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PAGINE DI STORIA BRINDISINA Gianfranco Perri 2019  


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PAGINE DI STORIA BRINDISINA Gianfranco Perri 2019 3  


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PREFAZIONE

Scrivere una prefazione allo splendido libro Pagine di storia brindisina di Gianfranco Perri non è un’impresa facile, perché i criteri seguiti - come precisa l’autore stesso - sono molteplici: a quello cronologico della trama principale, incentrata sulla storia della città, si alterna quello tematico dei numerosi approfondimenti (ampiamente e variamente documentati) sul contesto storico e culturale. Questo libro, oltre a essere un’accurata ricostruzione delle vicende brindisine, utile a tutti coloro che vorranno accostarsi alla storia della città per studio o diletto, rappresenta l’ennesimo atto di amore di Gianfranco Perri per la sua Brindisi (numerose le sue precedenti pubblicazioni sull’argomento), che ha dovuto lasciare da giovane dapprima per ragioni di studio e poi per svolgere importanti attività professionali all’estero. E tale immenso amore trapela dalle pagine di accuratissime descrizioni di episodi e luoghi, arricchite sovente da riproduzioni pittoriche e fotografiche. Con questo libro Gianfranco Perri, anche se per diletto - ma non c’è nulla che si faccia meglio quando nel farlo si prova diletto - dà un importante contributo alla ricostruzione ed alla divulgazione della storia della città di Brindisi. La formazione di una storia, nota e condivisa, è uno dei principali elementi che fanno sì che un insieme di persone possa qualificarsi ed essere una comunità, e che consente ad una comunità di adottare consapevolmente, conoscendo il proprio passato, le scelte migliori per il proprio futuro. Nessuna scelta può essere adottata per il futuro se non si ha conoscenza e consapevolezza del proprio passato e della propria storia. L’autore riesce a mettere sapientemente in luce i punti di forza della nostra città, il suo bellissimo mare e la terra feconda che la circonda, l’essere Brindisi luogo di incontro tra Oriente e Occidente, il porto sicuro per ogni veliero fin dall’antichità, l’esserci oggi anche un aeroporto di rilevante importanza. Le Pagine di storia brindisina ci mostrano dunque tutte le forti potenzialità della città, esortandoci, tra le righe, a ridare a Brindisi il ruolo di primo piano a livello nazionale e internazionale che essa merita. Grazie, quindi, Gianfranco Perri. Roberto Fusco

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PAGINE DI STORIA BRINDISINA Non è questo un testo di storia, ma è solo la raccolta di alcuni episodi della storia di Brindisi, non tra di essi necessariamente collegati, qui rieditati e riordinati seguendo in principio la sequenza cronologica dei fatti illustrati. Si tratta, infatti, di vari articoli già pubblicati nel trascorso di anni recenti, alcuni sul settimanale il7 Magazine, altri online, sul blog “Via da Brindisi” del quotidiano Senza Colonne News o sulle pagine Brindisiweb.it, Fondazioneterradotranto.it, eccetera. Il distintivo, scelto per la copertina di questa raccolta, vuole essere un omaggio alla figura e alla memoria di un illustre brindisino, Don Pasquale Camassa, generoso amante, nonché prolifico divulgatore, della storia della sua città. Fu Pasquale Camassa, presbitero, bibliotecario e storico. Nacque a Brindisi il 24 dicembre del 1858 e fu tra i principali artefici della divulgazione della cultura e dell'istruzione storica alla popolazione di Brindisi. Creò, presso la propria abitazione di via Lauro 37, la "Biblioteca circolante gratuita", con una importante raccolta di circa 3.000 volumi aperta a chiunque nei giorni feriali. Fu rettore del Cimitero Comunale e fu direttore del Museo Civico, la cui sede era allora nell’antico Tempio di San Giovanni al Sepolcro. Amato dalla popolazione, “Papa Pascalinu”, come era conosciuto dai brindisini, fu promotore di innumerevoli altre iniziative culturali e nel 1921 fondò la famosa “Brigata amatori storia ed arte”, un’associazione culturale che organizzava, regolarmente i giovedì sera, presso il tempietto di San Giovanni al sepolcro, riunioni in cui Camassa era solito invitare letterati, scienziati ed artisti. Fu l’artefice della salvaguardia di alcuni monumenti cittadini, come la Fontana De Torres in piazza della Vittoria e soprattutto la Porta Mesagne, quando non solo si oppose alla demolizione ma occupò fisicamente l’antica porta, facendo dapprima interrompere i lavori e inducendo poi gli organi competenti a sospendere indefinitamente l’ordinanza di abbattimento. Tra i suoi scritti: Cenno storico di San Oronzo, protomartire salentino, Brindisi 1894 Guida di Brindisi, Brindisi 1897 e 1910 - Brindisini illustri, Brindisi 1909 - Breve cenno storico dei santi fratelli minori Cosimo e Damiano con suppliche ed inno, Brindisi 1914 - Cenno storico di San Pasquale Baylon con preghiere al medesimo, Taranto 1923 - La romanità di Brindisi attraverso la sua storia e i suoi avanzi monumentali, Brindisi 1934. Papa Pascalinu morì in ospedale a Mesagne, a 83 anni, ferito nel crollo della sua casa in Brindisi, con il bombardamento aereo della notte tra il 7 e l’8 novembre del 1941. Gianfranco Perri 7  


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PAGINE DI STORIA BRINDISINA Gianfranco Perri 

Le mappe di Brindisi: rassegna storica e curiosità

Tra Messapi e Coloni Romani i primi abitanti di Brindisi documentati dalla storia

Brindisi durante il fugace ma significativo regno italiano dei Goti

Brindisi nella guerra greco‐gotica

Brindisi bizantina nei cinquecento anni più bui della sua storia

Brindisi: da Messapica a Salentina e da Calabrese a Pugliese

Brindisi tra IX e X secolo in balia del 'tutti contro tutti'

Brindisi nel regno normanno di Sicilia del XII secolo

A Brindisi il principale traguardo terrestre della medievale “via Francigena”

“La più antica e più illustre tradizione brindisina… unica in tutto il mondo…”

Il Duca di Atene: un personaggio trecentesco temuto e odiato dai brindisini

Brindisi al tempo dello scisma d'occidente sotto i re durazzeschi

Brindisi al tempo dei re aragonesi sul trono di Napoli

Brindisi durante il regno dell’imperatore Carlo V

Brindisi vs Oria: tra le chiese brindisina e oritana 500 anni di aspri contrasti

Brindisi e Venezia: dall’XI al XVI secolo tra accordi solenni e severe dispute

1595 ‐ 1600: pagine di cronaca brindisina di fine Secolo XVI

Compie 400 anni ‘quasi al suo posto’ la fontana Pedro Aloysio De Torres

Mamma li turchi! Cronache brindisine di scorrerie, rapimenti, schiavi e…

Al centro di un conflitto: Brindisi tra il 1799 e il 1801

Francesco Gerardi: eclettico sindaco brindisino di fine ‘700

Il generale Alexandre Dumas prigioniero a Brindisi

200 anni fa quando Mesagne era più importante di Brindisi

Il canale d’ingresso al porto interno di Brindisi: Pigonati “NO” ‐ Monticelli “SI”

Lo storico e glorioso Idroscalo di Brindisi

2015: 100 anni dalla tragedia della Benedetto Brin

2016: 100 anni fa arrivarono a Brindisi i MAS

Lo sradicamento delle Sciabiche 1900‐1959

La motobarca del Casale: tra attualità e storia

Quanti Brindisini sono esistiti nel corso della storia? 2.536.733 9


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Le mappe di Brindisi: rassegna storica e curiosità Pubblicato su.Brindisiweb.it

Un’antica immagine topografica di Brindisi è stampata nel libro con cui si pubblicò la versione in lingua volgare del famoso libro di Giulio Cesare “I Commentari di C. Givlio Cesare ...con le figvre in rame de gli alloggiamenti, dé fatti d'arme, delle circonuallationi delle città & di molte altre cose notabili descritte in essi, fatte da Andrea Palladio per facilitare la cognition dell'historia a chi legge”. Gli autori: Julius Caesar; Francesco Baldelli; Andrea Palladio; Leonida Palladio; Orazio Palladio. L’editore: Appresso Pietro De' Franceschi, Venezia M.D.LXXV [1575]. I fratelli Leonida e Orazio morirono prematuramente durante la preparazione delle stampe del libro e le immagini per la stampa furono quindi completate dal padre Andrea. Quella stampa del Palladio che illustra l’assedio che Cesare impose a Pompeo in Brindisi nel 49 A.C. ai tempi del De Bello Civili, inserita nel libro edito nel 1575, può essere storicamente considerata la più antica mappa di Brindisi.

Mappa del 1575 di Andrea Palladio (180 x 136 mm)

Seguirono numerose altre versioni illustrate di quel famoso testo di Cesare, una di esse è quella in inglese curata da Martin Bladen e pubblicata a Londra da Richard Smith nel 1705: l’assedio a Pompeo è ancora illustrato da un’incisione in rame intitolata “The haven of Brindisi”. In questa stampa inglese corredata da leggenda, a differenza di quella del Palladio, la città entro le mura è chiaramente assimilata da una testa animale, forse di un cervo. 11  


The haven of Brindisi ‐ Londra 1705 (190 x 142 mm)

Prima di quella inglese, vi erano state anche altre edizioni illustrate del libro di Cesare, e tra queste, quella del Lezzi pubblicata di nuovo a Venezia dall’editore Misserini nel 1635 in cui la città, a differenza delle altre versioni, è rappresentata squadrata come un “castrum” racchiusa nelle sue mura, con le sue porte e le sue torri. E poi ci furono altre versioni ancora, anche successive a quella inglese, nelle quali si evidenziano i due bacini del porto “maior & minor" riducendo i due seni ad un fossato che circonda la città, tipo mappa di Blaeu. A rigor di cronaca, e prima di proseguire, è però doveroso citare una apparentemente ancor più antica mappa di Brindisi con il suo porto: quella che, datata intorno all’anno 1525, è attribuita al cartografo, nonché grande ammiraglio ottomano, Piri Reis, vissuto tra il 1465 ed il 1554. Una mappa questa, che presenta la città vista dal mare, e quindi con il Nord rivolto in basso. Mappa di Piris Reis – 1525

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L’ironia della sorte vuole che quella che probabilmente può essere considerata la più antica mappa ¨moderna¨ della città di Brindisi, tralasciando appunto quella del Palladio e i cinquecenteschi disegni sapientemente elaborati dal condottiero navigatore ottomano, sia venuta alla luce con un errore nientemeno che nel titolo: TARENTO.

Mappa del 1663 di Joan Blaeu (515 x 412 mm)

La mappa, orientata con il Nord verso l’alto, fu elaborata dal cartografo olandese Joan Blaeu, divenuto in seguito anche cartografo ufficiale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. In alto a sinistra è rappresentato lo stemma della città di Brindisi e a destra lo stemma della famiglia Orsini. Nel cartiglio in basso ben 57 richiami, purtroppo non leggibili a occhio nudo. Sono però chiaramente identificabili tutta una serie di importanti elementi: il castello di mare e le isole Pedagne sul porto esterno, con la catena sul canale d’entrata al porto interno. La chiesa di Santa Maria del Casale con la strada che la congiunge alla principale porta d’entrata alla cittá dalla strada da Mesagne. Poi l’altra porta di accesso dalla strada da Lecce attraverso un ponte che sorpassa il seno di levante. Quindi le mura di cinta complete dei vari torrioni distribuiti partendo dal castello di terra. Dentro le mura primeggiano le due colonne romane, di cui una già crollata, e la rete stradale è dominata dalla strada che attraversando tutta l’urbe collega Porta Mesagne con Porta Reale sulla riva del seno di levante: la Rua Magistris. 13  


La mappa, con incisione in rame e colorazione coeva, fu portata alla stampa nel 1663 con il “Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum”, un atlante in cui Joan Blaeu cambia impostazione nel concepire quello che doveva essere un atlante di città. Mentre quelli che aveva precedentemente prodotto per l’Olanda, sono una semplice serie di mappe e piante, questo per l’Italia è un atlante molto più topografico che combina mappe geografiche con bellissimi panorami prospettici mostranti città e paesaggi agresti come pure disegni architettonici e monumenti. L’attività tipografica di Blaeu cessò drammaticamente nel 1672, quando un incendio distrusse il suo stabilimento. Solo le mappe collocate in alcuni rami appartati della tipografia e alcune precedenti edizioni immagazzinate altrove, si salvarono dal fuoco e furono vendute all’asta. Pierre Mortier, libraio belga che operava in Amsterdam, comprò le matrici delle città italiane. Nel 1705 il Mortier stampó il “Nouveau Thèatre d'Italie ou description exacte de ses Villes, Portes de Mer, Palais, Eglises, Principaux Edifices & c. et avec cartes chorographiques sue les desseins de feu monsier Jean Blaeu”, aggiungendo un quarto volume relativo al Nord Italia e Toscana. Nel Volume III, la tavola 25 riproduce la mappa di Blaeu.

Mappa di Joan Blaeu ristampata nel 1705 da Pierre Mortier (496 x 410 mm) 14  


Rispetto alla carta originalmente stampata dal Bleau, vi son solo dei piccoli cambiamenti: nel cartiglio centrale oltre il titolo errato Tarento, dopo 41 anni non ancora corretto, è aggiunto il sottotitolo “Ville du Royoume de Naples situèe dans la Terre d'Otrante”; nel cartiglio in alto a destra è scomparso lo stemma della famiglia Orsini; la legenda ha sempre 57 richiami ma in basso a destra è aggiunto: “A Amsterdam par Pierre Mortier ‐avec privil‐”. L’errore nell’intitolazione é stato attribuito a quell’incendio, immaginando che il materiale salvato alle fiamme avesse subito un grande disordine (“Brindisi ignorata” di N. Vacca - 1954), ma evidentemente ciò non risponde alla realtà, visto che la prima pubblicazione già contenente l’errore fu precedente all’incendio. Sulla pagina web della biblioteca del Senato della Repubblica, cercando l’opera postuma in tre volumi dell’Abbate Giovanni Battista Pacichelli “Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci province” stampata nel 1703 a Napoli, appare una scheda bibliografica che contiene la riproduzione delle 183 stampe che corredano l’opera, e la stampa N°113 del Volume 2, si intitola BRINDESI, e riproduce un´acquaforte di autore ignoto. É interessante la didascalia del cartiglio al piede della mappa, che identifica e localizza 14 elementi: 1 Duomo. 2 S. Maria delle gratie. 3 Carmine. 4 Castello di terra. 5 Fortezza di mare. 6 Porto che si serra con catena. 7 Porta reale. 8 Porta di Mesagne. 9 L’Assunta. 10 Cappuccini. 11 S. Fran.co di Paola. 12 S. M. degli Angioli. 13 La Maddalena. 14 Le Colonne.

Stampa del 1703 di autore ignoto (168 x 122 mm) 15  


Da osservare che con il N°14 sono indicate le due colonne romane antistanti al porto, rappresentate in piedi nonostante una delle due fosse crollata nel 1528, si dice senza causa apparente: 175 anni prima della stampa. Da notare inoltre, che molte delle chiese sono rappresentate nelle loro strutture medioevali. Potrebbe pertanto dedursi che questa stampa, orientata con il Nord verso destra, sia stata verosimilmente ricavata rielaborando una qualche opera precedente, possibilmente realizzata tra gli ultimi anni del ´400 e i primi del ´500. Prescindendo da queste considerazioni, si deve comunque osservare che trattasi di una mappa decisamente meno avanzata di quella di Blaeu del 1663, precedente di ben quaranta anni, che il Pacichelli evidentemente non aveva nemmeno visto giacché in essa tra l’altro, vi é invece correttamente rappresentata una sola colonna in piedi. E si giunge così al 1739, anno al quale si fa risalire la più antica mappa topografica di Brindisi, nel senso tecnicamente effettivo del termine. Si tratta della famosa “Mappa Spagnola”, al cui piede la leggenda include la data A.D. 1739, che però sembra essere scritta con caratteri diversi dagli altri, il ché farebbe pensare ad una aggiunta, magari legata alla data dell’episodio riportato nella Cronaca dei Sindaci di Brindisi: «...al dì 12 detto (marzo 1739) arrivò il maresciallo d. Andrea de los Coves spagnuolo, con tre ingegneri, e due commissarij d’artiglieria, e due volontari, cioè un colonnello, e un tenente colonnello, e detto maresciallo era il primo ingegnere del re, e questi pigliorono la pianta del Forte, del castello di terra, e di tutta la città, con misurate tutte le strade della città, e mura...»

La mappa spagnola completa é di metri 1,25 x 2,05 e s´intitola “Plano y Mapa En que se comprende la Ciudad de Brindesi sus Castillos de mar y tierra, Puerto piccolo y Grande con porción de los contornos de su Campaña en la Provincia de Otranto “.

Porzione centrale della Mappa Spagnola di Brindisi – 1739 (dopo il restauro) 16  


Fu tracciata con una penna d’inchiostro acquarello su carta in parte filigranata, tra la fine del secolo XVII e l’inizio del XVIII, quindi tra il periodo che precedette la fine del vice regno spagnolo e quello che vide l’inizio del regno dei Borbone a Napoli. La mappa fu recuperata in estremis a Palermo da Domenico Guadalupi, già segretario del cardinale Pignatelli poi arcivescovo di Salerno; fu da lui portata a Brindisi e gelosamente custodita, prima di essere consegnata al Museo Civico in San Giovanni al Sepolcro. Prima del suo restauro (Lidiana Miotto, 1986) la mappa era incollata nel suo insieme su una tela di lino che a sua volta aderiva su un supporto ligneo con una fascia centrale di congiunzione. I vari chiodi usati, arrugginendosi, avevano compromesso il documento. Il tutto era variamente e pesantemente macchiato. Finalmente la mappa era stata alterata da lunghi strappi e fenditure, da ossidazione, muffe e ammanchi. É poi del 1800, cioè di circa sessant’anni dopo, la mappa di Brindisi che cronologicamente segue a quella spagnola. Si tratta di una mappa appartenente a un piano topografico, disegnato a colori e identificato con il nome di Città di Brindisi N°38, conservato nella biblioteca dell’Istituto Geografico Militare, con la descrizione seguente: Documento N°27 del XIX secolo. Un foglio di circa 0,42 x 0,42 metri. Rilievo a scala 1/10000 del Tenente Lepier. In effetti, si tratta del solo frammento destro di un piano geografico, orientato con il Nord verso sinistra, che riporta il rilievo topografico della costa di levante del porto (quella di ponente era nel frammento mancante del piano) e che nell’angolo inferiore destro presenta, a mo’ di dettaglio, la mappa a scala 1/5000 della città, con un indice di quattro punti (a. Castello di terra, b. La Sanità, c. La Dogana, d. Seminario -?-). Non è certo una mappa ricca di dettagli, un quadrilatero con circa 10 cm di lato, ma comunque permette di indovinare i limiti urbani e il contorno della città edificata, colorata di rosso e differenziata dai campi, colorati di verde.

Mappa a Scala 1/5000 ‐ Dettaglio del Piano del Porto rilevato da Lepier ‐ 1800 17  


E la situazione appare comunque mutata di poco, nel “Piano Generale del Porto di Brindisi” rilevato dopo pochi anni dall’incorporazione di Brindisi al Regno d’Italia, nel 1866 a scala 1/10000, e topograficamente orientato con il Nord verso l’alto: forse l’unica novità importante la costituisce la presenza della ferrovia, da Bari e dopo un giro di 90° a Lecce, con anche indicata la stazione ferroviaria che era stata appena inaugurata, il 25 maggio 1865.

Piano Generale del Porto ‐ 1866 (dettaglio)

Da osservare le tracce ben rappresentate dei vari pezzi di muraglia ancora esistenti appartenuti alle fortificazioni cinquecentesche della città e le vaste estensioni ancora disabitate, bianche nella mappa, presenti dentro il recinto di quelle fortificazioni: quella adiacente al castello di terra, che era stato adibito a bagno penale della città da Gioacchino Murat nel 1814, e tutta quella a Sud di Porta Mesagne delimitata a est dalla direttrice della strada di Porta Lecce e divisa in due dalla direttrice della strada Vialata. Anche a sudest della strada Vialata dominano gli spazi disabitati ed inoltre, un’ampia area bianca trapezoidale, Largo della Anima, è presente in prossimità dell’incrocio tra la strada Vialata e la strada di Porta Lecce. E si é così giunti ai nostri giorni: si fa per dire, visto che la prossima mappa comunale della città è quella, già tecnicamente avanzata, del piano stradale di Brindisi del 1871, successiva di soli cinque anni a quella del Piano Generale del Porto del 1866. 18  


Anche se non ci sono grandissime novità da segnalare per quel che riguarda l’impianto urbanistico generale, però la scala i dettagli e la qualità grafica di questa mappa, un elio piano manoscritto che ho voluto forzosamente orientare con il Nord verso l’alto, consentono finalmente addentrarsi nella formulazione di alcune altre interessanti osservazioni a complemento di quelle già formulate in merito alla mappa precedentemente riportata.

Pianta della Città di Brindisi ‐ Scala 1/2000 ‐ Carlo Fauch 1871

Quella che nel 1797 era già diventata la Strada Carolina e che poi nel 1882 diventerà il Corso Garibaldi, è ancora identificata erroneamente come Strada Amena, che in realtà in origine era stata la Strada della mena, dall’insalubre canale di scolo che per tantissimi anni l’aveva solcata portando al mare le acque piovane, e quant’altro via via raccolto. La Strada Amena ha un estremo in prossimità della banchina portuale, sbucando tra quelli che saranno i giardini Vittorio Emanuele II° che nella mappa sono Largo San Francesco e la Stazione marittima che nella mappa è la Sanità marittima, e giunge fino alla Piazza Mercato, indicata nella mappa dove poi ci sará Piazza Vittoria e ben separata dalla Piazza Sedile, che è sita un po’ più a Nord, dove è anche identificato l’edificio del Municipio. 19  


Superata Piazza Mercato, la Strada Amena svanisce in uno slargo molto ampio, indicato nella mappa con Largo della Anima. La traversa Nord della Strada Amena prima dei Piazza Mercato, oggi via Rubini, si chiama Strada Orologio – e si sa molto bene perché – mentre la traversa di fronte, quella Sud, conduce al Pozzo Traiano. A Sud della mappa, è indicata Porta Lecce con affianco l’imponente sagoma della Chiesa Cristo e quindi la Strada di Porta Lecce che raggiunge perpendicolarmente la Strada Lata la quale si sviluppa retta e lunga, in direzione NE puntando al mare e in direzione SO assumendo il nome di Strada Saponea e puntando verso una non ben identificata stazione. Tra la Strada Lata e la Strada Amena, è anche identificato il Largo San Dionisi, e quindi le due strade quasi parallele S. Dionisi e S. Lucia. A Ovest è indicata Porta Mesagne e affianco la Strada pel Castello orientata a Nord. Da Porta Mesagne parte la Strada Carmine che dopo Largo Angioli assume il nome di Strada Angioli, oggi via Ferrante Fornari, che raggiunge Piazza Sedile e prosegue sul lato opposto con la Strada Maestra fino al mare, dove vi giunge tra Largo San Francesco a destra e la Dogana a sinistra, non essendoci nella mappa traccia alcuna della Porta Reale, che proprio da lì aveva nei secoli precedenti costituito l’entrata in città dal mare, mentre la Porta Mesagne ne aveva costituito l’uscita verso l’entroterra. Questa fondamentale direttrice stradale, in qualche modo separa il giá descritto settore Sud della città dal settore Nord. Sul settore Nord, l’imponente castello di terra, non rappresentato nella mappa, con l’adiacente Piazza Castello, delimita la città ad Ovest, nella zona in cui è identificata la Strada S. Benedetto ed è rappresentata l’omonima caserma. Seguendo una direttrice parallela a quella della Strada Maestra, tutto il settore Nord della città è solcato, da Ovest verso Est, dalla Strada S. Barbara, ancora un errore della mappa giacché non si tratta della santa ma del cognome di Piertommaso Santabarbara, fino a Largo S°Prefettura, quindi la Strada delle Scuole Pie fino a Largo Cattedrale e finalmente la Strada Colonne. Su Largo Cattedrale, oltre alla chiesa sono identificati il Collegio, l’attuale Palazzo arcivescovile e l’Ospedale Civile. Da quel largo partono la Strada Santa Chiara e la Strada Montenegro verso Nord, e la Strada Del Duomo verso Sud. Più a Nord finalmente, partendo nuovamente dal castello di terra, c’è la Strada S. Aloy fino a Largo S. Paolo dové indicata l’imponente impronta della chiesa tutt’una con quella dell’adiacente S°Prefettura e quindi, la Strada De Leo e il Largo S. Teresa con l’impronta della chiesa. Da S. Paolo, da De Leo e da S. Teresa, si poteva scendere alle Sciabiche e quindi al mare, transitando su uno dei tre pendii dei quali il meno ripido e più esteso era quello centrale, il Pendio Marinazzo tra la Strada De Leo e la via Sciabiche. L’altro era il Fontana Salsa. E il terzo? Il lungomare centrale tra la Sanità Marittima e le Sciabiche, si chiama Strada Marina, e su quel lungomare è già chiaramente posizionato l’Albergo delle Indie Orientali, costruito nel 1870 con l’inizio delle operazioni della Valigia delle Indie. Le Sciabiche, lo storico e antichissimo quartiere marinaro, insediato ai piedi di S. Teresa, così come nelle mappe dell´800, è rappresentato sulla mappa dai lati del grande blocco triangolo compreso tra S. Teresa la Strada Montenegro e la via Forno Sciabiche, e da altri sette blocchi minori allineati di fronte al mare lungo la banchina del Seno di Ponente, compresi tra il pendio che scende da S. Paolo a ovest e la Strada S. 20  


Chiara a est. La via Forno Sciabiche sbuca a Nordest su Piazza Monticelli, e di fronte alla Strada Montenegro è indicato Largo Montenegro. Tutto quel quartiere Sciabiche fu poi cancellato dalla mappa di Brindisi in varie ondate demolitrici, dapprima i due blocchi più a Nord, quelli di fronte alle strade S. Chiara e Montenegro, nei primi del ´900 e poi il resto: nel 1934 la metà Ovest e nel 1959 la Est. Attorno al 1880, “...il crescere dei movimenti e dei traffici, l’incremento della popolazione e lo svolgersi delle aspirazioni ad un a maggiore civiltà...” indussero l’amministrazione comunale ad affidare a tre professionisti brindisini la redazione del piano regolatore della città, “...perseguendo necesarie nuove reti stradali e necessari nuovi assetti urbani, ampliando, addrizzando e riordinando le vie antiche, nonché abbattendo dannosi ingombri e sviscerando le malsane contrade secondo un moderno sistema di costruzioni...”. Il piano regolatore della città di Brindisi vide la luce nel 1883, plasmato in una serie di quattro tavole manoscritte, il cui assemblaggio ho predisposto e rappresentato come si trattasse di una mappa orientata con il Nord in alto. I colori indicano in verde le demolizioni e in rosso le nuove lottizzazioni da incorporare allo schema urbano. La rete stradale è mantenuta bianca. La Tav. I è quella del quadrilatero di sudovest: su un lato la strada Porta Lecce più la strada Conserva, sull’altro la strada Carmine, quindi la muraglia da Porta Mesagne al Bastione San Giacomo con a metà il Bastione Cappelli di fronte alla stazione ferroviaria, e sul quarto lato la muraglia dal Bastione San Giacomo a Porta Lecce. É tracciato il quadrato che sarà di piazza Cairoli e sono indicatele tracce del corso che sarà Umberto I° e del corso che sarà Garibaldi e che poi in quel tratto sarà Roma, con al suo estremo la chiesa dell’Addolorata, poi della Pietà. La Tav. II è quella del quadrilatero di nordovest: su un lato la strada Carmine, sull’altro la strada Armengol piú il pendio Fontana Salsa che scende da Largo S. Paolo fino alla spiaggia sul Seno di Ponente, quindi la riva fino al Castello di terra che funge da bagno penale, e sul quarto lato la muraglia tra il castello e Porta Mesagne. Domina l’enorme piazza Castello, adiacente al castello e ancora completamente vuota, e ci sono la chiesa di S. Benedetto e quella di S. Anna. La Tav. III è quella del quadrilatero di nordest: su un lato corso Garibaldi piazza Commestibili e corso Umberto I°, sull’altro la strada Conserva più la strada Armengol più il pendio Fontana Salsa, quindi il terzo e quarto lato lo costituiscono le banchine contigue del Seno di Ponente, da corso Garibaldi a Montenegro una, e da lí al pendio Fontana Salsa l’altra. Sono compresi in questo settore il Duomo con il Seminario, le chiese S. Teresa, S. Paolo, S. Chiara, S. Cosimo detta poi delle Scuole Pie, S. Giovanni al Sepolcro e la chiesa degli Angioli. La Tav. IV è quella del quadrilatero di sudest: su un lato i corsi Garibaldi e Umberto I°, sull’altro la strada Conserva tra corso Umberto I° e Porta Lecce, quindi il terzo e il quarto lato lo costituiscono le banchine contigue del Seno di Levante, da Porta Lecce fino allo sbocco della strada Vialata una, e da lì alla Sanità e futura Stazione Marittima, l’altra. Sono ben visibili le chiese di Cristo, S. Lucia, S. Sebastiano o Le Anime, e poi le chiese dell’Annunziata e del Monte. 21  


Piano regolatore della Città di Brindisi ‐ 1883

La mappa seguente, quella topografica di Brindisi del 1916, stampata con il Nord orientato verso l’alto, anche se non ricca di dettagli, aiuta a capire quanto del piano regolatore del 1883 fu realizzato, e quanto no. Si tratta di un piano, nuovamente appartenente alla biblioteca dell’Istituto Geografico Militare, identificato con il nome di Pianta della Città di Brindisi e corredato dalla seguente descrizione: Rappresentazione orografica planimetrica. Stampa eliografica di 0,70 x 0,54 metri. Rilievo del 1916 a scala 1/4000 del Capitano A. Urbani. Le direttrici stradali principali, con il corso Garibaldi prolungato fino alla ferrovia e il corso Umberto I° con la piazza Cairoli, sono state realizzate completamente. Oltre alla Stazione Ferroviaria principale, anche quella Marittima è completa ed ambe sono intercollegate e pienamente funzionali. L’area di piazza Castello non è più vuota, vi sono stati costruiti l’edificio dell’Ammiragliato detto anche Presidio e la caserma che sarà intitolata Ederle, in due lotti contigui separati dal prolungamento della via Rodi e delimitati a Sud dalla via 22  


Castello a Nord da quello che poi sarà viale dei Mille e ad Ovest da via Indipendenza, già completamente tracciata fino al suo altro estremo sulla fine di corso Garibaldi, non ancora Roma. A est della caserma c’é via Cittadella, che però prosegue ancora con via S. Margherita fino al Calvario dove raggiunge via Carmine. Cioè non è stato attuato, né lo sarà mai più, il piano regolatore che prevedeva l’eliminazione della via S. Margherita e il prolungamento in linea retta di via Cittadella fino a via Carmine. Né furono mai rettificate via Madonna della Neve via Santabarbara e via Tarantini, che nel piano regolatore dovevano costituire, con via Castello, una sola via retta fino alla piazza del Duomo. E neanche via S. Benedetto fu mai rettificata nel suo pezzetto finale verso via Carmine.

Pianta della Città di Brindisi ‐ Scala 1/4000 ‐ A. Urbani – 1916 (700 x 540 mm)

La piazza Sottoprefettura non fu mai ampliata e non fu mai costruita la strada retta che sulla direttrice di via Marco Pacuvio doveva giungere fino a corso Umberto I° all’altezza di via Paolo Sarpi, dopo aver incrociato via Angioli, la attuale Ferrante Fornari. In quanto alle Sciabiche, il piano regolatore del 1883 prevedeva abbattere il piccolo blocco antistante a via S. Chiara, che in effetti nella mappa del 1916 non c’è più, e anche quello adiacente molto più grande, che iniziando di fronte a via Montenegro si estendeva occultando al mare sia il largo Monticelli che via Pompeo Azzolino, questo blocco grande nella mappa del 1916 c’é ancora, comprendeva la palazzina Monticelli e fu demolito nel 1924. Come ulteriore novità per il settore Sciabiche, nella mappa del 1916 sono indicati i fabbricati a due piani costruiti negli ultimi anni dell ´800 a prolungamento delle Sciabiche verso il Castello di terra, siti su tre isolati contigui occupando una fascia compresa tra il lungomare e la strada Sdrigoli, poi via Lucio Scarano, che risalendo fino a Santa Aloy era stata aperta prolungando la famosa via Sciabiche, quella che iniziando in largo Monticelli attraversava tutto il quartiere. 23  


Meno di 10 anni più moderna che la precedente, è la bella mappa dell’importante editore Antonio Vallardi, nella quale è rappresentata la pianta di Brindisi molto dettagliata, nonostante la piccola scala di 1/15000 e quindi le piccole dimensioni della stampa. Però è migliorata decisamente la qualità tipografica: si tratta di una incisione cromo-litografica su acciaio vivacemente colorata ed ottima nella risoluzione calligrafica.

Pianta della Città di Brindisi ‐ Scala 1/15000 ‐ A. Vallardi ‐ 1924 (155 x 105 mm)

Certamente si tratta di una cartina inserita in una delle opere dell’editore milanese intitolate “Viaggi e guide turistiche per l’Italia ...contenenti la descrizione storica artistica e contemporanea con varie carte e piantine topografiche delle principali città dell’Italia della Sicilia e della Sardegna”. Anche per questo motivo la cartina è complementata da varie note, le quali sono riferite sul piano con un totale di 11 numeri. A Brindisi ci sono ancora: un bacino galleggiante di fronte allo sbocco del canale di Cillarese, la spiaggia di S. Apollinare nel porto interno, la via Sciabiche interne con la palazzina Monticelli, il teatro Verdi, le due piazze Vittoria e Sedile, il parco della Rimembranza senza il nome e con i Bastioni Carlo V, piazza d’Armi e le caserme d’artiglieria S. Benedetto e Montenegro, il corso Garibaldi ancora tutto intero, ... Poi, con la fine della Seconda guerra mondiale e con l’avvento della repubblica, arriva anche a Brindisi l’Ente Provinciale per il Turismo e il turismo di massa; e con questo, le tante mappe o cartine turistiche, pubblicate su volanti piegabili o inserite nei libri di guida per i visitanti e viaggiatori. 24  


E finalmente ecco l’era delle mappe elettroniche, del digitale online, del GPS e di Google Earth:

Brindisi su Tutto Città

Brindisi su Google Earth

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Tra Messapi e coloni Romani i primi abitanti di Brindisi che la storia ha documentato Pubblicato su il7 Magazine del 3 e del 10 agosto 2018

Pur tralasciando qui ogni possibile approfondimento relativo alla fondazione di Brindisi, è comunque oppotuno ricordare quanto meno le due classiche tradizioni leggendarie che la fanno risalire, l’una agli Etoli al seguito dell’eroe greco di Argo, Diomede figlio di Tideo, attestata da Pompeo Trogo, l’altra, attestata da Strabone, ai Cretesi partiti dalla Sicilia sotto la guida dell’eroe Iapige, figlio di Licaone e fratello di Dauno e Peucezio, o partiti da Cnosso con l’eroe ateniese Teseo, figlio di Etra ed Egeo. Due tradizioni che, va notato, pur se tra di esse chiaramente incompatibili, sono entrambe di derivazione greca, anche se sull’origine degli Iapigi-Messapi va però segnalata la recentemente più accettata tradizione che li sostiene originari dell’Illiria, sostenuta e ampiamente sopportata etnograficamente da F. RIBEZZO, 1907: «Una prova definitiva della pertinenza del messapico, genericamente al gruppo delle lingue balcaniche o slavo-baltiche e direttamente all’illirico-albanese, sarebbe la concordanza nel trattamento caratteristico delle gutturali palatali, che è la nota più differenziativa e specifica delle lingue di quel gruppo».

Lo stesso Ribezzo spiega anche il perché dell’indubbia presenza ellenistica nella civiltà messapica. Si tratterebbe, in effetti, non di ellenicità ma di ellenizzamento, conseguente a immigrazioni protostoriche in condizioni di civiltà e di cultura non molto superiori a quelle dei primitivi che vi si trovavano già stanziati e da questi assorbito e profondamente assimilato in tanti secoli di convivenza pacifica. L’idioma messapico del resto, al pari degli altri dell’Italia antica, non poté superare la concorrenza letteraria civile del greco e successivamente, e soprattutto, quella anche politica del latino che determinò, finalmente, la sua soppressione. Il caduceo bronzeo di Brindisi, al pari di vari altri reperti epigrafici anteriori alla romanizzazione, attesta quell’introduzione del greco come lingua nobile, ufficiale o interfederale. Mentre il messapico, anche in iscrizioni di carattere funerario, non giunse oltre l’ultimo secolo della Repubblica, giacché anche in esse subentrò prepotentemente il latino.

“Sallentum” F. Sammarco, 2017 ‐ “La penisola salentina nelle fonti narrative antiche” N. Valente, 2018

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Strabone, il già citato geografo-storico greco vissuto nell’era augustea, sempre a proposito di Brindisi scrisse che l’importante città messapica venne privata di gran parte del suo territorio ad opera degli Spartani che, guidati da Falanto, avevano fondato Taranto intorno all’VIII secolo a.C. e commentò come Brindisi - dal ferace territorio e dallo splendido porto - sul piano storico fosse stata un’antica città di nobilissime origini, nonché capitale regale del mondo messapico. Quindi, aggiunse, che “tutto il territorio messapico fu un tempo ricco e popoloso con 13 città, ma di quelle solo sopravvivevano Taranto e Brindisi, mentre le altre erano ridotte a cittaduzze, avendo tutte subito grandi devastazioni e sofferenze”, probabilmente - anche se lui non lo scrive - ad opera dei conquistatori Romani. In quanto al territorio messapico citato da Strabone, la tradizione ormai consolidata lo ritiene facente parte della Iapigia - pressoché l’attuale Puglia - divisa appunto in - da Nordovest a Sudest - Daunia, Peucezia e Messapia, i cui confini a nordovest erano delimitati all’incirca dall’istmo che collega Taranto a Ostuni ed il cui nome era legato a quello di Messapo, il comandante dell’esercito conquistatore della Iapigia giunto sulla costa adriatica con Iapige - o con suo padre Licaone - ed i cui abitanti [N. Valente, 2018] appartenevano a due etnie: i Salentinoi stanziati intorno all’estremo promontorio peninsulare e, stanziati sul restante territorio e quindi su Brindisi, i Kalabroí, da cui il nome di origine epicoria ‘Calabria’ con cui i Romani sostituirono quello greco di ‘Messapia’. Quella rivalità - tra la lacedemone Taranto e la messapica Brindisi - segnalata da Strabone, non cessò certo con l’insediamento spartano in Taranto, ma bensì perdurò endemicamente ed attivamente per i tanti secoli che intercorsero tra quella fondazione e la romanizzazione dell’intero territorio iapigio, e quindi messapico, avvenuta nella prima metà del III secolo a.C. Ma quella della secolare e spesso cruenta rivalità tra Taranto e Brindisi è tutta un’altra lunga storia, una storia che poi finì proprio con facilitare la conquista romana. «Nel 272 a.C. i Romani, dopo la conclusione della guerra contro Taranto e il suo all’alleato Pirro, devono affrontare il problema delle popolazioni che durante il conflitto si erano schierate con il principe epirota. D’altra parte, i Messapi, che avevano ormai manifestato chiaramente la loro ostilità verso i Romani, costituivano un pericolo costante per quelle navi romane che seguivano la rotta del canale d’Otranto tra la Grecia e il golfo di Taranto. In questo contesto cresceva inevitabilmente l’interesse di Roma verso Brindisi, il cui porto avrebbe invece reso più rapidi e sicuri i collegamenti e i traffici commerciali con la Grecia. Nel 267 a.C. pertanto, i Romani intraprendono una prima campagna militare contro i Salentini col pretesto che essi avevano aiutato Pirro, aggiudicandosi facilmente il trionfo de Sallentineis al comando dei consoli Attilio Regolo e Giulio Libone e poi, nel 266, con una seconda e definitiva campagna, i consoli Fabio Pittore e Giunio Pera trionfarono de Sallentineis Messapieisque. Successivamente, dopo pochi anni, i Romani trasformano l’ager brinisinus in ager publicus e poi, il 5 di agosto del 244 a.C., sotto il consolato di Manlio Torquato e Sempronio Bleso, vi deducono la colonia di diritto latino di Brindisi, con 6000 coloni.» [G. LAUDIZI, 1996].

I Romani [U. Laffi, 2015] distinguevano due tipi di colonie: di diritto romano e di diritto latino. Le prime, marittime e con funzione essenzialmente di difesa militare, 27  


erano piccole comunità fondate sull’ager romanus con 300 coloni i quali conservavano la cittadinanza romana, con tutti i diritti-doveri che ne derivavano. Le colonie di diritto latino come la brindisina, invece, costituivano una specie di stati sovrani per quanto riguardava i rapporti interni: avevano una cittadinanza propria, leggi proprie, magistrati, statuto, moneta, censo e milizia. Ciò che non le rendeva stati veri e propri era il fatto che le relazioni estere erano delegate a Roma, alla quale erano inoltre obbligati a fornire truppe. I coloni latini - ne venivano dedotti tra 2000 e 6000 - erano alleati privilegiati di Roma e possedevano particolari diritti, tra cui quelli al connubio e al commercio con i Romani. Quei nostri concittadini ancestrali, i coloni, si sommarono quindi a quelli autoctoni - messapi - sul finire della prima metà del III secolo a.C., quando la città fu romanizzata e divennero cittadini brindisini di diritto latino. Brindisi poté così conservare a lungo la sua pregevole autonomia, fino alla promulgazione - nel 90 a.C. della legge Iulia de civitate latinis et sociis danda, con cui Roma concesse la cittadinanza romana agli abitanti di tutte le colonie latine e a tutti gli alleati italici. Quali dunque i nomi e le specificità di quegli abitanti ancestrali di Brindisi che, circa 2250 anni fa, la storia cominciò finalmente a registrare? In realtà le fonti pervenute al riguardo, specialmente in relazione agli inizi di quel periodo storico, non sono numerosissime ed anche per questo spesso non risulta facile neanche il poter attribuire quei primi nomi a cittadini messapi o a cittadini latini. Tutto infatti fa supporre che la mescolanza e l’integrazione iniziò presto e fu presto destinata ad essere gradualmente ma inesorabilmente dominata dalla componente latina, sia sul piano culturale che su quello economico e, naturalmente, politico. D’altra parte: “… mentre si sottolinea un ruolo indigeno attivo nelle situazioni coloniali successive all’avvento romano, l’urbanizzazione preromana dell’area brindisina si caratterizzò come un complesso processo dalle forti radici indigene, con grandi cambiamenti avvenuti anche nel corso dello stesso III secolo a.C. nel ridisegno complessivo della mappa territoriale e del popolamento,” [G. CARITO, 2018].

Emblematica della segnalata integrazione è la figura del grande intellettuale Quinto Ennio da Rhudie (239-169 a.C.), zio materno del nostro celeberrimo concittadino Marco Pacuvio (220-130 a.C.). Ennio, al pari di altri personaggi brindisini dell’epoca, si dichiara essere greco tra i greci, romano tra i romani e messapico fra i suoi conterranei: di nascita apparteneva all’élite messapica, poi era greco per educazione, ma era romano per adozione e per scelta propria. M. Silvestrini nel gennaio 1996 ha presentato al IV Convegno di studi sulla Puglia romana, un lavoro intitolato “Le gentes di Brindisi romana” con allegato l’elenco delle “gentes documentate a Brundisium”. Si tratta di 218 nomi familiari ‘nomina’ provenienti dall’intero patrimonio epigrafico e documentale brindisino disponibile alla data. Nell’elenco, i nomi, che vanno dall’epoca coloniale a quella imperiale, sono ordinati alfabeticamente e sono opportunamente identificati quelli appartenenti a famiglie di rango senatorio, di rango equestre e di rango decurionale – 30 in totale – mentre i nomi da riferire alla colonia latina compaiono in corsivo e sono solamente 5: Hortensii, Pacuvii, Polfenii, Ramnii e Statorii. Di questi 5 personaggi tratterà la seconda parte di questo articolo! 28  


Ara sepolcrale messapica di una fanciulla di nome Teodoridda con dedica a Afrodite (ritrovata a Ceglie M.)

La viabilità preromana della Messapia – G. Uggeri, 1975

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Ecco quali sono i primi nomi e cognomi brindisini che la ‘storia’ ha documentato Le fonti ‘storiche’ più antiche rinvenute sugli abitanti di Brindisi fanno essenzialmente riferimento alla popolazione messapica, alla quale – a partire dalla metà del III secolo a.C. – si sommò quella romana. I Messapi, secondo le più recenti e accreditate ipotesi, erano di origine illirica e le più remote tracce della loro presenza sull’attuale territorio salentino, e quindi su quello brindisino, risalgono a ben prima della fondazione spartana di Taranto, avvenuta sul finire dell’VIII secolo a.C. “In una cornice geografica come quella salentina, probabile teatro di continui spostamenti e sovrapposizioni, è comunque improbabile che si possa supporre una purezza etnica per la stirpe messapica, mentre più logico è invece ipotizzare la presenza di immissioni e infiltrazioni etniche allogene, elleniche o persino celtiche” (M. LEONE, 1969). “L’urbanizzazione preromana dell’area brindisina si caratterizzò come un complesso processo dalle forti radici indigene, con grandi cambiamenti avvenuti anche nel corso dello stesso III secolo a.C. nel ridisegno complessivo della mappa territoriale e del popolamento… Le indagini sul campo indicherebbero che durante quel periodo la società regionale nell’area brindisina sarebbe stata caratterizzata da processi di urbanizzazione e centralizzazione, prima che – a partire dalla metà del III secolo a.C. – si verificasse la graduale inevitabile integrazione nell’orbita romana” [G. CARITO, 2018].

Nel 244 a.C. infatti, i Romani dedussero a Brundisium una colonia di diritto latino composta da seimila coloni. E nel 90 a.C., dopo la guerra sociale, con la promulgazione della legge Iulia de civitate latinis et sociis danda, Roma assegnò la cittadinanza romana agli abitanti di tutte le colonie latine e a tutti gli alleati italici. E anche Brindisi, quindi, in quell’ultimo secolo a.C. fu Municipium romano – i cittadini furono iscritti alla tribù Maecia – e con tale status entrò poi nel lungo periodo imperiale, durante il quale, già quasi del tutto romanizzata, doveva raggiungere l’apice del suo splendore. Il canonico Pasquale Camassa (1934) ci racconta che la maggior parte di quei seimila coloni romani dedotti a Brindisi provenivano dalla tribù Palatina, una delle quattro tribù urbane di Roma. Mentre A. Ferraro (2009) ci spiega che la maggior parte degli iscritti a quella tribù erano liberti e soprattutto ingenui figli di liberti, anche se numericamente consistente era il gruppo degli apparitores – funzionari ai quali era affidata l’esecuzione coattiva delle sentenze dei magistrati – con, inoltre, una buona rappresentanza di persone di rango elevato, magari discendenti di un liberto, giacché, cosa che comunque poteva accadere anche tra senatori e personaggi di nobiltà recente, diversi membri dell’ordine equestre avevano un’umile origine. Non è dato di sapere quanti fossero gli abitanti messapici di Brindisi, né la loro composizione sociale, quando giunsero i seimila coloni romani, ma è presumibile che il processo di integrazione sociale tra le due etnie non abbia tardato molto a svilupparsi. Ed è per questo che, in un contesto sociale come quello che si venne a stabilire a Brindisi in quei primi anni della colonia, risulta spesso difficile per i personaggi più antichi di cui si è trovata una qualche traccia storica, poter differenziare con precisione quelli appartenenti alla etnia messapica da quelli di provenienza romana. M. Silvestrini (1996), su un totale di 218 nomina fino ad allora individuati nel patrimonio epigrafico e documentale brindisino, ne segnala solamente cinque come sicuramente appartenenti al periodo coloniale, mentre tutti i restanti sono da 30  


attribuire al periodo municipale, maggioritariamente imperiale. Questi, in ordine alfabetico, quei cinque più antichi cognomi brindisini, storicamente documentati: Hortensii, Pacuvii, Polfenii, Ramnii e Statorii, e tra loro, in ordine di importanza e notorietà, sono invece indubbiamente primi i Pacuvii e i Ramnii, rappresentati dai famosi Marco Pacuvio e Lucio Ramnio. Poi, tra i già più numerosi nomi del periodo municipale preimperiale, vanno segnalati i due ben conosciuti Laenii, Lenio Flacco – il mecenate che accolse più volte Cicerone, nonché uomo d’affari, negotiator, anche in Bitinia – e Lenio Strabone – il ricco cavaliere, eques, inventore delle voliere che ospitò Varrone – Quindi, a seguire, i tanti Brindisini, più o meno noti, vissuti durante i secoli del periodo imperiale, tra i quali, Silvestrini risalta la presenza estremamente cospicua degli Iulii, quindi dei Claudii, eccetera. Sul nostro celeberrimo concittadino Marco Pacuvio (220-130 a.C.) la bibliografia storica e letteraria è molto ricca, e allora basti qui solo ricordare che fu poeta e scrittore – nonché pittore – e fu indubbiamente uno dei principali tragediografi latini. Ma in questo contesto va anche detto che, mentre suo padre era un nobile brindisino, sua madre era sorella del famoso Quinto Ennio di Rhudiae, uno dei padri della letteratura latina, il quale vantava orgogliosamente la sua nobile ascendenza diretta dal re Messapo e proclamava insistentemente di possedere tre cuori: uno messapico, uno greco e uno romano. Anche su Lucio Ramnio – pressoché contemporaneo di Pacuvio – ricco cavaliere brindisino con probabile ascendenza messapica e raffinato anfitrione di personalità militari romane e altri dignitari in transito a Brindisi, è disponibile una buona bibliografia e, recentemente (2018), Giacomo Carito ha pubblicato un dettagliato lavoro su questo personaggio, per certi versi un po’ enigmatico, vissuto a Brindisi nel periodo coloniale ed elevato alla notorietà storica perché protagonista della rivelazione del supposto complotto che il re macedone Perseo ordiva ai danni di Roma, in quel 172 a.C. quando Ramnio lo scoprì mentre era ospite alla corte di Perseo, che lo avrebbe invitato a partecipare attivamente in quel complotto contro Roma, dietro promessa di lauti compensi. Grazie a quella rivelazione del ‘leale’ Ramnio, Roma intraprese la terza guerra macedonica, vincendola con la battaglia di Pidna al comando del console Lucio Emilio Paolo (168 a.C.) e abolendo così la monarchia macedone. Ma Carito ci rivela che probabilmente si trattò – come si direbbe oggi – di una guerra preventiva, giacché non ci sono testimonianze realmente attendibili che Perseo stesse preparando una guerra contro Roma, mentre la propagandata denuncia di Ramnio fu eventualmente parte di un falso annalistico. E aggiunge – Carito – che la leale partecipazione dei maggiorenti brindisini alla politica romana di espansione verso Oriente può aver lasciato una forte traccia nella memoria collettiva, esaltando l’episodio – del Ramnio – reale o verosimile, in un gesto di patriottismo da tramandare nelle storie. E per concludere, cosa aggiungere a proposito dei tre meno noti antichi brindisini: Statorio Hortensio e Polfenio? È di nuovo Carito che, nel suo riferito articolo, scrive che nel santuario di Delfi un’iscrizione racconta che Gaius Statorius, brindisino figlio di Gaio, nel 191-190 a.C. era garantito da prossenia – protezione che un cittadino prominente, il prosseno, esercitava sugli appartenenti a un’altra città, tutelando gli interessi degli stranieri affidatigli, ricevendo e ospitando coloro che giungevano nella sua città con un incarico 31  


ufficiale – così come ne era garantito anche un altro brindisino, Lucius Ortensius, ricordato in altra iscrizione del 168-167 a.C. Se Delfi considerava un italico degno di prossenia, egli doveva essere ricco e influente, con buone reti di relazioni in Grecia e in Italia; un privilegio quello, che solo poche persone non greche ricevevano. Infatti, secondo le iscrizioni documentate, Delfi concesse la prossenia a pochissimi italici: un pugno di romani, un anconetano, un pugliese di Arpi e i due brindisini. Il mercante Pulfennius da Brindisi, figlio di Dazoupos, invece, lo si ritrova garantito da prossenia nel santuario di Dodona e, con un decreto del 175-170 a.C., sono concessi a lui e ai suoi discendenti vari altri diritti, incluso quello di poter acquistare terra e casa in Epiro. E conclude Carito che, eccetto Ortensio le cui origini non possono essere tracciate, gli altri parrebbero avere tutti ascendenza messapica. I nostri concittadini atavici quindi, quanto meno quelli che le fonti storiche ci hanno permesso di identificare con il loro nome, furono – i più – risultato della naturale integrazione etnica e culturale, tra le autoctone popolazioni messapiche e le sopraggiunte genti romane, conseguente a quell’incontro epocale che proprio nell’ambito urbano di Brindisi si originò intorno al suo porto, militarmente e commercialmente strategico, a partire dalla seconda metà del terzo secolo a.C., per poi via via estendersi, nel periodo municipale e soprattutto imperiale, anche all’entroterra, all’ager [C. Marangio, 1975].

Marco Pacuvio: tra gli antichi brindisini Lucio Emilio Paolo: vincitore a Pidna nel 168 a.C. ‘il nome più celebre’ (bronzo recuperato in mare a Punta del Serrone)

BIBLIOGRAFIA: F. RIBEZZO La lingua degli antichi Messapi - Napoli, 1907 G. LAUDIZI Brindisi dall’età messapica all’età romana… - 1996 N. VALENTE Quando Brindisi era in Calabria - Brindisi, 2018 M. LEONE Terra d'Otranto dalle origini alla colonizzazione romana - 1969 G. CARITO Lucio Ramnio.Un brindisino alla corte di Perseo di Macedonia - Brindisi, 2018 P. CAMASSA La romanità di Brindisi attraverso la sua storia e i suoi avanzi monumentali - 1934 M. SILVESTRINI Le gentes di Brindisi romana – 1996 C. MARANGIO La romanizzazione dell’ager Brindisinus - 1975 32  


Brindisi durante il fugace ma significativo regno italiano dei Goti Pubblicato su il7 Magazine del 23 agosto 2019

All’incirca mezzo secolo durò il regno ostrogoto in Italia: quarant’anni, dall’insediamento in Ravenna nel 493 d.C. del re Teodorico seguito alla deposizione di Odoacre – che nel 476 d.C. aveva deposto Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore d’Occidente – fino allo scoppio della guerra greco-gotica nel 535; più altri vent’anni di quella guerra, fino alla definitiva sconfitta dei Goti nel 553 con la conseguente effimera occupazione bizantina. Nonostante la breve durata di quel primo vero regno romano-barbarico d’Italia, la magna figura di Teodorico ebbe modo di incidere notevolmente sulla storia della penisola, governando durante più di trent’anni in maniera notoriamente saggia, rafforzando ed assicurando i confini del regno mediante azioni militari e diplomatiche opportunamente intessute, promuovendo una serie di interventi tesi a risollevare i territori dal degrado conseguente alla crisi economica e sociale maturata durante la tarda età imperiale, e dedicandosi diligentemente a organizzare l’amministrazione della giustizia e a rinnovare le infrastrutture e le strutture amministrative locali. Sebbene secondo i calcoli più accreditati si sia trattato complessivamente di solo poco più di centomila individui, l’impatto dell’irruzione gotica e dello stanziamento nei territori italiani, sul piano dell’ordine sociale ed economico, fu impressionante. L’insediamento causò innumerevoli invasioni delle proprietà urbane e rurali – sia attraverso forme di occupazione violenta e sia attraverso contestazioni giudiziarie – con dimensioni diverse per aree geografiche della penisola e causò numerosi conflitti, più accesi e ricorrenti tra appartenenti ai ceti sociali più elevati e possidenti e via via più fievoli al discendere nella scala sociale. Teodorico – conoscitore della cultura greco-romana grazie ai dieci anni giovanili vissuti a Costantinopoli – ben consapevole che non avrebbe potuto sostituirsi all’imperatore d’Oriente e che il suo compito primario era quello di rappresentare l’istituzione imperiale sul piano politico gestionale, maturò comunque l’idea di poter realizzare nella penisola italiana il progetto di un soggetto politico romano-germanico, vincolato all’impero ma dotato di una propria autonomia governativa e legislativa, ricorrendo a una politica di concordia e di rispetto nei confronti dell’elemento romano e della Chiesa di Roma. E così, pur conscio delle difficoltà insite nella convivenza fra popolazioni ed etnie così lontane e diverse fra loro, volle perseguire, fino a quando gli fu consentito dalle circostanze, la strada della tolleranza e della concordia radicata intorno alla pace con il popolo romano e all’amicizia con il senato, osservando al contempo rispetto verso la Chiesa e preservando l’intesa con l’impero d’Oriente. Pur mantenendo in funzione i capisaldi amministrativi romani – corrector, procurator, praefectus – Teodorico delegò il loro controllo a dignitari goti e, inoltre, introdusse la fondamentale figura del ‘comes Gothorum’ a cui affidò la direzione e il controllo del regno in tutti i campi, in primis nella giustizia e finanche nell’economia con i comiti siliquatorium – agenti doganali – nei porti. I comites rispondevano alle due esigenze primarie del regno: l’una rafforzare il potere centrale e regolare la vita degli Ostrogoti; l’altra promuovere l’integrazione fra elemento germanico ed elemento romano, rappresentando il comes un punto di incontro e di riferimento per entrambi. 33  


E per definire esattamente il campo di competenze dei comites e degli altri funzionari del regno, Teodorico emanò una copiosa serie di editti – formulae – tra cui l’importante ‘Formula comitivae Gothorum per singulas civitates’. E così, amministrò la giustizia in modo ibrido, ma efficiente ed equilibrato, avvalendosi del cospicuo corredo di leggi romane in relazione al senato e al popolo di Roma e, al contempo, mantenendo in vigore per il popolo goto le proprie leggi, tradizioni e consuetudini. Con tale spirito, le formulae distinguevano Romani e Goti di fronte al diritto, ma assicuravano a entrambi la garanzia di una giustizia equa. Teodorico inoltre, di fronte alla legge e di fronte allo stato, aggiunse ai Goti e ai Romani un terzo ordine, quello dei fedeli, dei religiosi, di tutti coloro che in qualche modo gravitavano intorno alla sfera ecclesiastica e che riconoscevano nel pontefice romano l’unica e vera guida spirituale cui fare riferimento, non solo per la soluzione di questioni legate alle materie di fede, bensì anche per dirimere controversie di altra natura. Intuì, infatti, l’inutilità di opporsi al progressivo accrescimento del potere dei vescovi, e preferì piuttosto avvalersi del loro aiuto per raggiungere più facilmente i suoi scopi, nel desiderio ultimo di mantenere, con il potere, anche la pace e la concordia all’interno del regno. Conscio inoltre che, anche nei territori fisicamente più lontani dall’influenza diretta della Chiesa romana, il popolo, sfiduciato ormai dal senato, dalle istituzioni civili, dallo stesso impero, trovava nelle istituzioni ecclesiastiche un elemento rassicurante circa il proprio destino. I vescovi delle province italiane ottennero così alcuni compiti amministrativi precisi, sia nell’ambito della vita cittadina che sul piano giurisdizionale. Ma non tutto risultò facile per Teodorico e la situazione interna rimase ben lungi da una tranquillità che potesse considerarsi duratura. Il senato di Roma era troppo soggetto alle influenze delle potenti famiglie cittadine dalle quali uscivano quasi tutti i suoi membri. E inoltre, era inevitabile il graduale delinearsi di una rivalità e di un contrasto di interessi fra l’antica aristocrazia senatoria romana e la nascente aristocrazia gota. I rapporti tra i Goti e i Romani andarono così a deteriorarsi, evidenziando sempre più la necessità da parte dei senatori di trovare appoggi in Oriente e, all’opposta parte, di riscontrare la volontà regia di impedire qualsiasi intromissione dell’impero. Così, nonostante Teodorico avesse avuto la maturità e l’intelligenza di comprendere che quanto più solidale fosse stata la sua politica, tanto più la presenza gota avrebbe potuto continuare a operare, dovette fare i conti con una realtà che andava oltre i suoi intendimenti e le sue possibilità reali di intervento. A tutto ciò si aggiunse la difficile e complessa situazione religiosa che, se al principio in qualche modo favorì Teodorico e i Goti italiani grazie al distacco tra Roma e Bisanzio, di fronte alla pacificazione tra le due Chiese – quando nel 518 giunse al suo termine lo scisma acaciano che aveva per lungo tempo contribuito a mantenere lontane le due grandi capitali dell’impero – cominciò a configurarsi quale motivo di crisi. Il contrasto si accentuò con l’editto dell’imperatore Giustino contro gli ariani. Teodorico, che era ariano, nel 525 ordinò al papa Giovanni I di recarsi a Costantinopoli per indurre Giustino a ritirare l’editto e poi, irritato per l’esito non del tutto positivo del viaggio del papa, lo fece imprigionare, in unione con alcuni altri prestigiosi d’Italia. A quel punto, l’Italia aveva ormai consolidato la sua mappa politica intorno a tre forze antitetiche: la corte gota, che mirava a conservare una propria autonomia rispetto al senato e alla forza imperiale, il senato, sempre più teso a riavvicinare 34  


all’Occidente l’impero, e ultima la Chiesa di Roma, che nella figura del suo vescovo assumeva un ruolo sempre più consistente e sempre più importante nella sua funzione di moderatrice e di mediatrice fra le due parti in lotta. E questa nuova realtà politica finì per porre Teodorico in una posizione di estrema incertezza, aggravatasi in seguito alla riapertura dei rapporti tra Bisanzio e Roma e alla nuova politica antieretica avviata da Giustino e perseguita dal successore Giustiniano. Teodorico pertanto si sentì minacciato vedendo svanire i suoi progetti di una politica, se non antimperiale, tutta italo-germanica e, pur consapevole dello stato di subordinazione in cui si trovava nei confronti dell’autorità dell’imperatore bizantino, finì per vedere quest’ultimo come un avversario, contro cui però volle sempre evitare una guerra, sapendo che avrebbe condotto alla fine del suo governo. Le sue volontà e le sue speranze però, si infransero contro le vicissitudini e la politica dei suoi successori – Amalasunta, sua figlia reggente del figlio Atalarico e Teodato, cugino marito e omicida di lei, e gli altri tre, Vitige, Totila e Teja – i quali condussero non solo alla vanificazione del progetto teodoriciano, ma anche al totale dissolvimento della presenza ostrogota nella penisola, seguito alla ventennale guerra greco-gotica. La storia di Teodorico e dell’età gotica italiana è quindi un intreccio tra la costruzione di un disegno politico e l’impossibilità di una sua traduzione in azione concreta e duratura. Forse i Goti non ebbero tempo sufficiente per portare avanti con successo e concretezza politica un programma per sé troppo ambizioso e, probabilmente, quanto meno nella figura del loro re Teodorico, si posizionarono un po' troppo in avanti per i loro tempi. In ogni modo, certo è che quei pochi – quaranta – anni di sostanzialmente buon regno gotico, dovevano di lì a poco essere, in buona parte dei territori italiani, amaramente rimpianti: nei vent’anni della sanguinosa guerra greco-gotica, negli anni dell’esosa amministrazione bizantina, in quelli della conquista longobarda, in quelli delle devastazioni saracene, eccetera. Infatti, ad esempio, nella regio romana di Apulia et Calabria – dove non risulta si fosse stanziato un numero apprezzabile di Goti – alla quale apparteneva l’allora calabra Brindisi, durante gli anni del regno gotico e fino allo scoppio della guerra greco-gotica, era perdurato lo stato di relativa prosperità economica, già avviato al principio del V secolo con il processo di trasformazione agraria che aveva visto anche l’impianto di estesi oliveti e il richiamo di ingenti masse lavoratrici. L’epistolario di Cassiodoro, prestigioso ministro romano di Teodorico e storico dei Goti, presenta la Puglia come grande produttrice di frumento e commenta che a quel tempo, i Calabri – cioè i Salentini – erano considerati ‘peculosi’. Mentre un altro storico dei Goti, Giordane, dà notizia di trasporti di grano salentino effettuati per via mare attraverso il porto di Brindisi, non solo verso le altre regioni d’Italia ma anche verso lontani mercati esteri, a cui partecipavano anche commercianti veneziani. «In Brindisi, il commercio e l’agricoltura furono allora favoriti, perché le terre adiacenti alla città, ricche di humus e d’acqua anche quando vi era siccità, fornivano ottimi raccolti. La città era anche fornita di magazzini per il grano e per gli altri prodotti agricoli che i commercianti provvedevano a esportare con navi proprie dal porto di Brindisi. Ricchi allevamenti intorno a Brindisi furono documentati da Procopio, il quale riferisce che in piena guerra i Goti tenevano al pascolo presso la città una mandria di cavalli.» [G. CARITO]

Infine, anche altre evidenze – come le stesse disposizioni particolari, contenute nella famosa Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii di Giustiniano seguita alla 35  


conquista bizantina, tendenti al recupero dei negotiatores Calabriae et Apuliae – indicano la preesistenza di una classe fiorente numerosa e ben organizzata di commercianti dediti al traffico delle derrate alimentari di produzione locale. Ma dopo quella lunghissima guerra, anche per Brindisi ‘effettivo’ spartiacque tra tardoantico e medioevo, «…a partire dalla seconda metà del VI secolo tutto il sistema economico salentino subì un forte processo involutivo: Bisanzio considerò il Salento come un mercato cui esportare i suoi prodotti e non si preoccupò di favorire l’attività produttiva locale. Brindisi divenne così un semplice porto di frontiera, ormai quasi completamente fuori dagli itinerari commerciali che contavano. Lo spopolamento delle campagne, le inumane condizioni di vita dei contadini e il rapace fiscalismo bizantino, furono le cause della depressione che, iniziatasi in quel periodo, sarà costante per Brindisi durante secoli, fino alla fine del primo millennio.» [G. CARITO]

Se l’imperatore Giustiniano non avesse deciso di portare caparbiamente in Italia quella rovinosa guerra dalla quale ottenne null’altro che una costosissima quanto pirrica vittoria, forse, l’utopico progetto teodoriciano avrebbe potuto avere tutt’altro esito e la storia d’Italia tutt’altro futuro. _________________________ G. CARITO Lo stato politico economico di Brindisi dagli Inizi del IV Secolo all'anno 670 in Brundisii Res - 1976

Teodorico ‐ nel 'Gesta Theodorici Regis', 1177 Mausoleo di Teodorico ‐ Pietra d’Istria, 520 – Ravenna

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Brindisi nella Guerra Greco‐Gotica

Pubblicato dalla Fondazione Terra d’Otranto il 16 e 17 giugno 2019

La storiografia classica colloca convenzionalmente il passaggio dal Tardoantico al Medioevo in coincidenza con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, a sua volta associata alla deposizione dell’ultimo imperatore, Romulo Augustulo, per mano del generale romano di origini unne Odoacre, nel 476 dC., estromesso dopo tredici anni dal goto Teodorico e da questi ucciso nel 493. Da qualche tempo però, gli storici hanno messo in discussione tale convenzione, osservando che più significativo che l’individuazione di una data precisa in cui collocare il trapasso, sia l’individuare la fine della persistenza dell’antico, cosa che si traduce inevitabilmente in accettare una transizione più o meno lenta e solo eventualmente più o meno legata a un qualche specifico accadimento, in sostituire quindi a una data un periodo e infine, in considerare un passaggio non unico ma diverso da luogo o regione a regione. In questo ordine di idee, per Brindisi e per la sua regione salentina, probabilmente lo spartiacque tra il Tardo Antico e l’Alto Medio, potrebbe averlo costituito la ventennale guerra greco-gotica iniziata nel 535, una sessantina d’anni dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente. Infatti, anche se le fonti sul corso della guerra intorno a Brindisi non sono molto prodighe di notizie che sono comunque sufficienti a poter determinare la ‘non occorrenza’ di un evento dalla portata emblematica di un cataclisma epocale, è indubbio che l’avvento del dominio bizantino conseguente al risultato di quella lunga guerra – che vide finalmente sconfitti i Goti – costituì certamente un cambio profondo e una interruzione drastica per un sistema socioeconomico e politico che, se pur in graduale e oscillante evoluzione, con i Goti si era mantenuto in sostanziale continuità con il trascorso Basso Impero. Le Variae di Caissiodoro Flavius Magnus Aurelius (~486-560) costituiscono la fonte più diretta circa il cinquantennale periodo del dominio gotico in Italia, con il re Teodorico, Amalasunta sua figlia reggente di suo figlio Atalarico, e il re Teodato cugino marito e omicida di lei. Mentre numerosi ed interessanti dettagli sono riportati nello “Stato politico economico di Brindisi dagli Inizi del IV Secolo all'anno 670” di Giacomo Carito in Brundisii Res, 1976 e “Sulle Condizioni Economiche della Puglia dal IV al VII Secolo dC” di Francesco M. De Robertis, 1951 in Archivio Storico Pugliese. Fonte principale della guerra gotica è, invece, il De bello Gothico di Procopio di Cesarea (~495-565), storico greco, segretario e consigliere al seguito del comandante bizantino Flavio Belisario, in parte – fino al 540 – testimone diretto e privilegiato degli eventi che si susseguirono in Italia fin dallo sbarco in Sicilia degli eserciti bizantini inviati dall’imperatore Giustiniano – l’ultimo imperatore con origini romane – completato dagli scritti di Agazia di Mirina (~536-582), un altro storico bizantino considerato il continuatore di Procopio, che iniziò la sua narrazione della guerra dal punto – circa il 550 – in cui l’interruppe Procopio, descrivendone di fatto le fasi finali con le campagne di Narsete, il generale bizantino eunuco e grande stratega, che rilevò Belisario dal comando fino a culminare vittoriosamente la guerra. ******** La lunga guerra si sviluppò in due fasi ben separate tra di esse. La prima vide una relativamente rapida vittoria dei Bizantini di Belisario che, sbarcato nel luglio del 535 in Sicilia e conquistatala, nel 536, varcò lo stretto e lungo la Calabria si diresse a Napoli 37  


che, assediata e conquistata in soli venti giorni, fu sacchegiata indiscriminatamente. In seguito, lo sconfitto re goto Teodato venne sacrificato dai suoi ed al suo posto fu eletto Vitige, il quale dalla capitale del regno, Ravenna, si dispose a organizzare la reazione gotica, mentre Roma senza resistere si arrendeva a Belisario il 10 dicembre del 536. Quindi, Vitige tentò la riconquista di Roma assediandola con un numeroso esercito, ma vanamente e dopo un anno ripiegò nuovamente su Ravenna. Poi, trascorso qualche altro anno di alterne vicende belliche – che nel 537 videro lo sbarco a Otranto di un contingente fresco di mille soldati e ottocento cavalieri comandati dal generale bizantino Giovanni – fu Belisario a porre l’assedio a Ravenna, che resistette a lungo finchè un vorace icendio, probabilmente doloso, distrusse tutte le scorte di grano. Vitige allora, nella primavera del 540, decise di capitolare e, al seguito di Belisario, fu portato come trofeo a Costantinopoli, dove poi rimase in esilio dorato. La prima fase della guerra, conclusasi a favore dei Greci, aveva avuto come teatro delle operazioni essenzialmente Roma e le regioni del centro e del nord’Italia e i Goti, in seguito alla capitolazione di Vitige, nel settembre-ottobre del 541 elessero re Baduila, detto Totila che vuol dire “immortale”, dopo il breve regno di Ildibald, uno zio di Baduila che presto era rimasto ucciso e dopo Erarico, eletto re ma poi contrastato ed ucciso dopo soli cinque mesi di regno. «Il ritorno di Belisario a Costantinpoli aveva lasciato l’Italia in mano ai comandanti

militari [capeggiati da un debole Costanziano], inesperti di amministrazione, e agli esattori delle tasse, espertissimi ed inesorabili nello spremere denaro anche là dove l’indigenza e la miseria rendevano precaria la stessa vita quotidiana. Le popolazioni esasperate cominciavano già a rimpiangere il governo del Goti.» [O. GIORDANO1] Totila – che da subito applicò una politica intelligente, seguendo l’esempio del suo antecessore Teodorico e facendo il contrario dei Bizantini, gravando i grandi proprietari e favorendo contadini e coloni – organizzata la riscossa, con anche il favore delle popolazioni, procedette a riconquistare gradualmente i territori controllati dai Bizantini e a rioccupare le regioni più meridionali del regno, che non avendo subito le devastazioni della guerra costituivano territori ottimi per i rifornimenti di vettovaglie. «E poiché niun nemico veniagli contro, sempre mandando attorno piccoli drappelli di truppe, [Totila] operò fatti di gran rilievo. Sottomise l’Abbruzzo e la Lucania e s’impossessò delle Puglie e della Calabria, e i pubblici tributi egli riscosse, e i frutti degli averi si appropriò in luogo dei possessori dei terreni, e di ogni altra cosa dispose come signore d’Italia.» [PROCOPIO2]

Era così iniziata la seconda fase della guerra, fase questa che coinvolse da vicino anche la Puglia, il Salento – cioè l’antica Calabria – e quindi Brindisi. Presa Napoli, nell’aprile del 543, Totila si diresse ad assediare Roma e al contempo inviò una parte dell’esercito verso Sud, su Otranto, sapendo che quella città con Brindisi e Taranto costituiva un triangolo chiaramente strategico per la logistica bizantina, che da quei tre porti dipendeva primordialmente per mantenere attivi e agili gli indispensabili collegamenti militari e mercantili con la capitale e con il resto dell’impero. A quel punto, Giustiniano, preoccupato per il precipitare degli eventi, nell’estate del 544 riaffidò il comando in Italia a Belisario, che nel 545 inviò Valentino a Otranto evitandone in tempo la resa, e i Goti abbandonarono l’assedio. Però vi ritornarono, e nel 547 fu lo stesso Belisario che dirottato con la sua flotta su Otranto, li mise in fuga. 38   


«Saputo dell’arrivo di Belisario, i Goti che stavano ad assediare quel castello, tolto subito l’assedio, recaronsi a Brindisi che dista da Otranto due giorni di cammino, ed è situata sulla riva del golfo e sprovvista di mura.» [PROCOPIO2] «Procopio afferma che la città era priva di mura, ma non specifica se le stesse erano state demolite o abbattute per sguarnirla della sua fortificazione o per conquistarla in fase di guerra. Nella circostanza appare probabile che le mura fossero ormai vecchie e cadenti, dato che l’esame della superstite muraglia romana, o meglio terrapieno, che è sul seno di Ponente del porto, nei pressi di corte Capozziello, di fronte a quello che doveva essere l’approdo del porto, dimostra che i Romani si limitarono ad accomodare le preesistenti mura messapiche non costruendone di nuove, almeno da quel lato. Inoltre, non risultano esserci stati assedi o scontri armati dal tempo di Antonio e Ottaviano fino alla guerra gotica. È probabile quindi, che nei cinque secoli intercorsi tra i due eventi, le mura siano state superate dallo sviluppo urbanistico, o che fossero in rovina durante la guerra per essere ormai vecchie.» [G. CARITO3]

Salpando da Otranto, Belisario si diresse con un ridotto esercito alla volta di Roma assediata dai Goti, mentre Giovanni, l’altro generale bizantino, preferendo spostarsi verso Roma per via terrestre, si attardò con i suoi soldati in Calabria e riuscì a sorprendere i Goti che custodivano Brindisi, attaccandoli di sorpresa grazie alla cattura e al tradimento di uno di loro e obbligandoli a fuggire dalla città. «A Giovanni, che l’interrogava in che modo lasciandolo vivo potrebbe giovare ai Romani ed a lui, questi rispose che lo avrebbe fatto piombar sui Goti mentre men se l’aspettavano. Giovanni disse che quanto chiedeva non gli sarebbe negato, ma che prima ei doveva mostrargli i pascoli dei cavalli [dei Goti che custodivano Brindisi]; ed avendo anche in ciò acconsentito il barbaro, andò egli con lui, e dapprima trovati i cavalli de' nemici che pascolavano, saltaron su di essi tutti quelli di loro che trovavansi a piedi, ed erano molti e valorosi, quindi di galoppo corsero contro il campo nemico. I barbari, trovandosi senz’armi, del tutto impreparati e stupefatti pel subitaneo attacco, senza dar niuna prova di coraggio, furono in gran parte uccisi e alcuni pochi scampati recaronsi presso Totila. Giovanni con esortazioni e blandizie cercò di rendere tutti i Calabri bene affetti all'imperatore, promettendo loro grandi beni per parte dell’imperatore stesso e dell’esercito romano. Sollecitamente poi partitosi da Brindisi occupò la città chiamata Canosa, che trovasi nel centro delle Puglie e dista da Brindisi cinque giorni di cammino per chi vada verso l’occaso e verso Roma.» [PROCOPIO2]

Belisario non riuscì a liberare Roma dall’assedio di Totila e questi il 17 dicembre del 546 – corrotte le sentinelle della Porta Asinaria – penetrò in città mentre i Greci già stremati dall’assedio, imprendevano una disordinata fuga. Quindi, lasciato in Roma un limitato contingente di forze, Totila si diresse verso Sud per affrontare le forze del generale Giovanni. Questi, saputolo, pensò bene di non affrontarlo e, rinunciando di fatto a raggiungere Roma per dare manforte a Belisario, preferì tornare a rifugiarsi a Otranto. E così tutto il paese al di qua del golfo, ad eccezione di Otranto, tornò nuovamente sotto i Goti di Totila. Nella primavera del 547, sorpresivamente Belisario riprese Roma, che era rimasta sguarnita di truppe gotiche e, per poter proseguire la guerra, richiese insistentemente nuovi rinforzi a Costantinopoli, da cui finalmente partirono alcuni contingenti alla volta dell’Italia, seguendo la rotta più breve che portava direttamente a Otranto. Un primo rinforzo, che giunse costituito da trecento Eruli comandati da Vero, appena sbarcato si diresse su Brindisi, accampandosi nelle vicinanze della città. 39  


«Vero doveva essere un poco di buono; Procopio dice che oltre a non essere una persona seria, era anche un formidabile beone: il vino lo rendeva temerario fino all’inverosimile e quando Totila lo attaccò, massacrò molti dei suoi soldati e lui si salvò in estremis solo grazie all’arrivo di una flotta imperiale, forte di ottocento uomini comandati dall’armeno Varazze, diretta a Taranto [per unirsi alle forze di Giovanni].» [O. GIORDANO1]

Il Salento, per la sua strategica posizione, in quel frangente della guerra si trovò di fatto al centro del conflitto e Totila impegnò le sue forze a prendere Taranto – che nel mentre era stata fortificata da Giovanni – per poter meglio ostruire la via ai rinforzi imperiali richiesti da Belisario che li aspettava asserragliato dentro Roma. Dopo aver conquistato Taranto, infatti, Totila tentò di riprendersi Roma, ma non ebbe successo giacchè Belisario riuscì a respingere i suoi tre attacchi. Seguirono due anni in sostanziale situazione di stasi, finchè, nell'autunno del 549 Totila pose nuovamente l’assedio a Roma. Si trattò anche questa volta di un lungo assedio, nel mezzo del quale Belisario vanamente tentò di farsi mandare rinforzi dall’imperatore Giustiniano, inviando persino la propria moglie a Costantinopoli a perorare le sue richieste, ma questa solo ottenne che il marito potesse ritornare a casa. Poi, nuovamente, gli Isaurici tradirono aprendo la Porta di San Paolo al nemico e Totila entrò di nuovo a Roma, dove, con il senato già trasferito quasi al completo a Costantinopoli, restavano ormai solo pochi sopravvissuti dei duecentomila cittadini che vi abitavano prima della guerra. E con Roma, i Goti di Totila consolidarono il loro dominio su gran parte dei territori italiani, con la sola eccezione di alcune poche città, tra cui Otranto. Nel 552, Giustiniano – spinto anche dal papa Vigilio dai senatori e dagli altri esuli italiani con lui rifugiatisi a Costantinopoli – decise di ravvivare la guerra e ne affidò il comando a Narsete, comes sacri erari, ministro del tesoro e prepositus sacri cubiculi, gran ciambellano di corte, eunuco armeno, ultrasettantenne, grande organizzatore e grande politico, il quale si rivelò essere anche uno straordinario e vincente stratega militare. Narsete, con un nutrito ed eterogeneo esercito entrò in Italia dal Veneto, spostando così nuovamente il teatro delle operazioni della guerra nelle regioni centrosettentrionali e, muovendosi verso Sud lungo la costa, raggiunse rapidamente Ravenna, evitando le forze del giovane comandante goto Teia, che si erano appostate a Verona per inteccertarlo. Totila quindi abbandonò Roma, ma raggiunto, fu sconfitto nella ‘battaglia dei giganti’ a Tagina, tra Gubbio e Gualdo Tadino, dove cadde ucciso alla fine di giugno 552, dopo aver regnato per undici anni. Nel 553 Narsete con i suoi soldati entrò a Roma accolto come un eroe. Poi, anche Teia, il giovane successore di Totila, proclamato a Pavia ultimo re dei Goti, che si era diretto a Sud, fu intercettato assediato e sconfitto, e dopo aver combattuto strenuamente fu ucciso tra i monti Lattari, presso il Vesuvio nel marzo del 553, mentre il resto dei caposaldi gotici rimasti nel Meridione, si arresero in rapida successione alle truppe imperiali. La guerra greco-gotica era, in principio, finita e gli imperiali bizantini di Giustiniano avevano sconfitto i Goti, il cui regno d’Italia era stato definitivamente cancellato. Restavano comunque alcune sacche di resistenza e di rivendicazione gotica, una delle quali, presso i confini nordici dei territori veneti, faceva in qualche modo riferimento al regno di Teodebaldo, re dei Franchi d’Austrasia, presso il quale chiesero aiuto i Goti d’oltre Po, mostrandosi disposti a compensarlo lautamente. Teobaldo, in posizione di formale neutralità rifiutò, ma favorì l’entrata in campo di due Alemanni Suavi, fratelli e condottieri inescrupolosi, Leutari e Boccellino, disposti a fornire “a titolo personale” 40  


l’aiuto militare richiesto. I due Alemanni predisposero con la massima celerità una spedizione militare, che nella primavera del 553 attraversò le Alpi, entrò in Italia e si diresse rapidamente verso il fiume Po. «All’ingresso dei due duchi in Italia, l’assetto della penisola era parecchio instabile: alcune città o fortezze erano tenute da Goti passati all’ossequio dell’Impero, altre da Goti indipendentisti, certe altre erano ancora sotto attacco o assedio romaico. Alle prime favorevoli manovre dell’esercito franco-alamanno, qualche roccaforte ostrogota della Tuscia che si era già arresa insorse col proposito di riunirsi ai connazionali transpadani e alle forze d’invasione.» [G. ARNOSTI4] «L’attacco franco-alemanno si rivelò da subito potenzialmente assai insidioso, anche perché molti Goti sbandati della Liguria e dell’Emilia vi si unirono: da Parma la spedizione toccò l’Etruria e nella primavera del 554 si spinse verso Roma, oltrepassata la quale e giunti nel Sannio, gli invasori si divisero in due colonne d’attacco, ciascuna capitanata da uno dei fratelli: Buccelino guidò una lunga scorreria lungo la Campania, la Lucania e il Bruzzio, fino allo stretto di Messina.» [M. GUSSO5] «Leutari, con l'altra schiera infestava l'Apulia e le terre Calabre; e dopo che [essendo di certo passato anche da Brindisi] giunse a Otranto, che è proprio al confine del mare di Adria e dello Ionio, tutti quelli che c’erano della stirpe dei Franchi, con grande religiosità e riverenza risparmiavano gli edifici sacri per ubbidire alle giuste e rette volontà divine; anche perché, come dissi altrove - scrive Agazia - essi avevano sulla fede le stesse convinzioni religiose dei Romani.» [G. ARNOSTI4] «La colonna di Leutari, che aveva intrapreso l’itinerario costiero adriatico, [sulla via del ritorno in piena estate del 554] si scontrò duramente con la piccola ma ben guidata guarnigione bizantina di Pesaro, perdendo in quella circostanza buona parte di quel bottino che cercava di mettere in salvo in territorio sotto controllo Franco e, attraversato in qualche modo il Po, si diresse in cerca di rifugio nella Venetia, accampando nel castrum di Ceneda, dove fu colta da una mortale epidemia in seguito alla quale morì lo stesso Leutari... Narsete, intercettato e inseguito Buccelino, [in autunno] ne aveva rovinosamente sconfitte le schiere nei pressi del Volturno, dove cadde ucciso in combattimento lo stesso Buccellino.» [M. GUSSO5]

******** Anche se la lunga ed articolata guerra greco-gotica coinvolse tutta l’Italia, dal Veneto alla Sicilia, e danneggiò seriamente la maggior parte della penisola, lo fece comunque con intensità e modalità diverse a seconda delle aree che interessò nei differenti momenti del suo percorso, non dovendosi pertanto necessariamente accettare del tutto la pur stereotipata lettura di un’Italia uscita completamente distrutta dal conflitto, con le campagne devastate e le città rase al suolo, la popolazione immiserita e deportata, quando non uccisa o decimata dalle epidemie. Brindisi, nel lungo De bello Ghotico di Procopio di Cesarea completato da Agazia di Mirina, è citata pochissime volte, meno che le dita di una sola mano e ciò, in tale circostanza, potrebbe forse assumere un significato positivo, nella misura in cui “a meno fatti di guerra da raccontare, meno morti e meno distruzioni da contabilizzare”. «Durante il ventennale conflitto greco-gotico, Brindisi fu occupata in varie occasioni dai contendenti, ma i fatti si svolsero senza colpo ferire… Sembra che durante il conflitto fra Goti e Bizantini, i Brindisini, per proteggere i loro interessi economici, abbiano seguito una politica ambigua parteggiando, di volta in volta, per l’occupante di turno, consentendo alla città di uscire dalla guerra col minimo dei danni... Si sa che i danni più considerevoli la guerra li arrecò con la devastazione delle campagne, battute dagli opposti eserciti. Tale 41  


devastazione dovette provocare, di riflesso, squilibrio nell’economia brindisina che contava molto, allora, sull’esportazione dei prodotti agricoli.» [G. CARITO3]

In effetti, dall’analisi delle fonti pervenute, sembrerebbe che le azioni di guerra abbiano interessato più direttamente da vicino il territorio del brindisino e meno la propria città e, comunque, di fatto solo durante la seconda fase della guerra, quella corrispondente al regno goto di Totila e del suo effimero successore Teia, a partire dal ritorno in Italia di Belisario nell’estate del 544, e quindi per circa un decennio. «Possiamo chiederci quale fosse l’atteggiamento delle popolazioni meridionali: sappiamo che durante la campagna di Belisario – prima fase della gerra – Bruzi e Calabri in particolare, non avendo truppe gotiche nel loro paese, volentieri patteggiavano per il generale bizantino. Ma – nella seconda fase della guerra – con la situazione militare cambiata, forse, è legittimo pensare che anche l’atteggiamento di quelle popolazioni cambiasse e si volgesse a favore dei Goti… In conclusione, gli atteggiamenti delle popolazioni furono determinati di volta in volta dal variare delle circostanze e a seconda dell’opportuntà del momento.» [O. GIORDANO1]

Se dunque la causa dell’indubbio profondo e prolungato decadimento che soffrì Brindisi nei secoli che seguirono a quell’evento bellico [G. PERRI6] non fu tutta semplice e diretta conseguenza della guerra, e se inoltre – come è ben documentato anche da Cassiodoro – quel decadimento non si era manifestato prima dell’evento e forse – como farebbe presumerlo la Pragmatica Sanctio emanata da Giustiniano alla fine della guerra – neanche immediatamente dopo, allora cosa realmente lo determinò? Quale ne fu la reale causa? Molto probabilmente, la spiegazione è da ricercare direttamente nel cambiamento indotto dal risultato della guerra, determinato cioè dalla sconfitta dei Goti e dalla vittoria dei Greci, in definitiva, dalla nuova conduzione politica e amministrativa: quella bizantina dei vincitori, i Greci, nuovi dominatori della regione. «Vi contribuirono l’errata politica economica dei successori di Giustiniano, il precario stato di sicurezza delle vie di comunicazione terrestri ed infine una serie di catastrofi naturali… Lo spopolanento delle campagne, le inumane condizioni di vita dei contadini ed il fiscalismo eccessivo furono le cause della depressione che, iniziatasi in questo periodo, sarà costante per Brindisi fino alla fine del primo millennio… Con il declassamento del porto di Brindisi e la rivalutazione di quello otrantino, Brindisi perse il ruolo che aveva esercitato nella regione sin dall’età messapica… E sotto Costante II, la pressione fiscale esercitata dai Bizantini divenne insostenibile...» [G. CARITO3]

BIBLIOGRAFIA: 1 O. GIORDANO La Guerra Greco‐Gotica nel Salento

in Brundisii Res - 1974 PROCOPIO DI CESAREA La guerra Gotica. Testo greco emendato sui manscritti con traduzione italiana a cura di DOMENICO COMPARETTI - 1895 3 G. CARITO Lo stato politico economico di Brindisi dagli Inizi del IV Secolo all'anno 670 in Brundisii Res - 1976 4 G. ARNOSTI Goti e Franchi Merovingi Nella Venetia aa. 450‐565 - 2015 5 M. GUSSO Franchi Austrasiani nella Venetia del VI Secolo dC - 2002 6 G. PERRI Brindisi bizantina nei cinquecento anni più bui della sua storia - brindisiweb.it 2

http://www.brindisiweb.it/storia/brindisi_bizantina.asp 42   


Brindisi bizantina nei cinquecento anni più bui della sua storia con un’appendice sul monachesimo orientale in Puglia e in Brindisi Pubblicato su.Brindisiweb.it Per Brindisi, quel mezzo millennio di storia coincidente grosso modo con la seconda metà del primo millennio – compreso, o ancor meglio detto schiacciato, tra l'ingombrante quanto meritata fama dell’urbe e la celebrità del suo porto negli anni della classicità di Roma repubblicana e imperiale da una parte, e la leggendaria e romantica epopea medievale delle crociate dei re normanni svevi e angioini dall’altra – è poco raccontato dai libri e dalle riviste di storia ed è, di conseguenza, generalmente poco conosciuto e per nulla celebrato dalla tradizione popolare e dalla stessa cultura storica formale della città, rimanendo relegato nei confini e nei limiti degli addetti ai lavori e dei circoli degli studiosi ed appassionati della storia cittadina. Eppure, si tratta di un periodo molto esteso, più di cinquecento anni, praticamente un quinto della plurimillenaria storia di Brindisi. Un lungo periodo storico che per la maggior parte del tempo fu segnato dal dominio, anche se spesso solo nominale, bizantino, ossia dei romaioi greci dell'impero romano d'oriente che con la sua capitale Costantinopoli sopravvisse mille anni all'impero romano d'occidente, dal quale aveva preso origine con la divisione che nel 395 d.C. ne fece l’imperatore Teodosio tra i suoi due figli: il maggiore Arcadio, primo imperatore romano d’oriente e il minore Onorio, primo imperatore romano del solo occidente. Si tratta dei cinque secoli di storia di Brindisi che, dopo la caduta nel 476 d.C. dell'impero romano d'occidente, vanno dalla cruenta conquista della penisola italiana ottenuta dall’imperatore d’Oriente Giustiniano con la ventennale guerra greco gotica conclusa nel 553, fino al crollo del dominio greco bizantino nel meridione d'Italia, conseguente alla conquista normanna - quella della città di Brindisi avvenne nel 1071 - e alla fondazione del Regno di Sicilia, ufficialmente nato a Palermo nel 1131. Si tratta di più di cinquecento anni di storia che, anche se per Brindisi furono decisamente tenebrosi perché caratterizzati da una profonda decadenza e da un buio quasi assoluto, hanno comunque marcato fortemente il carattere della città e dei suoi abitanti ed hanno inciso in maniera determinante sulla loro successiva evoluzione fino a inevitabilmente riflettersi anche nella cultura e idiosincrasia di noi brindisini del terzo millennio. Ed è per ciò che considero possa essere utile ed importante, e spero anche apprezzato, questo contributo alla divulgazione di un capitolo della storia di Brindisi poco celebrato, ma comunque fondamentale ed estremamente interessante. 43  


