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PAGINE DI STORIA BRINDISINA Gianfranco Perri

2017  


PAGINE DI STORIA BRINDISINA Gianfranco Perri

2017


PAGINE DI STORIA BRINDISINA Non è questo un testo di storia, ma è solo una raccolta di alcuni episodi della storia di Brindisi, non tra di essi necessariamente collegati e qui rieditai e riordinati in sequenza cronologica. Si tratta, infatti, di vari articoli già in precedenza da me pubblicati online, alcuni sulla pagina Brindisiweb.it e altri sul blog “Via da Brindisi” del quotidiano online Senza Colonne News.

Il distintivo, scelto per la copertina di questa raccolta, vuole essere un omaggio alla figura e alla memoria di un grande brindisino doc, Don Pasquale Camassa, generoso amante, nonché prolifico divulgatore, della storia della sua città.

Fu Pasquale Camassa, presbitero, bibliotecario e storico. Nacque a Brindisi il 24 dicembre del 1858 e fu tra i principali artefici della divulgazione della cultura e dell'istruzione storica alla popolazione di Brindisi.

Creò, presso la propria abitazione di via Lauro 37, la "Biblioteca circolante gratuita", con una importante raccolta di circa 3.000 volumi aperta a chiunque nei giorni feriali. Fu rettore del Cimitero Comunale e fu direttore del Museo Civico, la cui sede era allora nell’antico Tempio di San Giovanni al Sepolcro. Amato dalla popolazione, “Papa Pascalinu”, come era conosciuto dai brindisini, fu promotore di innumerevoli altre iniziative culturali e nel 1921 fondò la famosa “Brigata amatori storia ed arte”, un’associazione culturale che organizzava, regolarmente i giovedì sera, presso il tempietto di San Giovanni al sepolcro, riunioni in cui Camassa era solito invitare letterati, scienziati ed artisti. Fu l’artefice della salvaguardia di alcuni monumenti cittadini, come la Fontana De Torres in piazza della Vittoria e soprattutto la Porta Mesagne, quando non solo si oppose alla demolizione ma occupò fisicamente l’antica porta, facendo dapprima interrompere i lavori e poi indurre gli organi competenti a sospendere definitivamente l’ordinanza di abbattimento.

Tra i suoi scritti: Cenno storico di San Oronzo, protomartire salentino, Brindisi 1894 Guida di Brindisi, Brindisi 1897 e 1910 - Brindisini illustri, Brindisi 1909 - Breve cenno storico dei santi fratelli minori Cosimo e Damiano con suppliche ed inno, Brindisi 1914 - Cenno storico di San Pasquale Baylon con preghiere al medesimo, Taranto 1923 - La romanità di Brindisi attraverso la sua storia e i suoi avanzi monumentali, Brindisi 1934. Papa Pascalinu morì in ospedale a Mesagne, a 83 anni, ferito nel crollo della sua casa in Brindisi con il bombardamento aereo della notte tra il 7 e l’8 novembre del 1941. Gianfranco Perri


PAGINE DI STORIA BRINDISINA Gianfranco Perri

Le mappe di Brindisi: rassegna storica e curiosità Brindisi bizantina nei cinquecento anni più bui della sua storia Ma noi di Brindisi da quand´è che siamo Salentini? E perché? Quando come e perché noi Brindisini da Calabresi diventammo Pugliesi Da Sichelgaita ad Angela: dopo 900 anni un’altra donna al governo di Brindisi A Brindisi il principale traguardo terrestre della medievale “via Francigena” Brindisi al tempo dello scisma d'occidente sotto i re durazzeschi Brindisi al tempo dei re aragonesi sul trono di Napoli Tra manipolazione ed ignoranza ci va di mezzo il mare... di Brindisi “Pigonati” NO - “Monticelli” SI Brindisi di fine ’800: il ritratto impietoso (ed attuale?) di un giornalista francese Lo storico e glorioso Idroscalo di Brindisi 100 anni della tragedia della Benedetto Brin 100 anni fa arrivarono a Brindisi i MAS Lo sradicamento delle Sciabiche 1900-1959


LE MAPPE DI BRINDISI: RASSEGNA STORICA E CURIOSITÁ www.brindisiweb.it/storia/mappe_brindisi.asp Gianfranco Perri

Un´antica immagine topografica di Brindisi è stampata nel libro con cui si pubblicò la versione in lingua volgare del famoso libro di Giulio Cesare “I Commentari di C. Givlio Cesare” ...con le figvre in rame de gli alloggiamenti, dé fatti d'arme, delle circonuallationi delle città & di molte altre cose notabili descritte in essi, fatte da Andrea Palladio per facilitare la cognition dell'historia a chi legge. Gli autori: Julius Caesar; Francesco Baldelli; Andrea Palladio; Leonida Palladio; Orazio Palladio. L´editore: Appresso Pietro De' Franceschi, Venezia M.D.LXXV [1575].

I fratelli Leonida ed Orazio morirono prematuramente durante la preparazione delle stampe del libro e le immagini per la stampa furono quindi completate dal padre Andrea. Quella stampa del Palladio che illustra l´assedio che Cesare impose a Pompeo in Brindisi nel 49 A.C. ai tempi del De Bello Civili, inserita nel libro edito nel 1575, può essere storicamente considerata la più antica mappa di Brindisi.

Mappa del 1575 di Andrea Palladio (180 x 136 mm)

Seguirono numerose altre versioni illustrate di quel famoso testo di Cesare, una di esse è quella in inglese curata da Martin Bladen e pubblicata a Londra da Richard Smith nel 1705: l´assedio a Pompeo è ancora illustrato da un´incisione in rame intitolata “The haven of Brindisi”. In questa stampa inglese corredata da leggenda, a differenza di quella del Palladio, la città entro le mura è chiaramente assimilata da una testa animale, forse di un cervo. 7


The haven of Brindisi - Londra 1705 (190 x 142 mm)

Prima di quella inglese, vi erano state anche altre edizioni illustrate del libro di Cesare, e tra queste, quella del Lezzi pubblicata di nuovo a Venezia dall´editore Misserini nel 1635 in cui la città, a differenza delle altre versioni, è rappresentata squadrata come un “castrum” racchiusa nelle sue mura, con le sue porte e le sue torri. E poi ci furono altre versioni ancora, anche successive a quella inglese, nelle quali si evidenziano i due bacini del porto "maior & minor" riducendo i due seni ad un fossato che circonda la città, tipo mappa di Blaeu.

A rigor di cronaca, e prima di proseguire, è però doveroso citare una apparentemente ancor più antica mappa di Brindisi con il suo porto: quella datata intorno al 1525 e che è attribuita al cartografo, nonché grande ammiraglio ottomano, Piri Reis, vissuto tra il 1465 ed il 1554. Una mappa questa, che presenta la città vista dal mare, e quindi con il Nord in basso. Mappa di Piris Reis - 1525

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L´ironia della sorte vuole che quella che probabilmente può essere considerata la più antica mappa ¨moderna¨ della città di Brindisi, tralasciando appunto quella del Palladio ed i cinquecenteschi disegni sapientemente elaborati dal condottiero navigatore ottomano, sia venuta alla luce con un errore nientemeno che nel titolo: TARENTO.

Mappa del 1663 di Joan Blaeu (515 x 412 mm)

La mappa, orientata con il Nord verso l´alto, fu elaborata dal cartografo olandese Joan Blaeu, divenuto in seguito anche cartografo ufficiale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. In alto a sinistra è rappresentato lo stemma della città di Brindisi e a destra lo stemma della famiglia Orsini. Nel cartiglio in basso ben 57 richiami, purtroppo non leggibili a occhio nudo.

Sono però chiaramente identificabili tutta una serie di importanti elementi: Il castello di mare, e le isole Pedagne sul porto esterno, con la catena sul canale d´entrata al porto interno. La chiesa di Santa Maria del Casale con la strada che la congiunge alla principale porta d´entrata alla cittá dalla strada da Mesagne. Poi l´altra porta di accesso dalla strada da Lecce attraverso un ponte che sorpassa il seno di levante. Quindi le mura di cinta complete dei vari torrioni distribuiti partendo dal castello di terra. Dentro le mura primeggiano le due colonne romane, di cui una già crollata, e la rete stradale è dominata dalla strada che attraversando tutta l´urbe, collega Porta Mesagne con Porta Reale sulla riva del seno di levante: la Rua Magistris. 9


La mappa, con incisione in rame e colorazione coeva, fu portata alla stampa nel 1663 con il “Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum”, un atlante in cui Joan Blaeu cambia impostazione nel concepire quello che doveva essere un atlante di città. Mentre quelli che aveva precedentemente prodotto per l´Olanda sono una semplice serie di mappe e piante, questo per l´Italia è un atlante molto più topografico che combina mappe geografiche con bellissimi panorami prospettici mostranti città e paesaggi agresti come pure disegni architettonici e monumenti.

L´attività tipografica di Blaeu cessò drammaticamente nel 1672, quando un incendio distrusse il suo stabilimento. Solo le mappe collocate in alcuni rami appartati della tipografia e alcune precedenti edizioni immagazzinate altrove, si salvarono dal fuoco e furono vendute all'asta. Pierre Mortier, libraio belga che operava in Amsterdam, comprò le matrici delle città italiane.

Nel 1705 il Mortier stampó il “Nouveau Thèatre d'Italie ou description exacte de ses Villes, Portes de Mer, Palais, Eglises, Principaux Edifices & c. et avec cartes chorographiques sue les desseins de feu monsier Jean Blaeu”, aggiungendo un quarto volume relativo al nord Italia e Toscana. Nel Volume III, la tavola 25 riproduce la mappa di Blaeu.

Mappa di Joan Blaeu ristampata nel 1705 da Pierre Mortier (496 x 410 mm) 10


Rispetto alla carta originalmente stampata dal Bleau, vi son solo dei piccoli cambiamenti: nel cartiglio centrale oltre il titolo errato Tarento, dopo 41 anni non ancora corretto, è aggiunto il sottotitolo “Ville du Royoume de Naples situèe dans la Terre d'Otrante”; nel cartiglio in alto a destra è scomparso lo stemma della famiglia Orsini; la legenda ha sempre 57 richiami ma in basso a destra è aggiunto: “A Amsterdam par Pierre Mortier -avec privil-”.

L´errore nell´intitolazione é stato attribuito a quell´incendio, immaginando che il materiale salvato alle fiamme avesse subito un grande disordine (“Brindisi ignorata” di N. Vacca - 1954), ma evidentemente ciò non risponde alla realtà, visto che la prima pubblicazione contenente già l´errore fu precedente all´incendio.

Sulla pagina web della biblioteca del Senato della Repubblica, cercando l´opera postuma in tre volumi dell´Abbate Giovanni Battista Pacichelli “Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci province” stampata nel 1703 a Napoli, appare una scheda bibliografica che contiene la riproduzione delle 183 stampe che corredano l´opera, e la stampa N°113 del Volume 2, si intitola BRINDESI, e riproduce un´acquaforte di autore ignoto.

É interessante la didascalia del cartiglio al piede della mappa, che identifica e localizza 14 elementi: 1 Duomo. 2 S. Maria delle gratie. 3 Carmine. 4 Castello di terra. 5 Fortezza di mare. 6 Porto che si serra con catena. 7 Porta reale. 8 Porta di Mesagne. 9 L´Assunta. 10 Cappuccini. 11 S. Fran.co di Paola. 12 S. M. degli Angioli. 13 La Maddalena. 14 Le Colonne.

Stampa del 1703 di autore ignoto (168 x 122 mm) 11


Da osservare che con il N°14 sono indicate le due colonne romane antistanti al porto, rappresentate in piedi nonostante una delle due fosse crollata nel 1528 a causa di un terremoto: 175 anni prima della stampa. Da notare inoltre, che molte delle chiese sono rappresentate nelle loro strutture medioevali. Potrebbe pertanto dedursi che questa stampa, orientata con il Nord verso destra, sia stata verosimilmente ricavata rielaborando una qualche opera precedente, possibilmente realizzata tra gli ultimi anni del ´400 ed i primi del ´500.

Prescindendo da queste considerazioni, si deve comunque osservare che trattasi di una mappa decisamente meno avanzata di quella di Blaeu del 1663, precedente di ben quaranta anni, che il Pacichelli evidentemente non aveva nemmeno visto giacché in essa tra l´altro, vi é invece correttamente rappresentata una sola colonna in piedi.

E si giunge così al 1739, anno al quale si fa risalire la più antica mappa topografica di Brindisi, nel senso tecnicamente effettivo del termine. Si tratta della famosa “Mappa Spagnola”, al cui piede la leggenda include la data A.D. 1739, che però sembra essere scritta con caratteri diversi dagli altri, il ché farebbe pensare ad una aggiunta, magari legata alla data dell´episodio riportato nella Cronaca dei Sindaci di Brindisi:

«...al dì 12 detto (marzo 1739) arrivo il maresciallo d. Andrea de los Coves spagnuolo, con tre ingegneri, e due commissarij d´artiglieria, e due volontari, cioè un colonnello, e un tenente colonnello, e detto maresciallo era il primo ingegnere del re, e questi pigliorono la pianta del Forte, del castello di terra, e di tutta la città, con misurate tutte le strade della città, e mura...». La mappa spagnola completa é di metri 1,25 x 2,05 e s´intitola “Plano y Mapa En que se comprende la Ciudad de Brindesi sus Castillos de mar y tierra, Puerto piccolo y Grande con porción de los contornos de su Campaña en la Provincia de Otranto“.

Porzione centrale della Mappa Spagnola di Brindisi – 1739 - (dopo il restauro)

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Fu tracciata con una penna d´inchiostro acquarello su carta in parte filigranata, tra la fine del secolo XVII e l´inizio del XVIII, quindi tra il periodo che precedette la fine del vice regno spagnolo e quello che vide l´inizio del regno dei Borbone a Napoli.

La mappa fu recuperata in estremis a Palermo da Domenico Guadalupi, già segretario del cardinale Pignatelli poi arcivescovo di Salerno, fu da lui portata a Brindisi e gelosamente custodita, prima di essere consegnata al Museo Civico in San Giovanni al Sepolcro. Prima del suo restauro (Lidiana Miotto, 1986) la mappa era incollata nel suo insieme su una tela di lino che a sua volta aderiva su un supporto ligneo con una fascia centrale di congiunzione. I vari chiodi usati, arrugginendosi, avevano compromesso il documento. Il tutto era variamente e pesantemente macchiato. Finalmente la mappa era stata alterata da lunghi strappi e fenditure, da ossidazione, muffe e ammanchi.

É poi del 1800, cioè di circa sessant´anni dopo, la mappa di Brindisi che cronologicamente segue a quella spagnola. Si tratta di una mappa appartenente a un piano topografico, disegnato a colori e identificato con il nome di Città di Brindisi N°38, conservato nella biblioteca dell´Istituto Geografico Militare, con la descrizione seguente: Documento N°27 del XIX secolo. Un foglio di circa 0,42 x 0,42 metri. Rilievo a scala 1/10000 del Tenente Lepier. In effetti si tratta del solo frammento destro di un piano geografico, orientato con il Nord verso sinistra, che riporta il rilievo topografico della costa di levante del porto (quella di ponente era nel frammento mancante del piano) e che nell´angolo inferiore destro presenta, a mo’ di dettaglio, la mappa a scala 1/5000 della città, con un indice di quattro punti (a. Castello di terra, b. La Sanità, c. La Dogana, d. Seminario -?- ). Non è certo una mappa ricca di dettagli, un quadrilatero con circa 10 cm di lato, ma comunque permette di indovinare i limiti urbani e il contorno della città edificata, colorata di rosso e differenziata dai campi, colorati di verde.

Mappa a Scala 1/5000 - Dettaglio del Piano del Porto rilevato da Lepier - 1800

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E la situazione appare comunque mutata di poco, nel “Piano Generale del Porto di Brindisi” rilevato dopo pochi anni dall´incorporazione di Brindisi al Regno d´Italia, nel 1866 a scala 1/10000, e topograficamente orientato con il Nord verso l´alto: forse l´unica novità importante, la costituisce la presenza della ferrovia, da Bari e dopo un giro di 90° a Lecce, con anche indicata la stazione ferroviaria che era stata appena inaugurata, il 25 maggio 1865.

Piano Generale del Porto - 1866 - dettaglio Da osservare le tracce ben rappresentate dei vari pezzi di muraglia ancora esistenti appartenuti alle fortificazioni cinquecentesche della città e le vaste estensioni ancora disabitate, bianche nella mappa, presenti dentro il recinto di quelle fortificazioni: quella adiacente al castello di terra, che era stato adibito a bagno penale della città da Gioacchino Murat nel 1814, e tutta quella a Sud di Porta Mesagne delimitata a est dalla direttrice della strada di Porta Lecce e divisa in due dalla direttrice della strada Vialata.

Anche a sudest della strada Vialata dominano gli spazi disabitati ed inoltre, un´ampia area bianca trapezoidale, Largo della Anima, è presente in prossimità dell´incrocio tra la strada Vialata e la strada di Porta Lecce. 14


E si é così giunti ai nostri giorni: si fa per dire, visto che la prossima mappa comunale della città è quella, già tecnicamente avanzata, del piano stradale di Brindisi del 1871, successiva di soli cinque anni a quella del Piano Generale del Porto del 1866.

Anche se non ci sono grandissime novità da segnalare per quel che riguarda l´impianto urbanistico generale, però la scala i dettagli e la qualità grafica di questa mappa, un elio piano manoscritto che ho voluto forzosamente orientare con il Nord verso l´alto, consentono finalmente addentrarsi nella formulazione di alcune altre interessanti osservazioni a complemento di quelle già formulate in merito alla mappa precedentemente riportata.

Pianta della Città di Brindisi - Scala 1/2000 - Carlo Fauch - 1871

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Quella che nel 1797 era già diventata la Strada Carolina e che poi nel 1882 diventerà il Corso Garibaldi, è ancora identificata erroneamente come Strada Amena, che in realtà in origine era stata la Strada della mena, dall´insalubre canale di scolo che per tantissimi anni l´aveva solcata portando al mare le acque piovane, e quant´altro via via raccolto.

La Strada Amena ha un estremo in prossimità della banchina portuale, sbucando tra quelli che saranno i giardini Vittorio Emanuele II° che nella mappa sono Largo San Francesco e la stazione marittima che nella mappa è la Sanità marittima, e giunge fino alla Piazza Mercato, indicata nella mappa dove poi ci sará Piazza Vittoria e ben separata dalla Piazza Sedile, che è sita un po’ più a Nord, dove è anche identificato l´edificio del Municipio.

Superata Piazza Mercato, la Strada Amena svanisce in uno slargo molto ampio, indicato nella mappa con Largo della Anima. La traversa Nord della Strada Amena prima dei Piazza Mercato, oggi via Rubini, si chiama Strada Orologio, e si sa molto bene perché, mentre la traversa di fronte, quella Sud, conduce al Pozzo Traiano. A Sud della mappa, è indicata Porta Lecce con affianco l´imponente sagoma della Chiesa Cristo e quindi la Strada di Porta Lecce che raggiunge perpendicolarmente la Strada Lata la quale si sviluppa retta e lunga, in direzione NE puntando al mare e in direzione SO assumendo il nome di Strada Saponea e puntando verso una non ben identificata stazione. Tra la Strada Lata e la Strada Amena, è anche identificato il Largo San Dionisi, e quindi le due strade quasi parallele S. Dionisi e S. Lucia.

A Ovest è indicata Porta Mesagne ed affianco la Strada pel Castello orientata a Nord. Da Porta Mesagne parte la Strada Carmine che dopo Largo Angioli assume il nome di Strada Angioli, oggi via Ferrante Fornari, che raggiunge Piazza Sedile e prosegue sul lato opposto con la Strada Maestra fino al mare, dove vi giunge tra Largo San Francesco a destra e la Dogana a sinistra, non essendoci nella mappa traccia alcuna della Porta Reale, che proprio da lì aveva nei secoli precedenti costituito l´entrata in città dal mare, mentre la Porta Mesagne ne aveva costituito l´uscita verso l´entroterra. Questa fondamentale direttrice stradale, in qualche modo separa il giá descritto settore Sud della città dal settore Nord.

Sul settore Nord, l´imponente castello di terra, non rappresentato nella mappa, con l´adiacente Piazza Castello, delimita la città ad Ovest, nella zona in cui è identificata la Strada S. Benedetto ed è rappresentata l´omonima caserma. Seguendo una direttrice parallela a quella della Strada Maestra, tutto il settore Nord della città è solcato, da Ovest verso Est, dalla Strada S. Barbara, ancora un errore del mappa giacché non si tratta della santa ma del cognome di Piertommaso Santabarbara, fino a Largo S°Prefettura, quindi la Strada delle Scuole Pie fino a Largo Cattedrale e finalmente la Strada Colonne. Su Largo Cattedrale, oltre alla chiesa sono identificati il Collegio, l´attuale palazzo arcivescovile, e l´Ospedale Civile, e da quel largo partono la Strada Santa Chiara e la Strada Montenegro in direzione Nord, e la Strada Del Duomo verso Sud.

Più a Nord finalmente, partendo nuovamente dal castello di terra, c´è la Strada S. Aloy fino a Largo S. Paolo dové indicata l´imponente impronta della chiesa tutt´una con quella dell´adiacente S°Prefettura e quindi, la Strada De Leo e il Largo S. Teresa con l´impronta della chiesa. Da S. Paolo, da De Leo e da S. Teresa, si poteva scendere alle Sciabiche e quindi al mare, transitando su uno dei tre pendii dei quali il meno ripido e più esteso era quello centrale, il Pendio Marinazzo tra la Strada De Leo e la via Sciabiche. L´altro era il Fontana Salsa e il terzo ? 16


Il lungomare centrale tra la Sanità Marittima e le Sciabiche, si chiama Strada Marina, e su quel lungomare è già chiaramente posizionato l´Albergo delle Indie Orientali, costruito nel 1870 in concomitanza con l´inizio delle operazioni della Valigia delle Indie.

Le Sciabiche, lo storico e antichissimo quartiere marinaro, insediato ai piedi di S. Teresa, così come nelle mappe dell´800, è rappresentato sulla mappa dai lati del grande blocco triangolo compreso tra S. Teresa la Strada Montenegro e la via Forno Sciabiche, e da altri sette blocchi minori allineati di fronte al mare lungo la banchina del Seno di Ponente, compresi tra il pendio che scende da S. Paolo a ovest e la Strada S. Chiara a est. La via Forno Sciabiche sbuca a Nordest su Piazza Monticelli, e di fronte alla Strada Montenegro è indicato Largo Montenegro.

Tutto quel quartiere Sciabiche fu poi cancellato dalla mappa di Brindisi in varie ondate demolitrici, dapprima i due blocchi più a Nord, quelli di fronte alle strade S. Chiara e Montenegro, nei primi del ´900 e poi il resto: nel 1934 la metà Ovest e nel 1959 la metà Est.

Attorno al 1880, “...il crescere dei movimenti e dei traffici, l´incremento della popolazione e lo svolgersi delle aspirazioni ad un a maggiore civiltà...” indussero l´amministrazione comunale ad affidare a tre professionisti brindisini la redazione del piano regolatore della città, “...perseguendo necesarie nuove reti stradali e necessari nuovi assetti urbani, ampliando, addrizzando e riordinando le vie antiche, nonché abbattendo dannosi ingombri e sviscerando le malsane contrade secondo un moderno sistema di costruzioni...”.

Il piano regolatore della città di Brindisi vide la luce nel 1883, plasmato in una serie di quattro tavole manoscritte, il cui assemblaggio ho predisposto e rappresentato come si trattasse di una mappa orientata con il Nord in alto. I colori indicano in verde le demolizioni e in rosso le nuove lottizzazioni da incorporare allo schema urbano. La rete stradale è mantenuta bianca.

La Tav. I è quella del quadrilatero di sudovest: su un lato la strada Porta Lecce più la strada Conserva, sull´altro la strada Carmine, quindi la muraglia da Porta Mesagne al Bastione San Giacomo con a metà il Bastione Cappelli di fronte alla stazione ferroviaria, e sul quarto lato la muraglia dal Bastione San Giacomo a Porta Lecce. É tracciato il quadrato che sarà di piazza Cairoli e sono indicatele tracce del corso che sarà Umberto I° e del corso che sarà Garibaldi e che poi in quel tratto sarà Roma, con al suo estremo la chiesa dell´Addolorata, poi della Pietà. La Tav. II è quella del quadrilatero di nordovest: su un lato la strada Carmine, sull´altro la strada Armengol piú il pendio Fontana Salsa che scende da Largo S. Paolo fino alla spiaggia sul Seno di Ponente, quindi la riva fino al Castello di terra che funge da bagno penale, e sul quarto lato la muraglia tra il castello e Porta Mesagne. Domina l´enorme piazza Castello, adiacente al castello e ancora completamente vuota, e ci sono la chiesa di S. Benedetto e quella di S. Anna.

La Tav. III è quella del quadrilatero di nordest: su un lato corso Garibaldi piazza Commestibili e corso Umberto I°, sull´altro la strada Conserva più la strada Armengol più il pendio Fontana Salsa, quindi il terzo e quarto lato lo costituiscono le banchine contigue del Seno di Ponente, da corso Garibaldi a Montenegro una, e da lí al pendio Fontana Salsa l´altra. Sono compresi in questo settore il Duomo con il Seminario, le chiese S. Teresa, S. Paolo, S. Chiara, S. Cosimo detta poi delle Scuole Pie, S. Giovanni al Sepolcro e la chiesa degli Angioli. La Tav. IV è quella del quadrilatero di sudest: su un lato i corsi Garibaldi e Umberto I°, sull´altro la strada Conserva tra corso Umberto I° e Porta Lecce, quindi il terzo e il quarto lato lo costituiscono le banchine contigue del Seno di Levante, da Porta Lecce fino allo sbocco della strada Vialata una, e da lì alla Sanità e futura Stazione Marittima, l´altra. Sono ben visibili le chiese di Cristo, S. Lucia, S. Sebastiano o Le Anime, e poi le chiese dell´Annunziata e del Monte. 17


Piano regolatore della Città di Brindisi - 1883 La mappa seguente, quella topografica di Brindisi del 1916, stampata con il Nord orientato verso l´alto, anche se non ricca di dettagli, aiuta a capire quanto del piano regolatore del 1883 fu realizzato, e quanto no.

Si tratta di un piano, nuovamente appartenente alla biblioteca dell´Istituto Geografico Militare, identificato con il nome di Pianta della Città di Brindisi e corredato dalla seguente descrizione: Rappresentazione orografica planimetrica. Stampa eliografica di 0,70 x 0,54 metri. Rilievo del 1916 a scala 1/4000 del Capitano A. Urbani. Le direttrici stradali principali, con il corso Garibaldi prolungato fino alla ferrovia e il corso Umberto I° con la piazza Cairoli, sono state realizzate completamente. Oltre alla Stazione Ferroviaria principale, anche quella Marittima è completa ed ambe sono intercollegate e pienamente funzionali. 18


Pianta della Città di Brindisi - Scala 1/4000 - A. Urbani – 1916 (700 x 540 mm)

L´area di piazza Castello non è più vuota, vi sono stati costruiti l´edificio dell´Ammiragliato detto anche Presidio e la caserma che sarà intitolata Ederle, in due lotti contigui separati dal prolungamento della via Rodi e delimitati a Sud dalla via Castello a Nord da quello che poi sarà viale dei Mille e ad Ovest da via Indipendenza, già completamente tracciata fino al suo altro estremo sulla fine di corso Garibaldi, non ancora Roma. A est della caserma c´é via Cittadella, che però prosegue ancora con via S. Margherita fino al Calvario dove raggiunge via Carmine.

Cioè non è stato attuato, né lo sarà mai più, il piano regolatore che prevedeva l´eliminazione della via S. Margherita e il prolungamento in linea retta di via Cittadella fino a via Carmine. Né furono mai rettificate via Madonna della Neve via Santabarbara e via Tarantini, che nel piano regolatore dovevano costituire, con via Castello, una sola via retta fino alla piazza del Duomo. E neanche via S. Benedetto fu mai rettificata nel suo pezzetto finale verso via Carmine.

La piazza Sottoprefettura non fu mai ampliata e non fu mai costruita la strada retta che sulla direttrice di via Marco Pacuvio doveva giungere fino a corso Umberto I° all´altezza di via Paolo Sarpi, dopo aver incrociato via Angioli, la attuale Ferante Fornari.

In quanto alle Sciabiche, il piano regolatore del 1883 prevedeva abbattere il piccolo blocco antistante a via S. Chiara, che in effetti nella mappa del 1916 non c´è più, e anche quello adiacente molto più grande, che iniziando di fronte a via Montenegro si estendeva occultando al mare sia il largo Monticelli che via Pompeo Azzolino, questo blocco grande nella mappa del 1916 c´é ancora, comprendeva la palazzina Monticelli e fu demolito nel 1924. Come ulteriore novità per il settore Sciabiche, nella mappa del 1916 sono indicati i fabbricati a due piani costruiti negli ultimi anni dell ´800 a prolungamento delle Sciabiche verso il Castello di terra, siti su tre isolati contigui occupando una fascia compresa tra il lungomare e la strada Sdrigoli, poi via Lucio Scarano, che risalendo fino a Santa Aloy era stata aperta prolungando la famosa via Sciabiche, quella che iniziando in largo Monticelli attraversava tutto il quartiere. 19


Meno di 10 anni più moderna che la precedente, è la bella mappa dell´importante editore Antonio Vallardi, nella quale è rappresentata la pianta di Brindisi molto dettagliata, nonostante la piccola scala di 1/15000 e quindi le piccole dimensioni della stampa. Però è migliorata decisamente la qualità tipografica: si tratta di una incisione cromo-litografica su acciaio vivacemente colorata ed ottima nella risoluzione calligrafica.

Pianta della Città di Brindisi - Scala 1/15000 - A. Vallardi - 1924 (155 x 105 mm) Certamente si tratta di una cartina inserita in una delle opere dell´editore milanese intitolate “Viaggi e guide turistiche per l´Italia ...contenenti la descrizione storica artistica e contemporanea con varie carte e piantine topografiche delle principali città dell´Italia della Sicilia e della Sardegna”. Anche per questo motivo la cartina è complementata da varie note, le quali sono riferite sul piano con un totale di 11 numeri.

A Brindisi ci sono ancora: un bacino galleggiante di fronte allo sbocco del canale di Cillarese, la spiaggia di S. Apollinare nel porto interno, la via Sciabiche interne con la palazzina Monticelli, il teatro Verdi, le due piazze Vittoria e Sedile, il parco della Rimembranza senza il nome e con i Bastioni Carlo V, piazza d´Armi e le caserme d´artiglieria S. Benedetto e Montenegro, il corso Garibaldi ancora tutto intero, ...

Poi, con la fine della seconda guerra mondiale e con l´avvento della repubblica, arriva anche a Brindisi l´Ente Provinciale per il Turismo e il turismo di massa e con esso, le tante mappe o cartine turistiche, pubblicate su volanti piegabili o inserite nei libri di guida per i visitanti e viaggiatori. 20


E finalmente ecco l´era delle mappe elettroniche, del digitale online, del GPS e di Google Earth:

Brindisi su Tutto CittĂ

Brindisi su Google Earth

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Brindisi bizantina nei cinquecento anni più bui della sua storia con un’appendice sul monachesimo orientale in Puglia e in Brindisi Gianfranco Perri Per Brindisi, quel mezzo millennio di storia coincidente grosso modo con la seconda metà del primo millennio ‐compreso, o meglio detto schiacciato, tra l'ingombrante quanto meritata fama dell’urbe e la celebrità del suo porto negli anni della classicità di Roma repubblicana e imperiale da una parte, e la leggendaria e romantica epopea medievale delle crociate dei re normanni svevi e angioini dall’altra‐ è risaputamene poco raccontato dai libri e dalle riviste di storia ed è, di conseguenza, generalmente poco conosciuto e per nulla celebrato dalla tradizione popolare e dalla stessa cultura storica formale della città, rimanendo relegato nei confini e nei limiti degli addetti ai lavori e dei circoli degli studiosi ed appassionati della storia cittadina. Eppure si tratta di un periodo molto esteso, più di cinquecento anni, praticamente un quinto della plurimillenaria storia di Brindisi. Un lungo periodo storico che per la maggior parte del tempo fu segnato dal dominio, anche se spesso solo nominale, bizantino, ossia dei romaioi greci dell'impero romano d'oriente che con la sua capitale Costantinopoli sopravvisse mille anni all'impero romano d'occidente, dal quale aveva preso origine con la divisione che nel 395 d.C. ne fece l’imperatore Teodosio tra i suoi due figli: il maggiore Arcadio, primo imperatore romano d’oriente e il minore Onorio, primo imperatore romano del solo occidente. Si tratta dei cinque secoli di storia di Brindisi che, dopo la caduta nel 476 d.C. dell'impero romano d'occidente, vanno dalla cruenta conquista della penisola italiana ottenuta dall’imperatore d’Oriente Giustiniano con la ventennale guerra greco gotica conclusa nel 553, fino al crollo del dominio greco bizantino nel meridione d'Italia, conseguente alla conquista normanna ‐quella della città di Brindisi avvenne nel 1071‐ e alla fondazione del Regno di Sicilia, ufficialmente nato a Palermo nel 1131. Si tratta di più di cinquecento anni di storia che, anche se per Brindisi furono decisamente tenebrosi perché caratterizzati da una profonda decadenza e da un buio quasi assoluto, hanno comunque marcato fortemente il carattere della città e dei suoi abitanti ed hanno inciso in maniera determinante sulla loro successiva evoluzione fino a inevitabilmente riflettersi anche nella cultura e idiosincrasia di noi brindisini del terzo millennio. Ed è per ciò che considero possa essere utile ed importante, e spero anche apprezzato, questo contributo alla divulgazione di un capitolo della storia di Brindisi poco celebrato, ma comunque fondamentale ed estremamente interessante.

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Brindisi bizantina nei cinquecento anni più bui della sua storia http://www.brindisiweb.it/storia/brindisi_bizantina.asp Gianfranco Perri Dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, dalla storia formalmente ascritta all’anno 476 d.C. con la cacciata dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo ad opera del generale Odoacre, la successiva dominazione gotica sull’Italia, iniziata nel 493 con il re Teodorico sotto gli auspici dell’imperatore d’oriente Zenone, culminò con il ventennale conflitto greco‐gotico che nel 553 vide vincitori i Bizantini dell’imperatore Giustiniano il quale, aspirando a integrare l’Italia all’impero romano d’oriente, istaurò con quella lunga guerra il dominio bizantino su tutta la penisola. Ma la storia italiana, quasi d’immediato, ebbe a registrare un nuovo incisivo scossone. Dopo solo pochi ‐15‐ anni infatti, nel 568, provenienti dal nordest ed entrati in Italia attraverso il Friuli, in poco tempo i Longobardi strapparono ai Bizantini una gran parte del territorio continentale italiano a sud delle Alpi. Posero la loro capitale a Pavia e raggrupparono le terre sottomesse in due grandi aree: la Langobardia Maior, dalle Alpi all'odierna Toscana e la Langobardia Minor, costituita dai territori immediatamente a est e a sud dei possedimenti centro nordici rimasti bizantini i quali, attraverso parte delle attuali Umbria e Marche, si stendevano da Roma a Ravenna. Mentre la Langobardia Maior fu spezzettata in numerosi ducati e tanti gastaldati, la Minor si articolò in solo due potenti ducati, quello di Spoleto a nordest di Roma e quello di Benevento che al sudest di Roma comprese i territori della Lucania e buona parte di quelli della Campania del Bruzio e della romana Apulia dai quali, instancabilmente, i Longobardi per vari secoli scorribandarono e dilagarono sui territori limitrofi, creandovi spesso anche loro unità territoriali stabili: i gastaldati. I Bizantini allora, incentrarono il loro potere residuo nell’Esarcato di Ravenna, già capitale del regno italiano dei Goti e dove concentrarono il loro controllo nominale su tuti i territori italiani inizialmente risparmiati dall’invasione: la Venezia e l'Istria; la Liguria; la Pentapoli; il Ducato romano; il Ducato di Napoli e il Ducato di Calabria; con inoltre la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.

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Quel possedimento meridionale denominato ducato di Calabria, fu fondato dai Bizantini nei territori situati immediatamente ad est e a sud del caposaldo longobardo di Benevento, integrando in un’unica entità amministrativa i territori della penisola del Bruzio, l’odierna regione calabrese, con quelli della penisola costituita dalla parte meridionale della romana Apulia e da tutta la romana Calabria, o odierno Salento come preferir si voglia: due penisole certo ben separate, ma inizialmente collegate da un’ampia fascia costiera che si estendeva lungo la riva nord‐occidentale del golfo di Taranto. In tutti i primi anni del dominio bizantino che nel meridione italiano seguirono alla fine della guerra greco‐gotica, il malgoverno, l’esosità dei funzionari greci, la corruzione imperante, il precario stato di sicurezza delle vie di comunicazione terresti infestate dal brigantaggio e, soprattutto, la miseria generalizzata e lo spopolamento, furono tali che a Brindisi, che pur fu sede di una delle prime comunità cristiane costituitesi in Italia, alla fine del secolo non si riuscì neanche ad eleggere un vescovo proprio, tanto che nel 595 il papa Gregorio Magno scrisse a Pietro, vescovo di Otranto, perché provvedesse alla chiesa di Brindisi priva di una guida dopo la morte del suo presule e ve ne facesse pertanto eleggere uno, vigilando perché non fosse elevato un laico alla dignità vescovile. Nel corso del VI secolo, dopo la guerra greco‐gotica, infatti, fu Otranto a subentrare nel ruolo che già era stato di Brindisi e il collasso dei traffici commerciali segnò il declino della città, sede vacante per un considerevole lasso di tempo fra VI e VII secolo. Tutto il contrario di quanto caratterizzò il precedente V secolo, quando Brindisi con il suo porto ancora molto attivo durante tutto il regno dei Goti, fu caposcalo per l’oriente, centro principale dell’antica Calabria, e centro d’irradiamento del cristianesimo nel Salento. Nel 601 invece, non c’era ancora stata l’elezione del vescovo, quando lo stesso papa Gregorio dovette nuovamente rivolgersi al vescovo di Otranto, chiedendogli di recarsi a Brindisi per far pervenire reliquie di San Leucio, il cui corpo si venerava in Brundisii Ecclesia, all’abate del monastero di San Leucio in Roma, Opportuno, che ne aveva fatto richiesta perché il suo monastero ne era stato privato con un furto. E Brindisi non costituiva di certo l’eccezione nella Calabria bizantina: anche Lecce e Gallipoli, in quel finire di VI secolo, non avevano potuto eleggere il proprio vescovo. Situazioni tutte, conseguenza dell’abbandono in cui erano evidentemente versati per anni il clero e tutto il popolo in quelle città e in quell’intera regione, che avevano a lungo subito, e che continuarono a subire per altri secoli ancora, le continue angherie e le prepotenze di un’amministrazione affidata al governo di una serie di patrizi greci, che da Otranto esercitarono il potere assoluto bizantino in nome dell’esarca di Ravenna. A partire dalla seconda metà del VI secolo, in effetti, tutto il sistema economico salentino subì un forte processo involutivo, quando Bisanzio non si occupò di favorirne l’attività produttiva. Brindisi in particolare, a tutto vantaggio di Otranto, divenne un

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semplice porto di frontiera, ormai quasi completamente fuori dagli itinerari commerciali importanti. Tutto ciò, assieme allo spopolamento delle campagne per le inumane condizioni di vita dei contadini, accelererò una depressione che, iniziatasi in quel periodo, perdurò per quasi cinquecento anni: fino all’inizio del secondo millennio. Nel 605, dopo aver allargato copiosamente i confini del proprio territorio e dopo aver tentato infruttuosamente di conseguire uno sbocco stabile sul basso Adriatico a scapito dei Bizantini, Arechi I, duca di Benevento, stipulò con quelli un’instabile tregua, che durò solo fino a quando l’imperatore bizantino Costante II sbarcò a Taranto nel 663, liberando temporalmente quasi tutto il meridione dalla presenza longobarda, senza però poter espugnare Benevento, energicamente difesa dal duca Romualdo e da dove, ad ogni nuova occasione, i Longobardi sarebbero ripetutamente ritornati all’attacco. Della Brindisi del VII secolo, durante gli anni che precedettero la conquista della città da parte dei Longobardi nel 674, non si hanno molte notizie specifiche, tranne quelle, comunque approssimate e incerte, riguardanti la sua storia arcivescovile, interrotta dal trasferimento della diocesi a Oria, conseguente, appunto, alla venuta dei Longobardi: «Proculus, che precedette Pelino come vescovo di Brindisi e che fu venerato come beato, secondo l’Ughelli fu “romano di nazione”. Diversamente, Guerrieri lo ritenne brindisino, “ma di famiglia romana qui stabilitasi, e il suo nome Aulo Proculo”. Pelino, monaco basiliano (*) formatosi in Durazzo, in quanto non aderente al Tipo, ossia all'editto dogmatico voluto dall'imperatore bizantino Costante II nel 648, e in quanto difensore dell’ortodossia, pensando di trovare un asilo sicuro coi siri Gorgonio e Sebastio e col suo discepolo Ciprio, si trasferì a Brindisi i cui vescovi venivano confermati da Roma. (*) In appendice una nota sul monachesimo basiliano a Brindisi. Seguita la morte di Proculus, il non ancora quarantenne Pelino assunse la dignità episcopale. Si mostrò in questa veste, fermo e intransigente innanzi ai funzionari imperiali che, infine, lo allontanarono dalla cattedra brindisina. Deportato a Corfinio, in Abruzzo, venne lì condannato a morte e ucciso, probabilmente nel 662 in uno con Sebastio e Gorgonio, bibliotecari, ossia archivisti della sede episcopale di Brindisi. Ciprio, originario di Durazzo, figlio del retore Elladio e discepolo di Pelino, si sarebbe trasferito a Brindisi col suo maestro. Sfuggito alla morte in occasione del martirio del maestro, in virtù della sua giovanissima età, sarebbe tornato a Brindisi e sarebbe succeduto a Pelino sulla cattedra episcopale. Poco lontano da una delle porte della città, nei pressi della chiesa di Santa Maria, avrebbe eretto una basilica in onore di Pelino, un tempio che fu demolito nel tardo XVI secolo.» ‐Giacomo Carito‐ Dopo l’omicidio dell’imperatore Costante II, avvenuto a Siracusa nel 668, i Longobardi del duca Romualdo recuperarono molti dei territori e delle città del meridione d’Italia, occupando anche gran parte dello strategico ducato di Calabria, in particolare Taranto e nel 674 anche Brindisi, che per la prima volta in centoventicinque anni fu sottratta al governo dei Greci. Il dominio bizantino nelle due penisole meridionali d’Italia si ridusse, così, a solamente le città di Otranto e Gallipoli con il loro entroterra e a parte del Bruzio, territori tutti che, integrati amministrativamente, continuarono comunque a denominarsi ducato di Calabria, nonostante fossero fisicamente separati di fatto in due pezzi completamente distinti.

