagine Prezzo: Cartaceo 11,00€ Ebook 7,99€ Editore: TEA (20 maggio 2004) Nel 1945 Claire Randall, un'infermiera militare, si riunisce al marito alla fine della guerra in una sorta di seconda luna di miele nelle Highland scozzesi. Durante una passeggiata la giovane donna attraversa uno dei cerchi di pietre antiche che si trovano in quelle zone. All'improvviso si trova proiettata indietro nel tempo, di colpo straniera in una Scozia dilaniata dalla guerra e dai conflitti tra i clan nell'anno del Signore 1743. Catapultata nel passato da forze che non capisce, Claire si trova coinvolta in intrighi e pericoli che mettono a rischio la sua stessa vita e il suo cuore.

Cari lettori non vi nascondo l’immensa fatica fatta per buttare giù questo articolo della sezione dedicato a tutto il mondo fantastico. Ultimamente le case editrici si stanno occupando di importare nelle nostre librerie tutte le sfumature possibili di romance rosa contemporaneo. In questo panorama è assai difficile riuscire a scovare un testo decente che catturi l’interesse. Eppure mi è capitato un piccolo miracolo e allora un libro letto secoli orsono e che mi ha fatto sospirare e penare torna di prepotenza alla ribalta. Sto parlando della saga della straniera scritta da Diana Gabaldon che qui in Italia è stata riproposta in edizione economica dalla Tea e suddivisa in una marea di volumetti Se la memoria non mi inganna sono 14 l’ultimo dei quali dovrebbe approdare in Italia a breve. Il libro è tornato in auge grazie alla serie tv americana The Outlander, dedicata al primo libro la straniera. Chissà quando giungerà anche in Italia e se avrà così successo in America da poter sperare nella messa in onda di serie successive. Io so soltanto che,

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dalle immagini viste e da qualche video di straforo giunto fin da noi, si tratta di un vero gioiellino abilmente ricostruito. Non è tutto fedelissimo per carità ma anche i puristi del libro non storceranno il naso di fronte a questa serie tv. I personaggi sono a dir poco perfetti e per la prima volta si ha la possibilità di vederli in carne e ossa dopo aver letto tanto di loro. Jamie Fraser è sicuramente il più riuscito, sarà che l’attore è veramente uno strafigo ma è calato perfettamente nel ruolo. Anche lei alla fine è la Claire che immaginavo spigolosa, combattiva. L’aspetto più bello della serie tv sono i paesaggi scozzesi che incantano gli occhi e ti rapiscono e pensare di esserci veramente stata questa estate mi regala un’emozione ancora più intensa. Poi le musiche, le cornamuse, che non ho mai pensato potessero piacermi, mi hanno totalmente estasiato. È stato tutto questo a farmi capitolare e a riprendere in mano il libro della straniera. Di solito non rileggo mai un libro, non perché non desidererei farlo, ma semplicemente perché ne ho troppi da leggere e poco tempo da dedicare. Nella mia vita sono pochi quelli che ho letto più volte, Orgoglio e Pregiudizio, Romeo e Giulietta, La casa degli spiriti e ora La straniera. Ricordo di averlo letto sei anni fa, la prima volta, ero così presa dalle pagine di questo volume così cicciottone che non riuscivo a smettere di leggerlo nemmeno mentre camminavo per recarmi al master. La storia cattura un po’ a rilento rispetto ai libri a cui siamo abituati ora dove succede tutto e subito, qui l’autrice si perde nelle sue descrizioni di luoghi, di eventi che a mio avviso non annoiano ma rendono più ricco il romanzo. Nel libro scritto dalla Gabaldon non manca assolutamente nulla, c’è la storia in primo piano, c’è l’elemento fantastico del viaggio del tempo, c’è l’amore che nasce piano piano ma poi brucia d’intensità, e c’è l’avventura che è veramente tanta perché Claire si troverà ad affrontare mille e più insidie. In fondo è pur sempre una donna di un altro secolo con le abitudini radicalmente diverse. Insomma è un romanzo che prende, avvince. Non mi piace consigliare libri, questo poi è estremamente lungo, ma se vi appassionerete alla serie tv allora procedete a leggere anche il libro perché non vi deluderà. Per quanto mi riguarda ho letto tutta la serie ma il libro più bello è La straniera e quelli appartenenti al primo ciclo della saga. Poi i successivi raccontano ancora di loro, ma più avanti negli anni e io fatico a ritrovarci la stessa bellissima coppia di un tempo. Ma i gusti sono gusti ☺

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azione!

Salvate il soldato Ryan A cura di Mirko De Gasperis Titolo: Salvate il soldato Ryan Regia: Steven Spielberg Sceneggiatura: Robert Rodat Genere: Guerra, drammatico Durata: 169 minuti Interpreti: Tom Hanks: Cap. John H. Miller; Edward Burns: Richard Reiben; Matt Damon: James Francis Ryan; Tom Sizemore: Serg. Michael Horvath Trama: 1944, Normandia. Per il capitano John Miller e i suoi uomini, sopravvissuti al D-Day, c'è ad attenderli una missione tutta particolare, una missione di recupero: salvare il soldato James Francis Ryan. Ryan ha perso in un colpo solo i suoi tre fratelli e, per pietà nei confronti della madre, salvare il quarto dei fratelli diventerà la loro priorità. Quando si tira in ballo la parola Capolavoro, resta difficile trovare degli argomenti validi per poter davvero definire tale aggettivo, quando si parla di produzioni cinematografiche. Per ognuno il significato varia ma in linea di massima si usa accettare il fatto che un film debba possedere una buona Sceneggiatura, una buona Regia e un buon Cast. Per questo motivo, Salvate il soldato Ryan resta tutt'oggi, a distanza di sedici anni, un Capolavoro, senza se e senza ma. E Salvate il soldato Ryan non è solo questo. La storia, tanto assurda a raccontarla in due parole senza aver visto il film, riesce nel miracolo di saper incastonare quasi alla perfezione le scene e le parti d'azione, da vero film di guerra, con scene più introspettive e riflessive che scavano nel profondo delle psicologie dei personaggi. Il risultato è che le scene di battaglia non sono mai fini a se stesse, e mantengono anzi tutta la loro carica drammatica, mentre le scene di dialogo restano sempre cariche della tensione che non abbandona mai lo spettatore, sempre allerta sugli spari che potrebbero giungere da un momento all'altro, come capita nella realtà di guerra. A distanza di anni, chiunque abbia avuto modo di vedere il film, finisce sempre per citare la prima mezz'ora di film. Quella lunghissima scena che raffigura lo sbarco in Normandia in maniera tanto cruenta quanto drammatica, forte e tanto difficile da guardare. Spielberg (che ottiene con questo film il secondo oscar per la regia, dopo quello per Shindler's List) sposta la macchina da presa all'altezza degli uomini, li segue su quella spiaggia storica e non ci risparmia nulla, dal sangue, alle amputazioni, alle grida di dolore. Con i suoi movimenti di macchina ci fa essere lì, minacciati quanto quei soldati, da i colpi che piovono dappertutto. Ma oltre all'azione e al coinvolgimento, il regista dell'Ohio riesce anche a far emergere già le personalità dei componenti del plotone, che di lì a poco sarà protagonista della missione di salvataggio. E su questa falsariga prosegue per l'intero film, sacrificando carrellate ad alto impatto visivo, in favore di primi piani degli attori. E il cast lo ripaga con delle interpretazioni precise, tutte sul filo di brevi momenti trattenuti, senza strafare. Tom Sizemore, Barry Pepper, Adam Goldberg, Jeremy Davies, Edward Burns e Matt

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Damon, nella parte di James Ryan, sono ottimi comprimari di un Tom Hanks in stato di grazia, che riesce a dare un'umanitĂ straordinaria al capitano John Miller, un uomo qualunque finito dentro il dramma della Seconda Guerra mondiale. Le loro prove attoriali, sommate al supporto della sceneggiatura, vitale nella caratterizzazione dei personaggi, ce li fa sentire talmente vicini da temere per le loro sorti, lungo tutta la durata della pellicola. Anche dopo diverse visioni del film, resta sorprendente la portata emotiva della storia, anche per chi dovrebbe ormai essere abituato alla sua visione. La ricerca di quel plotone del misterioso soldato Ryan, della loro umanitĂ  in mezzo alla guerra, resta ancora oggi non solo il miglior film sulla seconda guerra mondiale, ma uno dei migliori in assoluto del genere. CuriositĂ : a seguito del successo di pubblico e critica del film (vincitore di 5 oscar), Steven Spielberg e Tom Hanks produrranno prima la serie tv Band of brothers (2001), ambientata in europa durante la guerra, poi la serie The pacific (2010) ambientata invece nello scenario del pacifico del conflitto. http://www.risorseonline.org/sfondi_1024/cinema-39/sfondi_salvate_soldato_ryan_1.jpg http://static.vivacinema.it/vivacinema/fotogallery/625X0/41367/salvate-il-soldato-ryan-tom-hanks.jpg http://www.ivid.it/fotogallery/imagesearch/images/ salvate_il_soldato_ryan_tom_hanks_steven_spielberg_029_jpg_tmcn.jpg http://www.antoniogenna.net/doppiaggio/film/salvateilsoldatoryan.jpg

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AVVENTURE DA PALCOSCENICO

Questa sera si recita Molière’ di Paolo Rossi A cura di Valeria Vite

“Questa sera si recita Molière” è uno spettacolo di Paolo Rossi e la sua compagnia Teatro di rianimazione. Sebbene lo spettacolo sia di qualche anno fa, è ancora possibile vederne il filmato su Youtube cliccando su questo link (https://www.youtube.com/watch? v=lscSzmjgxmo); la messa in scena in questione è del 7 dicembre 2002 ed è stata realizzata al Teatro Smeraldo di Milano ma, nonostante sia un po’ vecchiotta, la sua capacità di coinvolgere il palcoscenico non è stata scalfitta dal tempo. Si tratta di un dramma da ridere in due atti, un happening nato dalla fusione de “Il malato immaginario” e “Il medico per forza” di Molière in cui non mancano interventi personali dell’artista, critiche alla società contemporanea e il coinvolgimento del pubblico nella rappresentazione. Gli elementi tipici del teatro di Molière vengono dunque stravolti nel moderno canovaccio di Paolo Rossi: così come Molière in Francia attinse numerosi elementi dalla commedia dell’arte italiana, Paolo Rossi a sua volta dichiara di aver “rubato” qualche idea a Molière per realizzare il suo spettacolo. Paolo Rossi mette in scena la storia del Dottor Sganarelli, un ciarlatano che vende un olio che dovrebbe guarire qualunque male; il protagonista diventa presto l’emblema dei politici ciarlatani di oggi, su cui l’autore fa non poche battute di satira. Il Dottor Sganarelli si trova in un bell’impiccio: Leandro, un suo dipendente extracomunitario, si è innamorato di Lucinda e minaccia il Dottor Sganarelli di vendicarsi se non lo aiuta a ricongiungersi con l’amata. Purtroppo Lucinda è figlia di Geronte, il finanziatore del dottor Sganarelli, un milanese che detesta gli extracomunitari ma anche un credulone, che si sottopone ad ogni assurda e comica cura ideata dal ciarlatano per mali inesistenti. L’opera è uno spettacolo in costume, ma gli indumenti del ‘600 spesso vengono sostituiti da costumi contemporanei per sottolineare la fusione tra i giorni nostri e l’epoca di Molière che avviene nel corso dello spettacolo. In onore a Molière verranno recitate alcune battute in Francese e, come introduzione allo spettacolo, verrà trasmesso Bob Marley. L’opera è anche un occasione per vedere in azione due attori diventati famosi grazie a Camera Cafè: Debora Villa, conosciuta come la Patti, e Carlo Giuseppe Gabardini, nei panni di Olmo.