Brindisi bizantina nei cinquecento anni più bui della sua storia

Dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, dalla storia formalmente ascritta all’anno 476 d.C. con la cacciata dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo ad opera del generale Odoacre, la successiva dominazione gotica sull’Italia, iniziata nel 493 con il re Teodorico sotto gli auspici dell’imperatore d’oriente Zenone, culminò con il ventennale conflitto greco-gotico che nel 553 vide vincitori i Bizantini dell’imperatore Giustiniano il quale, aspirando a integrare l’Italia all’impero romano d’oriente, istaurò con quella lunga guerra il dominio bizantino su tutta la penisola. Ma la storia italiana, quasi d’immediato, ebbe a registrare un nuovo incisivo scossone. Dopo solo pochi -15- anni infatti, nel 568, provenienti dal nordest ed entrati in Italia attraverso il Friuli, in poco tempo i Longobardi strapparono ai Bizantini una gran parte del territorio continentale italiano a sud delle Alpi. Posero la loro capitale a Pavia e raggrupparono le terre sottomesse in due grandi aree: la Langobardia Maior, dalle Alpi all'odierna Toscana e la Langobardia Minor, costituita dai territori immediatamente a est e a sud dei possedimenti centro nordici rimasti bizantini i quali, attraverso parte delle attuali Umbria e Marche, si stendevano da Roma a Ravenna. Mentre la Langobardia Maior fu spezzettata in numerosi ducati e tanti gastaldati, la Minor si articolò in solo due potenti ducati, quello di Spoleto a nordest di Roma e quello di Benevento che al sudest di Roma comprese i territori della Lucania e buona parte di quelli della Campania del Bruzio e della romana Apulia dai quali, instancabilmente, i Longobardi scorribandarono per vari secoli e dilagarono sui territori limitrofi, creandovi spesso anche loro unità territoriali stabili: i gastaldati. I Bizantini allora, incentrarono il loro potere residuo nell’Esarcato di Ravenna, già capitale del regno italiano dei Goti e dove concentrarono il loro controllo nominale su tuti i territori italiani inizialmente risparmiati dall’invasione: la Venezia e l'Istria; la Liguria; la Pentapoli; il Ducato romano; il Ducato di Napoli e il Ducato di Calabria; con inoltre la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. 44  


Quel possedimento meridionale denominato ducato di Calabria, fu fondato dai Bizantini nei territori situati immediatamente ad est e a sud del caposaldo longobardo di Benevento, integrando in un’unica entità amministrativa i territori della penisola del Bruzio, l’odierna regione calabrese, con quelli della penisola costituita dalla parte meridionale della romana Apulia e da tutta la romana Calabria, o odierno Salento come preferir si voglia: due penisole certo ben separate, ma inizialmente collegate da un’ampia fascia costiera che si estendeva lungo la riva nord-occidentale del golfo di Taranto. In tutti i primi anni del dominio bizantino che nel meridione italiano seguirono alla fine della guerra greco-gotica, il malgoverno, l’esosità dei funzionari greci, la corruzione imperante, il precario stato di sicurezza delle vie di comunicazione terresti infestate dal brigantaggio e, soprattutto, la miseria generalizzata e lo spopolamento, furono tali che a Brindisi, che pur fu sede di una delle prime comunità cristiane costituitesi in Italia, alla fine del secolo non si riuscì neanche ad eleggere un vescovo proprio, tanto che nel 595 il papa Gregorio Magno scrisse a Pietro, vescovo di Otranto, perché provvedesse alla chiesa di Brindisi priva di una guida dopo la morte del suo presule e ve ne facesse pertanto eleggere uno, vigilando perché non fosse elevato un laico alla dignità vescovile. Nel corso del VI secolo, dopo la guerra greco-gotica, infatti, fu Otranto a subentrare nel ruolo che già era stato di Brindisi e il collasso dei traffici commerciali segnò il declino della città, sede vacante per un considerevole lasso di tempo fra VI e VII secolo. Tutto il contrario di quanto caratterizzò il precedente V secolo, quando Brindisi con il suo porto ancora molto attivo durante tutto il regno dei Goti, fu caposcalo per l’oriente, centro principale dell’antica Calabria, e centro d’irradiamento del cristianesimo nel Salento. Nel 601 invece, non c’era ancora stata l’elezione del vescovo, quando lo stesso papa Gregorio dovette nuovamente rivolgersi al vescovo di Otranto, chiedendogli di recarsi a Brindisi per far pervenire reliquie di San Leucio, il cui corpo si venerava in Brundisii Ecclesia, all’abate del monastero di San Leucio in Roma, Opportuno, che ne aveva fatto richiesta perché il suo monastero ne era stato privato con un furto. E Brindisi non costituiva di certo l’eccezione nella Calabria bizantina: anche Lecce e Gallipoli, in quel finire di VI secolo, non avevano potuto eleggere il proprio vescovo. Situazioni tutte, conseguenza dell’abbandono in cui erano evidentemente versati per anni il clero e tutto il popolo in quelle città e in quell’intera regione, che avevano a lungo subito, e che continuarono a subire per altri secoli ancora, le continue angherie e le prepotenze di un’amministrazione affidata al governo di una serie di patrizi greci, che da Otranto esercitarono il potere assoluto in nome dell’esarca di Ravenna. A partire dalla seconda metà del VI secolo, in effetti, tutto il sistema economico salentino subì un forte processo involutivo, quando Bisanzio non si occupò di favorirne l’attività produttiva. Brindisi in particolare, a tutto vantaggio di Otranto, 45  


divenne un semplice porto di frontiera, ormai quasi completamente fuori dagli itinerari commerciali importanti. Tutto ciò, assieme allo spopolamento delle campagne per le inumane condizioni di vita dei contadini, accelererò una depressione che, iniziatasi in quel periodo, perdurò per quasi cinquecento anni: fino all’inizio del secondo millennio. Nel 605, dopo aver allargato i confini del proprio territorio e dopo aver tentato infruttuosamente di conseguire uno sbocco stabile sul basso Adriatico a scapito dei Bizantini, Arechi I, duca di Benevento, stipulò con quelli un’instabile tregua, che durò solo fino a quando l’imperatore bizantino Costante II sbarcò a Taranto nel 663, liberando temporalmente quasi tutto il meridione dalla presenza longobarda, senza però poter espugnare Benevento, energicamente difesa dal duca Romualdo e da dove, ad ogni nuova occasione, i Longobardi sarebbero ripetutamente ritornati all’attacco. Della Brindisi del VII secolo, durante gli anni che precedettero la conquista della città da parte dei Longobardi – circa nel 680 – non si hanno molte notizie specifiche, tranne quelle, comunque approssimate nonchè incerte, riguardanti la sua storia arcivescovile, interrotta dal trasferimento della diocesi a Oria, conseguente, eventualmente, alla venuta dei Longobardi: «Proculus, che precedette Pelino come vescovo di Brindisi e che fu venerato come beato, secondo l’Ughelli fu “romano di nazione”. Diversamente, Guerrieri lo ritenne brindisino, “ma di famiglia romana qui stabilitasi, e il suo nome Aulo Proculo”. Pelino, monaco basiliano (*) formatosi in Durazzo, in quanto non aderente al Tipo, ossia all'editto dogmatico voluto dall'imperatore bizantino Costante II nel 648, e in quanto difensore dell’ortodossia, pensando di trovare un asilo sicuro coi siri Gorgonio e Sebastio e col suo discepolo Ciprio, si trasferì a Brindisi i cui vescovi venivano confermati da Roma. (*) In appendice una nota sul monachesimo basiliano a Brindisi. Seguita la morte di Proculus, il non ancora quarantenne Pelino assunse la dignità episcopale. Si mostrò in questa veste, fermo e intransigente innanzi ai funzionari imperiali che, infine, lo allontanarono dalla cattedra brindisina. Deportato a Corfinio, in Abruzzo, venne lì condannato a morte e ucciso, probabilmente nel 662 in uno con Sebastio e Gorgonio, bibliotecari, ossia archivisti della sede episcopale di Brindisi. Ciprio, originario di Durazzo, figlio del retore Elladio e discepolo di Pelino, si sarebbe trasferito a Brindisi col suo maestro. Sfuggito alla morte in occasione del martirio del maestro, in virtù della sua giovanissima età, sarebbe tornato a Brindisi e sarebbe succeduto a Pelino sulla cattedra episcopale. Poco lontano da una delle porte della città, nei pressi della chiesa di Santa Maria, avrebbe eretto una basilica in onore di Pelino, un tempio che fu demolito nel tardo XVI secolo.» -Giacomo Carito, 2007‐ Dopo l’omicidio dell’imperatore Costante II, avvenuto a Siracusa nel 668, i Longobardi del duca Romualdo I recuperarono molti dei territori e delle città del meridione d’Italia, occupando anche gran parte dello strategico ducato di Calabria, in particolare Taranto e, intorno al 680, anche Brindisi, che per la prima volta in centoventicinque anni fu formalmente sottratta al governo dei Greci. Il dominio bizantino nelle due penisole meridionali d’Italia si ridusse, così, a solamente le città di Otranto e Gallipoli con tutto il loro entroterra e a parte del Bruzio, territori tutti che, integrati amministrativamente, continuarono comunque a denominarsi ducato di Calabria, nonostante fossero fisicamente separati di fatto in due pezzi completamente distinti. 46   


I Longobardi trovarono in Brindisi una città in profonda crisi, con le antiche mura romane dirute, così come la maggior parte degli edifici monumentali dell’età classica. Quindi, la distrussero, essendo un porto per essi inutile e difficile da difendere contro gli abili navigatori bizantini, e fecero di Oria il loro più forte caposaldo in Terra di Otranto, un caposaldo facile da difendere trovandosi in una posizione baricentrica e sopraelevata. In quegli anni era vescovo di Brindisi Prezioso, l’ultimo residente in città prima del trasferimento della sede episcopale a Oria, reso eventualmente inevitabile proprio dall’intenzione longobarda di voler distruggere Brindisi. Prezioso morì un venerdì 18 agosto – forse del 685 o del 674 – poco dopo o poco prima dell’arrivo dei Longobardi e venne seppellito in un sarcofago con una scritta quasi graffita ad indicare la sepoltura affrettata fatta da una cittadinanza sbandata e, possibilmente, già in fuga. Brindisi, in effetti, con l’arrivo dei Longobardi fu abbandonata e restò quasi priva d’abitanti, con solo qualche sparuto gruppo di cittadini che si stabilì intorno al vecchio martyrium di San Leucio e pochi gruppi di Ebrei che restarono per mantenervi un piccolo scalo marittimo per la loro colonia oritana. In una città comunque ormai ridotta a un parvissimum oppidum fortificato, molto contratto rispetto all’antica urbe romana. Un abbandono documentato anche dall’Anonimo tranese, che descrisse la città quando i suoi concittadini trafugarono nottetempo le spoglie del protovescovo Leucio portandole a Trani, perché poi, depredate dai Saraceni fossero da questi vendute al presule di Benevento. Abbandono anche inevitabilmente associato alla già consumata perdita di centralità del porto e confermato, ulteriormente, dalla quasi totale mancanza di riferimenti a Brindisi nelle fonti di quell’epoca. Nel 750 i Longobardi del re Astolfo invasero da nord l’esarcato bizantino e riuscirono a conquistare la stessa Ravenna, capitale e simbolo del potere bizantino in Italia. Poi, nel 753, l'ambizioso re longobardo invase il ducato romano e assediò Roma. Il papa Stefano II, sollecitò allora l'aiuto del re di Francia, Pipino il breve, il quale discese in Italia, sconfisse i Longobardi e costrinse Astolfo a cedere l’Esarcato con la Pentapoli, però al papa invece che all’impero, promuovendo con ciò la nascita formale di uno Stato della Chiesa indipendente da Bisanzio. I Longobardi dominarono il centro-nord d’Italia per ancora vent’anni, fino al 774, quando i Franchi del re Carlo, richiamati dal papa Adriano, li sconfissero di nuovo a più riprese e consegnarono alla Chiesa di Roma buona parte del territorio centrale della penisola, dando così inizio al potere temporale dei papi e separando del tutto, anche fisicamente, la parte settentrionale dalla meridionale dello stivale. 47   


Mentre tutto il settentrione d’Italia passò sotto l’influenza del sacro romano impero, sorto con l’incoronazione papale di Carlo Magno in San Pietro nel Natale dell’800, i territori a sud di Roma ritornarono sotto il “nominale” controllo bizantino, tranne Benevento che con tutto il suo vasto territorio rimase autonomamente longobarda, assurgendo a principato e conservando in parte il suo dominio, o comunque una sua certa influenza, sulle aree contigue, la nominalmente bizantina Brindisi inclusa. E tranne la Sicilia, che nell'827 fu occupata dagli Arabi divenendo provincia musulmana, mentre, come conseguenza di tale avvenimento, tutti i “nominali” domini bizantini nell'Italia meridionale entrarono in situazione di maggiore incertezza ed insicurezza, permanendo costantemente alla mercé delle insidie degli irriducibili Longobardi beneventani e delle razzie dei nuovi arrivati, gli imprevisibili e violenti Saraceni. Nell’838, infatti, Brindisi venne assalita, saccheggiata, bruciata e poi spontaneamente abbandonata dalle bande berbere, nonostante il sopraggiunto soccorso delle truppe del principe beneventano Sicardo che, nella lotta intrapresa per liberare la città, rischiò di perdere la propria vita, comunque già destinata a una fine imminente. Il suo regicidio dell’anno seguente provocò la scissione del principato, con la proclamazione di suo fratello Siconolfo a principe di Salerno e del regicida Radelchi a principe di Benevento. E i Saraceni, resi più baldanzosi da quelle lotte intestine longobarde, nel giro di pochi anni dilagarono: vicinissimo alla “pluri-distrutta” città di Brindisi, occuparono stabilmente Guaceto ove costruirono un campo trincerato; s’impadronirono quindi di Taranto e, soprattutto, fondarono l’emirato di Bari. Così, oltre che dalla Sicilia, anche da Taranto e principalmente da Bari, partirono per anni le incursioni arabe, sempre più vaste e più incisive, dirette sulle città e su tutti i territori dei residui domini bizantini del meridione italiano. Nell’850 fu eletto sacro romano imperatore Ludovico II e scese nel sud d’Italia nel tentativo di liberare le città pugliesi, Bari innanzi tutto, ma fallì nell’intento contro i Saraceni, resi ancor più audaci dai contrasti inevitabilmente sorti tra l’imperatore e i principi longobardi, primordialmente interessati a difendere e conservare la propria autonomia da ambedue gli imperi. Il successo sui Saraceni, ottenuto nell’864 da Orso, doge di Venezia, permise per qualche anno la restaurazione del dominio bizantino su Taranto, ma comunque non impedì ai Saraceni di resistere di nuovo al sacro romano imperatore Ludovico II che, ridisceso in Puglia nell’866, in Terra d’Otranto solo riuscì a liberare dall’occupazione araba Oria e Matera, mentre l’enorme flotta di ben quattrocento navi inviatagli nell’869 da Costantinopoli per liberare Bari, abbandonò l’Adriatico, si diresse a Corinto e lo lasciò solo ed impotente. Ludovico, infatti, si era inspiegabilmente ritirato a Venosa rifiutando di acconsentire al già in precedenza accordato matrimonio di sua figlia, Ermengarda, con Costantino, figlio dell’imperatore d’oriente Basilio I. Nel trascorso di quella campagna, con lo strategico obiettivo di colpire i Saraceni dell’emirato barese, intorno all’867 Ludovico II assediò e quindi assaltò anche Brindisi, che nell’864 era stata rioccupata dai Saraceni. 48  


Dopo qualche anno, tra i due imperi si ristabilì una certa collaborazione e Ludovico II poté puntare su Bari, conquistandola finalmente il 3 febbraio dell’871, liberandola dal trentennale dominio arabo, e facendo prigioniero l’emiro Sawdan, che fu portato dal principe Adelchi a Benevento, dove rimase incarcerato per anni. Quindi, venne anche la volta della liberazione di Taranto, che era stata rioccupata nell’868 dai Saraceni; e in quella occasione, tra l’878 e l’880, l’azione spettò ai Bizantini dell’imperatore Basilio I che, comandati dal generale Niceforo Foca, la completarono dopo aver, nell’876, strappato Bari all’influenza del principe beneventano Adelchi. Poi, Niceforo Foca estese la controffensiva bizantina globale su tutto il meridione italiano, riconquistando le ultime città rimaste in mano araba e riuscendo a recuperare anche il resto dei territori occupati dai principi longobardi, compresi quelli che avevano separato in due il ducato di Calabria, cioè l’antico Bruttium dalle antiche Apulia et Calabria. In quella vittoriosa campagna, il generale bizantino solamente non poté liberare la Sicilia dall’occupazione araba. E fu nel contesto di quella lunga campagna, che nell’886 anche Brindisi tornò sotto il formale controllo del Bizantini, i quali, naturalmente, la incontrarono praticamente tutta in macerie: “macerie longobarde del 674, macerie saracene dell’838 e macerie imperiali dell’867”. Nell’886 morì l’imperatore Basilio I e gli succedette sul trono d’oriente il figlio Leone VI, il quale richiamò il vittorioso generale Niceforo Foca nominandolo comandante supremo dell’esercito imperiale e questi s’imbarcò da Brindisi alla volta di Costantinopoli con gran parte del suo esercito e lasciando alla città numerosi prigionieri utili alla ricostruzione. Il ritorno dei Bizantini a Brindisi fu accompagnato da timidi e presto interrotti segnali di rinascita quando, alla fine di quel secolo IX, si iniziò la ricostruzione della chiesa di San Leucio, impulsata da vescovo oritano Teodosio in occasione del ritorno in città di una parte delle reliquie sottratte dai Tranesi. E negli anni a seguire, la popolazione, di sua iniziativa, intraprese anche la costruzione di un’altra chiesa, che fu localizzata nei pressi dell’imboccatura del porto, in omaggio e ringraziamento allo stratega Niceforo Foca. Ma poi, quasi null’altro: presto, infatti, ritornarono i pirati. Il 18 ottobre 891, dopo un assedio di due mesi, anche la stessa Benevento capitolò e nell’892 i Bizantini fondarono il Thema di Langobardia con capitale Bari, che affiancò quello di Calabria con capitale Reggio e che con quella riorganizzazione non comprese più l’antica Calabria, ossia l'odierno Salento, che invece fu parte del nuovo Thema di Langobardia. La denominazione di Calabria, infatti, dopo essere stata estesa al Bruzio, a 49  


quell’epoca aveva già finito con l’abbandonare del tutto il suo originale territorio salentino e il Thema di Calabria comprese, oltre al Bruzio e il Sannio, anche i territori di nuova acquisizione e per qualche anno la capitale fu Benevento, che poi, nell'895 con l'aiuto del ducato di Spoleto, si liberò dei Bizantini scacciandoli dalla città, facendo trasferire a Bari la capitale del Thema di Calabria. Poi, per tutto il successivo secolo, il X, le coste adriatiche ritornarono ad essere ripetutamente preda dei pirati saraceni, ai quali si alternarono anche quelli slavi, che nel 922 assaltarono per la prima volta Brindisi, dove ritornarono ancora nel 926 e dove giunsero anche, nel 929, gli Schiavoni. Nel 975 il Thema di Calabria e quello di Langobardia furono integrati per formare il Catapanato d'Italia, mentre in quello stesso anno e per i decenni successivi, gli Arabi dalla Sicilia saccheggiarono Reggio ed altri territori calabresi, da dove, continuando l'avanzata verso nord, superarono Cosenza e, di nuovo, entrarono in Lucania e in Puglia, dove nell’agosto del 977 distrussero Taranto, che trovarono abbandonata dai suoi abitanti e quindi, saccheggiarono nuovamente anche Oria. Tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo, la situazione generale delle coste e dell’entroterra nel meridione italiano non poté essere più disperata: «Assente l’impero bizantino nella lotta intrapresa dalle città pugliesi contro la pressione araba; impotenti ad intervenire i Longobardi di Benevento e Capua, coinvolti in guerre intestine e quelli di Salerno timorosi della crescente potenza amalfitana; ormai in fase di decadenza Gaeta, Napoli e Sorrento; inefficace la rapida apparizione del sacro imperatore Ottone III; le uniche forze in grado di opporsi ai Saraceni furono le repubbliche marinare, le quali si andavano affermando sul Tirreno con Pisa e, soprattutto, con Venezia sull’Adriatico.» -Tommaso Pedio‐ «Finalmente, dopo che Durazzo nel 1005 tornò a far parte dei domini dell’impero d’Oriente, l’assetto politico del settore meridionale della costa adriatica italiana e, naturalmente, anche del suo entroterra, costituirono territori di vitale importanza strategica, giacché la capitale dell’impero poteva essere facilmente raggiunta via terra dopo la breve traversata da Brindisi a Durazzo. Il porto di Brindisi diventò, come lo era stato per tutta l’antichità, il più importante terminale d’Italia della via Egnazia. La città fu così chiamata a svolgere di nuovo, dopo secoli di anonimato, un ruolo di primo piano in un più vasto panorama politico. La portata dell’investimento bizantino a Brindisi dopo quell’avvenimento è valutabile grazie alla testimonianza di un’epigrafe, in parte ancora leggibile, scolpita sul basamento di una delle due colonne che dal promontorio di ponente guardavano proprio l’imboccatura del porto interno. La sua datazione, riferita alla prima metà del secolo XI, rende ancor più evidente la consequenzialità del nesso tra l’impresa del funzionario e la restaurazione del dominio imperiale sulle coste dalmate.» -Rosanna AlaggioQualche anno dopo però, con l'arrivo dei Normanni giunse, finalmente, per i Bizantini del meridione italiano, la resa dei conti. Nel 1041, Normanni e Longobardi alleati batterono i Bizantini impossessandosi di gran parte del territorio del Catapanato d'Italia e, nel settembre del 1042, Guglielmo I d'Altavilla fondò, a Melfi, la Contea di 50  


Puglia: un territorio non omogeneo e suddiviso in baronie, distribuite tra Capitanata, Gargano, Apulia e Campania, fino al Vulture dove Melfi ne fu la capitale. In Apulia, la contea raggiunse due località sul mare: Trani e Monopoli. Nel 1047, il sacro romano imperatore Enrico III legittimò i possedimenti dei Normanni e conferì a Drogone d'Altavilla, succeduto a Guglielmo I, l'investitura di conte di Apulia e Calabria. E nel 1051, il papa Leone IX dichiarò decaduta la stirpe longobarda in Benevento, riconoscendo l’investitura di Drogone a conte di Puglia e condizionandola alla sottomissione al papato. Nel 1059 la contea fu elevata a ducato dal Pontefice Niccolò II nel Concilio di Melfi e Roberto il Guiscardo fu nominato duca di Puglia e Calabria. Finalmente, quindi, anche per i due principati longobardi, di Benevento prima e di Salerno dopo, l'arrivo dei Normanni venne a sancire la fine. Nel 1053, Roberto il Guiscardo conquistò Benevento, già da anni in franca decadenza, e ne dichiarò la sudditanza al papato. Poi, nel 1076, fu la volta di Salerno, che aveva esteso i suoi confini fino ad Amalfi, Sorrento, Gaeta e parte di Puglia e Calabria: lo stesso Roberto la espugnò e così, nel 1078, ampliato e consolidato dai Normanni il nuovo ducato di Puglia e Calabria, anche l'ultimo principe longobardo in Italia, prese la via dell'esilio. Il dominio bizantino nel meridione italiano invece, dopo la conquista normanna e la fondazione della contea di Lecce, di fatto cessò nel 1071, con la presa di Taranto e di Brindisi da parte dello stesso Roberto il Guiscardo e la successiva fondazione, nel 1088, del potente principato di Taranto, al quale anche Brindisi fu ascritta. Nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia e Calabria, morì senza figli e Ruggero II, nipote del Guiscardo e conte di Sicilia, reclamò in eredità tutti i possedimenti degli Altavilla e la signoria di Capua. Nell'agosto 1128 Ruggero II fu proclamato nella città di Benevento duca di Puglia, regione che fu allora germe della prima grande monarchia siciliana. Finalmente, nel 1131, riuniti tutti i possedimenti nel neonato regno, la notte di Natale di quello stesso anno, Roberto fu solennemente incoronato re, assumendo in quella storica ccasione l'intitolazione ufficiale di “rex Sicilie, ducatus Apulie et principatus Capue”.

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APPENDICE (*) IL MONACHESIMO ORIENTALE IN PUGLIA E IN BRINDISI La storia del monachesimo nell’Italia meridionale, ed in Puglia in particolare, per i primi anni del periodo medievale costituisce la principale storia culturale ricostruibile di quella regione, nella misura in cui il monachesimo fu per secoli un fattore culturale fondamentale della vita religiosa e in buona parte anche di quella sociale delle genti. Il monachesimo cristiano nacque nel basso Egitto alla fine del III secolo, per poi diffondersi in Siria, Palestina, Mesopotamia e in Asia Minore, giungendo nel cuore dell’impero di Costantinopoli dopo l’emanazione, nel 313, del famoso Editto di Costantino, quello che sancì la libertà di culto per i cristiani. Grazie a quella svolta radicale, già nel corso del IV secolo, gruppi di monaci, eremiti e anacoreti, iniziarono a ritirarsi in solitudine “per raggiungere la pace interiore e un armonico rapporto con Dio”. Successivamente, i monaci accolsero con loro anche dei discepoli e ben presto formarono le prime organizzazioni di vita in comune, uscendo dall’isolamento e aprendosi a un più diretto contatto con i fedeli. Il primo momento fu dunque quello dell’eremitismo, in cui i monaci si ritirarono in luoghi solitari, inospitali e difficili da raggiungere, praticando l’ascesi più dura e rigida. Oltre alla rinuncia a ogni forma di contatto umano, in quella fase i monaci abbandonarono anche la cura della propria persona: spogliandosi degli abiti terreni e vestendosi con una semplice tunica, cibandosi solo di legumi e cibi non cotti, bevendo solo il necessario per sopravvivere; e facendosi crescere la barba, un distintivo poi rimasto per i monaci orientali. Dalla prima fase eremitica, transitando per una fase intermedia detta lauritica, si giunse finalmente alla fase cenobitica, in cui i monaci passarono a aggregarsi, a vivere insieme in un’unica struttura, a riconoscere l’autorità di un superiore, a mangiare tutti insieme e incominciarono, quindi, a vivere in gruppo, in comunità. Quei gruppi monacali crearono momenti di preghiera in comune, oltre che di vita, dedicandosi a semplici pratiche agricole per provvedere al sostentamento dell’intera comunità. In quella fase, inoltre, nacque un rapporto più stretto tra monaci e fedeli, un rapporto che andò anche a mutare le realtà socioeconomiche limitrofe ai monasteri. Anche la culla del primo monachesimo organizzato fu l’Egitto, dove l’opera di San Pacomio, vissuto tra il 290 e il 346 circa, diede una forte impronta cenobitica al movimento. Egli fondò il primo cenobio sulle rive del Nilo, imponendo ai monaci di seguire una regola comune e prescrivendo, oltre alla vita contemplativa e alla preghiera, l’uso del lavoro manuale come forma di autosostentamento. Dall’Egitto gli ideali monastici si diffusero per tutto l’Oriente, fino a giungere in Asia Minore. Proprio lì, e più precisamente in Cappadocia, il monaco Basilio accolse e innovò la primordiale forma di organizzazione monastica, riprendendo e rielaborando gli insegnamenti pacomiani. Basilio nacque a Cesarea, verso il 330, in una facoltosa famiglia cristiana. Andò a studiare a Costantinopoli e poi ad Atene e ritornato a Cesarea nel 356, fu insegnante di retorica. Dopo aver ricevuto il battesimo nel 358, decise ritirarsi a vita ascetica sulle rive dell’Iris dove, con un gruppo di suoi compagni, fondò una comunità religiosa. Fu da subito assertore dell’ortodossia cristiana e dopo la morte del vescovo di Cesarea, nel 370, fu eletto vescovo di quella sua città e dovette abbandonare la vita ascetica, senza però rinunciare al dialogo e alla frequentazione con le comunità degli asceti. Si dedicò anche a scrivere e a perfezionare le “regole e pene” per quelle comunità e lasciò alla sua morte, sopraggiunta nel 379, un’opera letteraria molto vasta, che incluse anche scritture di carattere apologetico, trattati di esegesi, ed un voluminoso epistolario. 52  


Il monachesimo seguace gli insegnamenti di San Basilio, nel corso dei secoli intraprese un lungo viaggio da Oriente verso Occidente e nel VI secolo si registrò nel sud della penisola italiana la prima presenza certa dei monaci bizantini che, con la funzione di cappellani militari, seguirono le truppe di Narsete durante la guerra greco-gotica. Nel meridione d’Italia, a quella guerra seguirono anni di profondo impoverimento e disorganizzazione, uno stato di cose che provocò un preoccupante vuoto di potere, a cui la Chiesa romana tentò di sopperire. Così, i vescovi furono chiamati alla gestione e alla salvaguardia dell’ordine politico e morale, divenendo anche depositari della funzione di controllo di larghi settori dell’attività amministrativa delle città. Paradossalmente, in quel periodo, le funzioni civili della Chiesa di Roma crebbero sensibilmente, mentre proprio quelle propriamente religiose vennero costantemente contratte dall’espansione della Chiesa orientale, che contribuì direttamente anche allo sviluppo e alla diffusione del monachesimo occidentale, che inevitabilmente fu molto sensibile alla circolazione delle pratiche monastiche provenienti dall’Oriente. Uno dei tratti caratteristici del monachesimo bizantino che in principio maggiormente si innestarono nella realtà religiosa del meridione italiano a partire dalla conclusione della conquista giustinianea, fu sicuramente la tendenza eremitica. Pratica che poi, con l’arrivo dei monaci orientali in fuga dalla Sicilia a causa della conquista islamica, fu superata dalla diffusione di un maggior contatto tra i monaci e le popolazioni dei fedeli. Anche se già verso la fine del VI secolo molti nuclei monastici giunsero sulle coste adriatiche meridionali dalla penisola balcanica, senza dubbio il più massiccio afflusso si produsse durante il VII secolo, causato dall’imperversare in Oriente dell’invasione araba, quando monaci profughi dalla Siria e dall’Egitto raggiunsero molte delle province meridionali italiane ancora appartenenti all’impero di Bisanzio e, quindi, con un ben radicato processo di bizantinizzazione. L’arrivo, già nella prima metà di quel VII secolo, di tutti quei numerosi immigrati greci, finì con rafforzare notevolmente l’elemento culturale bizantino già presente in quei territori e così, anche nei monasteri la realtà religiosa fu profondamente influenzata dalle pratiche orientali. Alcuni monaci giunsero sulle coste del basso Adriatico provenienti dalle regioni balcaniche anche nella seconda metà del secolo, spinti dalle persecuzioni che si produssero contro i sostenitori dell’ortodossia dopo l’emanazione del Tipo, l’editto dogmatico dall'imperatore bizantino Costante II, nel 648. Tutto ciò accadde specialmente nelle porzioni più estreme delle due penisole meridionali dello stivale e anche in Sicilia, dove gran parte dei monaci presenti nei monasteri era di lingua greca, e da dove molti di loro passarono sul continente. Un nuovo momento delle migrazioni monastiche dirette verso l’Occidente iniziò nella prima metà dell’VIII secolo, più precisamente nel 726, anno in cui l’imperatore bizantino Leone III Isaurico sancì l’inizio della persecuzione iconoclasta, ossia della lotta contro le immagini sacre. La nuova dottrina fu respinta nella parte occidentale dell’impero, e la persecuzione proseguì anche sotto il nuovo imperatore, Costantino Copronimo, anzi, proprio nel suo regno divenne più dura e violenta. La politica di aggressione imperiale contro gli iconoduli fu rinnovata da Leone V e continuò fino alla morte di Teofilo, avvenuta nell’842. Finalmente, il sinodo costantinopolitano del marzo 843, decretò la fine dell’iconoclastia e l’imperatore Michele III riaffermò la liceità del culto delle immagini. All’inizio di quei più di cent’anni in cui l’iconoclastia perdurò a cavallo tra l’VIII e il IX secolo, i monaci basiliani giunti sulle coste italiane evitarono la Calabria meridionale e la Terra d’Otranto, in quanto territori soggetti al controllo di Bisanzio con in vigore le leggi contro le immagini sacre, preferendo dirigersi nelle regioni sotto il dominio longobardo, Campania, 53  


Basilicata e i settori più settentrionali di Puglia e Calabria. Tuttavia, poterono presto stabilirsi anche nei territori occupati dai Bizantini, quando si constatò che in essi la forza dei decreti iconoclasti non ebbe la stessa violenza e intransigenza che in Oriente. La diffusione del monachesimo orientale nel meridione d’Italia proseguì anche tra il X e l’XI secolo: le chiese bizantine si moltiplicarono in tutto il Mezzogiorno e inoltre, negli anni intorno al Mille, le comunità monacali ricevettero numerosi lasciti e donazioni a conseguenza del clima di attesa messianica che caratterizzò tutta l’Europa occidentale e così, si arricchirono notevolmente i patrimoni immobiliari dei vari monasteri. La situazione, finalmente, s’invertì sul finire dell’XI secolo con l’arrivo dei Normanni, con la conseguente decaduta del dominio bizantino in tutto il meridione italiano e con la fondazione nel 1131, del nuovo Regno di Sicilia. Gradualmente, ma irreversibilmente, la Chiesa di Roma prese il sopravvento e il monachesimo orientale basiliano cedette il passo a quello occidentale marcatamente rappresentato dal monachesimo benedettino il quale, comunque già presente nelle regioni del meridione italiano, si estese poi anche in quelle città e in quei territori in precedenza occupati da popolazioni con una cultura religiosa prevalentemente greca. In tutta la Puglia e anche nell’agro brindisino in particolare, si sono conservate e sono state rinvenute numerose grotte che furono abitate da monaci basiliani e da comunità religiose rurali, con cripte originalmente basiliane o chiesette sotterranee. Tra le più importanti, la cripta nel complesso rupestre di San Biagio a San Vito dei Normanni e quella del santuario della Madonna del Belvedere a Carovigno. Inoltre, la grotta della Madonna della Grotta e la grotta di San Michele, entrambe nel territorio di Ceglie. E Poi, altre decine di chiesette rupestri disseminate negli stessi territori di San Vito dei Normanni, Carovigno, Ceglie e Fasano, e ancora vari insediamenti rupestri civili contenenti cripte adibite a luogo di culto. In quanto ai calogerati o cenobi e monasteri che vi ebbero i Basiliani in Puglia, i principali sono riportati nella tabella della figura e, comunque, ne furono istituiti anche molti altri, creati sia in prossimità di centri urbani oppure sparsi nel territorio. Tra i tanti indicati, il più ragguardevole e famoso monastero basiliano in Puglia fu certamente quello di San Nicola di Casole presso Otranto. Eretto nella seconda metà del secolo XI, fu saccheggiato fino ad essere quasi completamente distrutto dai Turchi nella presa di Otranto del 1480. Ad esso appartennero numerose ricche grancie e parecchi calogerati, di Terra d’Otranto e anche di fuori. La religiosità orientale in tutta la Puglia, nonostante l’avvento e l’affermazione del monachesimo occidentale, lasciò tuttavia a lungo un profondo e prezioso retaggio culturale che accompagnò gli stessi monaci Benedettini nel loro nuovo importante ruolo, sia in campo religioso e sia in quello economico-sociale. In alcune aree di Terra d’Otranto è documentata, fin dalla fine del secolo XI, la coesistenza di monaci greci e latini. Tanto che non è né semplice, né facile dissociare o distinguere pienamente le due culture religiose che caratterizzarono non solo il superstrato linguistico con i dialetti locali e la religiosità, ma anche la cultura più in generale, fino ai moduli pittorici e architettonici, e molto altro. Le ragioni di questo fenomeno vanno probabilmente ricercate nel fatto che la conquista normanna non produsse nessuna frattura profonda nel tessuto etnico-culturale delle popolazioni e anzi, contribuì con le nuove presenze, quali i Benedettini, ad arricchirlo. Non ci fu, infatti, un reale esodo dei monaci di rito greco, ma una semplice riduzione del loro numero, probabilmente solo naturalmente conseguente agli eventi bellici che segnarono il passaggio dal dominio bizantino allo stato normanno.

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Dentro la propria città di Brindisi, la presenza e l’influenza -e il retaggio- della religiosità monacale e più in generale orientale, sono ampiamente documentate soprattutto dalle numerose ed importanti chiese che furono edificate, o direttamente per volontà dei Basiliani, o comunque in stretta connessione con la cultura religiosa greca. La chiesa di San Pelino fu eretta nel VII secolo, per volontà di Ciprio, successore sulla cattedra episcopale di Brindisi del dedicatario, entrambi monaci basiliani giunti a Brindisi provenienti dall’Oriente nella seconda metà del VII secolo. In essa furono collocate le reliquie di Sebastio e Gorgonio, anch’essi monaci basiliani greci, bibliotecari archivisti della sede episcopale di Brindisi, condannati a morte ed uccisi in uno con Pelino nel 662 a Corfinio, negli Abruzzi, a causa della loro ferma difesa dell'ortodossia e del conseguente rifiuto di adesione al Tipo, l’editto dogmatico dall'imperatore bizantino Costante II, emanato nel 648. La chiesa, situata vicino alla Cattedrale, alle spalle del palazzo Granafei, fu anche utilizzata quale cappella dall'università, ossia dall'amministrazione cittadina, fino al 1565, mentre per il 1606 fu descritta come diruta e profanata. Probabilmente fu utilizzata quale cava per i lavori occorsi nella basilica Cattedrale per la costruzione del vano per il coro dei canonici. Intorno all’880, la basilica di San Leucio, monaco egiziano evangelizzatore e primo vescovo di Brindisi agli inizi del V secolo, fu voluta dal vescovo di Oria Teodosio per riporvi la parte del corpo del santo ritornata da Benevento. Si iniziò a costruire verso la fine del IX secolo e fu consacrata, nei primissimi anni del X secolo, da Giovanni vescovo di Canosa e Brindisi. Il resto del corpo di San Leucio rimase a Benevento, dal cui vescovo fu comprato ai Saraceni che lo avevano saccheggiato a Trani, la città in cui fu deposto dopo che i suoi cittadini lo ebbero trafugato nottetempo dalla sua tomba, il martirium, in Brindisi, sul finire del VII secolo. La chiesa, ubicata nel rione Cappuccini, fu descritta come diruta alla fine del secolo XVII e fu finalmente distrutta nel 1720 per utilizzarne il materiale nella costruzione del palazzo del Seminario. La chiesa di San Giacomo fu, sino al 1173, di rito greco. Divenne poi chiesa di San Francesco di Paola e proprietà della municipalità e fu anche cappella regia. Fu demolita e ricostruita interamente tra il 1747 e il 1748. Ubicata in prossimità dello scalo marittimo, sull’angolo interno che dà sui Giardinetti, fu finalmente sconsacrata ed adibita ad usi civili quando, nel 1808, il governo napoleonico soppresse l’ordine dei frati Minimi, ai quali a quel tempo apparteneva. Nei primi anni del XIV secolo, i cavalieri del Santo Sepolcro vollero sorgesse in Brindisi un albergo sotto il nome della loro religione e adiacente ad esso, si costruì la chiesa di San Giovanni dei Greci, che sino al XVII secolo fu servita da sacerdoti di rito greco. La chiesa, edificata su via Regina Margherita angolo via Santa Chiara su cui dava la facciata, fu danneggiata dal terremoto del 20 febbraio 1743, fu restaurata ad iniziativa della comunità greca brindisina e finalmente fu demolita nel 1877. I legami con il rito greco rimasero dunque per lunghissimo tempo ben radicati in Brindisi, sia formalmente e sia, dopo la definitiva partita dei governanti bizantini, informalmente nelle consuetudini religiose e nella cultura popolare. Seguendo una tradizione molto antica della Chiesa di Brindisi, a tutt’oggi la Domenica delle Palme si leggono in greco, ora nella Cattedrale, l'Epistola e il Vangelo. Una tradizione questa, che continua quella della celebrazione liturgica che seguiva la processione delle Palme che si snodava dal Capitolo fino all'Osanna, una piramide tronca su cui si saliva dai gradini disposti sui tutti i suoi quattro lati e sulla cui sommità vi era una colonna di marmo innalzata a sostegno di una gran croce, dove per secoli l'arcivescovo e il clero, proponendo Vangelo ed Epistola in greco, ricordarono gli stretti legami fra la chiesa locale e il mondo orientale.

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Quella processione verso l'Osanna, infatti, in qualche modo configurò la memoria dei luoghi in cui la cittadinanza saldò senza soluzione di continuità, la Brindisi della predicazione Leuciana a quella delle crociate. E la tradizione si protrasse nonostante i vari tentativi di sopprimere ogni traccia del rito greco, come accadde nel 1649 su iniziativa dell'arcivescovo Dionisio O'Driscoll, quando però, la Congregazione dei Riti rilevò l'insussistenza di motivi tali da giustificarne la soppressione. Negli anni '30 del secolo scorso, il complesso dell’Osanna fu demolito senza che, tuttavia, s'interrompesse la tradizione, da allora ricollocata nello spazio della Cattedrale. Mentre la colonna in marmo pario con croce che sormontava l'Osanna, si conservò in Santa Maria del Casale. Quella croce, scolpita sopra la colonna reca un piccolo globo alla base e fu datata tra IX e X secolo, facendo ciò supporre che l’Osanna fosse stata edificata in periodo altomedievale e che, forse, fosse proprio contemporanea della vicina basilica di San Leucio. L’attuale chiesa greco-ortodossa di San Nicola, si costruì nel 1910 sul suolo acquistato il 12 aprile 1891 dalla comunità greca di Brindisi, per volontaria sottoscrizione e grazie ad una contribuzione dello zar Alessandro III. Ne fu primo archimandrita Nicandro e dal 5 novembre 1991 è parte della metropolia d'Italia ed esarcato dell'Europa del sud con sede in Venezia. La parrocchia brindisina è a tutt’oggi il punto di riferimento più importante per tutti i grecoortodossi di Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

BIBLIOGRAFIA: Alaggio R. Il medioevo nelle città italiane: Brindisi-2015 Ascoli F. La storia di Brindisi scritta da un marino-1886 Bellotta C. Il monachesimo basiliano-2014 Calabrese F. L'Apulia ed il suo comune nell'alto medioevo-1905 Carito G. Lo stato politico economico di Brindisi dagli inizi del IV Secolo all'anno 670-1976 Carito G. & Barone S. Brindisi cristiana dalle origini ai Normanni-1981 Carito G. Brindisi: Nuova guida-1994 Carito G. Gli arcivescovi di Brindisi sino al 674-2007 Della Monaca A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi- 1674 De Robertis M. Sulle condizioni economiche della Puglia dal IV al VI Secolo dC-1951 Gabrieli G. Il monachismo in Puglia: Saggio elencativo e bibliografico-1934 Giordano O. L’introduzione del cristianesimo a Brindisi-1970 Moricino G. Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino all'anno 1604 Marella G. Modelli urbanistici e manifesti ideologici in età normanna a Brindisi-2015 Musca G. Ludovico II, Basilio I e la fine dell'Emirato di Bari-1966 Mor C. G. La lotta fra la chiesa greca e la chiesa latina in Puglia nel Secolo X-1951 Parlangeli O. Sull'estensione del Tema di Langobardia-1953 Pedio T. La chiesa di Brindisi dai Longobardi ai Normanni-1976 Perri G. Brindisi nel contesto della storia-2016 Schipa M. La migrazione del nome Calabria-1895 Schipa M. La Puglia germe della grande monarchia siciliana - 1930 Tortorelli R. Il monachesimo italo greco e gli insediamenti nell'area Apulo Lucana-2007 Vacca N. Brindisi ignorata-1954 56  


BRINDISI: DA MESSAPICA A SALENTINA E DA CALABRESE A PUGLIESE Gianfranco Perri  

Ma noi di Brindisi da quand’è che siamo Salentini? E perché? Pubblicato su Senza Colonne News del 2 novembre 2013 (*) Quando come e perché noi Brindisini da Calabresi diventammo Pugliesi? Pubblicato su Senza Colonne News del 8 settembre 2016 (*)

                        ____________  (*) Versione rivista e corretta   57   


Ma noi di Brindisi da quand’è che siamo Salentini? E perché? Tutti sappiamo bene, o perlomeno lo dovremmo ben sapere, che Brindisi fu elevata al rango di provincia abbastanza di recente, nel 1927 per la precisione, sotto il governo e per volere di Benito Mussolini, mentre fino a quell’anno la città era amministrativamente un comune appartenente alla provincia di Lecce. Però è anche interessante ricordare cosa fosse successo un po’ più indietro nel tempo, anzi meglio detto, un po’ più indietro nella storia. Tra l’XI e il XII secolo, con i Normanni nasceva il primo Regno di Sicilia, che univa i territori della contea di Sicilia, dei ducati di Puglia e Calabria, del ducato di Napoli, del principato di Capua e dell’Abruzzo. E con la fondazione del regno si originò una suddivisione amministrativa dei territori continentali che li vide organizzati in tre grandi unità: la Calabria, la Apulia e la Terra di Lavoro. I confini di queste tre unità amministrative erano invero piuttosto labili e la loro stessa struttura amministrativa non era ben definita. Nell’Apulia furono fondati intorno al 1055, la contea di Lecce, la contea di Nardò, la contea di Soleto e nel 1088 il principato di Taranto, al quale fu ascritta anche Brindisi. Nel XIII secolo, con il regno dello svevo Federico II, subentrò l’istituzione dei “giustizierati”, ovvero distretti di giustizia governati da funzionari, i giustizieri, nominati dal sovrano e che rappresentavano l’autorità regia a livello territoriale. L’imperatore organizzò il territorio del suo regno italiano in undici giustizierati: due insulari e nove peninsulari. Sul continente i nove giustizierati erano: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Capitanata, Principato e Terra Beneventana, Terra di Bari, Terra di Lavoro e Contado di Molise, Valle di Crati e Terra Giordana, e Terra d’Otranto che grossomodo comprese le attuali provincie di Lecce Taranto e Brindisi. In epoca aragonese, durante il XV secolo, la figura del giustiziere venne sostituita con quella del funzionario regio, mentre i territori amministrativi del Regno di Napoli vennero denominati “province” configurando un assetto di dodici province tra le quali Terra d’Otranto – la Provincia Hydruntina – che, seppur con alcune variazioni territoriali, manterranno con gli spagnoli invariati il numero e la denominazione fino alla riforma napoleonica del 1806. Con la legge 132 dell’8 agosto 1806, il re Giuseppe Bonaparte riformò la ripartizione territoriale del Regno di Napoli sulla base del modello francese e soppresse definitivamente ciò che restava del sistema dei giustizierati. Tra le tante innovazioni introdotte dai francesi vi fu anche la sistematica suddivisione delle province, ognuna delle quali con a capo un “intendente”, in successivi livelli amministrativi gerarchicamente dipendenti dal precedente. Al livello immediatamente successivo alla provincia appartenevano i distretti, con un capoluogo e con a capo un “sottintendente”, che a loro volta erano suddivisi in circondari. Questi erano costituiti dai comuni che, con ognuno a capo un sindaco, costituivano l’unità di base della struttura politico amministrativa dello stato, grazie all’introduzione del concetto di ente comunale che si sostituiva a quello plurisecolare di “universitas” di origine longobarda. I sindaci venivano nominati dal re o dall’intendente a seconda della taglia demografica del comune, ed erano affiancati da un “consiglio decurionale” composto da un numero 58  


di membri variabile in funzione della popolazione del municipio e che erano eletti all’interno di liste di ‘elegibili’ confezionate sulla base della rendita annua e delle professioni liberali. Il territorio del Regno delle Due Sicilie risultò così suddiviso in 7 province insulari e 15 province continentali. Queste ultime erano: Provincia di Napoli, Terra di Lavoro, Principato Citra, Principato Ultra, Basilicata, Capitanata, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria Citeriore, Calabria Ulteriore Prima, Calabria Ulteriore Seconda, Contado di Molise, Abruzzo Citeriore, Abruzzo Ulteriore Primo, Abruzzo Ulteriore Secondo.

La provincia di Terra d’Otranto comprendeva i seguenti quattro distretti: Lecce – che fungeva anche da capoluogo della provincia – Brindisi, Gallipoli e Taranto. Ogni distretto era suddiviso in circondari, di fatto i comuni con ognuno i rispettivi adiacenti villaggi rurali, per un totale di 44. E questo sistema amministrativo napoleonico, di fatto resto invariato anche dopo la parentesi decennale che, conclusa nel 1816, precedette la restaurazione ed il ritorno dei Borbone sul trono del regno. In quell’anno 1816 Brindisi, capoluogo dell’omonimo distretto composto da 15 comuni, contava 6114 abitanti. Dopo l’unità d’Italia, nel 1861, la provincia di Terra d’Otranto cambiò il nome in Provincia di Lecce. I quattro distretti in cui era diviso il suo territorio restarono però inalterati, divenendo circondari del Regno d’Italia. Nel 1923 fu costituita la provincia di Taranto scorporandone il territorio da quella di Lecce e finalmente, nel 1927, fu costituita la provincia di Brindisi, scorporandone allo stesso modo il territorio da quella di Lecce e aggregandovi i comuni di Fasano e Cisternino, scorporati a loro volta dalla provincia di Bari. 59  


Ma cosa era avvenuto intorno a Brindisi prima ancora dei Normanni? Ebbene dopo la formale caduta dell’impero romano d’occidente registrata nell´anno 476 dC, e a conclusione del ventennale conflitto greco-gotico, nel 553 dC i vincitori Bizantini tentarono di reintegrare l’Italia all´impero romano d’oriente, e nella parte più a sud della penisola italiana fondarono il Ducato di Calabria con Otranto capitale, aggregando i territori del Brutium, l’odierna regione calabrese, ai territori dell’attuale meridione pugliese, quelli che avevano costituito la Calabria dei romani e che estendevano i confini settentrionali lungo una sorta di muraglia difensiva costruita tra Bari e Brindisi a salvaguardia del territorio dalla minaccia dei nuovi arrivati dal nord, i Longobardi. Quando però questi invasori nordici cominciarono a occupare parte di quei territori, e in particolare Taranto e Brindisi, il nome Calabria cominciò a essere utilizzato più per designare il solo Bruzio, mentre per quella che era stata la romana Calabria cominciò a essere utilizzato il nome di Terra d’Otranto. I Longobardi non furono certi campioni di organizzazione amministrativa e perciò si dovette attendere fino all’arrivo dei Normanni per finalmente poter ricominciare a parlare di uno stato vero e proprio per il tutto il meridione italiano. E finalmente, prima dei Romani, che a Brindisi giunsero nel 267 aC, cosa era avvenuto nel territorio brindisino? Ebbene ormai quasi tutti gli storici concordano pienamente sulle origini messapiche di Brindisi, Brunda appunto, prima di divenire la Brundisium romana in quel 267 aC, quando Brunda fu probabilmente l’ultima città importante a essere incorporata ai domini italici di Roma, dopo la vittoria degli eserciti repubblicani romani nelle guerre sannitiche e la loro successiva conquista di Taranto nel 272 aC e quella di Reggio nel 271 aC. Però i consensi degli storici si vanno via via diradando quando si tratta di definire chi fossero i Messapi, da dove e quando fossero giunti e quale fosse l’estensione del loro territorio, la Messapia. I Romani infatti, quando conquistarono la Messapia, oltre a riscattare il nome Calabria, seppellirono con le loro memorie storiche molto di ciò che poterono vedere di quel popolo e di quei territori e che poterono eventualmente conoscere dei loro antecedenti. E la loro nuova augusta Regio II romana, si denominò “Apulia et Calabria”. È inoltre storicamente abbastanza accreditata anche la tesi secondo cui quella Apulia et Calabria, l’attuale Puglia, coincidesse già molto prima del 1000 aC, con la denominata Japigia, e che a un certo momento questa si era suddivisa in Daunia al nord, Peucezia al centro e al sud Messapia, la quale fu abitata dai due diversi popoli messapici: i Calabri a nordest – Brindisini inclusi – e i Salentini a sudovest, ai quali, con la fondazione della lacedemone Taranto, si aggiunsero quei nuovi greci che si stanziarono a nordovest, sulla costa ionica. E allora...? I Brindisini fummo Messapi e poi Calabri, ancora poi Otrantini e quindi, Leccesi... Ma da quando Salentini? E perché Salentini? Stando alla ricostruzione di cui sopra, sembrerebbe che “Salentini” fossero chiamati quegli abitanti della Messapia che erano stanziati sulla costa ionica a sud di Taranto, diversi sia dai più numerosi Calabri e sia soprattutto diversi dai Lacedemoni di Taranto, con i quali Calabresi e Salentini coesisterono, non certo amichevolmente, per 60  


qualche centinaio di anni, fino a quando tutti quanti furono alla fine conquistati e latinizzati dai Romani. Quella denominazione etnica “Salentini”, che alle volte fu erroneamente utilizzata per tutti gli abitanti dell’intera Calabria e non solo per quelli della parte occidentale della penisola a sud di Taranto, potrebbe derivare dal termine latino “salum” inteso come “terra in mezzo al mare” risalente a un patto d’amicizia stipulato “in salo”, ovvero in mare, fra Cretesi, Illirici e Locresi. La storia, invece, quella documentata e accertata, non certifica un altrettanto uso per il toponimo “Salento”, né tanto meno riporta una data o un periodo nel quale il territorio più estremo della Puglia si sia formalmente o amministrativamente denominato Salento, mentre insegna che in successione cronologica quel territorio ha, durante gli ultimi 3000 anni, via via costituito la Messapia, la Calabria, la Terra d’Otranto, la Provincia di Lecce e, finalmente, l’assieme delle tre province di Lecce Taranto e Brindisi. E quindi, sembrerebbe che il toponimo Salento sia d’introduzione relativamente recente, e sia pertanto più giusto suppeditarlo al termine “Salentini” che invece, come già commentato, può rivendicare un uso certamente molto più preciso e molto più antico, quando identificava gli abitanti di una porzione specifica e abbastanza ben delimitata della penisola messapica o calabra che dir si voglia: quella sulla costa principalmente ionica a sudest di Taranto. E allora, in conclusione, quello che è chiaro è che Brindisi appartiene al Salento da non tantissimo tempo e che neanche sappiamo bene perché i Brindisini siamo diventati Salentini; e soprattutto, non è chiaro perché non sia la storica Messapia, e non Salento, la denominazione di questa nostra storica regione che si estende tra due mari a sud della direttrice Taranto-Ostuni, “la soglia messapica”, appunto!

gianfrancoperri@gmail.com 2 Novembre 2013 61  


Quando come e perché noi Brindisini da Calabresi diventammo Pugliesi? Quando un qualche tema appassiona, inevitabilmente si finisce sempre con rigirargli attorno. Qualche anno fa, il 2 novembre del 2013, sulle pagine di questo mio blog scrissi un articolo intitolato «Ma noi di Brindisi da quand’è che siamo Salentini? E perché?» Un articolo in cui cercai di ricostruire sinteticamente la storia dell’evoluzione che, dalle origini fino ad oggi, ha subito la denominazione che ha contraddistinto la regione geografica in cui è da “sempre” esistita Brindisi, con il suo territorio ed i suoi abitanti. In quell’occasione, mi volli specialmente occupare del toponimo Salento e conclusi scrivendo: «…I Brindisini fummo Messapi e poi Calabri, ancora poi Otrantini e quindi, Leccesi. Ma da quando Salentini? …A Brindisi siamo Salentini da non tantissimo tempo e neanche sappiamo bene perché lo siamo; e soprattutto, non è chiaro perché non sia la storica Messapia, e non Salento, la denominazione di questa nostra regione che si estende tra due mari a sud della direttrice Taranto-Ostuni: “la soglia messapica”, appunto!» Ebbene adesso, invece, voglio riprendere l’argomento proprio dalla denominazione “Calabria” per tentare di capire “il quando il come ed il perché” la si abbandonò per poi confluire nella attuale “Puglia”; e quando come e perché quella denominazione originaria migrò sull’altra e più meridionale appendice peninsulare dello stivale italico. Ma procediamo con ordine!

L’imperatore Augusto, tra il 9 e il 14 dC, intraprese un riordino amministrativo profondo di tutta la penisola italica, suddividendola in undici regioni e creando così la Regio II con la denominazione “Apulia et Calabria”, un po’ più estesa dell’attuale Puglia, e la Regio III con la denominazione “Lucania et Bruttium”, estesa a sud su tutto il resto del territorio peninsulare. 62  


La subregione “Apulia” occupò il territorio a nordovest dell’istmo Taranto-Ostuni, abitato da Dauni e Peucetii; la subregione “Calabria” occupò il restante territorio a sudest dell’istmo, abitato dai Messapi: i Calabri a nordest e i Salentini a sudovest. Brindisi dunque, “ai tempi di Roma” appartenne alla Calabria, l’antica Messapia o l’odierno Salento, come preferir si voglia. Ebbene, in quanto al “quando” della migrazione di quella denominazione “Calabria”, si può anticipare che anche se il passaggio fu molto probabilmente lento e graduale, certamente si sviluppò nell’alto medio evo, poiché è indubbio che alla fine del secolo VIII, il toponimo Calabria avesse già definitivamente identificato il nuovo territorio, tanto nel linguaggio ufficiale, quanto nell'uso comune. Ma continuiamo con ordine! Dopo la caduta dell’Impero Romano d’occidente, dalla storia formalmente ascritta all’anno 476 dC, la successiva dominazione gotica sull’Italia culminò con il ventennale conflitto greco-gotico che, nel 553, vide vincitori i Bizantini i quali, aspirando a integrare l’Italia all’Impero Romano d’oriente, instaurarono l’Esarcato di Ravenna nella città già capitale del regno italiano dei Goti e misero sotto il suo controllo nominale il resto dei territori italiani conquistati. Però dopo solo pochi anni, a partire dal 568, i nordici Longobardi scesero in Italia e, giunti nel meridione, crearono a Benevento un potente ducato a loro caposaldo di tutto il sud della penisola, incorporandovi da subito quasi tutti i territori della Lucania e parte di quelli della Campania del Bruzio e dell’Apulia, dai quali, instancabilmente e sempre più incisivamente, continuarono per secoli a scorribandare sui territori limitrofi, occupandoli temporalmente o creandovi anche loro unità territoriali stabili, i gastaldati. A fianco, nei territori situati ad est e a sud di Benevento, i Bizantini fondarono il Ducato di Calabria, integrando in tale entità amministrativa i territori della romana Calabria, l’odierno meridione pugliese, con quelli del romano Bruttium, l’odierna regione calabrese, inizialmente ben collegati da un’ampia fascia costiera, lungo la riva nordoccidentale del golfo di Taranto. Nel 663, l’imperatore Costante II sbarcò a Taranto e liberò temporalmente quasi tutto il meridione dalla presenza longobarda, senza però poter espugnare Benevento difesa dal duca Romualdo e da dove, ad ogni occasione, i Longobardi ritornarono ripetutamente all’attacco. Dopo l’omicidio dello stesso Costante II, avvenuto a Siracusa nel 668, infatti, i Longobardi recuperarono molti dei territori e delle città del meridione d’Italia, occupando anche gran parte dello strategico Ducato di Calabria, e in particolare Taranto e, nel 674, anche Brindisi. Fu probabilmente a partire da allora, se non già da qualche anno prima, che il nome “Calabria” cominciò a essere utilizzato per designare indistintamente tutto il territorio storicamente appartenuto sia alla Calabria che al Bruzio, cominciando così a mandare quest’ultimo nome al dimenticatoio. 63  


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Nel 680, infatti, a Costantinopoli si tenne un Concilio e i vescovi che vi parteciparono, nel sottoscriversi, al nome proprio e a quello della diocesi aggiunsero anche quello della provincia o regione comprendente la diocesi. I vescovi di Tauriana, di Tropea, di Turii, di Locri, di Vibona, nonché quelli di Otranto e di Taranto, si dichiararono della “Calabria”. I vescovi di Cosenza, di Crotone, di Squillate e di Tempsa si dissero appartenenti al “Bruzio”. Evidenza che in quell'anno 680 dC si esitava ancora fra i due nomi e che, in conseguenza, il momento della sostituzione, o perlomeno dell’estensione della denominazione “Calabria” al “Bruzio”, va storicamente situato in una data seguente, anche se comunque prossima, a quell'anno. Altra evidenzia, è il fatto che il pontefice Gregorio Magno, nel 601 mandò a trarre legname per l'impalcatura della basilica di San Paolo, dai boschi «del Bruzio», mentre al termine del secolo, quando il pontefice Sergio I ebbe ancora bisogno di quel legname da costruzione per i lavori della stessa basilica, lo fece estrarre «dalla Calabria». I due nomi diversi, quindi, rappresentavano evidentemente lo stesso luogo e anche il Bruzio, pertanto, al termine di quel VII secolo, si chiamava Calabria. Senza prove certe, tuttavia, che per quel momento l'antica Calabria avesse anch'essa già cambiato ufficialmente il proprio nome a quello di Terra d’Otranto, né tanto meno, che fosse stata incorporata con una qualche formalità, all’Apulia. E allora, quando fu che ciò avvenne? Proseguiamo con ordine! I Longobardi dominarono l’Italia per ancora cent’anni, fino al 774, quando i Franchi, chiamati in Italia dal papa Adriano, li sconfissero a più riprese e consegnarono al papato gran parte del territorio centrale della penisola, dando così formale inizio al potere temporale dei papi e separando, anche fisicamente, la parte settentrionale dalla meridionale dello stivale. 64  


Mentre il settentrione d’Italia passò sotto l’influenza del sacro romano impero, sorto con l’incoronazione di Carlo Magno in San Pietro nel Natale dell’800, il meridione ritornò sotto il controllo – anche se solo nominale – bizantino, tranne Benevento che rimase autonomamente longobarda assurgendo a principato, e tranne la Sicilia che nell'827 fu occupata dagli Arabi rendendo ancor più insicuri ed incerti tutti i domini bizantini nell'Italia meridionale. Solo sul finire del secolo, nell'880, i Bizantini riconquistarono effettivamente varie città, tra cui Taranto e Brindisi, riuscendo inoltre a sottomettere i territori longobardi che avevano separato in due il Ducato di Calabria, separato cioè l’antico Bruttium dall’antica Calabria. Finanche, il 18 ottobre 891 dopo un assedio di due mesi, la stessa Benevento capitolò al generale bizantino Niceforo Foca. Quindi, si fondò il Thema di Langobardia con capitale Bari, che affiancò il Thema di Calabria con capitale Reggio. Il Thema di Calabria però, non comprese l’antica Calabria romana, ossia l'odierno Salento, che invece fu parte del nuovo Thema di Langobardia. A quell’epoca quindi, la denominazione “Calabria”, già in precedenza estesa al Bruzio, aveva ormai finito con l’abbandonare del tutto il suo originale territorio salentino: la migrazione si era definitivamente consumata. Nel corso del ‘900, il Thema di Calabria e quello di Langobardia furono integrati per formare il Catapanato d'Italia e durante tutto quel secolo X non cessarono le lotte per il dominio del territorio tra i Longobardi beneventani e i Bizantini, alle quali si furono alternamente sommando gli eserciti imperiali del nord -quelli del sacro romano impero- e le tante bande arabe e slave, in un perenne clima di tutti contro tutti e con sempre la regia, più o meno occulta, del papato. Con il nuovo millennio, finalmente, l’intricata e caotica situazione economica politica e militare del meridione italiano, prolungatasi per secoli, incontrò una radicale via d’uscita con l’arrivo dei Normanni, una stirpe di scaltri guerrieri provenienti dalla Normandia. Nel 1041, Normanni e Longobardi alleati, batterono i Bizantini impossessandosi di gran parte del territorio del Catapanato d'Italia e, nel settembre del 1042, il normanno Guglielmo I d'Altavilla fondò la Contea di Puglia con capitale Melfi: un territorio non omogeneo suddiviso in baronie distribuite tra Capitanata, Gargano, Apulia e Campania, fino al Vulture. Nel 1047, il sacro romano imperatore Enrico III, legittimò i possessi dei Normanni e conferì a Drogone d'Altavilla, succeduto a Guglielmo I, l'investitura di conte di Puglia. Poi, nel Concilio di Melfi del 1059, la contea fu elevata a ducato dal pontefice Niccolò II e Roberto il Guiscardo fu nominato duca di Puglia e di Calabria. Finalmente, nel 1071, il dominio bizantino nel meridione italiano cessò, con la conquista e la fondazione della contea di Lecce e con la con la presa di Taranto e Brindisi e fondazione del poderoso principato di Taranto, al quale fu ascritta anche Brindisi. 65  


Contemporaneamente, anche per i due rimanenti principati longobardi, di Benevento e di Salerno, l'arrivo dei Normanni venne a sancire la fine: nel 1053, il solito Roberto il Guiscardo conquistò Benevento e nel 1076 Salerno, divenendo nel 1078 duca di Puglia e Calabria. Nel luglio del 1127 Guglielmo II, duca di Puglia e di Calabria, morì senza figli e gli succedette il fratello Ruggero, già conte di Sicilia, il quale in pochi anni finì col riunire sotto di sé anche i restanti possedimenti del meridione italiano e, nella notte di Natale del 1131, fu incoronato re del novello Regno di Sicilia. Quel regno, nato unendo i territori della contea di Sicilia, dei ducati di Puglia e Calabria, del ducato di Napoli, del principato di Capua e dell’Abruzzo, fu amministrativamente suddiviso in quattro unità: Sicilia, Calabria, Apulia e Terra di Lavoro. I confini delle tre unità continentali furono invero piuttosto labili e, anche se la loro struttura amministrativa non fu ben definita, nell’Apulia furono chiaramente compresi, la contea di Lecce, la contea di Nardò, la contea di Soleto e il principato di Taranto, al quale restò ascritta Brindisi, che da allora -quindi- appartiene “formalmente” alla Puglia. Poi sotto gli Svevi, nel 1230 Federico II riformò tutta l’amministrazione del regno, sopprimendo le contee e istituendo nuove unità amministrative, ognuna affidata a un giustiziere. La Puglia fu allora suddivisa in quattro giustizierati: Basilicata, Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto in cui fu inclusa Brindisi. Il giustizierato della Terra d'Otranto, la cui creazione certificò quindi “ufficialmente” per il suo territorio tale denominazione, invero già da tempo entrata nel gergo comune, comprese inizialmente tutta la penisola salentina e una parte della regione delle Murge, estendendosi a nordovest fino al Bradano e includendo quindi anche il territorio materano. Presso a poco con tali limiti, tutta questa circoscrizione amministrativa fu conservata anche sotto gli Angioini e gli Aragonesi. Verso la fine del vice regno spagnolo invece, nel 1663 sotto Filippo IV di Spagna, il giustizierato di Basilicata con il suo territorio di Matera fu sottratto alla Puglia e da quel momento in avanti passò ad integrarsi con il territorio di Potenza e di Melfi. Quello status amministrativo del regno di Napoli perdurò, più o meno invariato, fino alla promulgazione della legge napoleonica del 1806 con cui il re Giuseppe Bonaparte riformò la ripartizione del territorio sulla base del modello francese, sopprimendo i giustizierati e introducendo le province. Le province furono suddivise in successivi livelli amministrativi gerarchicamente dipendenti dal precedente: immediatamente sotto la provincia si crearono i distretti e questi, a loro volta, furono suddivisi in circondari. I circondari furono costituiti dai comuni, l'unità di base della struttura politico amministrativa dello stato moderno, ai quali fecero capo i villaggi, piccoli centri a carattere prevalentemente rurale.

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Le province del regno furono ventidue, di cui sette in Sicilia, con in totale settantasei distretti, di cui ventitré in Sicilia. La provincia di Terra d'Otranto comprese i quattro distretti di Lecce, Taranto, Gallipoli e Mesagne, sostituito nel 1814 con quello di Brindisi. Il numero totale dei circondari, cioè dei principali comuni della provincia, fu di quaranta quattro. Dal 1º gennaio 1817, l'organizzazione amministrativa postnapoleonica del regno delle Due Sicilie mantenne sostanzialmente lo stesso assetto napoleonico e dopo l'unità d'Italia del 1861, la provincia di Terra d'Otranto fu denominata provincia di Lecce, mentre il suo territorio permase diviso negli stessi quattro distretti di Lecce, Brindisi, Taranto e Gallipoli. Durante il ventennio fascista, si soppressero i distretti e nell’ordinamento amministrativo dello stato si conservarono solamente le province e i comuni. In Puglia, la provincia di Lecce fu suddivisa in tre con la creazione, nel 1923, della provincia di Taranto e, nel 1927, di quella di Brindisi, alla quale furono aggregati i comuni di Fasano e Cisternino, prima appartenuti alla provincia di Bari, portando con essi il numero totale di comuni a venti. Ebbene, giunti a questo punto, si è data risposta al “quando” e anche al “come” l’originale denominazione Calabria sia migrata da una all’altra delle due penisole dell’estremo sud italiano, cominciando con l’essere assegnata anche alla seconda in sostituzione della propria denominazione originale e finendo con abbandonare la prima per la quale venne finalmente adottata una nuova denominazione e si procedette a incorporarla a una regione terza. Ed ha avuto anche risposta il “quando” Brindisi fu formalmente inclusa nella Puglia e “quando” il territorio in cui era Brindisi fu ufficialmente denominato Terra d’Otranto. Manca solo, quindi, rispondere al “perché” di tutto questo insolito processo. Insolito non per il cambio di un toponimo -cosa in effetti storicamente abbastanza comune e di fatto naturale- ma insolito per la migrazione di un toponimo da un luogo ad un altro. Perché mai spostare la denominazione “Calabria” dal suo storico territorio ad un altro territorio, che del resto un nome storico proprio già lo aveva? Ebbene, purtroppo, finora non ci è ancora stato dato di giungere a un’unica spiegazione certa: lo storico Michele Schipa, che si occupò a lungo dell’argomento, nel 1895 scartò un’ipotesi ai sui tempi abbastanza accreditata e ne avanzò una seconda, sua. Raccontiamole brevemente! «Quando i Longobardi occuparono Taranto e Brindisi, intorno al 670, del territorio della vecchia romana Calabria, che pur aveva dato il proprio nome all’intero ducato bizantino comprendente anche il Bruzio, restò ben poco, praticamente e a mala pena solo Otranto. E fu a quel punto che ai Bizantini non venne migliore idea che, per occultare quella grave perdita e salvare l’onore o l’apparenza, inventarsi traslare il nome del territorio perduto “Calabria” al territorio in buona parte conservato “Il Bruzio” per poter così ufficialmente affermare che la “Calabria” continuava ad essere saldamente bizantina». 67  


Che ve ne sembra? Potrebbe reggere una così bizzarra e stravagante spiegazione? Ebbene, per Schipa, assolutamente no! E lui di ragioni per negarla ne apporta e ne dettaglia abbastanza. Poi, sconcertato, Schipa non trova di meglio che avanzare la possibilità che, invece, forse e più semplicemente e verosimilmente: «Una volta ridotto a un lembo il territorio bizantino resistente sulla punta estrema della romana Calabria e benché fisicamente separato dal meridionale Bruzio, pur si poteva ammettere di continuare a mantenere il nome “Calabria” per tutta quella parte dell’unità amministrativa ancora bizantina, nonostante fosse costituita da un territorio che nella quasi sua totalità era del Bruzio. E così fu che, per anni e anni, il territorio del Bruzio continuò a denominarsi ufficialmente ducato di Calabria e quindi… Calabria. Del resto, l’accettazione non dové incontrare molti ostacoli, giacché si trattava di un “bel nome dalla dolce fisionomia greca, per cui molti l’han ritenuto greco in carne ed ossa”». L’antica romana Calabria, nel mentre, non tornò più ad essere stabilmente bizantina ed anzi, tutta fu, a momenti, perduta, incluso la stessa Otranto, che comunque più a lungo resistette col suo pur piccolissimo territorio. E fu così che dell’antica romana Calabria, dopo lunghissimi bui anni senza ormai un territorio proprio, si perse anche l’identità del nome.

  gianfrancoperri@gmail.com

8 Settembre 2016

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Brindisi tra IX e X secolo in balia del 'tutti contro tutti' Dopo un primo arrivo dei Saraceni a Brindisi ‐ nell’838 ‐ per due secoli intorno alla città non ci fu null’altro che un desolante 'tutti contro tutti' Pubblicato dalla Fondazione Terra d’Otranto il 4 e 5 giugno 2019

Le fonti relative alla storia di Brindisi tra il VI e il X secolo inclusi, sono molto avare, particolarmente avare, costituendo tale carenza quasi assoluta un forte indizio della effettiva mancanza di eventi, circostanze e personaggi da riferire in relazione alla città, un indizio quindi di marcata decadenza, associata, anche e certamente, ad un progressivo accentuato processo di depopolamento ed alla conseguente perdita della stessa fisionomia urbana della città. Esula dal proposito di questo scritto il trattare delle possibili cause di tale situazione e basti solo accennare che, eventualmente, la prolungata guerra grecogotica prima, l’esosa occupazione bizantina dopo, una serie di catastrofi naturali e finalmente, l’approssimarsi dei Longobardi ed il susseguirsi delle prime devastanti incursioni saracene, furono tutti eventi che più o meno in successione, per secoli affossarono completamente la città, la sua economia e la sua popolazione. Fino a quando, dopo che nel 1005 Durazzo ritornò sotto il controllo di Costantinopoli, Brindisi fu chiamata a rinascere per svolgere di nuovo una funzione di primo piano nel contesto di un rinnovato e più vasto orizzonte politico di Bisanzio. Una rinascita rimasta incipiente, che però, poco dopo, fu impulsata con decisione dai nuovi arrivati: i Normanni. Dopo la rovinosa ventennale guerra greco-gotica conclusa nel 553 e dopo la distruttiva conquista longobarda – che per Brindisi si materializzò ai danni dei Bizantini intorno al 680 ad opera di Romualdo I duca Benevento – la città rimase semidistrutta, stremata e ridotta a poco più che un’espressione geografica quasi spopolata, anche se non del tutto abbandonata. «La documentazione epigrafica indica che ai margini della città rimasero, sia alcuni gruppi di Ebrei – parte stabiliti presso il seno di levante del porto interno e parte presso l’attuale via Tor Pisana, dove vi fu anche un loro sepolcro – e sia qualche altro sparuto gruppo di cittadini stabiliti intorno al vecchio martyrium di San Leucio [adiacente all’insenatura di ponente] … Fino al X secolo, sono quasi nulle le notizie di transiti o approdi nella rada di Brindisi, eccezion fatta per quando – nel 908 – vi giunsero le reliquie di Santa Margherita d’Antiochia, che il monaco benedettino Agostino pavese trasferì da Costantinopoli in Italia». [G. CARITO1,2]

Dunque, alla fine del VII secolo, Brindisi, sottratta al controllo bizantino, divenne longobarda e poi per circa un secolo e mezzo di essa non se ne parla più, né se ne sa praticamente nulla, con eccezione – forse la sola – della citazione che ne fa l’anonimo tranese, descrivendola “eversa vero atque diruta” nel suo racconto del trafugamento delle spoglie del protovescovo brindisino San Leucio, effettuato nottetempo da un gruppo di Tranesi ad ulteriore riprova dell’estrema debolezza sociale, oltreché politica ed economica, in cui versava la città con i suoi superstiti abitanti. Città quindi formalmente longobarda, Brindisi restò tale anche dopo l’arrivo dei Franchi di Carlo Magno che, sceso in Italia nel 771 chiamato dal papa Stefano III e sconfitti i Longobardi nel 774, rinunciò ad estendere il proprio controllo sulle longobarde terre beneventane. Quando poi, nel 787, Carlo decise di compiere una 69  


sortita all’interno di quei confini, ottenuta una formale sottomissione del duca Arechi II alla propria autorità, lo elevò a principe. Probabilmente, il re Carlo preferì mantenere in vita quello stato longobardo in un certo qual modo a lui sottomesso, piuttosto che intraprendere impegnative campagne militari che avrebbero potuto attivare pericolose frizioni con il confinante – in quel sud italiano – impero bizantino, nonché stimolare imbarazzanti richieste di ampliamento territoriale verso Sud da parte pontificia. Se ne riparla – di Brindisi – solo nell’838 e se ne riparla perché sullo scenario del Meridione continentale d’Italia è apparso un terzo litigante ad affiancare i due precedenti e già secolari contendenti longobardi e bizantini. Si tratta degli Arabi originari del nord Africa, poi più comunemente detti Saraceni, provenienti dalla loro nuova vicina base, la Sicilia, che da poco più di una decina d’anni – dall’827 – avevano gradualmente cominciato ad occupare (Palermo sarebbe caduta nell’831 e, ultima, Siracusa nell’878) sottraendola ai Bizantini. E perché mai e come mai, i Saraceni provenienti dalla Sicilia giunsero fino a Brindisi? Accadde semplicemente che, una volta sbarcati e ben insediati nella Sicilia, fu naturale che gli Arabi guardassero all’Italia peninsulare come ad una meta di conquiste e, soprattutto, di scorrerie. Le incursioni e le loro azioni di offesa verificatesi nel Meridione d’Italia, infatti, per lo più contrastarono con la stabilità propria dell’insediamento musulmano insulare della Sicilia, dove da subito si manifestò il desiderio di una durevole conquista con la volontà di includerla nel dominio islamico. Nel territorio peninsulare, invece, i pochi isolati episodi di conquista, come quelli di Bari e Taranto o sul Garigliano a sud di Gaeta, si estinsero nel giro di due o tre decenni al massimo; mentre per ben due secoli, il IX e il X, quasi l’intero Mezzogiorno visse la presenza musulmana come un endemico flagello di guerra e di rapina, continuamente combattuto – da Bizantini, Veneziani, Longobardi, Pontifici, Franchi – e mai debellato. E tutto ciò durò così a lungo anche perché gli Arabi furono abili a inserirsi nelle vicende della tribolata storia altomedievale del Meridione italiano, proprio come avvenne in quella loro prima incursione dell’836 e 837, quando fu lo stesso duca di Napoli, il console Andrea, che li chiamò in suo soccorso contro Sicardo, il principe longobardo di Benevento, che lo aveva assediato. Da lì in avanti il prosieguo fu inevitabile e, solo un anno dopo, gli Arabi di Sicilia comparvero nelle acque dell’Adriatico e s’impadronirono indisturbati di Brindisi. «Per idem tempus Agarenorum gens, cum iam Siculorum provinciam aliquos tenuerunt per annos pervasam, iam fretum conabantur transire Italiam occupandam. Dum vero cum multitudine navium fretunque ille transmeassent, sine mora Brindisim civitatem pugnando ceperunt (Chronicon Salernitanum)»

Il duca Sicardo, appena saputolo, accorse da Benevento con numerose forze a cavallo per respingerli, ma la sua corsa si bloccò per un banale tranello: gli assalitori, scavata una lunga e profonda trincera in prossimità dell’ingresso alla città, la ricoprirono con rami e con zolle di terra; quindi vi attirarono l’ingenuo nemico che cadde nella trappola subendo gravissime perdite, anche se Sicardo riuscì fortunosamente a salvarsi. Quegli Arabi giunti fino a Brindisi, probabilmente in pochi, avuta notizia che dopo lo scacco il duca-principe Sicardo stava facendo grandi preparativi per la rivincita, non esitarono a dar fuoco alla città e a ritirarsi, non senza averla depredata del poco 70  


ancora depredabile. Eventualmente, fu anche opera loro la distruzione del monastero bizantino di Santa Maria Veterana [a meno che tale monastero non sia invece stato edificato a fine secolo, in concomitanza con il primo avvio – poi presto interrotto – della ricostruzione bizantina della citta seguita alla riconquista di Niceforo Foca, e sia stato quindi distrutto in una delle successive incursioni saraceno-slave]. Poi, abbandonata momentaneamente Brindisi, alcuni Saraceni si stabilirono una quindicina di chilometri più a nord, nella strategica e protetta baia di Guaceto, ove costruirono un campo trincerato – denominato "ribat" del quale fino a tutto il XVI secolo si scorgevano ancora le rovine – che servì loro come base da cui dedicarsi, a lungo e indisturbati, a organizzare scorrerie per mare e per terra. I Saraceni, che con l’intervento a favore di Napoli prima e con la presa di Brindisi poi, avevano sperimentato la debolezza del ducato beneventano, nell’840 risalirono le coste della Calabria ed occuparono Taranto e subito dopo, nell’841, riattaccarono la costa adriatica con un primo assalto fallito alla città di Bari, che finalmente fu stabilmente occupata l’anno dopo. Così, oltre che dalla Sicilia, anche da Taranto e soprattutto da Bari – città che divennero sedi di emirati – partirono per anni le incursioni arabe, sempre più penetranti e più incisive, dirette sulle città e sui territori adiacenti appartenenti ai domini bizantini residui in Italia, nonché a quelli longobardi. La situazione di instabilità causata dalla presenza araba nell’Italia meridionale cominciò finalmente a preoccupare seriamente anche il papa e quegli stessi principi che avevano in qualche modo flirtato con gli Arabi di Sicilia, i quali pensarono bene di richiedere l’aiuto dell’impero, quello dei Franchi – il quarto contendente nello scacchiere dei “tutti contro tutti” – e così, eletto sacro romano imperatore nell’850, Ludovico II nipote di Carlo Magno, nell’852 fu sollecitato a scendere nel sud d’Italia, nel tentativo di liberare le città pugliesi – Bari in primis – dal giogo arabo, ma fallì nell’intento a causa dei contrasti ben presto sorti con i principi longobardi, primordialmente interessati a conservare la propria autonomia. Fu Venezia poi, con il suo Doge Orso, che nell’864 inviò una flotta di quaranta navi e finalmente batté i Saraceni e permise per qualche anno la restaurazione del dominio bizantino su Taranto. Ciò però, non impedì ai Saraceni di resistere di nuovo allo stesso sacro romano imperatore, il franco Ludovico II, il quale, ridisceso a sud nell’866, in Puglia nell’868 solo riuscì a liberare dall’occupazione araba Matera Canosa e Oria, giacché l’enorme flotta di ben quattrocento navi – comandata dal patrizio Niceta Orifa inviatagli dall’imperatore bizantino nell’869 per supportare l’attacco terrestre a Bari – si ritirò a Corinto e lo lasciò impotente. Ludovico II, infatti, nel mezzo di una disputa ideologica con l’imperatore d’Oriente Basilio I, si era rifiutato di acconsentire al già accordato matrimonio di sua figlia, Ermengarda, con Costantino, figlio di Basilio I. Nel trascorso di quella campagna, con lo strategico obiettivo di colpire i Saraceni del vicino emirato barese, i Franchi di Ludovico II assediarono e quindi assaltarono e presero – 867? – anche Brindisi, che nel frattempo era stata rioccupata dagli Arabi. «Due reperti archeologici testimoniano l’influenza franca sul territorio brindisino tra fine VIII secolo e inizi del IX. Si tratta di una vera di pozzo e di uno stampo con il nome di santa Petronilla, patrona dei Franchi, che potrebbero essere appartenuti al monastero di Santa Maria Veterana, dai Normanni ricostruito nell’XI secolo per ospitare le suore benedettine – unico edificio religioso documentato in Brindisi per il secolo VIII, nell’ambito della vecchia città». [G. CARITO1] 71  


Dopo qualche anno, tra i due imperatori si ristabilì una certa collaborazione e così Ludovico II poté puntare su Bari, conquistandola finalmente il 3 febbraio dell’871, liberandola dal trentennale dominio arabo e facendo prigioniero l’emiro Sawdan, che fu portato dal principe Adelchi a Benevento, dove rimase incarcerato per anni. Quindi, già morto – nell’875 – l’ormai vecchio imperatore Ludovico II, i Bizantini dell’imperatore Basilio I nell’876 sottrassero Bari all’influenza del longobardo Adelchi e, finalmente – nell’880 – riuscirono anche a liberare Taranto dai Saraceni nel corso della campagna di riconquista condotta dallo stratega Niceforo Foca. Partendo dalla punta dello stivale, Niceforo Foca estese la controffensiva bizantina su quasi tutto il Meridione continentale, riconquistando sia le città rimaste in mano araba e sia la maggior parte dei territori occupati dai principi longobardi. I limiti territoriali della conquista non sono definiti con esattezza nelle fonti, ma è verosimile che i Bizantini abbiano rioccupato tutta la regione che si estende dalla valle del Crati a Taranto e la Lucania orientale con le vallate del Sinni e del Bradano, nonché la costa salentina, mentre è più arduo definire dove essi siano arrivati a nordovest di Bari. E quindi, fu nel contesto di quella lunga campagna condotta contro Longobardi e Arabi che, dopo Taranto, anche Brindisi intorno all’885 tornò sotto il formale controllo dei Bizantini, i quali, naturalmente, la incontrarono praticamente tutta in macerie: “macerie longobarde del 674, macerie saracene dell’838 e macerie imperiali dell’867”. Nell’886 morì l’imperatore Basilio I e gli succedette il figlio Leone VI, il quale richiamò il vittorioso generale Niceforo Foca nominandolo comandante supremo dell’esercito imperiale e questi s’imbarcò da Brindisi alla volta di Costantinopoli con gran parte del suo esercito e lasciando alla città tutti i prigionieri longobardi, sottraendoli magnanimamente alla schiavitù e rendendoli così potenzialmente utili alla eventuale ricostruzione cittadina. Il ritorno dei Bizantini a Brindisi, infatti, fu seguito da timidi e presto interrotti segnali di rinascita quando, alla fine di quel secolo IX, si iniziò la ricostruzione della chiesa di San Leucio, impulsata dal vescovo oritano Teodosio in occasione del ritorno in città di una parte delle reliquie sottratte dai Tranesi. E negli anni a seguire, la popolazione di sua iniziativa, intraprese anche la costruzione di un’altra chiesa, che fu edificata di fronte all’imboccatura del porto interno, sulla cresta della collina di ponente e con annessa un’alta torre – una specie di faro per i naviganti – in omaggio e gratitudine allo stratega greco Niceforo Foca. «L’edificio può essere presumibilmente identificato nella chiesa di San Basilio, che fungeva anche da faro grazie ad un’alta torre che la sovrastava. Essa, eretta secondo tradizione locale al ritorno bizantino, era ancora visibile nel XVII secolo, come testimonia G. B. Casimiro, e in seguito andò distrutta per lasciare il posto ad abitazioni civili». [G. CARITO-S. BARONE3]

Il 18 ottobre 891 i Bizantini fondarono il Thema di Langobardia con capitale Bari, che affiancò quello di Calabria con capitale Reggio e che con quella riorganizzazione non comprese più l’antica Calabria, ossia l’odierno Salento, che invece fu parte del nuovo Thema di Langobardia. La denominazione di Calabria, infatti, dopo essere stata estesa al Bruzio, a quell’epoca aveva già finito con l’abbandonare del tutto il suo originale territorio salentino. Con l’avvento del secolo seguente, il X, le coste adriatiche ritornarono ad essere ripetutamente preda dei pirati saraceni, ai quali si alternarono con frequenza quelli 72  


slavi, che nel 922 assaltarono per la prima volta Brindisi e vi ritornarono nel 926, dopo aver occupato Siponto; e poi, nel 929, giunsero anche gli Schiavoni di Sabir, che dopo aver – il 7 agosto 928 – preso Otranto, risalirono la costa fino a Termoli. «I Saraceni impiegarono ampiamente schiavi e mercenari slavi sulle loro navi e molti assursero anche a posizioni di comando e prestigio. Tra il 922 e il 924, lo slavo Mas‘ūd, a capo di venti navi saccheggiò la rocca di Sant’Agata. Poi, il 10 luglio 926 “comprendit, Michael rex Sclavorum, civitatem Sipontum”: un’irruzione slava il dì di santa Felicita, ch’ebbe a condottiere Iataches, che assaltò e prese la città di Siponto, estendendo le scorrerie anche più a sud. Tra il 927 e il 930, Ṣābir lo schiavone, si apprestò con una grande flotta alle coste dell’Italia meridionale, dove con tre incursioni, ripetute a poca distanza l’una dall’altra, saccheggiò varie città [da Otranto a Termoli] e catturò molti prigionieri». [M. LOFFREDO4] «Non cessa, però, la minaccia saracena e le incursioni ed i saccheggi continuano sulle coste calabresi e su quelle pugliesi. E ai Mussulmani si aggiungono ancora una volta gli Slavi: dopo aver perduto Siponto nel 936, tornano nel 939 e con loro Ungari e Schiavoni minacciando le coste e spingendosi all’interno della Capitanata e nell’entroterra tarantino e, ancora nel 947, assediando Conversano e Otranto». [T. PEDIO5]

Nel 970 il Thema di Calabria e quello di Langobardia furono integrati per formare il Catapanato d’Italia e nel 976, successo a Giovanni Zimisce, l’imperatore bizantino Basilio II si trovò a dover gestire più urgentemente i fronti dell’Asia Minore e non ebbe disponibilità di truppe per stanziare contingenti di rinforzo a guardia dell’Italia meridionale e così, gli Arabi di Sicilia dell’emiro Abu Al-Kasim, ripresero a vessare le popolazioni della Calabria e della Puglia, che non riuscivano a garantirsi una buona difesa militare con le sole guarnigioni cittadine, insufficienti a proteggere le roccaforti. In quell’anno 976, gli Arabi risalirono la Calabria, giunsero alla Valle del Crati e assediarono Cosenza, che fu costretta al pagamento di un tributo. Poi, nell’agosto del 977, con gli eserciti di Al Kasim, giunsero a Taranto perseguendo lo stesso obiettivo, ma trovarono la città abbandonata dai suoi abitanti e la distrussero. Quindi saccheggiarono nuovamente la vicina Oria bizantina e altri paesi del Capo. Poi, anche negli anni successivi, fino al 981, gli stessi Arabi misero ripetutamente a ferro e fuoco sia la Calabria che la Puglia, arrivando spesso a ridosso dei territori longobardi. In reazione, nel 982, il sacro romano imperatore Ottone II decise una spedizione punitiva contro i Saraceni di Sicilia e, sceso nel Mezzogiorno, provò prima a ridurre la potenza bizantina nella regione costringendo all’obbedienza i piccoli stati della Campania della Lucania e della Puglia, fino a Oria, Taranto e Bari, dove però il 13 luglio fu battuto dai Bizantini. Quindi l’imperatore si diresse verso la Calabria e la Sicilia, giungendo in quell’occasione ad un passo dalla vittoria contro gli Arabi, ma nella battaglia di Capo delle Colonne subì una completa disfatta con almeno quattromila morti. Ottone II morì l’anno seguente e per qualche decennio sullo scenario del Meridione italiano, anche l’azione militare antiaraba dell’impero di Occidente – allo stesso modo che quella dell’impero d’Oriente – praticamente scomparve. Nel 986 gli Arabi di Abu Said ripresero le ostilità contro la Calabria ritornando a Cosenza, di cui distrussero le mura per poi dilagare fino in Puglia: a Bari nel 988, dove i sobborghi furono saccheggiati con gran traffico di prigionieri verso la Sicilia. Con il nuovo secolo e il nuovo millennio, le incursioni piratesche non diminuirono e interessarono sia la Puglia, per lo più Bari, e sia in Calabria la Valle del Crati e Cosenza. 73  


Tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo, insomma, la situazione generale delle coste e dell’entroterra nel tribolato Meridione italiano, di nuovo, non poté essere più disperata: «Assente l’impero bizantino nella lotta intrapresa dalle città pugliesi contro la pressione araba; impotenti ad intervenire i Longobardi di Benevento e Capua, coinvolti in guerre intestine e quelli di Salerno timorosi della crescente potenza amalfitana; ormai in fase di decadenza Gaeta, Napoli e Sorrento; inefficace la rapida apparizione del sacro imperatore Ottone III; le uniche forze in grado di opporsi ai Saraceni furono le repubbliche marinare, le quali si andavano affermando sul Tirreno con Pisa e, soprattutto, con Venezia sull’Adriatico». [T. PEDIO5]

Nella prima metà dell’XI secolo, dopo che nel 1005 l’esercito bizantino riconquistò le coste dalmate, Brindisi riacquistò immediatamente l’antica strategicità – con il suo porto dirimpettaio a quello di Durazzo da cui partiva la via Egnazia che lo collegava alla capitale dell’impero – e i Bizantini ne intrapresero presto la ricostruzione. «La portata dell’investimento bizantino è valutabile grazie al testo dell’epigrafe datata alla prima metà dell’XI secolo, scolpita sul basamento di una [quella superstite] delle due colonne che dal promontorio di ponente guardavano proprio l’imboccatura del porto interno: Illustris pius actibus atque refulgens Protospatha Lupus urbem hanc struxit ab imo. Una formula che attribuisce al programma imperiale il valore di una vera e propria fondazione…». [R. ALAGGIO6]

Al contempo, il secolare arricchimento accumulato nell’isola aveva finito con indurre gli Arabi di Sicilia a non occuparsi più tanto di guerreggiare né di consolidarsi sul continente, quanto a godere dei tanti notevoli agi acquisiti. Un atteggiamento questo, che nei primi decenni dell’XI secolo permise alle forze bizantine di riprendere i territori dell’Italia peninsulare e di dedicarsi a controllare le rivolte filoimperiali interne che in essi via via andavano scoppiando. Così, nel 1038 – quindi duecento anni dopo quella prima incursione saracena a Brindisi – le forze bizantine sbarcarono a Messina e si diressero verso Siracusa, ponendo l’assedio alla città. I Musulmani di Sicilia non riuscirono a rispondere per molto tempo alle forze greche e così, in quella prima metà dell’XI secolo, ebbe inizio la fine della storia islamica nell’isola e di conseguenza anche di quella nella penisola, lasciando lo scenario sgombro all’arrivo dei nuovi conquistatori: i Normanni. BIBLIOGRAFIA 1

G. CARITO Lo stato politico economico della città di Brindisi dagli inizi del IV secolo all'anno 670 in "Brundisii Res" - 1976

2

G. CARITO Brindisi nell’XI secolo: da espressione geografica a civitas restituita - 2013

3 G. 4

CARITO-S. BARONE Brindisi cristiana dalle origini ai Normanni Brindisi - 1981

M. LOFFREDO Presenze slave in Italia meridionale (Secoli VI‐XI) in “Annali della Schola Salernitana” - 2015

5

T. PEDIO La Chiesa di Brindisi dai Longobardi ai Normanni in “Archivio Storico Pugliese” - 1976

6

R. ALAGGIO Il medioevo delle città italiane: Brindisi - 2015

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Brindisi nel regno normanno di Sicilia del XII secolo

con un’appendice sulle istituzioni religiose a Brindisi nel XII Secolo Pubblicato su brindisiweb.it

La breve parabola del regno normanno di Sicilia Fu nel maggio del 1060 che nella bizantina Brindisi, per la prima volta, entrarono i Normanni di Roberto Altavilla, il Guiscardo. Ci rimasero però pochi mesi, fino a quando, in ottobre, il miriarca riconquistò la città. Poi nel 1062 il Guiscardo ne riprese il controllo per conservarlo fino al 1067, quando una flotta imperiale bizantina, al comando del katepano Michael Maurikas, riprese il controllo della rada di Brindisi. Erano trascorsi quattro secoli da quando, nel 674, i Longobardi avevano conquistato e, di fatto, completamente distrutto Brindisi. Una distruzione che implicò la quasi totale cancellazione della città dalla mappa geografica, condannandola a secoli di miseria spopolamento e abbandono e riducendola a poco più che un’espressione geografica. Per quei lunghi secoli bui, infatti, non vi è quasi traccia di riferimenti alla vita economica o politica cittadina e, dopo qualche isolato timido tentativo, fu solo con l’XI secolo già inoltrato, che Brindisi provò a riacquistare parte della sua antica importanza, quando la dirimpettaia Durazzo e la via Egnazia ritornarono sotto il controllo di Costantinopoli, cioè dell’impero romano d’Oriente, stimolando quella circostanza, sia il rinnovato interesse dell’impero bizantino che finalmente decise di intraprendere risolutamente la ricostruzione di Brindisi e sia l’appetito conquistatore dei nuovi arrivati sulla scena del Mezzogiorno italiano, i nordici e intrepidi Normanni che, tra l’altro, neanche celavano troppo le loro mire già poste proprio su quell’impero. E così nel 1069, al katepano Michael Maurikas toccò difendere - con successo - Brindisi da un nuovo attacco normanno condotto da Roberto il Guiscardo, sia per parte di terra che per parte di mare. L’anno seguente i Normanni tornarono ad assediare la città e il comandante bizantino della piazza, lo strategos Nikephoros, tese un vile tranello agli assedianti che, mentre con scale valicavano le mura, furono uccisi, un centinaio in tutto, e le loro teste tagliate furono inviate all’imperatore Romano IV. Ma quell’inganno servì solo a stimolare la reazione degli ingannati e a ritardare di poco la conquista normanna. Il Guiscardo - quarto duca di Puglia dal 1057, succeduto alla morte in sequenza dei suoi tre fratelli, Guglielmo Drogone e Umfredo, che lo avevano preceduto con quel titolo - nel sinodo di Melfi del 1059 si era dichiarato vassallo di papa Niccolò II in cambio dell’intitolazione del ducato di Puglia e Calabria, allora solo parzialmente sotto influenza bizantina, e della Sicilia, ancora in mano islamica. Così, una città dopo l’altra e una provincia dopo l’altra andarono perdute in favore dei Normanni, che nel 1071 espugnarono Bari, l’ultima importante città bizantina e sede del Catepanato d’Italia e, infine, Brindisi, il cui governo, Roberto lo concesse al conte Goffredo, un suo nipote. Parallelamente, il 25 dicembre 1071, fu espugnata anche Palermo e fu fondata la contea di Sicilia il cui governo fu assunto da Ruggero I, fratello minore del Guiscardo, mentre questi - all’epoca lider di tutti i Normanni arrivati nel Mezzogiorno italiano - si dedicò alla conquista di Costantinopoli, non riuscendovi per poco: morì sull’isola greca di Cefalonia il 17 luglio 1085, durante una pausa della campagna di conquista. 75  


In seguito alla morte del Guiscardo, il ducato di Puglia e Calabria fu ereditato dal secondogenito, Ruggero Borsa, nato dal secondo matrimonio con Sichelgaita, mentre al primogenito Boemondo, nato dal primo matrimonio con Alberada, dopo prolungate dispute e forti tensioni, e con la mediazione dello zio Ruggero I di Sicilia, fu assegnato il principato di Taranto che - fondato nel 1086-88 - comprese anche Brindisi. In Sicilia, qualche anno dopo, alla morte di Ruggero I avvenuta nel 1101, la contea passò in eredità al primogenito Simone, che però morì bambino nel 1105 e così, a succedere fu il secondogenito Ruggero II, sotto la reggenza della madre Adelasia fino al 1112. Quando nel 1127 morì senza eredi diretti il duca di Puglia e Calabria, Guglielmo, che era succeduto al padre Ruggero Borsa morto nel 1111, Ruggero II conte di Sicilia rivendicò il diritto di succedere al cugino e alla fine, facendo ricorso anche alla forza, più o meno tutti gli riconobbero la sovranità sui territori che erano stati dello zio, il Guiscardo. Finalmente, nel Natale dell’anno 1130, Ruggero II venne incoronato «re di Sicilia e Italia» dall’antipapa Anacleto II. Nel mezzogiorno d’Italia - unendo i territori della contea di Sicilia, del ducato di Puglia e Calabria, del ducato di Napoli, del principato di Capua e dell’Abruzzo - era nato per la prima volta nella storia un regno unitario, il “Regno di Sicilia” con capitale Palermo, città cosmopolita, inaugurandosi un’epoca di splendore e di guerre, interne ed esterne, per quel meridionale nuovo regno.