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I Longobardi trovarono in Brindisi una città in profonda crisi, con le antiche mura romane dirute, così come la maggior parte degli edifici monumentali dell’età classica. Quindi, la distrussero, essendo un porto per essi inutile e difficile da difendere contro gli abili navigatori bizantini, e fecero di Oria il loro più forte caposaldo in Terra di Otranto, un caposaldo facile da difendere trovandosi in una posizione sopraelevata rispetto alla zona circostante. In quegli anni era vescovo di Brindisi Prezioso, l’ultimo residente in città prima del trasferimento della sede episcopale a Oria, resa inevitabile proprio dalla volontà longobarda di voler distruggere Brindisi. Prezioso morì poco prima dell’arrivo dei Longobardi e venne seppellito in un sarcofago con una scritta quasi graffita ad indicare la sepoltura affrettata fatta da una cittadinanza sbandata e, probabilmente, già in fuga. Brindisi, in effetti, con l’arrivo dei Longobardi fu abbandonata e restò quasi priva d’abitanti, con solo qualche sparuto gruppo di cittadini che si stabilì intorno al vecchio martyrium di San Leucio e pochi gruppi di Ebrei che restarono per mantenervi un piccolo scalo marittimo per la loro colonia oritana. In una città comunque ormai ridotta a un parvissimum oppidum fortificato, molto contratto rispetto all’antica urbe romana. Un abbandono documentato anche dall’Anonimo tranese, che descrisse la città quando i suoi concittadini trafugarono nottetempo le spoglie del protovescovo Leucio portandole a Trani, perché poi, depredate dai Saraceni fossero da questi vendute al presule di Benevento. Abbandono anche inevitabilmente associato alla già consumata perdita di centralità del porto e confermato, ulteriormente, dalla quasi totale mancanza di riferimenti a Brindisi nelle fonti di quell’epoca. Nel 750 i Longobardi del re Astolfo invasero da nord l’esarcato bizantino e riuscirono a conquistare la stessa Ravenna, capitale e simbolo del potere bizantino in Italia. Poi, nel 753, l'ambizioso re longobardo invase il ducato romano e assediò Roma. Il papa Stefano II, sollecitò allora l'aiuto del re di Francia, Pipino il breve, il quale discese in Italia, sconfisse i Longobardi e costrinse Astolfo a cedere l’Esarcato con la Pentapoli, però al papa invece che all’impero, promuovendo con ciò la nascita formale di uno Stato della Chiesa indipendente da Bisanzio. I Longobardi dominarono il centro‐nord d’Italia per ancora vent’anni, fino al 774, quando i Franchi del re Carlo, richiamati dal papa Adriano, li sconfissero di nuovo a più riprese e consegnarono alla Chiesa di Roma buona parte del territorio centrale della penisola, dando così inizio al potere temporale dei papi e separando del tutto, anche fisicamente, la parte settentrionale dalla meridionale dello stivale. Mentre tutto il settentrione d’Italia passò sotto l’influenza del sacro romano impero,

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sorto con l’incoronazione papale di Carlo Magno in San Pietro nel Natale dell’800, i territori a sud di Roma ritornarono sotto il “nominale” controllo bizantino, tranne Benevento che con tutto il suo vasto territorio rimase autonomamente longobarda, assurgendo a principato e conservando in parte il suo dominio, o comunque una sua certa influenza, sulle aree contigue, la nominalmente bizantina Brindisi inclusa. E tranne la Sicilia, che nell'827 fu occupata dagli Arabi divenendo provincia musulmana, mentre, come conseguenza di tale avvenimento, tutti i “nominali” domini bizantini nell'Italia meridionale entrarono in situazione di maggiore incertezza ed insicurezza, permanendo costantemente alla mercé delle insidie degli irriducibili Longobardi beneventani e delle razzie dei nuovi arrivati, gli imprevisibili e violenti Saraceni. Nell’838, infatti, Brindisi venne assalita, saccheggiata, bruciata e poi spontaneamente abbandonata dalle bande berbere, nonostante il sopraggiunto soccorso delle truppe del principe beneventano Sicardo che, nella lotta intrapresa per liberare la città, rischiò di perdere la propria vita, comunque già destinata a una fine imminente. Il suo regicidio dell’anno seguente provocò la scissione del principato, con la proclamazione di suo fratello Siconolfo a principe di Salerno e del regicida Radelchi a principe di Benevento. E i Saraceni, resi più baldanzosi da quelle lotte intestine longobarde, nel giro di pochi anni dilagarono: vicinissimo alla “pluri‐distrutta” città di Brindisi occuparono stabilmente Guaceto ove costruirono un campo trincerato; s’impadronirono quindi di Taranto e, soprattutto, fondarono l’emirato di Bari. Così, oltre che dalla Sicilia, anche da Taranto e principalmente da Bari, partirono per anni le incursioni arabe, sempre più vaste e più incisive, dirette sulle città e su tutti i territori dei residui domini bizantini del meridione italiano. Nell’850 fu eletto sacro romano imperatore Ludovico II e scese nel sud d’Italia nel tentativo di liberare le città pugliesi, Bari innanzi tutto, ma fallì nell’intento contro i Saraceni, resi ancor più audaci dai contrasti inevitabilmente sorti tra l’imperatore e i principi longobardi, primordialmente interessati a difendere e conservare la propria autonomia da ambedue gli imperi. Il successo sui Saraceni, ottenuto nell’864 da Orso, doge di Venezia, permise per qualche anno la restaurazione del dominio bizantino su Taranto, ma comunque non impedì ai Saraceni di resistere di nuovo al sacro romano imperatore Ludovico II che, ridisceso in Puglia nell’866, in Terra d’Otranto solo riuscì a liberare dall’occupazione araba Oria e Matera, mentre l’enorme flotta di ben quattrocento navi inviatagli nell’869 da Costantinopoli per liberare Bari, abbandonò l’Adriatico, si diresse a Corinto e lo lasciò solo ed impotente. Ludovico, infatti, si era inspiegabilmente ritirato a Venosa rifiutando di acconsentire al già in precedenza accordato matrimonio di sua figlia, Ermengarda, con Costantino, figlio dell’imperatore d’oriente Basilio I. Nel trascorso di quella campagna, con lo strategico obiettivo di colpire i Saraceni dell’emirato barese, intorno all’867 Ludovico II assediò e quindi assaltò anche Brindisi, che nell’864 era stata rioccupata dai Saraceni. Dopo qualche anno, tra i due imperi si ristabilì una certa collaborazione e Ludovico II poté puntare su Bari, conquistandola finalmente il 3 febbraio dell’871, liberandola dal

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trentennale dominio arabo, e facendo prigioniero l’emiro Sawdan, che fu portato dal principe Adelchi a Benevento, dove rimase incarcerato per anni. Quindi, venne anche la volta della liberazione di Taranto, che era stata rioccupata nell’868 dai Saraceni; e in quella occasione, tra l’878 e l’880, l’azione spettò ai Bizantini dell’imperatore Basilio I che, comandati dal generale Niceforo Foca, la completarono dopo aver, nell’876, strappato Bari all’influenza del principe beneventano Adelchi. Poi, Niceforo Foca estese la controffensiva bizantina globale su tutto il meridione italiano, riconquistando le ultime città rimaste in mano araba e riuscendo a recuperare anche il resto dei territori occupati dai principi longobardi, compresi quelli che avevano separato in due il ducato di Calabria, cioè l’antico Bruttium dalle antiche Apulia et Calabria. In quella vittoriosa campagna, il generale bizantino solamente non poté liberare la Sicilia dall’occupazione araba. E fu nel contesto di quella lunga campagna, che nell’886 anche Brindisi tornò sotto il formale controllo del Bizantini, i quali, naturalmente, la incontrarono praticamente tutta in macerie: “macerie longobarde del 674, macerie saracene dell’838 e macerie imperiali dell’867”. Nell’886 morì l’imperatore Basilio I e gli succedette sul trono d’oriente il figlio Leone VI, il quale richiamò il vittorioso generale Niceforo Foca nominandolo comandante supremo dell’esercito imperiale e questi s’imbarcò da Brindisi alla volta di Costantinopoli con gran parte del suo esercito e lasciando alla città numerosi prigionieri utili alla ricostruzione. Il ritorno dei Bizantini a Brindisi, fu accompagnato da timidi e presto interrotti segnali di rinascita quando, alla fine di quel secolo IX, si iniziò la ricostruzione della chiesa di San Leucio, impulsata da vescovo oritano Teodosio in occasione del ritorno in città di una parte delle reliquie sottratte dai Tranesi. E negli anni a seguire, la popolazione, di sua iniziativa, intraprese anche la costruzione di un’altra chiesa, che fu localizzata nei pressi dell’imboccatura del porto, in omaggio e ringraziamento allo stratega Niceforo Foca. Ma poi, quasi null’altro: presto, infatti, ritornarono i pirati. Il 18 ottobre 891, dopo un assedio di due mesi, anche la stessa Benevento capitolò e nell’892 i Bizantini fondarono il Thema di Langobardia con capitale Bari, che affiancò quello di Calabria con capitale Reggio e che con quella riorganizzazione non comprese più l’antica Calabria, ossia l'odierno Salento, che invece fu parte del nuovo Thema di Langobardia. La denominazione di Calabria, infatti, dopo essere stata estesa al Bruzio, a quell’epoca aveva già finito con l’abbandonare del tutto il suo originale territorio salentino e il Thema di Calabria comprese, oltre al Bruzio e il

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Sannio, anche i territori di nuova acquisizione e per qualche anno la capitale fu Benevento, che poi, nell'895 con l'aiuto del ducato di Spoleto, si liberò dei Bizantini scacciandoli dalla città, facendo trasferire a Bari la capitale del Thema di Calabria. Poi, per tutto il successivo secolo, il X, le coste adriatiche ritornarono ad essere ripetutamente preda dei pirati saraceni, ai quali si alternarono anche quelli slavi, che nel 922 assaltarono per la prima volta Brindisi, dove ritornarono ancora nel 926 e dove giunsero anche, nel 929, gli Schiavoni. Nel 975 il Thema di Calabria e quello di Langobardia furono integrati per formare il Catapanato d'Italia, mentre in quello stesso anno e per i decenni successivi, gli Arabi dalla Sicilia saccheggiarono Reggio ed altri territori calabresi, da dove, continuando l'avanzata verso nord, superarono Cosenza e, di nuovo, entrarono in Lucania e in Puglia, dove nell’agosto del 977 distrussero Taranto, che trovarono abbandonata dai suoi abitanti e quindi, saccheggiarono nuovamente anche Oria. Tra la fine del primo millennio e l’inizio del secondo, la situazione generale delle coste e dell’entroterra nel meridione italiano, non poté essere più disperata: «Assente l’impero bizantino nella lotta intrapresa dalle città pugliesi contro la pressione araba; impotenti ad intervenire i Longobardi di Benevento e Capua, coinvolti in guerre intestine e quelli di Salerno timorosi della crescente potenza amalfitana; ormai in fase di decadenza Gaeta, Napoli e Sorrento; inefficace la rapida apparizione del sacro imperatore Ottone III; le uniche forze in grado di opporsi ai Saraceni furono le repubbliche marinare, le quali si andavano affermando sul Tirreno con Pisa e, soprattutto, con Venezia sull’Adriatico.» ‐Tommaso Pedio‐ «Finalmente, dopo che Durazzo nel 1005 tornò a far parte dei domini dell’impero d’Oriente, l’assetto politico del settore meridionale della costa adriatica italiana e, naturalmente, anche del suo entroterra, costituirono territori di vitale importanza strategica, giacché la capitale dell’impero poteva essere facilmente raggiunta via terra dopo la breve traversata da Brindisi a Durazzo. Il porto di Brindisi diventò, come lo era stato per tutta l’antichità, il più importante terminale d’Italia della via Egnazia. La città fu così chiamata a svolgere di nuovo, dopo secoli di anonimato, un ruolo di primo piano in un più vasto panorama politico. La portata dell’investimento bizantino a Brindisi dopo quell’avvenimento, è valutabile grazie alla testimonianza di un’epigrafe, in parte ancora leggibile, scolpita sul basamento di una delle due colonne che dal promontorio di ponente guardavano proprio l’imboccatura del porto interno. La sua datazione, riferita alla prima metà del secolo XI, rende ancor più evidente la consequenzialità del nesso tra l’impresa del funzionario e la restaurazione del dominio imperiale sulle coste dalmate.» ‐Rosanna Alaggio‐ Qualche anno dopo però, con l'arrivo dei Normanni giunse, finalmente, per i Bizantini del meridione italiano, la resa dei conti. Nel 1041, Normanni e Longobardi alleati batterono i Bizantini impossessandosi di gran parte del territorio del Catapanato d'Italia e, nel settembre del 1042, Guglielmo I d'Altavilla fondò, a Melfi, la Contea di Puglia: un territorio non omogeneo e suddiviso in baronie, distribuite tra Capitanata,

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Gargano, Apulia e Campania, fino al Vulture dove Melfi ne fu la capitale. In Apulia, la contea raggiunse due località sul mare: Trani e Monopoli. Nel 1047, il sacro romano imperatore Enrico III legittimò i possedimenti dei Normanni e conferì a Drogone d'Altavilla, succeduto a Guglielmo I, l'investitura di conte di Apulia e Calabria. E nel 1051, il papa Leone IX dichiarò decaduta la stirpe longobarda in Benevento, riconoscendo l’investitura di Drogone a conte di Puglia e condizionandola alla sottomissione al papato. Nel 1059 la contea fu elevata a ducato dal Pontefice Niccolò II nel Concilio di Melfi e Roberto il Guiscardo fu nominato duca di Puglia e Calabria. Finalmente, quindi, anche per i due principati longobardi, di Benevento prima e di Salerno dopo, l'arrivo dei Normanni venne a sancire la fine. Nel 1053, Roberto il Guiscardo conquistò Benevento, già da anni in franca decadenza, e ne dichiarò la sudditanza al papato. Poi, nel 1076, fu la volta di Salerno, che aveva esteso i suoi confini fino ad Amalfi, Sorrento, Gaeta e parte di Puglia e Calabria: lo stesso Roberto la espugnò e così, nel 1078, ampliato e consolidato dai Normanni il nuovo ducato di Puglia e Calabria, anche l'ultimo principe longobardo in Italia, prese la via dell'esilio. Il dominio bizantino nel meridione italiano invece, dopo la conquista normanna e la fondazione della contea di Lecce, di fatto cessò nel 1071, con la presa di Taranto e di Brindisi da parte dello stesso Roberto il Guiscardo e la successiva fondazione, nel 1088, del potente principato di Taranto, al quale anche Brindisi fu ascritta. Nel luglio del 1127 Guglielmo, duca di Puglia e Calabria, morì senza figli e Ruggero II, nipote del Guiscardo e conte di Sicilia, reclamò in eredità tutti i possedimenti degli Altavilla e la signoria di Capua. Nell'agosto 1128 Ruggero II fu proclamato nella città di Benevento duca di Puglia, regione che fu allora germe della prima grande monarchia siciliana. Finalmente, nel 1131, riuniti tutti i possedimenti nel neonato regno, la notte di Natale di quello stesso anno, Roberto fu solennemente incoronato re, assumendo in quella storica ccasione l'intitolazione ufficiale di “rex Sicilie, ducatus Apulie et principatus Capue”.

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APPENDICE: Il monachesimo orientale in Puglia e in Brindisi http://www.brindisiweb.it/storia/monachesimo_puglia.asp La storia del monachesimo nell’Italia meridionale, ed in Puglia in particolare, per i primi anni del periodo medievale costituisce la principale storia culturale ricostruibile di quella regione, nella misura in cui il monachesimo fu per secoli un fattore culturale fondamentale della vita religiosa e in buona parte anche di quella sociale delle genti. Il monachesimo cristiano nacque nel basso Egitto alla fine del III secolo, per poi diffondersi in Siria, Palestina, Mesopotamia e in Asia Minore, giungendo nel cuore dell’impero di Costantinopoli dopo l’emanazione, nel 313, del famoso Editto di Costantino, quello che sancì la libertà di culto per i cristiani. Grazie a quella svolta radicale, già nel corso del IV secolo, gruppi di monaci, eremiti e anacoreti, iniziarono a ritirarsi in solitudine “per raggiungere la pace interiore e un armonico rapporto con Dio”. Successivamente, i monaci accolsero con loro anche dei discepoli e ben presto formarono le prime organizzazioni di vita in comune, uscendo dall’isolamento e aprendosi a un più diretto contatto con i fedeli. Il primo momento fu dunque quello dell’eremitismo, in cui i monaci si ritirarono in luoghi solitari, inospitali e difficili da raggiungere, praticando l’ascesi più dura e rigida. Oltre alla rinuncia a ogni forma di contatto umano, in quella fase i monaci abbandonarono anche la cura della propria persona: spogliandosi degli abiti terreni e vestendosi con una semplice tunica, cibandosi solo di legumi e cibi non cotti, bevendo solo il necessario per sopravvivere; e facendosi crescere la barba, un distintivo poi rimasto per i monaci orientali. Dalla prima fase eremitica, transitando per una fase intermedia detta lauritica, si giunse finalmente alla fase cenobitica, in cui i monaci passarono a aggregarsi, a vivere insieme in un’unica struttura, a riconoscere l’autorità di un superiore, a mangiare tutti insieme e incominciarono, quindi, a vivere in gruppo, in comunità. Quei gruppi monacali crearono momenti di preghiera in comune, oltre che di vita, dedicandosi a semplici pratiche agricole per provvedere al sostentamento dell’intera comunità. In quella fase, inoltre, nacque un rapporto più stretto tra monaci e fedeli, un rapporto che andò anche a mutare le realtà socioeconomiche limitrofe ai monasteri. Anche la culla del primo monachesimo organizzato fu l’Egitto, dove l’opera di San Pacomio, vissuto tra il 290 e il 346 circa, diede una forte impronta cenobitica al movimento. Egli fondò il primo cenobio sulle rive del Nilo, imponendo ai monaci di seguire una regola comune e prescrivendo, oltre alla vita contemplativa e alla preghiera, l’uso del lavoro manuale come forma di autosostentamento. Dall’Egitto gli ideali monastici si diffusero per tutto l’Oriente, fino a giungere in Asia Minore. Proprio lì, e più precisamente in Cappadocia, il monaco Basilio accolse e innovò la primordiale forma di organizzazione monastica, riprendendo e rielaborando gli insegnamenti pacomiani. Basilio nacque a Cesarea, verso il 330, in una facoltosa famiglia cristiana. Andò a studiare a Costantinopoli e poi ad Atene e ritornato a Cesarea nel 356, fu insegnante di retorica. Dopo aver ricevuto il battesimo nel 358, decise ritirarsi a vita ascetica sulle rive dell’Iris dove, con un gruppo di suoi compagni, fondò una comunità religiosa.

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Fu da subito assertore dell’ortodossia cristiana e dopo la morte del vescovo di Cesarea, nel 370, fu eletto vescovo di quella sua città e dovette abbandonare la vita ascetica, senza però rinunciare al dialogo e alla frequentazione con le comunità degli asceti. Si dedicò anche a scrivere e a perfezionare le “regole e pene” per quelle comunità e lasciò alla sua morte, sopraggiunta nel 379, un’opera letteraria molto vasta, che incluse anche scritture di carattere apologetico, trattati di esegesi, ed un voluminoso epistolario. Il monachesimo seguace gli insegnamenti di San Basilio, nel corso dei secoli intraprese un lungo viaggio da Oriente verso Occidente e nel VI secolo si registrò nel sud della penisola italiana la prima presenza certa dei monaci bizantini che, con la funzione di cappellani militari, seguirono le truppe di Narsete durante la guerra greco‐gotica. Nel meridione d’Italia, a quella guerra seguirono anni di profondo impoverimento e disorganizzazione, uno stato di cose che provocò un preoccupante vuoto di potere, a cui la Chiesa romana tentò di sopperire. Così, i vescovi furono chiamati alla gestione e alla salvaguardia dell’ordine politico e morale, divenendo anche depositari della funzione di controllo di larghi settori dell’attività amministrativa delle città. Paradossalmente, in quel periodo, le funzioni civili della Chiesa di Roma crebbero sensibilmente, mentre proprio quelle propriamente religiose vennero costantemente contratte dall’espansione della Chiesa orientale, che contribuì direttamente anche allo sviluppo e alla diffusione del monachesimo occidentale, che inevitabilmente fu molto sensibile alla circolazione delle pratiche monastiche provenienti dall’Oriente. Uno dei tratti caratteristici del monachesimo bizantino che in principio maggiormente si innestarono nella realtà religiosa del meridione italiano a partire dalla conclusione della conquista giustinianea, fu sicuramente la tendenza eremitica. Pratica che poi, con l’arrivo dei monaci orientali in fuga dalla Sicilia a causa della conquista islamica, fu superata dalla diffusione di un maggior contatto tra i monaci e le popolazioni dei fedeli. Anche se già verso la fine del VI secolo molti nuclei monastici giunsero sulle coste adriatiche meridionali dalla penisola balcanica, senza dubbio il più massiccio afflusso si produsse durante il VII secolo, causato dall’imperversare in Oriente dell’invasione araba, quando monaci profughi dalla Siria e dall’Egitto raggiunsero molte delle province meridionali italiane ancora appartenenti all’impero di Bisanzio e, quindi, con un ben radicato processo di bizantinizzazione. L’arrivo, già nella prima metà di quel VII secolo, di tutti quei numerosi immigrati greci, finì con rafforzare notevolmente l’elemento culturale bizantino già presente in quei territori e così, anche nei monasteri la realtà religiosa fu profondamente influenzata dalle pratiche orientali. Alcuni monaci giunsero sulle coste del basso Adriatico provenienti dalle regioni balcaniche anche nella seconda metà del secolo, spinti dalle persecuzioni che si produssero contro i sostenitori dell’ortodossia dopo l’emanazione del Tipo, l’editto dogmatico dall'imperatore bizantino Costante II, nel 648. Tutto ciò accadde specialmente nelle porzioni più estreme delle due penisole meridionali dello stivale e anche in Sicilia, dove gran parte dei monaci presenti nei monasteri era di lingua greca, e da dove molti di loro passarono sul continente.

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Un nuovo momento delle migrazioni monastiche dirette verso l’Occidente iniziò nella prima metà dell’VIII secolo, più precisamente nel 726, anno in cui l’imperatore bizantino Leone III Isaurico sancì l’inizio della persecuzione iconoclasta, ossia della lotta contro le immagini sacre. La nuova dottrina fu respinta nella parte occidentale dell’impero e la persecuzione proseguì anche sotto il nuovo imperatore, Costantino Copronimo, anzi, proprio nel suo regno divenne più dura e violenta. La politica di aggressione imperiale contro gli iconoduli fu rinnovata da Leone V e continuò fino alla morte di Teofilo, avvenuta nell’842. Finalmente, il sinodo costantinopolitano del marzo 843, decretò la fine dell’iconoclastia e l’imperatore Michele III riaffermò la liceità del culto delle immagini. All’inizio di quei più di cent’anni in cui l’iconoclastia perdurò a cavallo tra l’VIII e il IX secolo, i monaci basiliani giunti sulle coste italiane evitarono la Calabria meridionale e la Terra d’Otranto, in quanto territori soggetti al controllo di Bisanzio con in vigore le leggi contro le immagini sacre, preferendo dirigersi nelle regioni sotto il dominio longobardo, Campania, Basilicata e i settori più settentrionali di Puglia e Calabria. Tuttavia, poterono presto stabilirsi anche nei territori occupati dai Bizantini, quando si constatò che in essi la forza dei decreti iconoclasti non ebbe la stessa violenza e intransigenza che in Oriente. La diffusione del monachesimo orientale nel meridione d’Italia proseguì anche tra il X e l’XI secolo: le chiese bizantine si moltiplicarono in tutto il Mezzogiorno e inoltre, negli anni intorno al Mille, le comunità monacali ricevettero numerosi lasciti e donazioni a conseguenza del clima di attesa messianica che caratterizzò tutta l’Europa occidentale e così, si arricchirono notevolmente i patrimoni immobiliari dei vari monasteri. La situazione, finalmente, s’invertì sul finire dell’XI secolo con l’arrivo dei Normanni, con la conseguente decaduta del dominio bizantino in tutto il meridione italiano e con la fondazione nel 1131, del nuovo Regno di Sicilia. Gradualmente, ma irreversibilmente, la Chiesa di Roma prese il sopravvento e il monachesimo orientale basiliano cedette il passo a quello occidentale marcatamente rappresentato dal monachesimo benedettino il quale, comunque già presente nelle regioni del meridione italiano, si estese poi anche in quelle città e in quei territori in precedenza occupati da popolazioni con una cultura religiosa prevalentemente greca. In tutta la Puglia e anche nell’agro brindisino in particolare, si sono conservate e sono state rinvenute numerose grotte che furono abitate da monaci basiliani e da comunità religiose rurali, con cripte originalmente basiliane o chiesette sotterranee. Tra le più importanti, la cripta nel complesso rupestre di San Biagio a San Vito dei Normanni e quella del santuario della Madonna del Belvedere a Carovigno. Inoltre, la grotta della Madonna della Grotta e la grotta di San Michele, entrambe nel territorio di Ceglie. E Poi, altre decine di chiesette rupestri disseminate negli stessi territori di San Vito dei Normanni, Carovigno, Ceglie e Fasano, e ancora vari insediamenti rupestri civili contenenti cripte adibite a luogo di culto. In quanto ai calogerati o cenobi e monasteri che vi ebbero i Basiliani in Puglia, i principali sono riportati nella tabella della figura e, comunque, ne furono istituiti anche molti altri, creati sia in prossimità di centri urbani oppure sparsi nel territorio.

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Cripta di San Biagio Cripta della Madonna del Belvedere

Monastero di San Nicola di Casole

Tra i tanti indicati, il più ragguardevole e famoso monastero basiliano in Puglia fu certamente quello di San Nicola di Casole presso Otranto. Eretto nella seconda metà del secolo XI, fu saccheggiato fino ad essere quasi completamente distrutto dai Turchi nella presa di Otranto del 1480. Ad esso appartennero numerose ricche grancie e parecchi calogerati, di Terra d’Otranto e anche di fuori.

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La religiosità orientale in tutta la Puglia, nonostante l’avvento e l’affermazione del monachesimo occidentale, lasciò tuttavia a lungo un profondo e prezioso retaggio culturale che accompagnò gli stessi monaci Benedettini nel loro nuovo importante ruolo, sia in campo religioso e sia in quello economico‐sociale. In alcune aree di Terra d’Otranto è documentata, fin dalla fine del secolo XI, la coesistenza di monaci greci e latini. Tanto che non è né semplice, né facile dissociare o distinguere pienamente le due culture religiose che caratterizzarono non solo il superstrato linguistico con i dialetti locali e la religiosità, ma anche la cultura più in generale, fino ai moduli pittorici e architettonici, e molto altro. Le ragioni di questo fenomeno vanno probabilmente ricercate nel fatto che la conquista normanna non produsse nessuna frattura profonda nel tessuto etnico‐culturale delle popolazioni e anzi, contribuì con le nuove presenze, quali i Benedettini, ad arricchirlo. No ci fu, infatti, un reale esodo dei monaci di rito greco, ma una semplice riduzione del loro numero, probabilmente solo naturalmente conseguente agli eventi bellici che segnarono il passaggio dal dominio bizantino allo stato normanno. Dentro la propria città di Brindisi, la presenza e l’influenza ‐e il retaggio‐ della religiosità monacale e più in generale orientale, sono ampiamente documentate soprattutto dalle numerose ed importanti chiese che furono edificate, o direttamente per volontà dei Basiliani, o comunque in stretta connessione con la cultura religiosa greca. La chiesa di San Pelino fu eretta nel VII secolo, per volontà di Ciprio, successore sulla cattedra episcopale di Brindisi del dedicatario, entrambi monaci basiliani giunti a Brindisi provenienti dall’Oriente nella seconda metà del VII secolo. In essa furono collocate le reliquie di Sebastio e Gorgonio, anch’essi monaci basiliani greci, bibliotecari archivisti della sede episcopale di Brindisi, condannati a morte ed uccisi in uno con Pelino nel 662 a Corfinio, negli Abruzzi, a causa della loro ferma difesa dell'ortodossia e del conseguente rifiuto di adesione al Tipo, l’editto dogmatico dall'imperatore bizantino Costante II, emanato nel 648. La chiesa, situata vicino alla Cattedrale, alle spalle del palazzo Granafei, fu anche utilizzata quale cappella dall'università, ossia dall'amministrazione cittadina, fino al 1565, mentre per il 1606 fu descritta come diruta e profanata. Probabilmente fu utilizzata quale cava per i lavori occorsi nella basilica Cattedrale per la costruzione del vano per il coro dei canonici. Intorno all’880, la basilica di San Leucio, monaco egiziano evangelizzatore e primo vescovo di Brindisi agli inizi del V secolo, fu voluta dal vescovo di Oria Teodosio per riporvi la parte del corpo del santo ritornata da Benevento. Si iniziò a costruire verso la fine del IX secolo e fu consacrata, nei primissimi anni del X secolo, da Giovanni vescovo di Canosa e Brindisi. Il resto del corpo di San Leucio rimase a Benevento, dal cui vescovo fu comprato ai Saraceni che lo avevano saccheggiato a Trani, la città in cui fu deposto dopo che i suoi cittadini lo ebbero trafugato nottetempo dalla sua tomba, il martirium, in Brindisi, sul finire del VII secolo. La chiesa, ubicata nel rione Cappuccini, fu descritta come diruta alla fine del secolo XVII e fu finalmente distrutta nel 1720 per utilizzarne il materiale nella costruzione del palazzo del Seminario.

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La chiesa di San Giacomo fu, sino al 1173, di rito greco. Divenne poi chiesa di San Francesco di Paola e proprietà della municipalità e fu anche cappella regia. Fu demolita e ricostruita interamente tra il 1747 e il 1748. Ubicata in prossimità dello scalo marittimo, sull’angolo interno che dà sui Giardinetti, fu finalmente sconsacrata ed adibita ad usi civili quando, nel 1808, il governo napoleonico soppresse l’ordine dei frati Minimi, ai quali a quel tempo apparteneva. Nei primi anni del XIV secolo, i cavalieri del Santo Sepolcro vollero sorgesse in Brindisi un albergo sotto il nome della loro religione e adiacente ad esso, si costruì la chiesa di San Giovanni dei Greci, che sino al XVII secolo fu servita da sacerdoti di rito greco. La chiesa, edificata su via Regina Margherita angolo via Santa Chiara su cui dava la facciata, fu danneggiata dal terremoto del 20 febbraio 1743, fu restaurata ad iniziativa della comunità greca brindisina e finalmente fu demolita nel 1877. I legami con il rito greco rimasero dunque per lunghissimo tempo ben radicati in Brindisi, sia formalmente e sia, dopo la definitiva partita dei governanti bizantini, informalmente nelle consuetudini religiose e nella cultura popolare. Seguendo una tradizione molto antica della Chiesa di Brindisi, a tutt’oggi la domenica delle Palme si leggono in greco, ora nella Cattedrale, l'Epistola e il Vangelo. Una tradizione questa, che continua quella della celebrazione liturgica che seguiva la processione delle Palme che si snodava dal Capitolo fino all'Osanna, una piramide tronca su cui si saliva dai gradini disposti sui tutti i suoi quattro lati e sulla cui sommità vi era una colonna di marmo innalzata a sostegno di una gran croce, dove per secoli l'arcivescovo e il clero, proponendo Vangelo ed Epistola in greco, ricordarono gli stretti legami fra la chiesa locale e il mondo orientale. Quella processione verso l'Osanna, infatti, in qualche modo configurò la memoria dei luoghi in cui la cittadinanza saldò senza soluzione di continuità, la Brindisi della predicazione Leuciana a quella delle crociate. E la tradizione si protrasse nonostante i vari tentativi di sopprimere ogni traccia del rito greco, come accadde nel 1649 su iniziativa dell'arcivescovo Dionisio O'Driscoll, quando però, la Congregazione dei Riti rilevò l'insussistenza di motivi tali da giustificarne la soppressione. Negli anni '30 del secolo scorso, il complesso dell’Osanna fu demolito senza che, tuttavia, s'interrompesse la tradizione, da allora ricollocata nello spazio della Cattedrale. Mentre la colonna in marmo pario con croce che sormontava l'Osanna, si conservò in Santa Maria del Casale. Quella croce, scolpita sopra la colonna reca un piccolo globo alla base e fu datata tra IX e X secolo, facendo ciò supporre che l’Osanna fosse stata edificata in periodo altomedievale e che, forse, fosse proprio contemporanea della vicina basilica di San Leucio. L’attuale chiesa greco‐ortodossa di San Nicola, si costruì nel 1910 sul suolo acquistato il 12 aprile 1891 dalla comunità greca di Brindisi, per volontaria sottoscrizione e grazie ad una contribuzione dello zar Alessandro III. Ne fu primo archimandrita Nicandro e dal 5 novembre 1991 è parte della metropolia d'Italia ed esarcato dell'Europa del sud con sede in Venezia. La parrocchia brindisina è a tutt’oggi il punto di riferimento più importante per tutti i greco‐ortodossi di Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

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Ma noi di Brindisi da quand´é che siamo Salentini? E perché? https://www.senzacolonnenews.it/via‐da‐brindisi‐il‐blog‐di‐gianfranco‐perri/item/1345‐ma‐noi‐di‐brindisi‐ da‐quand‐%C3%A8‐che‐siamo‐salentini.html  

Tutti sappiamo bene, o perlomeno lo dovremmo ben sapere, che Brindisi fu elevata al rango di provincia abbastanza di recente, nel 1927 per la precisione, sotto il governo e per volere di Benito Mussolini, mentre fino a quell´anno la città era amministrativamente un comune appartenente alla provincia di Lecce. Però é anche interessante ricordare cosa era successo un po’ più indietro nel tempo, anzi meglio detto, un po’ più indietro nella storia. Tra l´XI e il XII secolo, con i Normanni nasceva il primo Regno di Sicilia, che univa i territori della contea di Sicilia, dei ducati di Puglia e Calabria, del ducato di Napoli, del principato di Capua e dell´Abruzzo. E con la fondazione del regno si originò una suddivisione amministrativa dei territori continentali che li vide organizzati in tre grandi unità: la Calabria, la Apulia e la Terra di Lavoro. I confini di queste tre unità amministrative erano invero piuttosto labili e la loro stessa struttura amministrativa non era ben definita. Nell´Apulia furono fondati intorno al 1055, la contea di Lecce, la contea di Nardò, la contea di Soleto e nel 1088 il principato di Taranto, al quale fu ascritta anche Brindisi. Nel XIII secolo, con il regno dello svevo Federico II, subentrò l´istituzione dei ”giustizierati”, ovvero distretti di giustizia governati da funzionari, i giustizieri, nominati dal sovrano e che rappresentavano l´autorità regia a livello territoriale. L´imperatore organizzò il territorio del suo regno italiano in undici giustizierati: due insulari e nove peninsulari. Sul continente i nove giustizierati erano: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Capitanata, Principato e Terra Beneventana, Terra di Bari, Terra di Lavoro e Contado di Molise, Valle di Crati e Terra Giordana, e Terra d´Otranto che grossomodo comprese le attuali provincie di Lecce Taranto e Brindisi. In epoca aragonese, durante il XV secolo, la figura del giustiziere venne sostituita con quella del funzionario regio, mentre i territori amministrativi del Regno di Napoli vennero denominati “province” configurando un assetto di dodici province, tra le quali Terra d´Otranto, la Provincia Hydruntina, che seppur con alcune variazioni territoriali, manterranno con gli spagnoli invariati il numero e la denominazione fino alla riforma napoleonica del 1806. Con la legge 132 dell´8 agosto 1806, il re Giuseppe Bonaparte riformò la ripartizione territoriale del Regno di Napoli sulla base del modello francese e soppresse definitivamente ciò che restava del sistema dei giustizierati. Tra le tante innovazioni introdotte dai francesi vi fu anche la sistematica suddivisione delle province, ognuna delle quali con a capo un “intendente”, in successivi livelli amministrativi gerarchicamente dipendenti dal precedente. Al livello immediatamente successivo alla provincia appartenevano i distretti, con un capoluogo e con a capo un “sottintendente”, che a loro volta erano suddivisi in circondari. Questi erano costituiti dai comuni che, con ognuno a capo un sindaco, costituivano l´unità di base della struttura politico amministrativa dello stato, grazie all´introduzione del concetto di ente comunale che si sostituiva a quello plurisecolare di “universitas” di origine longobarda.   38


I sindaci venivano nominati dal re o dall´intendente a seconda della taglia demografica del comune, ed erano affiancati da un “consiglio decurionale” composto da un numero di membri variabile in funzione della popolazione del municipio e che erano eletti all´interno di liste di ‘elegibili’ confezionate sulla base della rendita annua e delle professioni liberali. Il territorio del Regno delle Due Sicilie risultò così suddiviso in 7 province insulari e 15 province continentali. Queste ultime erano: Provincia di Napoli, Terra di Lavoro, Principato Citra, Principato Ultra, Basilicata, Capitanata, Terra di Bari, Terra d´Otranto, Calabria Citeriore, Calabria Ulteriore Prima, Calabria Ulteriore Seconda, Contado di Molise, Abruzzo Citeriore, Abruzzo Ulteriore Primo, Abruzzo Ulteriore Secondo. La provincia di Terra d´Otranto comprendeva i seguenti quattro distretti: Lecce (che fungeva anche da capoluogo della provincia), Brindisi, Gallipoli e Taranto. Ogni distretto era suddiviso in circondari, di fatto i comuni con ognuno i rispettivi adiacenti villaggi rurali, per un totale di 44. E questo sistema amministrativo napoleonico, di fatto resto invariato anche dopo la parentesi decennale che, conclusa nel 1816, precedette la restaurazione ed il ritorno dei Borbone sul trono del regno. In quell´anno 1816 Brindisi, capoluogo dell´omonimo distretto composto da 15 comuni, contava 6114 abitanti. Dopo l´unità d´Italia, nel 1861, la provincia di Terra d´Otranto cambiò il nome in Provincia di Lecce. I quattro distretti in cui era diviso il suo territorio restarono però inalterati, divenendo circondari del Regno d´Italia. Nel 1923 fu costituita la provincia di Taranto scorporandone il territorio da quella di Lecce e finalmente, nel 1927, fu costituita la provincia di Brindisi, scorporandone allo stesso modo il territorio da quella di Lecce e aggregandovi i comuni di Fasano e Cisternino, scorporati a loro volta dalla provincia di Bari. Ma cosa era avvenuto intorno a Brindisi prima ancora dei Normanni? Ebbene dopo la formale caduta dell´impero romano d´occidente registrata nell´anno 476 dC, e a conclusione del ventennale conflitto greco‐gotico, nel 553 dC i vincitori Bizantini tentarono di reintegrare l´Italia all´impero romano d´oriente, e nella parte più a sud della penisola italiana fondarono il Ducato di Calabria con Otranto capitale, aggregando i territori del Brutium, l´odierna regione calabrese, ai territori dell´attuale meridione pugliese, quelli che avevano costituito la Calabria dei romani e che estendevano i confini settentrionali lungo una sorta di muraglia difensiva costruita tra Bari e Brindisi a salvaguardia del territorio dalla minaccia dei Longobardi. Quando però questi nordici cominciarono a rioccupare parte di quei territori, e in particolare Taranto e Brindisi, il nome Calabria cominciò a essere utilizzato più per designare il solo Bruzio, mentre per quella che era stata la romana Calabria cominciò a essere utilizzato il nome di Terra d´Otranto. I Longobardi non furono certo campioni di organizzazione amministrativa e perciò si dovette attendere fino all´arrivo dei Normanni per finalmente poter ricominciare a parlare di uno stato vero e proprio per il tutto il meridione italiano. E finalmente, prima dei Romani, che a Brindisi giunsero nel 267 aC, cosa era avvenuto nel territorio brindisino? Ebbene ormai quasi tutti gli storici concordano pienamente sulle origini messapiche di Brindisi, Brunda appunto, prima di divenire la Brundusium romana in quel 267 aC, quando Brunda fu probabilmente l´ultima cittá importante a essere incorporata ai domini italici di Roma, dopo la vittoria degli eserciti repubblicani romani nelle guerre sannitiche e la loro successiva conquista di Taranto nel 272 aC e quella di Reggio nel 271 aC. 39


Però i consensi degli storici si vanno via via diradando quando si tratta di definire chi fossero i Messapi, da dove e quando fossero giunti e quale fosse l`estensione del loro territorio, la Messapia. I Romani infatti, quando conquistarono la Messapia, oltre a mutarne il nome in Calabria, e non si sa bene perché lo fecero, seppellirono con le loro memorie storiche tutto ciò che poterono vedere di quel popolo e di quei territori e che poterono eventualmente conoscere dei loro antecedenti. E la augusta Regio II romana, si denominò “Apulia et Calabria”. Ed é storicamente abbastanza accreditata anche la tesi secondo cui quella Apulia et Calabria, l´attuale Puglia, coincidesse già molto prima del 1000 aC, con la denominata Japigia, e che a un certo momento questa si era suddivisa in Daunia al nord, Peucezia al centro e Messapia al sud. Come del resto la stessa Messapia si era successivamente suddivisa tra i due popoli contigui: i Messapi a sudest, e i Sallenzini, i greci di Taranto, nella Sallenzia, a ovest sulla costa ionica, a partire dalla fondazione della spartana Taranto nel 708 aC. E allora...? I Brindisini fummo Messapi e poi Calabri, ancora poi Otrantini e quindi, Leccesi... Ma da quando Salentini? E perché Salentini?

Stando alla ricostruzione di cui sopra, sembrerebbe che in origine i Salentini fossero solo gli abitanti ionici di Taranto e dintorni (quei Sallenzini appunto), i quali coesisterono per qualche centinaia di anni, e non proprio amichevolmente, con i preesistenti Messapi dei quali facevamo parte i Brindisini, fino a quando tutti quanti fummo poi colonizzati e latinizzati dai Romani. E infatti, per lo meno una delle tesi accreditate sull´etimologia della parola Salento é quella che, secondo Strabone, la fa derivare appunto dal nome di alcuni coloni cretesi che si stabilirono in quelle zone, chiamati Salenti perché originari della città cretese di Salenzia, anche se in effetti il toponimo Salento ha origini decisamente incerte e controverse.

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Un´altra tesi per esempio, lo farebbe derivare dal termine latino ”salum” inteso come ”terra in mezzo al mare”, visto che i Romani ‐Plinio‐ chiamavano Sallentini gli abitanti delle paludi acquitrinose che si addensavano intorno al golfo di Taranto. E un´altra ipotesi infine, a dire il vero un po’ bizzarra, è quella che collega il toponimo a una non meglio documentata alleanza stipulata ”in salo”, ovvero in mare, fra vari gruppi etnici che quindi popolarono quel territorio. Certo é invece che la storia, quella documentata e accertata, non identifica una data o un periodo di tempo nel quale tutto il territorio più estremo della Puglia si sia formalmente o amministrativamente denominato Salento, ma invece insegna che in successione cronologica quel territorio ha, durante gli ultimi 3000 anni, via via costituito la Messapia, la Calabria, la Terra d´Otranto, la Provincia di Lecce e finalmente, l´assieme delle tre province di Lecce Taranto e Brindisi. E comunque sembrerebbe che il toponimo Salento, d’introduzione relativamente recente, sia più giusto suppeditarlo al termine “Salentini” che invece, come già commentato, può rivendicare un uso certamente molto più antico, risalente al periodo romano, quando identificava gli abitanti di una porzione specifica e abbastanza ben delimitata della penisola. E allora in conclusione, quello che é chiaro é che a Brindisi siamo Salentini da non tantissimo tempo e che neanche sappiamo bene perché lo siamo; e soprattutto, non é chiaro perché non sia la storica Messapia, e non Salento, la denominazione di questa nostra storica regione che si estende tra due mari a sud della direttrice Taranto‐Ostuni, “la soglia messapica”, appunto!