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Come spesso succede negli spettacoli di Paolo Rossi, il pubblico è direttamente coinvolto nella rappresentazione teatrale non solo perché l’artista si rivolge continuamente alla platea o conversa con qualche spettatore, ma anche perché invita alcuni volontari a salire sul palcoscenico e recitare insieme alla compagnia. Paolo Rossi immagina che la platea sia una sala d’attesa e che il pubblico sia composto dai pazienti del dottore ciarlatano. Tre spettatori si improvvisano attori e si trasformano nei malati accorsi alla clinica del Dottor Sganarelli in cerca di cure, diventando protagonisti di brevi gag comiche in cui viene somministrato loro l’olio miracoloso. Uno spettatore in particolare chiederà al Dottor Sganarelli di apprendere l’arte di truffare e diventerà a sua volta vittima del ciarlatano, che inventerà per lui un corso fasullo su come diventare medico. Durante lo spettacolo la medicina diventerà metafora del potere e verrà gestita da truffatori, ipocriti, ladri e falsi medici sempre alla ricerca di un modo per derubare il prossimo. Tale opera viene messa in scena in un momento storico in cui i ciarlatani la fanno da padroni: l’Italia è un paese di furbi che si ritengono migliori degli altri e vengono ammirati e imitati, il testo di Molière smaschera questi subdoli personaggi inoltre, nella reinterpretazione di Rossi, un medico smaschera la figura dei ciarlatani per “curare” l’Italia. Le battute riferite alla politica sono di difficile comprensione perché è trascorso troppo tempo dall’epoca della rappresentazione in teatro, ma il messaggio politico di Rossi è ancora vivido; si pensi che, nel lontano 2005, l’opera ha spaventato a tal punto i nostri politici da ottenere una censura televisiva. L’8 gennaio 2005 la trasmissione teatrale Palcoscenico di RaiDue mandò in onda la prima parte dello spettacolo e fu un successone: sebbene la trasmissione fosse in fascia notturna, vennero contati un milione di telespettatori. La seconda parte dello spettacolo avrebbe dovuto essere trasmessa il 15 gennaio 2005, ma venne soppressa con la seguente giustificazione: il programma “è risultato fuori dalle linee editoriali della rete, per problemi di linguaggio e non certo di contenuti”, curiosamente il comunicato precisa che “non si tratta di censura politica, ma di rispetto per il pubblico della rete”; il direttore di Rai2 Massimo Ferrario specificò poi che si tratta di “pulizia linguistica”, avendo nel secondo atto “contato ben dieci parolacce”. In molti ambienti appare evidente però che si tratta di censura politica, dovuta alla scomoda metafora che mostra i potenti “ciarlatani”, specializzati nel prendere in giro il popolo raccontandogli bugie e promettendogli cose che non manterranno mai, al solo scopo di arricchirsi. Per seguire lo sviluppo della vicenda cliccate sul seguente link: http://www.difesadellinformazione.com/17/la-censura-a-paolo-rossi/ .

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Chiacchierando

con

Alessia Coppola, autrice e grafica A cura di Giovanna Samanda Ricchiuti 1. Ciao Alessia, grazie per aver accettato l’intervista! Iniziamo con una piccola presentazione, chi è Alessia Coppola? Ciao Giovanna, grazie a te per aver pensato a me. Chi è Alessia Coppola? Uhm, Alice! Resterò eternamente Alice in un paese delle meraviglie che ho inventato per me, quello della scrittura. Amo scrivere da quando imparai a farlo e da allora, la scrittura è stata la mia salvezza e la mia maledizione. 2. Grafica e scrittura rappresentano due grandi passioni per te. Quale delle due è nata prima? Ti senti più grafica o autrice? Credo che siano nate più o meno nello stesso periodo. Anzi, probabilmente ho iniziato con il disegno. Ho sempre disegnato e scritto, desiderando di far diventare un lavoro queste due passioni. Ho iniziato a pubblicare a 17 anni e a fare l’illustratrice circa a 24. Sento di essere un po’ entrambe le cose, perché fanno parte di me e mi contraddistinguono, così come è per il canto. Ma se dovessi scegliere, direi che soprattutto attualmente, mi sento di più autrice. 3. La prima opera che hai pubblicato è una raccolta di poesie, edita da Kimerik Edizioni, Pensieri nel Vento. Che sensazioni hai provato nel vedere il tuo nome scritto su un libro? Ho avuto le lacrime agli occhi, quando ho visto il libro tra le mie mani. Non mi sentivo più una scribacchina che imbrattava fogli, ma un’aspirante scrittrice che stava muovendo i primi passi. “Pensieri nel vento” è stato l’inizio di tutto e lo porterò sempre nel cuore. 4. Il cuore di Koral è un racconto che hai deciso di autopubblicare e che ha avuto un grandissimo successo, tanto che i tuoi lettori ti hanno convinta a scriverne un romanzo. Ti saresti mai immaginata un tale successo? Com'è nata questa storia? Onestamente no. Ho pubblicato quel racconto per gioco, per valutare l’attenzione dei lettori. Era destinato a un concorso a tema sirene e curiosamente, sono finita con lo scegliere la via di Amazon. Il destino poi, ci riserva sempre meraviglie. Ho conosciuto il mio attuale editore, proprio grazie alla mia Koral e probabilmente sarà lui a pubblicarlo in formato cartaceo. La risposta positiva dei lettori poi, ha colmato il dolore della scrittura, ha dato sollievo alle notti passate a scrivere. E sono grata a chiunque abbia letto Koral e a chiunque leggerà altri miei scritti.

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5. A novembre uscirà Rebirth – I tredici giorni, edito da Dunwich Edizioni, e nel 2015 usciranno altri due libri editi da Edizioni Il ciliegio: una raccolta di racconti Oltre lo Specchio e un breve romanzo fantasy per bambini Eleanor e il Principe delle Ninfee. Puoi svelarci qualcosa in anteprima? Hai curato tu stessa le cover? Ci tengo a curare tutte le mie cover. Se mi è concessa la possibilità, lo faccio volentieri, perché ho ben in mente l’impatto visivo che voglio dare alla mia opera. Quindi sì, ho realizzato io tutte e tre le cover. Posso darvi qualche anticipazione sui generi. “Rebirth” è un paranormal romance e se siete anime folli e romantiche, potrà senz’altro piacervi. “Oltre lo specchio” è una raccolta di racconti gotici horror – steampunk, ambientata tra il 1600 e i primi del Novecento. Mentre “Eleanor e il principe delle Ninfee” è un romanzo breve rivolto all’infanzia. Un monito che spero induca i bambini a sognare e credere nelle fate. 6. Hai avuto a che fare con generi diversi: poesie, racconti, romanzi e favole. Quale preferisci tra questi? E con quale hai avuto più difficoltà? Bella domanda. Dunque, la poesia è sempre stata immediata. È la prima che mi è venuta a trovare e mi ha lasciato il gusto delle parole e della loro musicalità. Diciamo che mi è molto servita. Dopo sono venute le fiabe e poi i racconti. Il romanzo è un’esperienza alla quale mi sono avvicinata da poco, in effetti. Ho iniziato un romanzo un anno fa e nel frattempo ne ho terminato un altro. Posso dire di preferire il romanzo, anche se è quello per il quale ci sono più difficoltà. C’è più margine per le emozioni, i tempi sono meglio scanditi e poi con tutta onestà, il romanzo ci tiene compagnia, ci culla per il tempo della sua stesura. Ecco perché lo preferisco. 7. Tra le tue pubblicazioni, quale ti ha dato più soddisfazioni? Quale pensi che ti rappresenti di più? Ho pubblicato poco, ancora. Ho pubblicato solo poesie e fiabe. Le pubblicazioni più impegnative partiranno da novembre. Ma già da ora posso affermare che Rebirth mi sta dando grandi soddisfazioni ed è quello che al momento mi rappresenta di più stilisticamente.

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8. Come nascono i tuoi personaggi? E quanto ti somigliano? I miei personaggi sono reali. Nel senso che mi ispiro a persone che conosco, che incontro, che mi incuriosiscono. Chiunque può diventare un mio personaggio, basta che sia in grado di lasciarmi qualcosa. Molte delle persone che ho scorto distrattamente per strada, sono diventate protagoniste delle mie storie, senza saperlo. E se mi somigliano… Bè, sì. In alcuni ci sono io. Lascio spesso nei miei personaggi, la mia impronta. Mi piace avere l’impressione di conoscerli e concedere a loro, la libertà e il coraggio che a volte mi manca. 9. Ti ispiri a qualche autore/autrice? Mi ispiro a tutto ciò che mi piace. Mi piace Stephen King, Maxence Fermine, Carlos Ruiz Zafòn, Alessandro Baricco. Per il genere fantastico, ammiro J.K. Rowling, Anne Rice e Neil Gaiman. E poi ho sempre amato Oscar Wilde, William Shakespeare, Edgar Allan Poe, J.R.R. Tolkien e Howard P. Lovecraft. 10. Al momento, hai qualche altro libro in stesura? Attualmente ho due romanzi in stesura: un Paranormal Fantasy e un’opera contemporanea. Ma nella testa ne sto già scrivendo altri tre. 11. Grazie per essere stata qui con noi, aspettiamo le tue nuove pubblicazioni. In bocca al lupo! Grazie a te e un saluto speciale ai tuoi lettori.

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Se mi leggi, ti seduco A cura di Mary Chioatto

Carissimi scrittori, in questo speciale numero di Eclettica vorrei proporvi di porre sotto i riflettori un argomento che avevo già avuto modo d’incontrare qualche anno addietro, ma che nonostante il volgersi del tempo mi è rimasto dentro, un’impronta sempre fresca nell’inchiostro che mi scivola ogni giorno tra le mani. Un argomento che, sono certa, vi accenderà l’incanto negli occhi e vi ficcherà la penna tra le dita. Un argomento che voglio introdurre con la semplicità di una domanda: vi siete mai chiesti come mai alcuni libri, più di altri, vi intrappolano nella prigione delle loro pagine? E non vi concedono vie di fuga finché non avete raggiunto l’ultima delle pagine? La fine? Nonostante lo sfumarsi della notte nell’aurora? A dispetto del sonno che sovente torna a premere sulle palpebre stanche? Nessun incantesimo, non temete. Nessun oscuro sortilegio silenziosamente intriso tra le pagine. Siete stati. Semplicemente. Sedotti.