Nel 1154 Ruggero II morì e gli succedette il figlio Guglielmo I, detto il malo, che restò al potere fino al 1166. A succedergli fu il figlio Guglielmo II, che acconsentì al matrimonio di sua sorella Costanza con Enrico VI Hohenstaufen, figlio del Barbarossa. Alla morte di Guglielmo II senza eredi nel 1189, il regno normanno sopravvisse qualche anno ancora con Tancredi, conte di Lecce, nominato re. Tancredi, infatti, morì presto, nel 1194. Enrico VI rivendicò il regno di Sicilia e - dopo soli 64 anni dalla fondazione del regno - venne incoronato re a Palermo. Sua moglie Costanza, ultima discendente degli Altavilla, non partecipò all’incoronazione perché dovette fermarsi a Jesi per dare alla luce Federico II, lo stupor mundi, destinato a ereditare le due corone di Germania e di Sicilia. 76  


Per Brindisi una transizione tormentata In quel finire del 1130 e iniziare del 1131, al momento cioè della fondazione del regno, Brindisi orbitava nel principato di Taranto, che dalla sua costituzione nel 1086-88 era stato retto da Boemondo - primogenito del Guiscardo - morto nel 1111, e poi dal figlio Boemondo II morto proprio nel 1130 combattendo in Siria, il quale fin dal 1127 aveva però ceduto i suoi diritti sul principato al potente cugino paterno, Ruggero II, conte di Sicilia, duca di Puglia e Calabria e poi re di Sicilia. Boemondo II, infatti, aveva preferito trasferirsi in Oriente per occuparsi del principato di Antiochia, fondato nel 1098 in Siria sul sultanato di Damasco, dal padre Boemondo, nel corso della prima crociata. Signore di Brindisi e vassallo, prima del Guiscardo e poi del principe Boemondo, era stato il conte di Conversano, Goffredo figlio di Emma sorella del Guiscardo, morto nel 1104 circa e succeduto dal figlio Tancredi, con la reggenza della scaltra madre Sichelgaita fino alla di lei morte, avvenuta intorno al 1110. Tancredi, quindi, divenne a tutti gli effetti comes Brundusii come vassallo di Boemondo II e poi di Ruggero II, entrambi suoi cugini, fino al 1132, quando la città divenne demaniale in seguito al fallimento della sua reiterata ribellione contro il novello re Ruggero II. Contro le pretese di Ruggero II di Sicilia, infatti, inizialmente sostenuti e aizzati dal papa Onorio II, si erano immediatamente sollevati conti e baroni normanni, gelosi tutti dei loro privilegi, di fatto quasi sempre ereditari, messi a repentaglio dal nuovo audace pretendente. Tra di loro Goffredo d’Andria, Girolamo di Bari, Roberto di Capua, Ruggero di Ariano, Rainulfo d’Alife e anche Tancredi, il conte di Conversano signore di Brindisi. Ruggero II finì con l’aver ragione sulla coalizione ribelle e costrinse il papa Onorio II a riconoscere, con il negoziato del 22 agosto 1128, le sue pretese. Quindi Ruggero II ridusse uno ad uno tutti i baroni insorti e sottomise le loro città, Brindisi inclusa, che alla fine capitolò per fame dopo un prolungato e rigido assedio. Tancredi in quell’occasione, fu in certa misura perdonato da dal cugino Ruggero II e fu quindi lasciato nominalmente a governare Brindisi. Ben presto però - con la venuta in Italia dell’imperatore Lotario II - Tancredi reincise nella ribellione contro il re di Sicilia e nel 1132 fu definitivamente scacciato da Ruggero II, che riprese la città e nel 1133 catturò Tancredi - asserragliatosi con altri ribelli in Montepeloso - perdonandogli la vita ma inviandolo prigioniero in Sicilia. Da lì Tancredi, se pur non tornò più ad essere signore di Brindisi, riuscì finalmente a ritornare a Conversano dove, nel 1148, finì i suoi giorni. Le ribellioni contro la corona di Sicilia però non cessarono, aizzate dal nuovo papa Innocenzo II e sostenute dall’imperatore tedesco Lotario II, il quale, ridisceso in Puglia nel 1136 e con l’appoggio dei baroni capeggiati questa volta da Rainulfo d’Afile nominato duca dal papa, nel 1137 incalzò Ruggero II e lo costrinse a rifugiarsi in Sicilia. Poi, con il rientro in Germania e la successiva morte dell’imperatore, il re Ruggero II tornò alla riscossa e nel 1139 ebbe la meglio sul papa e tutti i suoi alleati ribelli. Li sconfisse, fece prigioniero il papa e lo costrinse al riconoscimento, con gli accordi di Mignano del 25 luglio 1139, dei titoli dei suoi figli e del suo stesso sul regno dell’intero Meridione. E fu in questo contesto che la città di Brindisi passò definitivamente al demanio dell’ormai consolidato regno normanno di Sicilia. 77   


Brindisi nel regno normanno di Sicilia I primi dieci anni trascorsi dalla fondazione del regno e quindi dall’appartenenza di Brindisi allo stesso, per la città furono anni complicati, anni di tradimenti complotti e quindi ribellioni contro il re Ruggero II, ordite prima dal recalcitrante reincidente Tancredi, conte di Conversano e signore di Brindisi, poi capeggiate da Rainulfo d’Afile. E, come è naturale che succeda in certi frangenti, in quegli anni furono quasi nulli per la città i progressi civili ed economici, producendosi di fatto la paralisi e il regresso del grande fenomeno espansivo - demografico e fisico - che era iniziato con la conquista normanna del 1071, impulsato da Goffredo conte di Conversano dominator di Brindisi e da sua moglie Sichelgaita, i quali durante quarant’anni avevano, di fatto, “ricostruito” Brindisi dopo i precedenti lunghi e tristi quattro secoli di distruzione e abbandono. Del resto, con l’entrata della città nel regno, anche la diretta dipendenza dal sovrano e la lontananza dal potere contribuirono alla riduzione del processo espansivo, che poté riprendere lentamente il suo percorso solo grazie al rinnovato progredire di quei movimenti di crocesegnati che già nei primi anni della ricostruzione avevano stimolato la creazione di strutture religiose e di edifici assistenziali e ricettivi dei grandi flussi di soldati e pellegrini diretti in Oriente, gestite dagli ordini monasticocavallereschi (*). Emblematico della ripresa, fu il completamento della costruzione della cattedrale iniziata nel 1089 dal conte Goffredo con la benedizione in loco del papa Urbano II, giunto a Brindisi appositamente per quell’occasione. Un completamento realizzato tra gli anni 1139 e 1143, supportato direttamente da Ruggero II e affiancato dal sorgere, lungo la strada magistri e nelle sue vicinanze, di numerosi altri importanti edifici, legati alla rinnovata vocazione marinaresca e commerciale della città, o legati alla presenza di potenti armatori amalfitani veneziani genovesi e pisani, o direttamente legati alle fortune personali di personaggi celebri, come la sfarzosa domus del grande ammiraglio Margarito, edificata nelle adiacenze della “rocca”. Ma presto risoffiarono su Brindisi i venti di guerra, portando inevitabilmente tempi ben più tristi di quelli precedenti, non ancora troppo lontani, già patiti dalla città. Il 26 febbraio del 1154 morì a Palermo Ruggero II e, a novembre del seguente anno, l’imperatore bizantino Manuele I Comneno decise una nuova sortita sulla Puglia normanna. Inviò quindi, un poderoso esercito e una numerosa flotta sotto la guida del cugino Giovanni Dukas e di Michele Paleologo, contando nell’appoggio dei baroni pugliesi, di nuovo pronti a insorgere al seguito del conte Roberto III di Loretello contro il nuovo re normanno, Guglielmo I, che era succeduto al padre Ruggero II di Sicilia. Senza aiuto dell’imperatore tedesco, Federico I il Barbarossa indeciso sul da farsi, ma con il papa Adriano IV non certo dispiaciuto, sostenuti da baroni normanni ribelli e da alcune città pugliesi, Brindisi inclusa, esercito e flotta di Manuele I Comneno poterono occupare le città della costa da Ancona a Brindisi e giungere fino a Taranto. Brindisi assunse un ruolo centrale nella vicenda ed è a Brindisi che, infatti, avvenne lo scontro finale. Guglielmo I, riorganizzato il suo esercito, ai primi del 1156 attraversò lo stretto con le sue forze terrestri mentre la sua marina puntò su Brindisi, tenacemente assediata dai soldati bizantini i quali, comandati da Giovanni Dukas e contando con la complicità dei loro numerosi partigiani locali, penetrarono le mura cittadine. 78  


Entrati in città, i Bizantini posero l’assedio alla “rocca” in cui si erano asserragliati i soldati normanni rimasti fedeli al re, cercando invano per quaranta giorni di espugnarla dal mare guidati da Alessio Comneno, nipote dell’imperatore, da questi inviato con nuove navi cariche di soldati a rilevo di Michele Paleologo, morto a Bari. Guglielmo I giunse a Brindisi per mare e per terra. Debellati i Bizantini, conquistò con epica battaglia la città il 28 di maggio 1156, facendo prigionieri Giovanni Dukas, Alessio Conmeno e molti altri, che portò a Palermo, rilasciandoli solo dopo aver obbligato il papa e l’imperatore d’Oriente alla firma di una pace accondiscendente al suo dominio. Vinta la battaglia, Guglielmo I riservò miglior sorte ai prigionieri bizantini che ai suoi sudditi ribelli. Brindisi fu risparmiata dalla distruzione totale solo grazie alla sua tenace resistenza all’assedio, ma fu comunque saccheggiata, spopolata e ridotta in estrema miseria per castigare i suoi traditori ribelli, e tutti i mercenari catturati furono uccisi. L’arcivescovo di Brindisi, Lupo, che assisté alla devastazione della città operata dai vincitori, qualche mese dopo ottenne la grazia da Guglielmo I, recandosi in persona a Palermo e ricevendo finalmente la conferma dei privilegi propri della chiesa di Brindisi precedentemente revocati in castigo per la supposta complicità con i ribelli. Bari fu rasa al suolo compresa la cattedrale. Fu risparmiata solo la basilica di San Nicola e gli abitanti ebbero due giorni per mettersi in salvo coi propri averi. Anche le altre città ribelli della Puglia furono punite duramente dal sovrano tradito e finalmente vincitore. Quell’epica battaglia vinta dai Normanni nel porto di Brindisi il 28 maggio 1156, consegnò definitivamente la Puglia all’Occidente e sancì il fallimento dell’ultimo tentativo bizantino di riconquistare militarmente l’Italia. Guglielmo I il malo morì dieci anni dopo, nel 1166, e gli succedette il figlio Guglielmo II, detto il buono, mentre Brindisi “a stento risparmiata dal fuoco” si era molto lentamente e solo parzialmente recuperata dalla profonda depressione in cui l’aveva lasciata immersa la combattutissima feroce battaglia della primavera del 1156. Grande ammiraglio, leale militare e ministro consigliere di questo nuovo e “buon” re fu Margarito da Brindisi, detto Margaritone. Un brindisino dunque, anche se più probabilmente greco, originario di Zante o Megara, che sposò Marina, figlia illegittima di Guglielmo I. Margarito compì numerose gesta sul mare per conto di Guglielmo II. Nella primavera del 1186, in un’offensiva contro l’impero bizantino, occupò le isole Ionie, in un’azione che rappresentò una cesura nella storia dell’arcipelago fino a quel momento strettamente associata a quella della Grecia continentale e le tre isole di Zante Cefalonia e Strifali divennero possedimento personale di Margarito. In seguito, compì la sua prima grande impresa militare che costò a Bisanzio la perdita pressoché totale della flotta, in uno scontro avvenuto nell’estate 1186 sulle coste di Cipro. Margarito si impadronì rocambolescamente di 70 triremi costantinopolitane, facendone poi prigionieri gli equipaggi. L’anno seguente, al comando della flotta di Sicilia riuscì a porre a salvo sulle sue navi e a trasportare in Sicilia, i cristiani fuggiti da Gerusalemme, che era stata occupata da Saladino il 2 ottobre 1187. Ai Crociati rimase allora, solo il controllo di Tiro, Tripoli e 79  


Antiochia e buona parte del merito nella persistenza di questi presidi cristiani in Oriente, fu accreditata a Margarito, il quale nel 1188 portò efficacemente soccorso alla città di Tiro, in cui Corrado marchese di Monferrato era assediato dai Saraceni. Nel 1189, quando morì il re Guglielmo II, Margarito fu tra i sostenitori della nomina a re di Tancredi, già conte di Lecce, il quale finalmente assunse la corona il 18 gennaio 1190. Margarito, infatti, fu fra i protagonisti della resistenza opposta nel 1191 all’armata imperiale di Enrico VI di Svevia, assicurando i rifornimenti a Napoli assediata dalle truppe imperiali e mettendo in fuga le navi pisane e genovesi che sostenevano l’armata e, addirittura, catturando l’imperatrice Costanza e trasferendola a Palermo. Famosa fu la sontuosa dimora che il grande ammiraglio Margarito - nominato conte di Malta dal re Tancredi - si fece costruire a Brindisi in prossimità della ‘’rocca’’, il palazzo nominato Domus Margariti, una casa per quei tempi certamente splendida, con bagni, giardini, e quant’altro. In quella casa, nel febbraio 1191, mentre il re Riccardo d’Inghilterra sostava a Messina con Filippo Augusto di Francia prima di intraprendere la nuova spedizione crociata, furono ospitate sua madre, Eleonora di Aquitania, e la sua promessa sposa, Berengaria di Navarra. Berengaria poi, con Giovanna, sorella di Riccardo, s’imbarcò per la Siria, celebrandosi infine il suo matrimonio con il re inglese, a Cipro, il seguente 12 maggio. Pochi anni dopo la sua incoronazione, il re Tancredi decise di far investire ufficialmente a re di Sicilia il suo primogenito Ruggero, e la cerimonia dell’investitura si celebrò sul finire dell’estate del 1192 nella cattedrale di Brindisi, in attesa della cerimonia d’incoronazione che si sarebbe dovuta svolgere a Palermo. E così Ruggero III prese in mano il regno al fianco del padre Tancredi. Tancredi poi, a complemento del suo progetto strategico di pacificazione con l’impero d’Oriente, ideò e concordò il matrimonio del figlio Ruggero III con Irene Angelo, figlia dell’imperatore bizantino Isacco II Angelo, che si celebrò nel giugno 1193 nella cattedrale di Brindisi. E per l’occasione si ricostruì la romana “fontana grande”, che da allora in poi fu chiamata “fontana Tancredi”. Quel matrimonio, determinando uno stretto rapporto di parentela, nelle intenzioni di Tancredi avrebbe comportato una nuova fase nei rapporti fra Greci e Normanni, rinunciandosi a politiche d’espansione territoriale degli uni ai danni degli altri. Ma il 24 dicembre 1193, con soli diciannove anni d’età, Ruggero III morì improvvisamente. Al suo posto Tancredi designò re di Sicilia l’altro figlio, Guglielmo III, di solo nove anni, affidando la reggenza alla moglie Sibilla. Lo stesso Tancredi poi, morì l’anno dopo, il 20 febbraio 1194, all’età di 55 anni. E in quell’anno 1194, lo stesso della fine del regno normanno, Margarito completò in Brindisi l’abazia, fuori porta Lecce, che fu poi detta di Santa Maria del Ponte, presso la quale era insediato un gruppo di canonici premostratensi provenienti dal San Samuele di Barletta. Poi però, anche la fortuna di Margarito decadde e il grande ammiraglio morì in disgrazia, qualche anno dopo essere stato accecato e condotto prigioniero in Germania dagli Svevi, nuovi sovrani del regno di Sicilia… quando una nuova storia era già iniziata. 80   


APPENDICE (*) LE ISTITUZIONI RELIGIOSE A BRINDISI NEL XII SECOLO Estratto da: Gli arcivescovi di Brindisi nel XII secolo, in “Parola e storia”, IV (2010), n.1 - di G. Carito

Ospizi o ospedali per i crocesignati o i pellegrini diretti in Terra Santa erano lungo il grande itinerario che aveva uno snodo essenziale nei porti pugliesi e fra questi, in particolare, Brindisi. Qui, a vantaggio dei viaggiatori, erano sedi dei teutonici, dei templari, dei lazzariti, dei giovanniti, degli ospitalieri del Santo Spirito e dei canonici regolari del Santo Sepolcro, oltre a istituzioni locali quali gli ospedali di San Tommaso, Tutti i Santi, Sant’Egidio e San Martino; è da credere che gli ospizi per i pellegrini, almeno in origine, fossero fondati fuori delle mura e poi compresi nella nuova cerchia muraria voluta in età sveva. Il sovrano militare ospedaliero ordine di Malta fu in origine un ospizio per pellegrini in Gerusalemme con adiacente chiesa sotto il titolo di San Giovanni Battista. Nel 1113 il pontefice Pasquale II ne approvò l'istituzione ponendolo sotto la protezione della Santa Sede; circa il 1136 si militarizzò per assicurare protezione armata ad ammalati e pellegrini. L'ordine, in Brindisi dal 1156, nel tempo ebbe qui due case. Il 1169 è accertata per la prima volta a Brindisi la presenza di una casa templare con possedimenti nel leccese. L’ordine ebbe nel regno di Sicilia ampia diffusione in epoca normanna, successivamente al 1139, anno in cui fu raggiunta la pace tra Ruggero II d'Altavilla, re di Sicilia (1130-1154), fedele alla causa dell’antipapa Anacleto II (11311138), e il pontefice Innocenzo II (1130-1143). Le domus gerosolimitane rosso-crociate, comprese nella provincia d’Apulia, poi, in età sveva, d’Apulia e Sicilia, furono presto presenti nelle più importanti città portuali: in Trani, Molfetta, già nel 1148, Barletta almeno dal 1169, Matera dal 1170, B ari, Andria, Foggia, sul finire dell’XI secolo, Troia, anteriore al 1190 e Salpi, documentata nel 1196. Tra le sedi più importanti va menzionata quella di Barletta, casa provinciale sino al processo che determinò la soppressione dell’ordine. Accanto a Venezia, Genova e Pisa, dove i Templari hanno sedi legate ai traffici delle repubbliche marinare con l'oriente, sono i p orti di Barletta, Bari, Brindisi e Messina a venire considerati veri e propri centri di smistamento per cavalieri, cavalli e ogni genere necessario per la dura permanenza in Terra Santa. La loro presenza si articola su edifici civili, spesso esito di donazioni, chiese e depositi generalmente ben amministrati. I Templari dovevano autogestirsi e produrre eccedenze per i confratelli lontani impegnati in battaglia: il reddito prima di tutto. I compiti dei monaci vengono indirizzati alla bonifica di terreni paludosi, alla costruzione di ponti e alla manutenzione di strade, diventate ormai sempre più crocevia per lo scambio di idee e cultura con il mondo orientale. Probabilmente originario di Nocera è anche quel Guglielmo "de Nozeta", precettore della domus templare "de Brandisi en Polha", cioè Brindisi in Puglia che si sa il 1196 «guidata e amministrata da Ambrogio». La comunità ospedaliera Sacra Domus hospitalis Sanctae Mariae Theutonicorum in Jherusalem, sorta nel 1190, casa madre dell'ordine teutonico, già nel 1191 ebbe una casa in Brindisi. Nel giugno di quell'anno «frater Guinandus magister hospitalis Alamannorum quod in Brundusino noviter est constructum» promise soggezione e dovuta reverenza all'arcivescovo di Brindisi e alla sua Chiesa. Il metropolita aveva concesso la possibilità di edificare la chiesa di Santa Maria degli Alemanni con annessa area cimiteriale, che fosse lecito a quei chierici offrire il «corpus Domini cum confessione omnibus peregrinis intra vel extra civitatem jacentibus», portare la «Crucem tam intus per civitatem quam extra et circa ecclesiam et ejusdem cimiterium [...] fontem benedicere et juxta morem et consuetudinem sancte matris Brundusine ecclesie baptizare». Quanti in futuro avessero da servire la Chiesa, avrebbero 81  


potuto farlo solo con permesso dell'ordinario diocesano, o in sede vacante, del capitolo. Ai religiosi incombeva ancora l'obbligo di dar notizia delle donazioni ricevute, di partecipare ai sinodi diocesani, di conferire la quarte parte «eorum omnium que ad nos sive ecclesiam vel domum pervenerint quoquo titulo derelicti», di prender parte alle processioni delle Palme e dell'Ascensione, di ricevere gli oli santi esclusivamente «a Brundusina ecclesia», di non suonar le campane «nisi prius pulsentur campane sancte Brundusine ecclesie», di versare, per annuo censo, nel giorno di san Leucio, venti «aureos tarenos de Sicilia». L’accordo è sottoscritto da Guinandus e dai confratelli Artimonus, Elbertus, Membertus e Ugo. L'Ordo sancti Lazari Hierosolimitani, era in origine un os pedale che in Gerusalemme si dedicava alla cura dei lebbrosi con l'ausilio di una confraternita e nel 1120 si organizzò in comunità assumendo la regola di sant'Agostino. Si trattava di lebbrosi che conducevano vita conventuale; tra loro, pur se l'accesso sarà aperto a sani, era scelto il maestro. Il re di Gerusalemme Baldovino IV (1174-1185) ne promosse la militarizzazione; caduta la città santa, la casa madre dell'ordine si spostò a San Giovanni d'Acri. Si erano, nel frattempo, aperte molte case in Europa; fra queste, quella di Brindisi di cui è notizia in un documento del 22 g ennaio 1245 per il quale Flamenga «filia Franci de Tipoldo Rubeo civis Brundusii» dispone che, in sua morte, si diano «pro induendis infirmis Sancti Lazari» «uncias auri tres» e «pro indumentis fratrum Sancti Lazari tarenos septem et dimidium». Immediatamente dipendente dalla Santa Sede, cui era obbligata per «unum Marabutinum» annuo, pare essere stata la «ecclesia Sancti Thomae, cum hospitale a Logotheto aedificato» di cui è memoria in un documento del 1192. Dové tuttavia rientrare sotto la giurisdizione dell'ordinario perché, da un documento del 1260, San Tommaso risulta dovere annualmente 15 tarì d'oro alla sede metropolitana. Il complesso è stato ubicato, pur con approssimazione e dubitativamente, presso l'attuale piazza Vittoria; doveva avere notevole importanza prendendo da esso nome il pittachio in cui è inserito. Gli ospitalieri di Santo Spirito presero avvio a iniziativa di Guido di Montpellier, circa il 1175, in Francia. Celebre fu il loro ospedale di Santa Maria in Sassia a Roma voluto dal pontefice Innocenzo III con la primaria finalità d'offrire ospitalità ai pellegrini. La loro ipotizzata presenza in Brindisi non può essere collegata tuttavia con la chiesa di Santo Spirito; nel 1180 «rex Guglielmo II dedit enim S. Spiritus in Portu Brundusii» alla chiesa di Monreale. Nel giugno 1185 l'arcivescovo brindisino Pietro da Bisignano «jura omnia, quae in eadem ecclesia habebat, de consensu sui capituli, Archiepicopo Guillelmo ejusque Monachis concessit» associandosi così “ai numerosi vescovi che concorsero alla dotazione di Monreale”. In quell'anno, nel giugno, furono a Brindisi, in uno col sovrano, Gualtiero, arcivescovo di Palermo, Guglielmo, arcivescovo di Monreale, Bartolomeo, vescovo di Agrigento e Matteo «regni vicecancellarii»; nell'occasione, verosimilmente, può esser stata definita in ogni aspetto la donazione. Nel 1187 un documento, concernente la soluzione del contenzioso in atto tra il Santo Spirito e le benedettine di Brindisi, è sottoscritto da «Robertus de Gallipoli et prior ecclesie Sancti Spiritus de Brundusio»; in quell'anno Roberto o Ruggero «monacus Sancte Marie Montis Regalis et prior ecclesie» di Santo Spirito dichiara che Pietro, allora «electus Sancte Trinitatis de Venusio», suo predecessore, aveva ottenuto «terras regias ad laborandum», ubicabili fra Mesagne e Sandonaci. Su «una petia terre que est in loco Calviniano» era sorta tuttavia controversia con le benedettine di Brindisi che si erano rivolte a Tancredi «comitem Licii Magnum Comestabulum et Magnum Iusticiarium Apulie et Terre Laboris» per ottenere giustizia. Ruggero, consapevole che «dominum et patrem meum Guillelmum venerabilem Montis Regalis Archiepiscopum [...] posse multa juste et rationabiliter acquirere et possidere et nihil iniuste et cum anime periculo velle querere vel quesitum retinere» rinunzia a ogni diritto sui terreni in contestazione. Il Santo Spirito di Brindisi è, con evidenza, in un arco di relazioni che, comprendendo la Trinità di Venosa e il monastero di Monreale, rimanda ad ambito benedettino. È noto, del resto, come alla dignità arcivescovile monrealese fosse connessa 82  


quella abbaziale; Rogerius, facendo riferimento al proprio abate-metropolita, consente di delineare il rapporto di subordinazione del Santo Spirito di Brindisi a Monreale. Il 21 aprile 1198 il pontefice Innocenzo III, ordinò al capitolo di Brindisi di provvedere circa la controversia insorta «inter monachos Montis Regalis et Maximianum Notarium, qui terras de jureEcclesiae S. Spiritus occupaverat». L'ordine canonicale del Santo Sepolcro di Nostro Signore Gesù Cristo, a Gerusalemme, vide riconosciuta la propria istituzione dal pontefice Callisto II nel 1122. Non fu mai un ordine militare e espresse la propria spiritualità anche nell'architettura delle proprie chiese ispirata alla basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme per l'Anastasi, con riferimento alla Resurrezione, e l'Edicola, con riferimento alla tomba e quindi alla morte. Sono elementi presenti nella chiesa del Santo Sepolcro di Brindisi riproduzione fedele della rotondamausoleo gerosolimitana [...] la liturgia è da immaginare ispirata al rituale e alla gestualità simbolica della celebrazione gerosolimitana della Settimana Santa. Il rito è probabile si svolgesse intorno a un'edicola lignea, non avendo lasciato tracce di sé, collocata al centro della chiesa, come appunto l'edicola nell'Anastasis. Si è ritenuto possibile che il complesso brindisino fosse, inizialmente, pertinenza della casa d'Altavilla per l'ipotesi che lo vuole costruito a iniziativa di Boemondo. Nei documenti del XII-XIII secolo non mancano riferimenti al complesso; nel 1126-1129, Arnono priore del Santo Sepolcro di Brindisi è fra i giudici chiamati a dirimere la controversia fra le benedettine di Santa Maria Veterana e l'arcivescovo Bailardo. Nell’aprile del 1187 ne è priore “Rogerius monacus Sancte Marie Montis Regali et prior ecclesie Sancti Sepulcri de Brundusio”, successore nell’incarico a Pietro traslato alla “Sancte Trinitatis de Venusio”.Nel 1128 la chiesa risulta pertinenza dei canonici regolari del Santo Sepolcro; in quell'anno il pontefice Onorio II (1124-1130) elencandone beni e dipendenze, fa esplicito riferimento “in civitate Brundusina, ecclesiam Sancti Sepulcri et ecclesiam Sancti Laurentii cum omnibus pertinentiis earum”; analoghe attestazioni si avranno da parte dei pontefici Innocenzo II (1130-1143) il 26 luglio 1138 e 27 aprile 1139, Celestino II (1143-1144) il 10 gennaio 1144, Eugenio III (1145-1153) il 13 luglio 1146, Alessandro III (1159-1181) il 9 settembre 1170, Lucio III (1181-1185) il 30 giugno 1182. Il Candidus et Canonicus Ordo Praemostratensis, sorto il Natale del 1121, a iniziativa di san Norberto, allorché i 40 chierici che erano a Prémontré emisero i voti, fu nel 1126 riconosciuto da papa Onorio II con la denominazione “Canonici Regolari di Sant'Agostino secondo la forma di vita della chiesa di Prémontré”. L'ordine, il cui ideale era la formazione di chierici, riuniti in monastero, tali da esercitare un forte influsso spirituale, ebbe a Brindisi una delle sue poche case italiane. Era l'abbazia di Santa Maria del Ponte, ubicabile presso la foce del PalmariniPatri; qui, circa il 1180, vi si insediarono premostratensi provenienti dal San Samuele di Barletta. La sua costruzione, avviata «ex populi devotione», si completò grazie alla munificenza di Margarito da Brindisi; nel 1194 Celestino III (1191-1198) assicurò al grande ammiraglio che il complesso sarebbe stato esente da qualunque giurisdizione e immediatamente soggetto alla Santa Sede cui doveva annualmente un'oncia «auri tarenorum Sicilie». A esso avrebbero dovuto far riferimento le chiese brindisine di Santa Margherita, di cui è memoria dell'ubicazione nell'omonima via, e San Demetrio, forse sull'attuale vico Seminario. L'ospedale di Tutti i Santi era attivo già nel 1122. In quell'anno il suo priore Adelardo fu tra i prelati chiamati a dirimere la controversia insorta fra le benedettine di Brindisi e l'arcivescovo Bailardo (1122-1143) che intendeva riportarle sotto la propria giurisdizione. Del complesso, sul sito o nei pressi dell'attuale chiesa di San Sebastiano e con annessa area cimiteriale, è memoria in un documento del 1292; può dunque ritenersi attivo ben oltre l'età federiciana. Potrebbe pensarsi benedettino e dipendente dall'abbazia di Sant'Andrea dell'Isola che ebbe il possesso del giardino di terra vacua di tomola due et mezzo in circa [...] con più puzzi d'acqua surgente, che stanno affogati, et uno con acqua, con una casa in mezo 83  


con lamia, et coverta d'imbrici; che sotto di quella vi è una cascata, che prima era ingegna d'acqua per detto giardino [...] sito dentro la città di Brindesi in loco detto lo Puzzolillo dietro la piazza pub(bli)ca in loco principale della città circondato da habitationi à torno, et da due parti vie publiche l'una detta della Mena, che viene alla piazza et l'altra si và et viene per avanti la cappella di San Sebastiano, quale sta congionta con detto giardino. Nel 1059, Eustachio, arcivescovo di Brindisi residente in Oria, donò l'isola di Sant'Andrea ai baresi Melo e Teudelmanno perché vi edificassero un monastero. In effetti, il monastero - cui furono concesse le rendite rinvenienti dalla chiesa di San Nicola in Brindisi e dalla metà dei canali Delta e Luciana, Fiume Grande e Fiume Piccolo, ove si praticava la coltivazione del lino fu edificato e vi risiedettero, sino al 1348, monaci dell’ordine benedettino. Primo abate del monastero fu il barese Melo; gli successe Lucio mentre, nel 1092, riveste questo incarico Antonio. Vastissimi erano i possessi dell'abbazia di Sant’Andrea in insula comprendendo il casale di Maleniano, sul sito dell'attuale Latiano, il feudo di Campo Longobardo o Campie distrutto, fra San Vito e Mesagne esteso sui terreni che sarebbero poi stati delle masserie Signoranna, Zambardo, Paradiso, Belloluogo, Campi e Campistrutto, il feudo di San Giovanni Monicantonio, presso Villa Baldassarri, le masserie Boessa, Formica, Pozzo di Vito, Jannuzzo e La Monaca in agro di Brindisi, i feudi Vasco Grande, Vasco Piccolo, Vasco Nuovo e Intappiati estendentisi dalla foce del Cillarese, lungo il p orto interno e il porto medio, s ino al litorale oggi della Sciaia, i te rreni nelle contrade Maurizio e Li Cornuli fra Latiano, Mesagne e San Pancrazio. Fra le chiese dipendenti da Sant'Andrea, ubicate al Vasco e agli Intappiati, cara ai naviganti era quella di Mater Domini, piú tardi di San Leonardo, nell'area che sarebbe stata occupata dalla Stazione Quarantenaria, “con pittura a oglio di detta Santissima Madre di Dio di grandissima divotione, con celebratione di messa da' suoi devoti”. I normanni avevano peraltro reso al monastero il controllo di non pochi insediamenti in grotta già interessati dalla presenza di religiosi provenienti dall'area siropalestinese o comunque di cultura e sentire bizantino. Tali erano San Biagio a Jannuzzo e San Giovanni a Cafaro, entrambi sul corso del canale Reale; l'insediamento di Jannuzzo si sviluppa intorno a un'altura. Grotte di varia ampiezza, in cui sono giacigli scavati nella roccia, piccole nicchie e portalampade, sono tutte intorno alla grotta-chiesa, rettangolare, con ingresso a nord. Parte della volta e delle pareti laterali sono con affreschi realizzati, secondo la data fornita da un testo epigrafico in sito, fra il 1196 e il 1197, su commissione dell'egumeno Benedetto e grazie all'aiuto finanziario di Matteo, dal pittore Daniele e dal suo aiuto Martino. L'iniziativa, che sottende il ritiro di gruppi di cittadini in eremi oltre la linea delle terre coltivate, è comprensibile nel contesto degli avvenimenti che portano alla presa di potere da parte di Enrico VI nel 1194 e , dopo la sua morte nel 1197, al dilagare dell'anarchia nel regno; greci e normanni di Brindisi legati al grande ammiraglio Margaritone, imprigionato e accecato dallo svevo, furono costretti a ritirarsi nelle campagne riprendendo, seguita la morte dell'imperatore, il controllo della città nel 1198-99. La grotta-chiesa di San Giovanni in contrada Cafaro è parte di un complesso costituito da altre quattro grotte, semicircolari e intercomunicanti, con giacigli e nicchie incavate nella roccia; gli affreschi, accompagnati da iscrizioni latine, sono attribuibili al XII secolo. In città, il patrimonio immobiliare del monastero è concentrato nell'area compresa fra le Colonne del Porto e la vecchia rocca normanna comprendendo i pianori fra le attuali vie Montenegro e Fontana Salsa e gran parte della fascia compresa fra via Colonne e la Marina, incluso il vicinato di San Giovanni dei Greci. La chiesa di San Benedetto esisteva già nel 1089 ed era intitolata a Santa Maria Veterana. Tra XI e XII secolo fu restaurata e trasformata in una chiesa a sala con applicazione di una crociera cupoliforme costolonata di tipo arcaico. Nel corso del XII secolo le benedettine - le monache nere del monastero- difenderanno con successo la propria autonomia contro ogni tentativo d'ingerenza dell'ordinario diocesano. Vasto fu il l oro patrimonio; s'era inizialmente esso formato per le concessioni di Goffredo, conte di Conversano, che nel 1097 donò il casale di Tuturano «cum ecclesiis duabus que ibi sunt videlicet Sanctorum Cosme et Damiani et Sancti Eustasii» e di Sichelgaita, vedova di Goffredo, che nel 1107 confermò la 84  


donazione di Tuturano aggiungendovi quella di Valerano, sul sito dell'attuale masseria Maramonte, di terreni nei pressi di Brindisi e nell'area di Guaceto, degli affidati che erano in Brindisi e nel casale di San Pietro «de Hispanis cum casalibus omnibus et cum vineis et terris ad pastinandum [...] et cum omnibus earum terrarum», delle saline alla foce del Cillarese e presso il ponte di San Gennaro. Seguirono altri atti di liberalità da parte di Boemondo, principe d'Antiochia, della moglie Costanza, figlia di Filippo re di Francia, e di Ruggero, re di Sicilia, che concesse al monastero in terra nostra Misanii villanos octuaginta demanios nostros, qui reddant singulis annis in duabus datis centum quadraginta michelatos, et centum miliarenses, et quartam musti vinearum suarum, et herbaticum cum terris suis et pomarium leporis et quartam partem de fructu olivarum suarum; sugli stessi uomini e loro discendenti le benedettine avrebbero avuto «legem et plaziam sicut a suis hominibus et villanis». A tal fine il re concedeva al monastero il diritto ad avere Iudicem Baiulum in Mesagne e Brindisi «pro definiendis questionibus civilibus personalibus et realibus de bonis eorum». Seguirono atti di liberalità da parte di Guglielmo III. La fondazione del monastero agostiniano di Santa Maria delle Grazie fu ritenuta dalla tradizione storica locale databile al 1193 i n cui «Brundusii fundantur Coenobia Fratrum heremitarum S. Augustini, sub titulo S. Maria de Gratia, et Fratrum Carmelitanae Familiae» e dunque “sul principio istesso della reformatione di quell'ordine heremitano” che si dové ai successivi interventi dei pontefici Innocenzo IV (1253-1254) e Alessandro IV (1254-1261). Già sul finire del dodicesimo secolo, secondo Andrea Della Monaca, i Carmelitani si sarebbero stabiliti in Brindisi: Sotto la riva istessa a canto al mare fu fondato in questi tempi il Monasterio de' Padri Carmelitani sotto il titolo della loro Santissima Madre di Santa Maria del Carmine, condotti da quei pietosi guerrieri nell'Italia, che militavano in Terra Santa, spinti dalla devotione dell'habito, e dalla riverenza che portavano alla vita esemplare[...] in quest’anno 1194 della nostra salute, passando continuamente i Padri Carmelitani, che venivano dal Monte Carmelo, e dalla Palestina per Brindisi, per andare in Roma, e ritornando ancora per il medesimo camino, stimarono esser quella città luogo commodissimo per i loro continui viaggi in Terra Santa, e di Roma, però volentieri si fermaro, e con l'aggiuto de' devoti in breve tempo, vi fondaro un commodo monasterio à canto il mare nella riva interna del destro corno del Porto.

BIBLIOGRAFIA: Travaglini E. Sulla zecca normanna e sui fatti trascorsi dal 1042 al 1194 a Brindisi - 1973 Coniglio G. Goffredo normanno conte di Conversano e signore di Brindisi - 1976 Palumbo P. F. Tancredi conte di Lecce e re di Sicilia - 1989 Carito G. Gli arcivescovi di Brindisi nel XII Secolo - 2010 Russo L. L'espansione normanna contro Bisanzio - 2011 Carito G. Tra Normanni e Svevi nel regno di Sicilia: Margarito da Brindisi - 2013 Russo G. Il mito della crociata nel Mezzogiorno normanno tra i secoli XI-XII - 2013 Carito G. Brindisi nell'XI secolo: da espressione geografica a civitas restituita - 2013 Marella G. Modelli urbanistici e manifesti ideologici in età normanna a Brindisi - 2015 Carito G. Brindisi fra Costantinopoli e Palermo - 2015 Cima G. Il regno normanno di Ruggero II - 2016 Perri G. Brindisi nel contesto della storia - 2016 85  


A Brindisi il principale traguardo terrestre della medievale “via Francigena” Pubblicato su Senza Colonne News del 7 agosto 2016

Nella storia della civiltà europea, hanno rivestito un ruolo importantissimo le “vie di fede” lungo le quali per secoli si sono svolti pellegrinaggi di natura religiosa, orientati a raggiungere i principali luoghi emblematici del culto cristiano: Santiago di Compostela, poi -e in primis- Roma e quindi, come meta finale, Gerusalemme. Questi cammini, sorti e sviluppatisi nel corso dell’epoca medievale, rappresentano tuttora un importantissimo riferimento per la storia religiosa e culturale dell’intero continente europeo, anche in considerazione del grande rilievo che in anni recenti stanno assumendo la cosiddetta mobilità lenta e il turismo spirituale verso i luoghi più sacri del Cristianesimo.

Quelle vie, secondo vari documenti conservatisi, nei secoli del medioevo costituirono dei veri e propri percorsi di pellegrinaggio e di fede. Tra le varie attestazioni di quel vasto fenomeno culturale, la più importante è probabilmente quella del vescovo Sigerico, che nel X secolo descrisse il suo percorso spirituale tra Canterbury e Roma, lungo la “vie Francigene”: la via Francigena, nome dal chiaro riferimento all’origine transalpina dei percorsi e detta anche via Romea, che fu, tra quelle vie di fede, non una strada specifica, ma la somma di tanti percorsi terrestri che giungevano a Roma per poi dirigersi verso il più conveniente porto d’imbarco alla volta di Gerusalemme, percorrendo la via che si denominò “la via Francigena del Sud”. 86  


E quale fu per secoli -praticamente da sempre- il miglior porto d’imbarco per chi, da Roma voleva raggiungere l’Oriente? Naturalmente e quasi inevitabilmente Brindisi. E Brindisi fu, infatti, anche il principale traguardo terrestre per l’imbarco verso Gerusalemme, fatta la dovuta eccezione degli anni compresi tra i secoli VII e IX in cui, a partire dall’avvento dei Longobardi, Brindisi e il suo porto decaddero, mentre i Bizantini riuscirono a conservare il porto di Otranto e così, la via da Brindisi a Otranto divenne in maniera circostanziale anche un’arteria viaria per i flussi con l’Oriente. «…Finalmente, dopo che Durazzo nel 1005 tornò a far parte dei domini dell’impero d’Oriente, l’assetto politico del settore meridionale della costa adriatica italiana e anche il suo entroterra, costituirono territori di vitale importanza strategica, ora che la capitale dell’impero poteva essere facilmente raggiunta via terra dopo la breve traversata da Brindisi a Durazzo. Il porto di Brindisi diventò, come lo era stato per tutta l’antichità, il più importante terminale d’Italia della via Egnazia, che collegava Durazzo con Costantinopoli nonché con l’intero Oriente. La città di Brindisi fu così chiamata a svolgere di nuovo, dopo secoli di anonimato, un ruolo di primo piano in un più vasto panorama politico…» -R. ALAGGIO: Brindisi nel Medioevo, 2015-

Ruolo predominante, quello di Brindisi e del suo porto, destinato a crescere oltremodo nei secoli medievali a venire, con l’avvento dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, e così via. In quel periodo che fu di grande decadenza e di quasi abbandono di Brindisi, comunque, l’insicurezza regnante in taluni tratti delle vie a sud di Roma conseguente al complesso quadro politico di tutto il Mezzogiorno, l’insufficienza delle strutture ricettive e assistenziali, la faticosità del viaggio a motivo della carente manutenzione delle strade, consigliarono spesso ai pellegrini di optare per la via marittima, seguendo una navigazione costiera di cabotaggio, alternata a brevi segmenti di tracciato terrestre. Cosicché, il porto di Otranto fu in effetti solo di rado utilizzato per l’imbarco verso Gerusalemme. «…Nel loro pellegrinaggio a Gerusalemme scelsero, oltre Roma, un itinerario per gran parte marittimo, sia il vescovo Arculfo nel 670 circa, sia San Willibaldo tra 723 e 726. Il primo, raggiunta Terracina, usando presumibilmente la via Appia, s’imbarcò in quel porto, cabotando le coste tirreniche sino a raggiungere Messina, da dove salpò per Costantinopoli. Il secondo invece, iniziò la navigazione da Terracina e seguì una rotta costiera che lo fece approdare, nell’ordine, a Napoli, Reggio, Catania e Siracusa, punto marittimo di partenza, quest’ultimo, per la Terrasanta… …Fu però agli inizi del secondo millennio, con l’avvento dei Normanni e col diffuso rifiorire della spiritualità, che il movimento dei pellegrinaggi ai luoghi santi della Cristianità conobbe un prodigioso sviluppo, con un sempre più frequente uso dell’itinerario terrestre da parte dei pellegrini diretti in Terrasanta… Poi, tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII, con le prime crociate, tutto il sud d’Italia venne investito da una intensa corrente di transiti e il sistema viario imperniato sulla ormai ovunque chiamata “via Francesca” o “via Francigena” si consolidò ulteriormente… Nel 1101, ad esempio, fu il principe Guglielmo che si mosse dalla Francia con il suo esercito crociato, percorse longitudinalmente tutta la penisola italiana e giunse a Brindisi, dove s’imbarcò per Valona… …Nel XII secolo le fonti documentarie si fanno più ricche di dati riguardo agli itinerari, consentendo di ricostruire con maggiore attendibilità il percorso terrestre a sud di 87  


Roma e di rilevare puntualmente l’uso della viabilità medievale sovrappostasi al tracciato della Traiana: L’abate Nikulas, nel 1154, percorse l’itinerario completo della via Francigena, dalle Alpi alla Puglia. Oltre Roma usò il tracciato della via Casilina fino a Capua, poi fu la volta di Benevento e quindi di Siponto. Quindi il suo percorso si snodò lungo il litorale, riallacciandosi così al tracciato della Traiana, via Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta, Giovinazzo, Bari, Monopoli e, finalmente, “Brandeis -Brindisi. …Anche per tutto il Duecento la viabilità terrestre nel Mezzogiorno d’Italia continuò ad avere nell’itinerario della via Francigena da Benevento alla Puglia il suo principale asse di scorrimento e, seguendolo, nel 1227 migliaia di crocesegnati convergerono da tutta l’Europa su Brindisi convocati dall’imperatore Federico II alla sesta crociata. Per quanto però attiene al pellegrinaggio in Terrasanta, anche a motivo del miglioramento della navigazione marittima, sempre più i porti pugliesi subirono la concorrenza delle rotte tirreniche transitanti per lo stretto di Messina e facenti scalo ai porti della Sicilia orientale. Tornò così ad essere preferito, per la sua comodità e celerità, il viaggio interamente via mare e in particolare acquisì grande importanza il porto di Messina, magnificato già nel XII secolo dai geografi arabi… …Nel corso del XIV secolo, il percorso della via Francigena nell’Italia meridionale cessò di essere uno dei principali gangli del sistema di circolazione legato al pellegrinaggio in Terrasanta. L’ulteriore affinamento delle tecniche legate alla navigazione marittima e l’incontrastato predominio di Venezia nelle rotte dirette in Levante, fecero preferire la Serenissima come punto d’imbarco per coloro che intendevano recarsi in Terrasanta. Addirittura, quei pellegrini che univano il pellegrinaggio romano con quello di Gerusalemme, dopo essere stati a Roma sceglievano di risalire la penisola onde imbarcarsi a Venezia… …Si potrebbe quindi affermare che tra i fattori che determinarono la crisi politica, economica e demografica del Mezzogiorno, iniziata nel Trecento, ci sia anche da annoverare il mutamento intervenuto nelle correnti di transito del pellegrinaggio in Terrasanta. Accentuata dalle ricorrenti calamità -carestie ed epidemie- che segnarono quel secolo, la crisi si riflesse a sua volta, sulle comunicazioni, portando ad una contrazione dell’entità dei traffici portuali e dei transiti lungo gli itinerari terrestri, come quello costituito dal segmento meridionale della via Francigena, spesso evitati questi ultimi anche a motivo dell’aumentata loro pericolosità. …In una situazione generale dominata da un diffuso malessere sociale e da una serpeggiante inquietudine religiosa, è così comprensibile come il Mezzogiorno angioino nel basso medioevo fu invece interessato da un vero e proprio proliferare di santuari locali, per lo più nelle mani del clero secolare, sui quali si riversarono non a caso le indulgenze papali, che ne favorirono la crescita…» -R. STOPPANI: La via Appia Traiana nel Medioevo, 2015-

Della via Francigena si finì così col non parlarne quasi più per qualche secolo: di quel percorso francigeno che, lasciata Roma, tappa fondamentale era Benevento che conservava le reliquie di San Bartolomeo, di San Mercurio, di Sant’Eliano e di numerosi altri martiri e confessori venerati nella chiesa di Santa Sofia. Poi, attraversato Benevento, ci si dirigeva verso il litorale Adriatico seguendo le preesistenti strade consolari romane, o almeno quel che ne rimaneva, come la via Appia, la via Latina e la via Traiana, o Appia Traiana come altri dicono, che fu la più grandiosa opera di ingegneria stradale realizzata dai Romani.

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«…Il 27 ottobre dell’anno 113 d.C. l’imperatore Traiano intraprese la sua ultima grande impresa militare diretta verso l’Asia Minore: inizialmente verso l’Armenia dove la situazione politica nei riguardi di Roma stava precipitando e proseguendo quindi sull’Assiria e la Mesopotamia. Giunse con la sua legione a Brindisi, per così imbarcarsi nella missione che era destinata a far raggiungere la massima estensione all’impero, ed in quell’occasione dispose il completamento dei grandi lavori di ricondizionamento della vecchia via Minucia -la futura via Traiana- fino a quel porto di Brindisi, che lui ben riconosceva, essere ancora strategicamente molto importante per Roma e per l’impero...» -G. PERRI: Brindisi nel contesto della storia, 2016-

In Puglia, importanti tappe della via Francigena furono il santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano e quello di San Nicola a Bari, con i tanti centri minori di pellegrinaggio, come quello di Canosa per le reliquie di San Sabino, quello di Lucera per San Bardo e quello di Lesina per i Santi Primiano e Firmiano. Scendendo poi verso Brindisi, si attraversavano diversi luoghi di riferimento storico e religioso, come la chiesa di Sant’Apollinare in agro di Rutigliano, San Michele in Frangesto in agro di Monopoli, il porto di Egnazia, il sito di Seppannibale tra Monopoli ed Egnazia, San Leonardo di Siponto, eccetera. A Brindisi, finalmente, vi era il santuario di San Leucio e nel pavimento a mosaico purtroppo andato perduto- della Cattedrale, vi era una importantissima testimonianza figurativa del XII secolo che attestava la diffusione della leggenda di Roncisvalle in Italia, legata alla ricorrente presenza dei Crociati nella città, nonché a quella permanente dei Templari e di tutti gli altri principali ordini monastici e cavallereschi europei. Ebbene, memore di tutto ciò, il 1º luglio 2013 la Regione Puglia deliberò l’approvazione del tracciato pugliese della Via Francigena, requisito per l’approvazione del Consiglio d’Europa dell’inserimento ufficiale dello stesso, nel tracciato della Via Francigena europea, che va da Canterbury a Gerusalemme. Il tracciato pugliese, così ufficialmente certificato, si snoda attraverso le seguenti diciotto località: Celle San Vito – Troia – Lucera – San Severo – San Marco in Lamis – San Giovanni Rotondo – Monte Sant’Angelo – Manfredonia – Barletta – Bisceglie – Molfetta – Giovinazzo – Bari – Mola – Monopoli – Torre Canne – Torre Santa Sabina e “Brindisi”. Contemporaneamente, il 27 di giugno, il Touring Club Italiano presentò una bella e suggestiva pubblicazione intitolata “La Via Francigena nel Sud. Un percorso di 700 km da Roma a Brindisi”. Trentadue tappe raccontate in una guida: un itinerario trasversale, tra panorami e storia, tra templi e santuari cristiani. L’Assemblea generale delle Associazioni Europee della Vie Francigene tenuta a Roma il 19 marzo 2015 si espresse a favore di definire un’unica Via Francigena, da Canterbury fino all’imbarco pugliese per Gerusalemme, con diverse direttrici e sempre nel rispetto della storia e della cultura dei territori attraversati e delle popolazioni locali coinvolte. Quindi, di seguito, il Governing Board del Consiglio d’Europa riunito a Lussemburgo il 28 e 29 di aprile 2015, certificò l’estensione del tratto Sud della Vie Francigene: da Roma a Brindisi.

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Finalmente, l’Istituto Europeo degli Itinerari Culturali, lo scorso 14 aprile 2016, ha decretato ufficialmente l’estensione della via Francigena da Canterbury fino a Brindisi: una realtà, che con i suoi 2300 chilometri, è diventata l’itinerario culturale più lungo nel programma degli itinerari del Consiglio d’Europa. Ebbene, nonostante quelle tante e chiare certificazioni che ho qui sinteticamente indicato, si sono susseguiti negli anni anche paralleli tentativi di riaggiustamenti a favore di vari interessi dettati, più che dall’amore per la riscoperta della storia, dall’amore per i potenziali risvolti economici vantaggiosi che il fenomeno delle vie di fede può arrecare alle città da esso coinvolte. Si è persino giunti a pretendere di poter sostenere l’idea, ed è proprio il caso di dirlo “un po’ pellegrina”, che la medievale rotta terrestre europea da Roma a Gerusalemme giungesse fino a Santa Maria di Leuca, come se quei viaggiatori e quei pellegrini non conoscessero la geografia e, soprattutto, la storia e decidessero pertanto di prolungare il loro percorso in più di un centinaio di chilometri, per poi imbarcarsi… ma da che porto? In tale contesto c’è però da chiedersi, e con urgenza: che ha fatto in tutti questi anni Brindisi? Cosa hanno fatto gli amministratori locali e cosa i cittadini? Temo che purtroppo, e spero sbagliarmi, non abbiano fatto molto in concreto e credo che, invece, molto si potrebbe e si dovrebbe fare per una grande risorsa culturale che bisognerebbe ben riconsiderare e che, ne sono convinto, gioverebbe tanto alla città quanto ai suoi abitanti, sia alla loro spiritualità e sia, di riflesso, alla loro economia. Spero quindi ci sia chi, di dovere o di piacere, ci stia già pensando e ci stia già lavorando o, quanto meno, sia d’accordo nel raccogliere presto questo mio invito.

gianfrancoperri@gmail.com 7 Agosto 2016 90   


La più antica e più illustre tradizione brindisina… unica in tutto il mondo e più preziosa Pubblicato su il7.Magazine del 24 agosto 2018

Giovanni Battista Casimiro, regio notaio brindisino ed insigne letterato e storico, nella sua famosa ‘Epistola Apologetica a Quinto Mario Corrado di Oria’ del 1567, a proposito dell’antichissima - antiquor et clarior - tradizione del ‘cavallo parato’ in Brindisi, così scriveva: «Questo in nessun altro luogo della terra si è mai usato fare; tanto dunque più antica e più illustre è questa nostra tradizione, che né in Roma… né in alcun altro luogo della terra… ed è unica in tutto il mondo… e più preziosa…» Quella tradizione del cavallo parato, del resto, era già stata tramandata dall’ancor più antico storico brindisino della prima età angioina, Carlo Verano, nella sua ‘Historia Brundusina’ scritta verosimilmente tra i secoli XIV e XV, andata dispersa e comunque certamente ripresa dal medico e storico brindisino Giovanni Maria Moricino (15601628) nel suo manoscritto ‘Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino all'anno 1604’, poi palesemente plagiato dal padre carmelitano Andrea Della Monica e pubblicato nel 1674 con il titolo ‘Memoria historica dell´antichissima e fedelissima città di Brindisi’. Lì, vi si può leggere: «… Nella solennità che ogni anno si celebra del Santissimo Sacramento, l’arcivescovo, vestito pontificalmente, monta innanzi alla porta maggiore del Duomo sopra un bianco cavallo… portando nelle mani la custodia dove è racchiusa la venerabile Eucharistia… sotto il cielo di un ricchissimo baldacchino…» Una singolarissima processione che annualmente commemora quanto accaduto, intorno all’anno 1250, in seguito al naufragio della nave su cui viaggiava il re di Francia Luigi IX portando con sé l’ostia consacrata. La nave si arrenò presso uno scoglio costiero a circa tre miglia dalla città di Brindisi, dove l’arcivescovo Pietro III si recò accompagnato da un gran numero di cittadini servendosi di un cavallo per coprire quel relativamente lungo tragitto. Lì, prese in consegna il calice contenente l’ostia consacrata e lo portò fino alla Cattedrale, in processione con il popolo che a piedi seguiva il cavallo con il suo carico sacro. E quando fu che a Brindisi iniziò quella tradizione commemorativa? Non ci è dato di conoscere con certezza storica la data esatta - forse fu il 4 giugno del 1265, se non ancor prima - ma si sa che il papa Urbano IV, con la bolla ‘Transiturus’ dell’8 settembre 1264, istituì la festa del Corpus Domini, estendendo a tutta la Chiesa Universale la festa che si era originata nel 1247 nella città francese di Liegi e permettendo che nell’occasione si potesse anche ‘processionare’ la SS. Eucaristia. E si sa che il papa Giovanni XXII, eletto nell’agosto del 1316, per quella festa del Corpus Domini rese solennissima e obbligatoria in ogni villaggio della terra la processione del SS. Sacramento, fissandone lo spazio di ‘miglia tre’: proprio la distanza che separa lo scoglio brindisino detto del Cavallo dalla Cattedrale e quindi, il percorso di quella prima processione eucaristica esterna della storia, che nel 1250 ebbe luogo a Brindisi al seguito del SS. portato a cavallo dall’anziano arcivescovo Pietro III. 91  


Durante i 714 anni compresi tra il 1250 e il 1964 - anno in cui la processione fu sospesa per poi essere ripristinata nel 1970 - furono ben 62 gli arcivescovi di Brindisi che, come assevera lo storico Giuseppe Roma nel suo documentatissimo libro edito nel 1969 ‘Nella millenaria tradizione del Cavallo Parato’: «Tutti, anche di età grave o di malferma salute, giudicarono di non potersi sottrarre alla non lieve incombenza di portare il SS. in ostensorio, cavalcando anche faticosamente per le vie della città. Non si trattava di una tradizione protrattasi nei secoli per mera tolleranza, bensì di una tradizione che comportava il ripetersi di un consenso di convinta partecipazione attiva e personale dell’arcivescovo. Segno dunque che il carattere storico-religiosoliturgico era tale da non consentire a nessun vescovo di metterlo in discussione. E peraltro, sulla Cattedra brindisina non mancarono, nel corso dei secoli, prelati di straordinaria dottrina e di ricchissimo pensiero, tra i quali, per evocarne solamente tre di tre epoche diverse: Girolamo Aleandro, Francesco De Ciocchis e Annibale De Leo…»

E, per la storia di Brindisi e della sua Chiesa, sono da aggiungere alla lista anche gli altri 4 arcivescovi che fino ad oggi, per altri quasi 50 anni dopo quella breve sospensione, hanno processionato la SS. Eucaristia sul cavallo parato: Nicola Margiotta, Settimio Todisco, Rocco Talucci e Domenico Caliandro. I Brindisini siamo orgogliosi della nostra storia e delle nostre tradizioni e quella del ‘cavallo parato’ è certamente la nostra più amata ed originale delle tradizioni: in assoluto unica al mondo e, anche per questo, da preservare sempre e per sempre, come è stata - in effetti - preservata, nonostante nel trascorso dei secoli non siano mancati vari tentativi di annullamento, tutti - puntualmente e per fortuna - falliti. 92  


Il Sacro Concilio Tridentino, che durò 18 anni dal 1545 al 1563, pur avendo stabilito principi di rigore in fatto di riti e di cerimonie, ratificò l’autorizzazione alla processione del ‘cavallo parato’ di Brindisi. Durante quel famoso Concilio, fu papa Paolo IV che era stato arcivescovo di Brindisi dal 1524 al 1542. Preparatore ne fu il celebre cardinale Girolamo Aleandro, già arcivescovo di Brindisi e vi partecipò anche l’arcivescovo brindisino Giovanni Carlo Bovio. Però, nel 1605 giunse a Brindisi dalla Spagna il nuovo arcivescovo Giovanni Falces di S. Stefano, il quale appellò la processione del ‘cavallo parato’ alla Sacra Congregazione dei Riti. E questa respinse il ricorso sentenziando, nel 1611, che le lodevoli e immemorabili tradizioni della Chiesa brindisina non potevano essere derogate dal cerimoniale dei vescovi. Poi, il papa Paolo V nominò una commissione di cardinali della Sacra Congregazione dei Riti, col compito di procedere alla revisione di tutti i riti particolari e i risultati furono pubblicati con bolla papale del 17 giugno 1614, senza che in essi vi fosse revisione alcuna relativa al rito particolare del ‘cavallo parato’ di Brindisi. Centocinquanta anni dopo, il papa Benedetto XIV ordinò un’ulteriore revisione dei riti e delle cerimonie della Chiesa Universale, dandone incarico al padre Giuseppe Catalani e promulgando poi, con bolla del 26 marzo 1752, il nuovo Rituale Romano in cui si regolava anche il cerimoniale della processione eucaristica del Corpus Domini. Dopo pochi giorni da quella promulgazione divenne arcivescovo di Brindisi il dottissimo teologo Giovanni Angelo De Ciocchis e il 1º giugno di quello stesso 1752, giorno del Corpus Domini, «… calò in Chiesa con veste viatoria, stivaletti, cappello e bastone, salì sul trono, si pose il càmiso, cappa magna e mitria, e in tal forma si pose a cavallo, al solito, e con tutta la mitria portò nostro Signore». Il proprio padre Catalani, infatti, ebbe a scrivere: «… Altro diverso modo di portare in processione il SS. Sacramento è nella maniera che è descritta nella ‘Storia Brundusina’ di Giovanni Carlo Verano. Il SS. è condotto per la città su un bianco cavallo, reso mansueto e riccamente bardato. Per il che, in tal giorno l’arcivescovo vestito degli abiti sacerdotali con piviale, cavalcando tal cavallo, suole portare il SS. che da due accoliti viene continuamente incensato, sotto un baldacchino recato da sei canonici solennemente salmodianti, mentre i due Primati della città, cioè il governatore e il sindaco, ve lo conducono reggendo per mano il freno del cavallo…» E per concludere, niente di più appropriato che la seguente sacrosanta affermazione: “Le tradizioni popolari, specie quando immemorabili, sono un aspetto dell’anima stessa del popolo che le esprime; e pertanto vanno riguardate con più attento cuore, piuttosto che con più attenta ragione” - Giuseppe Roma, 1969 -

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Il Duca di Atene: un personaggio trecentesco temuto e odiato dai brindisini Pubblicato sul il7 Magazine dell’8 settembre 2017 Nella “Storia e cultura dei monumenti brindisini” di Rosario Jurlaro - 1976, si legge: «Nel periodo angioino in Brindisi fu costruito il palazzo del Duca di Atene, del quale alcune camere del piano terra con volte a crociera costolonate si possono ancora vedere all’angolo tra via San Francesco e via Filomeno Consiglio». Nella “Brindisi ignorata” di Nicola Vacca - 1954, si legge: «Edifici pubblici notevoli, i principali della città, affacciavano o erano adiacenti alla ruga Magistra. Dalla parte del mare si elevava il grandioso palazzo del Duca d'Atene ch’era stato, al dir del Camassa, il sito dove, ai tempi della dominazione di Roma, sorgeva la casa di Pompeo». Nella “Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino all'anno 1604” di Giovanni Moricino, si legge: «Opera veramente magnifica e reale, con tutto ciò che oggi solo la minor parte di essa stia in piedi, si scorgono tuttavia nelle rovine degli altri membri del palagio i bagni, che secondo l’usanza antica l’adoperavano in quella casa; la fabbrica è tutta variata di pietre mischie, l’una rossa e l’altra bianca, chiamate dai paesani l’una carparo e l’altra serra d’aspro, distinte tutte in linee alternate tra loro, ch’una è tutta di pietre rosse e l’altra tutta di bianche, sono però tutte le pietre quadrate. Si vede fino ad oggi su la porta principale di questo palazzo l’effigie del detto Duca d’Atene suo autore, scolpita nel sasso a cavallo. Nei tempi che seguirono il palazzo ha servito per tribunale e stanza dei regi governatori e giudici della città: le dette Case della Corte». Nella “Brindisi nuova guida” di Giacomo Carito - 1994, si legge: «Di quel palazzo, nel 1777 Henry Swinburne ne descrive ancora la struttura diruta che nel maggio del 1778, designata quale ‘cava per il fabbrico delle casse del gran canale’, viene per la gran parte demolita dal Pigonati. E le attuali persistenze paiono databili al secolo quindicesimo». E quali sono queste attuali persistenze? E chi era quel famigerato Duca di Atene? Ebbene, le attuali persistenze sono i locali di quella che negli anni ‘60 fu una frequentatissima cantina ‘cu la frasca ti la murtedda’ sulla porta d’ingresso e negli ‘80 del ristorante “Acropolis” nonché di quello che è l’attuale ristorante “Penny”. Invece, in quanto al temuto e odiato Duca di Atene, bisogna andare a spulciare qualche vecchia pagina di storia brindisina. Il Ducato di Atene fu costituito in Grecia da Ottone La Roche con la quarta crociata del 1205 e nel 1308 passò a Gualtieri V di Brienne, figlio di Ugo, conte di Brienne Conversano e Lecce e di Isabella La Roche, figlia Guido I La Roche, Duca di Atene. Nel 1311 il ducato fu occupato dagli Aragonesi che, in battaglia, uccisero Gualtieri V. Dal 1395 al 1402 i Veneziani controllarono il ducato e nel 1444 Atene divenne tributaria del trono bizantino. Nel 1456, dopo la caduta di Costantinopoli, la conquista ottomana si estese al ducato, che nel 1460 cessò di esistere. A Gualtieri V succedete il figlio Gualtieri VI di Brienne conservando il titolo, ormai solo nominale, di Duca di Atene e fu lui che curò la realizzazione del suntuoso palazzo di Brindisi, dove risiedeva con l'incarico di regio rivenditore delle gabelle e dove, nella cattedrale, sposò nel 1325 Beatrice, figlia di Filippo I principe di Taranto. Gualtieri VI, avventuriero e ambizioso, nel 1343 s’insignorì subdolamente di Firenze, da dove però fu presto e clamorosamente scacciato ‘perché avaro, traditore, crudele, lussurioso, ingiusto e spergiuro’ e tornò in Terra d’Otranto, visitando spesso il suo palazzo di Brindisi, a quel tempo città demaniale, dove peraltro era temuto e odiato per la sua malcelata ambizione d’insignorirsi della città. In quello stesso 1343 morì il re di Napoli, Roberto D’Angiò, e gli succedette la sua giovane figlia Giovanna I, la quale nel 1346 nominò Enrico Cavalerio Gran maestro degli Arsenali di Puglia e Protontino delle Galere di Brindisi, per succedere a Filippo Ripa. 94  


Ebbene, Enrico e Filippo appartenevano alle due famiglie più potenti, e al contempo acerrime rivali, di Brindisi. Proprio quella nomina scatenò i sanguinosi eventi che nel 1346 coinvolsero e sconvolsero l’intera città, allorché Filippo, capo del potente e nobile casato dei Ripa, prese in potere la città seminando persecuzione e morte tra i suoi avversari, in primis i membri dell’altrettanto potente e nobile casato dei Cavalerio, di cui Enrico era al tempo il massimo rappresentate. Intorno ai Ripa si raccolse la massa dei contadini e intorno ai Cavalerio quella dei marinai, sicché la città, anche per il fatto che tutte le altre famiglie importanti si schierarono dall’una o dall’altra parte, risultò divisa in due fazioni contrapposte. Il Ripa arringò contro i Cavalerio i contadini, a quell’epoca affamati dalla carestia susseguita a una grave peste, convincendoli che il grano era finito nei depositi dell’avversario e, in una sanguinosa notte, non meno di una ventina furono le vittime della violenza, fra cui lo stesso Enrico Cavalerio. Quei gravi fatti instaurarono una specie di dominio del terrore del Ripa e, finalmente, indussero il governo angioino di Napoli, il cui rappresentante provinciale Goffredo Gattola nulla aveva potuto fare per contrastare quella situazione, a intervenire per ristabilire l’ordine e punire i responsabili dei tanti gravi crimini perpetrati. E fu in quel confuso ed instabile contesto che, nel 1353, per regio mandato ai danni di Filippo Ripa, viceammiraglio del regno e protagonista nella guerra civile che aveva desolato la città e visto la sconfitta dei Cavalerio, Gualtieri VI marciò su Brindisi con 400 cavalli e 1500 fanti. Per cui il Ripa, minacciato d’arresto, trovò scampo nella fuga dalla città alla volta della Grecia. I Brindisini però, ben conoscendo il carattere e le intenzioni di quel Duca di Atene, temendo che l’odiato Gualtieri VI volesse insignorirsi della città ormai allo sbando, manifestarono alla regina Giovanna I il desiderio che la città potesse rinunciare allo status demaniale e fosse incorporata al potente principato di Taranto dell’allora principe Roberto, cognato dello stesso Gualtieri VI. E così fu. E il Duca di Atene si ritirò in Francia, dove nel 1356 morì nella battaglia di Poitiers. E a Brindisi restò il suo suntuoso palazzo, che passò a sua sorella Isabella di Brienne e poi alla nipote di quest’ultima, Maria d’Enghien, la celebre contessa di Lecce.

        Il Duca di Atene Gualtieri VI di Brienne (Reggia di Versailles, Galleria delle battaglie) 95   

Stemma del Duca di Atene


Brindisi al tempo dello scisma d’occidente sotto i re durazzeschi: 60 anni difficili lugubri e incerti a cavallo tra il secolo XIV e il XV Pubblicato su.Brindisiweb.it

Nel contesto del regno di Napoli di quegli anni Il re Carlo II d'Angiò detto lo zoppo, padre di Roberto e succeduto nel 1285 sul trono del regno di Napoli a suo padre, Carlo I d’Angiò che nel 1268 lo aveva strappato definitivamente agli Svevi della casata degli Hohenstaufen, nominò duca di Durazzo il suo settimo figlio, Giovanni, ed un nipote di questi, Carlo terzo duca di Durazzo figlio di Luigi, nel 1369 sposò Margherita, sua cugina e figlia di Maria nipote di Roberto e sorella di Giovanna I regina di Napoli succeduta nel 1343 al nonno Roberto, acquistando con quel matrimonio i diritti per la successione al regno di Napoli, come Carlo III di Durazzo. In effetti, la regina Giovanna I, che non aveva avuto figli da nessuno dei suoi quattro mariti, nominò Carlo di Durazzo suo erede, ma poi, a causa della grave crisi religiosa scoppiata nel 1378 con lo scisma d’occidente -mentre la regina Giovanna I si schierò con l'antipapa Clemente VII, Carlo di Durazzo si schierò con il legittimo pontefice Urbano VI- trasferì la designazione al trono di Napoli a Luigi I d'Angiò, suo cugino in secondo grado e fratello di Carlo V re di Francia. Lo scisma maturò quando il papa Gregorio XI, che nel 1377 aveva riportato a Roma la sede papale dopo più di settant’anni di residenza ad Avignone in Francia sotto la protezione di quel regno, spirò il 27 marzo 1378 e il conclave elesse papa l'arcivescovo di Bari, il napoletano Bartolomeo Prignano, che assunse il nome di Urbano VI. Urbano VI, iracondo per natura, di carattere altero e poco disposto alla moderazione, si rifiutò di ritornare ad Avignone e incominciò presto ad alienarsi gran parte del Sacro Collegio e tutti i numerosi cardinali ultramontani, riuniti il 9 agosto 1378 nella città di Anagni, dichiararono la sua elezione invalida, in quanto forzata dalle pressioni popolari. Poi, il 20 settembre si riunirono a Fondi, in territorio napoletano sotto la protezione della regina Giovanna I d’Angiò, ed elessero in conclave un nuovo papa, Roberto di Ginevra, cugino del sovrano francese, che prese il nome di Clemente VII e che, dopo un vano tentativo armato di prendere possesso di Roma, nel 1379 si ritirò ad Avignone, ed ivi instaurò una nuova Curia. Con due pontefici in carica, la Chiesa occidentale per quarant’anni fu spezzata in due corpi autocefali e la stessa comunità dei fedeli risultò divisa fra "obbedienza romana" e "obbedienza avignonese". Inoltre, da questione puramente ecclesiastica, il conflitto si trasformò ben presto in una crisi politica di dimensioni continentali, tale da orientare alleanze e scelte diplomatiche in virtù del riconoscimento che i sovrani europei tributarono all'uno o all'altro dei due pontefici. Il papa Urbano VI scomunicò Giovanna I e incoronò re di Napoli Carlo III di Durazzo, il quale nel 1381 invase il regno e usurpò il trono di Giovanna I, mentre il designato da Giovanna I al trono, Luigi I d’Angiò, fu incoronato re di Napoli dall’antipapa Clemente VII e nel 1382 scese in armi in Italia appoggiato dal re di Francia, iniziando così una contesa che, ripresa poi da suo figlio Luigi II d’Angiò, si protrasse per decenni, contro tutti e tre i re durazzeschi: Carlo III e i suoi due figli, Ladislao e Giovanna II. 96   


Nello stesso anno, 1382, Carlo III fece assassinare la deposta e incarcerata regina e dopo qualche anno in Italia, nel 1384, Luigi I d'Angiò morì a Bari in seguito alle ferite riportate nell’attacco a Bisceglie, sanzionando la sua morte il fallimento della spedizione. Nel 1386 però, anche Carlos III di Durazzo, consolidato re di Napoli, morì avvelenato in Ungheria e sul trono di Napoli gli succedette il suo giovanissimo figlio Ladislao, nato nel 1375, sotto la reggenza della madre Margherita di Durazzo. Nel 1389, alla morte del papa Urbano VI, i cardinali romani elevarono al soglio pontificio Pietro Tomacelli, che assunse il nome di Bonifacio IX, mentre ad Avignone, scomparso Clemente VI nel 1394, fu eletto Pedro Martinez de Luna, con il nome di Benedetto XIII. Nel 1390, Luigi II d'Angiò riuscì nell’intento fallito a suo padre e poté occupare Napoli, scacciando il re Ladislao e la madre Margherita. Ladislao però, poté riconquistare la città nel 1399 e morì sul trono di Napoli, improvvisamente e senza prole, nel 1414. Gli succedette la sorella Giovanna II che, benché maritata due volte, non ebbe figli e fu pertanto destinata a essere l'ultima rappresentante della casata reale durazzesca. Nel campo religioso, dopo vari tentativi falliti per l'opposizione dei diretti contendenti, i papi e gli antipapi di turno, la soluzione conciliare alla crisi della Chiesa fu impulsata quando la maggior parte dei cardinali di entrambe le parti volle tentare la via del compromesso e in un concilio riunito nel 1409 a Pisa, si stabilì la deposizione di Benedetto XIII e di Gregorio XII che era succeduto a Bonifacio IX, e si elesse un nuovo pontefice, che salì al trono papale col nome di Alessandro V. Però, Benedetto e Gregorio, sostenuti da larghi strati del mondo ecclesiastico, dichiararono illegittimo il concilio e si rifiutarono di deporre la carica, cosicché da due, i papi contendenti divennero tre. Qualche anno dopo, nel 1414, grazie all'iniziativa di Sigismondo di Lussemburgo e del nuovo pontefice Giovanni XXIII, succeduto nel frattempo ad Alessandro V, fu convocato un concilio a Costanza, e i padri conciliari dichiararono antipapi sia Benedetto XIII che Giovanni XXIII, e poi il papa Gregorio XII, per il bene della Chiesa, preferì dimettersi. Il concilio si prolungò fino al 1417 e dopo due anni di sede vacante, nel corso di un breve conclave, l’11 novembre, si elesse pontefice il cardinale Oddone Colonna, che assunse il nome di Martino V, sancendo la definitiva ricomposizione dello scisma, la fine delle lotte tra papi e il ripristino di Roma quale sede naturale della cattedra apostolica. Il regno di Napoli invece, su cui in quegli anni aveva cominciato a regnare Giovanna II di Durazzo, continuò ad essere funestato dalla guerra civile, questa volta tra gli antichi protagonisti angioini e i nuovi contendenti aragonesi, in quanto la regina durazzesca, estintasi la dinastia per mancanza di discendenti diretti, dapprima -nel 1421proclamò suo erede e successore Alfonso V d'Aragona, poi -nel 1423- scelse Luigi III d'Angiò e, quindi -nel 1434- dopo la morte di quest'ultimo, il fratello Renato d’Angiò. Poi, quando con la morte nel 1435 di Giovanna II ebbe termine la dominazione durazzesca sul regno di Napoli e nel 1442, dopo molteplici e alterne battaglie, Alfonso V d’Aragona già re di Sicilia, riuscì a prevalere sull’altro pretendete al trono, Renato d’Angiò, iniziò la dominazione aragonese del nuovamente unito regno delle Due Sicilie. 97  


Il contesto in cui si trovò inserito Brindisi in quegli anni E cosa nel mentre accadeva nel contesto più vicino a Brindisi in quei sei decenni compresi tra il 1380, quando, scoppiato lo scisma d’occidente, Carlo III di Durazzo salì sul trono del regno di Napoli e il 1440, quando, finito lo scisma d’occidente e morta Giovanna II ultima dei durazzeschi sul trono del regno di Napoli, gli Aragonesi conquistarono il regno unendolo nuovamente a quello di Sicilia? Brindisi, anche se con importanti e frequenti discontinuità, era storicamente gravitato nell’orbita del principato di Taranto che, fondato nel 1088 dal normanno Roberto il guiscardo a favore di suo figlio Boemondo, nel corso degli anni fu più volte smembrato, sia perché i suoi principi donavano parte dei loro domini per ricompensare servigi ricevuti e sia perché i sovrani napoletani ne sottraevano territori che donavano in vassallaggio quando avvertivano timore per la circostanziale potenza raggiunta dal principato. Quest’ultimo era stato il caso quando nel 1376 la regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, sottraendolo al suo legittimo titolare Giacomo Del Balzo, lo aveva concesso al suo quarto marito Ottone di Brunsvick notevolmente ridimensionato dal punto di vista territoriale per contrastare le aspirazioni autonomiste e centrifughe che si erano manifestate con l’ultimo dei precedenti principi, Filippo II quartogenito figlio di Carlo II d’Angiò, morto nel 1374 e succeduto, appunto, dal nipote Giacomo Del Balzo, figlio di sua sorella Margherita. Lo scoppio dello scisma d’occidente ebbe immediata ripercussione in tutte le numerose arcidiocesi pugliesi, comprese quelle di Capitanata, quelle di Terra di Bari e quelle di Terra d’Otranto dove, a partire dalla primaziale Otranto, il suo presule Giacomo da Itri, arcivescovo fin dal 1363, aderì da subito alla protesta e quindi da subiti appoggiò l’antipapa Clemente VII. Giacomo da Itri fu il primo dei nuovi cardinali promossi da Clemente VII e fu, naturalmente, scomunicato dal papa Urbano VI, che quindi nominò per Otranto un nuovo arcivescovo che però restò tale solo nominalmente e mai fu a Otranto, visto che praticamente l’intera curia otrantina aderì allo scisma. E a Brindisi, Lecce, Taranto e la maggior parte delle altre diocesi di Terra d’Otranto, gli eventi immediati seguirono lo stesso canovaccio. «… In Capitanata, su 12 sedi vescovili, andarono esenti dalle conseguenze dello scisma solamente 2: Ascoli Satriano e Dragonara. In Terra di Bari, rimasero fuori dall’orbita scismatica soltanto Minervino e Ruvo. In Terra d’Otranto, su 12 vescovati non furono contagiati Mottola e Castellaneta. Dunque, su 40 diocesi pugliesi, unicamente 6 non provarono gli effetti di quel luttuoso disordine e ben 34 ebbero a subire scompigli con intrusione di vescovi da parte degli antipapi, con scandalosa duplicazione di presuli contemporanei e fra loro battaglianti, con un clero dubbioso a chi obbedire, con ripercussioni sui fedeli e con il pullulare di fazioni, in quanto ecclesiastici e laici formarono nella casa di Dio covi di antitesi, parteggianti chi per i papi legittimi, chi per gli antipapi, chi per il vescovo nominato dal papa, chi per quello dell’antipapa.

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Se in 34 delle sedi vescovili pugliesi, tra la fine del Secolo XIV e il principio del Secolo XV, papi e antipapi crearono, gli uni legittimamente i vari successori dei presuli altrove trasferiti, o cacciati dagli scismatici, o defunti, gli altri le loro creature con deliberata delittuosa illegittimità, anche nelle altre rimanenti 6 diocesi pugliesi esenti dallo scisma, andò creandosi un malessere e queste ne risentirono di riflesso, e non lievemente. E va anche ricordata Oria, la quale ne soffrì direttamente: anche se per allora già non era sede vescovile, era stata tale ben prima e conservava ancora tutta la sua grande importanza ecclesiastica d’un tempo…» ‐Francesco Badudri‐ Al sorgere della lotta per il trono napoletano tra Angioini e Durazzeschi seguita allo scoppio dello scisma d’occidente, con la conseguente defenestrazione di Giovanna I e la salita sul trono di Napoli di Carlo III di Durazzo, il principato di Taranto fu recuperato per un breve periodo di tempo da Giacomo Del Balzo. Poco dopo, infatti, i suoi contrasti con il sovrano furono sfruttati da Raimondo Orsini Del Balzo, per quel tempo un capitano di ventura, il quale investito della custodia del castello come luogotenente dallo stesso Giacomo, assunse -anch’egli però, solo temporalmente- in proprio il possesso del castello tarantino come titolare di supposti diritti ereditari, in quanto figlio di Nicola Orsini conte di Nola e di Maria Del Balzo discendente di una sorella del Giacomo. Infatti, quando Luigi I d’Angiò invase il regno di Napoli nel tentativo di liberare la regina Giovanna I e rimetterla sul trono che gli aveva usurpato Carlo III di Durazzo, si diresse sulla Puglia e nel 1383 acquisì il principato di Taranto che, pertanto, tornò ad essere nominalmente intitolato a Ottone di Brunsvick, ormai vedovo di Giovanna I. E questi lo continuò a conservare anche dopo la morte, nel 1384, di Luigi I d’Angiò, giacché pensò bene di trasmigrare rapidamente al bando durazzesco, mantenendo poi il principato, nominalmente fino alla propria morte, avvenuta nel 1398. Nel 1385, Raimondo Orsini Del Balzo sposò Maria d’Enghien, figlia del conte Giovanni di Lecce e di Sancia Del Balzo che gli portò in dote il dominio sulla contea di Lecce nonché le baronie di Mesagne e di Carovigno, con un matrimonio dovuto al sostegno della corte di Luigi II D’Angiò, che contava Raimondo tra i suoi più fedeli servitori, e a quello del papa Urbano VI, che Raimondo aveva liberato nel luglio 1385 dall’assedio di Nocera perpetrato da Carlo III di Durazzo. Poi, tra il 1386 e il 1398, in seguito alla morte di Carlo III di Durazzo e alla salita sul trono di Napoli del suo giovanissimo figlio Ladislao sotto la reggenza della madre Margherita, nonché grazie al temporale insediamento sul trono di Napoli di Luigi II d’Angiò nel 1390, Raimondo poté estendere il suo potere anche su Brindisi, Molfetta, Monopoli, Gallipoli e Martinafranca con il sostegno di alcune delle diverse parti in lotta nel regno e poi, con il sostegno di Luigi II d’Angiò, poté anche espropriare al padre e al fratello la contea di Soleto. Inoltre, in Campania, prese in pegno e quindi comprò da Ottone di Brunsvick, la contea di Acerra e diversi casali, Marcianise, San Vitaliano e Trentola, mentre in Irpinia detenne le baronie di Flumeri Trevico e Guardia Lombarda.