Pbblicato su Senza Colonne News del 2 novembre 2013

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Quando come e perché noi Brindisini da Calabresi diventammo Pugliesi http://www.senzacolonnenews.it/via‐da‐brindisi‐il‐blog‐di‐gianfranco‐perri/item/10087‐quando‐e‐ perch%C3%A9‐noi‐brindisini‐da‐calabresi‐diventammo‐pugliesi.html  

Quando un qualche tema appassiona, inevitabilmente si finisce sempre con rigirargli attorno. Qualche anno fa, il 2 novembre del 2013, sulle pagine di questo mio blog scrissi un articolo intitolato «Ma noi di Brindisi da quand´è che siamo Salentini? E perché?» Un articolo in cui cercai di ricostruire sinteticamente la storia dell’evoluzione che, dalle origini fino ad oggi, ha subito la denominazione che ha contraddistinto la regione geografica in cui è da “sempre” esistita Brindisi, con il suo territorio ed i suoi abitanti. In quell’occasione, mi volli specialmente occupare del toponimo Salento e conclusi scrivendo: «…I Brindisini fummo Messapi e poi Calabri, ancora poi Otrantini e quindi, Leccesi. Ma da quando Salentini? …A Brindisi siamo Salentini da non tantissimo tempo e neanche sappiamo bene perché lo siamo; e soprattutto, non è chiaro perché non sia la storica Messapia, e non Salento, la denominazione di questa nostra regione che si estende tra due mari a sud della direttrice Taranto‐Ostuni: “la soglia messapica”, appunto!» Ebbene adesso, invece, voglio riprendere l’argomento proprio dalla denominazione “Calabria” per tentare di capire “il quando il come ed il perché” la si abbandonò per poi confluire nella attuale “Puglia”; e quando come e perché quella originaria denominazione migrò sull’altra e più meridionale appendice peninsulare dello stivale italico. Ma procediamo con ordine! L’imperatore Augusto, tra il 9 e il 14 dC, intraprese un profondo riordino amministrativo di tutta la penisola italica, suddividendola in undici regioni e creando così la Regio II con la denominazione “Apulia et Calabria”, un po’ più estesa dell’attuale Puglia, e la Regio III con la denominazione “Lucania et Bruttium”, estesa a sud su tutto il resto del territorio peninsulare. La subregione “Apulia” occupò il territorio a nordovest dell’istmo Taranto‐Ostuni, abitato da Dauni e Peucetii; la subregione “Calabria” occupò il restante territorio a sudest dell’istmo, abitato da Messapii e Sallentini. Brindisi dunque, “ai tempi di Roma” appartenne alla Calabria, l’antica Messapia o l’odierno Salento, come preferir si voglia. Ebbene, in quanto al “quando” della migrazione di quella denominazione “Calabria”, si può anticipare che anche se il passaggio fu molto probabilmente lento e graduale, certamente si sviluppò nell’alto medio evo, poiché è indubbio che alla fine del secolo VIII, il toponimo Calabria avesse già definitivamente identificato il nuovo territorio, tanto nel linguaggio ufficiale, quanto nell'uso comune. Ma continuiamo con ordine! Dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, dalla storia formalmente ascritta all’anno 476 dC, la successiva dominazione gotica sull’Italia culminò con il ventennale conflitto greco‐ gotico che, nel 553, vide vincitori i Bizantini i quali, aspirando a integrare l’Italia all’impero romano d’oriente, instaurarono l’Esarcato di Ravenna nella città già capitale del regno italiano dei Goti e misero sotto il suo controllo nominale il resto dei territori italiani conquistati. Però dopo solo pochi anni, a partire dal 568, i nordici Longobardi scesero in Italia e, giunti nel meridione, crearono a Benevento un potente ducato a loro caposaldo di tutto il sud della penisola, incorporandovi da subito quasi tutti i territori della Lucania e parte di quelli della

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Campania del Bruzio e dell’Apulia, dai quali, instancabilmente e sempre più incisivamente, continuarono per secoli a scorribandare sui territori limitrofi, occupandoli temporalmente o creandovi anche loro unità territoriali stabili, i gastaldati. Affianco, nei territori situati ad est e a sud di Benevento, i Bizantini fondarono il Ducato di Calabria, integrando in tale entità amministrativa i territori della romana Calabria, l’odierno meridione pugliese, con quelli del romano Bruttium, l’odierna regione calabrese, inizialmente ben collegati da un’ampia fascia costiera, lungo la riva nordoccidentale del golfo di Taranto. Nel 663, l’imperatore Costante II sbarcò a Taranto e liberò temporalmente quasi tutto il meridione dalla presenza longobarda, senza però poter espugnare Benevento difesa dal duca Romualdo e da dove, ad ogni occasione, i Longobardi ritornarono ripetutamente all’attacco. Dopo l’omicidio dello stesso Costante II, avvenuto a Siracusa nel 668, infatti, i Longobardi recuperarono molti dei territori e delle città del meridione d’Italia, occupando anche gran parte dello strategico Ducato di Calabria, e in particolare Taranto e, nel 674, anche Brindisi.

Fu probabilmente a partire da allora, se non già da qualche anno prima, che il nome “Calabria” cominciò a essere utilizzato per designare indistintamente tutto il territorio storicamente appartenuto sia alla Calabria che al Bruzio, cominciando così a mandare quest’ultimo nome al dimenticatoio. Nel 680, infatti, a Costantinopoli si tenne un Concilio e i vescovi che vi parteciparono, nel sottoscriversi, al nome proprio e a quello della diocesi aggiunsero anche quello della provincia o regione comprendente la diocesi. I vescovi di Tauriana, di Tropea, di Turii, di Locri, di Vibona, nonché quelli di Otranto e di Taranto, si dichiararono della “Calabria”. I vescovi di Cosenza, di Crotone, di Squillate e di Tempsa si dissero appartenenti al “Bruzio”. Evidenza che in quell'anno 680 dC si esitava ancora fra i due nomi e che, in conseguenza, il momento della sostituzione, o perlomeno dell’estensione della denominazione “Calabria” al “Bruzio”, va storicamente situato in una data seguente, anche se comunque prossima, a quell'anno. 43


Altra evidenzia, è il fatto che il pontefice Gregorio Magno, nel 601 mandò a trarre legname per l'impalcatura della basilica di San Paolo, dai boschi «del Bruzio», mentre al termine del secolo, quando il pontefice Sergio I ebbe ancora bisogno di quel legname da costruzione per i lavori della stessa basilica, lo fece estrarre «dalla Calabria». I due nomi diversi, quindi, rappresentavano evidentemente lo stesso luogo e anche il Bruzio, pertanto, al termine di quel VII secolo, si chiamava Calabria. Senza prove certe, tuttavia, che per quel momento l'antica Calabria avesse anch'essa già cambiato ufficialmente il proprio nome a quello di Terra d’Otranto, né tanto meno, che fosse stata incorporata con una qualche formalità, all’Apulia. E allora, quando fu che ciò avvenne? Proseguiamo con ordine! I Longobardi dominarono l’Italia per ancora cent’anni, fino al 774, quando i Franchi, chiamati in Italia dal papa Adriano, li sconfissero a più riprese e consegnarono al papato gran parte del territorio centrale della penisola, dando così formale inizio al potere temporale dei papi e separando, anche fisicamente, la parte settentrionale dalla meridionale dello stivale. Mentre il settentrione d’Italia passò sotto l’influenza del sacro romano impero, sorto con l’incoronazione di Carlo Magno in San Pietro nel Natale dell’800, il meridione ritornò sotto il controllo ‐anche se solo nominale‐ bizantino, tranne Benevento che rimase autonomamente longobarda assurgendo a principato, e tranne la Sicilia che nell'827 fu occupata dagli Arabi rendendo ancor più insicuri ed incerti tutti i domini bizantini nell'Italia meridionale. Solo sul finire del secolo, nell'880, i Bizantini riconquistarono effettivamente varie città, tra cui Taranto e Brindisi, riuscendo inoltre a sottomettere i territori longobardi che avevano separato in due il Ducato di Calabria, separato cioè l’antico Bruttium dall’antica Calabria. Finanche, il 18 ottobre 891 dopo un assedio di due mesi, la stessa Benevento capitolò al generale bizantino Niceforo Foca. Quindi, si fondò il Thema di Langobardia con capitale Bari, che affiancò il Thema di Calabria con capitale Reggio. Il Thema di Calabria però, non comprese l’antica Calabria romana, ossia l'odierno Salento, che invece fu parte del nuovo Thema di Langobardia. A quell’epoca quindi, la denominazione “Calabria”, già in precedenza estesa al Bruzio, aveva ormai finito con l’abbandonare del tutto il suo originale territorio salentino: la migrazione si era definitivamente consumata. Nel corso del ‘900, il Thema di Calabria e quello di Langobardia furono integrati per formare il Catapanato d'Italia e durante tutto quel secolo X non cessarono le lotte per il dominio del territorio tra i Longobardi beneventani e i Bizantini, alle quali si furono alternamente sommando gli eserciti imperiali del nord ‐quelli del sacro romano impero‐ e le tante bande arabe e slave, in un perenne clima di tutti contro tutti e con sempre la regia, più o meno occulta, del papato. Con il nuovo millennio, finalmente, l’intricata e caotica situazione economica politica e militare del meridione italiano, prolungatasi per secoli, incontrò una radicale via d’uscita con l’arrivo dei Normanni, una stirpe di scaltri guerrieri provenienti dalla Normandia. Nel 1041, Normanni e Longobardi alleati, batterono i Bizantini impossessandosi di gran parte del territorio del Catapanato d'Italia e, nel settembre del 1042, il normanno Guglielmo I d'Altavilla fondò la Contea di Puglia con capitale Melfi: un territorio non omogeneo suddiviso in baronie distribuite tra Capitanata, Gargano, Apulia e Campania, fino al Vulture.

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Nel 1047, il sacro romano imperatore Enrico III, legittimò i possessi dei Normanni e conferì a Drogone d'Altavilla, succeduto a Guglielmo I, l'investitura di conte di Puglia. Poi, nel Concilio di Melfi del 1059, la contea fu elevata a ducato dal pontefice Niccolò II e Roberto il Guiscardo fu nominato duca di Puglia e di Calabria. Finalmente, nel 1071, il dominio bizantino nel meridione italiano cessò, con la conquista e la fondazione della contea di Lecce e con la con la presa di Taranto e Brindisi e fondazione del poderoso principato di Taranto, al quale fu ascritta anche Brindisi. Contemporaneamente, anche per i due rimanenti principati longobardi, di Benevento e di Salerno, l'arrivo dei Normanni venne a sancire la fine: nel 1053, il solito Roberto il Guiscardo conquistò Benevento e nel 1076 Salerno, divenendo nel 1078 duca di Puglia e Calabria. Nel luglio del 1127 Guglielmo II, duca di Puglia e di Calabria, morì senza figli e gli succedette il fratello Ruggero, già conte di Sicilia, il quale in pochi anni finì col riunire sotto di sé anche i restanti possedimenti del meridione italiano e, nella notte di Natale del 1131, fu incoronato re del novello Regno di Sicilia. Quel regno, nato unendo i territori della contea di Sicilia, dei ducati di Puglia e Calabria, del ducato di Napoli, del principato di Capua e dell’Abruzzo, fu amministrativamente suddiviso in quattro unità: Sicilia, Calabria, Apulia e Terra di Lavoro.

I confini delle tre unità continentali furono invero piuttosto labili e, anche se la loro struttura amministrativa non fu ben definita, nell’Apulia furono chiaramente compresi, la contea di Lecce, la contea di Nardò, la contea di Soleto e il principato di Taranto, al quale restò ascritta Brindisi, che da allora ‐quindi‐ appartiene “formalmente” alla Puglia. Poi sotto gli Svevi, nel 1230 Federico II riformò tutta l’amministrazione del regno, sopprimendo le contee e istituendo nuove unità amministrative, ognuna affidata a un giustiziere. La Puglia fu allora suddivisa in quattro giustizierati: Basilicata, Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto in cui fu inclusa Brindisi.

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Il giustizierato della Terra d'Otranto, la cui creazione certificò quindi “ufficialmente” per il suo territorio tale denominazione, invero già da tempo entrata nel gergo comune, comprese inizialmente tutta la penisola salentina e una parte della regione delle Murge, estendendosi a nordovest fino al Bradano e includendo quindi anche il territorio materano. Presso a poco con tali limiti, tutta questa circoscrizione amministrativa fu conservata anche sotto gli Angioini e gli Aragonesi. Verso la fine del vice regno spagnolo invece, nel 1663 sotto Filippo IV di Spagna, il giustizierato di Basilicata con il suo territorio di Matera fu sottratto alla Puglia e da quel momento in avanti passò ad integrarsi con il territorio di Potenza e di Melfi. Quello status amministrativo del regno di Napoli perdurò, più o meno invariato, fino alla promulgazione della legge napoleonica del 1806 con cui il re Giuseppe Bonaparte riformò la ripartizione del territorio sulla base del modello francese, sopprimendo i giustizierati e introducendo le province. Le province furono suddivise in successivi livelli amministrativi gerarchicamente dipendenti dal precedente: immediatamente sotto la provincia si crearono i distretti e questi, a loro volta, furono suddivisi in circondari. I circondari furono costituiti dai comuni, l'unità di base della struttura politico amministrativa dello stato moderno, ai quali fecero capo i villaggi, piccoli centri a carattere prevalentemente rurale. Le province del regno furono ventidue, di cui sette in Sicilia, con in totale settantasei distretti, di cui ventitré in Sicilia. La provincia di Terra d'Otranto comprese i quattro distretti di Lecce, Taranto, Gallipoli e Mesagne, sostituito nel 1814 con quello di Brindisi. Il numero totale dei circondari, cioè dei principali comuni della provincia, fu di quaranta quattro. Dal 1º gennaio 1817, l'organizzazione amministrativa postnapoleonica del regno delle Due Sicilie mantenne sostanzialmente lo stesso assetto napoleonico e dopo l'unità d'Italia del 1861, la provincia di Terra d'Otranto fu denominata provincia di Lecce, mentre il suo territorio permase diviso negli stessi quattro distretti di Lecce, Brindisi, Taranto e Gallipoli. Durante il ventennio fascista, si soppressero i distretti e nell’ordinamento amministrativo dello stato si conservarono solamente le province e i comuni. In Puglia, la provincia di Lecce fu suddivisa in tre con la creazione, nel 1923, della provincia di Taranto e, nel 1927, di quella di Brindisi, alla quale furono aggregati i comuni di Fasano e Cisternino, prima appartenuti alla provincia di Bari, portando con essi il numero totale di comuni a venti. Ebbene, giunti a questo punto, si è data risposta al “quando” e anche al “come” l’originale denominazione Calabria sia migrata da una all’altra delle due penisole dell’estremo sud italiano, cominciando con l’essere assegnata anche alla seconda in sostituzione della propria denominazione originale e finendo con abbandonare la prima per la quale venne finalmente adottata una nuova denominazione e si procedette a incorporarla a una regione terza. Ed ha avuto anche risposta il “quando” Brindisi fu formalmente inclusa nella Puglia e “quando” il territorio in cui era Brindisi fu ufficialmente denominato Terra d’Otranto. Manca solo, quindi, rispondere al “perché” di tutto questo insolito processo. Insolito non per il cambio di un toponimo ‐cosa in effetti storicamente abbastanza comune e di fatto naturale‐ ma insolito per la migrazione di un toponimo da un luogo ad un altro. Perché mai spostare la denominazione “Calabria” dal suo storico territorio ad un altro territorio, che del resto un nome storico proprio già lo aveva?

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Ebbene, purtroppo, finora non ci è ancora stato dato di giungere a un’unica spiegazione certa: lo storico Michele Schipa, che si occupò a lungo dell’argomento, nel 1895 scartò un’ipotesi ai sui tempi abbastanza accreditata e ne avanzò una seconda, sua. Raccontiamole brevemente! «Quando i Longobardi occuparono Taranto e Brindisi, intorno al 670, del territorio della vecchia romana Calabria, che pur aveva dato il proprio nome all’intero ducato bizantino comprendente anche il Bruzio, restò ben poco, praticamente e a mala pena solo Otranto. E fu a quel punto che ai Bizantini non venne migliore idea che, per occultare quella grave perdita e salvare l’onore o l’apparenza, inventarsi traslare il nome del territorio perduto “Calabria” al territorio in buona parte conservato “Il Bruzio” per poter così ufficialmente affermare che la “Calabria” continuava ad essere saldamente bizantina». Che ve ne sembra? Potrebbe reggere una così bizzarra e stravagante spiegazione? Ebbene, per Schipa, assolutamente no! E lui di ragioni per negarla ne apporta e ne dettaglia abbastanza. Poi, sconcertato, Schipa non trova di meglio che avanzare la possibilità che, invece, forse e più semplicemente e verosimilmente: «Una volta ridotto a un lembo il territorio bizantino resistente sulla punta estrema della romana Calabria e benché fisicamente separato dal meridionale Bruzio, pur si poteva ammettere di continuare a mantenere il nome “Calabria” per tutta quella parte dell’unità amministrativa ancora bizantina, nonostante fosse costituita da un territorio che nella quasi sua totalità era del Bruzio. E così fu che, per anni e anni, il territorio del Bruzio continuò a denominarsi ufficialmente ducato di Calabria e quindi… Calabria. Del resto, l’accettazione non dové incontrare molti ostacoli, giacché si trattava di un “bel nome dalla dolce fisionomia greca, per cui molti l’han ritenuto greco in carne ed ossa”». L’antica romana Calabria, nel mentre, non tornò più ad essere stabilmente bizantina ed anzi, tutta fu, a momenti, perduta, incluso la stessa Otranto, che comunque più a lungo resistette col suo pur piccolissimo territorio. E fu così che dell’antica romana Calabria, dopo lunghissimi bui anni senza ormai un territorio proprio, si perse anche l’identità del nome.

Pbblicato su Senza Colonne News del 8 settembre 2016

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Da Sichelgaita ad Angela: dopo 900 anni un’altra donna al governo di Brindisi https://www.senzacolonnenews.it/via‐da‐brindisi‐il‐blog‐di‐gianfranco‐perri/item/9737‐da‐sichelgaita‐ad‐ angela‐dopo‐900‐anni‐un’altra‐donna‐al‐governo‐di‐brindisi.html  

Quindi, oltre che sulla data della fondazione, anche su un altro primato Brindisi batte Roma: La capitale, dopo essere stata governata da cesari e da papi, per la prima volta nella sua storia è oggi formalmente governata da una donna, la sindaco Raggi. Brindisi invece, il suo primo governante donna l’ebbe quasi 900 anni fa e quindi, oggi, è già la seconda volta che nella sua storia è governata da una donna, la sindaco Angela Carluccio. Certo, son trascorsi quasi 900 anni, ma un primato è sempre un primato: così come, mentre Roma fu fondata solo 2769 anni fa da Romolo, Brindisi fu fondata da Ercole ‐o meglio Eracle, vissuto prima della guerra di Troia e quindi ancor prima di 1200 anni avanti Cristo‐ più di 3216 anni fa. E chi era? Chi fu Sichelgaita, la prima donna della storia che governò Brindisi? Correvano i primi decenni del secondo millennio dalla nascita di Cristo, quando, dopo ben più di cinquecento lunghissimi e tribolatissimi anni dalla caduta dell’impero romano d’occidente cui Brindisi era appartenuta, la città finalmente ritornò a far parte di uno stato unitario: quel regno che su quasi tutto il meridione d’Italia, fu costituito dai Normanni guidati da Roberto, detto il Guiscardo. Fu nel 1070, dopo una decina di anni di lotte che con vicende alterne ebbero Brindisi come oggetto della disputa tra i Bizantini e i Normanni, quando questi ultimi, capitanati da Roberto il Guiscardo e da suo fratello Ruggero ‐il quale assediò la nostra città‐ vinsero su Niceforo Caranteno, l’ultimo governatore bizantino rappresentante in Puglia dell’imperatore d’oriente. Roberto il Guiscardo, conquistata Brindisi, nel 1071 concesse l’amministrazione della città a Goffredo, uno dei suoi comandanti militari in quell’impresa, già conte di Conversano, figlio di sua sorella Emma e marito della longobarda Sichelgaita ‐figlia del cavaliere normanno Rodolfo conte del Molise e di una principessa longobarda‐ il quale poi, esercitò a lungo sulla città il ruolo di governatore. Da «dominator» di Brindisi, Goffredo ne riprese e ne fomentò la ricostruzione, già incipientemente intrapresa dal bizantino Protospatario Lupo dopo gli anni di assoluto abbandono in cui era versata dall’avvento dei Longobardi e dopo l’ennesima distruzione che la città aveva subito, nell’anno 838, per opera dei Saraceni Berberi provenienti dall’Africa settentrionale, invano difesa da Sicardo, il principe longobardo di Benevento che in quell’occasione riuscì miracolosamente a sfuggire alla morte. Dopo la morte di Roberto il Guiscardo, sopraggiunta nel 1085, Brindisi spettò a Boemondo, uno dei suoi due figli e il conte Goffredo, divenuto vassallo di Boemondo e con l’appoggio del papato, oltre a continuare a prodigarsi con sua moglie Sichelgaita per far rinascere fisicamente Brindisi, s’impegnò anche a far ritornare a Brindisi la cattedra di San Leucio e l’arcivescovato che era stato trasferito a Oria fin dagli ultimi anni del VII secolo, proprio con

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l’arrivo dei Longobardi, i quali, non essendo marinai e considerando Brindisi inutile e indifendibile, preferirono razziarla e distruggerla anziché lasciarla in mano ai nemici bizantini. Goffredo, il grande restauratore di Brindisi, si mosse con intraprendenza ed accortezza, promovendo la restaurazione della città con una serie di iniziative edilizie e con esenzioni fiscali per gli abitanti che tornassero a risiedere dentro le sue mura.

Personaggio scaltro e dal profilo camuso, Goffredo fu un valoroso condottiero e un raffinato politico. Fu anche colui che, con sempre affianco Sichelgaita, iniziò la costruzione della Cattedrale e riuscì finanche, il 9 ottobre 1089, a portare per la prima volta a Brindisi un papa, Urbano II, per farne consacrare il perimetro Goffredo e Sichelgaita furono particolarmente legati alla Chiesa di Roma, e al potere papale ed ecclesiastico in generale. In più occasioni fecero numerose ed importanti donazioni a varie delle chiese brindisine e predilessero i Benedettini, favorendo e potenziando i loro insediamenti a Brindisi: ne costituì l’esempio più eclatante, la ricostruzione nel 1090, specialmente curata da Sichelgaita, del complesso monastico bizantino di Santa Maria Veterana con l’adiacente chiesa, poi di San Benedetto. Goffredo morì nel 1104 e la vedova Sichelgaita divenne vassalla di Boemondo e quindi, formalmente “Signora” di Brindisi: la prima donna della storia a governare la nostra città. Il 10 ottobre 1107, Boemondo salpò da Brindisi per la Dalmazia in una nuova spedizione normanna contro i Greci dell’impero d’oriente, e questi, comandati da Isacco Contostefano, strinsero d’assedio la sguarnita Brindisi. In quell’occasione, la risoluta e scaltra Sichelgaita,

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finse di essere disposta a trattative con i Greci per così dar tempo ai rinforzi normanni di giungere a Brindisi e costringere, finalmente, i Greci alla ritirata, salvando così Brindisi da una ennesima devastazione. Sichelgaita governò Brindisi fino alla sua morte, giunta verosimilmente intorno al 1110, e a lei successe nell’amministrazione della città uno dei suoi tre figli, Tancredi, il quale ottenne il titolo comitale divenendo «comes Brundusii» fino al 1132, quando la città divenne a tutti gli effetti demaniale in seguito alla sua ribellione ‐presto sedata‐ contro il re Ruggero II. Poi, sia Tancredi che i suoi due fratelli, sparirono completamente dalla scena senza lasciare altre loro tracce. Un po’ come la loro madre, Sichelgaita, che apparsa all’improvviso e con una incisiva presenza sul teatro della storia di Brindisi, si dileguò da essa accomiatandosi con discrezione. Una bella ed impegnativa eredità, quindi, per la nostra “neo sindaca” Angela Carluccio: avvocato, moglie e mamma di tre figli e, soprattutto, brindisina, nata e cresciuta a Brindisi. “…Brindisi, la nostra meravigliosa Brindisi, è una città benedetta dalla natura, toccata da una storia millenaria e piena di opportunità uniche che spesso si lascia sfuggire. Sento che la mia città ha diritto ad avere un'opportunità di rilancio e rinascita. Occorre uno sguardo sereno e limpido, non offuscato da interessi personalistici… Amo profondamente la nostra città e voglio mettermi a disposizione della mia città, Brindisi, e fare la mia parte…” ‐Angela Carluccio‐ Queste premesse fanno sperare, ma… alla prova la remissione dei fatti. Comunque, di certo una bella sfida. Auguri Angela. Buon lavoro e… Coraggio e buona fortuna! Bibliografia: * Modelli urbanistici e manifesti ideologici in età normanna a Brindisi – G. Marella, 2016 * Goffredo normanno conte di Conversano e signore di Brindisi ‐ G. Coniglio, 1976

Pbblicato su Senza Colonne News del 2 luglio 2016

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A Brindisi il principale traguardo terrestre della medievale “via Francigena” http://www.senzacolonnenews.it/via-da-brindisi-il-blog-di-gianfranco-perri/item/9896-a-brindisi-il-principale-traguardoterrestre-della-medievale-%E2%80%9Cvia-francigena%E2%80%9D-una-spiritualit%C3%A0-da-recuperare.html

Nella storia della civiltà europea, hanno rivestito un ruolo importantissimo le “vie di fede” lungo le quali per secoli si sono svolti pellegrinaggi di natura religiosa, orientati a raggiungere i principali luoghi emblematici del culto cristiano: Santiago di Compostela, poi -e in primisRoma e quindi, come meta finale, Gerusalemme. Questi cammini, sorti e sviluppatisi nel corso dell’epoca medievale, rappresentano tuttora un importantissimo riferimento per la storia religiosa e culturale dell’intero continente europeo, anche in considerazione del grande rilievo che in anni recenti stanno assumendo la cosiddetta mobilità lenta e il turismo spirituale verso i luoghi più sacri del Cristianesimo.

Quelle vie, secondo vari documenti conservatisi, nei secoli del medioevo costituirono dei veri e propri percorsi di pellegrinaggio e di fede. Tra le varie attestazioni di quel vasto fenomeno culturale, la più importante è probabilmente quella del vescovo Sigerico, che nel X secolo descrisse il suo percorso spirituale tra Canterbury e Roma, lungo la “vie Francigene”: la via Francigena, nome dal chiaro riferimento all’origine transalpina dei percorsi e detta anche via Romea, che fu, tra quelle vie di fede, non una strada specifica, ma la somma di tanti percorsi terrestri che giungevano a Roma per poi dirigersi verso il più conveniente porto d’imbarco alla volta di Gerusalemme, percorrendo la via che si denominò “la via Francigena del Sud”.

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E quale fu per secoli ‐praticamente da sempre‐ il miglior porto d’imbarco per chi, da Roma voleva raggiungere l’Oriente? Naturalmente e quasi inevitabilmente Brindisi. E Brindisi fu, infatti, anche il principale traguardo terrestre per l’imbarco verso Gerusalemme, fatta la dovuta eccezione degli anni compresi tra i secoli VII e IX in cui, a partire dall’avvento dei Longobardi, Brindisi e il suo porto decaddero, mentre i Bizantini riuscirono a conservare unicamente il porto di Otranto e così, la via da Brindisi a Otranto divenne in maniera circostanziale anche un’arteria viaria per i flussi con l’Oriente. «…Finalmente, dopo che Durazzo nel 1005 tornò a far parte dei domini dell’impero d’Oriente, l’assetto politico del settore meridionale della costa adriatica italiana e anche il suo entroterra, costituirono territori di vitale importanza strategica, ora che la capitale dell’impero poteva essere facilmente raggiunta via terra dopo la breve traversata da Brindisi a Durazzo. Il porto di Brindisi diventò, come lo era stato per tutta l’antichità, il più importante terminale d’Italia della via Egnazia, che collegava Durazzo con Costantinopoli nonché con l’intero Oriente. La città di Brindisi fu così chiamata a svolgere di nuovo, dopo secoli di anonimato, un ruolo di primo piano in un più vasto panorama politico…» ‐R. Alaggio: Brindisi nel Medioevo, 2015‐ Ruolo predominante, quello di Brindisi e del suo porto, destinato a crescere oltremodo nei secoli medievali a venire, con l’avvento dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, e così via. In quel periodo che fu di grande decadenza e di quasi abbandono di Brindisi, comunque, l’insicurezza regnante in taluni tratti delle vie a sud di Roma conseguente al complesso quadro politico di tutto il Mezzogiorno, l’insufficienza delle strutture ricettive e assistenziali, la faticosità del viaggio a motivo della carente manutenzione delle strade, consigliarono spesso ai pellegrini di optare per la via marittima, seguendo una navigazione costiera di cabotaggio, alternata a brevi segmenti di tracciato terrestre. Cosicché, il porto di Otranto fu in effetti solo di rado utilizzato per l’imbarco verso Gerusalemme. «…Nel loro pellegrinaggio a Gerusalemme scelsero, oltre Roma, un itinerario per gran parte marittimo, sia il vescovo Arculfo nel 670 circa, sia San Willibaldo tra 723 e 726. Il primo, raggiunta Terracina, usando presumibilmente la via Appia, s’imbarcò in quel porto, cabotando le coste tirreniche sino a raggiungere Messina, da dove salpò per Costantinopoli. Il secondo invece, iniziò la navigazione da Terracina e seguì una rotta costiera che lo fece approdare, nell’ordine, a Napoli, Reggio, Catania e Siracusa, punto marittimo di partenza, quest’ultimo, per la Terrasanta… …Fu però agli inizi del secondo millennio, con l’avvento dei Normanni e col diffuso rifiorire della spiritualità, che il movimento dei pellegrinaggi ai luoghi santi della Cristianità conobbe un prodigioso sviluppo, con un sempre più frequente uso dell’itinerario terrestre da parte dei pellegrini diretti in Terrasanta… Poi, tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII, con le prime crociate, tutto il sud d’Italia venne investito da una intensa corrente di transiti e il sistema viario imperniato sulla ormai ovunque chiamata “via Francesca” o “via Francigena” si consolidò ulteriormente… Nel 1101, ad esempio, fu il principe Guglielmo che si mosse dalla Francia con il suo esercito crociato, percorse longitudinalmente tutta la penisola italiana e giunse a Brindisi, dove s’imbarcò per Valona… …Nel XII secolo le fonti documentarie si fanno più ricche di dati riguardo agli itinerari, consentendo di ricostruire con maggiore attendibilità il percorso terrestre a sud di Roma e di rilevare puntualmente l’uso della viabilità medievale sovrappostasi al tracciato della Traiana: L’abate Nikulas, nel 1154, percorse l’itinerario completo della via Francigena, dalle Alpi alla Puglia. Oltre Roma usò il tracciato della via Casilina fino a Capua, poi fu la volta di Benevento e quindi di Siponto. Quindi il suo percorso si snodò lungo il litorale, riallacciandosi così al tracciato della Traiana, via Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta, Giovinazzo, Bari, Monopoli e, finalmente, “Brandeis” ‐Brindisi‐…

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…Anche per tutto il Duecento la viabilità terrestre nel Mezzogiorno d’Italia continuò ad avere nell’itinerario della via Francigena da Benevento alla Puglia il suo principale asse di scorrimento e, seguendolo, nel 1227 migliaia di crocesegnati convergerono da tutta l’Europa su Brindisi convocati dall’imperatore Federico II alla sesta crociata. Per quanto però attiene al pellegrinaggio in Terrasanta, anche a motivo del miglioramento della navigazione marittima, sempre più i porti pugliesi subirono la concorrenza delle rotte tirreniche transitanti per lo stretto di Messina e facenti scalo ai porti della Sicilia orientale. Tornò così ad essere preferito, per la sua comodità e celerità, il viaggio interamente via mare e in particolare acquisì grande importanza il porto di Messina, magnificato già nel XII secolo dai geografi arabi… …Nel corso del XIV secolo, il percorso della via Francigena nell’Italia meridionale cessò di essere uno dei principali gangli del sistema di circolazione legato al pellegrinaggio in Terrasanta. L’ulteriore affinamento delle tecniche legate alla navigazione marittima e l’incontrastato predominio di Venezia nelle rotte dirette in Levante, fecero preferire la Serenissima come punto d’imbarco per coloro che intendevano recarsi in Terrasanta. Addirittura quei pellegrini che univano il pellegrinaggio romano con quello di Gerusalemme, dopo essere stati a Roma sceglievano di risalire la penisola onde imbarcarsi a Venezia… …Si potrebbe quindi affermare che tra i fattori che determinarono la crisi politica, economica e demografica del Mezzogiorno, iniziata nel Trecento, ci sia anche da annoverare il mutamento intervenuto nelle correnti di transito del pellegrinaggio in Terrasanta. Accentuata dalle ricorrenti calamità ‐carestie ed epidemie‐ che segnarono quel secolo, la crisi si riflesse a sua volta, sulle comunicazioni, portando ad una contrazione dell’entità dei traffici portuali e dei transiti lungo gli itinerari terrestri, come quello costituito dal segmento meridionale della via Francigena, spesso evitati questi ultimi anche a motivo dell’aumentata loro pericolosità. …In una situazione generale dominata da un diffuso malessere sociale e da una serpeggiante inquietudine religiosa, è così comprensibile come il Mezzogiorno angioino nel basso medioevo fu invece interessato da un vero e proprio proliferare di santuari locali, per lo più nelle mani del clero secolare, sui quali si riversarono non a caso le indulgenze papali, che ne favorirono la crescita…» ‐R. Stoppani: La via Appia Traiana nel Medioevo, 2015‐ Della via Francigena si finì così col non parlarne quasi più per qualche secolo: di quel percorso francigeno che, lasciata Roma, tappa fondamentale era Benevento che conservava le reliquie di San Bartolomeo, di San Mercurio, di Sant’Eliano e di numerosi altri martiri e confessori venerati nella chiesa di Santa Sofia. Poi, attraversato Benevento, ci si dirigeva verso il litorale Adriatico seguendo le preesistenti strade consolari romane, o almeno quel che ne rimaneva, come la via Appia, la via Latina e la via Traiana, o Appia Traiana come altri dicono, che fu la più grandiosa opera di ingegneria stradale realizzata dai Romani. «…Il 27 ottobre dell’anno 113 d.C. l’imperatore Traiano intraprese la sua ultima grande impresa militare diretta verso l’Asia Minore: inizialmente verso l’Armenia dove la situazione politica nei riguardi di Roma stava precipitando e proseguendo quindi sull’Assiria e la Mesopotamia. Giunse con la sua legione a Brindisi, per così imbarcarsi nella missione che era destinata a far raggiungere la massima estensione all’impero, ed in quell’occasione dispose il completamento dei grandi lavori di ricondizionamento della vecchia via Minucia ‐la futura via Traiana‐ fino a quel porto di Brindisi, che lui ben riconosceva, essere ancora strategicamente molto importante per Roma e per l’impero...» ‐G. Perri: Brindisi nel contesto della storia, 2016‐ In Puglia, importanti tappe della via Francigena furono il santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano e quello di San Nicola a Bari, con i tanti centri minori di pellegrinaggio, come quello di Canosa per le reliquie di San Sabino, quello di Lucera per San Bardo e quello di Lesina per i Santi Primiano e Firmiano. Scendendo poi verso Brindisi, si attraversavano diversi luoghi di riferimento storico e religioso, come la chiesa di Sant’Apollinare in agro di

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Rutigliano, San Michele in Frangesto in agro di Monopoli, il porto di Egnazia, il sito di Seppannibale tra Monopoli ed Egnazia, San Leonardo di Siponto, eccetera. A Brindisi, finalmente, vi era il santuario di San Leucio e nel pavimento a mosaico ‐purtroppo andato perduto‐ della Cattedrale, vi era una importantissima testimonianza figurativa del XII secolo che attestava la diffusione della leggenda di Roncisvalle in Italia, legata alla ricorrente presenza dei Crociati nella città, nonché a quella permanente dei Templari e di tutti gli altri principali ordini monastici e cavallereschi europei. Ebbene, memore di tutto ciò, il 1º luglio 2013 la Regione Puglia deliberò l’approvazione del tracciato pugliese della Via Francigena, requisito per l’approvazione del Consiglio d’Europa dell’inserimento ufficiale dello stesso, nel tracciato della Via Francigena europea, che va da Canterbury a Gerusalemme. Il tracciato pugliese, ufficialmente certificato, si snoda attraverso le seguenti diciotto località: Celle San Vito – Troia – Lucera – San Severo – San Marco in Lamis – San Giovanni Rotondo – Monte Sant’Angelo – Manfredonia – Barletta – Bisceglie – Molfetta – Giovinazzo – Bari – Mola – Monopoli – Torre Canne – Torre Santa Sabina e “Brindisi”. Contemporaneamente, il 27 di giugno, il Touring Club Italiano presentò una bella e suggestiva pubblicazione intitolata “La Via Francigena nel Sud. Un percorso di 700 km da Roma a Brindisi”. Trentadue tappe raccontate in una guida: un itinerario trasversale, tra panorami e storia, tra templi e santuari cristiani.

L’Assemblea generale delle Associazioni Europee della Vie Francigene tenuta a Roma il 19 marzo 2015 si espresse a favore di definire un’unica Via Francigena, da Canterbury fino all’imbarco pugliese per Gerusalemme, con diverse direttrici e sempre nel rispetto della storia e della cultura dei territori attraversati e delle popolazioni locali coinvolte. Quindi, di seguito, il Governing Board del Consiglio d’Europa riunito a Lussemburgo il 28 e 29 di aprile 2015, certificò l’estensione del tratto Sud della Vie Francigene: da Roma a Brindisi.

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Finalmente, l’Istituto Europeo degli Itinerari Culturali, lo scorso 14 aprile 2016, ha decretato ufficialmente l’estensione della via Francigena da Canterbury fino a Brindisi: una realtà, che con i suoi 2300 chilometri, è diventata l’itinerario culturale più lungo nel programma degli itinerari del Consiglio d’Europa. Ebbene, nonostante quelle tante e chiare certificazioni che ho qui sinteticamente indicato, si sono susseguiti negli anni anche paralleli tentativi di riaggiustamenti a favore di vari interessi dettati, più che dall’amore per la riscoperta della storia, dall’amore per i potenziali risvolti economici vantaggiosi che il fenomeno delle vie di fede può arrecare alle città da esso coinvolte. Si è persino giunti a pretendere di poter sostenere l’idea, ed è proprio il caso di dirlo “un po’ pellegrina”, che la medievale rotta terrestre europea da Roma a Gerusalemme giungesse fino a Santa Maria di Leuca, come se quei viaggiatori e quei pellegrini non conoscessero la geografia e, soprattutto, la storia e decidessero pertanto di prolungare il loro percorso in più di un centinaio di chilometri, per poi imbarcarsi… ma da che porto? In tale contesto c’è però da chiedersi, e con urgenza: che ha fatto in tutti questi anni Brindisi? Cosa hanno fatto gli amministratori locali e cosa i cittadini? Temo che purtroppo, e spero sbagliarmi, non abbiano fatto molto in concreto e credo che, invece, molto si potrebbe e si dovrebbe fare per una grande risorsa culturale che bisognerebbe ben riconsiderare e che, ne sono convinto, gioverebbe tanto alla città intera quanto ai suoi abitanti, sia alla loro spiritualità e sia, di riflesso, alla loro economia. Spero quindi ci sia chi, di dovere o di piacere, ci stia già pensando e ci stia già lavorando o, quanto meno, sia d’accordo nel raccogliere al più presto questo mio accorato invito.

Pbblicato su Senza Colonne News del 7 agosto 2016

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Brindisi al tempo dello scisma d’occidente sotto i re durazzeschi: 60 anni difficili lugubri e incerti a cavallo tra i secoli XIV e il XV http://www.brindisiweb.it/storia/brindisi_al_tempo_dello_scisma_doccidente_sotto_i_re_durazzeschi‐Perri.pdf

Gianfranco Perri

Nel contesto del regno di Napoli di quegli anni Il re Carlo II d'Angiò detto lo zoppo, padre di Roberto e succeduto nel 1285 sul trono del regno di Napoli a suo padre, Carlo I d’Angiò che nel 1268 lo aveva strappato definitivamente agli Svevi della casata degli Hohenstaufen, nominò duca di Durazzo il suo settimo figlio, Giovanni, ed un nipote di questi, Carlo terzo duca di Durazzo figlio di Luigi, nel 1369 sposò Margherita, sua cugina e figlia di Maria nipote di Roberto e sorella di Giovanna I regina di Napoli succeduta nel 1343 al nonno Roberto, acquistando con quel matrimonio i diritti per la successione al regno di Napoli, come Carlo III di Durazzo. In effetti, la regina Giovanna I, che non aveva avuto figli da nessuno dei suoi quattro mariti, nominò Carlo di Durazzo suo erede, ma poi, a causa della grave crisi religiosa scoppiata nel 1378 con lo scisma d’occidente ‐mentre la regina Giovanna I si schierò con l'antipapa Clemente VII, Carlo di Durazzo si schierò con il legittimo pontefice Urbano VI‐ trasferì la designazione al trono di Napoli a Luigi I d'Angiò, suo cugino in secondo grado e fratello di Carlo V re di Francia. Lo scisma maturò quando il papa Gregorio XI, che nel 1377 aveva riportato a Roma la sede papale dopo più di settant’anni di residenza ad Avignone in Francia sotto la protezione di quel regno, spirò il 27 marzo 1378 e il conclave elesse papa l'arcivescovo di Bari, il napoletano Bartolomeo Prignano, che assunse il nome di Urbano VI. Urbano VI, iracondo per natura, di carattere altero e poco disposto alla moderazione, si rifiutò di ritornare ad Avignone e incominciò presto ad alienarsi gran parte del Sacro Collegio e tutti i numerosi cardinali ultramontani, riuniti il 9 agosto 1378 nella città di Anagni, dichiararono la sua elezione invalida, in quanto forzata dalle pressioni popolari. Poi, il 20 settembre si riunirono a Fondi, in territorio napoletano sotto la protezione della regina Giovanna I d’Angiò, ed elessero in conclave un nuovo papa, Roberto di Ginevra, cugino del sovrano francese, che prese il nome di Clemente VII e che, dopo un vano tentativo armato di prendere possesso di Roma, nel 1379 si ritirò ad Avignone, ed ivi instaurò una nuova Curia. Con due pontefici in carica, la Chiesa occidentale per quarant’anni fu spezzata in due corpi autocefali e la stessa comunità dei fedeli risultò divisa fra "obbedienza romana" e "obbedienza avignonese". Inoltre, da questione puramente ecclesiastica, il conflitto si trasformò ben presto in una crisi politica di dimensioni continentali, tale da orientare alleanze e scelte diplomatiche in virtù del riconoscimento che i sovrani europei tributarono all'uno o all'altro dei due pontefici. Il papa Urbano VI scomunicò Giovanna I e incoronò re di Napoli Carlo III di Durazzo, il quale nel 1381 invase il regno e usurpò il trono di Giovanna I, mentre il designato da Giovanna I al trono, Luigi I d’Angiò, fu incoronato re di Napoli dall’antipapa Clemente VII e nel 1382 scese in armi in Italia appoggiato dal re di Francia, iniziando così una

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contesa che, ripresa poi da suo figlio Luigi II d’Angiò, si protrasse per decenni, contro tutti e tre i re durazzeschi: Carlo III e i suoi due figli, Ladislao e Giovanna II. Nello stesso anno, 1382, Carlo III fece assassinare la deposta e incarcerata regina e dopo qualche anno in Italia, nel 1384, Luigi I d'Angiò morì a Bari in seguito alle ferite riportate nell’attacco a Bisceglie, sanzionando la sua morte il fallimento della spedizione. Nel 1386 però, anche Carlos III di Durazzo, consolidato re di Napoli, morì avvelenato in Ungheria e sul trono di Napoli gli succedette il suo giovanissimo figlio Ladislao, nato nel 1375, sotto la reggenza della madre Margherita di Durazzo. Nel 1389, alla morte del papa Urbano VI, i cardinali romani elevarono al soglio pontificio Pietro Tomacelli, che assunse il nome di Bonifacio IX, mentre ad Avignone, scomparso Clemente VI nel 1394, fu eletto Pedro Martinez de Luna, con il nome di Benedetto XIII. Nel 1390, Luigi II d'Angiò riuscì nell’intento fallito a suo padre e poté occupare Napoli, scacciando il re Ladislao e la madre Margherita. Ladislao però, poté riconquistare la città nel 1399 e morì sul trono di Napoli, improvvisamente e senza prole, nel 1414. Gli succedette la sorella Giovanna II che, benché maritata due volte, non ebbe figli e fu pertanto destinata a essere l'ultima rappresentante della casata reale durazzesca. Nel campo religioso, dopo vari tentativi falliti per l'opposizione dei diretti contendenti, i papi e gli antipapi di turno, la soluzione conciliare alla crisi della Chiesa fu impulsata quando la maggior parte dei cardinali di entrambe le parti volle tentare la via del compromesso e in un concilio riunito nel 1409 a Pisa, si stabilì la deposizione di Benedetto XIII e di Gregorio XII che era succeduto a Bonifacio IX, e si elesse un nuovo pontefice, che salì al trono papale col nome di Alessandro V. Però, Benedetto e Gregorio, sostenuti da larghi strati del mondo ecclesiastico, dichiararono illegittimo il concilio e si rifiutarono di deporre la carica, cosicché da due, i papi contendenti divennero tre. Qualche anno dopo, nel 1414, grazie all'iniziativa di Sigismondo di Lussemburgo e del nuovo pontefice Giovanni XXIII, succeduto nel frattempo ad Alessandro V, fu convocato un concilio a Costanza, e i padri conciliari dichiararono antipapi sia Benedetto XIII che Giovanni XXIII, e poi il papa Gregorio XII, per il bene della Chiesa, preferì dimettersi. Il concilio si prolungò fino al 1417 e dopo due anni di sede vacante, nel corso di un breve conclave, l’11 novembre, si elesse pontefice il cardinale Oddone Colonna, che assunse il nome di Martino V, sancendo la definitiva ricomposizione dello scisma, la fine delle lotte tra papi e il ripristino di Roma quale sede naturale della cattedra apostolica. Il regno di Napoli invece, su cui in quegli anni aveva cominciato a regnare Giovanna II di Durazzo, continuò ad essere funestato dalla guerra civile, questa volta tra gli antichi protagonisti angioini e i nuovi contendenti aragonesi, in quanto la regina durazzesca, estintasi la dinastia per mancanza di discendenti diretti, dapprima ‐nel 1421‐ proclamò suo erede e successore Alfonso V d'Aragona, poi ‐nel 1423‐ scelse Luigi III d'Angiò e, quindi ‐nel 1434‐ dopo la morte di quest'ultimo, il fratello Renato d’Angiò. Poi, quando con la morte nel 1435 di Giovanna II ebbe termine la dominazione durazzesca sul regno di Napoli e nel 1442, dopo molteplici e alterne battaglie, Alfonso V d’Aragona già re di Sicilia, riuscì a prevalere sull’altro pretendete al trono, Renato d’Angiò, iniziò la dominazione aragonese del nuovamente unito regno delle Due Sicilie.

