__MAIN_TEXT__

Page 1

GIANFRANCO PERRI su SENZACOLONNE

5 Febbraio 1999: Intervista di Giovanni Membola a Gianfranco Perri 1 Luglio 2011: Intervista di Paola Bari a Gianfranco Perri 2 Agosto 2011: Io brindisino catapultato nella mitica Isola di Wigth 2 Agosto 2011: “I Marines”: dall’Estoril alle pagine di Facebook 30 Agosto 2011: Cari ragazzi bisogna lottare per emergere 14 Settembre 2011: Un Sindaco può fare davvero la differenza 11 Ottobre 2011: Quando suonavamo alla Base USAF, viaggio nel futuro 11 Novembre 2011: Brindisi, perla in un pianeta di bellezze 9 Dicembre 2011: Lima e Brindisi città di pescatori e cultura culinaria 3 Gennaio 2012: Un anno fa nasceva “Brindisini la mia gente”: il bilancio 1 Febbraio 2012: Il Monumento chiama, ma Brindisi non risponde 3 Marzo 2012: Musicisti Brindisini: Valanga di emozioni al I° Raduno 11 Luglio 2015: A 100 anni dalla tragedia della corazzata Benedetto Brin 1 Marzo 2016: 100 anni fa arrivarono a Brindisi i MAS 13 Agosto 2016: Il racconto di un brindisino alla corte di Fidel Castro 4 Novembre 2016: 100 anni fa nacque l’idroscalo di Brindisi Gianfranco Perri Gianfranco Perri

Racconta 50 foto di Brindisini la mia gente Schegge di storia brindisina

2012 2013


GIANFRANCO PERRI su SENZACOLONNE CONTENUTO 5 Febbraio 1999: Progetta il Metrò di Caracas sognando Colonne e Sciabiche 1 Luglio 2011:

Il progettista di tunnel arrivato da Caracas

1 Luglio 2011:

La Brigata dei Brindisini riaccende il Tempietto

2 Agosto 2011:

Io brindisino catapultato nella mitica Isola di Wigth

2 Agosto 2011:

“I Marines”: dall’Estoril alle pagine di Facebook

30 Agosto 2011:

Cari ragazzi bisogna lottare per emergere

14 Settembre 2011:

Un Sindaco può fare davvero la differenza

11 Ottobre 2011:

Quando suonavamo alla Base USAF, viaggio nel futuro

11 Novembre 2011: 9 Dicembre 20:

Brindisi, perla in un pianeta di bellezze Lima e Brindisi città di pescatori e cultura culinaria

3 Gennaio 2012:

Un anno fa nasceva “Brindisini la mia gente”: il bilancio

1 Febbraio 2012:

Monumento a rischio: acqua nel sottosuolo lo indebolisce

3 Marzo 2012:

Musicisti Brindisini: Valanga di emozioni al I° Raduno

8 Marzo 2012:

Foto sorrisi & canzoni dei Musicisti Brindisini

2012:

Gianfranco Perri Racconta 50 foto di Brindisini la mia gente

2013:

Schegge (6) di storia brindisina

11 Luglio 2015:

A 100 anni dalla tragedia della corazzata Benedetto Brin

1 Marzo 2016:

100 anni fa arrivarono a Brindisi i MAS

13 Agosto 2016: 4 Novembre 2016:

Il racconto di un brindisino alla corte di Fidel Castro 100 anni fa nacque l’idroscalo di Brindisi


VenerdĂ­5Febbraio1999   




24

VENERDÌ 1 LUGLIO 2011

Ha raccolto in un libro il meglio delle foto e dei commenti della pagina «Brindisini la mia gente»

Il progettista di tunnel arrivato da CARACAS Nella Brigata anche Gianfranco Perri,brindisino divenuto grande inVenezuela di PAOLA BARI BRINDISI – Ha progettato la maggior parte delle gallerie e metropolitane del Venezuela, insegna nell’università di Caracas in Venezuela, la sua consulenza è preziosa per molti ingegneri sudamericani ma la sua più grande invenzione, senza nulla togliere alle altre, è quella che ha progettato e realizzato a maggio scorso: un libro che racchiude foto e commenti di facebook del gruppo a cui appartiene “Brindisini la mia gente”. Autore di tutto questo è il 60enne Gianfranco Perri, brindisino e sudamericano allo stesso tempo. Ieri, in occasione dell’incontro al tempietto di San Giovanni al Sepolcro, con la maggior parte dei membri del gruppo virtuale ha presentato il suo nuovo progetto: un libro di 260 pagine che racconta quello che in pochi mesi è accaduto su una bacheca virtuale nata quasi per caso con lo scopo di raccontare quelle che sono state le abitudini dei brindisini nel corso degli anni e trasmetterle, anche solo per conoscenza, alle nuove generazioni. Per non farle morire. Gianfranco Perri ha fatto molto di più: foto e relativi commenti li ha stampati e racchiusi in un libro bloccandoli, quindi, per sempre. Perri ha lasciato la sua città natale all’età di 18 anni dopo aver conseguito il diploma . Progettare è sempre stato il suo più grande sogno. Si è trasferito a Torino dove ha studiato al politecnico laureandosi cinque anni dopo come ingegnere minerario. Ha iniziato a lavorare come assistente universitario. Nel 1975 ha conosciuto sua moglie che da Caracas in Venezuela era giunta a Torino per un master universitario. I due si sono innamorati quasi subito ma come accade in quasi tutte le belle storie d’amore, lui è partito dopo soli tre mesi per l’Ecuador, in APHrica, per inVHgnarenel 3olitecnicodi Guayquill nell’ambito del Servizio Civile. L’amore tra la venezuelana e il brindisino non è finito, i due sono convolati a nozze meno di un anno dopo. Gianfranco Perri ha proprio seguito il suo cuore rinunciando all’insegnamento nel 3olitecnico di Torino, dove era stato chiamato alla fine del Servizio Civile. Si

Gianfranco Perri,a sinistra Perri con la sua famiglia

è trasferito a Caracas (la capitale del Venezuela) proprio nel periodo in cui stava nascendo la metropolitana e ha fatto parte del team di progettisti. Da allora ha avuto solo un’escalation di successi arrivando a progettare numerose gallerie del Sud America. Da sua moglie ha avuto tre figli: Juan Francisco 35 anni che oggi vive a San Francisco in California, Andreina che oggi ne compie 32 e vive a Miami negli Stati Uniti e Robert 29 che ha messo dimora a Madrid in Spagna. Perri la sua Brindisi non l’ha mai dimenticata. Ci è tornato almeno tre volte l’anno conciliando impegni di lavoro e di svago. “Diciamo che le scuse me le sono create. Non potevo vivere senza vedere la mia terra, i miei famigliari e i miei amici per diversi mesi. Ci sono tornato tutte le volte che ne ho avuto la possibi-

lità”. Poi nella sua vita è entrato il gruppo “Brindisini la mia gente” invitato dal fondatore brindisino Raffaele Mauro. Per mesi e mesi Perri e altri ottocento utenti hanno condiviso foto d’epoca e scambiato battute. In poco tempo le tradizioni brindisine sono state riportate tutte alla luce. “Qualcuno ha proposto di stampare tutte le foto che stavamo pubblicando ma non ci ho visto nulla di nuovo in questo così ho pensato che potevo si stampare, ma corredare ogni immagine con i commenti che sono stati scritti sotto”. In due mesi l’idea si è materializzata. Il libro si chiama esattamente come il gruppo virtuale, ha una copertina rigida di colore blu e viene continuamente aggiornato. “Chi lo vuole può ciccare su www.lulu.com, inserire il nome nella ricerca e scegliere le opzioni di stampa. Ci sono diversi prezzi, per tutte le tasche”.

Gianfranco Perri che presenta il suo progetto

Un membro del gruppo che sfoglia il libro


VENERDÌ 1 LUGLIO 2011

Icomponenti del gruppo nato sul web si ritrovano per un incontro di conoscenza e programmazione

LaBrigata dei Brindisini riaccende il Tempietto Ottant’anni dopo Camassa,a San Giovanni al Sepolcro cenacolo di brindisinità

E

ccoci qua, con le sedie disposte in circolo. Doveva essere proprio così 80 anni fa, esattamente di giovedì, tutti intorno a don Pasqualino Camassa e al letterato di turno, a parlare di Brindisi e di brindisinità. Il tempietto di San Giovanni al Sepolcro era più buio e polveroso, un po’ museo, un po’ chiesa sconsacrata, le luci basse delle candele e i partecipanti che ostentavano orgogliosamente il bottoncino colorato della “Brigata brindisina amatori storia e arte” fuso nelle iperattive fabbrichette che in quel periodo stampavano chincaglierie ben più lugubri dettate dai gerarchi fascisti. Quello stesso bottoncino che ostenta stasera, invidiato da tutti, Giancarlo Cafiero, inventore dello storico negozietto “La Valigia delle Indie”, depositario di mille gadget originali e imbattibile declamatore di poesie dialettali. La brigata di “Brindisini la mia gente”, nata quasi per caso su una pagina web e poi autoalimentatasi a suon di foto e ricordi tanto da diventare un fenomeno unico, quasi da studiare, si ritrova in quello che fu un misterioso emblema dei Cavalieri Templari. Oltre cinquanta convenuti, alcuni da luoghi lontani e ameni nei quali vivono con orgoglio e nostalgia la loro brindisinità, altri ordinari utenti di una città che sta cambiando e che non vogliono far dimentica-

Da sinistra Gianfranco Perri, Gianmarco Di Napoli, Raffaele Mauro e Cosimo Guercia (Foto Gianni Di Campi)

re. Accanto all’ingresso, vicino al libro delle firme, i flash sono tutti per l’ospite d’onore della serata, il pupazzo del “cinesino” che per un quarto di secolo ha oscillato la testa nella vetrina del negozietto greco “Athene”, in un angolo di corso Garibaldi. Il movimento del capo è meno deciso, complici gli acciacchi dell’età, ma quello sguardo magnetico e l’eleganza sono

esattamente gli stessi. Ta l m e n t e irraggiungibile era un tempo che oggi nessuno si azzarda a sfiorarlo, complice anche l’attenta sorveglianza della

Unmomentodell’incontro nel suggestivo tempietto

Giovanna Barutis,la proprietaria dello storico cinesino con la testa oscillante

signora Giovanna Barutis che lo ha ricenuto in eredità dalla madre e che non lo ha mai ceduto, nonostante insistenti e allettanti proposte. Dallo sparuto gruppo del primo incontro la Brigata si allarga e il fondatore Cosimo Guercia tiene un’emozionata presentazione cui fa eco Raffaele Mauro che ha vinto la personale scommessa con chi scrive. Era sicuro che sarebbero stati più di cinquanta a varcare la soglia del tempietto e così è stato. Gianfranco Perri, appena sbarcato da Caracas, presenta il libro in cui ha raccolto pagine e foto tratte dalla pagina di Facebook (ma ne parliamo in un altro articolo).

Poi l’elenco degli obiettivi da raggiungere e delle campagne da alimentare. Mauro sollecita la creazione di un fondo per l’adozione di un monumento dimenticato. E suggerisce la grotta dell’Eremita, dislocata su un isolotto minore delle Pedagne. Anche chi scrive ha una proposta per integrare l’operazione di recupero: bene le foto, con integrazione dei commenti e ricordi, ma Facebook è uno strumento afono, nel quale non c’è voce. E invece stiamo perdendo l’abitudine di parlare il vero dialetto brindisino, un tempo bollato come la lingua degli analfabeti e sempre più messo da parte sino a essere dimenticato e “imbastardito” . Il dialetto brindisino, questa la proposta, deve diventare la lingua ufficiale della Brigata, per fare in modo che i più anziani possano trasmetterne vocaboli e cadenze prima che essi vadano persi per sempre. La Brigata ha un’altra forza, la presenza nelle sue fila dei ragazzi del Gruppo Archeo. Sono loro che forniscono spessore storico al gruppo e in questo caso illustrano con semplicità e chiarezza le meraviglie d e l Te m p i e t t o , piccolo gioiello che andrebbe valorizzato. Un miscuglio di stili e sovrapposizioni, con la domus romana che scorreva sotto e i cui mosaici sono visibili da una specie di finestrone rotondo che si trova al centro del tempio e che ha preso il posto della fonte battesimale la quale, udite udite, altro non era che la Fontana de Torres oggi si trova al centro di piazza Vittoria. Nel giardinetto esterno che circonda l’originario ingresso, laterale al prospetto principale, c’è un frammento della Torre dell’Orologio, monumento alla memoria del patrimonio che abbiamo distrutto. I versi declamati da Giancarlo Cafiero, che ha ripreso un’antica poesia dialettale scritta proprio all’interno di quel tempietto, sono una sorta di cartolina finale. Saluti da Brindisi. Gianmarco Di Napoli


MARTEDÌ 2 AGOSTO 2011

16

«Arrivai lì facendo autostop.E mi ritrovai in una situazione che riassumeva tutto quello che erano i giovani di allora»

«Io,brindisino catapultato nella mitica Isola di Wight» 1970 Il racconto di Gianfranco Perri e del suo viaggio per assistere all’evento del 1969 BRINDISI - Il gruppo Facebook “Musicisti brindisini 50 - 60 - 70“ è una enciclopedia di vite. Scorrere i c e n t i n a i a d i link permette di conoscere storie, situazione e circ ostanze. I l t u t t o r i g o ro s a m e n t e i m p e r n i a t o s u l p o t e re della musica. Sull’ascendente di un mezzo che in quegli anni fu in grado di mutare l e g e n e r a z i o n i e i l l o ro appro c c i o c o l m o n d o . Non è possi bi l e co nos cere a pieno la mentalità e le mutazioni di quel periodo se non attraverso i racconti di chi l’ha vissuto. Preziosa è, per l ’ o c c a s i one, la testimonianza di Gianfranco Perri, uno dei due fondatori del gruppo su Facebook che, con dovizia di particolari racconta la sua esperienza all’Isola di Wi g h t . Lì il 31 Agosto del 1969 s i s v o l s e i l c e l e b re c o ncerto dell'Isola di Wi g h t (immortalato anche in una famosa canzone dei Dik Dik, quella che recitava: "Sai cos'è l'Isola di Wight...?") con la part e c ipazione di Bob Dylan, che provocò molto rumore . U n Dylan che era assente dalle scene dai tempi del suo incidente motociclis t i c o a Wo o d s t o c k n e l quale corse il rischio di perdere l a v i t a . «Il giorno prima - scrive Gianfranco Perri - Brigid era partita in volo per Francoforte, un’ultima tappa prima di rientrare a casa nel Wisconsin al termine della sua lunga estate europea.

I Marines in concerto: Enzo Macchi, Luigi Sciarra, Sergio Serse, Gianfranco Perri e Antonio Volpe

Durante le ultime tre settimane avevamo attraversato mezza Europa in autostop: -da Como, dove c’eravamo fortunosamente e fortunatamente incontrati, a Dublino, tappa obbligata del nostro girovagare per la sua natale e “sempreverde” Irlanda, -e sui traghetti, prima da Calé a Dover, poi da Swansea a Rossiare e quindi da Dublin a Holyjead, da dove finalmente ridiscendemmo fino a Londra, meta finale di quello che era iniziato con la prospettiva di essere un fugace percorso comune e che, invece, si doveva poi rivelare essere stato un episodio pieno di contenuti cosí intensi da aver possibilmente segnato le nostre giovani personalitá e da aver inciso il tragitto stesso della nostra maturità. Ma questa é tutta un’altra storia, tanto

emozionantemente bella, quanto incredibilmente venturosa. Avevo accompagnato Brigid all’aereoporto di Gatwick, sia perché non avevo in assoluto molti altri impegni da adempiere, sia perché era il meno che potessi fare dopo i tanti giorni in cui c’eravamo simbioticamente accompagnati, e sia perché volevo fare un riconoscimento diretto del territorio, visto che dopo qualche giorno, il 1° settembre, sarei dovuto partire io da quell’aereoporto per Milano. Fin dalla mia partenza da Brindisi in autostop un mese prima infatti, quel volo di ritorno aveva costituito il mio unico ed improrogabile impegno. Tutto il resto avevo deciso che dovesse essere un’agenda assolutamente aperta e anzi,

Col simbolo della pace al collo

meglio, un’agenda aperta ad accogliere ogni eventuale esperienza che potesse contribuire ad appagare l’incontenibile voglia di allargare ed allungare quei miei ancora troppo limitati orizzonti di “quasi” venten-

ne. Da Brindisi ero partito in autostop da solo, ma con il chiaro obiettivo di non trascorrere neanche un solo giorno del mio viaggio da solo, e cosí era stato fin dall’inizio e quindi, quando lo stesso giorno della partenza di Brigid incontrai un ragazzo tedesco che come me faceva l’autostop, cominciammo a chiacchierare e impiegammo non piú di dieci minuti a decidere di fare un pezzetto assieme. Quel ragazzo, Franz, mi aveva infatti da subito impattato positivamente. Avendo riconosciuto che ero italiano dal distintivo che era cucito ed in bella mostra sul mio zaino, dopo solamente un primo saluto e con espressione gioviale, non aveva esitato a chiedermi se avessi visto in televisione la memorabile semifinale del Mondiale di Messico 70 tra la Germania e l´Italia, proprio quella partita che solo poco più di un mese prima aveva vinto rocambolescamente l´Italia di Riva Rivera e Mazzola per 4 a 3 ai tempi supplementari. Era stato lui a parlarne e non io! E lo aveva fatto per raccontarmi della sua desolazione di quella lunghissima notte per la sconfitta della sua Germania e, mantenendo sempre la stessa espressione solare, per congratularsi con me per la vittoria della mia Italia, e per commentarmi con allegra eccitazione ed abbondanza di dettagli tutti gli episodi piú esaltanti di quella partita. Che bella lezione da quel giovane coetaneo tedesco! Ebbene, senza portarla ancora per le lunghe, arrivo al dunque: Franz era diretto a


MARTEDÌ 2 AGOSTO 2011

15

Southampton, perché doveva imbarcarsi per l’Isola di Wigth, perché voleva andare al “festival”, che sarebbe stato un festival cento volte piú bello di quello che l’anno prima c’era stato a Woodstok in California, che ci sarebbero stati Jimi Endrix, Jim Morrison, Joan Baez, e ... A me quel nome “Wigth” in quel momento non mi aveva detto nulla, ma quello di Woodstok si, e naturalmente quelli di Hendrix, Morrison e Baez, ancor piú. Ed allora, ... Ma quando finisce sto festival? Il 30 o il 31. Ma il 1° settembre devo essere all'aeroporto! Perfetto, allora posso lasciare l’Isola di Wigth il 30 e quindi, ... Franz ci vengo anch’io! Quella notte dormimmo in sacco a pelo nella sala d’aspetto di una stazione ferroviaria a pochi chilometri da Southampton, dove ci aveva scaricato l’ultimo passaggio della giornata. Il giono dopo ci imbarcammo per l’isola. Il 30 al mattino, prima che il festival finisse, tornai indietro, ed il 1° settembre abbordai il mio volo da Gatwick per Linate: il mio primo volo commerciale dopo quei voli che su aeroplani militari ad elica avevo fatto da bambino di 7 e 8 anni, dall'aeroporto di Brindisi accompagnato da mio padre, militare dell'aeronautica. Il mio amico Franz si volle fermare fino alla chiusura del festival. Si diceva che alla fine avrebbero anche cantato I Beatles. Non fu cosí, anche se

sembra che alcuni di loro ci siano stati mimetizzati tra il pubblico. Franz dovette aspettare ben tre giorni prima di potersi imbarcare per Southampton e, dei piú di cinquecentomila che c´eravamo stati, non fu certo tra gli ultimi a poter lasciare l’isola. E per riassumere in poche immagini quell’ East Afton Farm di fine agosto 70 sull’isola di Wight: “campi aperti, spazi immensi, tende e sacchi a pelo, bandiere insegne e simboli, capelli lunghi e grande varietà di barbe, nudità esibite, fumo e fumi, notti in bianco e... tanto verde tutt’attorno e per tutti noi”. Definitivamente non si trattò solo di una grande rassegna musicale, e certo di talenti non ne mancarono, ne in quantità nè in qualità, ma si trattò soprattutto di un evento destinato ad assurgere a vero e proprio manifesto di una generazione, di quel periodo in cui i sogni di libertà viaggiavano anche lungo i binari della musica. Gli anni 60, vissuti all’insegna della terna “music peace and love”, non avevano potuto incontrare un miglior palcoscenico per il proprio atto conclusivo. Sintomatici di quella fine dovevano infatti rivelarsi le tragiche morti, di Jimi Hendrix da lí a pochi giorni, di Joplin Janis nell’ottobre dello stesso 70, e di Jim Morrison solamente un anno dopo.

Alcuni giovani durante il concerto all’Isola di Wight

L’Orchestra Carito.Il maestro Riccardo Carito è quello seduto che impugna la tromba

I

fish & chips

Como Dublin London Wight




MARTEDÌ 2 AGOSTO 2011

14

“I Marines“: dall’Estoril alle pagine di Facebook Imusicisti brindisini degli anni‘60 hanno un“gruppo“ su internet di MARIO ANTONELLI BRINDISI - E’ finita l’epoca dei genitori che sgridano i figli per il troppo tempo passato davanti al computer. Testimoni di questa fase sono i ragazzi degli anni ‘50, ‘60 e ‘70 che hanno “scoperto“ la magia di Facebook e del gruppo fondato lo scorso 24 luglio da Gianfranco Perri e Nicola Poli. “Musicisti brindisini Anni 50 - 60 - 70“ in meno di dieci giorni è diventato un fenomeno. Un terminale di commenti, foto, opinioni, scambi. Il tutto condito da nostalgia e professionalità. La nostalgia è quella (inevitabile) di chi quegli anni li ha vissuti da protagonista calcando i piccoli grandi palcoscenici della provincia. La professionalità è di quegli stessi protagonisti che la musica la vissero (e molti continuano a farlo) come u n a missione.

Approfondendola, praticandola, esportandola e soprattutto, amandola. Ma l’approdo virtuale rappresentato dal gruppo in questione è, anche e soprattutto, una enciclopedia “vivente“ per tutti coloro che vogliono saperne di più. Non è difficile respirare gli odori e ascoltare i suoni dell’epoca anche solo sfogliando le fotografie. Ne vengono postate a decine ogni giorno. Tutte rigorosamente con didascalia, commenti e approfondimenti tecnico musicali. Osservazioni sulle formazioni, sugli strumenti musicali utilizzati e sui locali in cui ci si esibiva. Un campionario

for-

La formazione dei Marines (dal 1964 al 1969): Enzo Macchi, Luigi Sciarra, Sergio Serse, Gianfranco Perri e Antonio Volpe

midabile di nomi, cognomi, complessi musicali e storie personali che si intrecciano all’infinito. C’è una grande regia dietro tutto questo. C’è il genio di due brindisini doc. C’è l’impegno e la passione di Gianfranco Perri, 60 anni (dal 1978 professore di ´Progetto di Gallerie´ alla Ucv di Caracas) e di Nicola Poli, professore e musicista (con alternanza tra le due professioni senza soluzione di continuità). E per comprendere a fondo lo spirito che ha animato la creazione del gruppo su Facebook è obbligatorio riportare il momento clou. Quello che ha fatto scattare la scintilla.

«Conosco Nicola Poli - racconta Perri - da quando, tutti e due poco piú che adolescenti brindisini, nei primi anni 60 ci siamo inevitabilmente incontrati in quanto appartenenti al quel mondo speciale ed epocale dei ¨complessi beat¨, sorti numerosi anche a Brindisi sull´onda degli allora attualissimi Equipe 84, Nomadi, Camaleonti, Rokes, Giganti, ecc. e, naturalmente, dei un po' piú lontani Beatles e Rolling Stones. «Ci siamo da poco ritrovati a Brindisi, non piú sessantini ma giá sessantenni, grazie al famoso gruppo Facebook ¨Brindisini la mia gente¨. E poi da lí é stato tutto facile, immediato e travolgente». Il termine “travolgente“ non è utilizzato a casaccio. D a l

giorno stesso in cui il gruppo è stato fondato le richieste di “amicizia“ (termine ben conosciuto dagli avvezzi ai social network) è aumentato in maniera esponenziale. Non potrebbe essere altrimenti considerata la verve e l’entusiamo che i due fondatori mettono ogni giorno nella gestione del gruppo. Lo si percepisce anche da uno dei primissimi post di Perri in cui si riassume il motivo ispiratore del gruppo. "Ho accettato con tanto piacere, per la bellezza dell´idea, ma anche con tanta preoccupazione, per il grande impegno, l´invito del grande musicista brindisino, amico Nicola Poli, a fondare questo nuovo gruppo fb dedicato a quei numerosissimi nostri concittadini che hanno alimentato quella bellissima e lunga stagione musicale brindisina a cavallo tra gli anni 50 e gli anni 70, passando per i favolosissimi ed incredibil-

mente prolifici anni 60. Quegli anni in cui piú generazioni di giovani, e spesso ragazzi ed adolescenti brindisini, abbiamo scelto con spensieratezza entusiasmo generositá e passione l´avventura di vivere la vita, o perlomeno una parte di essa, I Delfini: Gino Croce (batteria) - Giacinto Modesto (tromba), Enzo “Ray“ Antonazzo (pianoforte), Lillino Del Prete (contrabasso), Mimmo Giampietro (chitarra).


MARTEDÌ 2 AGOSTO 2011

15

Nicola Poli,nell’angolo di casa sua dedicato alla musica

facendola scorrere lungo i binari della musica. Certamente non sono mancati i talenti, né in quantitá né in qualitá, ma si é trattato soprattutto di una spontanea e genuina manifestazione della gioia di vivere che in moltissimi abbiamo fortemente voluto sperimentare. Spero que quest´idea piaccia a molti, e che molti contribuiscano a renderla una bella realtà, con il proprio indispensabile contributo. «Sono trascorse due settimane appena, il successo é stato straordinario, questi sono i numeri, scarni ma certo eloquenti: ¨100 iscritti, 150 fotografie, 1000 commenti¨. I cento amici: straordinari, le 150 fotografie: stupende, i 1000 commenti: meravigliosamente genuini ed assolutamente sentiti». Inevitabilmente il gruppo “Musicisti Brindisini“ rappresenta anche una sorta di punto di incontro per vecchi amici che, altrimenti, non si sarebbero mai ritrovati. «Quanti amici abbiamo ritrovato, anche se tanti di loro purtroppo non ci sono piú, e poi, tantissimi i complessi segnalati e ricordati, che furono allegria e che fecero epoca, tanto da farci ancora inorgoglire come musicisti e soprattutto come brindisini: un´enormitá di ricordi, di amicizie, di passioni, di buona musica, di bravi cantanti, di bravi musicisti e di piccoli e grandi talenti. «Peró mancano ancora all´appello tanti di quegli amici e molti di quei complessi brindisini che tra gli anni 50, 60 e 70 hanno pregnato di allegria e di serenitá la nostra città, costituendo per la qualitá e la quantitá degli attori, uno straordinario fenomeno di costume urbano. Siamo sicuri che anche tutti gli altri amici risponderanno all´appello e si uniranno al gruppo. E Nicola ed io stiamo giá pensando a come prolungare ed allargare questa magnifica esperienza, a come renderla ancora piú bella e completa: un incontro, una mostra o un libro».

Gianfranco Perri

Gianfranco Perri nel 1966

Nicola Poli e Gianfranco Perri al timone di un’avventura multimediale avvincente

Decine di band musicali e tante storie da riscoprire L’intuizione geniale di due vecchi amici (e musicisti) BRINDISI - I Normanni, I Moderni, I Marines, Le Meteore, I Jolly, I Visconti, Gli Adriatici, Le Vedette, I Cast 68, Gli Anonimi, I Sofisti, I Vamss, I Liceum, I New Crickets, Gianni D´Errico, La Voglia Matta e chissà quanti altri. Ognuna di queste band è vissuta e ha alimentato la corrente musicale brindisina. Erano gli anni in cui i musicisti erano tutti, rigorosamente eleganti. Erano gli anni in cui ci si esibiva quasi ingessati in pochissimi centimetri quadri. Più che le immagini di chitarristi, bassisti e batteristi, a impressionare sono le immagini dei tastieristi (o organisti, come nel caso dei Normanni, la formazione che vedeva all’organo Hammond Mario Scotto, il futuro presidente della Bartolini Basket e attuale patron di Puglia Tv). Nel loro caso gli strumenti erano per davvero antesignani. E poi la contestualizzazione delle foto. Quella qui accanto che immortala “I Moderni“ nel 1965. La formazione principale della band è fotografata sui gradini della scalinata “Virgilio“. Nicola Poli, Rino Fusco, Tonino Fusco e Tonino Magno, posano con lo sguardo sognante puntato verso Canale Pigonati. Una foto simbolo, dall’altissi-

I Moderni " nel 1965 Nicola Poli (chitarra solista) Rino Fusco (chitarra ritmica) Tonino Fusco (batteria) eTonino Magno (basso)

Alla chitarra e basso Trieste Arganese,batteria Tonino Fusco,fisarmonica Pino Cervellera,chitarra accompagnamento Enzo Di Latte

mo tasso di brindisinità che trasuda di quel sogno di cui centinaia di musicisti brindisini si sono nutriti in quegli anni. Proprio come i giovanotti della foto piccola qui a sinistra. «Alla chitarra e basso Trieste Arganese, batteria Tonino Fusco, fisarmonica Pino Cervellera, chitarra accompagnamento Enzo Di Latte» Immortalati durante un concerto presso il dopolavoro ferroviario. E sul gruppo Fb di Perri e Poli è possibile provare il brividino tipico della nostalgia, non solo per i volti di cari amici magari cambiati dal tempo, ma anche per piccoli (fondamentali) dettagli tecnici per i puristi.

Proprio come fa notare uno dei più assidui frequentatori del Gruppo, Antonio Fox che osserva: «Notare come si andava a suonare in quei tempi. l'amplificazione consisteva in un amplificatore su cui erano attaccati: microfono chitarra e fisarmonica. Il basso su un piccolo amplificatore». E da oggi il viaggio virtuale iniziato su Facebook continuerà tra queste pagine. L’obiettivo è quello di seguire l’evoluzione dle gruppo e di narrare, band per band, volto per volto, canzone per canzone, la magia di quegli anni brindisini». Mario A n t o n e l l i


12 CRONACA DI BRINDISI

Via da brindisi

MARTEDI’30 AGOSTO 2011

Corrispondenze dal mondo di GIANFRANCO PERRI

Il docente brindisino, ingegnere minerario in Venezuela, inizia una corrispondenza dal mondo

«Cari ragazzi bisogna lottare per emergere» Fondamentale l’etica della meritocrazia Via da Brindisi. Una strada che nella toponomastica non esiste e che però è la più popolata da brindisini. Via da Brindisi raccoglie tutti quelli che, per scelta o per necessità, hanno lasciato Brindisi e vivono in altre città dell’Italia o del mondo. Da qualche giorno Senzacolonne diffonde via internet, gratuitamente, la versione digitale integrale del giorno precedente. E’ un modo in più per ricomporre questa fantastica comunità che pulsa di brindisinità e che ha diritto di essere informata di ciò che avviene nella sua terra. Riteniamo fondamentale il contributo di questi brindisini perché spesso da lontano si ha la possibilità di esaminare con maggiore obiettività ciò che avviene in questa città. Tra i brindisini che vivono lontano, molto lontano, c’è Gianfranco Perri. Abbiamo già parlato di lui qualche mese fa: ingegnere, docente universitario, progettista e consulente di gallerie e opere sotterranee, Segretario della Società Venezuelana di Opere Sotterranee. Ma soprattutto innamorato della sua Brindisi che segue constantemente via Internet. Per il suo lavoro è in giro per il mondo ed è da lì, dal mondo, che gli abbiamo chiesto di inviarci riflessioni e impressioni su Brindisi e i brindisini. Quella che segue è la sua prima corrispondenza. da MIAMI BEACH

(Florida - USA)

C

aro Direttore Gianmarco, sono ingegnere, di professione e di personalità, ed il mio bagaglio intellettuale è abbastanza pragmático, così come lo è il mio linguaggio parlato e scritto. Quello italiano poi, è ormai anche

un po’ arrugginito dai tanti anni di limitata pratica quotidiana. Però mi ha fatto molto piacere ricevere l’invito “a fare qualche riflessione su Brindisi vista da lontano” che mi hai gentilmente rivolto dalla tua direzione di Senzacolonne, un giornale al quale mi sento particolarmente affezionato da quando, nell’ormai lontano febbraio 1999 lo scoprii perchè l’amico Giovanni Membola volle pubblicare sulle sue pagine non ancora quotidiane, una bella intervista che mi fece online per la sua rubbrica dedicata ai brindisini doc sparsi per il mondo. La professione e più in generale la vita, mi hanno portato a vivere fisicamente ben lontano da Brindisi da quando, nel lontanissimo ottobre 1969 con in tasca i 18 anni compiti da una manciata di giorni, partii in treno alla volta della nordica metropoli torinese per studiare ingegneria al Politecnico. Da quel giorno però, e stranamente, il mio legame animico con Brindisi si è costantemente consolidato ed anzi sempre più rafforzato con il trascorrere dei lustri e dei decenni durante i quali non ho mai e per nessun motivo interrotto i miei sistematici e continui viaggi a Brindisi, sempre brevi ma allo stesso tempo sempre più frequenti ed intensi. Rifessioni sulla ”Brindisi vista de lontano” ne ho sempre, inevitabilmente e spontaneamente, fatte nel mio intimo, sentendole mutare con il trascorrere degli anni, sia perchè le mutazioni potevo oggettivamente riscontrarle nella città stessa, in alcuni suoi risvolti estetici e nella quotidianità della vita dei brindisini, sia perchè mutazioni certe accompagnavano il mio inesorabile maturare biologico: da studente a professore, da figlio e nipote a padre e nonno, da brindisino a cittadino di un altro mondo, viaggiando ininterrottamente e scoprendo tanti paesi e tanti popoli, tanti costumi e tante mentalità, in una sola parola, …tante relatività. Ed il percorso non sembra per nulla volersi arrestare nonostante i tanti trascorsi, da quando da “sessantottino” partii da Brindisi per Torino, ad oggi già in procinto di entrare a far parte del club dei “sessantini”.

Però il compito è “fare qualche riflessione su Brindisi vista da lontano”. Ebbene vorrei cominciare dalla parte più importante di Brindisi, dalla sua fondamentale risorsa, dai giovani brindisini e, considerando che ormai l’estate sta finendo, magari è anche propizia l’occasione. Stamattina, commentando sul grupo fb “Brindisini la mia gente” un post dell’amico Cosimo Guercia che esaltava la belleza della vicina Lecce e rispondendo ad una serie di commenti molto critici su Brindisi ed i brindisini, ho scritto: “Le cause sono sempre molteplici e le diagnosi mai troppo semplici ed ancor più difficili le terapie. Certo a Brindisi stiamo pagando le terribili conseguenze di scelte sbagliate di molti dei nos-

tri politici ed amministratori a vario titolo. In molti casi errori di ignoranza, ma spesso conditi da malafede e corruzione spicciola. Però l'indole introversa chiusa e poco data al sentire comunitario dei brindisini, ha certo fatto la sua parte. La base del vero riscatto è, credo, assolutamente culturale, bisogna partire da li: la strada è lunga ed impervia, ma è la sola che può garantire l'esito positivo. Bisogna intraprenderla e percorrerla fino in fondo, con fede e con coraggio”. E chi altro, se non proprio i giovani brindisini devono percorrere quella strada? I meno giovani possiamo anche intervenire, opinare, fornire qualche esempio, ma sono i giovani che devono rimboccarsi le maniche e sopratutto, sono i

giovani che devono assumere gli atteggiamenti corretti, superando e cancellando quei concetti tanto radicati in gran parte della nostra società quanto pericolosi e dannosi per questa stessa nostra società: “…studiare non serve gran chè, …solamente chi è ben raccomandato può andare avanti, …meglio un buon padrino che un buon titolo di studio, …rende di più inseguire un matrimonio economicamente fortunato che sforzarsi per superarsi intellettualmente e técnicamente, …è preferibile sperare in un posto di lavoro familiare che esplorare opportunità più lontane, ...meglio giocare alla lotteria che lavorare ad ogni costo, ...” All’incira un anno fa, 8 ottobre 2010, fui invitato a tenere una conferenza all’Università di Foggia nell’ambito di un incontro accademico intitolato “Puglia terra di talenti” e l’invito che mi fu rivolto dal Rettore indicava che l’iniziativa intendeva stimolare nelle nuove generazioni un’etica della meritocrazia, dell’impegno e della dedizione, e mi si richiedeva esporre in tale contesto un relato delle mie personali esperienze professionali, da “raccontare” agli studenti troppo spesso demotivati nell’affrontare gli studi ed ancor più nell’affrontare la professione e la stessa vita; demotivati dal poco stimolante ambiente sociale in cui toccava loro, studenti pugliesi, costruirsi un futuro. Quella mia conferenza, mi fu detto, fu molto apprezzata e colse in buona misura l’obiettivo perseguito dai promotori di quell’incontro. Pertanto voglio qui riproporre ai giovani brindisini una sintesi di quel “racconto”, senza grandi pretese e senza voler scuotere gli animi, ma con la sola speranza di segnalare un’altra via, un’altra possibilitá che, credetemi, non è poi così remota. *** ... Voglio immaginare che molti di voi giovani siate interessati ad ascoltare, o magari solo curiosi di conoscere, racconti di esperienze professionalmente riuscite ed in parte anche atipiche, per magari coglierne le basi, le premesse, conoscerne le tappe, le difficoltà, ... le possibilità. Si, proprio quelle


CRONACA DI BRINDISI

MARTEDI’30 AGOSTO 2011

Gianfranco Perri possibilità di percorsi professionali di successo, son convinto ci siano ancora per tutti, così come ci sono altrettanto certamente per tutti, le difficoltà da superare, sempre numerose e di varia natura. Però, le difficoltà sempre potranno essere superate da chi abbia chiaramente presente l’imprescindibilitá di quell’etica della meritocrazia, dell’impegno e della dedizione molto opportunamente e direi molto felicemente segnalata da questo incontro. Quell’etica che giustamente vuole e deve essere stimolata dalle scuole e da chi, come noi docenti, abbiamo il dovere di insegnare e di trasmettere, possibilmente anche con l’esempio, non solo le conoscenze ed il sapere, ma anche proprio l’importanza di quell’etica della meritocrazia, dell’impegno e della dedizione. *** Bene, nato e vissuto al centro di Brindisi fino alla maturità, andai a studiare ingegneria al Politecnico di Torino negli anni dell’immediato doposessantotto, vivendone di fatto, di quel Sessantotto, tutta l’atmosfera e buona parte degli entusiasmi, degli eccessi, delle frustrazioni e delle contraddizioni, in un’Italia socialmente e politicamente molto complicata. I miei primi mesi a Torino furono quelli dell’Autunno caldo del 1969 e poi gli ultimi anni furono quelli dell’atmosfera cupa, ormai giá insediatasi, degli anni di piombo. Però per fortuna avevo dalla mia parte, il vigore, l’entusiasmo e l’ottimismo dei vent’anni e, per altrettanta fortuna, avevo chiare alcune mete fondamentali. *** Certamente la laurea era una meta,

però non la laurea fine a se stessa ma con l’impegno e la dedizione necessari ad inseguire e raggiungere una formazione di massima qualità, non in maniera ossessiva, ma in maniera sufficientemente determinata e fondata sulla convinzione assoluta che il merito sarebbe poi stato indubbiamente alla base del mio futuro. Questo concetto me lo aveva ben trasmesso mio padre ed anche alcuni dei miei professori, specialmente il maestro delle scuole elementari San Lorenzo, Angelo Pinto, e la professoressa Palumbo delle scuole medie Virgilio. *** E poi un’altra meta perseguita fin da quegli anni universitari, che allora era probabilmente una meta un po’ inconscia e meno chiaramente delineata ma anch’essa prepotentemente e costantemente presente, era quella di soddisfare con insistenza e caparbietà qualcosa che potrebbe definirsi come “desiderio e necessità quasi vitale, di conoscere nuovi e diversi orizzonti: di paesaggi, di persone, di culture, di mondi e di vita”. *** Nei tempi in cui non esistevano i voli low cost, riuscii a visitare nelle cinque estati degli anni universitari quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale e dell’Europa dell’Est, viaggiando in auto-stop, poi in lambretta, poi in cinquecento fin anche nell’Africa mediterranea e finalmente, in R4 raggiungendo anche il circolo artico. Tutto con i soli risparmi ricavati dalle mensilità che mio padre generosamente ma parsimoniosamente mi assegnava per le spese di studente a Torino. Nei tempi in cui non esisteva internet, con non poche difficoltà riuscii, andando personalmente a Roma più di una volta, a raccogliere informazioni sul servizio civile alternativo a quello militare allora ancora obbligatorio. Un servizio civile appena in embrione, di fatto abbastanza poco pubblicizzato e anzi quasi nascosto ed ostacolato dalle istituzioni ufficiali. Partii per il servizio civile in Ecuador-Sudamerica per un periodo di due anni, in alternativa al servizio militare di quattordici mesi che avrei potuto fare come ufficiale di complemento nell’esercito. Ebbene tutto questo, amici giovani che mi state ascoltando, ve lo assicuro, mi riuscì certamente e solo, grazie a tanto impegno ed a tanta dedizione. *** Subito dopo la laurea, al Politecnico di Torino ero stato Assistente per poco più di sei mesi fino alla partenza per l’Ecuador, e nel servizio civile ebbi l’incarico di professore universitario alla Escuela Superior Politecnica del Litoral de Guayaquil. Naturalmente interessantissima e ricchissima fu l’esperienza di vita in un paese culturalmente e ambientalmente assolutamente diverso dal nostro di allora, e interessantissima fu anche l’esperienza professionale docente. *** Andando in un paese del terzo mondo in via sviluppo, l’idea quasi naturale era quella di andarci da “professore italiano” e quindi da “portatore e trasmettitore di grandi ed avanzate conoscenze”. Il ché ci poteva anche stare in qualche modo, però la grande sorpresa fu di scoprire che il corpo docente autoctono era costituito essenzialmente da professori che, anche se molto spesso giovani, erano accademicamente molto preparati e sopratutto, formalmente anche più preparati di noi “dottori” ingegneri italiani. La maggior parte dei professori ecuadoriani si era laureata nella locale università, ma aveva poi fatto per lo meno un post-laurea, di Master e in numerosi casi di

PhD in ottime università degli Stati Uniti, grazie a conquistate borse di studio offerte loro dalla propria università o da istituzioni governative o multilaterali, o semplicemente e direttamente dalle stesse università americane, sulla sola base, ovviamente, del merito. E sto parlando del 1975, quando in Italia forse non superavano la dozzina i professori del Politecnico di Torino con tali formali esperienze di studio. *** Ed ecco quindi in tale scenario un pò imprevisto, l’imperiosa necessitá di dover fare appello a quella fiducia e a quella sicurezza che sulla mia preparazione mi potevano derivare solamente dalla consapevolezza di aver fatto fino in fondo il mio dovere di studente e di essermi indubbiamente meritato quella “laurea con lode” al Politecnico di Torino, conferitami in fondo da professori con i capelli bianchi, alcuni dei quali con un enorme bagaglio di vita indubbiamente accumulato in molti casi anche sull´etica professionale e docente. E non di meno, facendo inconsciamente tesoro di quelle brevi e puntuali però intense esperienze vissute nei miei sistematici viaggi estivi, tra città e paesi diversi dal mio, tra ragazzi e popolazioni con costumi abitudini e priorità diverse dalle nostre, con sistemi sociali e politici molte volte distintissimi. In poche parole, esperienze che mi avevano insegnato in qualche misura a conoscere e di conseguenza a rispettare le diversità e a riconoscere le negative e sopratutto, le positive relatività proprie delle persone e dei popoli, dei paesi e dei sistemi. *** Dopo il servizio civile, finalmente intensamente vissuto con impegno e con dedizione e in conseguenza con indubbio bilancio positivo per me e per il paese che mi aveva amichevolmente ospitato, sarei dovuto rientrare in Italia per riprendere al Politecnico di Torino il mio posto universitario, anche perché nel frattempo avevo vinto il concorso di ricercatore, fin da allora già unica e purtroppo precaria via per intraprendere in Italia la carriera universitaria. *** Però non furono le circostanze,

oggettivamente poco stimolanti che caratterizzavano l’Italia alla fine degli anni settanta, che m’indussero a rinunciare al rientro. Quell’etica della meritocrazia, dell’impegno e della dedizione probabilmente già sufficientemente radicata in me, mi avrebbe invece certamente indotto a proseguire quella strada della docenza universitaria e della ricerca, già intrapresa subito dopo la laurea. Responsabili della scelta furono invece, e molto più semplicemente, circostanze non razionalmente perseguite: circostanze... sentimentali. Avevo, infatti, nel frattempo sposato mia moglie, ingegnere e studentessa venezuelana, conosciuta al Politecnico subito dopo la laurea mentre, ricorderete, facevo l’Assistente. Alla data del previsto rientro al Politecnico mancava poco alla nascita del nostro primo figlio e così, decidemmo di farlo nascere e crescere a Caracas in Venezuela, nel paese della mamma. *** Quindi per me e per la mia vita, anche professionale, un nuovo inizio, di nuovo in un paese diverso, di nuovo tra diverse abitudini costumi e regole, quindi una nuova sfida da affrontare ancora una volta con la serenità e con la fiducia, ormai anche un pò in qualche modo giá sperimentata, che nuovamente si sosteneva saldamente su quella stessa etica della meritocrazia, dell’impegno e della dedizione già più volte richiamata. *** Vinsi il concorso di professore all’Universidad Central de Venezuela, divenendo poi anche direttore del Dipartimento di Ingegneria Mineraria, mantenendo costantemente attivi rapporti personali con il Politecnico di Torino e promuovendo quindi l’instaurarsi di fruttiferi rapporti istituzionali tra le due università (é ormai da diversi anni in vigore un accordo di doppia laurea tra il Politecnico di Torino e la facoltà di Ingegneria della UCV). E con uguale impegno e dedizione partecipai attivamente e in prima fila allo sviluppo di un prolungato e molto fruttifero programma di ricerca e di scambi didattici tra le facoltà di Ingegneria dell´Università La Sapienza di Roma e dell’UCV. Tra

13

il 1989 ed il 1999 le due facoltà co-organizzarono ben quattro Congressi Internazionali su Energia Ambiente ed Innovazione Tecnologica, due a Caracas e due a Roma, con la presentazione e pubblicazione in ognuno di essi di qualche centinaio di lavori e con la partecipazione di decine di docenti di ognuna delle due facoltà. *** Ed anche in Venezuela, ancor più che in Ecuador, e come del resto in quasi tutti gli altri paesi “in via di sviluppo” del Sudamerica, che via via durante tutti questi anni ho in più occasioni visitato e imparato a conoscere, era comune incontrare docenti universitari assolutamente qualificati e titolari di diplomi dottorali e post-dottorali ottenuti in prestigiose università nordamericane ed europee. Non solo, ma anche nell’ambito dell´esercizio professionale era abbastanza comune in tutti questi paesi, fin dagli anni settanta e ottanta, incontrare professionisti ugualmente qualificati e altamente specializzatisi nelle migliori università del mondo. Ed anche in tali circostanze e in tale ambito professionale é stato certamente, ne sono sicuro, il forte senso dell’etica della meritocrazia, dell’impegno e della dedizione che ancora una volta mi ha finalmente permesso di scalare con successo scalini abbastanza elevati dell´esercizio professionale. *** Dopo alcune prime consulenze specialistiche nel campo delle discipline geotecniche inerenti alla mia professione, ho fondato una società d’ingegneria, La Geomecanica, specializzata in progettazione di opere sotterranee, con la quale ho progettato e continuo a progettare importanti opere, in Venezuela ed anche in molti altri paesi del Sudamerica: Le gallerie e le stazioni sotterranee della Linea 3 della Metropolitana di Caracas e quelle della Linea 1 della Metropolitana di Valencia. Tutte le gallerie, per quasi un centinaio di kilometri totali parte dei quali ancora in costruzione, delle ferrovie venezuelane. Molte gallerie idrauliche e idroelettriche, in Argentina, Cile, Costa Rica, Panamá e Venezuela. *** All’inizio degli anni Novanta sono stato eletto Presidente della Società Geotecnica Venezuelana e sono attualmente il Segretario della Società Venezuelana di Opere Sotterranee, ed in veste di docente universitario e di progettista, ho scritto e pubblicato durante tutti questi anni un centinaio di lavori tecnici. Molti di questi lavori li ho anche presentati in numerosi convegni internazionali ai quali ho partecipato e ai quali continuo a partecipare con lo stesso entusiasmo impegno e dedicazione degli anni giovanili, arricchendomi ogni volta di nuove conoscenze, non solo tecniche, ma sopratutto di persone di paesi e di culture, ed estraendone ogni volta nuove sensazioni e sempre nuove esperienze, con la realista umiltà derivatami dalla consapevolezza dell´enormità dell’umano sapere e dell’assoluta relatività delle negatività e positività dei diversi costumi sistemi sociali abitudini e priorità, a volte molto e stranamente diverse, ma sempre da rispettare ... *** Ragazzi, giovani amici brindisini, sono queste le stesse cose e sensazioni che racconto e cerco di trasmettere ai miei tre figli, anche se ormai già grandi e indipendenti, tutti e tre assieme certamente il più grande ed indubbio “successo” della mia vita: Non è stato mai facile, ma neanche mai impossibile e però, ve lo posso assicurare, tutto sarebbe risultato abbastanza irrangiungible senza tanto “impegno, merito e dedizione”.