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Sul finire del 1398, rendendosi conto della imminente capitolazione di Luigi II D’Angiò, il Raimondo Orsini Del Balzo compì un clamoroso voltafaccia, facendo atto di sottomissione a Ladislao di Durazzo, una mossa che gli valse la promessa della futura concessione reale del sempre ambito principato di Taranto, che si concretizzò nel 1399, poco dopo la morte del principe titolare Ottone di Braunschweig, anche se con una consistenza territoriale nuovamente e sensibilmente diminuita. Matera, Castellaneta, Laterza, Massafra e Gioia del Colle furono distaccate dal grande feudo e infeudate come contea di Matera a Stefano Sanseverino, mentre Polignano a Mare fu concessa a Lorenzo Acciaioli e in seguito inglobata nel demanio regio. Al contempo inoltre, Raimondo fu obbligato a rinunciare alla signoria su Brindisi, Barletta e Monopoli, che Ladislao infeudò a sua madre Margherita di Durazzo, alla quale concesse pure Gravina, Bitonto e Venosa. Comunque, con il principato, per quell’epoca di fatto ancora il feudo più esteso di tutto il regno di Napoli, nella Terra d’Otranto Raimondo Orsini Del Balzo sommò per sé vasti possedimenti, anche se sparsi, e tra quelli, Francavilla Fontana, Gallipoli, Ginosa, Martinafranca, Mottola, Nardò, Oria, Ostuni, Ugento, Tricase e Taranto, sui quali governò comportandosi come un principe prerinascimentale, in completa autonomia e dando grande rilievo all’arte e alla cultura. Del resto, il suo potere su tutti quei territori, vista la lontananza e la debolezza della corona durazzesca, a quell’epoca fu pressoché illimitato. Con il ritorno del regno sotto il controllo durazzesco, nel 1399, l’arcidiocesi di Otranto poté essere rioccupata da un arcivescovo di obbedienza romana, Filippo, nominato dal papa Bonifacio IX succeduto a Urbano VI, e con il suo arrivo nella chiesa otrantina, una volta allontanato l’arcivescovo Riccardo per ordine del principe Raimondo Orsini Del Balzo, lo scisma in tutta la Terra d’Otranto ebbe praticamente termine. Del resto, la caduta di Luigi II d’Angiò, la scomparsa di scena dell’antipapa Clemente VII, l’abilità politica del nuovo papa romano Bonifacio IX e l’energica pressione del principe di Taranto Raimondo Orsini Del Balzo, tolsero ogni possibilità agli ecclesiastici aderenti allo scisma di poter rimanere in carica nelle loro sedi, anticipando, di fatto, la definitiva e totale conclusione dello scisma. I rapporti fra il potente principe di Taranto Raimondo Orsini Del Balzo e il re Ladislao si guastarono in pochi anni e, sul finire del 1405 indotto dal papa Innocenzo VII, Raimondo ricambiò bando e si ribellò a Ladislao: concesse in tutti i suoi territori un indulto ai seguaci di Luigi II d’Angiò e si mise a capo di un’alleanza militare antidurazzesca. Ma poco dopo, il 17 gennaio 1406, morì di colpo. A quel punto, la moglie di Raimondo, Maria d’Enghien, con i due figli minorenni Giovanni Antonio e Gabriele, si trasferì da Lecce a Taranto, che più facilmente poteva essere difesa dall’imminente attacco di Ladislao e poteva ricevere rinforzi dall’alleato Luigi II d’Angiò, sempre risoluto a riprendersi il regno di Napoli. 100  


Maria d’Enghien e Luigi II d’Angiò strinsero anche un preciso accordo che, tra altro, prevedeva per il figlio primogenito di Maria, Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, il principato di Taranto nella sua articolazione feudale integrale del tempo del principe Filippo II (composto da Taranto, Massafra, Palagiano, Mottola, Castellaneta, Laterza, Ginosa, Gioia del Colle, Martinafranca, Polignano, Ostuni, Oria, Nardò, Gallipoli, Otranto e Ugento), le tre contee di Soleto, di Lecce e di Castro, le baronie di Mesagne e di Carovigno, nonché i due importanti porti di Barletta e Brindisi. Però, il fato giocò un brutto scherzo ai due cospiratori e la flotta approntata da Luigi II d’Angiò con l’esercito e il tesoro monetario, naufragò appena salpata da Marsiglia il 26 dicembre del 1406. E così, quando a metà di aprile 1407 il re Ladislao giunse con il suo esercito sotto le mura di Taranto, incalzata da una situazione ormai chiaramente senza una possibile via d’uscita e su consiglio del suo stesso comandante delle truppe, Maria d’Enghien iniziò subito le trattative per la resa che si conclusero molto rapidamente, il 23 aprile, con il suo matrimonio con il re. Morto Ladislao senza eredi diretti nell’agosto 1414, gli succedette la sorella Giovanna II di Durazzo, la quale inizialmente fece imprigionare Maria d’Enghien e i suoi figli, Giovanni e Gabriele, rendendogli dopo pochi anni la libertà e restituendogli poi la contea di Soleto e la baronia di Flumeri, nonché Altamura e Minervino Murge. E finalmente, il 4 maggio 1420, il quasi ventenne Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, nato a Lecce il 9 settembre 1401, fu infeudato con il principato di Taranto. Scoppiato nel 1423 il conflitto tra Aragonesi e Angioini per la successione al trono di Giovanna II, il principe Orsini Del Balzo inizialmente non prese posizione. In seguito, però, quando Giovanna II insignì il suo avversario Giacomo Caldora del titolo di duca di Bari, si schierò dalla parte di Alfonso V d’Aragona. La regina allora lo considerò un ribelle e nell’estate del 1434 fece occupare da Caldora quasi tutti i suoi possedimenti in Terra d’Otranto, che però Orsini Del Balzo riuscì a riconquistare in breve tempo. Dopo la morte della regina Giovanna II, avvenuta il 2 febbraio 1435, nel conflitto tra Alfonso V d’Aragona e il nuovo erede designato al trono, Renato d’Angiò, fratello minore di Luigi III d’Angiò anteriore erede designato da Giovanna II, il principe Giovanni Orsini Del Balzo prese di nuovo le parti dell’aragonese e così, dopo la vittoria definitiva di questi contro i d’Angiò, nel 1442, si trovò a essere il più potente feudatario del nuovo regno delle Due Sicilie: signore di più di 400 castelli, il cui dominio si estendeva da Marigliano a Leuca e a cui, dopo la morte della madre Maria, si aggiunsero le contee di Lecce e di Soleto. Estinta la dinastia durazzesca e debellate per sempre le pretese angioine sul regno di Napoli, l’intera Terra d’Otranto e la parte meridionale della Terra di Bari finirono sotto il dominio del potente principe di Taranto. 101   


Urbano VI Clemente VII

  Giovanna I Carlo III Ladislao Giovanna II

Margherita di Durazzo Maria d’Enghien Giovanni Orsini Del Balzo

Luigi I Luigi II Luigi III Renato

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A Brindisi… lo scisma d’occidente del 1378 incontrò la città in preda a una situazione di forte crisi, giacché non si era ancora del tutto ripresa dai gravissimi fatti che una trentina d’anni prima l’avevano sconvolta, generati dalla violenta lotta civile tra le due più potenti famiglie della città -i Ripa e i Cavalerio- che, in seguito a una grave carestia esplosa pochi anni dopo l’insediamento sul trono di Napoli della regina Giovanna I d’Angiò, era sfociata nel 1346, in una serie di delitti d’ogni genere: saccheggi, incendi, distruzioni ed assassinii. L’impotente governatore provinciale, il napoletano Goffredo Gattola, fu espulso da Filippo Ripa entrato in città con mille armati e la situazione poté finalmente essere controllata solo grazie all’intervento del principe di Taranto Roberto che, nella totale assenza di una autoritaria azione del troppo lontano governo centrale del regno, decise di porre ordine tra tanta violenza e tanta anarchia e di scongiurare anche il tentativo del suo “crudele, avaro, traditore, lussurioso, ingiusto e spergiuro” fratello, il duca di Atene Gualtieri VI di Brienne, di impadronirsi della città di Brindisi, ormai allo sbando. Roberto inviò i suoi uomini armati in città, da dove cacciò i Ripa che si erano macchiati di gravissimi delitti e di assassinii con cui avevano quasi annientato i Cavalerio e quindi, ristabilì l’ordine e la legge riuscendo finalmente a pacificare l’intera città. E i cittadini di Brindisi, in riconoscimento e in cerca di protezione, manifestarono il desiderio che la città fosse incorporata al principato di Taranto dal quale in quegli anni si trovava esclusa, un’appartenenza che poi si formalizzò nel 1353. Del resto, già negli anni prossimi al concludersi il regno di Roberto d'Angiò, figlio di Carlo II e nonno di Giovanna I, che regnò a lungo fino al 1343, le condizioni economiche di Brindisi erano talmente depresse che un incaricato del Giustiziere di Terra di Bari, che aveva avuto l'ordine di vendere una certa quantità di zucchero, comunicò che la città, pur essendo centro marittimo e mercantile importante, era quasi deserta e spopolata e che non aveva trovato chi potesse comprare lo zucchero della Curia. Poi, alla carestia del 1345 e alla desolazione delle violente e sanguinose lotte cittadine del 1346, si aggiunse anche la tristemente celebre peste del 1348 e così l’intera città di Brindisi sprofondò per anni in totale miseria, tanto da indurre il governo centrale di Napoli ad esonerarla temporalmente da ogni gravame e a concederle vari altri privilegi e franchigie. Ma ormai, con gli Angioini insediati al governo di Napoli, nel regno si era formata e poi fortemente radicata una élite internazionale, in particolare fiorentina, che in Terra d’Otranto aveva stabilito la sua sede a Lecce, che a partire da quel tempo assunse un ruolo decisamente competitivo e poi economicamente e culturalmente prevalente rispetto alle antiche vicine città di mare, Brindisi in primis, che per secoli non ebbe più molte opportunità di ritornare all’antico splendore. Appena eletto antipapa, nel 1378, Clemente VII considerò Brindisi, sapendolo centro storico cristiano di fama pietrina, come sede di sua giurisdizione ed ebbe molto a cuore accaparrarsi la piena adesione della sua chiesa arcivescovile dove, proprio nel 1378 morì l’arcivescovo domenicano Pietro Giso, detto Pino, presule di Brindisi fin dal 103  


1352. Clemente VII quindi, il 7 febbraio 1379, elesse arcivescovo di Brindisi Gorello, che fu detto anche Guglielmo, già poderoso tesoriere della basilica di San Nicola di Bari e scismatico convinto. Il papa Urbano VI oppose a tale nomina illegittima quella, di fatto solo teorica, di Marino del Giudice, trasferendolo dalla diocesi di Cassano, da dove era già stato cacciato da Clemente VII e sostituito con Andrea Cumano. Ma Marino mai si poté insediare a Brindisi, e neanche a Taranto dove fu poi nominato da Urbano VI e dove invece si insediò Martino, già vescovo di Tricarico, nominato dall’antipapa Clemente VII e poi sostituito da Matteo Spina, già arcivescovo di Trani, che gli successe dopo la morte. E per l’arcidiocesi di Brindisi, l’11 giugno 1382 il papa Urbano Vl elevò a arcivescovo Riccardo Ruggieri, un uomo prudente poi molto stimato anche dal re Ladislao di Durazzo, che esercitò l’incarico, più o meno da titolare, fino al 1409. In effetti a Brindisi, come del resto a Otranto e in tutta la Puglia, Clemente VII aveva le spalle coperte dal favore della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò e, inoltre, aveva rapidamente distribuito favori, dignità, onori e aggiudicazioni di beni e prebende a canonici, abati, presbiteri e chierici, onde la maggioranza del clero appoggiò lo scisma contro l’iracondo papa Urbano VI, che non poté far null’altro che inviare come legato pontificio il cardinale Gentile de Sangro che dichiarò nominalmente illegittimi tutti gli appartenenti al clero aderenti allo scisma. Seguita, nel 1381, la deposizione e imprigionamento della scomunicata regina Giovanna I d’Angiò a opera di Carlo III di Durazzo incoronato re dal papa Urbano VI appena esploso lo scisma d’occidente nel 1378, Luigi I d’Angiò varcò le Alpi il 13 giugno del 1382 e scese in armi in Italia per rivendicare il trono di Napoli assegnatogli in eredità da Giovanna I e conferitogli dall’antipapa Clemente VII con una formale incoronazione. In risposta a quell’azione angioina, Carlo III di Durazzo ordì l’assassinio della regina Giovanna I d’Angiò che fu freddamente eseguito il 17 luglio del 1382 e che implicò anche l’uccisione di vari cortigiani e tra di loro la dama di corte Angela Buccella da Brindisi. Dopo un periplo lungo la penisola italiana, Luigi I d’Angiò giunse in Puglia, dove ricevette l’aiuto di molti nobili pugliesi e acquisì il principato di Taranto, città in cui il 30 agosto s’intitolò re di Sicilia e in cui rimase a lungo in attesa di rinforzi. Poi guerreggiò contro le varie città rimaste filo durazzesche, tra le quali anche Brindisi dove, a quel tempo ancora favorita dalle concessioni disposte fin dal 1381 da Carlo III per la sua recuperazione economica e sociale, era sindaco Angelo de Pondo, era governatore Aloysio Pagano ed era capitano del castello Cosmo de Tarmera. Quando nel 1383 Luigi I d’Angiò si presentò con il suo esercito alle porte della città, Brindisi tentò di resistergli, ma fu assediata presa e saccheggiata barbaramente. Poi, a fine luglio 1384, Luigi I d’Angiò ottenne pacificamente Bari, dove nominò capitani, giustizieri e viceré. Quindi, assediò e prese Bisceglie e, dopo essersi accordato con parte dei cittadini contrari ai Durazzeschi, evitò che i suoi soldati la saccheggiassero. 104  


Però, nel corso della battaglia contro il capitano durazzesco Alberigo da Barbiano, combattuta intorno a quella città il 13 settembre, fu vinto rimanendo anche ferito e dopo pochi giorni, il 20 settembre del 1384, morì a Bari, forse proprio in seguito alle ferite riportate. Quando il re Carlo III di Durazzo, finalmente consolidato sul trono di Napoli fu, nel 1386, assassinato in Ungheria, il regno restò sotto il potere di sua moglie, l’energica Margherita di Durazzo, madre reggente di Ladislao e Brindisi, già scorporata dal principato di Taranto, fu presa da Raimondo Orsini Del Balzo, anche se durante gli anni che durò la reggenza dipese nominalmente dal governo di Margherita. La reggenza di Margherita di Durazzo fu però abbastanza convulsa ed instabile a causa dei contrasti sorti con il papa Urbano VI e per colpa delle costanti minacce d’invasione del regno da parte dei pretendenti angioini al trono, che finalmente si materializzarono nel 1390 quando le armi angioine riuscirono nel tentativo di strappare Napoli ai Durazzeschi, insediandovi, e per quasi dieci anni, Luigi II d’Angiò, il quale nel 1394, sulle orme del padre, saccheggiò Brindisi, rea di essere rimasta fedele ai Durazzesci. Il principato di Taranto fu infeudato al filoangioino Raimondo Orsini Del Balzo che, oltre alla contea di Lecce portatagli in dote dalla moglie Maria d’Enghien, si era già preso anche Brindisi, e molti dei suoi domini sopravvissero allo stesso Luigi II d’Angiò che glieli aveva concessi. Infatti, quando nel 1399 l’angioino fu detronizzato da Ladislao di Durazzo che si rimpossessò del trono, il principe Raimondo non esitò a cambiare di bando alleandosi con il restaurato re. In questo modo, non solo conservò per sé il principato, la contea di Lecce e altri possedimenti già acquisiti, ma ottenne anche le città di Otranto, Nardò, Ugento, Gallipoli, Oria, Mottola, Martinafranca e tutte le altre terre della Terra d’Otranto già possedute dai precedenti principi. Solo Brindisi, Barletta e Monopoli, furono dal re Ladislao infeudate a sua madre Margherita di Durazzo, che dopo sette anni, nell’ottobre del 1406, cedette la signoria su Brindisi a cambio di Palazzo San Gervasio con il relativo castello e la terra di Stigliano. Tutto il potentato di Raimondo, alla sua morte avvenuta nel 1407, fu ereditato dal suo giovanissimo primogenito Giovanni Antonio Orsini Del Balzo e fu mantenuto in reggenza dalla madre Maria d’Enghien che, una volta vedova, aveva pensato bene di sposarsi con il pure vedovo, ed ex nemico, re Ladislao. Il 15 settembre del 1409, il papa Gregorio XII nominò arcivescovo di Brindisi Vittore, arcidiacono di Castellaneta, in successione a Riccardo Ruggeri, morto. Vittore morì molto presto e, il 1° marzo del 1411, il papa nominò Paolo Romano. A causa della malattia di Vittore prima, e a causa dell’assenza in sede di Paolo dopo, nell’arcidiocesi di Brindisi in quegli anni esercitò il vicariato generale Andrea, episcopo della chiesa crisopolitana.

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In seguito, nel 1412, le acque per l’arcidiocesi di Brindisi s’intorpidirono nuovamente e la posizione dell’arcivescovo Paolo Romano divenne precaria e la chiesa brindisina ricadde nell’anarchia con l’antipapa Giovanni XXIII. Questi il 28 novembre depose Paolo Romano, nominando arcivescovo di Brindisi Pandullo, abate benedettino di Santa Maria di Montevergine in Avellino. Pandullo morì nel dicembre del 1414 e Giovanni XXIII, il 9 febbraio 1415, nominò suo successore Aragonio Malaspina, arciprete di Albenga. Finalmente, il concilio di Costanza depose l’antipapa Giovanni XXIII, poi il papa Gregorio XII rinunciò volontariamente e quindi, il Sacro Collegio elesse al pontificato di Roma Otto Colonna, con il nome di Martino V, sancendo quell’elezione, la fine dello scisma. Il 23 febbraio 1418, il nuovo papa trasferì Aragonio Malaspina all’arcivescovato di Taranto e ristabilì alla diocesi di Brindisi l’arcivescovo Paolo Romano, rientrando così la chiesa brindisina, dopo quarant’anni, nella normalità. In quei torbidi quarant’anni ch’era durato lo scisma, e già nei vari decenni precedenti: «... i costumi del clero latino e greco di Brindisi dovettero essere alquanto corrotti, se la regina Giovanna I comandò al Giustiziere di Terra d’Otranto di dichiarare decaduti dai privilegi e dalle immunità ecclesiastiche tanto i chierici greci quanto quelli latini, se ammoniti per tre volte dall’arcivescovo di Brindisi, non tornassero a vivere vita più costumata, essi che erano di condizione vile, di fama pessima, mai occupati negli uffici divini e sempre immersi in negozi profani...» ‐Nicola Vacca‐ Morto nel 1414 il re Ladislao di Durazzo, salì sul trono di Napoli la sorella di questi, Giovanna II di Durazzo, una donna volubile che imprigionò per un breve periodo gli Orsini Del Balzo, cioè Maria d’Enghien divenuta vedova di Ladislao e i suoi ancor giovani figli, salvo poi restituire loro la contea di Lecce, altri possedimenti e, infine, nel 1420, anche il principato di Taranto, quando Giovanni Orsini Del Balzo divenne maggiorenne. In quello stesso anno, 1420, Brindisi fu assaltata dall'esercito di Luigi III d'Angiò, pretendente al regno di Napoli e non ancora favorito dalle grazie della regina Giovanna II, la quale concesse alla città vari ed ampi privilegi in riconoscimento e ringraziamento della fedeltà in quell’occasione, manifesta verso di lei. Nonostante quelle tante turbolenze, in quegli anni Brindisi cercò di sopravvivere mantenendo una sua, pur limitata e precaria, economia e in qualche modo rimase al margine delle feroci contese di palazzo che afflissero il sempre lontano trono di Napoli «... il popolo conservò la tradizione che nella magna ruga scutariorum, la strada delle ferrarie oggi via Cesare Battisti, perché spaziosa più delle altre, vi esercitavano il loro mestiere fonditori di bronzo, fabbri e armaioli. Credo non sia inutile ricordare che in Brindisi, ancora nel 1417, vi era una meravigliosa armeria di tutte sorti d’armi e in tanto numero che potevano in un momento armare un grand’esercito...» ‐Nicola Vacca‐ Il 22 febbraio 1423 morì l’arcivescovo di Brindisi Paolo Romano e il papa Martino V nominò a suo successore il napoletano Pietro Gattula, vescovo di Sant’Agata, che rimase presule di Brindisi per quindici anni, fino alla sua morte, nel 1437. 106  


Giovanna II di Durazzo, dedita al libertinaggio, si sposò più volte e più volte cambiò di favoriti e di amanti, alternandoli tra i vari aspiranti feudatari e possibili pretendenti al trono, durazzeschi, angioini e, novità, anche aragonesi. E tra di loro, Luigi III d’Angiò e Alfonso V d’Aragona, i quali si cimentarono in una lunga ed estenuante lotta armata per la successione all’ambito trono. Il potente principe Orsini Del Balzo, cercò di mantenersi fuori da quella contesa, ma poi un suo vecchio nemico, Giacomo Caldora nominato duca di Bari, si alleò con Luigi III d’Angiò a quel tempo pretendente a ereditare il trono di Napoli, ed assieme riuscirono a impossessarsi del ricco e strategico principato, Oria e Brindisi incluse, mentre Giovanni Orsini Del Balzo poté comunque mantenere le città di Taranto, Lecce, Rocca, Gallipoli, Ugento, Minervino, Castro, Venosa e Bari. Quindi, spinto da quegli eventi a parzializzarsi a favore del contendente aragonese, il principe spodestato riuscì a non far capitolare il castello di Oria e quello di Brindisi, in cui si asserragliò e dove lo raggiunse la notizia dell’improvvisa malattia e morte di Luigi III d’Angiò, avvenuta per malaria il 12 novembre del 1434. Decise quindi di passare immediatamente all’offensiva e si riprese con le armi la città di Brindisi tenuta dai due generali Minucci Camponesco e Onorato Gaetano di Giacomo Caldora. La regina Giovanna II, ormai anziana, dispose nel proprio testamento che alla sua morte la corona passasse a Renato I d'Angiò, fratello del deceduto Luigi III d’Angiò. Quindi, il 2 febbraio 1435 morì. I partigiani di Alfonso, e primo tra loro Giovanni Orsini Del Balzo, incoraggiati da quelle due morti scesero apertamente in campo combattendo contro il nuovo aspirante angioino, Renato d’Angiò. La lotta armata tra i due bandi cruenta e alterna, durò per ancora altri sette anni, nel corso dei quali si susseguirono e si moltiplicarono devastazioni e saccheggi finché, il 2 giugno del 1442, Alfonso d’Aragona entrò vittorioso in Napoli, mentre Renato d’Angiò ritornò in Francia, sancendo la fine del dominio angioino sul regno di Napoli. In quegli ultimi lunghi sette anni, la città di Brindisi per sua fortuna non soffrì altri disagi particolari, mantenendosi sempre sotto il dominio feudale del rafforzato principe di Taranto e solo dovette contribuire alle lotte fornendo a quel principe i soldati di volta in volta a lui richiesti. Tuttavia, il secondogenito casato angioino sul regno di Napoli -quello dei Durazzeschi che era seguito a più di cent’anni anni di esoso e poi sempre più deteriorato corrotto e caotico governo angioino- conclusosi dopo ben sessant’anni anni di un “non governo” a Napoli, lasciò Brindisi in uno stato veramente pietoso, conseguente al prolungato periodo calamitoso iniziato con lo scoppio dello scisma d’occidente: sessant’anni nel corso dei quali, a lotte, saccheggi, incendi, carestie e quant’altro, propri delle guerriglie urbane e delle guerre civili, si erano susseguiti anche l’alluvione la peste e il terremoto. Eppure, nonostante il nuovo status politicamente più stabile e militarmente più tranquillo che il controllo aragonese avrebbe garantito per il regno e per la città di Brindisi, altri cataclismi funesti si profilavano sull’immediato orizzonte della città:

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Il principe di Taranto Giovanni Orsini Del Balzo signore di Brindisi, forse preoccupato dalla potenza in franca ascesa dei Veneziani e dall’idea che quelli potessero dal mare impadronirsi con facilità di Brindisi, o forse timoroso di una possibile invasione via mare del re Alfonso d’Aragona con il quale aveva deteriorato i rapporti e che da Brindisi avrebbe potuto prendere il suo principato, maturò e attuò nel 1449 uno stratagemma strano quanto malaugurato, che alla fine doveva rivelarsi funesto in estremo per Brindisi: «... Là dove l’imboccatura del canale era attraversata da una catena assicurata lateralmente alle torrette site sulle due sponde, fa affondare un bastimento carico di pietre, ed ottura siffattamente il canale da permetterne il passaggio solo alle piccole barche. Non l’avesse mai fatto! Di qui l’interramento del porto, causa grave della malaria e della mortalità negli abitanti. Meglio forse, e senza forse, sarebbe stato se alcuno dei temuti occupatori si fosse impadronito di Brindisi, prima che il principe avesse potuto mandare ad effetto il malaugurato disegno. Fu facile e poco costoso sommergere un bastimento carico di pietre e i posteri solo conobbero la fatica e il denaro che abbisognò per estrarlo e render libero nuovamente il canale. Più dannosa ai cittadini fu questa precauzione del principe, che temeva di perdere un brano del suo stato, che non tutte le antecedenti e seguenti devastazioni. L’opera inconsulta del principe fu naturalmente malveduta dalla città, la quale prevedeva le tristi conseguenze. Ma il fatto era compiuto...» ‐Ferrando Ascoli‐ Poi, sullo scorcio di dicembre del 1456, un terribile terremoto interessò una buona parte del regno, e Brindisi fu tra le città più colpite «...e la rovina coperse e seppellì quasi tutti i suoi concittadini… e restò totalmente disabitata... e al terremoto seguì la peste, la quale invase la città e troncò la vita a quel piccolo numero di cittadini ch’erano sopravvissuti al primo flagello...» ‐Andrea Della Monica‐ BIBLIOGRAFIA: Ascoli F. La storia di Brindisi scritta da un marino-1886 Babudri F. Lo scisma d'Occidente e i suoi riflessi sulla Chiesa di Brindisi-1955 Babudri F. Oria e lo scisma d'Occidente-1956 Carito G. Brindisi Nuova guida-1994 Della Monaca A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi-1674 Kiesewetter A. Il principato di Taranto tra Raimondo Orsini Del Balzo, Maria d’Enghien e re Ladislao d’Angiò Durazzo-2009 Moricino G. Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino al 1604 Perri G. Brindisi nel contesto della storia-2016 Schipa M. Puglia in età angioina-1940 Sirago M. Il porto di Brindisi dal Medioevo all'unità-1996 Tafuri G.B. Riflessi del grande scisma d'Occidente in Terra d'Otranto-1967 Vacca N. Brindisi ignorata-1954

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Brindisi al tempo dei re aragonesi sul trono di Napoli: 50 anni densi di storia cittadina nella seconda metà del XV secolo Pubblicato su.Brindisiweb.it

Gli antecedenti della conquista aragonese Nel 1282, contro il re di Napoli Carlo I d’Angiò, scoppiò a Palermo la rivolta dei Vespri, della quale il re Pietro III d’Aragona fu considerato l’architetto, perché pretendente al possesso dell’isola in quanto marito di Costanza figlia del re Manfredi, discendente ed erede diretto del grande Federico II di Svevia. Certo è, che l’intervento aragonese a favore dei ribelli contro gli angioini, fu immediato e determinante. Seguì una lunga guerra nel corso della quale il figlio di Pietro III, Giacomo II, sposò una figlia di Carlo II d’Angiò lo zoppo e riconobbe agli Angiò la Sicilia, dietro il loro riconoscimento dei suoi diritti sulla Sardegna e sulla Corsica. I Siciliani però, non accettarono quell’accordo e proclamarono loro re, nel 1296, il fratello di Giacomo II, Federico II d’Aragona, che amava dirsi III in quanto erede del grande re Federico II di Svevia, suo nonno materno. La questione fu momentaneamente chiusa nel 1302 dalla pace di Caltabellotta, con cui la Sicilia fu riconosciuta agli Angiò, ma venne assegnata vita natural-durante a Federico II che sposò Eleonora, l’altra figlia di Carlo II d’Angiò, dando origine, di fatto, a una vera dinastia aragonese autonoma in Sicilia. Federico II regnò a lungo, fino al 1337, e i suoi successori – Pietro dal 1337 al 1342, Ludovico dal 1342 al 1355 e Federico III (o IV) dal 1355 al 1377 – contrastarono gli sforzi angioini di ricondurre la Sicilia sotto il loro regno di Napoli, finché si giunse alla pace di Catania del 1372, che sancì una Sicilia indipendente sotto la dinastia aragonese. Maria, figlia ed erede di Federico III (o IV), andò sposa a Martino I il giovane – figlio del secondogenito di Pietro IV d’Aragona – al quale, morto da re di Sicilia senza avere eredi, succedette il padre Martino II il vecchio, che intanto era asceso nel 1409 al trono d’Aragona e che quindi, tenne insieme sia la corona siciliana che quella aragonese. Nel 1410, alla morte del re Martino II senza eredi diretti, la corona passò a Ferdinando di Castiglia, di cui Martino II era zio materno, il quale salito sul trono di Aragona inviò nell’isola, come viceré, il figlio Giovanni, iniziando per la Sicilia un’epoca vicereale. Nel 1416, sul trono di Aragona successe il figlio di Ferdinando, Alfonso V, il quale si affrettò a richiamare dalla Sicilia il fratello Giovanni - che gli isolani aspiravano nominare loro autonomo re - sostituendolo nell’esercizio del viceregno con un nuovo viceré. Alfonso V, abile sovrano e diplomatico scaltro, riuscì a costruire un suo diritto al trono di Napoli facendosi riconoscere come figlio adottivo dalla regina Giovanna II d’Angiò Durazzo. Poi, la stessa regina tornò sulle sue decisioni e, poco prima di morire, trasferì l’adozione al francese Renato d’Angiò: ne scaturì inevitabilmente una lunga e crudele guerra, che nel 1442 vide finalmente vittorioso l’aragonese: il nuovo re Alfonso I di Napoli, riunificatore del regno fondato dai Normanni e passato a Svevi e Angioini. 109  


I re aragonesi sul trono di Napoli Alfonso V d’Aragona, dal 1442 Alfonso I di Napoli, scelse di risiedere a Napoli fino a quando vi morì nel 1458, e da Napoli governò l’impero catalano-aragonese, che nel bacino mediterraneo occidentale occupò uno spazio primeggiante, mantenendo da esso sostanzialmente distinta e autonoma l’amministrazione del regno di Napoli, che fu da lui affidata quasi per intero a italiani. Alfonso, infatti, non rientrò più a Barcellona nonostante le richieste della moglie Maria, che durante tutti quegli anni continuò a governare, come reggente, i possedimenti spagnoli con Giovanni, il fratello di Alfonso. Alfonso I modernizzò il regno di Napoli e governò cercando di rinnovare i rapporti diplomatici ed economici con gli altri regni, di svecchiare le forme istituzionali esistenti e di apportare riforme sostanziali all’amministrazione territoriale. La politica del sovrano ebbe un significato sociale essenzialmente conservatore, favorendo il baronaggio che aveva in mano il governo delle città, con ripercussioni evidenti nell’accentuazione dei contrasti sociali. Ma ciò non impedì che nel complesso si potesse tendere ad avviare efficacemente la ripresa della vita economica e sociale del regno, dopo la lunga epoca meno favorevole attraversata dalla metà del secolo XIV. Nacque, con Alfonso I, il Sacro Regio Consiglio che, posto al vertice delle magistrature del regno, conseguì un’autorità dottrinaria e giurisdizionale che fu apprezzata anche all’estero. L’apparato giudiziario napoletano, con la Corte della Vicaria al suo vertice, previde un ampio esercizio delle funzioni giurisdizionali anche da parte dei signori feudali e ai baroni concesse, peraltro, il merum et mixtum imperium, allargandone così ulteriormente la sfera giurisdizionale. Mentre il re dispose per sé, di una rete di organi amministrativi centrali e periferici e di una classe di funzionari e officiali regi molto efficaci: un forte strumento di governo a disposizione del potere regio. Alfonso I proseguì e allargò la pratica delle intese con banchieri e finanzieri stranieri che aveva tradizioni che risalivano fino all’epoca sveva ed erano in rapporto con la gestione del sistema fiscale, nonché con la gestione delle terre e dei redditi del demanio regio e delle proprietà dirette del sovrano. Definì pure il sistema fiscale, fissandolo intorno all’imposta fondamentale sulle persone fisiche considerate per nuclei familiari, i fuochi, accompagnata da una tassa per la fornitura del sale, considerato monopolio pubblico. Per il resto, il sistema si fondò, secondo l’uso comune, sugli appalti dei cespiti fiscali a mercanti e finanzieri, che erano per lo più forestieri. Diede pure una sistemazione duratura alla dogana delle pecore, ossia all’amministrazione dei pascoli invernali del Tavoliere delle Puglie, in cui svernavano le grandi greggi del montuoso Abruzzo e di altre terre contigue. Nel 1458, alla morte di Alfonso I di Napoli detto il magnanimo, il regno di Napoli passò in eredità al suo prediletto figlio naturale Ferdinando I, detto Ferrante, mentre quello d’Aragona, con la Sicilia e la Sardegna, passò in eredità al fratello Giovanni II, padre di quel Ferdinando II il cattolico che, sposando Isabella di Castiglia nel 1469, unificherà la Spagna e farà poi decadere definitivamente la dinastia aragonese del regno di Napoli. La dinastia inaugurata a Napoli da Alfonso I, proseguì quindi con Ferdinando I, Ferrante, la cui azione di governo continuò quella paterna e, in certo qual modo, la radicalizzò. 110  


Il re Ferrante si dedicò all’ordinamento amministrativo, attuando una politica fiscale relativamente più blanda, promuovendo l'incremento dell’economia e stimolando le arti e la cultura. Fu più duro con la nobiltà feudale, di cui cercò sempre di limitare privilegi e potere, senza poter però evitare che dopo venticinque anni di regno gli si ordisse contro una congiura di baroni che, anche se poté piegare, testimoniò quella mancanza di un radicamento del tutto sicuro della famiglia sul trono napoletano, che a distanza di pochi anni avrebbe portato alla fine della dinastia aragonese di Napoli. L’ostile papa Innocenzo VIII, infatti, appoggiato dai baroni ancor più ostili alla dinastia aragonese, istigò l’ambizioso re di Francia Carlo VIII a far valere i suoi diritti sul regno di Napoli e cosi, Ferrante stesso agli estremi del suo regno e i suoi successori – il figlio Alfonso II, il nipote Ferdinando II e l’altro figlio Federico – furono sottoposti alla prova severissima del confronto con quella che all’epoca era la maggiore potenza europea. Ferrante morì nel 1494 e gli succedette il malvisto primogenito Alfonso II di Napoli il quale, prima che Carlo VIII realizzasse – tra il febbraio e il luglio del 1495 – l’effimera conquista del regno, abdicò a favore del figlio Ferdinando II di Napoli, detto Ferrandino. Il re di Francia dové, tuttavia, abbandonare in tutta fretta il regno appena conquistato, per la lega militare che contro di lui formarono gli stati italiani e per gli atteggiamenti ostili assunti dalle altre potenze europee dinanzi alla felice e facile riuscita della sua impresa, e così Ferrandino poté tornare quasi immediatamente sul trono. Tra le potenze europee che presero posizione contro la conquista francese ci furono Castiglia e Aragona, su cui regnavano i re cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona. Anch’essi avevano trattato e concluso accordi con Carlo VIII, quando questi, alla vigilia dell’impresa italiana, aveva cercato di procurarsi la neutralità delle altre potenze europee che di quella impresa avrebbero potuto  risentirsi. A questo scopo Carlo VIII non aveva lesinato in concessioni politiche, economiche e territoriali, e sia Castiglia che, ancor più, Aragona ne avevano indubbiamente beneficiato. Alla morte di Ferrandino, avvenuta prematuramente il 7 settembre 1496 senza eredi diretti, il trono del regno di Napoli passò a suo zio Federico, secondogenito di Ferrante – fratello di Alfonso II di Napoli anch’egli morto – che salì sul trono come Federico I. Egli dovette difendersi, sia dai francesi del re Luigi XII succeduto a Carlo VIII e sia dagli spagnoli di suo cugino il re Ferdinando II il cattolico, che tra di loro accordarono spartirsi il regno di Napoli. E quando, nel 1501, questo fu invaso dai due eserciti stranieri, Federico I di Napoli decise di cedere al re di Francia Luigi XII i propri diritti sul regno, ricevendo in cambio la contea francese del Maine per sé ed i suoi eredi. La dinastia aragonese del regno di Napoli finì quindi in quel 1501, tradita da uno stesso aragonese, e si estinse definitivamente nel 1550 con la morte senza discendenti del figlio di Federico I di Napoli, Ferdinando d’Aragona, il duca di Calabria mai divenuto re. L’accordo del 1501 si rivelò però immediatamente caduco e, per le ambigue condizioni alle quali era stato stipulato, scoppiò inevitabile la guerra franco-spagnola e Napoli cadde in mano agli Spagnoli nel 1503. Poi, alla fine dello stesso anno, i Francesi furono pienamente sconfitti e col trattato di Blois del 1505 dovettero riconoscere la sovranità spagnola su tutto il regno, e Consalvo di Cordova fu il primo viceré spagnolo di Napoli. 111   


La fine del principato di Taranto Nel conflitto, sorto dopo la morte della regina Giovanna II d’Angiò Durazzo tra Alfonso V d’Aragona e Renato d’Angiò per la successione sul trono del regno di Napoli, il giovane principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo prese le parti dell’aragonese e così, dopo la vittoria definitiva di questi contro i d’Angiò, nel 1442, si trovò a essere il più potente feudatario del nuovo regno aragonese di Napoli. Un principe signore di più di 400 castelli il cui dominio, che comprendeva sette arcivescovadi e trenta vescovadi, si estendeva da Marigliano in Terra di Lavoro a Leuca e a cui, dopo la morte della madre Maria nel 1446, si aggiunsero le contee di Lecce e di Soleto. Così, l’intera Terra d’Otranto e la parte meridionale della Terra di Bari, città di cui Orsini Del Balzo fu nominato duca dopo la morte di Jacopo Caldora, finirono sotto il dominio di quel potente principe e la signoria di Puglia, circoscrizione costituita da più aggregati feudali, raggiunse l’apogeo della sua grandezza: quasi uno stato nello stato. Quel principe fu quasi sovrano e come tale si comportò: disponeva funzionari e ufficiali corrispondenti a quelli di nomina regia, si circondava di una propria curia, stipulava trattati ed accordi con stati stranieri, legiferava su dazi, dogane, pedaggi, fiere e mercati, con un esercito composto da 4.000 cavalli, 2.000 fanti e 500 balestrieri. Presto però, dopo l’idillio, tra il re Alfonso I e il principe cominciò a soffiare vento di burrasca, quando Giovanni Antonio realizzò che la politica dell’aragonese mirava ad un drastico ridimensionamento di tutti i poteri baronali perseguendo, finanche, la totale scomparsa dei grandi stati interni al regno, e in primis il principato di Taranto. Sicché, con la morte del re Alfonso I nel 1458, iniziò apertamente la contesa tra il successore al trono – Ferrante – e il principe Orsini Del Balzo, il quale si mise a capo di una grande ribellione di baroni, contro il re e a sostegno di Giovanni d’Angiò aspirante al trono del regno, primeggiando di persona nella battaglia di Sarno del 7 luglio 1460. Dopo alterne vicende e capovolgimenti militari che finalmente arrisero al re Ferrante, il principe di Taranto si ravvide e, spinto dalla insistente ed attiva mediazione di Isabella – regina moglie di Ferrante e figlia di sua sorella Caterina Orsini Del Balzo e di Tristano di Chiaromonte – si riconciliò con il re anche se le controversie si protrassero fino alla sua morte: fu assassinato tra il 14 e il 15 novembre del 1463, nel castello di Altamura in circostanze misteriose, strangolato da tale Paolo Tricarico, verosimilmente sicario del re Ferrante o, forse, dei due consiglieri dello stesso principe, Antonio Guidano e Antonio Agello, sospettosi che questi avesse deciso di eliminarli. Non avendo Giovanni Antonio Orsini Del Balzo figli legittimi, l’erede formale del principato fu la nipote Isabella, regina e moglie del re Ferrante, il quale d’immediato incamerò al regno il principato con tutti i vastissimi possedimenti che lo costituivano, che furono in parte assegnati in piccoli feudi a famiglie di provata fede aragonese e in parte, come le città di Taranto e Brindisi, ritornarono ad essere entità demaniali. Un passaggio rapido che, sembra, fu facilitato dalla volontà e dal sostegno delle città pugliesi, che acconsentirono alla scomparsa definitiva dalla geografia giurisdizionale e politica della signoria di Taranto, il potente e plurisecolare principato, esauste com’erano delle controversie e degli eccessi del principe che fu, forse, anche tiranno. 112   


Brindisi nel regno dei re aragonesi Signoreggiata – nei quindici anni del regno di Alfonso I di Napoli e nei primi cinque del successore Ferrante – dal principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo fino alla sua morte, alla fine del 1463 Brindisi passò al demanio regio sotto il re Ferrante e i suoi successori, Alfonso II e Ferrandino, fino a quando – il 30 marzo del 1496 – fu formalmente consegnata a Venezia, assieme alle altre due città portuali pugliesi di Otranto e Trani, in pegno e in riconoscimento dell’aiuto ricevuto nella difesa e riconquista del regno, seguita all’effimera invasione del re di Francia Carlo VIII, nonché in cambio di anche un prestito di duecentomila ducati. In quei – pur brevi – cinquant’anni della seconda metà del XV secolo, trascorsi con i re aragonesi sul trono di Napoli, Brindisi fu spettatrice e spesso diretta protagonista di numerosi ed importanti eventi, che segnarono profondamente la storia, e la sua storia: … La criminale ostruzione del porto di Brindisi disposta dal principe di Taranto e la già commentata fine del principato. La caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II e la fine dell’Impero Romano d’oriente. Il terremoto del 1456. L’assalto a Otranto e la conseguente occupazione dei turchi. Il tentativo dei veneziani di occupare Brindisi sventato da Pompeo Azzolino e il loro assalto a Gallipoli. La costruzione del castello alfonsino sull’isola di san Andrea all’ingresso del porto di Brindisi. La pirrica ed effimera invasione del regno di Napoli di Carlo VIII re di Francia. La cessione a Venezia di Brindisi assieme a Otranto e Trani. I viaggi di Cristoforo Colombo alla scoperta dell’America… La criminale ostruzione del porto di Brindisi disposta dal principe di Taranto Nel 1449, Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, principe di Taranto e signore di Brindisi, forse preoccupato dalla potenza in franca ascesa dei veneziani e dall’idea che quelli potessero dal mare impadronirsi con facilità di Brindisi, o forse timoroso di una possibile invasione via mare del re di Napoli Alfonso d’Aragona, con il quale aveva deteriorato i rapporti e che da Brindisi avrebbe potuto intraprendere la sottomissione del suo principato, maturò e freddamente attuò uno stratagemma strano quanto malaugurato, destinato a rivelarsi funesto in estremo per Brindisi: «... Là dove l'imboccatura del canale era attraversata da una catena assicurata lateralmente alle torrette site sulle due sponde, fa affondare un bastimento carico di pietre, ed ottura siffattamente il canale da permetterne il passaggio solo alle piccole barche. Non l'avesse mai fatto! Di qui l'interramento del porto, causa grave della malaria e della mortalità negli abitanti. Meglio forse, e senza forse, sarebbe stato se alcuno dei temuti occupatori si fosse impadronito di Brindisi, prima che il principe avesse potuto mandare ad effetto il malaugurato disegno. Fu facile e poco costoso sommergere un bastimento carico di pietre e i posteri solo conobbero la fatica e il denaro che abbisognò per estrarlo e render libero nuovamente il canale. Più dannosa ai cittadini fu questa precauzione del principe, che temeva di perdere un brano del suo stato, che non tutte le antecedenti e seguenti devastazioni. L’opera inconsulta del principe fu naturalmente malveduta dalla città, la quale prevedeva le tristi conseguenze. Ma il fatto era compiuto...» ‐F. ASCOLI‐

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Caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II e fine dell’Impero d’Oriente

L’avvenimento più importante del secolo XV – forse facendo astrazione del viaggio di Cristoforo Colombo che avrebbe portato alla scoperta dell’America – fu probabilmente la caduta dell’impero bizantino, l’Impero Romano d’oriente sopravvissuto mille anni alla parte occidentale dell’Impero Romano fondato da Augusto. Le fonti commerciali dell’impero vennero lentamente sottratte dai genovesi e dai veneziani che, avendo insediato parecchi avamposti bizantini, costruirono una fittissima rete commerciale con le popolazioni orientali e infersero un ulteriore colpo gravissimo con l'acclimatazione del baco da seta in Italia, che tolse l'antico monopolio di quel prodotto a Costantinopoli, una città che già intorno all’anno 1400, apparve spopolata e immiserita, con gli edifici in rovina e una moneta di pessima qualità. Approfittarono di quelle circostanze, i turchi, sotto la guida di Murad II, riedificarono la loro potenza e decisero di intraprendere l'espansione verso l'Europa. Il timore si diffuse alla corte bizantina e l'imperatore Giovanni VIII Paleologo cercò di correre ai ripari, recandosi in Italia in cerca dell’aiuto militare dei cristiani d’occidente, offrendo in cambio la sempre rifiutata sottomissione della chiesa di Costantinopoli al papa di Roma. Malgrado le reticenze, la sottomissione fu poi proclamata a Firenze nel 1439 e fu celebrata festosamente in tutta Italia, ma non servì a salvare Costantinopoli. Dopo un lungo assedio, infatti, le mura di Costantinopoli caddero e nella mattina del 29 maggio 1453 la città fu espugnata. Costantino XI, l’ultimo imperatore dell’Impero Romano d’oriente, perì in battaglia con gran parte del suo popolo. Gli abitanti furono massacrati. La chiesa di santa Sofia fu trasformata in moschea. Costantinopoli fu chiamata Istanbul e divenne la base sulla quale gli ottomani costruirono la loro potenza.

La caduta di Costantinopoli - Olio del Tintoretto (dettaglio)- Palazzo Ducale, Venezia 114  


Il terremoto del 1456

Nel 1456, alle tre del mattino di domenica 5 di dicembre, un terribile terremoto interessò una buona parte del regno di Napoli, che era governato dal re aragonese Alfonso I, e Brindisi fu menzionata essere tra le città rimaste più colpite: «... e la rovina coperse e seppellì quasi tutti i suoi concittadini… e restò totalmente disabitata... e al terremoto seguì la peste, la quale invase la città e troncò la vita a quel piccolo numero di cittadini ch’erano sopravvissuti al primo flagello...» ‐A. DELLA MONICA‐

Il terremoto, che ebbe una magnitudo poi stimata in 7,1 Richter e XI sulla scala Mercalli, fu preceduto dall’apparizione della cometa Halley e fu uno dei terremoti più forti mai registrati in Italia. L’epicentro del sisma – che fu avvertito dalla Toscana alla Sicilia – si localizzò nel Beneventano. Quella città e quasi tutti i paesi dell’entroterra campano furono rasi al suolo e a Napoli furono registrati ingenti danni, tra cui il crollo del campanile della basilica di Santa Chiara e il cedimento della chiesa di San Domenico Maggiore, che dovette essere ricostruita. Il papa Pio II, in una lettera inviata all’imperatore Federico III d’Asburgo, raccontò che nel napoletano crollarono trentamila palazzi e tutte le chiese furono danneggiate. Si verificò anche un maremoto che colpì le coste ioniche tra Gallipoli e Taranto e lo sciame sismico durò diversi anni. Il bilancio delle vittime, condotto in base alle cronache dell’epoca, ne stimò circa trentamila. Angelo Costanzo, nella sua Storia del reame di Napoli scrisse: "Caddero molte cittadi, e fra l'altre Brindisi, ch'era popolarissima, che con la rovina coperse e seppellì tutti i suoi cittadini, e restò totalmente disabitata". E nella sua Storia di Brindisi scritta da un marino Ferrando Ascoli scrisse: "La solidità dei muri, la robustezza delle colonne, la resistenza delle volte, a nulla valsero. Dovunque ammassi di pietre miste a travi, a canne, a masserizie, a mobilia. Desolazione presente, e miseria futura" riferendosi probabilmente con ciò alla peste che successivamente si diffuse in città, completando lo sterminio delle vite scampate alla prima calamità. Nonostante i tanti riferimenti bibliografici, studi e ipotesi più recenti hanno avanzato alcuni seri dubbi sulla veridicità della reale gravità delle conseguenze fisiche di quel sisma sulla città di Brindisi: i provvedimenti regi che pur con gli aragonesi interessano la città, non menzionano il terremoto come causa dello spopolamento e della rovina della stessa; e varie strutture difensive, palazzi, monasteri, chiese, eccetera, esistenti all’epoca del sisma, così come le due famose colonne romane, rimasero in piedi. L’assalto a Otranto e la conseguente occupazione dei turchi «… Con la caduta di Costantinopoli, Maometto II rivendicò apertamente i suoi diritti di possesso su Brindisi, Otranto e Gallipoli, come antiche parti dell’impero bizantino da lui conquistato. E già nel 1454 veniva relazionato al re Alfonso I di Napoli, che il sultano “fondandosi su antiche predizioni e interpretazioni, aveva intenzione di erigersi a signore d’Italia e della città di Roma, ritenendo che, come si era impossessato della figlia, cioè di Bisanzio, così avrebbe potuto conquistare anche la madre, cioè Roma”. A tale fine, Maometto II si era già assicurato della facile realizzazione del passaggio da Durazzo a Brindisi, dove peraltro, l’impressione dell’ineluttabilità di uno sbarco turco

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era fortissima, anche in relazione ai frequenti arrivi di profughi dalle terre conquistate dai maomettani…» ‐V. ZACCHINO‐

Il momento era del resto propizio a Maometto II. Non era da temere un serio contrasto al passaggio di una flotta invasora, giacché le armate aragonesi e pontificie erano impegnate dal 1478 contro Firenze e la pace, che nel 1479 aveva chiuso la lunga guerra turco-veneta, manteneva Venezia ufficialmente neutrale e serviva da copertura alla sua intrinseca ostilità verso il re di Napoli, al quale voleva togliere le città pugliesi. Anche se fu abbastanza accreditata l’idea che l’ammiraglio ottomano Gedik Ahmet Pascià avesse puntato su Brindisi prima di dirottare su Otranto per ragioni circostanziali, in effetti, la scelta di Otranto probabilmente non dovette essere solo un ripiego occasionale: Otranto, infatti, era palesemente indifesa, mentre Brindisi aveva ricevuto rinforzi aragonesi e, in più, era infestata da una temibile peste. All’alba del 28 luglio del 1480, alcune decine di migliaia uomini a bordo di un’imponente flotta composta da un paio di centinaia di navi, giunsero da Valona sulle coste salentine e sbarcarono poco a nord di Otranto, presso i laghi Alimini, nella baia poi detta dei turchi, e da lì si diressero verso la città. Fatta razzia del borgo fuori le mura, Gedik Ahmet Pascià propose ai cittadini una resa umiliante e di fatto inaccettabile, obbligando gli abitanti di Otranto a difendersi dall’inevitabile assedio. Il contingente aragonese di stanza a Brindisi fu tra i primi ad accorrere in soccorso, guidato dal Filomarino, ma restò bloccato a Scorrano dall’ordine di Ferrante di attendere l’arrivo del figlio Alfonso, permanendo inoperoso finché, caduta Otranto, se ne tornò a presidiare la piazza di Brindisi. Due settimane durò la tenace resistenza finché, l’11 agosto, l’armata turca riuscì ad aprire un varco tra le mura della città, e da lì si riversò nel centro, avanzando con crudeltà indicibili: le vie furono inondate da sangue e coperte da corpi martoriati. Dal varco delle mura, i turchi giunsero fino alla cattedrale dove un gruppo di fedeli vi si era barricato. I turchi recisero il capo all’arcivescovo Stefano Pendinelli e la strage continuò sino a che l’ultimo degli otrantini rifugiato fu ucciso. Pascià radunò i suoi uomini e gli abitanti superstiti e ordinò che tutti gli abitanti di Otranto, di sesso maschile e di età superiore a quindici anni, abbracciassero la religione islamica. Gli ottocento uomini presenti si rifiutarono e furono tutti decapitati. I turchi, occupata Otranto, la utilizzarono come base per scorrazzare indisturbati in tutto il Salento, seminando terrore e morte fino al Gargano, mentre la reazione aragonese indugiò a manifestarsi, anche perché Venezia persisteva nella sua neutralità e gli altri stati italiani erano interessati più alle guerre in terraferma che sul mare, mentre i turchi ricavarono il tempo per fortificare Otranto. «… Pascià spedì a Brindisi un proprio messo con una lettera per l’arcivescovo Francesco de Arenis, nella quale ingiungeva la pronta consegna della terra che considerava retaggio dell’antico impero bizantino, minacciando, altrimenti, che “si non me date la terra, io con tutto lo mio sforzo vengerò da vui, et farò più crudelitate che non è facto ad Otranto”. Fortunatamente le minacce rimasero sempre tali per quanto, più d’una volta, in seguito, corsero dicerie e si paventò anche negli ambienti della corte l’eventualità di un attacco turco a Brindisi…» ‐V. ZACCHINO‐

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Saldo sulle sue posizioni, nell'ottobre del 1480, Gedik Ahmet Pascià ripassò il canale di Otranto con gran parte delle sue truppe dopo aver ripetutamente devastato con continue scorrerie i territori di Lecce, Taranto e Brindisi, lasciando a Otranto solo una guarnigione di 800 fanti e 500 cavalieri. Mentre gli aiuti promessi dalla cristianità italiana ed europea tardavano ad arrivare, tra le incomprensioni, gli interessi e le evidenti disparità tra le possibili forze da mettere in campo, l’inverno del 1481 trascorse senza un’effettiva reazione, mentre gli ottomani ricevevano gli aiuti via mare, senza grandi contrasti. Il 25 febbraio del 1481, salpò da Brindisi un’armata cristiana per contrastare il ritorno di Pascià da Valona, conseguendo nelle acque di Saseno una prestigiosa vittoria che risollevò il morale della depressa cristianità e assicurò il controllo dell’Adriatico. Con l'arrivo della buona stagione, il re aragonese di Napoli Ferrante poté intraprendere con suo figlio Alfonso le operazioni di assedio a Otranto, grazie agli aiuti ottenuti dagli stati italiani che finalmente si resero conto del pericolo per la loro sopravvivenza rappresentato dall'occupazione turca. La città fu stretta d'assedio, sia per terra sia per mare, e a risolvere finalmente la situazione fu la morte del cinquantaduenne sultano Maometto II, sopraggiunta improvvisamente nella notte tra il 3 e il 4 maggio 1481. Mentre la successione del sultano ottomano aveva suscitato le ostilità tra i suoi figli, Bayezid e Cem, aprendo una nuova grave crisi per l'impero turco, gli ottomani a Otranto, privi di rinforzi e pressati dalle milizie cristiane, furono costretti a cedere, e così Ahmet Pascià accettò la resa incondizionata il 10 settembre 1481, riconsegnando la città al duca di Calabria, Alfonso, e tornandosene tranquillamente a Valona.

Ossario dei martiri di Otrano ‐ Cattedrale di Otranto 117  


Il tentativo dei veneziani di occupare Brindisi sventato da Pompeo Azzolino

Sventato il pericolo turco, il re Ferrante progettò punire Venezia per essere stata, a suo avviso, partigiana degli ottomani quanto meno per omissione, e pretese dal papa Sisto IV un sostegno attivo alla realizzazione di quel suo obiettivo. Poi, di fronte alla negativa del papa, attaccò lo stato pontificio e i veneziani approfittarono quella favorevole congiuntura militare, per assillare i sempre ambiti porti pugliesi del regno napoletano. Fu così che sul finire del 1483, i veneziani tentarono la conquista di Brindisi allestendo una flotta forte di 56 vele salpata da Corfù al comando di Giacomo Marcello, il quale pensò non attaccare la città dal mare e sbarcò poco a nord, sulla spiaggia di Guaceto, da dove iniziò la marcia su Brindisi. Le truppe invasore occuparono e saccheggiarono Carovigno e San Vito degli Schiavoni – oggi dei Normanni – e quindi si diressero, tonfi e baldanzosi, alla volta di Brindisi con il proposito di occuparla. In città però, Pompeo Azzolino, un nobile brindisino che già si era distinto nelle azioni militari per la liberazione di Otranto, appena informato degli eventi, organizzò in armi un nutrito gruppo di giovani cittadini e uscì all’incontro di Marcello, affrontandolo e sconfiggendone le truppe sulla strada per Brindisi. Lo fece retrocedere, costringendo i veneziani a intraprendere una precipitosa fuga - in cui lo stesso Marcello rischiò di essere ucciso - incalzati fino al porto di Guaceto nelle cui acque era alla fonda l’armata veneta che, dopo aver cannoneggiato gli inseguitori brindisini e aver accolto i malconci fuggitivi, sciolse le ancore e prese il largo. Rientrato in città, Azzolino fu ricevuto con grandi onori dai suoi concittadini, che lo salutarono come salvatore della patria e, per volontà del re aragonese, fu ricordato per quel suo atto eroico con una epigrafe apposta sul muro della sua casa, nel quartiere marinaro delle Sciabiche. Questa la sua trascrizione tradotta dall’originale in latino: CESARE MISE IN FUGA POMPEO E DA QUESTO STESSO LUOGO IL NOSTRO POMPEO, FORTE QUANT’ALTRI MAI, AFFRONTÒ INNUMEREVOLI NEMICI. SALGA DUNQUE ALLE STELLE LA FELICE CASA DEGLI AZZOLINO CHE GENERA TALI PETTI DA OPPORRE ALLE ARMI DEGLI UOMINI

Quindi, al generale Giacomo Marcello, la Serenissima ordinò di dirigersi su Gallipoli, con la per nulla velata intenzione di colpire Genova, che nella città ionica aveva costituito una fiorente ed assai prospera colonia commerciale rivale. «… Marcello, al comando della sua flotta, sbarcò sulla costa di Gallipoli nel maggio del 1484 ed attaccò la città poco guarnita. I combattimenti però, si protrassero violentissimi dal 16 al 19 maggio e la città di Gallipoli oppose una caparbia e strenua resistenza che lasciò sul campo durissime perdite veneziane, più di cinquecento uomini tra cui lo stesso generale Giacomo Marcello la cui morte fu mantenuta segreta tra le truppe per evitare che cadessero in panico e che finalmente, comandate dal secondo generale, Domenico Malipiero, al terzo giorno riuscirono a impadronirsi della città, abbandonandosi a un saccheggio incontrollato ed estremamente crudele, che solamente risparmiò la violenza sulle donne. Poi, finalmente, giunto settembre, i veneziani abbandonarono la città...» ‐L. DE TOMMASI‐ 118  


La costruzione del castello alfonsino sull’isola di san Andrea «…Il pericolo turco fu, esplicitamente, alla base della decisione reale di fortificare adeguatamente Brindisi. È, mentre i turchi sono ancora asserragliati in Otranto che, nel febbraio 1481, il re Ferdinando I d’Aragona, dispone l’avvio dei lavori per la costruzione di una fortezza a guardia del porto di Brindisi: il torrione di Ferrante…» ‐G. CARITO‐

Nel 1485 Alfonso, figlio del re Ferrante e allora duca di Calabria in quanto erede al trono di Napoli, trasformò il torrione di Ferrante, una fortezza a forma di torre quadrata sita sulla punta più occidentale dell’isola di san Andrea all’ingresso del porto, conducendolo a vera forma di castello con la costruzione di un grande antemurale con due bastioni: uno di forma triangolare all’angolo nordest, di tipo casamattato, detto magazzino delle polveri, e l’altro di forma circolare ad ovest, a terrapieno, detto di San Filippo, collegati tra loro da un cammino di guardia che racchiudeva al proprio interno la piazza d’armi. Era sorto il castello Alfonsino, detto anche aragonese, che i turchi denominarono castello rosso dal colore che a certe ore sembrava assumere la pietra di carpano con cui era stato fabbricato.

Poi, col successivo intervento, diretto dal senese Francesco di Giorgio nel 1492, il castello fu compiutamente definito con la edificazione del grande salone del primo piano e le gallerie coperte con volta a botte al livello inferiore, e quindi, con l'isolamento della rocca mediante il taglio dello scoglio e l’apertura di un canale. La costruzione della fortezza sull’isola di san Andrea voluta dal re Ferrante a Brindisi, si inserì in un più vasto piano di fortificazione della strategica città, già in precedenza avviato con una serie di opere di difesa inquadrate nel nuovo clima politico determinatosi con la caduta di Costantinopoli nel 1453 in mano al sultano turco Maometto II, il quale rivendicava i suoi diritti di possesso su Brindisi, Otranto e Gallipoli, quali antiche città dell’impero bizantino da lui conquistato. Il re Ferrante, infatti, già nel 1464 aveva ordinato cingere con muraglia tutta la parte marittima della città, includendo la collina di levante dentro il perimetro difensivo. Si avviarono i lavori per le cortine murarie e si aprirono due nuove porte, quella per Lecce incassata in un taglio della collina, e la porta Reale dal lato del porto. 119   


Quindi, si rinforzò anche il castello di terra, erigendo sulla sponda esterna del fosso un nuovo muro di cinta con agli angoli quattro baluardi rotondi, coprendo il fosso con una solida volta così da ricavare una strada interna protetta e sormontata da rifugi interrati e spianando, all’interno della fortezza, una piazza vuota di sotto, per poterla minare.

La pirrica ed effimera invasione del regno di Napoli di Carlo VIII re di Francia

Papa Innocenzo VIII, in conflitto con l’aragonese Ferdinando I di Napoli, il re Ferrante, lo aveva scomunicato con una bolla dell’11 settembre 1489, minacciando di offrire il regno napoletano al sovrano francese Carlo VIII, che vantava attraverso la nonna paterna, Maria d'Angiò, un lontano diritto ereditario su quella corona del regno. Poi, incoraggiato da Ludovico Sforza, detto il moro, duca reggente di Milano, e sollecitato dai suoi consiglieri, Guillaume Briçonnet e De Vers, Carlo VIII scese in Italia nel 1494. Entrò in Italia il 3 settembre con un poderoso esercito di circa 30.000 effettivi dotato di un’artiglieria moderna e ad Asti venne accolto festosamente dai duchi di Savoia. Quindi raggiunse rapidamente Milano, dove fu decisamente appoggiato dallo Sforza Ludovico il moro, interessato alla eliminazione dei regnanti aragonesi di Napoli, in 120  


quanto si era impossessato con la violenza del ducato di Milano che spettava a Gian Galeazzo Visconti, la cui moglie era imparentata proprio con i re aragonesi di Napoli, era figlia di Ferrante. Anche a Firenze, dove giunse il 17 di novembre, il re Carlo VIII entrò in maniera relativamente facile, in quanto l’inetto Piero dei Medici non fu in grado di opporre alcuna resistenza e si piegò a tutte le richieste del sovrano francese, tanto che se ne risentirono gli stessi fiorentini e i Medici che furono addirittura cacciati dai repubblicani guidati da quel frate Gerolamo Savonarola, la cui politica teocratica apparve poi troppo democratica al papa Alessandro VI Borgia, che lo fece eliminare con l’accusa di eresia. Carlo VIII passò quindi da Roma senza destare troppo entusiasmo – anzi tutt’altro – nel papato e, finalmente, all’inizio del 1495, senza aver praticamente battagliato, il 22 di febbraio entrò a Napoli, con l’appoggio dei patrizi napoletani e dei baroni feudali, da tempo ostili ai re aragonesi che erano succeduti a Alfonso I, fondatore della dinastia aragonese di Napoli: Ferrante, Alfonso II e Ferrandino, mentre quest’ultimo, re in carica, era già fuggito in Sicilia con tutta la corte. Il sovrano francese, incoronato re di Napoli, scese quindi verso sud ad imporre le ragioni delle sue armi, incontrando in generale poca resistenza e, entrato dalla Campania in Puglia, tutte le principali città gli si arresero, a eccezione di Gallipoli e Brindisi, che invece resistettero l’assedio mantenendosi fedeli alla corona aragonese fino al ritiro degli assedianti francesi. Del resto, Carlo VII ebbe comunque molto poco tempo per svolgere una qualche vera e propria azione di controllo del regno e di effettivo esercizio di governo, giacché nello stesso anno 1495 fu creata a Venezia una potente alleanza antifrancese, promossa dallo stato pontificio del papa Alessandro VI e formata da Venezia, Massimiliano d’Asburgo e lo stesso Ludovico il moro, che s'era presto pentito d’aver appoggiato l’invasione francese. Era infatti successo che la velocità con cui i francesi avanzarono, assieme alla brutalità dei loro attacchi sulle città, spaventarono gli altri stati italiani. Ludovico, capendo che Carlo VIII aveva pretese anche sul ducato di Milano, si rivolse al papa Alessandro VI che organizzò rapidamente un’alleanza composta dai diversi oppositori dell’egemonia francese in Italia: il Papato, il Regno di Sicilia, il Sacro romano impero di Massimiliano, gli Sforza di Milano, Il Regno d'Inghilterra e la Repubblica di Venezia. La lega ingaggiò Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova, per raccogliere un esercito ed espellere i francesi dalla penisola, e questi incominciò a minacciare i vari presidi che Carlo VIII aveva lasciato lungo il suo tragitto per assicurarsi i collegamenti con la Francia, fino ad attaccare frontalmente l’esercito del re francese a Fornovo, presso Parma, il 6 luglio 1495. Dopo quello scontro, Carlo VIII, seppure non militarmente sconfitto, se ne dovette ritornare in Francia, permettendo al re aragonese Fernando II, Ferrandino, di ritornare dalla Sicilia, dove si era rifugiato, e di rioccupare il suo trono sul regno di Napoli. 121  


La cessione di Brindisi a Venezia

Nella breve ma crudele guerra tra l’invasore francese Carlo VIII e il re aragonese di Napoli, Ferrandino, Brindisi si schierò sempre al fianco degli Aragonesi, a differenza di quasi tutte le altre città salentine, tra le quali Lecce e Taranto, che furono invece partigiane francesi. «… L’obbedienza di Brindisi al sovrano volere, fu altamente commendata da Ferrandino, il quale, in ricompensa dei tanti servigi resigli da questa città, che forse più di ogni altra del regno erasi cooperata per farglielo recuperare, fece battere monete in argento e rame, che avevano da una parte, l’effige di san Teodoro brindisino, militarmente vestito e portante uno scudo entro cui erano le due colonne e, dall’altra, erano incise le parole Fidelitas Brundusina. Le quali monete furono battute non pure nella zecca di Brindisi, che durò per tutto il tempo degli Aragonesi, ma anche in altre città ed a Napoli stessa. Molte di esse erano ancora in corso circa il 1700…» ‐F. ASCOLI‐

Finalmente gli Aragonesi conservarono il regno di Napoli, ma divennero ‘debitori’ di Venezia alla quale avevano dato in pegno e a garanzia per l’aiuto ricevuto, il possesso delle città di Trani Otranto e Brindisi, che passarono infatti ai veneziani. Il 30 di marzo 1496, nella cattedrale di Brindisi si formalizzò la consegna di Brindisi a Venezia, con una solenne cerimonia tra Priamo Contarini, rappresentante del doge di Venezia Agostino Barbarigo, e il notaio Geronimo De Ingrignet, inviato del re di Napoli, Ferdinando II d’Aragona. E questi, il giovane Ferrandino, con una lettera alla città, volle in quell’occasione scusarsi e spiegare ai brindisini le ragioni e la supposta temporalità di quella cessione. Nonostante la diffidenza e anzi l’aperto malcontento che caratterizzò l’animo dei brindisini a fronte della cessione della propria città ai veneziani, la nuova situazione doveva rivelarsi alquanto positiva: il doge Agostino Barbarigo non solo confermò tutti i privilegi concessi a Brindisi dai governanti aragonesi, ma addirittura ne aggiunse altri importanti, fra cui quello che le galere veneziane, dovendo passare nei paraggi di Brindisi, dovessero entrare in porto e rimanervi per tre giorni. I brindisini esternarono presto la loro soddisfazione e Venezia da parte sua seppe premiarli di conseguenza, e in breve tempo crebbe notevolmente il rispetto reciproco e la simpatia tra i brindisini e i veneziani. E Brindisi conobbe anni di benessere e di espansione dei propri commerci, traffici e industrie. Preso possesso del castello di Brindisi, il governatore veneziano Priamo Contarini, il 10 aprile 1496 inviò al doge un dettagliato rapporto sullo stato della città appena acquisita, un documento quello - riprodotto da G. Guerrieri nel suo Le relazioni tra Venezia e Terra d’Otranto fino al 1530 - che per Brindisi si costituì poi in un importante ed affidabile riferimento storico: di fatto, una specie di fotografia della città di quegli anni. Qui di seguito, alcuni stralci: «… La consistenza demografica di essa ammonta a circa mille fuogi et anime circa quattro milia, de le qual son da facti circa 800. Nel numero dei fuochi sono pure compresi 50 de Iudei, i quali sono 240 in circa. La cittadinanza si compone, nell’ordine, di Taliani, Albanexi, Schiavoni et Greci.

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… Tutti veramente viveno senza alcuna industria, ma solo de le loro intrate, zoè vini bestiame et olei. Le principali entrate riguardano il vino, 3.000 botti annue; olii, saponi, ferro e biave, con inteoiti computabili tra i 400 e i 500 ducati d’oro; i dazi sulla bechari, il pane e il pesce, con entrate di altri 400 o 500 ducati; proventi da contravvenzioni per 100 ducati all’anno; affitto della bagliva per 20 o 25 ducati; e proventi del sale che copre il fabbisogno dell’intera Terra d’Otranto. … Olii alimentano la produzione di saponi, forniti da due saponerie genovesi e una albanese, dominano i mercati meridionali di Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Scio et Ioci, insidiando gli interessi commerciali veneziani. … L’agro brindisino è mezzo terrestre e mezzo marittimo e il territorio confina da la parte de maistro miglia 8 da lontan cum una terra nominata Charivigna, terra de baroni. Da la parte de ponente miglia 5 a lontano, confina cum Misagnk, terra de la regina. Da la parte de syrocho miglia 12 in circa, confina cum el territorio de la cita de Leze. Sparsi su questo territorio vi sono alcune ville et castelli ruinati et tutto è inculto…» -G. GUERRIERI-

Il controllo veneziano sulla città di Brindisi non era però destinato ad avere vita lunga: l’11 novembre del 1500 si stipulò in Granada un accordo segreto tra il re di Spagna, Ferdinando il cattolico marito di Isabella di Castiglia, e il re di Francia Luigi XII, per spartirsi il regno aragonese di Napoli del re Federico I, succeduto a Ferdinando II che era morto prematuramente nel 1496 e cugino dello stesso re Fernando il cattolico. L’accordo prevedeva la Campania e gli Abruzzi per il re di Francia, e la Calabria e la Puglia per il re di Spagna. Poi però, l’accordo, nel 1504, sfociò in guerra aperta tra Spagna e Francia proprio sulla disputa per il Tavoliere delle Puglie, alla fine della quale, gli spagnoli ebbero la meglio e Ferdinando il cattolico divenne il nuovo sovrano del regno di Napoli, sottraendolo al cugino Federico I d’Aragona, incorporandolo alla corona spagnola e nominando un viceré, il tutto con l’investitura del papa Giulio II. E fu proprio nel pieno di questa guerra che ebbe luogo, il 13 febbraio del 1503, la celebre ‘’Disfida di Barletta’’ – accordata, sembra, proprio in una cantina di Brindisi – tra 13 cavalieri italiani filospagnoli capitanati da Ettore Fieramosca e 13 cavalieri francesi capitanati da Charles de Torgues: un duello che fu vinto dai 13 italiani di Fieramosca. Venezia, anche perché occupata a lottare contro i turchi, rimase neutrale in quella guerra e dei benefici di quella neutralità poté usufruire anche Brindisi. Poi però, Venezia fu attaccata da una lega di innumerevoli nemici coordinati dal papa Giulio II e guidati dall’imperatore Massimiliano I d’Austria ed alla fine dovette soccombere, e per salvare il salvabile sacrificò una buona parte dei propri possedimenti, specificamente quelli che erano reclamati dal papa e dagli spagnoli, Brindisi inclusa. Nel 1509 Brindisi venne quindi consegnata agli spagnoli, dai veneziani che ne avevano tenuto il possesso durante soli tredici anni. Il marchese Della Palude prese in consegna la città e le sue due fortezze, cioè il castello di terra e quello di mare, in nome di Ferdinando il cattolico, reggente di Spagna: era così formalmente iniziato, anche per Brindisi, il lungo viceregno spagnolo!

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Alfonso I Ferrante Alfonso II Ferrandino BIBLIOGRAFIA: Ascoli F. La storia di Brindisi scritta da un marino-1886 Carito G. Brindisi Nuova guida-1994 Carito G. Le fortezze sull’isola di Sant’Andrea fra il 1480 e il 1604-2011 De Tommasi L. Brindisi e Gallipoli sotto gli Aragonesi-1975 D’Ippolito L. L’isola di San Andrea di Brindisi e le sue fortificazioni-2012 Galasso G. Los territorios italianos – pag. 129‐142 in: Belenguer Cebrià E. & Garín Llombart F.P. La Corona de Aragón: Siglos XII al XVIII-2006 Della Monaca A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi-1674 Guerrieri G. Le relazioni tra Venezia e Terra d’Otranto fino al 1530-1904 Moricino G. Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino al 1604 Perri G. Brindisi nel contesto della storia-2016 Speranza V. Storia della Puglia nel periodo di Alfonso il magnanimo-2014 Squitieri A. Un barone napoletano del 400 G.A. Orsini principe di Taranto-1939 Vacca N. Brindisi ignorata-1954 Zacchino V. Brindisi durante l’invasione turca di Otranto-1978

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Brindisi durante il regno dell'imperatore Carlo V: i 40 anni di Carlo IV re di Napoli dal 1516 al 1556 Pubblicato.su.Brindisiweb.it Carlo IV sul trono di Napoli

Carlo V l’imperatore, fu anche Carlo I di Spagna, Carlo II d’Ungheria e Carlo IV di Napoli. Carlo, figlio dell’arciduca d’Austria Filippo il Bello – e quindi nipote dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo – e dell’infanta Giovanna la Pazza – e quindi nipote del re Ferdinando il cattolico – con la morte del nonno materno nel 1516, a soli sedici anni, per la morte del padre e per quella del fratello e della sorella della madre, divenne erede dei regni dei Paesi Bassi, di Aragona, di Castiglia e di Napoli. E dopo tre anni, nel 1519 alla morte del nonno paterno, ereditò anche il titolo del sacro romano impero. Nel 1554 rinunciò al titolo imperiale a favore del fratello Ferdinando e nel 1556 rinunciò alle corone dei Paesi Bassi della Spagna e di Napoli a favore del figlio Felipe II. Brindisi, che apparteneva al regno di Napoli, ebbe pertanto come sovrano l’imperatore Carlo V – il re Carlo IV di Napoli – durante tutti quei quarant’anni compresi tra il 1516 e il 1556. Il regno di Napoli era diventato possedimento spagnolo solo da qualche anno, da quando era stato sottratto agli aragonesi mediante un accordo segreto tra il re di Spagna Ferdinando e il re di Francia Luigi XII. L’accordo prevedeva la Campania e gli Abruzzi per la Francia e la Calabria e la Puglia per la Spagna. Poi però, nel 1504, l’accordo sfociò in guerra aperta tra Spagna e Francia proprio sulla disputa per il Tavoliere delle Puglie e alla fine gli spagnoli ebbero la meglio. Ferdinando il cattolico re di Spagna divenne così il nuovo sovrano del regno di Napoli, defenestrando il proprio cugino Federico I succeduto a Ferdinando II e nominando un viceré. E anche Brindisi, che da qualche anno – dal 30 marzo 1496 – apparteneva alla repubblica di Venezia, alla quale era stata ceduta dal re Ferdinando II in compenso per l’aiuto ricevuto contro il tentativo d’invasione del regno di Napoli da parte del re di Francia Carlo VIII, fu consegnata agli spagnoli nel 1509. Iniziava così per Brindisi il lungo periodo vicereale spagnolo che sarebbe durato duecento anni. La breve parentesi veneziana di Brindisi, tra il 1496 e il 1509, costituì di fatto la cerniera del passaggio della città dal dominio aragonese al dominio propriamente spagnolo, quello del regno di Spagna del reggente Ferdinando il cattolico e, dopo la sua morte nel 1516, del nipote Carlo I di Spagna, il futuro imperatore Carlo V. La corona di Spagna istituì nel regno di Napoli un vicereame che restò suo possedimento diretto fino al 1713, mantenendo in Napoli il viceré e tutti gli organi amministrativi più importanti, avvicendando nelle varie province e città del regno, Brindisi inclusa, governatori e capitani di guarnigione che furono sempre spagnoli. Il rafforzamento delle strutture difensive della città Il 22 dicembre 1516 Ferdinando – Hernando de – Alarcòn fu nominato castellano maggiore di Brindisi, con anche l’incarico di supervisore delle fortificazioni in Terra d’Otranto. Presto si rese conto che le strutture difensive della città non erano 125  


sufficienti a garantirne la protezione da terra – all’entrata del porto era già stato costruito il castello Alfonsino – per cui si dispose alla realizzazione di varie fortificazioni, restando come castellano ufficiale di Brindisi durante venticinque anni, fino alla sua morte sopravvenuta a Napoli il 27 gennaio 1540. Nel 1525 comandò l’avanguardia della cavalleria nella battaglia di Pavia, occupandosi poi della custodia del re Francesco I di Francia, catturato in battaglia, del suo trasferimento al Real Alcázar de Madrid e del successivo viaggio a Bayonne dopo il suo rilascio, servizi per i quali l’imperatore Carlo V gli conferì il titolo di marchese della Valle Siciliana. Prese parte anche al sacco di Roma del 1527, in cui papa Clemente VII fu catturato e messo in custodia da Alarcòn nel Castel Sant’Angelo. Nel 1535 fece parte della spedizione militare che assediò Tunisi, nelle forze imperiali di Carlo V che presero la città difesa dai turchi di Barbarossa [D. DIAZ DE LA CARRERA, 1665]. A Brindisi, Alarcòn iniziò la costruzione del bastione di San Giorgio e ristrutturò quello di San Giacomo, aprendo sui fianchi e sulle facce della fortezza bombardiere su due ordini idonee a respingere da ogni parte gli eventuali assalitori. Tra i due bastioni, nelle adiacenze di Porta Mesagne, costruita nel 1243 ai tempi dello svevo Federico II, iniziò a edificarne un terzo su cui vi è ancora inciso in pietra lo stemma reale di Carlo V, al quale il bastione restò intitolato. Inoltre, potenziò Porta Lecce, che era stata fatta costruire da Ferdinando d’Aragona nel 1467, completandola con cortine murarie, e anche su di essa collocò lo stemma di Carlo V, affiancandolo questa volta al suo e a quello della città di Brindisi. Alarcòn ebbe anche in progetto di completare il circuito murario intorno alla città, come si evince dai disegni relativi allo stesso, custoditi presso il Gabinetto delle stampe della galleria degli Uffizi di Firenze, ma evidentemente tali piani furono materializzati solo parzialmente, con la sola costruzione di alcune cortine murarie nei tratti compresi tra Porta Mesagne e Porta Lecce.

Il Torrione Carlo V 126  


Porta Mesagne

Porta Lecce 127  


Il Torrione San Giacomo

La peste del 1526 a Brindisi E di nuovo giunse la peste a Brindisi «... e precisamente nel 1526 alli 24 del mese di luglio incominciò la peste in questa città e durò un anno continuo; dove ne morirono ottocento persone» [P. CAGNES & N. SCALESE, 1529-1787] di certo introdotta e favorita dalle tante truppe che vi si avvicendavano di continuo, transitandovi e soggiornandovi in condizioni igieniche del tutto deprecabili. Infatti, la peste del 1526, manifestatasi in numerosi focolai sparsi in tutta l’Italia, restò ben documentata anche nella capitale del regno di Napoli: «... Cosi contagioso morbo si intese la prima volta in Napoli, in una casa appresso la chiesa di S. Maria della Scala, nel mese di agosto dell’anno 1526, qual casa appestata fu subito, per ordine degli Eletti della città, sbarrata, per levarsi il commercio che perciò questa strada, fino al presente, vien denominata de le Barre. La peste cominciò in Napoli il suo lavoro, e talmente continuò tutto l’anno 1527, che non fu casa che non ne sentisse travaglio. E quando del tutto parve estinta allora pigliò maggior forza perciocché l’anno 28 e 29 fé grandissimo danno, onde vi morirono dintorno a 65000 persone» [G. A. SUMMONTE, 1749]. Nel settembre 1526, gli Eletti di Napoli fecero racchiudere da una struttura muraria l’ospedale degli Incurabili e Castel Novo per isolare dalla città i malati che vi ricoverati. E a Brindisi «... L’unica reale misura decretata per contrastarla fu l’erezione di un tempio a San Rocco, sulla via d’entrata alla città da Porta Mesagne, poi ribattezzato con il titolo di Santa Maria del Carmine affiancato dal monastero dei Carmelitani e che diede il nome a via Carmine» [F. ASCOLI, 1886]. 128  


Il culto a San Rocco, santo francese originario di Montpellier, che gli agiografi indicano vissuto tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV secolo, affonda le sue radici intorno alla metà del Quattrocento; quando, in coincidenza con le ripetute epidemie di peste che funestavano l’Europa, si unì e in qualche caso si sovrappose a quello tradizionale per san Sebastiano, fin lì invocato contro la peste perché sopravvissuto al martirio delle frecce, utilizzate già in epoca classica – allorquando si credeva che fosse Apollo a scagliare i dardi delle malattie epidemiche – per simboleggiare le epidemie. Il male era caratterizzato da una infiammazione e da un rigonfiamento doloroso dei linfonodi o bubboni generalmente a livello inguinale. La malattia improvvisamente insorgeva con brividi e febbre, i bambini avevano le convulsioni, vi era vomito, sete intensa, dolori generali, cefalea, sopore mentale e delirio. Al terzo giorno, dall’inizio dei sintomi, comparivano macchie nere cutanee, da cui il nome di "peste o morte nera" e la morte giungeva quasi subito, anche se non mancavano casi in cui la malattia aveva un decorso benigno con sintomi lievi che si attenuavano dopo giorni fino a scomparire. Il crollo della colonna romana Il 20 novembre 1528, una delle due colonne romane che avevano sfidato per tanti secoli le intemperie dei tempi, cadde senza apparente ragione (però era in corso una guerra): «... Il pezzo supremo restò sopra l’infimo, mentre quelli compresi fra la base e il capitello, caddero a terra. Nessuna disgrazia successe, i pezzi caduti furono poi portati a Lecce e il pezzo supremo vedesi ancora al giorno d’oggi con meraviglia rimanere attraversato sull’infimo» [A. DELLA MONACA, 1674]. Il sacco di Brindisi del 1529 Dopo le dispute per la successione al trono dell’impero tra il vincitore Carlo d’Asburgo e il perdente Francesco di Francia, questi diede vita alla Lega di Cognac, che fu costituita il 22 maggio1526 da Francia, Firenze, Venezia, Milano e Inghilterra, e ad essa aderì anche lo Stato Pontificio del papa Clemente VI. Quella mossa del pontefice causò la reazione dell’imperatore, che radunò un esercito di mercenari lanzichenecchi tedeschi per farli discendere in Italia dove, assieme alle truppe spagnole e italiane sovrastarono le forze della Lega, di scarsa coesione e mediocre efficienza militare, e dopo qualche mese giunsero alle porte di Roma. Entrarono nella capitale pontificia il 5 maggio 1527 mentre il papa si rifugiava in Castel Sant’Angelo. I lanzichenecchi, esasperati per le pessime condizioni sopportate durante la campagna e per i mancati pagamenti pattuiti, si diedero per otto giorni al saccheggio della città e alla violenza sui suoi abitanti. In seguito agli eventi di Roma, nell’agosto del 1527, l’esercito francese discese in Italia e si unì alle altre forze della Lega sotto la guida del maresciallo d’oltralpe Odet de Foix, conte di Lautrec. Alla fine dell’anno, con la notizia dell’imminente uscita delle truppe imperiali da Roma, i collegati di Cognac decisero di portare la guerra al sud, nello spagnolo regno di Napoli. Lautrec quindi, intraprese lo spostamento di tutte le forze allegate verso Napoli e ai primi di marzo del 1528 entrò nella strategica Puglia. Anche l’esercito imperiale si diresse in Puglia guidato da Filiberto principe d’Orange il quale, alla notizia che gli alleati avevano preso facilmente Melfi e Ascoli, intraprese la 129  


via della ritirata strategica a Napoli. Altre città si arresero o si allearono alla Lega: Barletta, Monopoli, Molfetta, Bisceglie, Giovinazzo, Cerignola, Trani, Andria, Minervino, Altamura, Matera, Polignano, Mola, Bari – dove però i castelli rimasero spagnoli – e Ostuni. Fece invece resistenza Manfredonia, mentre l’esercito alleato inseguiva gli imperiali e mentre, a sud, i veneziani pensavano a riprendersi i porti perduti nel 1509: Gallipoli, Otranto e soprattutto a Brindisi. «… Questa città, come le altre di Puglia, era sfornita di truppe imperiali che erano state mandate verso la Capitanata al principio della guerra. All’intimazione di arrendersi e non ostante la minaccia di dover pagare cinquantamila scudi, rispose dapprima negativamente per timore dei forti, ma poi, aperte trattative, il 29 aprile 1528 Brindisi alzò bandiera veneziana, mentre le persone atte alle armi si ritiravano nelle due fortezze a difendervi la bandiera imperiale. I veneziani appena entrati in città, ove fu posto a governatore Andrea Gritti, commisero soprusi e angherie contro gli abitanti ai quali già avevano rovinato le campagne all’intorno, poi misero l’assedio ai castelli stabilendo di darvi in maggio un pieno assalto» [V. VITALE, 1907]. A metà di maggio, l’ammiraglio veneziano Pietro Lando – senza essere riuscito a espugnare i due castelli, nonostante i tanti e ripetuti attacchi sferzati sia da mare che da terra – con le sue galere, che non potendo entrare nel porto avevano trovato approdo nella rada di Guaceto, fu inviato a Napoli per rafforzarne l’assedio. Nel 1529, gli imperiali guidati in Puglia dal marchese Del Vasto, deliberarono la riconquista delle più importanti terre perdute, Barletta, Trani, Monopoli, senza peraltro riuscirvi. Mentre i collegati deliberarono tornare alla riscossa della strategica Terra d’Otranto e il 28 luglio riattaccarono Brindisi, puntando soprattutto alla presa dei due castelli: quello di terra, difeso dal vice castellano Giovanni Glianes e quello di mare, difeso dal vice castellano Tristan Dos. Il castellano generale, Ferdinando – Hernando – Alarcon, era in quei giorni impegnato nella difesa della assediata Napoli. Il provveditore veneziano Pietro Pesaro, il 13 agosto prese terra a Porto Guaceto e con l’avanguardia si avvicinò alla città, la quale si lasciò persuadere ad arrendersi, ma contro i patti, fu saccheggiata dalle truppe francesi, mal frenate dai veneziani. Il 18 arrivò Camilo Orsini con mira a prendere i castelli, che anche questa volta erano rimasti nelle mani spagnole, cominciando con quello di terra. Esaurite però, dopo solo due giorni, le munizioni, si decise di chiamare a rinforzo il capitano Simone Tebaldi Romano che presto giunse a Brindisi con i suoi 16.000 soldati: “e qui, il 28 agosto, in una ricognizione intorno al castello di terra, egli trovò la morte per un colpo di artiglieria”. Poi, finalmente giunse la notizia che a Cambrai il 5 agosto era stata firmata la pace e, pur con la reticenza dei veneziani, l’assedio alla città fu tolto. Ma per Brindisi era ormai troppo tardi: l’uccisione del Romano aveva già scatenato l’inferno. «Furono della morte di costui dalla soldatesca celebrati lagrimosi funerali nella misera città, contro la quale sfogò il suo sdegno senza timore alcuno della divina giustizia, e senza pietà degl’innocenti; perciò che i soldati, essendo di varie nationi, e liberi dal freno del capitano, trascorsero nella solita loro indomabile natura, essendo natural conditione di costoro, quando non han capo, che li guidi, di commettere ogni enormità imaginabile... 130  


Il Castello svevo – di Terra

Il Castello Alfonsino – di Mare 131  


Quel furore dunque, che dovevan accenderli contro i loro proprij nemici, che stavano nella fortezza uccisori del loro duce, rivolsero contro gli amici della città, che spontaneamente gl’havean raccolti nelle loro case, e dando nome di vendetta alla loro avaritia, e di giustitia alla loro perfidia, s’incrudelirono nell’innocente città, e nella robba de’ cittadini. Comiciò a darsi sacco di notte, per celar forse col buio delle tenebre, la crudeltà ch’usavano. Non si possono senza orrore descrivere, né meritano esser udite da orecchie umane le particolarità delle sceleratezze commesse da quella soldatesca diss’humanata, e feroce, avida non men di sangue, che di ladronecci. Non perdonarono a cosa alcuna, humana o divina, furono gl’infelici vecchi, e l’innocente vergini tratti per barba e per crine, acciò rivelassero le nascoste ricchezze, furono abbattuti i chiusi claustri, e fracassate le caste celle delle spose di Dio. I tempij con orrendi sacrilegi profanati; furono fatte in minutie i tabernacoli, e buttando per terra le sacre hostie consacrate, si presero i piccoli vasi d’argento ove stavan riposte. Eccessi invero abominevoli, & esecrandi, per li quali meritavano aprirsi le voragini della terra, & esser da quelle ingoiati; o esser fulminati dal cielo, o strangolati dalle furie; ma si differì dalla divina giustitia il dovuto castigo ad altro tempo per esser più severo degl’accennati… Restò per qualche conforto alla depredata città il cadavero del general nemico, che fu seppellito nella chiesa di Santa Maria del Casale in un deposito, dal canto destro nell’entrar della porta principale della chiesa, dove fino a tempi nostri si lesse quest’iscrittione nel sasso: Hic iacet Simeon Thebaldus Romanus, imperator exercitus.» [A. DELLA MONACA, 1674]. Quando il castellano Ferdinando Alarcon rientrò a Brindisi, incontrò la città semidistrutta e subito si sommò alla richiesta inviata dai cittadini al re, avallata dal viceré principe d’Orange, affinché fosse annullata la condanna per ribellione che era stata inflitta alla città dal commissario Girolamo Morrone – essendo stata considerata fiancheggiatrice di francesi veneziani e papalini per la sua reiterata resa alle truppe della Lega e per l’atteggiamento cittadino valutato come ostile all’imperatore – segnalando, a sostegno della sua posizione, proprio l’epica resistenza che avevano mostrato entrambi i suoi castelli, lottando fedeli all’imperatore senza mai arrendersi agli allegati. Per buona ventura dei brindisini, la richiesta della città fu finalmente accolta da Carlo V e così a Brindisi furono anche integralmente restituiti tutti i privilegi che nel passato erano già stati concessi dai re Ferdinando I d’Aragona e Ferdinando il Cattolico. La popolazione di Brindisi al minimo storico Nello scorcio di quello storico e tristissmo anno 1529, dopo la terribile peste scoppiata nel 1526, dopo il crollo improvviso della colonna romana, dopo l’assalto e il saccheggio delle truppe papali francesi e veneziane, Brindisi era ormai giunta allo stremo e la sua popolazione si era ridotta a meno di 400 fuochi, circa 2.000 abitanti, un minimo da allora mai più toccato. 132  


Gli arcivescovi di Brindisi Carlo V dunque, vinse quell’ennesimo confronto con la Francia di Francesco I e la pace che ne derivò, con il trattato di Cambrai del 5 agosto 1529, riaffermò il dominio della Spagna su tutto il regno di Napoli. Fra le condizioni della pace s’incluse che Carlo V avesse il diritto di nominare nel regno 18 vescovi e 7 arcivescovi, tra i quali quello di Brindisi. E da quel momento la chiesa brindisina, che fino ad allora era appartenuta ai pontefici, divenne regia, garantendo al regno, con la nomina di prelati spagnoli, l’affidabilità di una città strategicamente importante. Aleandro Girolamo, arcivescovo di Brindisi e Oria dal dicembre 1524, poi fatto cardinale dal papa Paolo III, nel 1541 rinunciò per recarsi a Roma a far parte della commissione per la riforma della curia romana, in preparazione del Concilio di Trento, ma vi morì dopo poco, il primo febbraio 1542. Gli succedette, nominato dall’imperatore Carlo V e ratificato dal papa Paolo III, il nipote Francesco Aleandro, del quale si disse fosse più atto a maneggiare la spada che a reggere il pastorale e che ebbe seri problemi ad essere riconosciuto dagli oritani, i quali pretendevano che egli s’intitolasse “Archiepiscopus Uritanus et Brundusinus” in considerazione della supposta supremazia diocesana di Oria su Brindisi, finché il papa Paolo III con bolla del 24 maggio 1545, diede torto agli oritani e li obbligò a restare soggetti all’arcivescovo di Brindisi. Francesco Aleandro morì il 3 novembre 1560. I Coronei a Brindisi Nell’ottobre del 1534, al papa Clemente VII succedette il romano Alessandro Farnese con il nome di Paolo III, mentre l’Europa, che continuava a logorarsi nell’interminabile guerra tra Carlo V e Francesco I, era minacciata dalle brame di conquista di Solimano detto il magnifico, il potente imperatore ottomano che utilizzando la flotta barbaresca – basata in Tunisi – del famoso ammiraglio Ariadeno Barbarossa, Kair ed-din, assaliva sistematicamente gli stati marittimi più esposti, nonostante l’altrettanto sistematica e determinata reazione delle flotte cristiane, le imperiali, le napoletane e le genovesi, guidate il gran ammiraglio Andrea Doria. In questo contesto bellico, sulla costa meridionale del Peloponneso, nell’antica Morea, la strategica cittadina fortificata bizantina di Corone – già roccaforte veneziana dal 1204 in cui fin dal secolo XI coesisteva una folta minoranza albanese ortodossa – caduta in possesso dei turchi nel 1500 e riconquistata da Andrea Doria nel 1532, fu riespugnata dai turchi di Barbarossa nel 1534. Quindi, grazie ad accordi diplomatici intercorsi tra gli imperatori Carlo V e Solimano, a molte famiglie ortodosse della città fu consentita la scelta dell’esilio nel regno di Napoli e così in quell’occasione – ne seguirono altre – circa 2.000 albanesi coronei, s’imbarcarono sulle navi dell’alleanza di Carlo V e fecero rotta per le regioni del sud d’Italia, principalmente in Calabria ma anche in Sicilia e in Puglia. Nel 1536, infatti, giunse a Brindisi una colonia di Coronei che «... Ottennero poter costruire le loro abitazioni lungo la via che mena a Lecce con chiese per il loro rito greco» [F. A. PRIMALDO COCO, 1939] e per vari decenni fu un loro carismatico sacerdote, Antonio Pirgo, che nella chiesa Cattedrale celebrò con il rito greco vari battesimi di bambini coronei, e non solo: 133  


«L’11 luglio 1553 don Antonio Pirgo, sacerdote greco, battezza il figlio di un coroneo e altri battesimi, con rito greco, vengono celebrati nella cattedrale dallo stesso sacerdote, detto alcune volte Pirico, altre volte Piria, il 19 novembre 1553, il 7 giugno 1554, il 31 marzo 1555. Il 17 febbraio 1572 don Antonio Pyrgo, battezza Caterina figlia di Giannetto de Paulo de Pastrovichi e Milizia de Rado de Pastrovichi e l’ostetrica è Stana de Jacopo Pastrovichi. Nei giorni 9 gennaio, 12 maggio, 16 luglio, 18 ottobre, 23 novembre 1573 e 28 gennaio, 28 febbraio, 14 marzo 1574, battezza bambini della colonia greca residente nella città» [P. CAGNES & N. SCALESE, 1529-1787]. Del resto, furono tutti quelli, eventi abbastanza ordinari, giacché la liturgia greca si era sviluppata anche a Brindisi fin dallo scisma d’Oriente del 1054, e si mantenne in uso nella città fino al 1680, nonostante il Concilio di Trento del 1545 avesse ufficialmente sostituito il rito greco con quello cattolico officiato in latino. Le comunità greche albanesi poi, in tutta la Terra d’Otranto, finirono progressivamente con abbandonare la lingua madre, che si mantenne circoscritta a solamente un’isola linguistica di pochi comuni situati nella penisola salentina, specialmente nel tarantino, tra quelli San Marzano, attualmente il più grande comune Arbëreshë d’Italia. Gli Ebrei via da Brindisi Nel novembre del 1539 l’imperatore Carlo V decretò l’espulsione degli ebrei dal regno di Napoli e subito, anche a Brindisi giunse l’editto «... Che si discacciano dalla città gli ebrei, parendo che colle loro usure divorassero le sostanze de popoli e seminassero con l’esempio l’empietà loro. Pure alcuni di loro restarono in Brindisi nella cristiana e in buono et onorevol stato.» [A. DELLA MONACA, 1674]. «... Quegli ebrei a Brindisi erano venuti ad abitare, in numero piuttosto considerevole, ai tempi degli aragonesi. A dire il vero, questi ebrei cole loro industrie, coi loro traffici, colle loro ricchezze avevano di molto contribuito al benessere della città. La quale, riconoscente, aveva fatte premurose istanze al viceré di Napoli, affinché si fosse loro permesso di restare lì. Ma i tentativi e gli sforzi tornarono vani. E questo esito era da aspettarsi dal fanatismo religioso di Carlo V e dal suo viceré Don Pedro de Toledo, i quali avevano – vanamente – tentato di stabilire l’inquisizione in Napoli.» [F. ASCOLI, 1886]. In realtà, gli ebrei a Brindisi c’erano anche da molto prima che arrivassero gli aragonesi. Dopo la conquista e distruzione di Brindisi ad opera dei Longobardi, intorno al 670 dC «… La documentazione epigrafica dà la certezza che rimasero, ai margini della città, solo alcuni gruppi di ebrei, parte stabiliti nella zona detta ‘Giudea’, presso il seno di Levante del porto interno, parte presso l’attuale via Tor Pisana.» [G. CARITO, 1976]. E poi «...Quando la città rinacque alla fine del IX secolo, anche gli ebrei vi ritornarono. Nella seconda metà del secolo XII il viaggiatore navarrino Beniamino da Tudela vi troverà una decina di famiglie dedite alla tintoria.» [A. FRASCADORE, 2002]. Con l’editto di Carlo V, che tardò un paio d’anni ad essere concretamente attuato, alcuni degli ebrei brindisini emigrarono a Corfù, Patrasso e Salonicco, dove vennero ben accettati e dove mantennero in uso la lingua, i costumi e i riti religiosi che si portarono da Brindisi; mentre quelli che rimasero attuarono il marranesimo, ossia l’osservanza della religione cattolica nelle apparenze e nella pratica domestica quella degli usi e rituali ebraici. 134  


Carlo V

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Mamma li turchi! Gran parte delle azioni di Carlo V e di tutti gli eventi che si susseguirono durante i quarant’anni che durò il suo trono sul regno di Napoli, furono fortemente condizionati dalla sua permanente e interminabile guerra contro Francesco I, il re di Francia, il quale mai rinunciò alla lotta anti-Carlo V e giunse persino a sostenerla mediante l’antinaturale e funesta alleanza con l’impero ottomano di Costantinopoli. Infatti, furono costanti durante tutti quegli anni gli episodi legati agli attacchi e alle scorrerie turco-barbaresche sulle coste e città dello spagnolo regno di Napoli, e tra le più esposte quelle pugliesi e, naturalmente, non fecero eccezione quelle brindisine. Nel contesto delle guerre tra Francesco I e Carlo V e dell’alleanza franco-turca, tra gli assalti più prossimi a Brindisi ci fu quello del 27 luglio 1537, quando i turchi di Barbarossa sbarcarono a Castro, ottenendo la resa dal comandante del castello dietro assicurazioni che sarebbero stati rispettati gli abitanti. Più che i patti, naturalmente non osservati, influirono sulla resa le ingenti forze – 7000 fanti e 500 cavalli – messe a terra dai turchi, giacché quell’azione rientrava nel piano franco-ottomano secondo cui i turchi avrebbero attaccato l’Italia dal sud e contemporaneamente, i francesi dal nord. L’imperatore Solimano, infatti, inviò un esercito di 300.000 uomini da Costantinopoli a Valona, con l’obiettivo di trasportarli in Italia con una flotta di 100 galee già pronta, nel mentre il suo ammiraglio Barbarossa devastava la costa tra Otranto e Brindisi, in attesa del momento propizio per prendere Brindisi – dove sembra che ai francesi fosse riuscito di corrompere il governatore locale che avrebbe dovuto favorire lo sbarco dell’esercito ottomano – da cui proseguire la conquista del regno napoletano. Francesco I però, non riuscì a concretizzare il suo piano nel nord d’Italia e, invece, andò ad attaccare i Paesi Bassi. Fallito così il piano prestabilito, nel mese di agosto 1537 gli ottomani rinunciarono a prendere Brindisi, lasciarono il sud d’Italia e posero l’assedio navale a Corfù, dove all’inizio di settembre 1537 vennero raggiunti da 12 galee francesi dell’ammiraglio Baron de Saint-Blancard, il quale tentò vanamente di convincerli ad attaccare nuovamente la Puglia, la Sicilia e Ancona, ma a metà settembre Solimano riportò la flotta a Costantinopoli, senza neanche aver preso Corfù. Qualche tempo dopo, senza che nel mentre fosse mai stata messa da parte la bellicosa rivalità tra Francesco I e Carlo V, in quegli stessi anni in cui il viceré spagnolo di Napoli, Pedro de Toledo, tentava di convincere l’imperatore Carlo V ad instaurare l’inquisizione nel vice regno, era principe di Salerno Ferrante Sanseverino. La sua decisa opposizione a quell’iniziativa lo collocò in rotta di collisione con il viceré finché, aggravatosi lo scontro, nel 1552 fu dichiarato ribelle e condannato a morte dal Consiglio collaterale di Napoli. Costretto così a prendere la via dell’esilio, il principe si rifugiò in Francia sotto la protezione del re Enrico II, che nel 1547 era succeduto al padre Francesco I. Dall’esilio, Sanseverino, per anni si adoperò con impegno a ravvivare la coalizione, integrata dal regno di Francia la repubblica di Venezia e l’impero turco, per combattere Carlo V ed il suo regno napoletano. Anche se finalmente non raggiunse l’obiettivo della presa di Napoli, non mancarono sue iniziative concrete volte a quell’impresa, come quando – nel 1554 – al comando di una flotta francese di 18 galere, si unì alla flotta turca ancorata a Prevesa, sulla costa nordoccidentale della Grecia, per sferrare l’offensiva. 136  


Francesco I e Solimano il Magnifico

Andrea Doria Khayr al‐Din Barbarossa

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«Brindisi, ammaestrata dall’esperienza, vedendo addensarsi sì minacciosa burrasca ed in luogo così vicino, entrò con gran timore che i primi tentativi di sbarco e i primi assalti sarebbero diretti contro di essa. Il quale pericolo essendo stato conosciuto anche dal governo di Napoli, furono mandati di presidio in questa città 400 soldati calabresi, sotto comando di Giovanni Battista de Abinante. Questo nerbo di forze era un’accozzaglia di persone di mala vita e di pessimi costumi. Dissimile dai soldati non era il loro capo… In breve tempo, stando quei soldati in ozio, divennero insolenti, tracotanti. I cittadini erano pubblicamente insultati; le botteghe derubate; i pubblici negozii malmenati; la virtù vilipesa; la pudicizia delle donne oltraggiata. I cittadini perdettero alla fine la pazienza e levatisi a tumulto, giurarono di vendicarsi dei torti fin’allora ricevuti e di non risparmiare alcuno di tai malcapitati. Percorrendo armati le strade della città uccidevano quanti di quei soldati incontravano, e… Avrebbero trucidati tutti quei soldati, se, avuto sentore del tumulto, non fossero accorse le autorità provinciali da Lecce. Le quali, unitesi ai più saggi e prudenti della città, riuscirono a stento a frenare l’impeto e a calmare l’ira della popolazione… E il viceré, cardinale Pedro Pacheco, tenuto conto della provocazione, assolse la città e castigò severamente il presidio ch’era sopravvanzato alla strage» [F. ASCOLI, 1886]. Dal re Carlo al re Felipe Ma per il re Carlo IV di Napoli – l’imperatore Carlo V, sul cui impero non tramontava mai il sole – era giunto il tempo della stanchezza e del ritiro. Nel gennaio 1556 abdicò in favore del figlio Felipe II cedendogli le corone di Spagna, dei Paesi Bassi e di Napoli, con le Nuove Indie; e nel febbraio 1557 abdicò in favore del fratello Ferdinando cedendogli lo scettro del sacro romano impero. Quindi, si ritirò nel monastero di San Yuste, in Estremadura di Spagna, dove morì il 21 settembre del 1558. Il regno di Napoli – e con esso anche Brindisi – aveva un nuovo sovrano, Felipe II. Sarebbe rimasto sul trono anche lui, come il padre, a lungo: per altri quarant’anni.