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Il contesto in cui si trovò inserito Brindisi in quegli anni E cosa nel mentre accadeva nel contesto più vicino a Brindisi in quei sei decenni compresi tra il 1380, quando, scoppiato lo scisma d’occidente, Carlo III di Durazzo salì sul trono del regno di Napoli e il 1440, quando, finito lo scisma d’occidente e morta Giovanna II ultima dei durazzeschi sul trono del regno di Napoli, gli Aragonesi conquistarono il regno unendolo nuovamente a quello di Sicilia? Brindisi, anche se con importanti e frequenti discontinuità, era storicamente gravitato nell’orbita del principato di Taranto che, fondato nel 1088 dal normanno Roberto il guiscardo a favore di suo figlio Boemondo, nel corso degli anni fu più volte smembrato, sia perché i suoi principi donavano parte dei loro domini per ricompensare servigi ricevuti e sia perché i sovrani napoletani ne sottraevano territori che donavano in vassallaggio quando avvertivano timore per la circostanziale potenza raggiunta dal principato. Quest’ultimo era stato il caso quando nel 1376 la regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, sottraendolo al suo legittimo titolare Giacomo Del Balzo, lo aveva concesso al suo quarto marito Ottone di Brunsvick notevolmente ridimensionato dal punto di vista territoriale per contrastare le aspirazioni autonomiste e centrifughe che si erano manifestate con l’ultimo dei precedenti principi, Filippo II quartogenito figlio di Carlo II d’Angiò, morto nel 1374 e succeduto, appunto, dal nipote Giacomo Del Balzo, figlio di sua sorella Margherita. Lo scoppio dello scisma d’occidente ebbe immediata ripercussione in tutte le numerose arcidiocesi pugliesi, comprese quelle di Capitanata, quelle di Terra di Bari e quelle di Terra d’Otranto dove, a partire dalla primaziale Otranto, il suo presule Giacomo da Itri, arcivescovo fin dal 1363, aderì da subito alla protesta e quindi da subiti appoggiò l’antipapa Clemente VII. Giacomo da Itri fu il primo dei nuovi cardinali promossi da Clemente VII e fu, naturalmente, scomunicato dal papa Urbano VI, che quindi nominò per Otranto un nuovo arcivescovo che però restò tale solo nominalmente e mai fu a Otranto, visto che praticamente l’intera curia otrantina aderì allo scisma. E a Brindisi, Lecce, Taranto e la maggior parte delle altre diocesi di Terra d’Otranto, gli eventi immediati seguirono lo stesso canovaccio. «… In Capitanata, su 12 sedi vescovili, andarono esenti dalle conseguenze dello scisma solamente 2: Ascoli Satriano e Dragonara. In Terra di Bari, rimasero fuori dall’orbita scismatica soltanto Minervino e Ruvo. In Terra d’Otranto, su 12 vescovati non furono contagiati Mottola e Castellaneta. Dunque, su 40 diocesi pugliesi, unicamente 6 non provarono gli effetti di quel luttuoso disordine e ben 34 ebbero a subire scompigli con intrusione di vescovi da parte degli antipapi, con scandalosa duplicazione di presuli contemporanei e fra loro battaglianti, con un clero dubbioso a chi obbedire, con ripercussioni sui fedeli e con il pullulare di fazioni, in quanto ecclesiastici e laici formarono nella casa di Dio covi di antitesi, parteggianti chi per i papi legittimi, chi per gli antipapi, chi per il vescovo nominato dal papa, chi per quello dell’antipapa.

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Se in 34 delle sedi vescovili pugliesi, tra la fine del Secolo XIV e il principio del Secolo XV, papi e antipapi crearono, gli uni legittimamente i vari successori dei presuli altrove trasferiti, o cacciati dagli scismatici, o defunti, gli altri le loro creature con deliberata delittuosa illegittimità, anche nelle altre rimanenti 6 diocesi pugliesi esenti dallo scisma, andò creandosi un malessere e queste ne risentirono di riflesso, e non lievemente. E va anche ricordata Oria, la quale ne soffrì direttamente: anche se per allora già non era sede vescovile, era stata tale ben prima e conservava ancora tutta la sua grande importanza ecclesiastica d’un tempo…» ‐Francesco Badudri‐ Al sorgere della lotta per il trono napoletano tra Angioini e Durazzeschi seguita allo scoppio dello scisma d’occidente, con la conseguente defenestrazione di Giovanna I e la salita sul trono di Napoli di Carlo III di Durazzo, il principato di Taranto fu recuperato per un breve periodo di tempo da Giacomo Del Balzo. Poco dopo, infatti, i suoi contrasti con il sovrano furono sfruttati da Raimondo Orsini Del Balzo, per quel tempo un capitano di ventura, il quale investito della custodia del castello come luogotenente dallo stesso Giacomo, assunse ‐anch’egli però, solo temporalmente‐ in proprio il possesso del castello tarantino come titolare di supposti diritti ereditari, in quanto figlio di Nicola Orsini conte di Nola e di Maria Del Balzo discendente di una sorella del Giacomo. Infatti, quando Luigi I d’Angiò invase il regno di Napoli nel tentativo di liberare la regina Giovanna I e rimetterla sul trono che gli aveva usurpato Carlo III di Durazzo, si diresse sulla Puglia e nel 1383 acquisì il principato di Taranto che, pertanto, tornò ad essere nominalmente intitolato a Ottone di Brunsvick, ormai vedovo di Giovanna I. E questi lo continuò a conservare anche dopo la morte, nel 1384, di Luigi I d’Angiò, giacché pensò bene di trasmigrare rapidamente al bando durazzesco, mantenendo poi il principato, nominalmente fino alla propria morte, avvenuta nel 1398. Nel 1385, Raimondo Orsini Del Balzo sposò Maria d’Enghien, figlia del conte Giovanni di Lecce e di Sancia Del Balzo che gli portò in dote il dominio sulla contea di Lecce nonché le baronie di Mesagne e di Carovigno, con un matrimonio dovuto al sostegno della corte di Luigi II D’Angiò, che contava Raimondo tra i suoi più fedeli servitori, e a quello del papa Urbano VI, che Raimondo aveva liberato nel luglio 1385 dall’assedio di Nocera perpetrato da Carlo III di Durazzo. Poi, tra il 1386 e il 1398, in seguito alla morte di Carlo III di Durazzo e alla salita sul trono di Napoli del suo giovanissimo figlio Ladislao sotto la reggenza della madre Margherita, nonché grazie al temporale insediamento sul trono di Napoli di Luigi II d’Angiò nel 1390, Raimondo poté estendere il suo potere anche su Brindisi, Molfetta, Monopoli, Gallipoli e Martinafranca con il sostegno di alcune delle diverse parti in lotta nel regno e poi, con il sostegno di Luigi II d’Angiò, poté anche espropriare al padre e al fratello la contea di Soleto. Inoltre, in Campania, prese in pegno e quindi comprò da Ottone di Brunsvick, la contea di Acerra e diversi casali, Marcianise, San Vitaliano e Trentola, mentre in Irpinia detenne le baronie di Flumeri Trevico e Guardia Lombarda.

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Sul finire del 1398, rendendosi conto della imminente capitolazione di Luigi II D’Angiò, il Raimondo Orsini Del Balzo compì un clamoroso voltafaccia, facendo atto di sottomissione a Ladislao di Durazzo, una mossa che gli valse la promessa della futura concessione reale del sempre ambito principato di Taranto, che si concretizzò nel 1399, poco dopo la morte del principe titolare Ottone di Braunschweig, anche se con una consistenza territoriale nuovamente e sensibilmente diminuita. Matera, Castellaneta, Laterza, Massafra e Gioia del Colle furono distaccate dal grande feudo e infeudate come contea di Matera a Stefano Sanseverino, mentre Polignano a Mare fu concessa a Lorenzo Acciaioli e in seguito inglobata nel demanio regio. Al contempo inoltre, Raimondo fu obbligato a rinunciare alla signoria su Brindisi, Barletta e Monopoli, che Ladislao infeudò a sua madre Margherita di Durazzo, alla quale concesse pure Gravina, Bitonto e Venosa. Comunque, con il principato, per quell’epoca di fatto ancora il feudo più esteso di tutto il regno di Napoli, nella Terra d’Otranto Raimondo Orsini Del Balzo sommò per sé vasti possedimenti, anche se sparsi, e tra quelli, Francavilla Fontana, Gallipoli, Ginosa, Martinafranca, Mottola, Nardò, Oria, Ostuni, Ugento, Tricase e Taranto, sui quali governò comportandosi come un principe prerinascimentale, in completa autonomia e dando grande rilievo all’arte e alla cultura. Del resto, il suo potere su tutti quei territori, vista la lontananza e la debolezza della corona durazzesca, a quell’epoca fu pressoché illimitato. Con il ritorno del regno sotto il controllo durazzesco, nel 1399, l’arcidiocesi di Otranto poté essere rioccupata da un arcivescovo di obbedienza romana, Filippo, nominato dal papa Bonifacio IX succeduto a Urbano VI, e con il suo arrivo nella chiesa otrantina, una volta allontanato l’arcivescovo Riccardo per ordine del principe Raimondo Orsini Del Balzo, lo scisma in tutta la Terra d’Otranto ebbe praticamente termine. Del resto, la caduta di Luigi II d’Angiò, la scomparsa di scena dell’antipapa Clemente VII, l’abilità politica del nuovo papa romano Bonifacio IX e l’energica pressione del principe di Taranto Raimondo Orsini Del Balzo, tolsero ogni possibilità agli ecclesiastici aderenti allo scisma di poter rimanere in carica nelle loro sedi, anticipando, di fatto, la definitiva e totale conclusione dello scisma. I rapporti fra il potente principe di Taranto Raimondo Orsini Del Balzo e il re Ladislao si guastarono in pochi anni e, sul finire del 1405 indotto dal papa Innocenzo VII, Raimondo ricambiò bando e si ribellò a Ladislao: concesse in tutti i suoi territori un indulto ai seguaci di Luigi II d’Angiò e si mise a capo di un’alleanza militare anti‐ durazzesca. Ma poco dopo, il 17 gennaio 1406, morì di colpo. A quel punto, la moglie di Raimondo, Maria d’Enghien, con i due figli minorenni Giovanni Antonio e Gabriele, si trasferì da Lecce a Taranto, che più facilmente poteva essere difesa dall’imminente attacco di Ladislao e poteva ricevere rinforzi dall’alleato Luigi II d’Angiò, sempre risoluto a riprendersi il regno di Napoli.

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Maria d’Enghien e Luigi II d’Angiò strinsero anche un preciso accordo che, tra altro, prevedeva per il figlio primogenito di Maria, Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, il principato di Taranto nella sua articolazione feudale integrale del tempo del principe Filippo II (composto da Taranto, Massafra, Palagiano, Mottola, Castellaneta, Laterza, Ginosa, Gioia del Colle, Martinafranca, Polignano, Ostuni, Oria, Nardò, Gallipoli, Otranto e Ugento), le tre contee di Soleto, di Lecce e di Castro, le baronie di Mesagne e di Carovigno, nonché i due importanti porti di Barletta e Brindisi. Però, il fato giocò un brutto scherzo ai due cospiratori e la flotta approntata da Luigi II d’Angiò con l’esercito e il tesoro monetario, naufragò appena salpata da Marsiglia il 26 dicembre del 1406. E così, quando a metà di aprile 1407 il re Ladislao giunse con il suo esercito sotto le mura di Taranto, incalzata da una situazione ormai chiaramente senza una possibile via d’uscita e su consiglio del suo stesso comandante delle truppe, Maria d’Enghien iniziò subito le trattative per la resa che si conclusero molto rapidamente, il 23 aprile, con il suo matrimonio con il re. Morto Ladislao senza eredi diretti nell’agosto 1414, gli succedette la sorella Giovanna II di Durazzo, la quale inizialmente fece imprigionare Maria d’Enghien e i suoi figli, Giovanni e Gabriele, rendendogli dopo pochi anni la libertà e restituendogli poi la contea di Soleto e la baronia di Flumeri, nonché Altamura e Minervino Murge. E finalmente, il 4 maggio 1420, il quasi ventenne Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, nato a Lecce il 9 settembre 1401, fu infeudato con il principato di Taranto. Scoppiato nel 1423 il conflitto tra Aragonesi e Angioini per la successione al trono di Giovanna II, il principe Orsini Del Balzo inizialmente non prese posizione. In seguito, però, quando Giovanna II insignì il suo avversario Giacomo Caldora del titolo di duca di Bari, si schierò dalla parte di Alfonso V d’Aragona. La regina allora lo considerò un ribelle e nell’estate del 1434 fece occupare da Caldora quasi tutti i suoi possedimenti in Terra d’Otranto, che però Orsini Del Balzo riuscì a riconquistare in breve tempo. Dopo la morte della regina Giovanna II, avvenuta il 2 febbraio 1435, nel conflitto tra Alfonso V d’Aragona e il nuovo erede designato al trono, Renato d’Angiò, fratello minore di Luigi III d’Angiò anteriore erede designato da Giovanna II, il principe Giovanni Orsini Del Balzo prese di nuovo le parti dell’aragonese e così, dopo la vittoria definitiva di questi contro i d’Angiò, nel 1442, si trovò a essere il più potente feudatario del nuovo regno delle Due Sicilie: signore di più di 400 castelli, il cui dominio si estendeva da Marigliano a Leuca e a cui, dopo la morte della madre Maria, si aggiunsero le contee di Lecce e di Soleto. Estinta la dinastia durazzesca e debellate per sempre le pretese angioine sul regno di Napoli, l’intera Terra d’Otranto e la parte meridionale della Terra di Bari finirono sotto il dominio del potente principe di Taranto.

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Urbano VI Clemente VII

Giovanna I Carlo III Ladislao Giovanna II

Margherita di Durazzo Maria d’Enghien Giovanni Orsini Del Balzo

Luigi I Luigi II Luigi III Renato

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A Brindisi… lo scisma d’occidente del 1378 incontrò la città in preda a una situazione di forte crisi, giacché non si era ancora del tutto ripresa dai gravissimi fatti che una trentina d’anni prima l’avevano sconvolta, generati dalla violenta lotta civile tra le due più potenti famiglie della città ‐i Ripa e i Cavalerio‐ che, in seguito a una grave carestia esplosa pochi anni dopo l’insediamento sul trono di Napoli della regina Giovanna I d’Angiò, era sfociata nel 1346, in una serie di delitti d’ogni genere: saccheggi, incendi, distruzioni ed assassinii. L’impotente governatore provinciale, il napoletano Goffredo Gattola, fu espulso da Filippo Ripa entrato in città con mille armati e la situazione poté finalmente essere controllata solo grazie all’intervento del principe di Taranto Roberto che, nella totale assenza di una autoritaria azione del troppo lontano governo centrale del regno, decise di porre ordine tra tanta violenza e tanta anarchia e di scongiurare anche il tentativo del suo “crudele, avaro, traditore, lussurioso, ingiusto e spergiuro” fratello, il duca di Atene Gualtieri VI di Brienne, di impadronirsi della città di Brindisi, ormai allo sbando. Roberto inviò i suoi uomini armati in città, da dove cacciò i Ripa che si erano macchiati di gravissimi delitti e di assassinii con cui avevano quasi annientato i Cavalerio e quindi, ristabilì l’ordine e la legge riuscendo finalmente a pacificare l’intera città. E i cittadini di Brindisi, in riconoscimento e in cerca di protezione, manifestarono il desiderio che la città fosse incorporata al principato di Taranto dal quale in quegli anni si trovava esclusa, un’appartenenza che poi si formalizzò nel 1353. Del resto, già negli anni prossimi al concludersi il regno di Roberto d'Angiò, figlio di Carlo II e nonno di Giovanna I, che regnò a lungo fino al 1343, le condizioni economiche di Brindisi erano talmente depresse che un incaricato del Giustiziere di Terra di Bari, che aveva avuto l'ordine di vendere una certa quantità di zucchero, comunicò che la città, pur essendo centro marittimo e mercantile importante, era quasi deserta e spopolata e che non aveva trovato chi potesse comprare lo zucchero della Curia. Poi, alla carestia del 1345 e alla desolazione delle violente e sanguinose lotte cittadine del 1346, si aggiunse anche la tristemente celebre peste del 1348 e così l’intera città di Brindisi sprofondò per anni in totale miseria, tanto da indurre il governo centrale di Napoli ad esonerarla temporalmente da ogni gravame e a concederle vari altri privilegi e franchigie. Ma ormai, con gli Angioini insediati al governo di Napoli, nel regno si era formata e poi fortemente radicata un élite internazionale, in particolare fiorentina, che in Terra d’Otranto aveva stabilito la sua sede a Lecce, che a partire da quel tempo assunse un ruolo decisamente competitivo e poi economicamente e culturalmente prevalente rispetto alle antiche vicine città di mare, Brindisi in primis, che per secoli non ebbe più molte opportunità di ritornare all’antico splendore. Appena eletto antipapa, nel 1378, Clemente VII considerò Brindisi, sapendolo centro storico cristiano di fama pietrina, come sede di sua giurisdizione ed ebbe molto a cuore accaparrarsi la piena adesione della sua chiesa arcivescovile dove, proprio nel 1378 morì l’arcivescovo domenicano Pietro Giso, detto Pino, presule di Brindisi fin dal 1352. Clemente VII quindi, il 7 febbraio 1379, elesse arcivescovo di Brindisi Gorello, che fu

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detto anche Guglielmo, già poderoso tesoriere della basilica di San Nicola di Bari e scismatico convinto. Il papa Urbano VI oppose a tale nomina illegittima quella, di fatto solo teorica, di Marino del Giudice, trasferendolo dalla diocesi di Cassano, da dove era già stato cacciato da Clemente VII e sostituito con Andrea Cumano. Ma Marino mai si poté insediare a Brindisi, e neanche a Taranto dove fu poi nominato da Urbano VI e dove invece si insediò Martino, già vescovo di Tricarico, nominato dall’antipapa Clemente VII e poi sostituito da Matteo Spina, già arcivescovo di Trani, che gli successe dopo la morte. E per l’arcidiocesi di Brindisi, l’11 giugno 1382 il papa Urbano Vl elevò a arcivescovo Riccardo Ruggieri, un uomo prudente poi molto stimato anche dal re Ladislao di Durazzo, che esercitò l’incarico, più o meno da titolare, fino al 1409. In effetti a Brindisi, come del resto a Otranto e in tutta la Puglia, Clemente VII aveva le spalle coperte dal favore della regina di Napoli Giovanna I d’Angiò e, inoltre, aveva rapidamente distribuito favori, dignità, onori e aggiudicazioni di beni e prebende a canonici, abati, presbiteri e chierici, onde la maggioranza del clero appoggiò lo scisma contro l’iracondo papa Urbano VI, che non poté far null’altro che inviare come legato pontificio il cardinale Gentile de Sangro che dichiarò nominalmente illegittimi tutti gli appartenenti al clero aderenti allo scisma. Seguita, nel 1381, la deposizione e imprigionamento della scomunicata regina Giovanna I d’Angiò a opera di Carlo III di Durazzo incoronato re dal papa Urbano VI appena esploso lo scisma d’occidente nel 1378, Luigi I d’Angiò varcò le Alpi il 13 giugno del 1382 e scese in armi in Italia per rivendicare il trono di Napoli assegnatogli in eredità da Giovanna I e conferitogli dall’antipapa Clemente VII con una formale incoronazione. In risposta a quell’azione angioina, Carlo III di Durazzo ordì l’assassinio della regina Giovanna I d’Angiò che fu freddamente eseguito il 17 luglio del 1382 e che implicò anche l’uccisione di vari cortigiani e tra di loro la dama di corte Angela Buccella da Brindisi. Dopo un periplo lungo la penisola italiana, Luigi I d’Angiò giunse in Puglia, dove ricevette l’aiuto di molti nobili pugliesi e acquisì il principato di Taranto, città in cui il 30 agosto s’intitolò re di Sicilia e in cui rimase a lungo in attesa di rinforzi. Poi guerreggiò contro le varie città rimaste filo durazzesche, tra le quali anche Brindisi dove, a quel tempo ancora favorita dalle concessioni disposte fin dal 1381 da Carlo III per la sua recuperazione economica e sociale, era sindaco Angelo de Pondo, era governatore Aloysio Pagano ed era capitano del castello Cosmo de Tarmera. Quando nel 1383 Luigi I d’Angiò si presentò con il suo esercito alle porte della città, Brindisi tentò di resistergli, ma fu assediata presa e saccheggiata barbaramente. Poi, a fine luglio 1384, Luigi I d’Angiò ottenne pacificamente Bari, dove nominò capitani, giustizieri e viceré. Quindi, assediò e prese Bisceglie e, dopo essersi accordato con parte dei cittadini contrari ai Durazzeschi, evitò che i suoi soldati la saccheggiassero. Però, nel corso della battaglia contro il capitano durazzesco Alberigo da Barbiano, combattuta intorno a quella città il 13 settembre, fu vinto rimanendo anche ferito e dopo pochi giorni, il 20 settembre del 1384, morì a Bari, forse proprio in seguito alle ferite riportate.

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Quando il re Carlo III di Durazzo, finalmente consolidato sul trono di Napoli fu, nel 1386, assassinato in Ungheria, il regno restò sotto il potere di sua moglie, l’energica Margherita di Durazzo, madre reggente di Ladislao e Brindisi, già scorporata dal principato di Taranto, fu presa da Raimondo Orsini Del Balzo, anche se durante gli anni che durò la reggenza dipese nominalmente dal governo di Margherita. La reggenza di Margherita di Durazzo fu però abbastanza convulsa ed instabile a causa dei contrasti sorti con il papa Urbano VI e per colpa delle costanti minacce d’invasione del regno da parte dei pretendenti angioini al trono, che finalmente si materializzarono nel 1390 quando le armi angioine riuscirono nel tentativo di strappare Napoli ai Durazzeschi, insediandovi, e per quasi dieci anni, Luigi II d’Angiò, il quale nel 1394, sulle orme del padre, saccheggiò Brindisi, rea di essere rimasta fedele ai Durazzesci. Il principato di Taranto fu infeudato al filoangioino Raimondo Orsini Del Balzo che, oltre alla contea di Lecce portatagli in dote dalla moglie Maria d’Enghien, si era già preso anche Brindisi, e molti dei suoi domini sopravvissero allo stesso Luigi II d’Angiò che glieli aveva concessi. Infatti, quando nel 1399 l’angioino fu detronizzato da Ladislao di Durazzo che si rimpossessò del trono, il principe Raimondo non esitò a cambiare di bando alleandosi con il restaurato re. In questo modo, non solo conservò per sé il principato, la contea di Lecce e altri possedimenti già acquisiti, ma ottenne anche le città di Otranto, Nardò, Ugento, Gallipoli, Oria, Mottola, Martinafranca e tutte le altre terre della Terra d’Otranto già possedute dai precedenti principi. Solo Brindisi, Barletta e Monopoli, furono dal re Ladislao infeudate a sua madre Margherita di Durazzo, che dopo sette anni, nell’ottobre del 1406, cedette la signoria su Brindisi a cambio di Palazzo San Gervasio con il relativo castello e la terra di Stigliano. Tutto il potentato di Raimondo, alla sua morte avvenuta nel 1407, fu ereditato dal suo giovanissimo primogenito Giovanni Antonio Orsini Del Balzo e fu mantenuto in reggenza dalla madre Maria d’Enghien che, una volta vedova, aveva pensato bene di sposarsi con il pure vedovo, ed ex nemico, re Ladislao. Il 15 settembre del 1409, il papa Gregorio XII nominò arcivescovo di Brindisi Vittore, arcidiacono di Castellaneta, in successione a Riccardo Ruggeri, morto. Vittore morì molto presto e, l’1 marzo del 1411, il papa nominò Paolo Romano. A causa della malattia di Vittore prima, e a causa dell’assenza in sede di Paolo dopo, nell’arcidiocesi di Brindisi in quegli anni esercitò il vicariato generale Andrea, episcopo della chiesa crisopolitana. In seguito, nel 1412, le acque per l’arcidiocesi di Brindisi s’intorpidirono nuovamente e la posizione dell’arcivescovo Paolo Romano divenne precaria e la chiesa brindisina ricadde nell’anarchia con l’antipapa Giovanni XXIII. Questi il 28 novembre depose Paolo Romano, nominando arcivescovo di Brindisi Pandullo, abate benedettino di Santa Maria di Montevergine in Avellino. Pandullo morì

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nel dicembre del 1414 e Giovanni XXIII, il 9 febbraio 1415, nominò suo successore Aragonio Malaspina, arciprete di Albenga. Finalmente, il concilio di Costanza depose l’antipapa Giovanni XXIII, poi il papa Gregorio XII rinunciò volontariamente e quindi, il Sacro Collegio elesse al pontificato di Roma Otto Colonna, con il nome di Martino V, sancendo quell’elezione, la fine dello scisma. Il 23 febbraio 1418, il nuovo papa trasferì Aragonio Malaspina all’arcivescovato di Taranto e ristabilì alla diocesi di Brindisi l’arcivescovo Paolo Romano, rientrando così la chiesa brindisina, dopo quarant’anni, nella normalità. In quei torbidi quarant’anni ch’era durato lo scisma, e già nei vari decenni precedenti: «... i costumi del clero latino e greco di Brindisi dovettero essere alquanto corrotti, se la regina Giovanna I comandò al Giustiziere di Terra d’Otranto di dichiarare decaduti dai privilegi e dalle immunità ecclesiastiche tanto i chierici greci quanto quelli latini, se ammoniti per tre volte dall’arcivescovo di Brindisi, non tornassero a vivere vita più costumata, essi che erano di condizione vile, di fama pessima, mai occupati negli uffici divini e sempre immersi in negozi profani...» ‐Nicola Vacca‐ Morto nel 1414 il re Ladislao di Durazzo, salì sul trono di Napoli la sorella di questi, Giovanna II di Durazzo, una donna volubile che imprigionò per un breve periodo gli Orsini Del Balzo, cioè Maria d’Enghien divenuta vedova di Ladislao e i suoi ancor giovani figli, salvo poi restituire loro la contea di Lecce, altri possedimenti e, infine, nel 1420, anche il principato di Taranto, quando Giovanni Orsini Del Balzo divenne maggiorenne. In quello stesso anno, 1420, Brindisi fu assaltata dall'esercito di Luigi III d'Angiò, pretendente al regno di Napoli e non ancora favorito dalle grazie della regina Giovanna II, la quale concesse alla città vari ed ampi privilegi in riconoscimento e ringraziamento della fedeltà in quell’occasione, manifesta verso di lei. Nonostante quelle tante turbolenze, in quegli anni Brindisi cercò di sopravvivere mantenendo una sua, pur limitata e precaria, economia e in qualche modo rimase al margine delle feroci contese di palazzo che afflissero il sempre lontano trono di Napoli «... il popolo conservò la tradizione che nella magna ruga scutariorum, la strada delle ferrarie oggi via Cesare Battisti, perché spaziosa più delle altre, vi esercitavano il loro mestiere fonditori di bronzo, fabbri e armaioli. Credo non sia inutile ricordare che in Brindisi, ancora nel 1417, vi era una meravigliosa armeria di tutte sorti d’armi e in tanto numero che potevano in un momento armare un grand’esercito...» ‐Nicola Vacca‐ Il 22 febbraio 1423 morì l’arcivescovo di Brindisi Paolo Romano e il papa Martino V nominò a suo successore il napoletano Pietro Gattula, vescovo di Sant’Agata, che rimase presule di Brindisi per quindici anni, fino alla sua morte, nel 1437. Giovanna II di Durazzo, dedita al libertinaggio, si sposò più volte e più volte cambiò di favoriti e di amanti, alternandoli tra i vari aspiranti feudatari e possibili pretendenti al trono, durazzeschi, angioini e, novità, anche aragonesi. E tra di loro, Luigi III d’Angiò e Alfonso V d’Aragona, i quali si cimentarono in una lunga ed estenuante lotta armata per la successione all’ambito trono.

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Il potente principe Orsini Del Balzo, cercò di mantenersi fuori da quella contesa, ma poi un suo vecchio nemico, Giacomo Caldora nominato duca di Bari, si alleò con Luigi III d’Angiò a quel tempo pretendente a ereditare il trono di Napoli, ed assieme riuscirono a impossessarsi del ricco e strategico principato, Oria e Brindisi incluse, mentre Giovanni Orsini Del Balzo poté comunque mantenere le città di Taranto, Lecce, Rocca, Gallipoli, Ugento, Minervino, Castro, Venosa e Bari. Quindi, spinto da quegli eventi a parzializzarsi a favore del contendente aragonese, il principe spodestato riuscì a non far capitolare il castello di Oria e quello di Brindisi, in cui si asserragliò e dove lo raggiunse la notizia dell’improvvisa malattia e morte di Luigi III d’Angiò, avvenuta per malaria il 12 novembre del 1434. Decise quindi di passare immediatamente all’offensiva e si riprese con le armi la città di Brindisi tenuta dai due generali Minucci Camponesco e Onorato Gaetano di Giacomo Caldora. La regina Giovanna II, ormai anziana, dispose nel proprio testamento che alla sua morte la corona passasse a Renato I d'Angiò, fratello del deceduto Luigi III d’Angiò. Quindi, il 2 febbraio 1435 morì. I partigiani di Alfonso, e primo tra loro Giovanni Orsini Del Balzo, incoraggiati da quelle due morti scesero apertamente in campo combattendo contro il nuovo aspirante angioino, Renato d’Angiò. La lotta armata tra i due bandi, cruenta e alterna, durò per ancora altri sette anni, nel corso dei quali si susseguirono e si moltiplicarono devastazioni e saccheggi finché, il 2 giugno del 1442, Alfonso d’Aragona entrò vittorioso in Napoli, mentre Renato d’Angiò ritornò in Francia, sancendo la fine del dominio angioino sul regno di Napoli. In quegli ultimi lunghi sette anni, la città di Brindisi per sua fortuna non soffrì altri disagi particolari, mantenendosi sempre sotto il dominio feudale del rafforzato principe di Taranto e solo dovette contribuire alle lotte fornendo a quel principe i soldati di volta in volta a lui richiesti. Tuttavia, il secondogenito casato angioino sul regno di Napoli ‐quello dei Durazzeschi che era seguito a più di cent’anni anni di esoso e poi sempre più deteriorato corrotto e caotico governo angioino‐ conclusosi dopo ben sessant’anni anni di un “non governo” a Napoli, lasciò Brindisi in uno stato veramente pietoso, conseguente al prolungato periodo calamitoso iniziato con lo scoppio dello scisma d’occidente: sessant’anni nel corso dei quali, a lotte, saccheggi, incendi, carestie e quant’altro, propri delle guerriglie urbane e delle guerre civili, si erano susseguiti anche l’alluvione la peste e il terremoto. Eppure, nonostante il nuovo status politicamente più stabile e militarmente più tranquillo, che il controllo aragonese avrebbe garantito per il regno e per la città di Brindisi, altri cataclismi funesti si profilavano sull’immediato orizzonte della città: Il principe di Taranto Giovanni Orsini Del Balzo signore di Brindisi, forse preoccupato dalla potenza in franca ascesa dei Veneziani e dall’idea che quelli potessero dal mare impadronirsi con facilità di Brindisi, o forse timoroso di una possibile invasione via mare del re Alfonso d’Aragona con il quale aveva deteriorato i rapporti e che da Brindisi avrebbe potuto prendere il suo principato, maturò e attuò nel 1449 uno stratagemma strano quanto malaugurato, che alla fine doveva rivelarsi funesto in estremo per Brindisi:

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«... Là dove l´imboccatura del canale era attraversata da una catena assicurata lateralmente alle torrette site sulle due sponde, fa affondare un bastimento carico di pietre, ed ottura siffattamente il canale da permetterne il passaggio solo alle piccole barche. Non l´avesse mai fatto! Di qui l´interramento del porto, causa grave della malaria e della mortalità negli abitanti. Meglio forse, e senza forse, sarebbe stato se alcuno dei temuti occupatori si fosse impadronito di Brindisi, prima che il principe avesse potuto mandare ad effetto il malaugurato disegno. Fu facile e poco costoso sommergere un bastimento carico di pietre e i posteri solo conobbero la fatica e il denaro che abbisognò per estrarlo e render libero nuovamente il canale. Più dannosa ai cittadini fu questa precauzione del principe, che temeva di perdere un brano del suo stato, che non tutte le antecedenti e seguenti devastazioni. L´opera inconsulta del principe fu naturalmente malveduta dalla città, la quale prevedeva le tristi conseguenze. Ma il fatto era compiuto...» ‐Ferrando Ascoli‐ Poi, sullo scorcio di dicembre del 1456, un terribile terremoto interessò una buona parte del regno, e Brindisi fu tra le città più colpite «...e la rovina coperse e seppellì quasi tutti i suoi concittadini… e restò totalmente disabitata... e al terremoto seguì la peste, la quale invase la città e troncò la vita a quel piccolo numero di cittadini ch´erano sopravvissuti al primo flagello...» ‐Andrea Della Monica‐

BIBLIOGRAFIA: Ascoli F. La storia di Brindisi scritta da un marino‐1886 Babudri F. Lo scisma d'Occidente e i suoi riflessi sulla Chiesa di Brindisi-1955 Babudri F. Oria e lo scisma d'Occidente-1956 Carito G. Brindisi Nuova guida‐1994 Della Monica A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi‐1674 Kiesewetter A. Il principato di Taranto tra Raimondo Orsini Del Balzo, Maria d’Enghien e re Ladislao d’Angiò Durazzo‐2009 Moricino G. Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino al 1604 Perri G. Brindisi nel contesto della storia‐2016 Schipa M. Puglia in età angioina-1940 Sirago M. Il porto di Brindisi dal Medioevo all'unità-1996 Tafuri G.B. Riflessi del grande scisma d'Occidente in Terra d'Otranto-1967 Vacca N. Brindisi ignorata‐1954

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Brindisi al tempo dei re aragonesi sul trono di Napoli: 50 anni densi di storia cittadina nella seconda metà del XV secolo http://www.brindisiweb.it/storia/doc/2017‐Brindisi%20al%20tempo%20dei%20re%20aragonesi%20sul%20trono%20di%20Napoli‐G.Perri.pdf

Gianfranco Perri Gli antecedenti della conquista aragonese Nel 1282, contro il re di Napoli Carlo I d’Angiò, scoppiò a Palermo la rivolta dei Vespri, della quale il re Pietro III d’Aragona fu considerato l’architetto, perché pretendente al possesso dell’isola in quanto marito di Costanza figlia del re Manfredi, discendente ed erede diretto del grande Federico II di Svevia. Certo è, che l’intervento aragonese a favore dei ribelli contro gli angioini, fu immediato e determinante. Seguì una lunga guerra nel corso della quale il figlio di Pietro III, Giacomo II, sposò una figlia di Carlo II d’Angiò lo zoppo e riconobbe agli Angiò la Sicilia, dietro il loro riconoscimento dei suoi diritti sulla Sardegna e sulla Corsica. I Siciliani però, non accettarono quell’accordo e proclamarono loro re, nel 1296, il fratello di Giacomo II, Federico II d’Aragona, che amava dirsi III in quanto erede del grande re Federico II di Svevia, suo nonno materno. La questione fu momentaneamente chiusa nel 1302 dalla pace di Caltabellotta, con cui la Sicilia fu riconosciuta agli Angiò, ma venne assegnata vita natural‐durante a Federico II che sposò Eleonora, l’altra figlia di Carlo II d’Angiò, dando origine, di fatto, a una vera dinastia aragonese autonoma in Sicilia. Federico II regnò a lungo, fino al 1337, e i suoi successori – Pietro dal 1337 al 1342, Ludovico dal 1342 al 1355 e Federico III (o IV) dal 1355 al 1377 – contrastarono gli sforzi angioini di ricondurre la Sicilia sotto il loro regno di Napoli, finché si giunse alla pace di Catania del 1372, che sancì una Sicilia indipendente sotto la dinastia aragonese. Maria, figlia ed erede di Federico III (o IV), andò sposa a Martino I il giovane – figlio del secondogenito di Pietro IV d’Aragona – al quale, morto da re di Sicilia senza avere eredi, succedette il padre Martino II il vecchio, che intanto era asceso nel 1409 al trono d’Aragona e che quindi, tenne insieme sia la corona siciliana che quella aragonese. Nel 1410, alla morte del re Martino II senza eredi diretti, la corona passò a Ferdinando di Castiglia, di cui Martino II era zio materno, il quale salito sul trono di Aragona inviò nell’isola, come viceré, il figlio Giovanni, iniziando per la Sicilia un’epoca vicereale. Nel 1416, sul trono di Aragona successe il figlio di Ferdinando, Alfonso V, il quale si affrettò a richiamare dalla Sicilia il fratello Giovanni, che gli isolani aspiravano nominare loro autonomo re, sostituendolo nell’esercizio del viceregno con un nuovo viceré. Alfonso V, abile sovrano e diplomatico scaltro, riuscì a costruire un suo diritto al trono di Napoli facendosi riconoscere come figlio adottivo dalla regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, però la stessa Giovanna II tornò sulle sue decisioni e, poco prima di morire, trasferì l’adozione al francese Renato d’Angiò: ne scaturì inevitabilmente una lunga e crudele guerra, che nel 1442 vide finalmente vittorioso l’aragonese: il nuovo re Alfonso I di Napoli, riunificatore del regno fondato dai Normanni e passato a Svevi e Angioini.


I re aragonesi sul trono di Napoli Alfonso V d’Aragona, dal 1442 Alfonso I di Napoli, scelse di risiedere a Napoli fino a quando vi morì nel 1458, e da Napoli governò l’impero catalano‐aragonese, che nel bacino mediterraneo occidentale occupò uno spazio primeggiante, mantenendo da esso sostanzialmente distinta e autonoma l’amministrazione del regno di Napoli, che fu da lui affidata quasi per intero a italiani. Alfonso, infatti, non rientrò più a Barcellona nonostante le richieste della moglie Maria, che durante tutti quegli anni continuò a governare i possedimenti spagnoli assieme a Giovanni, il fratello di Alfonso. Alfonso I modernizzò il regno di Napoli e governò cercando di rinnovare i rapporti diplomatici ed economici con gli altri regni, di svecchiare le forme istituzionali esistenti e di apportare riforme sostanziali all’amministrazione territoriale. La politica del sovrano ebbe un significato sociale essenzialmente conservatore, favorendo il baronaggio che aveva in mano il governo delle città, con ripercussioni evidenti nell’accentuazione dei contrasti sociali. Ma ciò non impedì che nel complesso si potesse tendere ad avviare efficacemente la ripresa della vita economica e sociale del regno, dopo la lunga epoca meno favorevole attraversata dalla metà del secolo XIV. Nacque, con Alfonso I, il Sacro Regio Consiglio che, posto al vertice delle magistrature del regno, conseguì un’autorità dottrinaria e giurisdizionale che fu apprezzata anche all’estero. L’apparato giudiziario napoletano, con la Corte della Vicaria al suo vertice, previde un ampio esercizio delle funzioni giurisdizionali anche da parte dei signori feudali e ai baroni concesse, peraltro, il merum et mixtum imperium, allargandone così ulteriormente la sfera giurisdizionale. Mentre il re dispose per sé, di una rete di organi amministrativi centrali e periferici e di una classe di funzionari e officiali regi molto efficaci: un forte strumento di governo a disposizione del potere regio. Alfonso I proseguì e allargò la pratica delle intese con banchieri e finanzieri stranieri che aveva tradizioni che risalivano fino all’epoca sveva ed erano in rapporto con la gestione del sistema fiscale, nonché con la gestione delle terre e dei redditi del demanio regio e delle proprietà dirette del sovrano. Definì pure il sistema fiscale, fissandolo intorno all’imposta fondamentale sulle persone fisiche considerate per nuclei familiari, i fuochi, accompagnata da una tassa per la fornitura del sale, considerato monopolio pubblico. Per il resto, il sistema si fondò, secondo l’uso comune, sugli appalti dei cespiti fiscali a mercanti e finanzieri, che erano per lo più forestieri. Diede pure una sistemazione duratura alla dogana delle pecore, ossia all’amministrazione dei pascoli invernali del Tavoliere delle Puglie, in cui svernavano le grandi greggi del montuoso Abruzzo e di altre terre contigue. Nel 1458, alla morte di Alfonso I di Napoli detto il magnanimo, il regno di Napoli passò in eredità al suo prediletto figlio naturale Ferdinando I, detto Ferrante, mentre quello d’Aragona, con la Sicilia e la Sardegna, passò in eredità al fratello Giovanni II, padre di quel Ferdinando II il cattolico che, sposando Isabella di Castiglia nel 1469, unificherà la Spagna e farà poi decadere definitivamente la dinastia aragonese del regno di Napoli. La dinastia inaugurata a Napoli da Alfonso I, proseguì quindi con Ferdinando I, Ferrante, la cui azione di governo continuò quella paterna e, in certo qual modo, la radicalizzò.