Cos’è la seduzione comunicativa?

Letteratura erotica? Se state pensando a questo siete senza ombra di dubbio fuori strada. E se, contrariamente alle mie supposizioni, non lo avevate a mente, spero almeno di avervi rubato un sorriso ☺ Non parliamo di un genere letterario, bensì di seduzione comunicativa, ovvero un’arte di comunicazione costruita sui vincoli. Sui vincoli, proprio così. Perché non esiste seduzione, senza vincoli. I vincoli conquistano un’importanza fondamentale nella seduzione, limiti che accendono il desiderio di raggiungere ciò che vi è oltre. L’acqua non scatenerebbe lo stesso desio, se la fonte fosse facilmente raggiungibile. Al contrario, un impedimento alimenta l’inconscio accendendone il bisogno. Ficcando nuovamente le mani tra i libri, quante volte ci imbattiamo in un romanzo nella cui storia sono posti dei vincoli? Un destino inevitabile? O un amore impossibile? I confini posti nella storia devono poi venire abbattuti dall’autore stesso – assolutamente! – creando una disputa con tanto di mosse e contromosse nei confronti dei nostri prossimi lettori. La relazione con la scrittura Dopo un breve cenno sulle basi poste dalla seduzione comunicativa, vincoli che possono esser applicati a vari ambiti e canali di comunicazione, concentriamo le luci dei nostri riflettori sull’applicazione nell’ambito letterario. Abbiamo parlato di vincoli: ottima arma di seduzione.

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Ma non è l’unica. Gianni Ziparo, editore della Società Editrice Montecovello, nel seminario “Comunicare per sedurre, Sedurre per comunicare”, tenutosi ad aprile 2012 aggiunge una manciata di parole sull’argomento. “Ci sono almeno 21 parole assolutamente persuasive che addirittura stimolano la produzione di endorfina (la droga naturale del cervello umano) aiutando a raccontare storie di successo, suscitando le giuste emozioni nel lettore”. Vincoli e parole. Ma quali?

Parole per sedurre

Siamo fatti di parole, alcune più di altre. Siamo fatti d’inchiostro tatuato sottopelle, che preme per fuoriuscire dalla tela sottile della carta, della pelle. Per questa ragione la nostra domanda non trova una risposta specifica, una soluzione sempre valida a qualsiasi circostanza. Ma posso portarvi alcuni esempi. Avete mai avuto il piacere di avvicinarvi a qualche opera della celebre giallista Agatha Christie? Io sì, e non sono riuscita a scrollarmi di dosso quelle pagine fino a raggiungerne l’ultima. E questo accadde ancora in tenera età, quando gli insegnanti assegnavano ancora i giudizi e non i freddi voti dei giorni nostri. Quando la mia dipendenza irreversibile per la lettura non aveva ancora raggiunto livelli così… epici. Eppure mi ha intrappolato, la sua penna. Mi ha sedotto. Gli studi di tre importanti università britanniche, che hanno messo a nudo 80 delle sue novelle, descrivono il suo successo in una parola: endorfina. In termini più scientifici rispetto a quelli utilizzati da Gianni Ziparo, l’endorfina è una sostanza prodotta dal nostro cervello che funge da eccitante e al contempo da analgesico (la musicoterapia utilizza infatti determinate frequenze proprio per stimolare la produzione di endorfina e lenire quindi i dolori celebrali. Il mal di testa. Provato! E funziona!!). Endorfina: letterariamente una droga. Il “Progetto Agatha” ha rivelato che, nonostante i suoi romanzi trattino sempre di delitti, la penna dell’autrice si rivela sempre ricca di parole piacevoli e delicate. Un delizioso contrappunto ripetuto di continuo, disorientando il lettore e sollecitando uno squisito senso di piacere, e che sfrutta termini come «lei», «sì», «ragazza», «sorrideva» e «improvvisamente», o frasi come «puoi darci un occhio», «più o meno», «un giorno o due», «qualcosa di simile». Tutto ciò, per non svelare anzitempo troppi dettagli, un misto di idee che confonde fino alla rivelazione spiazzante della trama. Tecnica che gli studiosi chiamano "distrazione cognitiva minima". Vi sentite già sedotti, dalla sua penna, non è vero? ☺ Ma scrolliamoci di dosso per un istante l’aurea d’incanto che ci lascia la maestria della Christie per riallacciarci al seminario di cui vi accennavo qualche paragrafo addietro.

Sensi.

Gianni Ziparo solletica nuovamente così la nostra penna, porgendo un invito a stuzzicare i sensi dei propri lettori. Perché la lettura, così come la scrittura, deve viversi come un’esperienza a 360°, non solo in grado di tingere di ritratti

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la pelle sottile della nostra immaginazione, ma capace di formicolarci addosso, scandendo note ed essenze, gusti, rivelando sensazioni inesplorate, altrimenti irraggiungibili nella realtà di ogni giorno. Si badi alla qualità delle parole, piuttosto che alla loro quantità.

Vincoli. Parole preziose. E sensi.

Potremmo riassumere così l’arma di seduzione portata sotto i riflettori quest’oggi. Un’arma da usare con parsimonia, perché qualsiasi esperienza si fa piacevole se non muta in abitudine. Un’arma che non ho potuto fare a meno di catturare a mia volta, di sguinzagliarla tra i progetti che riempiono i miei appunti. Un giorno, forse, se avrete la curiosità di leggere i miei scritti, potrete rimanerne sedotti. Chissà. E voi? Siete pronti a sedurre? ☺

Mary Chioatto

di “La pagina dello Scrittore” Immagini: - Primo scatto a destra realizzato da Remy Perthuisot - Seconda immagine a destra realizzata da Mary Chioatto

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Mille sfumature di rosa contemporaneo

Un nuovo romanzo di odio e amore: Ti odio con tutto il cuore di Valeria Luzi A cura di Giovanna Samanda Ricchiuti Inauguriamo questa nuova sezione romantica, a cui mi dedicherò almeno fino a quando non uscirà qualcosa di interessante nel mondo fantastico, con un libro appena uscito nelle librerie: Ti odio con tutto il cuore di Valeria Luzi. Libro perfetto per aprire le danze perché la nostra giovanissima autrice italiana è la dimostrazione lampante che i sogni si avverano se li si persegue con tenacia e dedizione. E sì, è proprio così, per chi non conosce ancora Valeria possiamo raccontare che la prima versione di Ti odio con tutto il cuore era stata lanciata dall’autrice stessa su Amazon. È stato un vero e proprio successo del passaparola, acquistato e letto da una marea di lettrici che hanno permesso a Valeria e al suo libro di restare in vetta alle classifiche e di essere notata da una casa editrice, la Newton Compton. È così che è cominciata l’avventura di Valeria, che ora ha cominciato un nuovo emozionatissimo percorso e a cui auguro un grande successo. Ora Ti odio con tutto il cuore non è più lo stesso libro che molti di voi hanno comprato in ebook, ha una nuova veste non solo grafica, ma anche all’interno del romanzo: l’autrice ha aggiunto qualche capitolo in più che ha reso la storia ancora più emozionante e completa. Titolo: Ti odio con tutto il cuore Autore: Valeria Luzi Editore: Newton Compton Data: 28 Agosto 2014 Pagine: 282 Prezzo: 9,90€ Trama: Susi ha trent’anni e vive a New York. Ha un fiuto straordinario per gli uomini sbagliati, tanto da essere riuscita a collezionare una lunga serie di relazioni fallimentari. L’ultima le brucia ancora… Quando il padre decide di affidarle la gestione del famoso ristorante di famiglia, Da Totò, per Susi sembra arrivata l’occasione giusta per dimostrare finalmente le proprie capacità. Ma una sorpresa indesiderata la attende dietro l’angolo: ad affiancarla ci sarà Michael Di Bella, chef tanto geniale quanto presuntuoso e maledettamente bello, per il quale Susi prova un odio profondo dai tempi del liceo. Ma, come spesso accade, la convivenza forzata, complici cibo e fornelli, può scatenare reazioni inaspettate e anche l’astio più antico può mutarsi in scintille. E passione…

Avrei dovuto comprare il libro il giorno della presentazione che si è tenuta alla Feltrinelli di Roma l’11 settembre ma non ho saputo resistere. Così appena uscito sono corsa in libreria ad acciuffare la mia copia. Ebbene il libro si divora in poche ore perché lo stile dell’autrice è fluido e scorrevole. Come ci racconta l’autrice stessa è un libro leggero e romantico e non dispiacerà a tutte le amanti del genere rosa in cui i protagonisti sono alle prese con odio e amore. Il lettore continuerà a chiedersi ma quando e come riusciranno a capitolare. Susi, la protagonista, ci tiene con il fiato sospeso fin quasi alla fine del libro per svelarci il

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motivo dell’astio che prova nei confronti del suo ex amico Michael. Il capitolo che ho amato di più è l’epilogo dove finalmente prende la parola il personaggio maschile… Ora meglio che mi stia zitta, altrimenti vi svelo il senso del capitolo e non mi pare il caso. Vi dico solo che il suo punto di vista ha messo in luce tanti aspetti che mi hanno fatto vivere un piccolo tuffo nel passato. Il personaggio che ho apprezzato di più è invece quello di Susi perché così come ci viene descritta e presentata sembra una ragazza qualunque, con problemi reali di lavoro, di famiglia e di amore. Insomma leggendo facilmente ci si poteva rispecchiare. Le scene in famiglia sono le più spassose. Complimenti a Valeria e al suo libro. Vi svelo che è previsto un seguito che uscirà in estate, quindi affrettatevi a leggere le disavventure di Susi e Michael. Vi lascio con un’immagine dell’autrice il giorno della presentazione alla Feltrinelli di Roma.

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DALLA CARTA ALLA PELLICOLA Il curioso caso di Benjamin Button

A cura di Daniela Mionetto

“Eclettica – la voce dei blogger” compie un anno!! Sono entusiasta di aver portato il mio contributo, con una rubrica alla quale tengo molto e che mi rispecchia così tanto, a questo bellissimo progetto che cresce e si migliora numero dopo numero. Anche per questo, visto che ho cominciato questa avventura con un articolo su “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald, per il primo anniversario mi affido di nuovo a questo grande scrittore e vi propongo un suo racconto breve, diventato famoso grazie al film di David Fincher.

LIBRO: Il curioso caso di Benjamin Button AUTORE: Francis Scott Fitzgerald EDITORE: Donzelli PAGINE: 59 In un giorno d’estate del 1860, per un inspiegabile scherzo del destino, Benjamin nasce con le sembianze di un anziano: un uomo dell’apparente età di settant’anni, dentro una culla. Ma la cosa ancor più curiosa è che con il passare del tempo egli ringiovanisce, vivendo una vita in senso esattamente opposto a quello dei comuni mortali, muovendosi controcorrente rispetto alla storia. Mentre la buona borghesia di Baltimora, a cui appartiene anche suo padre, osserva con un misto di meraviglia, imbarazzo e disapprovazione.

