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Gabiano e dintorni

Il mensile dal Nost MunfrĂ

G&d

febbraio 2013 Dipinto di P. Zannol


Quando lo sport si fa territorio I nostri lettori hanno da tempo scoperto che con il termine: territorio, noi non ci riferiamo solo e semplicemente ad una area geografica, (rispettivamente ven. 15, sab. 16 e dom. 17 e ven. 22, per noi significa tante cose, storia, cultura, tradizioni, ambiente e tansab. 23 e dom. 24, to altro ancora. in concomitanza con la Per questo abbiamo promosso una fiera di San Giuseppe) mostra su quello che consideriamo presso la ex chiesa lo sport tipico delle nostre colline: il tamburello. Mater Misericordiae Con fatica per mesi abbiamo selea Casale Monferrato zionato fotografie e “costruito” questa esposizione insieme a Pier (piazza San Domenico) Giuseppe Bollo originario di Cerrina è possibile vedere la ormai diventato il “nostro” fotografo del territorio e Riccardo “Riky” prima, e unica, Bonando da Villamiroglio giocatore mostra storica e d’alto livello nel tamburello dove fotografica sul gareggia nella massima serie. 50 pannelli dove molti potranno Tamburello rivedere amici di gioventù momenti nel Monferrato di vita del nostro passato e non solo. Ma nelle foto di Bollo, che partono dagli anni ‘70, si possono vedere

Il terzo e il quarto fine settimana di marzo

anche le mode, le abitudini, le passioni e un spaccato di vita dei Monferrini. Basta guardare le immagini del pubblico, l’abbigliamento dei giovani, i loro volti, i cappelli che indossavano, rivedere le persone che hanno fatto grande questo sport dai giocatori agli sponsor alle società, per veder scorrere qualche decennio di autentica storia del Monferrato, non del Piemonte o dell’alessandrino o dell’astigiano o d’Italia, ma del Monferrato, ci verrebbe da dire del profondo Monferrato. Ce lo hanno confermato le “glorie” che lo hanno fatto grande portando tanti titoli nazionali e internazionali fra i paesi delle nostre colline con cui, il 3 febbraio u.s., abbiamo “collaudato” la mostra. Non è facile rappresentare anche solo un “pezzo” di qualunque storia, facilmente si rischia sottovalutare un aspetto o enfatizzare troppo qualche altro, facilmente si può (Continua in ultima pagina)

Nella foto: da sinistra: Luigi Musso ideatore e gestore del sito www.tambass.it; Pier Giuseppe Bollo il fotografo del Tamburello; il ragazzo Lorenzo Ubertalli con Enzo Gino direttore di G&d; Rag. Luigi Casalone, Arch. Beppe Conrotto da Cocconato con la moglie Graziella, Pinot Ferrero da Castelnuovo don Bosco, Alberto e Angelo Uva, Alberto Ghia giornalista, Raffaele Mazzola da Varengo.

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Antologia degli autori Monferrini

Vincenzo Buronzo da Moncalvo Al mè pais: Trifoula d’rou

Iniziamo con questo numero una piccola antologia di scrittori monferrini, alcuni famosi altri meno, ma tutti con una caratteristica comune hanno scritto in poesia o in prosa del nostro Monferrato, anche se non tutti sono nativi delle nostre colline. Iniziamo da Vincenzo Buronzo da Moncalvo nato il 13 novembre 1884 figlio di un fabbro carradore noto a Moncalvo e non solo per i suoi carri colorati di celeste con le ferramenta nere. Frequenta il liceo classico Cavour a Torino e si laurea in lettere a Bologna alla scuola di Giovanni Pascoli. Fonda ad Asti il Centro studi alfieriani e poi ordinario di letteratura italiana all’Accademia Albertina delle belle arti di Torino. Al ritorno dalla grande guerra ricoprì le cariche di podestà a Moncalvo e Asti e deputato del regno fra il ‘23 e il ‘43. I suoi scritti spaziano dalla saggistica alla narrativa alla poesia dialettale al giornalismo alla drammaturgia. Fra i suoi scritti citiamo: Canti innocenti, La canzone di Sandrino, Il fluto di canna, Al mè pais, e Al litanij di giobia. Scompare a Moncalvo il 7 novembre

Trifoula d’rou Trifoula d'rou, forta brasca mounfrin-a stràjia souttèra, ca t'spounti 'nt' la rousà setembrin-a, j'è nen d'pü bèl che d'nöcc 'mniti a cercà, soui e soulet, drera l'arsgnö par và e par coulin-i, cme povri 'nnamoura.