20 CRONACA DI BRINDISI

MERCOLEDI’14 SETTEMBRE 2011

Via da brindisi

Corrispondenze dal mondo di GIANFRANCO PERRI

Il docente brindisino, ingegnere minerario in Venezuela, ci invia una corrispondenza dal mondo

Un sindaco può fare davvero la differenza L’esempio di Bogotà: da lì ci scrive oggi Perri Via da Brindisi. Una strada che nella toponomastica non esiste e che però è la più popolata da brindisini. Via da Brindisi raccoglie tutti quelli che, per scelta o per necessità, hanno lasciato Brindisi e vivono in altre città dell’Italia o del mondo. Da qualche giorno Senzacolonne diffonde via internet, gratuitamente, la versione digitale integrale del giorno precedente. E’ un modo in più per ricomporre questa fantastica comunità che pulsa di brindisinità e che ha diritto di essere informata di ciò che avviene nella sua terra. Riteniamo fondamentale il contributo di questi brindisini perché spesso da lontano si ha la possibilità di esaminare con maggiore obiettività ciò che avviene in questa città. Tra i brindisini che vivono lontano, molto lontano, c’è Gianfranco Perri: ingegnere, docente universitario, progettista e consulente di gallerie e opere sotterranee, Segretario della Società Venezuelana di Opere Sotterranee. Ma soprattutto innamorato della sua Brindisi che segue constantemente via Internet. Per il suo lavoro è in giro per il mondo ed è da lì, dal mondo, che gli abbiamo chiesto di inviarci riflessioni e impressioni su Brindisi e i brindisini. da BOGOTA’ (COLOMBIA)

volontarie dimissioni da una carica pubblica dell’amico Mimmo Mennitti - credo sia propizia l’occasione per invitare tutti a fare qualche riflessione in merito, magari partendo da un mio sintetico relato di quanto é accaduto in tempi recenti in una cittá d’altre latitudini e con problematiche forse ben piú complesse e certo ben piú grosse delle nostre brindisine, se non per altro per le sue dimensioni fisiche definitivamente ben piú grandi di quelle della nostra cittá. E non sto per raccontarvi dei due emblematici e credo ben conosciuti sindaci “italiani” della grande New York, Fiorello La Guardia 99° sindaco della metropoli americana dal 1934 al 1945 e Rudolph Giuliani sindaco N°107 dal 1994 al 2002, che pur costituirebbero esempi molto rappresentativi di “sindaci che hanno fatto la differenza”, ma vi voglio raccontare da questo mio breve soggiorno colombiano, di Antanas Mockus, due volte sindaco di Bogotá tra il 1995 ed il 2003, e dell´incredibile metamorfosi di una cittá passata dall’essere definita sul quotidiano francese Le Monde come “La peur” -la paura- e come “la jungle” -la giungla di un mondo di vittime dell’alcool della droga e dell’incessante sfruttamento politico al servizio di una elite corrotta(Sauloy 1984), all’essere definita sul quotidiano statunitense The Washington Post come una “gradevole anomalía” in un continente le cui cittá capitali costituiscono con frequenza scarni scenari reali da film dell’orrore (Wilson, 2002). ***

Può un Sindaco fare la differenza? Caro Direttore Gianmarco, La mia risposta é “si” o, quanto meno: ci sono vari esempi nel mondo che ci dimostrano che la risposta corretta é, “si é possibile”. E visto che a Brindisi ci accingiamo a scegliere un nuovo primo cittadino - dopo l’evento, piú unico che raro in Italia, delle

Faccio peró una parentesi e torno indietro: pensate che l’amministrazione di Fiorello La Guardia praticamente coincise con “la grande depressione” e fu proprio lui uno dei grandi propulsori del “new deal”, e fu con il suo dinamismo che restauró la vitalitá economica di New York dando occupazione a migliaia di cittadini con i suoi programmi massivi di opere pubbliche realizzate con la sua costante campagna alla

ricerca di fondi federali: uno dei due principali aereoporti di New York da lui voluto é a lui intitolato, l’altro é intitolato a J.F.Kennedy. Vale anche la pena ricordare che Fiorello La Guardia, nato nel 1882 nel popolarissimo Bronx, esercitó come primo impiego quello di traduttore inglese-italiano-inglese per il servizio di immigrazione americano nella famosa Isola Ellis, punto di arrivo di migliaia e migliaia di emigranti italiani. Peró allo stesso tempo studiava e presto si laureó in diritto. Il sindaco Rudolph Giuliani invece, molto piú recentemente, volle centrare la sua azione amministrativa su quelli che erano tre aspetti assolutamente critici della cittá all’epoca della sua elezione: crimine organizzato, sviluppo economico ed educazione. Alla fine del mandato di Giuliani, i crimini si erano ridotti del 65% e gli assassinii del 70%, New York che era ben conosciuta nel mondo intero per la pericolositá delle sue strade fu dichiarata dal FBI la citta piú sicura degli Stati Uniti. Giuliani intraprese una coraggiosa riforma tributaria municipale ed applicó una rigorosa disciplina fiscale trasformando in superavit l’enorme deficit ereditato, e durante la sua amministrazione i posti di lavoro privati in cittá si incrementarono della cifra record di 450.000. Il turismo internazionale riconquistó New York e le scuole pubbliche e quelle pri-

vate della cittá conobbero anni di radicali miglioramenti. *** Chiudo la parentesi e torno a Bogotá, una cittá che conobbi nel lontano novembre del 1982 partecipando al 1° Congresso Sudamericano di Meccanica delle Rocce: un suggestivo altipiano, esteso e grigio, con il cielo quasi sempre plumbeo ed un centro sporco e con miseri mercati maleodoranti, le periferie residenziali dalle vie deserte e dagli innumerevoli “vigilantes” armatissimi ad ogni villetta o piccolo palazzo, e di sera, meglio in albergo o con un taxi in qualche locale pubblico ben raccomandato e ben custodito. Poi a Bogotá ci son tornato in piú occasioni, sempre per lavoro e senza troppo entusiasmo, ma verso la fine degli anni ‘90 qualcosa stava cominciando a cambiare, e poi nei primi anni del nuovo millennio mi capitó addirittura di esser colto dall’impressione che si trattasse di un’altra cittá, c’era stata di fatto una sorprendente metamorfosi. Oggi sono alla mia seconda visita di quest’anno a Bogotá e da qualche anno ogni scusa é buona per una nuova visita, ormai é un piacere restare qualche giorno in questa cittá, godendo del suo clima fresco e, per esempio, visitando i suoi musei, da quello dell’oro a quello del grande artista bogotano Fernando Botero, entrambi i musei sono sempre stati in pieno

Il sindaco di Bogotà Antanas Mockus travestito da Supercivic centro, ma la cupa atmosfera che lí era a lungo regnata sovrana, mi aveva anche impedito di valorizzarne le enormi e meravigliose ricchezze. *** Ma cosa era accaduto di cosí trascendente nella capitale colombiana da indurre quella svolta radicale nella percezione dei suoi visitanti ed anche e soprattutto dei suoi stessi cittadini? E che cosa aveva dato origine a quei cambiamenti tanto radicali da fare vincere a Bogotá prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali e da indurre commenti positivamente meravigliati di tanti visitanti: semplici turisti, o giornalisti e politici stranieri, o consulenti e funzionari delle agenzie umanitarie multilaterali, o sindaci amministratori e tecnici di città di ogni continente e di ogni latitudine? *** Era successo che in una cittá che viveva ai limiti del caos, come accade oggigiorno per molte cittá in tutto il mondo, c’era una volta un filosofo matematico, genio per molti e mezzo pazzoide per altri, che era stato rettore dell’Universitá Nazionale della Colombia e che decise di voler fare il sindaco e che riuscí a farsi eleggere. E da sindaco Antanas Mockus si ripropose l’impossibile: raggiungere il consenso cittadino attraverso la comunicazione ed ispirare una convivenza piú umana tra i cittadini attraverso l’esercizio pedagogico, il tutto proponendo ai cittadini una ampia libertá temperata da una discreta dose di sana autoritá. Si ripropose inoltre, e con azione parallela, di favorire e dove neessario creare equitá e qualitá per i cittadini attraverso il ridisegno degli spazi urbani. Cosí Mockus cominció dalla riedcazione della gente, in maniera tale che il cambiamento della cittá si potesse in qualche modo produrre quasi spontaneamente: ...la


CRONACA DI BRINDISI

MERCOLEDI’14 SETTEMBRE 2011

regolavano pacificamente il comportamento dei loro simili. Per migliorare la convivenza tra pedoni e conduttori, durante tre mesi sguinzaglió per le strade di Bogotá centinaia di “mimi” i quali nelle intersezioni stradali piú congestionate segnalavano con gesti educati, ed anzi amabili, la necessitá che un automobilista facesse retrocedere la propria vettura ad un semaforo rosso per lasciare sgombre le strisce pedonali. Peró oltre al gesto del mimo, nel caso in cui il conduttore rifiutava l’invito, un vigile lo multava supportato dall’applauso dei pedoni e degli altri conduttori presenti. La repressione era l’ultima azione di una sequenza pedagogicamente preordinata mentre, grazie all’appoggio sociale della sanzione, si rafforzava l’effetto pedagogico. La campagna naturalmente perseguiva anche l’obiettivo di indurre i pedoni ad attraversare la strada solamente sulle strisce pedonali ed abbordare taxi e mezzi pubblici in generale, unicamente nei luogi appositamente preposti. Un anno dopo l’inizio della campagna, le strisce pedonali erano rispettate dal 72% dei pedoni e dal 76% dei conduttori, mentre prima, praticamente non esiteva il concetto. Finalmente un interessante complemento: un’importante percentuale dei mimi addestrati per quella campagna proveniva dalle fila dei moltissimi vigili denunciati ed espulsi per le loro pratiche corrotte e ai quali era stata offerta una seconda opportunitá.

qualitá, anche materiale, della vita di tutti i cittadini, a partire da quelli piú appiedati. Anche ció era assolutamente chiaro per Mockus: bisognava anche riformulare la cittá stessa ed il primo ostacolo da abbattere, in quanto imponente muraglia contro il raggiungimento della felicitá di un cittadino appiedato, era la eccessiva inequitá tra certi spazi pubblici e certi spazi privati o di accesso privato, e tra certi stessi spazi comunitari. Ci vogliono peró le risorse economiche e bisogna saperle cercare e saperle amministrare bene, ci vuole intelligenza e imprenditorialitá, rettitudine ed onestá. Tutte qualitá rare e difficili da accomunare? Apparentemente no, se solo si tratta della persona giusta, della persona che puó appunto fare la differenza. No so se ce ne siano molte in giro di tali persone, ma di buoni esempi c’é relativa abbondanza, forse bisogna solo saperle scovare ed appoggiare. *** Ebbene, Mockus promosse l’eliminazione delle baraccopoli incrostate in pieno centro di Bogotá, sacche di degrado povertá e di conseguente violenza urbana, fece prosperare l’espropriazione di terreni pochissimo

Mariana Perri al Museo Botero di Bogotà utilizzati di un grande country club per resituire piú di 100 ettari di verde al pubblico uso. Procuró finanziamenti per la costruzione di varie biblioteche ed altre strutture pubbliche, e di un nuovo importantissimo sistema di massivo, “Il trasporto Transmilenio”. Gli abitanti di Bogotá, quasi tutti in generale, cominciarono a riacquistare una dignitá da troppo tempo perduta, grazie ad una cittá senza tanti rumori, senza tanto inquinamento, con tanti spazi pubblici veramente gradevoli, cosí come piacevolmente vivibili e sicuri, un trasporto pubblico sufficientemente efficiente e quindi un inevitabile naturale susseguirsi di

Quell’indifferenza non va dimenticata

*** Un altro esempio un pó più breve da raccontare? Durante le feste natalizie del 1994 a Bogotá morirono 5 bambini Gianfranco Perri durante una conferenza a ed altri 127 riporBogotà nel 1982 tarono bruciature da fuochi d’artificio. Per gente butta la spazzatura per strada perché generalmente quel- le feste dell’anno seguente l’azione é di fatto accettata come Mockus annunció che avrebbe un qualcosa di “normale” o di proibito i fuochi d’artificio al quasi “intrinseco”; allo stesso primo grave incidente, che punmodo i cittadini subiscono mani- tualmente non tardó a verificarsi. festazioni quotidiane e piú o Per quei pochi genitori che in meno esplicite di violenza, nelle seguito a quell’evento permisero loro piú variegate sfaccettature ancora ai propri figli di giocare semplicemente perché la societá con i fuochi proibiti, la sanzione non le condanna; e cosí via... prevista, puntualmente applicata Partendo da questo genere di rif- e puntualmente applaudita, conlessioni, Mockus indice tutta una sistette nell’obbligo di eseguire serie di campagne di auto-regola- pubblicamente lavori civici: quelmentazione del cittadino tendenti l’anno non morí nessun bambino a compatibilizzare la morale con ed i feriti da fuochi arificiali si con la cultura e la legge, e a stig- ridussero a 46. Ho scelto due soli matizzare ogni tipo di violenza, esempi, anche se tanti altri ne inducendo ed impulsando gli stes- avrei ancora da raccontare, come si cittadini a determinare ed in quelli orientati al controllo del qualche modo applicare la flagello del consumo dell’alcool, sanzione sociale sui loro stessi della droga e delle armi, problematiche tutte molto gravi e sempre comportamenti. affrontate da Mockus con un intelligente quanto diffcile equi*** librio tra l’educazione la persuaCon tali obiettivi in mente sione e la sanzione. Spero Mockus intraprese iniziative comunque di aver in qualche definibili, a dir poco, “non orto- misura reso l’idea del carattere personaggio e della filosofia dosse”. Un esempio tra i tanti? I del sua azione di governo e “mimi” del traffico, che nonos- della soprattutto, di aver trasmesso tante la ridicolarizzazione che ne quanto meno la sensazione che fecero molti mezzi di comuni- molto si puó fare, molto di piú di cazione massiva, determinarono quanto si possa immaginare. risultati concreti positivi assolutamente inimmaginabili. Lui stesso *** si travestí da “Super Civico” facendo cose che apparivano Ma una vera azione di buon govcome semplici stravaganze, dis- erno municipale non puó certo tribuendo tra i cittadini cartoncini limitarsi a solamente educare con il disegno di una mano con il motivare e sanzionare i cittadini, pollice verso l’alto in segnale di bisogna assolutamente che tutto approvazione o applauso ed altri quello sia attivamente complecon il pollice verso il basso in mentato ed anzi incentivato e segnale di riprovazione o condan- sostenuto da un parallelo migliona e con i quali i cittadini segnala- ramento fisico e palpabile della vano, giudicavano e finalmente

Brindisi, tra il 1956 ed il 1960, in 5 anni si demolirono la Torre dell´orologio, il Teatro Verdi ed il Rione Sciabiche e si cosumó lo sradicamento del Parco della Rimembranza. In scellerato e quasi macabro compenso, il giorno 8 marzo 1959 Antonio Segni, capo del governo della republica, pose la prima pietra per la costruzione della Montecatini. Francesco Lazzaro morí sul finire del 1955 essendo ancora sindaco in carica, Antonio Di Giulio fu sindaco interino per pochi mesi e gli succedette Manglio Poto. Dal 04.04.1959 al 02.12.1960, Brindisi fu retta dal commissario sottoprefetto Pasquale Prestipino. Da un commento su “Brindisini la mia gente” a proposito della Torre dell’orologio: ...Forse poco a poco ci stiamo avvicinando alla veriltá, ma ancora non ci siamo giunti completamente: Il Sindaco Francesco Lazzaro morí verso fine 1955 mentre era in carica. La delibera di demolizione della torre é del 13 febbraio 1956. Antonio Di Giulio fu nominato sindaco il 3 marzo 1956 restando in carica solo pochi mesi, essendo succeduto da Manglio Poto nello stesso anno 1956. Manca peró proprio conoscere chi era il sindaco, o supplente, o commissario, tra la morte di Lazzaro e la nomina ufficiale di Di Giulio, e proprio in questo breve periodo ci fu la delibera di demolizione della Torre dell´orologio! Da una citazione di Alberto Del Sordo a proposito del Parco della Rimembranza: ...Quel parco, polmone di verde, per l'intera città era stato inaugurato il 9 marzo 1927. Ricco di alberi di pino, sui tronchi campeggiava un contrassegno con una targhetta recante il nome di un caduto della prima guerra mondiale. Al centro del parco una statua in ferro dell’ eroe Giambattista Perasso. La distruzione del parco, stabilita e deliberata nel 1956, fu messa in opera con leggerezza impressionante e con supponente insipienza... Da un intervento del Sindaco Domenico Mennitti durante il Consiglio Comunale tenutosi sul Teatro Verdi il 20 Novembre 2006: ... Dopo fasi di alterna fortuna, come punto di arrivo di un lento declino, un commissario prefettizio a nome Prestipino, insediato il 4 aprile 1959 a causa della crisi che aveva investito l’amministrazione retta dal Sindaco Manlio Poto, il 30 settembre del 1959 decretò l’abbattimento del teatro ‘per salvaguardare la incolumità pubblica’. La demolizione fu eseguita fra una certa indifferenza generale da febbraio a maggio dell’anno successivo... Gianfranco Perri

A

21

iniziative imprenditoriali e di costruzioni private di commerci, servizi e distrazioni: i cittadini di Bogotá si stavano finalmente reimpossessando della loro cittá. *** Qualche piccola riflessione l’ho anche fatta strada facendo, anzi strada scrivendo, ma voglio complementarla con alcune riflessioni dello stesso Mockus. “...Una persona non nasce cittadino ma lo diventa, cosí come non si nasce parlando ma si impara a parlare. Se ad una persona nessuno gli parlasse, per esempio se alcuni genitori molto pragmatici dovessero dire ‘beh non parliamogli a sto bamboccio tanto non capisce e non risponde’ non imparerebbe mai a parlare. Quindi, parte della formazione civica consiste in trattarsi gli uni agli altri come cittadini, il che significa credere nell’auto-regolamentazione, offrire a tutti opportunitá di dimostrare che si é civilmete adulti, aver fiducia nei segnali sottili della comunicazione interpersonale per cosí correggerci mutuamente...”. E poi aggiunge, e credo sia un aspetto fondamentale: “…Non immaginerei mai di poter svolgere questo ruolo senza costantemente condividere le idee e le azioni da formulare con gli altri ‘saperi’, con i filsofi, i sociologi, gli antropologi ed ovviamente, con gli economisti e gli ingegneri...”. Ma cosa vuol dire Mockus? Semplicemente che da buon amministratore cittadino bisogna formularsi gli obiettivi e quindi perseguirli, mettendo i saperi, ovvero le migliori competenze professionali, al servizio degli obiettivi preposti. *** Naturalmente sulla gestione di Mockus come sindaco di Bogotá si potrebbe disquisire molto piú a lungo e molto piú sottilmente ed analiticamente, ed in tanti lo hanno infatti giá fatto con indubbia autoritá, ma non era certo questo l’obiettivo che mi ero proposto. Invece, come é piú consono alla mia indole e come é mia consuetudine, tra l’aneddotico il sentito dire ed il vissuto da spettatore casuale ma critico, ho solo cercato di raccontarvi di questa Bogotá che mi sta nuovamente ospitando in occasone di un Congresso commemorativo del quarantennale della Societá Colombiana di Geotecnica, e di questo suo sindaco che “certamente” ha fatto la differenza. Chissá, tra speranza ed auspicio, che un giono non troppo lontano anche Brindisi non celi un cittadino che possa finalmente e veramente “fare la differenza” e che magari lo si riesca anche a scovare ed eleggere a sindaco della cittá!


CRONACA DI BRINDISI

MARTEDÌ 11 OTTOBRE 2011

Via da brindisi

Corrispondenze dal mondo di GIANFRANCO PERRI

23

Il docente brindisino, ingegnere minerario in Venezuela, ci invia una corrispondenza dal mondo

Quando suonavamo alla base Usaf, viaggio nel futuro Gli Stati Uniti ieri e oggi visti dai noi italiani di Brindisi Via da Brindisi. Una strada che nella toponomastica non esiste e che però è la più popolata da brindisini. Via da Brindisi raccoglie tutti quelli che, per scelta o per necessità, hanno lasciato Brindisi e vivono in altre città dell’Italia o del mondo. Da qualche giorno Senzacolonne diffonde via internet, gratuitamente, la versione digitale integrale del giorno precedente. E’ un modo in più per ricomporre questa fantastica comunità che pulsa di brindisinità e che ha diritto di essere informata di ciò che avviene nella sua terra. Riteniamo fondamentale il contributo di questi brindisini perché spesso da lontano si ha la possibilità di esaminare con maggiore obiettività ciò che avviene in questa città. Tra i brindisini che vivono lontano, molto lontano, c’è Gianfranco Perri: ingegnere, docente universitario, progettista e consulente di gallerie e opere sotterranee, Segretario della Società Venezuelana di Opere Sotterranee. Ma soprattutto innamorato della sua Brindisi che segue constantemente via Internet. Per il suo lavoro è in giro per il mondo ed è da lì, dal mondo, che gli abbiamo chiesto di inviarci riflessioni e impressioni su Brindisi e i brindisini. da SAN THOMAS ( ISOLE VERGINI)

Caro Direttore Gianmarco, Sul gruppo fb “Musicisti Brindisini Anni 50-60-70” con vari amici abbiamo in questi giorni ricordato una bella serata di tanti anni fa trascorsa alla base U.S.A.F. di San Vito dei Normanni, ritornata in questi giorni nuovamente alla ribalta dei brindisini in ben piú tristi cir-

costanze. Era fine ottobre 1966 quando avevo appena compiuto 15 anni proprio come oggi ne ho appena compiuti 60, a ben altre latidudini. Credo ricorresse la tradizionale festa americana di Alloween -la notte delle stregheche si celebra ogni anno l’ultima domenica di ottobre, una gran festa da ballo in cui loro si mascherano come lo facevamo noi ai veglioni di carnevale. I Marines, il mio complesso beat, animava quella serata e ci siamo anche ricordati di un episodio del quale io fui l’involonatrio protagonista allorché, quando arrivammo alla base americana nel tardo pomerigio piovoso di quell’ottobre con il furgoncino pieno dei nostri strumenti musicali, ci informarono che la sala da ballo non era ancora disponibile e che dovevamo per questo aspettare una mezz’oretta prima di poter montare gli strumenti e quindi, ci invitarono a passare ad una specie di mensa offrendoci di ristorarci ...tanto, anche se giá aperta, era ancora quasi vuota e gli avventori americani non sarebbero arrivati in massa prima di per lo meno una buona mezz’ora. Non ce lo facemmo ripetere due volte e con l’appetito proprio dei teenagers ci rifocillammo allegremente stimolati anche dal selfservice e dalla curiositá indotta dall’assaggio di alcune pietanze americane, non proprio tipiche della nostra cucina di casa. La mezz’oretta trascorse velocemente e giá i primi frecuentatori americani della mensa erano cominciati ad arrivare in buon numero: miltari, ma anche civili, uomini donne ed anche bambini ed adolescenti, insomma tutta una gamma completa di americani rumorosi e vociferanti che si accomodavano in ordine sparso ai vari tavoli, anche quelli piú prossimi al nostro. Raccogliemmo i nostri avanzi da depositare nelle pattumiere apposite, i nostri impermeabili, giacche e quant’altro ed andammo frettolosamente via. La sala da ballo era giá disponibile e ci attendeva l’importante e delicato compito del montaggio degli strumenti e della loro messa a punto per la

serata. La serata stava trascorrendo nel migliore dei modi, animatissima da un pubblico molto allegro e soddisfatto delle nostre prestazioni musicali, quando d’improvviso venni colto dal panico: non ricordavo di aver preso con me, dalla mensa, il mio borsello. Ve li ricordate quei ridicoli anche se utili borselli? Non era un granché come qualitá ed era anche molto piccolo ma, ...accidenti, in quell’occasione era abbastanza pieno di soldi, dei soldi del complesso del quale fungevo da tesoriere. Anche se fui tentato di abbandonare il mio basso in piena esibizione per precipitarmi a controllare se per caso mi stessi sbagliando e magari il borsello fosse miracolosamente al suo posto tra le mie cose, riuscii ad arrivare alla fine del pezzo e chiesi di fare un breve intervallo. Saltai come una gazzella dalla pedana ed i miei amici supposero che stessi correndo al bagno. Il mio panico purtroppo aveva avuto tutta la ragione di essere, il borsello non era da nessuna parte e corsi dall’americano che ci aveva

accolto al nostro arrivo al quale spiegai, immagino senza poter dissimulare in volto l’eccitazione, che avevo dimenticato il borsello alla mensa chiedendogli se qualcuno glielo avesso portato. Lui grassottello ed impassibile, me lo ricordo benissimo, e quasi sornione, mi dice di no e che comunque ormai la mensa era chiusa e di non preoccu-

parmi che alla fine della serata lui mi avrebbe portato lí a prendere il mio borsello. Ma come? Dissi tra me e me. Alla fine della serata? E poi se nessuno glielo aveva portato, allora voleva dire che non l’avrei ormai ritrovato e che quindi era irrimediabilmente perduto: un piccolo borsello con parecchi soldi, in un posto pubblico cosí anonimamente affollato, dopo piú di tre ore, impossibile, ormai era tutto perduto, un gran bel guaio, quasi una tragedia. Tornai nella sala da ballo, informai gli amici, la serata per noi non fu piú la stessa di prima, ma naturalmente suonammo fino alla fine e quindi, quasi tanto per non lasciar perdere, tornai dall’americano che ritrovai abbastanza sonnecchiante e gli ricordai che mi aveva promesso di accompagnarmi alla mensa ed aprirmi la porta. Ah! Si certo, me ne ero scordato, vieni ...andiamo a prendere il borsello che hai lasciato lí e, sempre con la sua aria un pó troppo

I Marines:Enzo Macchi,Luigi Sciarra,Sergio Serse,Gianfranco Perri (in alto a sinistra) e Antonio Volpe


La Base U.S.A.F. di San Vito dei Normanni

Musicisti Brindisini Anni 50-60-70 Nikola Poli Nella base U.S.A.F. iniziai a suonare nel 64, tutti i venerdì e sabato per diversi anni col gruppo I Moderni nell'Official Club (adibito poi a radio privata americana sui 108.5 mhz) grazie all'impresario, console italiano Ravaglioli. In seguito con Temy & New Crickets nell' N.C.O. Club, e ci tengo anche a ricordare l'impresario "Lorenzo" (suocero del nostro amico Marco Sciarra). Prima che chiudesse la Base suonai da solo con un loro piano tipo Far West in un club privato per Ufficiali "Hide Way". Quanto tempo ho trascorso frequentando la base, diciamo forse una trentina d'anni! A voi amici musicisti brindisini altri commenti con i ricordi che sicuramente non vi mancheranno! Marzia Libardo Sì hai ragione, sono tanti i ricordi caro Nikola. Anche io ho vissuto i tempi della base all'Official Club, piú da ospite che da partecipante. Andavo a ballare e mi divertivo tanto: un piccolo aspetto del mondo americano che a quei tempi ci appariva tutto big e wonderful! Franco Sgura Vero Nikó, tanti ricordi, ed eravamo fortunati ad avere la possibilità di suonare e naturalmente ascoltare la loro musica in primis di tutte le hit Americane non da tutti. Bellissimo! Io ci ho suonato tantissimi anni, basta immagginare che avevo nove anni quando entrai con Temy. Il gruppo si chiamava La grande crisi. Insomma tanti ricordi bellissimi e una vita vissuta con americani che andavano e altri che arivvavano e tra questi c'erano bravi musicisti con i quali abbiamo stretto amicizia e si era istaurato un rapporto bellissimo. Che dire, tanta nostalgia e tanta buona musica che non si suona più peccato! Marco Sciarra Serate bellissime, con buona musica live! Gianfranco Perri Grazie Niko' per rispolverare tanti bei ricordi. Alla Base USAF ci suonammo alcune volte anche noi I Marines intorno al 1966. L'ambiente era molto piacevole e le serate con gli americani molto divertenti. In una di quelle ricordo la presenza di un illusionista e tra i suoi vari numeri, quello in cui al volontario malcapitato dopo l'ipnosi offriva una gran bella cipolla descrivendola come una mela della California da mordere con avidità. Poi in piena fase di masticazione svegliava il malcapitato... Immaginatevi il divertimento di tutti, meno uno! Nikola Poli Spero che non sia capitato proprio a qualcuno dei Marines! Gianfranco Perri No, il malcapitato del giochetto era un americano, era un ufficiale di colore, ed era sí dei Marines, peró di quelli che vanno in guerra mentre noi solo facevamo all´amore, Hahaha! Nikola Poli Un pomeriggio presi al volo una bicicletta parcheggiata vicino al locale per andare in un altro club privato di ragazzi e mi vidi seguito subito dalla cadillac della polizia con i lampeggianti. Moh mi rrestunu pensai, ma erano amici militari che di solito stavano all'ingresso alla sbarra e mi sentii dire col megafono: Addò sta vai? Hahah, pregandomi di riportare la bicicletta al suo posto! Efisio Panzano Un altro pomeriggio del 4 di luglio, festa nazionale americana, noi suonavamo sulla Main Street della base. Il palco era un rimorchio militare americano, lunghissimo ma non molto alto da terra, mentre ai lati della strada c'erano degli stands con tiro a segno e giochi vari in cui gli ufficiali, per beneficenza, si prestavano a fare da bersaglio ai tiri dei soldati; non mancavano gli stands gastronomici messicani, proprio come nelle nostre feste patronali. Mentre ci stavamo dando dentro di brutto, il finale del nostro impianto di amplificazione incominció a fumare per il troppo lavoro e un odore di bruciato si sparse per l'aria. Per fortuna era l'ultimo pezzo prima della pausa, così decidemmo di fare un rapido salto a Brindisi e sostituirlo e ci trovammo immersi in una incredibile avventura da tipico telefilm americano. Sul lungo viale che portava all'uscita, nei pressi della banca, una macchina americana della Polizia lunga almeno 5 metri, sbarrava la strada di traverso con i lampeggianti accesi. Dietro l´auto due agenti inginocchiati, colt in pugno, intimavano l'alt a dei rapinatori incappucciati. Pino Sammarco Nikò, ti ricordi quando suonammo con quel complesso americano dove il nero Ivan suonava il sax e dove le cantanti erano tutte di colore? Nikola Poli Molto bravo Ivan al sax, suonò in America anche con Otis Redding prima dell'incidente dell'aereo e poi anche con Wilson Pickett. Ma le tre coriste nere, uèh Peppì, erano uno spettacolo solo a vederle. Il batterista nero se non aveva la cassa di birra affianco non suonava, i tre fiatisti mi sa che non bevevano proprio, le coriste bevevano invece al posto loro, gli unici due bianchi cadaverici eravamo io e te Peppì. Non mi ricordo il nome di quella bevanda che gustavamo...! Pino Sammarco Cubalibra Nikó! Nikola Poli Già cubalibra! Squisita bevanda, era la prima volta che assaggiavo un cocktail così ottimo! Per ste cose gli americani erano artisti! Ricordo ancora il sapore di quella coca cola bevuta fresca nei pomeriggi d'estate, un sapore che non ha per niente a che vedere con quella italiana, tutto un altro pianeta, e quei cubetti vuoti da dentro di ghiaccio dentro quei bicchieroni, ricordo che quando dovevamo suonare la sera andavamo a "montare gli strumenti" fin dal pomeriggio presto,hahaha! Gianfranco Perri “Cubalibre”, che poi vuol dire Cuba Libera, miscela di rum con coca cola e ghiaccio, con eventualmente una scorsa di limone. Quando nel 1898 gli Stati Uniti s´impossessarono dell´isola (liberandola a loro detta) cacciando dopo una guerra gli spagnoli che l´avevavano colonizzata, i soldati americani provarono a mescolare il locale e comunissimio rum con la americanissima coca cola e tanto ghiaccio: un gusto squisito! Nikola Poli Ahahahah, infatti Gianfrà, quando c'erano i soldati che ne bevevano tanto a volte la serata finiva a botte e volavano anche i tavolini. Ma era tutto nei limiti ed era tollerato, si dovevano sfogare in un modo o nell'altro, forse alcuni ritornavano addirittura dal Vietnam!


24 placida, si avvió mentre io lo seguivo con la mia incavolatura anche un pó accentuata da quella sensazione di assoluto menefreghismo e comunque di mancanza di solidarietá che ero sicuro di star leggendo nell’atteggiamento dell’americano. Entrammo, accese la luce, il mio sguardo si posó su quello che era stato il nostro tavolo, e ... naturalmente il borsello non c’era. Mi stavo accingendo al dietro front quando l’americano mi guarda e dice: Dove lo hai lasciato? ...No, non c’é, abbiamo cenato su quel tavolo lí, ma non c’é. L’americano si dirige deciso verso il tavolo, si guarda intorno, guarda per terra, smuove le sedie piú prossime, poi con l’indice segnala una sedia poco distante da lui e dice: É quello, no? Corro verso la sedia segnalata ed il mio borsello era lí, intatto. Lo presi di impeto e dipingendo un gran sorriso sul mio volto dissi: Si, si, grazie. Tornai di corsa dagli amici che avevano finito di smontare gli strumenti e comunicai loro la buona nuova: fu festa grande per tutti, un avvenimento eccezionale, un favoloso colpo di fortuna, praticamente una vincita alla lotteria! *** Ebbene, solamente dopo tantissimi anni avrei capito che non si era trattato in assoluto di un avvenimento eccezionale né di un favoloso colpo di fortuna, ed avrei anche capito che l’atteggiamento di quell’americano non era stato di menefreghismo, ma la sua era stata la naturale reazione di chi é semplicemente convinto che non stia accadendo nulla di particolarmente grave o sgradevole: per lui non c’era stato nulla di anormale, ...se uno dimentica un oggetto proprio in un luogo pubblico delimitato, deve semplicemente tornare a riprenderselo, indipendentemente dal valore della cosa ed indipendentemente dalla quantitá di persone presenti o transitanti sulla scena della dimenticanza! Tutto quello lo compresi quando cominciai a frequentare con una certa regolaritá gli Stati Uniti a partire dal dicembre del 1981, prima saltuariamente da semplice turista visitando con la famiglia la Florida, New York, le cascate del Niagara, le piste da sci dello stato

MARTEDÌ 11 OTTOBRE 2011 “in controcorrente e senza polemiche”? Ma perché son certo di poter cosí rendere un buon servizio informativo, magari forse alla fine anche da qualcuno apprezzato, ai miei tanti amici italiani dai quali ho in piú occasioni dovuto ascoltare, quasi sempre in buona fede, apprezzamenti diciamo “poco lusinghieri” nei confronti degli americani, in una sorta di sport alla moda ed in mezzo ad una totale confusione e sovrapposizione di concetti, tra popoli e governi, tra politica e civismo, tra cultura ed educazione. Apprezzamenti quelli peró sempre, o quasi immancabilmente, fondati sulla totale assenza di una qualche conoscenza diretta di quel paese d’oltre oceano e fondati quindi, e ripeto in buona fede nella maggioranza dei casi, sul sentito dire, sull’aver letto sul giornale, sull’aver visto in televisione, anche se spesso peró imboccati, mi consta per aver anch’io letto quei giornali ed ascoltato quelle televisioni, da chi per ignoranza o per mestiere ed interesse, fa disinformazione. E poi mi vien di parlarne su queste pagine brindisine anche pensando che facendolo mi riesca magari di stimolare un sano senso di sfida a non mollare tra quei tanti giovani amici che di fronte alle molteplici tristi manifestazioni giornaliere, sentono spesso di aver perso ogni speranza di poter assistere ad un riscatto civico dei propri concittaini e della propria cittá: coraggio, si tatta di cose relativamente semplici, se sono possibili in altre latitudini saranno, per lo meno in parte, possibli anche qui, non demordiamo! E comunque chiarisco da subito ed a scanso di equivoci, che sono serenamente convinto e cosciente del fatto che di certo son moltissime e di varia natura e peso le critiche che si possono e si devono legittimamente indirizzare agli Stati Uniti, ai loro governi, alle loro istituzioni, alle loro politiche, alle loro leggi, alle loro azioni e quant’altro. Io stesso potrei scrivere ben piú numerose pagine su tali argomenti, ma mi son riproposto in questa occasione di contribuire a colmare quello che considero sia, tra i miei concittadini, un vuoto di informazione ingiustificato ed ingiusto

La grande antenna della base USAF di San Vito dei Normanni di Vermont, New Orleans, Las Vegas, Cicago, Boston, l’Alaska, lo stato di Maine, e poi via via sempre con maggior frequenza fino a che durante gli ultimi dieci anni ho molto spesso visitato San Francisco dove mio figlio Juan Francisco ha studiato ed ora vi lavora avendo messo su casa con una bellissima bambina, ed ho anche preso una abitazione stabile a Miami dove vive mia figlia Andreina con le sue due bellissime bambine: di fatto trascorro ormai vari mesi all’anno in quella parte di mondo. Perché quindi parlare “bene” degli americani e perché parlarne

nei confronti degli uomini e delle donne di quel paese americano. Mi ripropongo anche di non scrivere per aver sentito dire, ma di raccontare unicamente alcune delle mie simpatiche esperienze dirette, e del resto trovo in questo senso difficoltá solamente in selezionarle tra le tante di cui dispongo. E si, perché parlando di dimenticanze io ho la fortuna di avere una moglie le cui qualitá mi permettono di poter attingere con facoltá di scelta dal suo abbondante repertorio, americano in questo caso. ***** I miei tre figli hanno imparato da

piccoli a sciare tra i bellissimi paesaggi nevati dello stato di Vermont, piú vicino a Caracas rispetto alle nostre ancor piú belle montagne alpine ed appenniniche. Esiste nel nord dello stato di Vermont un pittoresco paesino di montagna chiamato Stowe ed in quella fredda sera di dicembre del 1993 eravamo andati tutti a cena presto, felicemente stanchi dopo la lunga giornata trascorsa sugli sci. Quando andammo via il ristorante era ancora abbastanza affollato e c’era anche qualche cliente in attesa di essere sistemato per la cena. Stava nevicando leggermente ed al mattino seguente, domenica, dovevamo ripartire per la seguente tappa di quelle vacanze natalizie. L’albergo distava qualcosa piú di un’ora e, arrivati praticamente a metá strada, Mariana mia moglie, esclama freddamente: Ho dimenticato la borsetta appesa alla sedia del risorante, con soldi e carta di credito, ...quella borsetta é praticamente nuova, un recente regalo certo di valore ragguardevole. Che si fa? É tardi, domattina dobbiamo partire dall’albergo in direzione opposta a quella del ristorante che non sappiamo se aprirá né sappiamo a che ora. I cellulari non sono ancora cosí a portata di mano e non possiamo neanche essere sicuri che il ristorante sará ancora aperto e sopratutto, le probabilitá di ritrovare la borsetta dopo quell’ora e piú che sarebbe trascorsa tra l’uscita e l’eventuale ritorno al ristorante, sono decisamente basse, anzi nulle direi! Propongo rinunciare, raggiungere l’albergo, annullare la carta di credito e dimenticarsi della borsetta. ...Tutto sommato non é poi una gran tragedia. Mariana non é d’accordo per via della sua bella e nuova borsetta e, dopo una rapida e democratica votazione, si decide per 3 a 2 di ritornare al ristorante alla ricerca della borsetta. Il percorso del ritorno naturalmente é, o pare essere, piú lungo di quanto avevavamo stimato, per strada non si incontra quasi nessuno, le luci delle poche case quasi tutte spente, ...gli americani cenano molto presto, tra le 5 e le 6 e d’inverno in campagna vanno a letto presto. Dopo l’ennesima curva dietro la quale ci sarebbe dovuto essere il ristorante che non c’era, finalmente lo intravediamo: non ci sono piú automobili parcheggiate ...cattivo segnale, le luci sono molto fievoli, quasi spente, credo proprio che abbiamo fatto buca. Peró sotto la porta in penombra c’é qualcuno che si muove ...ma si, é la cameriera che ci aveva servito la cena, una giovane biondina e scolorita, é appena venuta fuori dalla porta ed agita le mani in segnale di saluto verso di noi, é abbastanza intirizzita ed ha in mano la borsetta! Ci spiegó, con tono molto rammaricato e quasi come volendosi scusare, che un cliente gliela aveva consegnata, che non sapeva dove eravamo alloggiati, che il giorno dopo il ristorante sarebbe rimasto chiuso, che l‘ora della chiusura era giá trascorsa da circa un quarto d’ora e che lei, presentendo che saremmo ritornati a prendere la borsetta, aveva chiesto al manager di lasciarla ad aspettarci e che dopo il nostro arrivo avrebbe chiuso lei

Ancora un’immagine dei il ristorante. Tutto qui, ed era tanto contenta perché non si era sbagliata! Che dire? Naturalmente nulla, in quel momento ci mancarono le parole, prendemmo la borsetta con un semplice grazie e sperando solo di averle trasmesso con almeno lo sguardo la nostra profonda allegria e gratitudine. Ma del resto quella ragazza non si attendeva di certo molto altro, per lei era tutto normale: che la borsetta gli fosse stata consegnata intatta da uno dei clienti, che lei ce l‘avesse consegnata allo stesso modo, e che per far ció lei avesse atteso fuori orario il nostro probabile arrivo nonostante la notte fredda e ritardando il suo rientro a casa dopo aver concluso la sua giornata di lavoro. *** Ma adesso ne racconto una piú simpatica, ed anche piú breve, l’ultima di questo che potrebbe essere un lunghissimo filone. Il mio terzo figlio Roberto che adesso vive e lavora a Madrid, é stato da adolescente un pó, diciamo, troppo vivace, e su consiglio dei suoi maestri decidemmo che a 14 anni gli avrebbe giovato frequentare un anno scolastico in una scuola militare, un pó di disciplina gli avrebbe fatto proprio bene e cosí: a Valley Forge una gloriosa accademia militare liceale in Pensilvania. Mariana ed io lo andammo a visitare durante tre giorni in occasione della cerimonia di chiusura dei loro campionati sportivi: un campus bellissimo ed elegantissimo, tra enormi prati verdi impeccabilmente curati e tanta disciplina. Erano i primi di novembre del 1996, non faceva ancora troppo freddo ed alloggiammo in un resort poco distante dall’accademia, dove in quei giorni alloggiavano anche molte altre famiglie americane in visita ai loro cadetti. Trascorso nel migliore dei modi quel piacevole soggiorno, arrivó il giorno della partenza: lunedí mattina alle 8 in punto, imboccando subito la vicina autostrada, verso l’aereoporto distante una cincuantina di chilometri dall’albergo e

per fortuna in senso opposto all’intensissimo traffico di quell’ora di punta. Poco prima di raggiungere l’aereoporto, la solita laconica notizia di Mariana: Ho dimenticato in albergo il giacchino di cashimire, forse in stanza, forse alla reception, forse lungo il percorso dalla reception all’auto. Che fare? Questa volta non ci sono alternative, il traffico in senso contrario é intensissimo ed il tempo a disposizione prima della partenza dell’aereo non consente di ritornare in albergo a prendere il pregiato giacchino, pazienza! Dopo qualche giorno dal nostro rientro a Caracas, Roberto telefonicamente ci racconta: Mamma, ma non lo sai che la tua taglia é un pó piccola per me? E poi che le giacche da donna abbottonano al rovescio di quelle da uomo? Grazie tante ma no era proprio il caso che tu mi regalassi il tuo giacchino di cashimire, anche se qui ora fa veramente tanto freddo! Stava scherzando naturalmente, ma ci stava raccontando esattamente quello che gli era passato per la mente al vedersi recapitare un pacchettino postale, afrancato e con un mittente manoscritto sconosciuto, con dentro il giacchino di cashimire di sua madre. Poi peró aveva letto il bigliettino manoscritto che lo accompagnava: Sono il consierge del Resort... e questo giacchino mi é stato consegnato da un cliente dell’albergo che lo ha trovato a terra nel parcheggio, io ho riconosciuto essere quello della signora Perri che aveva appena lasciato l’albergo e che so vive in Venezuela ed alla quale pertanto non mi é possibile farlo recapitare. Tu dovresti essere il figlio dei signori Perri che so erano in visita all’accedemia di Valley Forge e pertanto ti sto inviando il giacchino affinché tu lo possa riconsegnare a tua madre. Saluti John! ...Incredibile no? Ma questi episodi certamente non isolati, ve lo posso assicurare, non sono neanche casuali e denotano infatti tutto un articolato atteggiamento civico che non si limita


CRONACA DI BRINDISI

MARTEDÌ 11 OTTOBRE 2011

certo al solo rispetto delle cose altrui, che non sarebbe poi cosí poca cosa, anzi: dimenticare di chiudere a chiave l’auto parcheggiata per strada con dentro una laptop relativamente in vista e ritrovare dopo un paio d’ore l’auto e la laptop, ...a me che vivo in Sudamerica fa veramente tanta invidia! *** Gli americani, é luogo comune, rispettano rigorosamente le file, tutte le file: a piedi ed in auto, al coperto ed alle intemperie, nel pubblico e nel privato, non usano mai i gomiti e né qualcuno esercita precedenze di favore sulla base di conoscenze, amicizie, parentele, appartenenze, o quant’altro. E qui verrebbe naturale parlare di raccomandazioni e di meritocrazia, ma il capitolo sarebbe lungo ed il paragone sarebbe troppo doloroso, quindi meglio saltare per questa volta. Gli americani, non solo non si appropriano allegremente delle cose altrui lasciate incustodite, ma non si appropriano neanche del sapere altrui: a scuola non si copia! E non perché la sorveglianza sia molto rigorosa o tecnologicamente sofisticata, ma semplicemente perché non é etico farlo. Copiare un compito o un esame

equivale a dire formalmente una bugia, quella di affermare di aver risolto un problema senza che sia vero, e questo tipo di bugia é considerato gravissimo. Mio figlio Juan Francisco, prima di iniziare a studiare ingegneria al Politecnico di Torino ha frequentato il primo anno dell’accademia navale mercantile dello stato del Massachusetts, la MMA (Massachusetts Maritime Accademy) di Cape Code nell’anno accademico 1995-96, perché voleva perfezionare il suo inglese e voleva fare una esperienza singolare. Mentre lui frequentava quell’accademia, un suo collega cadetto americano dell’ultimo anno, in procinto quindi di laurearsi, fu espulso definitivamente dall’accademia senza possibilitá di appello, perché si scoprí che aveva copiato in un esame. Per strada negli Stati Uniti non si gettano od abbandonano rifiuti di nessun genere ed in nessuna circostanza: non dalla finestra di casa, non dopo il picnic nel parco o sulla spiaggia, non durante lo spettacolo in piazza o allo stadio o al cinema, non dalle viscere dei propri cani, non dal finestrino dell’auto, e cosí via. Certo, si potrá dire perché le multe sono salatissime, ed é vero: negli Stati Uniti

“ QUESTA E’ LA LEGGE ” 

non solamente si esercita la certezza della pena, ma anche la quasi certezza che l’infrazione commessa sia individuata. Quando guidando viene il dubbio di aver forse commesso un’infrazione, magari leggera, vien quasi automaticamente di guardare nello specchio retrovisore per verificare se per caso ci sia qualche auto o moto della polizia in zona, ...ebbene il 90% delle volte quell’auto o quella moto c’é. Sembra incredibile, ma é proprio vero, c’é sempre tanta polizia: municipale, stradale, statale, federale e quant’altro. Ma allora non é che i cittadini statunitensi siano particolarmente corretti, é solo che hanno timore della polizia e sanno inoltre che la polizia c’é sempre e che le infrazioni si pagano! Ebbene si, tutto vero, ma chi puó sapere se é nata prima l’educazione civica o il castigo all’infrazione? L’uovo o la gallina? Ma a questo punto forse non é neanche cosí importante trovare la risposta a tale quesito. In fondo ormai a poco a poco il senso civico, anche se magari inconsciamente indotto dal timore alla punizione, é alla fine entrato nel loro DNA. Su alcuni segnali stradali che indicano il limite di velocitá consentito, oltre al numero che lo identifica si puó anche leggere “this is the law”. Ossia: questo limite non é un qualcosa di capriccioso o un suggerimento, ma “é la legge”, come a voler dire,... e quindi “é veramente e semplicemente da rispettare”! Curioso no? É risaputo che negli Stati Uniti le tasse si pagano, puntualmente ed improrogabilmente, e che la loro evasione comporta la galera effettiva, tutti ricordano che Al Capone fu finalmente arrestato e imprigionato per evasione fiscale, e non é certo il solo caso eclatante. Peró esiste anche la contropartita ed i soldi, dallo stato e non solo dallo stato, ai cittadini vengono anche celermente restituiti. Ed a questo proposito un ultimo simpatico e sintomatico episodio: Stavo visitando in una cittadina del Connecticut un amico italiano, il bravo geologo Piero Feliziani, romano, anzi laziale perché in gioventú aveva giocato in Serie B con la Lazio. Anche lui era in vacanza negli Stati Uniti in quel dicembre del 1987 in visita ad una delle sue figlie che lí ci viveva da moltissimi anni, ed io lo andai a visitare proprio a casa di sua figlia. Nel bel mezzo della chiacchierata mi dice di seguirlo nello studio perché mi vuol mostrare un quadro da lui appena ritirato dal corniciaio. Il quadro incorniciava un assegno, il beneficiario dell’assegno era la figlia di Piero, il traente (colui che stava pagando) dell’assegno la compagnia telefonica del Connecticut, l’importo dell’assegno 0,50 centesimi di

dollaro. Allorché Piero mi racconta che la settimana scorsa la figlia, di sera e mentre piovigginava, si era diretta ad un telefono pubblico da strada -cellulari non ne esistevano ancora- per fare una telefonata. Aveva introdotto una prima monetina da 0,25 cents e non aveva ricevuto la linea, quindi ne aveva introdotto una seconda e di nuovo niente linea: era guasto. Per fortuna affianco ce n’era un altro di telefono pubblico dal quale, per prima cosa, chiama al número gratuito della societá telefonica, chiaramente segnalato, per informare che l’altro telefono del quale aveva diligentemente annotato il numero di identificazione anch’esso chiaramente segnalato, era guasto. L’operatrice con tono fiscale le chiede di raccontare esattamente tutti i dettagli dell’accaduto e quindi il nome cognome ed indrizzo di residenza. Chiuso l’episodio, fatta la telefonata, e buona notte. Dopo esattamente quattro giorni arriva a casa una busta della societá telefonica con il famigerato assegno da 0,50 cents e con una lettera succinta che spiegava dell’avvenuta riparazione del telefono guasto e del rimborso dovuto per le due monetine pagate senza il corrispettivo servizio.... Interessante no? *** E concludo con un aneddoto ed una breve riflessione, indotta dallo stesso aneddoto. Anni fa un acuto venezuelano amico mio, per spiegarmi sinteticamente la differenza tra gli americani degli Stati Unidi e gli americani del Sudamerica, ed ovviamente il concetto sarebbe ben valso anche per noi, mi raccontó che dopo un naufragio approdarono su un’isolotto deserto ed assolato dei Caraibi -immagino come quello meraviglioso di Tortola di fronte all’isola San Thomas sul quale mi ha scaricato qualche giorno fa la nave da crociera assieme a tutti gli 11 della mia squadra festeggiatrice del 60° anniversario della mia nascita- due uomini: uno statunitense ed un sudamericano, credo quest’ultimo fosse argentino di origini napoletane o pugliesi. *** Lo statunitense era un impiegato di mezza etá mentre il sudamericano era piú giovane, quasi un ragazzotto, aitante e di mestiere faccendiere. Non si sa bene come andarono esattamente le cose, ma sta di fatto che dopo circa una settimana dall’approdo si era raggiunto il seguente equilibrio: lo statunitense aveva il compito di raccogliere i frutti selvaggi reperibili, cercare molluschi e quant’altro di commestibile vi potesse essere sulle rive, raccogliere la pochissima acqua che gocciolava da qualche avara sorgente che

25

bisognava andare ad incontrare su per l’impervia collina adiacente, accendere il fuoco di sera etc., etc., perché da ragazzo era stato boyscout e tutte quelle cose, piú o meno ricordava come si dovessero fare. Il faccendiere sudamericano si era invece autoassegnato il compito di studiare di sera le stelle e le costellazioni per cercare di identificare l’esatta posizione geografica dell’isolotto, visto che lui da ragazzo era stato appassionato di astronomia e quindi ne sapeva abbastanza, poi per il resto poteva fare ben poco perché si sentiva depresso e, sfortunatamente, durante le vicissitudini del naufragio doveva anche aver preso inavvertitamente qualche colpo su una delle gambe che gli faceva ancora cosí tanto male che quasi non riusciva a caminare. Dopo qualche altro giorno, sullo stesso isolotto approdó una scialuppa di salvataggio con una dozzina di altri naufraghi miracolosamente sopravvissuti, metá sudamericani e metá statunitensi. Anche qui non si sa bene come siano andate esattamente le cose, ma sta di fatto che i due gruppi decisero di separarsi. Trascorsero cosí le settimane ed i mesi fino a quando i naufraghi statunitensi furono avvistati da una nave, grazie al sistema di segnalazione che avevano ideato e posizionato: erano in buon stato di salute, avevano organizzato una comunitá ordinata e lavorando a rotazione avevano costruito un rifugio, coltivato un orto, etc. Naturalmente ci si preoccupó di andare a soccorrere anche i naufraghi che si erano stabiliti dall’altra parte dell’isolotto: erano tutti vivi anche se un pó malandati, dormivano alle intemperie e mangiavano saltuariamente, si era creata qualche inimicizia nel gruppo peró anche loro si erano ben organizzati: avevano creato due o tre commissioni, una per i servizi, un’altra per la sicurezza, un’altra per qualcos’altro, un disgraziato si era ammalato e non poteva far nulla, ma alcuni erano convinti che si trattasse solamente di uno sfaticato che fingeva di star male per non lavorare, mah, chissá! Caro Gianfranco concluse il mio amico, questa é la differenza che ti volevo spiegare: Uno scugnizzo sudamericano puó anche “far fesso” un dottore statunitense, di fatto spesso con un’apparenza da boyscout nonostante l’etá. Ma piú statunitensi messi assieme, come comunitá prevarranno sempre e di gran lunga su un insieme di sudamericani, con la disciplina, la solidarietá, l’educazione, con insomma il senso civico. Ebbene amici miei, mai la furbizia, l’individualismo e la scarsa educazione civica hanno reso grande un intero popolo, ve lo posso giurare!


20 CRONACA DI BRINDISI

Via da brindisi

VENERDÌ 11 NOVEMBRE 2011

Corrispondenze dal mondo di GIANFRANCO PERRI

Il docente brindisino, ingegnere minerario in Venezuela, ci invia una corrispondenza dal mondo

Brindisi, perla in un pianeta di bellezze «Siate fieri della città e di chi l’ha fatta grande» Via da Brindisi. Una strada che nella toponomastica non esiste e che però è la più popolata da brindisini. Via da Brindisi raccoglie tutti quelli che, per scelta o per necessità, hanno lasciato Brindisi e vivono in altre città dell’Italia o del mondo. Da qualche giorno Senzacolonne diffonde via internet, gratuitamente, la versione digitale integrale del giorno precedente. E’ un modo in più per ricomporre questa fantastica comunità che pulsa di brindisinità e che ha diritto di essere informata di ciò che avviene nella sua terra. Riteniamo fondamentale il contributo di questi brindisini perché spesso da lontano si ha la possibilità di esaminare con maggiore obiettività ciò che avviene in questa città. Tra i brindisini che vivono lontano, molto lontano, c’è Gianfranco Perri: ingegnere, docente universitario, progettista e consulente di gallerie e opere sotterranee, Segretario della Società Venezuelana di Opere Sotterranee. Ma soprattutto innamorato della sua Brindisi che segue constantemente via Internet. Per il suo lavoro è in giro per il mondo ed è da lì, dal mondo, che gli abbiamo chiesto di inviarci riflessioni e impressioni su Brindisi e i brindisini. da BUENOS AIRES

Caro Direttore Gianmarco, Nel mio andare per il mondo avró incontrato forse un centinaio e magari anche piú di persone che di fronte alla mia affermazione di essere di Brindisi rispondendo alla naturale domanda che tra conoscenti circostanziali ci si scambia sul rispettivo luogo di provenienza, mi hanno replicato con decisione: certo Brindisi, io la conosco, ci sono passato per

andare in oriente via mare, un bellissimo porto! Il porto di Brindisi infatti, e lo sappiamo molto bene tutti noi brindisini, é stato nei millenni la principale porta d’oriente trovandosi strategicamente e naturalmente intagliato vicino l’estremitá del tacco dello stivale italico tutto propenso a sudest nel Mediterraneo. A Brindisi normalmente non ci si va, non ci si ferma, a Brindisi si arriva e si parte, da Brindisi si passa nonostante l’essere situato in una estremitá geografica. In un certo senso si tratta di una vera stranezza, perché normalmente i siti geograficamente estremi sono luoghi dai quali non si passa e quindi, o non li si conosce o, se c’é un qualche motivo specifico, ci si vá per arrivare, per fermarsi. Non ne son sicuro, peró credo che questa particolaritá possa essere interessante anche dal punto di vista di una sua possibile influenza sul carattere di noi brindisini e magari qualcuno, con la necessaria preparazione e autoritá nel campo, potrá anche trarre qualche considerazione utile o comunque di reale interesse sul tema. In me questa riflessione é maturata dopo aver ascoltato da un amico argentino un suo commento riguardante la sua cittá con i suoi abitanti, Buenos Aires, anch’essa un porto molto importante, anch’esso situato prossimo ad una estremitá geografica, nientemeno che quella dell’intero continente americano. **** In questi giorni sono a Buenos Aires, ci sono stato anche diverse altre volte, questa volta per seguire il corso di un importante lavoro sotterraneo, la costruzione da parte di una societá italiana di due lunghe gallerie che ho progettato per il drenaggio dell’intera cittá: Buenos Aires é infatti abbastanza piatta e bassa sul mare, e quando piove a dirotto il drenaggio naturale é assolutamente inefficiente, tant’é vero che un primo sistema di drenaggio sub-superficiale era giá stato costruito piú di un secolo fa, ma ormai é diventato assolutamente insufficiente, e risolvere il problema é oggigiorno una necessitá impellente.