Questo breve racconto è stato scritto nel 1922 dall’abile penna di Fitzgerald e lo si può trovare all’interno di “Racconti dell’età del jazz” insieme ad altri interessanti scritti dell’autore. Lo stile è quello riconoscibile dello scrittore, caratterizzato da fluidità della storia, una certa bellezza e coinvolgimento nella lettura e, in questo caso, anche un’estrema e ricercata originalità dell’argomento in questione. Fitzgerald è un maestro nel mettere su carta parole e concetti significativi. Le emozioni dei suoi personaggi, celate dietro la trama, sono forti, vibranti e vere; percepibili da un lettore attento, che sa riconoscerle attraverso i pensieri e le azioni messe in scena dall’autore. In queste pochissime pagine viene raccontata una vita per nulla ordinaria, un racconto surreale, che dà vita ad un personaggio curioso e particolare, con una storia altrettanto strana Benjamin, nascendo di settant’anni, ci viene presentato come un uomo già bello che fatto, con un bagaglio di conoscenze ed esperienze già formato, che perderà durante il corso della sua vita. Perché è questa la parte curiosa: mentre passano gli anni e Benjamin ringiovanisce sotto gli occhi di tutti, la sua mente e il suo fisico indietreggiano insieme a lui. Partendo dalla vecchiaia, attraversando tutta una vita, si ritroverà alla fine in fasce, costretto a passare per il figlio di suo figlio. È assolutamente fuori dal comune e in alcuni tratti assurdo, ma è la caratteristica principale di una storia concepita in questo modo; una storia al contrario non può essere lineare e prevedibile, deve avere dei punti strani e inconcepibili (come ad esempio il fatto che non venga data una spiegazione di come sua madre abbia potuto partorire un uomo di

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quasi un metro e settanta). Stiamo parlando di una storia che denuncia l’incapacità degli uomini di comprendere e accettare qualcosa di diverso e a prima vista inspiegabile. La vita di Benjamin non sarà per nulla facile e non verrà capito dalle persone che lo circondano. Continuamente costretto a mentire sulla sua età e sul suo essere, passerà un’esistenza intimamente solitaria, deriso da molti e perennemente fuori posto in un mondo che non lo accetta per quello che è realmente. Il bello dei personaggi di Fitzgerald è che non sono perfetti. Anche Benjamin, come Gatsby, non è un personaggio del tutto buono, ha anche lui dei difetti tipici degli esseri umani comuni. Gli altri lo giudicano e non lo accettano, ma anche lui ha degli atteggiamenti sbagliati e un carattere con dei lati oscuri. Ricco nei contenuti e dal profondo significato, purtroppo si tratta di un racconto e come tale finisce troppo presto per i miei gusti. Avrei voluto passare più tempo in compagnia di questo interessante personaggio e avrei voluto anche conoscerlo meglio e più approfonditamente. In fondo dopo avermi dato un scintillante e complicato Gatsby, avrei voluto che Fitzgerald mi regalasse anche uno straordinario e indimenticabile Benjamin. Ma anche se non ha soddisfatto appieno le mie aspettative è un racconto che vale la pena leggere per la sua originalità.

FILM: Il curioso caso di Benjamin Button REGISTA: David Fincher ATTORI: Brad Pitt, Cate Blanchett Julia Ormond, Faune A. Chambers, Elias Koteas DURATA: 159 minuti Nel 2008 Devid Fincher prende il racconto di Fitzgerald e decide di narrare questa storia con un espediente molto usato: a partire dal presente, attraverso le memorie di un diario che la figlia Caroline legge alla madre Daisy in punto di morte. Stravolgendo non poco l’opera letteraria, per creare un film di due ore che sembra aver mantenuto solo un leggero alone della storia originale, mentre tutto il resto è modificato radicalmente. Innumerevoli i cambiamenti apportati dagli sceneggiatori: il periodo storico, l’ambientazione, il collegamento con il presente… Troppi per poterli elencare tutti. In questo caso il protagonista passa la sua vecchiaia a imparare e scoprire il mondo proprio come farebbe un bambino, fa diverse esperienze nel corso della sua lunga vita che lo portano poi ad essere forse un po’ più saggio in gioventù, un’età in cui di solito c’è poco di saggio. La vita al contrario di Benjamin Button attraversa il Novecento americano senza soffermarsi troppo su cosa significhino quegli avvenimenti per lui o per l’umanità intera, non affronta nessun tema fino in fondo; il fatto che egli ringiovanisca invece di invecchiare non crea nessun effetto sulla trama né gli fa avere una particolare visione degli eventi in cui è coinvolto. Il punto centrale, attorno al quale ruota tutta la storia, è la costante ricerca del primo e grande amore di Benjamin: Daisy. Una donna forte e indipendente, che in un certo senso è diversa e fuori dal tempo come lui. Ma l’unico momento in cui finalmente potranno stare veramente insieme è all’incrociarsi delle loro età. Una lunga e struggente storia d’amore che copre tutte le fasi della vita dei due protagonisti. Brad Pitt è poco incisivo ed espressivo come in quasi tutte le sue interpretazioni, ma

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bisogna ammettere che si difende bene, dovendo sostenere la telecamera puntata su di lui per tutta la durata del film. Il lavoro di invecchiamento e ringiovanimento digitale, con la tecnica di motion capture, è incredibile e riuscito alla perfezione. Sublime soprattutto l’interpretazione di Cate Blanchett, nel ruolo di Daisy, che esprime tutta la sua bravura, esperienza e impegno in un ruolo che le calza a pennello. Racconto e film sono due storie che partono da un punto comune ma che si diramano in due direzioni diverse, molto diverse; entrambe però apprezzabili, stimolanti, interessanti e toccanti a loro modo.

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Chiacchierando

con

Clemy Scognamiglio A cura di Giovanna Samanda Ricchiuti 1. Ciao Clemy, grazie per aver accettato l’intervista! Iniziamo con una piccola presentazione, chi è Clemy Scognamiglio? Iniziamo con una domanda assai difficile, sono una donna molto schiva, molto riservata e timida, tranne quando scrivo. 2. A che età hai iniziato a scrivere? Da piccolissima se contiamo anche l’uso del disegno, interpretazione grafica del lessico fantastico. Era già presente, almeno così mi dicono i miei insegnanti e compagni, dagli anni della scuola, ma sono riuscita a darle voce e condividerla molto più tardi, con una spinta coraggiosa. Farsi leggere vuol dire rivelarsi e lì, non ci sono trucchi, né scappatoie. 3. Accetti consigli mentre scrivi? E, solitamente, c’è un posto in cui preferisci scrivere? No, nessun consiglio almeno in fase creativa, perché scrivere è un rapporto intimo e spontaneo, e, così deve essere inteso, una libertà assoluta e individuale. Tutto quanto può accadere dopo a quel medesimo scritto, intendo revisioni o editing, rientra in una fase completamente diversa, è un’opera da pubblicare e quindi accetto e accolgo suggerimenti e ogni tipo di critica. E’ indispensabile. Il luogo dove solitamente scrivo, può essere ovunque, ma sono imperativi l’uso di cuffia e tanta, tanta musica. 4. Il tuo primo libro è una raccolta di racconti, Passi Cigolanti. Ti va di raccontarti com’è nata quest’antologia? Passi Cigolanti è una raccolta di racconti brevi. I dieci personaggi sono tutti figli di un percorso di vita che appare subito non perfetto. E’ nato pensando al quotidiano di chi affronta la vita e i suoi sgambetti con

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l’inconsapevole coraggio dell’eroe, pur non avendone alcuna percezione. Il linguaggio di questo libro è singolare, molto serrato per certe storie, ironico per altre, fino a diventare drammatico, quando il “cigolare” di quel cammino pare assordare ogni speranza. Questi personaggi non sono dei perdenti, visto che tutti riconoscono le proprie difficoltà, ma non soccombono. La “diversità” viene affidata al racconto di un girasole che si apre alla luna; l’odioso e infame sopruso di una molestia a una donna che la rielabora con molto coraggio ; un amore improbabile, narrato come una singolare indagine poliziesca, e persino una “ricetta”, assai ironica, per chi vede languire i propri sogni letterari in un cassetto. Insomma, tra sorrisi e lacrime, credo ci sia spazio per ogni sentimento. 5. Anche la tua seconda pubblicazione, Le rabbie adulte, è una raccolta di racconti. Di cosa tratta? Generalmente la rabbia è concepita solo come impeto distruttivo, qui ho voluto ritratteggiarla sotto un profilo positivo, come dice la frase iniziale “ La rabbia è la speranza di ogni dolore”, vuol dire dare una possibilità al nichilismo della sofferenza a divenire riscatto, al farsi raggiungere da una speranza di svolta e di rinascita. Riscatto, ma non vendetta, nel libro non si contempla mai, neppure quando racconta l’esistenza orribile di una ragazzina, venduta agli angoli delle nostre periferie, che va a riprendersi il suo vero nome e, così, la sua identità. 6. La tua ultima fatica letteraria è un romanzo, Fin dove si scorge il mare. Se dovessi presentarlo a chi non lo conosce, come lo presenteresti? E’ un romanzo classico, collocato in una precisa cornice storica, dal Risorgimento fino ai primi del Novecento. E’ pubblicato dalla mia casa editrice Factory ISognatori, un innovativo modello editoriale che si sta facendo buona strada nel panorama letterario italiano e già con molto successo, aggiungo. Il romanzo è il racconto del sud, della nostra Italia, che si specchia attraverso la Storia che tutti conosciamo. I personaggi compiono il cammino di un secolo, schiarendo quello che di umano viene oscurato e trattenuto nella freddezza di una data. E quindi, spazio per sogni, speranze, amori e passioni tra brigantaggio e industria, unità di popoli, tradizioni, emigrazione e paura per il futuro . La vita che, alla fine, assomiglia a quella di tutte le epoche e la memoria che serve non a

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distribuire colpe, ma a ricordarci che siamo figli di quei sacrifici, umani e identitari, anche piuttosto recenti. 7. Che cosa vuoi comunicare ai lettori con questo romanzo? Il romanzo si intitola “ Fin dove si scorge il mare” e io lo trovo evocativo per quella libertà che è il pensiero individuale, la riflessione che privilegia vita e uomini e il rispetto che ne deriva. 8. Hai avuto a che fare sia con racconti sia con un romanzo. Quale preferisci tra i due? E ritieni sia più difficile scrivere un racconto o un romanzo? Il romanzo e un racconto non sono prodotti diversi, se non strutturalmente. Partono entrambi dalla stessa spinta creatrice, l’esigenza di raccontare che, a volte, si veste di solerzia, in altre, ha bisogno di un respiro più ampio e più disteso per esautorarsi e arrivare alla riga finale. Non saprei dire quale preferisco scrivere tra i due, un romanzo possiede scheletro narrativo più elaborato per sostenere storia e lettura, il racconto è sinteticità, globale e immediata. 9. Quanto ti somigliano i personaggi del tuo libro? Nessuno ma anche tutti, nel frammento di ognuno. Chi scrive è sempre ciò che racconta, anche se non è direttamente coinvolto nelle esperienze delle vicende narrate. 10. C’è qualche autore a cui ti ispiri? Non direttamente, ma influenzata, sì, e direi decisamente da maestri della letteratura che ammiro, perché principalmente sono una lettrice accanita. Prediligo il genere che pone l’uomo per centralità. Trovo che sia molto interessante interrogarsi sui meccanismi che regolano l’umanità in generale, difficile è rispondersi, ma allora apro un altro libro, di Borges o Marquez, Sciascia e De Luca. Non mi deludono mai. 11. Novità sui libri futuri? Hai qualcosa in cantiere? Non smetto mai di scrivere, quindi ho un cantiere dove fervono sempre lavori. Di sicuro ora sono dedita alla promozione di questo romanzo e stringo le dita affinchè il neonato impari a camminare e ad andare “ Fin dove si scorge il mare”. 12. Grazie per essere stata qui con noi, in bocca al lupo!