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Il re Ferrante si dedicò all’ordinamento amministrativo, attuando una politica fiscale relativamente più blanda, promuovendo l'incremento dell’economia e stimolando le arti e la cultura. Fu più duro con la nobiltà feudale, di cui cercò sempre di limitare privilegi e potere, senza poter però evitare che dopo venticinque anni di regno gli si ordisse contro una congiura di baroni che, anche se poté piegare, testimoniò quella mancanza di un radicamento del tutto sicuro della famiglia sul trono napoletano, che a distanza di pochi anni avrebbe portato alla fine della dinastia aragonese di Napoli. L’ostile papa Innocenzo VIII, infatti, appoggiato dai baroni ancor più ostili alla dinastia aragonese, istigò l’ambizioso re di Francia Carlo VIII a far valere i suoi diritti sul regno di Napoli e cosi, Ferrante stesso agli estremi del suo regno e i suoi successori – il figlio Alfonso II, il nipote Ferdinando II e l’altro figlio Federico – furono sottoposti alla prova severissima del confronto con quella che all’epoca era la maggiore potenza europea. Ferrante morì nel 1494 e gli succedette il malvisto primogenito Alfonso II di Napoli il quale, prima che Carlo VIII realizzasse – tra il febbraio e il luglio del 1495 – l’effimera conquista del regno, abdicò a favore del figlio Ferdinando II di Napoli, detto Ferrandino. Il re di Francia dové, tuttavia, abbandonare in tutta fretta il regno appena conquistato, per la lega militare che contro di lui formarono gli stati italiani e per gli atteggiamenti ostili assunti dalle altre potenze europee dinanzi alla felice e facile riuscita della sua impresa, e così Ferrandino poté tornare quasi immediatamente sul trono. Tra le potenze europee che presero posizione contro la conquista francese ci furono Castiglia e Aragona, su cui regnavano i re cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona. Anch’essi avevano trattato e concluso accordi con Carlo VIII, quando questi, alla vigilia dell’impresa italiana, aveva cercato di procurarsi la neutralità delle altre potenze europee che di quella impresa avrebbero potuto  risentirsi. A questo scopo Carlo VIII non aveva lesinato in concessioni politiche, economiche e territoriali, e sia Castiglia che, ancor più, Aragona ne avevano indubbiamente beneficiato. Alla morte di Ferrandino, avvenuta prematuramente il 7 settembre 1496 senza eredi diretti, il trono del regno di Napoli passò a suo zio Federico, secondogenito di Ferrante – fratello di Alfonso II di Napoli anch’egli già morto – che salì sul trono come Federico I. Egli dovette difendersi, sia dai francesi del re Luigi XII succeduto a Carlo VIII e sia dagli spagnoli di suo cugino il re Ferdinando II il cattolico, che tra di loro accordarono spartirsi il regno di Napoli. E quando, nel 1501, questo fu invaso dai due eserciti stranieri, Federico I di Napoli decise di cedere al re di Francia Luigi XII i propri diritti sul regno, ricevendo in cambio la contea francese del Maine per sé ed i suoi eredi. La dinastia aragonese del regno di Napoli finì quindi in quel 1501, tradita da uno stesso aragonese, e si estinse definitivamente nel 1550 con la morte senza discendenti del figlio di Federico I di Napoli, Ferdinando d’Aragona, il duca di Calabria mai divenuto re. L’accordo del 1501 si rivelò però immediatamente caduco e, per le ambigue condizioni alle quali era stato stipulato, scoppiò inevitabile la guerra franco‐spagnola e Napoli cadde in mano agli Spagnoli nel 1503. Poi, alla fine dello stesso anno, i Francesi furono pienamente sconfitti e col trattato di Blois del 1505 dovettero riconoscere la sovranità spagnola su tutto il regno, e Consalvo di Cordova fu il primo viceré spagnolo di Napoli.

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La fine del principato di Taranto Nel conflitto, sorto dopo la morte della regina Giovanna II d’Angiò Durazzo tra Alfonso V d’Aragona e Renato d’Angiò per la successione sul trono del regno di Napoli, il giovane principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo prese le parti dell’aragonese e così, dopo la vittoria definitiva di questi contro i d’Angiò, nel 1442, si trovò a essere il più potente feudatario del nuovo regno aragonese di Napoli. Un principe signore di più di 400 castelli il cui dominio, che comprendeva sette arcivescovadi e trenta vescovadi, si estendeva da Marigliano in Terra di Lavoro a Leuca e a cui, dopo la morte della madre Maria nel 1446, si aggiunsero le contee di Lecce e di Soleto. Così, l’intera Terra d’Otranto e la parte meridionale della Terra di Bari, città di cui Orsini Del Balzo fu nominato duca dopo la morte di Jacopo Caldora, finirono sotto il dominio di quel potente principe e la signoria di Puglia, circoscrizione costituita da più aggregati feudali, raggiunse l’apogeo della sua grandezza: quasi uno stato nello stato. Quel principe fu quasi sovrano e come tale si comportò: disponeva funzionari e ufficiali corrispondenti a quelli di nomina regia, si circondava di una propria curia, stipulava trattati ed accordi con stati stranieri, legiferava su dazi, dogane, gabelle, pedaggi, fiere e mercati, vantava un esercito composto da 4.000 cavalli, 2.000 fanti e 500 balestrieri. Presto però, dopo l’idillio, tra il re Alfonso I e il principe cominciò a soffiare vento di burrasca, quando Giovanni Antonio realizzò che la politica dell’aragonese mirava ad un drastico ridimensionamento di tutti i poteri baronali perseguendo, finanche, la totale scomparsa dei grandi stati interni al regno, compreso in primis il principato di Taranto. Sicché, con la morte del re Alfonso I nel 1458, iniziò apertamente la contesa tra il successore al trono – Ferrante – e il principe Orsini Del Balzo, il quale si mise a capo di una grande ribellione di baroni, contro il re e a sostegno di Giovanni d’Angiò aspirante al trono del regno, primeggiando di persona nella battaglia di Sarno del 7 luglio 1460. Dopo alterne vicende e capovolgimenti militari che finalmente arrisero al re Ferrante, il principe di Taranto si ravvide e, spinto dalla insistente ed attiva mediazione di Isabella – regina moglie di Ferrante e figlia di sua sorella Caterina Orsini Del Balzo e di Tristano di Chiaromonte – si riconciliò con il re, anche se le controversie proseguirono e si protrassero fino alla sua morte: fu assassinato tra il 14 e il 15 novembre del 1463, nel castello di Altamura in circostanze misteriose, strangolato da tale Paolo Tricarico, verosimilmente sicario del re Ferrante o, forse, dei due consiglieri dello stesso principe, Antonio Guidano e Antonio Agello, sospettosi che questi avesse deciso di eliminarli. Non avendo Giovanni Antonio Orsini Del Balzo figli legittimi, l’erede formale del principato fu la nipote Isabella, regina e moglie del re Ferrante, il quale d’immediato incamerò al regno il principato con tutti i vastissimi possedimenti che lo costituivano, che furono in parte assegnati in piccoli feudi a famiglie di provata fede aragonese e in parte, come le città di Taranto e Brindisi, ritornarono ad essere entità demaniali. Un passaggio rapido che, sembra, fu facilitato dalla volontà e dal sostegno delle città pugliesi, che acconsentirono alla scomparsa definitiva dalla geografia giurisdizionale e politica della signoria di Taranto, il potente e plurisecolare principato, esauste com’erano delle controversie e degli eccessi di quel principe che fu, forse, anche tiranno.

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Brindisi nel regno dei re aragonesi Signoreggiata – nei quindici anni del regno di Alfonso I di Napoli e nei primi cinque del successore Ferrante – dal principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo fino alla sua morte, alla fine del 1463 Brindisi passò al demanio regio sotto il re Ferrante e i suoi successori, Alfonso II e Ferrandino, fino a quando – il 30 marzo del 1496 – fu formalmente consegnata a Venezia, assieme alle altre due città portuali pugliesi di Otranto e Trani, in pegno e in riconoscimento dell’aiuto ricevuto nella difesa e riconquista del regno, seguita all’effimera invasione del re di Francia Carlo VIII, nonché in cambio di anche un prestito di duecentomila ducati. In quei – pur brevi – cinquant’anni della seconda metà del XV secolo, trascorsi con i re aragonesi sul trono di Napoli, Brindisi fu spettatrice e spesso diretta protagonista di numerosi ed importanti eventi, che marcarono profondamente la storia, e la sua storia: … La criminale ostruzione del porto di Brindisi disposta dal principe di Taranto e la già commentata fine del principato. La caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II e la fine dell’impero romano d’oriente. Il terremoto del 1456. L’assalto a Otranto e la conseguente occupazione dei turchi. Il tentativo dei veneziani di occupare Brindisi sventato da Pompeo Azzolino e il loro assalto a Gallipoli. La costruzione del castello alfonsino sull’isola di san Andrea all’ingresso del porto di Brindisi. La pirrica ed effimera invasione del regno di Napoli di Carlo VIII re di Francia. La cessione a Venezia di Brindisi assieme a Otranto e Trani. I viaggi di Cristoforo Colombo alla scoperta dell’America… La criminale ostruzione del porto di Brindisi disposta dal principe di Taranto

Nel 1449, Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, principe di Taranto e signore di Brindisi, forse preoccupato dalla potenza in franca ascesa dei veneziani e dall’idea che quelli potessero dal mare impadronirsi con facilità di Brindisi, o forse timoroso di una possibile invasione via mare del re di Napoli Alfonso d’Aragona, con il quale aveva deteriorato i rapporti e che da Brindisi avrebbe potuto intraprendere la sottomissione del suo principato, maturò e freddamente attuò uno stratagemma strano quanto malaugurato, destinato a rivelarsi funesto in estremo per Brindisi: «... Là dove l'imboccatura del canale era attraversata da una catena assicurata lateralmente alle torrette site sulle due sponde, fa affondare un bastimento carico di pietre, ed ottura siffattamente il canale da permetterne il passaggio solo alle piccole barche. Non l'avesse mai fatto! Di qui l'interramento del porto, causa grave della malaria e della mortalità negli abitanti. Meglio forse, e senza forse, sarebbe stato se alcuno dei temuti occupatori si fosse impadronito di Brindisi, prima che il principe avesse potuto mandare ad effetto il malaugurato disegno. Fu facile e poco costoso sommergere un bastimento carico di pietre e i posteri solo conobbero la fatica e il denaro che abbisognò per estrarlo e render libero nuovamente il canale. Più dannosa ai cittadini fu questa precauzione del principe, che temeva di perdere un brano del suo stato, che non tutte le antecedenti e seguenti devastazioni. L´opera inconsulta del principe fu naturalmente malveduta dalla città, la quale prevedeva le tristi conseguenze. Ma il fatto era compiuto...» ‐F. Ascoli‐

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Caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II e fine dell’impero romano d’oriente

L’avvenimento più importante del secolo XV – forse facendo astrazione del viaggio di Cristoforo Colombo che avrebbe portato alla scoperta dell’America – fu probabilmente la caduta dell’impero bizantino, l’impero romano d’oriente sopravvissuto mille anni alla parte occidentale dell’impero romano fondato da Augusto. Le fonti commerciali dell’impero vennero lentamente sottratte dai genovesi e dai veneziani che, avendo insediato parecchi avamposti bizantini, costruirono una fittissima rete commerciale con le popolazioni orientali e infersero un ulteriore colpo gravissimo con l'acclimatazione del baco da seta in Italia, che tolse l'antico monopolio di quel prodotto a Costantinopoli, una città che già intorno all’anno 1400, apparve spopolata e immiserita, con gli edifici in rovina e una moneta di pessima qualità. Approfittarono di quelle circostanze, i turchi, sotto la guida di Murad II, riedificarono la loro potenza e decisero di intraprendere l'espansione verso l'Europa. Il timore si diffuse alla corte bizantina e l'imperatore Giovanni VIII Paleologo cercò di correre ai ripari, recandosi in Italia in cerca dell’aiuto militare dei cristiani d’occidente, offrendo in cambio la sempre rifiutata sottomissione della chiesa di Costantinopoli al papa di Roma. Malgrado le reticenze, la sottomissione fu poi proclamata a Firenze nel 1439 e fu celebrata festosamente in tutta Italia, ma non servì a salvare Costantinopoli. Dopo un lungo assedio, infatti, le mura di Costantinopoli caddero e nella mattina del 29 maggio 1453 la città fu espugnata. Costantino XI, l’ultimo imperatore dell’impero romano d’oriente, perì in battaglia con gran parte del suo popolo. Gli abitanti furono massacrati. La chiesa di santa Sofia fu trasformata in moschea. Costantinopoli fu chiamata Istanbul e divenne la base sulla quale gli ottomani costruirono la loro potenza.

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Il terremoto del 1456

Nel 1456, alle tre del mattino di domenica 5 di dicembre, un terribile terremoto interessò una buona parte del regno di Napoli, che era governato dal re aragonese Alfonso I, e Brindisi fu menzionata essere tra le città rimaste più colpite «... e la rovina coperse e seppellì quasi tutti i suoi concittadini… e restò totalmente disabitata... e al terremoto seguì la peste, la quale invase la città e troncò la vita a quel piccolo numero di cittadini ch´erano sopravvissuti al primo flagello...» ‐A. Della Monica‐ Il terremoto, che ebbe una magnitudo poi stimata in 7,1 Richter e XI sulla scala Mercalli, fu preceduto dall’apparizione della cometa Halley e fu uno dei terremoti più forti mai registrati in Italia. L’epicentro del sisma – che fu avvertito dalla Toscana alla Sicilia – si localizzò nel Beneventano. Quella città e quasi tutti i paesi dell’entroterra campano furono rasi al suolo e a Napoli furono registrati ingenti danni, tra cui il crollo del campanile della basilica di Santa Chiara e il cedimento della chiesa di San Domenico Maggiore, che dovette essere ricostruita. Il papa Pio II, in una lettera inviata all’imperatore Federico III d’Asburgo, raccontò che nel napoletano crollarono trentamila palazzi e quasi tutte le chiese furono danneggiate. Si verificò anche un maremoto che colpì le coste ioniche tra Gallipoli e Taranto e lo sciame sismico durò diversi anni. Il bilancio delle vittime, condotto in base alle cronache dell’epoca, ne stimò circa trentamila. Angelo Costanzo, nella sua Storia del reame di Napoli scrisse: "Caddero molte cittadi, e fra l'altre Brindisi, ch'era popolarissima, che con la rovina coperse e seppellì tutti i suoi cittadini, e restò totalmente disabitata". E nella sua Storia di Brindisi scritta da un marino Ferrando Ascoli scrisse: "La solidità dei muri, la robustezza delle colonne, la resistenza delle volte, a nulla valsero. Dovunque ammassi di pietre miste a travi, a canne, a masserizie, a mobilia. Desolazione presente, e miseria futura" riferendosi probabilmente con ciò alla peste che successivamente si diffuse in città, completando lo sterminio delle vite scampate alla prima calamità. Nonostante i tanti riferimenti bibliografici, studi e ipotesi più recenti hanno avanzato alcuni seri dubbi sulla veridicità della reale gravità delle conseguenze fisiche di quel sisma sulla città di Brindisi: i provvedimenti regi che pur con gli aragonesi interessano la città, non menzionano il terremoto come causa dello spopolamento e della rovina della stessa; e varie strutture difensive, palazzi, monasteri, chiese, eccetera, esistenti all’epoca del sisma, così come le due famose colonne romane, rimasero in piedi. L’assalto a Otranto e la conseguente occupazione dei turchi

«… Con la caduta di Costantinopoli, Maometto II rivendicò apertamente i suoi diritti di possesso su Brindisi, Otranto e Gallipoli, come antiche parti dell’impero bizantino da lui conquistato. E già nel 1454 veniva relazionato al re Alfonso I di Napoli, che il sultano “fondandosi su antiche predizioni e interpretazioni, aveva intenzione di erigersi a signore d’Italia e della città di Roma, ritenendo che, come si era impossessato della figlia, cioè di Bisanzio, così avrebbe potuto conquistare anche la madre, cioè Roma”. A tal fine, Maometto II si era già assicurato della facile realizzazione del passaggio da Durazzo a Brindisi, dove peraltro, l’impressione dell’ineluttabilità di uno sbarco turco

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era fortissima, anche in relazione ai frequenti arrivi di profughi dalle terre conquistate dai maomettani…» ‐V. Zacchino‐ Il momento era del resto propizio a Maometto II. Non era da temere un serio contrasto al passaggio di una flotta invasora, giacché le armate aragonesi e pontificie erano impegnate dal 1478 contro Firenze e la pace, che nel 1479 aveva chiuso la lunga guerra turco‐veneta, manteneva Venezia ufficialmente neutrale e serviva da copertura alla sua intrinseca ostilità verso il re di Napoli, al quale voleva togliere le città pugliesi. Anche se fu abbastanza accreditata l’idea che l’ammiraglio ottomano Gedik Ahmet Pascià avesse puntato su Brindisi prima di dirottare su Otranto per ragioni circostanziali, in effetti, la scelta di Otranto probabilmente non dovette essere solo un ripiego occasionale: Otranto, infatti, era palesemente indifesa, mentre Brindisi aveva ricevuto rinforzi aragonesi e, in più, era infestata da una temibile peste. All’alba del 28 luglio del 1480, alcune decine di migliaia uomini a bordo di un’imponente flotta composta da un paio di centinaia di navi, giunsero da Valona sulle coste salentine e sbarcarono poco a nord di Otranto, presso i laghi Alimini, nella baia poi detta dei turchi, e da lì si diressero verso la città. Fatta razzia del borgo fuori le mura, Gedik Ahmet Pascià propose ai cittadini una resa umiliante e di fatto inaccettabile, obbligando gli abitanti di Otranto a difendersi dall’inevitabile assedio. Il contingente aragonese di stanza a Brindisi fu tra i primi ad accorrere in soccorso, guidato dal Filomarino, ma restò bloccato a Scorrano dall’ordine di Ferrante di attendere l’arrivo del figlio Alfonso, permanendo inoperoso finché, caduta Otranto, se ne tornò a presidiare la piazza di Brindisi. Ben due settimane durò la tenace resistenza finché, l’11 agosto, l’armata turca riuscì ad aprire un varco tra le mura della città, e da lì si riversò nel centro, avanzando con razzie e crudeltà indicibili: le vie furono inondate da sangue e coperte da corpi martoriati. Dal varco delle mura, i turchi giunsero fino alla cattedrale dove un gruppo di fedeli vi si era barricato. I turchi recisero il capo all’arcivescovo Stefano Pendinelli e la strage continuò sino a che l’ultimo degli otrantini rifugiato fu ucciso. Ahmet Pascià radunò i suoi uomini e gli abitanti superstiti e ordinò che tutti gli abitanti di Otranto, di sesso maschile e di età superiore a quindici anni, abbracciassero la religione islamica. Gli ottocento uomini presenti si rifiutarono e furono tutti decapitati. I turchi, occupata Otranto, la utilizzarono come base per scorrazzare indisturbati in tutto il Salento, seminando terrore e morte fino al Gargano, mentre la reazione aragonese indugiò a manifestarsi, anche perché Venezia persisteva nella sua neutralità e gli altri stati italiani erano interessati più alle guerre in terraferma che sul mare, mentre i turchi ricavarono il tempo per fortificare Otranto. «… Pascià spedì a Brindisi un proprio messo con una lettera per l’arcivescovo Francesco de Arenis, nella quale ingiungeva la pronta consegna della terra che considerava retaggio dell’antico impero bizantino, minacciando, altrimenti, che “si non me date la terra, io con tutto lo mio sforzo vengerò da vui, et farò più crudelitate che non è facto

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ad Otranto”. Fortunatamente le minacce rimasero sempre tali per quanto, più d’una volta, in seguito, corsero dicerie e si paventò anche negli ambienti della corte l’eventualità di un attacco turco a Brindisi…» ‐V. Zacchino‐ Saldo sulle sue posizioni, nell'ottobre del 1480, Gedik Ahmet Pascià ripassò il canale di Otranto con gran parte delle sue truppe dopo aver ripetutamente devastato con continue scorrerie i territori di Lecce, Taranto e Brindisi, lasciando a Otranto solo una guarnigione di 800 fanti e 500 cavalieri. Mentre gli aiuti promessi dalla cristianità italiana ed europea tardavano ad arrivare, tra le incomprensioni, gli interessi e le evidenti disparità tra le possibili forze da mettere in campo, l’inverno del 1481 trascorse senza un’effettiva reazione, mentre gli ottomani ricevevano gli aiuti via mare, senza grandi contrasti. Il 25 febbraio del 1481, salpò da Brindisi un’armata cristiana per contrastare il ritorno di Pascià da Valona, conseguendo nelle acque di Saseno una prestigiosa vittoria che risollevò il morale della depressa cristianità e assicurò il controllo dell’Adriatico. Con l'arrivo della buona stagione, il re aragonese di Napoli Ferrante poté intraprendere con suo figlio Alfonso le operazioni di assedio a Otranto, grazie agli aiuti ottenuti dagli stati italiani che finalmente si resero conto del pericolo per la loro sopravvivenza rappresentato dall'occupazione turca. La città fu stretta d'assedio, sia per terra sia per mare, e a risolvere finalmente la situazione fu la morte del cinquantaduenne sultano Maometto II, sopraggiunta improvvisamente nella notte tra il 3 e il 4 maggio 1481. Mentre la successione del sultano ottomano aveva suscitato le ostilità tra i suoi figli, Bayezid e Cem, aprendo una nuova grave crisi per l'impero turco, gli ottomani a Otranto, privi di rinforzi e pressati dalle milizie cristiane, furono costretti a cedere, e così Ahmet Pascià accettò la resa incondizionata il 10 settembre 1481, riconsegnando la città al duca di Calabria, Alfonso, e tornandosene tranquillamente a Valona.

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Il tentativo dei veneziani di occupare Brindisi sventato da Pompeo Azzolino

Sventato il pericolo turco, il re Ferrante progettò punire Venezia per essere stata, a suo avviso, partigiana degli ottomani quanto meno per omissione, e pretese dal papa Sisto IV un sostegno attivo alla realizzazione di quel suo obiettivo. Poi, di fronte alla negativa del papa, attaccò lo stato pontificio e i veneziani approfittarono quella favorevole congiuntura militare, per assillare i sempre ambiti porti pugliesi del regno napoletano. Fu così che sul finire del 1483, i veneziani tentarono la conquista di Brindisi allestendo una flotta forte di 56 vele salpata da Corfù al comando di Giacomo Marcello, il quale pensò non attaccare la città dal mare e sbarcò poco a nord, sulla spiaggia di Guaceto, da dove iniziò la marcia su Brindisi. Le truppe invasore occuparono e saccheggiarono Carovigno e San Vito degli Schiavoni – oggi dei Normanni – e quindi si diressero, tronfi e baldanzosi, alla volta di Brindisi con il proposito di occuparla. In città però, Pompeo Azzolino, un nobile brindisino che già si era distinto nelle azioni militari per la liberazione di Otranto, appena informato degli eventi, organizzò in armi un nutrito gruppo di giovani cittadini e uscì all’incontro di Marcello, affrontandolo e sconfiggendone le truppe sulla strada per Brindisi. Lo fece retrocedere, costringendo i veneziani a intraprendere una precipitosa fuga ‐ in cui lo stesso Marcello rischiò di essere ucciso ‐ incalzati fino al porto di Guaceto nelle cui acque era alla fonda l’armata veneta che, dopo aver cannoneggiato gli inseguitori brindisini e aver accolto i malconci fuggitivi, sciolse le ancore e prese il largo. Rientrato in città, Azzolino fu ricevuto con grandi onori dai suoi concittadini, che lo salutarono come salvatore della patria e, per volontà del re aragonese, fu ricordato per quel suo atto eroico con una epigrafe apposta sul muro della sua casa, nel quartiere marinaro delle Sciabiche. Questa la sua trascrizione tradotta dall’originale in latino: CESARE MISE IN FUGA POMPEO E DA QUESTO STESSO LUOGO IL NOSTRO POMPEO, FORTE QUANT’ALTRI MAI, AFFRONTÒ INNUMEREVOLI NEMICI. SALGA DUNQUE ALLE STELLE LA FELICE CASA DEGLI AZZOLINO CHE GENERA TALI PETTI DA OPPORRE ALLE ARMI DEGLI UOMINI

Quindi, al generale Giacomo Marcello, la Serenissima ordinò di dirigersi su Gallipoli, con la per nulla velata intenzione di colpire Genova, che nella città ionica aveva costituito una fiorente ed assai prospera colonia commerciale rivale. «… Marcello, al comando della sua flotta, sbarcò sulla costa di Gallipoli nel maggio del 1484 ed attaccò la città poco guarnita. I combattimenti però, si protrassero violentissimi dal 16 al 19 maggio e la città di Gallipoli oppose una caparbia e strenua resistenza che lasciò sul campo durissime perdite veneziane, più di cinquecento uomini tra cui lo stesso generale Giacomo Marcello la cui morte fu mantenuta segreta tra le truppe per evitare che cadessero in panico e che finalmente, comandate dal secondo generale, Domenico Malipiero, al terzo giorno riuscirono a impadronirsi della città, abbandonandosi a un saccheggio incontrollato ed estremamente crudele, che solamente risparmiò la violenza sulle donne. Poi, finalmente, giunto settembre, i veneziani abbandonarono la città...» ‐L. De Tommasi‐

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La costruzione del castello alfonsino sull’isola di san Andrea

«…Il pericolo turco fu, esplicitamente, alla base della decisione reale di fortificare adeguatamente Brindisi. È, mentre i turchi sono ancora asserragliati in Otranto che, nel febbraio 1481, il re Ferdinando I d’Aragona, dispone l’avvio dei lavori per la costruzione di una fortezza a guardia del porto di Brindisi: il torrione di Ferrante…» ‐G. Carito‐ Nel 1485 Alfonso, figlio del re Ferrante e allora duca di Calabria in quanto erede al trono di Napoli, trasformò il torrione di Ferrante, una fortezza a forma di torre quadrata sita sulla punta più occidentale dell’isola di san Andrea all’ingresso del porto, conducendolo a vera forma di castello con la costruzione di un grande antemurale con due bastioni: uno di forma triangolare all’angolo nordest, di tipo casamattato, detto magazzino delle polveri, e l’altro di forma circolare ad ovest, a terrapieno, detto di San Filippo, collegati tra loro da un cammino di guardia che racchiudeva al proprio interno la piazza d’armi. Era sorto il castello Alfonsino, detto anche aragonese, che i turchi denominarono castello rosso dal colore che a certe ore sembrava assumere la pietra di carpano con cui era stato fabbricato.

Poi, col successivo intervento, diretto dal senese Francesco di Giorgio nel 1492, il castello fu compiutamente definito con la edificazione del grande salone del primo piano e le gallerie coperte con volta a botte al livello inferiore, e quindi, con l'isolamento della rocca mediante il taglio dello scoglio e l’apertura di un canale. La costruzione della fortezza sull’isola di san Andrea voluta dal re Ferrante a Brindisi, si inserì in un più vasto piano di fortificazione della strategica città, già in precedenza avviato con una serie di opere di difesa inquadrate nel nuovo clima politico determinatosi con la caduta di Costantinopoli nel 1453 in mano al sultano turco Maometto II, il quale rivendicava i suoi diritti di possesso su Brindisi, Otranto e Gallipoli, quali antiche città dell’impero bizantino da lui conquistato. Il re Ferrante, infatti, già nel 1464 aveva ordinato cingere con muraglia tutta la parte marittima della città, includendo la collina di levante dentro il perimetro difensivo. Si avviarono i lavori per le cortine murarie e si aprirono due nuove porte, quella per Lecce incassata in un taglio della collina, e la porta Reale dal lato del porto.

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Quindi, si rinforzò anche il castello di terra, erigendo sulla sponda esterna del fosso un nuovo muro di cinta con agli angoli quattro baluardi rotondi, coprendo il fosso con una solida volta così da ricavare una strada interna protetta e sormontata da rifugi interrati e spianando, all’interno della fortezza, una piazza vuota di sotto, per poterla minare.

La pirrica ed effimera invasione del regno di Napoli di Carlo VIII re di Francia

Papa Innocenzo VIII, in conflitto con l’aragonese Ferdinando I di Napoli, il re Ferrante, lo aveva scomunicato con una bolla dell’11 settembre 1489, minacciando di offrire il regno napoletano al sovrano francese Carlo VIII, che vantava attraverso la nonna paterna, Maria d'Angiò, un lontano diritto ereditario su quella corona del regno. Poi, incoraggiato da Ludovico Sforza, detto il moro, duca reggente di Milano, e sollecitato dai suoi consiglieri, Guillaume Briçonnet e De Vers, Carlo VIII scese in Italia nel 1494.

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Entrò in Italia il 3 settembre con un poderoso esercito di circa 30.000 effettivi dotato di un’artiglieria moderna e ad Asti venne accolto festosamente dai duchi di Savoia. Quindi raggiunse rapidamente Milano, dove fu decisamente appoggiato dallo Sforza Ludovico il moro, interessato alla eliminazione dei regnanti aragonesi di Napoli, in quanto si era impossessato con la violenza del ducato di Milano che spettava a Gian Galeazzo Visconti, la cui moglie era imparentata proprio con i re aragonesi di Napoli, era figlia di Ferrante. Anche a Firenze, dove giunse il 17 di novembre, il re Carlo VIII entrò in maniera relativamente facile, in quanto l’inetto Piero dei Medici non fu in grado di opporre alcuna resistenza e si piegò a tutte le richieste del sovrano, tanto che se ne risentirono gli stessi fiorentini e i Medici che furono addirittura cacciati dai repubblicani guidati da quel frate Gerolamo Savonarola, la cui politica teocratica apparve poi troppo democratica al papa Alessandro VI Borgia, che lo fece eliminare con l’accusa di eresia. Carlo VIII passò quindi da Roma senza destare troppo entusiasmo – anzi tutt’altro – nel papato e, finalmente, all’inizio del 1495, senza aver praticamente battagliato, il 22 di febbraio entrò a Napoli, con l’appoggio dei patrizi napoletani e dei baroni feudali, da tempo ostili ai re aragonesi che erano succeduti a Alfonso I, fondatore della dinastia aragonese di Napoli: Ferrante, Alfonso II e Ferrandino, mentre quest’ultimo, re in carica, era già fuggito in Sicilia con tutta la corte. Il sovrano francese, incoronato re di Napoli, scese quindi verso sud ad imporre le ragioni delle sue armi, incontrando in generale poca resistenza e, entrato dalla Campania in Puglia, tutte le principali città gli si arresero, a eccezione di Gallipoli e Brindisi, che invece resistettero l’assedio mantenendosi fedeli alla corona aragonese fino al ritiro degli assedianti francesi. Del resto, Carlo VII ebbe comunque molto poco tempo per svolgere una qualche vera e propria azione di controllo del regno e di effettivo esercizio di governo, giacché nello stesso anno 1495 fu creata a Venezia una potente alleanza antifrancese, promossa dallo stato pontificio del papa Alessandro VI e formata da Venezia, Massimiliano d’Asburgo e lo stesso Ludovico il moro, che s'era presto pentito d’aver appoggiato l’invasione francese. Era infatti successo che velocità con cui i francesi avanzarono, assieme alla brutalità dei loro attacchi sulle città, spaventarono gli altri stati italiani. Ludovico, capendo che Carlo VIII aveva pretese anche sul ducato di Milano, si rivolse al papa Alessandro VI che organizzò rapidamente un’alleanza composta dai diversi oppositori dell’egemonia francese in Italia: il Papato, il Regno di Sicilia, il Sacro romano impero di Massimiliano, gli Sforza di Milano, Il Regno d'Inghilterra e la Repubblica di Venezia. La lega ingaggiò Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova, per raccogliere un esercito ed espellere i francesi dalla penisola, e questi incominciò a minacciare i vari presidi che Carlo VIII aveva lasciato lungo il suo tragitto per assicurarsi i collegamenti con la Francia, fino ad attaccare frontalmente l’esercito del re francese a Fornovo, presso Parma, il 6 luglio 1495. Dopo quello scontro, Carlo VIII, seppure non militarmente sconfitto, se ne dovette ritornare in Francia, permettendo al re aragonese Fernando II, Ferrandino, di ritornare dalla Sicilia, dove si era rifugiato, e di rioccupare il suo trono sul regno di Napoli.

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La cessione di Brindisi a Venezia

Nella breva ma crudele guerra tra l’invasore francese Carlo VIII e il re aragonese di Napoli, Ferrandino, Brindisi si schierò sempre al fianco degli Aragonesi, a differenza di quasi tutte le altre città salentine, tra le quali Lecce e Taranto, che furono invece partigiane francesi. «… L’obbedienza di Brindisi al sovrano volere, fu altamente commendata da Ferrandino, il quale, in ricompensa dei tanti servigi resigli da questa città, che forse più di ogni altra del regno erasi cooperata per farglielo recuperare, fece battere monete in argento e rame, che avevano da una parte, l’effige di san Teodoro brindisino, militarmente vestito e portante uno scudo entro cui erano le due colonne e, dall’altra, erano incise le parole Fidelitas Brundusina. Le quali monete furono battute non pure nella zecca di Brindisi, che durò per tutto il tempo degli Aragonesi, ma anche in altre città ed a Napoli stessa. Molte di esse erano ancora in corso circa il 1700…» ‐F. Ascoli‐ Finalmente gli Aragonesi conservarono il regno di Napoli, ma divennero ‘debitori’ di Venezia alla quale avevano dato in pegno e a garanzia per l’aiuto ricevuto, il possesso delle città di Trani Otranto e Brindisi, che passarono infatti ai veneziani. Il 30 di marzo 1496, nella cattedrale di Brindisi si formalizzò la consegna di Brindisi a Venezia, con una solenne cerimonia tra Priamo Contarini, rappresentante del doge di Venezia Agostino Barbarigo, e il notaio Geronimo De Ingrignet, inviato del re di Napoli, Ferdinando II d’Aragona. E questi, il giovane Ferrandino, con una lettera alla città, volle in quell’occasione scusarsi e spiegare ai brindisini le ragioni e la supposta temporalità di quella cessione. Nonostante la diffidenza e anzi l’aperto malcontento che caratterizzò l’animo dei brindisini a fronte della cessione della propria città ai veneziani, la nuova situazione doveva rivelarsi alquanto positiva: il doge Agostino Barbarigo non solo confermò tutti i privilegi concessi a Brindisi dai governanti aragonesi, ma addirittura ne aggiunse altri importanti, fra cui quello che le galere veneziane, dovendo passare nei paraggi di Brindisi, dovessero entrare in porto e rimanervi per tre giorni. I brindisini esternarono presto la loro soddisfazione e Venezia da parte sua seppe premiarli di conseguenza, e in breve tempo crebbe notevolmente il rispetto reciproco e la simpatia tra i brindisini e i veneziani. E Brindisi conobbe anni di benessere e di espansione dei propri commerci, traffici e industrie. Preso possesso del castello di Brindisi, il governatore veneziano Priamo Contarini, il 10 aprile 1496 inviò al doge un dettagliato rapporto sullo stato della città appena acquisita, un documento quello ‐ riprodotto da G. Guerrieri nel suo Le relazioni tra Venezia e Terra d’Otranto fino al 1530 ‐ che per Brindisi si costituì poi in un importante ed affidabile riferimento storico: di fatto, una specie di fotografia della città di quegli anni. Qui di seguito, alcuni stralci: «… La consistenza demografica di essa ammonta a circa mille fuogi et anime circa quattro milia, de le qual son da facti circa 800. Nel numero dei fuochi sono pure compresi 50 de Iudei, i quali sono 240 in circa. La cittadinanza si compone, nell’ordine, di Taliani, Albanexi, Schiavoni et Greci.

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… Tutti veramente viveno senza alcuna industria, ma solo de le loro intrate, zoè vini bestiame et olei. Le principali entrate riguardano il vino, 3.000 botti annue; olii, saponi, ferro e biave, con inteoiti computabili tra i 400 e i 500 ducati d’oro; i dazi sulla bechari, il pane e il pesce, con entrate di altri 400 o 500 ducati; proventi da contravvenzioni per 100 ducati all’anno; affitto della bagliva per 20 o 25 ducati; e proventi del sale che copre il fabbisogno dell’intera Terra d’Otranto. … Olii alimentano la produzione di saponi, forniti da due saponerie genovesi e una albanese, dominano i mercati meridionali di Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Scio et Ioci, insidiando gli interessi commerciali veneziani. … L’agro brindisino è mezzo terrestre e mezzo marittimo e il territorio confina da la parte de maistro miglia 8 da lontan cum una terra nominata Charivigna, terra de baroni. Da la parte de ponente miglia 5 a lontano, confina cum Misagnk, terra de la regina. Da la parte de syrocho miglia 12 in circa, confina cum el territorio de la cita de Leze. Sparsi su questo territorio vi sono alcune ville et castelli ruinati et tutto è inculto…» Il controllo veneziano sulla città di Brindisi, non era però destinato ad avere vita lunga: l’11 novembre del 1500 si stipulò in Granada un accordo segreto tra il re di Spagna, Ferdinando il cattolico marito di Isabella di Castiglia, e il re di Francia Luigi XII, per spartirsi il regno aragonese di Napoli del re Federico I, succeduto a Ferdinando II che era morto prematuramente nel 1496 e cugino dello stesso re Fernando il cattolico. L’accordo prevedeva la Campania e gli Abruzzi per il re di Francia, e la Calabria e la Puglia per il re di Spagna. Poi però, l’accordo, nel 1504, sfociò in guerra aperta tra Spagna e Francia proprio sulla disputa per il Tavoliere delle Puglie, alla fine della quale, gli spagnoli ebbero la meglio e Ferdinando il cattolico divenne il nuovo sovrano del regno di Napoli, sottraendolo al cugino Federico I d’Aragona, incorporandolo alla corona spagnola e nominando un viceré, il tutto con l’investitura del papa Giulio II. E fu nel pieno di questa guerra che ebbe luogo, il 13 febbraio del 1503, la celebre ‘’Disfida di Barletta’’ – accordata, sembra, proprio in una cantina di Brindisi – tra 13 cavalieri italiani filo‐spagnoli capitanati da Ettore Fieramosca e 13 cavalieri francesi capitanati da Charles de Torgues: un duello che fu vinto dai 13 italiani di Fieramosca. Venezia, anche perché occupata a lottare contro i turchi, rimase neutrale in quella guerra e dei benefici di quella neutralità poté usufruire anche Brindisi. Poi però, Venezia fu attaccata da una lega di innumerevoli nemici coordinati dal papa Giulio II e guidati dall’imperatore Massimiliano I d’Austria ed alla fine dovette soccombere, e per salvare il salvabile sacrificò una buona parte dei propri possedimenti, specificamente quelli che erano reclamati dal papa e dagli spagnoli, Brindisi inclusa. Nel 1509 Brindisi venne quindi consegnata agli spagnoli, dai veneziani che ne avevano tenuto il possesso durante soli tredici anni. Il marchese Della Palude prese in consegna la città e le sue due fortezze, cioè il castello di terra e quello di mare, in nome di Ferdinando il cattolico, reggente di Spagna: era così formalmente iniziato, anche per Brindisi, il lungo viceregno spagnolo!

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Brindisi al tempo dei re aragonesi sul trono di Napoli: 50 anni densi di storia cittadina nella seconda metà del XV secolo Gianfranco Perri

 

Alfonso I

Ferrante

Alfonso II

Ferrandino

BIBLIOGRAFIA: Ascoli F. La storia di Brindisi scritta da un marino‐1886 Carito G. Brindisi Nuova guida‐1994 Carito G. Le fortezze sull’isola di Sant’Andrea fra il 1480 e il 1604‐2011 De Tommasi L. Brindisi e Gallipoli sotto gli Aragonesi‐1975 D’Ippolito L. L’isola di San Andrea di Brindisi e le sue fortificazioni‐2012 Galasso G. Los territorios italianos – pag. 129‐142 in: Belenguer Cebrià E. & Garín Llombart F.P. La Corona de Aragón: Siglos XII al XVIII‐2006 Della Monica A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi‐1674 Guerrieri G. Le relazioni tra Venezia e Terra d’Otranto fino al 1530‐1904 Moricino G. Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino al 1604 Perri G. Brindisi nel contesto della storia‐2016 Speranza V. Storia della Puglia nel periodo di Alfonso il magnanimo‐2014 Squitieri A. Un barone napoletano del 400 G.A. Orsini principe di Taranto‐1939 Vacca N. Brindisi ignorata‐1954 Zacchino V. Brindisi durante l’invasione turca di Otranto‐1978

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Tra manipolazione ed ignoranza ci va di mezzo il mare... di Brindisi https://www.senzacolonnenews.it/via‐da‐brindisi‐il‐blog‐di‐gianfranco‐perri/item/1140‐tra‐ manipolazioni‐e‐ignoranza‐ci‐va‐di‐mezzo‐il‐mare‐di‐brindisi.html

Oggi seguivo l´animata chiacchierata che tra gli amici di ‘Brindisini la mia gente’ girava su Facebook intorno all´infelice decisione di riposizionare sul lungomare i blocchi zebrati, una chiacchierata stimolata dall´articolo pubblicato su Senza Colonne News “Il lungomare sfregiato dai new‐jersey zebrati: bravi a rovinare tutto”. Non voglio però qui riproporre quella chiacchierata, per certi aspetti polemica anche se sempre civile e perfino simpatica, né voglio commentare le mie tante ragioni per sostenere la negatività e inutilità di quella che voglio ancora sperare sia solo una temporale risistemazione. Solo una riflessione: perché succede solo a Brindisi e non nelle centinaia di lungomare cittadini che esistono nel mondo senza transenne o blocchi stradali più o meno zebrati? O sarà che solamente a Brindisi abbiamo la fortuna di avere amministratori della cosa pubblica veramente così bravi da fare cose che non si fanno in nessun´altra città al mondo? Sullo spunto di questa ennesima e attuale polemica che investe il nostro porto, voglio invece raccontare di un´altra ben più importante e trascendente polemica che sul porto di Brindisi si sviluppo qualche anno fa, per l´esattezza 180 anni fa, e lo faccio spinto dalla riflessione, sempre attualissima, di quanto possa essere pericolosa l´ignoranza specialmente se accompagnata o frammista alla manipolazione della realtá: pratica che purtroppo, sull´oggetto ‘nostro porto’, sembra essere ancora in vigore anche dopo questi 180 anni. Dopo la pirrica, nonché costosa, opera di risanamento del porto completata nel 1778 dall´ingegner Andrea Pigonati il quale, con buona dose d’ignoranza e arroganza, semplicemente sbagliò il suo progetto, in pochi anni la situazione del porto e quella dell´intera città tornarono alla loro totale criticità, quella criticità assoluta che era venuta maturando gradualmente ma inesorabilmente durante secoli e secoli: Il porto di Brindisi aveva infatti subito un enorme disastro ambientale, inizialmente a causa dei residui delle palafitte fatte piantare all´entrata del porto interno nel 49 AC da Giulio Cesare durante la guerra civile per, vanamente, tentar di impedire la fuga di Pompeo, e successivamente, e con effetti ancor più devastanti, a causa delle due tartane zavorrate che il principe di Taranto, Giovanni Antonio del Balzo Orsini, fece affondare nel 1450 nello stesso luogo, verosimilmente per impedire che la città cadesse preda della flotta veneziana, o forse di quella aragonese. Poi, negli anni seguenti, le sabbie e i limi provenienti dalle paludi circostanti con quelli che le maree portavano dal porto esterno all’interno, le alghe che si moltiplicavano nelle acque poco mobili, e finalmente i residui solidi d´ogni sorta che liberamente scolavano dalla città stessa, finirono per ostruire quasi del tutto quel passaggio, isolando il porto interno da quello esterno e trasformando il primo in una quasi‐palude salmastra. Lo svizzero Carl Ulysses von Salis nel 1789 visitò Brindisi: ...A misura che ci avvicinavamo alla città si presentavano regioni di miseria e di desolazione, che fa pena vedere lì incolta una

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campagna benedetta dal suolo fertile e dal clima più propizio. Larghe strade con case rovinate, cortili ricoperti di erbe, miserabili tuguri appoggiati a vecchie mura e contenenti i più squallidi rappresentanti dell`umanità, e poche case abitabili dove 5000 persone sono giornalmente esposte ai lenti ma inevitabili effetti della febbre malarica. L`abbandono totale in cui è stato lasciato il porto, ha dato vita a paludi estesissime che circondano il paese, e riempiono l`aria di esalazioni pestilenziali, per cui non esiste più un volto roseo in Brindisi: la febbre malarica regna durante tutto l`anno, e sono pochi quelli che tirano innanzi la loro miserabile vita sino all`età di sessant`anni. E con quale giustizia si può rimproverare ai brindisini la loro indolenza, perché lavorano solo quattro ore al giorno e passano il rimanente della giornata nelle taverne, cercando di affogare nel vino la loro miseria? I lavori di alcuni anni addietro vennero così mal eseguiti dall`ingegner Pigonati, forse per ignoranza o altra ragione, che la città è tuttora così miserabile e insalubre com`era prima della sua venuta. Sebbene siano appena passati soli undici anni dacché l`opera di Pigonati è stata compiuta, già il canale è nuovamente bloccato dalle alghe e dalla rena... Il francese Antoine Laurent Castellan nel 1797 visitò Brindisi: ...La città é povera, non ci sono quasi affatto botteghe, e le poche non hanno che gli articoli di prima necessità. Le malattie hanno spopolato intere strade, il popolo si nutre poco e male, e stuoli di mendicanti premono alle porte di chiese e conventi, dove si distribuisce minestra. La maggior parte dei bambini non raggiunge la pubertà; gli altri, pallidi e senza forza, trascinano un´esistenza triste e dolorosa che finisce spesso con spaventose malattie... Lo svizzero Charles Didier nel 1829 visitò Brindisi: ...Decimata dalla malaria, la popolazione di Brindisi è scesa, da centomila abitanti a seimila, nel 1828 sono nati 270 e sono morti 484. Brindisi é pochissimo civilizzata e poco industrializzata. Le campagne dei dintorni sono vere steppe deserte e spesso paludose, dove si può camminare un giorno intero senza incontrare un viso umano e senza trovare un albero, sotto cui ripararsi dal sole... Ma per fortuna Brindisi, nonostante il quadro così tetro, annoverava anche, e non pochissimi, cittadini illustri e amanti della propria cittá. E tra loro uno, Giovanni Monticelli, con la valorosa collaborazione di un altro illustre brindisino, Benedetto Marzola, si prodigò in quegli anni bui, a difesa del porto e della città di Brindisi. Monticelli, avuto sentore di manovre di palazzo tendenti a distogliere il re di Napoli Ferdinando II Borbone dal promuovere lavori di risanamento del porto di Brindisi, si mobilitò in prima persona, recandosi più volte a Napoli e finalmente scrivendo per il re la sua famosa “Difesa della città e del porto di Brindisi” nell´agosto del 1831, e poi riscrivendola ampliata a 120 pagine con la collaborazione di Marzolla nel 1832. Una potente lobby, che presso la corte di Napoli faceva capo all´ispettore generale delle acque e strade Giuliano De Fazio nonché socio ordinario della reale accademia di belle arti, si stava infatti adoperando alacremente ai danni di Brindisi per favorire Gallipoli, altra capitale distrettale della provincia di Terra d´Otranto. L´obiettivo per nulla celato della lobby era quello di convincere il re ad abbandonare al suo destino Brindisi e il suo porto per sostituirlo con un fantomatico porto nuovo da costruire a Gallipoli, utilizzando a tal fine tutti gli ingenti fondi che “inutilmente” si stava programmando destinare al risanamento del porto di Brindisi.