Buenos Aires é invece, nel pieno rispetto della regola, un luogo dal quale non si passa, ma al quale si arriva di proposito, e per fermarsi. Non si va a Buenos Aires per poi proseguire il viaggio: o ci si ferma, o si torna indietro. Milioni di italiani arrivarono, all’incirca 3, pochissimi tornarono indietro e molti si fermarono, ...e sono ancora li, anche per strada, al tavolino del caffé leggendo il giornale mentre sorseggiano un buon espresso o un buon cappuccino accompagnato da una sfogliatella napoletana appena sfornata, o bevendo un fernet: ne bevono tantissimo, senza che da loro sia mai minimamente passato di moda. Cosí come non sono passati del tutto di moda i vari oggetti di metallo ancora in uso a tavola o al bar: la cannuccia metallica del mate, il tipico té argentino, le scodelle e le tazze o addirittura i piatti di latta smaltata, le coppe metalliche per il gelato o lo spumone della domenica al tavolino del caffé del corso. E’ strano da descrivere, ma alle volte entrando in qualche bar un pó periferico di Buenos Aires, mi sono come sentito ripiombare nell’atmosfera della mia infanzia trascorsa in quella Brindisi povera degli anni ’50 in cui senza tante luci sfavillanti tutto era semplice ed allo tesso tempo decoroso, come lo sono gli stessi

camerieri in pantalone nero abbastanza slucido e spesso anche rattoppato con cura, ma immacolato ed impeccabilmente stirato: ... una sensazione veramente strana, ma bella, da “amarcord”. Cercando in qualche modo di avanzare o quanto meno di ipotizzare una possibile spiegazione sull’origine del carattere risaputamente e aneddoticamente orgoglioso in eccesso con un’autostima cosí spinta da rasentare la presunzione e grazie al quale i cittadini di Buenos Aires assegnano alla loro cittá un’infinità di positivi primati, il mio amico argentino mi commentava che proprio in quell’ubicazione cosí geograficamente estrema era possibile scoprire i meandri di quella personalitá. I “portegni” questo il nome piú frequentemente attribuito agli abitanti di Buenos Aires, nutrono nei confronti di loro stessi e della propria cittá un affetto eccessivo, veemente, viscerale, che giunge ad essere cosí intenso da offuscare la loro ragione. E tutto ció accade, secondo quel mio amico argentino, perché sono cittadini di un paese giovane che come tale reagisce agli schiaffi della storia, un popolo abituato a perdere tutto e a ricominciare, con la congenita necessitá ogni volta di avere un appiglio da cui ripartire. Tra molti brindisini invece, e tutto al contrario di quanto appena commentato per i portegni di Buenos Aires, sembra alle

“Riachuelo”il porto dello storico quartiere La Boca di Buenos Aires

Hotel Plaza - Buenos Aires 1909 volte prevalere una specie di autolesionismo, e lo sport di moda sembra essere: L’erba del vicino é sempre piú verde. Non si è quasi mai soddisfatti della propria cittá e dei propri concittadini e si tende a vedere tutto quello che hanno le altre cittá, specialmente se vicine, come qualcosa di molto migliore. Naturalmente é utile e necessario essere critici, peró costruttivamente critici e non critici a priori, accarezzando magari la comoda posizione di, ...tanto per questa cittá non c’é speranza ...con questi cittadini son si puó fare nulla di buono, e finire cosí di auto convincersi che la colpa é naturalmente degli altri, e finire cosí di auto giustificarsi del proprio operato o della propria inoperanza, tanto comunque non val la pena di impegnarsi perché tutto é assolutamente inutile! Sará tutto ció colpa dell’essere Brindisi posta in un luogo geograficamente estremo e nonostante essere al contempo un luogo in cui in tanti solo passano? Arrivano, partono, ma non si fermano, adesso e nei millenni trascorsi! Chi lo potrebbe analizzare e quindi darci un’opinione in merito? Mentre attendiamo un qualcuno che lo faccia peró, non adagiamoci troppo nell’attesa, lasciamo da parte gli aneddoti e le antipatiche stereotipificazioni, e segnaliamo


CRONACA DI BRINDISI

VENERDÌ 11 NOVEMBRE 2011

invece che per fortuna qualcosa sembra stia in qualche modo cambiando. Non vivendo a Brindisi, ma ritornandoci sistematicamente, con scadenze purtroppo non cosí frequenti come mi piacerebbe anche se per fortuna neanche cosí diradate, sono forse in qualche modo agevolato nel poter piú facilmente notare quei piccoli cambi che per essere molto gradati restano forse impercettibili ai piú che la cittá la vivono tutti i giorni. E non mi voglio riferire ad alcuni dei timidi cambi fisici che pur ci sono stati negli ultimi anni, ma sto pensando a certi cambi, se non di mentalitá quanto meno di atteggiamento che, essenzialmente anche se non esclusivamente tra i giovani, definitivamente e positivamente possono essere obiettivamente colti. Nell’atmosfera che si comincia a respirare a Brindisi, finalmente si palpano il bisogno, il desiderio e la ricerca di superamento della stasi, di innovazione, di partecipazione e di protagonismo in relazione con la cittá e con le sue problematiche, sociali, ambientali, e culturali in senso generale: tutti aspetti civici che mi era sembrato fossero rimasti a lungo sommessi e sonnecchianti. Il sorgere di tante iniziative editoriali online e di tanti gruppi civici spontanei di giovani e di meno giovani, ne sono un segnale assolutamente inconfutabile: Brindisini la mia gente - Brindisi concittadini di cui andare fieri - Rinascita Civica Brindisina - Gruppo Archeo Brindisi - No al Carbone - Brindisi Bene Comune - Ilovebrindisi.it Brindisilibera.it - Brundisium.net Brindisiweb.it - Brindisireport.it ... Sará mai che la web ed i socialnetworks stiano dando la spinta decisiva necessaria alla riscossa civica cittadina? Certo non ci sarebbe da meravigliarsi, considerando che ben piú impensabili imprese sono state in qualche modo motorizzate dalla combinazione di questi due giganti protagonisti del presente e del futuro, tra tutte la primavera araba, per solamente ricordare quella piú recente ed anzi ancora in corso. Ed allora, me li immagino giá i miei concittadini completando il riscatto civico di Brindisi ed anche loro inorgogliendosi a pieno titolo

della propria cittá, e del resto i brindisini siamo portegni come gli abitanti di Buenos Aires, o magari de La Boca il quartiere portuale per eccellenza dove si respira ancora aria di porto italiano, anzi di porto dei genovesi che furono tra i primi ad arrivarci in massa a fine ‘800 inizi ‘900 per fondare il famoso quartiere che non ha mai piú perduto quella sua impronta “portegna” ed italiana. La Boca, con il suo incredibile teatro civicosociale La Catalina che ha una compagnia stabile composta da cuattrocento cittadini e nel cui ingresso sfoggiano dipinti allegorici dell’arrivo degli immigranti genovesi. La Boca, con il suo storico stadio La Bombonera della famosa Boca Juniors di Maradona. **** E se La Boca ci potrebbe far pensare alle nostre Sciabiche, il quartiere di Palermo ci potrebbe invece far pensare alla Commenda Sant’Angelo e Sant’Elia tutti assieme. Palermo vecchia, oggi alla moda con il nome di Soho, é il quartiere storico di Buenos Aires che ha visto nascere e crescere il grande poeta Jorge Luis Borges e dove ha anche abitato il famoso Quino, l’autore di Mafalda: in una delle stazioni della Metropolitana di Buenos Aires, d’improvviso un enorme mosaico con una striscia di Mafalda, ...bellissimo! Ma non si puó pensare a Buenos Aires senza parlare di tango, un ballo si, ma anche musica e canzoni di parole che raccontano. Insomma, tanta cultura nel senso piú intimo ed ampio immaginabile. A proposito di tango argentino mi piace qui trascrivere un pezzettino dell’ultimo simpatico romanzo della napoletanissima Valeria Parrella “Ma quale amore”. ... Nel piú ovvio locale di tango di Buenos Aires, quindi nel quartiere di San Telmo, ... seduti a un tavolo nella penombra scopro una cosa: chiunque da questa parte del mondo in cui viene pubblicato questo libro (in Italia per esempio) creda di star ballando il tango, deve sapere di star ballando un’altra cosa. Magari bellissima. Ma un’altra cosa. E’ come quando a Milano mangi una focaccina buonissima e tutti intorno a te si ostinano a chiamarla pizza. Uguale. Vediamo due coppie di ballerini che a prima vista ci sembrano brutti assai, e pure buffi con tutte quelle trine e quei damaschi addosso, ma diventano bellissimi appena la musica comincia. Quando la musica comincia, loro in uno spazio ridottissimo, scansando tavoli scrostati e camerieri come pinguini, scansando clienti che vanno al bagno e sempre sulle stesse cinque o sei mattonelle, disegnano l’amore, la

guerra, il sesso. A occhi chiusi, senza ripetere mai gli stessi movimenti, senza essersi “messi d’accordo”, ma appunto in un accordo interno che é la musica, ballano. Si respingono, si attirano, si disegnano l’un l’altro. … Ma il tango a Buenos Aires lo si balla ovunque, specialmente nelle “milongas”, specie di balere popolari, ed anche per strada: é facilissimo imbattersi in ballerini piú o meno improvvisati che si esibiscono su una piazzetta o tra i tavolini di in caffé. La prima volta che andai a Buenos Aires, con Mariana nell’aprile 1991, una sera dopo cena chiedemmo ad un tassista di portarci ad ascoltare un pó di buon tango. Naturalmente a San Telmo ci disse, peró vi porto in un posto non da turisti, ma da “portegni” ossia dove gli argentini di Buenos Aires vanno ad ascoltare il tango. Arrivammo giá sul tardi, la strada abbastanza appartata e semi buia, il taxi si fermó su quello che sembrava l’uscio di un bar di periferia. L’insegna era accesa “Los dos Pianitos” e con la luce fievole, cosí come fievoli erano le luci all’interno che si potevano indovinare dalla strada. Con Mariana ci guardammo con sguardo insospettito e preoccupato, ci dovevamo fidare del tassista? Ma il gioco era fatto e senza il tempo di altre riflessioni eravamo giá all’interno del locale. Poco piú di una mezza dozzina di tavoli, due o tre dei quali occupati da altrettante coppie. Al fondo il tipico bancone da bar e nel bel mezzo del salone due piani neri, posizionati di spalla, cioé l’uno con la spalla attaccata a quella dell’altro: erano i due piani che davano il nome al locale. Ci venne incontro il padrone del locale, un signore di una certa etá che salutó confidenzialmente il tassista, evidentemente suo amico oltreché coetaneo il quale, entrato con noi, si premuró di presentarci a quel signore. Ci accomodammo ad uno dei tavoli ed il tassista si andó a sedere da solo ad un altro tavolo, ordinando un bicchiere del solito. Il padrone di casa ci volle premurosamente spiegare che era un pó tardi e che, essendo un giorno intra settimanale, la musica dal vivo degli artisti del locale era ormai finita e che peró, con piacere lui ci avrebbe suonato qualche pezzo. Ci aprirono una bottiglia di vino rosso e ci portarono un bel piatto di formaggi assortiti, con qualche salsiccetta appena cotta alla brace che era naturalmente l’accompagnate per default. Dopo una decina di minuti, il signore di casa si siede al piano e comincia a suonare, divinamente e rigorosamente al ritmo di tango. Una delle coppie seduta ad uno dei tavoli, si alzó e comin-

21

Mosaico nella Metropolitana di Buenos Aires con una striscia di Mafalda ció a ballare, si trattava di una coppia attempata -noi vent’anni fa avevamo solo quarant’anni e non escludo che i tanti vecchietti che vedevamo forse oggi non ci parrebbero poi cosí anziani- che nella penombra sembrava quasi galleggiare tra i tavoli come dondolata dalle onde di un mare improbabile. Al secondo tango, il tassista si alzó si avvicinó al pianista e cominció a cantare “Por una cabeza”, un classico tra i classici di Carlos Gardel. L’ambiente si stava incredibilmente trasformando, da quello un pó triste e quasi squallido che ci aveva accolto, ad uno caldo armonioso e quasi magico. Invitammo il tassista a bere un bicchier di vino con noi, poi in effetti di bicchieri di vino ne bevemmo qualcuno in piú tutti quanti, la musica al piano proseguí con il suo canto e con il ballo, anche gli altri pochi clienti presenti si lasciarono coinvolgere e ci ritrovammo, noi compresi, a cantare in coro qualcuna delle strofe musicali piú conosciute e piú facili da intonare... Rimanemmo in quel locale poco piú di un’oretta in tutto e poi andammo via: un’esperienza molto bella, indimenticabile quanto imprevista ed imprevedibile. Questa volta a Buenos Aires, ad un tassista abbiamo chiesto se conoscesse “Los dos Pianitos” a San Telmo, ci ha risposto che il signore de “Los dos Pianitos” non c’é piú e che non ci sono piú neanche i due pianini! **** A Buenos Aires il corso era, ed in qualche modo lo é ancora, la Avenida Florida, il nostro corso Garibaldi con tutti i suoi tradizionali negozi di abbigliamento e caffé su tutti e due i lati. Negozi e caffé che nei vent’anni che son trascorsi dalla mia prima visita non son cambiati granché, nonostante il modernissimo centro commerciale aperto in uno storico edificio a tre piani della Florida che peró non ha affatto sconvolto l’aspetto d’assieme della strada, anzi se si é

un pó distratti si passa davanti all’ingresso del centro commerciale senza accorgersene tant’é ben camuffato ed inserito nel contesto Ah, una cosa poco comune, a Buenos Aires ci sono molti piú negozi di abbigliamento per uomo che per donna. Abbastanza singolare vero? Ad uno degli estremi dell’Avenida Florida c’é la Piazza San Martin, non é intitolata al santo ma al generale con quel cognome che condusse gli argentini all’indipendenza dalla corona spagnola. In uno degli angoli della piazza c’é l’Hotel Plaza, un albergo classico rimasto tale nonostante i nuovi tantissimi alberghi moderni aperti negli anni recenti. Come le altre volte, sono alloggiato all’Hotel Plaza, lo trovo molto bello e comodo, fu costruito nel 1909 ed in occasione del suo centenario é stata allestita nei suoi saloni una mostra storica permanente. E cosí, quasi per caso e con molto piacere, ho scoperto che uno dei posters della mostra é stato interamente dedicato al nostro grande Tito Schipa che nel 1939 visitó Buenos Aires, interpretó varie opere al bellissimo Teatro Colon (Cristoforo Colombo) e alloggió i questo stesso Hotel Plaza. Il ricordo del tenore leccese Tito Schipa ci riporta vicino casa e quindi a Brindisi. Lui infatti si prodigó a favore della nostra cittá in occasione della raccolta dei fondi per la costruzione del Monumento al marinaio, promuovendo a tal fine vari spettacoli al Teatro Verdi e partecipandovi in prima persona. Un grande esempio di generositá oltreché di talento, un motivo di legittimo orgoglio per i leccesi ed anche per i brindisini che sempre lo seguirono da molto vicino nel suo prolungato percorso artistico. E non si tratta certo di un caso isolato, la lista potrebbe essere molto lunga, anche se limitata alla sola Brindisi. La brava professoressa Giusy Gatti ha promosso una pagina fb titolata “Brindisi. Concittadini di cui andare fieri” e questa é la sua motivazione: ho creato questa pagina con l’intento di rendere piú consapevoli i nostri studenti del fatto che vivono in una cittá pregna di storia e di talento. Ebbene questa pagina si é subito arricchita di nomi e di fatti di Brindisi e di brindisini. Dei tanti nomi appartenenti a brindisini che affondano le proprie radici nella storia antichissima della nostra cittá, ai tanti altri nomi molto piú vicini ed anzi vicinissimi ai giorni nostri, fino ai numerosi attuali concittadini talentosi o a differenti titoli ammirevoli e meritevoli, dei quali appunto “andare fieri”. Quella pagina si continua ad arricchire di nomi e di esempi e certo deve costituire una fonte di ispirazione di un orgoglio legittimo a volte sovrastato dallo sconforto di tante quotidianitá difficili e deludenti, peró non assolute, ani1. Vi propongo i primi 40 nomi della pagina di Giusy Gatti, ordinati secondo la data di nascita. Seguono tutti gli altri nati dal dopoguerra in poi, e sono tantissimi!


20 CRONACA DI BRINDISI

Via da brindisi

VENERDÌ 9 DICEMBRE 2011

Corrispondenze dal mondo di GIANFRANCO PERRI

Il docente brindisino, ingegnere minerario in Venezuela, ci invia una corrispondenza dal mondo

Lima e Brindisi città di pescatori e cultura culinaria

Lima sull’Oceano Pacifico

Il “mangiare“ elemento cruciale di ogni civiltà

V

ia da Brindisi. Una strada che nella toponomastica non esiste e che però è la più popolata da brindisini. Via da Brindisi raccoglie tutti quelli che, per scelta o per necessità, hanno lasciato Brindisi e vivono in altre città dell’Italia o del mondo. Da qualche giorno Senzacolonne diffonde via internet, gratuitamente, la versione digitale integrale del giorno precedente. E’ un modo in più per ricomporre questa fantastica comunità che pulsa di brindisinità e che ha diritto di essere informata di ciò che avviene nella sua terra. Riteniamo fondamentale il contributo di questi brindisini perché spesso da lontano si ha la possibilità di esaminare con maggiore obiettività ciò che avviene in questa città. Tra i brindisini che vivono lontano, molto lontano, c’è Gianfranco Perri: ingegnere, docente universitario, progettista e consulente di gallerie e opere sotterranee, Segretario della Società Venezuelana di Opere Sotterranee. Ma soprattutto innamorato della sua Brindisi che segue constantemente via Internet. Per il suo lavoro è in giro per il mondo ed è da lì, dal mondo, che gli abbiamo chiesto di inviarci riflessioni e impressioni su Brindisi e i brindisini.

da LIMA

Il “mangiare” indiscusso elemento culturale di ogni popolo e di ogni terra Lima e Brindisi: due cittá di pescatori e di antica cultura culinaria Caro Direttore Gianmarco, Siamo ormai prossimi alla fine dell’anno e quindi ci stiamo in qualche modo predisponendo a farci coinvolgere dal clima festivo del Natale che tra le tante

piacevoli senzazioni evoca anche quelle accattivanti del palato e, specialmente per noi brindisini, quelle della buona tavola in calorosa ed allegra compagnia di familiari e amici, nonché di una bottiglia di buon vino nostrano. Un’ottima occasione quindi per parlare di gastronomia, un’occasione che mi é stata anche appena offerta su un piatto, non d’argento ma certamente di altissimo livello, ...e sí perché sono a circa diecimila metri d’altezza di ritorno a casa dopo una settimana trascorsa in Perú, questa volta partecipando ad un congresso sulla progettazione e costruzione di gallerie, ...un pó troppo monotono vero? Pazienza! Ecco cosa era servito su quel piatto: un “sebice” -cebiche o seviche in spagnolo- di gran lunga il piatto piú internazionalmente famoso dell’ormai altrettanto oggigiorno famosa cucina peruviana. Il sebice é un piatto crudo, di pesce servito a pezzettini o a striscioline, oppure di frutti di mare o di un misto dei due, marinato al momento in succo citrico di limone o, meglio, di una delle sue altre varietá tropicali piú acide, condito quindi con alcune varietá locali di peperoncino piú o meno piccante ‘ají’ che é in effetti l’ingrediente veramente caratterizzante della cucina peruviana, quindi cipolla in juliana, e finalmente spruzzato con cilantro o con poco coriandolo. Alle volte lo si accompagna a mó di contorno, con un bel pezzettone di patata zuccherina cotta, che funge da interessante ammortizzatore dell’aciditá del citrico. Un piatto delicatissimo e squisito, con un grandissimo segreto: oltre alla buona qualitá degli ingredienti accessori ed alla mano esperta del cuoco, ...il pesce o i frutti di mare devono essere assolutamente freschi! *** Ma prima di continuare con il sebice, un breve commento su Lima, un grande porto del Pacifico e quindi una cittá di antica tradizione marinara e

sopratutto peschiera. La Città dei Re, perché lo spagnolo Francisco Pizarro la fondó il giorno dell’Epifania del 1535, il giorno appunto dei Re Magi, nella tradizione spagnola che invece non conosce la nostra befana. Fu la capitale di tutto il viceregno spagnolo d’America ed é un luogo ricco di storia e di cultura, precolombina ed anche e sopratutto preincaica, a cavallo tra tradizione e innovazione, tra radici profonde e sviluppo dinamico. A proposito di uno dei suoi cittadini contemporanei piú illustri, lo scrittore Mario Vargas Llosa vincitore del premio Nobel di letteratura 2010, ho appena letto una riflessione su Lima che mi permetto di fare mia per cosí poterla liberamente trasportare, adattandola con parole tutte mie, a Brindisi, tanto perfettamente mi sembra possa calzare alla nostra cittá: “...Transitare per quelle strade che hanno costituito lo scenario naturale di tante storie quotidiane nostre, dei nostri padri e dei nostri nonni, é come riconoscere nella realtá d’oggi quella materia prima che, eterea-

Il porto peschiero di“El Callao“

mente sovrapposta ai ricordi infantili e giovanili, dá come risultato magico la nostra stessa essenza di uomini ormai maturi ...Si é portati a credere che i luoghi cambiano con il tempo, che la loro facciata sia tutto, e che il commercio e le infrastrutture e lo sviluppo siano capaci di cancellare i quartieri e le case. Peró quando i luoghi conservano storie, o meglio ancora quando hanno prodotto e producono storie, allora possono permanere intatti per sempre. Le strade infatti immagazzinano ricordi ed accumulano storie tra le loro pieghe e le loro fessure, e sono inoltre ancora e sempre colme dei personaggi che le hanno transitate e che con i loro umori, i loro gesti, i loro affanni quotidiani e con tutti i loro sentimenti, sopravvivono al passo dei tempi. I luoghi, i nostri luoghi in definitiva, hanno anima e memoria, e per questo vale sempre la pena conoscerli, scoprirli e riscoprirli”. *** Lo storico peruviano J. Pulgar afferma che il termine ‘seviche’ deriva dalla parola ‘siwichi’ della ligua ‘quechua’ degli

Il Cebice piatto peruviano di pesce crudo marinato in limone cipolla e peperoncino antichi popolatori precolombini e preincaici delle regioni andine, ed il cui significato sarebbe quello di pesce fresco o pesce tenero. Forse si o forse no, ...ma sta di fatto che grazie al sebice, la cucina peruviana nell’ultimo decennio ha scalato l’olimpo delle migliori tavole di tutto il momdo ed il turismo gastromico a Lima é un fondamentale elemento trascinante di questa rigogliosa industria nazionale, a pari merito e forse ancor piú in testa che il tradizionale ed arcifamoso Machupicchu. Ho incontrato a Lima in piú d’una occasione alcuni italiani, spagnoli ed anche provenienti da altre parti d’Europa e d’America, che mi hanno spiegato essere in visita turistica per trascorrere una settimana gastronomica, in pelle-


CRONACA DI BRINDISI

VENERDÌ 9 DICEMBRE 2011

Gastón Acurio, il rinomato chef peruviano dei famosi ristoranti ‘La Mar’ grinaggio quotidiano tra alcuni di quel paio di dozzine di eccellenti ristoranti marinari di ottima qualitá che o g g i g i o r n o popolano Lima. Si tratta quindi di una cucina a base di semplice pesce crudo fresco e di altrettanto freschi frutti di mare, radicata nelle antiche origini precolombine dei popolatori di quel porto del Pacifico e certamente influenzata , migliorata e quindi fusionata, con i tanti contributi provenienti da quei popoli orientali asiatici che attraversando il Pacifico sono, numerosissimi ed a piú riprese nella storia, approdati sulle spiagge del Perú: mi piace dire, scherzando e semplificando molto, che il sebice é una specie di sushi, peró con l’aggiunta di tutta l’allegria, il sapore, il calore, lo spirito ed il ritmo magico del tropico sudamericano. *** Ma anche noi brindisini abbiamo radicatissima nella nostra cultura una cucina a base di pesci e di frutti di mare, anche crudi. Ed abbiamo molti giovani che con impegno e con passione stanno riscoprendo e rigenerando le ricette marinare. Lancio quindi una sfida, o magari solo un invito, un suggerimento, a qualche bravo giovane ed entusuiasta imprenditore brindisino appassionato dell’arte culinaria: perché non aprire a Brindisi una “sebiceria”, naturalmente non improvvisando, ma preparandosi, studiando, ricercando, sperimentando, con pazienza e con tanto lavoro e dedicazione! E si, ...perché racconteró piú avanti che il sebice in Perú lo si mangia da centinaia di anni, ma lo strepitoso successo dell’industria gastronomica del Perú é invece molto piú recente, ed una facile ricerca sull´argomento conduce a spiegare rapidamente e chiaramente le ragioni di tale successo. Quali?: l’inteligenza, lo studio, l’imprenditorialitá, la perseveranza, il lavoro, i sacrifici e l’entusiamo di una generazione di alcuni giovani cuochi che hanno saputo cogliere il meglio di una tradizione ed hanno saputo calarla dentro l’attualitá e la quotidianitá di questo nostro mondo ormai sempre piú

globalizzato. *** A Lima avevo conosciuto giá un pó di anni fa, il ristorante “La Mar”, una sebiceria appunto, di ottima qualitá a prezzi accessibili, ed avevo provato i vari tipi di sebice che vi si offrivano assieme ad altri ottimi piatti marinari peruviani. Si trattava, e si tratta tutt’ora, di un risorante informale nel quale a quel tempo non era neanche possibile prenotare. Mi era sembrato che quei sebices avessero qualcosa di speciale, un tocco di freschezza e di delicatezza che li rendeva di gran lunga piú gustosi di quelli che, pur buoni, avevo molte altre volte giá provato anche molto prima d’allora, fin dai lontani tempi del mio servizio civile a Guayaquil in Ecuador nella seconda metá degli anni ‘70. Poi, quello stesso ristorante, cioé con quello stesso nome e con la stessa qualitá delle pietanze, l’avevo anche ritrovato in altre cittá americane: Citta del Messico, Santiago del Cile, San Paolo, Bogotá, San Francisco, diventandone un “fan”, ed avevo anche scoperto che l’ideatore e diretto ristoratore era un peruviano abbastanza giovane, un bravo “chef” di successo di nome Gastón Acurio. L’anno scorso poi ero a Cittá di Panamá e avevo visitato un amico, ingegnere italiano direttore del cantiere del nuovo canale in piena costruzione e che dovrá essere inaugurato nell´agosto del 2014 in coincidenza con i 100 anni esatti dall´pertura del primo ed attuale canale, e al momento di decidere dove andare a cena mi venne in mente di chiedere in giro se per caso non vi fosse anche lí un “La Mar” e con mia grata sorpresa, ...si c’era, era stato aperto da poco. Entrando nel ristorante e mentre ci accompagnavano al tavolo, stavo raccontando al mio amico del “chef Gastón” e dei vari ristoranti “La Mar” che avevo conosciuto in altre cittá americane, allorché il cameriere che ci stava accompagnando esclama: ‘Ah, lei conosce Gastón’, e prima che io potessi replicare ‘no’ lui continua: ‘Gastón é qui da qualche giorno, adesso lo chiamo cosí lo potrá salutare’. Simpatica quanto improbabile sorpresa. Dopo qualche minuto che eravamo al tavolo arriva Gastón. Un ragazzoto quarantenne informale e giovanile, dall’aspetto gioviale e dall’apparenza appena un pó

timida. Si siede al nostro tavolo e subito mi preoccupo naturalmente di spiegare il fortunato equivoco con il cameriere. Una gradevolissima chiacchierata: Gastón, appartenente alla classe media alta di Lima, con un padre importante che lo spinge a studiare diritto, si iscrive e studia all’universitá, ma con dentro di sé una grande passione e un infinito amore per la cucina tradizionale peruviana. Contro la volontá del padre, non si laureará mai in diritto, ma si diplomerá nel famosissimo Le Cordon Blue di Parigi. Poi una carriera strabiliante, con tantissimo studio, tanta ricerca, tanto lavoro e tantissima dedicazione. La sua missione principale é la valorizzazione e la diffusione della cucina peruviana nel mondo, e con tale obiettivo sempre presente, scrive libri, anima programmi televisivi, insegna gastronomia, promuove manifestazioni culinarie e regenta tanti ristoranti di successo, con la sua presenza continua attenta e meticolosa in ognuno di essi: un effettivo straordinario ambasciatore della cucina peruviana nel mondo. *** E allora? ...Ma noi a Brindisi, oltre al pesce ed ai frutti di mare ed al celeberrimo ottimo polipo, abbiamo addirittura anche il nostro eccezionale vino, …e questo sí che i peruviani non lo possono vantare. Quindi? ...Sará possibile realiz-

Nel ristorante“La Mar”di Lima

zare quello che mi sono immaginato ed auspicato? ...Chi si fa avanti? ...Coraggio! Noi popoli del Mediterraneo infatti, son convinto che cominciammo ad abbandonare le nostre origini barbariche solo quando imparammo a coltivare l’uva e le olive, ed i precursori della nostra cultura romana, i greci, proprio grazie al vino inventarono il simposio, termine che per l’appunto vuol semplicemente dire “bere assieme”. I simposi erano riunioni di cittadini che conversavano e dibattevano i temi concernenti la ‘polis’ -la vita pubblica- con la conduzione di un maestro di cerimonia che selezionava e serviva i vini durante l’incontro. Forse potrebbe essere una buona idea quella di ripristinare la tradizione! Immaginiamoceli un pó i nostri consigli comunali in simili circostanze! Magari, chissá che non ne verrebbe fuori qualcosa di meglio! Hahaha! Ma noi brindisini abbiamo fatto ben di meglio e ben di piú che gli stessi greci: abbiamo addirittura prestato il bel nome della nostra cittá al verbo ‘brindare’, giacché nella Roma antica era costume che i giovani nobili andassero a studiare in Grecia e, naturalmente, partendo dal porto di Brindisi: il giorno della partenza si augurava con un buon vino locale il buon viaggio e il buon esito degli studi. E fu cosí che da quella tradizione

21

derivó il detto ‘fare un brindisi’ e quindi, ‘brindare’. *** E per completare la nota storica giá prima accennata sul sebice: nell’antico Perú, giá duemila anni fa, si preparava questo piatto a base di pesce fresco che si cucinava nel succo fermentato del ‘tumbo’ -passiflora tripartita- un tipico frutto locale molto agrio e spicctamente acido. Successivamente, durante l’impero incaico, il pesce veniva invece macerato con ‘ciccia’ una bevanda ancestrale tipicamente andina che si ottiene dalla fermentazione del mais- e quindi condito con sale ed ‘ají’. Poi la presenza spagnola aggiunse altri due ingredienti dalla tradizione culinaria mediterranea: la cipolla ed il limone il quale, sostituendo il troppo acido ‘tumbo’ o la acidula ciccia, permise di ridurre notevolmente il tempo necessario alla preparazione del piatto, tanté che la tendenza piú recente é addirittura quella di prepararlo nel momento stesso del servizio: in alcuni riostoranti il chef lo prepara al tavolo dei commensali. *** Ma per concludere ritorniamo a Brindisi. Ho avuto uno zio di antica tradizione contadina bindisina, ma sulla sua tavola non poteva mai mancare un qualche frutto di mare fresco e rigorosamente crudo: dalle cozze alle vongole, dai coccioli ai tiratufoli, dai ricci alla schiuma di mare. Non faceva differenza alcuna il giorno della settimana, né il mese dell’anno, non importava che ci fosse il sole o che piovesse a dirotto, lui personalmente doveva, in un qualsiesi momento della mattinata, fare una corsa in bicicletta, o in moto, o in ape, da via Rodi alla ‘chiazza’ ...e comprare i frutti di mare freschi da mangiare come antipasto, crudi ed al massimo conditi con solo limone: non ricordo che in tantissim anni lui abbia mai sofferto di un qualche incidente gastrico. Quindi? ...Storia tradizione e cultura culinarie, radici e idiosincrasia marinare, pesci e frutti di mare freschi, condimenti accessori in qualche modo reperibili, professionalitá culinarie ed amatori gastronomici, ...Abbiamo proprio tutto, e allora, di cos’altro c’é bisogno a Brindisi? ...Solamente di tanto entusiasmo e imprenditorialitá, di lavoro e tanta dedicazione, ...Chi se la sente di tentare?


23

MARTEDÌ 3 GENNAIO 2012

di GIANFRANCO PERRI Con l’inizio di ogni nuovo anno vien quasi spontaneo fare consuntivi su quello appena trascorso e passare poi ad analizzare le prospettive di quello che sta iniziando il suo percorso. E così, non appena mi son disposto a scrivere agli amici lettori di Senzacolonne per questo primo appuntamento di quest’anno, anch’io mi son ritrovato senza volerlo a ripassare il film del mio 2011. Ed il capitolo che con maggior insistenza ha occupato lo schermo virtuale è stato un capitolo fatto di tanti amici: amici vecchi, amici nuovi, amici ritrovati, amici più giovani, amici meno giovani, amici d’infanzia, di gioventù, di scuola, di strada, di esperienze vissute o trasmesse. Tutti amici ‘stranamente’ presenti, e divenuti lungo il trascorrere dell’anno sempre più attuali, anzi familari e quasi quotidiani, sullo sfondo di una suggestiva scenografia composta da luoghi paesaggi personaggi, ...e poi, sensazioni cose atmosfere, ...da principio vagamente diffuse e un come pò assopite, e poi man mano ritornate magicamente alla ribalta. Ma che vuol dire? Ma di che si tratta? Si tratta degli amici e delle foto di Brindisini la mia gente, un gruppo fb nato un anno fa, quasi per gioco e per la fortunata intuizione dell’amico Cosimo Guercia che un bel giorno si sveglia e fonda il gruppo scrivendo: “Questo gruppo l’ho voluto creare per tutti i Brindisini, per far ricordare e far capire attraverso le foto come si svolgeva nel passato la vita quotidiana brindisina e farla quindi conoscere alle nuove generazioni. Il gruppo è aperto a tutti, pertanto possono

Partito con cinque amici e una sola foto.Ora gli iscritti sono 1125

Un anno fa nasceva “Brindisini la mia gente”:il bilancio Dodici intensissimi mesi per il gruppo su Facebook essere caricate foto personali, foto di scolaresche, foto di Brindisi, cartolline d'epoca e quant 'altro, in modo da tessere un racconto della vita brindisina trascorsa, e naturalemente anche di quella attuale. Mi auguro che questa pagina virtuale piaccia a molti e che tutto il materiale in essa inserito non venga disperso per farne poi un’unica raccolta utile a tutti. Un grazie a tutti coloro che vorranno partecipare. Con il loro aiuto si potrà certamente realizzare una bella pagina. Ancora grazie, Cosimo Guercia” Poi l’amico Cosimo invita quattro amici, brindisini doc, ad amministrare con lui il gruppo appena battezzato: Giancarlo Cafiero, storico fondatore della famosa bottega d’arte La Valigia delle Indie Gianfranco Perri, ingegnere progettista di gallerie conosciuto sul web e che solo dopo qualche mese scoprirà risiedere a più di 8000 chilometri da

Brindisi -Giovanni Membola, ideatore e curatore della bellissima pagina www.brindisiweb.it -Raffaele Mauro, notissimo e instancabile imperterrito lottatore civico brindisino. La data? Ultimi giorni del 2010. La prima foto postata da Cosimo Guercia? Una cartolina del 1921 intitolata “Brindisi vista dal mare” con in primo piano una bellissima barca a remi con la vela bianca spiegata e sul fondo l’inconfondibile lungomare brindisno. Il primo commento di Gianfranco Perri? “Brindisi, cittá di mare. E’ bellissimo scoprirla arrivando via mare. Consiglio a tutti coloro che non l’abbiano ancora fatto con la dovuta attenzione, di fare questa esperienza. Le antiche cittá di mare sono state concepite guardando al mare e si sono sviluppate immaginando di essere raggiunte proprio dal mare. Solo scoprendole o riscoprendole dal mare si rie-

sce a cogliere per intero tutta la loro magia e a volte, come nel caso di Brindisi, tutta la loro bellezza”. Da quel giorno in avanti, ...da quei cinque amici in avanti, ...da quella fotografia in avanti, ...da quel commento in avanti, ...questi gli incredibili numeri di Brindisini la mia gente dopo un anno esatto dalla fondazione: -6000 fotografie -1225 amici -135 documenti -migliaia e migliaia di commenti. Eppure, nonostante il loro indubbio impatto, gli strabilianti numeri non costituiscono certo l’aspetto più importante e più significativo di questo fantastico e sorprendente fenomeno sociale e civico tutto brindisino. Un’importanza che é invece da ricercare nell’eccezionale vivacità del gruppo: nella varietà e qualità dei temi trattati, delle opinioni liberamente espresse, delle sensibilità risaltate, delle informazioni diffuse, delle esperienze trasmesse, dei

documenti fotografici scritti e sonori pubblicati, delle iniziative intraprese e realizzate, degli incontri virtuali e fisici programmati ed effettuati, etc. Parliamone un pò, per ricordare e anche per informare coloro i quali non hanno vissuto per intero questa fenomenale esperienza, che è naturalmente aperta a chiunque altro voglia intraprenderla: Brindisini la mia gente è un gruppo aperto, sul sito non esiste la censura, gli aderenti hanno in comune, tutti e solamente, il naturale affetto per Brindisi, la sua storia, la sua terra, le sue trdizioni e la sua cultura, mentre per il resto solo si richiede buona educazione rispetto e tolleranza, null’altro: questa è l’unica regola. Quindi ognuno può pubblicare o commentare le proprie immagini, le proprie opinioni e le proprie idee, ci sarà chi le apprezzerà e chi meno, ma tanto non è certo richiesta l’unanimità dei consensi su ogni post.


24 Già dopo solo pochissimi mesi dalla fondazione del gruppo, Senzacolonne aveva scoperto ed osservato con interesse il fenomeno, e difatti, nonostante si trattasse ancora di un qualcosa di incipiente, l’osservatore attento ne poteva intravedere o quanto meno intuire le potenzialità: nell’edizione dell’8 aprile Senzacolonne pubblicò un primo articolo intitolato “In foto la città che non c’è più” dove si parlava di 156 aderenti e 900 immagini. Poi, meno di un mese dopo, un primo grande salto qualitativo: il 4 maggio si realizzava il primo incontro fisico del gruppo, con la coordinazione di Cosimo Guercia e Raffaele Mauro e con il contributo on line di Gianfranco Perri dal Sudamerica. E di nuovo Senzacolonne rassegnava dettagliatamente l’incontro con un amplio articolo pubblicato nell’edizione del 5 maggio intitolato “Brindisini la mia gente, dal virtuale al reale” dove si parlava ormai di più di 600 aderenti e più di 1500 immagini, e di quell’incontro si commentava: “Per Cosimo Guercia, tutto ebbe inizio una sera quando quasi per gioco pubblicò in rete alcune delle tante foto in bianco e nero riguardanti Brindisi che custodiva nel suo archivio. In pochi giorni i contatti al gruppo si erano centuplicati, così come le foto pubblicate da tanti concittadini e da tanti che, nati a Brindisi, vivono oggi lontano. Il gruppo è rapidamente diventato una virtuale piazza in cui incontrarsi per ricordare il passato, tornare ad ammirare monumenti che non ci sono più, assaporare tradizioni che il tempo ha affievolito, rivivere mestieri ormai scomparsi, etc. L’idea è essere protagoni-

MARTEDÌ 3 GENNAIO 2012

Cosimo Guercia e Raffaele Mauro al primo incontro del gruppo - 4 maggio 2010

sti attivi del cambiamento della città recuperandone il passato. Momenti di vita vissuta relegati alla sfera dei ricordi che grazie alla passione di tanti tornano ad emozionare e stupire. Una carrellata di immagini che riprendono scorci cittadini, monumenti, personaggi, e raccontano uno spaccato di quella che era un tempo Brindisi. E per Raffaele Mauro, dal virtuale al reale il passo è breve. Mettere insieme le idee di tutti per valorizzare al meglio una documentazione unica e di estremo interesse. Il gruppo è diventato un vero e proprio punto di riferimento per tanti

Il distintivo della Brigata amatori storia ed arte di Pasqualino Camassa

brindisini rivelandosi, per chi più giovane non è, occasione per rivivere nostalgicamente il passato, per le nuove e future generazioni un modo per conoscere meglio la città in cui vivono, le trasformazioni che nel tempo Brindisi ha subito, non tutte e non sempre in meglio. Ma non solo. Travalicando i confini del web ci auguriamo di diventare, nel concreto, un movimento di pressione, di far leva, attraverso proposte, idee, iniziative, sulla sensibilità degli enti locali e dei nostri concittadini affinchè Brindisi si trasformi in meglio e non vengano commessi gli stessi errori del

passato quando scelte scellerate hanno cancellato per sempre monumenti, palazzi, giardini. Partendo da quello che abbiamo Brindisi può tornare ad essere bella come lo era un tempo. E da Gianfranco Perri, dal Sudamerica, una proposta concreta. Partendo dalla considerazione che tra i tanti meriti di questo bellissimo gruppo bisognava annoverare e risaltare lo straordinario valore sentimentale, aneddotico ed anche storico che rivestono molti dei commenti che accompagnano entusiasticamente e puntigliosamente molte delle foto postate,

sarebbe stato assolutamente un gran peccato che gli stessi si potessero perdere. Per questo la proposta e promessa di raccogliere ed ordinare tutti i piú significativi post con i rispettivi commenti. Farne una raccolta inizialmente gigitale, poi magari farne anche un progetto editoriale. Raccogliere e valorizzare una documentazione che è unica, bella interessante ed utile, specialmente per i piu giovani, e per chiunque voglia conoscere tanti aspetti della cittá che rischiano di rimanere sconosciuti ai piú ed essere poi dimenticati.” Dal 4 maggio al giovedì 30


25

MARTEDÌ 3 GENNAIO 2012

giugno son meno di due mesi, e non più di tanto impiegò Gianfranco Perri a trasformare in realtà la sua promessa virtuale. E quale migliore occasione per mostrarla a tutti, che quella del secondo incontro fisico del gruppo? E dove realizzarlo? Questa volta in un luogo altamente simbolico, grazie all’interessamento di Raffaele Mauro e alla concessione del Comune: nel Tempietto di San Giovanni al Sepolcro, quello stesso luogo che 80 anni prima fu scelto da Don Pasqualino Camassa come sede del “cenacolo di cultura” con l’istituzione della Brigata degli amatori della storia e dell’arte che teneva proprio lì gli incontri organizzati, appunto di giovedì, con scienziati, letterati ed artisti. Senzacolonne annunciò l’incontro in un articolo pubblicato nell’edizione del 29 giugno intitolato “Brindisini, dal web al Tempio” e lo rassegnò in dettaglio con un articolo bello ed emotivo del suo Direttore Gianmarco Di Napoli, che partecipò anche a questo secondo incontro intervenendo personalmente, pubblicato nell’edizione del venerdì 1 luglio intitolato “La Brigada dei Brindisini riaccende il Tempietto”. Il gruppo Brindisini la mia gente, in quell’affollato ed emotivo incontro, messo in soggezione dalla magia del luogo, decise di fare proprio il distintivo di quella Brigata di amatori brindisini di storia e di arte guidata da Pasqualino Camassa. Un distintivo molto bello che per quell’occasione fu portato da Giancarlo Cafiero al Tempio di San Giovanni in splendido esemplare originale. Il gruppo volle così simbolicamente raccogliere “umilmente e timidamente” il testimone da chi molto prima seppe far risorgere la città con la forza dell’amore e della passione. Il distintivo della Brigata amatori storia ed arte di Pasqualino Camassa Ma quale fu la promessa mantenuta da Gianfranco Perri? La pubblicazione del bellissimo libro a colori intitolato “Brindisini la mia gente fotografie e commenti”: Fotografie della Brindisi che fu e della Brindisi che è, con i commenti spontanei e personalissimi di coloro che, brindisini doc, quella Brindisi che fu l’hanno vissuta e vivono la Brindisi che è. Brindisi, la "filia solis" di Federico II, la Brundisium romana, la messapica Brunda, il più bel porto naturale dell’Adriatico italiano. Il tutto in piú di 300 pagine e quasi 300 fotografie raccolte in ben 37 capitoli: “Al cinema - Banco di Napoli - Birreria Ricchiuto Bombardamenti - Cantine Che fare con la nostra costa Chiostro San Benedetto Ciccio ti li passatiempi Collegio navale e Teatro dei

“Secondo incontro del gruppo al Tempio San Giovanni - 30 giugno 2011” Cosimo Guercia - Gianfranco Perri - Giancarlo Cafiero - Raffaele Mauro

misteri - Complessi beat Anni 60 - Culiermu - Desiré a mare - Ferdinando Cocciolo Fontane di Piazza Cairoli Fotografi - I Gran caffé - Il Calvario - Il cinesino che muoveva la testa - Il Monument0 - La chiazza - La fontanella dei giardinetti - La torre dell´orologio - La vendemmia che fu - Largo Angioli e lu Napulitanu Marimisti e Fontanelle Palestra Boxieri - Piazza del popolo - Piazza Dionisi Piccolo Bar e dintorni Presidio e dintorni - Santa Pulinara - Sciabiche - Spiditu Pennetta e la Pallacanestro Trapuranella e Capurussu Via Cittadella - Via Maestra -

Via Paolo Sarpi” E Raffaele Mauro volle subito commentare: “È un libro straordinario, figlio della passione e dell’amore sconfinato dei brindisini vicini e lontani, ma sopratutto i lontani per i quali la nostalgia si fa struggente. Quando la vita ci porta lontano dalla nostra Brindisi ci accorgiamo di quanto ci manca. A chi resta il compito, duro ma non impossibile, di custodire quello spirito e di difendere la storia e la cultura di una città millenaria. Grazie a tutti, stasera in quel tempietto di San Giovanni al Sepolcro, con il cuore eravate accanto a noi, e credetemi, …si sentiva!”

Ma quell’incontro fu anche tante altre cose, con un elenco di idee e di obiettivi da raggiungere, di campagne da alimentare, di iniziative da intraprendere e di valori da riscattare. Il Direttore Gianmarco per esempio, ricorda a tutti che stiamo purtroppo perdendo l’abitudine di parlare il vero dialetto brindisino, un grande patrimonio culturale che un tempo fu addirittura bollato come la lingua degli analfabeti e sempre più messo da parte, sino a essere dimenticato e “imbastardito”. Il dialetto brindisino, questa la sua proposta concreta, può diventare la lingua ufficiale della Brigata, per fare in modo che i

Gianfranco Perri al Tempio presenta“Brindisini la mia gente”- 30 giugno 2011

più anziani ed i più colti nella sua pratica, possano trasmetterne vocaboli e cadenze prima che essi vadano persi per sempre. Ed il gruppo ha certamente tutte le risorse per farlo: Giovanna e Lucia Tramonte e Remo Simoniello, solo per citare tre degli amici in questo forse più rappresentativi, sono tre riferimenti valorosissimi per il nostro dialetto, cultori sapientissimi ed autori di bellissime poesie e prose in autentico brindisino. E non sono certamente i soli a praticarlo con bravura e cognizione tutte le volte che l’occasione accenna a volersi presentare. E per esempio, come non citare l’amico Giancarlo Cafiero, imbattibile declamatore di poesie dialettali, o l’amico Arcangelo Taliento, depositario dell’autentico sciabbicoto! Quell’incontro avvenuto ormai già più di 6 mesi or sono, aveva anche siglato il raggiungimento dell’incredibile quota di 1000 aderenti e di quasi 4000 post, un gruppo facebook definitivamente eccezionale, un fenomeno possibilmente unico, probabilmente da studiare per meglio capirlo e più correttamente interpretarlo! E nuovamente infatti, è bene ricalcare che tale eccezionalità non è solo da riferire al pur grande successo numerico, ma sopratutto allo straordinario successo di contenuti ed all’interesse, entusiasmo direi, genuino e spontaneo con cui la maggior parte degli amici partecipa attivamente alla vita del gruppo, una vita scandita ogni giorno 24 ore su 24 ore. E si, ad ogni ora del giorno e della notte è infatti sempre possibile incontrare amici collegati


26

MARTEDÌ 3 GENNAIO 2012

“Brindisi vista dal mare”- 1921 - La prima foto postata su Brindisini la mia gente

online, complice il fuso orario e la residenza oltreoceanica di un buon numero di amici presenti tra i residenti in “Via Da Brindisi”. Una strada che nella toponomastica non esiste ma che è la più popolata da brindisini Nella foga del racconto ho citato un pò di nomi di amici del gruppo senza nessun ordine prestabilito, ma naturalmente non ho citato i nomi di tutti, e neanche dei soli più assidui e più presenti, sarebbero anche solo loro tantissimi, troppi per lo spazio limitato di un solo articolo. Eppure voglio fare il tentativo, anche a rischio di dimenticarne molti, di citare alcuni degli amici che in maggior misura intervengono pubblicando tantissime belle, stupende, ed originalissime fotografie estratte dalle loro preziosissime colezioni, per così inviare loro anche in questa occasione, un sentito ringraziamento, sapendo di farmi interprete in questo del desiderio di tutti i duemila e passa attuali amici aderenti al gruppo. E mi piace cominciare con il ringraziare l’amico virtuale Nikos Desillas, lui non è brindisino e neanche italiano, infatti è nato e vive a Corfù, ma ama profondamente Brindisi ed è il fortunatissimo depositario di una colezione di infinite cartoline di Brindisi. Infinite, belle, storiche ed originalissime: un grandissimo grazie Nikos, da parte di tutti i Brindisini la mia gente! Quindi un sentito grazie a Romeo Tepore, l’ideatore di Brindisi in bicicletta e grande colezionista di foto e cartoline d’epoca; un tante grazie al bravo fotografo Cosimo

Prudentino; a Giancarlo Cafiero ed alla sua Valigia delle Indie; a Giovanni Membola ed alla sua pagina www.brindisiweb.com; a Cosimo Guercia fondatore del gruppo; ai magnifici fotoreporters del gruppo: Maurizio De Virgiliis, Stefano Albanese, Ugo Imbriani, e Mario Carlucci. Ma le fotografie, pur costituendo la struttura portante del gruppo, non potrebbero certo avere lo stesso significato la stessa trascendenza e la stessa penetrazione, senza i commenti che le accompagnano e che indubbiamente costituiscono l’anima e lo spirito del gruppo. E qui l’elenco degli amici da aggiungere a quelli già citati, per così ringraziarli per i loro interventi, sarebbe veramente lunghissimo ed inevitabilmente incompleto, ma non voglio tralasciare di accennarlo, magari tentando di attingere solo tra i nomi dei primi aderenti: un grazie a ...Marco Martinese, a Carla

Rubini, a Antonio Matarrese, a Pino Spina, a Enrico Sierra, a Mino Errico, a Giuseppe Summa, a Andrea Ecclesie, a Gianni Tanzarella, a Angelo Di Presa, a Annarita Spagnolo, a Alberto Cafiero, a Gianna Santoro, a Giuseppe Laforgia, a Giusy Gatti, a Roberto Guadalupi, a Giuseppe Creti, a Gianmarco Di Napoli, a Patrizia Vantaggiato, a Antonio Mingolla, a Cosimo Carito, a Daniela Ribezzi, a Nicola Poli, a Silvio Melpignano, a Michele Toscano, a Anna Smi, a Sandro Toffi, a Danny Vitale, a Salvatore Cocciolo, a Antonio Volpe, a Sonia Di Noi, a Ernani Nani, a Lina Bonatesta, a Efisio Panzano, a Angelo Catalano, a Stella Montanaro, a Cosimo Ucci, a Massimo Zaccaria, a Franco Profico, a Annamaria Vitale, a Domenico Faraselli, a Antonia dell’Aglio, a Antonio Miglietta, a Giusy Tommasi, a Luca Di Giulio, a Luana Campbel, a Carlo Turco, a

Cosimo Signorile, a Giorgio Sciarra, a Antonia Ostuni, ... Certo ne mancano alla lista, lo sò, è inevitabile, ma sono ugualmente tutti presenti, credetemi! E come completare questa breve rassegna “storica” di Brindisini la mia gente? Parlando di mete e di programmi per il futuro? Si potrebbe, ne abbiamo infatti in quantità ed in qualità… Ma forse è più significativo chiudere con pochi, solo tre, commenti presenti sui post del gruppo, scelti tra le migliaia e migliaia accumulati in questo primo anno di esistenza: “Ci sono persone che ti stupiscono e che con il loro comparire improvvisamente ti riportano a periodi felici sepolti nella tua mente, nei tuoi ricordi! È come entrare da svegli in un sogno, è come fermare il tempo e ritornare indietro” Elda Fontana. “Transitare per quelle strade che hanno costituito lo scenario naturale di tante storie quotidiane nostre, dei nostri padri e dei nostri nonni, é come riconoscere nella realtá d’oggi quella materia prima che, etereamente sovrapposta ai ricordi infantili e giovanili, dá come risultato magico la nostra stessa essenza di uomini ormai maturi. Si é portati a credere che i luoghi cambiano con il tempo, che la loro facciata sia tutto, e che il commercio e le infrastrutture e lo sviluppo siano capaci di cancellare i quartieri e le case. Peró quando i luoghi conservano storie, o meglio ancora quando hanno prodotto e producono storie, allora possono permanere intatti per sempre. Le strade infatti immagazzina-

no ricordi ed accumulano storie tra le loro pieghe e le loro fessure, e sono inoltre ancora e sempre colme dei personaggi che le hanno transitate e che con i loro umori, i loro gesti, i loro affanni quotidiani e con tutti i loro sentimenti, sopravvivono al passo dei tempi. I luoghi, i nostri luoghi in definitiva, hanno anima e memoria, e per questo vale sempre la pena conoscerli, scoprirli e riscoprirli” - Gianfranco Perri. “Brindisini la mia gente é, anche, una piccola isola di libertà di pensiero e di espressione, e così dovrà rimanere affinchè continui a crescere nelle adesioni e nei commenti, come è successo fino ad ora a differenza di altre pagine che nate vorticosamente sono già belle che finite, quei tanti gruppi morti che popolano il web. E tutto questo anche grazie a che, nonostante a volte la tentazione sia stata forte, nessuno è stato mai cacciato o bannato dal gruppo e che, salvo rarissime eccezioni, il confronto delle idee e delle opinioni si è sempre mantenuto nei binari della buona e cordiale educazione ed amicizia: questo è in se l'incontrovertibile. La buona educazione e la tolleranza sono infatti le uniche virtù richieste per entrare e per stare in questo gruppo, dove tutti possono esprimere la loro senza però pensare di avere una verità che valga per tutti, ognuno si tiene le proprie, o se lo preferisce prova a confrontarsi. Ed è per questo che la formula del grupo è quella di accettare le adesioni di chi richiede di entrare, senza alcuna selezione” - R. Mauro.