BIBLIOGRAFIA: Diaz de La Cabrera D. Comentarios de los hechos del señor Hernando de Alarcón, marques de la Valle Siciliana y de Renda, y de las guerras en que se halló por espacio de cincuenta y ocho años - 1665 Della Monaca A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi - 1674 Summonte G.A. Historia della città e regno di Napoli - 1749 Cagnes P. & Scalese N. Cronaca dei Sindaci di Brindisi 1529‐1787 Ascoli F. La storia di Brindisi scritta da un marino - 1886 Vitale V. L’impresa di Puglia degli anni 1528 e 1529 - 1907 Primaldo Coco F.A. Gli Albanesi in Terra d'Otranto - 1939 Vacca N. Brindisi ignorata - 1954 B. Sciarra B. & C. Sciarra Il sistema difensivo a Brindisi - 1981 Carito G. Le Mura di Brindisi. Sintesi Storica - 1981 Frascadore A. Gli ebrei a Brindisi nel '400 - 2002 Perri G. Brindisi nel contesto della storia - 2016 138  


Brindisi versus Oria:

tra la chiesa brindisina e la chiesa oritana 500 anni di aspri contrasti

Sul volgere della fine del VII secolo, Brindisi versava in condizioni deplorevoli, dopo una graduale e costante decadenza, che iniziata con la ventennale guerra greco-gotica (535-553) si era via via accentuata durante i cento e più anni di dominio bizantino sotto l’amministrazione di quei Greci risultati vincitori, i quali da Otranto – assurta a capitale del Ducato di Calabria cui Brindisi apparteneva – esercitavano il malgoverno con esosi patrizi e inetti funzionari, stimolando il diffondersi di una corruzione imperante, mantenendo un precario stato di sicurezza sulle vie di comunicazione terresti infestate dal brigantaggio e, soprattutto, provocando la miseria generalizzata e lo spopolamento della città e del suo entroterra [dati, notizie e dettagli in G.CARITO1]. Già alla fine del VI secolo, la situazione di Brindisi era così tanto degenerata che la città, già sede di una delle prime comunità cristiane costituitesi in Italia, non era neanche riuscita ad eleggersi un vescovo proprio, come si evince dalla missiva del 595 in cui il papa Gregorio Magno chiede a Pietro, vescovo di Otranto, di “provvedere alla chiesa di Brindisi priva di una guida dopo la morte del suo ultimo presule, per farne eleggere uno e vigilando affinché non sia elevato un laico alla dignità vescovile”. Una diocesi quella di Brindisi che probabilmente già attiva fin dal III secolo, in quello successivo aveva inviato il suo rappresentante, il vescovo Marcus di Calabria, all’importante Concilio di Nicea del 325. E una città, Brindisi, da cui: «Nei primi decenni della predicazione cristiana, quasi certamente passò il nuovo messaggio per raggiungere Roma. Di conseguenza, la nostra città fu se non la prima meta, almeno la prima tappa occidentale degli evangelizzatori. La sede vescovile di Brindisi può pertanto risalire a una data anteriore alla pace di Costantino ed è probabile che Brindisi sia la sede vescovile più antica dopo Roma.» [O. GIORDANO2]

A cavallo tra il IV e il V secolo, fu vescovo di Brindisi Leucio, nato in Alessandria d’Egitto e divenuto poi il grande evangelizzatore del Salento. In seguito, durante il corso del V secolo, nella sede episcopale brindisina si succederono Leone, Sabino, Eusebio, Dionisio e, da ultimo, Giuliano vescovo dal 492 al 496, la cui elezione è certificata da una lettera decretale del pontefice Gelasio I, in cui il papa impartisce al vescovo Giuliano disposizioni di ordine disciplinare ed ecclesiastico [G. CARITO3]. Durante tutto il VI secolo, invece, la sede episcopale brindisina sembrerebbe essere rimasta vacante e, pertanto, potrebbe forse essere stato proprio Giuliano “quell’ultimo presule morto senza essere stato avvicendato” riferito dal papa Gregorio Magno, in quella sua missiva del 595 in cui segnalava la necessità di provvedere alla nomina di un nuovo vescovo per Brindisi. O forse, di vescovi ce n’erano stati anche nei cento anni seguenti la morte di Giuliano, pur senza che di loro ci siano pervenuti nomi o azioni. Comunque, per la sede episcopale brindisina, quella lamentata da Gregorio Magno deve essere stata una vacanza certamente prolungata, senza che neanche si possa pensare per quel periodo ad un trasferimento o ad un accorpamento ad altra sede, cosa alla quale la missiva del pontefice avrebbe certamente fatto riferimento. Più naturale è invece supporre che quella eventuale vacanza assoluta, altro non fu che 139  


un’ulteriore riprova del fatto che la guerra greco-gotica prima, l’occupazione bizantina dopo, una serie di catastrofi naturali e, infine, l’approssimarsi dei Longobardi, furono tutti eventi che in successione affossarono completamente la città, la sua economia, la sua popolazione. Una vacanza che, comunque, certamente perdurava ancora nel 601, quando lo stesso pontefice Gregorio Magno ordinò allo stesso vescovo Pietro – risultando evidentemente vacante la cattedra – di prendere in Brindisi reliquie dal corpo di San Leucio per mandarle ad Opportuno, abate del monastero di San Leucio che era a cinque miglia da Roma. Entrato il secolo VII, finalmente, Brindisi riebbe i suoi vescovi che, in successione, furono Proculo, Pelino, Ciprio e, da ultimo, Prezioso [G. CARITO3]. «Alla fine del VII secolo era vescovo di Brindisi Prezioso, a noi noto solo dal 1876, quando fu scoperto, in contrada Paradiso, il suo sarcofago con epigrafe. Egli è l’ultimo vescovo residente in Brindisi prima del trasferimento della sede episcopale in Oria. Questa è la diretta dimostrazione della volontà longobarda di distruggere Brindisi, città per essi difficile da difendere contro i Bizantini… Ad una fase di sbandamento della cittadinanza si può attribuire questo sepolcro, sia per il luogo del ritrovamento, in una contrada lontana dalla città e dalla necropoli romana, sia per le caratteristiche dell'epigrafe… La distruzione della città a opera dei Longobardi di Benevento determina il trasferimento della cattedra episcopale in Oria… I Longobardi, distrutta Brindisi intorno al 674, fecero di Oria il loro caposaldo facile da difendere grazie alla sua posizione sopraelevata. Allora fu anche sede dei vescovi di Brindisi come conferma l'epigrafe che riporta il nome del vescovo Magelpoto.» [G. CARITO3]

Prezioso, è scritto sul suo sarcofago, morì un venerdì 18 agosto – forse del 685 o, più probabilmente, del 674 – poco dopo quindi, o poco prima, della conquista longobarda della città, e fu comunque assente il 27 marzo del 680 al Concilio romano indetto da papa Agatone, in cui Brindisi non fu rappresentata. I Longobardi, in effetti, già da più di un centinaio d’anni – nel 568 – erano penetrati in Italia attraverso il Friuli e in poco tempo avevano strappato ai Bizantini gran parte del territorio peninsulare. Posero la loro capitale a Pavia e raggrupparono tutte le terre sottomesse in due grandi aree: la Langobardia Maior, dalle Alpi all’odierna Toscana e la Langobardia Minor, costituita dai territori immediatamente a est e a sud dei possedimenti centro nordici rimasti bizantini i quali, attraverso parte delle attuali Umbria e Marche, si estendevano da Roma a Ravenna. Mentre la Langobardia Maior fu spezzettata in numerosi ducati e tanti gastaldati, la Minor si articolò in solo due potenti ducati, quello di Spoleto a nordest di Roma e quello di Benevento, che al sudest di Roma comprese i territori della Lucania e buona parte di quelli della Campania, del Bruzio e della romana Apulia. I Bizantini allora, incentrarono il loro potere residuo nell’Esarcato di Ravenna, dove concentrarono il loro controllo nominale su tutti i territori italiani inizialmente risparmiati dall’invasione longobarda: la Venezia e l'Istria; la Liguria; la Pentapoli; il Ducato romano; il Ducato di Napoli e il Ducato di Calabria; con inoltre la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Il Ducato di Calabria fu fondato nei territori situati ad est e a sud del caposaldo longobardo di Benevento, integrando in un’unica entità amministrativa i territori della penisola del Bruzio, l’odierna regione calabrese, con quelli della penisola costituita dalla parte meridionale della romana Apulia e da tutta la romana 140  


Calabria, l’odierno Salento: due penisole ben separate, ma inizialmente collegate da un’ampia fascia costiera che si estendeva lungo la riva nord-occidentale del golfo di Taranto. E, inevitabilmente, sul Ducato di Calabria si riversarono e si concretizzarono presto le mire e le pressioni espansioniste dei Longobardi di Benevento. Nel 605, dopo aver già allargato i confini del proprio territorio a scapito dei Bizantini, Arechi I, duca di Benevento, stipulò con quelli un’instabile tregua, che durò fino a quando l’imperatore bizantino Costante II sbarcò a Taranto nel 663, liberando temporalmente quasi tutto il meridione dalla presenza longobarda, senza però poter espugnare Benevento, energicamente difesa dal suo duca Romualdo I. Dopo l’omicidio dell’imperatore Costante II però, avvenuto a Siracusa nel 668, i Longobardi del duca Romualdo I recuperarono gran parte dei territori e delle città del meridione d’Italia, occupando anche parte dello strategico Ducato di Calabria, in particolare Taranto, Oria e, intorno al 680, anche Brindisi, una città già in profonda crisi che «distrussero essendo un porto per essi inutile e comunque difficile da difendere contro gli abili navigatori bizantini» [A. DE LEO4] i quali, in effetti, avrebbero potuto evidentemente utilizzarlo in qualsiasi momento per riaprire una testa di ponte sul territorio peninsulare. «Immiserita e deserta, abbandonata e indifesa, facilmente esposta alle incursioni saracene, la vecchia Brundisium non è più in condizioni di assicurare alcuna sicurezza alla sua chiesa, né di garantirne la conservazione del patrimonio… E tra i luoghi soggetti alla sua giurisdizione, il vescovo sceglie l’antica Uria enter Brundisium et Tarentum. Lontana dalla costa, arroccata su una altura facilmente difendibile, Oria è la città più ricca dell’entroterra brindisino. A breve distanza da Taranto e collegata anche con Otranto… Non abbiamo elementi per stabilire l’epoca in cui il vescovo brindisino si è trasferito nella sua nuova sede ed ha aggiunto e poi sostituito al suo titolo originario quello di Oria.» [T. PEDIO5]

Eventualmente furono proprio gli stessi Longobardi che, distrutta Brindisi, conquistata Oria – già roccaforte bizantina ed elevata a loro caposaldo principale di tutto il territorio adiacente – e convertitisi al contempo al cristianesimo romano, favorirono l’instaurarsi in quella città della cattedra episcopale, forse con il longobardo Megelpoto primo vescovo, eventualmente tra fine ‘600 e primi ‘700: nel concilio indetto dal papa Agatone nel 680, infatti, neanche Oria fu rappresentata. «Le prime notizie certe risalgono, infatti, all’VIII secolo, così come si evince da un’epigrafe rinvenuta nel 1932 nei pressi del castello federiciano. Essa contiene il nome longobardo di un presule, Megelpotus, che eresse una chiesa dedicata alla Vergine. Probabilmente egli fu il primo vescovo a risiedere in Oria, presumibilmente proveniente dalla vicina sede brindisina.» [G. LEUCCI6]

La cronotassi dei vescovi di Oria pubblicata nella pagina web della Diocesi, riporta un vescovo anteriore a Megelpotus, tale Reparato. Non è corretto: probabilmente qualcuno lo ha confuso con Reparatus, vescovo di Firenze, che partecipò al concilio del 680 ed accanto alla cui firma c’è scritto “exiguus episcopo santae ecclesiae florentinae” (e non horitanae). Poi, sui nomi e sui fatti degli eventuali immediati successori di Megelpoto non ci sono notizie e bisogna attendere il finire del secolo IX per sapere di un nuovo vescovo con sede in Oria. Si tratta dell’oritano Teodosio, il cui predecessore fu tale vescovo Paolo. Teodosio fu vescovo per trent’anni – dall’865 all’895 – nel

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mezzo dei quali, muovendo da Otranto e Gallipoli, i Greci riacquisirono il controllo su Oria. «Intorno alla seconda metà del IX secolo sul territorio di Oria si incontrarono e si scontrarono, dal punto di vista religioso e politico, varie realtà e Teodosio, fedele al vescovo di Roma, rivestì il ruolo di mediatore durante la guerra tra i Longobardi e i Bizantini. Egli, infatti, in qualità di aprocrisario fu inviato due volte a Costantinopoli da papa Stefano V con l’incarico di far convivere il rito latino e quello greco sui territori di sua competenza. Nell’arco del suo episcopato, infatti, si diffuse in Oria sia il culto dei protomartiri romani Crisante e Daria, sia la venerazione delle reliquie del santo monaco del deserto Barsanufio di Gaza giunte dall’oriente sul litorale di Ostuni, intorno all’873. Questo breve periodo di tregua consentì allo stesso presule di convocare un sinodo, nell’887, in cui si stabilirono precise norme liturgiche e si regolamentò la vita dei chierici confermando la disciplina del celibato… Da Oria, Teodosio si prese cura anche delle sorti della Chiesa di Brindisi, recuperando le reliquie di san Leucio, primo vescovo di Brindisi, il quale, secondo la tradizione, sarebbe stato discepolo di san Pietro, ma più probabilmente visse fra il IV e il V secolo.» [G. LEUCCI6] «Si deve a Teodosio, amico del vescovo di Benevento e di Gaideriso, principe spodestato di Benevento inviato dai greci in Oria, la restituzione di una parte delle reliquie [trafugate da Tranesi quasi due secoli prima] di san Leucio, protovescovo di Brindisi, alla chiesa di questa città. Queste reliquie furono riposte nella basilica che, costruita per opera di Teodosio, fu consacrata dal successore, vescovo Giovanni.» [G. CARITO7]

Questa circostanza è per sé sufficiente prova del fatto che Teodosio si considerava essere vescovo non solo di Oria, ma anche di Brindisi, nonché – come ad esempio lo assume CARITO7 – vescovo di Brindisi con sede in Oria. Dopo Teodosio, morto nell’895, la successione dei vescovi di Oria e di Brindisi con sede in Oria presenta una nuova lacuna, mentre il debole equilibrio da lui intessuto tra la chiesa di Roma e quella di Costantinopoli fu radicalmente sconvolto da quando i Saraceni, nel 925 dopo aver devastato Brindisi, giunsero una prima volta – e non sarà l’ultima – a Oria, razziandola e deportando in Sicilia molti dei suoi abitanti. L’organizzazione ecclesiastica fu da allora condizionata direttamente dalle vicende politiche e militari intercorse fra Bizantini e Longobardi in lotta per il controllo del territorio, cosicché una stessa area fu di fatto spesso regolata da due giurisdizioni differenti, quella latina e quella bizantina. In tali circostanze, fu il vescovo di Canosa a coagulare e guidare i latini da Bari, dove aveva trasferito la sua sede e dove di fatto esercitava da metropolita con l’obiettivo di contrastare e contenere l’azione del metropolita di Otranto. «La successiva egemonia di Bisanzio sul Salento determina il tentativo di comprendere le diocesi salentine nel patriarcato di Costantinopoli. Roma, a salvaguardia dei propri diritti, attribuisce il titolo della sede di Brindisi ai vescovi di Canosa. Si hanno così vescovi residenti la cui elezione è confermata da Bisanzio e vescovi nominali cui il titolo è conferito da Roma… Così, vescovo di Brindisi fu Giovanni, arcivescovo di Canosa e Brindisi dal 952 al 978, risiedeva in Bari e si sottoscriveva archiepiscopus Sancte Sedis Canusine et Brundusine Ecclesie. Gli successe Paone, dal 978 al 993, anch’egli arcivescovo di Canosa e Brindisi, anch’egli risiedeva in Bari e anch’egli si sottoscriveva episcopus Sancte Sedis Kanusine et Brundisine Ecclesie… II rito greco, comunque, si affiancò più che sostituirsi a quello latino, anche perché in quel periodo è possibile vi siano stati vescovi latini eletti dal popolo e dal clero, poi confermati dal patriarca di Bisanzio.» [G. CARITO7] 142  


Parallelamente, ma in Oria, vi era Andrea, episcopus oritanus riconosciuto da Costantinopoli, il quale nel 977 aveva assistito al sacco di Oria da parte dei Saraceni e poi, in pieno agosto del 979, era stato ucciso dal protospatario imperiale Porfirio, autorità bizantina dimorante in Oria, a conseguenza di un aspro litigio sorto per strada tra quelle due figure del potere cittadino. Trascorsi otto anni dall’assassinio di Andrea, l’imperatore bizantino nominò Gregorio vescovo di Brindisi, Oria, Ostuni e Monopoli, il quale esercitò il suo presulato dal 987 al 996 dalle sedi di Monopoli e Ostuni. Certo è, che la confusione regnava sovrana nelle chiese dei territori del Tema bizantino della Langobardia – fondato nell’892 e poi unificato nel 975 con quello di Calabria nel Catepanato d’Italia – in cui i vescovi eletti dal clero locale venivano consacrati dal pontefice esercitando in diocesi considerate tutte suburbicarie ed in cui, con la sola eccezione di quella di Otranto il cui vescovo sempre riconobbe la diretta autorità del patriarca di Costantinopoli, i vescovi latini cercavano di mantenere certa indipendenza dall’ingerenza del patriarca e dei funzionari bizantini. «La lotta tra i vari vescovi che si contendono le stesse chiese non è soltanto teologica. Se a Bari, Brindisi, Ostuni e Monopoli si instaura un modus vivendi che non degenera in aperta e violenta ribellione contro i funzionari bizantini, ad Oria i contrasti assumono aspetti violenti per l’atteggiamento delle autorità greche che non ammettono la posizione assunta dal clero di fronte alla riforma della Chiesa di Costantinopoli. Soltanto dopo un ventennio dalla morte di Andrea, finalmente incontriamo un nuovo vescovo – residente – ad Oria: Giovanni, che regge questa chiesa dal 996 al 1033, riconoscendo l’autorità del patriarca di Costantinopoli.» [T. PEDIO5] «Verso la fine del X secolo, durante l'impero di Basilio II e Costantino VIII (976-1025), Brindisi fu elevata ad arcivescovado. Anche se manca il documento con il quale la sede di Brindisi ed Oria era stata elevata ad arcivescovado metropolitano, per le prerogative connesse al titolo – Giovanni nel 1033 consacrò Leone vescovo suffraganeo in Monopoli e eresse un’altra sede suffraganea in Ostuni – è da credere che Giovanni sia stato elevato alla dignità di arcivescovo contemporaneamente alla sua nomina, avvenuta nel 996, come primo arcivescovo e metropolita di Brindisi. Sia Giovanni (996-1038) che i suoi successori, quali il greco Leonardo (1038-1051), il latino Eustachio (1051-1074) e l'altro greco Gregorio (1074-1080), continuarono a risiedere in Oria. Il nuovo clima politico determinatosi con la scomparsa dei domini greci in Italia, provocò il ritorno della diocesi di Brindisi alla chiesa latina... Dopo il greco Gregorio, nel 1085 fu nominato arcivescovo di Brindisi Godino, un benedettino probabilmente originario di Acerenza, che iniziò il suo episcopato nella sede di Oria.» [G. CARITO8]

Era comunque giunto il momento di archiviare la controversia tra Costantinopoli e Roma per il controllo delle chiese del meridione italiano ed in particolare di quelle pugliesi, tra le quali la brindisina. Completata la conquista normanna nel corso del secolo XI, infatti, le chiese meridionali italiane ritornano alle dipendenze della Chiesa latina e a Roma si riorganizzarono le diocesi: le metropolite e le rispettive suffraganee. «Nella seconda metà dell'XI secolo, i Normanni procurarono di riscostruire e ripopolare la conquistata Brindisi e ottennero che l'arcivescovo Godino tornasse a fissare la cattedra arcivescovile nella sede originaria. Il pontefice Urbano II il 3 ottobre 1089 scrisse da Trani una lettera, ingiungendo al vescovo Godino, il quale omesso il titolo di Brindisi si considerava solo vescovo di Oria, che non si trattenesse oltre in Oria. Nello stesso 1089, il papa si diresse a Brindisi ove consacrò il perimetro della Cattedrale e alla stessa chiesa dispose fosse restituita la dignità episcopale.» [G. CARITO8] 143  


Urbano II – Papa dal 1088 al 1099

Pasquale II – Papa dal 1099 al 1118

Alessandro III – Papa dal 1159 al 1181

Paolo III – Papa dal 1534 al 1549

Lucio III – Papa dal 1181 al 1185 Innocenzo III – Papa dal 1198 al 1216

Giovanni Carlo Bovio

Gregorio XIV – Papa dal 1590 al 1591

Arcivescovo di Brindisi dal 1564 al 1570

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Callisto II – Papa dal 1119 al 1124

decretò la divisione delle due Chiese


«Il papa Urbano II, in seguito alla richiesta di Goffredo ‘dominus’ normanno di Brindisi, ingiunse al vescovo Godino (1085-1099) di trasferire la sede episcopale da Oria a Brindisi, non a motivo dell’esiguità degli abitanti di Oria, ma per ristabilire la sede originaria. Ciò innescò una – secolare – diatriba su quale dovesse essere la sede protocattedra. In un primo momento Godino si rifiutò di attuare le disposizioni del papa e furono necessarie altre due lettere pontificie in cui si minacciava la scomunica, per indurre il presule a trasferirsi a Brindisi.» [G. LEUCCI6]

Così il ricalcitrante Godino, finalmente e comunque di malavoglia, si trasferì a Brindisi e nel mese di luglio del 1098 si sottoscrisse archiepiscopus brundusinus, intervenendo alla donazione, da parte del conte Goffredo, della moglie Sichelgaita e dei figli Roberto ed Alessandro, in favore del monastero di Santa Maria di Monte Peloso. Quel trasferimento da Oria a Brindisi fu però inevitabilmente estremamente sofferto, e la lacerazione che causò fra il clero delle due città fu così grave e profonda che perdurò nei cinque secoli successivi, durante i quali non si placò mai del tutto la contesa per la residenza del vescovo e per la titolarità della diocesi. Già nel 1099, fu necessario per il nuovo pontefice, Pasquale II, continuare ad insistere su Godino per ricordargli che la chiesa di Oria era soggetta a quella di Brindisi. E fu necessaria una bolla papale del 23 marzo 1101 al nuovo presule Nicola, subentrato a Baldovino arcivescovo di Brindisi dopo Godino, per riaffermare la titolarità metropolita di Brindisi sulle suffraganee Oria, Ostuni e Mesagne. Poi, lo stesso pontefice Pasquale II, ancora e più volte, dovette intervenire: «Nel comunicare al clero e al popolo di Oria la consacrazione di Guglielmo, nuovo arcivescovo di Brindisi e di Oria dopo Nicola, e nello scrivere una lettera al duca Ruggero per confermare essere Oria soggetta al presule brindisino. Nonostante, Guglielmo cerca qualsiasi pretesto per tornare ad Oria e alla sua morte, il papa Callisto II deve riaffermare la subordinazione di Oria a Brindisi e che il nuovo arcivescovo, il cardinale Bailardo, fisserà la sua dimora nell’antica sede della diocesi: Brindisi. Il 24 dicembre 1165, il pontefice Alessandro III intima alla chiesa oritana di non ledere i diritti dell’arcivescovo di Brindisi Lupo, succeduto a Bailardo e il 28 giugno 1178 intima loro di obbedire all’arcivescovo di Brindisi, Guglielmo, succeduto a Lupo. Anche il seguente papa, Lucio III, il 2 gennaio 1182 si dirige al clero e al popolo oritani affinché riconoscano la supremazia del nuovo arcivescovo di Brindisi, Pietro di Bisiniano succeduto a Guglielmo e, nuovamente il 31 luglio 1183, deve reiterare loro di obbedire all’arcivescovo Pietro… Ed ancora, il 16 dicembre 1199, Innocenzo III interviene per indurre Gerardo, succeduto a Pietro, a rientrare a Brindisi, sede della sua diocesi. Nel giugno 1219, Federico II nel confermare Pellegrino Brundusinus Archiepiscopus precisa che la sua giurisdizione si estende anche sulla chiesa di Oria… Poi, verso la fine del secolo XIII, l’arcivescovo Adenolfo – succeduto dopo Pellegrino, a Giovanni di Trajecto, Giovanni di Santo, Pietro Paparone e Pellegrino di Castro – che Bonifacio VIII nell’ottobre del 1294 ha trasferito alla chiesa di Conza, in forma polemica si sottoscrive Horitane et Brundusine sedis archiepiscopus, facendo riaffiorare le antiche aspirazioni del clero oritano e i contrasti, in realtà rimasti sempre vivi, tra le due città.» [T. PEDIO5]

Dopo i pur limitati progressi prodottisi nel periodo normanno-svevo, sotto i regni angioini e aragonesi sia Brindisi che Oria attraversarono altri secoli con lunghi periodi di relativo declino economico, culturale e demografico, tanto da non essere più considerate sedi arcivescovili troppo ambite, rimanendo comunque sempre giuridicamente unite sotto lo stesso presule, residente in Brindisi quale Brundusinus et 145  


Uritanus Archiepiscopus, anche se per gli oritani trattavasi di Uritanus et Brundusinus archiepiscopus. «Lo scisma d’occidente – consumatosi tra il 1378 e il 1417 – con la doppia obbedienza e le divisioni fra il clero e i fedeli, creò forte disorientamento anche in questi territori, e i vescovi di ambedue le parti [9 e 10], per evitare opposizioni e contrasti, preferirono risiedere lontano dalla diocesi. Al loro ritorno, i pastori dovettero intraprendere una faticosa opera di recupero delle rendite, dei benefici e dei privilegi… Il clero trascorreva la sua esistenza nel ristretto ambito del paese di origine e della chiesa di appartenenza, limitandosi al culto e celebrando le più importanti feste liturgiche nelle rispettive cattedrali di Brindisi e Oria, le quali rimasero comunque sempre fortemente antagoniste. Gli arcivescovi, infatti, si sottoscrivevano come vescovi di Brindisi e Oria se i provvedimenti erano presi per la sede Brindisina, e di Oria e Brindisi se riguardavo la zona della diocesi di competenza della cattedra oritana.» G. LEUCCI6

Con il secolo XVI iniziò il lungo periodo vicereale del regno di Napoli e dopo la pace di Cambrai del 5 agosto 1529, Carlo V – sacro romano imperatore e re di Napoli – si arrogò il diritto di nominare nel regno 18 vescovi e 7 arcivescovi, tra i quali quello di Brindisi, come aveva stipulato un mese prima nel trattato di Barcellona con il papa Clemente VII. Da quel momento la chiesa brindisina, che fino ad allora era appartenuta ai pontefici, divenne regia garantendo al regno, con la nomina di prelati spagnoli o comunque filospagnoli, l’affidabilità di una città strategicamente importante. Nel 1518, era stato nominato arcivescovo di Brindisi il cardinale Gian Pietro Carafa, il quale però non dimorò mai in città e quando nel 1524 rinunciò, per poi – nel 1555 – divenire papa con il nome di Paolo IV, gli succedette Girolamo Aleandro. Questi, divenuto in seguito anche cardinale, non risiedette quasi mai nella sua diocesi, perché occupato ad assolvere all’incarico di nunzio apostolico, prima in Francia e poi in Germania e a Venezia; e comunque, quando raramente sostò in sede, preferì risiedere per lo più in San Pancrazio “per la bontà di quell’aria”. Alla sua morte, nel 1542, Carlo V nominò il nipote Francesco Aleandro quale Brundusinus et Uritanus Archiepiscopus. «Quando il nuovo presule predispone una visita pastorale a Oria – feudo del marchese Gian Bernardino Bonifacio, in annosa vertenza con la Mensa arcivescovile – la città gli si mostra ostile e gli consente l’accesso nella chiesa soltanto dopo lunghe trattative a seguito delle quali l’Aleandro giura che nei suoi atti si sarebbe sottoscritto Uritanus et Brundusinus Archiepiscopus a indicare la preminenza della chiesa di Oria su quella di Brindisi.» [T. PEDIO5] «Questo arcivescovo, mentre Regia Camera della Summaria per il Dottore Guerriero, presidente di detta Camera, si fabbricava il processo tra il Capitolo ed il Marchese, perché quest’ultimo restituisse la possessione e tenuta “decimarum annualium terraticorum dicte civitatis Orie”, mentre il Marchese non voleva addivenire alla restituzione in quanto il privilegio di re Ferdinando prodotto al Capitolo era stato revocato da re Federico con il dono a Roberto Bonifacio, suo padre, delle dette terre di Oria, e mentre il Capitolo stesso aveva fatta procura per tale causa al venerabile canonico Roberto Caballero con atto del notario Vittorio Pinzica in data 26 gennaio 1545, forse perché si temeva che il Caballero non facesse gli interessi della chiesa, in un giorno imprecisato, ma che va dal 26 gennaio 1545 ai primi di maggio dello stesso anno, l’arcivescovo decise di recarsi in Oria e discutere personalmente col marchese… Ma il Marchese temendo che l’ingresso dell’arcivescovo nella città avesse potuto procurare una sollevazione nel popolo che aveva sofferto il cattivo governo di suo padre e che 146  


soffriva anche il suo cattivo governo, riuscì ad indurre il popolo stesso ed il clero a chiudere col suo appoggio le porte di ingresso della città all’arcivescovo… facendo leva sul sentimento patrio degli Oritani che da molti secoli mal sopportavano la comunanza della loro cattedra episcopale con quella di Brindisi.» [R. JURLARO11] «Il comportamento del clero e della Università di Oria provoca la legittima reazione del presule: rientrato a Brindisi, il 23 marzo del 1542, l’arcivescovo fa compilare dal notaio Nicolò Taccone e dal giudice Nicola Monticelli, copia della bolla del 1144 con la quale il pontefice Lucio II indicava la giurisdizione che si estendeva, oltre che sulla città di Brindisi, anche su Oria, Ostuni, Carovigno e Mesagne. Quindi chiede l’intervento del pontefice e Paolo III, con bolla del 20 maggio del 1545, richiamandosi anche alle bolle di Alessandro III e di Lucio III, ribadisce la supremazia del vescovo di Brindisi e che a questi, Brundusinus et Uritanus Archiepiscopus, il clero e il popolo di Oria devono debitam obedientiam et honorem.» [T. PEDIO5]

Ma gli oritani, imperterriti, continuarono a non darsi per vinti e continuarono a cercare di replicare e di contrastare in ogni modo anche quell’ennesimo esplicito dettame pontificio, con l’obiettivo di provare la preminenza della loro chiesa su quella brindisina, coinvolgendo nell’ormai secolare controversia i loro eruditi, studiosi e cronisti, per contrapporli a quelli brindisini e ricevendo il pressante stimolo del marchese Gian Bernardino Bonifaci. A Francesco Aleandro, nel 1564, succedette il brindisino Gian Carlo Bovio, già arcidiacono della cattedrale di Monopoli e già vescovo di Ostuni. Dopo un paio d’anni dalla sua elezione all’episcopato brindisino, Bovio ebbe una disavvenenza con gli amministratori della sua città, si racconta12 a causa di un malinteso e – comunque di certo – per una questione futile, una questione di vino: Il crescere in Brindisi, su sollecitazione veneziana, della produzione viti-vinicola e, successivamente, il venir meno dei mercati d’esportazione nel levante con la conseguente necessità di riversare in città le eccedenze, resero troppo zelanti – nell’applicazione della regola che in città si potesse consumare unicamente vino locale – i responsabili della amministrazione civica, i quali ruppero nella piazza alcuni vasi del vino che l’arcivescovo aveva fatto venir da fuori Brindisi, per uso personale. Dopo quell’episodio, e pur sanato il malinteso, l’arcivescovo Bovio cominciò a prediligere dimorare in Oria, dove fece edificare un nuovo e suntuoso palazzo vescovile, vi trasferì la sua cattedra e, finalmente, si stabilì in permanenza. Inoltre, stando in Oria incoraggiò la ricognizione di tutti gli antichi diplomi e dei privilegi riguardanti la sede oritana, per far intraprendere – in realtà riprendere – al clero oritano il percorso del reclamo dell’indipendenza dalla chiesa di Brindisi. Poi, nel 1570, l’arcivescovo Bovio, relativamente giovane, morì in Ostuni e, per sua espressa volontà, fu sepolto a Oria. In questo stesso frangente storico, s’inserisce la famosa Epístola apologetica ad Quintinium Marium Corradum, scritta in data 1°dicembre 1567 dal brindisino Iohannis Baptistae Casimirii al suo amico Quinto Mario Corrado, vicario generale del clero oritano, noto umanista dell’epoca. Un importantissimo ed esteso documento destinato a diventare una pietra miliare per la storiografia brindisina: di fatto, in qualche modo, la più antica ‘Storia di Brindisi’ pervenutaci integralmente, precedente alla Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino all'anno 1694 di Giò Maria Moricino e successiva solo alla Historia Brundusina di Giovanni Carlo Verano, il cui 147  


manoscritto, elaborato tra la fine del XV Secolo e gli inizi del XVI Secolo, è però andato disperso. Il documento del regio notaio e storico brindisino Casimiro, un manoscritto inedito conservato nella biblioteca brindisina De Leo, è stato recentemente – 2017 – pubblicato, nella sua versione originale in latino, da Roberto SERNICOLA13. Il successore di Gian Carlo Bovio fu Bernardino Figueroa, arcivescovo di Brindisi dal 1571 al 1586, con il quale ebbe inizio la serie dei vescovi spagnoli che si susseguirono sulla cattedra brindisina fino al 1723. Figueroa risiedette sempre in Brindisi e si schierò apertamente con il clero brindisino, sostenendo la supremazia di Brindisi su Oria. Naturalmente, con ciò si ravvivò nuovamente il malcontento nel clero oritano che, guidato dal vicario generale Quinto Mario Corrado, si rivolse sia alla Sede Apostolica sia alla Corte spagnola, per accelerare la causa della definitiva separazione. «La “causa” dello smembramento delle due chiese veniva deferita già il 19 dicembre 1588 a una commissione di cardinali, perché la esaminassero e ne riferissero al papa Sisto V. Il parere dei porporati fu affermativo, ma poiché frattanto Sisto V era morto il 27 agosto del 1590, ed era morto anche il suo successore – il romano Giovan Battista Castagna, Urbano VII – papa Gregorio XIV, con bolla “Regimini Universae” del 10 maggio 1591 staccava “in perpetuum” Oria da Brindisi.» [F. BABUDRI10]

Fintanto, dopo la morte di Figueroa nel 1586, e certamente a causa della ravvivata e inasprita irrisolta controversia, la sede episcopale era rimasta vacante per ben cinque anni, fino a quando con quella bolla, il papa Gregorio XIV ordinò la divisione delle due chiese: Brindisi avrebbe mantenuto la sede arcivescovile mentre la sede vescovile di Oria – senza più i casali di Leverano, Cellino, Guagnano, Salice e Veglie, assegnati a Brindisi – sarebbe diventata suffraganea della metropolia di Taranto. E così fu, in secula seculorum! C’erano però voluti ben cinque secoli di controversie e di aspri contrasti14. BIBLIOGRAFIA: G. CARITO Lo stato politico economico della città di Brindisi dagli inizi del IV secolo all'anno 670 in "Brundisii Res" 1976 2 O. GIORDANO L’introduzione del cristianesimo a Brindisi in "Brundisii Res" 1970 3 G. CARITO Gli arcivescovi di Brindisi sino al 674 in "Parola e storia" 2007 4 A. DE LEO Dell’origine del rito greco nella chiesa di Brindisi a cura di R. Jurlaro 1974 5 T. PEDIO La Chiesa di Brindisi dai Longobardi ai Normanni in “Archivio storico pugliese” 1976 6 G. LEUCCI Storia delle Chiese in Puglia: Brindisi & Oria Ecumenica Editrice scrl 2008 7 G. CARITO Gli arcivescovi di Brindisi dal VII al X secolo in "Parola e storia" 2008 8 G. CARITO Gli arcivescovi di Brindisi nell’XI secolo in "Parola e storia" 2009 9 F. BABUDRI Lo Scisma d'Occidente e riflessi sulla Chiesa di Brindisi in "Archivio Storico Pugliese" 1955 10 F. BABUDRI Oria e lo Scisma d’Occidente in "Archivio Storico Pugliese" 1956 11 J. ROSARIO La lite tra G. B. Bonifacio e la chiesa di Brindisi per il possesso di Oria in “Studi Salentini” 1958 12 F. ASCOLI La storia di Brindisi scritta da un marino 1886 13 R. SERNICOLA Introduzione, trascrizione e note di commento all’Epístola apologetica ad Quintinium Marium Corradum di Iohannis Baptistae Casimirii 2017 14 P. COCO La sede vescovile di Oria e relazioni con quella di Brindisi 1943 [scritto non consultato] 1

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Brindisi e Venezia: dall’XI al XVI secolo, tra accordi solenni e severe dispute Nella prima metà del X secolo, all’incirca cent’anni dopo l’insediamento del primo Dogado – 810 – in Rio Alto, i lagunari avevano già iniziato ad estendere il loro raggio d’azione e Venezia aveva cominciato a perseguire il controllo dell’Adriatico a sostegno e difesa dei propri interessi mercantili. Inoltre, grazie anche alla rinomata abilità della sua marina militare, la città di San Marco già manteneva una relazione privilegiata con l’Impero Romano d’Oriente dal quale aveva ricevuto importanti riconoscimenti, tanto che giunti alla fine dell’XI secolo, i Veneziani erano di fatto diventati i principali clienti e i fornitori preferiti di Bisanzio. Come diretta conseguenza “geografica” di quell’espansione delle attività marinare veneziane verso il ricco e strategico Oriente, fu inevitabile che Venezia instaurasse presto contatti, e non solo contatti, con tutte le regioni costiere adriatiche e in special modo con gli strategici porti pugliesi, tra cui quello di certo molto importante di Brindisi, città per secoli contesa da Bizantini, Longobardi, Arabi e Franchi e successivamente, a partire dall’XI secolo, integrata al regno di Sicilia, dei Normanni prima e degli Svevi, degli Angioni, degli Aragonesi e degli Spagnoli dopo. Con le prime crociate, Venezia consolidò la propria posizione sullo scacchiere del Mediterraneo orientale, accumulando notevoli ricchezze con le razzie e, soprattutto, con il controllo dei commerci su vaste aree del Levante. E con la IV crociata, la Repubblica di San Marco si inserì decisamente nel novero delle potenze marittime dell’epoca, quando la spedizione guidata proprio dai Veneziani portò, nel 1204, alla conquista e al saccheggio di Bisanzio, nonché, per Venezia, al conseguente possesso di tutta una serie di strategiche isole, porti e fortezze costiere nello Ionio e nell’Egeo.   Dopo qualche centinaio d’anni di potere marittimo, più o meno contrastato, l’invasione francese dell’Italia nel 1494 ed il gioco di alleanze che ne seguì per contrastarla, permise a Venezia di ottenere, nel 1495, strategici avamposti in Puglia, regione chiave per il controllo di Adriatico e Ionio. Poi però, nel 1499, i Turchi la privarono d’importanti città sulle coste albanesi e greche e con la pace del 1503 Venezia dovette rinunciare alle sue pretese su quelle città. E nel 1509, una poderosa lega internazionale sorta in funzione anti-veneziana, costrinse la Serenissima a rinunciare anche all’occupazione degli strategici porti pugliesi, dopo soli pochi anni di possesso. Dopo decenni di dominio marittimo turco, nel 1571 ci fu il riscatto cristiano di Lepanto, la grande battaglia navale che pur costituendo per Venezia una grande vittoria morale, non impedì alla sua potenza marittima di imboccare la via del declino, conseguente – tra l’altro, ma non solo – all’affermarsi delle vie di traffico oceaniche a discapito delle rotte mediterranee. Nella seconda metà del ‘600, l’impero turco s’impegnò in una lunga lotta per il possesso della veneziana Creta, fino a conquistarla nel 1669, e Venezia si rifece qualche anno più tardi, strappando ai Turchi il Peloponneso. Ma la pace di Carlowitz che ne seguì, in realtà certificò l’ultima storica conquista veneziana, peraltro difficile da mantenere e che perciò non ebbe vita lunga: nel 1714, i Turchi si ripresero il Peloponneso e quindi tentarono – comunque senza esito – di prendere anche Corfù, che restò così ultimo baluardo di quello “Stato da mar” che era stata Venezia. 149   


L’Adriatico già non era il “Golfo di Venezia” demarcato dall’asse Brindisi-Corfù ed in quel mare ormai, le flotte da guerra straniere operavano tranquillamente senza il permesso di Venezia. La potenza navale veneziana era solo un’ombra, il suo ruolo di “dominatrice dell'Adriatico” un ricordo lontano e la un tempo temibile flotta da guerra veneziana, stentava finanche a proteggere i convogli mercantili dagli attacchi corsari. E poi, a chiudere la parabola della Serenissima, sopraggiunse l’uragano napoleonico. E fu in questo contesto, seguendo cioè la parabolica evoluzione veneziana, che con il trascorrere dei secoli gli interessi di Venezia per le relazioni commerciali con i porti pugliesi – con i carichi di vino, di olio, di grano, di frumento di lana e di legumi, che le navi di San Marco esportavano in grande quantità e con le tante merci che le stesse navi vi portavano da Venezia, da molti scali mediterranei e da porti ancor più lontani d’Oriente – a un certo punto si allargarono alla sfera politico-militare, con Venezia che oltre all’acquisizione di vantaggiose esenzioni fiscali e di molti altri privilegi e monopoli, cominciò ad ambire alla conquista ed occupazione fisica di quelle stesse città già per secoli trattate per lo più amichevolmente e quindi molto ben conosciute. Così, nel 1496 Brindisi fu, non conquistata, ma in qualche modo comprata da Venezia, e i Veneziani la governarono – discretamente bene – per tredici anni, fino al 1509, quando passò ad integrare il viceregno spagnolo di Napoli, senza che comunque Venezia abbandonasse da subito l’idea di una eventuale riconquista, aspirazione certamente ancora viva perlomeno fino a quell’ultimo tentativo concreto effettuato durante la cosiddetta “Campagna di Puglia” del 1528 e 1529. Poi, finalmente, cessarono le secolari aspirazioni veneziane di conquista su Brindisi e scemarono le dispute militari tra le due città, senza che comunque cessassero le relazioni commerciali destinate, invece, a perdurare tra alti e bassi molto a lungo: per sempre. ***** Un primo formale approdo militare dei Veneziani in Terra d’Otranto risale al IX secolo, quando – fallito nell’836 il primo tentativo – nell’867 il doge Orso I Partecipazio inviò a Taranto – che come anche Bari era stata conquistata dai Saraceni quasi una trentina d’anni prima – una flotta di quaranta navi con cui, anche se solo per pochi anni, si poté restaurare il dominio bizantino su quella città. Qualche anno dopo inoltre, nell’871, la stessa marina veneziana partecipò anche alla liberazione di Bari dall’emiro Sawdan, aiutando in quell’impresa l’imperatore franco, Ludovico II. È da presumere quindi, che i Veneziani si sentissero a quel tempo molto più comodi a commerciare, e più in generale a relazionarsi, con territori soggetti all’allora amico impero bizantino o tutt’al più al dominio franco-longobardo, anziché a doversela vedere con la aggressiva presenza araba. Così, le relazioni tra Venezia e la Puglia, per anni seguirono vicissitudini alterne, con i tanti vantaggiosi scambi specialmente favorevoli a Venezia quando sui territori dell’estremo peninsulare italiano sembravano prevalere i Bizantini, e con le continue tensioni e le tante nefaste conseguenze degli assalti delle scorrerie e delle occupazioni saracene, che mai cessarono del tutto durante quei due lunghissimi secoli – dall’827 al 1038 – durante i quali gli Arabi occuparono stabilmente la Sicilia, che utilizzarono come loro sicura e strategica base per sistematicamente scorribandare su tutte le coste, e non solo le coste, del meridione italiano. 150  


Poi, tra l’XI e il XII secolo, tutto cambiò per l’intero meridione italiano quando sopraggiunsero i Normanni che in meno di un secolo lo conquistarono tutto e, con Ruggero II nel Natale del 1130, fondarono il regno di Sicilia integrando in uno stato unitario tutti quei territori laddove si erano stanziati avvicendati e sistematicamente combattuti per secoli i Bizantini, i Longobardi, i Franchi e gli Arabi. I Veneziani, temendo a ragion veduta per i propri interessi nell’Adriatico, cercarono vanamente di osteggiare la conquista normanna della Terra d’Otranto, da dove, come temuto, nel 1081 il duca Roberto salpò per occupare Corfù e quindi prendere Durazzo. E da dove – da Brindisi – nel 1085, pochi mesi prima di morire, il Guiscardo salpò per la sua ultima campagna antibizantina, in cui vinse i Veneziani e strappò loro Kassiopi. Poi, giusto iniziando il secolo XII – in data compresa tra il 1101 e il 1104 – Venezia, per rappresaglia o rivincita, alleatasi circostanzialmente col re Colomano di Ungheria contro i Normanni, impulsò un’incursione navale dalla Dalmazia su Monopoli e su Brindisi, che fu brevemente occupata. «Hoc tempore, Colomanus rex Ungarie misit exercitum in Dalmacia, et occidi fecit regem Petrum, et per legatos suos cum Venetorum duce fedus iniit contra Normanos et pariter exercitum in Apuleam ad eorum dampna mitere statuunt; parata autem clase per Venetos, regius aparatus in Apuliam navigans, Brundisium et Monopolim optinent, et tribus mensibus, Apuliam vastant et redeunt.» [A. DANDOLO1]

In seguito, però, le ostilità cessarono del tutto – anche perché alla lunga i Normanni si ritirarono dalla dirimpettaia costa adriatico-ionica per concentrare tutti i loro sforzi in Italia – e così le relazioni commerciali tra la Repubblica e il Regno migliorarono. Già nel maggio 1122, infatti, i Veneziani del doge Domenico Michiel stipularono un trattato commerciale con il principe di Bari Grimoaldo Alferanite. Quindi seguirono altri trattati tra Venezia e Palermo: con il già re Ruggero II nel 1139, concordando e regolamentando i rapporti e le relazioni commerciali tra Venezia e i sudditi dell’Italia meridionale; con il re Guglielmo I nel 1154, essendo doge Domenico Morosini; e con il re Guglielmo II nel 1175, essendo doge Sebastiano Ziani. I commerci pertanto fiorirono, «con le tante flotte mercantili veneziane che recandosi in Oriente, e sviluppando quel gran traffico che nei secoli seguenti doveva costituire l'opulenza di Venezia, tanto nell'andata come nel ritorno, poggiavano sempre a Otranto e a Brindisi.» [G. GUERRIERI2]

Con gli Svevi sul trono di Palermo, nei primi tempi le relazioni commerciali con Venezia si mantennero, giacché l’imperatore Enrico VI, pur privilegiando notoriamente le relazioni con Pisa, come re di Sicilia riconfermò al doge Enrico Dandolo i diplomi emanati precedentemente dai Normanni. Poco dopo la sua improvvisa morte, inoltre, quando ancora era in corso la confusa transizione politica tra Normanni e Svevi, a Brindisi si stipulò un patto di commercio direttamente tra “supposti” rappresentanti del popolo e Venezia, quando nel settembre 1199 i due capitani navali veneziani, Giovanni Basilio e Tommaso Falier, delegati a rappresentare il loro Doge Enrico Dandolo, conclusero – forse, meglio, imposero – a Brindisi il solenne pactum di pace e di mutua difesa che fu sottoscritto da un gruppo di trentaquattro “notabili” brindisini, evidentemente selezionati tra i proveneziani:

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«Nel 1199, quando il regno è ormai in preda all'anarchia, l'intervento della Serenissima valse a liberare l'Adriatico dalla presenza della flotta pisana e ricondusse Brindisi, saccheggiata perché colpevole d'aver offerto supporto logistico ai Pisani, a “solitam venetorum amicitiam”. Nella desolata città vengono individuati 34 cittadini, fra i quali sono alcuni degli autori dell'assalto a Santa Maria de parvo ponte, quali il giudice Isacco e gli esponenti della comunità ravellese, che sottoscrivono innanzi Rogerius Pirontus et notarius Calo, regi camerari di Terra d'Otranto, solenne impegno a non dar ricetto nel porto a naviglio ostile a Venezia. Il trattato del 1199, in certo senso, riportò Brindisi nel sistema di relazioni commerciali precedente l'intervento imperiale e, all'interno della città, sancì il momentaneo predominio dei partigiani [pro-normanni] di Margarito; fra i firmatari l'accordo è il camerario dell'ammiraglio.» [G. CARITO3]

Certo è che, comunque, tra Brindisi e Venezia seguirono anni di rinnovate fruttifere relazioni commerciali, a esempio delle quali è documentato che: «Nel maggio del 1224 molte navi veneziane provenienti da Costantinopoli toccarono il porto di Brindisi, caricando e scaricando merci prima di muovere per Venezia; e negli anni successivi, dal maggio 1225 al giugno 1228, quando le città del dominio veneto furono afflitte da grande carestia, il re imperatore Federico II permise alla Repubblica la tratta del grano dai porti di terra d'Otranto, con non poche notizie di navi veneziane partite cariche dal porto di Brindisi, già restaurato proprio dall'imperatore e fornito di comodi arsenali.» [G. GUERRIERI2]

Lo stesso Federico II, inoltre, permise ai Veneziani di dimorare temporaneamente nel regno e di svolgere da lì – principalmente dalle città pugliesi tra cui in primis Otranto e Brindisi – i loro commerci, come venne esplicitamente concordato in un altro trattato concluso nel marzo 1232 nello stesso palazzo ducale della Serenissima con il doge Jacopo Tiepolo. Sembra che in quel periodo fosse la lana il prodotto di maggior interesse per i Veneziani, ma anche l’olio, il formaggio, le carni salate, e soprattutto i cereali. Poi però, i rapporti tra Venezia e Federico II si incrinarono a causa dell’alleanza che Venezia aveva stretto con Genova e – segretamente – col pontefice Gregorio IX il quale, scomunicato l’imperatore, nel 1240 indusse la Repubblica veneziana a inviare una sua armata in Puglia, per assediarla e tentare di prendere un suo porto, magari Brindisi: l’impresa non riuscì, ma l’armata veneziana comandata da Giovanni Tiepolo, figlio del doge Jacopo, attaccò varie città costiere e diversi convogli di regie navi mercantili, tra cui un’enorme nave che proveniente dalla Siria affondò proprio nei pressi di Brindisi con a bordo mille marinai di equipaggio. E Federico II, in vendetta per quelle scorrerie venete sulle coste pugliesi, nel novembre del 1240 fece impiccare in una torre della marina di Trani un altro figlio del doge, Pietro Tiepolo, che nel 1237 era stato catturato nella battaglia di Cortenuova – nei pressi di Milano – e tratto prigioniero. «Tunc Joannes Teapulo, capitaneus xxv galearum, up pape promissum fuerat, contra Federicum egreditur, et xii galeas il illius subsidium accedentes fugavit, et in Apuliam Termoles, Castrum Marinum, Rodes, Bestie et Bestice cepit, et prostravit, et secus Brunduxium unam navem de Syria redentum, mille bellatoribus munitam optinuit: imperator autem, longa obsidione, Faventiam habuit… Tunc Petrus Theupolus, ducis natus, potestas Mediolanensium, cum ipsis et eorum amicis, contra Federicum progreditur, qui per districtum Brixie omnia destruebat; sed, fluvio interposito, minime prelium comiserunt; tandem Mediolanenses revertuntur, et dum nichil 152  


mali suspicarentur, Federicus cum milicia sua eos prevenit, et, facto impetu apud Turrem novam in eos, multos ex eis cepit, plures occidit, sed et potestas predictus captus est et carocium; quem Federicus dapnavit ad mortem; dux autem Venecie, ex hoc turbatus, Venetos, ut illius emuli fierent, induxit.» [A. DANDOLO1]

Federico II comunque, nei suoi ultimi anni poté vedere rinnovate le buone relazioni con Venezia e Manfredi, suo figlio e successore, ratificò al doge Jacopo Tiepolo il trattato del 1232 e ne stipulò anche altri: nel 1257, nel 1259 e nel 1260 con il doge Rainerio Zeno, aggiungendo ogni volta numerosi nuovi privilegi per i lagunari, permettendo loro, ad esempio, di pagare un dazio di solo il dieci percento sui prodotti acquistati e concedendo di poter esportare diecimila salme di grado da alcuni porti pugliesi, tra cui Brindisi. E a partire da allora, con le relazioni commerciali notevolmente incrementate, venne instaurato il consolato veneziano a Trani, con viceconsoli a Barletta, Manfredonia e anche a Brindisi, e numerosi Veneziani si poterono stabilire nelle più importanti città della ricca regione costiera pugliese. Con gli Angioini sul trono di Napoli, il re Carlo I, pur privilegiando apertamente le relazioni commerciali con i Fiorentini e senza abrogare né riconfermare i diplomi svevi alla Serenissima, permise la lenta ripresa dei rapporti con Venezia e il porto di Brindisi, oltre ad essere usato per fini militari, continuò a svolgere un certo ruolo nel commercio d’esportazione granaria e soprattutto olearia verso Venezia e nella redistribuzione dei prodotti industriali in arrivo da quella Repubblica. Con la traumatica e prolungata guerra dei Vespri però, il ruolo commerciale di Brindisi cominciò a ridimensionarsi e la città iniziò a impoverirsi. Accadde così che a causa dei privilegi vecchi e nuovi a favore di Venezia e Firenze, ritenuti dai Brindisini essere eccessivi al confronto delle enormi fiscalità imposte loro, iniziarono a manifestarsi da parte dei cittadini – così come in varie altre città costiere pugliesi – rappresaglie a danno di navi di veneziane, con conseguenti ovvie reazioni: «Nel 1323 alcuni Brindisini danneggiarono gravemente nelle vicinanze del porto la nave di mercanti veneziani e tre anni più tardi, il brindisino Nicolò De Genio, vice console veneto a Brindisi, fu sollecitato dal console veneto in Puglia, Pietro da Canale, a restituire una galea completa di tutti gli attrezzi esistenti su quella nave, ai danneggiati Bono di Torre e Nicolò Assanti, armatori veneziani… Si può affermare comunque, che le offese e le rappresaglie furono scambievoli, e se da una parte il re di Napoli Roberto cercava di dare soddisfazione al senato di Venezia, dall'altra si raccomandava con insistenza che nello stesso tempo fossero concessi i compensi e gli indennizzi che spettavano ai loro sudditi ai quali i Veneziani avevano recato oltraggio... Nel 1339 navi veneziane giunsero a recare gravi offese a quattro galee con bandiera napoletana, comandate da Marino Costa, perseguitandole senza alcun motivo da Otranto fino a Brindisi e assediandole dopo in questo stesso porto.» [G. GUERRIERI2] «Nel febbraio del 1341, una nave veneziana di cà Marcello, comandata da Domenico Marotto, era stata costretta a rifugiarsi nel porto di Brindisi per “sevitiam maris” e i Brindisini, senza por tempo di mezzo, avevano imposto al patrono di scaricare 700 salme di frumento “ad salam Brandici”, che valevano, stimando come pretendevano i padroni del carico, ogni tomolo sette carlini, once 653 e tarì dieci di carlini gigliati, “computata qualibet uncia carlinis ziliatis LX”.» [G. I. CASSANDRO4]

Dopo reiterati reclami formali di risarcimento fatti giungere persino al re di Napoli Roberto, e trascorso già più di un anno dai fatti, il senato repubblicano finalmente, il 153  


22 giugno 1342, decise la più volte minacciata rappresaglia e ordinò la rottura di ogni relazione della Repubblica con i Brindisini e il sequestro, ovunque possibile, dei prodotti e dei beni di questi. Non accadde nulla e, dopo nuovi tentativi legali di riscossione, Venezia si rivolse al nuovo sovrano di Napoli, la regina Giovanna I, e persino al legato pontificio. Si era giunti a metà del 1345 e il debito di Brindisi nei confronti dei Veneziani solo si era in qualche modo ridotto e così, dietro nuove insistenze veneziane, si stipulò a Napoli un accordo di pagamento dilazionato a un anno, tra il sindaco di Brindisi e il notaio di Venezia, ma ancora nel 1346 il conto non era del tutto saldato e il 1 novembre 1349, una nuova delibera veneziana rese ancor più severe le misure adottate contro Brindisi e poco dopo, forse perché finalmente mossi dall’interesse alla ripresa dei traffici commerciali, «vediamo rappresentanti dell'Università di Brindisi trattare a Venezia direttamente con i danneggiati la liquidazione dell’ormai annosa controversia. I Brindisini ottengono di pagare il rimanente “per terminis”, ma devono fare “plena finis quietatio et remissio” dei danni che durante la rappresaglia i Veneziani avessero loro arrecato.» [G. I. CASSANDRO4] «In quel 1349, sempre per questioni di grano, Venezia veniva a lite con lo stesso Comune di Brindisi. Essendosi la famiglia Cavalerio appropriata certo grano appartenente a’ veneti, la Repubblica reclamò al Comune, e quantunque questo non ritenesse per niente suo dovere, assunse il risarcimento dei danni entro un quinquennio. Allora soltanto, il doge dichiarò terminata la questione e annullate le sentenze di rappresaglia concesse contro di esso. I brindisini avrebbero potuto d'or innanzi esercitare il commercio come per l'addietro, qualora il Comune promettesse pure libertà di commercio ai veneti nel suo territorio e di non molestarli altrove… Pare che così procedesse la Repubblica in tali frangenti. Dapprima, con prudente pazienza, il console [veneziano] del luogo incriminato pubblicava che fra nove mesi, non essendo venuta dall'Università soddisfazione alcuna, i mercanti [veneziani] dietro loro responsabilità, sarebbero partiti con le robbe. Dopo sei mesi, il console, tornato a Venezia bandiva a Rialto lo stesso avviso, soltanto il termine era naturalmente ridotto a tre mesi.» [A. ZAMBLER & F. CARABELLESE5]

Sotto il lungo regno di Giovanna I comunque, dopo la carestia del 1345 e la peste del 1348, Brindisi – nonostante l’importante diploma che con enormi concessioni a Venezia aveva emesso nel 1357 il principe di Taranto, Roberto cognato della stessa regina e al tempo titolare imperatore costantinopolitano – imboccò decisamente la via di un prolungato ed accelerato processo di immiserimento, tanto che nel 1381, il successore re, Carlo III, per provare a far rivivere la città, estese al porto di Brindisi le franchigie già godute dai Veneziani nel porto di Trani, privilegio poi riconfermato e nuovamente ampliato nel 1410 dal re Ladislao e quindi anche dalla regina Giovanna II nei trattati dell’aprile 1419. «A Brindisi [Roberto, il principe] per avvantaggiare il commercio, riduceva a metà gli aggravi che i veneti ivi pagavano, con pieno soddisfacimento dello stesso Comune, il quale dandone nel medesimo giorno partecipazione al Senato, dopo aver magnificato i vantaggi che ne avrebbe tratti commerciando con Venezia, chiedeva che i veneti frequentassero la piazza.» [A. ZAMBLER & F. CARABELLESE5]

Ma in pratica per Brindisi, nonostante una timida ripresa dei traffici marittimi, non ci furono più reali opportunità di un pronto ritorno al passato splendore, mentre al 154  


contempo, Lecce era avviata a divenire la città in Terra d’Otranto di gran lunga più importante, anche grazie all’apporto di molti facoltosi commercianti veneziani, nonché di banchieri fiorentini e di intraprendenti affaristi Genovesi, che in quella città avevano iniziato a dimorare. Con l’arrivo, nel 1442, degli Aragonesi sul trono di Napoli, la situazione per Brindisi peggiorò ancor più, sia perché le relazioni del Regno con la potente Venezia si deteriorarono fino a sfociare nel 1449 in guerra aperta, e sia a causa della malaugurata idea che in quel frangente ebbe il principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini del Balzo, di chiudere l’accesso al porto interno, ostruendone il canale per impedire l’ingresso alla città di eventuali forze invasori veneziane. Un’azione fatale che fu quasi una condanna a morte per Brindisi, presto circondata da malsane paludi e rapidamente depopolata: alla fine del secolo XV gli abitanti si erano ridotti a solamente circa 3000 unità. Poi, con il trascorrere degli anni e con l’evolvere delle complesse interrelazioni politiche tra gli Stati, in particolare con l’avvento a Milano di Francesco Sforza nel 1450 e con la fatale caduta di Costantinopoli nel 1453, i rapporti cambiarono ancora e si avviò una nuova, anche se breve, stagione di fruttiferi scambi commerciali tra Venezia e Napoli, di cui in buona misura beneficiò anche Brindisi, che vide gradualmente ristabilire e intensificare i suoi contatti diretti con la Serenissima, anche a conseguenza del rinnovo delle vecchie concessioni che nel febbraio 1463 il re Ferrante, succeduto al padre Alfonso il Magnanimo, concesse con un diploma a Venezia, aggiungendone anche di nuove: a Brindisi, per esempio, i Veneziani furono esentati dall’imposta straordinaria dell’uno per cento e dalla nuova imposta sulle navi. «Nel lungo proemio del diploma, il re Ferrante commentava le forti ragioni che lo obbligavano a stringere rapporti d’amicizia e di commercio con la Repubblica veneta, unita al suo stato da antichissimi legami, perpetuatisi dal tempo di re Roberto fino a quello d'Alfonso suo padre e ricordava in modo particolare il diploma di re Ladislao del 7 dicembre 1410, i due della regina Giovanna del 1419 e un quarto emesso nel 1347 al tempo dell'imperatore costantinopolitano Roberto. Quest'ultimo fu di fatto interamente confermato e integrato da re Ferrante, e l'esteso decreto fu integralmente pubblicato in Bari il 14 gennaio 1464.» [A. ZAMBLER & F. CARABELLESE5].

Gli incalzanti eventi politici e i tanti intrighi di palazzo interni ed esterni all’Italia però, presto vanificarono tutte quelle attestazioni di amicizia e di cooperazione tra Venezia e Napoli, e le nuove tensioni raggiunsero l’apice nel 1480 a seguito del tragico evento della caduta di Otranto in mano ai Turchi, finalmente risolto grazie alla provvidenziale morte dell’imperatore Maometto II che indusse gli occupanti arabi della sfortunata città ad abbandonare la loro presa. Ferdinando I – il re Ferrante – considerò, pur senza averne prove certe, che Venezia in quel frangente avesse parteggiato per gli Ottomani, quanto meno per omissione. Quindi, i rancori sfociarono in vere e proprie ostilità nel 1482, quando Ferdinando I, amico e anche parente del duca Ercole di Ferrara, volle tutelarne gli interessi contro la Serenissima nella disputa sorta intorno ai confini di quei due stati limitrofi. E la guerra ebbe un’importante eco anche in Puglia, che fu ripetutamente razziata e devastata nelle sue coste dagli Stradiotti dell’armata veneziana che, con base a Corfù al comando del Capitano general da mar Giacomo Marcello, fu inviata a caccia delle navi mercantili regie che caricavano foraggi in Terra d’Otranto. 155  


«Dopo lo sbarco nel piccolo porto di Guaceto, al nord di Brindisi di 600 Stradiotti che occuparono San Vito degli Schiavi, detto ora impropriamente dei Normanni, e Carovigno, depredando, uccidendo molti uomini e portando con gli incendi innumerevoli rovine [Cronache di M. Antonello Coniger ‐1700], la flotta veneziana, partita da Corfù al comando di Marcello andò a Brindisi, ma la città fu difesa da Pompeo Azzolino, brindisino, famoso per il suo gran valore… e il generale Marcello, visto inutile ogni tentativo di conquista, dopo aver predato nei porti pugliesi dell’Adriatico navi che caricavano grani, tornò a Corfù e mandò il capitano Domenico Malipiero a continuare le scorrerie lungo le coste della Puglia con l’ordine di rientrare a Corfù per la Pasqua.» [G. GUERRIERI2]

Rientrato Malipiero, d’accordo con le informazioni strategiche da lui riportate sulla situazione in Puglia, si decise di assalire Gallipoli perché ritenuta essere una presa facile e la flotta veneta, forte di quattordici galee e cinque navi, comandata direttamente da Marcello, si mosse da Corfù. La città pugliese fu finalmente espugnata, anche se nell’attacco del 19 maggio 1482, lo stesso comandante Marcello rimase ucciso da una bombarda e il comando dell’occupazione passò al suo secondo, il capitano Domenico Malipiero fino alla nomina del successore di Marcello, Melchiorre Trevisan. Due mesi e mezzo dopo, il 7 agosto, la guerra di Ferrara si concluse con la pace di Bagnolo e la flotta veneziana si ritirò da Gallipoli che fu restituita al Regno con le altre basi navali che in Puglia erano state occupate dai lagunari durante la guerra. E Venezia ebbe presto riconfermati tutti gli anteriori privilegi commerciali. Finita quella guerra, ne scoppiò presto un’altra, questa volta interna al Regno di Napoli: la “congiura dei baroni”, che prolungandosi per anni indebolì enormemente, anche sul piano internazionale, il vecchio re Ferrante che morì il 25 gennaio 1494. Gli succedette l’odiato figlio Alfonso II che dopo solo un anno di regno, il 21 gennaio 1495, fu costretto ad abdicare a favore del figlio Ferdinando II – Ferrantino – mentre, approfittando della critica situazione in cui versava il regno napoletano, il re di Francia Carlo VIII era sceso in armi in Italia, chiamato dal duca di Milano Ludovico Sforza in disputa con gli aragonesi di Napoli. Il 30 novembre 1494 Carlo VIII era già a Roma da dove ripartì il 28 gennaio del 1495 e, senza incontrare resistenza militare alcuna, il 22 febbraio si sedette sul trono di Napoli con mira a procedere da lì, alla conquista del Sud, mentre Ferrantino con la corte si era rifugiato in Sicilia, da dove mantenne per mesi una guerra di guerriglia, capeggiata da Federico I suo fratello minore, contro i Francesi. Allarmati per quella troppo veloce e facile conquista francese in territorio italiano, presto si costituì un’alleanza antinvasione, la Lega Santa detta anche Lega di Venezia, stipulata proprio a Venezia il 31 marzo 1495, a cui aderirono un po’ tutti: dal papa Alessandro VI che la organizzò, al sacro romano imperatore Massimiliano I, a Ludovico Sforza di Milano e alla Repubblica di Venezia. A quel punto Carlo VIII preferì lasciare Napoli e battere in ritirata. Per strada, il 6 luglio, battagliò a Fornovo in Lombardia e finalmente varcò le Alpi e con il suo esercito rientrò in Francia. Ovviamente, il determinate intervento di Venezia a favore del Regno di Napoli e contro l’invasione francese, non era stato disinteressato e neanche gratuito. Il prezzo formalmente stipulato il 21 gennaio 1496 – inizialmente per un semplice prestito di duecentomila ducati, e poi per la protezione armata al re Ferrandino e al suo Regno – fu, alla fine dei conti, il pignoramento alla Repubblica di: Brindisi, Otranto e Trani. 156   


«1° Che le parti preditte, per li nomi preditti, sono insieme convenuti, che 'l Serenissimo Principe e la Serenissima Signoria di Venezia mandino nel Regno, per aiuto et soccorso della Maestà [Ferdinando II], homeni d'arme 700, computando in questo numero li Stradiothi che si manderanno, a tre Stradiothi per doi homeni d'arme. 2° Mandino 3.000 fanti; et mandando più homeni d'arme, si mandi tanto meno fanti; et ulterius, che esborsino de praesenti alla Maestà ducati quindesemille per una volta sola; et sia tenuta la Maestà satisfar integramente al Serenissimo Principe et Serenissima Signoria; restituir tutte le spese si farà per lei in ditti pressidii; et similiter restituir ditto imprestedo, come più sotto più particolarmente si dechiarirà. 3° Sia tenuta ditta Maestà satisfar tutta la spesa si farà per la Serenissima Signoria nel governar et guardar delle terre infrascritte, et lochi da esser consignati per cautione et segurtade della satisfattion sua; detratta però l'intrada che la Illustrissima Signoria havesse dei luochi preditti. 4° Per cautione et segurtade del Serenissimo Principe et Eccellentissima Signoria di Venezia, siano consignati immediate, in mano et potestà sua, o de' sui comessi che da lei serano deputati et ordinati, queste tre cittade della Puglia: Brandizo, Otranto et Trani; con tutte le fortezze, et munitioni che si trovasse in quelle, da esser tolte per inventario; lochi, ville et territorii, tenimenti, porti, piazze, cargadori, rasone et giuridittione terrestre et maritime, per ciascuna per tinentia sua, et ad esse spettante et pertinente, con mero et misto imperio da esser governate. 5° Siano tenute per la Illustrissima Signoria le ditte città, terre et lochi, territorii, in loco di pegno et ipotheca, per tutte le spese che si farano nel governo et guardia de detti lochi da esser consignati, et nell'imprestedo presente deducati quindesemille, come è ditto de sopra; et non siano tenute ditte città, fortezze, territorii, ut supra, per la Illustrissima Signoria, finchè tutte le spese predette le siano intieramente restituide per la Regia Maestà, la qual restitutione non si possa impedire per la Illustrissima Signoria, per respetto di rasone o colore alcuno di cosa passata o futura; ita che, fatta ditta integra solutione de spese et imprestedo, essa Illustrissima Signoria immediate, senza eccezione alcuna, debba restituir città, roche et territorii, omni exccusatione cessante. 6° Sia tenuta la Maestà satisfar integramente tutte le spese che dal zorno della notitia habuda di questo contratto innanzi, si faranno nell'armata marittima del Serenissimo Principe et Eccellentissima Signoria, essistente hora in Napoli, per il tempo sarà nel Regno; siando però in libertà della Regia Maestà di tener o licentiar tutta o parte di detta armada, sì come a ditta Maestà parerà. 7° Promette la Illustrissima Signoria, li preditti pressidii si manderanno nel Regno, tenerli oltra l'anno preditto per li besogni della Regia Maestà; et in caso che avanti 'I compir dell'anno occorresse urgente necessità ad essa Illustrissima Signoria, per conservatione del stado suo, di revocar tutti o parte de i pressidii, sia in libertà sua poterlo fare, data prima notitia per un mese avanti alla Regia Maestà: con questa dechiaration, che, se revocherà tutte o parte delle genti sue, quello havesse speso manco de ducati 200,000 in tutti li pressidii haverano nello Regno, si da terra come da mar, sia tenuta essa Illustrissima Signoria suplire quello mancasse fin alla summa preditta, o in gente o in danari, sicome albora serà terminato et concluso; non computata la spesa dell'armada, che sono ducati 500 al mese per galia. 8° Ogni pratica et intelligentia, quale havesse essa Illustrissima Signoria, o per sè o per huomini sui, directe vel indirecte, con baroni, potentie, città, terre e castelli, o stadi di quella, debba esser con volontà et beneplacito della prefata Maestà o sui comessi; et non aliter, nec alio modo. 9° Le terre, città, roche, provincie del Regno, che per forza o per altro modo veniranno in futuro in poter della Illustrissima Signoria, o de huomini soldati di quella, et che siano al presente in poter de Francesi o di essa Maestà, o de altri stati; incontinenti si debbano 157  


consignar alla Maestà, o a' sui deputati, senza aspettar altra consultation di essa Illustrissima Signoria. Nè possi la Illustrissima Signoria pigliar nè accettar raccomandato alcuno, o protettione di persona o stato in ditto Regno, nè extra, dei regnicoli o possessori in ditto Regno, senza volontà, saputa et beneplacito della Maestà. 10° Che le genti d'arme che manderà essa Illustrissima Signoria in sussidio della Maestà, debbino per lo tempo che serano nello Regno di Napoli, servir fidelmente, et star sotto 'l governo di essa Maestà et sui deputati, et obedir a quelli; et far in omnibus et per omnia, come per loro sarà ordinato et imposto per essa Maestà, et sui luogotenenti et commissarii. 11° Se l'accaderà nelle terre o roche preditte, o alcune di esse, far altra spesa necessaria, et importante fortificatione, persegurtà sì della Regia Maestà come di essa Illustrissima Signoria; tale fortificazione far non si possa, nisi participato consilio, e de volontà della prefata Maestà et della Illustrissima Signoria di Venezia, in quella forma et modo che a uno et l'altro parerà necessario aut espediente. 12° Che tanto la Illustrissima Signoria, quanto qual si voglia altra persona, non possa nè debba estraher intrada de formenti, vini, oli, o altre robe cujuscumque generis, de ditte terre, et loro territorii; salvo che pagati li dretti, gabele, doane, daci, come è stato osservato fin al presente dì; non pregiudicando però ai privilegii di essa Illustrissima Signoria et di Veneziani. 13° Li cittadini, et habitanti, et esenti, debbano pagar i focolari, sali, et altre impositioni consuete; et che siano conservate et tenute con quelle condicioni et obligationi sono soliti; e per la ditta Illustrissima Signoria non se li possi zonzer o mancar, senza volontà di essa Maestà, dei pagamenti ad modum praedictum. 14° Che in ditte terre non si possi far mercadi, nundine et doane o panairi, se non a modo solito, per no dannificar le altre terre del Regno della Maestà prefata, senza espressa volontà di quella.» [D. MALIPIERO6]

Il 30 di marzo 1496 nella cattedrale di Brindisi si formalizzò la consegna tra Priamo Contareno, rappresentante del doge di Venezia Agostino Barbarigo, e il notaio Geronimo De Imprignatis, inviato del re di Napoli. E questi, Ferdinando II d’Aragona, Ferrantino, con una lettera personale volle scusarsi e spiegare ai Brindisini le ragioni e la temporalità di quella cessione. Nonostante la diffidenza e anzi l’aperto malcontento che caratterizzò l’animo dei Brindisini a fronte della cessione della propria città ai Veneziani, la nuova situazione doveva rivelarsi alquanto positiva: il doge Agostino Barbarigo non solo confermò tutti i privilegi concessi a Brindisi dai governanti aragonesi, ma ne aggiunse altri importanti, fra cui quello che tutte le galere veneziane, dovendo passare nei paraggi di Brindisi, dovessero entrare in porto e rimanervi per tre giorni. I Brindisini esternarono presto la loro soddisfazione e Brindisi conobbe anni di benessere e di espansione dei propri commerci, traffici e industrie. «E non solo il doge Barbarigo, ma il successore, Leonardo Loredano, eletto nel 1501, confermò gli antichi e nuovi privilegi; non escluso quello che tutti i vassalli mercantili dovessero fare scalo a Brindisi. E i Brindisini anzi, in occasione del nuovo doge, inviarono come ambasciatore a Venezia il nobile Teodoro Cavalieri. Insomma, l’occupazione veneziana lungi dall’essere avversata, giovò grandemente alla città di Brindisi, che raddoppiò quasi le sue popolazioni, e acquistò importanza commerciale e militare… A Brindisi vigeva la consuetudine per cui il viceconsole, in nome della Repubblica, nel giorno di San Marco - il 25 aprile, nella Cattedrale tra le solennità della messa maggiore, presentava all’arcivescovo una forma di cera bianca di cinque libre.» [A. FOSCARINI7]. 158  


«Attendevano i Veneziani con ogni possibile dimostrazione d’affetto a cattivarsi gli animi dei cittadini di Brindisi, et a beneficiare la città tanto da loro stimata. Provvidero a quanto era di bisogno per il bene pubblico e per l’utile dei particolari; erano comuni commercij, et li trafichi tra l’una e l’altra gente, si trattavano come fratelli tra di loro i Brindisini con i Veneziani, e l’una e l’altra città da sorelle uterine. Riposava in pace e sicura d’ogni turbolenza la città di Brindisi, e pareva non solo che respirasse, ma ancora che fosse risorta da morte in vita sotto il nuovo dominio veneto havendo tanto patito per li tempi passati dalli eserciti composti per lo più da gente tumltuaria di varie nationi e di fede diversa, e sopr’a tutto era sicuro il suo porto di non essere più occupato da barbari legni e da gente quasi inhumana priva di fede e di lege; essendo allo stesso visitato da galere e da navi venete, che tanto con l’occasione del passaggio quanto che per diritto sentiero nel Porto approdavano non senza molto lucro dei cittadini che per la comunicazione delle merci, che vicendevolmente si vendevano, e si compravano.» [A. DELLA MONACA8].

L’11 novembre del 1500 si stipulò in Granada un accordo tra il re di Spagna, Ferdinando il Cattolico marito di Isabella di Castiglia e il re di Francia Luigi XII, per spartirsi il regno aragonese di Napoli del re Federico I, succeduto a Ferdinando II morto prematuramente nel 1496. Quel patto prevedeva la Campania e gli Abruzzi per la Francia, e la Calabria e la Puglia per la Spagna. Ma l’accordo, nel 1504, sfociò in guerra aperta tra i due paesi proprio sulla disputa per il Tavoliere delle Puglie, alla fine della quale, gli Spagnoli ebbero la meglio e Ferdinando il Cattolico divenne il nuovo sovrano del Regno di Napoli, sottraendolo al cugino Federico I, incorporandolo alla corona spagnola e nominando un viceré, il tutto con l’investitura del papa Giulio II. Venezia rimase neutrale in quella guerra, anche perché occupata a lottare contro i Turchi, e dei benefici di quella neutralità poté usufruire anche Brindisi. La prosperità goduta dalla città sotto il dominio veneziano doveva però durare ancora poco. Venezia fu, nel 1508, attaccata da una Lega di innumerevoli nemici coordinati dal papa Giulio II e guidati dall’imperatore Massimiliano d’Austria ed alla fine dovette soccombere e per salvare il salvabile sacrificò una buona parte dei propri possedimenti, specificamente quelli che erano reclamati dal papa e dagli Spagnoli, Brindisi tra essi. Nel 1509 i Veneziani, dopo soli tredici anni di formale possesso, consegnarono Brindisi agli Spagnoli e il marchese Della Palude prese in consegna la città con le sue due fortezze, il castello di terra e quello di mare, in nome di Ferdinando il Cattolico, re di Spagna. Dopo le dispute per la successione al trono dell’impero sacro romano, tra il vincitore Carlo d’Asburgo – Carlo V, Carlo I di Spagna, Carlo II d’Ungheria e Carlo IV di Napoli – e il perdente Francesco di Francia, questi diede vita alla Lega di Cognac antiCarlo V, che fu costituita il 22 maggio1526 da Francia, Firenze, Milano, Inghilterra e Venezia, e ad essa aderì anche lo Stato Pontificio del papa Clemente VI. Quella mossa del pontefice causò la reazione dell’imperatore, che radunò un esercito di mercenari lanzichenecchi tedeschi per farli discendere in Italia dove, assieme alle truppe spagnole e napoletane sovrastarono le forze della Lega, di scarsa coesione e mediocre efficienza militare, e dopo qualche mese giunsero alle porte di Roma, dove entrarono il 5 maggio 1527 mentre il papa si rifugiava in Castel Sant’Angelo. E i lanzichenecchi, esasperati per le pessime condizioni sopportate durante la campagna e per i mancati pagamenti pattuiti, si diedero per otto giorni al saccheggio della città e alla violenza sui suoi abitanti.