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La tesi sulla quale la lobby fondava i propri argomenti, propugnava che il problema di Brindisi non fosse il porto in se e l´ostruzione del canale Pigonati, ma l´aria malsana e insalubre della città, cosa che avrebbe reso assolutamente vani tutti i tentativi di risanamento del porto, giacché tal risanamento non avrebbe potuto cambiare in nulla il destino ormai segnato di Brindisi alla sua “inevitabile e definitiva scomparsa dalla faccia della terra”. E De Fazio, per contrastare e sconfessare l´azione e lo scritto di Monticelli, ne scrisse anche lui uno di 20 paginette, nel dicembre del 1833 “Osservazioni sul ristabilimento del porto e sulla bonificazione dell´area di Brindisi”: secondo me, da leggere quale esempio magistrale di ‘manipolazione e ignoranza’ al servizio della politica ‘minuscola’. L´insalubrità del clima di Brindisi, secondo la tesi di De Fazio, era solo in minima parte dovuta al ristagnare delle acque del porto interno, conseguenza a sua volta dell´ostruzione, mentre era principalmente dovuta «alla gravezza della smodata instabilità della incostante atmosfera della città, o sia il repentino passaggio dal caldo al freddo, cagione questa che, al contrario della prima, pare che non possa essere cessata mai; dappoiché se questa superstite porzione di aria malsana abbia tal forza da nuocere alla vita, per certo sarà opera vana il ristabilimento del porto; né d´altra parte converrà fondare uno stabilimento commerciale a Brindisi proporzionato alla spesa ingente che occorre per bonificare detto porto...» Ed abbondano nello scritto di De Fazio, sistematicamente e impeccabilmente ribattuto in ogni suo punto da Monticelli, le notizie storiche non dette e quelle abilmente manipolate e tergiversate, così come abbondano le citazioni di supposti esperti, naturalmente anche stranieri, a sostegno di quella sua tesi scapigliata. E poi, quanta ipocrisia: «Per verità chiunque miri alla naturale bellezza di questo porto é indotto a volerlo rinnovato ed in essere, ma se per poco rivolga in mente le accennate difficoltà, ei non saprà a qual partito appigliarsi, e forse muterà proposito e si rimarrà dall´impresa...» Ma il re Ferdinando II di Borbone, per sua lungimiranza, per merito di Monticelli e Marzolla, e per nostra fortuna, non abboccò! E non solo: intuita la malafede e il tentativo d´inganno, s´incavolò tanto che defenestrò per sempre il De Fazio dal governo. Purtroppo però e nonostante quel successo trascendente, le vicissitudini del nostro porto erano destinate a perdurare tra “alti e bassi” fino a giungere ai nostri giorni e senza che si intraveda ancora una luce chiara alla fine del tunnel: é il destino di Brindisi, indissolubilmente legato a quello del suo celeberrimo porto. La storia sempre insegna, ed é per questo che noi brindisini faremmo bene a conoscerla meglio, a partire da quella della nostra città. Probabilmente ci stimolerebbe a mantenere un atteggiamento critico e vigile verso chi di volta in volta amministra la città e l´intero paese, o si propone ad amministrarli. Un atteggiamento che probabilmente avrebbe potuto evitare per il nostro porto, alcuni o tanti di quei troppi “bassi” a favore di quei meno numerosi “alti” e soprattutto, avrebbe forse potuto evitare l´attuale lungo e profondo “basso”. E ribadendo: Quando trattasi del nostro porto, dalle cose più palesemente importanti a quelle in apparenza più insignificanti, la vigilanza critica é d´obbligo! Bisogna conoscere la storia e non dimenticare, neanche per un istante, quello che essa e la quotidianità ci hanno insegnato e continuano a insegnarci: “tra manipolazione ed ignoranza ci va di mezzo il mare... di Brindisi”.

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Pbblicato su Senza Colonne News del 22 ottobre 2013

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“Pigonati” NO ‐ “Monticelli” SI http://www.senzacolonnenews.it/via‐da‐brindisi‐il‐blog‐di‐gianfranco‐perri/item/5275‐pigonati‐no,‐ monticelli‐s%C3%AC‐la‐verit%C3%A0‐sul‐canale‐che‐cambi%C3%B2‐il‐nostro‐porto.html

Il riferimento é naturalmente all´intitolazione del canale che a Brindisi separa il porto interno da quello esterno e che notoriamente si chiama Canale Pigonati in riconoscimento del fatto che nel 1778 fu l´ingegnere Andrea Pigonati a completare il suo “riaprimento” dopo secoli di disastroso e tragico abbandono. Eppure, invece, sarebbe giustizia intitolarlo a Monticelli! Ma perché “Pigonati NO” e “Monticelli SI”? Perché Andrea Pigonati fu l´ingegnere siciliano contrattato per realizzare quell´opera di “riaprimento” che in effetti completo in tempi e con costi relativamente limitati, ma commettendo un imperdonabile errore di progettazione così grave che in pochissimi anni ne invalidò completamente il risultato. E perché Giovanni e Francescantonio Monticelli furono invece due illustri brindisini, familiari discendenti di quel luminare che fu Teodoro Monticelli, che lottando contro la potente e spregiudicata lobby gallipolina, tra il 1831 e il 1834 si prodigarono disinteressatamente riuscendo a scongiurare per Brindisi la morte ormai già decretata, convincendo il re Ferdinando II a non desistere dal recuperarne il porto, re al quale va quindi e comunque il merito di essersi fatto convincere. Ció premesso, per tutti coloro i quali ne hanno un qualche interesse e un po’ di voglia, qui di seguito riassumo il racconto dall´inizio, procedendo quindi in ordine cronologico: Dopo la sua gloriosa e prolungata stagione della Roma repubblicana, il porto di Brindisi subì un enorme disastro ambientale, inizialmente a causa dei residui delle palafitte fatte piantare all´entrata del porto interno nel 49 aC da Giulio Cesare durante la guerra civile per, vanamente, tentar di impedire la fuga di Pompeo, e successivamente, e con effetti ancor più devastanti, a causa delle due tartane zavorrate che il principe di Taranto, Giovanni Antonio del Balzo Orsini, nel 1449 fece affondare nello stesso luogo, verosimilmente per impedire che la città cadesse preda della flotta veneziana o forse di quella aragonese. Poi, negli anni seguenti, le sabbie e i limi provenienti dalle paludi circostanti con quelle che le maree portavano dal porto esterno all’interno, le alghe che si moltiplicavano nelle acque poco mobili, e finalmente i residui solidi d´ogni sorta che liberamente scolavano dalla città stessa, finirono per ostruire quasi del tutto quel passaggio, isolando il porto interno da quello esterno e trasformando il primo in una palude salmastra con conseguenze catastrofiche per la città e i suoi abitanti. Anche se da subito, fin dai primi anni del XIV secolo quando la corona spagnola istituì nel regno di Napoli un vicereame, si riconobbe la gravità della situazione e nel parlamento si convenne in più occasioni che era indispensabile e inderogabile risolvere il problema del restauro del porto di Brindisi, per secoli tutto resto in discorsi e in buone intenzioni mentre la città, via via più abbandonata a se stessa e decimata dalla malaria, continuava a languire avviandosi lentamente ma inesorabilmente verso la sua definitiva inevitabile scomparsa. Dopo il ventennale parentesi austriaca, nel 1734 il regno di Napoli ritorno sotto la dominazione spagnola, ma questa volta dei Borbone e, novità non da poco, con il rango di regno indipendente e con un re tutto proprio: Carlo Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V, al quale nel 1759 successe al trono il suo terzo figlio, Ferdinando IV, che nel 1768 sposò Maria Carolina, figlia dell´imperatore d´Austria Francesco I e che, pur non essendo stato un gran re al confronto con suo padre Carlo, ebbe l´enorme merito di aver soccorso e di fatto salvato momentaneamente Brindisi, preoccupandosi e impegnandosi al “riaprimento” del suo porto. Nel 1775 infatti, Ferdinando IV inviò a Brindisi due ingegneri, i più rinomati del regno per le opere idrauliche, con il compito di determinare i provvedimenti necessari al risanamento del

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porto e della città intera: Vito Caravelli, professore di matematica, e Andrea Pigonati, tenente colonnello del genio. I due ingegneri fecero studi e compilarono i progetti che sottoposero al re: le loro proposte furono approvate e ritornarono a Brindisi per attuare quanto progettato. Nell´anno 1776, quando Andrea Pigonati dette principio ai lavori di riapertura del canale che comunicava il porto esterno con quello interno, le paludi al centro del passaggio nei momenti di alta marea si ricoprivano con 25 centimetri d´acqua, mentre nei momenti di bassa marea le acque scomparivano del tutto e le secche rimanevano scoperte fino a 50 centimetri in alcuni punti. A stento, e solamente nelle alte maree, si poteva passare per il canale con una barchetta, e il porto interno era un lago stagnante dove potevano navigare solo le barchette e i lontri. I lavori iniziarono il 4 marzo e il 28 approdò nel porto una polacca proveniente da Napoli, carica di vari attrezzi e legnami destinati all´opera. I lavori avanzarono tra varie difficoltà, non ultima quella dell´insufficienza e dell´impreparazione della mano d´opera locale, per cui si dovette ricorrere anche ai lavoratori forzati: nell´aprile del 1777 giunsero a Brindisi i regi sciabecchi con cento forzati e il 26 dicembre ne giunsero altri duecento. A causa della poca disponibilità di grosse pietre necessarie all´esecuzione del progetto, Pigonati penso bene di poter utilizzare i ruderi di vecchie costruzioni, e così dispose la demolizione di alcune vecchie case site in prossimità di Porta Reale e dei blocchi residui della stessa, e impiego anche le pietre estratte dalla superstite torretta angioina che era stata fabbricata per l´operazione della catena di chiusura del canale. Nell´aprile del 1778 il pilota brindisino Francesco Alló, poté per primo entrare fino in vicinanza della Porta Reale con un bastimento carico, e poté ripartire ricarico d´olio: la larghezza del canale era già stata ampliata e la profondità aveva raggiunto 5,20 metri. E il 26 giugno di quello stesso anno, entro felicemente nel porto interno il bastimento olandese Giovine Adriana con una portata di ben 3740 ettolitri di grano. Pigonati consegnò l´opera compiuta il 30 dicembre 1778, a 2 anni 9 mesi e 22 giorni dall´inizio lavori: l´ostruzione che aveva isolato porto e città tutta durante secoli, era stata finalmente rimossa. Alla consegna dell´opera, il canale, con la bocca rivolta a greco‐levante, era lungo 1861 palmi compresi i moli e le scogliere, era profondo 18 palmi e largo 183 palmi verso la rada e 162 palmi allo sbocco nel porto interno. Le sponde del canale furono rivestite di banchine murarie che furono prolungate con due pennelli sporgenti nel porto esterno. Poco dopo però, il canale cominciò a riempirsi, le paludi nel porto interno iniziarono a rinnovarsi e la malaria fece ritorno: Pigonati, agendo con buona dose d’ignoranza nonché di arroganza, aveva commesso il grossolano errore di orientare l´imboccatura del canale a greco‐ levante e quel grave errore d’ingegneria finì per vanificare l´ingente sforzo. Dopo pochi anni e vari improbabili tentativi di rimediare a quell´errore, il porto di Brindisi era di nuovo perduto e precluso ai grandi traffici navali, e l´intera città era ripiombata nella sua triste criticità. Nel 1797 il francese Antoine Laurent Castellan visitò Brindisi: «...La città é povera, non ci sono quasi affatto botteghe e le poche non hanno che gli articoli di prima necessità. Le malattie hanno spopolato intere strade, il popolo si nutre poco e male e stuoli di mendicanti premono alle porte di chiese e conventi dove si distribuisce minestra. La maggior parte dei bambini non raggiunge la pubertà e gli altri, pallidi e senza forza, trascinano un´esistenza triste e dolorosa che finisce spesso con spaventose malattie...». Nel 1789 fu la volta dello svizzero Carl Ulysses von Salis: «...A misura che ci avvicinavamo alla città si presentavano regioni di miseria e di desolazione, che fa pena vedere lì incolta una campagna benedetta dal suolo fertile e dal clima più propizio. Larghe strade con case rovinate, cortili ricoperti di erbe, miserabili tuguri appoggiati a vecchie mura. Poche sono le case abitate e le persone che vi dimorano sono giornalmente esposte ai lenti ma inevitabili effetti della

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febbre malarica. L`abbandono totale in cui è stato lasciato il porto, ha dato vita a paludi estesissime che circondano la città e riempiono l`aria di esalazioni pestilenziali, per cui non esiste più un volto roseo in Brindisi. La febbre malarica regna durante tutto l`anno e sono pochi quelli che tirano innanzi la loro miserabile vita sino all`età di sessant`anni...». E l´illustre viaggiatore non esitò a entrare in aperta polemica con Pigonati ribattendogli, tra altro, anche una delle tante asseverazioni che, dimostrando molta poca benevolenza verso gli abitanti di Brindisi, egli aveva scritto nella sua “Memoria del riaprimento del porto di Brindisi” pubblicata nel 1781. Carl Ulysses von Salis disse: «Ma con quale giustizia si può rimproverare ai brindisini la loro indolenza, perché lavorano solo quattro ore al giorno e passano il rimanente della giornata nelle taverne, cercando di affogare nel vino la loro miseria?». E poi aggiunse: «I lavori di alcuni anni addietro vennero così mal eseguiti dall`ingegner Pigonati, forse per ignoranza o altra ragione, che la città è tuttora così miserabile e insalubre com`era prima della sua venuta. Sebbene siano appena passati soli undici anni dacché l`opera di Pigonati è stata compiuta, già il canale è nuovamente bloccato dalle alghe e dalla rena...». Nel 1829 un altro famoso svizzero, Charles Didier, visitò Brindisi: «...Decimata dalla malaria, la popolazione di Brindisi è scesa da centomila abitanti a seimila: tra il 1827 e il 1829, nella desolata città le nascite sono state 1117 a fronte di 2323 morti. Brindisi é pochissimo civilizzata e poco industrializzata e le campagne dei dintorni sono vere steppe deserte e spesso paludose, dove si può camminare un giorno intero senza incontrare un viso umano e senza trovare un albero sotto cui ripararsi dal sole...». Alla fine del 1830, morì il re Francesco I, figlio di Ferdinando IV che dopo la definitiva sconfitta dei francesi di Napoleone era tornato sul trono di Napoli con il nuovo titolo di re Ferdinando I delle Due Sicilie. E a Francesco I gli successe il figlio, giovanissimo, Ferdinando II. Giovanni Monticelli, appartenente a quella nobile e antica famiglia brindisina abitante nel rione Sciabiche, avuto sentore di manovre di palazzo tendenti a distogliere il re di Napoli Ferdinando II Borbone dal promuovere lavori di risanamento del porto di Brindisi a favore della costruzione di un novello porto in Gallipoli, si mobilitò in prima persona recandosi più volte a Napoli e finalmente, nel 1831, scrisse per il re ben 51 pagine di una sua prima relazione intitolata “Difesa della città e porti di Brindisi”. In quella relazione, Monticelli denuncia la risoluzione del Consiglio Provinciale di Lecce e le tante manovre in atto, quelle palesi e quelle occulte, tendenti a convincere l´amministrazione pubblica statale ad autorizzare il finanziamento, con i fondi destinati alla Provincia di Lecce, della costruzione di un nuovo porto a Gallipoli, giustificandola tecnicamente e appoggiandone la richiesta in base a un supposto economicamente importante potenziale di commercio d´olio. Ma soprattutto denuncia, quale obiettivo segreto e inconfessabile di quelle manovre, la volontà di screditare ogni progetto di recupero del porto di Brindisi, basando il tutto su una serie di mezze verità e di aperte menzogne, tutte utilizzate per mascherare null´altro che meschini interessi economici e miserrimi campanilismi a favore di Gallipoli e contro Brindisi. Monticelli in maniera appassionata si dirige al re facendo appello sia ad argomentazioni di tipo storico e sia ad argomentazioni di tipo economico, nonché trattando con grande competenza anche i temi più strettamente tecnici, sia quelli relativi all’insuperabile qualità del porto di Brindisi e sia quelli relativi alla nefandezza del proposto porto di Gallipoli. Spiega in dettaglio Monticelli, sia il grave errore idraulico del Pigonati e sia l´inconsistenza tecnica concettuale insita alla base del progetto del famigerato nuovo porto di Gallipoli. E cita quanto “il buon Ferdinando I, amatissimo nonno del re” aveva risolutamente fatto per il porto di Brindisi, in quanto assolutamente convinto della sua importanza strategica e del suo potenziale economico, non solo promuovendo la sfortunata opera del Pigonati, ma

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impegnandosi in imporre la pur dispendiosa manutenzione del porto necessaria per il suo funzionamento, fino al nefasto abbandono della stessa all´arrivo degli invasori napoleonici. E si dilunga inoltre Monticelli in dimostrare l´infondatezza delle scellerate e interessate opinioni secondo le quali l´aria malsana di Brindisi fosse un qualcosa d’intrinseco alla città, indipendente cioè dalla problematica dell´ostruzione delle acque del porto interno e fosse pertanto un qualcosa d’irrimediabile e costituisse quindi, una ragione per se sufficiente a non investire denari su quella disgraziata città. E finalmente, accingendosi a concludere, scrive: «...La città di Brindisi non invidia a Gallipoli un porto, né si oppone alla costruzione di esso, ma reclama la giustizia del governo e del Sovrano a suo favore. Abbia Gallipoli il suo porto, ma l´abbia a sue spese; ricca e prosperosa come l’è ben potrebbe soffrirne il peso. La giustizia non solo deve sedere ne’ tribunali, ma benanche nelle amministrazioni pubbliche». Nei suoi frequenti viaggi a Napoli, Monticelli volle in più occasioni incontrare l´illustrissimo suo concittadino Benedetto Marzolla, un prestigioso ufficiale che in quegli anni rivestiva l´importante carica di procuratore della città di Brindisi, il quale ben volentieri abbracciò la nobile causa, tanto da accettare di contribuire direttamente alla stesura di una seconda edizione della relazione di Monticelli, che fu completata in quello stesso 1831. La relazione fu consegnata il 5 Agosto a Giuseppe Ceva Grimaldi, ministro di stato per gli affari interni, e con il titolo “Difesa della città e del porto di Brindisi ‐ seconda edizione aumentata e corretta” fu pubblicata con ben 120 pagine nel 1832. Così come si può leggere nella lettera che accompagnò la consegna della relazione, si volle fare appello alla colta sensibilità del ministro e alla fortunata circostanza che egli avesse conosciuto di persona sia Brindisi e il suo porto e sia Gallipoli. Il marchese di Pietracatella, il ministro appunto, era infatti stato amministratore della Provincia di Lecce e autore del libro “Itinerario da Napoli a Lecce e nella Provincia di Terra d’Otranto nell’anno 1818” in cui, nel capitolo dedicato a Brindisi, traspare la sua ammirazione per il suo glorioso e fantastico porto. In questa seconda relazione corretta e aumentata, si aggiungono nuove e più dettagliate considerazioni relative a tutte le problematiche del raffronto tra i vantaggi di restaurare il pieno funzionamento del porto naturale di Brindisi e gli svantaggi, soprattutto tecnici, ma anche economici strategici militari e politici, di costruire in sua vece un nuovo porto del tutto artificiale a Gallipoli. Si segnala il parere favorevole a Brindisi del Direttore di ponti e strade, e si attacca il parere favorevole a Gallipoli di Giuliano De Fazio, Ispettore generale delle acque e strade, autore nel 1828 di un saggio intitolato “Intorno al miglior sistema di costruzione dei porti” in cui esalta la costruzione di porti artificiali ad archi, detti anche a moli traforati, come quello appunto che si era progettato per Gallipoli. De Fazio, per contrastare e sconfessare l´azione e lo scritto di Monticelli, nel dicembre del 1833 ne scrisse anche lui uno di 20 pagine, intitolandolo “Osservazioni sul ristabilimento del porto e sulla bonificazione dell´area di Brindisi”. In quanto alla possibilità di realizzare lavori di restaurazione del canale, Fazio la liquida affermando che affinché gli stessi potessero funzionare bisognerebbe con essi portare la situazione a quella precedente alle azioni di Cesare, cosa che però sarebbe tecnicamente quasi impossibile e che comunque costerebbe un immenso patrimonio. Quindi, passa a trattare dell´aria di Brindisi, aspetto sul quale incentra la sua enfatica posizione contraria al restauro. L´insalubrità del clima di Brindisi, secondo la tesi di De Fazio, era solo in minor parte dovuta al ristagnare delle acque del porto interno, conseguenza a sua volta dell´ostruzione, mentre era principalmente dovuta «...alla gravezza della smodata instabilità dell’incostante atmosfera della città, o sia il repentino passaggio dal caldo al freddo, cagione questa che pare che non

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possa essere cessata mai; dappoichè se questa superstite porzione di aria malsana abbia tal forza da nuocere alla vita, per certo sarà opera vana il ristabilimento del porto...». E abbondano nello scritto di De Fazio le notizie storiche non dette e quelle palesemente manipolate e tergiversate, così come abbondano le citazioni di supposti esperti, naturalmente anche stranieri, a sostegno di quella sua tesi scapigliata. E poi, a contorno, quanta ipocrisia: «Per verità, chiunque miri alla naturale bellezza di questo porto é indotto a volerlo rinnovato e in essere, ma se per poco rivolga in mente le accennate difficoltà, ei non saprà a qual partito appigliarsi, e forse muterà proposito e si rimarrà dall´impresa...». Ed ecco entrare in campo Francescantonio Monticelli a sostegno della causa dell´anziano suo zio Giovanni. Francescantonio, barone e deputato gratuito della città di Brindisi, elaborò una “Terza memoria in difesa della città e de’ porti di Brindisi” seguita da un ”Esame critico delle Osservazioni sul ristabilimento del porto e sulla bonificazione dell´aria di Brindisi date in luce dal sig. De Fazio”, due documenti che furono pubblicati nel 1833 e nel 1834, rispettivamente. Nella memoria in difesa della città e del suo porto, un documento di 70 pagine, appellandosi alla Consulta di Stato e al Re, Monticelli fa un´appassionata frontale e documentatissima critica a un progetto di intervento limitato e tecnicamente sbagliato che per il porto di Brindisi si stava proponendo attuare a mo’ di palliativo, e che a suo avviso solamente sarebbe servito a superare una congiuntura politica e a finalmente dimostrare, con il suo scontato fallimento, l´impossibilità stessa di poter recuperare il porto. E perorando al contempo, e sulla base di una precisa documentazione, la realizzazione del progetto, già dettagliatamente concepito, di un intervento integrale e tecnicamente accertato che invece, e giustamente, prevedeva il totale abbandono dello schema concettualmente erroneo realizzato dal Pigonati. E nell´esame critico delle osservazioni date in luce da De Fazio, in una sessantina di pagine Monticelli confuta risolutamente ognuna di quelle osservazioni, sia quelle relative al recupero del porto e sia quelle relative al tema dell´aria malsana. Dimostra con calcoli e numeri, che la stima del volume dei lavori da eseguire per restaurare completamente il canale avanzata dal De Fazio (300mila canne di terra da dragare) era assolutamente infondata e volutamente esagerata, giacché la realtà tecnica la collocava oggettivamente sull´ordine di solo un sesto a un terzo di quell’enorme quantità. Quindi commenta profusamente come i lavori di un recupero integrale del porto possano essere tecnicamente ben realizzati, ed a costi contenuti. Poi, in relazione alla questione della malsana aria di Brindisi, nella seconda parte del suo esame critico Monticelli si dilunga nel confutare tutte le asseverazioni di De Fazio, denunciandone per molte di esse l´inesattezza o la malintenzionata falsità, nonché ricolidizzandone un´altra buona parte. In realtà non fatica troppo nell´argomentare l´assurdità delle tesi di De Fazio, basandosi a volte sul solo buonsenso e, quando necessario, semplicemente ricorrendo alla plurimillenaria storia di Brindisi. Finalmente, il re Ferdinando II, per sua lungimiranza, per merito dei due Monticelli, e per nostra fortuna, non abboccò alle manovre dei lobbisti gallipolini. Non solo: intuita la malafede e il tentativo d´inganno, s´incavolò tanto che defenestrò il De Fazio dal governo. Nel 1834 il re nominò una commissione per la compilazione di un progetto definitivo di rilancio del porto di Brindisi e questa, dopo due anni, glielo presentò. Nonostante l´ingente spesa prevista i lavori furono appoggiati dal sovrano, il quale nominò a sopraintendere l´opera uno dei componenti la commissione, il colonnello del genio Albino Mayo, e si recò a Brindisi di persona per dimostrare l´avallo sovrano al grande progetto. Purtroppo però i lavori non partirono con il verso giusto e dopo ben otto anni, fu necessario emanare uno specifico reale decreto per dare nuovo impulso al progetto e la costruzione dell´opera ebbe finalmente formale principio nel 1843 «...coll´abbassamento dell´isola angioina, coll´apertura del canale

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borbonico, abbattendo le vecchie banchine che vi faceano argine, e portando le acque alla stessa refluenza primiera sulle spiaggiate dei giardini...». Nel 1845 il re Ferdinando II venne a Brindisi per verificare i lavori di bonifica e perché vi erano «interessi sovrani per il porto alla vigilia dell´apertura del canale di Suez». Vi tornò ancora per lo stesso motivo nel 1846 e nuovamente il 26 maggio 1847. E proprio in quel 1847 si completo la modifica dell´orientamento del canale che, così rivolto verso tramontana, risolse il problema del periodico insabbiamento e della conseguente ostruzione. Poi, con l´inizio del 1848, i lavori furono sospesi a seguito del precipitare dei fatti politici e militari di quell´anno. Furono ripresi solamente nel 1854 e il 17 gennaio 1856 si svolse una pomposa cerimonia d’inaugurazione delle nuove ‐però parziali‐ opere del porto. Il 28 dicembre 1860, nel pieno dei fermenti legati all`avvenuta annessione del regno delle Due Sicilie al regno di Sardegna, poi regno d´Italia, il nuovo governatore della provincia di Terra d´Otranto bandì il concorso d´appalto di una nuova serie di lavori già programmati per il porto: la costruzione d`una parte della banchina nel seno di ponente. E non si trattava ancora del totale completamento dell´impresa, la quale di fatto si protrasse per ulteriori vari decenni, tra le venturose e tragiche vicissitudini sociali politiche e militari che si succedettero finanche addentrato il nuovo secolo. Purtroppo però, e nonostante quel successo trascendente della definitiva riapertura del canale alla navigazione, le vicissitudini del nostro porto erano destinate a perdurare tra “alti e bassi” fino a giungere ai nostri giorni e senza che s’intraveda ancora una luce chiara alla fine del tunnel: é il destino di Brindisi, indissolubilmente legato a quello del suo celeberrimo porto. Quel trascendente successo dunque, e senza alone di dubbio alcuno, lo si deve innanzitutto ai Monticelli, a Giovanni e a Francescantonio. Non certo a Pigonati!

Pbblicato su Senza Colonne News del 3 novembre 2014

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Brindisi di fine ’800: il ritratto impietoso (ed attuale?) di un giornalista francese https://www.senzacolonnenews.it/via-da-brindisi-il-blog-di-gianfranco-perri/item/2962brindisi-di-fine-’800-il-ritratto-impietoso-e-attuale-di-un-giornalista-francese.html Scritta raccogliendo e riordinando pezzi elaborati a più riprese fino al 1883, anno in cui si pubblica a Milano, "Le Rive dell´Adriatico e il Montenegro" é un´importante opera odeporica composita, legata alla produzione giornalistica del reportage di viaggio. L´autore é infatti il francese Charles Yriarte, la cui vita si divide tra incarichi istituzionali e produzione letteraria, viaggiando per l´Europa, e svolgendo parallelamente l´attività di scrittore e di giornalista. L´esteso capitolo che nell´opera è dedicato a Brindisi, a una prima veloce lettura pare essere null´altro che un "acido" ritratto impietoso della città di quel fine Ottocento, in buona misura però abbastanza in contrasto con quanto raccontato da altri viaggiatori dell´epoca. Avrà ciò qualcosa a che vedere con la nazionalità dell´autore, nazione alla quale apparteneva la città portuale di Marsiglia, acerrima competitrice di Brindisi per la valigia sulla rotta da Londra a Bombay? Francamente credo proprio di si!

Poi però, nonostante le intenzioni del giornalista "partigiano", il quale nel corso del suo scritto finisce infatti con il contradirsi ripetutamente, la lettura si fa più interessante, conseguenza inevitabile dell´oggettivo fascino che Brindisi emana sopra tutto e sopra tutti ed anche, giusto aggiungerlo, grazie all´altrettanto oggettiva qualità professionistica dello scrittore.

Ho rintracciato una copia digitale del libro di Yriarte, sfogliando l´incommensurabile e sempre sorprendente biblioteca del web, nella mia ricerca di documenti, racconti e relati, che su Brindisi hanno scritto viaggiatori di tutti i tempi, e che sto raccogliendo per un mio nuovo modesto progetto editoriale sul quale sto lavorando con entusiasmo da qualche tempo.

Ho deciso di raccontarlo quasi integralmente, questo capitolo di Yriarte su Brindisi, oltre che per l´indubbio interesse storico giornalistico che rappresenta, anche perché... "curiosamente, a tratti" sembra quasi di star leggendo un articolo -nonostante i 130 anni trascorsi- attuale, scritto appunto ai giorni nostri, magari ancora da un qualche "acido e interessato" reporter, ma pur sempre "impietosamente" realistico: ...da far riflettere! «...Come città moderna, ed escluso l´interesse che può svegliare tra i cultori della storia, Brindisi non riserva al viaggiatore altro che un disinganno senza compenso. È una grande illusione nazionale, accarezzata per molto tempo e, giova dirlo, ormai svanita in tutti i cervelli pratici. Ma, per essere giusti, basterebbe una circostanza -per esempio una guerra dell´Italia, o di una potenza alleata dell´Italia, in Oriente- per darle di nuovo momentaneamente una grandissima importanza: quella importanza appunto che alcuni economisti e certe menti facili ad accendersi le avevano predetta per sempre.

Il suo porto è vuoto, e costantemente vuoto; in cinque giorni vi ho veduto cinque navi, di cui due vengono a tempo fisso: l´una per il servizio delle Indie, l´altra per quello d´Ancona. La natura ha fatto moltissimo per questo porto, giacché è ben riparato, e forma un bacino naturale protetto contro l´alto mare da una lingua di terra abbastanza alta per tagliar i venti. La goletta è larga e profonda, e stende, per così dire, la foce alle navi che la cercano; la 95


disposizione è felicissima: rappresenta un corno di cervo rovesciato, di cui la radice figurerebbe l´entrata, e i due rami i due bacini, riparati ciascuno da un promontorio: tra essi si avanza la città. Questa forma naturale della pianta del porto è così spiccata, che Brindisi prese per stemma un corno di cervo; dappoi gli Spagnoli aggiunsero una colonna tra i due rami. Per altro, in tutte le medaglie antiche da me viste, l´attributo di Brundusium è un airone sopra un delfino. Anche se il simbolo del corno non deve risalire molto addietro nella storia, è curioso che tutti gli antichi scrittori che discorrono del porto di Brindisi, parlando dei due bacini, dicono: il Corno. La posizione geografica, rispetto all´Oriente, è unica come via rapida di comunicazione; ma è soltanto un passaggio, e un passaggio così rapido, che gl´Inglesi dell´India, i quali, partiti da Sonthampton per Bombay, hanno attraversato la Francia e l´Italia come un lampo, non mettono, per così dire, piede a terra a Brindisi, soprattutto dopo che la valigia si spinge fino alla riva. S´imbarcano senza gettar uno sguardo sulla città; gli abitanti speravano di trattenerli nel ritorno, e avrebbero forse potuto riuscirci; ma quando l´isolano lascia una nave, dove ha vissuto diciassette giorni ‐durata regolare del viaggio da Bombay a Brindisi‐ non prova come noi, deboli continentali, il bisogno di ripigliar forze sulla terraferma; i più anzi non fanno neppur le abluzioni a terra, giacché escono da una cabina fornita di tutti i comodi; né sentono nessun desiderio di rifocillarsi, non essendosi privati di nulla. Insomma, nulla li eccita, né curiosità naturali, né attrattive procurate dall´industria degli abitanti; e passano oltre. Due altre circostanze hanno potentemente contribuito a distogliere i viaggiatori dal soggiornare a Brindisi. L´albergo pomposamente intitolato Great Eastern India, che sorge proprio sulla riva, allo sbarco dal piroscafo, vuol essere evitato con cura. Fatto costruire dalla Società delle ferrovie meridionali, ha aspetto decorosissimo; ma, oltreché i prezzi sono assolutamente inverosimili, mi par impossibile di potervi mangiare: arrivato alle undici di notte, ho dovuto, pur avendo davanti una tavola pulitamente apparecchiata, con arredi decenti e un numeroso personale di camerieri, andarmene a letto senza neppur sgranocchiare un biscotto secco con un po’ di formaggio. L´albergo essendo vuoto sette giorni sopra otto, quest´ottavo è un´occasione troppo propizia per scorticare a sangue l´inglese che sbarca di ritorno dalle Indie; se non che l´inglese ha una vendetta pronta: la propaganda ostile, e poiché gl´Inglesi non canzonano su questo punto, i loro compatrioti evitano attentamente l´albergo ormai denunziato. Non è del resto da dimenticare che i piroscafi della Peninsular and Oriental Company hanno per testa di linea Venezia: i viaggiatori, non assolutamente angustiati dal tempo, preferiscono fermarsi in quest´ultima città, che ha sempre un´attrattiva per gli stranieri; cotesto itinerario permettendo loro inoltre di passar un giorno a Milano, trascurano Brindisi, che non presenta loro nulla. Senza dubbio, il passaggio dei viaggiatori può arricchire una città, massime se è continuo e abbondante; ma Brindisi aveva fatto assegnamento soprattutto sul transito, e, anche da questo lato, la delusione fa non meno grande. Se cerco una ragione pratica, la trovo nella stessa posizione della città, così vantaggiosa per il viaggiatore, ma ben poco per l´esportazione. Infatti, Brindisi è il primo porto all´ingresso del golfo Adriatico, e le mercanzie trovano ogni vantaggio a proseguir il viaggio fin in fondo al golfo, sia a Trieste, sia a Venezia.

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Rappresentazione fantasiosa di Brindisi di Antoine Laurent Castellan (Incisione pubblicata nel Lettres sur l’Italie di A. L. Castellan � Parigi 1819)

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La traccia di questa disillusione, così prontamente venuta per Brindisi, lo straniero la scorge ai primi passi che move nelle vie; la città si direbbe danneggiata da un terremoto e, senza nessuna esagerazione, un buon quarto delle case sono cominciate e coperte di paglia. Le costruzioni furono sospese all´altezza dei primi strati di mattoni del primo piano, e moltissime botteghe sono chiuse. Brindisi ha l´aspetto di un grosso villaggio nuovamente tagliato, nella parte moderna, da una larga via che va dalla stazione al porto; ma la sonnolenza e l´abbandono lasciano un´impronta su ogni cosa. Non esistono qui né monumenti, né piazze, né mercati. Le vie sono malissimo tenute; non c´è industria, né altro commercio fuor di quello dell´olio e del vino: lo stagnamento pare completo. Il porto deserto vede deserta anche la parte della riva dove approdano i piroscafi. Rompono un po’ questa meschina apparenza alcuni antichi stabilimenti, monasteri o palazzi; un´abitazione curiosa, la casa del Montenegro, vicina al porto, rovinata e convertita in tipografia, indica cosa doveva essere un tempo l´abitazione d´un nobile a Brindisi. La parte della fortezza dov´è la galera e alcune vestigia del tempo degli Spagnoli, parlano all´immaginazione degli amatori della storia; ma è difficile dimenticar la delusione provata. A questa riva, la mente si figurava di trovare una facciata straordinaria; di vedervi approdare tutte le nazioni viaggianti; inoltre, di contemplarvi io spettacolo di una varietà di vestiari come a Smirne, un movimento come a Marsiglia, dei facchini affaccendati a scaricar e caricar mercanzie, delle ferrovie, dei carri carichi e scarichi, dei docks; insomma l´Oriente in Europa, e l´Inghilterra attiva in Italia: come appunto aveva promesso l´ammiraglio Ferragut il giorno in cui, gettando gli occhi sulla felice disposizione dell’entrata e dei bacini del porto, pronosticò l´avvenire di Brindisi. Personalmente, per altro, abbiamo avuto dei compensi; tutte le nazioni del mondo hanno qui dei consoli, giacché tutti i principi, più o meno, passano un giorno di qui; e il rappresentante della Francia in questo porto, signor Mahon, un po’ nostro confratello, avendo scritto alcuni volumi pieni d´interesse, ci ha consolati alla meglio del nostro disinganno: Brindes o Brundusium ci avrebbe del resto fatto dimenticare la Brindisi dei tempi moderni. A cinque metri sul porto, sopra un breve terrazzo, sorgono le due colonne monumentali, che indicavano il cominciamento della via Appia. Questa regina viarum, come dice un verso di Stazio, principiando da Roma, andava fino a Benevento, e passando per Venosa e Oria, metteva capo al porto. Gli eserciti romani, movendo alla conquista dell´Oriente, partivano direttamente dalla capitale per imbarcarsi qui sulle galee: Brundusium era il Brest o il Tolone dell´Italia; innalzare queste due colonne al punto dove la strada riusciva al mare, era far allusione alle colonne d´Ercole, e designar la fronte dell´impero sull´Adriatico con una prospettiva sulla Grecia e le rive di quell´Oriente, che Roma stava per sottomettere, prima di veder sé stessa cancellata dalla superficie del mondo per opera dei Barbari. Chi in questa celebre Brundusium, prendesse a studiar le antichità, e soprattutto l´epigrafia, giacché in realtà non ci sono monumenti romani intatti e nemmeno rovine di monumenti salvo le colonne, quali grandi memorie non evocherebbe a Brindisi!

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Veggo nella città un pozzo che si chiama Pozzo Trajano e leggo in Pratillo un´iscrizione del Municipio di Brindisi in onore dell´imperatore. Qui si ancorava la flotta romana o di qui partivano tutte le soldatesche per l´Oriente; eravi un arsenale e una scuola navale, nel porto si fabbricavano delle galere come i nostri vascelli da scuola, unicamente per istruire ufficiali e marinai. Pel traffico gli Orientali ci avevano banchi, e fra i cippi che si trovano nel museo, in uno leggiamo il nome d´un negoziante della Bitinia, che qui dimorava: Hostilius Hypatus, Bithynus negotiator.