22

CRONACA DI BRINDISI

Via da brindisi

MERCOLEDÌ 1 FEBBRAIO 2012

Corrispondenze dal mondo di GIANFRANCO PERRI

L’allarme rilanciato dal docente brindisino, ingegnere minerario in Venezuela: «C’è già uno studio sul caso»

Monumento a rischio Acqua nel sottosuolo indebolisce la struttura Il sistema di drenaggio non funziona come dovrebbe

Q

uesta volta scrivo ai miei amici brindisini, non per raccontare di qualcuno dei miei viaggi e condividere sensazioni provate in giro per il mondo, ma per chiedere la loro collaborazione in nome del nostro Monumento, un anziano ma orgoglioso brindisino che sta per compiere gli 80 anni (fu inaugurato dal Re Vittorio Emanuele III° il 4 Novembre del 1933) e che pertanto abbisogna di qualche cura in piú. Lui infatti, di anni ne deve trascorrere ancora tantissmi, imperterrito al suo posto con i suoi 68 metri d´altezza, onorando i bravi marinai d´Italia che non ci sono piú e vigilando al contempo a protezione di tutta la brava gente brindisina. In realtá la mia richiesta di collaborazione va specificamente indirizzata alle autoritá competenti, quelle del Comune, della Marina Militare, del Porto, dei Monumenti, etc. Quindi alle molte autoritá, forse troppe e pertanto piú facilmente indotte a non sentirsi competenti e non sentirsi quindi responsabili di dover intervenire perentoriamente, ...tanto forse tocca a quell´altra autoritá. Ai miei amici brindisini invece chiedo di mostrare la dovuta attenzione e di mantenersi allerta di fronte a un problema che magari non risulterá poi essere tanto grave, e lo spero fortemente, ma che certamente merita la dovuta e sollecita attenzione. Per uno di quei tanti miracoli che quotidianamente fa la web, la ormai piú che famosa rete globale, un amico da Brindisi, e quindi a poco piú di 8000 chilometri dall´America, mentre ci stiamo prendendo un buon caffé mi dice, ... A proposito! Tu che sei un ingegnere di gallerie, ti voglio fare un bel rac-

Il Monumento al marinaio.Sono ben visibili i ciuffi d’erba dovuti all’eccessiva umidità del sottosuolo La freccia indica uno dei punti in cui si registra la tracimazione di acqua

conto, e poi mi dici che ne pensi: “...Un pó di mesi orsono, mentre al Monumento erano in corso i preparativi per la cerimonia commemorativa delle vittime di tutte le guerre sui mari, da un settore del piazzale prossimo ai piedi delle scale, sul lato destro guardando il Monumento, sgorgava acqua a zampilli e qualcuno disse che già da una decina di giorni quell´acqua continuava ad uscire in quello stesso modo. Qualcuno dei presenti si mosse, spostarono le chianche, portarono delle pompe e iniziarono ad aspirare. Si prosciugó quella che sembró essere una camera sotterranea, ma la stessa si riempí di nuovo in poco tempo. Allora arrivarono i vigili del fuoco che con una telecamera constatarono la presenza di un voluminoso getto d´acqua che da una condotta sotterranea versava nella camera: l´acqua era dolce e non potabile, quindi in principio piovana. L´esplorazione sotterranea e subacquea non potette proseguire, e il settore di pavimento interessato venne opportunamente protetto da pesanti lastre di acciaio, e la cerimonia ebbe felicemente corso senza che si evidenziasse problema alcuno...” Riflettiamo un pó. Anche se ai piú, e probabilmente a tutti noi, l´esistenza di quella camera sotterranea risultava fino a quel momento ignota, é evidente che deve trattarsi di una struttura appartenente ad un ben piú ampio ed articolato sistema di drenaggio che non solo serve l´intero piazzale, ma forse serve anche le altre soprastrutture adiacenti allo stesso: scalinata, muri d´ala di contenimento che coprono l´importante salto topografico tra il piazzale sottostante prospicente al mare e il piazzale


23

MERCOLEDÌ 1 FEBBRAIO 2012

Alcuni tombini dedicati alla raccolta delle acque piovane

superiore a quota via Duca degli Abruzzi, etc. Se poi quell´acqua a memoria d´uomo non é mai sgorgata in quel modo, vuol dire che la sua via di sfogo (naturalmente al mare) deve essersi in qualche modo ostruita, per lo meno parzialmente. E il mio amico peró

non aveva concluso del tutto il suo racconto: “...Dicono che autobetoniere piene di calcestruzzo destinato a lavori eseguiti al villaggio pescatori transitavano da lì provenendo dalla discesa che dall'areoporto giunge al piazzale, per cosí evitare di transitare sulla strada che porta piú direttamente alla banchina del villaggio pescatori, per via di quel ponticello che ne impediva il passaggio. Ma ‘dicono anche’ che alle volte il calcestruzzo vada a male (succede in effetti ogni tanto, quando per qualsiesi motivo si produce un ritardo tra il momento del confezionamento del calcestruzzo e quello della sua posa in opera) e che in quei casi sia scocciante dover riportare il calcestruzzo all´impianto di fabbricazione, e smaltirlo. Mah!...” Ma veniamo al punto veramente importante: se il sistema di drenaggio ha in qualche modo perduto efficacia ed efficienza, cosa si deve fare e che pericolo si corre? Quello che c´é da fare é semplice ed intuitivo: bisogna completare l´esplorazione

sotterranea e subacquea per verificare lo stato del sistema, per quindi eventualmente provvedere alla sua risistemazione e al suo pieno ripristino funz i o-

nale. L´ideale sarebbe poter disporre dei piani di costruzione per cosí immediatamente capire la natura e le caratteristice geometriche strutturali ed idrauliche dell´impianto di drenaggio. Purtroppo quei piani no sono disponibili in loco. Forse riposano a Roma negli archivi di qualche ministero, o forse sono a Napoli negli

archivi della L e g a Navale, che credo ricordare sia stata la p r o m o t r i c e dell´opera. In piú bisogna anche sapere che il progetto, proprio in cor-

Gianfranco Perri

G

ianfranco Perri ha 60 anni e da moltissimi anni vive in Sudamerica. E’ ingegnere minerario e ha progettato la maggior parte delle gallerie e metropolitane del 9HQH]XHOa ,nsegna nell’università di Caracas in Venezuela, la sua consulenza è preziosa per molti ingegneri sudamericani. Ha iniziato a lavorare come assistente universitario. Nel 1975 ha conosciuto sua moglie che da Caracas in Venezuela era giunta a Torino per un master universitario. Così Perri ha proprio seguito il cuore rinunciando all’insegnamento nel politecnico di Torino, dove era stato chiamato alla fine del Servizio Civile. Si è trasferito a Caracas (la capitale del Venezuela) proprio nel periodo in cui stava nascendo la metropolitana e ha fatto parte del team di progettisti. Da allora ha avuto solo un’escalation di successi arrivando a progettare numerose gallerie del Sud America.

rispondenza del piazzale inferiore, subí in corso d´opera importanti cambiamenti. Il progetto originale prevedeva infatti una specie di dar- Sfoghi per l’acqua nei pressi del Monumento sena che suggestivamente conduceva l´acqua loro anche competenti tecnici l´ingegnere Vi t o del mare fino a quasi lambire la come base del Monumento. Il cam- Maellaro e il geometra Aldo biamento derivó dalla preoccu- Indini, per citarne solo due. Ho pazione che la vicinanza del in merito anche letto la relamare portasse con il tempo a zione preliminare, ma chiara e compromettere la stabilitá precisa, del mio bravo collega delle fondazioini del e nostro concittadino, ingeMonumento. Quindi i piani di gnere Domenico Danese, dataprogetto non sono quelli utili ta Bologna 16 settembre al nostro scopo, ma sono i 2011 . piani costruttivi, quelli da can- Ed ora passiamo al punto piú tiere, di cui abbiamo bisogno! delicato: Quali sono gli evenComunque in mancanza dei tuali pericoli? Molto dipende piani costruttivi non resta che dalla funzionalitá del sistema: effettuare un´esplorazione sul se si tratta di un sistema di drecampo, quella diretta mediante naggio la cui funzione é limil´intervento dei palombari, o tata allo smaltimento delle quella indiretta per la quale acque piovane che cadono sono disponibili tecnologie direttamente sul piazzale racabbastanza efficienti che per- colte dalle varie griglie ivi mettono un´esplorazione rapi- distribuite o che comunque da e precisa mediante telecame- provengono dallo scorrimento re che vengono introdotte e superficiale verso tutta l´area guidate anche dall´esterno. del piazzale, allora il pericolo Sono quelle stesse metodolo- é oggettivamente limitato, giacché tutto ció che puó sucgie che comunecedere é che temporalmente si mente si impieproducano tracimamenti con gano per esploeventuali allagamenti parziali rare fognature, o e temporali del piazzale o di acquedotti interparti di esso. Naturalmente rati, etc. Questa poi con il trascorrere del esplorazione tempo la situazione tendequindi non ha rebbe ad aggravarsi nel motivo di essere caso non ci si decidesse stata per cosí finalmente ad intervetanto tempo rinnire opportunamenviata: E si, perte per ripristinare ché tutte le varie il sistema di dreautoritá “evennaggio, il quale tualmente compotrebbe quindi petenti” che e finire con non si sono eventualancora decise ad mente intervenire sul campo, sembra siano state da tempo e reiteratamente avvertite del problema da alcuni nostri diligenti c o n c i t t a d ini, alcuni d i

Il Monumento visto da sotto


24

MERCOLEDÌ 1 FEBBRAIO 2012

Acqua fuoriuscita dal sottosulo Le fasi iniziali della costruzione del Monumento

il collassare del tutto, o comunque col compromettere localmente anche la stabilitá del pavimento del piazzale a seguito della possibile soccavazione irregolare dei terreni sotto superficie. Ma se invece, come certa logica farebbe presumere, il sistema drenante sito sotto il piazzale é piú amplio ed articolato integrando anche il drenaggio delle acque piovane che si infiltrano dalla superficie del piazzale superiore antistante l´entrata del monumento, dove ci sono le ancore per capirci, allora la situazione diventa decisamente piú pericolosa. E si, perché se cosí fosse, la mancanza di un opportuno smaltimento di quelle acque le farebbe accumulare nel terreno contenuto dai due lunghi muri

La struttura in costruzione

d´ala presenti ai due lati del Monumento, determinandosi a tergo degli stessi una pressione idrostatica che si sommerebbe alla pressione litostatica dei terreni e la cui entitá potrebbe essere ingente, considerando la notevole altezza del dislivello, ossia dei muri stessi, di circa ben 14 metri. Certamente all´intradosso dei muri é presente uno strato verticale drenante che quindi raccoglie le acque al piede degli stessi, cioé pressoché alla quota del piazzale inferiore, convogliando quindi quelle acque nella rete drenante che, appunto, sospettiamo si sia parzialmente ostruita. Tale ostruzione impedirebbe il drenaggio a tergo dei muri e la conseguente pressione idrostatica sugli stessi ne potrebbe

I piani progettuali

compromettere addirittura anche la stabilitá statica. Non si tratta di voler essere allarmisti, quanto di essere sufficientemente realistici e precisi, e quindi ingiungere all´azione tutti coloro che ad essa sono preposti, anche se le cosidette competenze in questo caso risultano essere alquanto confuse, ingarbugliate direi, tra il Comune, la Marina Militare, l´Autoritá portuale, la Sovrintendenza ai monumenti storici, etc. Sembrerebbe addirittura che le competenze siano diverse a seconda che si tratti del piazzale inferiore, o del Monumento in se, o del piazzale superiore, etc. Ma il nostro Monumento non lo sa proprio di tutte queste complicanze burocratiche ed a lui solo interessa essere

ascoltato, essere curato dei suoi acciacchi, e specialmente se gli stessi non sono dovuti solamente all´inesorabile trascorrere del tempo, ma all´incuria se non addirittura, e speriamo di no, all´ignoranza degli uomini. Glielo vogliamo fare questo regalo per il suo compleanno 80? Ho detto al mio amico che quando possibile sará mia preoccupazione recarmi al campo per osservare da vicino la situazione disponendo magari per l´occasione anche di elementi piú completi per una migliore valutazione ed un piú attendibile diagnostico. Peró non credo proprio che sia il caso di aspettare ancora e di continuare a tergiversare sul dafarsi e a rinviare le azioni.

Per eseguire un corretto diagnostico ed una pertinente terapia non mancano di certo i tecnici competenti in loco, ed é assolutamente chiaro quello che da subito bisogna fare, anzi bisognava averlo fatto giá da molto tempo, sul fronte dell´esplorazione in campo e della ricerca dei piani. Spero proprio che questo mio scritto possa in qualche misura contribuire al immediato raggiungimento di questo risultato. Bisogna intervenire subito, se non per sventare un grave pericolo, sicuramene per intraprendere presto i necessari lavori di bonifica e ripristino del sistema drenate prima che gli stessi diventino inesorabilmente molto piú urgenti e molto piú ingenti, sia tecnicamente e sia economicamente parlando.

Lo scheletro del Monumento


25

MERCOLEDÌ 1 FEBBRAIO 2012

La cerimonia solenne per l’inaugurazione del Monumento al Marinaio d’Italia.Era il 4 novembre 1933

La cronaca di una giornata indimenticabile che fu radiotrasmessa dall’Eiar di Bari

I

l 4 novembre del 1933 il re d´Italia, Vittorio Emanuele III° partecipó alla manifestazione organizzata a Brindisi per l’inaugurazione del Monumento al Marinaio d’Italia, opera realizzata in poco meno di un anno e finanziata grazie anche ai fondi raccolti nei concerti organizzati a tale scopo dal tenore salentino Tito Schipa. Il re arrivò in treno alle ore 9.30, dalla stazione fu accompagnato dal corteo reale a Palazzo Montenegro, quindi raggiunse in motoscafo il piazzale sottostante il monumento progettato dall'architetto Luigi Brunati e dallo scultore Amerigo Batoli, denominato "Sta come torre". Sulla tribuna reale eretta al centro della piazza presero posto anche il principe ereditario Umberto e le alte cariche politiche, civili e militari; migliaia di persone affollavano ordinatamente i lati del palco mentre nel porto erano ancorate diverse unità militari della 2da squadra navale. Per facilitare

Costruito in 11 mesi e inaugurato dal re Il 4 novembre 1933 Brindisi si vestì a festa per l’evento l’accesso alle autorità, dalla banchina Montenegro sino a quella di Posillipo la Regia Marina aveva predisposto un ponte di zattere con ringhiera, largo 18 metri e lungo 250. Alle ore 10.30 ventuno salve di c a n n o n e accompagnate dal volo degli idrovolanti aprirono la cerimonia inaugurale, che proseguì con la benedizione impartita dal cappellano della Marina, i discorsi delle autorità e conclusa con il canto dell’inno “Apoteosi al Marinaio”. La cronaca completa della manifestazione e i discorsi furono anche radiotrasmessi dalla stazione di Bari dell’Eiar e furono ascoltati anche dalla folla adunata sul lungomare grazie agli altoparlanti sistemati per l’evento. Dopo la colazione a bordo del piroscafo del Lloyd Triestino “Helouan”, i reali presero posto sul palco eretto di fronte a piazza Vittoria e alle ore 15 in punto iniziò la grande parata che vide ben 8000 tra militari e rappresentanti di associazioni sfilare davanti al sovrano. Alle 16.30 il re ripartì dalla stazione centrale non prima di ricevere un cestino di vimini raffigurante una nave, colmo di garofani, lavorato e donato dagli orfani di guerra. I grandi festeggiamenti continuarono in serata con musiche di orchestre e di bande militari.


22

CRONACA DI BRINDISI

SABATO 3 MARZO 2012

Foto di GIANNI DI CAMPI MAURIZIO DE VIRGILIIS, PATRIZIO POLMONE e STEFANO ALBANESE di MARIO ANTONELLI BRINDISI - Michael Jackson negli anni ‘80 riuscì nell’intento di unire tutti gli artisti d’America per l’indimenticabile “Band Aid“. Nicola Poli, col figlio Giovanni nel cuore, ha fatto di più: ha suonato l’adunata e ha fatto confluire in un unico, storico, evento, i musicisti brindisini di ieri e di oggi. L’1 marzo 2012 rappresenterà per sempre una data miliare nella storia artistica della città. Ha coinciso (guarda un po’ come sono le cose) col giorno in cui Lucio Dalla, (senza concedere il bis, è uscito di scena). Ma a rendere speciale e indimenticabile la serata sono stati proprio loro. Giovani, adulti e “anziani“ che hanno risposto al richiamo diffuso dalle colonne del profilo Facebook “Musicisti brindisini“. E così, a frotte, hanno raggiunto “Masseria Marziale“ la sede scelta per l’evento. Una sorta di Woodstock brindisina all’insegna dei buoni sentimenti, dell’amicizia fraterna e dell’amore incontrollabile per le sette note. Ognuno col proprio strumento, col proprio minuscolo repertorio da eseguire per deliziare gli altri e per ribadire che non c’è collante più efficace della musica. In casi del genere la sintonia e l’armonia generale rende quasi “stonata“ la citazione di singoli nomi. Ma non si può prescindere dal nominare, per l’appunto, Nicola Poli, polistrumentista con una storia musicale alle spalle lunga anni. Si deve alla sua caparbietà, a quella di Efisio Panzano, a quella di Pino Sammarco e di alcuni altri la buona riuscita dell’evento. Ma è innegabile che il deus ex machina sia stato proprio Poli. Giocando sul suo ruolo di “unificatore“ il geniale chitarrista s’è presentato travestito da Garibaldi, accompagnato da una prorompente e simpatica Serena Gerardi nei panni di Anita. Entrambi erano trasportati dal musicista albanese più noto a Brindisi. Quel Lumy (con inseparabile fisarmonica) che tutti almeno una volta si sono ritrovati davanti in qualche locale della città. Ma, smettendo immediatamente i panni di protagonista, Poli ha lasciato il palcoscenico ai tanti, tantissimi musicisti che si sono alternati. ben diciotto complessi musicali hanno inscenato la più entusiasmante delle staffette musicali. Mettendo da parte le immancabili fisime dei musicisti, sopprimendo l’intrattenibile voglia di perfezionare al massimo gli impianti, hanno suonato. Uno dietro l’altro. Voci dolci, voci roche. Voci “navigate“. Voci acerbe. Voci intense, alte, basse. Tutte accompagnate da musicisti professionisti che hanno fatto della musica una ragione di vita. E così, minuto dopo minuto (dalle 19.45 fino all’01.15) s’è dipanata una serata indimenticabile. Più delle parole, ovviamente, renderebbero bene l’idea le immagini. In queste due pagine ce ne sono

Una delle tante band intervenute al primo incontro dei musicisti brindisini

Un successo l’evento organizzato da Nicola Poli,anima del gruppo Facebook

Musicisti brindisini: valanga di emozioni nel primo raduno Oltre cinque ore di esibizioni,abbracci,risate e ricordi

Franco Maggio

Alessio Prontera

Michele Sfarra

Rino Carlucci

Alessandra Zuccaro

Raffaele Passiante

Michele Ludovico

Mimmo Russi

Roberto Ferraro

Paolo Mauro

Bruno Franciosa

Antonio Baldassarre


SABATO 3 MARZO 2012

CRONACA DI BRINDISI

23

L’immagine simbolo della serata:Efisio Panzano,uno degli organizzatori della serata,instancabilmente (e con tanta umiltà) al servizio di tutti i musicisti intervenuti all’evento poche. Troppo poche per poter essere rappresentative dell’evento. Eppure (ed è constatabile visitando il profilo Facebook) gli scatti non sono mancati. osì come non sono mancati gli apprezzamenti, sinceri per Angelo Olimpio, l’espertissimo tecnico del suono brindisino che ha reso speciale la serata con una competenza mixata alla perfezione, con pazienza, simpatia e voglia di accontentare tutti. E così su quel mini palco, così tanto “incasinato“ tra fili e strumenti hanno suonato e cantato le seguenti band: atia s Band, Easy Listening, roce e delizia, Fox ompany, Michele onzino, The revivals, Laura . Band, Dual Band, Mino e Noemy astagnanova, Mbeo, Deep Water, Narcotize, Exclusive , Sunday People, Tribute Baglioni Band, Ivangarage, Popular Mediterranean Band, Sulle vie del rock, Free Blues Light. Di certo qualche nome sarà sfuggito. Ma, è bene che si sappia, il ringraziamento degli organizzatori va a tutti coloro che hanno colto il giusto spirito per

animare un evento che, questo è certo, è destinato a ripetersi. Inevitabili, nel Nicola Poli,fondatore e coordinatore del gruppo Facebook fa il suo corso della serata, i riferi- ingresso travestito da Garibaldi.E’lui ad aver unito il popolo musicista. menti agli amici musicisti A bordo dell’ape di Lumy Gianni,l’albanese con la fisarmonica che non ci sono più. Per tutti loro - ha spiegato Nicola Poli - ho lasciato Armandino simbolicamente un tavolo con E il pensiero è corso, inevitabi- Biondo, alcune sedie. Anche loro avran- le, a Giovanni Poli, a ino Danese, omeo Balsamo e chisno applaudito, suonato e canta- Graziuso, Dany Notarangelo, sà quanti altri. Tutti appartenenVito Pati, Franco Gorgoni, Enzo ti al popolo più bello di to con noi . Macchi, Luigi Sciarra, enato Brindisi. Quello dei musicisti.

Un momento dell’esibizione della band di Franco Sgura

Nei prossimi giorni, Senzacolonne pubblicherà molte delle foto realizzate nel corso della indimenticabile serata.

Gianfranco Perri consegna la targa all’organizzatore Nicola Poli


20

CRONACA DI BRINDISI

GIOVEDÌ 8 MARZO 2012

Aldo Sgura

Mina Lamarina

Antonio“Fox“ Volpe

Sebastian Gonzalez dei Croce & Delizia

Teodoro Giampietro

I “Narcotize“

I volti di coloro che hanno risposto all’appello di Nicola Poli,fondatore del gruppo su Facebook

Foto,sorrisi & canzoni dei musicisti brindisini Una settimana fa lo storico Raduno con partecipanti d’ogni età di MARIO ANTONELLI BRINDISI - La voglia di parlarne ancora è inevitabile (e inarrestabile). A distanza di una settimana dal 1 aduno dei musicisti Brindisini, l’eco del successo non s’è ancora spenta. In tantissimi, lo scorso 1 marzo, sono accorsi rispondendo all’appello di Nicola Poli (fondatore dell’omonimo gruppo su Fecebook) e hanno imbracciato strumenti e impugnato microfoni per trascorrere insieme qualche ora tra canzoni e ricordi. Senzacolonne ha già pubblicato un ampio servizio dedicato allo storico evento con gli scatti della serata. Oggi torniamo a proporre le foto di alcuni altri partecipanti non ancora apparsi tra queste pagine (e molti altri, ovviamente, non riusciranno a essere pubblicati qui, ma sono ben visibili tra le pagine del gruppo su Facebook). Si tratta di immagini realizzate dai pazienti Stefano Albanese, Maurizio De Virgiliis e Gianni Di ampi. Scorrendo i volti pubblicati su questa pagina vedrete persone sorridenti o concentrate sui propri strumenti. Sono loro l’anima dell’evento voluto e organizzato con tanta maestria da Nicola Poli con la collaborazione degli immancabili Efisio Panzano, Pino Sammarco e Gianfranco Perri.

Efisio Panzano

Pino e Michele Sammarco Giovanna Tramonte

Laura Zuccaro

Nicola Poli,Ilaria e Gianfranco Perri I Sunday People

Stefano Albanese

Maurizio De Virgiliis

Angelo Olimpio,Tds Sound


Gianfranco Perri racconta 50 foto di Brindisini la mia gente


Gianfranco racconta 50 foto di Brindisini la mia gente Le Sciabiche Senzacolonne del 12 Gennaio 2012 Il Giro vespistico d´Italia passa da Brindisi - Ultimi anni ’50 19 Febbraio 2012 Corso Garibaldi - 1870 26 Gennaio 2012 La terrazza belvedere delle Colonne Romane - 1955 3 Febbraio 2012 La fontanella dei Giardinetti - 1968 9 Febbraio 2012 L´Ammiragliato - 1929 17 Febbraio 2012 Il Calvario -1904 23 Febbraio 2012 La Vendemmia e “li cufanaturi” - 1965 1 Marzo 2012 La demolizione del Teatro Verdi - 1960 8 Marzo 2012 “Lu Napulitanu” - 2000 15 Marzo 2012 Piccolo Lido - 1928 22 Marzo 2012 Sfilata di trattrici al Corso - 23 agosto 1927 29 Marzo 2012 L´atmosfera tropicale dei Giardinetti - 1930 circa 5 Aprile 2012 “Fishing boats coming into Brindisi harbor” - 1868 12 Aprile 2012 Piazza Baccarini - 1903 19 Aprile 2012 Piazza Santa Teresa- 1950 26 Aprile 2012 Palazzo Titi su Corso Garibaldi - 1950 circa 6 Maggio 2012 Il Cinema Mazari - 1956 10 Maggio 2012 Le barche a vela - 1960 circa 19 Maggio 2012 Il Gran Caffè Torino - 1958 31 Maggio 2012 Villaggio pescatori - 1939 9 Giugno 2012 La Palestra Galiano - 1934 14 Giugno 2012 Via Sciabiche - 1958 21 Giugno 2012 Porta Lecce - 1903 29 Giugno 2012 Il Monumento Nazionale al Marinaio d´Italia - 1933 5 Luglio 2012 La spiaggia del primo Novecento - 1906 12 Luglio 2012 La vecchia Stazione Marittima - 1938 19 Luglio 2012 Il Faro delle Pedagne - 1859 26 Luglio 2012 Tra Piazza Sedile e Piazza Vittoria - 1955 8 Agosto 2012 Il Palazzo della morte - 1922 9 Agosto 2012 Santa Maria del Casale - 1951 23 Agosto 2012 Aereo austriaco catturato - 1918 2 Settembre 2012 Garibaldi in piazza del Popolo - 1920 8 Settembre 2012 Piazza del Castello - 1930 13 Settembre 2012 Giardino Stazione Porto - 1925 20 Settembre 2012 L´estate brindisina degli Anni 60-70-80 28 Settembre 2012 San Pietro degli Schiavoni - 6 maggio 1941 4 Ottobre 2012 Gli hangar Bresciani - 1916 e Savigliano - 1930 11 Ottobre 2012 Arco doppio in Via San Giovanni al Sepolcro - 1955 18 Ottobre 2012 Via Carmine - 1903 25 Ottobre 2012 Via Pompeo Azzolino allo specchio - 1952 4 Novembre 2012 9 Novembre 2012 Via Cittadella - 8 novembre 1941 Le Sciabiche - 1906 15 Novembre 2012 Via Marina - 1905 22 Novembre 2012 Torre del Orologio - 1956 29 Novembre 2012 Castello Federico II -1880 5 Dicembre 2012 Via Bastioni San Giacomo - 1903 6 Dicembre 2012 Politeama Duca Degli Abruzzi - 1914 13 Dicembre 2012 Porta Mesagne ¨miracolata¨ - 1925 20 Dicembre 2012 La Valigia delle Indie del XX Secolo 27 Dicembre 2012


13

GIOVEDÌ 12 GENNAIO 2012

di GIANFRANCO PERRI

T

utti i brindisini conosciamo bene che “Le Sciabiche” era lo storico quartiere marinaro della nostra cittá, ormai purtroppo quasi completamente scomparso in seguito alle demolizioni che furono consumate in due ondate, la prima intorno al 1934 durante il ventennio fascista per dare spazio alla risistemazione di piazza Santa Teresa con la costruzione della Fontana Imperiale, e la seconda intorno al 1959 per improbabili esigenze urbanistiche dando spazio alla salita che imbocca la via Camassa, avendo stabilito essere malsani fatiscenti ed irrecuperabili tutti quei caseggiati densamente popolati che ancora conformavano lo storico quartiere. Ed in effetti la bella foto -di autore a me sconosciuto e postata dall´amico Simone Galluzzo- riproduce, di quello che fu quel quartire, un piccolissimo scorcio prospicente al mare sulla banchina del nostro incantevole lungomare. Peró “Le Sciabiche” altro non sono che quelle suggestive reti in primissimo piano nella foto, stese ad asciugare sul piazzale e quindi diligentemente rinacciate degli strappi della pesca della notte precedente dai laboriosi pescatori “sciabbicoti”. Derivando il tutto dalla parola araba che indica quella tipologia di rete: “sciabbach”. Le sciabiche sono reti da pesca che, calate in mare a semicerchio, catturano il pesce nel loro progressivo avanzamento. Somigliano molto alle reti a

Le Sciabiche strascico, ma si differenziano sostanzialmente da queste ultime per la lunghezza dei bracci, tant'è che in realtà il corpo si identifica con il sacco di raccolta. E perché quartiere storico?

Perché [Brindisiweb.it Giovanni Membola] fu proprio nel rione Le Sciabiche, il piú simbolico della nostra cittá, che il 5 giugno del 1647 esplose spontaneamente il forte malcontento dei pescatori, facendo

scoppiare la sommossa, un mese prima della più nota rivolta di Napoli capeggiata da Tommaso Aniello D'Amalfi, Masaniello, iniziando cosí l´insurrezione che finí per coinvolgere l’intero meridione, che

22

era Regno di Napoli giá dal 1509 e regnando in Spagna Filippo III con Pedro Girón viceré a Napoli. Si racconta [Cronaca dei Sindaci di Brindisi - Pietro Cagnes e Nicola Scalese, 1529-1787]: “Fu la revoluzione nel Regno di Napoli, e precise in questa città, e il sindico Ferrante Glianes fu lapidato dal popolo, e fu pigliato da casa sua, e portato carcerato in una casa sotto la marina, dove lo trattennero tutto il giorno, e poi la sera lo mandarono libero in casa sua, e il capopopolo, o vero i capopopoli, furono Donato e Teodoro Marinazzo, e levarono le gabelle, non facendoli osservare come era di solito.” In quel quartiere, al momento del suo abbattimento definitivo nel 1959, abitavano moltissimi dei nostri amici, ragazzi di allora i quali conservano ancora vivissimi i loro ricordi d´infanzia e della loro gioventú “sciabicota”: Arcangelo Taliento, Cosimo Prudentino, Luigi Iaia, Silvio Melpignano, Raffaele Giove, o Remo Simoniello e Antonio Volpe che avevano i nonni lí alle Sciabiche, o Cosimo Signorile il cui padre era pescatore, ...solamente per citare alcuni di loro, tutti assidui sostenitori del nostro gruppo fb “Brindisini la mia gente”. GIOVEDÍ 19 GENNAIO 2012

di GIANFRANCO PERRI

U

na foto bella ed anche molto suggestiva, con un´atmosfera decisamente festiva, sia per la corsa in Vespa, sia per la presenza delle luminarie decorative che si intravedono, dobbiamo essere intorno alla festa di San Teodoro, e sia per lo sfondo sereno e rilassato: una nave da crociera agli ormeggi portuali e la terrazza balcone della Stazione Marittima a fine estate ancora ammobiliata con i tavolini da bar e gli ombrelloni del Desiré a mare. E sul fondo anche la inconfondibile siluetta della mitica Villa Skirmuth-Monticelli, la villa dei misteri, forse non ancora completamente in rovina. Questa foto, ormai quasi dimeticata, l´ho postata dopo averla riscoperta sul fondo di un cassetto della mia vecchia scrivania a casa dei miei, in via Castello 3. Me l´aveva regalata nei lontani anni dell´universitá un mio amico torinese del Politecnico: a quel giro aveva partecipato suo padre, che é uno dei vespisti ritratti nella fotografia. Da tanti, troppi, anni a questa parte invece l´atmosfera é decisamente cambiata: le grandi navi da crociera son scomparse quasi completamente e la veranda del Desiré

Il Giro vespistico d´Italia passa da Brindisi - 1959 a mare con la sua vista mozzafiato, ci dicono sia adesso il balcone inutilizzato dell´ufficio del capo dell´autoritá portuaria, che appunto da un pó di anni sembra che occupi

quello che per tanto tempo fu il famoso salone delle feste della Stazione Marittima. Tantissime coppie brindisine festeggiarono il loro matrimonio in quella bella sala e lí

si celebrarono tantissimi veglioni di carnevale e capodanno, e poi le feste studentesche dei liceali brindisini! Peró, pur nella convinzione che non sia possibile costrui-

re un futuro migliore senza ben conoscere il proprio passato, bisogna sempre guardare avanti, ed allora io l´avrei da fare una petizione concreta al professor Hercules Haralambides, l´attuale capo dell´autoritá portuaria: “Restituire a tutti i brindisini quello spazio che per tanti anni é stato luogo di pubblico ritrovo e che é ancora nella memoria di tanti brindisini i quali non hanno mai perdonato che gli sia stato abusivamente scippato”. Son sicuro che noi tutti gliene saremmo riconoscenti. Questa struttura della Stazione Marittima solo parzialmente riprodotta nella foto, e cosí come noi la conosciamo, risale al 1940 anno in cui fu costruita per sostituire quella anteriore molto piú modesta stazione che aveva operato durante 40 anni. Dal 1901 e fino al 1914, sotto l´impulso delle attivitá della societá Peninsulare con la celebre Valigia delle Indie.


33

GIOVEDÌ 26 GENNAIO 2012

di GIANFRANCO PERRI

Q

uesta antichissima foto appartiene alla serie di quelle che, datate 1870, integrano gli Archivi Alinari e che furono esposte in occasione della mostra “Brindisi negli Archivi Alinari tra Unitá d´Italia e Prima guerra mondiale” a Palazzo Granafei Nervenga dal 18 Giugno al 9 Ottobre 2011. La foto originale é dello Stabilimento Giacomo Brogi. Si tratta pertanto molto probabilmente della serie di fotografie piú antiche della nostra cittá. In effetti, anche se la preistoria della fotografia risale agli ultimissimi anni del ‘700, in Itali i primi esperimenti di fotografia furono condotti da Enrico Federico Jest e da Antonio Rasetti solo nell'ottobre del 1839 con un macchinario di loro costruzione basato sui progetti del francese Daguerre e le loro prime fotografie italiane documentate, sono quelle che riproducono alcune vedute di Torino. Bisogna osservare che nel 1870 il corso si chiamava ancora Strada Amena, e fino al 1797 era stato percorso da un insano canale di scolo di rifiuti urbani di ogni tipo, da cui il nome di ‘strada della mena’. In quell´anno 1797 il canale fu finalmente risanato

Corso Garibaldi nel 1870 e la via denominata ufficialmente Strada Carolina in onore alla moglie austriaca di Ferdinando IV° re del Regno Napoli al quale appunto

Brindisi apparteneva. Solamente nel 1880 con la morte di Garibaldi fu assegnato il nome attuale al corso che includeva anche l´attuale

Corso Roma. Al fondo della foto, si va verso il mare, sulla destra c´erano i terreni della futura stazione marittima e sulla

sinistra, dopo gli edifici, i terreni dei futuri Giardini Vittorio Emanuele II° -Li giardinetti- che al tempo della foto si chiamavano Largo San Francesco. La viuzza a sinistra in primo piano nella foto, quel portoncino ad arco e la soprastante finestra esistono uguali tutt´ora, é l´attuale Vico De Lubelli, che si chiamava Vico Amena 2°, mentre la viuzza seguente si chiamava Vico Amena 1° ed é l´attuale Via Amena. L´insegna a sbalzo sull´angolo dice Hotel D´Oriente e l´edificio a tre balconi in primo piano é tutto ancora lí, mentre la costruzione che segue fino a Via Amena é stata sostituita da un edifico a due piani e cinque balconi. Finalmente segue attualmente il grande moderno edificio al cui pianterreno ci sono il Bar Ausonia ed il Caffé de París. Poi, I nostri Giardinetti della Stazione Marittima.

21

VENERDÌ 3 FEBBRAIO 2012

di GIANFRANCO PERRI Di questa foto un pó sgualcita ma pur sempre bella, postata dall´amico Nikos Desillas, non é importante la data né, in questo mio commento, vogliono esserlo le nostre famosissime colonne romane, centrali nella foto, terminali della Via Appia, e neanche la casa di Virgilio, la casa cioé che occupa il luogo di quella molto piú antica in cui il grande poeta romano Publio Virgilio Marone vi morí e che oggi sostiene la targa commemorativa di quell´evento, e neppure il Palazzo Perez sulla destra della foto. Il titolo che ho infatti scelto per questa foto, postata dal nostro amico d´oltre mare Nikos Desillas, richiama chiaramente una semplice terrazza, in primissimo piano nella foto. Perché mai? Ma perché quella terrazza conduce ad un balcone che affaccia su uno dei panorami piú belli al mondo, di una bellezza assolutamente indescrivibile, un panorama mozzafiato sul porto interno, sul Casale, sul Monumento, sul canale Pigonati, sul porto esterno, sul Forte a mare, ...sull´infinito azzurro e luminoso del mare brindisino. Ma non é neanche stato solo per decantare tutto ció, che ho

La terrazza belvedere delle Colonne Romane - 1955 voluto pubblicare questa foto. L´ho fatto invece perché quella terrazza, con il suo balcone e il suo panorama, da sempre a mia buona memoria patrimonio di tutti i brindisini, da

qualche anno é chiusa al pubblico da un cancello: per proteggerala da vandali e sporcaccioni, ...ci hanno detto. Molto peggio la cura che la malattia, e si potrebbe anche

dire che di certo é stata scelta la medicina peggiore, una medicina che non cura la malattia, una medicina che ha ucciso. Poi peró, dopo qualche anno

di amarezze ho scoperto che non era cosí grave la cosa. In effetti la terrazza la si poteva ancora visitare accedendovi in ascensore dall´interno dei sottostanti locali del Museo della Fondazione Faldetta. Naturalmente negli orari di apertura del suddetto museo, ...e giá! Ma bisogna essere un privilegiato per avere accesso a questa informazione gelosamente custodita come fosse un segreto di stato. E si, ...perché mica é venuto in mente al responsabile del museo di mettere un piccolo, magari anche minuscolo, cartellino sul cancello che sbarra l´accesso alla terrazza per indicare, appunto, da dove si entra! Troppa immaginazione per farlo, troppa inventiva per farsi balenare un´idea cosí originale e straordinaria. Mica é da tutti, non si puó chiedere poi tanto! E adesso che il museo Faldetta non riaprirá?


7

GIOVEDÌ 9 FEBBRAIO 2012

di GIANFRANCO PERRI La fontanella dei ‘Giardinetti’ della stazione marittima. Quante volte abbiamo fatto le veci di quel bambino o di quel papá o nonno? Adesso non c´é piú la fontanella con la sua palma di datteri ormai abbattuta! Questa foto la scattai nel 1968 quando frequentavo il ‘Centro Servizi Culturali’ in Piazza del Popolo, piú esattamente mi pare in Via Santa Lucia, al primo piano subito affianco della Pizzeria Romanelli. Avevamo lí anche una piccola camera oscura ed io stesso sviluppavo le foto che scattavo. Una breve ma simpatica ed intensa stagione ‘artistica’ che duró un paio d’anni prima di intraprendere l’avventura universitaria a Torino. L’amico Pino Spina ha voluto commentare questa mia foto scrivendo: “Non esiterei ad attribuire a questa immagine il valore di documento storico, non credo che ci sia un solo brindisino che, almeno fino a quando è esistita, non ricordi di essere stato sollevato da terra per bere a quella fontanina. Grazie, per la pubblicazione.” Troppa generositá Pino, ma son anche sicuro che questo commento sia ampiamente condiviso da tanti brindisini di piú d’una generazione. E, permettetemelo, un solo altro commento tra i tantissimi e molto appassionati che ha stimolato questa mia foto, quello dell’amico

10

La fontanella dei giardinetti nel 1968 Domenico Faraselli: “Le cose belle o legate a ricordi indelebili della nostra infanzia credo che non si dimentichino mai e fa sempre tano piacere rivederle. Grazie per quel magico scatto.”

Ma perché é stata tolta quella fontanella? Ma perché é stata abbattuta quella palma? Naturalmente ci deve essere stata una e forse piú d’una ragione ‘tecnica’, peró a noi brindisini la vita ci ha insegna-

to ad essere sospettosi e a diffidare degli amministratori comunali. E giá, forse perché furono proprio amministratori comunali coloro i quali risolsero di abbattere la settecentesca torre dell’orologio, di demolire il

CRONACA DI BRINDISI

teatro Verdi, di sradicare il parco delle rimembranze, di cancellare il quartiere delle Sciabiche, ... E non voglio certamente tentar di stabilire forzate ed improbabili equivalenze tra la fontanella e ed i celeberrimi monumenti citati. Per fortuna in questo caso non c’é stato di certo uno scempio storico, ...ma quella fontanella era la ‘nostra’ fontanella: semplice, umile, ma ‘nostra’! Quindi, siamo proprio sicuri che fosse veramente inevitabile il suo abbattimento, siamo proprio sicuri che non ci fosse un rimedio alle problematiche ‘tecniche’ responsabili della risoluzione? Magari il rimedio sarebbe anche potuto essere semplice, o magari forse anche complicato, ma ci resta comunque il sospetto che in fondo si tratti solo di una ulteriore manifestazione di superficialitá ed insensibilitá di qualcuno per il quale l’oggetto in questione null’altro fosse che una vecchia povera e inutile fontana disfunzionante, attaccata ad un vecchio albero malato. Mah! Certo che a noi restano solo il sospetto e l’amarezza.

VENERDÌ 17 FEBBRAIO 2012

di GIANFRANCO PERRI Forse solo i nostri genitori piú anziani lo ricordano con questo nome un pó suggestivo, o con la denominazione di Comando Marina. Noi invece, brindisini nati poco prima o poco dopo la seconda guerra mondiale, tutti lo ricordiamo come “Lu Prisidiu”. In effetti si tratta delle strutture di quella che in origine fu la caserma d´ariglieria “Ederle”, dal nome di Carlo Ederle, maggiore di artiglieria nato a Verona nel 1892 e morto sul Piave nel 1917, medaglia d´oro al valor militare nella prima guerra mondiale. Il grande palazzo, che risalta sullo sfondo della foto postata da Simone Galluzzo e anche riprodotta sul classico libro editado nel 1985 “Parliamo di Brindisi con le cartoline” di Giuseppe Candilera, non esiste piú, ma proviamo comunque ad orientarci: La strada sulla destra é l´attuale Viale dei Mille, vista da Via Santa Aloy e subito a destra, non visibile nella foto ma tutt´oggi esistente dietro gli alberi, c´é la palazzina dell´Ammiragliato, nella quale alloggió il Re Vittorio Emnanuele III° durante il periodo del suo soggiorno a Brindisi dopo l´8 settembre 1943 durante i mesi in cui Brindisi fu la capitale d´Italia. La costruzione bassa a forma di capannone con il tetto a due spioventi sulla sinistra invece, esiste ancora, completamente fatiscente e da molti anni abbandonata: appartenne alla caserma Ederle ed occupa tutto il lato Nord di Via Castello, tra Via Rodi e Via Cittadella nuova. Quella costruzione bassa ha anche un secondo lato contiguo non visibile nella foto, tipologicamente uguale e disposto perpendicolarmente,

L’Ammiragliato nel 1929 occupando ancora oggi tutto il lato ovest di Via Cittadella nuova, tra Via Castello e Viale dei Mille e, ad angolo tra Via Cittadella nuova e Viale dei Mille, c´é il Circolo ricreativo della Marina. Esattamente in quello stesso angolo, fino a tutta la seconda guerra mondiale, era invece posizionata la garitta del sentinella e, me lo raccontava mia madre, il sentinella era puntualmente presente al suo posto anche durante quella tragica notte brindisina tra il 7 e l´8 novembre del 1941, mentre infuriavano i bombardamenti inglesi:

le bombe cadevano in quell´area con sempre maggiore insistenza ed una signora anziana, che viveva al piano rialzato dell´edificio con gli archi che si affacciava, e si affaccia ancora, su Via Santa Aloy a pochissimi metri da quell´angolo, scorgendo dalla sua finestra socchiusa il soldato, cominció a chiamarlo ingiungendogli di venir fuori dalla garitta e di rifugiarsi nel portone dell´edificio, molto piú solido ed un pó meno esposto alle bombe. Il sentinella non volle muoversi e la signora dopo ripetuti quanto inutili richiami, scese per

strada, andó alla garitta e materialmente trascinó il soldato fuori fino a farlo rifugiuare nel portone dell´edificio. Erano trascorsi pochi minuti da quel momento quando una bomba centró in pieno la garitta: non ricordo il nome di quell´anziana signora, ne mai seppi quello del giovane soldato. Alle spalle dell´edificio e per tutta la sua notevole ampiezza c´era un grande cortile, una grossa piazza d´armi denominata Piazza Castello. Al posto di quella piazza e dello stesso palazzo “Lu Prisidiu” c´é oggi la scuola

Salvemini. Dalla fine della seconda guerra mondiale invece, tutto l´edificio fu “temporalmente” destinato a civile abitazione ed occupato da tante famiglie di sfollati, una temporalitá che duró quasi vent´anni: alcuni dei miei compagni di classe alle scuole elementari San Lorenzo abitavano “intra allu Prisidiu”. Io sono infatti nato e vissuto in Via Castello N°3, esattamente all´angolo con Via Cittadella nuova, proprio di fronte a ció che restava della caserma Ederle. La caserma in origine occupava per intero tutto l´isolato, che era perfettamente rettangolare e conteneva anche il palazzo del Presidio Militare, essendo delimitato dalle quattro strade: Via Castello, Via Cittadella nuova, Viale dei Mille e Viale della Libertá, la quale in effetti non esisteva ancora ed era una strada interna alla Marina Militare, cosí come lo era anche l´attuale Viale dei Mille. La Ederle, era poi divenuta una caserma di cavalleria, ed ai tempi della mia infanzia oltre ai soldati c´erano ancora i cavalli, poi negli anni divenne un deposito di armi. Me li ricordo bene i cavalli, dal balcone di casa li osservavo ogni mattina, con i soldati che li facevano uscire dalle stalle e li portavano a bere nel beveratoio al centro del cortile, e poi li facevano passeggiare un pó.


15

GIOVEDÌ 23 FEBBRAIO 2012

di GIANFRANCO PERRI Questa é una bella vecchia cartolina che fu editata da Angela Anelli e illustra il Calvario sito sulla Via Santa Margherita ad angolo con Via Carmine e la cui costruzione originale deve in qualche modo essere stata legata alla esistenza di due importanti strutture religiose che erano state previamente edificate nelle sue immediate adiacenze, da un lato e dall’altro. Un angolo di Brindisi certamente suggestivo ed assolutamente molto presente nella memoria di tanti di noi che da bambini ci incantavamo, anche un pó suggestionati ed impressionati, di fronte alla figura del Cristo morto e della Madonna che lo compiangeva, nella sera dei sepolcri e durante tutta la settimana santa. Poi invece, per tutto il resto dell´anno le statue sparivano dalla vista, anche se la loro presenza la si poteva indovinare dentro la minuta cupola che le custodiva e che ha continuato a custodirle durante tantissimi anni: un angolo della nostra storia. Cosí come lo ricorda la lapide ancora apposta sulla colonna, a sinistra nella foto, il Calvario fu fatto ergere nel 1830 (AD MD.CCC.XXX), da Monsignor Pietro Consiglio, Arcivescovo di Brindisi e di Ostuni tra il 1826 e il 1839, praticamente addossato al convento di Santa Maria delle Grazie i cui resti ancora resistono in parte, proprio affianco al Calvario, su Via Santa Margherita: il muro che si osserva sulla destra della foto

Il Calvario nel 1904 appartiene infatti alla struttura del convento. L’intonaco su questo muro è stato tolto di recente e si possono cosí notare alcune figure incise sulla pietra esposta, un cervo e poi dei pesci in mare.

Su Via Santa Margherita, quando eravamo bambini c´era solo un arco aperto, mentre adesso c´è un cancello ed al suo interno si può osservare un cortile che fu il chiostro del convento, con ben riconoscibili gli archi ogi-

vali a sesto acuto, adesso che tutto é stato finalmente restaurato dai proprietari attuali. Il convento aveva assunto la denominazione di Santa Maria delle Grazie solo dopo la riforma dell’ordine eremitano ed il

22

piú antico documento noto che lo cita esplicitamente è datato 1333. Dopo una prima soppressione venne utilizzato come ospedale, mentre in tempi meno lontani invece, e dopo la dismissione definitiva del convento, l’edificio passó in proprietá al Comune e fu successvamente destinato a civili abitazioni. Dietro al Calvario, dove c'è adesso la birreria Gruit, il palazzo Gioia, c’era invece il ben piú antico Monastero degli Agostiniani, fondato nel 1193 e di fatto collegato e tutt´uno con il Convento di Santa Maria delle Grazie. Poi, piú vicino a Porta Mesagne, nel 1526 fu costruita la chiesa di San Rocco, in uso ai Carmelitani, di cui non rimane più nulla se non la statua di San Rocco conservata nel cortile del palazzo del Seminario. Di fronte al Calvario finalmente, sorgeva la chiesa con l´annesso convento della Madonna del Carmine, da cui il nome della strada. Si trattava quindi in effetti di tutto un antichissimo complesso religioso e mistico e recentemente é stato approvato un progetto di restauro del Calvario e del palazzo ex Monastero degli Agos

GIOVEDÌ 1 MARZO 2012

di GIANFRANCO PERRI Ho trovato simpatico comporre queste due belle foto postate da Francesco Petrelli, emblematiche di quella che fino a un pó di anni fa era la vendemmia nelle nostre campagne, e con l´intenzione di rendere un omaggio a quegli uomini che della vendemmia brindisina sono stati durante tanti anni i veri ed anche un pó eroici protagonisti: “li cufanaturi”. Erano i personaggi di gran lunga piú importanti della filiera produttiva della vendemmia, erano giovani e meno giovani, ma sempre e sicuramente forti e resistenti, ed erano pertanto quelli che tra i lavoratori del campo erano i meglio remunerati. Trasportavano con passo celere, quasi di corsa, alternandola su una sola spalla, la “tinedda” zeppa d´uva, che veniva auto-caricata seguendo un movimento preciso, quasi acrobatico e rigorosamente coordinato, di sollevamento da trerra mediante l´accompagnamento da parte di colui che era incaricato del suo riempimento travasando le ceste o panari riempiti con l´uva raccolta dalle vendemmiatrici, le eroine della vendemmia brindisina. Il tragitto della corsa era variabile durante la lunga giornata e si allungava fino ad

La vendemmia. e “li cufanaturi“ - 1965 anche una cinquantina e piú di metri man mano che il taglio dell´uva avanzava fino all´estremo del filare per poi ritornare indietro dal filare adiacente. Poi alla fine di ogni

corsa la scaletta in legno, necesaria per guadagnare il ciglio della botte o della cassa del camion, spesso resa anche un pó viscida dalla terra e dal succo d´uva che inevitabil-

mente finivano con l´avvolgere gli scalini. Quella “tinedda” era veramente maledettamente pesante, ve lo posso giurare. A me infatti, come a tanti altri

miei coetanei, é capitato da studente ancora in vacanza di andare a vendemmiare assolvendo il compito di, appunto, sollevatore della tina, e non certo quello fisicamente assolutamente impossibile di “cufanatori”. Quella tina era pesante anche vuota, figuriamoci piena. Era fatta di legno bello spesso perché doveva essere resistente e durevole, e poi con il trascorrere delle ore si appesantiva ancor piú perché si inzuppava del succo d´uva assorbito in abbondanza. Da casa si usciva un pó prima dell´alba per raggiungere la campagna prestissimo ed iniziare il lavoro con le primissime luci. Ma coloro i quali ci dovevano andare “cullu travinu” uscivano di casa a notte fonda, ed erano tantissimi “li travini” che si superavano per strada, al buio e tutti con la lanterna segnaletica a petrolio accesa e dondolando “sott´allu travinu” in un´atmosfera surreale scandita dallo scalpiccio delle staffe dei cavalli sull´alsfalto, e “sulle chianche”


10

GIOVEDÌ 8 MARZO 2012

di GIANFRANCO PERRI Una tristissima foto. Una foto assurda che non sarebbe mai dovuta essere scattata. Una foto figlia dell´invidia, della politica piú malsana, dell´ignoranza, della malafede e, purtroppo, anche dell´indifferenza della maggior parte dei cittadini. Quell´indolenza che sembra trapelare anche da quel passo frettoloso dei tanti che stanno passando inosservanti di ció che stava succedendo, anzi consumandosi, alla loro presenza. “...Dopo fasi di alterna fortuna, come punto di arrivo di un lento declino, un commissario prefettizio a nome Prestipino, insediato il 4 aprile 1959 a causa della crisi che aveva investito l’amministrazione retta dal Sindaco Manlio Poto, il 30 settembre del 1959 decretò l’abbattimento del teatro ‘per salvaguardare la incolumità pubblica’. La demolizione fu eseguita fra una certa indifferenza generale da febbraio a maggio dell’anno successivo...” -da un intervento del Sindaco Domenico Mennitti durante il Consiglio Comunale tenutosi sul Teatro Verdi il 20 Novembre 2006-. La sua costruzione aveva richiesto nove anni di lavori, dal marzo 1892 al marzo 1901. Il primo spettacolo, un concerto di musiche di Verdi,

La demolizione del Teatro Verdi - 1960 fu tenuto il 24 marzo del 1901 proprio per commemorare il grande musicista e l´inaugurazione della prima stagione lirica avvenne invece il 17 ottobre 1903, con la rappre-

sentazione della Traviata di Verdi. Nel Verdi si tennero nel 1926 e 1927, anche tutta una serie di importanti eventi lirici promossi e partecipati dal grande

tenore leccese Tito Schipa, per la raccolta dei fondi necessari alla costruzione del Monumento al Marinaio d´Italia. Il teatro fu in minima parte

danneggiato durante l'ultima guerra mondiale da bombe esplose nelle sue vicinanze, e fu più volte riparato tra il 1949 e il 1951. Il 21 luglio 1951 una commissione di cui facevano parte tecnici del genio civile, della provincia e dell´ordine degli ingegneri, concluse che “...il teatro non rispondeva più alle esigenze per le quali era stato costruito, che non era un monumento degno di essere conservato, che l'area di grande valore in cui si trovava poteva essere meglio utilizzata...”. Non ci sono le prove, ma quelle conclusioni inducono, anzi obbligano, a credere nella assoluta malafede di quella commissione. ...Si, perché la sola ignoranza ed indolenza non avrebbero potuto da sole spiegare l´assurditá di quella conclusione. La struttura continuò comunque a funzionare come cinema, finché il 23 agosto 1956 la prefettura ne dispose la chiusura e nel 1959 il commissario prefettizio ne decretó la demolizione.

11 di GIANFRANCO PERRI Questa bellissima foto gentilmente postata dall´amica Valeria De Robertis, riproduce il simpatico signor Mauro De Robertis, padre dell´amico Nicola e nonno di Valeria, e che purtroppo ci ha ormai e definitivamente lasciato. E lo riproduce dentro il suo piú che famoso negozio di Via Ferrante Fornari, quello di fronte alla chiesa degli Angioli ed alla scuola elementari San Lorenzo: il negozio “ti lu Napulitanu” che, dopo quasi 100 anni di esistenza, ha anch´esso chiuso per sempre i suoi battenti. Si, purtroppo “Lu Napulitanu” ci ha lasciato senza i suoi ami per la pesca, i quaderni neri con il bordo rosso, i tappi di sughero, le maschere di carnevale di cartone, i denti per la fioscina, li chiumbi e li cranfarieddi, i salvadanai in terracotta, li curri, li mintini, i formaggini di cioccolata, le collane di zucchero, le giuggiole e le rotelle di liquerizia, i mortaretti e li fiscaluri, le fiale puzzolenti, i soldatini e gli indiani di plastica, parrucche barbe e baffi finti, ceri per i santi e per i morti, e ...li tagghioli pi li surgi... Quando serviva una

.