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In seguito agli eventi di Roma, nell’agosto del 1527, l’esercito francese discese in Italia e si unì alle altre forze della Lega sotto la guida del maresciallo d’oltralpe Odet de Foix, conte di Lautrec. Alla fine dell’anno, con la notizia dell’imminente uscita delle truppe imperiali da Roma, i collegati di Cognac decisero di portare la guerra al sud, nello spagnolo regno di Napoli. Lautrec quindi, intraprese lo spostamento di tutte le forze allegate verso Napoli e ai primi di marzo del 1528 entrò nella strategica Puglia, dove molte città si arresero o si allearono alla Lega: Barletta, Monopoli, Molfetta, Bisceglie, Giovinazzo, Cerignola, Trani, Andria, Minervino, Altamura, Matera, Polignano, Mola, Bari e Ostuni. Fece invece resistenza Manfredonia, mentre l’esercito allegato inseguiva gli imperiali in ritirata verso Napoli e mentre più a sud i Veneziani, con ingenti forze terrestri – duemila fanti, cento uomini d’arme e duecento cavalli leggeri – già pensavano fosse giunto il momento sempre atteso di riprendersi i porti perduti nel 1509, tra i quali quello della strategica Brindisi. «Questa città, come le altre di Puglia, era sfornita di truppe imperiali che erano state mandate verso la Capitanata al principio della guerra. All’intimazione di arrendersi e non ostante la minaccia di dover pagare cinquantamila scudi, rispose dapprima negativamente per timore dei forti, ma poi, aperte trattative, il 29 aprile 1528 Brindisi alzò bandiera veneziana, mentre le persone atte alle armi si ritiravano nelle due fortezze a difendervi la bandiera imperiale. I Veneziani appena entrati in città, ove fu posto a governatore Andrea Gritti, commisero soprusi e angherie contro gli abitanti ai quali già avevano rovinato le campagne all’intorno, poi misero l’assedio ai castelli stabilendo di darvi il 4 maggio un pieno assalto.» [V. VITALE9]

A metà di maggio però, l’ammiraglio veneziano Pietro Lando – senza essere riuscito a espugnare i due castelli, nonostante i tanti e ripetuti attacchi sferzati sia da mare che da terra – con le sue venti galee, che non potendo entrare nel porto avevano trovato approdo nella rada di Guaceto, fu inviato a Napoli per rafforzarne l’assedio, lasciando a Brindisi i seicento soldati e le tre galee al comando di Camillo Orsini senza possibilità reali di poter prendere i castelli. Sopravvenne la disfatta che i collegati, morto Lautrec di malaria, subirono il 30 agosto in Aversa, quando gli imperiali, liberatisi dell’assedio di Napoli, li inseguirono e li sconfissero. In quel contesto così critico per gli antimperiali, «a Venezia le stava a cuore sopra a tutto il possesso di Brindisi, il miglior porto della costa, e ordinava perciò al provveditore Giovanni Vitturi di tentare la conquista dei suoi castelli rimasti agl’imperiali, autorizzando anche a procurarne la cessione con denaro – sino a quindicimila ducati – dai castellani ai quali avrebbe anche potuto promettere una provvigione a vita o condotta di truppe per conto della Signoria.» [V. VITALE9]

Brindisi, invece, fu riconquistata dagli imperiali e l’anno seguente, quando i collegati deliberarono tornare alla riscossa contro l’impero, Venezia decise riprenderla per il suo strategico porto, l’unico sulla costa adriatica pugliese adatto ad accogliere una grande flotta navale. I confusi eventi militari in Puglia fecero posporre più volte l’impresa finché, giunto agosto, gli ufficiali francesi e veneti, mantenuti a oscuro delle trattative in corso tra Carlo V e Francesco I che sarebbero presto sfociate nella pace di Cambrai, pianificarono quell’attacco e disposero che il capitano Orsini conducesse tutti i suoi millecinquecento fanti su Brindisi, e questi si avviò, facendo tappa a Monopoli. 160  


«Il capitano generale, partito da Monopoli la mattina del 12, avendo seco ventinove galee, il 13 fece scendere tutte le sue genti nel porto di Gausiti; al comando del provveditore Giovanni Contarini l’avanguardia si avvicinò a Brindisi che, indifesa, al comando di arrendersi rispose tuttavia andassero a prenderla “la qual risposta fo per servar l’honor suo con Spagnoli”. Ma poi, avvicinandosi sempre più l’esercito, i cittadini si arresero chiedendo solo la conferma dei capitoli precedentemente ottenuti dalla Signoria. Subito entrarono in città quattro compagnie; i soldati francesi si diedero al saccheggio con grande danno dei cittadini e con immenso sdegno del provveditore che si valse delle genti veneziane per frenarli, onde ne venne un conflitto in cui morirono quindici fanti. Anzi per impedire le ruberie e le violenze che continuarono a fare anche dopo, i Francesi furono mandati ad alloggiare fuori di città… Camillo Orsini, arrivato a Brindisi il 18 agosto, ebbe subito il comando dei fanti e perché, presa la città, bisognava occupare i due castelli che anche l’anno prima erano rimasti agli Spagnuoli, fu deliberato di assalire per primo quello di mare detto “dello scoglio”. A ciò attese l’Orsini ponendovi l’assedio e battendolo con nove cannoni, ma dopo due soli giorni gli mancavano le munizioni.» [V. VITALE9]

Quindi si decise di chiamare a rinforzo il capitano papalino Simone Tebaldi, detto Romano, il quale presto giunse a Brindisi con i suoi 16.000 soldati. Il 28 agosto, in una ricognizione intorno al castello di terra, il comandante pontificio trovò la morte per un fortunoso colpo di artiglieria degli assediati, proprio quando – con la notizia che a Cambrai il 5 agosto era stata firmata la pace – giungeva la disposizione di togliere l’assedio alla città, nonostante la dichiarata reticenza di Venezia. Ma per Brindisi era ormai troppo tardi: l’uccisione del capitano Romano aveva già scatenato l’inferno. «Furono della morte di costui dalla soldatesca celebrati lagrimosi funerali nella misera città, contro la quale sfogò il suo sdegno senza timore alcuno della divina giustizia, e senza pietà degl’innocenti; perciò che i soldati, essendo di varie nationi, e liberi dal freno del capitano, trascorsero nella solita loro indomabile natura, essendo natural conditione di costoro, quando non han capo, che li guidi, di commettere ogni enormità imaginabile… Quel furore dunque, che dovevan accenderli contro i loro propri nemici, che stavano nella fortezza uccisori del loro duce, rivolsero contro gli amici della città, che spontaneamente gl'havean raccolti nelle loro case, e dando nome di vendetta alla loro avaritia, e di giustitia alla loro perfidia, s'incrudelirono nell’innocente città, e nella robba de' cittadini… Cominciò a darsi sacco di notte, per celar forse col buio delle tenebre, la crudeltà ch’usavano. Non si possono senza orrore descrivere, né meritano esser udite da orecchie umane le particolarità delle sceleratezze commesse da quella soldatesca diss'humanata, e feroce, avida non men di sangue, che di ladronecci. Non perdonarono a cosa alcuna, humana o divina, furono gl’infelici vecchi, e l'innocente vergini tratti per barba e per crine, acciò rivelassero le nascoste ricchezze, furono abbattuti i chiusi claustri, e fracassate le caste celle delle spose di Dio. I tempi con orrendi sacrilegi profanati; furono fatte in minutie i tabernacoli, e buttando per terra le sacre hostie consacrate, si presero i piccoli vasi d'argento ove stavan riposte. Eccessi invero abominevoli, esecrandi, per li quali meritavano aprirsi le voragini della terra, esser da quelle ingoiati; o esser fulminati dal cielo, o strangolati dalle furie; ma si differì dalla divina giustitia il dovuto castigo ad altro tempo per esser più severo degli accennati… Restò per qualche conforto alla depredata città il cadavero del general nemico, che fu seppellito nella chiesa di Santa Maria del Casale in un deposito, dal canto destro nell'entrar della porta principale della chiesa, dove fino a tempi nostri si lesse quest'iscrittione nel sasso: Hic iacet Simeon Thebaldus Romanus, imperator exercitus.» [A. DELLA MONACA8]. 161  


La pace di Cambrai, firmata alle spalle di Venezia, per quel che riguardava la Puglia stabiliva non solo la cessione di Barletta e delle altre terre occupate dai Francesi, ma anche di Trani, Monopoli e quant’altro appartenesse ai Veneziani. E così, Brindisi, dopo apprensive consultazioni indugi e ripensamenti del governo della Repubblica, fu finalmente abbandonata dai soldati veneziani nei primi giorni di settembre. Quando il castellano spagnolo Hernando Alarcon rientrò a Brindisi, incontrò la città semidistrutta e si sommò alla richiesta inviata dai cittadini al re Carlo, avallata dal viceré di Napoli principe d’Orange, affinché fosse annullata la condanna per ribellione che era stata inflitta alla città dal commissario Girolamo Morrone – essendo stata considerata fiancheggiatrice di francesi veneziani e papalini per la sua reiterata resa alle truppe della Lega – segnalando, a sostegno della sua posizione, proprio l’epica resistenza che avevano mostrato entrambi i suoi castelli, lottando fedeli all’imperatore senza mai arrendersi agli allegati. Per buona ventura dei Brindisini, la supplica fu accolta da Carlo V e alla città furono restituiti i privilegi che nel passato erano stati concessi dai re d’Aragona. «Anche quest'ultimo tentativo di penetrazione nella Puglia e conquista di Brindisi, non fu più fortunato dei precedenti per Venezia, la quale d'allora in poi rinunzia al suo disegno. Resta dei suoi tentativi il ricordo del buon governo da essa tenuto nelle terre occupate [Brindisi tra esse], dei molti provvedimenti adottati per lenire la miseria delle popolazioni, delle fortificazioni e delle altre opere costruite a difesa di quelle terre, delle quali mirava a conquistare la fiducia e l'attaccamento. Ma, insieme con tutto ciò, dovrebbe pure rimanere il ricordo che, anche se si vuole indirettamente, Venezia ha preservato le terre pugliesi dalla invasione e dalla occupazione dei Turchi. Non v'è alcun dubbio che, con la condotta allora seguita, Venezia faceva soprattutto i suoi interessi, che questa fu la guida costante della sua politica; ma è certo pure che, occupando in anticipo i migliori punti della Puglia, quando si presentava il pericolo che su di essi, approfittando del disordine e della debolezza del reame, si gettassero i Turchi, Venezia ha scongiurato quello che sarebbe stato non solo un gravissimo danno per lei, ma anche una grande iattura per l'Italia. In conclusione, la politica di Venezia tra il cadere del Quattrocento e i principi del Cinquecento, coincidendo gl'interessi della Repubblica con quelli della Puglia, ha avuto risultati benefici per l'una e per l’altra: alla prima ha risparmiato la chiusura dell'Adriatico che avrebbe paralizzata la sua libertà; a favore della seconda ha impedito che le terre pugliesi cadessero in possesso della Mezzaluna, o per lo meno che a queste toccassero gli orrori e le stragi da cui fu accompagnata la presa di Otranto.» [A. PACELLA10] «Senza la potenza marittima di Venezia, è facile presunzione che il Canale d’Otranto sarebbe stato varcato ben più in forze di come lo fu, e che l’Adriatico tutto sarebbe divenuto un lago ottomano. Venezia, presente non solo sulla sua laguna ma giù giù per tutta la duplice costa adriatica e nelle note sue basi stesse di Puglia, nonché sul mare di qua e di là del Canale, salvò sé e l’Italia da quel pericolo; eppure alla politica veneziana non meno che a quella fiorentina, nel gioco delle rivalità fra gli Stati d’Italia prima del suo asservimento, il nostro Salento deve l’episodio più noto di questa nuova fase della sua storia, l’attacco e il martirio di Otranto nel 1480.» [F. GABRIELI11]

Resterà, comunque, e forse per sempre, il legittimo dubbio sulla eventualità che un diverso atteggiamento di Venezia in quella circostanza – magari con meno ragion di stato e con un po’ più di solidarietà cristiana – avrebbe potuto evitare agli Otrantini quella tragedia immane. Tuttavia, non v’è dubbio che la ragion di stato e, forse ancor 162  


più, il portafoglio di stato, fu per Venezia, nel bene e nel male, il costante life motive, il suo vero motore propulsore, durante tutti quei vari secoli che accompagnarono la sua sfolgorante parabola storica. Altrettanto e ancor più difficile sarebbe, infine, tentar di emettere un giudizio globale e definitivo sulle plurisecolari relazioni intercorse – e qui passate sommariamente in rassegna – tra la plurimillenaria Brindisi e la potente Venezia, oppure tra i Brindisini e i Veneziani. Relazioni che per così tanti secoli si susseguirono complesse e articolate, la cui evoluzione – con frequenza involuzione – fu molto spesso controllata, quando non direttamente dettata, dalla personalità dei principi di turno che la storia via via pose a governare la città più orientale d’Italia, nonché dagli aggrovigliati scenari internazionali nel contesto dei quali le due città si trovarono, conscia o inconsciamente, diretta o indirettamente, coinvolte. Relazioni, infine, destinate a proseguire nei secoli e le cui tracce in Brindisi e nei Brindisini si sarebbero rivelate indelebili, superando la fine della Serenissima Repubblica e del Regno di Napoli a mano di Napoleone, nonché la fine del restaurato Regno delle Due Sicilie e dell’austriaca occupazione del Veneto, fino alla comune e solidaria appartenenza al Regno prima e alla Repubblica d’Italia dopo. BIBLIOGRAFIA: 1 A. DANDOLO Chronica per extensum descripta aa. 46‐1280 d.C. a

cura di E. PASTORELLO - 1938 - 1903 3 C. CARITO Brindisi in età sveva in “Atti del II convegno nazionale di ricerca storica su Federico II e Terra d'Otranto, 16 e 17 dicembre 1994” - 2000 4 G. I. CASSANDRO Una controversia tra Venezia e Brindisi in “Rinascenza Salentina” - 1937 5 A. ZAMBLER & F. CARABELLESE Le relazioni commerciali fra la Puglia e la Repubblica di Venezia dal secolo X al XV. Ricerche e Documenti - 1898 6 D. MALIPIERO Annali Veneti dall’anno 1457 al 1500 con prefazione di A. Sagredo - 1843 7 A. FOSCARINI Venezia e Terra d’Otranto nel Cinquecento in “Studi Salentini” - 1994 8 A. DELLA MONACA Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi - 1674 9 V. VITALE L'impresa di Puglia 1528‐1529 in “Nuovo Archivio Veneto” - 1907 10 A. PACELLA La Repubblica di Venezia e la Puglia in “Rinascenza Salentina” - 1934 11 F. GABRIELI Il Salento e l'Oriente Islamico ‐ 1956 2 G. GUERRIERI Le relazioni tra Venezia e Terra d’Otranto fino al 1530

Espansione massima di Venezia ‐ Sec. XVI 163  


1595 ‐ 1600: Pagine di cronaca brindisina di fine Secolo XVI Pubblicato.su.il7.Magazine.del.18 gennaio 2019

Nel XVI secolo Brindisi faceva parte del viceregno spagnolo di Napoli. Gli Spagnoli infatti, all’inizio del secolo – nel 1509 – erano subentrati agli Aragonesi sul trono di Napoli, e ci sarebbero poi restati per duecento anni. Nel trascorso di quel primo secolo di dominazione spagnola sul meridione italiano, a Madrid il trono di Spagna era stato occupato, in successione, da Ferdinando il cattolico, Carlo V e Felipe II, mentre furono molti di più i viceré spagnoli che si avvicendarono a Napoli. Nel 1595 era viceré Enrique de Guzman e il regio governatore di Brindisi era Francisco Maldonado de Salazar. Le altre principali autorità cittadine di nomina regia erano i castellani di terra (del castello svevo) e di mare (del castello alfonsino), il giudice e l’arcivescovo. Il sindaco, invece, era nominato dal preside della provincia di Terra d’Otranto, s’insediava il 1º settembre e durava in carica un anno. Sul finire del 1595 era sindaco Bartolomeo Gennuzzo, il castellano di terra era Vicente Castelloli, quello di mare Girolamo de Herrera, il giudice era Vincenzo Pitigliano e l’arcivescovo era Andrés de Ayardi, il primo arcivescovo della sola Brindisi, dopo che Oria era diventata suffraganea dell’arcidiocesi di Taranto. Ed è proprio con l’arcivescovo Ayardi, che inizia la serie dei fatti che qui si raccontano, susseguitisi in città durante quell’ultimo lustro di secolo. Fatti del tutto ordinari alcuni, di cui si tralascia il racconto, e meno ordinari e finanche di cronaca nera altri, tutti registrati nella “Cronaca dei Sindaci di Brindisi 1529‐1787” scritta dai due sacerdoti brindisini Pietro Cagnes e Nicola Scalese e pubblicata da Rosario Jurlaro nel 1978. Fatti, quelli che si trascrivono di seguito, che in qualche modo assemblano una specie di notiziario brindisino di quel lustro, uno spaccato sociopolitico della città, un riflesso di realtà e problematiche urbane di un’epoca lontana, anche se comunque non da troppo tempo scomparse o, forse, non ancora scomparse del tutto: delitti passionali, invidie e xenofobie, ragazze madri e neonati abbandonati, diritti dei lavoratori violati, prelati d’ogni rango coinvolti in storie criminose, giochi d’azzardo, militari che invadono le sfere civili, tempi lunghissimi per eseguire opere pubbliche, vertenze e controversie economiche tra pubblico e privato, eccetera. «A 4 settembre 1595 passò da questa a miglior vita l’arcivescovo Andrea de Aijardes, il quale fu avvelenato, dove ne fu inquisito Giovanni Figueroa, che si diceva, che lui l’avesse fatto avvelenare, per la morte del quale venne in questa città un consigliero da Napoli, Giovanni Tomaso Vespoli, il quale carcerò detto Giovanni, e lo portò in Napoli, insieme con Matteo della Ragione per detta causa. Il 20 ottobre i medici Giovanni Maria Moricino e Marcello Barlà furono carcerati nel castello di terra per ordine del regio consigliero per commissione di S. Eccellenza soluti vinculis, et catenis si obbligano di tener loco carceris detto castello sotto la pena di ducati 2000 per cui entraron fideiussori dottor Antonio Leanza, Giovanni Battista de Napoli, Giovanni Andrea Monetta, ed Angelo Pappalardo.» 164  


[Si trattò del giallo più clamoroso del secolo. Quel presunto omicidio per avvelenamento dell’arcivescovo Andres de Ayardi, infatti, rimase giudizialmente irrisolto e i suoi due medici, entrambi illustri personaggi brindisini, sospettati e incarcerati, furono poi rilasciati perché poterono provare la loro estraneità. Per quanto attiene la sorte di Giovanni Figueroa, questi non fece più ritorno a Brindisi, ma: “Si è pure sospettato che i motivi de’ disgusti tra l’arcivescovo Andrea e Giovanni Figueroa fossero stati, perché quegli da diligente ed ottimo prelato, chiedeva dal Figueroa stretto conto de’ mobili della Chiesa involati durante la lunga vedovanza di circa sei anni seguita alla morte dell’anteriore arcivescovo, Bernardino de Figueroa, di lui zio"]. Il 1º settembre 1596 subentrò a sindaco Giovanni Battista de Napoli: «A dì 19 novembre, giorno di martedì, ad ore 18 fu ammazzato Daniele Coci arcidiacono e vicario capitolare, sedia vacante, per averlo trovato Luca Ernandez in casa di Giovanni Tafuro con sua sorella, moglie di detto Giovanni, dove detto Luca fu pigliato carcerato da Spagnoli della compagnia, e portato a Lecce, e dopo in Napoli.» Il 1º settembre 1597 subentrò a sindaco Giovanni Antonio Piscatore: «Il 16 ottobre il maestro Pietro de Tuccio prende l’appalto, per 80 ducati, di costruire il ponte levatoio al castello dell’Isola [una delle ultime strutture a completamento del Forte a mare la cui costruzione, laboriosa e complessa, si era protratta per quasi 50 anni] … Giovanni Battista Monticelli, che aveva combattuto con propria compagnia a Lepanto nel 1570, ed in altri tempi in altre battaglie, ottiene per la sua famiglia e per sé la patente di nobiltà nonostante l’opposizione dei nobili brindisini Sebastiano del Balzo e Teodoro Pando che dicevano il padre suo Pietro fosse stato maestro d’ascia seu mannese, povero e vile… I Domenicani protestarono che le case di loro proprietà sono quasi tutte rovinate per la malhabitazione di spagnoli et di altre genti di presidio quali vengono e vanno subitamente e mal trattano detti luoghi, et case, così medesimamente de vigneti, territori, in città situati.» Il 1º settembre 1598 subentrò a sindaco Antonio Leanza, nobile e nello stesso anno subentrò a governatore Giovanni Francesco Carducci: «A dì 15 settembre passò da questa a miglior vita la buona memoria del nostro re Filippo II, e successe il figlio Filippo III. Si fecero le esequie in Brindisi, a 10 novembre con aversi posto di lutto il governo a spese della città… A dì 13 novembre venne l’arcivescovo Giovanni Petrosa, il quale dimorò a S. Leucio, cioè nelli Cappuccini una mano di giorni, e non entrò nella città insino a 22 di detto mese… Il 12 febbraio 1599 il frate agostiniano Oronzo Gaza si trova carcerato nel castello grande sotto la custodia del castellano… Il 13 giugno, è battezzata una figlia naturale di Caterina, schiava mora di Visconte Rizzago, commerciante veneto dimorante in Brindisi.» Il 1º settembre 1599 subentrò a sindaco Giuseppe Pascale e nello stesso anno subentrò a viceré Fernando Ruiz de Castro: «Il 20 settembre è gran pericolo di rivoltar la città perché il castellano di mare aveva ordinato ai suoi soldati di togliere il danaro delle gabelle del mosto di vino ai carrettieri che lo portavano ad alcuni privati che non godevano di franchigia ed aveva anche minacciato di incarcerare gli arrendatori della stessa gabella… Tra marzo e aprile dell’anno 1600 vi sono vertenze tra l’arrendatore dei sali per la provincia di Terra d’Otranto Scipione de Raho, i credenzieri del regio fondaco dei Sali e saline in Brindisi Vittorio Pascale, Antonio Sguri e Lattanzio 165  


Tarantino, il fondacchiere Camillo Coco e gli amministratori della città… Il 26 maggio Pasquale Villanova fa pubblica promessa di non giuocare ai dadi né ad altro giuoco, sotto pena di far eseguire per la chiesa del Carmine un quadro di sua proprietà del valore di venticinque ducati.» Il 1º settembre 1600 subentrò a sindaco Giovanni Battista Monetta e nello stesso anno subentrò a governatore Luigi de Benardes: «Il 24 ottobre è battezzata una figlia naturale di Speranza, schiava mora di Giovanni Camillo Coci… Sono anche battezzati Camilla “exposita cuius parentes ignorantur” e Francesco “naturalis filius universitatis”. Molti altri battesimi di “espositi” [in genere neonati da ragazze madri che venivano abbandonati, lasciati – esposti – sulla ruota] si ritrovano anche in varie date successive, un fenomeno spesso legato agli arrivi in Brindisi di nuove compagnie di soldati, spagnoli e a volte d’altri paesi, che si avvicendavano di continuo.» A complemento di questo peculiare “notiziario” cinquecentesco di Brindisi, e per meglio intendere quali erano all’epoca “i venti” che aleggiavano sulla città, è interessante rileggere il primo paragrafo di un articolo scritto nel 1978 da Giacomo Carito a proposito della “cultura a Brindisi dalla seconda metà del XVI secolo in avanti”: «Nel XVI secolo si propongono in Brindisi problemi di non poco momento: la formazione di gruppi eretici, l’impoverimento economico determinato dall’espulsione degli ebrei, la definizione di un nuovo ruolo per la città adriatica dopo che l’espansione turca – impedendo il “trafficare nell’Illirico, nella Grecia e nell’Egitto – ridusse la negotiatione in piccolissimi termini, e fù à poco, à poco tralasciato da Brundisini il maritimo negotio”. Generalmente, le scelte e le impostazioni che si assumono nel corso del XVI secolo finiscono con l’essere determinanti e condizionanti anche per i secoli successivi: così è per la ridefinizione militare del porto di Brindisi e per la sempre più marcata presenza, non solo in termini religiosi ma anche culturali ed economici, delle strutture ecclesiastiche.» Ed è anche giusto, infine, ricordare che in quel lustro di fine secolo, tra i brindisini si annoveravano non pochi personaggi di grande levatura, tra i quali, i già citati Gio Battista Monticelli, intrepido comandante militare e lo scrittore storico Giò Maria Moricino, i letterati Nicolò Taccone e Lucio Scarano, il giurista Ferrante Fornari e, niente meno che Giulio Cesare Russo – Fra’ Lorenzo – il più illustre figlio di Brindisi di tutti i tempi.

La Cronaca dei Sindaci

Il Viceré Guzman

Ferrante Fornari

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Fra’ Lorenzo


Il Forte a mare sull’isola di San Andrea – contiguo al preesistente Castello Alfonsino – La sua costruzione culminò alla fine del XVI secolo dopo quasi 50 anni di laboriosi e complicati lavori, eseguiti sul progetto iniziale di Antonio Conde e le successive modifiche introdotte da vari tra i più rinomati architetti militari dell’epoca, che via via intervennero 167  


Compie 400 anni ‘quasi al suo posto’ la fontana Pedro Aloysio De Torres Pubblicato.su.il7.Magazine.del.23 novembre.2018

Il famoso libro “Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi” fu pubblicato nel 1674 dal padre Andrea Della Monaca, Provinciale dei Carmelitani di Brindisi. Come ben risaputo, quel libro fu plagiato dall’inedito “Antiquita’ e vicissitudini della città di Brindisi” di Giovanni Maria Moricino, medico e filosofo brindisino, morto nel 1604. Del Della Monica, pertanto, risulta originale solo l’XI Capitolo del libro V, l’ultimo, che tratta degli avvenimenti in Brindisi dal 1604 al 1671. Contemporaneo quindi di quegli avvenimenti accaduti mentre la città apparteneva allo spagnolo viceregno di Napoli, Della Monaca ci lasciò questa descrizione, certamente la più antica in assoluto che si ha, della fontana monumentale sita nell’attuale piazza Vittoria: «Pativa la Città d’Acqua, e sentivano non poco scommodo i Cittadini nel mandare a pigliarla hor d’un Aquedotto, e hor d’un altro, e particolarmente da quello, che presso le mura della Città scorreva… però nell’anno della nostra salute 1618 governando la Città per il Re uno spagnuolo di gran prudenza, bontà, integrità e sopra tutto di gran resolutione, chiamato Pietro Aloysio de Torres considerando tanto difetto in un’habitazione riguardevole, si pose in pensiero di darci opportuno rimedio, che fu di condurre l’acqua dentro la Città, e distribuirla per diversi luoghi per utile de’ Cittadini… però per non aggravare il publico per la spesa, che doveva farsi, la distribuì fra particolari Cittadini, secondo le forze di ciascheduno, segnando di color rosso le giornate nei Muri delle Case, che con ogni puntualità faceva pagare secondo i giorni da lui stabiliti. Si condusse in questa maniera con ogni celerità l’Acqua per nuovi condotti, e si formò la prima Fontana, che menava con due butti d’acqua in una strada maestra per diritta linea della muraglia predetta [Bastione San Giorgio]. Di là ripigliandosi l’istesso camino, la condusse nella Piazza Maggiore [Piazza Vittoria], in mezzo della quale si fabricò il luogo della caduta dell’acque tutto di Marmi, e prima si sollevò una Colonna, che servì per base d’una gran conca di bellissimo marmo, che da quattro teste di Cavalli lavorate di bronzo, gitta abbondantissime acque, e doppo sin’alzò più sù un'altra Colonna benché più delicata della prima, dalla quale scorressero l’acque nell’immediato Vaso grande predetto dalla bocca di quattro mezzi Cavalletti di bronzo col Capitello vagamente lavorato, e cinto d’una Corona Reale. L’iscrizione scolpita in detto Fonte per restar memoria à posteri d’un tanto beneficio è la seguente: “Petro Aloysio De Torres Praetori, quod...”» L’iscrizione originale, tutt’ora ben leggibile scolpita sull’esterno della bella vasca marmorea, è in latino e tradotta all’italiano è la seguente:

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PIETRO LUIGI TORRES GOVERNATORE, PERCHÉ EMULANDO I ROMANI COLLA SUA AUTORITÀ E PERSPICACIA, E CON GLI AUSPICI DEL RE FILIPPO III E DEL VICERÈ PIETRO GIRON CONTE DI OSSUNA, NONCHÉ COLL’OPERA E COL DENARO DEI CITTADINI, RESTAURAVA L’ANTICO ACQUEDOTTO ROVINATO PER L’INGIURIA DEI TEMPI E DI GUGLIELMO IL MALO E, RIPARANDO I CUNUCULI DELLA VECCHIA CONDUTTURA, NE COSTRUIVA UNA NUOVA, E PER VIA DI ALTRE TUBATURE E SALIENTI, PER TORTUOSO CAMMINAMENTO, RICONDUCEVA L’ACQUA NELLA CITTÀ: ORDINA IL POPOLO BRINDISINO, MEMORE E GRATO PER TANTA COMODITÀ ED ORNAMENTO. NELL’ANNO DELLA SALUTE 1618

La ‘vaga lavorazione’ del capitello, indicata da Della Monaca, si riferisce allo scudo del re Felipe III, solo abbozzato sormontato da tre elmi coronati con un cordone che lo circonda. Sull’esterno della vasca, invece, è chiaramente scolpito lo scudo araldico del capitano De Torres, con cinque torri merlate. La vasca che costituisce il corpo principale della fontana, la gran conca, è di fattura anteriore alla fontana e quasi sicuramente appartenne a un antico fonte battesimale, forse proveniente dal tempietto di san Giovanni al sepolcro, ritenuto essere stato il battistero della vicina Cattedrale di Brindisi edificata nel XII secolo. La più ampia vasca marmorea inferiore, che raccoglie l’acqua che zampilla dalle quattro bocche di bronzo incastonate nella vasca superiore, è racchiusa da una sorta di corona fatta con mezze giare tagliate verticalmente e rinforzate con pezzetti di colonnine, tutte anch’esse di marmo e quasi certamente di riuso da epoca romana. In quell’anno 1618, re di Spagna era Felipe III, viceré di Napoli era Pedro Giron e governatore di Brindisi era il capitano Pedro Aloysio De Torres. Era sindaco della città Cesare D’Aloysio ed era arcivescovo di Brindisi lo spagnolo Giovanni Falces. Il capitano Pedro Aloysio De Torres, a Brindisi dal 1615, fu probabilmente il migliore dei governatori che la città ebbe durante i duecento anni del periodo vicereale e l’episodio relativo al progetto e alla costruzione della fontana, ne costituisce certamente una buona prova. In quegli anni, peraltro, Brindisi si era ripopolata e contava con quasi 10.000 abitanti, un picco non destinato a mantenersi troppo a lungo e che dopo un altro pronunciato decadimento sarebbe ritornato solo sul finire del regno napoletano, nel 1860. E nel 1618 mancava solo un anno alla conclusione della costruzione, iniziata nel 1609, della chiesa Santa Maria degli Angioli con l’annesso monastero delle sorelle cappuccine, opere maestose volute e promosse dall’illustre brindisino Lorenzo Russo, il futuro san Lorenzo da Brindisi, già Generale dell’Ordine dei Cappuccini, che doveva morire a Lisbona l’anno seguente, nel giorno del compleanno 60. La fontana De Torres, nome con cui passò alla storia, continuò per secoli a fornire la sua preziosa acqua ai brindisini con due sole interruzioni, e continua a farlo tutt’ora, anche se oggi a solo scopo ornamentale. Nel marzo del 1715 la fontana smise di erogare acqua per qualche mese finché, a fine ottobre, fu ripristinata. Nel 1729 invece, una nuova interruzione del servizio durò molto di più, sette anni, fino al 1736. Quella indicata dal Della Monaca con il nome spagnoleggiante di piazza Maggiore, all’epoca aveva forma quadrata ma fu, in realtà, denominata in vari altri modi, piazza dei commestibili, mercato, rustica, da basso o della plebe o del popolo e poi, nel 1922, demolito un isolato di vecchie botteghe, fu integrata con la adiacente piazza del Sedile, detta anche urbana e da alto o dei nobili, per così conformare l’attuale piazza Vittoria. 169  


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Piazza Vittoria nel 1926: con la fontana De Torres ancora al suo posto originale e anche il monumento ai caduti di Vitantonio De Bellis

Piazza Vittoria nel dicembre del 1928: con la fontana De Torres al suo nuovo posto 170  


Avendo deciso di collocare al centro della nuova piazza il monumento ai caduti, il Comune deliberò togliere la fontana dalla piazza e spostarla a piazza Anime. Però, il Ministero della Pubblica Istruzione e molti brindisini si opposero a quel progetto e tra di loro il carismatico e battagliero canonico Pasquale Camassa, papa Pascalinu, il quale riuscì finalmente a impedire che la storica fontana scomparisse dalla piazza emblematica di Brindisi. Così, nel 1926, il monumento ai caduti dello scultore Vitantonio De Bellis fu eretto nel centro della piazza, di fronte al palazzo delle poste, e la fontana De Torres rimase al suo posto, alcuni metri più in giù rispetto al monumento, ma ci rimase ancora per poco. Quel monumento ai caduti non fu mai inaugurato e fu venduto alla città di Erchie perché ritenuto poco maestoso per Brindisi, mentre il Comune decise commissionarne un altro allo scultore brindisino Edgardo Simone, per essere però collocato in piazza Crispi, oppure in piazza Dionisi. Liberato così lo spazio centrale in piazza Vittoria, il Comune deliberò nuovamente spostare la fontana De Torres, però questa volta di soli pochi metri, quelli necessari a collocare la fontana nel centro della piazza, proprio nel posto in cui era stato eretto il primo monumento ai caduti. La decisione fu sopportata anche da considerazioni di ordine tecnico, giacché la ampia vasca inferiore della fontana, nella sua posizione originale era molto bassa e perciò restava spesso invasa da fango, e quant’altro, convogliata dalle acque piovane e di scolo. Il canonico Camassa nuovamente volle opporsi alla delibera e, nel mese di maggio del 1928, pubblicò un opuscolo stampato nella Tipografia del Commercio Vincenzo Ragione, intitolato “Una fontana storica” in cui sosteneva la sua posizione, citando a sostegno anche le opinioni di eminenti scientifici, italiani e stranieri, contrari ad ogni eventuale spostamento e concludendo: «Ho creduto opportuno riferire i giudizi che intorno alla fontana De Torres hanno autorevolmente espresso i sullodati insigni archeologi e cultori della storia dell’arte, per dimostrare che, se da un decennio, serenamente affrontando l’impopolarità e il sorriso canzonatorio di alcuni amici, ho doverosamente lottato per la conservazione e inamovibilità dello storico monumento, mi trovo in ottima compagnia». Ma questa volta papa Pascalinu non ebbe successo: il 10 ottobre 1928, come immortalato dal fotografo Pietro Acquaviva, la fontana De Torres fu traslata dalla sua posizione originaria all’attuale: un po’ più elevata, ma solo pochi metri più in là. E papa Pascalinu - credo - nel suo intimo si consolò sapendo che, definitivamente, aveva comunque scongiurato per sempre ogni eventuale proposito di spostare la fontana fuori dalla sua piazza, che era stato da sempre - credo - il suo obiettivo principale.

Scudo di Felipe III Primo piano della vasca superiore Scudo di P. Aloysio De Torres

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Spostamento della fontana il 10 ottobre 1928 – Foto di Pietro Acquaviva 172  


Mamma li turchi! Cronache brindisine di scorrerie, rapimenti, schiavi e quant’altro Pubblicato.su.il7.Magazine.del 29 febbraio 2019

La caduta di Costantinopoli in mano agli Ottomani il 29 maggio 1453, oltre a significare la fine dell’Impero Romano d’Oriente, determinò un profondo cambio geopolitico per l’intera Europa e specialmente per le regioni del Mediterraneo orientale, per le quali fu soprattutto l’equilibrio militare marittimo a rimanere scosso decisamente a favore dell’impero ottomano, perlomeno per più di un secolo, fino a quando il 7 ottobre 1571 a Lepanto ci fu una prima grande vittoria dell’armata cristiana sull’impero ottomano. In questo contesto, sul finire del XV secolo – ed ancor più in quello seguente – in particolar modo nei mari della Terra d’Otranto, lo scacchiere divenne complicato e continuamente cambiante, con la presenza di tanti protagonisti di peso e dagli interessi contrapposti: la repubblica marinara di Venezia, la Francia di Francesco I, il regno spagnolo di Napoli dell’imperatore Carlo V e l’impero ottomano di Maometto II, il quale rivendicava apertamente i suoi diritti di possesso su Brindisi, Otranto e Gallipoli, in quanto antichi porti dell’impero bizantino da lui conquistato. All’alba del 28 luglio del 1480, alcune decine di migliaia uomini a bordo di un’imponente flotta turca composta da un paio di centinaia di navi, giunsero a Valona e da lì salparono verso le coste salentine per sbarcare poco a nord di Otranto, presso i laghi Alimini, nella baia poi detta “dei turchi”, da dove si diressero verso la città mettendola a ferro e fuoco. E anche se fu abbastanza accreditata l’idea che l’ammiraglio ottomano Gedik Ahmet Pascià avesse puntato su Brindisi prima di dirottare su Otranto per ragioni meteorologiche, in effetti, la scelta di Otranto probabilmente non dovette essere solo un ripiego occasionale, giacché quella città era palesemente indifesa, mentre Brindisi aveva ricevuto rinforzi, e in più era infestata da una temibile peste. Comunque siano andate le cose, certo è che quell’evento ebbe così tanta risonanza che a Brindisi crebbe enormemente la percezione dell’ineluttabilità di un prossimo sbarco turco sulla città. Una città per la quale non era certamente nuova né ingiustificata quella paura – di fatto già atavica – all’invasione barbarica proveniente dal mare. Così, in quello stesso 1481, Brindisi fu fatta fortificare dal re aragonese Ferdinando I, che ordinò al figlio Alfonso la costruzione di una grande fortezza sulla punta occidentale dell’isola Sant’Andrea all’ingresso del porto. E le opere di difesa costiera proseguirono anche con l’avvento degli spagnoli sul trono di Napoli, Ferdinando il cattolico prima, l’imperatore Carlo V dopo, Felipe II, e così via: nella prima metà del secolo XVI si costruì il Forte a mare contiguo al castello Alfonsino e, a partire dall’anno 1569, furono edificate in serie lungo il litorale, ben quattro nuove torri – Testa, Penna, Mattarelle e Guaceto – che vennero ad affiancare la preesistente angioina Torre Cavallo, il tutto come conseguenza del costantemente rinnovato timore di nuove scorrerie e saccheggi da parte di turchi e barbareschi. Scorrerie e saccheggi che, in effetti, ci furono, perdurarono per tutto il secolo XVII e continuarono – pur diradandosi – anche nel XVIII. 173  


Tra gli assalti più prossimi a Brindisi: Il 27 luglio 1537 i turchi sbarcarono a Castro, ottenendo la resa dal comandante del castello dietro assicurazioni che sarebbero state rispettate la vita e gli averi degli abitanti. Più che i patti, naturalmente non osservati considerato il gran numero dei catturati, influirono sulla resa le ingenti forze – 7000 fanti e 500 cavalli – messe a terra dai turchi. Il 1° gennaio 1547 fu assalito San Pancrazio da cui, colti in piena notte, furono portati via gli abitanti che poi, in parte furono riscattati e in parte furono portati in Turchia e venduti come schiavi. Le mire dei turchi poi, si rivolsero anche al santuario di Leuca, il quale subì più volte saccheggi insieme con le vicine terre del Capo: Salve, Gagliano, San Giovanni di Ugento, Marina di Cesaria e altre. E nel 1594 ci fu addirittura un clamoroso tentativo di saccheggiare Taranto quando, tra il 14 e il 22 di settembre, sbarcati da un centinaio di navi, orde turche condotte dal rinnegato messinese Sinan Bassà Cicala, in più riprese tentarono – vanamente – di entrare in città. Uno degli aspetti più terrifici di quelle scorrerie turche, nonché di quelle barbaresche, era il sequestro indiscriminato degli abitanti cristiani sorpresi dagli assalitori, che venivano poi schiavizzati e venduti nei vari mercati nordafricani o che, nel migliore dei casi, venivano rilasciati dietro il pagamento di un congruo riscatto. Si trattava di fatto di un mercato fiorente su un istituto, quello della schiavitù, in realtà molto antico e, comunque, considerato del tutto normale all’epoca, praticato sistematicamente e massivamente da entrambi i contendenti: i musulmani da una parte e i cristiani dall’altra. I catturati, provvisoriamente raccolti in posti vicini, come per la Puglia erano Valona o una qualunque delle isole vicine, in seguito erano concentrati in città più lontane, come Costantinopoli, Tunisi, Tripoli, Algeri, e sottoposti a duri trattamenti, sempre che non fossero condannati ai remi. Esposti nei bazar, se ne dibatteva la vendita, oppure si fissava il prezzo del riscatto che era notificato a congiunti o a incaricati da questi perché la somma fissata fosse raccolta ed inviata. Si sviluppava così un vero e proprio mercato, per il quale, di fronte ai depositi degli schiavi infedeli, ne sorgevano altrettanti nelle città degli stati cristiani, come a Napoli, Messina, Palermo, dove si effettuavano le compravendite o dove mediatori laici ed ecclesiastici s’incaricavano di agevolare lo scambio degli infelici. Ebbene, tutto quanto riferito ritrova riscontro in più occasioni anche tra le righe delle cronache cinquecentesche e seicentesche della nostra città: cronache di scorribande di assalti di rapimenti o di pagamenti del riscatto, ma anche cronache d’acquisto di schiavi musulmani e di giovani schiave “che incanutivano al servizio dei nobili brindisini perché morissero sterili o madre di schiavi cui il padrone concedeva il nome della casata perché fossero, come schiavi, sempre più legati a lui”, o cronache di battesimi e morti o di liberazione degli stessi schiavi, eccetera. Per esempio, dalla Cronaca dei Sindaci di Brindisi 1529-1787, scritta da Pietro Cagnes e Nicola Scalese, pubblicata da Rosario Jurlaro nel 1978: «…Il 25 maggio 1553 si perfeziona l’atto di vendita di un’abitazione di Filippo Capasa promessa in vendita dal fratello mentre Filippo era prigioniero dei turchi, per il riscatto del quale si era resa necessaria la somma anticipata dall’acquirente. Il 13 giugno 1599 è battezzata una figlia naturale di Caterina, schiava mora di Visconte 174  


Rizzago, commerciante veneto dimorante in Brindisi. Il 17 aprile 1600 è battezzata una figlia naturale di tale Lucia, schiava fatta cristiana e il 24 ottobre è battezzata una figlia naturale di Speranza, schiava mora di Giovanni Camillo Coci. L’11 maggio 1620 nella cattedrale si sono fatti funerali per Domenico Bucicco, morto schiavo dei turchi. Il 5 agosto 1628 Ferdinando Bassan libera il suo schiavo turco Sciti Jaza a richiesta del greco Pietro Ullano perché potessero, in cambio, essere liberati alcuni cristiani dai turchi e il 26 novembre, dopo essere stata istruita e catechizzata dall’arcivescovo Giovanni Falces, è battezzata dallo stesso, alla presenza del castellano grande Francesco Carrillo de Santoia, Anna Maria Mancipia, schiava turca del capitano della coorte spagnuola residente in Brindisi Diego Marziale d’Agusti. Il 13 giugno 1637 il capitolo della cattedrale dà un aiuto economico al cantore della chiesa di Maruggio che andava mendicando per aver fuggito da mano di turchi quando pigliarono Maruggio - il 13 giugno 1630. Il 31 gennaio 1667 un sacerdote greco raccoglie elemosine in Brindisi per il riscatto di schiavi cristiani dai turchi. Il 6 maggio 1672 il capitolo della cattedrale dà due carlini di elemosina ad un uomo che era fuggito dalla prigionia dei turchi lasciando il figlio che sperava di riscattare e il 10 agosto dà dieci grana di elemosina ad un sacerdote greco scappato dalla dai turchi. A dì 5 agosto 1673 giorno di sabato su la mezza notte fu integralmente saccheggiato dalli turchi Torchiarolo, con morte di quattro persone di detto casale e ottantaquattro ne furono fatti schiavi. A dì 10 ottobre 1676 una galeotta turchesca fece sbarco tra la torre della Penna e la torre delle Teste, e fece dodici schiavi dalle masserie vicine e a Brindisi – a causa del grande spavento per quell’assalto così prossimo alla città – si fece costruire la muraglia, ovvero cortina, che sta attaccata tra il torrione dell’Inferno con quella della porta di Mesagne. Nel luglio 1681 Specchiolla, presso San Vito dei Normanni, malgrado la resistenza opposta dai terrazzani, fu saccheggiata dai turchi. Dal 1686 al 1694 molte famiglie di Brindisi, tra le quali Vavotico, Samblasio, Seripando, Montenegro, Stea, Pizzica, Vitale, Brancasi, Sarmiento, Ripa ed altre, acquistano schiave e schiavi turchi ‘a cristianis captos’ in Ungheria e in Grecia. Il 2 settembre 1688 è sepolto in cattedrale Gabriele, schiavo turco di Carlo Lata, battezzato in Brindisi e il 7 dicembre 1695 viene sepolto in Brindisi Antonio figlio di Teresa, turca fatta cristiana, serva di Nicolò Romano. Il 28 luglio 1701 è sepolta Anna de Marco, il 30 luglio Maddalena Cuggiò ed il 9 ottobre Nicolò Montenegro, tutti i tre defunti con la specifica ‘ex genere turcarum’ che vuol dire: schiavo della famiglia di cui porta il nome. Il 20 marzo 1703 il capitano di barca di ventura Coci Dimitri Tirandafilo dichiara di avere avuto incarico di riscattare dai turchi quattro schiavi di Taranto, ossia Antonio Francesco Batta, Antonio Minzulo, Cataldo Chierono, Antonio Nicola de Totero, e di avere riscattato gli stessi grazie a Giorgio Papa di Corfù con duecento dodici piastre siciliane di Spagna in argento, più cento quaranta piastre occorse per tramezzaneria di altri turchi ed il nolo della barca fino a Brindisi ove sono in quarantena i riscattati. E dice dell’aiuto ricevuto dall’Opera del monte della miseria di Napoli per quel riscatto. Mentre si trova in quarantena del porto di Brindisi il 29 giugno 1707, dichiara degli stessi aiuti dell’Opera, Stefano Papa, epirota della città di Salina, nipote di Giorgio Papa con il quale si dedica a riscattare cristiani da schiavitù da diverse parti di Turchia...» 175  


Galeone del Secolo XVII – Olio di Willem van de Velde, 1670 176  


Al centro di un conflitto: Brindisi dal 1799 al 1801 Dal riformismo carolino alle riforme di età napoleonica Terra di Brindisi fra XVIII e XIX secolo - 16 Aprile 2019 Il 7 marzo 1799 il generale francese Alexandre Dumas lasciò l'Egitto, dopo aver partecipato alla campagna napoleonica, diretto in Francia a bordo della Belle Maltaise, una nave militare dismessa, in compagnia del suo amico, il generale Jean Baptiste Manscourt du Rozoy, del geologo Déodat Gratet de Dolomieu, di quaranta soldati francesi feriti e numerosi civili maltesi e genovesi per un totale di quasi 120 imbarcati. Durante la navigazione però, la vecchia nave cominciò a fare acqua e finalmente, a causa del maltempo dovette rifugiarsi nel porto di Taranto, nel Regno di Napoli, dove Dumas e i suoi compagni si aspettavano un ricevimento amichevole, avendo saputo che il regno era stato rovesciato dalla Repubblica Partenopea instaurata sul modello della Francia repubblicana. Ma quella repubblica, costituita a Napoli il 21 gennaio 1799, era risultata precaria e nelle province del sud aveva presto ceduto alle forze filoborboniche dell'esercito della Santa Fede guidato dal cardinale Fabrizio Ruffo, fedele al re Ferdinando IV, che dalla Sicilia era sbarcato sulla penisola e la stava risalendo con l'intenzione, poi finalmente concretizzata, di raggiungere Napoli e di restaurare il potere monarchico, combattendo le forze francesi presenti sul territorio del regno. La cattura dei naufraghi fu inevitabile e le autorità sanfediste che da una settimana, dall'8 marzo, ricontrollavano la piazza di Taranto, imprigionarono Dumas, Manscourt e il resto dei passeggeri francesi della Belle Maltaise, confiscando quasi tutte le loro cose. Durante i primi giorni da recluso, nei quali gli fu impossibile riuscire a parlare con un qualche ufficiale di alto rango a cui chiedere spiegazioni sulla sua prigionia, Dumas ricevette la visita di un personaggio enigmatico, Giovanni Francesco Boccheciampe, presunto fratello del re di Napoli, ma in realtà disertore corso che da poco più di un mese era sorto a capo delle forze sanfediste della provincia di Lecce, riconquistandola quasi tutta alla corona borbonica, Taranto inclusa. Ma neanche da costui ebbe un qualche chiarimento circa la sua detenzione. L'avventuriero Giovanni Francesco Boccheciampe aveva acquistato improvvisa fama rocambolescamente quando, giunto il 14 febbraio a Brindisi, era stato creduto essere il fratello del re di Napoli ed era stato acclamato capo armato dei locali controrivoluzionari sanfedisti. Qualche settimana dopo, il cardinale Ruffo fece chiedere ai due generali francesi prigionieri a Taranto, Dumas e Manscourt, di comunicare ai comandanti delle forze francesi ancora in Napoli, una proposta di scambio di prigionieri: loro due in cambio proprio di quello stesso corso controrivoluzionario, Boccheciampe, catturato dalle truppe francesi che il 9 aprile erano giunte nel porto di Brindisi al seguito del vascello Généreux – proveniente dall'Egitto, scampato alla disfatta di Abukir – ed avevano occupato la città. Inviata a Napoli quella proposta però, il cardinale Ruffo perse interesse in quell'eventuale scambio di prigionieri, quando sospettò che il Boccheciampe fosse stato fucilato dai francesi quale disertore, evento in effetti verosimilmente avvenuto tra il 18 e il 19 aprile nei pressi di Trani, per ordine del generale J. Sarrazin. 177  


E così, sfumata ogni possibilità di liberazione immediata, dopo quasi sette settimane dalla loro detenzione, il 4 maggio Dumas e Manscourt furono dichiarati prigionieri di guerra dell'esercito della Santa Fede, mentre quasi tutti gli altri naufraghi della Belle Maltaise furono liberati. In un documento che riposa nell'Archivio di Stato di Taranto – di fatto un assurdo decreto di prigione indefinita, senza accusa ne processo – datato 8 maggio 1799, si legge: «Dumas e Manscourt rimarranno rinchiusi nella fortezza reale della città [il castello aragonese di Taranto] custoditi dal comandante militare della fortezza, Giambattista Teroni, fino a quando possano essere consegnati a Sua Eminenza il cardinale D. Fabrizio Ruffo, servo di Sua Maestà Fernando IV, che Iddio lo benedica sempre […]»

Per il generale Dumas, era così iniziata una lunga e penosa prigionia, che doveva concludersi a Brindisi due anni dopo. Due anni di grandi sofferenze per il generale prigioniero e due anni di eventi, che a momenti furono veramente incalzanti, trascorsi in una Brindisi ignara di quell'appuntamento frugale con la leggenda – quella del conte di Montecristo – che la storia gli aveva posto in serbo. Il generale Dumas, infatti, oltre ad essere «un militare sperimentato, un fervente repubblicano e un uomo di grandi convinzioni e spiccato valore morale. Famoso per la sua forza fisica, la sua destrezza con la spada, il suo coraggio e la sua naturale capacità a districarsi con disinvoltura dalle situazioni più difficili, fu anche conosciuto per la sua impertinenza arrogante e per i suoi problemi con le autorità. Fu un generale tra soldati, temuto dai nemici ed amato dai suoi uomini, un eroe in un mondo in cui tale appellativo non si attribuiva alla leggera»1

fu anche il padre del prestigioso romanziere Alexandre Dumas, autore dei Tre moschettieri e del Conte di Montecristo, i due arci famosi romanzi per i quali l'indubbio ispiratore fu proprio quel padre generale con la sua rocambolesca esistenza2: quella di Thomas Alexander Davy de la Pailleterie, o più semplicemente Alex Dumas, come preferì firmarsi dopo essere asceso per merito proprio fino al grado di generale di divisione3. Ebbene, all'incirca quegli stessi due anni in cui il generale Dumas rimase prigioniero del regno napoletano, videro Brindisi, dove quella celebre prigionia si concluse, spettatrice e protagonista di tutta una serie di altri eventi rilevanti, che la resero partecipe – a volte attiva e passiva altre volte – della convulsa storia d'Italia e d'Europa trascorsa a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Nella storia occidentale, il 1799 fu indubbiamente un anno rilevante, l'anno in cui stava per dilagare sull'Europa intera, con tutto il suo bagaglio rivoluzionario, l'uragano napoleonico piombato alla ribalta della storia universale al seguito della Rivoluzione francese scoppiata da un decennio. Un anno vissuto a Brindisi da una città che, anche se con i suoi meno di seimila abitanti non attraversava certo uno dei suoi tempi migliori con i lavori di restauro del porto nuovamente sospesi, si pregiava comunque di avere come arcivescovo l'illustre Annibale De Leo4 – già fondatore della biblioteca pubblica arcivescovile – e di contare con prominenti cittadini della levatura di Teodoro Monticelli4 e di Carlo De Marco4. 178  


Un anno in cui la città si trovò a dover essere campo di battaglia tra sanfedisti e repubblicani, caposaldo della controrivoluzione popolare e per pochi giorni territorio conquistato dai repubblicani francesi, mentre era sindaco l'eclettico personaggio Francesco Gerardi5. Napoli, la capitale del regno, cadde nel caos dopo che il 22 dicembre 1798 il re Ferdinando IV l'abbandonò rifugiandosi a Palermo, avendo fallito nel suo intrepido tentativo di liberare Roma dalle truppe francesi e lasciando sgombra la strada al generale napoleonico Jean Etienne Championnet. Così a Napoli, il 24 gennaio 1799, i giacobini proclamarono la repubblica. A Brindisi le notizie giunsero l'8 febbraio, quattro giorni dopo che nel porto era arrivato un bastimento mercantile con a bordo Vittoria e Adelaide, due principesse francesi zie del re Luigi XVI accompagnate da un folto gruppo di nobili e alti prelati, in fuga dalle truppe napoleoniche che erano già penetrate nel regno di Napoli e in attesa di un imbarco sicuro verso Trieste, o verso Oriente dove flotte russe turche e inglesi tenevano assediata Corfù, destinata presto ad essere liberata dall'occupazione francese e dove, in effetti, dopo varie settimane d'attesa furono infine accompagnate le due principesse con il loro seguito. Poi, nei seguenti mesi, specialmente nei giorni trascorsi tra il 14 febbraio e il 16 di aprile, in città si susseguirono fatti clamorosi e per certi aspetti anche rocamboleschi, perfetto riflesso della situazione politica e militare del tutto caotica in cui si ritrovò a versare in quel frangente storico, l'intero sud della penisola. Dalla cronaca che Giovanni Tarantini4 redasse verso metà '800, conservata nella Biblioteca Arcivescovile De Leo di Brindisi, riscritta e integrata da quanto manoscritto da Tommaso Cinosa nel suo Compendio storico della città: «Era giunta intanto la notizia che i francesi avevano occupato la capitale, e credendo il basso popolo che nella città vi fossero di quelli che congiurassero contro del sovrano, dietro l’esempio di altre città di Puglia tumultuò la notte dal 13 al 14 febbraio, pretendendo così di prenderne la difesa. […] Alcuni emigrati corsi guidati da un tal Buonafede Gerunda di Monteiasi [Taranto] giunsero in quel giorno colla veduta di trovare un imbarco, essendosi dichiarati contrari alla rivoluzione francese. Erano cinque. Sia stato comunque il come, corse voce nel popolo che uno di quelli [Casimiro Raimondo Corbara] fosse il principe ereditario Francesco [e che un altro, Giovanni Francesco Boccheciampe, fosse il fratello del re di Spagna]. Tanto bastò perché non si pensasse più alle persecuzioni, ma ad onorare il voluto principe, menandolo alla Cattedrale. […] Il voluto principe, consigliato a secondare pel meglio il comune errore, sostenne bene la sua parte, e con una certa autorità che cominciò a spiegare ottenne e volle si sedasse il tumulto, e che fossero posti in libertà gli arrestati. […] Dopo di ciò il principe da scena Corbara si imbarcò per Corfù [via Otranto] onde ottenere, egli diceva, dalle potenze alleate soccorsi e truppe regolari a difesa comune. Rimasero a Brindisi due del suo seguito, Boccheciampe e De Cesari [Giovan Battista], i quali radunarono molta truppa a massa per avvalersene al bisogno. […] Il giorno 9 aprile al far del giorno fu veduto sulle acque della vicina Torre Penna un grosso vascello da guerra che poco dopo si trovò in faccia alla fortezza di mare. Era un vascello francese nominato Genereux, al quale nella disfatta di Abukir era riuscito di scampare e non divenir preda della flotta inglese comandata da Nelson. 179  


Lo seguivano quattro trasporti con mille uomini da sbarco, viveri e munizioni da guerra. […] Si impegnò l’azione tra il vascello e la fortezza, la quale era rimasta spogliata di difensori. Il Boccheciampe e alcuni capi delle masse uscirono del forte, ed andarono a rifugiarsi sulla vicina isola del lazzaretto. Un ufficiale di artiglieria chiamato Giustiniano Albani per tre ore sostenne l’attacco col bravo artigliere di cognome Lafuenti, e maneggiando un solo cannone. […] Rimasto solo l’ufficiale fu obbligato ad inalberare la bandiera bianca ed arrendersi. Capitolò la salvezza della vita per sé e per gli altri, ma i francesi vollero escluso dalla capitolazione il Boccheciampe, che menarono seco prigioniero. Da alcuni è stato detto che l’avessero fucilato, da altri che partiti da Brindisi l’avessero mandato libero. Anche la città dall’alto della collina ove sorgono le antiche colonne dette i segni della resa, e poi spedì sul vascello una deputazione parlamentaria, composta dalle principali autorità, fra le quali l’arcivescovo [Annibale De Leo e il sindaco Francesco Gerardi]. Fu la deputazione molto bene accolta, ed anche trattenuta alla mensa. Ebbe quindi l’incarico di assicurar la città che sebbene sarebbe occupata dalla truppa, pure questa vi entrerebbe da amica»6.

E, direttamente dal "Compendio historico della città dalla di lei fondazione al corrente anno MDCCCXVII " di Tommaso Cinosa: «Sul mezzogiorno sbarcati da trabbaccolli che seguivano il vascello, in numero di circa mille uomini, occuparono la fortezza e la città. La tennero per otto giorni, nei quali, la notte del 10, ebbero un attacco dalla truppa a massa venuta in sotto le mura, la quale avendo conosciuto inutile ogni tentativo di scacciare il nemico retrocedé nella vicina Mesagne, ove si sciolse. Il dì 16 premurati da replicati ordini del generale di Bari, inchiodati i cannoni e buttata in mare la polvere della fortezza, evacuarono la città partendo per quella volta. […] La città restò in una somma tranquillità, molto più che ci era la vicina speranza di vedere presto nel nostro porto i soccorsi promessi dalla flotta di Corfù, cui già quella città si era resa»6.

Accadde, in effetti, che tutte le truppe francesi stanziate nel meridione del regno di Napoli, in seguito alle notizie delle sconfitte subite in Lombardia a opera dell'esercito austriaco, ricevettero l'ordine di sgomberare e di concentrarsi su determinate posizioni strategiche da continuare a mantenere sul territorio del regno. Così, anche dopo che i sanfedisti del cardinale Ruffo ripresero Napoli il 13 giugno, il re Ferdinando IV rimase ancora per tre anni a Palermo e quando ritornò a Napoli ci rimase per poco più di tre anni, per poi tornarsene di nuovo a Palermo ed attendere il trascorrere del lungo "decennio francese", durante il quale sul trono di Napoli sedettero i due re napoleonici: Giuseppe Bonaparte prima, e Gioacchino Murat dopo. Poco dopo la partenza delle truppe d'occupazione francesi, giunsero nel porto di Brindisi tre fregate russe e una turca. E, su una corvetta napoletana, giunse anche il cavaliere Antonio Micheroux, ministro plenipotenziario borbonico presso l'armata russo-turca, il quale si trattenne in città per un paio di giorni, lasciandola poi guarnita di un contingente russo. La situazione però, non è del tutto vero che, come scritto dal Cinosa, fosse poi così tranquilla, giacché la sommossa sanfedista e la pur breve occupazione francese della città, avevano prodotto innumerevoli azioni e controazioni, nelle quali molti brindisini 180  


erano rimasti pericolosamente coinvolti. A tale proposito, la Cronaca dei sindaci di Brindisi 1787‐1860 redatta da Rosario Jurlaro nel 2001 – dalle diverse fonti in essa citate – riporta: «I tumulti di febbraio crearono panico. I cittadini di Brindisi pensarono subito a salvare i risparmi e quanto potevano avere di prezioso. […] A 13 febbraio 99, mercoledì, ad ore quattro della notte se ne passò da questa a miglior vita [nella sua casa a Lecce] il nostro preside della provincia di Terra d’Otranto, Francesco Marulli dell’età di anni sessantadue. Si disse che la causa fosse il gran timore presosi, quando la domenica andò tutto il popolo tumultuante da lui. Altri vogliono che lui stesso s’avesse ammazzato con pigliarsi il veleno per aver giurata tanto lui quanto tutto il tribunale come si dice fedeltà alla Repubblica francese. […] Boccheciampe, fatti arrestare [il 6 marzo] i ministri del tribunale di Lecce in fama di giacobini, li mandò al Forte a mare di Brindisi tra turbe fanatiche che per poco non li uccisero. […] Giuseppe e Pietro Montenegro di Brindisi, padri celestini in Lecce, rischiarono di essere linciati dalla plebe leccese perché li considerava giacobini e come tali furono poi processati. Sbarcati i francesi a Brindisi, i patrioti repubblicani del Salento si adoperarono per schiacciare la controrivoluzione capeggiata da De Cesari. Andrea Tresca da Lecce si adoperò allora per ridare libertà ai prigionieri fatti da Boccheciampe e detenuti l’8 marzo nel castello marittimo di Brindisi dove si sa che era anche Francesco Persano. […] D. Paolo Ferrari di Parabita figlio del fu d. Giacinto Ferrari e di d. Mafia Antonia Beamount, nell’entrata de' francesi del dì 9 del corrente mese fu ammazzato, e poi nel giorno 17 fu data sepoltura al cadavere nella chiesa de' P.P. Riformati del Casale coll’associamento di un solo prete. […] L’arcivescovo De Leo fu ridotto alle massime angustie dalle così dette truppe repubblicane straniere, che il 9 aprile da nemiche invasero questa nostra città. Esse purtroppo abusando della licenza militare, tennero il di lui Episcopio non sol come locanda, ma come taverna aperta incessantemente a lor discrezione, e dove gli uffiziali superiori arbitrariamente s’intrudevano e stravizzavano con eccessiva insolenza a spese del prelato, dilapidando così il patrimonio de' suoi poveri. […] Partiti i francesi, subito scesi dalle tre navi moscovite i soldati coll’ufficiali hanno fatta la carcerazione di cinque intere famiglie, cioè una del castellano [Giovanni Bianchi] l’altra dell’arcivescovo ed altre. Il detto giorno è arrivato un ambasciatore moscovito in Lecce e subito partì il signor preside [Tommaso Luperto] per Brindisi per far sospendere la giustizia che li moscoviti volevano fare di fucilare tutte quelle cinque famiglie da loro carcerati. […] Molti però, furono i repubblicani giacobini, o presunti tali, della Terra d’Otranto che furono imprigionati e processati a Lecce e, nelle carceri napoletane di Portici e Granili, tra le migliaia di prigionieri della repressione borbonica del 1799, risultarono essere di Brindisi il militare Giovanni Pagliara, nato nel 1777 figlio del dottor fisico Giacinto e di Saveria Carasco figlia del notaio Pasquale, e lo studente Cherubino Balsamo, nato nel 1776 figlio di Domenico e di Grazia Maiorano di Piano di Sorrento»6.

Dopo il consolidamento – a metà giugno – della vittoria dei conservatori nella capitale del regno, effimera per chi sapeva leggere il futuro nei fatti correnti, la restaurazione s'impose, pur senza eccessivo scalpore, anche a Brindisi. Sul finire di quell'anno, il 23 novembre 1799, l'arcivescovo Annibale De Leo fece celebrare una messa requiem nella chiesa Cattedrale di Brindisi per la morte del papa Pio VI avvenuta qualche mese prima, in agosto, in Francia, dove era stato forzosamente condotto dalle truppe repubblicane francesi. 181  


Poi, il 3 gennaio del 1800, prevedendo quel che avvenne, mediante rivalsa cautelativa l'arcivescovo affidò al notaio Pasquale Giaconelli gli atti con i quali il 10 ottobre dell'anno 1798 erano stati consegnati gli argenti della Chiesa alla regia corte, una cessione patriotica destinata a divenire, per la futura insolvenza della corte, un'inutile opera di carità. Il 6 maggio lasciò Lecce l'ultrareazionario preside della provincia di Terra d'Otranto, Tommaso Luperto che l'8 marzo del precedente anno 1799 era stato insediato dal fantomatico corso Boccheciampe e che per più di un anno aveva sostenuto la rivalsa giudiziaria borbonica in tutta la provincia. E il giorno seguente, il 7 maggio 1800, giunse "colla grazia del signore Iddio" il nuovo e meno vendicativo preside, Vincenzo Maria Mastrilli marchese della Schiava, proveniente da Taranto, dove era stato insediato dalla Santa Fede come capo politico. Nel settembre 1800, in occasione dell'arrivo a Brindisi di una compagnia di comici, si vietò agli ecclesiastici di assistere alle recite in teatro e il giorno 22, l'arcivescovo De Leo emise un editto nel quale: «Si vietava agli ecclesiastici di qualsiasi grado di presenziare quelle sceniche rappresentanze e si rinnovava [per gli stessi ecclesiastici] il divieto di assistere ai giuochi che si fanno nelle botteghe, spezierie ed altri ridotti, ove concorre ogni sorta di gente»7.

In seguito, l'effimera pace conclusa tra i napoletani e i francesi sul finire dell'inverno 1800-1801 – prima a Foligno il 18 febbraio 1801 e poi a Firenze a marzo – e la sorveglianza permessa a questi ultimi sui porti delle coste adriatiche, sempre usati dagli inglesi per le rotte verso l'Oriente salpando o approdando ora da Trieste ora da Venezia, resero Brindisi campo di frequenti contese e di battaglie. Un campo che i francesi si guardarono bene dal lasciare troppo tempo sguarnito, magari ufficiosamente quando non poterono farlo ufficialmente, e un episodio esemplificativo della situazione politico-militare che regnava in quei primi mesi del 1801, fu quello accaduto il 13 giugno: «Verso le quattro del pomeriggio, un brigantino borbonico, il Lipari, che recava a bordo sessantaquattro soldati al comando del tenente di vascello Ruggero Settimio, ed era seguito da una polacca sorrentina carica di frumento, entra nel porto di Brindisi. Erasi quivi appena ancorato, quando appaiono quattro vascelli britannici, i quali prendono a cannoneggiare con violenza le due navi, che gravemente colpite minacciano di affondare. Accorrono quindi gl’inglesi con una squadra di lancioni, e catturate le artiglierie insieme col comandante e col pilota, tentano di trascinar seco i legni pericolanti. Intervengono a questo punto i francesi, e divampa una furiosa mischia, a cui partecipano le forze brindisine: granatieri francesi e marinai britannici trovano la morte nel conflitto»8.

Questo, in grande sintesi, quanto trascorso di rilevante a Brindisi in quei due fatidici anni durante i quali il generale Alexandre Dumas rimase prigioniero in Terra d'Otranto9, prima a Taranto e poi, negli ultimi sei mesi, a Brindisi, dove l'epilogo fu come è raccontato di seguito.

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Nell'ottobre del 1799 Napoleone, finalmente ritornato in Francia, conquistò il potere eliminando il Direttorio con il colpo di stato del 18 brumaio – 10 novembre – e presto non esitò a intraprendere la seconda campagna d'Italia, rifondando la Repubblica Cisalpina dopo la battaglia di Marengo del 14 giugno 1800. Poco dopo, a settembre, per disposizione del marchese Della Schiava – Vincenzo Maria Mastrilli, preside della provincia di Lecce – Dumas e Manscourt furono trasferiti da Taranto a Brindisi, dove furono reclusi nel castello svevo – o forse nell'Alfonsino – mantenuti, questa volta, in una situazione di gran lunga migliorata. Durante la durissima prigionia a Taranto, infatti, Dumas era rimasto malnutrito e ancor peggio curato per circa diciotto mesi e così, quando giunse a Brindisi, era zoppo, con la guancia destra paralizzata, quasi cieco dall'occhio destro e sordo dall'orecchio sinistro. Il suo fisico era quasi distrutto e arrivò a convincersi che tutti quei suoi malanni si produssero perché sottoposto a un lento e sistematico avvelenamento al quale era sopravvissuto solo perché aiutato da un gruppo locale filofrancese segreto, che gli aveva fornito alimenti medicine libri e altri conforti. Da recluso a Brindisi, Dumas poté conversare regolarmente con un sacerdote di nome Bonaventura Certezza, una specie di cappellano dei castelli, con il quale finì con istaurare una sincera amicizia. Nel museo Alexandre Dumas a Villers Cotterêts in Francia, è conservata una lettera che il padre Bonaventura scrisse a Dumas qualche mese dopo la sua liberazione, il 17 agosto 1801. «Sappi mio caro generale, che ho sempre mantenuto e sempre manterrò vivo dentro di me ciò che sento per te, sentimenti che mi obbligano a rivolgerti eternamente i miei rispetti. Di fatto, non ho tralasciato di muovere neanche una sola pietra, per trattare di ottenere tue notizie. So che ascoltare lodi ti incomoda, però, conscendo il calore del tuo cuore, oso parlarti in questo modo. Magari potessi abbracciarti! – maledetta distanza – Te lo dico di tutto cuore. E se un giorno vorrai visitarmi, a casa mia sempre sarai da me ricevuto a braccia aperte. […]»10

E anche con Giovanni Bianchi, il suo carceriere – castellano di Brindisi dal 1798 al 1802, nonché già sospetto giacobino – Dumas mantenne durante i circa sei mesi della sua permanenza nella prigione del castello di Brindisi una costante e, per quello che le circostanze potevano permettere, cordiale relazione personale e anche epistolare, come si evince da alcune di quelle loro epistole conservate nel Museo Alexandre Dumas. Le cortesi lettere scambiate tra i due, spesso trattavano questioni del tutto triviali, per esempio relative alle vettovaglie, agli indumenti, alle scarpe e quant'altro di cui il generale prigioniero potesse aver bisogno. Finanche, una volta annunciata la prossimità della liberazione, Bianchi inviò a Dumas campioni di stoffa affinché il generale scegliesse quella più adatta a fargli confezionare l'uniforme da indossare nel viaggio, nonché alcuni cappelli tra i quali scegliere il modello che ritenesse più consono per lui. Una relazione insomma, che se pur non esente da qualche screzio, fu migliorando con il passare dei mesi, probabilmente anche a riflesso degli eventi militari che, in corso e sempre più prossimi alle porte del regno, lasciavano facilmente presagire una imminente evoluzione pro-francese della situazione.

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Difatti, verso la fine dell'anno 1800, le forze napoleoniche in Italia sotto il comando del generale Joachim Murat, misero in fuga l'esercito napoletano di Ferdinando IV, il cui governo riprese la via del rifugio a Palermo, e il 18 febbraio1801 a Foligno fu concluso l'armistizio tra le truppe francesi e quelle del re di Napoli, con la firma del generale Murat per la Francia e del generale Damas per Ferdinando IV. E così, subito dopo quelle vicende dell'inverno 1800-1801, alla fine del mese di marzo del 1801, si produsse, finalmente, la liberazione del generale Dumas, che fu inviato alla base navale francese di Ancona, nel contesto di una situazione politico-militare estremamente confusa: Brindisi, ufficialmente sotto il re di Napoli che però era rifugiato a Palermo, dipendeva dalla provincia di Lecce presieduta dal borbonico marchese della Schiava, mentre a Mesagne era insediata una consistente guarnigione francese composta da circa 350 militari, senza uno status formale riconosciuto e ufficialmente in via di smobilitazione. «Nelle riunioni capitolari della ciesa di Ognissanti di Mesagne, ancora il 19 aprile 1801, si discuteva degli obblighi, imposti d’autorità, per dare alloggio, letti o danaro ai soldati del battaglione francese, di stanza in quella terra, costituito da 350 soldati e comandato da Barraire. Le richieste di danaro, da parte del ministro regio David Winspeare, da parte dell’arcivescovo De Leo e dei sindaci per alloggiare e dare il vitto ai soldati francesi, si susseguirono alle date 22 luglio e 31 agosto 1801; 20 marzo e 12 giugno 1802; 22 agosto, 2 settembre e 11 ottobre 1803 e 18 settembre 1804»8.

In effetti, dopo l'armistizio di Foligno e la successiva pace di Firenze del 28 marzo 1801, le navi repubblicane francesi rimasero nel basso Adriatico a sorvegliare quella strategica costa nonché a proteggere le truppe rimaste in terra, con la scusa di dover far rispettare le clausole marittime di quella pace, e solo la pace di Amiens del 25 marzo 1802 accordò che tutti i territori del regno napoletano fossero liberati sia dalle truppe francesi e sia da quelle inglesi e russe, per permettere alla corte borbonica di rientrare da Palermo a Napoli. Ma anche allora, i soldati francesi da tempo insediati nel castello normanno-svevo di Mesagne che avrebbero dovuto sgomberare tra il 30 di aprile e il 5 di maggio 1802, non lo fecero: tergiversarono e cominciarono a partire solo molto dopo, molto lentamente, a più riprese e senza farlo mai del tutto, fin quando, il 15 luglio 1803, l'esercito francese fece ufficialmente ritorno in Terra d'Otranto, a causa delle non meglio precisate "difficoltà sorte tra francesi e inglesi". Di fatto, quei soldati francesi ritornati nei dintorni Brindisi fin dai primi giorni del 1801, non tolsero mai del tutto la loro ingombrante presenza da quel territorio, evidentemente troppo strategico. Una presenza che probabilmente aveva in qualche misura influito sulla liberazione del prigioniero Dumas, liberazione alla quale non doveva neanche essere rimasto estraneo lo stesso generale Murat che, forse non a caso, volle che tra le clausole dell'armistizio, si inserisse quella relativa alla liberazione dei prigionieri francesi.

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Tomas REISS The Black Count: Glory, Revolution, Betrayal, and the Real Count of Monte Cristo Crown Publishers - New York, 2012 Reiss ha soggiornato lungamente in Francia per svolgere ricerche in archivi militari e musei, riuscendo infine ad accedere anche ai documenti inediti custoditi da Elaine, la bibliotecaria del Musée Alexandre Dumas di Villers-Cotterêts dedicato alla storia dei tre Dumas, dopo che la donna era morta senza rivelare la combinazione della sua cassaforte. Il libro di Tomas Reiss, è anche e soprattutto la meticolosa e rigorosa biografia del generale francese Alexandre Dumas, padre dell'omonimo famoso romanziere e nonno dell'altrettanto omonimo drammaturgo. 2

Alexandre DUMAS Mes Memoires A. Cadot Editeur - Paris, 1852

Le prime duecento pagine delle memorie sono dedicate a suo padre, il generale Dumas. «Vedi padre mio che non ho dimenticato nessuno dei ricordi che mi avevi affidato perché li conservassi. Da quando sono stato in grado di pensare, i tuoi ricordi hanno vissuto in me come una lampada sacra, che illumina tutto e tutti quelli che avevi toccato anche se la morte me l'ha portata via» Alexandre Dumas père. 3

Gianfranco PERRI Si concluse in un castello di Brindisi la lunga prigionia del generale Alexandre Dumas, ispiratore del leggendario Conte di Montecristo - Academia, 2019

4

Gianfranco PERRI i 100 personaggi dell’odonomastica di Brindisi che attraversano tutta la storia della città Lulu.com, 2017 Annibale De Leo, a pagina 67 - Teodoro Monticelli, a pagina 68 - Carlo De Marco, a pagina 64 - Giovanni Tarantini, a pagina 74

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Gianfranco PERRI Francesco Gerardi, un eclettico sindaco di fine’700 il7 MAGAZINE settimanale di Brindisi del 1° dicembre, 2017 «[…] Nel 1798 Francesco Gerardi, negoziante d’ogni mare, lo si ritrova eletto sindaco di Brindisi, incarico che nonostante le grandi turbolenze politiche e militari di quegli anni, poté conservare fino a quasi tutto il 1800. Nato il 16 maggio 1746 da Onofrio, Francesco fu battezzato il 17 maggio, posò Isabella Gerardi figlia di Pasquale ed ebbe due figli: Maria Vincenza nel 1782 e Onofrio nel 1785. […] Il 9 aprile il vascello di guerra francese "Généreux" entrò nel porto di Brindisi e intraprese una cruenta battaglia contro le forze sanfediste asserragliate nel forte di mare, riuscendo infine a sopraffarle pur subendo numerose perdite, tra le quali il proprio capitano, Louis Jean Nicolas Lejoille. I francesi quindi, invitarono ed accolsero benignamente sul Généreux il sindaco Gerardi con l’arcivescovo De Leo e le altre autorità civili della città, le quali finalmente mostrarono tutt’altro che ostilità verso gli invasori, e così le truppe francesi poterono sbarcare ed occuparono militarmente la piazza. Il giorno 13 aprile il popolo fu convocato nella Cattedrale per un Te Deum officiato dall’arcivescovo e quando il giorno 14 le autorità militari francesi nominarono i nuovi ufficiali municipali, il sindaco, Francesco Gerardi, fu confermato nella carica repubblicana. Dopo solo qualche giorno però, inaspettatamente il 16 aprile, tutti i soldati francesi lasciarono Brindisi, parte per mare e parte per terra, e non si poté sapere se per un ordine ricevuto o per il sentore percepito che stessero per giungere le navi russe da Corfù nonché gli eserciti sanfedisti dalla Calabria. Effettivamente, le navi moscovite arrivarono a Brindisi dopo qualche giorno e così il sindaco Francesco Gerardi si riscoprì fervente sanfedista “…essendo stato obbligato con la forza dai soldati francesi, alla piantagione del simbolico albero della libertà, in quella infausta domenica del 14 aprile scorso”. Come risaputo però, i napoleonici tornarono a Napoli dopo qualche anno – nel 1806 – e il re Borbone tornò a rifugiarsi a Palermo, restandoci questa volta per un intero decennio, giusto quanto durò il regno napoleonico su Napoli, con sul trono Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo. 185   


E a Brindisi che ne fu in quel decennio dell’ex sindaco borbonico - invero per sette giorni filofrancese - Gerardi? Ebbene, quando fu eletto sindaco per il periodo 1807-1808 Giuseppe Nichitich, noto giacobino, il Francesco Gerardi è tra i membri decurioni - la giunta - della sua amministrazione. Dal 1811 al 1813 fu sindaco di Brindisi Francesco Sala, per diretta nomina murattiana e per tre anni interi, e dalla sua prima delibera decurionale del 3 gennaio 1811, tra i decurioni risulta esserci – anche e ancora – Francesco Gerardi: quindi, indubbiamente collaborazionista per tutto il decennio di governo francese a Napoli. Poi, caduto Napoleone e a restaurazione borbonica già consolidata, il 1° febbraio 1818, il Francesco Gerardi, nella veste formale di "Cavaliere del borbonico sovrano ordine Costantiniano", lo si ritrova a presiedere il rituale di iniziazione a cavaliere di Giuseppe Villanova. Finalmente il 15 settembre 1819, Gerardi quasi settantacinquenne, depositò presso il notaio Tommasi Minunni "sette documenti relativi tutti ai servigi prestati dal medesimo in qualità di sindaco all’epoca del 1799 in 1800 pel fedelissimo real servizio". E perché mai quell’atto? Perché mai proprio in quella data già distante dagli avvenimenti riferiti in quei sette documenti? Perché mai, insomma, il Gerardi considerò in quel momento necessario, o comunque conveniente, documentare formalmente e integralmente quella "allora sua assoluta fedeltà" al Borbone?» 6

Rosario JURLARO Cronaca dei sindaci di Brindisi 1787-1860 Amici della A. de Leo Brindisi, 2001 7

Archivio Della Curia Arcivescovile Di Brindisi - Brindisi, 1800

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Antonio LUCARELLI La Puglia nel Risorgimento Vol. III Dalla rivoluzione del 1799 alla restaurazione del 1815 - Trani, 1951 9

Rapport fait au gouvernement francais par le general de division Alexandre Dumas, sur sa captivité à Tarente et à Brindisi, ports du Royaume de Naples - 5 Mai, 1801 Documento ritrovato da Tom Reiss nella cassaforte del Museo Dumas a Villers Cotterêts 10

Museo Dumas a Villers Cotterêts

Alexandre Dumas, generale di cavalleria – Dipinto di Olivier Pichat 186  


Francesco Gerardi: eclettico sindaco brindisino di fine ‘700 Pubblicato sul il7 Magazine del 1º dicembre 2017

Nella lettura della voluminosa antologia stipata tra i capitoli e i documenti della “Cronaca dei Sindaci di Brindisi dal 1787 al 1860” di Rosario Jurlaro, è inevitabile imbattersi in Francesco Antonio Gerardi, un personaggio brindisino dal protagonismo ricorrente in tutti quei tribolati anni della cronaca cittadina trascorsi a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Si legge di lui in ben 25 pagine distribuite nell’arco di tutta la prima metà delle più di 700 pagine che compongono l’intero volume. Si inizia proprio dalla prima pagina in cui si relata che nel marzo del 1786, tale Antonio Cesarea, affittuario di un giardino delle monache Benedettine vicino alla casa della Deputazione presso Porta Reale, mentre lavorava per risistemarne un settore abbandonato, scoprì accidentalmente un bauletto d’oro - lungo un palmo e alto mezzo - che avrebbe affidato al Francesco Gerardi, commerciante e suo creditore il quale aveva assistito casualmente al rinvenimento. Gerardi convinse Antonio a consegnargli il bauletto dietro promessa di venderlo e rendergli il ricavato, che valutò in principio intorno ai 460 ducati, o forse 600, il cui corrispettivo residuo però, il Gerardi non avrebbe mai completato interamente al Cesarea, per cui la moglie di questi, Tommasa Viola, si protestò creditrice con atto pubblico del 25 novembre 1788, innanzi al notaio Carlo d’Ippolito, presso la casa del canonico Benedetto Montenegro. A detta di Tommasa, il marito cominciò a ostentare il denaro ricevuto e a commentare a vanvera del misterioso ritrovamento finché fu denunciato - sembra addirittura dal suo stesso fratello Teodoro - e dovette spendere gran parte del compenso ricevuto dal Gerardi per difendersi dall’accusa, per cui lei chiese al Gerardi un compenso addizionale, ma sia il Gerardi che il marito, la minacciarono intimandole di non menzionare più con chicchessia quel ritrovamento. La minaccia fu, che se non avesse desistito dal parlare di quel misterioso bauletto d’oro, per giustificare la provenienza del denaro in possesso di suo marito lo avrebbero fatto attribuire al fatto che lei avesse acconsentito ad “atti confidenziali”. A detta di Antonio, invece, anch’egli recatosi il 4 dicembre innanzi al notaio presso la casa dei Montenegro, fu la moglie del Gerardi che s’ingelosì a causa delle sempre più frequenti visite di suo marito alla casa del giardiniere - e della moglie Tommasa - per cui le si dovette spiegare il tutto. E fu proprio da lì che al Gerardi venne la bella idea per giustificare la ormai troppo palese sua donazione di ingenti somme di denaro ad Antonio e per quindi salvarsi dall’imputazione di occultamento del misterioso bauletto - di autoaccusarsi per aver “insidiato l’onore” di Tommasa e di avere perciò dovuto compensare monetariamente e abbondantemente il marito circuito. Del misterioso bauletto d’oro non se ne parlò più e nel 1798 Francesco Gerardi, negoziante d’ogni mare, lo si ritrova eletto sindaco di Brindisi, incarico che nonostante le grandi turbolenze politiche e militari di quegli anni, poté conservare fino a quasi tutto il 1800. Nato il 16 maggio 1746, figlio di Onofrio, fu battezzato il 17 maggio, sposò Isabella Gerardi figlia di Pasquale ed ebbe due figli: Maria Vincenza nel 1782 e Onofrio nel 1785. 187  


L’8 febbraio del 1799, a Brindisi si seppe che il re Ferdinando IV Borbone il 22 dicembre aveva lasciato Napoli e si era rifugiato con tutta la famiglia e la corte a Palermo e che nella capitale occupata dalle truppe napoleoniche del generale Championnet, a gennaio era stata proclamata la Repubblica napoletana. E così, a Brindisi nei giorni che seguirono, molti furono i giacobini segnalati, veri o finti e molti altri furono i sanfedisti, veri o finti. Da qualche giorno nel porto di Brindisi erano giunte da Napoli le principesse di Francia Adelaide e Vittoria zie di Luigi XVI accompagnate da nobili e alti prelati fuggendo tutti dalle invaditrici truppe napoleoniche e cercando un imbarco per Corfù, quando nella notte del 14 febbraio il basso popolo si rivoltò in difesa dei Borbone e contro i supposti giacobini brindisini, arrestando e rinchiudendo nel castello di terra quasi tutti i gentiluomini della città e finanche l’arcivescovo Annibale De Leo. Al mattino seguente però, la rivolta cambiò decisamente piega: si sparse infatti la voce che tra un gruppo di forestieri giunti in città in cerca di un imbarco a Corfù per fuggire dalla Rivoluzione francese, ci fosse anche il principe ereditario Francesco Borbone. Si trattava invece di un giovane corso, Casimiro Raimondo Corbara, il quale fu consigliato dalle principesse e dal sindaco Gerardi di secondare l’errore per poter così placare i tumultuosi e far liberare gli arrestati della notte. L’imbroglio funzionò, la rivolta rientrò e il supposto principe s’imbarcò per Corfù... “onde ottenere soccorsi dalle potenze alleate”. Il 9 aprile il vascello di guerra francese “Généreux” seguito da quattro trasporti con mille uomini, entrò nel porto di Brindisi e intraprese una cruenta battaglia contro le forze sanfediste asserragliate nel forte di mare, riuscendo infine a sopraffarle pur subendo numerose perdite, tra le quali il proprio capitano, Louis Jean Nicolas Lejoille. I Francesi quindi, invitarono ed accolsero benignamente sul Généreux il sindaco Gerardi con l’arcivescovo De Leo e le altre autorità civili della città, le quali finalmente mostrarono tutt’altro che ostilità verso gli invasori e così le truppe francesi poterono sbarcare e occupare militarmente la piazza. Il giorno 13 aprile il popolo fu convocato nella Cattedrale per un Te Deum officiato dall’arcivescovo e quando il giorno 14 le autorità militari francesi nominarono i nuovi ufficiali municipali, il sindaco, Francesco Gerardi, fu confermato nella carica repubblicana. Dopo solo qualche giorno però, inaspettatamente il 16 aprile, tutti i soldati francesi lasciarono Brindisi, parte per mare e parte per terra, e non si poté sapere se per un ordine ricevuto o per il sentore percepito che stessero per giungere le navi russe da Corfù nonché gli eserciti sanfedisti dalla Calabria. Effettivamente, le navi moscovite arrivarono a Brindisi dopo qualche giorno, i primi di maggio, e così il sindaco Gerardi si riscoprì fervente sanfedista “…essendo stato obbligato con la forza dai soldati francesi, alla piantagione del simbolico albero della libertà, in quella infausta domenica del 14 aprile”. Come risaputo però, i napoleonici tornarono a Napoli dopo qualche anno - nel 1806 - e anche il re Borbone tornò a rifugiarsi a Palermo, restandoci questa volta per un intero decennio, giusto quanto durò il regno napoleonico su Napoli, con sul trono Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo. 188  


Il vascello francese “Généreux” che il 9 aprile 1799 Louis Jean Nicolas Lejoille attaccò e espugnò Forte a mare difeso dai sanfedisti Capitano del Généreux

E a Brindisi che ne fu in quel decennio dell’ex sindaco borbonico - invero per sette giorni filofrancese - Gerardi? Ebbene, quando fu eletto sindaco per il periodo 18071808 Giuseppe Nichitich, noto giacobino, il Gerardi è tra i membri decurioni - la giunta - della sua amministrazione. Il seguente sindaco, fino al 31 dicembre 1809, fu Cosimo Laviano e Gerardi è di nuovo nella giunta della nuova amministrazione. Dal 1811 al 1813 fu sindaco di Brindisi Francesco Sala, per diretta nomina murattiana e per tre anni interi, e dalla sua prima delibera decurionale del 3 gennaio 1811, tra i decurioni risulta esserci anche - e ancora - Francesco Gerardi: quindi, indubbiamente collaborazionista per tutto il decennio di governo francese a Napoli. Poi, caduto Napoleone e a restaurazione borbonica già consolidata, l’1° febbraio 1818, il Francesco Gerardi, nella veste formale di “Cavaliere del borbonico sovrano ordine Costantiniano”, lo si ritrova a presiedere il rituale di iniziazione a cavaliere di Giuseppe Villanova, secondo quanto redatto dal notaio Tommaso Minunni. Finalmente il 15 settembre 1819, Francesco Gerardi quasi settantacinquenne, con atto del notaio Tommaso Minunni depositò “numero sette documenti relativi tutti ai servigi prestati dal medesimo in qualità di sindaco all’epoca del 1799 in 1800 pel fedelissimo real servizio”. Questa è l’ultima citazione che di Francesco Gerardi si fa nella Cronaca dei Sindaci di Brindisi, alla pagina 307. E perché mai quell’atto notarile? Perché mai proprio in quella data già distante dagli avvenimenti riferiti in quei sette documenti? Perché mai, insomma, il Gerardi considerò in quel momento necessario, o comunque conveniente, documentare formalmente e integralmente quella “allora sua assoluta fedeltà“ al Borbone.