Casa di Virgilio a Brindisi – Dall´incisione in acciaio di Karl Werner – 1840 Allora come adesso si esportavano fichi squisiti, e quando Crasso s´imbarcò per la sua sfortunata spedizione contro i Parti, siccome i merciaiuoli gridavano per le vie: "Cauneas! Cauneas! Dei fichi! Dei fichi!" una certa inflessione nella pronuncia fece credere ai suoi soldati superstiziosi che si gridasse "Cave ne eas" ‐guardatevi di partire‐. Essi ebbero così il presentimento del disastro che li attendeva. Oggi, dal principe di Galles sino a lord Lytton e Midhat pascià, quanti partono per l´Oriente e le Indie passan di qui; ed era lo stesso allora. I generali, i consoli, i questori, gl´imperatori quando si ponevano alla testa degli eserciti, attraversavano la città. Il ricordo di Mecenate, quello di Pacuvio, di Cicerone e di Virgilio è qui vivissimo. Mecenate ci venne a riconciliare Antonio ed Augusto, Marco Pacuvio ci visse tutta la sua vita. Di Cicerone, si segue giorno per giorno l´itinerario. Egli è esiliato dalla legge Clodia 357 e deve, in forza del testo stesso della legge, dimorare a quattrocento miglia da Roma; viene a imbarcarsi a Brindisi per la Grecia. Quando dico che viene a Brindisi, dovrei dire sotto

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Brindisi, perché vi si nasconde finché Attico sia venuto a raggiungerlo nei giardini di Lenio Placco. Egli parte per Durazzo d´Albania, ove resta un anno soltanto, poi richiamato torna a Brindisi il giorno stesso della festa della colonia, ed è portato in trionfo. Sei anni dopo vi rientra ancora come proconsole, poi come trionfatore coi fasci e il lauro e vi soggiorna ancora tre volte di seguito: l´ultima volta, era la dimane di Farsaglia. Virgilio mori a Brindisi, e vi mostrano la sua casa: È sul porto, quasi su quel terrazzo donde s´innalzano le colonne. Benché nobile nelle modanature e grave nella sua semplicità, la dimora del poeta, in faccia a quel mare azzurro, a quelle belle coste colorate, a quella natura ridente, con una vista lontana dell´Oriente, par ritratta dall´epoca del Rinascimento ‐voglio dire di quei begli anni quando le modanature eran sì pure‐ in guisa che mi è d´uopo interrogare la materia piuttosto che la forma per sapere se mi trovo dinanzi a un monumento antico o ad una costruzione della fine del secolo decimoquinto o dei venti primi anni dell´undicesimo. Infine la tradizione esiste, e certo v´ha qualche cosa, perché Virgilio ritornò dalla Grecia con Antonio e Augusto; cadde malato a Brindisi per effetto del mare, e mori davanti il porto, il 22 settembre, ventott´anni (?) prima della venuta di Cristo. La casa è segnata nei documenti del tempo quale Domus Virgilii Maronis in loco San Stephani et juxta viam publicam ex Borea. Si capisce facilmente che cosa fosse allora la città. Già fortificata, poiché Cesare parla di lavori d´assedio dovuti da lui fare al principio della guerra civile, era senza dubbio fornita di monumenti. Ma Federico II, che edificò il grande e forte castello ancora in piedi, dopo i Barbari distrusse ogni cosa, per servirsi dei materiali. La decadenza di Brindisi si spiega benissimo. Dovette cadere d´un colpo il giorno in cui Roma cessò d´essere l´unica capitale dell´impero, e Costantinopoli divenne residenza degli imperatori; per il porto militare l´era finita. Non più flotte, non riunioni di truppe per l´Oriente, non caserme, non arsenali, non magazzini di viveri, e quindi non più esportazione, né commercio: è la fine d´un mondo, e questo luogo appartato d´Italia non ha ormai più relazioni col mondo esterno. Nel quarto secolo conserva le proporzioni di città, benché deserta; ma sotto Giustiniano, nel quinto secolo, Procopio la descrive come desolata, mezzo distrutta, e priva delle mura. Brindisi non andò immune dalle devastazioni dei Goti, dei Greci, dei Longobardi e dei Saracini: quest´ultimi ne compirono la rovina. Insomma, di tutti quegli avanzi romani che dovevano essere enormi, resta in piedi soltanto una colonna e il rimanente si riassume in iscrizioni e in pietre d´anfiteatro e di terme. Degli altri periodi, rimangono soprattutto delle costruzioni militari fatte da Federico II di Germania e anche dagli Aragonesi, i cui stemmi decorano le porte e le facciate. Le fosse della città furono convertite in orti e i galeotti vi coltivano legumi. Non ho ancora toccato della condizione più grave: alludo alla mal´aria, a quell´emanazione sottile che genera la febbre, insidia l´abitante e lo distende sul letto in preda ai brividi, colla tinta livida. Molto fu fatto per migliorare le tristi condizioni di Brindisi rispetto alla salubrità; i pantani d´acque stagnanti furono convertiti in orti; Carlo III, che fu re di Napoli, si adoperò molto al risanamento, e anche Ferdinando II se ne occupò con sollecitudine. L´eccellente arcidiacono Giovanni Tarentini, che fu nostra guida, ci ricordava il tempo in cui in questo corso dove passeggiavo con lui e col signor Mahon, crescevano i giunchi nei paduli. Si sarebbe potuta vincer la natura, ma a patto che il risultato corrispondesse agli sforzi fatti per

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rialzar Brindisi; e non essendosi avverata la speranza d´una grande affluenza, la città s´è stancata, la provincia ha rinunziato a spese infruttuose e il governo italiano, così ricco di porti da Venezia fino a Genova, non ha creduto doversi imporre nuovi sacrifizi. Non posso dire che non ci sia a Brindisi nessun monumento archeologico degno d´interesse. L´arcidiacono Tarentini mi fece gli onori di una scoperta recente: é una cripta di forma quadrata, che si apre nella chiesa di Santa Lucia e rappresenta certamente un antico tempietto dei primi tempi cristiani, dedicato già a San Nicola, vescovo di Mira. La cripta daterebbe senza dubbio dal tempo in cui i Greci introdussero in Italia il culto di San Nicola, cui Giustiniano aveva dedicato un tempio a Costantinopoli e il cui corpo è conservato nella chiesa di Bari.

San Giovanni ai tempi della visita di Charles Yriarte – 1883 Un altro monumento che mi parve degno d´illustrazione, è San Giovanni, una basilica dei primi tempi cristiani: trovasi ridotta a uno scheletro, ma la città di Brindisi dovrebbe conservarne gli avanzi. Dal solo aspetto dei muri e delle colonne di marmo, è evidente esserci qui delle vestigia di tempi vetusti. Le porte non sono più quelle che davano anticamente accesso; il carattere bizantino nasconde le forme romane, incassate nella muraglia; dei grossi rivestimenti impediscono di vedere le commessure a secco, senza calce né cemento, che indicano una costruzione antica; la pianta circolare, leggermente ovale, denunzia l´origine: sgraziatamente, la volta è rovinata. Sui muri si vedono ancora alcuni affreschi di tempi molto posteriori, e sul suolo giacciono dei frammenti di statue del periodo romano, e dei capitelli spezzati, piamente raccolti dalla mano dell´eccellente canonico...».

Pbblicato su Senza Colonne News del 25 febbraio 2014

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LO STORICO E GLORIOSO IDROSCALO DI BRINDISI www.brindisiweb.it/storia/idroscalo.asp Pubblicato anche su Senza Colonne News del 4 novembre 2016 Gianfranco Perri Probabilmente molti giovani brindisini d´oggi non sanno che l'aeroporto di Brindisi, recentemente denominato del Grande Salento ed in origine intitolato al comandante di aeromobile civile Antonio Papola deceduto il 13 febbraio del 1938 in un incidente di volo, ha avuto un glorioso antenato e capostipite che tra pochissimo commemorará il suo primo centenario della nascita.

Le piú lontane origini dell'aeroporto di Brindisi, che furono di caracttere militare e che risalgono agli albori della stessa aviazione italiana, coincidono infatti con gli anni iniziali della prima guerra mondiale, quando nel basso Adriatico si scontravano acerbamente le flotte dell'Intesa di cui faceva parte l´Italia, contro quelle austro-tedesche. Il suo primissimo nucleo fu una stazione provvisoria per idrovolanti creata, con lo scoppio della guerra e poco prima dell´entrata in guerra dell´Italia, per iniziativa della Regia Marina Militare: una circolare della Regia Marina, la N° 25260 del 6 dicembre 1914, stabiliva la creazione di tre stazioni per idrovolanti a Venezia, Pesaro e Brindisi, per contrastare l'aeronautica austriaca che stava imperversavano sull´Adriatico. Della ventina di apparecchi dei quali disponeva allora la Regia Marina, a Brindisi furono assegnati 3 idrovolanti Curtiss. Erano apparecchi di legno e tela, e a Brindisi furono inizialmente depositati sulla nave Elba e successivamente sulla nave Europa, in attesa che si completasse la costruzione di un apposito hangar in un´area al confine tra le due zone costiere denominate ”Posillipo”e “Costa Guacina” sul lato ovest dell´avanporto.

Costa Guacina, tra Posillipo e Fontanelle, prima dei lavori di sterro che daranno spazio all´area dell´idroscalo

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Nel 1916, per meglio contrastare l'aviazione austriaca di base a Durazzo, Dubrovnik, la stazione fu potenziata divenendo stabile e più efficiente: era cosí nato l'Idroscalo Militare di Brindisi. Il complesso sorgeva in località Costa Guacina, appena fuori dal porto interno, uscendo dal porto sul lato sinistro del canale Pigonati, su un´area costiera compresa tra il canale e Fontanelle, da sempre punto di attracco di navigli imbarcazioni e battelli vari in quanto riparata dalle correnti marine, e per questo difesa dalla piazzaforte navale. Furono anche necessari impegnativi lavori di sterro per portare sul livello del mare tutta l´area della costa che in origine fu topograficamente sopraelevata.

Planimetria di Costa Guacina - Dicembre 1916

Quel bellissimo specchio d´acqua, dalle condizioni naturali invidiabili, fu la pista dalla quale fin dal 1914 si levavano in volo gli idrovolanti della squadriglia guidata da Orazio Pierozzi, eroico aviatore deceduto in volo di addestramenteo nel 1919 dopo aver guidato innumerevoli azioni di guerra vittoriose. Soprannominato l´asso del mare, a lui dopo la sua tragica morte fu intitolato l´idroscalo. Cosí come durante gli anni della grande guerra si levavano in volo le altre due squadriglie di base all´idroscalo di Brindisi, guidate da altri due formidabili aviatori, Umberto Maddalena e Francesco De Pinedo, piloti militari che divennero celebri per le loro imprese aviatorie, anche loro deceduti in volo, nel 1931 e nel 1933 rispettivamente.

Orazio Pierozzi

Umberto Maddalena

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Francesco De Pinedo


1918:

Orazio Pierozzi col suo Macchi 55

Maddalena (primo a sinistra) e De Pinedo (terzo)

La squadriglia di M55 di Umberto Maddalena, uno dei piloti italiani piĂş decorati - Giugno 1918

Aereo austriaco Hansa Brandemburg W 13 catturato a Brindisi - June 1918 (foto La Valigia delle Indie) 104


Nel corso del 1916 furono costruite le aereorimesse per gli idrovolanti da bombardamento progettati dall´ingegnere Luigi Bresciani. Un incidente di volo in fase di sperimentazione causó la morte del progettista e la distruzione del prototipo e il progetto fu abbandonato, peró il nome Bresciani rimase ai 6 hangars. Adiacenti e a nord degli hangars Bresciani, si costruirono anche 3 enormi hangars per dirigibili i quali peró furono presto dismessi e trasferiti a San Vito dei Normanni, per ragioni di sicurezza. Gli hangars Bresciani invece, con muratura di tufi e cemento e con copertura a botte con sesto ribassato in solaio laterocementizio, sono ancora oggi in situ utilizzati dall´ONU.

Hangars Bresciani quasi completati e primo hangar dirigibili in costruzione - 1916

Finita la grande guerra, nel 1919 il governo italiano propose alla Grecia la creazione di un servizio di posta aerea tra Roma ed Atene con scalo a Brindisi, peró con un pensiero chiaro e lungimirante giá rivolto ai possibili sviluppi futuri dell´aeronautica commerciale. Fu proprio un raid effettuato tra il 9 e il 12 settembre di quello stesso anno da Francesco De Pinedo, comandante della stazione di idrovolanti di Brindisi, e conclusosi positivamente con un percorso aereo tra Brindisi ed Atene in sole cinque ore, a rendere più concreta quell´idea. Quel raid doveva infatti rivelarsi essere stato una mossa propagandistica di notevole spessore, tanto che per l´occasione il governo greco inviò alle autorità italiane una lettera di congratulazioni per l'efficacia degli idrovolanti di base a Brindisi.

Con regio decreto del 28 marzo 1923 fu fondata la Regia Aeronautica Militare che al momento della sua nascita ricevette in consegna da Esercito e Marina tutti i campi aeronautici terrestri e gli idroscali allora esistenti: a Brindisi prese possesso del campo terrestre di San Vito dei Normanni che era sorto nel 1918 a circa 9 kilometri dalla città sulla strada per San Vito dei Normanni con l´adiacente, tra i vigneti di contrada Marmorelle, campo dirigibili e quindi, prese possesso anche dell'idroscalo Orazio Pierozzi.

Cosí nello stesso 1923 toccó alla fiammante Regia Aeronautica Militare avviare la costruzione dell'Idroscalo Civile di Brindisi che, affiancando quello militare, fu completato nel 1925 perfezionando cosí un grande sistema di trasporti e collegamenti all´importantissimo e strategico porto di Brindisi, che con il sub-sistema treno-nave della Valigia delle Indie era già funzionante fin dal secolo precedente. 105


Parallelamente, vennero costituite le prime aerolinee private italiane: la societá Servizi Aerei SISA nel 1921, la Societá Anonima Navigazione Aerea SANA nel 1925, la societá Transadriatica nel 1926 e la piú famosa Aero Espresso Italiana AEI che, fondata il 12 dicembre 1923, il 7 maggio 1924 stipuló con l'Aeronautica Militare una convenzione per l'impianto e l'esercizio di una linea commerciale tra Italia Grecia e Turchia, via Brindisi. Era cosí nata la prima linea aerea internazionale italiana e il 1° Agosto del 1926 dall´idroscalo di Brindisi partì il primo volo commerciale internazionale di linea italiano, che aprì al traffico la linea Brindisi-AteneCostantinopoli con idrovolanti Macchi M24. Nel 1927 fu aggiunta la linea Brindisi-Atene-Rodi e la SISA inaugurò la Brindisi-Durazzo-Zara. Nel 1928 un´altra importante compagnia, la SAM Società Aerea Mediterranea, avviò la Brindisi-Valona con idrovolanti Savoia Pomilio S59.

Brindisi - Atene - Costantinopoli dell´ Aero Espresso Italiana: dal 1926 al 1934

L´Idroscalo civile dell´Aereo Espresso Italiana a Brindisi - 1927

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Piano dell´Idroscalo militare e civvile di Brindisi: Regia Aeronautica e Aero Espresso Italiana - 1927

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Sul fronte militare, negli anni venti Brindisi divenne sede dell´86° Gruppo Idrovolanti dotato di numerosi apparecchi Macchi M24 e poi Siai Marchetti S55 e sorse cosí la necessitá di nuovi hangars la cui costruzione, stabilita a nord degli hangars Bresciani, fu commissionata alla Societá Officine Savigliano di Torino. I 4 hangars Savigliano, ognuno a pianta rettangolare di circa 54 x 60 metri, furono completati intorno al 1930: ossatura reticolare metallica a una campata e rivestimenti in lamiere ondulate zincate, cupolino centrale di aereazione a doppia falda in materiale policarbonato. Ognuno dei quattro accessi verso la banchina ha un´apertura di circa 51 metri con piú di 12 metri di altezza. L´ottima struttura metallica, nonostante la sua vicinanza al mare è rimasta pressoché intatta ed é ancora funzionale ai nostri giorni: uno degli hangars é gestito dall´ONU e negli altri tre opera la societá Alenia Aeronavali.

Hangars Savigliano e pontoni aerei dell´Idroscalo di Brindisi - 1931

Si trattava di un idroscalo d´avanguardia con infrastrutture e servizi di grande qualitá, per esempio era il solo al mondo ad essere dotato di un carrello di alaggio su rotaie che consentiva un comodo imbarco a terra di passeggeri, merci e posta. Alcuni resti di quelle rotaie si possono ancora riconoscere sul terreno a tutt´oggi.

Rampe di scivoli all´Idroscalo di Brindisi - 1934 108


L'idroscalo con la sua sezione militare e con quella civile, grazie alla posizione strategica di Brindisi, aveva funzionato a pieno ritmo per tutti gli anni venti, con un vasto impiego di idrovolanti in molte delle nuove correnti di traffici commerciali e militari del Mediterraneo. Invece, per diversi anni gli aerei militari e civili si erano continuati a servire del campo terrestre di San Vito fino a quando l'amministrazione provinciale di Brindisi decretó la costruzione di un nuovo aeroporto, procedendo all´esproprio ed acquisto dei terreni agricoli siti alle spalle dell'idroscalo, approntando nel 1931 il piano regolatore del nuovo aeroporto e iniziando i lavori di costruzione alla fine dello stesso anno 1931.

Il campo entrò in funzione nel 1933, inaugurato da Benito Mussolini il 30 di luglio, e l'aerostazione fu completata nel 1937, con pista di lancio orientata a nord, inizialmente di 50 metri x 600 metri e successivamente portata a 850 metri.

A seguito della politica del regime, voluta dal ministro dell´Aeronautica Italo Balbo, tutte le societá aeree furono via via liquidate o accorpate fino alla formazione di un´unica compagnia di bandiera, l´Ala Littoria, alla quale finalmente passó anche AEI nell´ottobre del 1934, quando il 28 di quel mese la compagnia SAM dopo aver assorbito la quasi totalitá dei servizi aerei italiani era ufficialmente divenuta “Ala Littoria S.A.” aggiungendo il fascio littorio alla rondinella azzurra del simbolo SAM che sua volta era stato ereditato dalla Transadriatica.

Aerostazione di Brindisi Linee aeree SAM Societá Aerea Mediterranea, poi Ala Littoria - 1934

Nell´aeroporto di Brindisi l´Ala Littoria gestiva, tra altre, le linee Brindisi-Rodi; Brindisi-RomaTrieste; Roma-Brindisi-Tirana-Salonicco; Brindisi-Atena-Rodi-Haifa; Roma-Brindisi-Bagdad; Brindisi-Durazzo-Lagosta-Zara-Lussino-Pola-Trieste.

L'idroscalo militare era stato intitolato a Orazio Pierozzi, comandante della Squadra Idrovolanti di Brindisi durante la prima guerra mondiale, e con la stessa denominazione 109


venne inizialmente indicato anche il nuovo aeroporto, che era militare e civile allo stesso tempo. Poi nel 1938 l'aeroporto civile ebbe la sua intitolazione ad Antonio Papola, mentre il militare conserva a tutt´oggi l´intitolazione originale a Orazio Pierozzi. Il 15 marzo del 1937 si formó sull´aereoporto militare di Brindisi il 35° Stormo con aerei SM.55 e l´anno seguente 1938, si formarono i Gruppi 95° e 86° con aerei idrovolanti CANT Z.606.

Trimotore Savoia Marchetti S.73 dell´Ala Littoria sulla linea Roma-Brindisi - 1937

Idrovolanti SM.55 del 35° Stormo schierati di fronte agli hangars Savigliano - 1937 110


1938

Ala Littoria

Un idrovolante S66 della rotta per Haifa e Rodi

Hangar Savigliano: Bimotore Breda 44 dell´Ala Littoria sulla linea Roma-Brindisi-Tirana Salonicco - 1938 111


Idrovolanti CANT Z.506 dei Gruppi 95°& 86° schierati sull´Idroscalo di Brindisi - 1938

Con la seconda guerra mondiale fu realizzata dai tedeschi una nuova pista di 1500 metri e si intensificó l´attivitá militare a scapito di quella civile, fino a quando questa si esaurí del tutto nel settembre del '43 con l´ultimo idrovolante civile di linea che decolló il 9 settembre alla volta di Ancona. L´attivitá civile fu infatti sospesa totalmente giá che l´aeroporto divenne base dei reparti aerei alleati di occupazione, sotto comando inglese e nel 1944 gli alleati costruirono una terza pista di 1800 metri in terra stabilizzata con l´olio bruciato degli aerei.

CANT z 506: sullo sfondo il Collegio Navale il Monumento al Marinaio le navi scuola Vespucci e Colombo - 1943 112


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USAAF intelligence aerodrome chart of Brindisi Camp showing the position of the seaplane base - 1943

Dopo la seconda guerra mondiale, l´attività civile dell´aeroporto di Brindisi riprese con regolaritá nel maggio del 1947 con la nuova compagnia di bandiera Alitalia e si ripristinó la linea Roma-Brindisi alla quale si affiancó la linea Brindisi-Catania. Ma l´epoca gloriosa delle idrolinee da e per l´idroscalo di Brindisi era ormai finita per sempre: quell´epopea dell´aviazione civile italiana e brindisina in particolare, durata all´incirca una ventina di anni, si era definitivamente conclusa.

Gli idrovolanti militari invece continuarono a scivolare sullo specchio del porto medio per un pó di anni ancora, fino a tutti gli anni ’60, e molti di noi meno giovani ce li ricordiamo ancora identificandoli chiaramente sull´orizzonte dalle rive delle nostre spiagge interne al porto (Sant´Apollinare - Fiume piccolo - Fiume grande - Marimisti e Fontanelle), con il loro coinvolgente rullare e con le lore sagome un pó goffe dalle estremitá arancione fosforescente, fino a farsi sempre piú radi prima di svanire anch´essi nelle pieghe della storia della cittá e del suo porto: ben piú di cinquant´anni di storia brindisina. 113


Anche l´attivitá militare riprese finalmente autonoma dall´occupazione militare dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1947 a Brindisi fu destinato l´83° Gruppo Soccorso Aereo con idrovolanti CANT Z 506 sostituiti a partire dal 1958 con idrovolanti HU 16 A-Albatross. Poi, con l´entrata nel 1949 dell´Italia nella NATO, arrivarono in dotazione all´aeroporto militare di Brindisi i primi aerei militari americani.

Tra il 15 ed el 18 settembre 1950 la portaerei americana Mindoro sbarcó i primi 40 aerei Curtiss Helldiver 52-C, per armare la ricostruita Aeronautica Militare. E nel giugno del 1952 dalla portaerei americana Corregidor furono sbarcati i primi aviogetti da caccia, gli aeroplani a reazione F-84G thunderjet, protetti da uno speciale rivestimento plastico detto ‘cocoon’.

Dalla nave americana Mindoro sbarcano per l´aeroporto di Brindisi gli aerei Curtiss 52C - 16 settembre 1950

Aviogetti caccia F-84G thunderjet sbarcarti dalla portaerei americana Corregidor - Giugno 1952

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Fiat G 59 B per addestramento schierati davanti agli hangars Savigliano - 1957

Il mio primo volo con mio padre, il Maresciallo Settimio Perri, nel cielo dell´aeroporto di Brindisi - 1957 115


Sottufficiali dell´Aeronautica, colleghi di mio padre il Maresciallo Settimio Perri al centro con la sciabola Aeroporto Militare Orazio Pierozzi di Brindisi nella festa della Madonna di Loreto - 12 Dicembre 1957

Il 10 settembre 1967 sull´aeroporto militare di Brindisi fu ricostituito con il 13° Gruppo caccia bombardieri e ricognitori, quel 32° Stormo che era stato originalmente costituito l´1 dicembre 1936 e poi sciolto il 27 gennaio 1943. Il velivolo in dotazione fu il Fiat G.91R, in dotazione anche alla gloriosa pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori, e nel 1974 lasció spazio al bireattore G.91Y. Dal 1993 peró, lo Stormo non ha piú sede a Brindisi ed opera dall´aeroporto Amendola, in Foggia. Finalmente, nel 2008 l’aeroporto di Brindisi ha perso lo status di scalo militare aperto al traffico civile ed ha acquisito la semplice denominazione di aeroporto civile. 116


E quell´idroscalo, sorto quasi cento anni or sono nel porto medio di Brindisi, è anche stato il luogo d’origine dell’industria aeronautica brindisina che lí nacque e quindi vi prosperó per quasi ottant’anni: gli idrovolanti infatti avevano bisogno non solo di uno scalo posto vicino ad uno specchio d’acqua, ma anche di assistenza e manutenzione. La Societá Anonima Cantieri d´Aeroporto SACA entró in attività nel 1934 e sotto la guida dell´ingegnere Michele Dell’Olio divenne rapidamente la principale industria della provincia.

Nel dopoguerra la SACA, con la nuova denominazione di Societá per Azioni Costruzioni Aeronavali, fu rinnovata ed ampliata tanto che negli anni ’60 il personale raggiunse le mille unità. Imperdonabilmente nel 1977, dopo un continuo decadimento aziendale, si giunse alla penosa dichiarazione di fallimento. La Industria Aeronautica Meridionale IAM ne rilevò le maestranze, gli impianti e le attività. In seguito a ristrutturazione, la IAM divenne Agusta e questa, nel 1999, cedette ad Alenia Aeronautica il sito dell’idroscalo: 3 degli hangars Savigliano sono attualmente officine della societá Alenia Aeronavali.

Gli hangars Bresciani e Savigliano – 2010 (foto Ugo Imbriani)

Ma quella della SACA e di tutta l´industria aeronautica brindisina é tutta un´altra lunga gloriosa e, per certi versi, triste storia alla quale bisognerá dedicare molto piú di un capitolo.

BIBLIOGRAFIA Tra cielo e mare. Mostra documentaria. Archivio di Stato di Brindisi – 2007 Orazio Pierozzi l´asso della marina. M. Mattioli – 2003 La base navale di Brindisi durante la grande guerra. G. T. Andriani – 1993 L´Aeroporo civile di Brindisi. F. Gorgoni – 1993 Lotte e vittorie sul mare e nel cielo. U. Maddalena – 1930 117


Ricorre quest'anno l'anniversario Nº 100 della tragedia della Benedetto Brin: Occasione propizia per restituire decoro al monumento tombale dei marinai http://www.senzacolonnenews.it/citta/item/7497‐benedetto‐brin,‐a‐100‐anni‐dalla‐tragedia‐l‐ occasione‐per‐restituire‐dignit%C3%A0‐all‐area‐tombale‐nel‐cimitero.html

Gianfranco Perri In questo 2015 ricorrerà il centenario della tragedia brindisina della nave corazzata Benedetto Brin: sarà il 27 settembre alle ore 8 e 10 minuti del mattino quando si compiranno cento anni esatti dall'esplosione della santabarbara della nave che si trovava alla fonda nel porto medio in prossimità della spiaggia Fontanelle, adiacente a Marimisti, di fronte alla costa Guacina. La nave s'incendiò e s'inabissò portando con sé in fondo al mare 456 marinai, in sostanza la metà dell’intero equipaggio di 943 uomini che in quel lunedì mattina erano imbarcati, e tra i tantissimi caduti il comandante della nave, il capitano Gino Fara Forni e anche il comandante della 3ª Divisione Navale della 2ª Squadra, il contrammiraglio Ernesto Rubin de Cervin. Un boato tremendo squarciò l'aria e il rombo di un'esplosione si ripercosse lontano sul mare e sulla città, le navi ancorate ebbero un sussulto e le case tremarono. La nave non si vedeva più e al suo posto una colonna alta oltre cento metri di fumo giallo, rossastro, misto a gas e vapori s'innalzava al cielo. La catastrofe apparve in tutta la sua orrenda grandiosità alcuni momenti dopo, quando la colonna di fumo lentamente si diradò.

L'affondamento della Benedetto Brin nel Porto di Brindisi il 27 settembre 1915

Ecco qui una parte di quello che raccontò l'ufficiale Fausto Leva, testimone della tragedia: «Nel fumo denso si distinse per un momento la massa d'acciaio della torre poppiera dei cannoni da 305 mm, che lanciata in aria dalla forza dell'esplosione fino a metà della colonna, ricadde poi violentemente in mare, sul fianco sinistro della nave. Pochi momenti dopo, dissipato il nembo del fumo, lo scafo della Benedetto Brin fu veduto appoggiare senza sbandamento sul fondo di dieci metri e scendere ancora lentamente, formandosi un letto nel fango molle. Mentre la prora poco danneggiata si nascondeva sotto l'acqua che arrivava a lambire i cannoni da 152 1 118


della batteria, la parte poppiera completamente sommersa appariva sconvolta e ridotta a un ammasso di rottami. Caduto il fumaiolo e l'albero di poppa, si ergeva ancora dritto e verticale l'albero di trinchetto» [estratto da “La base navale di Brindisi durante la grande guerra” di Teodoro G. Andriani, 1993]. Fatalità volle che nel quadrato di poppa il contrammiraglio Rubin a quell'ora teneva a rapporto gli ufficiali, per cui la maggior parte di loro saltò in aria tra l'ammasso informe dei rottami sconnessi e roventi: mai si ritrovò neppure la salma del contrammiraglio. Esemplare fu il comportamento dell'equipaggio superstite della corazzata. Questo riferisce il comandante del cacciatorpediniere francese Borèe che stava uscendo in mare aperto e che transitava in quel momento a qualche centinaio di metri dall'esplosione: «Una grande parte dell'equipaggio superstite della Brin, subito dopo l'esplosione si era raccolta sulla prua in perfetto ordine e non si udiva tra quegli uomini né un grido né un appello. Non ho visto un solo marinaio gettarsi in acqua prima che sia stato dato l'ordine di abbandonare la nave: una condotta veramente ammirevole» [estratto da “Brindisi durante la prima guerra mondiale” di Teodoro G. Andriani, 1977]. Lo sbarco avvenne qualche minuto dopo in tutto ordine. Numerosi rimorchiatori e imbarcazioni delle tante navi italiane e francesi presenti nel porto raccolsero i superstiti e li portarono nelle loro infermerie. La corazzata Benedetto Brin, lunga 138 metri e larga 23 metri, pescava 8 metri, aveva una stazza di 14000 tonnellate ed era dotata di 46 cannoni 2 mitragliere e 4 lanciasiluri. La sua costruzione iniziò nel 1899 e fu varata nel 1901 a Castellammare di Stabia. Fu consegnata alla Regia Marina nel 1905, ricevendo la bandiera di combattimento il 1º aprile 1906. Durante la guerra italo‐turca aveva partecipato allo sbarco a Tripoli il 2 ottobre del 1911.

Il varo della Benedetto Brin a Castellammare di Stabia nel 1901

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La corazzata era stata intitolata a Benedetto Brin, un militare di mare nato a Torino nel 1833, che fu generale del genio navale, economista e uomo politico. Fu il rinnovatore della Marina Militare Italiana e fu creatore delle prime grandi corazzate moderne e progettista dei primi incrociatori da battaglia. Fu ministro della Marina per circa dieci anni, e fu anche ministro degli Esteri. Promosse lo sviluppo dell'industria navalmeccanica italiana e nel 1878, istituì a Livorno l'Accademia Navale. Immediatamente dopo lo scoppio, le autorità militari avanzarono l'ipotesi dell'attentato ad opera dei nemici di guerra austriaci, ma poco a poco cominciò a prendere corpo anche la più verosimile possibilità di un'autocombustione avvenuta nella grande stiva adibita a deposito di munizioni: il calore della sala motori, vicina al locale della santabarbara, avrebbe innescato l'incendio che a sua volta avrebbe fatto scoppiare le munizioni. Mai fu data una risposta definitiva... e ormai, certamente non importa troppo sapere l'esatta verità, né certamente mai importò troppo saperla a quei 456 marinai. D'altra parte non è tra i propositi di quest'articolo, il proporre una ricostruzione storica di quel tragico episodio accaduto a Brindisi cent'anni fa, né tanto meno l'approfondire il dibattito, mai chiuso, sulle cause e sulle responsabilità di quel luttuoso evento, così grave e impattante da giungere a coinvolgere l'intera città con tutti i suoi cittadini. Già altri, e con maggior cognizione di causa della mia, si sono da anni dedicati con più o meno successo a entrambi obiettivi [raccomando agli interessati la lettura di quanto contenuto a tale proposito su “Memorie brindisine” di Antonio M. Caputo, 2004].

La Benedetto Brin in navigazione

Invece, prendendo spunto proprio dallo scritto del professor Caputo, mi piace qui ricordare come Brindisi partecipò al luttuoso evento con tutta se stessa, e con la generosità che in certe occasioni è sempre capace di dare. Il sindaco, Giuseppe Simone, indisse tre giorni di lutto cittadino e il consiglio comunale, il 24 giugno 1916, deliberò di intitolare alla “Benedetto Brin” e ai suoi caduti la strada del rione Casale, che ancora oggi collega l'ex collegio navale allo stadio comunale e quindi all'aeroporto militare. 3 120


Sulla banchina del porto si raccolse una folla enorme che assistette in angoscioso silenzio a quel crudele spettacolo del recupero dei corpi dilaniati e dei superstiti feriti che furono ricoverati nell'ospedale della Croce Rossa e nell'Albergo Internazionale, subito adibito a infermeria d'emergenza e che, per l'occasione, funse da efficiente ospedale militare. Numerose testimonianze di cittadini che quel tragico lunedì si riversarono riverenti sulle vie del porto, descrissero le operazioni di salvataggio, che proseguirono durante l'intero giorno e per tutta la notte, con lo spettacolo sconvolgente dei corpi martoriati e delle orribili ferite dei superstiti. A Brindisi affluirono molti dei parenti dei militari protagonisti della tragedia, con la disperazione per la perdita improvvisa dei loro congiunti che fu immensamente accresciuta per quelle tante famiglie che si resero conto che mai avrebbero potuto piangere e pregare sulla tomba dei loro cari: le vittime infatti, in maggior parte risultarono ufficialmente scomparse perché i loro corpi dilaniati furono impossibili da riconoscere. Il popolo brindisino si strinse attorno alla Marina Militare in una gara generosa di solidarietà e di abnegazione, accogliendo con slancio e comprensione la folla dei familiari accorsi da ogni parte d'Italia per dare sepoltura alle martoriate salme dei caduti. I funerali delle prime salme recuperate ebbero luogo il giorno successivo allo scoppio, tra due fitte ali di popolo riverente, e per le altre proseguirono anche nei giorni seguenti. Tutte le spoglie dei marinai che non poterono essere consegnate alle famiglie furono seppellite in un'area del cimitero cittadino messa a disposizione dal comune e specialmente adibita.

Area tombale dei marinai della Benedetto Brin nel cimitero di Brindisi 4 121


Rettore della chiesa Madonna di Loreto del cimitero, era a quel tempo il grande filantropo brindisino, canonico Pasquale Camassa ‐Papa Pascalinu‐ che era anche cappellano militare e che pertanto visse quella dolorosa esperienza come pochi altri. Egli infatti adempì il seppellimento di tanti di quei marinai sfortunati e assistette al dolore dei familiari dei caduti che anche durante gli anni successivi alla tragedia si recarono in pellegrinaggio a Brindisi per visitare le tombe.

Monumento funereo della tragedia della Benedetto Brin nel cimitero di Brindisi 5 122


Inoltre, perché di quel funesto disastro potesse conservarsi perenne memoria, Papa Pascalinu si premurò personalmente di raccogliere e far sistemare nel Museo Civico della città alcuni avanzi di quella nave fatale, così come lo volle lui stesso testimoniare con ogni dettaglio in un numero del suo giornaletto “Il prossimo tuo” che uscì nel 1917. Le spoglie mortali di quei tanti marinai giacquero nel cimitero comunale di Brindisi per tantissimo tempo, fino a pochi anni fa, quando furono traslate al cimitero militare di Bari, mentre in quello stesso settore del nostro cimitero furono sepolti anche molti militari, quasi tutti marinai, morti in combattimento durante la seconda guerra mondiale. In quell'area del nostro cimitero comunale però, che per tutti noi brindisini resta indissolubilmente legata al ricordo di quell'immane tragedia cittadina, si erge tuttora il suggestivo monumento funereo (*) che fu eretto a ricordo di quel tragico 27 settembre di 100 anni fa, e ci sono inoltre, allineate lungo il Viale Eroi del Mare che delimita il settore, le trenta targhe marmoree che portano incisi in ordine alfabetico i nomi di quei 456 sfortunati marinai italiani.

Le targhe con i nomi dei 456 marinai morti nello scoppio della Benedetto Brin E a proposito del nostro cimitero comunale ‐non sono in grado di affermare che si tratti di una mia esperienza singolare o se la stessa sia in qualche misura un'esperienza comune ad altri miei concittadini‐ uno tra i ricordi più suggestivi che conservo della mia infanzia e anche dell'adolescenza e oltre, è proprio quello delle mie lunghe passeggiate tra i viottoli del cimitero comunale. 6 123


Naturalmente ricordo quelle dell'immancabile appuntamento annuale del 2 novembre in compagnia dei miei, ma soprattutto ricordo quelle, più tranquille e molto più suggestive, fatte in solitudine a ogni occasione in cui mi toccava partecipare al funerale di un parente, o amico, o conoscente. Alla fine della cerimonia funebre, mi appartavo e quindi mi dileguavo tra quei viottoli. E ricordo bene, come quelle più emotive fossero le lunghe camminate fatte nelle fredde e grigie mattine autunnali, o quelle che più di rado capitavano in soleggiati e tiepidi pomeriggi invernali. Quelle mie camminate perlustrative duravano qualche ora e il percorso non seguiva alcun itinerario prestabilito. Solo mi soffermavo a leggere le varie lapidi ‐nomi e date‐ specialmente quelle che attraevano la mia attenzione per sembrare essere più antiche, oppure quelle dai nomi meno comuni o addirittura stranieri, e anche quelle che ritrattavano personaggi d'altri tempi in uniforme militare. Dalle date della morte cercavo di risalire al periodo storico dell'evento: Fine ottocento? La prima guerra mondiale? La seconda? Tra le due guerre? Nel dopoguerra? E quegli stranieri con spesso nomi inglesi? Erano militari o erano civili? E se erano donne oppure uomini non militari, perché erano sepolti a Brindisi? Saranno stati marini, o comunque viaggiatori di una delle tantissime navi che approdavano a Brindisi? Magari della Valigia delle Indie, magari erano stati colti in viaggio da un'improvvisa malattia, o sorpresi da una qualche epidemia? Da ragazzo, quando non avevo affianco mio padre o mia madre ai quali chiedere, in certe occasioni annotavo nomi e date e poi cercavo di scoprire qualche indizio: a casa chiedevo a mio padre e a mia madre e finanche cercavo di rintracciare notizie sulle enciclopedie e in biblioteca. Ma era dura: ...e già, non c'era ancora Google! Eppure qualche scoperta interessante ‐per quella mia fantasia fanciullesca e adolescente‐ riuscii anche a farla! Ebbene, il luogo del cimitero che più d'ogni altro ha da praticamente sempre attratto vigorosamente la mia attenzione, e continua a farlo tuttora, è quell'ampio settore delimitato da una serie di innumerevoli croci bianche, tutte uguali: le decine e decine di croci dei giovani e giovanissimi marinai caduti della Benedetto Brin e dei tanti altri caduti negli abissi marini dell'Adriatico durante la seconda guerra mondiale. Ma purtroppo, quel settore del cimitero richiama oggi la mia attenzione, e certamente anche quella degli altri visitatori, altresì perché si presenta sempre più fatiscente e sempre più desolato e triste, di una tristezza non accomunata al senso della morte, ma accomunata al senso dell'abbandono. Ma com'è mai possibile? Perché tale abbandono? Sarà forse perché son già passati tanti anni ‐ ormai cento‐ e quindi quei marinai sfortunati, italiani anche se non brindisini, non hanno più amici o parenti che possano depositare un fiore su i loro resti? O sarà perché nel vortice frenetico della vita moderna si è perso il senso della compassione e anche quello del rispetto? E già: Non c`è più tempo per certe cose, ci sono ben altre questioni più urgenti da risolvere, si è sempre in ben altre faccende affaccendati. E chi dovrebbe occuparsi di rimediare tale infausta e sconcia situazione? Non ne sono del tutto certo, ma credo proprio che spetti alle autorità comunali della Città e a quelle militari e della

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Marina. E perchè mai dovrebbero farlo? Ma perché di motivi ce ne sono veramente tanti: la compassione e il rispetto per chi ha dovuto sacrificare la propria giovane vita in nome di quella nostra stessa “patria” sarebbero certo due ragioni di grandissimo peso e da sole dovrebbero bastare.

Segni dell'abbandono in cui versa l'area tombale della Benedetto Brin nel cimitero Eppure, io son convinto che in gioco ci sia anche qualcos'altro, forse ancor più importante: si tratta, temo, di un nuovo segnale della pericolosa tendenza alla definitiva dissoluzione della memoria storica della nostra Città. Se anche quest'abbandono continuerà, tra qualche anno quelle tombe non saranno più riconoscibili, i nomi dei marinai e le stesse date non saranno più leggibili, la sterpaglia coprirà e divorerà tutte quelle croci. E allora nessun ragazzo brindisino si potrà chiedere di cosa si tratti, e il nome Benedetto Brin finirà col non dir nulla alla maggior parte dei brindisini... “Ma che strano nome ha quella via del Casale! Sarà Brin il diminutivo di Brindisino?” E già, potrebbe anche far ridere, ma purtroppo questa domanda io l'ho già ascoltata una volta, e non ho riso: me ne sono solo un po' rattristito. Vabbè! Qualcuno potrebbe anche dire: “Poco male, non è poi così grave per la Città se dovesse accadere che dopo cent'anni ci si dimentichi della Benedetto Brin e della sua immane tragedia”. E certamente non sarebbe così grave se si trattasse di un episodio isolato, di una sfortunata dimenticanza, però non è così. Purtroppo noi brindisini sappiamo benissimo che, se dovesse accadere, questo nuovo abbandono si andrebbe a sommare alla triste e lunga collana di perle nere della nostra storia cittadina che negli anni si è andata sistematicamente arricchendo con sempre nuove perle nere: la torre dell'orologio, il parco della rimembranza, il teatro Verdi, il quartiere delle Sciabbiche, il bastione San Giorgio, il palazzo liberty del Banco di Napoli in Piazza Vittoria, o il palazzo Titi giù al corso, etc., etc., etc. 8 125


Purtroppo, infatti, nonostante l'importanza il valore e l'indispensabilità della conservazione della memoria storica di una comunità o di una città o di un'intera popolazione, costituiscano ormai concetti universalmente acquisiti tra le società civili, a Brindisi, complice in molti casi l'ignoranza e in molti altri la malafede, lo sport preferito da chi ha esercitato il potere decisionale, durante anni, decenni e ormai secoli, è stato quello del trascurare, dell'abbandonare, e finalmente del cancellare o abbattere. Una volta ho sentito dire che molti dei giovani brindisini d'oggi non s'interessano alla storia della propria città perché non le vogliono sufficientemente bene poiché si sentono profondamente delusi e traditi dalla situazione in cui essa oggi versa. Io, invece, affermo che solo quei brindisini, giovani e meno giovani, ai quali non è stata opportunamente insegnata la storia della loro Città, possono non amarla: e giuro che è vero! Non è voler fare allarmismo facile, né purtroppo si tratta di un pessimismo ingiustificato, ma sono semplicemente i fatti concreti e quotidiani che obbligano allo sconforto e all'allarme. Non si può e non si deve continuare a maltrattare disdegnare trascurare e finalmente cancellare ogni elemento, piccolo o grande prominente o secondario, che rimanda al passato prossimo o remoto che sia, e solo perché non rispondente all'utile misurato con il metro del rendiconto del tangibile immediato. E' ormai giunto il momento di richiamare l'attenzione sul rischio che si possa finire con il perdere del tutto e irrimediabilmente la memoria storica della nostra Città. E naturalmente neanche si vuol qui scoprire l'acqua calda. Infatti, a Brindisi non sono di certo mancati tanti bravi e autorevoli concittadini ‐come non citare ancora Papa Pascalinu Camassa‐ che in più e ripetute occasioni hanno a questo proposito segnalato, hanno avvertito, hanno denunciato, hanno protestato, avantieri come ieri e come oggi. Ma purtroppo non sono stati sufficientemente ascoltati e speriamo che si finisca con l'ascoltarli, prima che sia troppo tardi: “Io ti dico che se ne le tue vene non circola l’eredità dei millenni, che se nel tuo cuore non canta il poema de le lontane memorie, tu non sei un uomo, non rappresenti un popolo, né puoi vantarti d’essere membro d’una nobile città” Cesare Teofilato (1881‐1961). “Il recupero della memoria storica deve rappresentare il momento fondamentale di ogni esperienza civica. La consapevolezza del nostro passato qualifica il rapporto con la città. Il corredo di testimonianze a noi vicine, alcune ritrovate e altre perdute o recuperate, sono tratti di un’identità alla quale una comunità ha il dovere di conformarsi allorché progetta il suo futuro” Domenico Mennitti (1939‐2014). Parecchi anni dopo l'affondamento, durante lavori rutinari di dragaggio del porto, fu fortunosamente recuperata la campana della Benedetto Brin e da allora la si conserva gelosamente nella cappella sacrario del Monumento al Marinaio: probabilmente, dal fondo del mare, un chiaro monito per tutti i brindisini a «non dimenticare». E Brindisi, ne son convinto, non vuole “dimenticare” proprio come ben lo testimonia il professor Caputo nel suo racconto della Benedetto Brin: «Quanto scritto su vari libri, insieme a numerosi articoli giornalistici, a due vibranti lettere manoscritte ‐testimonianza degli storici canonico don Pasquale Camassa e avvocato Giuseppe Roma‐ e ad altre carte d'archivio ben fascicolate sono le risorse a cui attingere per sapere, perché questa tragedia accaduta a 9 126


Brindisi, cent`anni orsono, che segnò tante vittime, rimanga una pagina di storia appartenente ad una Città che non vuol dimenticare, anche quando la sua storia è drammatica, tragica e luttuosa». Concludo con una esortazione, anzi con un appello, al Sindaco di Brindisi e al Comandante della Marina Militare di Brindisi: Perché non fare di questo melanconico anniversario Nº100 l'occasione propizia per restituire il giusto e dovuto decoro alle tombe dei marinai caduti a Brindisi nell'affondamento della Benedetto Brin, dando con ciò anche un chiaro segnale di una volontà politica volta al recupero ed alla conservazione della memoria storica della nostra Città? La Storia e la Città ne rimarrebbero grate per sempre, perché come risaputo ‐ dovrebbe esserlo‐ «la rimozione del passato corrisponde inesorabilmente alla rimozione del futuro». Pubblicato su Senza Colonne News del’ 11 luglio 2016 La campana della Benedetto Brin

(*) Statua ai marinai caduti, cent'anni dopo svelato il mistero: ecco chi era la modella brindisina Gianmarco Di Napoli

Un segreto durato un secolo e che oggi la famiglia ci affida perché è arrivato il tempo di svelarlo, giusto cento anni dopo la tragedia della "Benedetto Brin", quando ormai da quasi altrettanto tempo quella statua di donna con lo sguardo basso e con un'espressione di profonda tristezza domina il sacrario dedicato ai marinai morti e l'intero cimitero di Brindisi. 10 127


La modella che posò per quella statua era una giovane donna brindisina, moglie e madre, che non poté mai rivelare la sua identità perché sarebbe stato uno scandalo. Chi posava all'epoca era considerata donna di facili costumi. Ancor più perché lo scultore aveva scelto di lasciare a quella immagine disperata che rappresentava una madre china, che aveva perso i suoi figli in guerra, una spalla leggermente scoperta. Uno scandalo per quei tempi, che sarebbe andato a pregiudicare la moralità di una giovane donna che, più moderna degli anni che viveva, aveva deciso di mettere il suo volto a disposizione della Patria. Il 27 settembre 1915 la corazzata Benedetto Brin esplode nel porto medio di Brindisi: muoiono 456 marinai italiani. E' una tragedia senza precedenti per la Marina italiana. Le vittime vengono sepolte in un'area del cimitero messa a disposizione dal Comune che viene invasa da oltre 400 croci bianche. Il governo vuole però che al centro venga posta una statua che raffiguri il dolore della Patria per l'immane tragedia. E incarica uno scultore di realizzarla. L'artista ha bisogno di una modella cui ispirarsi. In quel momento Brindisi fa parte della provincia di Lecce che è divisa in quattro circondari e ha una popolazione di 25 mila abitanti, poco più di Ostuni (21 mila), Francavilla (20 mila) e Ceglie (17 mila). E' insomma un paesino agricolo in cui si stanno costruendo la nuova scuola elementare Perasso, il teatro Verdi e in cui lo sviluppo edilizio popolare si sposta sulle collinette verdeggianti del Casale.