Lu Napulitanu ““ - 2000 “L

qualsiesi cosa a casa, le mamme ci dicevano “sirai la teni lu Napuliatanu”. In quel negozietto si respirava un´aria speciale, tutta magica. A voler essere piú precisi, in

effetti i negozi chiamati “Lu Napulitanu” in via Ferrante Fornari durante molti anni sono stati due ed i due proprietari erano fratelli. Prima aprì il negozio di nonno

Mauro, che in principio fu dello bisnonno di Valeria, padre di sua nonna, proprio sull´ angolo di fronte alla chiesa degli Angioli. Poi aprì l'altro, nello stesso palazzo

ma sull´altro angolo di via Ferrante Fornari, quello di fronte alle scuole elementari San Lorenzo, che però ebbe vita più breve. I due negozi, anche se erano simili, furono gestiti diversamente. Noi ragazzi per differenziarli, parlavamo di “lu Napulitanu vecchiu y lu Napulitanu nuevu, o giovini”. Il vero cognome dei fratelli era Napolitano, ma ci fu un errore all´anagrafe e così il negozio di nonno Mauro fu registrato con il nome di “Napoletano”, mentre l'altro negozio rimase Napolitano. Poi nonno Mauro fu addirittura considerato essere napoletano per il suo modo di parlare. Non aveva infatti accento brindisino, ma in realtá era di Molfetta e non certo di Napoli, ma quasi tutti sentendolo parlare con uno strano accento e conoscendo il suo cognome, fecero l'errore di considerarlo napoletano, anche di fatto.


12 di GIANFRANCO PERRI

Q

uesta fotografia postata dall´amico Alberto Cafiero, ed appartenente alla colezione della Valigia delle Indie, é da definire quanto meno, deliziosa. Non si riesce a leggerlo peró, nella fascia centrale e bianca dell´arco che rappresenta un bellissimo sole, c´é chiaramente scritto “Piccolo Lido”. Un vero gioiello, una costruzione di legno in perfetto stile Liberty. E peccato che non ci sia dato di vedere, e neanche di sapere, quali fossero i colori di quel sole e di quelle porte delle venti gabine disposte sui due piani, ma c´é da supporre che un architetto capace di progettare una struttura cosí delicata ed armoniosa, deve averne di certo selezionato di perfettamente adeguati all´incantevole atmosfera di quel luogo. E dove siamo? Esattamente su quel pezzetto di spiaggia che rimaneva compreso tra lido La Pineta e lido Gaudioso, precursore della famosa spiaggia Sant´Apollinare. La Pineta si

situava immediatamente alla sinistra della foto e di fatto sotto la Villa Skirmut, quella degli spiriti, e si puó infatti intravedere sotto

l´albero a sinistra nella foto il portale a due colonne quadrate sormontate da due grossi portafiori che costituiva l´entrata al terreno della

villa. Ancora un pó piú in lá della Pineta, vi era infine la spiaggia Fiume Piccolo. Il lido Gaudioso invece restava

immediatamente alla destra della foto e ne seguivano altri tre di lidi, in realtá tutti sulla stessa spiaggia, ma con tre diversi nomi, lido Brento, lido Risorgimento e lido Cafiero. Il Piccolo Lido della foto, sorgeva quindi nella porzione finale di quella che poi sarebbe diventata la famosissima spiaggia di Sant'Apollinare. Quando la costruirono, Piccolo Lido scomparve assieme agli altri cuattro lidi, il Gaudioso, il Brento, il Risorgimento e il Cafiero, ma rimase La Pineta divisa da Sant'Apollinare con un reticolo di filo spinato che entrava in acqua per qualche metro. L´amico Raffaele Mauro che ci ha voluto gentilmente spiegare tutta questa complicata ed ormai scomparsa logistica delle spiagge brindisine, ci ha anche confidato di aver bucato perlomeno un paio di canotti su quel reticolo.

11

GIOVEDÍ 29 MARZO 2012

di GIANFRANCO PERRI

U

na bella fotografia della colezione G. Argese che ci racconta tante cose della Brindisi che fu: gli alberi di quercia -lecci per la precisione- che su Corso Umberto I° e su Corso Roma erano stati piantati qualche anno prima, intorno al 1922, e che poi furono sradicati verso la fine degli anni ’60, per essere finalmente sostituiti in anni recenti dalle palme. Ed ancora: in primo piano un impeccabile lastricato, quello originale dei corsi. Sul fondo a destra l´inconfondibile siluetta del tetto del teatro Verdi e finanche la facciata della stazione ferroviaria. In primissimo piano a sinistra invece, i tavolini del caffé Guarino proprio di fronte alla Piazza Vittoria. Poi, i tanti tricolori con lo scudo sabaudo e, all´inizio di Corso Roma, che alla data ancora si continuava a chiamare Corso Garibaldi,

Sfilata di trattrici al Corso - 23 agosto 1927 vari calessi parcheggiati con i rispettivi cavalli, i taxi dell´epoca. Ma la cosa piú interessante della foto sono le famose

trattrici Fordson, con gli sperimentati modelli F e gli innovatori modelli N, che sfilano in occasione di una importante fiera o, come si

chiamavano allora, mostra o ancora meglio, esposizione agricola industriale zootecnica. Ci sono anche notizie e

documenti che ne registrano una molto importante a Brindisi anche nell´ancor piú lontano 1909 quando, essendo ancora provincia di Lecce, vantava una rigogliosa attivitá commerciale basata sui numerosi prodotti della terra, intervenendo industrialmente anche sulla trasformazione con i numerosi stabilimenti vinicoli e oleari, nonché con le molto diffuse masserie del circondario dove si allevava bestiame d´alimentazione e da tiro. E finalmente, da notare i nostri concittadini, schierati numerosi ed in buon ordine, con moglie e bambini, e molto eleganti nei loro austeri, ma certamente dignitosi vestiti della domenica di quella fine estate.


CRONACA DI BRINDISI

GIOVEDÌ 5 APRILE 2012

13

di GIANFRANCO PERRI

I

l nostro amico Nikos Desillas da Corfú continua a regalarci dalla sua inesauribile colezione, immagini tanto belle quanto suggestive della nostra cittá. Molte delle foto da lui postate ci risultano quasi del tutto sconosciute, e comunque tantissime delle sue foto sono semplicemente fantastiche. Il titolo della fotografia parla di “atmosfera”, e non a caso ma proprio perché é quella che della foto é la presenza piú meritevole di essere commentata, anche in considerazione del fatto che sembra sia stata recentemente un pó troppo smarrita in quel giradino che ha giá ta tempo compito i cent´anni. Su tutte le vecchie mappe cittadine reperibili, per esempio sul piano del progetto per la strada La Mena del 1866, l´area sulla quale insiste il giardino viene identificata come Piazza San Francesco e in alcuni casi giá veniva simboleggiata come area verde o giardino, per esempio sul piano del progetto di risistemazione della banchina centrale e sue adiacenze del 1885. Quel terreno apparteneva al proprietario di un palazzotto situato sul posto in cui fu poi edificato il palazzo della Banca d´Italia. Il

terreno del giardino fu donato al Comune da quel proprietario, con la condizione che non vi si costruisse nulla che potesse togliere la vista del mare dal suo palazzo. Meno male, e che for-

tuna! Il Comune si fece carico del giardino, cambió il nome della piazza intitolandola a Vittorio Emanuele II° e tra le vecchie cartoline, giá una del 1905 lo

illustra in tutto splendore: un giardino particolarmente curato nella folta vegetazione, diligentemente recintato con un´elegante inferriata alta non piú di in metro ed aperto al pubblico.

Attorno ai primi anni ‘30 venne trasferita ai giardini la fontana dei delfini proveniente dalla vicina Piazza Baccarini e qualche anno dopo venne anche inserito un busto di Virgilio con lo sguardo rivolto verso il mare e che in molti ricordiamo ancora molto bene. Adesso, non solo l´aspetto, ma anche l´atmosfera sono completamente cambiati: molti alberi di palma sono stati abbattuti, molti degli spazi sono stati pavimentati, anzi cementificati, le palme rimaste sono cosí alte che lo sguardo dei passanti, ed ancor piú se di bambini, non le coglie piú. E poi, quei brutti chioschi di bevande ed alimenti! Peró e per fortuna, “li giardinetti” stanno ancora lí, piú che centenari e disposti a resistere. C´é solo da sperare che prima o dopo un qualche amministratore con un pó di sensibilitá e di buon gusto, li faccia ritornare al loro antico splendore e restituisca loro quell´atmosfera, forse un pó meno asettica, ma appena un pó selvaggia, o quanto meno, piú naturale!

23

GIOVEDÌ 12 APRILE 2012

Q

uesto bellissimo oleo, certamente meno noto del piú famoso e celebrato dipinto del porto di Brindisi di Filippo Hackert che puó essere ammirato nella reggia di Caserta, é di un bravissimo pittore paesagista americano, Sanford Robinson Gifford vissuto tra il 1823 e il 1880. Nel 1868 giunse a Brindisi per imbarcarsi per l´Egitto, ancor prima dell´inizio delle operazioni della Valigia delle Indie, e rimase colpito dalla bellezza del paesaggio portuale e dalla speciale luce che da quel mare scaturiva, tanto da decidere di dipingerlo, con le barche a remi e le bellissime barche a vela dei pescatori e con sullo sfondo, velato ma imponente, il nostro Forte a Mare. In realtá Forte a Mare costituisce solamente una parte, la seconda in ordine cronologivco di costruzione, del fenomenale complesso difensivo costruito sull´isola di Sant´Andrea all´ingresso del porto. Il primo nucleo fu fatto erigere nel 1481 da Alfonso Duca di Calabria dietro ordine del re Ferdinando D´Aragona (da cui i due nomi di Castello Alfonsino o di Castello Aragonese). Si chiamó anche Castello Rosso, a causa del colore che al tramonto assumeva la pietra, cavata nell'isola stessa, con cui era costruito. Il secondo nucleo, il Forte a Mare appunto, fu edificato nella seconda metá del XVI secolo, negli anni del regno di Filippo II d'Austria, figlio di Carlo V. Castello e Forte, divisi solo da un profondo fossato, costituirono un grande ed inespugnabile triangolo isoscele.

Fishing boats coming into Brindisi Harbor - 1868 Poi, a partire dal 1900, il Forte perse la sua funzione difensiva e per un tempo fu utilizzato come lazzaretto ed il Castello Alfonsino come sede di un faro e, durante la Grande Guerra, come deposito di mine. É aneddotico il racconto che ci ha fatto l´amico Giancarlo Cafiero

dell´intenzione del magnate greco Aristotele Onassis di acquistare o quanto meno di affittare il Castello per crearci un casinó internazionale. Onassis venne a Brindisi di persona nei primissimi anni ´60 ed intavoló con tale obiettivo, ma senza successo, colloqui con le autoritá della Marina

Militare. Nel 1984, la Marina Militare finalmente consegnò il complesso dell'isola al Demanio dello Stato, che lo affidò alla Soprintendenza regionale ai beni ambientali, architettonici, artistici e storici. Con i fondi dell'Unione Europea destinati allo sviluppo del turi-

smo, e in particolare del turismo d'affari, la Soprintendenza ha parzialmente estaurato il Forte a Mare, mentre la Provincia di Brindisi ha recuperato parte del Castello Alfonsino. Peró purtroppo é da subito iniziato un nuovo capitolo di noncuranza e di quasi abbandono di una struttura, un gioiello architetonico e storico, che é certro tra i piú emblematici della nostra cittá e della nostra brindisinitá. Senza perdere l´ottimismo speriamo in bene e comunque, noi di Brindisini la mia gente, abbiamo scelto l´immagine raffigurata in questo bellissimo quadro dell´attento e sensibile viaggiatore ottocentesco Sanford Robinson Gifford, per rappresentarla nella copertina del nostro bel libro Brindisini la mia gente. Del resto quelle barche a vela ci appartengono, appartengono alla nostra memoria, in molti le ricordiamo benissimo, ugualissime a quelle del quadro, approdate sulla panchina di fronte ai giardinetti e facendo la spola con Sant´Apollinare fino a tutti i primi anni ‘70.


GIOVEDÌ 19 APRILE 2012

11

I

ntitolare questa bella immagine alla Piazza Alfredo Baccarini ministro dei lavori pubblici tra il 1878 e il 1883- prima ancora Piazza dei Consoli e poi recentemente ribattezzata Piazza San Teodoro D´Amasea, é certamente riduttivo. E infatti, nella foto la piazza é praticamente occultata dalla tanta frenetica attivitá mercantile che in essa vi si svolge. Si riconosce a stenti la fontana centrale, sul lato estremo destro della foto, praticamente circondata dalle botti e situata di fronte al Palazzo Montenegro, non visibile nella foto. Quella stessa fontana, detta dei delfini, fu poi spostata nei giardini della Piazza Vittorio Emaluele II°, “Li giardinetti”. La piazza su due lati era delimitata da due palazzi e sul terzo lato dalla banchina prospicente il mare, a sinistra nella foto. Il quarto lato, alliniato con Via Santa Chiara, era invece completamente libero come si puó ben osservare nella foto. I due citati palazzi delimitanti la piaz-

di

Piazza Baccarini - 1903 za erano il Palazzo Montenegro e, alle spalle del fotografo, un palazzotto poi abbattuto con tutto il rione al quale apparteneva,

Le Sciabiche. Si notano sullo sfondo destro della foto il bel palazzo del Grand Hotel Internazionale e piú in

primo piano, il palazzo di fine ottocento costruito ad angolo con Via Santa Chiara, senza ancora il secondo piano.

Ma sono tutte quelle navi mercantili e tutte quelle merci i veri protagonoisti della foto, tutte quelle botti di vino buono e di olio ottimo, tutti quei sacchi colmi dei tanti prodotti della terra brindisina e pronti per l´imbarco e per l´esportazione. Erano per Brindisi anni di rigogliosa attivitá agricola e commerciale. E sicuramente alla fonda della stazione marittima, un pó piú in lá sulla banchina del lungomare anche se non visibile nella foto, c´era pronto per partire il piroscafo della “Peninsula and Oriental Steam Navigation Company” della famosa “Valigia delle Indie” che andava da Londra a Bombay via Brindisi: in treno fino alla stazione di Brindisi e poi via mare dal porto attraversando il canale di Suez.

GIOVEDÌ 26 APRILE 2012

9

N

on so per quanti anni ancora dopo quello indicato come data di questa bella foto, la Piazza Santa Teresa sia rimasta cosí. Solamente posso affermare che io, che sono nato subito dopo quell´anno, non me la ricordo proprio con quest´aspetto. Un aspetto che mi sento di affermare apparenta essere abbastanza piú bello di quello attuale. Appena l´amico Giancarlo Cafiero postó questa foto, i primissimi commenti che l´accompagnarono si riferirono tutti alla Palestra Boxieri il cui portone d´ingresso si puó identificare chiaramente sul lato destro del caseggiato que fa da sfondo alla piazza. Si puó anche chiaramente distinguere il grande cartello rettangolare soprastante all´ingresso, anche se purtroppo non é possibile leggerne tutto il contenuto. ... L´allenatori tinia lu razzu muzzu, forsi pi la guerra, ... Lu chiamaunu manu di taula, alla sicurduna ti scasciava lu nasu, cussì ti llivavi lu pinsieru, ... Era mestru Cosimu, ... Dell´Atti? ... Noni, mestru Cosimuuuu, Dell'Atti, Gigi,

Piazza Santa Teresa e la Palestra Boxieri - 1950 venni dopu ti iddu. ... In effetti li dell'Atti erunu piccini e com'erunu a fari cu ti spaccunu lu nasu! ... Sini era mestru Cosimo, calabresi...

Quandu mestru Cosimu, manu muzza, apria la palestra, si mittia vicinu all'ingressu e spittava cu rrivavunu tutti l'atleti, la palestra

tinia quattru specchi sobbra alli toi lati e lu ring a centru, tretu... Dopu, la palestra divintau la falegnameria ti mestru

Manucciu, quiddu ca lu figghiu si chiamava Bartolo, ca purtau la prima mini moto a Brindisi, e lu prima cani alano ca si chiamava Rebon... E la Morgan azzurra ed il primo taxi inglese... Poi tinia li toi cani buldog, Maja e Red, e nui sciucavamu a palloni e loro ndi sicutavunu... Piccinni stavumu sempri sobbra a Santa Tresia pi sciucari a palloni finu a quandu lu quisturinu no ndi cacciava quando rrivvava la sera... Indubbiamente cosí com´é nella foto era una bellissima piazza, ricca di verde, ma non si potevano fare partite di calcio. Dopu ndi la ggiustara, e finalmente avremmo potuto giocare le grandi partite, però non avevamo fatto i conti con Gianni e Pinotto, le due guardie municipali che continuamente ci “rubavano” il pallone!


DOMENICA 6 MAGGIO 2012

15

Q

uesta foto, postata dall´amico Maurizio De Virgiliis, mostra in primo piano un bel palazzo che non c´é piú. Non era molto antico, ma giá nelle foto dei primissimi anni del 900 vi appare, e non nuovissimo, tutto intero il suo pianterreno, nato quindi a fine ottocento e che pertanto avrebbe avuto oggi molto piú di cent´anni. Sullo sfondo di una di quelle vecchie foto, risalta una grande insegna nera orizzontale distribuita aldisopra dei due archi della facciata che dá verso il giardino e che recitava a stampatello “Provveditoria Adriatica” mentre in primo piano risalta il grande giardino perfettamente recintato da quell´inferriata che é ancora ben visibile anche in questa foto. Un giardino appartenente ai terreni della stazione ferroviaria di Brindisi Marittima. Non esisteva Via del mare, ed al suo posto scorrevano appunto i binari della Stazione. Il giardino aveva al suo interno una fontana con vasca circolare di discrete dimensioni con una rocca al centro dalla quale zampillava un getto d´acqua. Un giardino praticamente ubicato di fronte a “li giardinetti”, con il Corso Garibaldi tra i due. Tornando al palazzo della foto, si tratta di Palazzo Titi, dal cognome della famiglia che ne era proprietaria, ed il cui secondo piano in bello stile Liberty

Palazzo Titi su Corso Garibaldi - 1950 circa deve essere stato edificato verso la fine degli anni ’20. Sul balcone centrale della facciata che da su Corso Garibaldi vi fu anche apposto lo scudo

greco durate i tanti anni in cui vi rimase insediato il Consolato della Grecia. L´edificio a forna di rettangolo abbastanza allungato, occupava

tutto l´intero isolato, tra quella che successivamente doveva diventare Via del mare ed arrivando in fondo sulla Via De Flagilla. Via del mare in effetti,

allineata con Via San Francesco, occupa una buona parte di quello che fu il giardino descritto, mentre il resto dello stesso giardino veso il mare é occuopato dall´edifico della Stazione Marittima la cui costruzione fu completata nel 1940. Il Palazzo Titi peró sopravisse al giardino di parecchi anni, fino a quando, intorno ai primi anni ’60, fu demolito per fare posto al grande edificio residenziale che tutt´ora esiste e che al pianterreno e piani rialzati é occupato da locali commerciali ed uffici vari. Anche le costruzioni che nella fotografia si intravedono essere di fronte al Palazzo Titi, sull´altro marciapiedi del Corso Garibaldi, non ci sono piú e furono anch´esse demolite per costruirvi altrettanti edifici, in questo caso comunque si trattava di costruzioni relativamente modeste e senza alcun pregio architettonico.

GIOVEDÌ 10 MAGGIO 2012

21

I

l cinema teatro Mazari, una costruzione in stile Liberty progettata dell'ingegnere Tarchioni, fu inaugurato nel maggio del 1914, in Piazza del Popolo 15. Spettacoli di varietà ed operette si alternarono con proiezioni cinematografiche, sino al 1967, quando per il risanamento urbanistico dell'area compresa tra piazza del Popolo, piazza Anime, via Santa Lucia e via San Sebastiano, la costruzione fu demolita. www.brindisiweb.itQuesto recitava il biglietto da visita del Mazari: posti di platea 500; posti di anfiteatro su due piani 150; posti in piedi 50. “...La prima cosa che colpiva lo spettatore entrando nel Mazari, era l´odore, intenso odore di rosticceria. E non era una sensazione: a pochi metri dal cinema infatti c’era la famosa pizzeria di Romanelli, dove tutti andavano a rifornirsi di pizzelle fritte che poi consumavano durante la proiezione del film. A quei tempi il Mazari offriva uno spettacolo nello spettacolo, nel senso che spesso era più interessante e divertente quello che accadeva nel cinema che non la pellicola programmata. Ecco un episodio realmente accaduto nel 1956. Si proiettava ‘i figli di nessuno’, uno dei tanti lacrimevoli e fortunati films interpretati da Amedeo Nazzari e Ivonne Sanson. Alle tre del pomeriggio la platea era gremita di spettatori fermamente decisi a ’succhiarsi’ il film tre o quattro volte, a quel tempo si poteva. In una delle prime file c’era un vecchietto dall´aria contadinesca, col mezzo toscano in bocca, a queltempo si poteva pure questo. Accanto a lui un ragazzone robu-

sto, decisamente intenzionato a battere il record personale di gassose e a tentare il primato mondiale del rutto. Purtroppo, l’elemento gassoso introdotto nell’organismo del giovane, non proveniva solo dalla micidiale bevanda spumeggiante, ma anche da una pantagruelica razione di fagioli ingurgi-

tata due ore prima. Finchè è il rutto, passi. Nei ruggenti anni ’50, era consuetudine normale e tollerata nei locali pubblici brindisini, esplodere in queste manifestazioni di liberazione oro-tracheale. ’Liberazioni’ di altro genere non sempre erano ben accette. Il giovane soffriva, si dimenava e si con-

torceva sulla sedia di compensato, la fronte imperlata di sudore. Finalmente l’occasione propizia: lo schermo proiettava la scena di un lungo treno merci che sferragliava rumorosamente nelle campagne innevate. Il rumore era assordante, certamente in grado di coprirne altri. Ed il ragazo ne

approfittò per alleggerirsi, a brevi intervalli regolari. Il treno si allontanava, cadeva un profondo silenzio sul paesaggio ed il nostro spettatore tirò un respiro di sollievo. Il vecchietto, rimasto impassibile fino a quel momento, si tolse il sigaro dalla bocca e gli chiese a voce alta: ’scusa giovini, ma quiddu trenu ca è passatu, ccè scia caricu ti ‘mberda’? E non si può non raccontare il fatto, che sempre negli anni ’50 vide protagonista quel notissimo personaggio brindisino che era Virgilio Indini, Zio di Pino Indini (Coco Lafungia). Al Mazari si stava proiettando ’Cesare e Cleopatra’ e mentre la regina d´Egitto accostava l´aspide al seno lasciando gli spettatori con il fiato sospeso, Virgilio lasciò andare una sonorosissima detonazione che venne accentuata seccamente dalla sedia di compensato. Il caso volle che, in quel preciso istante, la pellicola si interrompesse e di conseguenza si accendessero le luci in sala. Dopo un´oceanica risata generale, il pubblico della platea tributò a quell’eccezionale cannonata un prolungatissimo applauso. Virgilio, con quel senso dell´umorismo che lo caratterizzava, ebbe la faccia tosta di alzarsi e ringraziare con un inchino...” -dal libro Maria la brindisina e gli altri, del compianto Pino Indini-.


SABATO 19 MAGGIO 2012

Q

uesta foto, postata dal nostro solito e bravo amico d´oltremare Nikos Desillas, é cosí bella e cosí suggestiva da sembrare quasi un quadro, nonostante i toni del bianconero e nonostante l´abbondanza di dettagli e di personaggi riprodotti tutti, nelle loro pose nei loro movimenti e addirittura nelle loro espressioni, con sorprendente realismo. La fotografia mostra un paesaggio ormai definitivamente trascorso, certamente sconosciuto a tanti ragazzi giovani e non tanto giovani, eppure non cosí lontano nel tempo. Un paesaggio assolutamente familiare, rimasto di fatto quotidiano e quasi immutato durante quella quarantina d´anni a cavallo della seconda guerra mondiale, trascorsi tra la costruzione del Monumento al Marinaio d´Italia nel 1930 e la fine degli anni ’60, quando la spiaggia di Sant´Apollinare chiuse per sempre. Naturalmente quelle stesse barche a vela dei pescatori avevano preceduto di moltis-

Le barche a vela - 1960 circa simo il sorgere Monumento, solcando acque del porto anche secoli precedenti, ed

del le nei era

stato anteriore al Monumento anche il loro impiego per trasportare i bagnanti sulle spiagge della

sponda opposta, tutte allineate subito a destra dopo il passaggio dal canale Pigonati.

I brindisini e le brindisine, negli anni che seguirono la fine della prima guerra mondiale cominciarono infatti a a trascorrere al mare le calde giornate delle lunghe estati e le spiagge divennero elementi integranti del costume cittadino: Fiume piccolo, La pineta, Piccolo lido, lido Gaudioso, lido Brento, lido Risorgimento e lido Cafiero erano i nomi di altrettante spiagge tutte tra loro adiacenti, fino a quando Sant´Apollinare ne integó la maggior parte di esse in una unica mitica e meravigliosa spiaggia, ancora vivissima nei ricordi di per lo meno tre generazioni di brindisini. ...Poi giunse l´industrializzazione, e con essa l´inquinamento delle acque del porto, e cosí furono chiuse le spiagge, si sradicarono le sciaie delle cozze e finalmente, ... scomparvero anche le barche

GIOVEDÌ 31 MAGGIO 2012

21

U

na bella foto notturna di Corso Garibaldi, dall´angolo di Via Rubini verso il mare, postata dall´amico Romeo Tepore, il cui archivio fotografico costituisce una miniera inesauribile per Brindisi e per i brindisini. Forse nell´intenzione del fotografo non c´era un particolare interesse nel soggetto del Gran Caffé Torino che é peró molto ben visibile sul primo piano sinistro della foto, con la sua caracteristica fila di tavolini sul marciapiedi e con i suoi sempre numerosi avventori. Ma per i brindisini non piú giovanissimi, ed appartenenti a di piú d´una generazione, invece, son sicuro che sia proprio quel particolare della foto che risveglia ricordi di un´epoca trascorsa in atmosfere certamente molto piú provinciali delle attuali, ma probabilmente molto piú serene. Nell´archivio di Brindisini la mia gente, di foto che raffigurano, sia centralmente che parzialmente, il Gran Caffé Torino ce ne sono parecchie e quella di piú antica data si riferisce al 1918: il paesaggio urbano non é molto diverso da quello del 1958 e la sola eccezione la fanno le automobili parcheggiate sul marciapiedi di fronte al caffé, le quali nella foto del 1918 non ci sono ed al loro posto ci sono invece le carrozze trainate dai cavalli. Ma

l´effetto grafico iin veritá itá quasii non cambia e la differenza é, strano, abbastanza impercettibile. Poi ad un attento osservatore

della l´insed ll foto f t non sfuggirá f i á l´i gna verticale a neon che é presene sul lato destro e che, nonostante sia riprodotta in forma speculare, racconta

ugualmente la parola l t ”Alimentari“. Si tratta del negozio conosciuto come “di Anelli”, credo il primo automercato aperto a Brindisi.

Un´ultima curiositá, sulla sinistra della foto, proprio sull´angolo di Via Rubini súbito affianco al caffé, c´é l´insegna luminosta del casa editrice UTET, quella della famosa enciclopedia sulla quale abbiamo in tanti fatto “le ricerche”, alle scuole elementari e alle medie. Ma per concludere ritorniamo al Gran Caffé Torino, definitivamente per tanti anni un´icona di Brindisi e della societá brindisina: tantissimi dei nostri padri e dei nostri zii e nonni si sedevano ai suoi tavolini a prendere il caffé, leggere il giornale, commentare i fatti sportivi politici e sociali, per svariate intere generazioni. Le mogli invece e i figlioletti e nipotini, erano i protagonisti principali di quei tavolini solo alla domenica, al mattino ed alla sera, a prendere il gelato, la coppa di gelato, magari dopo la messa.


SABATO 9 GIUGNO 2012

21

U

na bella foto postata dall´amico Nikos Desillas. Una foto molto bella del Villaggio pescatori del Casale che, e per fortuna, potrebbe anche essere attuale, se non fosse per pochissimi particolari: Il grande fascio littorio il cui bassorilievo risalta in bianco sulla facciata laterale del Monumento. I due fasci littori, uno su ognuno dei due lati del Monumento furono staccati ed abbattuti dopo la caduta del governo fascista l´8 settembre del 1943 e con essi fu anche cancellata l´ultima linea della targa commemoratidi MARIALUISA va, ancora apppostaGIULIANO sulla facciata principale, e che recitava, “Anno XII dell´era fascista - Benito Mussolini Duce”. E poi, la spiaggetta in sabbia sostituita dallo scivolo in cemento per facilitare la discesa e la risalita in mare delle pesanti barche. Tutto qui, il resto non é piú cambiato da allora! Ma se l´amico Nikos ha postato questa foto offrendocela dalla sua inesauribile colezione gelosamente conservata in casa sua a Corfú, solamente uno sciabbicoto doc come l´amico Arcangelo Taliento ci poteva raccontare del nome della spiaggetta in primo piano, “la spiaggia ti lu scangatu”, e sopratutto del perché di quello strano nome: ...Si raccontava che quando ti facevi il bagno in quella spiaggetta, alle volte il piede poteva finire improvvisamente in qualcuno dei tanti fossi presenti tra gli scogli del fondale, e potevi anche farti male. Dunque, il fondale non doveva di certo essere molto regolare e per questo non era molto adatto ai bambini, e neppure agli adulti. “Scangatu” sta appunto a significare, il fosso impietosamente lasciato da un molare estratto. E adesso trascrivo qualche stralcio di una bella nota che sul Villaggio pescatori ci ha regalato il nostro

Villaggio Pescatori - 1939 amico Enrico Sierra: ...Ricordo che una sera il mio amico Nzino che abitava alle Sciabiche, guardando il Villaggio pescatori mi disse: ‘Enrí, la sera quando il Villaggio é illuminato, da casa mia resto ore a guardarlo. Non credi che somiglia ad un Presepe’ ...Dopo tanti anni, ma veramente tanti, sono tornato alle Sciabiche e non erano piú le stesse, ma il Villaggio pescatori si vedeva ancora uguale e di sera le luci delle abitazioni mi fecero pensare al Presepe che vedeva Nzino. E allo-

ra, mi sono messo a fantasticare: Le barche dei pescatori fuori dal Villaggio, accoglieranno Giuseppe e Maria che dopo un lungo viaggio si fermeranno al Villaggio ed in una di quelle barche nascerá il Bambinello. E tutti i pescatori e le loro famiglie canteranno ‘Tu scendi dalle stelle’ mentre tutto intorno la gente del posto ed anche quella venuta dalla cittá daranno il benvenuto a Gesú Bambino. Tutta la cittá era illuminata a festa, sulla parte destra luci e colori ove si erge maestoso il Monumento al

Marinaio con la Madonna che dall´alto vigila sulla cittá e sui brindisini, e sulla sinistra, dai giardinetti sino alle Sciabiche, tutte le abitazioni illuminate a festa. I fuochi d´artificio illuminavano il cielo e tutte le case, mentre la gente correva per andare a trovare Gesú Bambino. Le luci illuminavano il Villaggio e le barche, e in una di queste barche c´erano Giuseppe e Maria ed il Bambinello, riscaldato dal Bue e dall´Asinello. Dal Casale scendevano ‘lu cani, lu iattu, li iaddini, lu iaddu, tutto arzillo’. E tutti

QUARTIERI

i pescatori portavano doni e cantavano. Una grande, meravigliosa, allegra festa. Su uno dei vaporetti, i Tre Magi, Cosimo, Diamano e Ghiatoru, portavano i doni al Bambinello: olive, uva e pesce, tutti prodotti della nostra terra e del nostro mare. E mentre il vaporetto con i Tre Magi Brindisini si avviava al Villaggio guidato dalla Stella Cometa, le barche piene di bambini giovani, donne, nonne e nonni, portavano i loro doni a Gesú Bambino: ‘stacchioddi, purpetti, cartiddati, purcidduzzi, friseddi, pizzelli, pettuli, vampasciuni, pani fattu a casa, e tanti frutti di mare, cozzi pilusi, cozzi neri, tiratufuli’ e tante altre delizie della nostra amata terra e del nostro mare. Oramai i Tre Magi erano arrivati al Villaggio, avevano posato i loro doni vicino alla barca, culla del Bambinello, ed insieme ai brindisini cantavano e pregavano. Ed io pensavo anche a mio padre che diceva sempre che il Presepe vuol dire festa, gioia, vuol dire famiglia ed amore. Finalmente, la notte calava sulla cittá, le luci cominciavano a spegnersi ed io nel buio mi allontanavo piano piano risalendo il lungo mare. E tornando ricordavo con nostalgia quella sera di molti anni fa, quando Nzino mi disse: ‘Enrí, il Villaggio pescatori non ti sembra nu prisepio’. Sini Nzí, é vero, un vero Presepe, anzi il piú bello. Il tuo Presepe.

GIOVEDÌ 14 GIUGNO 2012

17

A

ppartengo molto probabilmente all´ultima generazione della gloriosa Palestra Galiano, ritratta dal suo esterno in questa foto del 1934. Nel 1962 infatti, aprí le sue porte il nuovissimo Palazzetto dello sport del Casale (il 4 Novembre si disputó la partita inaugurale della gloriosa Libertas Brindisi) e cosí, tutti i pallacanestristi brindisini ci trasferimmo lí con giustificato entusiamo e senza, perlomeno noi piú ragazzi allievi della Ferrini del compianto e bravissimo maestro Gino Maiorana, renderci conto della trascendente pagina di storia brindisina di gioventú e di sport che stavamo chiudendoci alle spalle. La palestra Galiano, dov´é nato e cresciuto il basket di Brindisi, da sempre e per sempre. Bella la palestra e bellissimo l´ambiente. Alla Galiano, giá negli anni ‘50 c'erano oltre mille spettatori ad assistere alle partite di basket all´aperto, e si giocava anche sotto la pioggia: quando il pallone palleggiando beccava la pozzanghera lo si perdeva quasi sempre. La gente assiepata ovunque addirittura issata sui cancelli per assistere alle partite dell´Adria, della Libertas,

La Palestra Galiano - 193 4 dell´Assi, della Ferrini. Ma non si puó parlare della palestra Galiano senza parlare di Spiditu Pennetta. Chi era? Chiese un amico allorché

Giancarlo Cafiero postó la foto di quell´emblematico personaggio brindisino. “...ci vorrebbe un'enciclopedia per raccontare Spiditu Pennetta”

gli rispose l´amico Roberto Guadalupi, e scrisse: “provo a riassumere. Ufficialmente era il custode della palestra Galiano, in realtà è stato uno

dei padri della pallacanestro brindisina. Si inventava squadre, si inventava campionati, teneva la palestra aperta fino a tardi la sera per far sostenere gli allenamenti, faceva giocare gli stessi giocatori, magari anche con documenti pocoi attendibili, in piú capionati. Certamente un grande per lo sport brindisino. Non ricordo a chi é intitolata oggi questa palestra, ma Spedito meriterebbe in pieno questo titolo”. E poi tanti altri amici commentarono: “... quanti sicutati culla scopa, quando si andava a pattinare fuori orario o quandu mbarcaumu lu pareti pi pigghiari lu palloni ca ndera cadutu intra alla Gallianu... quando andavamo a fare educazione fisica nella palestra, come si incazzava, ma era una bravissima persona... simpaticissimo e scherzoso, sempre di battuta pronta e con lo sguardo vigile, la palestra era il suo regno, ci teneva che tutto fosse sempre a posto...


GIOVEDÌ 21 GIUGNO 2012

17

N

on è certo una foto bella questa, ma ha il merito di rappresentare qualcosa che non c`è più: uno scorcio delle Sciabiche, il quartiere dei pescatori brindisini demolito per intero in due ondate, nel 1930 e nel 1959. Quella stradina al centro della foto, postata dall`amico e bravissimo fotografo Cosimo Prudentino nato e vissuto da ragazzo alle Sciabiche, è l`inizio della "Via Sciabiche", per gli abitanti del rione più conosciuta come "tret'a lu furnu". Una strada molto lunga que partendo da lì scorreva parallela al mare che sta sulla destra della foto, ma all`interno, e quindi parallelamente a via Tahon De Revel, fino all`attuale Largo Sciabiche, che si chiamava in origine Largo Sdrigoli, giusto dove comincia via Lucio Scarano, che ne era una specie di continuazione e che tutt`ora conduce su in salita fino alla via Santa Aloy. E Cosimo Prudentino non è certo il solo dei nostri amici di “Brindisini la mia gente” che è nato alle Sciabiche, sono tantissimi. Ci racconta, Arcangelo Taliento: “...allu purtoni crandi abbitava la famiglia Gorgoni: Micheli, Ferrucciu, Nzinu e tanti altri. Sul marciapiede, dietro il lampione, si vede la fontana che a noi, allora ragazzini, serviva come doccia dopo le nuotate ed alle mamme per fare provvista di acqua. Quante litigate tra donne per il turno: stava prima iu, nò tocca a mmei, mò ti fazzu viteri iu, ma

Via Sciabiche viti questa c'è bbedda...”. L'uomo a sinistra si dirige in Via Pompeo Azzolino perpendicolare alla via Sciabiche e che non si vede nella foto, ma che è ancora lì, perlomeno in parte. La Via Pompeo Azzolino è infatti quella viuzza cieca parallela a Via Montenegro e che sbuca su Viale Regina Margherita dal

quale é ancora possibile indovinare l´arco che porta in fondo alla via, é l´ultimo e quindi unico testimone ancora in piedi di quel quartiere. Un testimone purttroppo ridotto in pessime condizioni ed in pericolo di crollo tra l´incuria e l´indifferenza della cittá. “Pompeo Azzollino, vissuto nel XV secolo, fu un grande e valo-

- 1958 roso condottiero brindisino. Ferdinando D´Aragona, stimandolo molto per le sue virtù militari e per la fedeltà che dimostrava verso la casa regnante, gli aveva affidato il governo della cittá. Fu un uomo che compì molte imprese tra le quali da ricordare quella del 1481 quando, insieme con i suoi uomini, liberò Otranto dai

turchi. Poi l´anno seguente sconfisse in battaglia aperta il comandante veneziano Giacomo Marcello facendolo desistere dal rioccupare Brindisi. Ferdinando d´Aragona fu assai grato a Pompeo Azzolino della vittoria riportata contro i turchi e volle per questo eternare la sua memoria con un´iscrizione che fece incidere sopra una tavola di marmo collocata sulla facciata della casa di Azzolino situata nel rione Sciabiche.” [Le perle di Brindisi. Personaggi illustri brindisini - Franca Perrone e Angela Giosa, 2008]. E proprio in Via Pompeo Azzolino è nato Arcangelo: “Il profumo delle reti si propagava per tutto il rione. Quando le reti venivano raccolte noi, a quei tempi ragazzini, potevamo fare esercizi ginnici sui cavalletti, come se fossero delle parallele. Quale palestra disponeva di tanti naturali attrezzi: le parallele (i cavalletti), la piscina più che olimpica (il mare), le piattaforme per i tuffi (le prue dei motopescherecci e la banchina). Pensate che quando decidevo di farmi una nuotata incominciavo a correre da Via Montenegro e tale era la rincorsa, che potete ben immaginare dove arrivavo con il tuffo, quindi: Casale e ritorno”.

VENERDÌ 29 GIUGNO 2012

Q

uesta foto è bella ed eccezionale, é datata 1903, non l´avevamo vista prima che fosse postata dall´amico Andrea Nicolau, che la pescó “nell'immenso mare del web” e che chiese scusa in anticipo nel caso stesse violando qualche copyright. In realtá l´eccezionalitá non sta certo nel soggetto, la nostra famosa Porta Lecce vista da fuori le mura, quanto nella data, nella qualitá e sopratutto, nel testimonio chiarissimo dello storico aspetto che quell´area ebbe e conservó per tantissimi anni, prima che la voracitá, l´incuria e l´ignoranza dei responsabili della cosa pubblica brindisina permettessero il suo sconvolgimento, la sua deturpazione e, per poco, la sua scomparsa. Quelle costruzioni posticce che si intravedono erano le botteghe dei falegnami dell'arte grossa, o dei maestri d´ascia che costruivano “li travini” e li aggiustavano, qualcuno di loro é rimasto attivo sino ai primi anni 60. ... Certamente vedere le mura libere e non coperte da costruzioni è tutt'altra cosa, é la prima volta che vedo le mura di Porta Lecce libere, se potessero tornare così... Questo uno dei tanti com-

Porta Lecce - 1903 menti che accompagnarono la pubblicazione di questa foto sullas bacheca fb del gruppo. Porta Lecce, una tra le piú importanti della cittá, ...fu

costruita nel 1464 su ordine di Ferdinando d'Aragona e potenziata nel 1530 da Carlo V, che vi fece aggiungere il proprio stemma sul coronamento dell'arco, insieme a

quelli del suo architetto militare Ferdinando Alarcon e quello della città di Brindisi. L'ingresso alla città era difeso dalle mura su entrambi i lati che avanzavano rispetto

alla porta, in maniera da creare uno spazio di protezione di grande efficacia. Su entrambi i lati all'interno del tunnel d'ingresso sorgevano ambienti utilizzati per esigenze militari e difensive... [www.brindisiweb.it]. Le mura, che nella foto si osservano ai due lati della porta, appartenevano al complesso murario difensivo che, nella sua massima estensione e senza soluzione di contuinuitá, partiva dal Castello Svevo con i Bastioni San Giorgio, passava per Porta Mesagne e proseguiva con i Bastioni San Carlo, poi dopo un giro di circa 90° continuava con i Bastioni San Giacomo fino appunto raggiungere Porta Lecce e proseguire ancora, con i Bastioni di Porta Lecce, seguendo la traccia dell´attuale Via del Mare fino a raggiungere il suo estremo sul mare all´altezza di Via Mattonelle, racchiudendo cosí l´intera cittá in un formidabile recinto protettivo da tutto il suo retroterra.


GIRO TURISTICO

GIOVEDÌ 5 LUGLIO 2012

13

Q

ualche osservatore appena un pó attento, riconoscerá le stranezze di questa foto del nostro glorioso Monumento. Si tratta di una foto che riposa negli archivi dell´Ufficio Storico della Marina Militare e rappresenta il progetto dell´arqchietto Luigi Brunati che fu mandato in cantiere e che durante il corso dei lavori subí qualche leggera modifica, sicché quello finalmente realizzato e che noi possiamo tutt´ora contemplare é un pó diverso in certi dettagli da quello della foto. Le due statue che nella foto troneggiano ai due lati furono sostituite da due cannoni che durante la prima guerra mondiale erano appartenuti a navi austriache. I tre fasci littori che in bassorilievo erano apposti aldisopra della targa commemorativa furono sostituiti da due fasci molto piú grandi apposti in bassorilievo sulle due pareti laterali e successivamente rimossi. Ma la modifica certamente piú rilevante é quella che si riferisce agli aspetti strutturali dell´opera: la banchina antistante il piazzale era nel progetto pronuciatamente concava con una scalinata anch´essa curva che doveva coprire il dislivello dal piazzale al mare il quale in questo modo si avvicinava suggestivamente alla base del

Il Monumento Nazionale al Marinaio D’Italia - 1933 Monumento. Fu proprio tale vicinanza ritenuta eccessiva che suggerí il cambio, ampliando di molto il piazzale e ritirando in conseguenza il mare dalle fondazioni del

Monumento che sarebbero potute essere col tempo danneggiate dalla vicinanza dell´acqua. Comunque tutte le modifiche descritte non sconvolsero

l´essenza dell´opera di Brunati il cui progetto aveva vinto il concorso tra moltissimi, 92 per l´esattezza, partecipanti alla gara che era stata indetta.

CRONACA

A complemento di quanto commentato, sulla scheda di www.brindisiweb.it dedicata al Monumento, si puó leggere: Il 4 novembre del 1933 il monumento fu inaugurato con una grande manifestazione alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Il 18 dicembre del 1955, nell'ampia nicchia quasi in cima al monumento, fu posta una statua della Madonna del peso di 10 tonnellate. Il 18 luglio 1965 il ministro della difesa Giulio Andreotti inauguró l´ara votiva realizzata nel piazzale inferiore, accendendone quella che doveva essere la “fiamma perenne”. Durante la cerimonia vennero inoltre scoperte le lapidi dedicate ai Caduti della Marina Militare nella seconda guerra mondiale. Nel 1968 durante i lavori di dragaggio dell´avanporto fu recuperata la campana della corazzata “Benedetto Brin”, affondata nel porto di Brindisi nel 1915 in seguito all´esplosione della santrabarbara di bordo, e fu collocata all'interno del Sacrario del Monumento, nella suggestiva

GIOVEDÌ 12 LUGLIO 2012

15

D

i questa bella foto panoramica dei Fratelli Alinari, scattata dando le spalle al nostro Castello di terra, ci avevano incuriosito molto le quattro o cinque casette, o baracche o cabine, che sono in primo piano a sinistra, sulla riva adiacente alla banchina delle Sciabiche, giusto tra quel quartiere ed il castello. Del resto su un´altra foto ancor piú panoramica e contemporanea di questa, di quelle casette abbiamo potuto contarne una quindicina, tutte uguali ed allineate, come poste a formare un treno. Ma di treni i quel luogo non ne sono mai transitati. E allora? Che si tratti di baracche per pescatori? Forse, ...ma no: sono cabine balneari e quella sul primo piano della fotografia era infatti la spiaggia dei brindisini nei primissimi anni del 900. Una prova? Quelle cabine sono identiche a quelle visibili in numerose fotografie degli anni venti scattate sulle spiagge fuori dal porto interno, quelle situate immediatamente a destra uscendo dal Canale Pigonati: Lido Gaudioso, Lido Cafiero, Lido Risorgimento, Lido Piccolo, Lido Pineta, tutte in fila e adiacenti tra di esse, fino a quando tutte meno La Pineta, si integrarono nella bellissima e famosissima Santa Pulinara. Ci dice Arcangelo Taliento: ...queste cabine, raccontava mia madre che ha fatto i bagni nella spiaggia della foto, avevano al

La spiaggia di Brindisi nel primo Novecento - 1906 centro un´apertura sufficiente per rendere agevole la discesa delle donne in mare, e poter fare il bagno lontane da occhi indiscreti: a quei tempi infatti, capitava che gli uomini le guardassero con occhi languidi e fissi, finendo

spesso col provocare con ció botte da orbi distrubuite dai sempre numerosi fratelli alla malcapitata guardata con insistenza... Quindi in origine le prime spiagge brindisine stavano nel porto interno, nel suo incontaminato

seno di ponente appunto, e solo successivamente passarono al porto medio, fuori dal Canale Pigonati, Il Castello di terra, che dal 1814 e fino ai primi anni del 900 era stato adibito a bagno penale, nel

1910 passó sotto la giurisdizione della Marina Militare, che ben presto requisí la spiaggia della foto e, con l´approssimarsi della guerra, in quello stesso luogo vi stabilí la stazione torpediniere. Fu cosí che le spiagge dei brindisini subirono il loro primo esodo, dal porto interno a quello medio. Aggiunge Arcangelo: ...infatti proprio quella zona divenne base navale, dando involontariamente una spinta all'economia dei barcaioli che incrementarono il loro lavoro che fino a quel momento era stato limitato ai soli due tragitti "Banchina MontenegroPontile Santa Maria del Casale" e "Banchina Sciabiche-Spiaggia Lu scangatu" (villaggio pescatori) e viceversa. Ma poi la storia per le spiagge brindisine si doveva ripetere, un nuovo e ben piú sofferto esodo tra la fine degli anni ´60 ed i primi anni ´70: dal porto, ormai irrimediabilmente inquinato dalla petrolchimica, a fuori porto. E questa volta anche per i barcaioli fu la fine di tutta un´epoca. Dapprima furono le esigenze “della difesa militare”, poi furono le esigenze dello “sviluppo industriale”: un destino decisamente sfortunato, e ...triste!


CRONACA

GIOVEDÌ 19 LUGLIO 2012

17

N

on so se anche a molti altri questa foto fará lo stesso effetto, ma a me quando l´ho vista per la prima volta sullo schermo di Brindisini la mia gente, é sembrata un quadro: la maestuosa palma in primo piano, la bellissima vela e la boa posate sul mare dileziosamente placido, e poi Brindisi sullo sfondo ma al contempo dominante la scena, con in prima fila la vecchia stazione marittima, piccola ma molto funzionale, con sul molo barche a vela treno merci e scaletta del Lloyd Triestino inclusi. Viene quasi naturale osservare che oggi quella palma, con tutta la folta vegetazione che come si puó osservare dalla foto la circondava, certamente non esiste piú. Probabilmente dal momento in cui dovette irrimediabilmente lasciare il suo posto al capannone industriale della Montecatini, edificato intorno ai primissimi anni ´60, quelli della grande svoltá per l´economia brindisina: la svolta ci fú, ma ahimé si doveva poi rivelare alquanto poco fortunata per la cittá ed i suoi abitanti. Poi, un pó piú dietro nella foto, si possono notare chia-

La vecchia stazione marittima - 1938 ramente i lussureggianti ¨Giardinetti¨ e quindi il nuovo palazzo della Dogana, la cui costruzione fu completata nel 1905.

La stazione marittima o Stazione Porto come fu denominata originalmente, invece era stata costruita poco prima, nel 1902 sotto

l´impulso del traffico internazionle generato dal prestigioso scalo della societá inglese Peninsular & Oriental Co, con la famosa

CINETURISMO

Valigia delle Indie. Si tratta probabilmente di una delle ultime fotografie di quella stazione marittima, giá che da lí a poco sarebbe stata sostituita da una nuova struttura, che é poi quella che ancor oggi tutti conosciamo e che fu costruita ed inaugurata nel 1940: quella della foto rimase in funziomanento per quasi 40 anni e invece quella attuale ha giá da tempo compito i 70 e non se ne parla di una nuova: certamente un é un buon segnale. E finalmente, ancora piú dietro si intravedono nella foto, a sinistra la cupola ottogonale della chiesa della Pietá e a destra l´imponente mole della Cattedrale, la chiesa Madre, con il suo campanile molto ben visibile , e poi subito a destra, probabilmente, il campanile della chiesa di Santa Teresa, o forse della Chiesa di San Paolo, ma francamente non ne sono certo. GIOVEDÌ 26 LUGLIO 2012

41

Q

uello riprodotto dalla foto é un quadro, si un quadro inaspettato in un posto assolutamente ed ancor pìu inaspettato: Il lobby dell`Hotel Wellington di Madrid. Il titolo del quadro: ¨Faro e Porto di Brindisi¨. L`autore del quadro, un bravo artista spagnolo di Valencia: ¨Calo Carratalà López¨. Questo bel quadro, un´acquarella monocromatica di 106 cm x 146 cm, è stato premiato dalla Fondazione Wellington nella mostra dell`anno 2004. Bello, suggestivo ed emozionante, ...a tanti chilometri da casa! Ero alla reception dell`Hotel Wellington, nella Calle de Velazquez in piena Madrid, registrandomi, quando scorgo il quadro: ...ma quello è un faro! . . . ma quello è il faro delle Pedagne ...Mi avvicino trattenendo il respiro e leggo la piccola leggenda affianco al quadro: ¨Faro e Porto di Brindisi¨Calo Carratalà 2004. Veramente suggestivo ed assolutamente inaspettato, emozionante! Chiedo informazioni e mi indrizzano all`ufficio della Fondazione Wellington al primo piano: una signora molto gentile ascolta con attenzione e quasi incredula, ...che io sono di Brindisi e che conosco benissimo quel faro..., gli invio una bella foto del nostro faro via mail e, dopo poco più di un mese mi giunge per posta una bellissima riproduzione che ho quindi scanne-

Il faro delle Pedagne - 1859 rizzato, la foto che avevo scattato non era riporoducibile perchè aveva molti riflessi per via del vetro che ricopre il quadro per proteggerlo. Le Pedagne sono un gruppo di

sei isolette che si trovano all´entrata del porto di Brindisi: la piú grande é quella di San Andrea nel porto medio dove cé il Forte a Mare, le più esterne sono Pedagna Grande,

Giorgio Treviso, Monacello, La Chiesa, e Traversa che é appunto quella del faro. Il faro fu progettato nel 1834 e fu eretto su un basamento circolare nel 1859. La portata del

suo fascio di luce è di circa 13 miglia nautiche. Cominciò a funzionare a partire dal 1° febbraio del 1861, consentendo ai naviganti di identificare facilmente l’imboccatura del porto e quindi evitare possibili collisioni con gli altri quattro isolotti presenti nella zona, oltre a due semisommersi. Si tratta di un faro di V° ordine che, situato in Lat.: 40° 39.4′N e Long.: 17° 59.4′E, é attualmente ancora in funzione come fanale rosso e che negli anni del contrabbando incontrastato serví anche da deposito di sigarette. Nel passato non tanto remoto era custodito da tre fanalisti che si avvicendavano tra loro, interessandosi anche della manutenzione. La sua torre bianca sorge al di sopra della casa cilindrica disabitata, dove sono ancora presenti gli alloggi dei guardiani con cinque stanze e due cucine, oggi in completo degrado. Un´ultima curiositá: il pilota del porto imbarca immediatamente al di fuori della congiungente Punta Riso-Faro Isole Pedagne.


IL BOOM

MERCOLEDÌ 8 AGOSTO 2012

23

B

ella, ma certamente triste fotografia.

Bella, anche per l´indubbia qualitá tecnica ed artística conferitagli dal nostro amico e bravissimo fotografo Cosimo Prudentino che la scattó verso la fine del 1955, “...allora ero apprendista fotografo presso lo studio fotografico Savarese. Una panoramica realizzata con due immagini e poi montata, in mancanza di ottiche grandangolari. La foto originale é in bianco e nero, poi colorata da me recentemente con il computer. Faceva parte di una serie di rilievi fotografici per studiare il punto dove costruire il palazzo dell'INPS. Il resto della serie, forse, giace negli archivi dell'INPS. La stessa foto fu modificata, qualche tempo fá con un cielo nuvoloso, per un calendario...” Triste, perché ci ricorda inevitabilmente l´abbattimento della bella torre settecentesca dell´orologio che domina sull´estremo sinistro della foto: certamente una delle sue ultime fotografie, visto che “...fu il 13 febbraio del 1956 quando il piccone demolitore cominció ad affondare i suoi colpi sulla cupoletta a fastigio della torre, provocando nei cittadini stupore e sdegno per tanto delitto, di cui presto o tardi si risponde al tribunale della Storia. Se un pó d´amore per le cose della cittá, degne di essere conservate, avesse albergato nel cuore di quanti ne decretarono la morte, la torre dell´orologio, oggi, starebbe in piedi...” [Alberto Del Sordo¨Vecchia Brindisi. Tra cronaca e

10

Tra piazza Sedile e piazza Vittoria - 1955 storia¨-1978]. Ma chi furono i responsabili? Certo piú d´uno! Ma chi era Sindaco a Brindisi quel 13 febbraio 1956? Il Sindaco Francesco Lazzaro morí verso la fine del 1955 men-

tre era ancora in carica, fu un sindaco molto rispettato, tanto che al suo funerale partecipó tutta la cittá nonostante piovesse a dirotto. Antonio Di Giulio fu nominato sindaco il 3 marzo 1956 restando in carica solo pochi mesi,

essendo succeduto da Manglio Poto nello stesso anno 1956. Quindi tra la morte di Lazzaro e la nomina formale di Di Giulio ci fu un sindaco supplente (lo stesso Di Giulio?). E comunque ovviamente, la delibera dell´abbatti-

mento era stata approvata molto prima e, sembra, con l´unanimitá dei presenti. Certo é che in consiglio comunale in pochissimi si opposero alla delibera presa dall´amministrazione di sinistra (e sta volta sarebbe proprio il caso di dire “sinistra amministrazione”) di Lazzaro. Eppure sarebbero bastate solo un poco di inteligenza e di buona volontá per averla lasciato in piedi nonostante la costruzione dell´edificio della sede INPS: quell´angolo su Via Rubini non era certo indispensabile che fosse integrato al nuovo edificio! Certo é che, per tornare alla bella foto di Cosimo Prudentino, tutto ció che in essa vi é ritratto, tra Piazza Sedile a sinistra e Piazza Vittoria a destra, non esiste piú. Infatti sull´estremo destro della foto si puó anche riconoscere il bel palazzo della vecchia sede del Banco di Napoli che, inaugurato dal Re Vittorio Emanuele III il 22 novembre 1931, fu ingenerosamente abbattuto per fare posto a quelo della nuova “piú funzionale” sede inaugurata il 31 luglio 1972.