Tartufo di rovere Tartufo di rovere, forte brace monferrina / sepolta sotterra, / che spunti alla rugiada settembrina, / non c'è niente di più bello / che venirti di notte a cercare, / soli soletti, / dietro l'usignolo per valli e colline, /come poveri innamorati.

'L cagnët al sauta, 'l sapët l'è lüsent, in boucoun d'pan an fa countent da vendi, e dman, po dman la gent l'avrà par ti 'nt' al sang valospi d'amour, 'l feu di vintan-i, j'omni 'ns' al spal-i j'aussràn al mound alger cmè paja fìn-a, 'l don-i i saran frësch bouchët d'fiour, par ti, trifoula d'rou, brasca oudourousa, rösa fougousa, tesor ascous dla me tèra mounfrin-a.

Il cagnetto salta, lo zappetto è lucente, / un boccone di pane ci fa contenti da vendere, / e domani, poi domani la gente / avrà per te nel sangue / faville d'amore, il fuoco dei vent'anni, / gli uomini sulle spalle / alzeranno il mondo leggero come paglia fina, / le donne saranno / freschi mazzi di fiori, / per te, tartufo di rovere, / brace odorosa, / rosa focosa, / tesoro nascosto della mia terra monferrina.

1976. Riportiamo in queste pagine Trifoula d’rou tratto da Al mè paìs, (Edizioni d'arte Rassegna, Bergamo 1962) e quanto scrivono di lui Elio Gianola e Dionigi Roggero su - Monferrato, lo scenario del ‘900 - edito dalla Fondazione cassa di Risparmio di Alessandria. Poeta in lingua e in dialetto, Vincenzo Buronzo sembra non fare distinzione tra i due ambiti, mantenendo in fondo lo stesso regime stilistico per entrambi. Per questo, forse, la sua produzione dialettale non riesce così incisiva come quella dei molti, importanti poeti dialettali che il Novecento ha conosciuto, capaci di fare del dialetto uno strumento davvero alternativo, in grado di veicolare contenuti e forme espressive improbabili in lingua. Di qui una certa retorica in questa poesia, che spesso sembra più tradotta dall'italiano che autenticamente vernacolare. Ciò non impedisce al poeta di Moncalvo di darci alcuni testi molto suggestivi, quando tocca da vicino realtà locali precise. Com'è il caso della ricerca del tartufo, argomento quanto mai moncalvese. Ne viene un'intensa rievocazione delle mattinate settembrine, quando all'alba il cercatore si incammina col suo cane alla caccia del profumato tubero che, nell'immaginario del poeta diventa una brace e una rosa odorosa, capace di accendere scintille d'amore.

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Quando De Gasperi venne a Crea

Giampaolo Pansa, Monferrino di Casale rievoca nel suo libro: Siamo stati così felici, (Sperling & Kupfer, Milano 1995)

un momento importante della storia nazionale avvenuto fra le nostre colline

Immagine dell’incontro a Crea fra Alcide De Gasperi e Georges Bidault del 22 marzo 1948. Al centro si nota l’on. Giuseppe Brusasca

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Attraverso lo scritto Giampaolo Pansa nato a Casale il 1 ottobre 1935 riportiamo il racconto dell’incontro di De Gasperi a Crea con il Ministro degli esteri francese, prima delle prime elezioni libere dopo la guerra tenutesi nell’aprile 1948. Anche ui riproponiamo ai nostri lettori il commento di Gianola e Roggero e un breve estratto dal suo libro. Struggenti nel ricordo quanto vivaci e polemiche nel rievocare la materia ancora incandescente del secondo dopoguerra italiano, quando le ferite della guerra e della successiva guerra civile, non si erano ancora rimarginate. Eppure nel suo romanzo d'esordio Ma l'amore no del 1994, la terra casalese non è mai esplicitamente citata. Quasi un senso di pudore, tutto monferrino, lo aveva portato a usare a piene mani nomi di fantasia, pur raccontando Casale e la sua gente negli ultimi anni di guerra. Li citerà esplicitamente invece nel secondo romanzo Siamo stati così felici. Da lì in avanti Giampaolo Pansa avrà modo di raccontare della sua casa e della sua adolescenza in via Corte d'Appello delle opere del