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Si concluse in un castello di Brindisi la lunga prigionia del generale Alexandre Dumas, ispiratore del leggendario Conte di Montecristo Il 7 marzo 1799 il generale francese Alexandre Dumas lasciò l'Egitto, dopo aver partecipato alla campagna napoleonica, diretto in Francia a bordo della Belle Maltaise. Dopo qualche giorno di navigazione però, le precarie condizioni della nave e il mare in tempesta, costrinsero i francesi a cercare rifugio nel porto di Taranto, fiduciosi d'incontrare accoglienza amica in un territorio della novella Repubblica partenopea, da qualche settimana proclamata proprio con l'appoggio delle armi rivoluzionarie francesi. Non fu così: tutti furono catturati e imprigionati dai sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo che, per sfortuna di quei naufraghi francesi, da qualche giorno avevano ricondotto la città sotto il controllo borbonico. Per il generale Dumas iniziò così una lunga e penosa prigionia, che doveva concludersi nella cella di un castello di Brindisi due anni dopo. Due anni di grandi sofferenze per il generale prigioniero e due anni di eventi, che a momenti furono veramente incalzanti, trascorsi in una Brindisi ignara di quell'appuntamento frugale con la leggenda – quella del conte di Montecristo – che la storia gli aveva posto in serbo. Il generale Dumas, infatti, oltre ad essere «un militare sperimentato, un fervente repubblicano e un uomo di grandi convinzioni e spiccato valore morale. Famoso per la sua forza fisica, la sua destrezza con la spada, il suo coraggio e la sua naturale capacità a districarsi con disinvoltura dalle situazioni più difficili, fu anche conosciuto per la sua impertinenza arrogante e per i suoi problemi con le autorità. Fu un generale tra soldati, temuto dai nemici ed amato dai suoi uomini, un eroe in un mondo in cui tale appellativo non si attribuiva alla leggera»1.

fu anche il padre del prestigioso romanziere Alexandre Dumas, autore dei Tre moschettieri e del Conte di Montecristo, i due arci famosi romanzi per i quali l'indubbio ispiratore fu proprio quel padre generale con la sua rocambolesca esistenza: quella di Thomas Alexander Davy de la Pailleterie, o più semplicemente Alex Dumas, come preferì firmarsi dopo essere asceso per merito proprio fino al grado di generale di divisione. Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie1 e 2 Il famoso generale francese mulatto, noto anche come Alex Dumas, nacque il 25 marzo 1762 a Jérémie, nella colonia caraibica francese di Saint Domingue – la odierna Haiti – figlio di un nobile francese, il marchese Alexandre Antoine Davy de la Pailleterie (20 giugno 1714, Belleville en Caux - 15 giugno 1786, Saint Germain en Laye) e di Marie Cessette Dumas (nata in Africa in data sconosciuta e morta probabilmente nel 1772 a La Guinaudée, vicino Jérémie in Saint Domingue), la schiava nera concubina di Antoine. Il generale nella sua vita usò anche altri nomi, oltre a quello ufficiale di Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie: Thomas Rethoré, Alexandre Dumas e Alex Dumas. Davy de la Pailleterie era il nome di famiglia di suo padre. Il nome Rethoré lo usò durante alcuni anni dopo che suo padre, nel 1776, riuscì rocambolescamente a farlo arrivare in Francia. Il nome Dumas era di sua madre e il primo riscontro del nome 190  


Alexandre Dumas, lo si trova nel registro del 6° Reggimento dei Dragoni della Regina, in cui si arruolò volontario il 2 giugno 1786 – nel rotolo di arruolamento, il futuro generale fu descritto come "alto 1,85 metri, con capelli neri e crespi, viso ovale, bocca piccola e labbra carnose". Usò la forma semplice Alex Dumas a partire dal 1794 e il suo nome completo Thomas Alexandre Dumas Davy de la Pailleterie lo si ritrova scritto sul certificato di nascita di suo figlio, il famoso scrittore romanziere Alexandre Dumas, nato nel 1802, qualche anno prima della morte del generale, sopraggiunta nel 1806. Il padre del generale, Alexandre Antoine Davy de la Pailleterie, era il primo dei tre figli del marchese Alexandre Davy de la Pailleterie (1674 - 1758) e di Jeanne Françoise Paultre de Dominon (morta nel 1757). I Davy de la Pailleteries erano aristocratici francesi della provincia normanna di Caux, la cui ricchezza era in declino. La famiglia aveva acquisito il titolo signorile nel 1632 e nel 1708 il re di Francia aveva concesso il titolo di marchese a Alexandre Davy de la Pailleterie, il nonno del generale. Gli altri due fratelli più giovani di Antoine, si chiamavano: Charles Anne Edouard, nato nel 1716 e Louis François Thérèse, nato nel 1718. Tutti e tre i fratelli furono educati in una accademia militare per ufficiali dell'esercito francese e servirono nella guerra di successione polacca. Antoine, che raggiunse il grado di colonnello, partecipò all'assedio di Philipsburg nel 1734. Nel 1732, Charles ebbe un incarico militare nella colonia francese di Saint Domingue, nel settore occidentale dell'isola La Spagnola nelle Indie Occidentali, dove si coltivavano piantagioni di canna da zucchero lavorate dalla schiavitù africana e nel 1738 lasciò il servizio militare per divenire coltivatore di zucchero in quella colonia, sposando Marie Anne Tuffé, una ricca creola francese orfana di padre, e rilevandone la preziosa proprietà. Quell'anno anche Antoine lasciò l'esercito e si unì a suo fratello Charles e a sua moglie in Saint Domingue. Visse con loro e lavorò nella piantagione per dieci anni, fino al 1748 quando, dopo aver litigato violentemente con Charles, lasciò la piantagione portando con sé i suoi tre schiavi preferiti e interrompendo il contatto con suo fratello e con tutto il resto della sua famiglia. Quando, dopo la marchesa Jeanne Françoise, nel 1758 morì anche il marchese Alexandre Davy de la Pailleterie, in assenza di notizie del primogenito Antoine, Charles ritornato in Normandia rivendicò e ottenne il titolo nobiliare del padre con il castello e le altre proprietà di famiglia. Poi, quando il blocco britannico alle spedizioni francesi durante la guerra dei sette anni (1756-1763) limitò le esportazioni di zucchero da Saint Domingue, Charles si dedicò a contrabbandare la merce da un territorio neutro, sul confine nordorientale della colonia, lo scoglio di Monte Christi, oggi in territorio della Repubblica Dominicana, di fronte al quale si trovava un isolotto: Monte Cristo. Charles morì di gotta nel 1773 e poco dopo, Louis, il più giovane dei tre fratelli, rimasto militare, fu coinvolto in uno scandalo collegato con la vendita di armi difettose all'esercito francese, un grande scandalo rimasto noto come "le procès des Invalides". Con la reputazione rovinata, Luis scontò una condanna di quindici giorni di carcere militare e, un mese dopo, anche lui morì. Antoine invece, il padre del generale, pur restando in Saint Domingue durante altri quasi trenta anni, dimenticò la sua famiglia e si guadagnò da vivere in Jérémie come coltivatore di caffè e cacao nella sua modesta piantagione, La Guinaudèe, sotto il nome 191  


di Antoine de l'Isle. Acquistò la schiava Marie Cessette a un prezzo esorbitante e la tenne come concubina. Nel 1762 nacque il loro primo figlio mulatto Thomas Alexandre ed in seguito nacquero anche due figlie, Adolphe e Jeannette, che affiancarono una prima figlia di Marie Cessette, Marie Rose, avuta da un altro uomo prima dell'inizio della relazione con Antoine. Dopo la morte dei suoi due fratelli, Antoine, rimasto erede unico della famiglia Davy de la Pailleterie, nel 1775 e già sessantenne, decise di tornare in Francia giungendo in Normandia nella prima settimana di dicembre per riscattare il titolo nobiliare e le residue proprietà della famiglia. Non avendo il denaro necessario al viaggio, se lo procurò vendendo a un tal Monsieur Carron di Nantes le tre figlie e forse – visto che alcune fonti indicano che fosse già morta – anche la loro madre, la sua schiava concubina. La madre del generale, Marie Cessette Dumas, nacque in Africa e fu condotta come schiava nella colonia francese di Saint Domingue. L'unica fonte ufficiale con il suo nome completo è costituita dal certificato e dal contratto di matrimonio del figlio, il generale. Le Memoires di suo nipote, il romanziere Alexandre Dumas, indicano come suo nome quello di Louise e un'altra fonte la registra come Cécile. Alcuni studiosi hanno suggerito che Dumas non fosse un cognome per Marie Cessette, ma che significasse "della masseria" (du mas in francese) e che fu aggiunto al suo nome per indicare che apparteneva alla proprietà della piantagione. Altri autori hanno suggerito origini africane sia del nome Cessette che del nome Dumas. La schiava, destinata ad essere la matriarca di una saga di uomini illustri, convisse come concubina del suo proprietario Antoine nella piantagione di caffè La Guinaudée, vicino la città portuaria di Jérémie in Saint Domingue, verosimilmente fino alla sua morte, avvenuta nel 1772, o nel 1775, o forse ancor dopo. Oltre alle tre sorelle, anche Thomas Alexandre, che aveva quattordici anni d'età, fu venduto dal padre Antoine per 800 lire francesi, al capitano Langlois in Porto Principe. Questa vendita però, fu effettuata con diritto di riscatto, fornendo sia un modo legale per mandare Alexandre in Francia con Langlois e sia un prestito temporaneo per le spese del viaggio. Così, il ragazzo accompagnato dal capitano Langlois arrivò al molo di El Havre in Francia il 30 agosto 1776, registrato sul manifesto della nave come lo schiavo Alexandre, proprietà di un tal tenente Jaques Louis Roussel. Appena sbarcato, suo padre lo ricomprò e lo liberò, portandolo con il nome di Thomas Retoré – cognome probabilmente preso in prestito da un vicino di casa di Jérémie – nella riscattata tenuta di famiglia a Belleville in Caux, Normandia, dove vissero per più di un anno, finché, venduta quella proprietà si trasferirono in una casa in rue de l'Aigle d'Or, nel sobborgo parigino di Saint Germain en Laye. Già riconosciuto legalmente dal padre e quindi con diritto a chiamarsi Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie, il giovane figlio di un marchese, e quindi conte, studiò all'accademia di Nicolas Texier de La Boëssière, maestro di sciabola del re, dove ricevette la tipica istruzione superiore di un giovane nobile del tempo. In quella scuola imparò anche l'arte della spada dal Cavaliere Saint Georges, un altro uomo di razza mista originario dei Caraibi francesi, considerato all'epoca essere il migliore spadaccino del mondo. E con il denaro ricavato dalla vendita della tenuta di famiglia, 192  


grazie alla generosità di suo padre, per una decina di anni il giovane Thomas visse una vita abbastanza agiata, socializzando in luoghi come il Palais Royal e il Teatro Nicolet, fino a compire 24 anni, nel 1786. Il 3 febbraio di quell'anno, Antoine sposò la trentenne Mademoiselle Françoise Retou, già sua domestica principale nel castello di famiglia ormai venduto e divenuta da già qualche anno sua convivente. Secondo le Memoires del figlio del generale – il romanziere Dumas – Thomas si manifestò in totale disaccordo con quella decisione del padre e non volle firmare come testimone e neanche assistere a quel matrimonio, che finì con propiziare il raffreddamento delle relazioni tra padre e figlio. Qualche mese dopo, Thomas decise di unirsi all'esercito francese, un'occupazione comune per i gentiluomini francesi di quel tempo. Però, a differenza dei suoi nobili pari che presero le armi come ufficiali, Thomas si dovette arruolare come soldato semplice. Una regola militare stabilita nel 1781, per ottenere la qualificava di ufficiale richiedeva che si dimostrassero almeno quattro generazioni di nobiltà dal lato paterno, e anche se Thomas possedeva tale requisito, le leggi razziali francesi rendevano difficile per un uomo di razza mista rivendicare il suo legittimo titolo o status nobiliare. Secondo le Memoires, conosciuto il progetto di Thomas di arruolarsi come un semplice soldato di cavalleria, suo padre insistette affinché il figlio prendesse un nome di battaglia per non trascinare il loro nobile cognome di famiglia nei ranghi bassi dell'esercito. Ma Thomas, nel cui animo si fu radicando ancor di più il suo già notevole rancore maturato verso il padre, il 2 giugno 1786, si iscrisse al 6° Reggimento dei Dragoni della Regina con il nome "Alexandre Dumas" assumendo così quello della madre e, 13 giorni dopo, suo padre Antoine, morì. Il soldato generale Alexandre Dumas1 e 2 La folgorante carriera militare di Alexandre Dumas iniziò, quindi, nei Dragoni della Regina e il 15 agosto 1789, a un mese dall'inizio della Rivoluzione, la sua unità fu inviata nella città di Villers Cotterêts, giacché il capo locale della Guardia Nazionale, l'albergatore Claude Labouret, ne aveva fatto richiesta per controllare l'ondata di violenza rurale che anche lì dilagava incontrollata. Dumas alloggiò presso l'Hôtel de l'Ecu per quattro mesi e si fidanzò con la figlia dell'albergatore, Marie Louise. Poi, il suo reggimento fu inviato a Parigi il 17 luglio 1791, in funzione antisommossa insieme alle unità della Guardia Nazionale, sotto il diretto comando del marchese Lafayette, partecipando al famoso massacro di Champ de Mars. Caporale della Rivoluzione nel 1792, Dumas ebbe la sua prima esperienza di combattimento in un attacco francese contro i Paesi Bassi Austriaci nell'aprile di quell'anno. Era uno dei 10.000 uomini sotto il comando del generale Biron e sul confine belga, vicino a Maulde, il 18 agosto 1792 catturò 12 soldati nemici mentre guidava il suo piccolo gruppo di esploratori e la sua reputazione cominciò a crescere e a diffondersi tra i militari francesi. Nell'ottobre 1792, con a Parigi già proclamata la repubblica, a Dumas fu offerto di entrare con il grado di tenente colonnello nella Légion franche des Américains et du Midi, fondata un mese prima da Julien Raimond. Una legione libera, indipendente cioè dall'esercito regolare, composta da uomini di colore liberi. 193  


Fu chiamata in vari modi "Legione americana", "Legione nera" e “Legione di Saint Georges”. Il comandante della legione, infatti, era il Cavaliere Saint Georges, l'ex istruttore di Dumas nell'arte della spada, e fu proprio lui a volere con sé nella legione quel fervente e convinto repubblicano, nominandolo comandante in seconda e permettendogli di comandarla più volte, durante le sue sempre frequenti assenze. Il 28 novembre 1792, mentre era di stanza con la legione ad Amiens, Dumas sposò Marie Louise Elisabeth Labouret a Villers Cotterêts – testimone fu anche Madame Retou, la vedova di suo padre – dove poi comprò una fattoria di 30 acri, che abitò con la sua famiglia nei momenti liberi dalle sue campagne militari. Lì nacquero le sue due figlie, Marie Alexandrine il 10 settembre 1794 e Louise Alexandrine, nata nel 1796 e morta l'anno seguente e, il 24 luglio 1802, anche il suo unico figlio Alexander, il futuro famoso romanziere. Sciolta la legione, il 30 luglio 1793 Dumas fu promosso a generale di brigata nell'esercito del Nord e un mese dopo fu promosso di nuovo, a generale di divisione, ricevendo il 19 settembre l'incarico di comandare l'esercito dei Pirenei Occidentali. Il 22 dicembre 1793 fu inviato a comandare i 53.000 uomini dell'esercito delle Alpi contro le truppe austriache e piemontesi che difendevano il passo del Piccolo San Bernardo coperto dal ghiacciaio del Moncenisio, sul confine franco-piemontese. Dopo i mesi invernali di pianificazione e ricognizione con base a Grenoble, nella primavera del 1794 Dumas lanciò i primi assalti, finché il 5 aprile iniziò le operazioni conquistando prima il passo del Piccolo San Bernardo e, il 14 maggio, la vetta del Moncenisio, dopo aver scalato impervie scogliere di ghiaccio e facendo più di mille prigionieri: una strepitosa e strategica vittoria, che fece scalpore anche a Parigi. Tra agosto e ottobre del 1794, il generale Alex Dumas passò al comando dell'esercito d'Occidente, per controllare la massiccia rivolta da tempo scoppiata nella regione della Vandea contro il governo rivoluzionario di Parigi. In quel comando, molto s'impegnò nel migliorare la disciplina militare e nell'eliminare gli abusi da parte dei soldati sulla popolazione locale. Per il suo agire in quella missione, fu poi descritto come "un soldato senza paura e irreprensibile, un leader che merita di passare ai posteri, contrastando favorevolmente con il comportamento dei suoi contemporanei, che la pubblica indignazione inchioderà sempre alla gogna della Storia". Dopo un periodo di licenza trascorso a casa con la sua famiglia, nel settembre 1795, Dumas fu incorporato all'esercito del Reno comandato dal generale Jean Baptiste Kléber e partecipò all'attacco francese a Düsseldorf, dove fu ferito. Nel novembre del 1796, Alex Dumas fu trasferito oltralpe e inviato a Milano per unirsi all'esercito d'Italia – comandato in capo dall'ancora poco conosciuto generale Napoleone Bonaparte – che era entrato in Piemonte ad aprile e quindi a Milano il 15 maggio. In quel periodo, tra i due generali sorse una certa tensione, quando Dumas obiettò e provò a contrastare la politica di Napoleone di consentire indiscriminatamente alle truppe francesi di saccheggiare le proprietà nei territori che venivano occupati e di maltrattarne gli abitanti. Nel dicembre Dumas fu messo a capo della divisione che assediava la strategica città di Mantova e, grazie anche ad una sua risoluta azione di controspionaggio e con pochi uomini, riuscì a bloccare il tentativo austriaco del 16 gennaio 1797 di rompere l'assedio, permettendo l'arrivo dei rinforzi francesi che il 2 febbraio ottennero la capitolazione della città. Dopo quei 194  


combattimenti, Dumas si sentì offeso dalla descrizione poco edificante delle sue azioni, contenuta nel rapporto di battaglia del generale Berthier, aiutante di campo di Bonaparte e se ne lamentò adiratamente e insolentemente con il comandante in capo, Napoleone. E così, nel rapporto di battaglia che questi inviò al Direttorio della Rivoluzione, l'impertinente Dumas fu addirittura ignorato. In seguito, gli fu assegnato un comando ben al di sotto del suo grado, la guida di una sottodivisione agli ordini del generale Masséna, però anche in quella posizione, nel febbraio 1797, Dumas si distinse permettendo all'esercito francese di spingere le truppe austriache verso nord e catturandone migliaia nell'inseguimento. Fu in quel periodo che, divenuto famoso anche tra i nemici, i soldati austriaci iniziarono a chiamarlo Schwarze Teufel (Diavolo Nero). L'apice della popolarità di Dumas in quella prima campagna napoleonica d'Italia arrivò quando, passato sotto il comando del suo amico generale Joubert, combatté lungo le rive dell'Adige terrorizzando gli austriaci finché un giorno, il 23 marzo, respinse da solo un intero squadrone di loro truppe su un ponte sul fiume Eisack a Klausen – oggi Chiusa, in Italia – e per quell'impresa i francesi iniziarono a riferirsi a lui come "l'Orazio coclite del Tirolo". Fu lo stesso Napoleone a suggerirlo e quella volta lo ricompensò facendolo comandante di tutte le forze di cavalleria nel Tirolo. Con quell'incarico, Dumas trascorse gran parte del 1797 come governatore militare, amministrando la provincia di Treviso, raccogliendo per sé anche il favore degli abitanti. Lasciato quell'incarico di governatore, Dumas tornò per qualche mese a casa, a Villers Cotterêts, finché nel marzo 1798 il Ministero della Guerra gli ordinò di presentarsi a Toulon per un incarico imprecisato. Si unì a un'enorme armata francese che si stava ammassando lì, in preparazione della partenza per una destinazione segreta. L'armata partì il 19 maggio 1798, con destinazione ancora non annunciata e fu solo il 23 giugno, dopo che la flotta aveva conquistato e saccheggiato Malta, che Napoleone, al comando della spedizione, annunciò ai suoi 54.000 uomini lo scopo principale della missione: conquistare l'Egitto. E mentre era a bordo della nave Guillaume Tell, nel mezzo del Mar Mediterraneo in rotta verso Alessandria, Dumas fu nominato comandante della cavalleria dell'esercito d'Oriente. L'armata arrivò in porto alla fine di giugno e il 2 luglio Dumas guidò i granatieri fin sotto le mura, entrando in città con il resto delle truppe francesi. In quell'occasione, l'ufficiale medico della spedizione Renè Nicolas Desgenettes, raccontò che gli egiziani, al confrontare l'altezza e la struttura fisica di Dumas con quelle di Napoleone, credettero fosse Dumas il vero comandante della spedizione. Dal 7 al 21 luglio, a Dumas toccò guidare la cavalleria dell'esercito invasore nella lunga marcia verso sud, da Alessandria al Cairo, sostenendo vari scontri con la cavalleria mamelucca, la principale forza militare egiziana. Per le truppe francesi, le condizioni nel deserto risultarono estremamente dure, per il calore, la sete, la stanchezza e la mancanza di rifornimenti adeguati, provocando finanche un certo numero di suicidi. Accampati a Damanhour, Dumas incontrò diversi altri generali, tra i quali Lannes, Desaix e Murat, con i quali esternò critiche alle modalità di conduzione dell'impresa da parte del comandante Napoleone, e con loro discusse anche sulla possibilità di eventualmente rifiutarsi di proseguire la marcia al di là del Cairo. Conclusa vittoriosamente il 21 luglio la battaglia delle Piramidi, durante l'occupazione del Cairo Napoleone apprese di quelle critiche del suo generale Dumas e lo affrontò 195  


adiratamente, minacciando finanche di sparargli per sedizione. In risposta, Dumas solo gli chiese il permesso di tornare in Francia e Napoleone non si oppose a quella richiesta. Ormai, lo scontro tra i due generali della Rivoluzione, oltre che ideologico, era divenuto anche personale. Però, a causa della quasi totale distruzione dell'armata francese – nella baia di Abukir il 1° agosto a opera della flotta britannica dell'ammiraglio Orazio Nelson – nella battaglia del Nilo presso Alessandria, Dumas non fu in grado di lasciare l'Egitto e rimase al Cairo prestando regolare servizio fino alla primavera dell'anno successivo. In ottobre, tra il 21 e il 22, Dumas fu determinante nel reprimere una rivolta antifrancese al Cairo, caricando a cavallo i ribelli nella moschea di Al Azhar. E per l'occasione, Napoleone disse a Dumas: "Ci sarà un dipinto sulla presa della moschea e tu ne sarai la figura centrale". Undici anni dopo, in effetti, il dipinto "La rivolta del Cairo" fu commissionato da Napoleone a Girodet però, nel centro del quadro, l'ufficiale francese che a cavallo sta guidando la carica nella moschea è un uomo bianco. Cattura e prigionia a Taranto del generale Dumas Il 7 marzo 1799 Dumas finalmente lasciò l'Egitto a bordo della corvetta Belle Maltaise, una nave militare dismessa, in compagnia del suo amico, il generale Jean Baptiste Manscourt du Rozoy, del geologo Déodat Gratet de Dolomieu, di quaranta soldati francesi feriti e numerosi civili maltesi e genovesi per un totale di quasi 120 imbarcati. Dumas aveva venduto ciò che possedeva nei suoi alloggi al Cairo e con il ricavato aveva noleggiato la nave e aveva acquistato duemila chili di caffè e undici cavalli arabi – due stalloni e nove fattrici – con l'intenzione di costituire un allevamento presso la sua fattoria a Villers Cotterêts. Durante la navigazione però, la vecchia nave cominciò a fare acqua e Dumas dovette gettare via gran parte del suo carico, per poi, finalmente, rifugiarsi a causa del maltempo nel porto di Taranto, nel Regno di Napoli, dove Dumas e i suoi compagni si aspettavano un ricevimento amichevole, avendo saputo che il regno era stato rovesciato dalla Repubblica Partenopea instaurata sul modello di quella francese. Ma quella repubblica, costituita a Napoli il 24 gennaio 1799, era risultata precaria e nelle province del sud aveva presto ceduto alle forze filoborboniche dell'esercito della Santa Fede guidato dal cardinale Fabrizio Ruffo, fedele al re Ferdinando IV, che dalla Sicilia era sbarcato sulla penisola e la stava risalendo con l'intenzione, poi finalmente concretizzata, di raggiungere Napoli, la capitale del regno, e di restaurare il potere monarchico, combattendo le forze francesi presenti sul territorio del regno. Napoli, pochi mesi prima, era caduta nel caos dopo che il 22 dicembre 1798 il re Ferdinando IV l'aveva abbandonata rifugiandosi a Palermo, avendo fallito nel suo intrepido tentativo di liberare Roma dalle truppe francesi e lasciando sgombra la strada al generale napoleonico Jean Etienne Championnet. A Brindisi le notizie di quegli eventi napoletani erano giunte l'8 febbraio, quattro giorni dopo che nel porto era arrivato un bastimento mercantile con a bordo Vittoria e Adelaide, due principesse francesi zie del re Luigi XVI accompagnate da un folto gruppo di nobili e alti prelati, in fuga dalle truppe napoleoniche che erano già penetrate nel regno di Napoli e in attesa di un imbarco sicuro verso Trieste, o verso Oriente dove flotte russe turche e inglesi tenevano assediata Corfù, destinata presto 196  


ad essere liberata dall'occupazione francese e dove, in effetti, dopo varie settimane d'attesa furono infine accompagnate le due principesse con il loro seguito. Poi, nei seguenti mesi, e specialmente nei giorni trascorsi tra il 14 febbraio e il 16 di aprile di quel 1799, in città si susseguirono fatti clamorosi e per certi aspetti anche rocamboleschi, perfetto riflesso della situazione politica e militare del tutto caotica in cui si ritrovò a versare in quel frangente storico, l'intero sud della penisola3: Nella notte tra il 13 e il 14 di febbraio, mentre il popolo cittadino si era sollevato a difesa del re di Napoli, giunsero a Brindisi cinque corsi disertori della repubblica rivoluzionaria francese, guidati da un tal Buonafede Gerunda di Monteiasi, intenzionati a trovare un imbarco. Corse voce nel popolo in piena rivolta, che uno di quelli, Casimiro Raimondo Corbara, fosse il principe ereditario, Francesco, e che un altro, Giovanni Francesco Boccheciampe, fosse il fratello dello stesso re di Napoli. Tanto bastò perché non si pensasse più a perseguire i giacobini locali, ma ad onorare il venuto principe, accogliendolo nella Cattedrale. Il supposto principe, consigliato dalle due principesse francesi e dalle stesse autorità cittadine a secondare quello scambio di identità, sostenne bene la sua parte, ottenendo che si sedasse il tumulto e che fossero posti in libertà tutti coloro che erano stati arrestati. Dopo di ciò il principe si imbarcò per Corfù, via Otranto, “onde ottenere dalle potenze alleate del re di Naopli, soccorsi e truppe regolari per difendere la città dai rivoluzionari francesi”. Rimasero a Brindisi due del suo seguito, Boccheciampe e Giovan Battista De Cesari, i quali assoldarono numerosi popolani volontari per la difesa armata sanfedista. «[…] Boccheciampe, fatti arrestare il 6 marzo i ministri del tribunale di Lecce in fama di giacobini, li mandò al Forte a mare di Brindisi tra turbe fanatiche che per poco non li uccisero. […] Il giorno 9 aprile al far del giorno fu veduto sulle acque della vicina Torre Penna un grosso vascello da guerra che poco dopo si trovò in faccia alla fortezza di mare. Era un vascello francese nominato Genereux, al quale nella disfatta di Abukir era riuscito di scampare e non divenir preda della flotta inglese comandata da Nelson. Lo seguivano quattro trasporti con mille uomini da sbarco, viveri e munizioni da guerra. […] Si impegnò l’azione tra il vascello e la fortezza, la quale era rimasta spogliata di difensori. Il Boccheciampe e alcuni capi delle masse uscirono del forte, ed andarono a rifugiarsi sulla vicina isola del lazzaretto. Un ufficiale di artiglieria chiamato Giustiniano Albani per tre ore sostenne l’attacco col bravo artigliere di cognome Lafuenti, e maneggiando un solo cannone. […] Rimasto solo l'ufficiale fu obbligato ad inalberare la bandiera bianca ed arrendersi. Capitolò la salvezza della vita per sé e per gli altri, ma i francesi vollero escluso dalla capitolazione il Boccheciampe, che menarono prigioniero. Da alcuni è stato detto che l'avessero fucilato, da altri che partiti da Brindisi l'avessero mandato libero. […] Sul mezzogiorno sbarcati da trabbaccolli che seguivano il vascello, in numero di circa mille uomini, occuparono la fortezza e la città. La tennero per otto giorni, nei quali, la notte del 10, ebbero un attacco dalla truppa a massa venuta in sotto le mura, la quale avendo conosciuto inutile ogni tentativo di scacciare il nemico retrocedé nella vicina Mesagne, ove si sciolse. […] Anche la città dall'alto della collina ove sorgono le antiche colonne dette i segni della resa, e poi spedì sul vascello una deputazione parlamentaria, composta dalle principali autorità, fra le quali l'arcivescovo Annibale De Leo e il sindaco Francesco Gerardi. Fu la deputazione molto bene accolta, ed anche trattenuta alla mensa. Ebbe quindi l'incarico di assicurar la città che sebbene sarebbe occupata dalla truppa, pure questa vi entrerebbe da amica. 197  


[…] Sbarcati i francesi a Brindisi, i repubblicani del Salento si adoperarono per schiacciare la controrivoluzione ancora capeggiata da De Cesari. Andrea Tresca da Lecce si adoperò allora per ridare libertà ai prigionieri fatti da Boccheciampe e detenuti l’8 marzo nel castello marittimo di Brindisi. […] L’arcivescovo De Leo fu ridotto alle massime angustie dalle così dette truppe repubblicane straniere, che il 9 aprile da nemiche invasero questa nostra città. Esse purtroppo abusando della licenza militare, tennero il di lui Episcopio non sol come locanda, ma come taverna aperta incessantemente a lor discrezione, e dove gli uffiziali superiori arbitrariamente s’intrudevano e stravizzavano con eccessiva insolenza a spese del prelato, dilapidando così il patrimonio de' suoi poveri. […] Il dì 16, premurati da replicati ordini del generale di Bari, inchiodati i cannoni e buttata in mare la polvere della fortezza, i soldati francesi evacuarono la città partendo per quella volta. […] La città restò in una somma tranquillità, molto più che ci era la vicina speranza di vedere presto nel nostro porto i soccorsi promessi dalla flotta di Corfù, cui già quella città si era resa. […] Partiti i francesi, subito scesi dalle tre navi moscovite i soldati coll’ufficiali hanno fatta la carcerazione di cinque intere famiglie, cioè una del castellano Giovanni Bianchi, l’altra dell’arcivescovo ed altre. Il detto giorno è arrivato un ambasciatore moscovito in Lecce e subito partì il signor preside Tommaso Luperto per Brindisi per far sospendere la giustizia che li moscoviti volevano fare di fucilare tutte quelle cinque famiglie da loro carcerati. […] Molti furono i repubblicani giacobini, o presunti tali, della Terra d’Otranto che furono imprigionati e processati a Lecce e, nelle carceri napoletane di Portici e Granili, tra le migliaia di prigionieri della repressione borbonica del 1799, molti risultarono essere di Brindisi»4.

In questo clima politico-militare, la cattura dei naufraghi francesi della Belle Maltaise fu inevitabile e le autorità sanfediste che da una settimana, dall'8 marzo, ricontrollavano la piazza di Taranto, imprigionarono Dumas, Manscourt e il resto dei francesi della Belle Maltaise, confiscando la maggior parte delle loro cose. Durante i primi giorni da recluso, nei quali gli fu impossibile riuscire a parlare con un qualche ufficiale di alto rango a cui chiedere spiegazioni sulla sua prigionia, Dumas ricevette la visita di un personaggio enigmatico, Giovanni Francesco Boccheciampe, presunto fratello del re di Spagna, ma in realtà disertore corso che da poco più di un mese era sorto a capo delle forze sanfediste della provincia di Lecce, riconquistandola quasi tutta alla corona borbonica, Taranto inclusa. Ma neanche da lui ebbe un qualche chiarimento circa la sua detenzione. L'avventuriero Boccheciampe aveva acquistato improvvisa fama rocambolescamente quando, giunto il 14 febbraio a Brindisi, era stato creduto essere il fratello del re di Spagna ed era stato acclamato capo armato dei locali controrivoluzionari sanfedisti. Qualche settimana dopo, il cardinale Ruffo fece chiedere ai due generali francesi prigionieri a Taranto, Dumas e Manscourt, di comunicare ai comandanti delle forze francesi ancora in Napoli, una proposta di scambio di prigionieri: loro due in cambio proprio di quello stesso controrivoluzionario corso, Boccheciampe, fatto prigioniero dalle truppe francesi che il 9 aprile erano giunte nel porto di Brindisi al seguito del vascello Généreux proveniente dall'Egitto, scampato dalla disfatta di Abukir, ed avevano conquistato la città. Inviata a Napoli quella proposta però, il cardinale Ruffo perse interesse in quell'eventuale scambio di prigionieri, quando sospettò che il Boccheciampe fosse stato fucilato dai francesi quale disertore, evento in effetti

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verosimilmente avvenuto tra il 18 e il 19 aprile nei pressi di Trani, per ordine del generale J. Sarrazin. E così, sfumata ogni possibilità di liberazione immediata, dopo quasi sette settimane dalla loro detenzione, il 4 maggio Dumas e Manscourt furono dichiarati prigionieri di guerra dell'esercito della Santa Fede, mentre quasi tutti gli altri naufraghi della Belle Maltaise furono liberati. In un documento che riposa nell'Archivio di Stato di Taranto – di fatto un assurdo decreto di prigione indefinita, senza accusa ne processo – datato 8 maggio 1799, si legge: «Dumas e Manscourt rimarranno rinchiusi nella fortezza reale della città [il castello aragonese di Taranto] custoditi dal comandante militare della fortezza, Giambattista Teroni, fino a quando possano essere consegnati a Sua Eminenza il cardinale D. Fabrizio Ruffo, servo di Sua Maestà Fernando IV, che Iddio lo benedica sempre […]»

Il 13 giugno l'esercito sanfedista entrò a Napoli, la repubblica cadde e il regno napoletano fu restaurato. A Taranto, Dumas lo seppe perché gli comunicarono che la sua prigionia sarebbe passata ad un regime di carcere duro, senza più passeggiate giornaliere all'aria, eccetera. E ben prima che quel 1799 terminasse, caddero anche tutte le altre repubbliche italiane e i francesi perdettero tutto quanto conquistato in Italia nella campagna napoleonica di due anni prima. Tutte circostanze queste che, naturalmente, congiurarono contro la sorte immediata di Dumas, vanificando anche le continue pressanti richieste che sui governanti in Parigi esercitava la moglie di Dumas, Marie Louise Labouret, per avere assistenza nel trovare e salvare suo marito. Il generale Dumas a Brindisi Nell'ottobre del 1799 Napoleone, finalmente ritornato in Francia, conquistò il potere eliminando il Direttorio con il colpo di stato del 18 brumaio – 10 novembre – e presto non esitò a intraprendere la seconda campagna d'Italia, rifondando la Repubblica Cisalpina dopo la battaglia di Marengo del 14 giugno 1800. Poco dopo, a settembre, per disposizione del marchese Della Schiava – Vincenzo Maria Mastrilli, preside della provincia di Lecce – Dumas e Manscourt furono trasferiti da Taranto a Brindisi, dove furono reclusi e mantenuti, questa volta, in una situazione di gran lunga migliorata. Durante la durissima prigionia a Taranto, infatti, Dumas era rimasto malnutrito e ancor peggio curato per circa diciotto mesi e così, quando giunse a Brindisi, era zoppo, con la guancia destra paralizzata, quasi cieco dall'occhio destro e sordo dall'orecchio sinistro. Il suo fisico era quasi distrutto e arrivò a convincersi che tutti quei suoi malanni si produssero perché sottoposto a un lento e sistematico avvelenamento al quale era sopravvissuto solo perché aiutato da un gruppo locale filofrancese segreto, che gli aveva fornito alimenti medicine libri e altri conforti. Da recluso a Brindisi – forse nel castello Svevo, o forse nell’Alfonsino – Dumas poté conversare regolarmente con un sacerdote di nome Bonaventura Certezza, una specie di cappellano dei castelli, con il quale finì con istaurare una sincera amicizia. Nel museo Alexandre Dumas a Villers Cotterêts in Francia, è conservata una lettera che il padre Bonaventura scrisse a Dumas qualche mese dopo la sua liberazione, il 17 agosto 1801. «Sappi mio caro generale, che ho sempre mantenuto e sempre manterrò vivo dentro di me ciò che sento per te, sentimenti che mi obbligano a rivolgerti eternamente i miei 199  


rispetti. Di fatto, non ho tralasciato di muovere neanche una sola pietra, per trattare di ottenere tue notizie. So che ascoltare lodi ti incomoda, però, conscendo il calore del tuo cuore, oso parlarti in questo modo. Magari potessi abbracciarti! – maledetta distanza – Te lo dico di tutto cuore. E se un giorno vorrai visitarmi, a casa mia sempre sarai da me ricevuto a braccia aperte. […]»

E anche con Giovanni Bianchi, il suo carceriere – castellano di Brindisi dal 1798 al 1802, nonché già sospetto giacobino – Dumas mantenne durante i circa sei mesi della sua permanenza nella prigione del castello una costante e, per quello che le circostanze potevano permettere, cordiale relazione personale e anche epistolare, come si evince da alcune di quelle loro epistole conservate nel Museo Alexandre Dumas. Le cortesi lettere scambiate tra i due, spesso trattavano questioni del tutto triviali, per esempio relative alle vettovaglie, agli indumenti, alle scarpe e quant'altro di cui il generale prigioniero potesse aver bisogno. Finanche, una volta annunciata la prossimità della liberazione, Bianchi inviò a Dumas campioni di stoffa affinché il generale scegliesse quella più adatta a fargli confezionare l'uniforme da indossare nel viaggio, nonché alcuni cappelli tra i quali scegliere il modello che ritenesse più consono per lui. Una relazione insomma, che se pur non esente da qualche screzio, fu migliorando con il passare dei mesi, probabilmente anche a riflesso degli eventi militari che, in corso e sempre più prossimi alle porte del regno, lasciavano facilmente presagire una imminente evoluzione pro-francese della situazione. Difatti, verso la fine dell'anno 1800, le forze napoleoniche in Italia sotto il comando del generale Joachim Murat, misero in fuga l'esercito napoletano di Ferdinando IV, il cui governo riprese la via del rifugio a Palermo, e il 18 febbraio1801 a Foligno fu concluso l'armistizio tra le truppe francesi e quelle del re di Napoli, con la firma del generale Murat per la Francia e del generale Damas per Ferdinando IV. E così, subito dopo quelle vicende dell'inverno 1800-1801, alla fine del mese di marzo del 1801, si produsse, finalmente, la liberazione del generale Dumas, che fu inviato alla base navale francese di Ancona, nel contesto di una situazione politico-militare estremamente confusa: Brindisi, ufficialmente sotto il re di Napoli che però era rifugiato a Palermo, dipendeva dalla provincia di Lecce presieduta dal borbonico marchese della Schiava, mentre a Mesagne era insediata una consistente guarnigione francese composta da circa 350 militari, senza uno status formale riconosciuto e ufficialmente in via di smobilitazione. «Nelle riunioni capitolari della chiesa di Ognissanti di Mesagne, ancora il 19 aprile 1801, si discuteva degli obblighi, imposti d’autorità, per dare alloggio, letti o danaro ai soldati del battaglione francese, di stanza in quella terra, costituito da 350 soldati e comandato da Barraire. Le richieste di danaro, da parte del ministro regio David Winspeare, da parte dell’arcivescovo De Leo e dei sindaci per alloggiare e dare il vitto ai soldati francesi, si susseguirono alle date 22 luglio e 31 agosto 1801; 20 marzo e 12 giugno 1802; 22 agosto, 2 settembre e 11 ottobre 1803 e 18 settembre 1804»4.

In effetti, dopo l'armistizio di Foligno e la successiva pace di Firenze del 28 marzo 1801, le navi repubblicane francesi rimasero nel basso Adriatico a sorvegliare quella strategica costa nonché a proteggere le truppe rimaste in terra, con la scusa di dover far rispettare le clausole marittime di quella pace, e solo la pace di Amiens del 25 200  


marzo 1802 accordò che tutti i territori del regno napoletano fossero liberati sia dalle truppe francesi e sia da quelle inglesi e russe, per permettere alla corte borbonica di rientrare da Palermo a Napoli. Ma anche allora, i soldati francesi da tempo insediati nel castello normanno-svevo di Mesagne che avrebbero dovuto sgomberare tra il 30 di aprile e il 5 di maggio 1802, non lo fecero: tergiversarono e cominciarono a partire solo molto dopo, molto lentamente, a più riprese e senza farlo mai del tutto, fin quando, il 15 luglio 1803, l'esercito francese fece ufficialmente ritorno in Terra d'Otranto, a causa delle non meglio precisate "difficoltà sorte tra francesi e inglesi". Di fatto, quei soldati francesi ritornati nei dintorni Brindisi fin dai primi giorni del 1801, non tolsero mai del tutto la loro ingombrante presenza da quel territorio, evidentemente troppo strategico. Una presenza che probabilmente aveva in qualche misura influito sulla liberazione del prigioniero Dumas, liberazione alla quale non doveva neanche essere rimasto estraneo lo stesso generale Murat che, forse non a caso, volle che tra le clausole dell'armistizio, si inserisse quella relativa alla liberazione dei prigionieri francesi. Ritorno in Francia del generale Dumas Dopo essere stato liberato dalla lunga prigionia, partito da Brindisi via mare, Dumas fece scalo a Ancona e poi il 12 aprile arrivò a Firenze, dove sostò per un po' di giorni. Quindi raggiunse la Francia, dove consegnò la sua relazione di prigionia6 e poi, finalmente a casa nel giugno di quell'anno 1801. Aveva da poco compito trentanove anni e da subito dovette cominciare a lottare per mantenere la sua famiglia, che aveva trascorso la sua assenza in grandi ristrettezze economiche. Scrisse ripetutamente al governo francese e a Napoleone Bonaparte, reclamando il compenso economico per il suo periodo di prigionia e chiedendo anche un nuovo incarico militare, ma senza mai ricevere risposte veramente positive al rispetto da parte del governo e senza mai ricevere risposta alcuna da Napoleone. Il 24 luglio 1802, Marie Louise dette alla luce il terzo e ultimo figlio del suo matrimonio, Alexandre. Meno di quattro anni dopo, il 26 febbraio 1806, Alex Dumas morì di cancro allo stomaco nella sua casa a Villers Cotterêts all'età di quarantaquattro anni. Alla sua morte, suo figlio Alexandre, il futuro famoso romanziere, aveva tre anni e sette mesi. Il ragazzo, sua sorella e sua madre vedova, rimasero in povertà, giacché Marie Louise Labouret Dumas non ricevette la pensione normalmente assegnata dal governo francese alle vedove dei generali e dovette lavorare come venditrice in una tabaccheria. Era nata il 4 luglio 1769 e morì il 1º agosto 1838. Ultimo atto A Parigi il nome di Alexandre Dumas è inciso sulla parete sud dell'Arco di Trionfo e, nel 1912, una statua del generale fu eretta in Place Malesherbes, ora Place du Général Catroux, dove rimase per trent'anni accanto alle statue dei suoi due famosi discendenti – Alexandre Dumas père, il romanziere e Alexandre Dumas fils, il drammaturgo – finché le truppe tedesche d'occupazione, l'abbatterono tra il 1941 e il 1942, senza che mai più sia stata riposta.

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Statua del generale Alexandre Dumas in Parigi, dello scultore Alfred Moncel Eretta nel 1912 e abbattuta dalle truppe tedesche nel 1942

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BIBLIOGRAFIA: 1

Tomas REISS The Black Count: Glory, Revolution, Betrayal, and the Real Count of Monte Cristo Crown Publishers - New York, 2012 Reiss ha soggiornato lungamente in Francia per svolgere ricerche in archivi militari e musei, riuscendo infine ad accedere anche ai documenti inediti custoditi da Elaine, la bibliotecaria del Musée Alexandre Dumas di Villers-Cotterêts dedicato alla storia dei tre Dumas, dopo che la donna era morta senza rivelare la combinazione della sua cassaforte. Il libro di Tomas Reiss è anche e soprattutto la meticolosa e rigorosa biografia del generale francese Alexandre Dumas, padre dell'omonimo famoso romanziere e nonno dell'altrettanto omonimo drammaturgo.

2 Alexandre

DUMAS Mes Memoires A. Cadot Editeur - Paris, 1852

Le prime duecento pagine delle memorie sono dedicate a suo padre, il generale Dumas. «Vedi padre mio che non ho dimenticato nessuno dei ricordi che mi avevi affidato perché li conservassi. Da quando sono stato in grado di pensare, i tuoi ricordi hanno vissuto in me come una lampada sacra, che illumina tutto e tutti quelli che avevi toccato anche se la morte me l'ha portata via» Alexandre Dumas père.

Altre importanti fonti bibliografiche disponibili su Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie – in ordine cronologico di pubblicazione – sono le seguenti: - André MAUREL Les trois Dumas Librairie illustrée - Paris, 1896 - Ernest D’AUTERIVE Un Soldat de la Révolution: Le Général Alexandre Dumas - Paris, 1897 - André MAUROIS The Titans: A Three‐Generation Biography of the Dumas Harper & Brothers New York, 1957 - Víctor E.R. WILSON Le Général Alexandre Dumas: Soldat de la Liberté Quisqueya - Québec, 1977 - Gilles HENRY Les Dumas: Le secret de Monte Cristo Condé‐sur‐Noiraud - Corlet, 1982 - John G. GALLAHER General Alexandre Dumas: Soldier of the French Revolution Southern Illinois University Press - Carbondale, 1997 - Claude RIBBE Alexandre Dumas, le dragon de la reine Éditions du Rocher - Paris, 2002 - Claude RIBBE Le diable noir Alphée - Monaco, 2008 - Tom REISS The Black Count: Glory, Revolution, Betrayal, and the Real Count of Monte Cristo Crown Publishers - New York, 2012 3

Gianfranco PERRI Al centro di un conflitto: Brindisi tra il 1799 e il 1801 in “Dal riformismo carolino alle riforme di età napoleonica” - Brindisi, 2019

4

Rosario JURLARO Cronaca dei sindaci di Brindisi 1787‐1860 Amici della De Leo Brindisi, 2001

5 Rapport fait au gouvernement francais par le general de division Alexandre Dumas, sur

sa captivité à Tarente et à Brindisi, ports du Royaume de Naples - 5 Mai 1801

Documento ritrovato da Tom Reiss nella cassaforte del Museo Dumas a Villers Cotterêts

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Duecento anni fa: quando Mesagne era più importante di Brindisi Pubblicato.su.il7.Magazine.del.21 luglio.2017

Quando agli albori del secolo XIX, il 13 febbraio 1806, anche il regno di Napoli divenne napoleonico e il re borbonico Ferdinando IV si rifugiò a Palermo sotto la protezione della marina inglese, il nuovo re Giuseppe Bonaparte soppresse la feudalità e si dedicò a riformare l’amministrazione dello stato, ammodernandola sul modello francese. Con la legge numero 132 dell’agosto 1806, si modificò la ripartizione territoriale del regno, sopprimendo definitivamente ciò che ancora restava del sistema dei giustizierati, originalmente introdotti dallo svevo Federico II, e creando formalmente il tuttora vigente istituto della provincia. La provincia era suddivisa in successivi livelli amministrativi gerarchicamente dipendenti dal precedente e al livello immediatamente successivo alla provincia seguivano i distretti che, a loro volta, erano suddivisi in circondari e questi ultimi comprendevano uno o più comuni, che costituivano l’unità di base della nuova struttura politico-amministrativa dello stato, ai quali potevano far capo gli eventuali villaggi, che erano centri minori a carattere prevalentemente rurale. A capo della provincia c’era un intendente e nei capoluoghi del distretto c’era un sottintendente; quindi, nei comuni governava il sindaco. I sindaci venivano nominati dal ministro dell’interno, o dall’intendente in quelli meno popolosi, ed erano affiancati da due eletti e da un consiglio decurionale composto da un numero di membri variabile da minimo 10 a massimo 30 in funzione della popolazione del comune, i quali erano eletti - successivamente tratti a sorte e poi, finalmente, scelti dal ministro o dall’intendente - all’interno di liste di ‘eleggibili’ confezionate sulla base della rendita annua e delle professioni liberali. Il territorio continentale del regno risultò così suddiviso in 13 province e tra queste quella di Terra d’Otranto, che comprese un totale di 44 circondari, distribuiti tra i seguenti distretti: Lecce, che fungeva anche da capoluogo della provincia, Taranto e Mesagne, al quale apparteneva il circondario di Brindisi, oltre a quelli di Francavilla, Oria, San Vito, Campi, Salice, Ostuni, Martina e Ceglie: una ripartizione amministrativa che perdurò durante sette anni, durante i quali Mesagne fu capoluogo di distretto e quindi sede di sottintendenza con giurisdizione amministrativa su tutto il distretto e, pertanto, anche su Brindisi. Il primo intendente di Terra d’Otranto fu il conte Francesco Anguissola e il primo sottintendente del distretto di Mesagne fu il brindisino Mariano Monticelli. Mentre a Brindisi era sindaco Teodoro Vavotici, coadiuvato da 2 eletti e da un decurionato di 10 membri. 204  


Il castello Normanno Svevo di Mesagne

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Anche se sulla decisione di scegliere Mesagne come capoluogo di distretto influirono certamente le pessime condizioni ambientali in cui - dopo il clamoroso fallimento dell’opera del Pigonati - versava nuovamente Brindisi, considerata città di ‘aere malsano’, molto probabilmente tale scelta rispose alle contingenti esigenze militari del momento, in vista della precaria sicurezza che il porto di Brindisi, molto più esposto, poteva offrire in tempi di assestamenti e rovesciamenti politici ancora molto fluidi. In quegli inizi del secolo, infatti, con le truppe napoleoniche in Italia, ma con le flotte inglesi, russe e turche girovagando tutt’intorno, la situazione politico-militare nel regno di Napoli, e nel basso Adriatico in particolare, era abbastanza confusa. Dopo la pace di Firenze del 1801 tra il re Ferdinando IV e Napoleone, le navi repubblicane francesi nel basso Adriatico, vi rimasero con la scusa di dover far rispettare le clausole marittime di quella pace. E anche se la pace di Amiens del 1802 accordò che tutti territori del regno napoletano fossero liberati sia dalle truppe francesi e sia da quelle inglesi e russe per permettere alla corte borbonica di rientrare da Palermo a Napoli, nella Terra d’Otranto, di fatto, non fu proprio così. A Mesagne infatti, dove nel castello normanno-svevo si era stabilmente insediato un importante battaglione francese, tutti quei soldati lo avrebbero dovuto sgomberare tra il 30 di aprile e il 5 di maggio dell’anno 1802, ma non lo fecero: tergiversarono e cominciarono a partire solo molto dopo, molto lentamente, a più riprese e senza farlo mai del tutto, fin quando, il 15 luglio 1803, l’esercito francese fece ufficialmente ritorno in Terra d’Otranto, a causa delle non meglio precisate “difficoltà sorte tra Francesi e Inglesi”. A Brindisi i soldati francesi mancarono solo dal maggio 1802 al luglio 1803 e a Lecce, capoluogo di Terra d’Otranto, nell’aprile del 1804, se ne contavano oltre 3000. Poi, il 21 aprile 1813, il re Gioacchino Murat, che nel mentre era succeduto a Giuseppe Bonaparte, per la provincia di Terra d’Otranto decretò la creazione di un quarto distretto, quello di Gallipoli, scorporando 14 circondari dal distretto di Lecce e al contempo riorganizzò quello di Mesagne, rinominandolo distretto di Brindisi, che da allora divenne capoluogo di distretto e quindi, sede del comando di battaglione e della sottintendenza, che il 15 maggio si trasferì dall’ex convento dei Celestini di Mesagne all’ex convento dei Francescani in San Paolo a Brindisi. Quel sistema amministrativo territoriale napoleonico, di fatto restò invariato anche dopo la parentesi decennale che, conclusa nel 1816, precedette la restaurazione ed il ritorno dei Borbone sul trono del regno, ri-denominato delle Due Sicilie. Brindisi, in quell’anno 1816, come capoluogo dell’omonimo distretto composto da 15 comuni Carovigno, Ceglie, Erchie, Francavilla, Guagnano, Latiano, Oria, Ostuni, Salice, Sandonaci, San Pancrazio, San Vito, Torre Santa Susanna, Veglie e Mesagne - contava 6114 abitanti. Finalmente, nel nuovo regno d’Italia del 1861, la provincia di Terra d’Otranto cambiò la sua denominazione a quella di provincia di Lecce, dalla quale, nel 1924 e nel 1927, furono scorporate e rese indipendenti le attuali province di Taranto e Brindisi.

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Il canale d’ingresso al porto interno di Brindisi: Pigonati “NO” Monticelli “SI” Pubblicato su Senza Colonne News del 3 novembre 201 Il riferimento é naturalmente all’intitolazione del canale che a Brindisi separa il porto interno da quello esterno e che notoriamente si chiama Canale Pigonati in riconoscimento del fatto che nel 1778 fu l’ingegnere Andrea Pigonati a completare il suo “riaprimento” dopo secoli di disastroso e tragico abbandono. Eppure, invece, sarebbe giustizia intitolarlo a Monticelli! Ma perché “Pigonati NO” e “Monticelli SI”? Perché Andrea Pigonati fu l’ingegnere siciliano contrattato per realizzare quell’opera di “riaprimento” che in effetti completò in tempi e con costi relativamente limitati, ma commettendo un imperdonabile errore di progettazione così grave che in pochissimi anni ne invalidò completamente il risultato. E perché Giovanni e Francescantonio Monticelli furono invece due illustri brindisini, familiari discendenti di quel luminare che fu Teodoro Monticelli, che lottando contro la potente e spregiudicata lobby gallipolina, tra il 1831 e il 1834 si prodigarono disinteressatamente riuscendo a scongiurare per Brindisi la morte ormai già decretata, convincendo il re Ferdinando II a non desistere dal recuperarne il porto, re al quale va quindi e comunque il merito di essersi fatto convincere. Ció premesso, per tutti coloro i quali ne hanno un qualche interesse e un po’ di voglia, qui di seguito riassumo il racconto dall’inizio, procedendo quindi in ordine cronologico: Dopo la sua gloriosa e prolungata stagione della Roma repubblicana, il porto di Brindisi subì un enorme disastro ambientale, inizialmente a causa dei residui delle palafitte fatte piantare all´entrata del porto interno nel 49 aC da Giulio Cesare durante la guerra civile per, vanamente, tentar di impedire la fuga di Pompeo, e successivamente, e con effetti ancor più devastanti, a causa delle due tartane zavorrate che il principe di Taranto, Giovanni Antonio del Balzo Orsini, nel 1449 fece affondare nello stesso luogo, verosimilmente per impedire che la città cadesse preda della flotta veneziana. Poi, negli anni seguenti, le sabbie e i limi provenienti dalle paludi circostanti con quelle che le maree portavano dal porto esterno all’interno, le alghe che si moltiplicavano nelle acque poco mobili, e finalmente i residui solidi d´ogni sorta che liberamente scolavano dalla città stessa, finirono per ostruire quasi del tutto quel passaggio, isolando il porto interno da quello esterno e trasformando il primo in una palude salmastra con conseguenze catastrofiche per la città e i suoi abitanti. Anche se da subito, fin dai primi anni del XVI secolo quando la corona spagnola istituì nel regno di Napoli un vicereame, si riconobbe la gravità della situazione e nel parlamento si convenne in più occasioni che era indispensabile e inderogabile risolvere il problema del restauro del porto di Brindisi, per secoli tutto restò in discorsi e in buone intenzioni mentre la città, via via più abbandonata a se stessa e decimata dalla malaria, continuava a languire avviandosi lentamente ma inesorabilmente verso una definitiva inevitabile scomparsa. Dopo la ventennale parentesi austriaca, nel 1734 il regno di Napoli ritornò sotto la dominazione spagnola, ma questa volta dei Borbone e, novità non da poco, con il rango di regno indipendente e con un re tutto proprio: Carlo Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V, al quale nel 1759 successe al trono il suo terzo figlio, Ferdinando IV, che nel 1768 sposò Maria Carolina, figlia dell´imperatore d´Austria Francesco I e che, pur non essendo stato un gran re al confronto con suo padre Carlo, ebbe l´enorme merito di aver soccorso e di fatto salvato momentaneamente Brindisi, preoccupandosi e impegnandosi al “riaprimento” del suo porto. Nel 1775 infatti, Ferdinando IV inviò a Brindisi due ingegneri, i più rinomati del regno per le opere idrauliche, con il compito di determinare i provvedimenti necessari al risanamento del porto e della città intera: Vito Caravelli, professore di matematica, e Andrea Pigonati, tenente colonnello del genio. I due ingegneri fecero studi e compilarono i progetti che sottoposero al re: le loro proposte furono approvate e ritornarono a Brindisi per attuare quanto progettato. 207  


Andrea Pigonati – 1789

Philippe Hacker – 1789 208  


Nell’anno 1776, quando Andrea Pigonati dette principio ai lavori di riapertura del canale che comunicava il porto esterno con quello interno, le paludi al centro del passaggio nei momenti di alta marea si ricoprivano con 25 centimetri d’acqua, mentre nei momenti di bassa marea le acque scomparivano del tutto e le secche rimanevano scoperte fino a 50 centimetri in alcuni punti. A stento, e solamente nelle alte maree, si poteva passare per il canale con una barchetta, e il porto interno era un lago stagnante dove potevano navigare solo le barchette e i lontri. I lavori iniziarono il 4 marzo e il 28 approdò nel porto una polacca proveniente da Napoli, carica di vari attrezzi e legnami destinati all’opera. I lavori avanzarono tra varie difficoltà, non ultima quella dell’insufficienza e dell’impreparazione della mano d’opera locale, per cui si dovette ricorrere anche ai lavoratori forzati: nell’aprile del 1777 giunsero a Brindisi i regi sciabecchi con cento forzati e il 26 dicembre ne giunsero altri duecento. A causa della poca disponibilità di grosse pietre necessarie all’esecuzione del progetto, Pigonati pensò bene di poter utilizzare i ruderi di vecchie costruzioni, e così dispose la demolizione di alcune vecchie case site in prossimità di Porta Reale e dei blocchi residui della stessa, e impiegò anche le pietre estratte dalla superstite torretta angioina che era stata fabbricata per l’operazione della catena di chiusura del canale. Nell’aprile del 1778 il pilota brindisino Francesco Alló, poté per primo entrare fino in vicinanza della Porta Reale con un bastimento carico, e poté ripartire ricarico d’olio: la larghezza del canale era già stata ampliata e la profondità aveva raggiunto 5,20 metri. E il 26 giugno di quello stesso anno, entrò felicemente nel porto interno il bastimento olandese Giovine Adriana con una portata di ben 3740 ettolitri di grano. Pigonati consegnò l’opera compiuta il 30 dicembre 1778, a 2 anni 9 mesi e 22 giorni dall’inizio lavori: l’ostruzione che aveva isolato porto e città tutta durante secoli, era stata finalmente rimossa. Alla consegna dell’opera, il canale, con la bocca rivolta a greco-levante, era lungo 1861 palmi compresi i moli e le scogliere, era profondo 18 palmi e largo 183 palmi verso la rada e 162 palmi allo sbocco nel porto interno. Le sponde del canale furono rivestite di banchine murarie che furono prolungate con due pennelli sporgenti nel porto esterno. Poco dopo però, il canale cominciò a riempirsi, le paludi nel porto interno iniziarono a rinnovarsi e la malaria fece ritorno: Pigonati, agendo con buona dose d’ignoranza nonché di arroganza, aveva commesso il grossolano errore di orientare l’imboccatura del canale a grecolevante e quel grave errore d’ingegneria finì per vanificare l’ingente sforzo. Dopo pochi anni e vari improbabili tentativi di rimediare a quell’errore, il porto di Brindisi era di nuovo perduto e precluso ai grandi traffici navali, e l’intera città era ripiombata nella sua triste criticità. Nel 1797 il francese Antoine Laurent Castellan visitò Brindisi: «...La città é povera, non ci sono quasi affatto botteghe e le poche non hanno che gli articoli di prima necessità. Le malattie hanno spopolato intere strade, il popolo si nutre poco e male e stuoli di mendicanti premono alle porte di chiese e conventi dove si distribuisce minestra. La maggior parte dei bambini non raggiunge la pubertà e gli altri, pallidi e senza forza, trascinano un’esistenza triste e dolorosa che finisce spesso con spaventose malattie...». Nel 1789 fu la volta dello svizzero Carl Ulysses von Salis: «...A misura che ci avvicinavamo alla città si presentavano regioni di miseria e di desolazione, che fa pena vedere lì incolta una campagna benedetta dal suolo fertile e dal clima più propizio. Larghe strade con case rovinate, cortili ricoperti di erbe, miserabili tuguri appoggiati a vecchie mura. Poche sono le case abitate e le persone che vi dimorano sono giornalmente esposte ai lenti ma inevitabili effetti della febbre malarica. L’abbandono totale in cui è stato lasciato il porto, ha dato vita a paludi estesissime che circondano la città e riempiono l’aria di esalazioni pestilenziali, per cui non

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esiste più un volto roseo in Brindisi. La febbre malarica regna durante tutto l’anno e sono pochi quelli che tirano innanzi la loro miserabile vita sino all’età di sessant’anni...». E l’illustre viaggiatore non esitò a entrare in aperta polemica con Pigonati ribattendogli, tra altro, anche una delle tante asseverazioni che, dimostrando molta poca benevolenza verso gli abitanti di Brindisi, egli aveva scritto nella sua “Memoria del riaprimento del porto di Brindisi” pubblicata nel 1781. Carl Ulysses von Salis disse: «Ma con quale giustizia si può rimproverare ai brindisini la loro indolenza, perché lavorano solo quattro ore al giorno e passano il rimanente della giornata nelle taverne, cercando di affogare nel vino la loro miseria?». E poi aggiunse: «I lavori di alcuni anni addietro vennero così mal eseguiti dall`ingegner Pigonati, forse per ignoranza o altra ragione, che la città è tuttora così miserabile e insalubre com’era prima della sua venuta. Sebbene siano appena passati soli undici anni dacché l’opera di Pigonati è stata compiuta, già il canale è nuovamente bloccato dalle alghe e dalla rena...». Nel 1829 un altro famoso svizzero, Charles Didier, visitò Brindisi: «...Decimata dalla malaria, la popolazione di Brindisi è scesa da centomila abitanti a seimila: tra il 1827 e il 1829, nella desolata città le nascite sono state 1117 a fronte di 2323 morti. Brindisi é pochissimo civilizzata e poco industrializzata e le campagne dei dintorni sono vere steppe deserte e spesso paludose, dove si può camminare un giorno intero senza incontrare un viso umano e senza trovare un albero sotto cui ripararsi dal sole...». Alla fine del 1830, morì il re Francesco I, figlio di Ferdinando IV che dopo la definitiva sconfitta dei francesi di Napoleone era tornato sul trono di Napoli con il nuovo titolo di re Ferdinando I delle Due Sicilie. E a Francesco I gli successe il figlio, giovanissimo, Ferdinando II. Giovanni Monticelli, appartenente a quella nobile e antica famiglia brindisina abitante nel rione Sciabiche, avuto sentore di manovre di palazzo tendenti a distogliere il re di Napoli Ferdinando II Borbone dal promuovere lavori di risanamento del porto di Brindisi a favore della costruzione di un novello porto in Gallipoli, si mobilitò in prima persona recandosi più volte a Napoli e finalmente, nel 1831, scrisse per il re ben 51 pagine di una sua prima relazione intitolata “Difesa della città e porti di Brindisi”. In quella relazione, Monticelli denuncia la risoluzione del Consiglio Provinciale di Lecce e le tante manovre in atto, quelle palesi e quelle occulte, tendenti a convincere l’amministrazione pubblica statale ad autorizzare il finanziamento, con i fondi destinati alla Provincia di Lecce, della costruzione di un nuovo porto a Gallipoli, giustificandola tecnicamente e appoggiandone la richiesta in base a un supposto economicamente importante potenziale di commercio d’olio. Ma soprattutto denuncia, quale obiettivo segreto e inconfessabile di quelle manovre, la volontà di screditare ogni progetto di recupero del porto di Brindisi, basando il tutto su una serie di mezze verità e di aperte menzogne, tutte utilizzate per mascherare null’altro che meschini interessi economici e miserrimi campanilismi a favore di Gallipoli e contro Brindisi. Monticelli in maniera appassionata si dirige al re facendo appello sia ad argomentazioni di tipo storico e sia ad argomentazioni di tipo economico, nonché trattando con grande competenza anche i temi più strettamente tecnici, sia quelli relativi all’insuperabile qualità del porto di Brindisi e sia quelli relativi alla nefandezza del proposto porto di Gallipoli. Spiega in dettaglio Monticelli, sia il grave errore idraulico del Pigonati e sia l’inconsistenza tecnica concettuale insita alla base del progetto del famigerato nuovo porto di Gallipoli. E cita quanto “il buon Ferdinando I, amatissimo nonno del re” aveva risolutamente fatto per il porto di Brindisi, in quanto assolutamente convinto della sua importanza strategica e del suo potenziale economico, non solo promuovendo la sfortunata opera del Pigonati, ma impegnandosi in imporre la pur dispendiosa manutenzione del porto necessaria per il suo funzionamento, fino al nefasto abbandono della stessa all’arrivo degli invasori napoleonici. 210  


E si dilunga inoltre Monticelli in dimostrare l’infondatezza delle scellerate e interessate opinioni secondo le quali l’aria malsana di Brindisi fosse un qualcosa d’intrinseco alla città, indipendente cioè dalla problematica dell’ostruzione delle acque del porto interno e fosse pertanto un qualcosa d’irrimediabile e costituisse quindi, una ragione per sé sufficiente a non investire denari su quella disgraziata città. E finalmente, accingendosi a concludere, scrive: «...La città di Brindisi non invidia a Gallipoli un porto, né si oppone alla costruzione di esso, ma reclama la giustizia del governo e del Sovrano a suo favore. Abbia Gallipoli il suo porto, ma l’abbia a sue spese; ricca e prosperosa come l’è ben potrebbe soffrirne il peso. La giustizia non solo deve sedere né tribunali, ma benanche nelle amministrazioni pubbliche». Nei suoi frequenti viaggi a Napoli, Monticelli volle in più occasioni incontrare l’illustrissimo suo concittadino Benedetto Marzolla, un prestigioso ufficiale che in quegli anni rivestiva l’importante carica di procuratore della città di Brindisi, il quale ben volentieri abbracciò la nobile causa, tanto da accettare di contribuire direttamente alla stesura di una seconda edizione della relazione di Monticelli, che fu completata in quello stesso 1831. La relazione fu consegnata il 5 Agosto a Giuseppe Ceva Grimaldi, ministro di stato per gli affari interni, e con il titolo “Difesa della città e del porto di Brindisi ‐ seconda edizione aumentata e corretta” fu pubblicata con ben 120 pagine nel 1832. Così come si può leggere nella lettera che accompagnò la consegna della relazione, si volle fare appello alla colta sensibilità del ministro e alla fortunata circostanza che egli avesse conosciuto di persona sia Brindisi e il suo porto e sia Gallipoli. Il marchese di Pietracatella, il ministro appunto, era infatti stato amministratore della Provincia di Lecce e autore del libro “Itinerario da Napoli a Lecce e nella Provincia di Terra d’Otranto nell’anno 1818” in cui, nel capitolo dedicato a Brindisi, traspare la sua ammirazione per il suo glorioso e fantastico porto. In questa seconda relazione corretta e aumentata, si aggiungono nuove e più dettagliate considerazioni relative a tutte le problematiche del raffronto tra i vantaggi di restaurare il pieno funzionamento del porto naturale di Brindisi e gli svantaggi, soprattutto tecnici, ma anche economici strategici militari e politici, di costruire in sua vece un nuovo porto del tutto artificiale a Gallipoli. Si segnala il parere favorevole a Brindisi del Direttore di ponti e strade, e si attacca il parere favorevole a Gallipoli di Giuliano De Fazio, Ispettore generale delle acque e strade, autore nel 1828 di un saggio intitolato “Intorno al miglior sistema di costruzione dei porti” in cui esalta la costruzione di porti artificiali ad archi, detti anche a moli traforati, come quello appunto che si era progettato per Gallipoli. De Fazio, per contrastare e sconfessare l’azione e lo scritto di Monticelli, nel dicembre del 1833 ne scrisse anche lui uno di 20 pagine, intitolandolo “Osservazioni sul ristabilimento del porto e sulla bonificazione dell’area di Brindisi”. In quanto alla possibilità di realizzare lavori di restaurazione del canale, Fazio la liquida affermando che affinché gli stessi potessero funzionare bisognerebbe con essi portare la situazione a quella precedente alle azioni di Cesare, cosa che però sarebbe tecnicamente quasi impossibile e che comunque costerebbe un immenso patrimonio. Quindi, passa a trattare dell’aria di Brindisi, aspetto sul quale incentra la sua enfatica posizione contraria al restauro. L´insalubrità del clima di Brindisi, secondo la tesi di De Fazio, era solo in minor parte dovuta al ristagnare delle acque del porto interno, conseguenza a sua volta dell´ostruzione, mentre era principalmente dovuta «...alla gravezza della smodata instabilità dell’incostante atmosfera della città, o sia il repentino passaggio dal caldo al freddo, cagione questa che pare che non possa essere cessata mai; dappoichè se questa superstite porzione di aria malsana abbia tal forza da nuocere alla vita, per certo sarà opera vana il ristabilimento del porto...». 211  


E abbondano nello scritto di De Fazio le notizie storiche non dette e quelle palesemente manipolate e tergiversate, così come abbondano le citazioni di supposti esperti, naturalmente anche stranieri, a sostegno di quella sua tesi scapigliata. E poi, a contorno, quanta ipocrisia: «Per verità, chiunque miri alla naturale bellezza di questo porto é indotto a volerlo rinnovato e in essere, ma se per poco rivolga in mente le accennate difficoltà, ei non saprà a qual partito appigliarsi, e forse muterà proposito e si rimarrà dall’impresa...». Ed ecco entrare in campo Francescantonio Monticelli a sostegno della causa dell’anziano suo zio Giovanni. Francescantonio, barone e deputato gratuito della città di Brindisi, elaborò una “Terza memoria in difesa della città e de’ porti di Brindisi” seguita da un ”Esame critico delle Osservazioni sul ristabilimento del porto e sulla bonificazione dell’aria di Brindisi date in luce dal sig. De Fazio”, due documenti che furono pubblicati nel 1833 e nel 1834, rispettivamente. Nella memoria in difesa della città e del suo porto, un documento di 70 pagine, appellandosi alla Consulta di Stato e al Re, Monticelli fa un´appassionata frontale e documentatissima critica a un progetto di intervento limitato e tecnicamente sbagliato che per il porto di Brindisi si stava proponendo attuare a mo’ di palliativo, e che a suo avviso solamente sarebbe servito a superare una congiuntura politica e a finalmente dimostrare, con il suo scontato fallimento, l´impossibilità stessa di poter recuperare il porto. E perorando al contempo, e sulla base di una precisa documentazione, la realizzazione del progetto, già dettagliatamente concepito, di un intervento integrale e tecnicamente accertato che invece, e giustamente, prevedeva il totale abbandono dello schema concettualmente erroneo realizzato dal Pigonati. E nell’esame critico delle osservazioni date in luce da De Fazio, in una sessantina di pagine Monticelli confuta risolutamente ognuna di quelle osservazioni, sia quelle relative al recupero del porto e sia quelle relative al tema dell’aria malsana. Dimostra con calcoli e numeri, che la stima del volume dei lavori da eseguire per restaurare completamente il canale avanzata dal De Fazio (300mila canne di terra da dragare) era assolutamente infondata e volutamente esagerata, giacché la realtà tecnica la collocava oggettivamente sull’ordine di solo un sesto a un terzo di quell’enorme quantità. Quindi commenta profusamente come i lavori di un recupero integrale del porto possano essere tecnicamente ben realizzati, ed a costi contenuti. Poi, in relazione alla questione della malsana aria di Brindisi, nella seconda parte del suo esame critico Monticelli si dilunga nel confutare tutte le asseverazioni di De Fazio, denunciandone per molte di esse l’inesattezza o la malintenzionata falsità, nonché ricolidizzandone un’altra buona parte. In realtà non fatica troppo nell’argomentare l’assurdità delle tesi di De Fazio, basandosi a volte sul solo buonsenso e, quando necessario, semplicemente ricorrendo alla plurimillenaria storia di Brindisi. Finalmente, il re Ferdinando II, per sua lungimiranza, per merito dei due Monticelli, e per nostra fortuna, non abboccò alle manovre dei lobbisti gallipolini. Non solo: intuita la malafede e il tentativo d’inganno, s’incavolò tanto che defenestrò il De Fazio dal governo. Nel 1834 il re nominò una commissione per la compilazione di un progetto definitivo di rilancio del porto di Brindisi e questa, dopo due anni, glielo presentò. Nonostante l’ingente spesa prevista i lavori furono appoggiati dal sovrano, il quale nominò a sopraintendere l’opera uno dei componenti la commissione, il colonnello del genio Albino Mayo, e si recò a Brindisi di persona per dimostrare l’avallo sovrano al grande progetto. Purtroppo, però i lavori non partirono con il verso giusto e dopo ben otto anni, fu necessario emanare uno specifico reale decreto per dare nuovo impulso al progetto e la costruzione dell’opera ebbe finalmente formale principio nel 1843 «...coll’abbassamento dell’isola angioina, coll’apertura del canale borbonico, abbattendo le vecchie banchine che vi faceano argine, e portando le acque alla stessa refluenza primiera sulle spiaggiate dei giardini...».

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Nel 1845 il re Ferdinando II venne a Brindisi per verificare i lavori di bonifica e perché vi erano «interessi sovrani per il porto alla vigilia dell’apertura del canale di Suez». Vi tornò ancora per lo stesso motivo nel 1846 e nuovamente il 26 maggio 1847. E proprio in quel 1847 si completò la modifica dell’orientamento del canale che, così rivolto verso tramontana, risolse il problema del periodico insabbiamento e della conseguente ostruzione. Poi, con l’inizio del 1848, i lavori furono sospesi a seguito del precipitare dei fatti politici e militari di quell’anno. Furono ripresi solamente nel 1854 e il 17 gennaio 1856 si svolse una pomposa cerimonia d’inaugurazione delle nuove - però parziali - opere del porto. Il 28 dicembre 1860, nel pieno dei fermenti legati all’avvenuta annessione del regno delle Due Sicilie al regno di Sardegna, poi regno d’Italia, il nuovo governatore della provincia di Terra d’Otranto bandì il concorso d’appalto di una nuova serie di lavori già programmati per il porto: la costruzione d`una parte della banchina nel seno di ponente. E non si trattava ancora del totale completamento dell’impresa, la quale di fatto si protrasse per ulteriori vari decenni, tra le venturose e tragiche vicissitudini sociali politiche e militari che si succedettero finanche addentrato il nuovo secolo. Purtroppo, però, e nonostante quell’indubbio successo della definitiva riapertura del canale alla navigazione, le vicissitudini del nostro porto erano destinate a perdurare tra “alti e bassi” fino a giungere ai nostri giorni e senza che s’intraveda ancora una luce chiara alla fine del tunnel: é il destino di Brindisi, indissolubilmente legato a quello del suo celeberrimo porto. Quel - comunque - grandissimo successo, e senza alone di dubbio alcuno, lo si deve innanzitutto ai Monticelli, a Giovanni e a Francescantonio. Non certo a Pigonati!

gianfrancoperri@gmail.com 3 Novembre 2014

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Lo storico e glorioso idroscalo di Brindisi Pubblicato su.Brindisiweb.it

Probabilmente molti giovani brindisini d’oggi non sanno che l'aeroporto di Brindisi, recentemente denominato “Del Grande Salento” ed in origine intitolato al comandante di aeromobile civile Antonio Papola deceduto il 13 febbraio del 1938 in un incidente di volo, ha avuto un glorioso antenato e capostipite che tra pochissimo commemorará il suo primo centenario della nascita. Le piú lontane origini dell'aeroporto di Brindisi, che furono di caracttere militare e che risalgono agli albori della stessa aviazione italiana, coincidono infatti con gli anni iniziali della Prima guerra mondiale, quando nel basso Adriatico si scontravano acerbamente le flotte dell'Intesa di cui faceva parte l’Italia, contro quelle austro-tedesche. Il suo primissimo nucleo fu una stazione provvisoria per idrovolanti creata, con lo scoppio della guerra e poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia, per iniziativa della Regia Marina Militare: una circolare della Regia Marina, la N° 25260 del 6 dicembre 1914, stabiliva la creazione di tre stazioni per idrovolanti, a Venezia Pesaro e Brindisi, per contrastare l’aeronautica austriaca che stava imperversavano sull’Adriatico. Della ventina di apparecchi dei quali disponeva allora la Regia Marina, a Brindisi furono assegnati 3 idrovolanti Curtiss. Erano apparecchi di legno e tela, e a Brindisi furono inizialmente depositati sulla nave Elba e successivamente sulla nave Europa, in attesa che si completasse la costruzione di un apposito hangar in un’area al confine tra le due zone costiere denominate ”Posillipo”e “Costa Guacina” sul lato ovest dell’avanporto.

Costa Guacina, tra Posillipo e Fontanelle, prima dei lavori di sterro che daranno spazio all’area dell’idroscalo

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Nel 1916, per meglio contrastare l’aviazione austriaca di base a Durazzo, Dubrovnik, la stazione fu potenziata divenendo stabile e più efficiente: era cosí nato l'Idroscalo Militare di Brindisi. Il complesso sorgeva in località Costa Guacina, appena fuori dal porto interno, uscendo dal porto sul lato sinistro del canale Pigonati, su un’area costiera compresa tra il canale e Fontanelle, da sempre punto di attracco di navigli imbarcazioni e battelli vari in quanto riparata dalle correnti marine, e per questo difesa dalla piazzaforte navale. Furono anche necessari impegnativi lavori di sterro per portare sul livello del mare tutta l’area della costa che in origine fu topograficamente sopraelevata.

Planimetria di Costa Guacina ‐ Dicembre 1916

Quel bellissimo specchio d’acqua, dalle condizioni naturali invidiabili, fu la pista dalla quale fin dal 1914 si levavano in volo gli idrovolanti della squadriglia guidata da Orazio Pierozzi, eroico aviatore deceduto in volo di addestramenteo nel 1919 dopo aver guidato innumerevoli azioni di guerra vittoriose. Soprannominato l’asso del mare, a lui dopo la sua tragica morte fu intitolato l’idroscalo. Cosí come durante gli anni della grande guerra si levavano in volo le altre due squadriglie di base all’idroscalo di Brindisi, guidate da altri due formidabili aviatori, Umberto Maddalena e Francesco De Pinedo, piloti militari che divennero celebri per le loro imprese aviatorie, anche loro deceduti in volo, nel 1931 e nel 1933 rispettivamente.

Orazio Pierozzi Umberto Maddalena Francesco De Pinedo

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1918: Orazio Pierozzi col suo Macchi 55 Maddalena (primo a sinistra) e De Pinedo (terzo)

La squadriglia di M55 di Umberto Maddalena, uno dei piloti italiani piú decorati ‐ Giugno 1918

Aereo austriaco Hansa Brandemburg W 13 catturato a Brindisi ‐ June 1918 (foto La Valigia delle Indie)

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Nel corso del 1916 furono costruite le aereorimesse per gli idrovolanti da bombardamento progettati dall’ingegnere Luigi Bresciani. Un incidente di volo in fase di sperimentazione causó la morte del progettista e la distruzione del prototipo e il progetto fu abbandonato, peró il nome Bresciani rimase ai 6 hangars. Adiacenti e a nord degli hangars Bresciani, si costruirono anche 3 enormi hangars per dirigibili i quali peró furono presto dismessi e trasferiti a San Vito dei Normanni, per ragioni di sicurezza. Gli hangars Bresciani invece, con muratura di tufi e cemento e con copertura a botte con sesto ribassato in solaio latero-cementizio, sono ancora oggi in situ utilizzati dall’ONU.

Hangars Bresciani quasi completati e primo hangar dirigibili in costruzione ‐ 1916

Finita la grande guerra, nel 1919 il governo italiano propose alla Grecia la creazione di un servizio di posta aerea tra Roma ed Atene con scalo a Brindisi, peró con un pensiero chiaro e lungimirante giá rivolto ai possibili sviluppi futuri dell’aeronautica commerciale. Fu proprio un raid effettuato tra il 9 e il 12 settembre di quello stesso anno da Francesco De Pinedo, comandante della stazione di idrovolanti di Brindisi, e conclusosi positivamente con un percorso aereo tra Brindisi ed Atene in sole cinque ore, a rendere più concreta quell’idea. Quel raid doveva infatti rivelarsi essere stato una mossa propagandistica di notevole spessore, tanto che per l’occasione il governo greco inviò alle autorità italiane una lettera di congratulazioni per l’efficacia degli idrovolanti di base a Brindisi. Con regio decreto del 28 marzo 1923 fu fondata la Regia Aeronautica Militare che al momento della sua nascita ricevette in consegna da Esercito e Marina tutti i campi aeronautici terrestri e gli idroscali allora esistenti: a Brindisi prese possesso del campo terrestre di San Vito dei Normanni che era sorto nel 1918 a circa 9 kilometri dalla città sulla strada per San Vito dei Normanni con l’adiacente, tra i vigneti di contrada Marmorelle, campo dirigibili e quindi, prese possesso anche dell’idroscalo Orazio Pierozzi. Cosí nello stesso 1923 toccó alla fiammante Regia Aeronautica Militare avviare la costruzione dell’Idroscalo Civile di Brindisi che, affiancando quello militare, fu completato nel 1925 perfezionando cosí un grande sistema di trasporti e collegamenti all’importantissimo e strategico porto di Brindisi, che con il sub-sistema treno-nave della Valigia delle Indie era già funzionante fin dal secolo precedente. 217  


Parallelamente, vennero costituite le prime aerolinee private italiane: la societá Servizi Aerei SISA nel 1921, la Societá Anonima Navigazione Aerea SANA nel 1925, la societá Transadriatica nel 1926 e la piú famosa Aero Espresso Italiana AEI che, fondata il 12 dicembre 1923, il 7 maggio 1924 stipuló con l’Aeronautica Militare una convenzione per l’impianto e l’esercizio di una linea commerciale tra Italia Grecia e Turchia, via Brindisi. Era cosí nata la prima linea aerea internazionale italiana e il 1° Agosto del 1926 dall’idroscalo di Brindisi partì il primo volo commerciale internazionale di linea italiano, che aprì al traffico la linea Brindisi-AteneCostantinopoli con idrovolanti Macchi M24. Nel 1927 fu aggiunta la linea Brindisi-Atene-Rodi e la SISA inaugurò la Brindisi-Durazzo-Zara. Nel 1928 un’altra importante compagnia, la SAM Società Aerea Mediterranea, avviò la Brindisi-Valona con idrovolanti Savoia Pomilio S59.

Brindisi ‐ Atene ‐ Costantinopoli dell´ Aero Espresso Italiana: dal 1926 al 1934

L’Idroscalo civile dell’Aereo Espresso Italiana a Brindisi ‐ 1927

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Piano dell’Idroscalo militare e civvile di Brindisi: Regia Aeronautica e Aero Espresso Italiana – 1927

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Sul fronte militare, negli anni Venti Brindisi divenne sede dell’86° Gruppo Idrovolanti dotato di numerosi apparecchi Macchi M24 e poi Siai Marchetti S55 e sorse cosí la necessitá di nuovi hangars la cui costruzione, stabilita a nord degli hangars Bresciani, fu commissionata alla Societá Officine Savigliano di Torino. I 4 hangars Savigliano, ognuno a pianta rettangolare di circa 54 x 60 metri, furono completati intorno al 1930: ossatura reticolare metallica a una campata e rivestimenti in lamiere ondulate zincate, cupolino centrale di aereazione a doppia falda in materiale policarbonato. Ognuno dei quattro accessi verso la banchina ha un’apertura di circa 51 metri con piú di 12 metri di altezza. L’ottima struttura metallica, nonostante la sua vicinanza al mare è rimasta pressoché intatta ed é ancora funzionale ai nostri giorni: uno degli hangars é gestito dall’ONU e negli altri tre opere la societá Alenia Aeronavali.

Hangars Savigliano e pontoni aerei dell’Idroscalo di Brindisi ‐ 1931

Si trattava di un idroscalo d’avanguardia con infrastrutture e servizi di grande qualitá, per esempio era il solo al mondo ad essere dotato di un carrello di alaggio su rotaie che consentiva un comodo imbarco a terra di passeggeri, merci e posta. Alcuni resti di quelle rotaie si possono ancora riconoscere sul terreno a tutt’oggi.

Rampe di scivoli all’Idroscalo di Brindisi ‐ 1934

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L’idroscalo con la sua sezione militare e con quella civile, grazie alla posizione strategica di Brindisi, aveva funzionato a pieno ritmo per tutti gli anni Venti, con un vasto impiego di idrovolanti in molte delle nuove correnti di traffici commerciali e militari del Mediterraneo. Invece, per diversi anni gli aerei militari e civili si erano continuati a servire del campo terrestre di San Vito fino a quando l’amministrazione provinciale di Brindisi decretó la costruzione di un nuovo aeroporto, procedendo all’esproprio ed acquisto dei terreni agricoli siti alle spalle dell’idroscalo, approntando nel 1931 il piano regolatore del nuovo aeroporto e iniziando i lavori di costruzione alla fine dello stesso anno 1931. Il campo entrò in funzione nel 1933, inaugurato da Benito Mussolini il 30 di luglio, e l’aerostazione fu completata nel 1937, con pista di lancio orientata a nord, inizialmente di 50 metri x 600 metri e successivamente portata a 850 metri. A seguito della politica del regime, voluta dal ministro dell’Aeronautica Italo Balbo, tutte le societá aeree furono via via liquidate o accorpate fino alla formazione di un’unica compagnia di bandiera, l’Ala Littoria, alla quale finalmente passó anche AEI nell’ottobre del 1934, quando il 28 di quel mese la compagnia SAM dopo aver assorbito la quasi totalitá dei servizi aerei italiani era ufficialmente divenuta “Ala Littoria S.A.” aggiungendo il fascio littorio alla rondinella azzurra del simbolo SAM che sua volta era stato ereditato dalla Transadriatica.

Aerostazione di Brindisi Linee aeree SAM Societá Aerea Mediterranea, poi Ala Littoria ‐ 1934

Nell’aeroporto di Brindisi l’Ala Littoria gestiva, tra altre, le linee Brindisi-Rodi; Brindisi-RomaTrieste; Roma-Brindisi-Tirana-Salonicco; Brindisi-Atena-Rodi-Haifa; Roma-Brindisi-Bagdad; Brindisi-Durazzo-Lagosta-Zara-Lussino-Pola-Trieste.

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L’idroscalo militare era stato intitolato a Orazio Pierozzi, comandante della Squadra Idrovolanti di Brindisi durante la Prima guerra mondiale, e con la stessa denominazione venne inizialmente indicato anche il nuovo aeroporto, che era militare e civile allo stesso tempo. Poi nel 1938 l’aeroporto civile ebbe la sua intitolazione ad Antonio Papola, mentre il militare conserva a tutt’oggi l’intitolazione originale a Orazio Pierozzi. Il 15 marzo del 1937 si formó sull’aereoporto militare di Brindisi il 35° Stormo con aerei SM.55 e l’anno seguente 1938, si formarono i Gruppi 95° e 86° con aerei idrovolanti CANT Z.606.

Trimotore Savoia Marchetti S.73 dell’Ala Littoria sulla linea Roma‐Brindisi ‐ 1937

Idrovolanti SM.55 del 35° Stormo schierati di fronte agli hangars Savigliano ‐ 1937

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1938 Ala Littoria Un idrovolante S66 della rotta per Haifa e Rodi

Hangar Savigliano: Bimotore Breda 44 dell’Ala Littoria sulla linea Roma‐Brindisi‐Tirana Salonicco ‐ 1938

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Idrovolanti CANT Z.506 dei Gruppi 95°& 86° schierati sull’Idroscalo di Brindisi ‐ 1938

Con la Seconda guerra mondiale fu realizzata dai tedeschi una nuova pista di 1500 metri e si intensificó l’attivitá militare a scapito di quella civile, fino a quando questa si esaurí del tutto nel settembre del '43 con l’ultimo idrovolante civile di linea che decolló il 9 settembre alla volta di Ancona. L’attivitá civile fu infatti sospesa totalmente giá che l’aeroporto divenne base dei reparti aerei alleati di occupazione, sotto comando inglese e nel 1944 gli alleati costruirono una terza pista di 1800 metri in terra stabilizzata con l’olio bruciato degli aerei.

CANT z 506: sullo sfondo il Collegio Navale il Monumento al Marinaio le navi scuola Vespucci e Colombo ‐ 1943

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USAAF intelligence aerodrome chart of Brindisi Camp showing the position of the seaplane base ‐ 1943

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’attività civile dell’aeroporto di Brindisi riprese con regolaritá nel maggio del 1947 con la nuova compagnia di bandiera Alitalia e si ripristinó la linea Roma-Brindisi alla quale si affiancó la linea Brindisi-Catania. Ma l’epoca gloriosa delle idrolinee da e per l’idroscalo di Brindisi era ormai finita per sempre: quell’epopea dell’aviazione civile italiana e brindisina in particolare, durata all’incirca una ventina di anni, si era definitivamente conclusa. Gli idrovolanti militari invece continuarono a scivolare sullo specchio del porto medio per un po’ di anni ancora, fino a tutti gli anni ’60, e molti di noi meno giovani ce li ricordiamo ancora identificandoli chiaramente sull’orizzonte dalle rive delle nostre spiagge interne al porto (Sant’Apollinare - Fiume piccolo - Fiume grande - Marimisti e Fontanelle), con il loro coinvolgente rullare e con le lore sagome un po’ goffe dalle estremitá arancione fosforescente, fino a farsi sempre piú radi prima di svanire anch’essi nelle pieghe della storia della cittá e del suo porto: ben piú di cinquant’anni di storia brindisina. 225  


Anche l’attivitá militare riprese finalmente autonoma dall’occupazione militare dopo la Seconda guerra mondiale. Nel 1947 a Brindisi fu destinato l’83° Gruppo Soccorso Aereo con idrovolanti CANT Z 506 sostituiti a partire dal 1958 con idrovolanti HU 16 A-Albatross. Poi, con l’entrata nel 1949 dell’Italia nella NATO, arrivarono in dotazione all’aeroporto militare di Brindisi i primi aerei militari americani. Tra il 15 ed el 18 settembre 1950 la portaerei americana Mindoro sbarcó i primi 40 aerei Curtiss Helldiver 52-C, per armare la ricostruita Aeronautica Militare. E nel giugno del 1952 dalla portaerei americana Corregidor furono sbarcati i primi aviogetti da caccia, gli aeroplani a reazione F-84G thunderjet, protetti da uno speciale rivestimento plastico detto ‘cocoon’.

Dalla nave americana Mindoro sbarcano per l’aeroporto di Brindisi gli aerei Curtiss 52C ‐ 16 settembre 1950

Aviogetti caccia F‐84G thunderjet sbarcarti dalla portaerei americana Corregidor ‐ Giugno 1952

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Fiat G 59 B per addestramento schierati davanti agli hangars Savigliano ‐ 1957

Il mio primo volo con mio padre, il Maresciallo Settimio Perri, nel cielo dell’aeroporto di Brindisi ‐ 1957

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Sottufficiali dell’Aeronautica, colleghi di mio padre il Maresciallo Settimio Perri al centro con la sciabola Aeroporto Militare Orazio Pierozzi di Brindisi nella festa della Madonna di Loreto ‐ 12 Dicembre 1957

Il 10 settembre 1967 sull’aeroporto militare di Brindisi fu ricostituito con il 13° Gruppo caccia bombardieri e ricognitori, quel 32° Stormo che era stato originalmente costituito l’1° dicembre 1936 e poi sciolto il 27 gennaio 1943. Il velivolo in dotazione fu il Fiat G.91R, in dotazione anche alla gloriosa pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori, e nel 1974 lasció spazio al bireattore G.91Y. Dal 1993 peró, lo Stormo non ha piú sede a Brindisi ed opera dall’aeroporto Amendola, in Foggia. Finalmente, nel 2008 l’aeroporto di Brindisi ha perso lo status di scalo militare aperto al traffico civile ed ha acquisito la semplice denominazione di aeroporto civile. 228  


E quell’idroscalo, sorto quasi cento anni or sono nel porto medio di Brindisi, è anche stato il luogo d’origine dell’industria aeronautica brindisina che lí nacque e quindi vi prosperó per quasi ottant’anni: gli idrovolanti infatti avevano bisogno non solo di uno scalo posto vicino ad uno specchio d’acqua, ma anche di assistenza e manutenzione. La Societá Anonima Cantieri d’Aeroporto SACA entró in attività nel 1934 e sotto la guida dell’ingegnere Michele Dell’Olio divenne rapidamente la principale industria della provincia. Nel dopoguerra la SACA, con la nuova denominazione di Societá per Azioni Costruzioni Aeronavali, fu rinnovata ed ampliata tanto che negli anni ’60 il personale raggiunse le mille unità. Imperdonabilmente nel 1977, dopo un continuo decadimento aziendale, si giunse alla penosa dichiarazione di fallimento. La Industria Aeronautica Meridionale IAM ne rilevò le maestranze, gli impianti e le attività. In seguito a ristrutturazione, la IAM divenne Agusta e questa, nel 1999, cedette ad Alenia Aeronautica il sito dell’idroscalo: 3 degli hangars Savigliano sono attualmente officine della societá Alenia Aeronavali.

Gli hangars Bresciani e Savigliano – 2010 (foto Ugo Imbriani)

Ma quella della SACA e di tutta l’industria aeronautica brindisina é tutta un’altra lunga gloriosa e, per certi versi, triste storia alla quale bisognerá dedicare molto piú di un capitolo. BIBLIOGRAFIA

Tra cielo e mare. Mostra documentaria. Archivio di Stato di Brindisi – 2007 Orazio Pierozzi l’asso della marina. M. Mattioli – 2003 La base navale di Brindisi durante la grande guerra. G. T. Andriani – 1993 L’Aeroporo civile di Brindisi. F. Gorgoni – 1993 Lotte e vittorie sul mare e nel cielo. U. Maddalena – 1930 229  


2015: 100 anni dalla tragedia della Benedetto Brin Pubblicato su Senza Colonne News dell’11 luglio 2016

In questo 2015 ricorrerà il centenario della tragedia brindisina della nave corazzata Benedetto Brin: sarà il 27 settembre alle ore 8 e 10 minuti del mattino quando si compiranno cento anni esatti dall'esplosione della santabarbara della nave che si trovava alla fonda nel porto medio in prossimità della spiaggia Fontanelle, adiacente a Marimisti, di fronte alla costa Guacina. La nave s'incendiò e s'inabissò portando con sé in fondo al mare 456 marinai, in sostanza la metà dell’intero equipaggio di 943 uomini che in quel lunedì mattina erano imbarcati, e tra i tantissimi caduti il comandante della nave, il capitano Gino Fara Forni e anche il comandante della 3ª Divisione Navale della 2ª Squadra, il contrammiraglio Ernesto Rubin de Cervin. Un boato tremendo squarciò l'aria e il rombo di un'esplosione si ripercosse lontano sul mare e sulla città, le navi ancorate ebbero un sussulto e le case tremarono. La nave non si vedeva più e al suo posto una colonna alta oltre cento metri di fumo giallo, rossastro, misto a gas e vapori s'innalzava al cielo. La catastrofe apparve in tutta la sua orrenda grandiosità alcuni momenti dopo, quando la colonna di fumo lentamente si diradò.