Grazie a voi per lo splendido spazio concesso.

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THE HORROR! THE HORROR! «Le notti di Salem» di Stephen King A cura di Loredana Gasparri Titolo: Le notti di Salem Autore: Stephen King Prezzo: 10,97€ Editore: Sperling & Kupfer Pagine: 650 Trama: Una casa abbandonata, un paesino sperduto, vampiri

assetati di sangue. Quando il giovane Stephen King decise di trapiantare Bram Stoker nel New England sapeva che la sua idea, nonostante le apparenze, era buona, ma forse neanche la sua fervida immaginazione avrebbe saputo dire quanto. Era il 1975 e, da allora, il racconto dell'avvento del Male a Jerusalem's Lot, meglio conosciuta come 'Salem's Lot, non ha mai cessato di terrorizzare milioni di lettori, consacrando il suo autore come maestro dell'horror. Protagonista della storia è Ben Mears, uno scrittore che torna ai luoghi della sua infanzia – la buona, vecchia provincia americana – per esorcizzare una terribile esperienza avuta da ragazzino a Casa Marsten, il tetro e minaccioso edificio che domina il villaggio. Ora la spettrale dimora l'accoglie a occhi aperti, o meglio, a finestre illuminate. Ma chi è il sedicente signor Barlow, il nuovo proprietario? Perché la sua presenza è percepibile solo dopo il tramonto? E che cosa sta succedendo ai pacifici abitanti del Lot? Un geniale connubio tra orrore soprannaturale e quotidianità, un omaggio alle nostre paure più profonde, sconfinate e irrazionali e, come i mostri sotto il letto, così improbabili ma così... reali.

I classici non tramontano mai. Dopo aver esplorato altre forme horror nei due numeri precedenti, con scarsi risultati, sono ritornata al mio autore horror preferito, il Re davvero di tutti i tempi, Stephen King. Essendo diventato un classico, non è un romanzo recente, ma i suoi quasi 40 anni non si sentono per nulla. Ho letto questo romanzo diverse volte nella mia carriera di lettrice furiosa, e mi sento di dire che è una delle migliori storie di vampiri mai incontrata. Del resto, chi conosce Stephen King ha un’idea del suo stile narrativo, e di come riesca, ogni volta, a creare un’atmosfera giusta, realmente paurosa, al punto da risultare credibile. Fin troppo credibile. Prendiamo il luogo dove viene ambientata la vicenda, Jerusalem’s Lot, che riecheggia la città di Salem, nota per una grandissima e tragica caccia alle streghe avvenuta nel Seicento, che ha avuto un impatto fortissimo sulla letteratura da quel momento in avanti. Una certa atmosfera si crea già nel nome, per cui si sa che qualcosa non va per il verso giusto. Un giovane scrittore tormentato da esperienze giovanili traumatiche, Ben Sears, torna a Salem’s Lot, la sua città natale, dopo diverso tempo passato a cercare e a ricostruire se stesso, anche grazie alla scrittura. Per uscire dagli incubi che ancora lo tormentano e per chiudere con i vecchi fantasmi, Ben decide di scrivere proprio su quello che gli ha spezzato la serenità da ragazzo, Casa Marsten. Una casa sulla collina, di proprietà di una famiglia abbiente, teatro di una tragedia anni

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addietro, un omicidio-suicidio, in cui il padrone di casa uccise la moglie e si impiccò. Per una scommessa tra ragazzini, Ben fu costretto a dimostrare il proprio coraggio ed entrare in quella casa da solo...e quel che vide lo segnò profondamente a vita. In un crescendo scandito da ore e giorni, vediamo come Ben incontri e stringa amicizie e relazioni con alcune persone del posto, che contatta soprattutto per Casa Marsten, e di come qualcosa di malvagio s’insinui in città, poco per volta. Un compratore va a stabilirsi a Casa Marsten...un uomo affabile, ma dall’aspetto sottilmente inquietante. Un campanello d’allarme suona in distanza, nella mente dei lettori. Soprattutto perché un’altra casa chiusa da molto tempo era stata riaperta da uno straniero ricco, d’aspetto anche elegante e perbene, ma dall’anima nera, nerissima, in una delle città più importanti d’Europa. Qui Stephen King si riallaccia al narratore di vampiri per eccellenza, Bram Stoker, cui tributa un omaggio indiretto, replicando lo svolgimento della narrazione negli Stati Uniti. Poco dopo l’arrivo di questo nuovo personaggio, il signor Barlow, cominciano ad accadere cose sinistre, come sparizioni inspiegabili e ricomparse ancora più inquietanti. Ben è uno dei primi ad accorgersi che la città si sta spopolando di esseri umani, sostituiti man mano da vampiri freddi e spietati, vere macchine di morte con l’unico scopo di nutrirsi. Siamo ben lontani dalle atmosfere concilianti di Twilight...ogni vampiro creato è un mostro micidiale da combattere. Ben dovrà confrontarsi con l’incubo della sua vita e nel farlo subirà dolori e conforti inaspettati. Uno dei suoi compagni di avventura è un ragazzino rimasto orfano a causa dell’operato terribile del primo vampiro, il signor Barlow, ed è uno di quelli che maggiormente riesce a dargli forza per poter combattere una guerra in cui si trova coinvolto suo malgrado. Una costante curiosa nei libri di Stephen King è la presenza di ragazzini adolescenti che si trovano confrontati con realtà strane, terrificanti e spesso profondamente cattive, e che riescono a uscirne vincitori, spesso riuscendo a dare coraggio alle figure di adulti intorno a loro. E’ come se l’autore dicesse che grazie a loro il mondo sarà salvato. Non svelo nulla della trama del libro, che segue un copione abbastanza noto di lotta tra bene e male, con diversi colpi di scena da una parte e dall’altra. Suggerisco di godersi il viaggio, invece...il crescendo di disagio dell’atmosfera, l’attenzione che Stephen King riesce ad attirare su particolari a prima vista insignificanti, per poi rivelarsi tragici, il ritratto dei sentimenti e della psicologia dei personaggi, nient’affatto scontato. E suggerisco questa lettura per chi desidera restare sveglio di notte...:-D

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MEMORIE

DI

VIAGGIO

Dalle città mecca dello shopping ai paesaggi incantati delle Highlands. A cura di Fabiana Andreozzi

La Scozia sembra una terra incantata, un paesaggio che sbuca direttamente da un libro fantasy vecchio stile. Ti viene voglia di fermarti a ogni singolo scorcio per fare tua quell'immagine, quel piccolo angolino mozzafiato. Eppure non basta, non sembra mai stancarti o venirti a noia e lo sguardo vorrebbe abbracciare ogni veduta senza mai aver pace e, diamine, le foto non rendono assolutamente giustizia a quello che gli occhi hanno visto, quell'emozione indescrivibile che hai provato non appena ti sei lasciato rapire dall'orizzonte. Ho scoperto di amare la Scozia in questo viaggio. Prima di partire avevo avuto il vago sospetto che mi sarebbe piaciuta: verde, fiordi, mare, laghi, montagne, castelli diroccati o perfettamente interi isolati nella vegetazione. Ora che sono qui posso dirvi che le parole non bastano a descrivere questa poesia, è tutto così perfetto che anche la mancanza di tecnologia non mi sta uccidendo, neppure riesco a leggere... E io che non riesco a finire un libro vi può dare l'idea di quanto ci sia di incredibilmente bello da ammirare. Il viaggio in Scozia non è per nulla economico, sono anni che ci sto dietro per trovare un volo che non sia costosissimo e alla fine santa Ryanair mi ha accontentato, così tanto che dalla Scozia raggiungerò anche Dublino. Tra voli, alberghi, macchina, benzina, pappa abbiamo speso non più di 1300 euro a persona per 10 notti e 11 giorni di vacanza. Il mio consiglio è quello di prenotare con largo anticipo voli e alberghi perché soprattutto Edimburgo è molto cara in quanto ci sono quasi sempre festival. Il nostro viaggio è cominciato a Prestwick dove siamo atterrati in piena notte e siamo stati ospitati dalla gentilissima signora Marion nella sua guesthouse. Prima del viaggio ci siamo scambiate parecchie email dove mi ha inviato numerose informazioni su costi e trasporti per Glasgow. È stata gentilissima, la adoravo già prima di conoscerla. La stanza era pulitissima e arredata con cura. La mattina ci ha preparato una squisita colazione in stile scottish (Bacon e scrumble eggs), che è stata la migliore di tutto il viaggio. Una volta approdata a Glasgow il giorno dopo con un treno fichissimo con tanto di wifi e corrente, mi è sembrato di giungere in Germania, non capivo un h quando parlavano, ma un h pronunciato da chiunque. Mi sono seriamente preoccupata che il mio inglese fosse ancora peggiore di quello che immaginavo. Comunque non è stato un problema ci si intende lo stesso tra gesti e scritte :D Abbiamo alloggiato al Newton hotel, camera carina, pulita, vicinissima al centro, alla stazione dei treni e dei bus e comprensiva anche di colazione.