Museo Civico cittadino, della tragedia della comunità ebraica, fino a ripercorrere, evocando un ipotetico dialogo tra i propri genitori, la storia traumatica di Casale nel pieno dell'esplosione industriale fino all'avvento del fascismo. Fino alle più recenti e scottanti pagine di impostazione revisionista che, a cominciare da II sangue dei vinti, hanno contribuito a una profonda e discussa rilettura dell'epopea partigiana. Del resto il grande amore per la sua piccola patria monferrina Giampaolo Pansa lo aveva esplicitato fin dalla scelta di laurearsi con tesi divenuta storica, intitolata Guerra partigiana in provincia di Alessandria. Divenuta poi per Laterza Guerra partigiana fra Genova e il Po, che gli valse il riconoscimento dell'ex presidente della Repubblica Luigi Einaudi, dischiudendogli le porte al giornale «La Stampa» da cui iniziò la sua folgorante carriera. Proprio da Siamo stati così felici abbiamo scelto la pagina dedicata all'incontro, presso il santuario di Crea, tra George Bidault ministro degli Esteri francese e Alcide De Gasperi


alla vigilia delle elezioni del 1948. Perché racchiude la memoria personale dello scrittore, la sua passione per la storia e la vis sarcastica nel descrivere i grandi avvenimenti della politica che molto spesso nascondono atteggiamenti meno nobili e fieri di quanto non riportino i posteri. Era Georges Bidault l'uomo che attendeva De Gasperi tra i frati del santuario. Un signore piccolino, azzimato, elegantissimo, l'aspetto del nobil’uomo con ville e castelli. E invece era stato il capo della resistenza francese nell'interno e lo conoscevano per un tipo duro, insofferente, aspro, di poche parole, spesso nervoso e impaziente. Che osso da mordere fosse questo Bidault lo si capiva dal suo francese: pronunciato con voce nasale e aggressiva, spesso con un tono sdegnato e un fastidio che lui cercava di contenere dal momento che, in Francia, questo ometto di ferro era anche il ministro degli esteri. L'incontro doveva rimanere segreto. Ma De Gasperi viaggiava seguito da una corriera rossa carica di giornalisti romani. E così addio segretezza! L'unica notizia che non si venne a sapere fu proprio quella più importante. Paolo l'apprese qualche giorno dopo dal professor Barberis, il quale, a sua volta, l'aveva saputa dall'onorevole Moncalvone. Riguardava la ragione nascosta di quel vertice. De Gasperi voleva conoscere da Bidault quale aiuto avrebbe potuto offrirgli, nella disgraziata ipotesi di una vittoria comunista il 18 aprile. Bidault non ebbe esitazioni. E di fronte alla Madonna di Crea garantì asilo politico in Francia a De Gasperi e a tutti i democristiani che avessero deciso di fuggire da un'Italia nelle mani dei rossi. Quando De Gasperi, affiancato da Moncalvone e dal sottosegretario Brusasca, s'affacciò da una finestra sopra il caffè Savoia, Paolo fu colpito da quanto assomigliasse a Pio XII. Lo aveva visto più volte nella "Incom" il papa. E lo ricordava magrissimo, ieratico, altero, dal gran naso adunco. Sant'Alcide gli sembrò più o meno così: un signore alto e secco, elegante anche nel vestito stazzonato, il canapione a becco. Anni dopo avrebbe scoperto quanto l'im-