AUTO PIRATA

GIOVEDÌ 9 AGOSTO 2012

L

a fotogarfia certo non é tra le piú belle, né tra le piú tecnicamente valide fra quelle migliaia giá pubblicate su Brindisini la mia gente, e peró mi é sembrato interessante commentare il soggetto: quel palazzo strano, e ormai sconosciuto a quasi tutti noi brindisini contemporanei, che appare in primo piano sul lato destro della foto. La foto, scattata dalla Piazza Crispi con le spalle alla Stazione ferroviaria, mostra l´inizio di Corso Umberto I° raggiungendo con l´obiettivo anche l´inconfondibile siluetta del glorioso Teatro Verdi. Un palazzo sconosciuto perché da svariati decenni inesistente in quanto abbattuto nel 1931, anno in cui fu demolito per far posto alla casa della GIL, che a sua volta fu distruttra dai bombardamenti degli aerei inglesi nella notte tra il 7 e l´8 novembre 1941. Poi in quel lotto di terreno fu costruito nel 1954 l´Hotel Jolly, poi Majestic ed oggi Palazzo Virgilio. Quello strano palazzo era rimasto in piedi per ben 66 anni, dopo essere stato costruito nel 1865 da Oronzo Cappelli, con quel nome un faccendiere probabilmente non brindisino, che lo aveva appoggiato sullo zoccolo del cinquecentesco Torrione di San Giorgio, innecessariamente (ancora una volta!!!)

Il palazzo della morte - 1922 abbatuto per fare spazio alla stazione ferroviaria, la cui struttura peró non é che infatti coincidesse topograficamente proprio con quella del torrione. Mah!

Ma perché un palazzo strano? ...Ma per il suo nome! “Della morte” ...e perché mai? Ebbene strano, non solo per il terrore che incuteva la sua lucubre struttura e sopratutto

il sui lucubri interni, quanto per la diffusa credenza che in esso soggiornassero spiriti maligni che di notte vagavano sotto gli archi delle sue strette finestre [Vecchia

Brindisi - Alberto Del Sordo 1978]. Certo é che il palazzo, concepito e costruito con logica speculativa, rimase parecchi anni disabitato perché le sue labirintee forme architettoniche incuterono disagio tra la popolazione, composto com´era da camere senz´aria, senza luce, senza cucine e senza bagni. Poi peró, come succede da sempre, la necessitá cedette alla speculazione ed il lucubre palazzo fu per anni adibito a private abitazioni e vergognosamente mantenuto in pidedi, nonostante fosse ubicato immediatamente agli occhi di quanti viaggiatori giungevano a Brindisi per ferrovia da ogni parte d´Itala e del mondo. Da un anonimo cronista degli inizi del ´900: “... una vera indecenza, anzi una vergognosissima indecenza, quanto meglio sarebbe stato che il pregiudizio avesse continuato ad allontanare gli abitatori e cosí forse sarebbe stata presto presa la decisione di demolirlo, senza tanti indugi”.


CRONACA Non poteva che essere di Nikos Desillas, il nostro fedelissimo amico d`oltre mare, questa originale fotografia della chiesa di Santa Maria del Casale. E l`originalità, che è al contempo bellezza della foto, la costituiscono l`ambiente assolutamente campestre e sopratutto le vigne in primissimo piano, così prepotentemente invadenti che quasi tolgono la scena al magnifico ed imponente monumento della chiesa quattrocentesca, dove la tradizione storica vuole che si celebrò nel 1310 l`iniquo processo contro tutti i Templari del Regno di Napoli . ...Il famoso processo infatti, fu celebrato a Brindisi, dove dovette essere trasferito tutto l’apparato della “Giustizia”. Probabilmente la scelta di tale sede é segno che Brindisi doveva rappresentare, nel Regno, il luogo di maggiore attivitá e di maggiore frequenza di quei Cavalieri, come del resto lo dimostrano numerose altre cisrcostanze. I Templari a Brindisi precedettero i Gerosolimitani e la loro presenza ed attivitá é accertata come anteriore all´anno 1244. Tra l´altro edificarono le chiese, a pianta circolare come tutte quelle dei Templari, di San Giovanni al Sepolcro nel cuore della cittá e di Gallico fuori le mura, verso gli ultimi anni del 1100. Che il processo fu celebrato in S. Maria del Casale, non significa necessariamente che lo fu dentro la attuale Chiesa (che non esisteva in quanto edificata nel 1322 da Caterina di Valois

GIOVEDÌ 23 AGOSTO 2012

Santa Maria del Casale - 1951 Principessa di Taranto, incorporandovi nell´interno un´antica Cappella), ma piuttosto in qualche convento o edificio adiacente che dal titolo della Cappella prendeva nome.

Quanto alla circostanza che per la celebrazione dell´infame processo fosse stato scelto un luogo solitario in aperta campagna, ció si spiegherebbe col fatto che si trattava di un “processo” (?)

che, per le assurde cose che si sarebbero dette e per le palesi ingiustizie di procedura e di sostanza che si sarebbero consumate, sembró piú opportuno agli organizzartori (Carlo II

15

D´Angió Re di Napoli e suo cugino Filippo il Bello Re di Francia) di tenere il piú lontano possibile da occhi che vedessero e da orecchie che ascoltassero. Furono architettati ben 127 capi delle accuse piú assurde e con le piú evidenti calunnie, fatte sostenere da falsi testimoni prezzolati, nonché con pretese confessioni estorte con la tortura. L´autoritá papale del debole Clemente V non ebbe energia sufficiente per infrenare e tener testa a tanta ignomia. Gli Arcivescovi di Brindisi e di Benevento, che erano stati officiati tra i giudici, solo trovarono la forza di rifiutarsi di intervenire al processo. Gli inquisitori si insediarono a Brindisi in S. Maria del Casale il giorno 15 maggio 1310 e procedettero alla sentenza contro gli indifesi Templari, detenuti e torturati nel Castello di Barletta, impediti di prendere parte al processo che si svolgeva a loro insaputa. Gli imputati furono condannati, i beni incamerati e tutto l´ordine dovette essere ben presto soppresso... [La mia sintesi dal libro ¨200 pagine di storia brindisina¨ di Giuseppe Roma, Edizioni Brindisine, 1968.]

DOMENICA 2 SETTEMBRE 2012

U

na fotografia storica ed abbastanza famosa, postata da Cosimo Guercia ed appartenente alla colezione della Valigia delle Indie, con la seguente didascalia completa: “Aereo austriaco Hansa-Brandemburg W.13 catturato a Brindisi nel giugno del 1918”. La fotografia è interessante anche perchè ci riproduce uno scorcio abbastanza cambiato del lungomare brindisino tra la scalinata colonne, non ancora allargata, e l`inizo del rione Sciabiche. L`insegna scritta direttamente sul muro del fabbricato che fa angolo con la scalinata, recita su due linee: “Sartoria F. Vallone”, poi una terza linea non leggibile e finalmente la quarta “R. Marina” dove la R. sta per Regia. Il fabbricato dell`insegna fu demolito intorno al 1927 per fare spazio all`allargamento della scalinata. Era invece già al suo posto il bel palazzo che era del Lloyd Austriaco, oggi sede della società del gas. E non c`è più neanche il palazzo al fondo della foto, che di fatto sbarrava il lungomare all`altezza di via Montenegro, quel palazzotto fu anch`esso demolito intorno allo stesso 1927, segnando con la sua demolizione, l`inizio del processo di sventramento delle Sciabiche, poi consumato in due grandi ondate, nel 1934-36 e nel 1959. L'Hansa-Brandenburg W.13 era

Aereo austriaco catturato- 1918 un idrovolante bombardiere sviluppato in Germania nel 1917 e utilizzato dalla marina austro-ungarica durante la prima guerra mondiale, l`equipaggio era costituito dal pilota

e da un mitragliere. Il prototipo era stato offerto alla marina imperiale tedesca che lo respinse e fu poi accettato dalla marina austro-ungarica, che operava da basi sull`Adriatico durante

la campagna italiana. A quel tempo gli aerei appartenevano agli eserciti e gli idrovolanti alle marine, non esisteva ancora l`arma aeronautica. Anche il gloroso idroscalo di

Brindisi apparteneva alla marina militare quando nel 1916 nacque formalmente per meglio contrastare l'aviazione austriaca di base a Durazzo, l`attuale Dubrovnik. Sorgeva in località Costa Guacina, appena fuori dal porto interno, uscendo dal porto sul lato sinistro del canale Pigonati, su un´area costiera compresa tra Posillipo e Fontanelle. Quel bellissimo specchio d´acqua, dalle condizioni naturali invidiabili, fu la pista dalla quale fin dal 1914, quando era ancora una semplice stazione di idrovolanti, si levavano in volo gli idrovolanti della squadriglia guidata da Orazio Pierozzi, eroico aviatore deceduto in volo di addestramenteo nel 1919 dopo aver guidato innumerevoli azioni di guerra vittoriose. Soprannominato l´asso del mare, a lui dopo la sua tragica morte fu intitolato l´idroscalo e poi l`intero aeroporto militare fino alla sua dismissione, avvenuta formalmente nel 2008 quando l’aeroporto di Brindisi perse lo status di scalo militare aperto al traffico civile ed acquisitò la semplice denominazione di aeroporto civile.


SABATO 8 SETTEMBRE 2012

C

hissà quando e perchè fu deciso di togliere il busto di Giuseppe Garibaldi dall`aiuola di Piazza del Popolo e sostituirlo con il molto più vistoso bronzo di Augusto, il primo imperatore romano. Non è che l`ìmperatore non ne fosse altrettanto degno, anzi! E si racconta anche infatti, che Augusto si trovasse proprio in transito a Brindisi quando lo raggiunse la buona nuova della sua nomina a imperatore. Ma il punto, che è ormai quasi un`intriga, è ancora una volta scoprire il perchè di questa apparentemente molto radicata smania brindisina di voler ad ogni occasione “togliere” e “ sostituire”... Ma non sarebbe forse stato molto meglio se la smania fosse stata “mantenere”, “migliorare” e sopratutto “aggiungere”! Se così fosse stato, magari anche solo negli ultimi 150 anni, diciamo da quando nacque il moderno stato italiano proprio grazie a quell`intrepito del busto in questione, allora a Brindisi ci starebbero ancora: ...la torre dell`orologio, il teatro Verdi, il parco della rimenbranza, le Sciabiche, I Bastioni, il palazzo liberty del banco di Napoli e quello Titi giù sul corso all`angolo con via del

Garibaldi in Piazza del Popolo - 1920 mare, la fontanella dei giardinetti ...e il busto di Garibaldi in Piazza del Popolo! Probabilmente il busto fu lì collocato al tempo in cui, appena

morto il corsaro genovese nel 1882, si decise di intitolare a lui la strada Carolina con il nome di Corso Giuseppe Garibaldi. O forse più verosimilmente quan-

do nel 1905 quel corso fu, proprio partendo da quel punto, prolungato fino all`Addolorata. L`imperatore Augusto invece entrò in scena certamente

durante il ventennio, con l`euforia generata dalla riscoperta dell`imperiale romanità, e quando quella camicia rossa quel carattere condottiero popolare per nulla ortodosso e quello spirito che per certi aspetti rasentava il libertario, non dovettero poi godere di grandi referenze. Ma che fine fece quel busto? Dove fu riposto? In qualche scantinato comunale? O nel giardino di qualche casa patrizia? Era una scultura di un qualche pregio artistico? O no? Neanche questo è dato di sapere, ancora una volta nella più classica tradizione degli atti degli amministratori della cosa pubblica brindisina. Ma forse è ancora lì, in buona compagnia, magari con quella delle statue delle due rane e delle due tartarughe che adornavano la fontana di Piazza Cairoli prima che la stessa fosse “sostituita” dalla fontana delle ancore, proprio, appunto, in quegli stessi anni dell`imperiale ebrezza.

GIOVEDÌ 13 SETTEMBRE 2012

15

S

i, anche a Brindisi c`era Piazza Castello e naturalmente era antistante al castello, quello di terra, anche più comunemente conosciuto come Castello Svevo. Tale denominazione di Piazza Castello è infatti già chiaramente indicata sul piano regolatore della città del 1883 e comprendeva tutta una estesa area piana intorno al castello, delimitata su tre lati pressocchè ortogonali dalle direttrici di quelle che dovevano diventare via Indipendenza, Via Castello e Via Cittadella. In realtà quella grande estensione piatta e vuota era più che altro una piazza d`armi, ed in effetti così fu anche denominata durante alcuni anni a partire da quando nel 1909 il castello, che fino ad allora era stato adibito a bagno penale della città, passò alla marina militare. Fu a seguito di tale assegnazione che in quell`area si edificò a ridosso della prima guerra mondiale quell`imponente palazzo ben visibile nella foto destinato a usi militari, occupato da uffici e dipendenze varie del comando della marina militare e quindi per questo detto anche dell`Ammiragliato. La Piazza Castello della foto è solo una parte dell`estensione originale: quella porzione rettangolare recintata e delimitata appunto dalla facciata del palazzo dell`Ammiragliato e quindi dalla parallela via

Piazza Castello - 1930 Indipendenza, quella strada che oggi si denomina viale della Libertà. Gli altri due lati della piazza erano in primo piano nella foto l`attuale viale dei Mille e quindi sul lato

opposto via Castello. Quell`altro settore dell`estensione originale della piazza che nella foto rimane dietro al palazzo dell`Ammiragliato, era invece divenuto la Caserma

Ederle, un rettangolo ancora oggi esistente tra via Castello, via Cittadella, viale dei Mille e quella strada che doveva diventare il prolungamento di via Rodi.

Per completare la descrizione della foto, subito in primissimo piano in basso il ponte, che era stato levatoio, di ingresso al castello con ben visibile un pezzo arcato del muro che era stato del fossato, quindi il blocco tozzo del corpo di guardia e sulla sinistra della foto parte della palazzina del circolo ufficiali e collegata residenza dell`ammiraglio, quella stessa residenza in cui doveva alloggiare il Re Vittorio Emanuele III con la sua famiglia durante quei quattro mesi che seguirono all`8 settembre 1943, in cui Brindisi fu capitale d`Italia in quanto sede del regio governo. Con la fine della seconda guerra mondiale poi, tutto l´edificio dell`Ammiragliato fu “temporalmente” destinato a civili abitazioni ed occupato da tante famiglie di sfollati. Una temporalitá che duró quasi vent´anni, fino alla definitiva chiusura e successiva demolizione. Durante quei lunghi vent`anni la sua denominazione popolare fu “Lu Prisidiu” ed oggi, al posto di quella piazza e dello stesso palazzo di “Lu Prisidiu” c´é la scuola media Salvemini.


GIOVEDÌ 20 SETTEMBRE 2012

T

utto ciò che ritrae questa interessante fotografia postata da Romeo Tepore, è irriconoscibile, semplicemente perchè da tempo non c`è più. Eppure siamo nientemeno che di fronte ai Giardinetti, praticamente su Corso Garibaldi, al suo inizio dal lato del mare. Una foto quindi ormai storica che porta la firma, in basso a sinistra, di Vincenzo Isceri, “...fotografo e ritoccatore di alto livello che nello studio riparava anche le macchine fotografiche” [pag. 4 di CicloStyle, Dicembre 2010]. Dello “Studio fotografico Vincenzo Isceri - Corso Garibaldi 73” abbiamo anche rintracciato un inserto pubblicitario sul settimanale brindisino “il Monello” del 26 aprile 1925. Il primo piano della foto è interamente occupato da un giardino abbastanza curato, ben recintato e con una importante fontana. Si tratta del giardino che apparteneva alla Stazione Porto, della linea ferroviaria che collegava la stazione di Brindisi con la stazione marittima, il cui fascio dei binari moriva proprio immediatamente alla sinistra della foto. Il recinto con l`inferriata ben visibile nella foto, si affaccia su Corso Garibaldi giusto di fronte ai Giardinetti e su tutta la loro stessa lunghezza, fino cioè al lungomare di viale

Il giardino della Stazione Porto - 11925 Regina Margherita. La scritta a stampatello “Provveditoria Adriatica”, che indica la presenza di un importante magazzino di forniture navali e marinare, è apposta sulla facciata trasversale al

corso di quello che qualche anno dopo, con la costruzione di un secondo piano in perfetto stile Liberty, diventerà il bel palazzo Titi. Sull`altro lato di Corso Garibaldi invece, è riconoscibi-

le l`angolo con via San Francesco e poi l`insegna “Caffè Italia”. Quell` insegna dopo qualche anno muterà in “Caffè Ristorante” e si riferirà al “Ristorante Miramare” che durante molti anni occuperà

tutto quell`angolo tra il corso e via San Francesco. Tutto il giardino ritratto nella foto scomparirà completamente con la costruzione della nuova stazione marittima, inaugurata nel 1940 e la cui struttura principale sarà appunto edificata sull`area centrale del giardino, mentre la porzione al fondo sarà occupata dalla nuova via Del mare allineata con via San Francesco. Il palazzo Titi sopravviverà di qualche anno al giardino fino a quando, intorno ai primi anni `60, verrà demolito per lasciare il posto a quel voluminoso ed architettonicamente anonimo edificio di abitazioni che è ancora lì sull`angolo tra via Del mare e il corso. E finalmente, anche gli edifici che nella fotografia si intravedono essere di fronte al palazzo Titi, sull´altro marciapiedi del Corso Garibaldi, furono negli stessi anni anch´essi demoliti per costruirvi quei palazzi che sono tutt`ora lì. In questo caso comunque, a differenza del palazzo Titi, furono abbattute edificazioni relativamente modeste e senza alcun pregio architettonico.

VENERDÌ 28 SETTEMBRE 2012

Q

uando ho deciso di pubblicare questi pochi frammenti di un` intervista rintracciata per caso sulla web e fatta da non so chi a tre brindisini doc -Giancarlo Cafiero, Giorgio Tricarico e Galiano Lombardi- ho dubitato se accompagnarli con questa foto scattata ai Giardinetti o con quella più classica e più conosciuta che riproduce in vista panoramica la spiaggia di Sant`Apollinare, e poi mi sono finalmente deciso per questa foto dell`amico Pino Spina, certamente più originale e probabilmente più rappresentativa di quella speciale atmosfera cittadina estiva che, ormai perduta, trapela da questi brevi commenti: “...In quegli anni a Brindisi non avevamo tanto, ma vivevamo bene e ci sentivamo felici. La città viveva nel porto e con il porto, che era pieno di traghetti, italiani e non, che attraccavano e salpavano di giorno e di notte, mentre dai treni scendevano stormi di giovani che provenivano da tutto il mondo per poi imbarcarsi alla stazione marittima. ...Noi giovani, anche se non particolarmente colti, avevamo l`opportunità di confrontarci e di ampliare i nostri orizzonti ricevendo nuovi stimoli. Ci adoperavamo per imparare le lingue, fosse solo per un approccio con le turiste o per accompagnare un passeggero in transito presso le biglietterie, per conoscere qualche particolare della vita nei luoghi di provenienza di quella gente, che ci appariva a volte strana, altre bizzarra, di certo emancipata rispetto alla cultura provinciale del nostro profondo sud. ...Con quei giovani stranieri riuscivamo a comunicarci instaurarando spesso rapporti di amicizia e a volte anche sentimentali, mentre gli anziani con il retaggio storico lega-

L’estate brindisina degli anni ‘60 - ‘70 - ‘80 to all`antico passaggio dei treni della Valigia delle Indie, all`arrivo dei turisti esclamavano in coro: ‘e rrivvatu lu trenu ti li inglisi’ e quindi, sconcertati dall’abbigliamento vivace e coloratissimo, dai modi di fare, dai lunghi capelli e dalle grandi fasce, incuriositi dai canti intonati al loro passaggio in città, rimanevano sbigottiti e si scambiavano

impressioni e commenti suspicaci che animavano le loro tranquille giornate estive. ...Il nostro punto d`incontro di buon mattino era il Banco di Napoli, o il bar Olimpia. Poi con gli zoccoli ai piedi facevamo le vascate andando a turiste, cioè tentando l`approccio con quelle giovani donne straniere, belle, emancipa-

te, con grandi cappelli bianchi di paglia sulla testa, pantaloncini corti, pesanti zaini in spalla e borracce appese al collo. ...I corsi erano pieni di insegne in tante lingue: dall`inglese al greco all`italiano. Le agenzie di viaggi erano aperte giorno e notte, era un vero e proprio spettacolo assistere alla partenza delle navi: le luci, i

suoni, le manovre incantavano grandi e piccini. ...Molti turisti approfittavano la sosta per concedersi un bagno e così prendevano le barche a vela che li portavano sulle spiagge , a Sant`Apollinare, la Pineta, Fiume Piccolo o Fiume Grande, spiagge tutte con un mare cristallino, curate ed organizzate. Spesso alla sera, con panini cocacola e mangiadischi, animavamo feste che duravano nottate intere intorno ai falò improvvisati sulla spiaggia. ...Sul lungomare tutti celebravamo la festa dell`uva con l`esibizione di gruppi folkloristici provenienti da ogni parte d`Europa: Ungheria, Cecoslovacchia, Grecia, etc. La festa delle feste era però la melonata del giorno di Ferragosto: su tutte le spiagge, sulle banchine, sul lungomare, si aprivano in allegria le famose angurie giganti brindisine. ...All`Estoril organizzavamo i pomeriggi danzanti per permettere ai più giovani ed alle ragazze brindisine -che la sera dovevano rimanere in casa- di divertirsi ballando. Ovviamente le loro scuse per uscire di casa erano le più fantastiche e non mancavano le mamme che arrivavano improvvisamente per portar via le figlie. La sera invece l`Estoril si trasformava in night e con la Sciaia a mare si popolava di gente proveniente da tutta la regione per incontrare cantanti e artisti famosi che si esibivano o che trascorrevano a Brindisi le loro nottate mondane...”


GIOVEDÌ 4 OTTOBRE 2012

21

S

fogliando un quotidiano nazionale di questi nostri giorni, alla pagina culturale una notizia richiama la mia attenzione: “Migliaia di immagini in un solo archivio. L´archivio storico cinematografico dell´Istituto Luce sbarca su Youtube con 30.000 video”. Una notizia veramente interessante, e non vinco la tentazione di andare subito su youtube. E poi, da lí all´archivio fotografico dell´Istituto Luce il passo é molto breve: http://www.archivioluce.com/archivio/. Alla voce ricerca, naturalmente e senza esitare , scrivo “Brindisi”. Certo mi aspettavo di trovare, tra molti altri, i giá noti documentari di Stato sulle visite a Brindisi del Re Vittorio Emanuele III e di Mussolini in occasione delle varie inaugurazioni, del Banco di Napoli, del Monumento al Marinaio d´Italia, della prima pietra al Collegio Navale Tommaseo, della proclamazione della Provincia... E giá, fu nel del 1927 ...e doveva durare solo 85 anni a fronte dei milenni di protagonismo storico, ...ma questo é tutto un altro discorso! Ma certamente non mi aspettavo di incontrare una bellissima serie di 12 fotogtrafie datate tutte 6 Maggio 1941 e ragguppate sotto un unico tema intitolato “Brindisi: angoli caratteristici e scene di vita”. Le 12 fotografie sono tutte

San Pietro degli Schiavoni - 6 maggio 1941 molto belle e riconosco subito in alcune di esse quelli che furono i vicoli e le case dello storico rione brindisino di San Pietro degli Schiavoni: Emozionante! Trascrivo i titoli di ognuna delle

dodici foto: Persone sedute e in piedi conversano in un vicolo - Cactus e rampicanti sulle mura esterne di una casa - Signore e bambini di fronte a una casa - Bambini giocano accanto alla porta di casa,

due donne stanno sulla porta - Il cortile interno di una casa, fiori sul balcone interno, sotto si vede una vecchina in abito nero - Una donna e tre bambini sulla porta di casa, un gatto passa sopra la porta ad arco - Una

donna anziana siede in un cortile interno, in uno dei muri di pietra si vede una porta ad arco acuto - Una coppia di sposi sfila lungo un vicolo seguita da un corteo nuziale - Una donna allatta un bimbo - Un gruppo di donne prepara della pasta in un cortile, un marinaio guarda la pasta in un piatto - Donne mentre preparano le orecchiette Donne preparano le orecchiette, un bimbo osserva in braccio a una di loro. Tutte dodici queste foto meriterebbero essere pubblicate, ...quella della mamma che allatta il bimbo é semplicemente una vera “poesia”. Dopo non pochi dubbi e vari ripensamenti ho finalmente scelto di pubblicare quella che si intitola “Una donna e tre bambini sulla porta di casa, un gatto passa sopra la porta ad arco”. Spero comunque che molti lettori abbiano la possibilitá di accedere a internet e cosí sull´archivio del nostro gruppo Brindisini la mia gente potranno estasiarsi contutte queste belle fotografie della nostra Brindisi che, in buona partre, ormai non c´é piú.

GIOVEDÌ 11 OTTOBRE 2012

L

a base aerea a Brindisi era nata come idroscalo militare, con gli albori stessi dell`aviazione nei primi anni del 900, intorno agli anni della prima guerra mondiale. Invece l`aeroporto come lo abbiamo poi tutti noi conosciuto, nacque nei primissimi anni 30, mentre fino ad allora gli aerei civili e militari avevano utilizzato il campo terrestre di San Vito Normanni, che era sorto nel 1918 a circa 9 chilometri dalla città sulla strada per San Vito dei Normanni, tra i vigneti di contrada Marmorelle. Ed è proprio quell`origine acquatica che spiega la presenza in riva al mare, delle due serie contigue di angars ben visibili nel primo piano basso della foto, sovrastata dai due bei G91 del glorioso 32º Stormo. Fu nel corso del 1916 che furono costruite le aereorimesse per accogliere gli idrovolanti da bombardamento progettati dall´ingegnere Luigi Bresciani. Un incidente di volo in fase di sperimentazione causó la morte del progettista e la distruzione del prototipo e il progetto fu abbandonato, peró il nome Bresciani rimase ai 6 hangars, quelli più bassi allineati sulla sinistra della foto. Gli hangars Bresciani con muratura di tufi e cemento e con copertura a botte con sesto ribassato in solaio latero-cementizio, sono ancora oggi, dopo quasi cent`anni, in servizio utilizzati dall´ONU. Già alla fine degli anni 20 sorse la necessitá di nuovi hangars la cui costruzione, stabilita a nord degli hangars Bresciani, fu commissionata alla societá Officine Savigliano di Torino. I 4 hangars Savigliano, ognuno a pianta rettangolare di circa 54 x 60 metri, furono completati intorno al 1930 con ossatura reticolare metallica a una campata e rivestimenti in lamiere ondulate zincate,

Gli hangars Bresciani-1916 e Savigliano-1930 cupolino centrale di aereazione a doppia falda in materiale policarbonato. Ognuno dei quattro accessi verso la banchina ha un´apertura di circa 51 metri con piú di 12 metri di altezza. L´ottima struttura metallica,

nonostante la sua vicinanza al mare è rimasta pressoché intatta ed é ancora funzionale ai nostri giorni: uno degli hangars é gestito dall´ONU e negli altri tre opera la societá Alenia Aeronavali.

L`aeroporto terrestre, la cui costruzione fu decretata dall'amministrazione provinciale di Brindisi con l´esproprio ed acquisto dei terreni agricoli siti alle spalle dell'idroscalo, entrò in funzione nel 1933, inau-

gurato da Mussolini il 30 di luglio, e l'aerostazione fu completata nel 1937 con pista di lancio orientata a nord, inizialmente di 50 x 600 metri e portata successivamente a 850 metri. Durante gli anni 30 nell´aeroporto di Brindisi la compagnia di bandiera Ala Littoria gestiva, tra altre, le linee Brindisi-Rodi; Brindisi-RomaTrieste; Roma-Brindisi-TiranaSalonicco; Brindisi-Atena-RodiHaifa; Roma-Brindisi-Bagdad; Brindisi-Durazzo-Lagosta-ZaraLussino-Pola-Trieste. L'idroscalo militare era intitolato a Orazio Pierozzi, eroico comandante della Squadra Idrovolanti Brindisi durante la prima guerra mondiale, che dopo aver guidato innumerevoli azioni di guerra vittoriose era deceduto in volo di addestramenteo nel 1919. Con la stessa denominazione venne inizialmente intitolato anche il nuovo aeroporto, che era militare e civile allo stesso tempo. Poi nel 1938 l'aeroporto civile fu intitolato ad Antonio Papola, in memoria del bravo comandante di aeromobile civile deceduto in quell`anno per incidente di volo, mentre il militare conservò l´intitolazione originale a Orazio Pierozzi fino a quando, nel 2008, perdendo lo status di scalo militare aperto al traffico civile, acquisitò la semplice connotazione di aeroporto civile, con il nome di Aeroporto del Salento.


GIOVEDÌ 18 OTTOBRE 2012

Q

uando l´amico Alberto Cafiero pubblicó una sua foto di questo scorcio cosí suggestivo, sul nostro gruppo Brindisini la mia gente ci fu un pó di sconcerto nel cercar di individuarne l´esatta localizzazione. Qualcuno parló di una traversa di via Appia, qualcun altro di una di via Appia, ma poi Alberto chiarí ogni dubbio: ‘quel doppio arco si trova nel vicoletto che unisce via Marco Pacuvio con la piazzetta di San Giovanni al Sepolcro’. Quindi un coro di “...ma é proprio vero ...ma quello é il cortile da dove si entrava al ‘doposcuola dei Bonatesta’ ...ma certo io ci sono andato, anch`io ...pure io ...si é vero il doposcuola del professor Italo Bonatesta ...e delle sue sorelle le maestre Tetta Fulvia e Anna Bonatesta ... Ah! Ma quanti bei ricordi“. E sí, quanti ricordi, e quante generazioni di ragazzini e ragazzine siamo passati per quegli archi, per quelle scale, per quelle stanze, per quella terrazza sull´angolo tra via Pacuvio e via San Giovanni. E non solo ragazzini, Enrico Sierra il nostro amico decano del gruppo Brindisini la mia gente che vive a Rimini, commenta: “Ciao Michela, io sono nato in via Marco Pacuvio, proprio dirimpetto alla casa dei tuoi nonni ed ero amico di tuo padre Italo e di suo fratello Antonio, la casa mia era di fianco alla vecchia cantina di Piccigallo proprio dirimpetto alla strada che porta alla piazzetta del Tempietto San Giovanni al Sepolcro. Ma torniamo al ‘doposcuola’: gli amici ‘scaunari’ Angelo Catalano e

Arco doppio in via San Giovanni al Sepolcro - 1955 Antonio Miglietta che abitavano a San Pietro degli Schiavoni, in via Tarantafilo e in largo De’ Caló respetivamente, da bambini erano di casa in quel doposcuola. E poi Gianfranco Di Muri (...e ricordo una grande tartaruga che

girava per casa), Nani Ernani (...da piccolo in quel cortile ci abitava un mio amico, Enzo Strisciuglio), Paolo De Angelis (...Italo Bonatesta è stato il mio maestro alle elementari dal 67 al 72: che gran bella persona! La mattina

prima di entrare a scuola fumava mezza sigaretta, la spegneva e fumava l'altrà mezza all'uscita). Ed ancora, Luana C. Quarta Campbel “...chi ha trascorso i pomeriggi al doposcuola dalle signorine Bonatesta? Anna, Tetta e

Fulvia, ...e come non ricordare il professore Italo? ... I ricordi piu' belli della mia infanzia! ...Tutti i pomeriggi e le estati intere dalle signorine Bonatesta, ...ndamu fattu li megghiu risati...“. Ma gli anni passano inesorabili, dei fratelli e delle sorelle Bonatesta solamente Anna é ancora tra noi, ed é bello poterla salutare e rincontrare nella sua stessa casa, che fu anche il ‘doposcuola’ ed usufruire della sua preziosissima memoria storica della familia. Ci racconta Anna: “…La foto deve essere stata scattata verso la metá degli anni ’50. La costruzione originale dell´arco risale a circa 150 anni fa, e fu ristrutturato intorno al 1985. Il signore con la bambina nel cortile con affianco la biciletta é Guglielmo Cesaria, di professione pescatore. Ma l´intero edificio ed il cortile annesso, appartenevano ad un ben piú grande ed aricolato complesso, edificato a ridosso del Tempio di San Giovanni al Sepolcro e funzionante da convento o forse da ostello. Negli scantinati del palazzo ci sono ancora ampi magazzini sotterranei ed alcune delle sue stesse mura celano antichissime ed importanti tracce architettoniche...“.

GIOVEDÌ 25 OTTOBRE 2012

Q

uando l´amico Giancarlo Cafiero postó questa vecchia fotografia appartenente alla sua preziosa colezione della Valigia delle Indie ed indicandone solamente la data, si accese subito il dibattito sulla possibile reale identitá della strada brindisina in essa bellamente rappresentata. E si, un dibattito difficile e prolungato, perché la prospettiva della foto non é per nulla scontata, e sopratutto perché gli edifici, anzi per dir meglio i caseggiati ad un solo piano con terrazze o tetti a spioventi, ripresi in primo piano su entrambi i lati della strada, da ormai moltissimi anni non esistono piú. Poi c´era quel folto albero che non si riusciva a capire bene da dove sbucasse e finalmente, sullo sfondo, quel campanile: a quale delle tantissime chiese brindisine apparteneva? Poi la rivelazione: É via Carmine, la foto é stata scattata dando le spalle a Porta Mesagne e anzi, considerando la evidente ripresa dall´alto, probabilmente proprio da sopra la Porta. Quell´albero é in quell´area occupata dal Calvario, sull´angolo con via Santa Margherita, e quindi la seguente strada a destra, chiaramente delimitata dalle ombre solari, é via Giordano Bruno. Il campanile non puó quindi che appartenere alla chiesa degli Angioli, che sta proprio alla fine

Via Carmine - 1903 di via Carmine, sull´incrocio a destra con via San Lorenzo da Brindisi. Eppure se Giancarlo avesse voluto metterla sul difficile avrebbe potuto asserire che si

trattava di quella strada che molti anni prima era stata la via Maestra. E si, Via Maestra, “...era l´antica via che partiva da Porta Napoli, ora Porta Mesagne, e si displa-

nava fino al mare, fino alla Porta Reale giá da tantissimo tempo inesistente, spaccando in due la cittá lungo un percorso attualmente contrassegnato da tre diversi toponimi, uno prosecu-

zione dell´altro: via Carmine, via Ferrante Fornari (che nell´800 era chiamata via Angioli) e via Filomeno Consiglio. Quella Maestra era la via per il mare, per le navi, per le partenze, le speranze, l´altrove. Era quella strada marina che percorrevano i romani, e tutti quelli venuti dopo di loro.” [Via Maestra a cura di Clara Nubile e Michle Bombacigno-2011]. Poi nel 1797, venne “il corso” che risanó il malsano canale in cui si era trasformata nei secoli l'insenatura marina che tagliava in due la città, della quale parlò Strabone. Dapprima si intitoló Strada Carolina in onore alla sposa austriaca del re Fernando IV di Borbone e successivamente, il 7 giugno 1882, la strada cambiò nome per essere intitolata a Garibaldi, morto quell'anno: fu da lí in avanti che il nostro Corso Garibaldi definitivamente spiazzó la via Maestra, via Carmine inclusa, dal suo piú che millenario ruolo di strada principale dell´urbe.


DOMENICA 4 NOVEMBRE 2012

13

Q

ualche settimana fa il nostro amico, il bravo fotografo Cosimo Prudentino, ci ha voluto regalare questo suo bel disegno con il seguente commento: “Nel diario di mio padre ho trovato questo disegno, uno scorcio di via Pompeo Azzolino, disegnato da me circa 60 anni fá”. In realtá il suo disegno é solamente quello della metá sinistra della fotografia, poi io mi son divertito a duplicarlo specularmente, un pó a mó di scherzo ed un pó per adattarne il formato a quello di questa rubbrica. Spero Cosimo non me ne voglia. E naturalmente Arcangelo Taliento e Salvatore Corsa, puntualmente, non hanno potuto non commentare quel suggestivo disegno della famosissima via delle loro Sciabiche, e poi interviene anche Luigi Iaia: Arcangelo Taliento: La nota sul disegno ci dice che lì abitava "Ndulirata la rossa" ed io posso aggiungere che ci abitava anche "Cocu uardastelli". Sta scala stava propria sott´alla finestra ti casa mia. Quistu eti nnu disegnu ti li tiempi quandu si ticia "a casa vecchia no mancunu surgi". Eri bravo Cosimì, io ricordo bene quando da bambino con il gesso disegnavi Tex, per terra in strada. Ueh Có, viti c'á tiniri puru nnu leoni ca disignasti alla scola e ca paria nna fotografia. Ci lu acchi fandulu viteri... Salvatore Corsa: Questo disegno di Cosimo indica esattemente com´erano quella scala e

Via Pompeo Azzolino allo specchio quel caseggiato. Formidabile! La casa di Cosimo aveva due entrate, una da via Montenegro e una da via Pompeo Azzolino, credo che questo scorcio lui lo vedesse spesso uscendo e entrando da casa sua. Ricordo bene che sia il disegno che la fotografia erano le professioni che da bambino gli piacevano e

credo che finalmente l'ha azzeccata, considerando le foto meravigliose che ha poi sempre fatto... Cosimo Prudentino: Sott´a Ndulirata la rossa abitava Maria Lucia. Poi nc'era puru Filumena ca quandu ccuminzava a parlari non la spicciava chiui, cu lu figghiu Pippinu ca quandu ti salu-

tava cu la manu destra evidenziava lu tiscitu mediu. Luigi Iaia: Puru iu aggiu natu in via Pompeo Azzolino. Tandu a quedda via abitava Cuchecchia di zú Pippinu, Ntunietta ti li Beddi, nunna Maria, Maria la bionda, Cunzilia di Ginccu, Ntunietta la Spazzina, Furtunata e Peppu Sciarra. Poi sobbra allu palazzu abitavunu l´atri, e abbasciu addó era lu Gabbiano, stava la putea ti salsamenteria. Arcangelo Taliento: Certo, Maria Lucia, che ti faceva tenerezera cugina a mio 1952 za, padre e in vecchiaia viveva, se ben ricordo, da sola vicino a Maria la bionda sorella di Mimmo, il quale quando faceva le cozze alla banchina spariva dentro alle condotte lasciando vedere solo i piedi, però riempiva lu tilaru. "Li tilari" erano quelle cassette che servivano per contenere i pesci, erano naturalmente di legno e oggi

sono di polistirolo. Luí, ma addai no abitava puru Pizzuttinu? Vicinu alla scalinata ca stai ancora? Luigi Iaia: Propria alla scalinata ca tu tici ca stai ancora, abitavo iu. E quandu chiuvia mama mittia lu rinali. Sotta abitava Maria Lucia e ti costi abitava Vicenzina. Poi mama si pigghiau la casa ti fronti addó abitava nunna Maria Prudentino e feciru menza casa nui e menza casa loro, ca rispundia in via Montenegro. Arcangelo Taliento: Luí, ma ti cce annu stà parli? Ca iu sciucava 'ntra casa ti Romeu. No sta parli ti Cosiminu Prudentinu? Luigi Iaia: Iu sta parlu ca sontu ti lu 58. Sta parlu ti nonnu Cosimo Prudentino, lu maritu di nunna Maria. Poi chiú abasciu abitava Ginu ti Cunzilia e addai é rimastu ancora lu figghiu Antonio. Poi venni a abitari lu conti Mantovanelli. Ti costi poi abitava Furtunata di Ginccu Coppola ca tennu la casa ancora addai. Sobbra allu palazzu poi abitava Cocu Cirvillera, Lina l´infermiera, Fischietto e Tonino Sciarra. Alla funtana poi abitava Peppu Sciarra, e poi ti ticu puru l´atri Arcá...

VENERDÌ 9 NOVEMBRE 2012

P

roprio ieri ricorreva l´anniversario N° 71 di quella terribile tragica notte in cui Brindisi fu intensamente bombardata, tra il 7 el´8 Novembre del 1941. Si rattó del più potente e distruttivo degli attacchi aerei subiti dalla nostra cittá. L´incursione iniziò a mezzanotte circa e si protrasse per quasi 5 ore con un attacco condotto da una formazione di bimotori inglesi provenienti da Malta con l'obiettivo di smantellare le fortificazioni del porto e la base navale del castello svevo. Fu per questo motivo che proprio tutta l´area di via Cittadella e via Sant´Aloy subí i danni maggiori e fu quasi rasa al suolo, cosí come lo testimonia fin troppo crudamente la fotografia. E purtroppo, ci furono anche decine di vittime e centinaia di feriti. Fu bombardata anche la casa di Vito De Marco e Cosima Pati, su via Sant´Aloy quasi sull´angolo con l´attuale via Lucio Sacrano. Erano i nonni materni di Albina Aprile -mia madre- che con loro viveva e che li indusse ad abbandonare la casa un solo istante prima che venisse centrata dalla bomba. Avevano appena attraversato la strada per dirigersi in via Rodi a casa dei genitori di mia madre, ed erano ancora sul marciapiedi di fronte alla casa, quando la bomba la colpí in pieno e la fece crollare completamente lasciando in piedi solo la facciata. Remo Simoniello, commentan-

Via Cittadella - 8 novembre 1941 do la foto ci racconta: ...Le zone colpite furono via De Sanctis e largo della Volta, poi fra via Cittadella via Sant'Aloj e via Lucio Scarano. Nei bombardamenti, un aereo fu abbattuto dalla contraerea e fu recuperato dal fondo del mare nel 1952, rimanendo per lungo tempo sulla banchina all'altezza

di via Lenio Flacco. Le macerie "ti li scuffulati" rimasero fino all´inizio degli anni '60. Dopo la guerra "lu scuffulatu" era il nostro campo d'azione: la sera ci andavano le coppiette e "nui li pigghiaumu a petri". Ed erano anche comodi perché in un secondo scendevamo giù da basso per fare il

bagno alla spiaggetta dove tiravano a secco le barche, una spiaggetta tutt´ora esistente anche se adesso é completamente cementata. Dopo quella terribile notte, circa l´80 percento della popolazione civile di Brindisi si trasferì per paura nei più tranquilli paesi vicini della provincia, a

Mesagne ed altri. Sono tristemente sintomatici del clima che regnava in cittá quell´8 novembre 1941, alcuni dei registri di classe redatti dalle maestre e dai i maestri che andarono a scuola quella mattina. Maria Franco, di 26 anni: La scuola é vuota. Le famiglie sfollano verso paesi piú sicuri. Nessuna presente delle 25 frequentanti. Il Provveditore, da poco giunto in cittá, ha parlato a noi tutti dell´ora terribile che si attraversa... Luigi Pigna, di 31 anni: La scuola é completamente vuota in quanto tutte le famiglie sono costrette a sfollare. Per misure economiche di combustibile, il Ministro ha protratto le vacanze fino al 18 Gennaio. Dei 51 iscritti una decina frequentano perché gli altri si sono riversati nei comuni vicini... Matilde Musaio Valletta, di 32 anni: La disastrosa incursione aerea, durata quasi 5 ore, ha fatto spopolare la cittá. La scuola é deserta. Le ripetute incursioni aeree hanno fatto si che tutti sfollino. Dove potremo rintracciare i nostri piccoli? Certamente nei paesi vicini!


12

GIOVEDÌ 15 NOVEMBRE 2012

Q

uello ritratto nella foto é un paesaggio brindisino che dal 1936 é drasticamente cambiato. Si tratta infatti di una bella foto panoramica di quel tratto di lungomare del seno di ponente appartenente allo storico rione delle Sciabiche e che in quell´anno fu quasi completamente abbattuto per far posto al complesso della nuova fontana imperiale con al fronte la via Pasquale Camassa e l´ampliato largo Lenio Flacco e con alle spalle la risistemata piazza Santa Teresa. La foto qui riprodotta, in realtá rappresenta solo un dettaglio di quella ben piú panoramica appartenente allo Stabilimento Fotografico dei Fratelli Alinari e intitolata “Veduta del Porto 19051908”. E per fortuna, l´ottima qualitá tecnica della foto originale mi ha permesso ingrandire di parecchio questo eccezionale dettaglio e cosí ottenere un´ immagine certamente inedita e che non ha uguali noti. Con un pó di buona volontá é anche possibile scoprire, sull´orizzonte dell´estrema sinistra della foto, l´inconfondibile siluetta del Forte a mare, e sull´estremo destro invece, quasi nero, l´angolo piú spinto verso il mare del

Le Sciabiche - 1906 mastodontico complesso architettonico dell´attuale sede dell´Archivio di Stato adiacente alla chiesa di Santa Teresa. Si tratta in qualche modo del piú completo testimonio di tutto ció che in quell´anno 1936 fu abbattuto: certamen-

te infatti, non molto di quanto illustrato dalla foto doveva essere cambiato per quel momento e quindi, quelle che si abbatterono non furono solo costruzioni fatiscenti e malsane come le cronache ufficiali dell´epoca tentarono di raccontare.

Di fatto, in quel 1936 si consumó la piú vasta delle campagne demolitrici delle Sciabiche, quella che interessó la maggior porzione del quartiere e che in sostanza risparmió solamente un limitato settore di case compreso tra via Montenegro e quello

che doveva diventare il limite della nuova scalinata imperiale. Quelle demolizioni interessarono tutte le case sciabicote che, su piani di varia altezza degradanti da piazza Santa Teresa e da largo San Paolo al mare, esistevano a quell´epoca fino a largo Sdrigoli, l´attuale largoSciabiche, e anche un po piú in lá, fino al pendio Fontana Salsa che é sulla sinistra dopo giá imboccata via Lucio Scarano. E questa foto, ormai da considerare a tutti gli effetti storica, mostra anche la grande vitalitá di quel rione rigoglioso che era abitato da centinaia di marinai e di pescatori con le loro famiglie numerose: tutto il vasto spazio prospicente al mare tra la bancina e le case, pullula di persone, di reti da pesca -le sciabiche appunto- poste ad asciugare, di merci pronte ad essere imbarcate e di mezzi ed attrezzature per la pesca. E non mancano i panni stesi ad asciugare al sole!

GIOVEDÌ 22 NOVEMBRE 2012

S

ulla Pianta della Cittá di Brindisi a scala 1:2000 di Carlo Fauch del 1871, la denominaione di Strada Marina é assegnata a tutto il tratto di lungomare compreso tra la Stazione Marittima, in realtá ancora inesistente come tale e nella cartina indicata come Sanitá Marittima, e Largo Montenegro, di fronte appunto al Palazzo Montenegro. Per il resto, sia a levante che a ponente, il lungomare viene semplicemente denominato “Banchina”. E tale denominazione la si ritrova ancora uguale sui disegni del Piano Regolatore della Cittá di Brindisi del 1883, sui quali peró non compaiono le diciture “Banchina”. Nel 1881, in due episodi separati, l´11 gennaio il primo e l´11 novembre il secondo, sulla Strada Marina si producono altrettanti crolli della banchina centrale, praticamente contigui: di fronte all´attuale palazzo del turista e di fronte all´albergo Internazionale. Lo documenta in dettaglio il piano intitolato “Planimetria della Banchina Centrale del Porto di Brindisi, elaborato a scala 1:1000 in data 1 Agosto 1882”. In questo piano si denominano con “Banchina delle Sciabiche” e “Banchina della Ferrovia”, quelle tratte rispettivamente a ponente e levante della “Banchina Centrale”. E su questo stesso piano, la Sanitá Marittima é diventata

Via Marina - 1905 Capitaneria di Porto. La fotografia riprende il tratto finale, che culmina all´altezza di via Montenegro proprio dove attracca la motobarca per il Casale, dell´attuale viale Regina Margherita, che sull´altro estremo inizia all´altezza della Stazione Marittima. A ponente il

lungomare prosegue con l´attuale via Lenio Flacco e a levante con la via Regina Giovanna di Bulgaria. L´intitolazione alla Regina Margherita di quella che era stata la Strada Marina risale al 1900, quando una delibera comunale cambió i nomi }delle strade adia-

centi al lungomare, introducendo appunto quelli di via Lenio Flacco per la strada sulla banchina di ponente e di via Regina Giovanna di Bulgaria per la strada sulla banchina di levante. Quel palazzotto sul fondo della foto e che sbarra il lungomare, non c´é piú. Apparteneva al rione

Sciabiche e fu demolito intorno al 1924, era prospicente al mare e con le sue spalle delimitava il largo Monticelli. Antistante al palazzotto era piazza Baccarini, giá piazza Dei Consoli ed attualmente piazzale San Teodoro D´Amasea, con al centro la fontana dei delfini, visibile nella foto e poi spostata ai Giardinetti. Peró, non puó che imporsi allo sguardo la presenza circostanziale ma sigificativa del protagonista indiscusso della fotografia: il commercio, la rigogliosa attivitá commerciale molto vistosamente rappresentata dalle navi mercantili ormeggiate e da quelle tante merci pronte per essere imbarcate: le botti del vino e dell´olio ed i prodotti della ben diversificata attivitá agricola della cittá e del suo territorio. Un´attivitá che a cavallo tra i due secoli era stata cosí tanto fruttifera da condizionare fortemente anche lo stesso paesaggio urbano e portuale della cittá, cosí come ce lo mostrano questa e tante altre belle fotografie di Brindisi, che riprendono su tutto il lungomare quelle che per quell´epoca erano tipiche e frequenti scene di attiva vita quotidiana nella nostra cittá.


GIOVEDÌ 29 NOVEMBRE 2012

N

el settembre del 1763, il sindaco Stefano Plama da inizio ai lavori per la costruzione della nuova Torre dell´orologio, in piazza Sedile in prossimitá del palazzo comunale. La torre campanaria precedente, di dimensioni molto piú modeste ed edificata in quello stesso posto, era stata distrutta dal terremoto del febbraio 1743. “...Quella nuova Torre dell´orologio invece, testimone di tanti avvenimenti storici specialmente del periodo risorgimentale, fu demolita nel febbraio 1956 per dar luogo all´erigendo palazzo della Previdenza sociale. Per tale demolizione, clamori e proteste si levarono da piú parti, anche attraverso la stampa, che peró non valsero a far ritornare sulle proprie decisioni i geniali autori di tanta rovina”. [Storia non scritta di Brindisi, di Alberto Del Sordo - Gazzetta del Mezzogiorno del 16.6.1977]. Nel 1952, con l´unanimitá espressa per alzata di mano dei presenti, il Consiglio comunale presieduto dal sindaco Francesco Lazzaro, accordó cedere tutta l´area di 1.285 metri quadrati all´Inps per 11 milioni di lire. Peró alcuni politici si opposero alla delibera: il senatore Antonio Perrino, allora presidente della Provincia, fu probabilmente il loro massimo rappresentante, reclamando il mantenimento della Torre per il suo valore artistico, storico ed affettivo. E poi... “alla sua base c´erano quelle due carceri che avevano ospitato molti patrioti”. E non mancó neanche il dissenso degli intellettuali: “…Gli odierni barbassori del cemento armato hanno progettato il solito scatolone che sar[a adibito a sede della

pano di Trepuzzi, contava 3 piani. Al piano terra l´ingresso era sormontato dall´arme della cittá ed ospitava nel suo interno la bottega dell´orologiaio Ranieri, addetto alla sua manutenzione. Al primo piano si notava una lapide di marmo dedicata a Mazzini. Al secondo piano il quadrante dell´orologio, a due sfere e a cifre romane. Al terzo infine, la cella campanaria a forma di cupola: le due campane avevano due batacchi a martello azionati da tiranti rispondenti al sistema di orologeria”. [Cronaca di un inutile abbattimento, di Nadia Cavalera - Quotidiano del 30.11.1983]. Rino Tasco: E’ questa la foto di Muraglia che io comprai al suo negozio. Il proprietario del salone

La Torre dell’Orologio - 1956 Previdenza sociale. Gli accaniti congiurati, che impuniti imperversano sotto il segno della bruttezza contro le nostre belle cittá, hanno dannato alla demolizione l´interessante barocca torre dell´orologio,

poiché per loro é piú facile demolire che creare opere che possano reggere il confronto con quelle pur modeste del passato” [Brindisi ignorata, di Nicola Vacca - 1954]. E com´era? ...“Era costruita in car-

CRONACA

di fianco a quello dell´insegna, si chiamava Suppressa, io facevo il garzone e se si osserva bene, sotto la porta c'é un ragazzo con la scopa: quello sono io. E ci si pó scurdari du bellu suenu ca facia dan,dan,dan, din,din. Quantu cosi ndi ricurdava, era comu unu ti famiglia: Sunava quandu lu tata era a sciri fori, quandu nui erumu a sciri alla scola o quandu erumu a sciri alla nuvena alla chiesa ti San Paulu. No vitiumu l'ora cu sunava quandu erumu assiri ti la scola pi sciucari mienzu alla strata cu la palla ti pezza, o a fuci fucendu manué. E no vi ticu la menzatia ti la cloria comu sunava! Romeo Tepore: Il Salone dell´insegna era di Giancola Luigi, mio zio. Subito dopo vi era un´altro salone, non ricordo il nome del titolare, ma era sordomuto e si trasferì a Torino. Attaccato alla Torre dell'orologio, vi era il negozio di merceria di Brunetti. Dalla porticina che si vede aperta si saliva sopra e vi era una sartoria, subito dopo vi era un negozio che vendeva pane. Per finire, la prima porta sulla destra della foto era ancora un salone, del signor Saponaro. Remo Simoniello: Io ricordo che all'angolo c'era anche un armeria dove compravo i piombini per il fucile ad aria compressa e le capsule (li capsi ) per la pistola... assia ti la scola Costanzo Ciano e sc'è facia rifornimento...