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Ho adorato Glasgow da appena l’ho vista e non solo perché è la patria dello shopping e io ne sono malata, ma perché ogni palazzo mi sembrava un monumento degno di nota. Non so più quanti angoli ed edifici ho catturato con la mia fotocamera, ero peggio di una giapponese. Il monumento più bello è la cattedrale con la necropoli alle spalle. Mi piace il cibo scozzese, in qualsiasi pub approdi c’è sempre la zuppa del giorno, la nostra lasagna (io sono ghiotta di pasta e questa anche se surgelata era decisamente commestibile) i tortini di pollo. Sono diventata una zuppa per quante ne ho mangiate, ma quella di pomodoro è buonissima. Ovviamente bacon e uova tutti i giorni mi hanno quasi ucciso le coronarie così come il burro che compariva ovunque, ma non si può rinunciare alle uova strapazzate. Io vi consiglio un pub, in una traversa della via principale piena zeppa di negozi, Cairns. I prezzi erano veramente bassi, il cibo ottimo e la scelta ampia. Di sera invece se siete amanti della cucina orientale potete provare il world buffet, ristorante che cucina indiano, cinese, giapponese, italiano e spagnolo. Per 10 euro escluse le bevande potete abbuffarvi quanto volete. Dovete solo ricordare che se non andate a pranzare e a cenare da Mc Donalds o roba simile tutti i ristoranti e pub difficilmente servono pasti caldi dopo le 21,30. Dopo due giorni a Glasgow siamo andati a recuperare la macchina che per tre giorni ci ha condotto in giro per le Highlands. Inutile dire che è stata l’esperienza più traumatica. Evitate l’autobus di linea che parte da Buchanan station perché ha impiegato quasi un’ora e mezza per arrivare. Meglio spendere qualcosina in più di 4 sterline e arrivare prima. Una volta giunti in aeroporto, gli impiegati della Hearts per me parlavano tedesco. Non ho capito una mazza se non il fatto che pare mi debbano restituire 116 sterline… Solo ora che scrivo comodamente seduta dall’Italia ho scoperto cosa intendevano ☺ Comunque alla fine ce l’abbiamo fatta e con la guida nell’altro lato ci siamo imbarcati in questa fantastica avventura. Abbiamo visto il Loch Lomod, dove vanno per relax ed escursioni gli scozzesi di Glasgow appena spunta il sole. Ci siamo fermati nel piccolo paesino di pescatori di Luss. Ci sono casine pittoresche piene di fiori, uno sbocco su questo lago immenso. E noi ovviamente abbiamo preso l’ennesima zuppa al Coach house coffee shop dove ci siamo imbattuti nei primi camerieri in Kilt. Da qui in poi abbiamo ripreso il viaggio in paesaggi mozzafiato fino a quando il navigatore non si è perso a Fort William. I cellulari non prendono in modo ottimale, vi consiglio di portare sempre le vecchie carte geografiche. Fort William era in chiusura… e sì qui in Scozia musei e negozi per lo più chiudono alle 18. Al che abbiamo deciso di dirigerci alla locanda prenotata, lo Stronlossit, in un paesino di poche anime. Invece di una stanza avevamo un piccolo appartamentino con cucina. Abbiamo spizzicato qualcosa al volo (alle 21,30 non si cenava più) e prima che calasse definitivamente il sole abbiamo fatto una corsa fino al viadotto del Glenafinnan, dove sono state girate alcune scene di Harry Potter. Inutile dire che è calato il buio e il navigatore rianimato ci ha portato in una proprietà privata. Ecco… non entrate assolutamente, prima della proprietà privata c’è un punto informazioni e da lì in pieno giorno potete ammirare il viadotto e se non sbaglio alle 10 o alle 11 passa il treno a vapore. Da qui siamo partiti per il più romantico castello di Scozia Eilanan Donan Castle, in riva al lago. È tenuto benissimo ed è effettivamente la quintessenza del romanticismo anche se quando siamo arrivati la pioggia lo incorniciava. La visita è stata un po’ frettolosa, ma solo perché il tempo è poco e da lì abbiamo dovuto raggiungere il Loch Ness e la città di Inverness. Premetto che a Loch Ness non c’è nulla di che da vedere se no negozi

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di shopping. C’è il museo dedicato al mostro ma ovviamente chiude a orari che non consentono la visita. Siamo scappati direttamente a Inverness e, nonostante le disavventure relative all’alloggio, mi sono letteralmente innamorata di questa cittadina. Sarà che il romanzo della Straniera inizia proprio qui e mi sono sentita quasi investita di un alone di magia. Ma Inverness è una cittadina piccina, a misura d’uomo che colpisce subito l’occhio per il castello in primo piano e per una serie di strutture architettoniche veramente graziose. Inutile dirvi che anche qui troverete i magnifici negozi di shopping a poco che spuntano come funghi ☺ Il ricordo più bello che conserverò di questa cittadina è quello degli abitanti del posto che sono veramente gentili e alla mano. Siamo stati ospitati a casa di una signora trovata per pura fortuna e a essere sinceri è stato un vero e proprio dono del cielo: la casa era bellissima, la camera un sogno, la signora gentilissima ci ha raccontato tutta la sua vita e ci ha lasciato anche un pensiero scritto in italiano stentato per augurarci buon viaggio. Le ho detto che se ritornerò a Inverness starò da lei. Non vi dico la mattina che ci ha accolto con una colazione infinita. Luogo carinissimo in cui siamo stati vicini a Inverness è la città di mare Nairn. L’oceano sotto la pioggia e il freddo ha un fascino tutto particolare ma non vi consiglio di andarci a cena perché alle 21 era già tutto chiuso e nell’unico pub trovato aperto per pochi minuti abbiamo rischiato di non mangiare. Il giorno dopo ci aspettava un lungo viaggio per riconsegnare la macchina. Il paesaggio che ci circonda per raggiungere il paesino di Stirling non è così spettacolare come quello dell’andata, ma, quando finalmente arriviamo nelle vicinanze, il castello domina l’altura e ci appare in tutta la sua maestosità. Inutile dirvi che arriviamo quando il castello sta chiudendo per cui abbiamo solo respirato l’aria e ammirato un paesaggio incredibile. E poi… Beh, ho provato l’emozione della guida inglese. Ho iniziato nel parcheggio convinta di fare un casino ma poi mi sono lasciata prendere e sono andata in giro per tutto il paesino trafficato. Devo dire che è una scemenza e nulla di drammatico, insomma se ce l’ho fatta io possono riuscire tutti. Sarà che è tutto spiegato a meraviglia dalla segnaletica stradale e l’unico intoppo è la mano che si usa per cambiare che è la sinistra e noi siamo abituati con la destra quindi ogni tanto alzi proprio la mano sbagliata :D Diciamo che in Scozia la mia guida è meno sportiva, mano destra salda sul volante, mano sinistra ancorata al cambio così da non avere svarioni dell’ultimo minuto. L’ultima città che abbiamo visitato è Edimburgo e vi annuncio fin da subito che non

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ci sono parole per descriverla esaltandone il fascino, la struttura, la vita. Non credo esista al mondo un luogo simile. Non vi metto neanche una foto perché le mie non rendono assolutamente giustizia. Scesa dal treno sembravo impazzita non sapevo più cosa fotografare. Sono immagini da cartolina, il castello la domina dall’alto, insieme a musei, chiese, edifici dall’aspetto imponente. È un incanto per gli occhi e non solo, gli amanti dello shopping hanno un’intera via dedicata al consumismo. Ma quello che mi ha colpito è il chiasso e la moltitudine di gente presente. Ad agosto Edimburgo si trasforma nella città dei festival, contemporaneamente ci ho trovato il festival dei libri, quello dello spettacolo e della musica, quello delle parate militari. Non sapevi più dove guardare e a chi dare i resti. Il mio unico rimpianto è non aver potuto assistere a nessuno di questi festival perché per quello della parata militare erano esauriti i biglietti, per quello dello spettacolo non capivo nulla di quello che dicevano in Inglese. L’unico a cui ho partecipato al volo perché l’ho scoperto per caso e mi ha fatto rimpiangere di non vivere lì è quello del libro. Non ha niente a che fare con le nostre fiere, qui dura un mese, era pieno di bambini piccini, di gente che prendeva il sole leggendo sul prato con un libro aperto fra le mani… e vi dico che la Scozia è uno dei paesi più piovosi. I bicchieri del caffè mi hanno fatto letteralmente impazzire, ci stava rappresentata un’intera libreria. Alla fine non ho resistito e mi sono comprata anche i libri di una sconosciuta (per me) scrittrice inglese che era mascherata e firmava autografi.

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A Edimburgo ho dormito negli alloggi universitari provando l’ebbrezza di ritornare studente per pochi giorni. Le stanze erano pulitissime e moderne e si trovavano all’interno di piccoli appartamenti in cui bisognava condividere la cucina. Almeno ha Edimburgo non sono dovuta correre dietro al cibo perché ci ho pensato direttamente dalla cucina del dormitorio :D Quello che ricorderò “negativamente” della Scozia è la corsa al pasto e alla visita ai musei, ma se uno ha a disposizione tanti giorni e si bea solo di paesaggi allora se ne può infischiare di tutto il resto. Il viaggio in Scozia va gustato piano piano, vissuto sulla pelle istante dopo istante senza preoccuparsi dello scorrere del tempo e dei luoghi da visitare. Una volta tornati alle vostre case, questa terra magica e incantata non vi abbandonerà più, farà da cornice ai vostri sogni e costantemente avrete la voglia di tornare ancora a perdervi per queste lande desolate. Solo allora vi accorgerete che il mal di Scozia esiste veramente ☺

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Scorci dal mondo incantato

«Cacciatori di fantasmi» di Fabio Monteduro A cura di Francesca Ghiribelli

Titolo: Cacciatori di fantasmi Autore: Fabio Monteduro ISBN: 9788897674337 Pagine: 430 Genere: Thriller Rilegatura: Brossura Prezzo: 17,00 € Trama Tutto ha inizio, da quel che ci è dato sapere, davanti al cancello di una grande villa di campagna, è lì che si consuma una morte assolutamente inaspettata quanto assurda. Da questo inspiegabile suicidio si diramano le angoscianti vicende del romanzo. Tra i protagonisti, Matteo, aspirante regista di film horror. Andrea, appassionato di sovrannaturale. Sarà l'incontro tra questi due personaggi che farà nascere l'idea di diventare cacciatori di fantasmi. E ancora, Emma, la sorella di Andrea, sembra avere poteri da medium. Alicia, una ragazza peruviana, laureata in psichiatria, pertanto refrattaria alle idee dei suoi "nuovi" amici. Su tutti si ergono tre inquietanti presenze: Erwin Kanvans, stimato psichiatra. Fatima Gutiérrez, una levatrice chiamata la Santa mammana. Per finire, il S.Cataldo, un ex manicomio abbandonato. Gli improvvisati "cacciatori di fantasmi" si troveranno a lottare per le loro stesse vite, trovandosi, ben presto, faccia a faccia coi loro peggiori incubi. Con la prefazione di Mirko Barbaglia fondatore del Ghost Hunters Team.