Rocco Piccione è un marittimo che abita in via Bernardo de Rojas, stradina del quartiere di via Lata, uno dei rioni storici insieme a San Pietro degli Schiavoni e Sciabiche. Viene a sapere che uno scultore incaricato di realizzare una statua per i morti della Brin è alla ricerca di una modella. Proprio di fronte a casa sua abita una splendida donna di trent'anni: Anna Maria De' Ventura è altissima per quegli anni, quasi un metro e 80. Capelli fluenti, sguardo fiero, profilo 11 128


greco, un portamento che tradisce probabili origini nobiliari, così come il suo cognome. Suo marito Luigi Iaia se l'è andata a prendere nel borgo di Tuturano. Anna Maria è già mamma e le sue giornate trascorrono tra la casa di via Rojas, la chiesa delle Anime e il mercato. L'Italia è in guerra e il marito è al servizio della Patria. Il vicino di casa contatta lo scultore e gli segnala la presenza di questa donna bellissima che potrebbe essere una modella perfetta per la sua statua di bronzo e così lo conduce sino a casa sua a conoscerla. Lei è perplessa, ma tutti quei ragazzi morti l'hanno colpita profondamente. E così decide di posare, gratis. Poi però, qualche giorno dopo, rinuncia. Ha saputo che dovrà avere una spalla leggermente scoperta. Sarebbe uno scandalo per una donna seria e maritata. Lo scultore non vuole rinunciare a lei e arrivano a un compromesso: poserà ma nessuno mai dovrà conoscere l'identità della modella. Lo scultore realizza una statua in gesso che poi diventa un calco e da qui, in una fonderia, viene realizzata la statua. Un'opera splendida, come conferma il critico d'arte Massimo Guastella che ha dedicato al bronzo lunghi studi cercando di risalire all'identità dell'autore e alla fonderia. Anche questi (come fino ad oggi l'identità della modella) sono sconosciuti, al punto che il professor Guastella ha soprannominato quella statua "La misteriosa". Non si hanno notizie sulla cerimonia con cui viene collocata nel cuore del cimitero di Brindisi. Ma di certo lo scultore mantiene il suo impegno e non rivela il nome della modella. Anna Maria, che quasi ogni mattina si reca al cimitero per deporvi dei fiori, vorrebbe mantenere il segreto per sempre ma quando il marito torna dalla guerra, un vicino di casa gli rivela tutto. E scoppia il finimondo. Ma durerà poco. Luigi Iaia, lasciata la divisa, riprende a lavorare allestendo i banconi di vendita per i contadini che ogni mattina vengono a Brindisi a vendere i loro ortaggi in piazza Mercato. Un mestiere che poi erediteranno i suoi figli. Passata la burrasca dopo la lite e riappacificatosi con la moglie, la vita di famiglia procede regolarmente e il segreto di Anna Maria viene rispettato. Ogni anno a novembre, durante la cerimonia di commemorazione dei caduti in guerra nel cimitero, don Augusto Pizzigallo, cappellano militare e sacerdote plenipotenziario a Brindisi, ricordava ai fedeli che la statua della donna triste raffigurava davvero una mamma brindisina. Anna Maria era sempre lì, sorrideva a quelle parole e taceva, ascoltando i commenti delle altre donne. E quando i suoi bambini diventati grandi le chiedevano perché mai ogni volta portasse fiori a quella statua, rispondeva: "Perché quella donna sono io". La stessa domanda che si poneva la pronipote Lucia Malfitano quando la mamma Rosanna Stasi portava i fiori sotto quella statua, tanti anni dopo: "E' la tua bisnonna", le spiegò. Anna Maria De' Ventura, che era nata nel 1885, ha lasciato questa terra il 3 aprile 1962. Qualche giorno dopo uno dei figli incontrò il vescovo Nicola Margiotta portandogli i documenti di quasi mezzo secolo prima su cui era attestato che la mamma era la misteriosa modella della statua dei marinai caduti, impegnandosi a mantenere il silenzio. E celebrando in suo onore una messa. Nel corso degli anni, per due volte, i ladri hanno cercato di rubare la statua, una volta persino tentando di sradicarla con una gru. Ma non ce l'hanno fatta. Ora, cent'anni dopo, la "Misteriosa" rivela la sua identità. Quella di una donna brindisina molto più moderna dei suoi tempi e di una famiglia che ha saputo custodire il suo tenero segreto. Sarebbe ora che quella statua tornasse nel suo splendore originario e che una targhetta ricordasse il nome di Anna Maria De' Ventura, madre dei Caduti in mare di Brindisi. Finalmente libera di svelare a tutti il suo amore per la Patria. 12 129


Ricordare il passato per creare il futuro: 100 anni fa arrivarono a Brindisi i MAS https://www.senzacolonnenews.it/storia‐locale/item/9167‐ricordare‐il‐passato‐per‐creare‐il‐futuro‐ 100‐anni‐fa‐arrivarono‐a‐brindisi‐i‐mas.html

di Gianfranco Perri In questo mese di marzo 2016 ricorre il centenario dell’arrivo a Brindisi dei MAS, i famosi Motoscafi Anti Sommergibili, le cui siluette, che dovevano presto diventare familiari a tutti i Brindisini di allora, ben riconoscevamo anche noi, oggi giovani sessantenni, quando negli anni ’60 e ’70 solcavano ancora le tranquille acque del nostro porto con il loro inconfondibile rombo che ci annunciava l’imminente sopraggiungere delle loro imponenti onde fino alle rive delle nostre belle spiagge, ancora tutte all’interno del porto. In quel tempo di guerra, Brindisi era la sede del comando superiore navale del Basso Adriatico retto dal contrammiraglio Umberto Cagni, e il nostro mare era infestato dai temibili sottomarini austriaci che, con base nel porto di Durazzo, scorrazzavano facendo strage di nostri convogli civili e di nostri mezzi militari navali. La genialità dei nostri ingegneri navali era però riuscita a inventare, e quindi a progettare con l'ingegnere livornese Attilio Bisio, fino a poi realizzare in poco tempo nei cantieri navali della Società Veneziana di Automobili Navali, una speciale barca torpediniera lignea, mossa da un motore a scoppio di 40 cavalli ed incredibilmente economica: velocissima e versatile, con duecento miglia di autonomia, fornita di un cannoncino da 75 mm e, soprattutto, di due potenti e letali siluri a tenaglia, costituendo un’arma che avrebbe potuto colpire il nemico con massima efficienza, in mare aperto così come nei suoi stessi porti.

MAS 1 ‐ Venezia 1916 

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A Venezia ‐dove in alcune occasioni per l’acronimo MAS fu anche utilizzata la denominazione “Motobarca Armata SVAN” dal nome dell’azienda che per prima li produsse‐ oltre ai primi due prototipi, si cantierizzarono rapidamente altre unità, fino a costituire la prima squadriglia di otto MAS che fu affidata al tenente di vascello Alfredo Berardinelli con la missione di esplorazione, attacco e caccia ai sommergibili e agli altri mezzi navali nemici, sfruttando il grande potere offensivo e il fattore sorpresa che implicava l‘impiego della nuova arma. Un’arma completamente sconosciuta al nemico il quale non ebbe mai un’idea esatta della sua effettiva potenzialità, tanto che talvolta gli attribuì anche qualità ben al disopra delle reali.

MAS 2 ‐ Venezia 1916 Era il 28 marzo 1916 e l’Italia era entrata nel suo secondo anno di guerra al fianco degli alleati dell’Intesa contro l’impero austro‐ungarico, quando il MAS 3, di solo 8 tonnellate e 15 metri, giunse da Venezia a Brindisi su di un carro ferroviario. Presto lo raggiunsero altri cinque e poi, altri 6 fino a conformare con i 12 l’intera 1a flottiglia MAS, con la quale Brindisi divenne la base principale nel Basso Adriatico degli anche denominati Motoscafi Armati Siluranti, i MAS: le “Streghe”, come confidenzialmente erano soprannominati dagli equipaggi, perché capaci di apparire improvvisamente, assalire, colpire e allontanarsi velocemente, senza possibilità di essere intercettati dal nemico. Il 7 giugno di quello stesso anno 1916, il MAS 5 del comandante Berardelli e il MAS 7 del comandante Gennaro Pagano di Melito, partirono dalla base di Brindisi e penetrarono la rada di Durazzo, affondando il piroscafo Lokrum: Le due piccole e fragili imbarcazioni furono rimorchiate fino alle vicinanze di Durazzo da due torpediniere protette al largo da quattro cacciatorpedinieri francesi. Perlustrando la baia, i due motoscafi avvistarono un piroscafo,

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evidentemente carico, ed ognuno lanciò un siluro, colpendo entrambi il bersaglio, che era ancorato tra 150 e 250 metri di distanza. A terra il nemico non riuscì a capire quello che stava succedendo e i due MAS italiani ritornarono indisturbati al luogo di riunione che era stato prestabilito con le torpediniere e quindi, rientrarono alla loro base di Brindisi. Meno di venti giorni dopo, gli equipaggi di quei due stessi MAS, composti da dieci uomini ciascuno, riuscirono a portare a termine un’altra missione nella notte tra 25 e 26 giugno, affondando, nella stessa rada di Durazzo, un altro piroscafo austriaco, il Sarajevo. Mentre anche nell’Alto Adriatico i MAS si riempirono di gloria ‐nel dicembre del 1917, i due MAS 9 e 13 guidati, rispettivamente, da Luigi Rizzo e Andrea Ferrarini, affondarono nella rada di Trieste la corazzata austro‐ungarica Wien e danneggiarono la Budapest‐ nella base di Brindisi durante tutto l’anno 1917, i MAS furono principalmente impiegati nelle operazioni di vigilanza e caccia ai sommergibili austriaci operanti nel Basso Adriatico e nei servizi di polizia costiera in Albania. Poi, nel 1918 affluirono a Brindisi i MAS di nuova generazione, più pesanti meglio armati e con motori più sicuri e più silenziosi, e così, nella notte tra il 12 e il 13 maggio, i MAS 99 e 100, comandati da Gennaro Pagano Di Melito e Mario Azzi rispettivamente, attaccarono un convoglio nemico e affondarono il grosso piroscafo Bregenz di ben 4000 tonnellate. Nel corso di quella lunga grande guerra ci furono numerose altre missioni dei MAS, di successo alcune e andate a vuoto altre e infine, proprio in coincidenza con il secondo anniversario della prima missione, il 10 giugno del 1918, il MAS 15 del comandante Luigi Rizzo, l’affondatore, affiancato dal MAS 21 del comandante Giuseppe Aonzo, affondò nelle acque di Premuda sulle coste dalmate, la portentosa corazzata austriaca Santo Stefano facendo entrare con quell’azione, i MAS italiani nella leggenda: Il capo di stato maggiore della marina austro‐ungarica, ammiraglio Nikolaus Horthy, pianificò un’incursione contro lo sbarramento navale di Otranto che ostruiva l’accesso al mare aperto alla marina asburgica mantenendola confinata nell’Adriatico. E per quella missione, il 9 di giugno 1918 la squadra navale con le corazzate Szent István e Tegetthoff, salpò da Pola. All’alba del 10 giugno il capitano di corvetta Luigi Rizzo, impegnato con i Mas 15 e 21 in un’operazione di rastrellamento di mine al largo dell’isolotto di Lutrosnjak, entrò fortuitamente in contatto con la flotta austro‐ungarica e, sfruttando al meglio le caratteristiche dei MAS, grazie ad un coraggioso ed occulto avvicinamento spinto fino a meno di 500 metri di distanza, riuscì ad affondare la corazzata Szent István, fiore all’occhiello della marina nemica. Il contraccolpo psicologico dell’azione ebbe ripercussioni talmente forti, da impedire nel corso della grande guerra qualsiasi altra operazione navale alla monarchia mitteleuropea e da far indire il 10 giugno, come data della festa nazionale della Marina Militare Italiana. E Gabriele D’Annunzio, il quale aveva partecipato alla missione “Beffa di Buccari” del MAS 96, assieme ai MAS 94 e 95, nella baia a sud di Trieste nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918 con Luigi Rizzo e Costanzo Ciano, non tardò a coniare per quegli intrepidi motoscafi il motto: Memento Audere Semper ‐ Ricorda Osare Sempre.

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MAS 95: uno dei tre della Beffa di Buccari nel gennaio 1918

 MAS 96: usato da Gabriele D’Annunzio per la Beffa di Buccari nel gennaio 1918

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Conclusa la guerra, molti MAS restarono di base a Brindisi, che ne accolse anche di nuovi e più efficienti. E da Brindisi i MAS furono impiegati anche nella seconda guerra mondiale, alcuni pochi di vecchia generazione, Tipo SVAN e Tipo Baglietto, e alcuni altri d’ultima generazione, più veloci e più efficienti, che si denominarono MAS 500, dei quali ‐con 23 a 30 tonnellate di dislocamento, con motori Isotta Fraschini Asso 1000 di potenza da 2000 a 2300 HP sviluppando da 42 a 44 nodi di velocità massima, armati di due lanciasiluri da 450 millimetri, con 6 a 10 bombe di profondità e con due mitragliere da 13,2 e 20 millimetri, con equipaggio composto da 9 a 13 uomini‐ se ne costruirono 76 unità in quattro serie successive della stessa Classe 500, identificati con MAS 501 a MAS 576, i quali affiancarono gli antichi 24 MAS ancora in servizio, per sommare in totale 100 MAS. Mentre la Regia Marina nella prima guerra mondiale aveva prodotto più di quattro centinaia di MAS, il loro numero nel secondo conflitto mondiale fu infatti molto minore, perché si rivelarono essere mezzi ormai troppo piccoli e perché, anche se molto veloci grazie al loro scafo a spigolo, erano poco marini e quindi pericolosi da impiegare con il mare molto mosso. Per questo motivo, la Regia Marina incorporò con l’identificazione iniziale MAS 1D a MAS 8D un totale di 8 motosiluranti catturati nell’aprile del 1941 alla marina jugoslava: erano gli schnellboote, lunghi 28 metri prodotti all'inizio degli anni '30 in Germania i quali, a differenza dei MAS avevano uno scafo ad U e quindi, anche se leggermente più lenti, erano più robusti sicuri stabili e manovrabili, soprattutto in condizione di mare forte. Poi, quei mezzi furono in qualche modo copiati e a Monfalcone, negli stabilimenti di Cantieri Riuniti Dell’Adriatico tra il 1942 e il 1943, se ne costruirono altri 36 Tipo MS CRDA 60t, identificati con MS 11 a MS 16, MS 21 a MS 26 e MS 31 a MS 36 quelli della prima serie e con MS 51 a MS 56, MS 61 a MS 66 e MS 71 a MS 76 quelli della seconda serie, mentre 6 dei mezzi jugoslavi ‐i MAS 3D a 8D‐ furono riclassificati e identificati con MS 41 a MS 46, per così sommare in totale 42 motosiluranti.

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Anche durante la seconda guerra mondiale, furono numerose le azioni condotte dai MAS e MS, e tra esse, quelle di maggior successo furono: il siluramento dell’incrociatore inglese Capetown l’8 aprile 1941 a opera del MAS 213 comandato dal guardiamarina Valenza; l’affondamento nel Mar Nero del sottomarino sovietico Equoka il 19 giugno 1942; il danneggiamento dell’incrociatore russo Molotov a opera dei MAS 568 e 573 il 3 agosto 1942; l’affondamento a opera dei MS 16 e 22 il 12 agosto 1942 del modernissimo incrociatore inglese Manchester nella famosa battaglia aeronavale di Mezzo Agosto nel Mediterraneo centrale, nel corso della quale i numerosi MAS partecipanti affondarono anche i piroscafi Glenorchy, Saint Elisa, Rochester Castle, Almeria Likes e Wairangi; l'affondamento del cacciatorpediniere inglese Lightning sulle coste algerine il 12 marzo 1943.

Al termine della seconda guerra mondiale, i pochi MAS superstiti furono requisiti dalle marine dei vincitori, mentre dei 15 MS CRDA 60t superstiti, 5 vennero ceduti ad altre marine vincitrici ‐4 all’Unione Sovietica e 1 alla Francia‐ e i rimanenti 9 motosiluranti continuarono prestando servizio nella Marina Militare e furono destinati ad operare nelle acque dell'Adriatico e dello Ionio, dopo essere però stati declassati a semplici motovedette in base alle clausole del trattato di pace e quindi armati solo con le mitragliere. Poi, il 1º novembre 1952, venute meno le clausole più restrittive del trattato, quei nove mezzi vennero riclassificati e riarmati di siluri, con la denominazione definitiva 471 a 475 e 481 a 484: il “4” indica “motosilurante”.

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Lo sradicamento delle Sciabiche: 1900 - 1959 www.brindisiweb.it/storia/sciabiche.asp

Gianfranco Perri

Sciabiche: dall’arabo “sciabbach” che significa rete da pesca, specificamente quella che calata in mare a semicerchio, con il suo progressivo avanzamento cattura il pesce. Le sciabiche somigliano molto alle più comuni reti dette a strascico, ma si differenziano sostanzialmente da queste ultime per la lunghezza dei bracci, che nelle sciabiche – Fig.1 – sono molto corti, tanto che in realtà il corpo stesso della rete, praticamente si identifica con il sacco di raccolta. Ma per i brindisini Sciabiche, o ancor meglio “Sciabbiche”, perlomeno già dal ´700 era ufficialmente il nome del rione che aveva per confini sui lati di terra, via Montenegro – o forse via Santa Chiara – a est, poi Santa Teresa e San Paolo a sud, il largo – oggi Sciabiche e prima Sdrigoli – a ovest, e che per il resto si affacciava sul mare, allungandosi per circa 400 o 500 metri sulla riva di nordovest del Seno di Ponente. Quello stesso rione Sciabiche peró esisteva da molto tempo prima, tanto che fu proprio in quel rione, certamente il piú emblematico della cittá marinara, che il 5 giugno del 1647 esplose il forte malcontento dei pescatori, suoi incontrastati dimoranti, facendo scoppiare la sommossa – un mese prima della più nota rivolta napoletana capeggiata da Tommaso Aniello d'Amalfi “Masaniello”– dando di fatto inizio a quell’insurrezione che finì per coinvolgere buona parte del meridione italiano, che dal 1509 era in regime di viceregno spagnolo, su cui regnava il re di Spagna Filippo III, con Pedro Girón viceré a Napoli. Da: Cronaca dei Sindaci di Brindisi dall’anno 1529 al 1787 e narrazione di molti fatti avvenuti in detta città 1 di P. CAGNES e N. SCALESE: «...Fu la revoluzione nel Regno di Napoli, e precise in questa città, e il sindico Ferrante Glianes fu lapidato dal popolo, e fu pigliato da casa sua, e portato carcerato in una casa sotto la marina, dove lo trattennero tutto il giorno, e poi la sera lo mandarono libero in casa sua, e il capopopolo, o vero i capopopoli, furono Donato e Teodoro Marinazzo, e levarono le gabelle, non facendoli osservare come era di solito...»

Ed esisteva, quel quartiere marinaro di Brindisi, anche ancor prima. Da: Le perle di Brindisi. Personaggi illustri brindisini 2 di F. PERRONE e A. GIOSA, 2008: «...Quel che era rimasto del palazzo quattrocentesco della famiglia che era stata del condottiero Pompeo Azzolino, continuó in piedi fino già iniziato il ´900... Pompeo Azzolino, vissuto nel XV secolo, fu un grande e valoroso condottiero brindisino. Ferdinando d’Aragona, il re Ferrante, stimandolo molto per le sue virtù militari e per la fedeltà che dimostrava verso la casa regnante, gli aveva affidato il governo della cittá. Fu un uomo che compì molte imprese, tra le quali da ricordare quella del 1481 quando, insieme con i suoi uomini, partecipò alla liberazione di Otranto dai Turchi. Poi, l’anno seguente sconfisse in battaglia aperta il comandante veneziano Giacomo Marcello, facendolo desistere dall’occupare Brindisi. I cittadini di Brindisi furono assai grati al loro governatore Pompeo Azzolino della vittoria riportata contro i Veneziani e vollero per questo eternare la sua memoria con un’iscrizione che fecero incidere sopra una tavola di marmo che collocarono sulla facciata della sua casa, situata nel rione Sciabiche...»

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Fig.1: Le sciabiche - Da: Toponomastica brindisina del centro storico di Alberto Del Sordo, 1988

Fig.2: Le Sciabiche - Dettaglio da una foto di Giacomo Brogi del 1870

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E naturalmente si potrebbe continuare andando ancora a ritroso. Ma non è l’obiettivo di questo scritto che, invece, va proprio al contrario: non delle “origini” si vuol qui trattare, ma della “fine” delle Sciabiche. E basti quindi qui ricalcare che su tutte le più antiche mappe della città di Brindisi, che siano in qualche modo assimilabili a ció che consideriamo essere un piano topografico e pertanto elaborate a partire dal 1700, tutto il tratto di riva esposto a nordovest che parte dalla punta situata all’incirca all’altezza dell’attuale discesa Montenegro e che si estende per quasi 500 metri fino alla base dell’attuale salita Lucio Scarano, é chiaramente occupato da caseggiati: sono, quelli, le case delle Sciabiche. ***** La fotografia più antica che si conosca del rione Sciabiche risale invece al 1870, ed appartiene alla bella e ormai storica serie di foto di Brindisi, che così datate integrano gli Archivi Alinari e che furono esposte in occasione della mostra Brindisi negli Archivi Alinari tra Unità d’Italia e Prima guerra mondiale 3 a Palazzo Granafei Nervegna dal 18 giugno al 9 ottobre del 2011. La foto originale, dalla quale é estratto il particolare riprodotto nella Fig.2, è dello Stabilimento Giacomo Brogi. Praticamente contemporaneo di quella prima foto delle Sciabiche, è il piano della città che nel 1871 fu elaborato a scala 1/2000 da Carlo Fauch e da cui è estratto il particolare riprodotto nella Fig.3, relativo al rione Sciabiche. Nel piano si possono osservare diversi dettagli interessanti. La strada Montenegro e la strada Santa Chiara scendono, parallele, verso la banchina. La strada Montenegro, già Dell’Arcivescovato, sbuca su largo Montenegro, che dà sul mare delimitato a sud dall’omonimo palazzo e compreso tra due blocchi edificati: quello piccolo ad est si stende fino di fronte alla strada Santa Chiara, quello ad ovest più grande si allunga costeggiando la banchina che verso ovest va incurvandosi fino ad esporsi a nordovest. Giusto alle spalle di questo secondo grande blocco di case c´è largo Monticelli sul quale sbucano, da sud le due viuzze cieche Azzolino e Capozziello – i cui nomi non sono riportati nel piano – parallele alla strada Montenegro, e da ovest la strada detta Del forno Sciabiche che scorre lunga e stretta, parallela alla banchina ma internamente, fino a sbucare con il nome di strada Sciabiche, su uno slargo – già denominato largo Sdrigoli ed oggi largo Sciabiche – dal quale poi sul lato opposto inizia la salita verso Santa Aloy. L’ultimo caseggiato a quel tempo presente lungo la banchina del seno di ponente è quello che appunto delimita quello slargo in coincidenza con l’inizio della strada in salita, inizialmente anch’essa denominata strada Sdrigoli ed oggi via Lucio Scarano. Sulla strada Sciabiche scendono perpendicolari ad essa due pendii, uno breve ed accentuato da largo Santa Teresa e l’altro più lungo e dolce, il pendio Marinazzo, dalla strada De Leo. Sul piano sono finalmente identificati con colore marrone scuro: ad est, l’Albergo delle Indie Orientali di fronte alla banchina della strada Marina – cosi è identificato sul piano l’attuale viale Regina Margherita – a sudest, la Cattedrale e l’Ospedale su largo Cattedrale e a sudovest, le chiese di Santa Teresa e San Paolo. Una “Planimetria della Banchina Centrale del Porto di Brindisi” fu elaborata a scala 1/1000 in data 1 agosto 1882 – il dettaglio è riportato nella Fig.4 – in occasione dei lavori di riparazione di quel tratto di banchina e su di essa sono delimitati con precisione quei due blocchi di case delle Sciabiche, più orientali e prospicenti al mare, il piú piccolo dei quali éidentificato sul piano come Corpo Piloti. La porzione riprodotta del piano, include inoltre le

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Fig.3: Pianta della CittĂ di Brindisi - Dettaglio dal piano di Carlo Fauch del 1871

Fig.4: Planimetria della Banchina Centrale del Porto di Brindisi - Dettaglio dal piano del 1882

Fig.5: Piano regolatore della CittĂ di Brindisi del 1883 - Dettaglio con le demolizioni previste

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seguenti legende: Sciabiche, Palazzo Montenegro, Consolato Britannico e Albergo Indie Orientali. La serie di numeri sul mare, sono gli scandagli: 8,23–8,22–8,51–8,57–8,42–8,76. Nel 1883 vide la luce il piano regolatore della città di Brindisi, che fu commissionato agli ingegneri brindisini D’Errico, Santostati e Palma, e quello, per le Sciabiche, fu un segnale d’inizio, o quanto meno premonitore, del processo demolitore, anche se in realtá solamente si previde demolire il piccolo blocco fabbricato del Corpo Piloti antistante a Palazzo Montenegro, alcune parti del blocco fabbricato grande prospicente al mare e, infine, un altro pezzetto di fabbricato adiacente al largo Monticelli. Nel dettaglio riportato nella Fig.5, i settori circoscritti da un perimetro rosso, sono quelli da demolire. D’accordo con quanto riporta A. DEL SORDO in Toponomastica brindisina del centro storico 4, 1988, fino a tutto l´800 i due toponimi principali del rione furono strada Sciabiche, che era il lungomare, e via Forno Sciabiche, che era quella parallela alla prima e che internamente si allungava tra largo Monticelli ad est e largo Sdrigoli a ovest. Poi c’erano via Pompeo Azzolino e vico Capozziello, le due stradette senza uscita parallele a via Montenegro. Poi, vico Sciabiche I, vico Sciabiche II, vico Sciabiche III, vico Sciabiche IV. Una delibera comunale del 1900 cambiò i nomi delle due strade principali, sostituendoli con: via Lenio Flacco quella del lungomare, e via Sciabiche quella parallela interna. Anche i vari vico Sciabiche I–II–III–IV, cambiarono nome passando a chiamarsi vico Cannavese, vico Candilera, vico De´ Mezzacapo, e poi altri nomi ancora. Oggi, la denominazione Sciabiche è toponomasticamente attribuita unicamente a quello che era stato largo Sdrigoli. Anche se non sono note data e circostanze precise in cui i primi fabbricati periferici dell’est delle Sciabiche furono demoliti, certo é che entro la fine dell´800 e i primissimi anni del ´900, in quel settore della città il piano regolatore del 1883 era giá stato parzialmente attuato, con la completa eliminazione del fabbricato piccolo antistante al palazzo Montenegro e con una parziale demolizione del blocco piú grande, una demolizione questa meno estesa di quanto indicato dal piano regolatore e che, conservando tutto il suo corpo principale originale parallelo alla banchina, si era di fatto limitata ad allineare la facciata est del blocco con via Montenegro. Nella foto della Fig.6 datata 1915, infatti, si osserva ancora tutto completo il prospetto sul mare di questo blocco la cui spalla delimitava il largo Monticelli. Quelle prime demolizioni coincisero con la creazione della piazza Baccarini, con al centro la fontana detta dei delfini, successivamente trasferita ai giardinetti della stazione marittima, circoscritta dal palazzo Montenegro quindi dalla banchina e, sul lato ovest, dal riferito e già parzialmente ridimensionato blocco edificato prospicente al mare. Da: Parliamo di Brindisi con le cartoline 5 di G. CANDILERA, 1985: «...La piazza fu intitolata all’ex ministro dei lavori pubblici Alfredo Baccarini, morto nel 1890, in riconoscimento al suo apprezzabile e concreto interessamento ai problemi dei trasporti della città...»

Ed è del 1905 la foto panoramica della Fig.7, che riproduce il lungomare tra l’Albergo delle Indie Orientali ed il Castello di terra. In questa foto é ben distinguibile tutta intera la facciata est del blocco prospicente al mare già perfettamente allineata con l’ultimo palazzo di via Montenegro, quello che anche se abbandonato e fatiscente é ancora in piedi a tutt’oggi. Mentre la foto della Fig.8, quasi contemporanea alla panoramica del 1905, mostra da più vicino parte della piazza Baccarini con la fontana dei delfini e parte della facciata est del blocco prospicente al mare.

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Fig.6: Il lungomare - 1915

Fig.7: Il lungomare - 1905

Fig.8: La strada Marina: Al fondo piazza Baccarini con la fontana dei delfini - 1908

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Risale anche a quegli stessi ultimi anni dell´800, l’inizio della costruzione dei fabbricati sulla riva del seno di ponente a prolungamento delle Sciabiche verso il Castello di terra, siti su tre isolati contigui occupando la fascia di terreno compresa tra il lungomare e la strada Sdrigoli, poi via Lucio Scarano, che risalendo fino a Santa Aloy era stata aperta a prolungamento della strada Sciabiche. È infatti del 1890 la vecchia fotografia di A. Mauri della Fig.9, purtroppo pervenuta con scarsa qualità grafica, che mostra in primo piano pescatori sulle loro barche a remi e sul fondo le Sciabiche con parte di quei nuovi fabbricati, costruiti sulla riva del seno di ponente a mo’ di prolungamento delle costruzioni preesistenti, facilmente identificabili allineati sull’estremo destro della fotografia. Più chiara, e di vent´anni più recente, è invece la visione che delle Sciabiche si ottiene dalla fotografia della Fig.10, datata 1910, che presenta una panoramica abbastanza completa di tutte le case delle Sciabiche, quelle più vecchie e quelle al tempo della foto nuove, tutte sovrastate dall’imponente complesso della chiesa di Santa Teresa e da quello della chiesa di San Paolo, che non si vede nella foto perché nella prospettiva è più a destra. Quell’ultima casa sull’estremo sinistro della fotografia era presente anche sulla prima foto, quella del 1870 – di 40 anni prima – ed altro non è che l’estremo ovest del grande blocco edificato prospicente al mare. Trattasi di quel pezzo estremo del blocco che doveva essere demolito secondo il piano regolatore del 1883, ma che invece resisteva ben entrato il ´900. Una mappa della città che riflette per il rione Sciabiche le due novità descritte, sia le prime demolizioni che i nuovi fabbricati, è quella datata 1916 elaborata a scala 1/4000 da A. Urbani, dalla quale è estratto il dettaglio riportato nella Fig.11. Si osserva chiaramente l’assenza del piccolo blocco fabbricato del Corpo Piloti e l’avvenuta parziale rettifica del grande blocco fabbricato la cui facciata est è ora allineata con via Montenegro. E si osservano i nuovi fabbricati, ancor oggi esistenti, costruiti tra la banchina che dal 1919 si intitolerà all’ammiraglio Paolo Tahon di Revel e via Lucio Scarano. Su questa mappa del 1916 é anche interessante osservare la presenza su via Lenio Flacco di una nuova costruzione isolata sul bordo della banchina: non si tratta di abitazioni, ma di un grande capannone di attrezzature marine militari legato alla stazione torpediniere che in quel tratto di banchina operò fin da prima dell’inizio della prima guerra mondiale – la stazione fu trasferita a Brindisi dopo il terremoto di Messina del 1908 e il capannone rimase in piedi per una ventina d’anni circa, come lo testimonia la sua presenza nella foto di Fig.12, del 1934. In questa stessa foto datata 1934 non c’è più traccia del grande blocco fabbricato prospicente al mare sulla banchina di fronte a via Montenegro, né del resto vi è presenza di esso nelle numerose e piú ravvicinate fotografie del discorso che Mussolini tenne dal balcone del palazzo Montenegro l’8 settembre del 1934. Né, tanto meno è rappresentato nel piano delle demolizioni del rione Sciabiche dello stesso 1934. Quel blocco fabbricato, quindi, deve esser stato demolito – foto de la Fig.13 – negli anni 20, probabilmente intorno al 1924. Fino alla metà degli anni 30 comunque, la struttura urbano-architettonica delle Sciabiche, escludendo la demolizione dei due blocchi fabbricati periferici al rione, di cui si é detto, non aveva subito cambi rilevanti e, di fatto, l’apparenza – Fig.12 – che dal mare mostrava tutto il caseggiato che si snodava lungo la banchina esposta a nordovest era grosso modo la stessa di quella ripresa in una fotografia dei Fratelli Alinari datata intorno al 1908.

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Fig.9: Brindisi: Grande panorama generale dal mare

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Foto di A. Mauri del 1890

Fig.10: Panoramica delle Sciabiche - 1910

Fig.11: Pianta della CittĂ di Brindisi a Scala 1/4000 di A. Urbani - Dettaglio - 1916

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Da quella foto panoramica del 1908 é infatti estratto il particolare, riprodotto nella Fig.14, che mostra la maggior parte di quelle numerosissime case che furono demolite tra il 1934 ed il 1936, quando si consumó la piú vasta delle campagne demolitrici che interessò la maggior porzione del quartiere e che, comunque, contrariamente a quanto previsto dal piano delle demolizioni riportato nella Fig.15, risparmiò un limitato settore di case, visibile nella foto della Fig.16, compreso tra via Montenegro e quello che diventò il limite est della scalinata imperiale, costruita tra la ampliata e risistemata piazza Santa Teresa ed il nuovo piazzale Lenio Flacco. Si può osservare, infatti, come il piano indicasse da demolire anche le case ubicate nel settore più a est e che furono invece temporalmente risparmiate nella pur vasta campagna demolitrice del 1936. Pertanto, quando nel 1959 anche la loro demolizione finalmente si consumò, si tratto di una fine già predestinata ben venticinque anni prima. Le demolizioni del 1936 interessarono invece tutte le case sciabbicote che, su piani di varia altezza degradanti da piazza Santa Teresa e da largo San Paolo al mare, esistevano a quell’epoca fino a largo Sdrigoli e anche un po’ più in là, fino al pendio Fontana Salsa che è sulla sinistra dopo già imboccata via Lucio Scarano. Poi il rione delle Sciabiche, con gli ultimi sciabbicoti le cui vestigie erano ancora tali da poter essere propriamente così denominati, svanirono per sempre nelle pieghe della storia di Brindisi in quel 1959, quando il piccone demolitore si abbaté inesorabilmente sulle ultime case fino ad allora risparmiate – Fig.17 – completando l’opera sradicatrice e imponendo al contempo agli ultimi pescatori ed alle loro famiglie di trasferirsi nell’apposito caseggiato che era stato costruito sull’opposta sponda: il villaggio pescatori. L’affanno demolitore dell’ammodernamento aveva iniziato la sua inarrestabile avanzata sulle Sciabiche con l’inizio del ´900 quando tra i primi caseggiati designati non furono risparmiati né il palazzo dove era nato lo scienziato Teodoro Monticelli né quel che restava dell’immobile quattrocentesco appartenuto alla famiglia di Pompeo Azzolino. L’avanzata incontrò poi nuove energie, abbondanti ed incontrastate, inseguendo il miraggio della ritrovata gloria imperiale durante la seconda parte del ventennio e non si arrestó piú neanche dopo, riprendendo e completando l’opera demolitrice con gli albori del miracolo economico e della fantomatica industrializzazione – Fig.18. Da: Brindisi Nuova Guida 6 di G. CARITO, 1994: «...Del quartiere delle Sciabiche permangono ormai, dall’insediamento della Marina Militare e sino alla banchina Montenegro, a ridosso del pianoro in cui sono i poli ecclesiastici di San Paolo Eremita e Santa Teresa, scarni relitti. Tali il reticolo tardo ottocentesco, a ponente, allorché l’abitato si spinse in direzione del castello di Terra e gli edifici su via Azzolina; qui una casa con cavalcatoio documenta l’elevato sfruttamento dei suoli edificabili in un’area caratterizzata da stretti vicoli che, dai rialti di ponente, portavano al mare...»

Da: Lo sventramento delle Sciabiche 7 di G. PERRI, 2012: «...Oggi, delle “Sciabiche” e degli “Sciabbicoti” non ci resta che un ricordo, piú o meno vago dipendendo per ognuno di noi dalla propria etá anagrafica o dalla luciditá con cui la nostra memoria ci riporta e ci ripropone quei due termini con i quali i nostri nonni e i nostri genitori continuarono, e qualcuno di loro persino continua ancora, ad identificare rispettivamente il rione ed i suoi abitanti...»

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Fig.12: Panoramica dal seno di ponente con Monumento Stazione torpediniere e Sciabiche -1934

Fig.13: Caseggiati sul lungomare sradicati con le prime demolizione - 1924 circa

Fig.14: Le Sciabiche nel 1908: Tratta del lungomare con i caseggiati demoliti tra 1934 e 1936

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Pietro CAGNES e Nicola SCALESE Cronaca dei Sindaci di Brindisi dall’anno 1529 al 1787 e narrazione di molti fatti avvenuti in detta città 2 Franca PERRONE e Angela GIOSA Le perle di Brindisi. Personaggi illustri brindisini, 2008 3 Angelo MAGGI e Maurizio MARINAZZO Brindisi negli Archivi Alinari, 2011 4 Alberto DEL SORDO Toponomastica brindisina del centro storico, 1988 5 Giuseppe CANDILERA Parliamo di Brindisi con le cartoline, 1985 6 Giacomo CARITO Brindisi Nuova Guida, 1994 7

Gianfranco PERRI Lo sventramento delle Sciabiche, 2012

Fig.15: Piano delle demolizioni delle Sciabiche - 1934 - Rapp. 1:1000

Fig.16: Le Sciabiche: la fontana imperiale, la risistemata piazza S. Teresa e il piazzale L. Flacco

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Fig.17: La demolizione delle Sciabiche: Ultimo atto - 1959

Fig.18: Le tre ondate demolitrici delle Sciabiche

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BRINDISI “filia solis" Nella parte più a nord del Salento è situata Brindisi, città antichissima crogiolo di culture e teatro di vicende entrate a buon diritto nei manuali della grande storia, città nobile e antica che secondo alcuni si dovrebbe chiamare Brunda. E' noto a tutti che questo nome significa testa di cervo, non in greco o latino, ma in lingua messapica, il porto di Brindisi ha infatti la forma di una testa di cervo, le cui corna abbracciano gran parte della città. Il porto è famosissimo in tutto il mondo e da ciò nacque il proverbio che sono tre i porti sicuri della terra: Iunii, Iulii, et Brundusii. La parte più interna del porto è cinta da torri e da una catena; quella più esterna la proteggono gli scogli da una parte e una barriera di isole dall'altra: sembra l'opera intelligente di una natura burlona, ma accorta. La costa, che dal monte Gargano fino a Otranto è quasi rettilinea ed incurvata in brevi tratti, nei pressi di Brindisi si spacca ed accoglie il mare, formando un golfo che si insinua nella terra con uno stretto delimitato, come già detto, dalle torri e dalla catena. Un tempo, questa stretta imboccatura era profondissima e poteva essere attraversata con navi di qualsiasi grandezza. Da questo stretto, il mare si riversa per un lungo tratto dentro la terraferma attraverso due fossati naturali che circonvallano la città; è sorprendente, soprattutto nel corno destro, la profondità del mare che in qualche punto, dicono, supera i venti passi. La città ha all'incirca la forma di una penisola, tra i due bracci di mare. Sul corno destro, ha una fortezza di straordinaria fattura, costruita con blocchi di pietra squadrata per volere di Federico II, e poi ha il castello Alfonsino, il Forte a mare dei brindisini. Brindisi è cresciuta sul più orientale porto d'Italia che ne ha determinato il destino. Le colonne terminali della via Appia, specchiandosi dall'alto della loro scalinata nelle acque del porto interno, vigilano su quella che la tradizione vuole come l'ultima dimora di Virgilio. E poi Brindisi cela tantissimi altri frammenti di storia, le cui testimonianze sono ancora leggibili nel tessuto urbano, attraverso itinerari che si devono percorrere per ammirare l'eleganza dei suoi numerosi palazzi, le maestose dimore dei Cavalieri Templari, la ricchezza del suo patrimonio chiesastico e da ultimo, per scoprire l'essenza autentica della città che il grande Federico II definì "filia solis", esaltando la mediterranea solarità di questo straordinario avamposto verso l'Oriente.

Pagine di storia brindisina  

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