magine di De Gasperi conservata dalla sua memoria collimasse con il ritratto tracciato dalla figlia Maria Romana: un uomo dalla strana espressione di felino accorto, gli occhi stretti come due fessure alzate agli angoli, i sopraccigli grigi e arruffati, un tratto che gli restava per un attimo sul viso quando aveva battuto un avversario. Il discorso di De Gasperi non passò alla storia. Era troppo stanco, Sant'Alcide. E si limitò a dilatare un concetto che Paolo aveva già ascoltato dal professor Barberis: le elezioni del 18 aprile dovevan o di ven tar e u n gr and e referendum sul futuro dell'Italia, in bilico tra un avvenire di libertà e un avvenire di oppressione. Concluse gridando: «Chi non vota commette viltà. Votare è un dovere. Votare male è un tradimento». La piazza si spellò le mani. Anna non applaudì, anche se era stata ad ascoltare con attenzione puntigliosa. Paolo se ne rimase con le mani in tasca, ma lui faceva sempre così, per timidezza, per testarda perplessità e per un pizzico di inconsapevole snobismo. Mentre lasciavano la piazza, s'imbatterono nel padre di Paolo. E bravo il maestro Braghero!, era andato al comizio senza dir nulla al figlio. «Ti abbiamo scoperto», sorrise Paolo. Anna gli chiese: «Le è piaciuto De Gasperi?». «Abbastanza». «È sempre dell'idea di votare per la DC?». Il maestro sospirò e ancora una volta, ma doveva essere la magia di quella ragazza del delta, si abbandonò a una confessione: «Per quale altro partito potrei votare? Sono cattolico, spero che resti la proprietà privata, vorrei vivere meglio e, soprattutto, voglio che Paolo possa fare la professione che gli piacerà avere dei mezzi, una casa, un'esistenza migliore della mia. E poi non mi va la sopraffazione. Ho già visto il fascismo e non voglio vedere il comunismo né insegnare su dei libri imposti di nuovo da una dittatura. Infine desidero un governo che si occupi delle famiglie, anche se la nostra ormai è ridotta a due uomini soli. Sarò un semplice, ma parlo ogni giorno con i bambini e intuisco tragedie e miserie che nessuno conosce. Mi pare che la DC di De Gasperi abbia intenzione di fare molto per le

famiglie italiane…” Anna lo ascoltò sconcertata. Pensò: “Chissà che cosa farà questo De Gasperi per il pezzetto di famiglia che mi rimane ancora”. Però non rivelò quanto stava rimuginando. Dopo le domande di Paolo, avrebbe dovute subire anche quello del maestro Braghero. Si attardarono sulla piazza, dalla folla emerse il prof. Barberis. Era molto soddisfatto di come la piazza aveva ascoltato Sant’Alcide. Proclamò tranquillo: “Le vinceremo noi le elezioni”. Infastidita da tanta sicurezza Anna storzò il muso e gli domandò a brusacamisa: “e se invece saremo noi del Fronte a vincere?”. Barberis le sorrise, con la stessa tranquillità di prima: “in quel caso gli americani proveranno a staccare i socialisti dai comunisti per impedire a Togliatti di fare un governo. Se non ci riusciranno, immagino che esista un piano per incoraggiare una insurrezione anticomunista. Gli Stati Uniti occuperanno la Sicilia e la Sardegna, ci saranno scontri dappertutto, dovremo ritornare in montagna stavolta per impedire una dittatura sovietica. Non possiamo accettare che a Roma succeda quel che è successo a Praga. Io non ci sto. E sono già deciso, ma dovrei dire rassegnato a riprendere lo zaino e il fucile che avevo da partigiano”. Anna si fece terrea. Che mal tosati, che sporchi nefandi, i demicristi: si indignavano per il colpo di Praga e ne preparavano uno in Italia! E poi sempre i fucili, gli zaini, i partigiani, rossi o bianchi che fossero, gli scontri, l’insurrezione… Li maledisse in silenzio questi uomini che pensavano di continuo a combattere e a morire. G&d - Gabiano e dintorni

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Asteroide nei cieli Monferrini di Giuliana Scagliotti

fotografato dall’osservatorio astronomico di Odalengo Piccolo

Fotografia scattata a Odalengo Piccolo della scia lasciata dall’asteroide 2012 DA14