L'affondamento della Benedetto Brin nel Porto di Brindisi il 27 settembre 1915

Ecco qui una parte di quello che raccontò l'ufficiale Fausto Leva, testimone della tragedia: «Nel fumo denso si distinse per un momento la massa d'acciaio della torre poppiera dei cannoni da 305 mm, che lanciata in aria dalla forza dell'esplosione fino a metà della colonna, ricadde poi violentemente in mare, sul fianco sinistro della nave. Pochi momenti dopo, dissipato il nembo del fumo, lo scafo della Benedetto Brin fu veduto appoggiare senza sbandamento sul fondo di dieci metri e scendere ancora lentamente, formandosi un letto nel fango molle. Mentre la prora poco danneggiata si nascondeva sotto l'acqua che arrivava a lambire i cannoni da 152 della batteria, la parte poppiera completamente sommersa appariva sconvolta e ridotta a un ammasso di rottami. Caduto il fumaiolo e l'albero di poppa, si ergeva ancora dritto e verticale 230  


l'albero di trinchetto» [estratto da “La base navale di Brindisi durante la grande guerra” di Teodoro G. Andriani, 1993]. Fatalità volle che nel quadrato di poppa il contrammiraglio Rubin a quell'ora teneva a rapporto gli ufficiali, per cui la maggior parte di loro saltò in aria tra l'ammasso informe dei rottami sconnessi e roventi: mai si ritrovò neppure la salma del contrammiraglio. Esemplare fu il comportamento dell'equipaggio superstite della corazzata. Questo riferisce il comandante del cacciatorpediniere francese Borèe che stava uscendo in mare aperto e che transitava in quel momento a qualche centinaio di metri dall'esplosione: «Una grande parte dell'equipaggio superstite della Brin, subito dopo l'esplosione si era raccolta sulla prua in perfetto ordine e non si udiva tra quegli uomini né un grido né un appello. Non ho visto un solo marinaio gettarsi in acqua prima che sia stato dato l'ordine di abbandonare la nave: una condotta veramente ammirevole» [estratto da “Brindisi durante la prima guerra mondiale” di Teodoro G. Andriani, 1977]. Lo sbarco avvenne qualche minuto dopo in tutto ordine. Numerosi rimorchiatori e imbarcazioni delle tante navi italiane e francesi presenti nel porto raccolsero i superstiti e li portarono nelle loro infermerie. La corazzata Benedetto Brin, lunga 138 metri e larga 23 metri, pescava 8 metri, aveva una stazza di 14000 tonnellate ed era dotata di 46 cannoni 2 mitragliere e 4 lanciasiluri. La sua costruzione iniziò nel 1899 e fu varata nel 1901 a Castellammare di Stabia. Fu consegnata alla Regia Marina nel 1905, ricevendo la bandiera di combattimento il 1º aprile 1906. Durante la guerra italo-turca aveva partecipato allo sbarco a Tripoli il 2 ottobre del 1911.

Il varo della Benedetto Brin a Castellammare di Stabia nel 1901 231  


La corazzata era stata intitolata a Benedetto Brin, un militare di mare nato a Torino nel 1833, che fu generale del genio navale, economista e uomo politico. Fu il rinnovatore della Marina Militare Italiana e fu creatore delle prime grandi corazzate moderne e progettista dei primi incrociatori da battaglia. Fu ministro della Marina per circa dieci anni, e fu anche ministro degli Esteri. Promosse lo sviluppo dell'industria navalmeccanica italiana e nel 1878, istituì a Livorno l'Accademia Navale. Immediatamente dopo lo scoppio, le autorità militari avanzarono l'ipotesi dell'attentato ad opera dei nemici di guerra austriaci, ma poco a poco cominciò a prendere corpo anche la più verosimile possibilità di un'autocombustione avvenuta nella grande stiva adibita a deposito di munizioni: il calore della sala motori, vicina al locale della santabarbara, avrebbe innescato l'incendio che a sua volta avrebbe fatto scoppiare le munizioni. Mai fu data una risposta definitiva... e ormai, certamente non importa troppo sapere l'esatta verità, né certamente mai importò troppo saperla a quei 456 marinai. D’altra parte, non è tra i propositi di quest'articolo, il proporre una ricostruzione storica di quel tragico episodio accaduto a Brindisi cent'anni fa, né tanto meno l'approfondire il dibattito, mai chiuso, sulle cause e sulle responsabilità di quel luttuoso evento, così grave e impattante da giungere a coinvolgere l'intera città con tutti i suoi cittadini. Già altri, e con maggior cognizione di causa della mia, si sono da anni dedicati con più o meno successo a entrambi obiettivi [raccomando agli interessati la lettura di quanto contenuto a tale proposito su “Memorie brindisine” di Antonio M. Caputo, 2004].

La Benedetto Brin in navigazione

Invece, prendendo spunto proprio dallo scritto del professor Caputo, mi piace qui ricordare come Brindisi partecipò al luttuoso evento con tutta sé stessa, e con la generosità che in certe occasioni è sempre capace di dare. Il sindaco, Giuseppe Simone, indisse tre giorni di lutto cittadino e il consiglio comunale, il 24 giugno 1916, deliberò di intitolare alla “Benedetto Brin” e ai suoi caduti la strada del rione Casale, che ancora oggi collega l'ex collegio navale allo stadio comunale e quindi all'aeroporto militare. 232  


Sulla banchina del porto si raccolse una folla enorme che assistette in angoscioso silenzio a quel crudele spettacolo del recupero dei corpi dilaniati e dei superstiti feriti che furono ricoverati nell'ospedale della Croce Rossa e nell'Albergo Internazionale, subito adibito a infermeria d'emergenza e che, per l'occasione, funse da efficiente ospedale militare. Numerose testimonianze di cittadini che quel tragico lunedì si riversarono riverenti sulle vie del porto, descrissero le operazioni di salvataggio, che proseguirono durante l'intero giorno e per tutta la notte, con lo spettacolo sconvolgente dei corpi martoriati e delle orribili ferite dei superstiti. A Brindisi affluirono molti dei parenti dei militari protagonisti della tragedia, con la disperazione per la perdita improvvisa dei loro congiunti che fu immensamente accresciuta per quelle tante famiglie che si resero conto che mai avrebbero potuto piangere e pregare sulla tomba dei loro cari: le vittime infatti, in maggior parte risultarono ufficialmente scomparse perché i loro corpi dilaniati furono impossibili da riconoscere. Il popolo brindisino si strinse attorno alla Marina Militare in una gara generosa di solidarietà e di abnegazione, accogliendo con slancio e comprensione la folla dei familiari accorsi da ogni parte d'Italia per dare sepoltura alle martoriate salme dei caduti. I funerali delle prime salme recuperate ebbero luogo il giorno successivo allo scoppio, tra due fitte ali di popolo riverente, e per le altre proseguirono anche nei giorni seguenti. Tutte le spoglie dei marinai che non poterono essere consegnate alle famiglie furono seppellite in un'area del cimitero cittadino messa a disposizione dal comune e specialmente adibita.

Area tombale dei marinai della Benedetto Brin nel cimitero di Brindisi 233  


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Rettore della chiesa Madonna di Loreto del cimitero, era a quel tempo il grande filantropo brindisino, canonico Pasquale Camassa -Papa Pascalinu- che era anche cappellano militare e che pertanto visse quella dolorosa esperienza come pochi altri. Egli infatti adempĂŹ il seppellimento di tanti di quei marinai sfortunati e assistette al dolore dei familiari dei caduti che anche durante gli anni successivi alla tragedia si recarono in pellegrinaggio a Brindisi per visitare le tombe.

Monumento funereo della tragedia della Benedetto Brin nel cimitero di Brindisi 234  


Inoltre, perché di quel funesto disastro potesse conservarsi perenne memoria, Papa Pascalinu si premurò personalmente di raccogliere e far sistemare nel Museo Civico della città alcuni avanzi di quella nave fatale, così come lo volle lui stesso testimoniare con ogni dettaglio in un numero del suo giornaletto “Il prossimo tuo” che uscì nel 1917. Le spoglie mortali di quei tanti marinai giacquero nel cimitero comunale di Brindisi per tantissimo tempo, fino a pochi anni fa, quando furono traslate al cimitero militare di Bari, mentre in quello stesso settore del nostro cimitero furono sepolti anche molti militari, quasi tutti marinai, morti in combattimento durante la Seconda guerra mondiale. In quell'area del nostro cimitero comunale però, che per tutti noi brindisini resta indissolubilmente legata al ricordo di quell'immane tragedia cittadina, si erge tuttora il suggestivo monumento funereo (*) che fu eretto a ricordo di quel tragico 27 settembre di 100 anni fa, e ci sono inoltre, allineate lungo il Viale Eroi del Mare che delimita il settore, le trenta targhe marmoree che portano incisi in ordine alfabetico i nomi di quei 456 sfortunati marinai italiani.

Le targhe con i nomi dei 456 marinai morti nello scoppio della Benedetto Brin

E a proposito del nostro cimitero comunale -non sono in grado di affermare che si tratti di una mia esperienza singolare o se la stessa sia in qualche misura un'esperienza comune ad altri miei concittadini- uno tra i ricordi più suggestivi che conservo della mia infanzia e anche dell'adolescenza e oltre, è proprio quello delle mie lunghe passeggiate tra i viottoli del cimitero comunale. 235  


Naturalmente ricordo quelle dell'immancabile appuntamento annuale del 2 novembre in compagnia dei miei, ma soprattutto ricordo quelle, più tranquille e molto più suggestive, fatte in solitudine a ogni occasione in cui mi toccava partecipare al funerale di un parente, o amico, o conoscente. Alla fine della cerimonia funebre, mi appartavo e quindi mi dileguavo tra quei viottoli. E ricordo bene, come quelle più emotive fossero le lunghe camminate fatte nelle fredde e grigie mattine autunnali, o quelle che più di rado capitavano in soleggiati e tiepidi pomeriggi invernali. Quelle mie camminate perlustrative duravano qualche ora e il percorso non seguiva alcun itinerario prestabilito. Solo mi soffermavo a leggere le varie lapidi -nomi e datespecialmente quelle che attraevano la mia attenzione per sembrare essere più antiche, oppure quelle dai nomi meno comuni o addirittura stranieri, e anche quelle che ritrattavano personaggi d'altri tempi in uniforme militare. Dalle date della morte cercavo di risalire al periodo storico dell'evento: Fine Ottocento? La Prima guerra mondiale? La seconda? Tra le due guerre? Nel dopoguerra? E quegli stranieri con spesso nomi inglesi? Erano militari o erano civili? E se erano donne oppure uomini non militari, perché erano sepolti a Brindisi? Saranno stati marini, o comunque viaggiatori di una delle tantissime navi che approdavano a Brindisi? Magari della Valigia delle Indie, magari erano stati colti in viaggio da un'improvvisa malattia, o sorpresi da una qualche epidemia? Da ragazzo, quando non avevo a fianco mio padre o mia madre ai quali chiedere, in certe occasioni annotavo nomi e date e poi cercavo di scoprire qualche indizio: a casa chiedevo a mio padre e a mia madre e finanche cercavo di rintracciare notizie sulle enciclopedie e in biblioteca. Ma era dura: ...e già, non c'era ancora Google! Eppure, qualche scoperta interessante -per quella mia fantasia fanciullesca e adolescenteriuscii anche a farla! Ebbene, il luogo del cimitero che più d'ogni altro ha da praticamente sempre attratto vigorosamente la mia attenzione, e continua a farlo tuttora, è quell'ampio settore delimitato da una serie di innumerevoli croci bianche, tutte uguali: le decine e decine di croci dei giovani e giovanissimi marinai caduti della Benedetto Brin e dei tanti altri caduti negli abissi marini dell'Adriatico durante la Seconda guerra mondiale. Ma purtroppo, quel settore del cimitero richiama oggi la mia attenzione, e certamente anche quella degli altri visitatori, altresì perché si presenta sempre più fatiscente e sempre più desolato e triste, di una tristezza non accomunata al senso della morte, ma accomunata al senso dell'abbandono. Ma com'è mai possibile? Perché tale abbandono? Sarà forse perché son già passati tanti anni - ormai cento - e quindi quei marinai sfortunati, italiani anche se non brindisini, non hanno più amici o parenti che possano depositare un fiore su i loro resti? O sarà perché nel vortice frenetico della vita moderna si è perso il senso della compassione e anche quello del rispetto? E già: Non c’è più tempo per certe cose, ci sono ben altre questioni più urgenti da risolvere, si è sempre in ben altre faccende affaccendati.

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E chi dovrebbe occuparsi di rimediare tale infausta e sconcia situazione? Non ne sono del tutto certo, ma credo proprio che spetti alle autorità comunali della Città e a quelle militari e della Marina. E perchè mai dovrebbero farlo? Ma perché di motivi ce ne sono veramente tanti: la compassione e il rispetto per chi ha dovuto sacrificare la propria giovane vita in nome di quella nostra stessa “patria” sarebbero certo due ragioni di grandissimo peso e da sole dovrebbero bastare.

Segni dell'abbandono in cui versa l'area tombale della Benedetto Brin nel cimitero

Eppure, io son convinto che in gioco ci sia anche qualcos'altro, forse ancor più importante: si tratta, temo, di un nuovo segnale della pericolosa tendenza alla definitiva dissoluzione della memoria storica della nostra Città. Se anche quest'abbandono continuerà, tra qualche anno quelle tombe non saranno più riconoscibili, i nomi dei marinai e le stesse date non saranno più leggibili, la sterpaglia coprirà e divorerà tutte quelle croci. E allora nessun ragazzo brindisino si potrà chiedere di cosa si tratti, e il nome Benedetto Brin finirà col non dir nulla alla maggior parte dei brindisini... “Ma che strano nome ha quella via del Casale! Sarà Brin il diminutivo di Brindisino?” E già, potrebbe anche far ridere, ma purtroppo questa domanda io l'ho già ascoltata una volta, e non ho riso: me ne sono solo un po' rattristito. Vabbè! Qualcuno potrebbe anche dire: “Poco male, non è poi così grave per la Città se dovesse accadere che dopo cent'anni ci si dimentichi della Benedetto Brin e della sua immane tragedia”. E certamente non sarebbe così grave se si trattasse di un episodio isolato, di una sfortunata dimenticanza, però non è così. Purtroppo noi brindisini sappiamo benissimo che, se dovesse accadere, questo nuovo abbandono si andrebbe a sommare alla triste e lunga collana di perle nere della nostra storia cittadina che negli anni si è andata sistematicamente arricchendo con sempre nuove perle nere: la torre 237  


dell'orologio, il parco della rimembranza, il teatro Verdi, il quartiere delle Sciabbiche, il bastione San Giorgio, il palazzo liberty del Banco di Napoli in Piazza Vittoria, o il palazzo Titi giù al corso, etc., etc., etc. Purtroppo, infatti, nonostante l'importanza il valore e l'indispensabilità della conservazione della memoria storica di una comunità o di una città o di un'intera popolazione, costituiscano ormai concetti universalmente acquisiti tra le società civili, a Brindisi, complice in molti casi l'ignoranza e in molti altri la malafede, lo sport preferito da chi ha esercitato il potere decisionale, durante anni, decenni e ormai secoli, è stato quello del trascurare, dell'abbandonare, e finalmente del cancellare o abbattere. Una volta ho sentito dire che molti dei giovani brindisini d'oggi non s'interessano alla storia della propria città perché non le vogliono sufficientemente bene poiché si sentono profondamente delusi e traditi dalla situazione in cui essa oggi versa. Io, invece, affermo che solo quei brindisini, giovani e meno giovani, ai quali non è stata opportunamente insegnata la storia della loro Città, possono non amarla: e giuro che è vero! Non è voler fare allarmismo facile, né purtroppo si tratta di un pessimismo ingiustificato, ma sono semplicemente i fatti concreti e quotidiani che obbligano allo sconforto e all'allarme. Non si può e non si deve continuare a maltrattare disdegnare trascurare e finalmente cancellare ogni elemento, piccolo o grande prominente o secondario, che rimanda al passato prossimo o remoto che sia, e solo perché non rispondente all'utile misurato con il metro del rendiconto del tangibile immediato. E' ormai giunto il momento di richiamare l'attenzione sul rischio che si possa finire con il perdere del tutto e irrimediabilmente la memoria storica della nostra Città. E naturalmente neanche si vuol qui scoprire l'acqua calda. Infatti, a Brindisi non sono di certo mancati tanti bravi e autorevoli concittadini -come non citare ancora Papa Pascalinu Camassa- che in più e ripetute occasioni hanno a questo proposito segnalato, hanno avvertito, hanno denunciato, hanno protestato, avantieri come ieri e come oggi. Ma purtroppo non sono stati sufficientemente ascoltati e speriamo che si finisca con l'ascoltarli, prima che sia troppo tardi: “Io ti dico che se ne le tue vene non circola l’eredità dei millenni, che se nel tuo cuore non canta il poema de le lontane memorie, tu non sei un uomo, non rappresenti un popolo, né puoi vantarti d’essere membro d’una nobile città” Cesare Teofilato (1881-1961). “Il recupero della memoria storica deve rappresentare il momento fondamentale di ogni esperienza civica. La consapevolezza del nostro passato qualifica il rapporto con la città. Il corredo di testimonianze a noi vicine, alcune ritrovate e altre perdute o recuperate, sono tratti di un’identità alla quale una comunità ha il dovere di conformarsi allorché progetta il suo futuro” Domenico Mennitti (1939-2014). Parecchi anni dopo l'affondamento, durante lavori rutinari di dragaggio del porto, fu fortunosamente recuperata la campana della Benedetto Brin e da allora la si conserva gelosamente nella cappella sacrario del Monumento al Marinaio: probabilmente, dal fondo del mare, un chiaro monito per tutti i brindisini a «non dimenticare».

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E Brindisi, ne son convinto, non vuole “dimenticare” proprio come ben lo testimonia il professor Caputo nel suo racconto della Benedetto Brin: «Quanto scritto su vari libri, insieme a numerosi articoli giornalistici, a due vibranti lettere manoscritte testimonianza degli storici canonico don Pasquale Camassa e avvocato Giuseppe Roma- e ad altre carte d'archivio ben fascicolate sono le risorse a cui attingere per sapere, perché questa tragedia accaduta a Brindisi, cent`anni orsono, che segnò tante vittime, rimanga una pagina di storia appartenente ad una Città che non vuol dimenticare, anche quando la sua storia è drammatica, tragica e luttuosa». Concludo con una esortazione, anzi con un appello, al Sindaco di Brindisi e al Comandante della Marina Militare di Brindisi: Perché non fare di questo melanconico anniversario Nº100 l'occasione propizia per restituire il giusto e dovuto decoro alle tombe dei marinai caduti a Brindisi nell'affondamento della Benedetto Brin, dando con ciò anche un chiaro segnale di una volontà politica volta al recupero ed alla conservazione della memoria storica della nostra Città?

La campana della Benedetto Brin

La Storia e la Città ne rimarrebbero grate per sempre, perché come risaputo dovrebbe esserlo- «la rimozione del passato corrisponde inesorabilmente alla rimozione del futuro». (*) Statua ai marinai caduti, cent'anni dopo svelato il mistero: ecco chi era la modella brindisina di Gianmarco Di Napoli

Un segreto durato un secolo e che oggi la famiglia ci affida perché è arrivato il tempo di svelarlo, giusto cento anni dopo la tragedia della "Benedetto Brin", quando ormai da quasi altrettanto tempo quella statua di donna con lo sguardo basso e con un'espressione di profonda tristezza domina il sacrario dedicato ai marinai morti e l'intero cimitero di Brindisi.

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La modella che posò per quella statua era una giovane donna brindisina, moglie e madre, che non poté mai rivelare la sua identità perché sarebbe stato uno scandalo. Chi posava all'epoca era considerata donna di facili costumi. Ancor più perché lo scultore aveva scelto di lasciare a quella immagine disperata che rappresentava una madre china, che aveva perso i suoi figli in guerra, una spalla leggermente scoperta. Uno scandalo per quei tempi, che sarebbe andato a pregiudicare la moralità di una giovane donna che, più moderna degli anni che viveva, aveva deciso di mettere il suo volto a disposizione della Patria. Il 27 settembre 1915 la corazzata Benedetto Brin esplode nel porto medio di Brindisi: muoiono 456 marinai italiani. E' una tragedia senza precedenti per la Marina italiana. Le vittime vengono sepolte in un'area del cimitero messa a disposizione dal Comune che viene invasa da oltre 400 croci bianche. Il governo vuole però che al centro venga posta una statua che raffiguri il dolore della Patria per l'immane tragedia. E incarica uno scultore di realizzarla. L'artista ha bisogno di una modella cui ispirarsi. In quel momento Brindisi fa parte della provincia di Lecce che è divisa in quattro circondari e ha una popolazione di 25 mila abitanti, poco più di Ostuni (21 mila), Francavilla (20 mila) e Ceglie (17 mila). E' insomma un paesino agricolo in cui si stanno costruendo la nuova scuola elementare Perasso, il teatro Verdi e in cui lo sviluppo edilizio popolare si sposta sulle collinette verdeggianti del Casale.

Rocco Piccione è un marittimo che abita in via Bernardo de Rojas, stradina del quartiere di via Lata, uno dei rioni storici insieme a San Pietro degli Schiavoni e Sciabiche. Viene a sapere che uno scultore incaricato di realizzare una statua per i morti della Brin è alla ricerca di una modella. Proprio di fronte a casa sua abita una splendida donna di trent'anni: Anna Maria De' Ventura è altissima per quegli anni, quasi un metro e 80. Capelli fluenti, sguardo fiero, profilo 240  


greco, un portamento che tradisce probabili origini nobiliari, così come il suo cognome. Suo marito Luigi Iaia se l'è andata a prendere nel borgo di Tuturano. Anna Maria è già mamma e le sue giornate trascorrono tra la casa di via Rojas, la chiesa delle Anime e il mercato. L'Italia è in guerra e il marito è al servizio della Patria. Il vicino di casa contatta lo scultore e gli segnala la presenza di questa donna bellissima che potrebbe essere una modella perfetta per la sua statua di bronzo e così lo conduce sino a casa sua a conoscerla. Lei è perplessa, ma tutti quei ragazzi morti l'hanno colpita profondamente. E così decide di posare, gratis. Poi però, qualche giorno dopo, rinuncia. Ha saputo che dovrà avere una spalla leggermente scoperta. Sarebbe uno scandalo per una donna seria e maritata. Lo scultore non vuole rinunciare a lei e arrivano a un compromesso: poserà ma nessuno mai dovrà conoscere l'identità della modella. Lo scultore realizza una statua in gesso che poi diventa un calco e da qui, in una fonderia, viene realizzata la statua. Un'opera splendida, come conferma il critico d'arte Massimo Guastella che ha dedicato al bronzo lunghi studi cercando di risalire all'identità dell'autore e alla fonderia. Anche questi (come fino ad oggi l'identità della modella) sono sconosciuti, al punto che il professor Guastella ha soprannominato quella statua "La misteriosa". Non si hanno notizie sulla cerimonia con cui viene collocata nel cuore del cimitero di Brindisi. Ma di certo lo scultore mantiene il suo impegno e non rivela il nome della modella. Anna Maria, che quasi ogni mattina si reca al cimitero per deporvi dei fiori, vorrebbe mantenere il segreto per sempre ma quando il marito torna dalla guerra, un vicino di casa gli rivela tutto. E scoppia il finimondo. Ma durerà poco. Luigi Iaia, lasciata la divisa, riprende a lavorare allestendo i banconi di vendita per i contadini che ogni mattina vengono a Brindisi a vendere i loro ortaggi in piazza Mercato. Un mestiere che poi erediteranno i suoi figli. Passata la burrasca dopo la lite e riappacificatosi con la moglie, la vita di famiglia procede regolarmente e il segreto di Anna Maria viene rispettato. Ogni anno a novembre, durante la cerimonia di commemorazione dei caduti in guerra nel cimitero, don Augusto Pizzigallo, cappellano militare e sacerdote plenipotenziario a Brindisi, ricordava ai fedeli che la statua della donna triste raffigurava davvero una mamma brindisina. Anna Maria era sempre lì, sorrideva a quelle parole e taceva, ascoltando i commenti delle altre donne. E quando i suoi bambini diventati grandi le chiedevano perché mai ogni volta portasse fiori a quella statua, rispondeva: "Perché quella donna sono io". La stessa domanda che si poneva la pronipote Lucia Malfitano quando la mamma Rosanna Stasi portava i fiori sotto quella statua, tanti anni dopo: "E' la tua bisnonna", le spiegò. Anna Maria De' Ventura, che era nata nel 1885, ha lasciato questa terra il 3 aprile 1962. Qualche giorno dopo uno dei figli incontrò il vescovo Nicola Margiotta portandogli i documenti di quasi mezzo secolo prima su cui era attestato che la mamma era la misteriosa modella della statua dei marinai caduti, impegnandosi a mantenere il silenzio. E celebrando in suo onore una messa. Nel corso degli anni, per due volte, i ladri hanno cercato di rubare la statua, una volta persino tentando di sradicarla con una gru. Ma non ce l'hanno fatta. Ora, cent'anni dopo, la "Misteriosa" rivela la sua identità. Quella di una donna brindisina molto più moderna dei suoi tempi e di una famiglia che ha saputo custodire il suo tenero segreto. Sarebbe ora che quella statua tornasse nel suo splendore originario e che una targhetta ricordasse il nome di Anna Maria De' Ventura, madre dei Caduti in mare di Brindisi. Finalmente libera di svelare a tutti il suo amore per la Patria. 241  


2016: 100 anni fa arrivarono a Brindisi i MAS Pubblicato su Senza Colonne News del 1° marzo 2016

In questo mese di marzo 2016 ricorre il centenario dell’arrivo a Brindisi dei MAS, i famosi Motoscafi Anti Sommergibili, le cui siluette, che dovevano presto diventare familiari a tutti i Brindisini di allora, ben riconoscevamo anche noi, oggi giovani sessantenni, quando negli anni ’60 e ’70 solcavano ancora le tranquille acque del nostro porto con il loro inconfondibile rombo che ci annunciava l’imminente sopraggiungere delle loro imponenti onde fino alle rive delle nostre belle spiagge, ancora tutte all’interno del porto. In quel tempo di guerra, Brindisi era la sede del comando superiore navale del Basso Adriatico retto dal contrammiraglio Umberto Cagni, e il nostro mare era infestato dai temibili sottomarini austriaci che, con base nel porto di Durazzo, scorrazzavano facendo strage di nostri convogli civili e di nostri mezzi militari navali. La genialità dei nostri ingegneri navali era però riuscita a inventare, e quindi a progettare con l'ingegnere livornese Attilio Bisio, fino a poi realizzare in poco tempo nei cantieri navali della Società Veneziana di Automobili Navali, una speciale barca torpediniera lignea, mossa da un motore a scoppio di 40 cavalli ed incredibilmente economica: velocissima e versatile, con duecento miglia di autonomia, fornita di un cannoncino da 75 mm e, soprattutto, di due potenti e letali siluri a tenaglia, costituendo un’arma che avrebbe potuto colpire il nemico con massima efficienza, in mare aperto così come nei suoi stessi porti.

MAS 1 ‐ Venezia 1916  242   


A Venezia -dove in alcune occasioni per l’acronimo MAS fu anche utilizzata la denominazione “Motobarca Armata SVAN” dal nome dell’azienda che per prima li produsse- oltre ai primi due prototipi, si cantierizzarono rapidamente altre unità, fino a costituire la prima squadriglia di otto MAS che fu affidata al tenente di vascello Alfredo Berardinelli con la missione di esplorazione, attacco e caccia ai sommergibili e agli altri mezzi navali nemici, sfruttando il grande potere offensivo e il fattore sorpresa che implicava l‘impiego della nuova arma. Un’arma completamente sconosciuta al nemico il quale non ebbe mai un’idea esatta della sua effettiva potenzialità, tanto che talvolta gli attribuì anche qualità ben al disopra delle reali.

MAS 2 ‐ Venezia 1916

Era il 28 marzo 1916 e l’Italia era entrata nel suo secondo anno di guerra al fianco degli alleati dell’Intesa contro l’impero austro-ungarico, quando il MAS 3, di solo 8 tonnellate e 15 metri, giunse da Venezia a Brindisi su di un carro ferroviario. Presto lo raggiunsero altri cinque e poi, altri 6 fino a conformare con i 12 l’intera 1a flottiglia MAS, con la quale Brindisi divenne la base principale nel Basso Adriatico degli anche denominati Motoscafi Armati Siluranti, i MAS: le “Streghe”, come confidenzialmente erano soprannominati dagli equipaggi, perché capaci di apparire improvvisamente, assalire, colpire e allontanarsi velocemente, senza possibilità di essere intercettati dal nemico. Il 7 giugno di quello stesso anno 1916, il MAS 5 del comandante Berardelli e il MAS 7 del comandante Gennaro Pagano di Melito, partirono dalla base di Brindisi e penetrarono la rada di Durazzo, affondando il piroscafo Lokrum: Le due piccole e fragili imbarcazioni furono rimorchiate fino alle vicinanze di Durazzo da due torpediniere protette al largo da quattro cacciatorpedinieri francesi. Perlustrando la baia, i due motoscafi avvistarono un piroscafo, evidentemente carico, ed ognuno 243  


lanciò un siluro, colpendo entrambi il bersaglio, che era ancorato tra 150 e 250 metri di distanza. A terra il nemico non riuscì a capire quello che stava succedendo e i due MAS italiani ritornarono indisturbati al luogo di riunione che era stato prestabilito con le torpediniere e quindi, rientrarono alla loro base di Brindisi. Meno di venti giorni dopo, gli equipaggi di quei due stessi MAS, composti da dieci uomini ciascuno, riuscirono a portare a termine un’altra missione nella notte tra 25 e 26 giugno, affondando, nella stessa rada di Durazzo, un altro piroscafo austriaco, il Sarajevo. Mentre anche nell’Alto Adriatico i MAS si riempirono di gloria -nel dicembre del 1917, i due MAS 9 e 13 guidati, rispettivamente, da Luigi Rizzo e Andrea Ferrarini, affondarono nella rada di Trieste la corazzata austro-ungarica Wien e danneggiarono la Budapest- nella base di Brindisi durante tutto l’anno 1917, i MAS furono principalmente impiegati nelle operazioni di vigilanza e caccia ai sommergibili austriaci operanti nel Basso Adriatico e nei servizi di polizia costiera in Albania. Poi, nel 1918 affluirono a Brindisi i MAS di nuova generazione, più pesanti meglio armati e con motori più sicuri e più silenziosi, e così, nella notte tra il 12 e il 13 maggio, i MAS 99 e 100, comandati da Gennaro Pagano Di Melito e Mario Azzi rispettivamente, attaccarono un convoglio nemico e affondarono il grosso piroscafo Bregenz di ben 4000 tonnellate. Nel corso di quella lunga grande guerra ci furono numerose altre missioni dei MAS, di successo alcune e andate a vuoto altre e infine, proprio in coincidenza con il secondo anniversario della prima missione, il 10 giugno del 1918, il MAS 15 del comandante Luigi Rizzo, l’affondatore, affiancato dal MAS 21 del comandante Giuseppe Aonzo, affondò nelle acque di Premuda sulle coste dalmate, la portentosa corazzata austriaca Santo Stefano facendo entrare con quell’azione, i MAS italiani nella leggenda: Il capo di stato maggiore della marina austro-ungarica, ammiraglio Nikolaus Horthy, pianificò un’incursione contro lo sbarramento navale di Otranto che ostruiva l’accesso al mare aperto alla marina asburgica mantenendola confinata nell’Adriatico. E per quella missione, il 9 di giugno 1918 la squadra navale con le corazzate Szent István e Tegetthoff, salpò da Pola. All’alba del 10 giugno il capitano di corvetta Luigi Rizzo, impegnato con i Mas 15 e 21 in un’operazione di rastrellamento di mine al largo dell’isolotto di Lutrosnjak, entrò fortuitamente in contatto con la flotta austroungarica e, sfruttando al meglio le caratteristiche dei MAS, grazie ad un coraggioso ed occulto avvicinamento spinto fino a meno di 500 metri di distanza, riuscì ad affondare la corazzata Szent István, fiore all’occhiello della marina nemica. Il contraccolpo psicologico dell’azione ebbe ripercussioni talmente forti, da impedire nel corso della grande guerra qualsiasi altra operazione navale alla monarchia mitteleuropea e da far indire il 10 giugno, come data della festa nazionale della Marina Militare Italiana. E Gabriele D’Annunzio, il quale aveva partecipato alla missione “Beffa di Buccari” del MAS 96, assieme ai MAS 94 e 95, nella baia a sud di Trieste nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918 con Luigi Rizzo e Costanzo Ciano, non tardò a coniare per quegli intrepidi motoscafi il motto: Memento Audere Semper - Ricorda Osare Sempre. 244  


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MAS 95: uno dei tre della Beffa di Buccari nel gennaio 1918

MAS 96: usato da Gabriele D’Annunzio per la Beffa di Buccari nel gennaio 1918 247   


Conclusa la guerra, molti MAS restarono di base a Brindisi, che ne accolse anche di nuovi e più efficienti. E da Brindisi i MAS furono impiegati anche nella seconda guerra mondiale, alcuni pochi di vecchia generazione, Tipo SVAN e Tipo Baglietto, e alcuni altri d’ultima generazione, più veloci e più efficienti, che si denominarono MAS 500, dei quali -con 23 a 30 tonnellate di dislocamento, con motori Isotta Fraschini Asso 1000 di potenza da 2000 a 2300 HP sviluppando da 42 a 44 nodi di velocità massima, armati di due lanciasiluri da 450 millimetri, con 6 a 10 bombe di profondità e con due mitragliere da 13,2 e 20 millimetri, con equipaggio composto da 9 a 13 uomini- se ne costruirono 76 unità in quattro serie successive della stessa Classe 500, identificati con MAS 501 a MAS 576, i quali affiancarono gli antichi 24 MAS ancora in servizio, per sommare in totale 100 MAS. Mentre la Regia Marina nella Prima guerra mondiale aveva prodotto più di quattro centinaia di MAS, il loro numero nel secondo conflitto mondiale fu infatti molto minore, perché si rivelarono essere mezzi ormai troppo piccoli e perché, anche se molto veloci grazie al loro scafo a spigolo, erano poco marini e quindi pericolosi da impiegare con il mare molto mosso. Per questo motivo, la Regia Marina incorporò con l’identificazione iniziale MAS 1D a MAS 8D un totale di 8 motosiluranti catturati nell’aprile del 1941 alla marina jugoslava: erano gli schnellboote, lunghi 28 metri prodotti all'inizio degli anni '30 in Germania i quali, a differenza dei MAS avevano uno scafo ad U e quindi, anche se leggermente più lenti, erano più robusti sicuri stabili e manovrabili, soprattutto in condizione di mare forte. Poi, quei mezzi furono in qualche modo copiati e a Monfalcone, negli stabilimenti di Cantieri Riuniti Dell’Adriatico tra il 1942 e il 1943, se ne costruirono altri 36 Tipo MS CRDA 60t, identificati con MS 11 a MS 16, MS 21 a MS 26 e MS 31 a MS 36 quelli della prima serie e con MS 51 a MS 56, MS 61 a MS 66 e MS 71 a MS 76 quelli della seconda serie, mentre 6 dei mezzi jugoslavi -i MAS 3D a 8Dfurono riclassificati e identificati con MS 41 a MS 46, per così sommare in totale 42 motosiluranti.

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Anche durante la seconda guerra mondiale, furono numerose le azioni condotte dai MAS e MS, e tra esse, quelle di maggior successo furono: il siluramento dell’incrociatore inglese Capetown l’8 aprile 1941 a opera del MAS 213 comandato dal guardiamarina Valenza; l’affondamento nel Mar Nero del sottomarino sovietico Equoka il 19 giugno 1942; il danneggiamento dell’incrociatore russo Molotov a opera dei MAS 568 e 573 il 3 agosto 1942; l’affondamento a opera dei MS 16 e 22 il 12 agosto 1942 del modernissimo incrociatore inglese Manchester nella famosa battaglia aeronavale di Mezzo Agosto nel Mediterraneo centrale, nel corso della quale i numerosi MAS partecipanti affondarono anche i piroscafi Glenorchy, Saint Elisa, Rochester Castle, Almeria Likes e Wairangi; l'affondamento del cacciatorpediniere inglese Lightning sulle coste algerine il 12 marzo 1943.

Al termine della seconda guerra mondiale, i pochi MAS superstiti furono requisiti dalle marine dei vincitori, mentre dei 15 MS CRDA 60t superstiti, 5 vennero ceduti ad altre marine vincitrici -4 all’Unione Sovietica e 1 alla Francia- e i rimanenti 9 motosiluranti continuarono prestando servizio nella Marina Militare e furono destinati ad operare nelle acque dell'Adriatico e dello Ionio, dopo essere però stati declassati a semplici motovedette in base alle clausole del trattato di pace e quindi armati solo con le mitragliere. Poi, il 1º novembre 1952, venute meno le clausole più restrittive del trattato, quei nove mezzi vennero riclassificati e riarmati di siluri, con la denominazione definitiva 471 a 475 e 481 a 484: il “4” indica “motosilurante”. 249   


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Da allora e per tutti gli anni ’60 e gran parte dei ‘70, quei nove gloriosi e poderosi MAS, modernizzati in versione motosiluranti MS e raggruppati nel Comando Motosiluranti COMOS con sede a Brindisi, continuarono attivi -e così, noi ragazzi e giovani brindisini di allora, li potemmo ancora ammirare sulle tranquille acque del nostro porto- fino alla definitiva apparizione di armi navali molto più evolute e più sofisticate che rivoluzionarono le tecniche militari marine e mandarono in pensione i MAS brindisini, ai quali succedettero le motovedette lanciamissili. Cinque di quei nove MAS furono posti in disarmo agli inizi degli anni ’60 e dei quattro restanti, gli ultimi due, quelli che erano stati identificati con 474 e 481, vennero radiati nel 1979, a quasi quarant’anni dal varo. Ad oggi, si conservano ancora due MAS della Prima guerra mondiale - il MAS 96 usato da Gabriele D’Annunzio, nel Vittoriale degli Italiani a Gardone e il MAS 15 del “due volte” medaglia d’oro Luigi Rizzo, nel sacrario delle bandiere del Vittoriano a Roma - e due MAS della Seconda guerra mondiale - il 472, situato nella Marina di Ravenna e il 473, conservato nel Museo storico navale di Venezia.

Squadriglia degli ultimi 4 MAS motosiluranti italiani in servizio ‐ Mare di Brindisi 1970 251   


Lo sradicamento delle Sciabiche: 1900 – 1959 Pubblicato su Archivio Storico Brindisino - 2018 - I

Sciabiche: dall’arabo “sciabbach” che significa rete da pesca, specificamente quella che calata in mare a semicerchio, con il suo progressivo avanzamento cattura il pesce. Le sciabiche somigliano molto alle più comuni reti dette a strascico, ma si differenziano sostanzialmente da queste ultime per la lunghezza dei bracci, che nelle sciabiche – Fig.1 – sono molto corti, tanto che in realtà il corpo stesso della rete, praticamente si identifica con il sacco di raccolta. Ma per i brindisini Sciabiche, o ancor meglio “Sciabbiche”, perlomeno già dal ´700 era ufficialmente il nome del rione che aveva per confini sui lati di terra, via Montenegro – o forse via Santa Chiara – a est, poi Santa Teresa e San Paolo a sud, il largo – oggi Sciabiche e prima Sdrigoli – a ovest, e che per il resto si affacciava sul mare, allungandosi per circa 400 o 500 metri sulla riva di nordovest del Seno di Ponente. Quello stesso rione Sciabiche peró esisteva da molto tempo prima, tanto che fu proprio in quel rione, certamente il piú emblematico della cittá marinara, che il 5 giugno del 1647 esplose il forte malcontento dei pescatori, suoi incontrastati dimoranti, facendo scoppiare la sommossa – un mese prima della più nota rivolta napoletana capeggiata da Tommaso Aniello d'Amalfi “Masaniello”– dando di fatto inizio a quell’insurrezione che finì per coinvolgere buona parte del meridione italiano, che dal 1509 era in regime di viceregno spagnolo, su cui regnava il re di Spagna Filippo III, con Pedro Girón viceré a Napoli. Da: Cronaca dei Sindaci di Brindisi dall’anno 1529 al 1787 e narrazione di molti fatti avvenuti in detta città 1 di P. CAGNES e N. SCALESE: «...Fu la revoluzione nel Regno di Napoli, e precise in questa città, e il sindico Ferrante Glianes fu lapidato dal popolo, e fu pigliato da casa sua, e portato carcerato in una casa sotto la marina, dove lo trattennero tutto il giorno, e poi la sera lo mandarono libero in casa sua, e il capopopolo, o vero i capopopoli, furono Donato e Teodoro Marinazzo, e levarono le gabelle, non facendoli osservare come era di solito...»

Ed esisteva, quel quartiere marinaro di Brindisi, anche ancor prima. Da: Le perle di Brindisi. Personaggi illustri brindisini 2 di L. FRANCESCA, 2008: «...Quel che era rimasto del palazzo quattrocentesco della famiglia che era stata del condottiero Pompeo Azzolino, continuó in piedi fino già iniziato il ´900... Pompeo Azzolino, vissuto nel XV secolo, fu un grande e valoroso condottiero brindisino. Ferdinando d’Aragona, il re Ferrante, stimandolo molto per le sue virtù militari e per la fedeltà che dimostrava verso la casa regnante, gli aveva affidato il governo della cittá. Fu un uomo che compì molte imprese, tra le quali da ricordare quella del 1481 quando, insieme con i suoi uomini, partecipò alla liberazione di Otranto dai Turchi. Poi, l’anno seguente sconfisse in battaglia aperta il comandante veneziano Giacomo Marcello, facendolo desistere dall’occupare Brindisi. I cittadini di Brindisi furono assai grati al loro governatore Pompeo Azzolino della vittoria riportata contro i Veneziani e vollero per questo eternare la sua memoria con un’iscrizione che fecero incidere sopra una tavola di marmo che collocarono sulla facciata della sua casa, situata nel rione Sciabiche...» 252  


Fig.1: Le sciabiche ‐ Da: Toponomastica brindisina del centro storico di A. Del Sordo, 1988

Fig.2: Le Sciabiche - Dettaglio da una foto di Giacomo Brogi del 1870 253  


E naturalmente si potrebbe continuare andando ancora a ritroso. Ma non è l’obiettivo di questo scritto che, invece, va proprio al contrario: non delle “origini” si vuol qui trattare, ma della “fine” delle Sciabiche. E basti quindi qui ricalcare che su tutte le più antiche mappe della città di Brindisi, che siano in qualche modo assimilabili a ció che consideriamo essere un piano topografico e pertanto elaborate a partire dal 1700, tutto il tratto di riva esposto a nordovest che parte dalla punta situata all’incirca all’altezza dell’attuale discesa Montenegro e che si estende per quasi 500 metri fino alla base dell’attuale salita Lucio Scarano, é chiaramente occupato da caseggiati: sono, quelli, le case delle Sciabiche. La fotografia più antica che si conosca del rione Sciabiche risale invece al 1870, ed appartiene alla bella e ormai storica serie di foto di Brindisi, che così datate integrano gli Archivi Alinari e che furono esposte in occasione della mostra Brindisi negli Archivi Alinari tra Unità d’Italia e Prima guerra mondiale 3 a Palazzo Granafei Nervegna dal 18 giugno al 9 ottobre del 2011. La foto originale, dalla quale é estratto il particolare riprodotto nella Fig.2, è dello Stabilimento Giacomo Brogi. Praticamente contemporaneo di quella prima foto delle Sciabiche, è il piano della città che nel 1871 fu elaborato a scala 1/2000 da Carlo Fauch e da cui è estratto il particolare riprodotto nella Fig.3, relativo al rione Sciabiche. Nel piano si possono osservare diversi dettagli interessanti. La strada Montenegro e la strada Santa Chiara scendono, parallele, verso la banchina. La strada Montenegro, già Dell’Arcivescovato, sbuca su largo Montenegro, che dà sul mare delimitato a sud dall’omonimo palazzo e compreso tra due blocchi edificati: quello piccolo ad est si stende fino di fronte alla strada Santa Chiara, quello ad ovest più grande si allunga costeggiando la banchina che verso ovest va incurvandosi fino ad esporsi a nordovest. Giusto alle spalle di questo secondo grande blocco di case c´è largo Monticelli sul quale sbucano, da sud le due viuzze cieche Azzolino e Capozziello – i cui nomi non sono riportati nel piano – parallele alla strada Montenegro, e da ovest la strada detta Del forno Sciabiche che scorre lunga e stretta, parallela alla banchina ma internamente, fino a sbucare con il nome di strada Sciabiche, su uno slargo – già denominato largo Sdrigoli ed oggi largo Sciabiche – dal quale poi sul lato opposto inizia la salita verso Santa Aloy. L’ultimo caseggiato a quel tempo presente lungo la banchina del seno di ponente è quello che appunto delimita quello slargo in coincidenza con l’inizio della strada in salita, inizialmente anch’essa denominata strada Sdrigoli ed oggi via Lucio Scarano. Sulla strada Sciabiche scendono perpendicolari ad essa due pendii, uno breve ed accentuato da largo Santa Teresa e l’altro più lungo e dolce, il pendio Marinazzo, dalla strada De Leo. Sul piano sono finalmente identificati con colore marrone scuro: ad est, l’Albergo delle Indie Orientali di fronte alla banchina della strada Marina – cosi è identificato sul piano l’attuale viale Regina Margherita – a sudest, la Cattedrale e l’Ospedale su largo Cattedrale e a sudovest, le chiese di Santa Teresa e San Paolo. Una “Planimetria della Banchina Centrale del Porto di Brindisi” fu elaborata a scala 1/1000 in data 1° agosto 1882 – il dettaglio è riportato nella Fig.4 – in occasione dei lavori di riparazione di quel tratto di banchina e su di essa sono delimitati con precisione quei due blocchi di case delle Sciabiche, più orientali e prospicenti al mare, il piú piccolo dei quali è identificato sul piano come Corpo Piloti. 254  


Fig.3: Pianta della Città di Brindisi - Dettaglio dal piano di Carlo Fauch del 1871

Fig.4: Planimetria della Banchina Centrale del Porto di Brindisi - Dettaglio piano del 1882

Fig.5: Piano regolatore della Città di Brindisi del 1883 - Dettaglio demolizioni previste 255  


La porzione riprodotta del piano include inoltre le seguenti legende: Sciabiche, Palazzo Montenegro, Consolato Britannico e Albergo Indie Orientali. La serie di numeri sul mare, sono gli scandagli: 8,23–8,22–8,51–8,57–8,42–8,76. Nel 1883 vide la luce il piano regolatore della città di Brindisi, che fu commissionato agli ingegneri brindisini D’Errico, Santostati e Palma, e quello, per le Sciabiche, fu un segnale d’inizio, o quanto meno premonitore, del processo demolitore, anche se in realtá solamente si previde demolire il piccolo blocco fabbricato del Corpo Piloti antistante a Palazzo Montenegro, alcune parti del blocco fabbricato grande prospicente al mare e, infine, un altro pezzetto di fabbricato adiacente al largo Monticelli. Nel dettaglio riportato nella Fig.5, i settori circoscritti da un perimetro rosso, sono quelli da demolire. D’accordo con quanto riporta A. DEL SORDO in Toponomastica brindisina del centro storico 4, 1988, fino a tutto l´800 i due toponimi principali del rione furono strada Sciabiche, che era il lungomare, e via Forno Sciabiche, che era quella parallela alla prima e che internamente si allungava tra largo Monticelli ad est e largo Sdrigoli a ovest. Poi c’erano via Pompeo Azzolino e vico Capozziello, le due stradette senza uscita parallele a via Montenegro. Poi, vico Sciabiche I, vico Sciabiche II, vico Sciabiche III, vico Sciabiche IV. Una delibera comunale del 1900 cambiò i nomi delle due strade principali, sostituendoli con: via Lenio Flacco quella del lungomare, e via Sciabiche quella parallela interna. Anche i vari vico Sciabiche I–II–III–IV, cambiarono nome passando a chiamarsi vico Cannavese, vico Candilera, vico De´ Mezzacapo, e poi altri nomi ancora. Oggi, la denominazione Sciabiche è toponomasticamente attribuita unicamente a quello che era stato largo Sdrigoli. Anche se non sono note data e circostanze precise in cui i primi fabbricati periferici dell’est delle Sciabiche furono demoliti, certo é che entro la fine dell´800 e i primissimi anni del ´900, in quel settore della città il piano regolatore del 1883 era giá stato parzialmente attuato, con la completa eliminazione del fabbricato piccolo antistante al palazzo Montenegro e con una parziale demolizione del blocco piú grande, una demolizione questa meno estesa di quanto indicato dal piano regolatore e che, conservando tutto il suo corpo principale originale parallelo alla banchina, si era di fatto limitata ad allineare la facciata est del blocco con via Montenegro. Nella foto della Fig.6 datata 1915, infatti, si osserva ancora tutto completo il prospetto sul mare di questo blocco la cui spalla delimitava il largo Monticelli. Quelle prime demolizioni coincisero con la creazione della piazza Baccarini, con al centro la fontana detta dei delfini, successivamente trasferita ai giardinetti della stazione marittima, circoscritta dal palazzo Montenegro quindi dalla banchina e, sul lato ovest, dal riferito e già parzialmente ridimensionato blocco edificato prospicente al mare. Da: Parliamo di Brindisi con le cartoline 5 di G. CANDILERA, 1985: «...La piazza fu intitolata all’ex ministro dei lavori pubblici Alfredo Baccarini, morto nel 1890, in riconoscimento al suo apprezzabile e concreto interessamento ai problemi dei trasporti della città...» Ed è del 1905 la foto panoramica della Fig.7, che riproduce il lungomare tra l’Albergo delle Indie Orientali ed il Castello di terra. In questa foto é ben distinguibile tutta intera la facciata est del blocco prospicente al mare già perfettamente allineata con l’ultimo palazzo di via Montenegro, quello che anche se abbandonato e fatiscente é ancora in piedi a tutt’oggi. Mentre la foto della Fig.8, quasi contemporanea alla panoramica del 1905, mostra da più vicino parte della piazza Baccarini con la fontana dei delfini e parte della facciata est del blocco prospicente al mare. 256  


Fig.6: Il lungomare - 1915

Fig.7: Il lungomare - 1905

Fig.8: La strada Marina: Al fondo piazza Baccarini con la fontana dei delfini - 1908

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Risale anche a quegli stessi ultimi anni dell´800, l’inizio della costruzione dei fabbricati sulla riva del seno di ponente a prolungamento delle Sciabiche verso il Castello di terra, siti su tre isolati contigui occupando la fascia di terreno compresa tra il lungomare e la strada Sdrigoli, poi via Lucio Scarano, che risalendo fino a Santa Aloy era stata aperta a prolungamento della strada Sciabiche. È infatti del 1890 la vecchia fotografia di A. Mauri della Fig.9, purtroppo pervenuta con scarsa qualità grafica, che mostra in primo piano pescatori sulle loro barche a remi e sul fondo le Sciabiche con parte di quei nuovi fabbricati, costruiti sulla riva del seno di ponente a mo’ di prolungamento delle costruzioni preesistenti, facilmente identificabili allineati sull’estremo destro della fotografia. Più chiara, e di vent’anni più recente, è invece la visione che delle Sciabiche si ottiene dalla fotografia della Fig.10, datata 1910, che presenta una panoramica abbastanza completa di tutte le case delle Sciabiche, quelle più vecchie e quelle al tempo della foto nuove, tutte sovrastate dall’imponente complesso della chiesa di Santa Teresa e da quello della chiesa di San Paolo, che non si vede nella foto perché nella prospettiva è più a destra. Quell’ultima casa sull’estremo sinistro della fotografia era presente anche sulla prima foto, quella del 1870 – di 40 anni prima – ed altro non è che l’estremo ovest del grande blocco edificato prospicente al mare. Trattasi di quel pezzo estremo del blocco che doveva essere demolito secondo il piano regolatore del 1883, e che invece resisteva ben entrato il ´900. Una mappa della città che riflette per il rione Sciabiche le due novità descritte, sia le prime demolizioni che i nuovi fabbricati, è quella datata 1916 elaborata a scala 1/4000 da A. Urbani, dalla quale è estratto il dettaglio riportato nella Fig.11. Si osserva chiaramente l’assenza del piccolo blocco fabbricato del Corpo Piloti e l’avvenuta parziale rettifica del grande blocco fabbricato la cui facciata est è ora allineata con via Montenegro. E si osservano i nuovi fabbricati, ancor oggi esistenti, costruiti tra la banchina che dal 1919 si intitolerà all’ammiraglio Paolo Tahon di Revel e via Lucio Scarano. Su questa mappa del 1916 é anche interessante osservare la presenza su via Lenio Flacco di una nuova costruzione isolata sul bordo della banchina: non si tratta di abitazioni, ma di un grande capannone di attrezzature marine militari legato alla stazione torpediniere che in quel tratto di banchina operò fin da prima dell’inizio della prima guerra mondiale – la stazione fu trasferita a Brindisi dopo il terremoto di Messina del 1908 e il capannone rimase in piedi per una ventina d’anni circa, come lo testimonia la sua presenza nella foto di Fig.12, del 1934. In questa stessa foto datata 1934 non c’è più traccia del grande blocco fabbricato prospicente al mare sulla banchina di fronte a via Montenegro, né del resto vi è presenza di esso nelle numerose e piú ravvicinate fotografie del discorso che Mussolini tenne dal balcone del palazzo Montenegro l’8 settembre del 1934. Né, tanto meno è rappresentato nel piano delle demolizioni del rione Sciabiche dello stesso 1934. Quel blocco fabbricato, quindi, deve esser stato demolito – foto de la Fig.13 – negli anni 20, probabilmente intorno al 1924. Fino alla metà degli anni 30 comunque, la struttura urbano-architettonica delle Sciabiche, escludendo la demolizione dei due blocchi fabbricati periferici al rione, di cui si é detto, non aveva subito cambi rilevanti e, di fatto, l’apparenza – Fig.12 – che dal mare mostrava tutto il caseggiato che si snodava lungo la banchina esposta a nordovest era grosso modo la stessa di quella ripresa in una fotografia dei Fratelli Alinari datata intorno al 1908. 258  


Fig.9: Brindisi: Grande panorama generale dal mare -

Foto di A. Mauri del 1890

Fig.10: Panoramica delle Sciabiche - 1910

Fig.11: Pianta della Città di Brindisi a Scala 1/4000 di A. Urbani - Dettaglio - 1916 259  


Da quella foto panoramica del 1908 é infatti estratto il particolare, riprodotto nella Fig.14, che mostra la maggior parte di quelle numerosissime case che furono demolite tra il 1934 ed il 1936, quando si consumó la piú vasta delle campagne demolitrici che interessò la maggior porzione del quartiere e che, comunque, contrariamente a quanto previsto dal piano delle demolizioni riportato nella Fig.15, risparmiò un limitato settore di case, visibile nella foto della Fig.16, compreso tra via Montenegro e quello che diventò il limite est della scalinata imperiale, costruita tra la ampliata e risistemata piazza Santa Teresa ed il nuovo piazzale Lenio Flacco. Si può osservare, infatti, come il piano indicasse da demolire anche le case ubicate nel settore più a est e che furono invece temporalmente risparmiate nella pur vasta campagna demolitrice del 1936. Pertanto, quando nel 1959 anche la loro demolizione finalmente si consumò, si tratto di una fine già predestinata ben venticinque anni prima. Le demolizioni del 1936 interessarono invece tutte le case sciabbicote che, su piani di varia altezza degradanti da piazza Santa Teresa e da largo San Paolo al mare, esistevano a quell’epoca fino a largo Sdrigoli e anche un po’ più in là, fino al pendio Fontana Salsa che è sulla sinistra dopo già imboccata via Lucio Scarano. Poi il rione delle Sciabiche, con gli ultimi sciabbicoti le cui vestigie erano ancora tali da poter essere propriamente così denominati, svanirono per sempre nelle pieghe della storia di Brindisi in quel 1959, quando il piccone demolitore si abbaté inesorabilmente sulle ultime case fino ad allora risparmiate – Fig.17 – completando l’opera sradicatrice e imponendo al contempo agli ultimi pescatori ed alle loro famiglie di trasferirsi nell’apposito caseggiato che era stato costruito sull’opposta sponda: il villaggio pescatori. L’affanno demolitore dell’ammodernamento aveva iniziato la sua inarrestabile avanzata sulle Sciabiche con l’inizio del ´900 quando tra i primi caseggiati designati non furono risparmiati né il palazzo dove era nato lo scienziato Teodoro Monticelli né quel che restava dell’immobile quattrocentesco appartenuto alla famiglia di Pompeo Azzolino. L’avanzata incontrò poi nuove energie, abbondanti ed incontrastate, inseguendo il miraggio della ritrovata gloria imperiale durante la seconda parte del ventennio e non si arrestó piú neanche dopo, riprendendo e completando l’opera demolitrice con gli albori del miracolo economico e della fantomatica industrializzazione – Fig.18. Da: Brindisi Nuova Guida 6 di G. CARITO, 1994: «...Del quartiere delle Sciabiche permangono ormai, dall’insediamento della Marina Militare e sino alla banchina Montenegro, a ridosso del pianoro in cui sono i poli ecclesiastici di San Paolo Eremita e Santa Teresa, scarni relitti. Tali il reticolo tardo ottocentesco, a ponente, allorché l’abitato si spinse in direzione del castello di Terra e gli edifici su via Azzolina; qui una casa con cavalcatoio documenta l’elevato sfruttamento dei suoli edificabili in un’area caratterizzata da stretti vicoli che, dai rialti di ponente, portavano al mare...»

Da: Lo sventramento delle Sciabiche 7 di G. PERRI, 2012: «...Oggi, delle “Sciabiche” e degli “Sciabbicoti” non ci resta che un ricordo, piú o meno vago dipendendo per ognuno di noi dalla propria etá anagrafica o dalla luciditá con cui la nostra memoria ci riporta e ci ripropone quei due termini con i quali i nostri nonni e i nostri genitori continuarono, e qualcuno di loro persino continua ancora, ad identificare rispettivamente il rione ed i suoi abitanti...»

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Fig.12: Panoramica dal seno di ponente con Monumento Stazione torpediniere e Sciabiche -1934

Fig.13: Caseggiati sul lungomare sradicati con le prime demolizione - 1924 circa

Fig.14: Le Sciabiche nel 1908: Tratta del lungomare con i caseggiati demoliti tra 1934 e 1936 261  


Pietro CAGNES e Nicola SCALESE Cronaca dei Sindaci di Brindisi dall’anno 1529 al 1787 e narrazione di molti fatti avvenuti in detta città 2 Franca PERRONE e Angela GIOSA Le perle di Brindisi. Personaggi illustri brindisini, 2008 3 Angelo MAGGI e Maurizio MARINAZZO Brindisi negli Archivi Alinari, 2011 4 Alberto DEL SORDO Toponomastica brindisina del centro storico, 1988 5 Giuseppe CANDILERA Parliamo di Brindisi con le cartoline, 1985 6 Giacomo CARITO Brindisi Nuova Guida, 1994 1

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Gianfranco PERRI Lo sventramento delle Sciabiche, 2012

Fig.15: Piano delle demolizioni delle Sciabiche - 1934 - Rapp. 1:1000

Fig.16: Le Sciabiche: la fontana imperiale, la risistemata piazza S. Teresa e il piazzale L. Flacco

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Fig.17: La demolizione delle Sciabiche: Ultimo atto - 1959

Fig.18: Le tre ondate demolitrici delle Sciabiche 263  


“La motobarca del Casale: tra attualità e storia” Pubblicato su il7 Magazine del 14 settembre 2018

Finalmente, dopo “soli” quattro anni circa di sospensione, sta per essere ripristinata la tradizionale fermata della motobarca ai piedi della scalinata del Casale: un’interruzione iniziata per dare spazio ai lavori di ristrutturazione della banchina durati un paio d’anni e poi prolungata, anzi ed incredibilmente raddoppiata, a causa di un banale ed imperdonabile errore di progettazione che ha impedito il naturale attracco della motobarca e ha indotto alla costruzione di un nuovo costoso pontile galleggiante, originalmente non previsto. Pazienza, ormai ci siamo… quasi! Propizia, quindi, l’occasione per raccontare una pagina abbastanza originale, di storia brindisina. Il popolarissimo servizio di traporto passeggeri via mare nelle acque portuali interne del porto di Brindisi, all’attuale operatore - la Società Trasporti Pubblici di Brindisi STP - fu formalmente affidato dal Comune nel novembre 2001, determinando quell’atto amministrativo il definitivo passaggio sotto il controllo diretto della città di Brindisi dello storico servizio pubblico che durante tanti secoli aveva ininterrottamente operato ‘in concessione’ sul mare del Seno di Ponente, tra la banchina del quartiere marinaro delle Sciabiche e l’opposta sponda del Casale. La STP infatti, è la società di capitale pubblico proprietà del Comune di Brindisi e della Provincia di Brindisi che opera l’intero trasporto pubblico urbano nel Comune di Brindisi. Fondata nel 1969 con il nome di Azienda Municipalizzata Autotrasporti Brindisi AMAB, nel 1975 assunse il nome e l’assetto azionario attuale. Prima del novembre 2001 e per circa una settantina d’anni, il servizio di traghettamento tra Brindisi e il Casale era stato via via gestito da tutta una serie di individui e di società private da quando, nell’anno 1931, il comandante del porto Silvio Fontanella, aveva segnalato l’incompatibilità legale dell’esclusività del traghettamento mantenuta per secoli da parte della Mensa Arcivescovile di Brindisi; una incompatibilità poi ratificata dall’Avvocatura dello Stato che ritenne tale diritto ‘non provato’. L’allora arcivescovo Tommaso Valeri, protestò prontamente presso il Procuratore di Bari ‘il procedere lesivo per gli interessi della Mensa Arcivescovile da parte del comandante del porto di Brindisi’ ma, nel dicembre dello stesso anno, la Direzione Generale della Marina Mercantile, riconfermò la piena libertà di circolazione nel porto e quindi, la conseguente inconsistenza del preteso diritto esclusivo della Mensa Arcivescovile. Decaduta quindi quell’esclusività, il servizio si fu gradualmente diversificando e privatizzando finché, nell’anno 1958, la società cooperativa ‘Contramare’, proprietà di Guadalupi, Gigante, Piliego e De Marco, commissionò alla SACA la costruzione di tre motobarche - Giuseppina, Annamaria e Augusto - che furono adibite alla prestazione del servizio a visitatori e abitanti di Brindisi. Qualche anno dopo, nel 1962, la cooperativa fu rilevata da Cosimo Gioia che la liquidò sostituendola con la C.C.I.A.A. ditta individuale di sua proprietà che gestì a lungo il servizio Brindisi-Casale con un contributo del Comune a copertura del disavanzo sul costo del biglietto. Nel 1978, la società passata in proprietà alla figlia di Cosimo Gioia, Elena, fu liquidata e sostituita dalla società ‘Casalmare’ che poi, nel 1994, fu assorbita dalla nuova società ‘Brindisi mare’ che fu quella che mantenne la concessione del servizio con il relativo contributo comunale fino a tutto il 2001. 264  


La motobarca del Casale dal 2001

La motobarca del Casale negli anni 90’ 265  


Ma cos’era, in che consisteva e da quando era stato in vigore, quel diritto di esclusività di traghettamento di cui aveva usufruito la Mensa Arcivescovile di Brindisi durante secoli? Ebbene, a tale proposito bisogna cominciare con il premettere che il servizio regolare di traghettamento Brindisi-Casale sicuramente sorse - in principio, anche se comunque senza mai escludere altri usi civili - legato ai continui pellegrinaggi che avevano come meta la trecentesca chiesa di Santa Maria del Casale. Eventualmente, non risultando documentato un qualche antico atto legale formale che lo avesse concesso in forma esplicita, quel diritto di servizio di trasporto fu ritenuto esclusivo da parte della Mensa Arcivescovile, in ragione del fatto che lo stesso si originò in tempi in cui tra la città ed il Casale, di fatto completamente disabitato, era usufruito quasi esclusivamente dai pellegrini che si recavano presso la Chiesa di Santa Maria del Casale: «… La genesi della chiesa, ai margini di un frequentatissimo itinerario quale quello costituito dall'Appia Traiana e non distante dalle cale portuali di ponente in cui era ampia disponibilità d'acqua dolce, si determina nell'avanzare della linea dei coltivi che caratterizza il XIII secolo… Lo sviluppo di Santa Maria va dunque intrecciato con quello della fortuna della grande via dei pellegrini, della frequentazione delle cale portuali vicine e dello sviluppo dell'abitato, in cui non dovevano mancare strutture d'ospitalità, cui ineriva. Ospizi o ospedali per i crocesignati o i pellegrini diretti in Terra Santa erano ovviamente lungo il grande itinerario che aveva uno snodo essenziale nei porti pugliesi e fra questi, in particolare, Brindisi. Frequenti sono le tracce lasciate nella chiesa da quanti si dirigevano o tornavano dalla Palestina…» [G. Carito, 2010] Anche se certamente ne esistono di precedenti, il riferimento esplicito più antico che ho reperito in relazione al servizio di traghettamento tra Brindisi e il Casale, risale al 1568, anno in cui l’arcivescovo di Brindisi Giovanni Carlo Bovio (1564-70) cedette la chiesa di Santa Maria del Casale e annessi fabbricati ai frati Minori Osservanti della provincia di San Nicola, i quali il giorno 26 aprile vi piantarono la croce dando inizio alla fabbrica del monastero, che fu poi completato, fra 1635 e 1638, dai frati Minori Osservanti Riformati, subentrati ai primi nel 1589. Tra l’arcivescovo e il provinciale frate Lorenzo da Tricase, in quel 1568, si convenne: “Lo arcivescovo di Brindisi da et concede in perpetuo alli frati di San Francesco osservanti la chiesa di Santa Maria del Casale posta fora della città de Brindisi qual è dell’Arcivescoval Mensa con li edificij di case et torre et con lo giardeno e terreno adiacente et contigui ad essa Chiesa con li patti conditioni […] Item si reserva la barcha de Santa Maria et il draghetto del portu chiamatu il varcaturo”. Il padre Bonaventura da Lama nella sua [Cronica… Lecce, 1724] rileva che, comunque, inizialmente i Padri Osservanti ricevevano una grossa limosina di ducati 90 per l’affitto della barca che tragitta i passeggieri e poi, quando si riformarono, si contentarono di soli 24 ducati, rinunciando al resto a favore della Mensa Arcivescovile. Un altro importante riferimento esplicito al traghettamento, lo si ritrova nel classico testo sulla storia di Brindisi, notoriamente plagiato dal padre carmelitano Andrea Della Monaca e da questi fatto dare alle stampe nel 1674: «…Si celebra ogn’anno in detta chiesa alli otto di settembre la solennità della nascita della Vergine, e vi è una fiera competente, ma il concorso della gente forestiera è grande, che rende la festa più celebre. Il camino ordinario che si fa per andare alla detta devotione, e al monasterio de’ padri, parte è per mare, e parte per terra; per mare perché bisogna 266  


passare tutta la larghezza del corno destro del porto interiore, che è di duecento cinquanta passi, per il che vi sono molte barche in quel giorno ornate di tendali, e bandiere per fine di condurre, e ricondurre le genti dall’una, e l’altra riva, aggiungendosi per maggior diletto de’ spettatori la vista dell’emulatione grande che è tra marinari, ch’in voga arrancator s’affatigano gli uni per superar gl’altri nella prestezza del viaggio per far maggior guadagno; oltre la barca ordinaria fatta à modo di scafa, che vi tiene tutto l’anno l’arcivescovo, essendo ciò sua giurisdittione per far traggitto delle genti che vanno à lavorare i campi, che sono di là del mare; si và anco per terra, poiché uscendosi dalla barca è di bisogno caminare per giongere al monasterio de’ padri passi ottocento, per una strada amena, spalleggiata dall’ombre delle siepi, delle vigne, de’ giardini, e d’oliveti, che vi sono dall’una, e l’altra parte del camino. Si può andare anco sempre per terra senza toccar mare, ma il viaggio è un poco più lungo, e alquanto faticoso.» All’anno 1722 invece, risale un documento notarile compilato dal notaio Giuseppe Matteo Bonavoglia su incarico dell’arcivescovo di Brindisi Paolo De Vilana Perla, nobile della Catalogna nativo della città di Barcellona. Il documento è una Patea di tutte le entrate, cioè il reddito dell’arcivescovo, da beni mobili ed immobili e tassazioni. Ebbene, fra le entrate figura l’esercizio di traghettamento nel porto con la “Barca di Santa Maria” tra le due sponde del seno di ponente, tra Brindisi in riva Sciabiche e il Casale, località S. Maria. Un altro riferimento al monopolio del traghettamento Brindisi-Casale è contenuto nella ‘Cronica dei Sindaci di Brindisi dall’anno 1529 al 1787’ di Pietro Cagnes e Nicola Scalese. Dopo la trentennale (1714-1734) parentesi del governo austriaco sul regno di Napoli, con l’avvento di Carlo Borbone sul trono, a Brindisi erano sorte serie tensioni tra i pubblici amministratori civili, gli eletti consiglieri il sindaco e il governatore da una parte, e il clero nella persona dell’arcivescovo Andrea Maddalena, napoletano, dall’altra e le tensioni accumulate si concretizzarono in occasione di alcuni episodi specifici, uno dei quali ebbe al centro della disputa proprio il traghettamento al Casale: «Il giorno 11 settembre 1738, il sindaco di Brindisi Tomaso Cantamessa, radunò nel Sedile il parlamento cittadino e decretò decaduto il diritto del quale godeva l’arcivescovo relativo allo ‘jus prohibendi per la barca del Casale’, una concessione dalla quale a quel tempo l’arcivescovo otteneva, affittandone il diritto, da 60 a 70 ducati l’anno». Il decreto cittadino fu immediatamente impugnato e rimesso ai tribunali e, a proposito di quel litigio, nell’Archivio di Sato di Brindisi [III, B-1-1-XXVII, a. 1738] riposano gli atti che citano «…una piccola gabella per lo Jus barcagni seu dell’imbarcaturo, per trasportare, seu passare con la barca, seu scafa tutte le genti che vogliono passare da una banda all’altra; tanto per andare alla Chiesa di Santa Maria del Casale de Padri Riformati, quanto per andare alle loro Masserie, giardini e territori e loro beni, tenendovi una sua barca seu scafa propria della sua Mensa Arcivescovile che l’affitta per triennio…» Alla fine di quel litigio, si ritornò allo status quo, per cui l’arcivescovo di Brindisi continuò - durante altri 200 anni - a riscuotere per quella concessione. Ancora nel 1923, infatti, il canonico Salvatore Polmone “concede in locazione a Teodoro Piliego il diritto di passaggio che la Mensa Arcivescovile possiede per il trasporto delle persone e delle merci dalla sponda delle Sciabiche nel porto di Brindisi, all’altra opposta di Santa Maria del Casale” [Archivio Storico Diocesano, Brindisi, Fondo Amministrazione, Serie Mensa Arcivescovile, cart. 40, fasc. 2]. E forse quella locazione al Piliego si rinnovò proprio fino a quell’anno 1931, in cui intervenne a “scompigliare la secolare faccenda“ il comandante Silvio Fontanella.

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La motobarca del Casale negli anni 60’

La motobarca del Casale nei primi anni 50’

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Quanti Brindisini sono esistiti nel corso della storia? “ 2.536.733 ” Pubblicato su Senza Colonne News dell'8 dicembre 2017

Bella e simpatica domanda vero? Sarà mai possibile dare una risposta attendibile a questo quesito? Magari si, o forse no. Eppure, io ci voglio provare. Tanto, e comunque, credo sarà interessante - e certamente divertente - tentarlo. Indubbiamente il dato fondamentale - per nulla facile da reperire - da cui partire è quello relativo all’evoluzione - nonché spesso involuzione - demografica che ha caratterizzato la città di Brindisi nel corso dei secoli, anzi dei millenni della sua esistenza. Ma non sarà sufficiente: sarà anche necessario dare risposte plausibili a tutta una serie di domande: Quando cominciò ad esistere Brindisi? Quale fu l’aspettativa di vita nel trascorso dei secoli? Quante furono negli anni le donne feconde brindisine? E quanti figli procreò ogni donna? Insomma: quanti Brindisini sono nati in ognuno dei tremila anni in cui Brindisi è esistita? Ebbene, sarà proprio la risposta a quest’ultima domanda che permetterà finalmente risolvere il quesito fondamentale: basterà infatti sommare i Brindisini nati per ogni anno ed il risultato della somma sarà il numero totale di Brindisini esistiti nel corso della storia! Facile, vero? Per stabilire la data di fondazione di Brindisi bisognerebbe addentrarsi nelle tante leggende che raccontano della nascita di Brindisi e comunque, si può ben anticipare che in fondo non è questo un dato importantissimo ai fini del risultato numerico da raggiungere: in effetti, al principio di tutto, i popolatori di Brindisi saranno stati certamente molto pochi, così pochi da non incidere granché sul valore del risultato agognato. Quindi - per farla breve - se Brindisi fu fondata da Ercole, vissuto prima della guerra di Troia e quindi prima di 1200 anni avanti Cristo, sarà abbastanza accettabile fissare intorno a 1000 anni prima di Cristo la data iniziale del conteggio. E adesso il quesito fondamentale: quale l’evoluzione demografica di Brindisi nei secoli? Ovviamente non possono esistere dati seriali per i secoli iniziali, ma purtroppo neppure ne esistono per i secoli della Brindisi messapica - tra l’VIII ed il III a.C. - fino alla conquista romana del 267 a.C. e così, solo la probabile estensione fisica del perimetro urbano messapico suggerita dagli archeologi può indurre a una qualche stima demografica approssimativa. Poi, finalmente, è storicamente documentato che nel 244 a.C. a Brindisi fu dedotta dai Romani una colonia di 6000 individui, con cui eventualmente si duplicò la reale popolazione dell’urbe. Seguirono gli anni dell’eccezionale e vertiginoso incremento dell’importanza e centralità della Brindisi romana, un’importanza strategica, militare e commerciale, che stimolò un’evoluzione straordinaria - che certamente interessò anche l’ambito demografico - che iniziò nei secoli della repubblica e che si protrasse fino agli anni ancora dorati dell’impero. Intorno all’anno 9 d.C. Augusto riorganizzò amministrativamente l’Impero Romano ed il territorio italiano fu diviso in 11 regioni: la Puglia fu la Regio II, Apulia et Calabria, quindi subito dopo la Regio I Latium et Campania. “Brindisi era in pieno splendore, certo il centro più grande della Regio II, con circa 50000 abitanti…” (Puglia Antica - A. Sirago, 1999). 269   


In seguito, Brindisi inevitabilmente seguì la fortuna e la decadenza di Roma e del suo impero ed è quindi naturale immaginare un progressivo e sostanziale calo della popolazione già a partire dai primi anni del IV secolo, per così decrescere fino a una popolazione che intorno all’anno 400 dovette essere di circa 15000 abitanti. “Il circuito delle mura di Brindisi in età tardo antica fa pensare ad una città di circa quindicimila abitanti...” (Lo stato politico economico di Brindisi dagli inizi del IV Secolo all’anno 670 - G. Carito, 1976). Nel 476 cadde formalmente l’Impero Romano d’Occidente, e poi venne la ventennale guerra gotico bizantina alla cui conclusione, nel 553, la popolazione di Brindisi si era già ulteriormente ridotta, a circa soli 4000 abitanti. Seguirono gli anni della esosa corrotta e labile dominazione bizantina, che spostò su Otranto il baricentro politico militare e commerciale della Terra di Otranto, accelerando con ciò la decadenza e lo spopolamento di Brindisi, una decadenza che si prolungò e si accentuò fino alla conquista, con conseguente distruzione, della città da parte dei Longobardi, nel 674, quando Brindisi rimase, di fatto, quasi del tutto spopolata. “La documentazione epigrafica dà la certezza che rimasero ai margini della città solo pochi gruppi di Ebrei, parte stabiliti nella zona detta Giudea e parte presso l’attuale via Tor Pisana. Qualche altro sparuto gruppo di cittadini si stabilì intorno al vecchio martyrium di San Leucio. I Longobardi, distrutta Brindisi, fecero di Oria il loro più forte caposaldo in Terra di Otranto. Fu allora che Oria fu eletta come sede dei vescovi brindisini e anche quel trasferimento dell’episcopato indica l’abbandono della città. Un abbandono ulteriormente confermato dalla quasi totale mancanza di riferimenti a Brindisi nelle fonti dell’VIII secolo...” (Lo stato politico economico di Brindisi dagli Inizi del IV Secolo all’anno 670 - G. Carito, 1976). Fino all’incipiente rifondazione bizantina di qualche secolo dopo - tra fine X secolo e inizio XI - la popolazione brindisina dovette rimanere prossima al minimo ed è comunque difficile reperire dati utili sul possibile andamento demografico fino a dopo la conquista normanna del 1071, quando finalmente si cominceranno a incontrare alcuni elementi utili per una qualificazione approssimativa. Poi, nei primi decenni del secolo XIII, la decisione di Federico II di allargare la cinta muraria cittadina, probabilmente ripristinando l’antico tracciato del municipio romano, fa ipotizzare una maggior crescita della popolazione durante la dominazione sveva, specificamente nel corso della prima metà del secolo XIII. “Nel 1269, con gli Angioini appena insediati sul trono di Napoli, l’inchiesta condotta su un omicidio fece riferimento - per stabilire l’ammontare della multa da imporre alla città - all’esistenza a Brindisi di circa 1000 fuochi e così, adottando un moltiplicatore di 5 per i nuclei familiari, si deduce che il numero degli abitanti di Brindisi doveva attestarsi, in quegli anni del XIII secolo, sulle 5000 unità, un numero che potrebbe rappresentare l’apice del trend positivo iniziato con la conquista normanna. Poi, negli ultimi decenni dello stesso XIII secolo, ci fu una nuova inversione di tendenza che seguì alle convulsioni politiche legate alla cruenta transizione dagli Svevi agli Angioini, alla guerra dei Vespri, alla diffusione della peste nera in città, eccetera...” (Il medioevo nelle città italiane: Brindisi - R. Alaggio, 2015). Infatti, un nuovo minimo puntuale caratterizzò la popolazione di Brindisi nell’anno 1465, quando - con i re aragonesi succeduti sul trono di Napoli - giunse in città il contagio della devastante peste europea e la popolazione si ridusse all’ordine di 270   


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circa 3000 anime. Poi, nel 1496 è documentato esserci in Brindisi 4000 abitanti: lo relazionò il governatore veneziano Priamo Contarini quando, il 30 di marzo in nome del doge, ricevette la città consegnatagli in pegno dal re Ferrandino per l’aiuto ricevuto nello sventare l’invasione del francese Carlo VIII. Con l’estromissione definitiva dei monarchi aragonesi da Napoli e dalla Sicilia, nel 1509 ebbe inizio il lungo - bicentenario - periodo vicereale spagnolo. E per Brindisi quel bicentenario non iniziò certo nel migliore dei modi: “Nel mese di luglio del 1526, la peste fece ritorno a Brindisi, di certo introdotta e favorita dalle tante truppe spagnole che vi si avvicendavano di continuo, transitandovi e soggiornandovi in condizioni igieniche del tutto deprecabili. Ad agosto del 1528, nell’ambito della guerra combattuta per la nomina del sacro romano imperatore tra la Spagna di Carlo V e la Francia di Francesco I, Brindisi fu attaccata da Simone Tebaldo, generale romano comandante di 16000 soldati, tra francesi veneziani e papali. La città fu costretta ad arrendersi e, quando Tebaldo fu fortunosamente abbattuto da un proiettile, venne saccheggiata dalle soldatesche allo sbando, che poi si ritirarono. In quello stesso anno, il 20 novembre 1528, una delle due colonne romane che avevano sfidato per tanti secoli le intemperie dei tempi e degli uomini, cadde senza un’apparente ragione…” (Brindisi nel contesto della storia - G. Perri, 2016). E il 1529 è l’anno di inizio della Cronaca dei Sindaci di Brindisi dal 1529 al 1787 scritta da Pietro Cagnes e Nicola Scalese, nella quale - oltre a tant’altro - si può seguire l’andamento demografico della città, l’aumentare ed il diminuire della popolazione nell’arco di quei circa 250 anni, in rapporto all’economia e al traffico portuale in particolare, che la città ebbe con alterne vicende, per fatti di guerra, per inclemenze del clima, per flagelli vari e per l’impantanamento delle acque intorno alla città e nel porto:

Si può notare come per il 1531 la popolazione era precipitata a un nuovo ed accentuato minimo di circa 2000 abitanti - 400 fuochi - un minimo da allora in avanti mai più toccato, giacché il minimo seguente fu di 5000 abitanti e fu riportato per gli anni 1780 e 1789: prima da A. Pigonati nella sua “Memoria del riaprimento del porto di Brindisi” e poi da K. U. Von Salis Marschlins nel suo "Viaggio attraverso il regno di Napoli".

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Il massimo, invece, durante il viceregno spagnolo si toccò nel 1618, con 10000 abitanti distribuiti su un totale di 2000 fuochi. Nel 1618, a Brindisi il governatore spagnolo era il capitano Pedro Aloysio De Torres e la città si era decisamente ripopolata, grazie anche alla sua buona amministrazione: molto probabilmente il miglior governatore che Brindisi ebbe in tutto il bicentenario vicereame spagnolo. Aloysio De Torres è infatti ancora ben ricordato a Brindisi per aver affrontato il problema della sempre più critica carenza d’acqua - responsabile di frequenti epidemie - progettando un acquedotto che fece realizzare con il contributo monetario dei cittadini abbienti ed il cui emblema fu la fontana monumentale posta e tuttora funzionante, nella piazza Maggiore, poi piazza Mercato ed ora piazza Vittoria. I dati demografici riportati nella Cronaca di Cagnes e Scalese, a partire dall’anno 1744 sono anche confrontati con quelli degli Status Animarum. Nella Biblioteca arcivescovile Annibale De Leo di Brindisi, infatti, sono conservati i registri degli Stati delle Anime di Brindisi degli anni dal 1744 al 1850, quando quello di Napoli era già diventato - nel 1734 - un regno indipendente: il regno borbonico di Napoli, poi delle Due Sicilie. “Il libro delle Anime di Brindisi nel 1754” curato da Loredana Vecchio e pubblicato nel 2012, illustra molto bene tipologia caratteristiche di quei registri demografici annualmente compilati dall’arcivescovato. Il minimo già segnalato dell’ordine dei 5000 abitanti toccato intorno al decennio tra 1780 e 1790, fu poi nuovamente sfiorato nel 1830: sono gli anni in cui, dopo il clamoroso fallimento dell’opera di risanamento del porto realizzata dal Pigonati, la situazione economica sociale sanitaria e quindi demografica della città era ripiombata a livelli di criticità assoluta, con le morti superando per vari anni consecutivi le nascite. Lo documentarono dettagliatamente Giovanni e Francescantonio Monticelli, coadiuvati da Benedetto Marzolla, in una serie di ben tre memorie indirizzate al re Ferdinando IV nel tentativo - finalmente e per fortuna riuscito - di scongiurare per Brindisi la già decretata condanna alla sparizione dalla mappa d’Italia (Memoria in difesa della città e del porto di Brindisi - F.A. Monticelli, 1833). “Altri andranno alla ricerca dei testi poetici o epigrafici in cui sono descritte le ansie, le sconfitte o le vittorie degli abitanti di questa città che un giorno fu condannata allo spopolamento e che invece vinse l’appello, e la condanna non fu eseguita, per cui ancora un popolo la abita” (Cronaca dei Sindaci di Brindisi dal 1787 al 1860 - R. Jurlaro, 2001). Nel 1860 il regno di Napoli fu annesso al regno di Sardegna per così integrare il nuovo regno d’Italia in cui, a partire dal 1861, si realizzarono con frequenza decennale i censi della popolazione, che continuano a realizzarsi tuttora integrati annualmente dai dati dell’Istat. Brindisi entrò a far parte del regno d’Italia con circa 9000 abitanti e la popolazione non smise di crescere tra ogni censo decennale ed il successivo: dopo cinquant’anni - nel 1911 - 25692 abitanti e dopo cento - nel 1961 - 70657 abitanti. Poi, nel 1991 si raggiunse il massimo assoluto di 95383 abitanti per ridiscendere a 88212 nel censo del 2011, quello dei 150 anni. L’ultimo dato Istat, per l’anno 2016, indica a Brindisi una popolazione ancora in franca diminuzione, a 87820 abitanti. Un fenomeno, invero, italiano e non solo brindisino: è infatti di questi giorni, la notizia che nell'arco di otto anni, dal 2008 al

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2016, le nascite in Italia sono diminuite di oltre 100mila unità e che nel 2016 sono stati iscritti all'anagrafe oltre 12mila bambini in meno rispetto al 2015. A Brindisi, le nascite nel 2015 sono state 655 contro le 709 del 2014. Ma le morti nello stesso 2015 sono state 850 con quindi un saldo negativo di 195 ed è a partire dal 2012 che a Brindisi, quindi per già ben cinque anni consecutivi, il numero di morti ha superato il numero dei nati: non era mai più accaduto da quel lontano e certamente triste 1832.

A questo punto, dopo aver affrontato il tema dell’evoluzione demografica brindisina, per poter completare l’algoritmo delineato per il calcolo del numero totale dei nati a Brindisi nel corso della storia, bisogna considerare il punto dell’aspettativa di vita e quello della fecondità delle donne brindisine. Per far ciò, bisogna assumere alcune ipotesi, in base a conoscenze effettive quando disponibili e, per il resto, in base a supposizioni che siano il più possibile razionali. L’aspettativa di vita è noto essere in continuo aumento, secondo un fenomeno che, a parte le puntualità legate a contingenze storiche, sembra sia stato abbastanza continuo nella storia intera dell’umanità. Ed è in effetti risaputo che i nostri nonni e bisnonni avevano una aspettativa di vita inferiore alla nostra. Così come si sa, che qualche secolo fa, l’età media fino alla quale si campava era sostanzialmente inferiore all’attuale, e così via: al tempo dei dominatori romani, ad esempio, era poco comune che si superassero i 50 anni di vita ed è immaginabile che ancor prima, gli uomini e le donne vivessero anche parecchio meno, forse in media tra 30 e 40 anni. In quanto alla fecondità delle donne, deve considerarsi che l’età “sociale” della fecondità nel passato coincideva di fatto con l’età biologica della fecondità e quindi iniziava all’incirca ai 15 anni. Poi, a partire dal secolo XIX o XX, quell’età iniziale “sociale” anche a Brindisi è andata aumentando gradualmente fino agli attuali 25 anni. Pertanto, la durata degli anni di fecondità effettiva delle donne brindisine, può forse considerarsi essere rimasta in media pressoché costante nei secoli, intorno ai 20 anni: dai 15 ai 35 in passato e dai 25 ai 45 nell’attualità. 274  


E allora, quanti - nei vari periodi della storia - sono stati i figli che ogni donna brindisina ha partorito durante quei suoi venti anni di fecondità sociale? Per l’epoca attuale i dati statistici del tasso di fecondità indicano valori ormai da molti anni inferiori a 2 figli per ogni donna, con una chiara tendenza a diventare sempre più bassi: nel 1950 il tasso nell’Italia meridionale fu 2,3 - nel 1960 fu 2,1 - nel 1970 fu 1,7 nel periodo 2005-2010 il tasso fu 1,38, al 174esimo posto su un totale di 195 paesi, con in testa il Niger con un tasso di 7,19. Per il 2016 infine, il tasso di fecondità italiano fu 1,26 e nell’Italia meridionale 1,27. Per le epoche anteriori però, naturalmente e purtroppo, non sono disponibili statistiche demografiche e pertanto non resta che affidarsi all’intuizione razionale, ben sapendo che il tasso nell’antichità deve essere stato via via superiore, con limiti superiori probabilmente compresi tra 5 e 7. Ebbene, a questo punto e con l’ausilio di excel, il calcolo è bell’è fatto: per ogni anno, dalla popolazione totale e dall’aspettativa di vita femminile si ottiene la popolazione femminile in fecondità sociale che, combinata con il tasso di fecondità ed i venti anni di durata della fecondità sociale, permette calcolare il numero di nati per ogni anno, e quindi per ognuno degli intervalli considerato. Poi, basterà sommare tutti i nati di ogni intervallo e si otterrà proprio il numero totale dei nati a Brindisi (cioè dei Brindisini) esistiti in tutto il corso della storia della città. Quanti? La tavola excel indica poco più di 2 milioni e mezzo… all’incirca! Certo, lo so, troppe imprecisioni, troppe supposizioni, troppe licenze non autorizzate. Ma non importa, tanto il calcolo lo si potrà sempre rifare, migliorandolo, modificandolo e correggendolo sulla base di nuovi o più attendibili elementi, siano essi relativi ai dati o alle supposizioni. E sarà mia cura presentarne, ogni volta che ne varrà la pena, la corrispondente attualizzazione. Ah! Un’ultima nota ancora: il 21 settembre 1951 nacque il brindisino numero 2.470.151: “io”.

gianfrancoperri@gmail.com 1° dicembre 2017 275  


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BRINDISI “filia solis" Nella parte più a nord del Salento è situata Brindisi, città antichissima crogiolo di culture e teatro di vicende entrate a buon diritto nei manuali della grande storia, città nobile e antica che secondo alcuni si dovrebbe chiamare Brunda. È noto a tutti che questo nome significa testa di cervo, non in greco o latino, ma in lingua messapica, il porto di Brindisi ha infatti la forma di una testa di cervo, le cui corna abbracciano gran parte della città. Il porto è famosissimo in tutto il mondo e da ciò nacque il proverbio secodo cui sono tre i porti della terra: Iunii, Iulii, et Brundusii. La parte più interna del porto è cinta da torri e da una catena; quella più esterna la proteggono gli scogli da una parte e una barriera di isole dall'altra: sembra l'opera intelligente di una natura burlona, ma accorta. La costa, che dal monte Gargano fino a Otranto è quasi rettilinea ed incurvata in brevi tratti, nei pressi di Brindisi si spacca ed accoglie il mare, formando un golfo che si insinua nella terra con uno stretto delimitato, come già detto, dalle torri e dalla catena. Un tempo, questa stretta imboccatura era profondissima e poteva essere attraversata con navi di qualsiasi grandezza. Da questo stretto, il mare si riversa per un lungo tratto dentro la terraferma attraverso due fossati naturali che circonvallano la città; è sorprendente, soprattutto nel corno destro, la profondità del mare che in qualche punto, dicono, supera i venti passi. La città ha all'incirca la forma di una penisola, tra i due bracci di mare. Sul corno destro, ha una fortezza di straordinaria fattura, costruita con blocchi di pietra squadrata per volere di Federico II, e poi ha il castello Alfonsino, il Forte a mare dei brindisini. Brindisi è cresciuta sul più orientale porto d'Italia che ne ha determinato il destino. Le colonne terminali della via Appia, specchiandosi dall'alto della loro scalinata nelle acque del porto interno, vigilano su quella che la tradizione vuole come l'ultima dimora di Virgilio. E poi Brindisi cela tantissimi altri frammenti di storia, le cui testimonianze sono ancora leggibili nel tessuto urbano, attraverso itinerari che si devono percorrere per ammirare l'eleganza dei suoi numerosi palazzi, le maestose dimore dei Cavalieri Templari, la ricchezza del suo patrimonio chiesastico e da ultimo, per scoprire l'essenza autentica della città che il grande Federico II definì "filia solis", esaltando la mediterranea solarità di questo straordinario avamposto verso l'Oriente.

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