Link pagina Facebook: https://www.facebook.com/cacciatoridifantasmimonteduro

Sonoun’amantedimoltigenerilibreschieletterari,manonostanteilgeneresull’occultomiabbiasempreaffascinato molto, non mi sono mai veramente dedicata troppo a questo settore. Questo libro per me è un'ulteriore prova che riscatta sempre più l’autore emergente italiano, visto che già ne ho letti molti di libri inerenti alla categoria esordienti e tutti mi hanno entusiasmato e affascinato molto nei più svariati generi. Stavolta è stato il turno di Fabio Monteduro, uno scrittore che non conoscevo, ma che credo fermamente abbia stoffa da vendere in questo genere per niente facile da scrivere e soprattutto da immedesimare in una trama di un libro. Penso infatti che l’impresa sia ardua anche soltanto per il semplice fatto che chi legge libri dalla vena thriller e horror abbia tre principali aspettative: trama avvincente, stile scorrevole e che il fascino dell’intera storia possa far sciogliere un brivido lungo la schiena emozionando e lasciando stupiti. Ecco, credo che questo romanzo abbia tutti questi ingredienti miscelando al suo svolgimento una sfumatura lugubre e gotica che in simili circostanze non guasta mai. Tutto inizia con la morte di una ragazza davanti al cancello della sua nuova casa da sogno, dove andrà a vivere con il suo compagno. Una morte alquanto improvvisa e resa strana anche dalla raffigurazione trovata sul cancello dell’abitazione: un serpente che si morde la coda e dal cui stomaco fuoriescono gambe e braccia umane.

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Per chi non conoscesse l’intero evolversi della faccenda, ovviamente lo invito a leggere l’intero libro, perché non amo rovinare le sorprese, ma per chi si aspettasse da questo alquanto apparente inizio il susseguirsi di un giallo dai risvolti soltanto polizieschi e thriller si sbaglia di grosso. Un indizio che può aiutare è la prefazione scritta da un esperto ‘Ghosthunter’ italiano. Una storia che si incentra su una morte iniziale che si incatena ai successivi risvolti paranormali, con cui la trama cerca di dare una risposta alla comune domanda che lega tutti i protagonisti del romanzo: la speranza di avere l’incontro ravvicinato con uno spettro per testimoniare la speranza dell’esistenza dell’aldilà. Ciò che però ha saputo creare bene l’autore è anche la perfetta simbiosi sul genere che unisce le esperienze di vita passata dei protagonisti. Persone completamente tutte diverse tra loro, ma che alla fine sembrano sempre avere qualcosa a che fare con il tema del paranormale, soprattutto la passione che li lega all’occulto per scoprire tutta la verità fino in fondo. Matteo e Andrea che si incontrano alla Cantina del Jazz e che iniziano la loro avventura su questa stessa passione armandosi dell’attrezzatura specializzata per scovare presenze su luoghi infestati e abbandonati. Tutto parte dal Casale dei Pini, nuova casa di Sandra e Saverio,dove Sandra muore davanti al cancello, raffigurante il famoso serpente che si morde la coda e che intreccerà in seguito le sue vicende ad altri posti come l’Hotel Clarin e il famoso manicomio di San Cataldo. La prima inspiegabile morte di Sandra introdurrà altri essenziali personaggi come Emma, la sorella di Andrea che insieme al fratello da piccola aveva vissuto un’esperienza palesemente paranormale in una casa presa in affitto per le vacanze; Diego, ex fidanzato di Emma, ma anche sensitivo, e per finire Alicia, neolaureata in psichiatria. Sarà proprio quest’ultima che attraverso il districarsi della storia immetterà nella trama anche il professor Kanvans, esperto in schizofrenia, nonché scienziato credente nell’occulto. Per chi leggerà il romanzo so che forse i patiti del genere troveranno di nuovo tutti gli ingredienti che descrivono luoghi maledetti o posti abbandonati e infestati dall’idea che possano nascondere la verità tanto attesa, ma per chi riuscirà veramente a entrare dentro alla trama troverà la bravura dell’autore che racconta il tutto con l’occhio informato ed esperto del ghosthunter armatosi di coraggio e pazienza. Un libro raccontato da un punto di vista particolare e inusuale, dove giallo, thriller, horror e gotico ballano un elegante valzer in punta di piedi, riuscendo alla fine a sconvolgere il lettore stupendolo con l’accattivante vicenda di Fatima Gutierrez, la partera. Conferisco cinque stelle alla lettura di questo piccolo capolavoro, perché Monteduro ha saputo intrecciare il lato psichico dei protagonisti all’intera vicenda soprannaturale: descrizioni di incubi nel sonno che si legano alla perfezione con i reali fatti accaduti nel passato di ogni protagonista. Tutto prima del gran finale ci fa scoprire quanto ogni personaggio possa nascondere i propri scheletri nell’armadio, ma la verità torna sempre a galla. Grazie ai numerosi flashback la trama si inoltra nella psiche di ognuno di noi, facendoci fare un’analisi introspettiva del nostro inconscio e facendoci riflettere anche sulle nostre più piccole paure. Una storia per chi ama il genere, anche per chi si avvicina ad esso per la prima volta, ma soprattutto a chi crede fermamente negli spettri o anche soltanto per chi ci spera relativamente. Una lettura da fare al buio anche per chi non crede assolutamente che possa esistere una vita dopo la morte.

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Il Gabinetto del Dottor Lamberti Uccidi il Padre Sandrone Dazieri Nella mitologia classica occidentale, Giove viene sostituito con una pietra dalla madre Opi per salvarlo dalle fauci di Saturno, suo padre. Giove adulto sconfigge il padre che, rigurgitando i propri figli, popolerà il Pantheon. Freud e Jung, padri della psico-analisi, con il Complesso di Edipo formalizzano scientificamente la conflittualità tra genitori e figli. Sandrone Dazieri, orfano del Gorilla, si avventura nel campo minato del rapporto padre e figlio a modo suo, coniugando un finale compiuto con possibili sviluppi e storie future. Dopo la bellezza è un malinteso, in cui Dazieri conclude con un sacrificio la saga del Gorilla; Uccidi il Padre vede la nascita di due nuove figure che si compenetreranno fino a diventare un’unità inarrestabile. Nelle prime pagine Sandrone ci presenta Colomba Caselli: poliziotto, donna, animale ferito nel corpo e nell’animo. Il Disastro ne ha polverizzato l’autostima e la carriera esponendola alla pietas dei suoi colleghi. Ora Colomba sta cercando di decidere se lasciarsi tutto alle spalle trasformando l’aspettativa per malattia in un congedo definitivo. Rovere, il suo capo, non è d’accordo e la costringe a rimontare in sella nel peggiore dei modi: un bambino scomparso, una madre barbaramente uccisa, un padre presunto colpevole e una direzione investigativa incompetente e desiderosa di chiudere velocemente il caso con uno scoop annunciato. Come se tutto questo non bastasse, Colomba lavorerà come privata cittadina, volando sotto i radar degli inquirenti ufficiali, affiancata lungo la strada per la soluzione del caso da il bambino del silo: Dante Torre. Dante è un esperto nel ritrovare persone rapite o scomparse. Le sue capacità sciamaniche derivano dagli 11 anni in cui il mondo l’ha credito morto, ucciso dal proprio padre, mentre lui cresceva in un silo, nelle mani del Padre: psicopatico, mentore ed aguzzino. Un’educazione che, oltre rubagli 11 anni di vita, lo lascia con profonde ferite nell’animo e un’invalidante claustrofobia. Quest’improbabile coppia: mentirà, ruberà, distruggerà chiunque e qualunque cosa, per strappare la piccola vittima dalle grinfie del Padre, ostinatamente creduto morto da tutti, fino all’epilogo finale in cui tutti i protagonisti principali, disposti sul tavolo da Sandrone Dazieri, si scopriranno legati a doppiofilo da una leggenda metropolitana. Nel suo ultimo libro Dazieri sposta la location dell’azione a Roma, pur mantenendo durante lo svolgimento della trama un forte legame con Cremona e la sua campagna. Abbandona l’ambientazione nebbiosa della bassa, lo smog di Milano e il sottobosco sociale della notte milanese tanto care al Gorilla, passando al clima temperato laziale, al sottobosco umano della periferia romana oltre il Grande Raccordo Anulare e ai Grandi Misteri Italiani la cui verità è nascosta dalle nebbie dei

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segreti di stato, dei servizi, delle relazioni occulte tra stati. Nonostante il cambio d’orizzonte Sandrone Dazieri rimane fedele al suo stile asciutto, descrittivo e dinamico. Uno stile in cui i colpi di scena ben si raccordano con il filone principale della storia. Una narrazione quasi matematica, in cui gli estremi dell’equazione rimangono sempre bilanciati, senza che il patto tra lettore e scrittore non venga mai deluso con improbabili deus ex machina. Sandrone riesce ad immergere il lettore in un universo credibile, dove chi legge spera che le nefandezze raccontate non possano accadere nella realtà. Un racconto mai freddo, a tratti sincopato, da cui è difficile staccarsi, per poter arrivare all’ultima pagina e scoprire come Uccidi il Padre. Il libro: Uccidi il Padre Autore: Sandrone Dazieri Anno di Pubblicazione: 2014 Editore: Mondadori Prezzo: 18,00€ Sinossi: Un picnic, un week-end estivo come tanti altri, una conclusione tragica. Un padre alla disperata ricerca della moglie e del figlio lungo una strada di campagna. Una moglie decapitataedispostasecondounmacabrorituale.Unbambino scomparso, forse morto. E’ l’inizio di una corsa angosciosa e senzafiatochecoinvolgeràColombaCasellieDanteTorre.Una corsaincuientrambiperderannopersonecare,amiciecertezze. UnaDoomsdayRuncheprestositramuteràinunacorsaverso il nucleo del male per Colomba e Dante che li costringerà a confrontarsiconlasorgentedelloromale.UnmalechevabenoltreilimitaticonfinidiRoma eCremona.Unabissooscuroincui:ragiondistatoedinteressieconomicinascondonoscelte esecrabili e azioni immorali. Un circolo d’iniziati decide, prevarica e manipola per i propri interessi, Colomba e Dante, lungo la propria corsa, scopriranno che: non ci si può fidare di nessuno,perogninefandezzaseneprogettaunaancorpiùneraeilproprionemicoèpiùvicino diquantos’immagini.ColombaeDantecorrerannoaperdifiato,arrivandoascoprireilPadre, ma riusciranno ad ucciderlo o verranno uccisi? Riuscirà la loro unione a salvarli dagli interessi oscuri che li circondano o la conclusione sarà la placida superficie d’un lago, dove oscure profondità nascondono segreti innominabili? La scoperta sarà alla fine, quando UccidiilPadre.

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DISCOVER THE COVER «La straniera» di Diana Gabaldon A cura di Elisabetta Baldan Pace, serenità interiore, misticismo... Non è forse questo che vi ispira questa copertina ad una prima occhiata? No, accidenti. Lo so bene che la maggior parte delle donzelle in questo momento ha gli occhi a cuoricino pensando a quello “strafigo” (Fabiana, grazie, passami il termine) di Jamie della fortunatissima serie tv! E allora diciamocelo – strafighi a parte, molto probabilmente la scelta della cover non è stata la più azzeccata per dare un volto al romanzo. Ma dove sono i cerchi di pietra? Dov’è la straniera? Dov’è la Scozia del passato, dei conflitti e delle guerriglie e dei kilt al vento e... come? Che dite? Ah, ok: mi do un contegno. No, non ci siamo. Bella, per carità. Molto bella. Ma fuorviante. Personalmente non la trovo affatto in linea con la trama. Ho sbirciato anche le cover degli altri capitoli della saga: una serie di paesaggi meravigliosi in tutte le tonalità dell’arcobaleno. Consoliamoci, la cover originale era ben peggio.