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Gran fermento nella notte di venerdì 15 febbraio all’Osservatorio Astronomico di Odalengo Piccolo, dove alcuni soci del gruppo astrofili Cielo del Monferrato, coordinati dal presidente Paolo Agarossi e dal vice Fabrizio Battistini, entrambi apprezzati divulgatori, hanno compiuto una sessione osservativofotografica dell’asteroide “2012 DA14”, che nella serata ha “sfiorato” la Terra passando alla distanza minima record di 28.500 km dalla sua superficie. Il mancato “proiettile”, con diametro tra 45 e 50 metri, viaggia ad una velocità di circa 8 km al secondo, una vera “lepre” come l’ha definito Agarossi: “Dopo alcuni tentativi di inquadrare l’oggetto in visuale diretta, pur essendo facilitati dall’agile impiego di un grande binocolo astronomico in postazione fissa, ci siamo resi conto che sarebbe stato impossibile individuarlo, pur conoscendone la traiettoria. Ardua impresa anche in considerazione della sua bassa luminosità relativa di ottava magnitudine e dell’alta velocità di spostamento, inoltre si confondeva con la miriade di stelle di fondo. Sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio”. Oltre alla possibilità di puntamento automatizzato mediante

coordinate tramite il telescopio Schmidt-Cassegrain, il principale dell’Osservatorio, gli astrofili di Odalengo Piccolo potevano contare su un altro asso nella manica: in previsione dell’evento avevano tutti pianificato la miglior metodologia per la ripresa fotografica, in particolare Battistini ne aveva studiato accuratamente a tavolino il percorso, notando che nella sua traiettoria il piccolo corpo celeste sarebbe passato prospetticamente appena sopra la galassia NGC4449, distante da noi ben 9 milioni di anni luce. Con questo dato certo gli esperti astrofotografi dell’Osservatorio hanno puntato i telescopi, corredati di camere digitali di ripresa, in quella zona di cielo, fra le costellazioni dei Cani da Caccia e l’Orsa Maggiore, e proprio come cacciatori in appostamento, sfidando il freddo intenso della neve ancora abbondante sul Bricco Palmaro, hanno atteso la “preda” che puntualmente è passata. L’esposizione prolungata di oltre quattro minuti ha determinato che il movimento continuo dell’asteroide abbia prodotto sul fotogramma una “strisciata” rispetto alle stelle fisse e oltre alla galassia NGC4449 di riferimento, nel campo del fotogramma, ne sono state inquadrate altre due di debolissima luminosità. Ingrandendo l’immagine ottenuta, gli autori hanno notato che la scia rettilinea di “2012 DA14” evidenzia regolari variazioni di intensità luminosa dovute al rapido movimento rotatorio del masso cosmico su un proprio asse, il che confermerebbe la sua forma non sferica ma irregolare e che nella sua rotazione espone alternativamente maggiore e minore superficie al riflesso dei raggi solari. Dopo il fly-by con la Terra, osservato e registrato con successo dallo staff dell’Osservatorio di Odalengo Piccolo, il veloce asteroide si sta ormai allontanando, ruotando su se stesso come una trottola nel gelo assoluto dello spazio siderale.


Lo sceneggiatore del Monferrato

Francesco Ghiaccio un futuro nel cinema

Questa volta scriviamo di un personaggio ormai noto alle cronache per le sue attività cinematografiche. Ci riferiamo a Francesco Ghiaccio che di mestiere fa lo sceneggiatore. Per chi non conoscesse questa arte ricordiamo che è lei a guidare la redazione del copione in cui sono riportati in maniera dettagliata le scene e/o i dialoghi che in esse si svolgono e che compongono la storia di un film o di una commedia teatrale, televisiva o radiofonica. Attività tutt’altro che facile che richiede creatività, immaginazione capacità di scrittura e di sintesi, rispetto delle scadenze e di programmazione… come tradurre la storia di un libro in un film con personaggi in carne ed ossa, ambienti e circostanze. Tutti talenti che il Francesco deve avere, visto che nonostante la giovane età, classe 1980, ha già realizzato parecchie opere alcune delle quali sono state rappresentate al Film festival di Torino e al festival del Cinema di Venezia. Ma andiamo con ordine. E’ nato a Torino, ma è cresciuto e vive a Gabiano. Da sempre attratto dal teatro come applicazione della scrittura, Francesco dopo aver frequentato l’istituito Sociopedagogico di Casale è stato ammesso al corso Drammaturgia, della durata di 3 anni, a Milano Abita con i genitori ed attualmente, fra le altre attività, insegna all’istituto grafico Leardi di Casale dove tiene un corso di sceneggiatura a 4 classi di ragazze e ragazzi fra i 16 e i 18 anni con cui sta realizzando una web series con tema gli adolescenti. Nel 2012 ha realizzato un cortometraggio “Voci bianche” presentato a Torino al film festival con Marco D’Amore (che molti ricorderanno come protagonista con Tony Servillo di: Una vita Tranquilla) conosciuto quando frequentava la Scuola d’Arte drammatica a Milano Paolo Grossi. Con il regista Michele Rho ha messo in scena Cavalli - preFrancesco Ghiaccio