MERCOLEDÌ 5 DICEMBRE 2012

9

A

gli albori dell´apparteneza di Brindisi al neofondato Regno d´Italia, un interessante piano del Genio Militare, datato 1° Agosto 1867 elaborato a scala 1:4000 dall´incaricato del “Servizio della Piazza di Brindisi” Lorenzo Calabrese, riproduce la cinta di Brindisi con l´indicazione delle porzioni che si dismettono al Demanio in osservanza del Dispaccio del Ministero della guerra del 28 Marzo 1867. Ebbene la leggenda di quel piano attribuisce al nostro Castello di terra la denominazione “Castello della Vittoria usato a Bagno Penale”. Quindi ancora una nuova denominazione che si affianca alle tante altre un pó piú conosciute, come quella suggestiva e molto diffusa tra la fine dell´800 ed i primi del 900, di “Castello Federico Barbarossa” che é riportata nella didascalia della cartolina riprodotta nella foto e stampata nel 1905 dalla ditta Nicola Passante e di un´altra stampata dalla ditta A. Anelli nel 1905 e di tante altre ancora, frutto tutte di un grossolano errore storico e di una evidente diffusa ignoranza. Per la cronaca, Federico Barbarossa morí nel 1190 durante la terza crociata, gli succede il figlio Enrico VI che morirá giovanissimo nel 1197 ed il cui figlio, Federico Ruggero, diverrá l´imperatore Federico II di Svevia.

Castello di Terra Federico Barbarossa (?) - 1880 Quella di “Castello Federico II di Svevia” é certamente la denominazione piú corretta, nel rispetto della storia che registra l´inizio della sua costruzione nel 1227 per volere del famoso re imperatore, che fu un autentico innamorato di Brindisi: Federico II.

Circa un secolo dopo, Carlo d´Angió fece aggiungere nuove fortificazioni, mente nel 1488, per volere di Ferdinando I di Aragona, il castello subí importanti modifiche con la costruzine, attorno al nucleo federiciano trapezoidale originale, di un´alta

muraglia a pentagono provvista di nuove torri e di un fossato. Da lí le denominazioni di “Castello Angioino“ e di “Castello Aragonese“. Nel 1808, con Napoleone, al trono di Napoli giunse Gioacchino Murat che nel 1814

decise di convertire il castello in “Bagno penale” per potervi alloggiare un gran numero di forzati da destinare ai grandi lavori di escavazione del porto interno: sembra risultare esservi stato racchiuso anche il padre di Alexandre Dumás, il famoso autore del Conte di Montecristo, I tre moschettieri, etc., etc. Nel 1815 Gioacchino Murat decadde dal trono e fu fucilato, ma il progetto di risistemazione del porto interno con la mano d´opera dei forzati del bagno penale fu portato avanti dai Borboni: interessante esempio di continuitá amministrativa! Quel bagno penale continuó a funzionare fino al 1909, anno in cui il Castello di Terra fu dato in uso alla Regia Marina Militare, in attenzione allo strategico ruolo che il porto di Brindisi doveva poi ricoprire nelle due guerre mondiali. Un uso che permane tutt´ora nonostante la marina militare non sia piú regia e nonostante non risulti se ne stia facendo un gran uso militare. Speriamo che finalmente il nostro bel Castello di terra sia a breve restituito ai brindisini!


GIOVEDÌ 13 DICEMBRE 2012

S

iamo in corso Umberto I° e sulla sinistra della foto si riconosce l´inconfondibile siluetta del fú teatro Verdi. Ma anche l´edificio che é in primo piano nella foto non esiste piú da molti anni: era la sede di un teatro cittadino, il Politeama Duca degli Abruzzi che nel giugno del 1912 era stato edificato sull´angolo con via Cesare Braico, proprio dove ha poi avuto sede per tanti anni e fino a non molto, il Circolo Cittadino. Era un edificio in legno a due piani con tre file di palchi in cui gli spettacoli lirici, cinematografici e di rivista, iniziarono a esservi rappresenati il 22 marzo del 1913. Dopo pochissimi anni di esercizio, l´edificio in legno subí un rovinoso incendio che indusse il proprietario a trasformarlo in un´arena: l´Arena Margherita che funzionó sino all'estate del 1917, grazie alla buona qualità delle sue rappresentazioni ed a una importante affluenza di pubblico, che nei lunghi e caldi mesi estivi brindisini faceva spesso registrare il tutto esaurito. Erano quelli dell´inizio del novecento, anni in cui Brindisi, dopo i primi difficili decenni che tennero dietro all´unificazione nazionale, aveva cominciato a conoscere una discreta crescita economica e si era anche popolata di numerosi ritrovi pubblici come diretta coseguenza di un certo benessere diffusosi nelle classi piú facoltose e della tendenza di queste a ricercare la felicitá a tutti i costi, secondo i canoni della

Il Politeama Duca degli Abruzzi - 1914 Belle Epoque, che nelle nostre regioni meridionali si protrasse fino alle soglie degli anni 30, quando altrove ersa giá tramontata [“Vecchia Brindisi tra cronaca e storia” Alberto Del Sordo 1978].

Nel periodo citato infatti, l´interesse del pubblico borghese brindisno per gli spettacoli teatrali e mondani aveva incoraggiato alcuni imprenditori nostrani a creare nuovi locali, che assecondarono quelli già esistenti, come

GIOVEDÌ 6 DICEMBRE 2012

l´antico teatro comunale Marco Pacuvio in via Ferrante Fornari, e il teatro del Festival, entrambi già attivi fin dal secolo precedente. Il 1903 fu l´anno di due importanti inaugurazioni: il 21 gennaio in piazza Cairoli si apriva il

Politeama Bellini, un teatro in legno che anticipò di alcuni mesi l'apertura ufficiale avvenuta il 17 ottobre del vicino teatro comunale Verdi, comunque già funzionante da mesi con spettacoli di minore importanza. Nel maggio del 1914 fu inaugurato il cinema-teatro Mazari, una costruzione in stile Liberty dove rinomati spettacoli di varietà ed operette si alternavano con le proiezioni cinematografiche. Al termine della prima guerra mondiale solo il Mazari ed il Verdi riuscirono a riprendere le loro attività, peró nel 1925 si potè finalmente disporre di una nuova moderna sala cinematografica, costruita in muratura e ferro sull´area del vecchio teatro Bellini, cessato fin dal 1911 e la cui platea era stata adibita a pista di pattinaggio. Il nuovo cinema prese inizialmente il nome "Eden" e poi, nel 1936 e per ´ragioni di ordine pubblico´ (un fantomatico generale inglese aveva quel nome), fu denominato "Impero". Sul suo schermo furono proiettati i capolavori dell´arte muta fino a quando nel 1931, il ’muto’ fu soppiantato dal ‘sonoro’.

aggravate.

Q

uesta foto di Brindisi costituisce certamente una sfida per chiunque si voglia cimentare nell´ardua impresa di identificarne l´esatta ubicazione. E si, perché non solo la via non esite piú con tale denominazione o tale configurazione, ma anche quasi tutto il resto che é rappresentato nella foto, non esite piú. La via Circonvallazione era quella che appare in bianco sulla sinistra della foto e che poi, nel settore ripreso dalla foto, mutó la sua denominazione a quella di via Bastioni San Giacomo. In effetti, sul ”Piano regolatore della cittá di Brindisi del 1883” tutta la strada compresa tra Porta Lecce e Porta Mesagne, esterna alle mura e con un giro ad angolo quasi retto intorno al Bastione di San Giacomo, si denominava ”Strada di Circonvallazione”. Quindi, oltre all´attuale via Bastioni San Giacomo, corrispondente a quella strada che é rappresentata nella fotografia, la via Circonvallazione comprendeva anche le attuali via Bastioni Carlo V, tra Corso Roma e la stazione serroviaria, e via Bastioni San Giorgio, tra la stazione e Porta Mesagne. Il settore che nella foto é alla destra della strada bianca, fu poi occupato dal Parco della Rimembranza, inaugurato nel 1927 e sradicato nel dopoguerra

Via Circonvallazione (B. San Giacomo) - 1903 per far posto a edifici pubblici che avrebbero potuto avere ben altra collocazione, invece di quella realizzata sull´unico polmone verde esistente nel centro cittadino. Il Bastione di Carlo V, quello adiacente a Porta Mesagne, si

puó intravedere sul fondo della fotografia, mentre il Bastione di San Giorgio, quello che era sito di fronte alla stazione ferroviaria, all´epoca della foto era giá stato inspiegabilmente abbattuto proprio per far posto alla stazione, la quale peró per nulla inter-

feriva con quel bastione. Mah! Il Bastione di San Giacomo finalmente, rimaneva invece alle spalle della foto, sul lato destro. Fu per ordine di Carlo V che fu costruito il gran Torrione di San Giacomo assieme alla cortina muraria che, passando per il

Torrione di San Giorgio, raggiungeva il Torrione di Porta Mesagne e proseguiva quindi fino al Castello di terra: una formidabile cintura difensiva di terra compresa tra il Castello e, sul mare, la Porta Reale. Fino a quella antica porta infatti si estendevano i bastioni, dopo aver superato Porta Lecce. La Porta Reale, da tantissimo tempo ormai scomparsa, era ubicata alla fne della Strada Maestra, la principale della cittá, che partendo da Porta Mesagne giungeva fino al luogo in cui é tutt´ora edificata la struttura della Capitaneria di porto, dopo aver attraversato per intero l´urbe medievale. E cosí, a completare l´intero circuito perimetrale difensivo della cittá non restava che solamente il lungomare: dalla Porta Reale al Castello di terra infatti, tutto il perimetro terrestre ai tempi del re di Spagna Carlo V (15001558) era formidabilmente protetto.


LEONI IN INDI

GIOVEDÌ 20 DICEMBRE 2012

11

M

ancó molto poco che questa fotografia divenisse l´ultima foto di Porta Mesagne, o di Porta Napoli, come si dice si chiamasse prima. E si, ...incredibile ma vero: i lavori per la sua demolizione erano giá iniziati quando Don Pasqualino Camassa, il grande filantropo brindisino ispiratore con la sua ”Brigata degli Amatori della Storia e dell’ Arte” dell´anima piú sensibile del nostro gruppo, vi si oppose, ...e come! Papa Pascalinu appena informato della decisione di abbattere la pericolante porta, inizió la sua crociata e quando vide che i lavori di demolizione erano iniziati, non esitó a far trasportare il suo letto fin sotto l´arco della porta e a sdraiarsi su di esso: “Questa porta non si abbatte a meno che non saró abbattuto anchi´io”. Tanta risoluzione sortí effetto! Nella prima metá del III secolo (nel 1243 per esattezza) la porta era stata fatta ricostruire, con con unica apertura a fornice di sesto acuto, da Federico II di Svevia. L´altra apertura, cosí come la conosciamo noi, fu poi praticata di recente, alla fine degli anni trenta in occasione del restauro succeduto al giá citato tentativo fallito di demolizione, per soddisfare le esigenze della circolazione pedonale che doveva essere necessariamente separata da quella veicolare, ormai divenuta pericolosamente intensa. Ma quella porta ”da sempre” era stata la principale ed a lungo unica porta d´ingresso per via

14

Porta Mesagne “miracolata“ - 1925 terra alla cittá. Il suo complesso originale risale infatti ad alcuni decenni prima della nascita di Cristo, a quando Marco Antonio fece costruire quel tratto di cinta muraria che la comprendeva, per difendere la cittá ed il suo strate-

gico porto dagli attacchi di terra. Da quella porta iniziava il suo percorso la medievale Rua Maestra, l´antica strada principale dell´urbe, che si displanava fino alla Porta Reale sul mare, spaccando in due la cittá lungo il

tracciato rimasto pressoché inalterato ed attualmente contrassegnato da tre diversi toponimi, uno prosecuzione dell´altro: via Carmine, via Ferrante Fornari (che nell´800 era chiamata via Angioli) e via Filomeno

Consiglio. E su quella stessa porta, naturalmente, confluiva la Via Appia, la regina di tutte le vie “Regina viarum” la cui costruzione partendo da Roma fu iniziata nel 312 a.c. dal censore Appio Claudio Cieco e che per secoli e secoli fu transitata fino a Brindisi da imperatori, re, condottieri, avventurieri, viaggiatori di tutto il mondo e da tutto il mondo, i quali tutti passarono sotto l´arco di Porta Mesagne per poi guadagnare il mare per l´Oriente attraverso il porto di Brindisi, il piú sicuro di tutto il Mediterraneo, come sicuri lo erano solo anche Giugno e Luglio. Interessante e per certi versi d´attualitá é la targa marmorea affissa affianco alla moderna apertura laterale per il passaggio dei pedoni: “Comune di Brindisi Capoluogo di Distretto Provincia di Terra d´Otranto” Tale infatti era lo status amministrativo di Brindisi, subito prima che, nel 1927, Mussolini facesse otorgare alla cittá lo status di “Provincia“ suddividendo la Provincia Terra d´Otranto in tre province: Lecce, Taranto e Brindisi.

GIOVEDÌ 27 DICEMBRE 2012

A

vevo pensato che con questa foto N° 50 si sarebbe potuta concludere questa mia entusiasmante avventura, durata tutto un anno, dedicata a questa rubrica settimanale di commenti alle piú interessanti fotografie del gruppo Fb “Brindisini la mia gente”. Entusiasmante per me, naturalmente, e spero gradita per molti dei lettori di Senzacolonne. Il nostro Direttore Gianmarco, con la sua usuale generositá, mi ha invece suggerito di continuare e prolungare questa avventura. Non ho certo potuto dire di no, anche perché son sicuro che quella miniera di fotografie brindisine che é diventato il nostro gruppo “Brindisini la mia gente” non mancherá di offrirmi ed offrirci ancora tante belle ed interessantissime fotografie da commentare. Ma permettetemi di scrivere che uno dei motivi piú validi per il quale credo che finalmente raccoglieró la sfida di prolungare la vita di questa rubbrica, é sicuramente legato alla intima soddisfazione procuratami dai tanti commenti che gli amici del gruppo “Brindisini la mia gente”, e non solo loro, hanno voluto puntualmente farmi giungere ad ogni pubblicazione. Quei commenti sono stati tutti sempre molto gratificanti,

La valigia delle Indie... quella del XX secolo oltreché interessanti complementari ed in piú di un’occasione finanche preponderanti rispetto ai miei stessi commenti iniziali, ed hanno perció costituito il mio principale stimolo ad andare avanti.

La scelta quindi di pubblicare questa fotografia, non era stata assolutamente casuale. Dedicare quella che doveva essere l’ultima foto della serie, alla gloriosa “Valigia delle Indie” dei due bravi

brindisini e amici, Giancarlo Cafiero e Galiano Lombardo, voleva infatti essere anzitutto un modesto ma sentito e certamente condiviso omaggio a due brindisini doc che hanno dedicato

gran parte della loro vita a raccogliere, ordinare, classificare e tramandare ogni pur piccolo testimone possibile della nostra Brindisi passata, sottraendolo all’abbandono all’incuria ed alla piú che probabile scomparsa. Ma non solo... voleva anche essere un simbolico passare il testimone della rubbrica ...e nessuno meglio della “Valigia delle Indie” ne sarebbe potuto diventare il geloso guardiano ed il fedele perpetuatore. Con questa foto peró, voglio anche celebrare, con tutti i lettori di Senzacolonne e gli amici di “Brindisini la mia gente”, i nientemeno che 30 anni esatti di fortunata e fortunosa esistenza della “Valigia delle Indie”, fondata appunto nel giá lontano novembre del 1982 per visione e volontá di Giancarlo e Galiano, e da loro due mantenuta aperta per tutti noi, da sempre in quel di Via Tarantini N.20, con tanta caparbietá e non pochi grandi sacrifici. Grazie Giancarlo e grazie Galiano! In tantissimi ve ne siamo grati.


SCHEGGE DI STORIA BRINDISINA ... ... dalle Cronache dei Sindaci di Brindisi

ccc ccccccccccc

Ho sfogliato il libro della CRONACA DEI SINDACI DI BRINDISI 1787-1860 di Rosario Jurlaro, che mi é stato gentilmente regalato in una delle mie recenti visite a Brindisi dall`amico Giuseppe Silvio Rubini Neritene. É un malloppo di 650 pagine al netto di introduzione, bibliografia, indici etc. É certo un po’ pesante da leggere, ma definitivamente interessante, visto che tratta dai fatti spiccioli della compra vendita di qualche lotto di terreno o della costituzione di una qualche banda municipale a quelli trascendenti come ad esempio i successi del 1860 con l´annessione al Regno d´Italia. Questo volume é il secondo delle Cronache dei Sindaci, il primo invece abbraccia gli anni precedenti, dal 1529 al 1787, editato da Jurlaro, é di Pietro Cagnes e Nicola Scalese.

Mentre a notte inoltrata sfogliavo questo bel mattone, mi é sorta l´idea di poterne fare materia prima dalla quale magari estrarre una nuova rubrica settimanale, in sostituzione di quella dello scorso anno dedicata a commentare le foto del gruppo Brindisini la mia gente. Ne ho parlato con Gianmarco, il mio amico e direttore di Senzacolonne, il quale con la sua consueta gentilezza e disponibilità ha subito mostrato entusiasmo per la mia proposta. E così, detto fatto, ecco qui avviata la rubrica. Ogni volta racconterò un qualche episodio o momento brindisino scritto nei libri delle Cronache, che mi risulti poter essere di particolare interesse per i lettori di Senzacolonne, selezionandolo alternamente tra quelli più significativi appartenenti alla ‘storia maiuscola’ e quelli più spiccioli e quotidiani appartenenti alla ‘storia minuscola’ della città.

Con i vari numeri della rubrica andrò sequenzialmente a ritroso nel tempo, partendo cioè dalla fine del 1860, con l´annessione di Brindisi al nuovo Regno e proseguendo all´indietro, con la prima metà dell´800, poi con il ´700, poi con il ´600 ed infine con il ´500.


CRONACA

SABATO 30 MARZO 2013

Fine di una storia, inizio di un’altra Il 1860 a Brindisi attraverso la Cronaca dei sindaci di Rosario Iurlaro di GIANFRANCO PERRI

L

a Cronaca dei Sindaci di Brindisi II dal 1787 al 1860 di Rosario Jurlaro, continuata su quella di Cagnes e Scalese dal 1529 al 1787, è preceduta da un`introduzione in 47 pagine di Jurlaro, e mi è sembrato quanto mai doveroso oltre che opportuno riportarne qui, iniziando questa rubbrica di "Schegge di storia brindisina", un breve frammento, che altro non è che l`ultima

14

sua pagina, quella che conclude il relato delle cronache con l`anno 1860. Anno della fine di una storia e dell`inizio di un`altra storia, la storia di Brindisi non appartenente più al regno di Napoli o delle Due Sicilie che dir si voglia, ma appartenente al regno di Sardegna e quindi poi, r e g n o d`Italia. «Non è a n c o r a accertato il tempo e il luogo in cui fu espressa la triste preg h i e r a "Iddio fai campare il re tiranno perchè non venga un altro più tiranno". Fu forse nel

O

meridione d`Italia, quando sembrò concluso il cammino percorso con la speranza di godere la libertà e di vivere in egualianza e fraternità. Vi fu delusione quando ci si accorse che veniva a mancare, alla parte più cospiqua d`Italia dei tanti staterelli con la liberazione dai Borbone, la libertà per la quale fin dal 1799 non pochi si erano sacrificati. L`egualianza, che in tanti avevano pensato di poter godere come figli di un unico padre, e la fratellanza, invocata perchè non vi fossero più fratricidi, venivano disattese. L`impresa garibaldina a giro di vite aveva caricato come asini i meridionali, li aveva portati in campo per ottenere molto meno di quanto avevavo sperato, una miseria: "una cinquina". E cosí, una sentenza in versi pose con giudizio di popolo, perchè sentenza popolare, in discussione il risultato delle lotte

R C

risorgimentali italiane: "Giuseppi Garibaldi, a picca a picca ndi mesi la varda, ndi mesi la varda cu totta la ncina, scemmu alla macchia pi nna cinquina"

C N Volutamente e in maniera subdola era stato attribuito dai capi di stato europei

all`istituto repubblicano, quello voluto da Giuseppe Mazzini, spirito anarchico, di un`anarchia degenere e non pulita, come ogni onesto uomo poteva desiderarla per il governo di se stesso nei rapporti con gli altri. Fu confusione e le lobby, anche quelle dei massoni, trincerate dietro gli inganni, differirono l`aspettativa di quasi un secolo. Eduardo d`Accico, un brindisino che non fu storico nè letterato nè filosofo, in una sua lettera ci da motivo per riflettere sugli esiti di questa trama ordita ai danni d`Italia che repubblica è poi stata, com`era nei voti, dopo quasi un secolo di un`altra monarchia voluta per inerzia di un popolo che, ancora schiavo del suo passato, non fu determinante nemmeno il 2 giugno 1946, giorno di quel riscatto nazionale che per i più è forse ancora in fieri».

DOMENICA 31 MARZO 2013

Anche Brindisi entra nel Regno Il 15 luglio 1860 la città è piena di cartelli con il tricolore dell’Italia di GIANFRANCO PERRI

I

l 7 settembre del 1860 Giuseppe Garibaldi aveva fatto il suo ingresso trionfale a Napoli, giá abbandonata dal re Francesco II che solo poco piú di un anno prima, il 2 maggio 1859, aveva assunto il trono dopo la morte di Ferdinando II. A Napoli, il plebiscito celebrato il 21 ottobre aveva sancito l´annessione del regno delle Due Sicilie al regno di Sardegna, ed il 26 ottobre c´era stato l´incontro a Teano tra Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II. A Brindisi, dal 6 agosto era sindaco Domenico Balsamo, che era succeduto a Pietro Consiglio, sindaco dal settembre 1856. E per quel passaggio storico anche molti altri patrioti brindisini si erano offerti ed avevavo sofferto: tra i Mille, il medico Cesare Braico rappresentó, e con meritata

fama, Brindisi e i brindisini. Ma, anche se meno famosi, ce ne furono tanti e tanti altri. Nel solo 1860, per esempio: Francesco Daccico, era stato processato per aver tenuto un «discorso tendente a spargere il malcontento contro il real governo». Solo qualche mese prima, in febbraio, era stato pocessato Antonio Tassone per «cospirazione contro la sacra persona del re e contro il real governo in quanto, con altri ignoti, appartenente a «setta mazziniana». E nello stesso febbraio fu anche processato Mariani Laudadio di Casoli, detenuto del Bagno penale nel castello di terra, per «ricettazione di carte settarie e conservazione di carte sediziose tendenti tutte a distruggere l´attuale forma di governo, con eccitare i sudditi e gli abitanti del regno ad armarsi contro l´autoritá reale». Tra le carte sequestrate, due copie di un

proclama che iniziava cosí: «Italiani, con questo sacro nome io vi appello al tribunale tremendo del mondo intero». L´addetto alla corrispondenza del regio corpo telegrafico di Brindisi, il 15 luglio trasmette all´intendente di Lecce: «Questa mattina alle ore 5 sono stati trovati in vari punti di questa cittá vari car-

telli tricolori imitanti la stampa con la leggenda Viva Garibaldi, Viva la Sicilia, Viva l´Indipendenza Italiana. Furono defissi». Leopoldo Decimo, Oronzo Ciampa e Pasquale Calabrese, furono processati in agosto per «tentativo di guerra civile tra gli abitanti di una stessa popolazione, inducendoli ad armarsi gli uni contro gli altri». Eugenio Raffaele de Cesare fu invece processato con l´accusa di «attacco e resistenza con violenza e vie di fatto, senza i caratteri di violenza pubblica contro gli agenti di forza pubblica la sera del 14 ottobre». Mentre per fatti accaduti quella stessa sera furono processati per «asportazione di armi vietate» Francesco Marinaro, Carlo D´Arpe, Antonio Catalano, Giovanni Lapruzzo, Girolamo Zaccaria, Nicola Morelli e Leopoldo Decimo. E cosa successe dopo

l´annessione al regno sardo? Salvatore Panareo scrisse che, una volta caduta la monarchia borbonica «qualche arresto disposto dal sottogovernatore Magno, lo sfratto dalla cittá di alcuni retrivi, fra i quali qualche ecclesiastico che non voleva persuadersi della ineluttabilitá del destino, e il lodevole contegno della guardia nazionale, poterono ricondurre rapidamente la calma in Brindisi». L´arcidiacono e dotto Giovanni Tarantini «per il suo tenace attaccamento al Borbone e per la sua attivitá propagandistica antiliberale» fu confinato in Torre Santa Susanna. E per «discorsi che il 31 ottobre hanno avuto in mira solo di spargere il malcontento contro l`attuale governo, distogliendo dal prender servizio nella marina italiana» fu processato Vitantonio Caló. Nel 1861 Brindisi entrò nel regno d`Italia appena costituito.


DOMENICA 7 APRILE 2013

15

Porto, una nuova banchina Il 28 dicembre 1860 un bando per renderlo ancora più funzionale di GIANFRANCO PERRI

I

l 17 gennaio 1856 si svolse una pomposa cerimonia di «inaugurazione di nuove opere nel porto di Brindisi». Un capitolo si era concluso, non certo l´ultimo, e per l´occasione, Raffaele Rubini scrisse un componimento poetico stampato nella litografia dell´intendenza di Lecce, in cui era stato definito provvido e pio re Ferdinando. L´esemplare del foglio stampa posseduto dal proprio autor, contiene correzioni autografe ed espressioni di pentimento a margine di quei versi in cui erano espressi giudizi favorevoli ed elogi per re Ferdinando II e per Carlo Sozi-Carafa, intendente. «É questo un documento che esprime il travaglio umano e ideologica di uno dei piú illustri personaggi dell´800 brindisino». In un discorso letto il 6 maggio 1858 da quel già citato intendente, c´é scritto: «Nel porto di Brindisi, oltre a tutti

gli altri lavori che sono in corso, e che non saranno procastinati affatto, verranno tosto intrapresi i cavamenti del fondo, precisamente nel canale d´ingresso al porto interno, la cuale cosa influirà potentemente a migliorare le relazioni commerciali della provincia, perchè potranno comodamente ancorare nello stesso, anche i legni di grossa portata. Sono di molta importanza le banchine che si stanno costruendo per garantirne gli argini in modo da non andar corrosi e franati dall `impeto e dal contatto dei flutti. Le opere di bonifica che sono già compiute hanno fatto mutare la fisionomia di Brindisi e di tutte quelle circostanti contrade». Il 28 dicembre 1860, nel pieno dei fermenti legati all`annessione del regno delle Due Sicilie al regno di Sardegna, Alfonso De Carlo, il nuovo governatore della provincia di Terra d´Otranto, bandí il concorso d´appalto di una nuova serie di lavori programmati e giá approvati, per il porto di

Brindisi, la costruzione d`una parte della banchina nel seno di ponente: un chiaro segnale di quanto fosse importante e prioritaria per i brindisini quella secolare questione del porto. È del resto ben documentata l`insistenza dei brindisini, fin dai primissimi giorni del nuovo corso storico: Il 16 ottobre 1860, il garibaldino Eduardo d`Accico, influente patriota brindisino, scrisse da Napoli, da poco più di un

mese occupata da Garibaldi, per rispondere a un`ultima richiesta per i restauri del porto avanzata al nuovo governo nazionale dalla municipalità di Brindisi, attraverso Giuseppe de Roma. «Per il porto e nel porto si mossero ancora i cittadini e i nuovi immigrati perché in quello speccchio d´acqua pensarono di vivere ancora le proprie liete o tristi giornate speranzosi d´incontrarsi, come di fatti si erano incontrati e con-

tinuarono a incontrarsi, con i cittadini di tutto il mondo, fratelli non soltanto italiani». Questo terzo capitolo chiude la serie sul porto di Brindisi, ma non perché la materia si sia conclusa, anzi, tutt`altro. La serie si chiude qui solo perché con il 1860, anno di annessione di Brindisi al regno Savoia, si concludono le “Cronache dei Sindaci di Brindisi” di Rosario Jurlaro, fonte di questa rubrica di: “Schegge di storia Brindisi».

DOMENICA 14 APRILE 2013

15

Quel re orgoglioso e morente Quattro mesi prima della sua dipartita Fernando II venne a Brindisi di GIANFRANCO PERRI

I

l 15 gennaio 1859, il re Ferdinando II di Borbone, giá molto malato, passó da Brindisi, e Raffaele De Cesare in «La fine di un regno» ricordó che, rispetto alle altre terre e alle altre cittá visitate durante quel viaggio in Terra d´Otranto «dimostrazioni piú clamorose aveva preparate Brindisi». Racconta De Cesare che i brindisini erano tutti fuori dell´abitato, con il sindaco Pietro Consiglio e con il sottintendente Mastroserio che, zoppo per cronica infermitá, aveva fama di zelantissimo ed era temuto, si diceva, persino dallo stesso intendente Carlo Sozi-Carafa, nonché dai sindaci, decurioni e guardie d´onore di tutto il circondario. All´ingresso della cittá, era stato rizzato un arco altissimo, sul quale si leggeva l´epigrafe seguente: «Al benamato sovrano restitutore della sua salute, Brindisi riconoscente, de’ suoi figli la vita consacra».

Attorno all´arco stava schierato un battaglione dei cacciatori, con la banda municipale. Il sovrano e la regina, Maria Cristina di Savoia, si recarono al Duomo, dove furono ricevuti dall´arcivescovo monsignor Raffaele Ferringo, buona e gioviale persona nativa di Napoli, che per quella speciale circostanza aveva indossato il piviale fin dalle prime ore del mattino; dall´arcidiacono Giovanni Tarantini, il dotto uomo brindisino che il re giá conosceva, e dal capitolo tutto. I sovrani attraversarono l´ampia Cattedrale in mezzo a due fila di seminaristi e di canonici, dietro ai quali stavano soldati e gendarmi, e poi una turba di popolo. Il re si moveva con difficoltá e sembrava che soffrisse molto. Cantato il Te Deum e ricevuta la benedizione, il re e tutto il suo seguito salirono sull´episcopio annesso alla chiesa, dov´era preparata una lauta refezione, e dove si compí il ricevimento delle autoritá e

relativo baciamano. Il re chiese all´arcivescovo notizie sui liberali di Brindisi e specialmente su Giovanni Crudomonte, che era stato condannato a 24 anni di ferri per i fatti del 1848 e chiuso nel Bagno penale di Procida. Il sottintendente qualche giorno prima aveva chiamato Francesco Crudomonte, figlio sorvegliato di Giovanni, e gli aveva ingiunto, per mezzo del commissario di polizia, di radersi la barba, considerata

simbolo di tendenze rivoluzionarie. Il re era sofferentissimo e tremava dal freddo. Dichiaró di non voler mangiare e, alle insistenze della regina, prese un’ostrica, di quelle gigantesche che si trovavano allora nel porto di Brindisi e, dicendo con molta cavalleria: «questa la mangio perché é veramente brindisina», ne inghiottí una parte soltanto. Gli altri presenti mangiarono lautamente e tra loro il duca di

Calabria, figlio del re, che fece grandi lodi del pane di Brindisi, che trovava eccellente. Al tocco, si discese dall´episcopio; già erano pronte le carrozze, e fra le grida, non molto clamorose, della folla e gli augurii e gli inchini delle autoritá, si partí per Bari. Ferdinando II morí a Caserta il 22 maggio di quel 1859 e gli succedette Francesco II (Frangischiello).


DOMENICA 21APRILE 2013

Vista da due illustri viaggiatori Brindisi raccontata nel 1851-1853 da Flaubert e Vischer di GIANFRANCO PERRI

N

el febbraio 1851 Gustave Flaubert, lo scrittore francese autore del celebre Madame Bovarý, sbarcó a Brindisi tornando dalla Grecia e annotó le telegrafiche impressioni seguenti: «Lunedí 10 febbraio: Vista di Brindisi con coste basse, forte e porto - Marinai in maglione Musicista ambulante e giovanotto rosso, in cappottino di velluto e basco calzato sull´orecchio - Ipertrofia di cuore Dogana con il commissario di polizia - Strade bianche e tortuose, teatro, albergo di Cupido - Cena - Passeggiata fuori cittá, strada, aloe, angolo fortificato, colore arancio del sole, calma Contadini e contadine che ritornano dai campi - “Buona sera!” - Ritorno in albergo - Teatro “La figlia del conte Orloff“ - Notte in grandi letti. Martedí 11 febbraio: La mattina aspetto Max che é andato a fare il giro della cittá - Polizia - Partiti proprio a mezzogiorno - Vecchia carrozza tappezzata in rosso su alte ruote; tre cavalli neri, piume di pavone in testa. Il padrone, omone in berretto di seta sotto il cappello bianco, ci accompagna; dietro

16

oltre il cocchiere, c´é un ragazzo a cassetta. Usciti per il luogo in cui ieri sera siamo stati a passeggio - Strada dritta, pianura piatta, molto verde, ben coltivata; il mare a destra, ben presto lo si perde di vista - Una fattoria Passo falso, ci fermiamo, la trerra é polverosa, friabile, spessa – Boschetto di quercioli – Operai lavorano per fare ponti sulle inondazioni». Il 16 marzo 1853, Wilhelm Vischer, esploratore botanico svizzero, costeggiando l´Italia per recarsi in Grecia da Trieste, ove si era imbarcato sulla nave a vapore “Mamudie“ appartenente al Lloyd austriaco, scrisse: «Alle cinque della sera ci ancorammo vicino Brindisi, l´antica Brundisium. Nell´antichitá era il primo – per importanza – porto di mare della costa orientale italiana e localitá abituale di transito per l´Illiria e la Grecia, ma oggi é molto decaduta. Il porto interno, spazioso e ben protetto, é infatti ora insabbiato e accessibile soltanto da alcune piccole imbarcazioni. Quelle piú grandi devono rimanere in quello esterno, piú esposto al vento, sul cui lato nord si trova una fortezza con il faro e il tele-

La colonna miliare nel 1853 in un disegno di S. Leale

grafo. Un´altra fortezza, di maggiori dimensioni, domina il porto interno. A sud di questo porto si estende la cittá, che, vista dal mare, fa una bella impressione. Sugli edifici urbani si erge la vecchia Cattedrale, con una grande cupola ed il campanile separato da questa. Nella zona esterna sul mare, si elevano due antiche colonne, di dimensioni possenti, che sono visibili da lontano: l´una é interamente conservata, l´altra risulta diroccata. L´intera costa orientale d´Italia dal monte Gargano sino a Brindisi, é abbastanza piatta, proprio in contrasto con la costa occidentale calabrese, dove i monti si innalzano direttamente dal mare. Su bassi dossi colinari della costa pugliese, che si trovano a una certa distanza dal mare, si scorgono numerose localitá, da lontano molto belle nel loro biancore scintillante. La zona di Brindisi é invece molto piatta e risulta poco salubre. Dopo alcune ore di sosta per imbarcare merci e passeggeri, lasciammo il porto e puntammo verso la costa dirimpettaia del mare Adriatico».

MARTEDI’ 23 APRILE 2013

Quegli anni di cospirazione Le rivolte che segnarono Brindisi a metà del secolo XIX di GIANFRANCO PERRI

L

a rivolta scoppiata a Palermo il 12 gennaio 1848 rimbalzó nel continente e il re Ferdinando II, preoccupato, l´11 febbraio promulgó la costituzione. Ma non fu sufficiente, e la rivolta, che continuó con episodi che si susseguirono nelle province del regno durante tutto l´anno ed il seguente, fu ferocemente soppressa. Il 15 maggio 1849 Palermo venne rioccupata dalle truppe borboniche e il 13 settembre il maresciallo Marcantonio Colonna entró nel capoluogo della Terra d´Otranto. Inizió cosí una lunga stagione di persecuzioni, arresti, processi e condanne, che si protrasse per tutti gli anni ´50. Tra centinaia di condannati, molti i patrioti brindisini, e tra di loro Cesare Braico e Giovanni Crudomonte, che fu condannato a 24 anni nel Bagno penale di Procida. Il 22 febbraio 1850, venne nominato intendente della pro-

vincia di Terra d´Otranto, Carlo Sozi-Carafa e il 2 marzo 1850, 200 notabili di Brindisi sottoscrissero una petizione al re perché abrogasse la costituzione del febbraio 1848 e li governasse «con quelle istituzioni e con quelle leggi, che il paterno cuore della M.V. sente meglio emanare per la tranquillitá e prosperitá del suo popolo». Il 5 marzo dello stesso anno, anche il sindaco Pietro Consiglio e i 18 decurioni di Brindisi inoltrarono al re la stessa petizione. E finalmente il 6 marzo anche la Chiesa di Brindisi, con il suo primicerio Giovanni Tarantini, testificó la volontá del popolo, marinai e contadini, a volere che il re abrogasse quello statuto « per due anni interi funesta causa di tanti mali». Il 19 agosto 1852 fu scoperto un complotto per «commetter la fuga dal Bagno di Brindisi, e cospirazione a fin di portare strage e saccheggio in cittá». Furono trovati «emblemi e distintivi settari consistenti in una bandiera tricolore e sette

nastri simili, poesie di G. Berchet, carta con la scritta Dio e il popolo, poesia "La toletta" di L. Corabi, e tante lettere sovversive». Nel 1853 fu istruito il processo politico nella gran corte criminale di Lecce a carico di Vincenzo Zocchi e Donato Stefanachi, di Lecce, Nicola Carbone di Capua, e Giuseppe Nisi di Brindisi, per «discorsi tendenti a spargere il malcontento contro il governo, tenuti nelle carceri di Lecce». E a fine anno, le carceri di Brindisi «sotto l´orologio» accolsero Camillo Monaco di Oria, che

era in cittá a domicilio forzoso per le turbolenze politiche in cui era stato immischiato nella capitale, quando il 18 ottobre «con temeraria audacia mazziniana accompagnata da disprezzo, mentre trovavasi in teatro a Brinsisi la sera che ivi festeggiavasi l´onomastico del re, un momento prima che l´orchestra intuonasse l´inno borbonico, uscí fuori con disprezzo restituendosi poi dopo che fu terminado il cantarsi dell´inno». Nel mese di agosto 1855 vi fu «cospirazione con discorsi e scritti tendenti a spargere il

malcontento contro il governo» e per ciò a Lecce fu processato, con i due detenuti Pietro Gorgia e Domenico Romeo, il presidiario del Forte di Brindisi Luigi Sivo. Nel 1856 furono scoperti in Brindisi i verbali di un circolo repubblicano nel botteghino di Cesare Chimienti, e con lui furono processati per «associazione illecita e per cospirar contro il governo» Domenico Balsamo, Giovanni Crudomonte, Cesare Gioia, Giovanni Bellapenna, Ignazio Mele, Giuseppe Camassa, Tommaso Quarta, Giovanni Laviani e don Pasquale Marangio di San Pietro V. Il 10 Luglio 1857 vi fu istruttoria penale a Vincenzo Greco, detenuto politico del Bagno penale, accusato di aver steso uno «scritto criminoso per provocare gli abitanti del regno ad armarsi contro l´autoritá: il proclama ai leccesi ...perché soccorrano i fratelli di Sicilia e Cilento che giá hanno cominciato a disertare dalla tirannide».


Gianfranco Perri in


Ricorre quest'anno l'anniversario Nº 100 della tragedia della Benedetto Brin: Occasione propizia per restituire decoro al monumento tombale dei marinai di Gianfranco Perri

Pubblicato su Senza Colonne News del 11 luglio 2015

In questo 2015 ricorrerà il centenario della tragedia brindisina della nave corazzata Benedetto Brin: sarà il 27 settembre alle ore 8 e 10 minuti del mattino quando si compiranno cento anni esatti dall'esplosione della santabarbara della nave che si trovava alla fonda nel porto medio in prossimità della spiaggia Fontanelle, adiacente a Marimisti, di fronte alla costa Guacina. La nave s'incendiò e s'inabissò portando con sé in fondo al mare 456 marinai, in sostanza la metà dell`intero equipaggio di 943 uomini che in quel lunedì mattina erano imbarcati, e tra i tantissimi caduti il comandante della nave, il capitano Gino Fara Forni e anche il comandante della 3ª Divisione Navale della 2ª Squadra, il contrammiraglio Ernesto Rubin de Cervin. Un boato tremendo squarciò l'aria e il rombo di un'esplosione si ripercosse lontano sul mare e sulla città, le navi ancorate ebbero un sussulto e le case tremarono. La nave non si vedeva più e al suo posto una colonna alta oltre cento metri di fumo giallo, rossastro, misto a gas e vapori s'innalzava al cielo. La catastrofe apparve in tutta la sua orrenda grandiosità alcuni momenti dopo, quando la colonna di fumo lentamente si diradò.

L'affondamento della Benedetto Brin nel Porto di Brindisi il 27 settembre 1915 Ecco qui una parte di quello che raccontò l'ufficiale Fausto Leva, testimone della tragedia: «Nel fumo denso si distinse per un momento la massa d'acciaio della torre poppiera dei cannoni da 305 mm, che lanciata in aria dalla forza dell'esplosione fino a metà della colonna, ricadde poi violentemente in mare, sul fianco sinistro della nave. Pochi momenti dopo, dissipato il nembo del fumo, lo scafo della Benedetto Brin fu veduto appoggiare senza sbandamento sul fondo di dieci metri e scendere ancora lentamente, formandosi un letto nel fango molle. Mentre la prora poco danneggiata si nascondeva sotto l'acqua che arrivava a lambire i cannoni da 152


della batteria, la parte poppiera completamente sommersa appariva sconvolta e ridotta a un ammasso di rottami. Caduto il fumaiolo e l'albero di poppa, si ergeva ancora dritto e verticale l'albero di trinchetto» [estratto da “La base navale di Brindisi durante la grande guerra” di Teodoro G. Andriani, 1993].

Fatalità volle che nel quadrato di poppa il contrammiraglio Rubin a quell'ora teneva a rapporto gli ufficiali, per cui la maggior parte di loro saltò in aria tra l'ammasso informe dei rottami sconnessi e roventi: mai si ritrovò neppure la salma del contrammiraglio.

Esemplare fu il comportamento dell'equipaggio superstite della corazzata. Questo riferisce il comandante del cacciatorpediniere francese Borèe che stava uscendo in mare aperto e che transitava in quel momento a qualche centinaio di metri dall'esplosione: «Una grande parte dell'equipaggio superstite della Brin, subito dopo l'esplosione si era raccolta sulla prua in perfetto ordine e non si udiva tra quegli uomini né un grido né un appello. Non ho visto un solo marinaio gettarsi in acqua prima che sia stato dato l'ordine di abbandonare la nave: una condotta veramente ammirevole» [estratto da “Brindisi durante la prima guerra mondiale” di Teodoro G. Andriani, 1977]. Lo sbarco avvenne qualche minuto dopo in tutto ordine. Numerosi rimorchiatori e imbarcazioni delle tante navi italiane e francesi presenti nel porto raccolsero i superstiti e li portarono nelle loro infermerie. La corazzata Benedetto Brin, lunga 138 metri e larga 23 metri, pescava 8 metri, aveva una stazza di 14000 tonnellate ed era dotata di 46 cannoni 2 mitragliere e 4 lanciasiluri. La sua costruzione iniziò nel 1899 e fu varata nel 1901 a Castellammare di Stabia.

Fu consegnata alla Regia Marina nel 1905, ricevendo la bandiera di combattimento il 1º aprile 1906. Durante la guerra italo-turca aveva partecipato allo sbarco a Tripoli il 2 ottobre del 1911.

Il varo della Benedetto Brin a Castellammare di Stabia nel 1901


La corazzata era stata intitolata a Benedetto Brin, un militare di mare nato a Torino nel 1833, che fu generale del genio navale, economista e uomo politico. Fu il rinnovatore della Marina Militare Italiana e fu creatore delle prime grandi corazzate moderne e progettista dei primi incrociatori da battaglia. Fu ministro della Marina per circa dieci anni, e fu anche ministro degli Esteri. Promosse lo sviluppo dell'industria navalmeccanica italiana e nel 1878, istituì a Livorno l'Accademia Navale.

Immediatamente dopo lo scoppio, le autorità militari avanzarono l'ipotesi dell'attentato ad opera dei nemici di guerra austriaci, ma poco a poco cominciò a prendere corpo anche la più verosimile possibilità di un'autocombustione avvenuta nella grande stiva adibita a deposito di munizioni: il calore della sala motori, vicina al locale della santabarbara, avrebbe innescato l'incendio che a sua volta avrebbe fatto scoppiare le munizioni. Mai fu data una risposta definitiva... e ormai, certamente non importa troppo sapere l'esatta verità, né certamente mai importò troppo saperla a quei 456 marinai.

D'altra parte non è tra i propositi di quest'articolo, il proporre una ricostruzione storica di quel tragico episodio accaduto a Brindisi cent'anni fa, né tanto meno l'approfondire il dibattito, mai chiuso, sulle cause e sulle responsabilità di quel luttuoso evento, così grave e impattante da giungere a coinvolgere l'intera città con tutti i suoi cittadini. Già altri, e con maggior cognizione di causa della mia, si sono da anni dedicati con più o meno successo a entrambi obiettivi [raccomando agli interessati la lettura di quanto contenuto a tale proposito su “Memorie brindisine” di Antonio M. Caputo, 2004].

La Benedetto Brin in navigazione Invece, prendendo spunto proprio dallo scritto del professor Caputo, mi piace qui ricordare come Brindisi partecipò al luttuoso evento con tutta se stessa, e con la generosità che in certe occasioni è sempre capace di dare. Il sindaco, Giuseppe Simone, indisse tre giorni di lutto cittadino e il consiglio comunale, il 24 giugno 1916, deliberò di intitolare alla “Benedetto Brin” e ai suoi caduti la strada del rione Casale, che ancora oggi collega l'ex collegio navale allo stadio comunale e quindi all'aeroporto militare.


Sulla banchina del porto si raccolse una folla enorme che assistette in angoscioso silenzio a quel crudele spettacolo del recupero dei corpi dilaniati e dei superstiti feriti che furono ricoverati nell'ospedale della Croce Rossa e nell'Albergo Internazionale, subito adibito a infermeria d'emergenza e che, per l'occasione, funse da efficiente ospedale militare.

Numerose testimonianze di cittadini che quel tragico lunedĂŹ si riversarono riverenti sulle vie del porto, descrissero le operazioni di salvataggio, che proseguirono durante l'intero giorno e per tutta la notte, con lo spettacolo sconvolgente dei corpi martoriati e delle orribili ferite dei superstiti.

A Brindisi affluirono molti dei parenti dei militari protagonisti della tragedia, con la disperazione per la perdita improvvisa dei loro congiunti che fu immensamente accresciuta per quelle tante famiglie che si resero conto che mai avrebbero potuto piangere e pregare sulla tomba dei loro cari: le vittime infatti, in maggior parte risultarono ufficialmente scomparse perchĂŠ i loro corpi dilaniati furono impossibili da riconoscere.

Il popolo brindisino si strinse attorno alla Marina Militare in una gara generosa di solidarietĂ e di abnegazione, accogliendo con slancio e comprensione la folla dei familiari accorsi da ogni parte d'Italia per dare sepoltura alle martoriate salme dei caduti.

I funerali delle prime salme recuperate ebbero luogo il giorno successivo allo scoppio, tra due fitte ali di popolo riverente, e per le altre proseguirono anche nei giorni seguenti. Tutte le spoglie dei marinai che non poterono essere consegnate alle famiglie furono seppellite in un'area del cimitero cittadino messa a disposizione dal comune e specialmente adibita.

Area tombale dei marinai della Benedetto Brin nel cimitero di Brindisi


Le targhe con i nomi dei 456 marinai morti nello scoppio della Benedetto Brin Rettore della chiesa Madonna di Loreto del cimitero, era a quel tempo il grande filantropo brindisino, canonico Pasquale Camassa -Papa Pascalinu- che era anche cappellano militare e che pertanto visse quella dolorosa esperienza come pochi altri. Egli infatti adempì il seppellimento di tanti di quei marinai sfortunati e assistette al dolore dei familiari dei caduti che anche durante gli anni successivi alla tragedia si recarono in pellegrinaggio a Brindisi per visitare le tombe.

Inoltre, perché di quel funesto disastro potesse conservarsi perenne memoria, Papa Pascalinu si premurò personalmente di raccogliere e far sistemare nel Museo Civico della città alcuni avanzi di quella nave fatale, così come lo volle lui stesso testimoniare con ogni dettaglio in un numero del suo giornaletto “Il prossimo tuo” che uscì nel 1917.

Le spoglie mortali di quei tanti marinai giacquero nel cimitero comunale di Brindisi per tantissimo tempo, fino a pochi anni fa, quando furono traslate al cimitero militare di Bari, mentre in quello stesso settore del nostro cimitero furono sepolti anche molti militari, quasi tutti marinai, morti in combattimento durante la seconda guerra mondiale.

In quell'area del nostro cimitero comunale però, che per tutti noi brindisini resta indissolubilmente legata al ricordo di quell'immane tragedia cittadina, si erge tuttora il suggestivo monumento funereo che fu eretto a ricordo di quel funesto 27 settembre di 100 anni fa, e ci sono inoltre, allineate lungo il Viale Eroi del Mare che delimita il settore, le trenta targhe marmoree che portano incisi in ordine alfabetico i nomi di quei 456 sfortunati marinai italiani.


Monumento funereo della tragedia della Benedetto Brin nel cimitero di Brindisi E a proposito del nostro cimitero comunale -non sono in grado di affermare che si tratti di una mia esperienza singolare o se la stessa sia in qualche misura un'esperienza comune ad altri miei concittadini- uno tra i ricordi piÚ suggestivi che conservo della mia infanzia e anche dell'adolescenza e oltre, è proprio quello delle mie lunghe passeggiate tra i viottoli del cimitero comunale.


Naturalmente ricordo quelle dell'immancabile appuntamento annuale del 2 novembre in compagnia dei miei, ma soprattutto ricordo quelle, più tranquille e molto più suggestive, fatte in solitudine a ogni occasione in cui mi toccava partecipare al funerale di un parente, o amico, o conoscente.

Alla fine della cerimonia funebre, mi appartavo e quindi mi dileguavo tra quei viottoli. E ricordo bene, come quelle più emotive fossero le lunghe camminate fatte nelle fredde e grigie mattine autunnali, o quelle che più di rado capitavano in soleggiati e tiepidi pomeriggi invernali. Quelle mie camminate perlustrative duravano qualche ora e il percorso non seguiva alcun itinerario prestabilito. Solo mi soffermavo a leggere le varie lapidi -nomi e date- specialmente quelle che attraevano la mia attenzione per sembrare essere più antiche, oppure quelle dai nomi meno comuni o addirittura stranieri, e anche quelle che ritrattavano personaggi d'altri tempi in uniforme militare. Dalle date della morte cercavo di risalire al periodo storico dell'evento: Fine ottocento? La prima guerra mondiale? La seconda? Tra le due guerre? Nel dopoguerra? E quegli stranieri con spesso nomi inglesi? Erano militari o erano civili? E se erano donne oppure uomini non militari, perché erano sepolti a Brindisi? Saranno stati marini, o comunque viaggiatori di una delle tantissime navi che approdavano a Brindisi? Magari della Valigia delle Indie, magari erano stati colti in viaggio da un'improvvisa malattia, o sorpresi da una qualche grave epidemia?

Da ragazzo, quando non avevo affianco mio padre o mia madre ai quali chiedere, in certe occasioni annotavo nomi e date e poi cercavo di scoprire qualche indizio: a casa chiedevo a mio padre e a mia madre e finanche cercavo di rintracciare notizie sulle enciclopedie e in biblioteca. Ma era dura: ...e già, non c'era ancora Google! Eppure qualche scoperta interessante -per quella mia fantasia fanciullesca e adolescente- riuscii anche a farla!

Ebbene, il luogo del cimitero che più d'ogni altro ha da praticamente sempre attratto vigorosamente la mia attenzione, e continua a farlo tuttora, è quell'ampio settore delimitato da una serie di innumerevoli croci bianche, tutte uguali: le decine e decine di croci dei giovani e giovanissimi marinai caduti della Benedetto Brin e dei tanti altri caduti negli abissi marini dell'Adriatico durante la seconda guerra mondiale.

Ma purtroppo, quel settore del cimitero richiama oggi la mia attenzione, e certamente anche quella degli altri visitatori, altresì perché si presenta sempre più fatiscente e sempre più desolato e triste, di una tristezza non accomunata al senso della morte, ma accomunata al senso dell'abbandono. Ma com'è mai possibile? Perché tale abbandono? Sarà forse perché son già passati tanti anni ormai cento- e quindi quei marinai sfortunati, italiani anche se non brindisini, non hanno più amici o parenti che possano depositare un fiore su i loro resti? O sarà perché nel vortice frenetico della vita moderna si è perso il senso della compassione e anche quello del rispetto? E già: Non c`è più tempo per certe cose, ci sono ben altre questioni più urgenti da risolvere, si è sempre in ben altre faccende affaccendati.


Segni dell'abbandono in cui versa l'area tombale della Benedetto Brin nel cimitero E chi dovrebbe occuparsi di rimediare tale infausta e sconcia situazione? Non ne sono del tutto certo, ma credo proprio che spetti alle autorità comunali della Città e a quelle militari e della Marina. E perchè mai dovrebbero farlo? Ma perché di motivi ce ne sono veramente tanti: la compassione e il rispetto per chi ha dovuto sacrificare la propria giovane vita in nome di quella nostra stessa “patria” sarebbero certo due ragioni di grandissimo peso e da sole dovrebbero bastare.

Eppure, io son convinto che in gioco ci sia anche qualcos'altro, forse ancor più importante: si tratta, temo, di un nuovo segnale della pericolosa tendenza alla definitiva dissoluzione della memoria storica della nostra Città. Se anche quest'abbandono continuerà, tra qualche anno quelle tombe non saranno più riconoscibili, i nomi dei marinai e le stesse date non saranno più leggibili, la sterpaglia coprirà e divorerà tutte quelle croci.

E allora nessun ragazzo brindisino si potrà chiedere di cosa si tratti, e il nome Benedetto Brin finirà col non dir nulla alla maggior parte dei brindisini... “Ma che strano nome ha quella via del Casale! Sarà Brin il diminutivo di Brindisino?” E già, potrebbe anche far ridere, ma purtroppo questa domanda io l'ho già ascoltata una volta, e non ho riso: me ne sono solo un po' rattristito.

Vabbè! Qualcuno potrebbe anche dire: “Poco male, non è poi così grave per la Città se dovesse accadere che dopo cent'anni ci si dimentichi della Benedetto Brin e della sua immane tragedia”. E certamente non sarebbe così grave se si trattasse di un episodio isolato, di una sfortunata dimenticanza, però non è così. Purtroppo noi brindisini sappiamo benissimo che, se dovesse accadere, questo nuovo abbandono si andrebbe a sommare alla triste e lunga collana di perle nere della nostra storia cittadina che negli anni si è andata sistematicamente


arricchendo con sempre nuove perle nere: la torre dell'orologio, il parco della rimembranza, il teatro Verdi, il quartiere delle Sciabbiche, il bastione San Giorgio, il palazzo liberty del Banco di Napoli in Piazza Vittoria, o il palazzo Titi giù al corso, etc., etc., etc.