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DISCOVER THE COVER «Uccidi il padre» di Sandrone Dazieri A cura di Elisabetta Baldan Titolo assolutamente accattivante, Uccidi il padre, alzi la mano chi è d’accordo con me. Con ogni probabilità è proprio per questo motivo che la Mondadori ha preferito metterlo in risalto, piuttosto che condire la cover di soggetti inutili o fuorvianti. Dopotutto si tratta di un thriller, mica pizza e fichi. E il fascino di molte copertine di questo genere risiede proprio nella loro quasi spietata semplicità. Bastano infatti lettere ben scandite da un rosso sangue e quell’inquietante crepa a farci intendere ciò che ci aspetta tra le cinquecentosessantadue pagine di Uccidi il padre. Complimenti a chi si è occupato di creare questo piccolo capolavoro, che non ha assolutamente niente da invidiare ad una qualsiasi cover d’oltreoceano. Forse qualcuno si aspettava una piccolo approfondimento su quello che sarebbe dovuto essere il protagonista, oltre al titolo, ovvero l’uccello. Il fatto è che dovrei leggere questo dannato libro per capirne il significato. No, un momento: la protagonista di chiama... Colomba. Oh, beh.

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UN LIBRO... UN SORRISO «Trent'anni e li dimostro» di Amabile Giusti

A cura di Vanessa Vescera Buon giorno, buon pomeriggio e buona sera a tutti voi amici lettori, scrittori e passanti, eccoci con un nuovo ed entusiasmante numero di Eclettica - la voce dei blogger e per la rubrica “Un libro un sorriso” oggi recensiremo… Curiosi? Quasi, quasi vi tengo un po’ sulle spine. Provate a indovinare, un’autrice tutta Italiana, pubblicata da poco con Mondadori e di una dolcezza e di un cuore unici nonché una narratrice stupenda che sa dipingere con pennellate poetiche anche la pi banale delle storie (non il caso del libro di cui parleremo, tutto fuorché banale). In un panorama dove i nomi stranieri prendono il sopravvento finalmente qualcosa nell’editoria si muove lasciando spazio ad autrice made in Italy. Di chi parlo? Ma di Amabile Giusti e del suo romanzo “Trent’anni… e li dimostro”. Parto con il dire che sono felice che questa autrice sia finalmente nel posto che merita e cio in tutte le librerie di Italia pubblicata con un colosso editoriale quale la Mondadori. Ho avuto il piacere di conoscerla con “L’orgoglio dei Richmond” e ho altri suoi libri come “Cuore nero” che conto di leggere presto. Prima di passare alle mie impressioni e dopo questa lunghissima premessa vi lascio i dati dell’opera: Titolo: Trent’anni e li dimostro (Manca poco anche a me, speriamo di non dimostrarli così tanto :-P) Autore: Amabile Giusti Prezzo: 14,00€ si trova ovunque scontato del 15% per la modica somma di 11,90€ (un signor prezzo visto quanto mi è costata la Kinsella che non mi ha neanche entusiasmato con la sua ultima opera) Anno Pubblicazione: 2014 Pagine: 261 p. Rilegato Editore: Mondadoti – Collana Omnibus E-book: 4,99€ (meglio il cartaceo, questo libro merita di stare in una libreria vera a portati di mano per una rilettura piacevole) Cover: Elisabetta Baldan Trama: Carlotta ha quasi trent'anni, e si considera una sfigata cronica: raggiunge il metro e sessanta solo con i tacchi a spillo, ha una famiglia decisamente folle e all'orizzonte non vede l'ombra di un fidanzato come si deve. Non solo: è appena stata licenziata a causa della sua irrefrenabile schiettezza... ma ora, per arrivare a fine mese, è costretta ad affittare una stanza del suo appartamento. Luca, il nuovo inquilino, ha molti prò (è bellissimo, fa lo scrittore, è dannatamente simpatico) ma altrettanti contro: è disordinato, fuma troppo e ha il pessimo vizio di portarsi a casa le sue conquiste, una diversa ogni notte. Carlotta non chiude occhio e in più si sente una vera schifezza. Non lo ammetterebbe mai, ma quel maschio predatore che tratta le donne come kleenex e gioca sul fascino tenebroso del romanziere la sta facendo innamorare. In una girandola di eventi sempre più buffi, tra una madre terribile, una sorella bellissima e gelosa, una tribù di parenti fuori controllo, un nuovo lavoro tutto da inventare e molti incontri ravvicinati con Luca e le sue fidanzatine di passaggio, Carlotta imparerà che è lei la prima a dover credere in se stessa...

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Le mie modeste opinioni:

Non so da dove partire, uno perché non voglio rivelare nulla, secondo perché questo libro mi è stra-piaciuto. Dopo aver letto l’ultimo della Kinsella e libri dello stesso genere di dubbio merito, finalmente mi ritrovo tra le mani un testo di tutto rispetto che mi ha trascinato tra le pagine con una prosa magistrale. Amabile Giusti non scrive, lei crea parole fatte di poesia, di sensazioni, profumi, le sue descrizioni sono tangibile agli occhi e al cuore. Quando la scrittura incontra un genio come lei ecco che nasce un testo come “Trent’anni… e li dimostro”. Un’autrice con la A maiuscola e devo ammettere che è un piacere averla tra le mie amicizie facebook e scoprirla ogni giorno attraverso i suoi stati che sono di una dolcezza e umiltà che mi ricordano un po’ Carlotta. Amabile mi sembra così vera e tangibile come mi è sembrato il suo personaggio nel testo, con le sue paure e il suo sentirsi inferiore. La protagonista di questo romanzo non è bellissima e perfetta, no, la nostra eroina è una donna piena di dubbi, paure, insicurezze. È fatta di sorrisi anche quando dentro muore, di piccole rughe di espressione e di un cuore grande ma bisognoso di amore. Carlotta è una di noi, con un lavoro precario, con il timore di non poter pagare le bollette, con qualche problema in famiglia accentuato dal carattere della madre che porta le due figlie in conflitto. È una bertuccia, o almeno si sente così, e quante di noi non si sentono simili a lei? Quante di noi non combinano qualche disastro e quante serbano nel cuore un grande amore o l’hanno fatto? Sì, Carlotta è tantissime cose ma prima di tutto è vera, un personaggio che buca le pagine, che si plasma attraverso le parole, le sensazioni, che prende forma davanti ai nostri occhi e ci trascina nel suo mondo fatto di sfumature meravigliose. Un arcobaleno di emozioni, una rosa di sentimenti che nulla esclude. È innamorata Carlotta, follemente e perdutamente, innamorata di Luca l’uomo con cui divide l’appartamento, che ogni notte conduce una donna diversa nel suo letto e che vede la sua coinquilina come un’amica. Non si rende conto come Carlotta gli muoia dietro, come lo guarda con occhi adoranti e persi ma uno come lui non potrà mai accorgersi di lei, trentenne squattrinata con una sorella che pare aver preso tutti i geni della bellezza. La protagonista infatti ha un rapporto difficile con Erika, sorella bellissima che riesce a prendersi tutto ciò che Carlotta desidera. Si feriscono con azioni e parole avendo perso da tempo il rapporto che da bambine le legava. Sono cambiate crescendo, due estranee che si invidiano a vicenda, perché questo libro ci insegna anche che non è tutto oro ciò che luccica anzi, dietro a una grande sicurezza forse si cela solo insicurezza. Il testo si apre in una delle tanti notti in cui Luca si è dato da fare e le chiappe della sua fiamma se ne stanno davanti al frigorifero a cercare qualcosa da bere. Fin da subito ci ritroviamo di fronte l’ironia pungente e sagace della protagonista che si rende subito simpatica agli occhi del lettore. Ammetto di aver provato tanto affetto per Carlotta ma anche rabbia quando si nasconde dietro le sue parole indifferenti essendo sicura di non poter chiedere nulla a Luca, ma chi lo ha detto che per essere amate da un uomo

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interessante come lui bisogna essere alte, bellissime, formose? Non è scritto in nessun codice dell’amore, grazie al cielo, e in questo libro spicca palese che un sentimento antico come il tempo può sbocciare in qualsiasi momento. L’amicizia può tramutarsi in qualcosa di molto più forte e superare ostacoli che non si penserebbe mai. Ammetto di esserci rimasta male quando Luca commette uno degli sbagli più grandi ma non so come ci sia riuscita Amabile mi ha fatto vedere la situazione da un punto diverso e sono riuscita a perdonare, a guarire lentamente insieme a Carlotta. Sono passata dall’odio, alla delusione fino a lasciar andare la rabbia. Forse inconsapevolmente ho dipinto la parete bianca insieme alla mia amica d’avventura, ho spennellato il dolore di colori vivi in un dipinto che mi ha risanata e aperta al perdono. Sulle ultime battute, nella parte finale ho amato anche Erika, l’ho capita e compresa accorgendomi da sorella che sono che a volte senza accorgermene i problemi si ingigantiscono da soli ma l’affetto, quello che lega chi è cresciuto insieme non potrà mai essere spezzato e che non possiamo solo guardare agli sbagli altrui ma osservarci dall’esterno e capire che spesso le colpe sono lì, a metà strada e ci rendono il percorso da compiere più difficile e ricco di insidie e malintesi se non facciamo un passo verso l’altro. Lo so, non ci state capendo un granché da questa mia recensione ma non voglio raccontarvi il libro, svelarvi le scene più belle e cariche di pathos, non voglio condurvi per mano nel mondo di Carlotta, io voglio che voi vi lasciate guidare da lei, attraverso i suoi pensieri di inchiostro e carta, perché il viaggio e la crescita di Carlotta è molto più bella vissuta passeggiando per le strade di Roma al suo fianco, perdersi nel suo stupore, nelle sue sensazioni e gustarsi i momenti più ridicoli in cui sono più i guai che combina che altro. Vi assicuro che questa protagonista tanto donna, tanto vera, diventerà un’amica a cui vorrete bene e sarà difficile lasciarla andare. Non voglio dilungarmi oltre. Vi affido questa mia recensione che racchiude più il mio stato d’animo ma quando un libro è così meravigliosamente spassoso, poetico, pieno di morale e amore non ci sono parole adatte. Amabile Giusti è una delle scrittrici più talentuose nel panorama Italiano, leggetela, leggetela e ancora leggetela. Originale, mai banale e con una prosa che vi incanterà dalla prima all’ultima pagina. Sperando di avervi convinto ad acquistare questo gioiello indimenticabile vi saluto. Alle trentenni di tutto il mondo (manca poco anche per me :-P) ricordate che siete belle, quelle rughette sono la dimostrazione di quanto siete speciali e di quanto amore e altruismo si nasconde in voi. Sorridete sempre perché il sorriso rende giovani. E con questo finale ad affetto, per modo di dire, vi auguro un mese all’insegna del divertimento e della lettura e ci vediamo alla prossima recensione.

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