Purtroppo, infatti, nonostante l'importanza il valore e l'indispensabilità della conservazione della memoria storica di una comunità o di una città o di un'intera popolazione, costituiscano ormai concetti universalmente acquisiti tra le società civili, a Brindisi, complice in molti casi l'ignoranza e in molti altri la malafede, lo sport preferito da chi ha esercitato il potere decisionale, durante anni, decenni e ormai secoli, è stato quello del trascurare, dell'abbandonare, e finalmente del cancellare o abbattere.

Una volta ho sentito dire che molti dei giovani brindisini d'oggi non s'interessano alla storia della propria città perché non le vogliono sufficientemente bene poiché si sentono profondamente delusi e traditi dalla situazione in cui essa oggi versa. Io, invece, affermo che solo quei brindisini, giovani e meno giovani, ai quali non è stata opportunamente insegnata la storia della loro Città, possono non amarla: e giuro che è vero!

Non è voler fare allarmismo facile, né purtroppo si tratta di un pessimismo ingiustificato, ma sono semplicemente i fatti concreti e quotidiani che obbligano allo sconforto e all'allarme. Non si può e non si deve continuare a maltrattare disdegnare trascurare e finalmente cancellare ogni elemento, piccolo o grande prominente o secondario, che rimanda al passato prossimo o remoto che sia, e solo perché non rispondente all'utile misurato con il metro del rendiconto del tangibile immediato. E' ormai giunto il momento di richiamare l'attenzione sul rischio che si possa finire con il perdere del tutto e irrimediabilmente la memoria storica della nostra Città. E naturalmente neanche si vuol qui scoprire l'acqua calda. Infatti, a Brindisi non sono di certo mancati tanti bravi e autorevoli concittadini -come non citare ancora Papa Pascalinu Camassache in più e ripetute occasioni hanno a questo proposito segnalato, hanno avvertito, hanno denunciato, hanno protestato, avantieri come ieri e come oggi. Ma purtroppo non sono stati sufficientemente ascoltati e speriamo che si finisca con l'ascoltarli, prima che sia troppo tardi:

“Io ti dico che se ne le tue vene non circola l’eredità dei millenni, che se nel tuo cuore non canta il poema de le lontane memorie, tu non sei un uomo, non rappresenti un popolo, né puoi vantarti d’essere membro d’una nobile città” Cesare Teofilato (1881-1961).

“Il recupero della memoria storica deve rappresentare il momento fondamentale di ogni esperienza civica. La consapevolezza del nostro passato qualifica il rapporto con la città. Il corredo di testimonianze a noi vicine, alcune ritrovate e altre perdute o recuperate, sono tratti di un’identità alla quale una comunità ha il dovere di conformarsi allorché progetta il suo futuro” Domenico Mennitti (1939-2014).

Parecchi anni dopo l'affondamento, durante lavori rutinari di dragaggio del porto, fu fortunosamente recuperata la campana della Benedetto Brin e da allora la si conserva gelosamente nella cappella sacrario del Monumento al Marinaio: probabilmente, dal fondo del mare, un chiaro monito per tutti i brindisini a «non dimenticare».


E Brindisi, ne son convinto, non vuole “dimenticare” proprio come ben lo testimonia il professor Caputo nel suo racconto della Benedetto Brin: «Quanto scritto su vari libri, insieme a numerosi articoli giornalistici, a due vibranti lettere manoscritte -testimonianza degli storici canonico don Pasquale Camassa e avvocato Giuseppe Roma- e ad altre carte d'archivio ben fascicolate sono le risorse a cui attingere per sapere, perché questa tragedia accaduta a Brindisi, cent`anni orsono, che segnò tante vittime, rimanga una pagina di storia appartenente ad una Città che non vuol dimenticare, anche quando la sua storia è drammatica, tragica e luttuosa».

La campana della Benedetto Brin

Concludo con una esortazione, anzi con un appello, al Sindaco di Brindisi: Perché non fare di questo melanconico anniversario Nº100 l'occasione propizia per restituire il giusto e dovuto decoro alle tombe dei marinai caduti a Brindisi nell'affondamento della Benedetto Brin, dando con ciò anche un chiaro segnale di una volontà politica volta al recupero ed alla conservazione della memoria storica della nostra Città?

La Storia e la Città ne rimarrebbero grate per sempre, perché come risaputo -dovrebbe esserlo- «la rimozione del passato corrisponde inesorabilmente alla rimozione del futuro».

Pubblicato su Senza Colonne News del 11 luglio 2015


Ricordare il passato per creare il futuro: 100 anni fa arrivarono a Brindisi i MAS di Gianfranco Perri In questo mese di marzo 2016 ricorre il centenario dell’arrivo a Brindisi dei MAS, i famosi Motoscafi Anti Sommergibili, le cui siluette, che dovevano presto diventare familiari a tutti i Brindisini di allora, ben riconoscevamo anche noi, oggi giovani sessantenni, quando negli anni ’60 e ’70 solcavano ancora le tranquille acque del nostro porto con il loro inconfondibile rombo che ci annunciava l’imminente sopraggiungere delle loro imponenti onde fino alle rive delle nostre belle spiagge, ancora tutte all’interno del porto. In quel tempo di guerra, Brindisi era la sede del comando superiore navale del Basso Adriatico retto dal contrammiraglio Umberto Cagni, e il nostro mare era infestato dai temibili sottomarini austriaci che, con base nel porto di Durazzo, scorrazzavano facendo strage di nostri convogli civili e di nostri mezzi militari navali.

La genialità dei nostri ingegneri navali era però riuscita a inventare, e quindi a progettare con l'ingegnere livornese Attilio Bisio, fino a poi realizzare in poco tempo nei cantieri navali della Società Veneziana di Automobili Navali, una speciale barca torpediniera lignea, mossa da un motore a scoppio di 40 cavalli ed incredibilmente economica: velocissima e versatile, con duecento miglia di autonomia, fornita di un cannoncino da 75 mm e, soprattutto, di due potenti e letali siluri a tenaglia, costituendo un’arma che avrebbe potuto colpire il nemico con massima efficienza, in mare aperto così come nei suoi stessi porti.

MAS 1 - Venezia 1916


A Venezia -dove in alcune occasioni per l’acronimo MAS fu anche utilizzata la denominazione “Motobarca Armata SVAN” dal nome dell’azienda che per prima li produsse- oltre ai primi due prototipi, si cantierizzarono rapidamente altre unità, fino a costituire la prima squadriglia di otto MAS che fu affidata al tenente di vascello Alfredo Berardinelli con la missione di esplorazione, attacco e caccia ai sommergibili e agli altri mezzi navali nemici, sfruttando il grande potere offensivo e il fattore sorpresa che implicava l‘impiego della nuova arma. Un’arma completamente sconosciuta al nemico il quale non ebbe mai un’idea esatta della sua effettiva potenzialità, tanto che talvolta gli attribuì anche qualità ben al disopra delle reali.

MAS 2 - Venezia 1916 Era il 28 marzo 1916 e l’Italia era entrata nel suo secondo anno di guerra al fianco degli alleati dell’Intesa contro l’impero austro-ungarico, quando il MAS 3, di solo 8 tonnellate e 15 metri, giunse da Venezia a Brindisi su di un carro ferroviario. Presto lo raggiunsero altri cinque e poi, altri 6 fino a conformare con i 12 l’intera 1a flottiglia MAS, con la quale Brindisi divenne la base principale nel Basso Adriatico degli anche denominati Motoscafi Armati Siluranti, i MAS: le “Streghe”, come confidenzialmente erano soprannominati dagli equipaggi, perché capaci di apparire improvvisamente, assalire, colpire e allontanarsi velocemente, senza possibilità di essere intercettati dal nemico. Il 7 giugno di quello stesso anno 1916, il MAS 5 del comandante Berardelli e il MAS 7 del comandante Gennaro Pagano di Melito, partirono dalla base di Brindisi e penetrarono la rada di Durazzo, affondando il piroscafo Lokrum: Le due piccole e fragili imbarcazioni furono rimorchiate fino alle vicinanze di Durazzo da due torpediniere protette al largo da quattro cacciatorpedinieri francesi. Perlustrando la baia, i due motoscafi avvistarono un piroscafo,


evidentemente carico, ed ognuno lanciò un siluro, colpendo entrambi il bersaglio, che era ancorato tra 150 e 250 metri di distanza. A terra il nemico non riuscì a capire quello che stava succedendo e i due MAS italiani ritornarono indisturbati al luogo di riunione che era stato prestabilito con le torpediniere e quindi, rientrarono alla loro base di Brindisi. Meno di venti giorni dopo, gli equipaggi di quei due stessi MAS, composti da dieci uomini ciascuno, riuscirono a portare a termine un’altra missione nella notte tra 25 e 26 giugno, affondando, nella stessa rada di Durazzo, un altro piroscafo austriaco, il Sarajevo.

Mentre anche nell’Alto Adriatico i MAS si riempirono di gloria -nel dicembre del 1917, i due MAS 9 e 13 guidati, rispettivamente, da Luigi Rizzo e Andrea Ferrarini, affondarono nella rada di Trieste la corazzata austro-ungarica Wien e danneggiarono la Budapest- nella base di Brindisi durante tutto l’anno 1917, i MAS furono principalmente impiegati nelle operazioni di vigilanza e caccia ai sommergibili austriaci operanti nel Basso Adriatico e nei servizi di polizia costiera in Albania. Poi, nel 1918 affluirono a Brindisi i MAS di nuova generazione, più pesanti meglio armati e con motori più sicuri e più silenziosi, e così, nella notte tra il 12 e il 13 maggio, i MAS 99 e 100, comandati da Gennaro Pagano Di Melito e Mario Azzi rispettivamente, attaccarono un convoglio nemico e affondarono il grosso piroscafo Bregenz di ben 4000 tonnellate.

Nel corso di quella lunga grande guerra ci furono numerose altre missioni dei MAS, di successo alcune e andate a vuoto altre e infine, proprio in coincidenza con il secondo anniversario della prima missione, il 10 giugno del 1918, il MAS 15 del comandante Luigi Rizzo, l’affondatore, affiancato dal MAS 21 del comandante Giuseppe Aonzo, affondò nelle acque di Premuda sulle coste dalmate, la portentosa corazzata austriaca Santo Stefano facendo entrare con quell’azione, i MAS italiani nella leggenda:

Il capo di stato maggiore della marina austro-ungarica, ammiraglio Nikolaus Horthy, pianificò un’incursione contro lo sbarramento navale di Otranto che ostruiva l’accesso al mare aperto alla marina asburgica mantenendola confinata nell’Adriatico. E per quella missione, il 9 di giugno 1918 la squadra navale con le corazzate Szent István e Tegetthoff, salpò da Pola. All’alba del 10 giugno il capitano di corvetta Luigi Rizzo, impegnato con i Mas 15 e 21 in un’operazione di rastrellamento di mine al largo dell’isolotto di Lutrosnjak, entrò fortuitamente in contatto con la flotta austro-ungarica e, sfruttando al meglio le caratteristiche dei MAS, grazie ad un coraggioso ed occulto avvicinamento spinto fino a meno di 500 metri di distanza, riuscì ad affondare la corazzata Szent István, fiore all’occhiello della marina nemica. Il contraccolpo psicologico dell’azione ebbe ripercussioni talmente forti, da impedire nel corso della grande guerra qualsiasi altra operazione navale alla monarchia mitteleuropea e da far indire il 10 giugno, come data della festa nazionale della Marina Militare Italiana.

E Gabriele D’Annunzio, il quale aveva partecipato alla missione “Beffa di Buccari” del MAS 96, assieme ai MAS 94 e 95, nella baia a sud di Trieste nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918 con Luigi Rizzo e Costanzo Ciano, non tardò a coniare per quegli intrepidi motoscafi il motto: Memento Audere Semper - Ricorda Osare Sempre.


MAS 95: uno dei tre della Beffa di Buccari nel gennaio 1918

MAS 96: usato da Gabriele D’Annunzio per la Beffa di Buccari nel gennaio 1918


Conclusa la guerra, molti MAS restarono di base a Brindisi, che ne accolse anche di nuovi e più efficienti. E da Brindisi i MAS furono impiegati anche nella seconda guerra mondiale, alcuni pochi di vecchia generazione, Tipo SVAN e Tipo Baglietto, e alcuni altri d’ultima generazione, più veloci e più efficienti, che si denominarono MAS 500, dei quali -con 23 a 30 tonnellate di dislocamento, con motori Isotta Fraschini Asso 1000 di potenza da 2000 a 2300 HP sviluppando da 42 a 44 nodi di velocità massima, armati di due lanciasiluri da 450 millimetri, con 6 a 10 bombe di profondità e con due mitragliere da 13,2 e 20 millimetri, con equipaggio composto da 9 a 13 uomini- se ne costruirono 76 unità in quattro serie successive della stessa Classe 500, identificati con MAS 501 a MAS 576, i quali affiancarono gli antichi 24 MAS ancora in servizio, per sommare in totale 100 MAS. Mentre la Regia Marina nella prima guerra mondiale aveva prodotto più di quattro centinaia di MAS, il loro numero nel secondo conflitto mondiale fu infatti molto minore, perché si rivelarono essere mezzi ormai troppo piccoli e perché, anche se molto veloci grazie al loro scafo a spigolo, erano poco marini e quindi pericolosi da impiegare con il mare molto mosso.

Per questo motivo, la Regia Marina incorporò con l’identificazione iniziale MAS 1D a MAS 8D un totale di 8 motosiluranti catturati nell’aprile del 1941 alla marina jugoslava: erano gli schnellboote, lunghi 28 metri prodotti all'inizio degli anni '30 in Germania i quali, a differenza dei MAS avevano uno scafo ad U e quindi, anche se leggermente più lenti, erano più robusti sicuri stabili e manovrabili, soprattutto in condizione di mare forte. Poi, quei mezzi furono in qualche modo copiati e a Monfalcone, negli stabilimenti di Cantieri Riuniti Dell’Adriatico tra il 1942 e il 1943, se ne costruirono altri 36 Tipo MS CRDA 60t, identificati con MS 11 a MS 16, MS 21 a MS 26 e MS 31 a MS 36 quelli della prima serie e con MS 51 a MS 56, MS 61 a MS 66 e MS 71 a MS 76 quelli della seconda serie, mentre 6 dei mezzi jugoslavi -i MAS 3D a 8D- furono riclassificati e identificati con MS 41 a MS 46, per così sommare in totale 42 motosiluranti.


Anche durante la seconda guerra mondiale, furono numerose le azioni condotte dai MAS e MS, e tra esse, quelle di maggior successo furono: il siluramento dell’incrociatore inglese Capetown l’8 aprile 1941 a opera del MAS 213 comandato dal guardiamarina Valenza; l’affondamento nel Mar Nero del sottomarino sovietico Equoka il 19 giugno 1942; il danneggiamento dell’incrociatore russo Molotov a opera dei MAS 568 e 573 il 3 agosto 1942; l’affondamento a opera dei MS 16 e 22 il 12 agosto 1942 del modernissimo incrociatore inglese Manchester nella famosa battaglia aeronavale di Mezzo Agosto nel Mediterraneo centrale, nel corso della quale i numerosi MAS partecipanti affondarono anche i piroscafi Glenorchy, Saint Elisa, Rochester Castle, Almeria Likes e Wairangi; l'affondamento del cacciatorpediniere inglese Lightning sulle coste algerine il 12 marzo 1943.

Al termine della seconda guerra mondiale, i pochi MAS superstiti furono requisiti dalle marine dei vincitori, mentre dei 15 MS CRDA 60t superstiti, 5 vennero ceduti ad altre marine vincitrici -4 all’Unione Sovietica e 1 alla Francia- e i rimanenti 9 motosiluranti continuarono prestando servizio nella Marina Militare e furono destinati ad operare nelle acque dell'Adriatico e dello Ionio, dopo essere però stati declassati a semplici motovedette in base alle clausole del trattato di pace e quindi armati solo con le mitragliere. Poi, il 1º novembre 1952, venute meno le clausole più restrittive del trattato, quei nove mezzi vennero riclassificati e riarmati di siluri, con la denominazione definitiva 471 a 475 e 481 a 484: il “4” indica “motosilurante”.


Da allora e per tutti gli anni ’60 e gran parte dei ‘70, quei nove gloriosi e poderosi MAS, modernizzati in versione motosiluranti MS e raggruppati nel Comando Motosiluranti COMOS con sede a Brindisi, continuarono attivi -e così, noi ragazzi e giovani brindisini di allora, li potemmo ancora ammirare sulle tranquille acque del nostro porto- fino alla definitiva apparizione di armi navali molto più evolute e più sofisticate che rivoluzionarono le tecniche militari marine e mandarono in pensione i MAS brindisini, ai quali succedettero le motovedette lanciamissili. Cinque di quei nove MAS furono posti in disarmo agli inizi degli anni ’60 e dei quattro restanti, gli ultimi due, quelli che erano stati identificati con 474 e 481, vennero radiati nel 1979, a quasi quarant’anni dal varo.

Ad oggi, si conservano ancora due MAS della prima guerra mondiale -il MAS 96 usato da Gabriele D’Annunzio, nel Vittoriale degli Italiani a Gardone e il MAS 15 del “due volte” medaglia d’oro Luigi Rizzo, nel sacrario delle bandiere del Vittoriano a Roma- e due MAS della seconda guerra mondiale -il 472, situato nella Marina di Ravenna e il 473, conservato nel Museo storico navale di Venezia-.

Squadriglia degli ultimi 4 MAS motosiluranti italiani in servizio - Mare di Brindisi 1970

Pubblicato su Senza Colonne News del 1 marzo 2016


Il racconto di un brindisino ‘alla corte’ di Fidel Castro… que sta compiendo 90 anni Pubblicato su Senza Colonne News del 13 agosto 2016 Oggi, 13 di agosto, Fidel Castro sta compiendo novant’anni e, anche se con un po’ di sordina, continua ancora, finanche fuori da Cuba, a stimolare qualche titolo di cronaca, anche se più opportuno e consono al personaggio sarebbe forse attendere con pazienza che sia la storia a parlarne e a giudicalo. Un giudizio su Fidel, che per essere sufficientemente sereno abbisognerà che il tempo trascorra ancora e lo separi completamente dalle vicissitudini, tuttora quotidiane.

Un giudizio, quello della storia, che probabilmente dovrà soprassedere in fretta su quell’indovinato brand “La storia mi assolverà”: titolo del magistrale intervento con cui nel lontano 1953 il giovanissimo avvocato Fidel si autodifese di fronte al tribunale che lo giudicava di ribellione contro lo stato cubano. La storia dovrà soprassedere in fretta, sia perché si trattò di un episodio troppo breve a confronto dei seguenti cinquanta e più anni durante i quali Fidel Castro fu protagonista assoluto della storia di Cuba e alle volte di spicco di quella del mondo, e sia -e soprattutto- perché praticamente tutto dell’agire di Fidel in tutti quei cinquant’anni contradisse flagrantemente quel suo intervento, che così iniziava e così seguiva: “Il diritto alla ribellione contro il dispotismo, signori giudici, è stato riconosciuto dalla più lontana antichità sino al presente, da uomini di tutte le dottrine, di tutte le idee e di tutte le credenze… Rinunciare alla propria libertà è rinunciare alla qualità dell’uomo, ai diritti dell’umanità, e anche ai doveri. Tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’uomo e togliere tutta la libertà alla volontà è togliere ogni moralità alle azioni… etc. etc.”

Ma non è di giurisprudenza o di storia e tanto meno di politica che oggi voglio qui trattare: molto più amenamente e più rilassatamente -dato anche il clima ferragostano- voglio invece raccontare di un episodio che mi vide involontario nonché secondario protagonista a Cuba qualche anno fa: un episodio che mi portò al cospetto del comandante Fidel, ospite a casa sua con altri miei amici e con mia moglie Mariana, protagonista centrale del racconto. Era fine ottobre del 1988 quando visitai Cuba per la prima volta e, tanto per entrare nel giusto contesto del racconto, a quel tempo a Cuba c’erano ancora i russi o meglio, i sovietici, a farla da padroni assieme ai visitanti occidentali, negli alberghi e nei ristoranti di lusso, nei negozi e nei locali notturni alla moda, eccetera, tutti posti naturalmente e rigorosamente permessi ai soli stranieri possessori dei vituperati dollari americani ed assolutamente proibiti ai cittadini cubani, con la ovvia eccezione degli altissimi dirigenti del partito.

Ci andai dalla vicina Caracas per partecipare al XX Congresso UPADI (Unione Panamericana Associazioni Di Ingegneri) che si tenne a La Havana nel Palazzo dei Congressi. I partecipanti provenivamo da tutti i paesi d’America e io rappresentavo l’Università Centrale del Venezuela assieme al preside della facoltà di ingegneria ed un professore dell’Università La Sapienza di Roma, Gianfranco Meucci, che vi partecipava in quanto residente a Caracas da qualche anno, in missione di intercambio accademico.

Per noi stranieri La Havana celava, ed allo stesso tempo mostrava, tanti spunti interessanti e, specialmente per me ed il mio collega e simpaticissimo amico italiano, anche romantici: dalle spettacolari auto americane anni 40 e 50 tutte rigorosamente precedenti al 1° gennaio 1959, alle attempate operaie delle fabbriche dei famosissimi e buonissimi sigari cubani, dagli edifici del centro storico bellissimi anche se ormai assolutamente fatiscenti con la loro caratteristica architettura caraibica piena di merletti ed altre raffinate decorazioni, al famoso lungomare con il suo emblematico faro contro il quale si infrangono strepitosamente le onde del mare dei Caraibi nei frequenti giorni di vento forte. 199


E poi, il mondialmente famoso night club Tropicana, sopravvissuto alla rivoluzione anche se naturalmente statalizzato assieme a tutte le sue luci, i suoi musicisti, i cantanti, gli attori e soprattutto le bravissime ballerine che continuavano a “deliziare” i turisti che visitavano La Havana. Una citazione speciale merita poi quel piccolo vecchio bar che, con il bancone abbastanza schiacciato sull’entrata prospicente allo stretto marciapiede e con le sue due salette annesse, si trovava e si trova ancora in una anonima viuzza del centro dell’Havana: “La bodeguita del medio” anch’esso sopravvissuto alla rivoluzione conservando ancora fino a quei giorni gli stessi mobili, gli stessi arredi e le stesse pareti integralmente tappezzate con graffiti, posters pubblicitari e fotografie con dediche di avventori indistintamente famosi ed anonimi, primo e certamente più famoso tra tutti Ernest Hemingway, lo stravagante scrittore americano autore di tanti capolavori letterari, che visse per circa vent’anni a La Havana dal 1938 fino alla sua tragica morte avvenuta nel 1961. Hemingway era un cliente fisso de La bodeguita del medio e la leggenda vuole che fu proprio lui a dare un contributo notevole a far creare il famoso “Mojito”.

Tornando al congresso degli ingegneri americani, il programma di cinque giorni densi di conferenze, gruppi di lavoro, visite tecniche ed incontri accademici, prevedeva naturalmente una solenne cerimonia di apertura ed anche una formale cerimonia di chiusura, ed era abbastanza consuetudine a quei tempi che a Cuba il presidente Fidel Castro non perdesse quasi mai l’occasione di inaugurare congressi internazionali rifilando ai partecipanti i suoi discorsi fiume decantando le glorie ed i successi della rivoluzione e denigrando al contempo l’impero del capitalismo responsabile assoluto ed indiscusso, guai a dubitarne minimamente, di tutti i mali presenti passati e futuri dell’intera umanità. Però quella volta Fidel Castro non partecipò all’inaugurazione e, durante i seguenti giorni del congresso, gli amici cubani cominciarono a diffondere informalmente però insistentemente voci e notizie rassicuranti sul fatto che, certamente, il comandante avrebbe presenziato la chiusura di quell’importante congresso.

E fu così che in un’atmosfera da suspense tipo teleromanzo, giunse l’ultimo giorno del congresso che si sarebbe concluso verso mezzogiorno di quel sabato con la protocollare cerimonia di chiusura. Tutte le signore delegate al congresso e tutte le signore accompagnanti dei congressisti, tra cui in prima fila Mariana e le sue amiche, vollero assistere a quella cerimonia di chiusura: strano, normalmente è solo una ...rottura, da cercare di risparmiarsi a tutti i costi e da evitare con qualsiasi banale scusa, invece quella volta la propagandata 200


presenza del fotogenico personaggio, carismatico ed in certa misura ancora romanticamente leggendario tra le cinquantenni ed i cinquantenni presenti al congresso che lo ricordavamo con il sigaro in bocca ed a cavallo della jeep entrando trionfalmente all’Havana in quell’ 8 gennaio 1959, costituiva una occasione da non perdere, pensando di poter scattare una foto ricordo da mostrare ad amici ed amiche di ogni proprio paese.

Avvicinandosi mezzogiorno la tensione comincia a serpeggiare nell’enorme sala, aumentando con il passare dei minuti e con il susseguirsi dei vari oratori protocollari e dei loro insipidi discorsi di circostanza. Comincia anche a far caldo per l’ora, per la noia e per l’aria condizionata che comincia a fiaccare. Ormai non c’è più possibilità alcuna che arrivi il comandante. Pazienza, organizziamoci e via, cominciamo a sgattaiolare con sperimentata dissimulazione prima che l’ultimo discorso concluda. Coraggio, abbiamo ancora un pomeriggio ed una notte di svago che ci attendono prima del ritorno a casa.

Però, qualche fila più in là comincio a notare una certa concitazione tra alcuni dei presenti, sguardi d’intesa, sussurri, accostamenti frettolosi, e finalmente il mio preside di facoltà mi raggiunge e mi dice: “Gianfrà, andiamo al Palazzo di Governo, Fidel Castro ha invitato a pranzo una selezione degli stranieri partecipanti al congresso, saremo una ventina in tutto tra i rappresentanti dei vari paesi, dillo subito a Mariana ed organizziamoci per andare, bisogna essere al palazzo all’una e mezzo in punto, tra meno di un’ora”. L’eccitazione delle nostre signore lievita istantaneamente tra il timore che possa trattarsi di una bufala lanciata da qualche amico sornione. Ed invece no, tutto incredibilmente vero, ed allora via di corsa in albergo, a cambiarsi, ad imbellettarsi. Assolutamente inimmaginabile, direttamente al cospetto del comandante, a casa sua, a pranzo con lui, da tu a tu, che sorte insperata!

Il Palazzo di Governo era in centro città, in piazza della rivoluzione, ampio ma non troppo alto anche se sollevato sul piano di terra da una ventina di scalini estesi sull’intera larghezza del corpo centrale del palazzo. Architettura in classico stile anni ’50, dalle linee rette e modernista con influenze di razionalismo tedesco, l’aveva fatto edificare il dittatore Batista inaugurandolo come Palazzo di Giustizia nel 1957. Sul cancello d’entrata, dopo un paio di guardie uniformate, c’era una specie di corpo di guardia con molti funzionari civili, tutti abbastanza anziani, da 60 anni in su, e ci fu poi raccontato fossero gli incaricati della sicurezza personale del comandante, tutti rigorosamente reduci rivoltosi della Sierra Maestra. 201


Per poter accede agli interni bisognava superare un normale controllo corporale da palpeggio, onde evitare l’introduzione di armi occulte, invero un controllo non eccessivamente rigoroso, quanto invece meticoloso in relazione all’obbligo di dover lasciare lì al corpo di guardia qualsiasi borsa o borsetta e qualsiasi camera fotografica o da presa e qualsiasi libro, rivista o materiale scrivibile in generale. Peccato! In molti si erano portati dietro la camera fotografica, o qualche rivista con la foto di Fidel, o qualche suo libro: Mariana qualche giorno prima aveva comprato in una libreria dell’Havana l’edizione spagnola appena pubblicata del libro del nostro giornalista Gianni Minà ¨Un encuentro con Fidel¨ e naturalmente dovette lasciarlo in quel corpo di guardia su uno degli scaffali adibiti allo scopo.

Già all’interno, ed avviati verso il salone del ricevimento scortati dalle guardie civili, l’atmosfera si era fatta fresca, anzi rinfrescante, non per l’aria condizionata che non c’era, ma per la stessa architettura degli interni, minimalista e con abbondanza di marmi bianchi, magistralmente combinati con legno marrone levigato e soprattutto con spazi semiaperti intercomunicanti con l’esterno attraverso cortili e pozzi luce armoniosamente corredati da folte piante ed alberi tropicali. Nella stanza immediatamente antecedente il salone, troneggiava un gran bel ritratto ad oleo di Fidel Castro fattogli dal famoso pittore ecuadoriano Guayasamin, amico suo e che anch’io avevo conosciuto una decina di anni prima quando lo avevo visitato qualche volta nella sua galleria-atelier di Guayaquil, negli anni del mio servizio civile in quella città ecuadoriana. Il salone ancor più bello, molto amplio e sullo stesso stile, sobrio e con tanti marmi chiari, legni scuri e luce naturale proveniente dai vari spazi aperti, sapientemente ubicati e riccamente ed armoniosamente adornati da bellissime e curatissime piante ed alberelli. Un lungo tavolo era bandito a buffet, e dopo una decina di minuti dal nostro arrivo i camerieri iniziarono a servire un vino ben freddo: il rinomatissimo bianco di Balatonelle, proveniente dai vigneti delle rive ungheresi del lago di Balaton.

Quindi il capo sala ci invitò a servirci dal buffet... il comandante sarebbe arrivato da lì a poco per salutarci: “quando arriva, mi raccomando non accalcatevi, rimanete dove siete sparsi in gruppetti lungo il salone e lui verrà a salutarvi tutti, assolutamente tutti”. Meno male che tardò un bel po’ ad arrivare, perché il buffet era semplicemente squisito oltre che raffinato: ricordo in particolare una gran varietà di pesci sapientemente cucinati e serviti accompagnati da vari frutti tropicali a mo’ di decorazione e che però al contempo infondevano al pesce i loro particolarissimi aromi. E poi le uova di storione, il caviale, e quelle di salmone, il caviale rosso, tutto rigorosamente russo, anzi sovietico!

Saranno state le tre circa, quando dal fondo del salone intravediamo l’inconfondibile figura di Fidel Castro, con la sua enorme persona e personalità, alto, in grigioverde e barbuto, accompagnato da tre o quattro guardie civili in abito scuro, i soliti vecchietti di cui prima. Come da manuale, Fidel si avvicina al primo gruppetto di ospiti che intercetta sul suo cammino e si sofferma a chiacchierare, dà la mano a chi gliela tende, fa qualche domanda pertinente al paese di provenienza dell’ospite interpellato e per ogni risposta si intrattiene svariatissimi minuti a commentare, dilungandosi in soliloquio senza che a nessuno venga in mente di interromperlo. 202


Finalmente ci siamo, il comandante è tra noi, ci dà la mano uno ad uno chiedendo il nome e la provenienza. Fidel Castro chiede al presidente degli ingegneri notizie sulla produzione dell’impianto idroelettrico del Guri, nell’Amazonia venezuelana, a quel tempo il più grande al mondo dopo la recentemente inaugurata fase finale della costruzione. Il presidente degli ingegneri comincia a balbettare qualche numero guardandosi attorno e cercando con lo sguardo un soccorso che non arriva, o meglio non fece in tempo ad arrivare allorché Fidel comincia lui a fare sfoggio di numeri su produzione elettrica, su volumi di calcestruzzo della diga, sui ritmi vertiginosi della costruzione, e poi ancora numeri, sugli altri impianti idroelettrici sudamericani, su quello anch’esso famosissimo di Iguasú nel triplice confine tra Brasile Argentina e Paraguay. Non erano certo numeri a vanvera i suoi, né di certo se li era ripassati per l’occasione, ma si trattava semplicemente di un normale segno di quella sua proverbiale memoria ed affezione alle statistiche ed ai numeri in generale, in tante altre occasioni da lui sfoggiata. Da lì a poche settimane in Venezuela ci sarebbero state le elezioni presidenziali e lui volle confidarci, pregandoci sornionamente di mantenerlo in segreto, che lui tifava per Carlos Andres Perez, suo amico socialdemocratico. Perez vinse le elezioni, però dovette subire il colpo di stato del colonnello Chavez decisamente appoggiato da Fidel Castro: strano senso che hanno dell’amicizia certi capi politici!

Mentre Fidel parlava animatamente con noi professori dell’Università Centrale del Venezuela, chiedendoci notizie del movimento studentesco al quale si sentiva molto affezionato da quando visitando Caracas nei primi anni ’60 lo avevano ricevuto trionfalmente e da quando quegli stessi studenti si erano a suo sapere coperti di gloria ai tempi del ’68. Io avevo cercato con lo sguardo di incontrare Mariana che però si era allontanata dal gruppo e me ne rammaricai perché avevo detto a Fidel Castro che anche lei era stata studentessa in quell’università in quegli anni ’60 e naturalmente avrei voluto segnalargliela. Peccato, probabilmente era andata in bagno e non potevo neanche allontanarmi a cercarla perché la situazione si stava disordinando, dato che gli ultimi due gruppi ormai stanchi dell’attesa a causa della prolungata sosta di Fidel Castro con i venezuelani, si erano avvicinati di soppiatto e ci avevano poco a poco circondati, costituendo di fatto un solo grande gruppo intorno a Fidel.

Dopo qualche minuto intravedo Mariana che dall’ingresso della sala si dirige frettolosamente verso il nostro gruppo, coprendo qualcosa con le mani tenute stranamente basse e schiacciate sulla pancia. Senza avere il tempo di discernere troppo su quanto avevo visto, me la ritrovai affianco in prima fila dopo che era riuscita ad infilarsi, non so come, dal sempre più folto gruppo che circondava Fidel. Dissi a Fidel: “Ah, ecco mia moglie, la studentessa della Centrale”, ma prima ancora che Fidel potesse aggiungere qualcosa, Mariana gli si rivolge con tono deciso offrendogli il libro aperto di Gianni Minà con una penna, e gli dice: “Fidel, firmami il libro!”

Di colpo un silenzio tombale. Fidel la guarda, riflette un attimo ed esclama: “Eh no, non posso firmartelo, perché questa è una riunione collettiva e se lo firmo a te devo poi firmare qualcosa a tutti gli altri!” Un teso silenzio ripiomba tra tutti noi vicinissimi a Fidel e dopo un istante, che a me parve infinito, Mariana esclama: “Beh si, è certo che siamo in una riunione collettiva, però, ...Fidel è sempre... Unico!” Il comandante acciglia lo sguardo, esita un attimo, poi di getto prende in mano il libro e la penna, ...e firma di botto. Poi, svelando un sorriso con i suoi occhi acuti ancor più che con le sue labbra seminascoste dalla barba, restituisce il libro e si accinge con mossa decisa a continuare il suo giro tra gli ospiti. 203


Incredibile ma vero, a Mariana era riuscito l’impossibile: dal convincere il vecchietto di guardia che custodiva le borsette e gli altri averi depositati dagli ospiti a fargli pendere il libro adducendo una qualche improbabile scusa, all’attraversare la considerevole distanza che dal corpo di guardia portava fino al salone del ricevimento nascondendo goffamente il libro tra le proprie mani, al trovare la fermezza necessaria a chiedere con decisione a Fidel di firmargli il libro e finalmente, a quella geniale presenza di spirito con la quale controbattere il rifiuto di Fidel, toccando sottilmente il tasto di quella naturale debolezza umana grazie alla quale la pubblica adulazione riesce a smuovere anche gli uomini più sperimentati. Da quel giorno in poi e per tanti anni ancora dopo quel simpatico episodio, tra tutti i partecipanti al congresso e finanche tra chi dai vari paesi non era neanche andato a Cuba per quell’occasione, Mariana rimase aneddoticamente celebre per aver così rocambolescamente strappato quella firma a Fidel Castro.

204


Ricordare il passato per creare il futuro: 100 anni fa nacque l’Idroscalo di Brindisi Gianfranco Perri Probabilmente molti giovani brindisini d’oggi non sanno che l'aeroporto di Brindisi, solo di recente denominato del Grande Salento ed in origine intitolato al comandante di aeromobile civile Antonio Papola deceduto il 13 febbraio del 1938 in un incidente di volo, ha avuto un glorioso antenato: un capostipite che quest’anno -2016- commemora il suo primo centenario della nascita.

Le piú lontane origini dell'aeroporto di Brindisi, che furono di caracttere militare e che risalgono agli albori della stessa aviazione italiana, coincidono infatti con gli anni iniziali della prima guerra mondiale, quando nel basso Adriatico si scontravano acerbamente le flotte dell'Intesa di cui faceva parte l’Italia, contro quelle austro-tedesche.

Il suo primissimo nucleo fu una stazione provvisoria per idrovolanti creata per iniziativa della Regia Marina Militare: una circolare, la N° 25260 del 6 dicembre 1914, stabiliva la creazione di tre stazioni per idrovolanti, a Venezia, Pesaro e Brindisi, per contrastare l'aeronautica austriaca che stava imperversavano sull’Adriatico. Della ventina di apparecchi dei quali disponeva allora la Regia Marina, a Brindisi furono assegnati 3 idrovolanti Curtiss. Erano apparecchi di legno e tela, e a Brindisi furono inizialmente depositati sulla nave Elba e successivamente sulla nave Europa, in attesa che si completasse la costruzione di un hangar.

Costa Guacina prima dei lavori di sterro che daranno spazio all´area dell´idroscalo

Poi, con l’inizio del 1916, pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, per meglio contrastare l’aviazione austriaca di base a Durazzo, la stazione fu notevolmente potenziata e così, in quell’anno, nacque formalmente l'Idroscalo Militare di Brindisi.


Il complesso della base per idrovolanti di Brindisi sorse in località Costa Guacina, appena fuori dal porto interno: uscendo dal canale Pigonati a sinistra, sull’area costiera compresa tra Posillipo e Fontanelle, da sempre punto di attracco di navigli imbarcazioni e battelli vari in quanto riparata dalle correnti marine, e per questo difesa dalla piazzaforte navale. Furono anche necessari impegnativi lavori di sterro per portare sul livello del mare tutta l’area di quella costa che in origine fu topograficamente sopraelevata.

Una ubicazione resa ideale dal contiguo bellissimo specchio d’acqua le cui condizioni naturali invidiabili ne fecero la pista dalla quale si levarono in volo gli idrovolanti della base, tra i quali quelli della squadriglia guidata da Orazio Pierozzi, eroico aviatore deceduto in volo di addestramenteo nel 1919 dopo aver guidato innumerevoli azioni di guerra vittoriose. Soprannominato l’asso del mare, a lui dopo la sua tragica morte, fu intitolato l’idroscalo. Anche le altre due squadriglie appartenenti alla base dell’idroscalo di Brindisi, furono guidate da altrettanti formidabili aviatori: Umberto Maddalena e Francesco De Pinedo, piloti militari, celebri per le loro imprese aviatorie vittoriose nella grande guerra, anche loro deceduti in incidenti di volo, nel 1931 e nel 1933 rispettivamente.

Orazio Pierozzi

Umberto Maddalena

Orazio Pierozzi col suo Macchi 55

Francesco De Pinedo

Maddalena (primo a sinistra) e De Pinedo (terzo)

Nel corso dello stesso anno 1916 furono costruiti i 6 hangars per gli idrovolanti da bombardamento progettati dall’ingegnere Luigi Bresciani. Adiacenti e a nord degli hangars Bresciani, si costruirono anche 3 enormi hangars per dirigibili i quali però furono presto dismessi e trasferiti a San Vito dei Normanni, per ragioni di sicurezza. Gli hangars Bresciani invece, con muratura di tufi e cemento e con copertura a botte con sesto ribassato in solaio latero-cementizio, sono ancora oggi attivi ed utilizzati dall’ONU.


Hangars Bresciani quasi completati e primo hangar dirigibili in costruzione - 1916 Finita la grande guerra, nel 1919 il governo italiano propose alla Grecia la creazione di un servizio di posta aerea tra Roma ed Atene con scalo a Brindisi, con un pensiero chiaro e lungimirante giá rivolto ai possibili sviluppi futuri dell’aeronautica commerciale. Fu proprio un raid effettuato tra il 9 e il 12 settembre di quello stesso anno da Francesco De Pinedo, comandante della base per idrovolanti di Brindisi, e conclusosi positivamente con un percorso aereo tra Brindisi ed Atene in sole cinque ore, a rendere più concreta quell’idea.

Con regio decreto del 28 marzo 1923 fu fondata la Regia Aeronautica Militare che al momento della sua nascita ricevette in consegna da Esercito e Marina tutti i campi aeronautici terrestri e gli idroscali allora esistenti: a Brindisi prese possesso del campo terrestre di San Vito dei Normanni che era sorto nel 1918 a circa 9 kilometri dalla città sulla strada per San Vito dei Normanni con l’adiacente, tra i vigneti di contrada Marmorelle, campo dirigibili e quindi, prese possesso anche dell’Idroscalo Orazio Pierozzi.

Cosí nello stesso 1923 toccó alla fiammante Regia Aeronautica Militare avviare la costruzione dell'Idroscalo Civile di Brindisi che, affiancando quello militare, fu completato nel 1925 perfezionando cosí un grande sistema di trasporti e collegamenti all’importantissimo e strategico porto di Brindisi, che con il sub-sistema treno-nave della Valigia delle Indie era già funzionante fin dal secolo precedente. Parallelamente, vennero costituite le prime aerolinee private italiane: la societá Servizi Aerei SISA nel 1921, la Societá Anonima Navigazione Aerea SANA nel 1925, la societá Transadriatica nel 1926 e la piú famosa Aero Espresso Italiana AEI che, fondata il 12 dicembre 1923, il 7 maggio 1924 stipuló con l’Aeronautica Militare una convenzione per l’impianto e l’esercizio di una linea commerciale tra Italia Grecia e Turchia, via Brindisi. Era così nata la prima linea aerea internazionale italiana e il 1° agosto del 1926 dall’idroscalo di Brindisi partì il primo volo commerciale internazionale di linea italiano, che aprì al traffico la linea Brindisi-Atene-Costantinopoli con idrovolanti Macchi M24.

Nel 1927 fu aggiunta la linea Brindisi-Atene-Rodi e la SISA inaugurò la Brindisi-Durazzo-Zara. Nel 1928 un’altra importante compagnia, la SAM Società Aerea Mediterranea, avviò la rotta Brindisi-Valona con idrovolanti Savoia Pomilio S59.


L´Idroscalo civile dell´Aereo Espresso Italiana a Brindisi - 1927 Sul fronte militare, negli anni venti Brindisi divenne sede dell’86° Gruppo Idrovolanti dotato di numerosi apparecchi Macchi M24 e poi Siai Marchetti S55 e sorse cosí la necessitá di nuovi hangars la cui costruzione, stabilita a nord degli hangars Bresciani, fu commissionata alla Societá Officine Savigliano di Torino. I 4 hangars Savigliano, ognuno a pianta rettangolare di circa 54 x 60 metri, furono completati intorno al 1930: ossatura reticolare metallica a una campata e rivestimenti in lamiere ondulate zincate, cupolino centrale di aereazione a doppia falda in materiale policarbonato. Ognuno dei quattro accessi verso la banchina ha un’apertura di circa 51 metri con piú di 12 metri di altezza. L’ottima struttura metallica, nonostante la sua vicinanza al mare è rimasta pressoché intatta ed é ancora funzionale ai nostri giorni: uno degli hangars è gestito dall’ONU e negli altri tre opera la societá Alenia Aeronavali.

Quello di Brindisi era un idroscalo d’avanguardia, con infrastrutture e servizi di grande qualità. Per esempio, era il solo al mondo ad essere dotato di un carrello di alaggio su rotaie che consentiva un comodo imbarco a terra di passeggeri, merci e posta. Alcuni resti di quelle rotaie si possono ancora riconoscere sul terreno a tutt’oggi. L'idroscalo con la sua sezione militare e con quella civile, grazie alla posizione strategica di Brindisi, aveva funzionato a pieno ritmo per tutti gli anni venti, con un vasto impiego di idrovolanti in molte delle nuove correnti di traffici commerciali e militari del Mediterraneo.


Invece, per diversi anni gli aerei militari e civili si erano continuati a servire del campo terrestre di San Vito fino a quando l’amministrazione provinciale di Brindisi decretó la costruzione di un nuovo aeroporto, procedendo all’esproprio ed acquisto dei terreni agricoli siti alle spalle dell'idroscalo, approntando nel 1931 il piano regolatore del nuovo aeroporto e iniziando i lavori di costruzione alla fine dello stesso anno 1931. Il campo entrò in funzione nel 1933, intitolato a Orazio Pierozzi e inaugurato da Benito Mussolini il 30 di luglio. L’aerostazione fu completata nel 1937, con pista di lancio orientata a nord, inizialmente di 50 metri x 600 metri e successivamente portata a 850 metri.

A seguito della politica del regime, voluta dal ministro dell’Aeronautica Italo Balbo, tutte le societá aeree furono via via liquidate o accorpate fino alla formazione di un’unica compagnia di bandiera, l’Ala Littoria, alla quale finalmente passò anche AEI nell’ottobre del 1934, quando il 28 di quel mese la compagnia SAM dopo aver assorbito la quasi totalitá dei servizi aerei italiani era ufficialmente divenuta “Ala Littoria S.A.” aggiungendo il fascio littorio alla rondinella azzurra del simbolo SAM che sua volta era stato ereditato dalla Transadriatica.

Nell’aeroporto di Brindisi l’Ala Littoria gestiva, tra altre, le linee Brindisi-Rodi; Brindisi-RomaTrieste; Roma-Brindisi-Tirana-Salonicco; Brindisi-Atena-Rodi-Haifa; Roma-Brindisi-Bagdad; Brindisi-Durazzo-Lagosta-Zara-Lussino-Pola-Trieste.

Nel 1938 l’aeroporto civile mutò la sua intitolazione a Antonio Papola, mentre quello militare conservò l’intitolazione originale a Orazio Pierozzi. Il 15 marzo del 1937 si formò sull’aeroporto militare di Brindisi il 35° Stormo con aerei SM.55 e l’anno seguente, 1938, si formarono i Gruppi 95° e 86° con aerei idrovolanti CANT Z.606.

1938 - Ala Littoria

Un idrovolante S66 della rotta per Rodi e Haifa


Con la seconda guerra mondiale fu realizzata dai tedeschi una nuova pista di 1500 metri e si intensificò l’attività militare a scapito di quella civile, fino a quando questa si esaurí del tutto nel settembre del '43 con l’ultimo idrovolante civile di linea che decolló il 9 settembre alla volta di Ancona. L’attività civile fu infatti sospesa totalmente, giá che l’aeroporto divenne base dei reparti aerei alleati di occupazione sotto comando inglese e nel 1944 gli alleati costruirono una terza pista di 1800 metri in terra stabilizzata con l’olio bruciato degli aerei.

CANT z 506: sullo sfondo il Collegio Navale il Monumento al Marinaio le navi scuola Vespucci e Colombo - 1943

Dopo la seconda guerra mondiale, l’attività civile dell’aeroporto di Brindisi riprese con regolarità nel maggio del 1947 con la nuova compagnia di bandiera Alitalia e si ripristinó la linea Roma-Brindisi alla quale si affiancò la linea Brindisi-Catania e poi ancora altre. Nel 1960 si completò la costruzione di una nuova aerostazione, per l’accresciuto traffico passeggeri.

Ma l’epoca gloriosa delle idrolinee nazionali ed internazionali, da e per l’idroscalo di Brindisi, era ormai finita per sempre: quell’epopea dell’aviazione civile italiana e brindisina in particolare, durata all’incirca una ventina di anni, si era definitivamente conclusa. Gli idrovolanti militari invece continuarono a scivolare sullo specchio del porto medio per un po’ di anni ancora, fino a tutti gli anni ’60, e molti di noi meno giovani ce li ricordiamo ancora identificandoli chiaramente sull’orizzonte dalle rive delle nostre spiagge interne al porto (Sant’Apollinare - Fiume piccolo - Fiume grande - Marimisti e Fontanelle) con il loro coinvolgente rullare e con le loro sagome un po’ goffe dalle estremità arancione fosforescente, fino a farsi sempre piú radi prima di svanire anch’essi nelle pieghe della storia della cittá e del suo porto: “ben più di cinquant’anni di storia brindisina”.

Anche l’attività militare riprese finalmente autonoma dall’occupazione militare dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1947 a Brindisi fu destinato l’83° Gruppo Soccorso Aereo con idrovolanti CANT Z 506 sostituiti a partire dal 1958 con idrovolanti HU 16 A-Albatross. Poi, con l’entrata nel 1949 dell’Italia nella NATO, arrivarono in dotazione all’aeroporto militare di Brindisi i primi aerei militari americani. Tra il 15 ed el 18 settembre 1950 la portaerei americana Mindoro sbarcò i primi 40 aerei Curtiss Helldiver 52-C, per armare la ricostruita Aeronautica Militare. E nel giugno del 1952 dalla portaerei americana Corregidor furono sbarcati i primi aviogetti da caccia, gli aeroplani a reazione F-84G thunderjet, protetti da uno speciale rivestimento plastico detto ‘cocoon’.

Il 1º settembre 1967 sull’aeroporto militare di Brindisi fu ricostituito con il 13° Gruppo caccia bombardieri e ricognitori, quel glorioso 32° Stormo che era stato originalmente costituito l’1 dicembre 1936 e poi sciolto il 27 gennaio 1943. Il velivolo in dotazione fu il Fiat G.91R, in dotazione anche alla fantastica pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori, e nel 1974 lasció spazio al bireattore G.91Y.


Dal 1993 però, lo Stormo non ha piú sede a Brindisi ed opera dall’aeroporto Amendola, in Foggia. Finalmente, nel 2008 l’aeroporto di Brindisi ha perso lo status di scalo militare aperto al traffico civile ed ha acquisito la semplice denominazione di aeroporto civile. Nel settore che fu militare, tuttavia, continuano a operare le compagnie aeree e i velivoli cargo con cui, dalla Base Logistica delle Nazioni Unite, UNLB, si smistano nel mondo gli aiuti alimentari e i farmaci alle popolazioni colpite da calamità naturali o da guerre. E quell’idroscalo, sorto cento anni or sono nel porto medio di Brindisi, è anche stato il luogo d’origine dell’industria aeronautica brindisina, che lí nacque e quindi vi prosperó per quasi ottant’anni: gli idrovolanti infatti avevano bisogno non solo di uno scalo posto vicino ad uno specchio d’acqua, ma anche di assistenza e manutenzione. La Società Anonima Cantieri d’Aeroporto SACA entró in attività nel 1934 e sotto la guida dell’ingegnere Michele Dell’Olio divenne rapidamente la principale industria della provincia.

Nel dopoguerra la SACA, con la nuova denominazione di Societá per Azioni Costruzioni Aeronavali, fu rinnovata ed ampliata tanto che negli anni ’60 il personale raggiunse le mille unità. Imperdonabilmente nel 1977, dopo un continuo decadimento aziendale, si giunse alla penosa dichiarazione di fallimento. La Industria Aeronautica Meridionale IAM ne rilevò le maestranze, gli impianti e le attività. In seguito a ristrutturazione, la IAM divenne Agusta e questa, nel 1999, cedette ad Alenia Aeronautica il sito e gli hangars dell’idroscalo, alcuni dei quali sono ancora adibiti a officine della società Alenia Aeronavali.

Gli hangars Bresciani e Savigliano

BIBLIOGRAFIA Lo storico e glorioso idroscalo di Brindisi - G. Perri – 2014 Tra cielo e mare. Mostra documentaria - Archivio di Stato di Brindisi – 2007 Orazio Pierozzi l´asso della marina - M. Mattioli – 2003 La base navale di Brindisi durante la grande guerra - G. T. Andriani – 1993 L’Aeroporto civile di Brindisi - F. Gorgoni – 1993 Lotte e vittorie sul mare e nel cielo - U. Maddalena – 1930

Pubblicato su Senza Colonne News del 4 novembre 2016


BRINDISI “filia solis” Nella parte più a nord del Salento è situata Brindisi, città antichissima crogiolo di culture e teatro di vicende entrate a buon diritto nei manuali della grande storia, città nobile e antica che secondo alcuni si dovrebbe chiamare Brunda. È noto a tutti che questo nome significa testa di cervo, non in greco o latino, ma in lingua messapica, il porto di Brindisi ha infatti la forma di una testa di cervo, le cui corna abbracciano gran parte della città. Il porto è famosissimo in tutto il mondo e da ciò nacque il proverbio che sono tre i porti sicuri della terra: Junii, Julii et Brundusii. La parte più interna del porto è cinta da torri e da una catena; quella più esterna la proteggono gli scogli da una parte e una barriera di isole dall'altra: sembra l'opera intelligente di una natura burlona, ma accorta. La costa, che dal monte Gargano fino a Otranto è quasi rettilinea ed incurvata in brevi tratti, nei pressi di Brindisi si spacca ed accoglie il mare, formando un golfo che si insinua nella terra con uno stretto delimitato, come già detto, dalle torri e dalla catena. Un tempo, questa stretta imboccatura era profondissima e poteva essere attraversata con navi di qualsiasi grandezza. Da questo stretto, il mare si riversa per un lungo tratto dentro la terraferma attraverso due fossati naturali che circonvallano la città; è sorprendente, soprattutto nel corno destro, la profondità del mare che in qualche punto, dicono, supera i venti passi. La città ha all'incirca la forma di una penisola, tra i due bracci di mare. Sul corno destro, ha una fortezza di straordinaria fattura, costruita con blocchi di pietra squadrata per volere di Federico II, e poi ha il castello Alfonsino, il Forte a mare dei brindisini. Brindisi è cresciuta sul più orientale porto d'Italia che ne ha determinato il destino. Le colonne terminali della via Appia, specchiandosi dall'alto della loro scalinata nelle acque del porto interno, vigilano su quella che la tradizione vuole come l'ultima dimora di Virgilio. E poi Brindisi cela tantissimi altri frammenti di storia, le cui testimonianze sono ancora leggibili nel tessuto urbano, attraverso itinerari che si devono percorrere per ammirare l'eleganza dei suoi numerosi palazzi, le maestose dimore dei Cavalieri Templari, la ricchezza del suo patrimonio chiesastico e da ultimo, per scoprire l'essenza autentica della città che il grande Federico II definì "filia solis", esaltando la mediterranea solarità di questo straordinario avamposto verso l'Oriente.

Profile for Gianfranco Perri

Gianfranco Perri su Senzacolonne  

Interviste ed articoli di Gianfranco Perri pubblicati sul quotidiano "Senzacolonne" di Brindisi

Gianfranco Perri su Senzacolonne  

Interviste ed articoli di Gianfranco Perri pubblicati sul quotidiano "Senzacolonne" di Brindisi

Advertisement