sentato in concorso a Venezia nella sezione Controcampo Italiano che racconta la storia di ragazzi diventati uomini grazie alla cura ed all’allevamento di cavalli che il padre lascia loro. L’opera è stata prodotta da Gianluca Arcopinto per Rai Cinema e tratta da un racconto di Pietro Grossi edito da Sellerio e vede tra gli interpreti Vinicio Marchioni (divenuto famoso come “Il Freddo” di Romanzo Criminale la serie), Michele Alhaique, Giulia Michelini e Asia Argento. Ma Francesco è anche l’autore di cortometraggi sulla nostra terra: “Monferrato una terra da scoprire” e “Gabiano un paese da gustare” (visibili sul sito www.collinedelmonferrato.eu) ed anche di “Gabiano con una sola b”, quest’ultimo presentato al 25° Torino Film Festival, diretto da Nanni Moretti da cui con Pupi Avati, ha ricevuto un plauso. Con D’Amore che è anche protagonista della fiction “Benvenuti a tavola” su Canale 5 e del film del premio Oscar Susanne Bier -Love is all you need- ha costituito una casa di produzione: La Piccola Società, che produce sceneggiature e film, per cui si trova spesso a Roma e Caserta dove ha sede la società. “Quando ho voglia però di sentirmi a casa torno a Gabiano, dove sono cresciuto e dove la mia famiglia tuttora risiede. Conosco praticamente tutti i sentieri della mia zona che percorro in lungo e in largo in bicicletta e a piedi” così ci dice. Da parte nostra abbiamo segnalato il bel libro di Don Calvo con le Storie della Valcerrina; come sarebbe bello vedere una sorta di “Albero degli zoccoli” ambientato in Monferrato che racconta quelle antiche vicende... e, chissà, se ci fosse qualche sponsor…

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Arrivano i cinesi... Un incontro organizzato da G&d per promuovere i nostri prodotti tipici nel più grande mercato mondiale

A sinistra Mr. Wei, l’accompagnatore cinese e a destra Antonio Galati Consultant Director di FIABE: l’italiano da tempo residente a Pechino e consulente della azienda Cinese che ha guidato nella visita in Italia.

Il più grande mercato di Pechino all’interno del quale verrà allestito un’area dedicata all’Italian food. Il Mercato ha una superficie di 1500 acri (oltre 6 milioni di mq) con 2000 persone impiegate, 5000 stand e 80.000 visitatori al giorno. Numeri… cinesi

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Nei giorni di venerdì 1 e sabato 2 febbraio ultimi scorsi, G&d ha raccolto la disponibilità di alcune aziende monferrine per partecipare al un incontro con una delegazione Cinese in visita in Italia per valutare l’avvio di attività commerciali con la Cina. I rapporti con la delegazione sono stati tenuti da Stefano Candido abitante a Chivasso, ma con casa a Verrua e riferimento in Italia di FIABE (Food and Beverage Export Association of Italy). La delegazione di imprenditori orientali che operano nelle tre più grandi città della Cina: Beijing (Pechino) Hongkong e Guangzhou, era guidata da Mr. Wei di Hong Kong ed era composta da un giovane connazionale, due italiani fra cui Antonio Galati, che con lui lavorano in Cina. Venuti in Italia per un tour finalizzato a conoscere un particolare settore della produzione del made in Italy: il food end beverage o italianamente: cibo e bevande o monferrinamente prodotti enogastronomici: di questo infatti si occupano i nostri ospiti che operano nel più popoloso paese del mondo che, come tutti sappiamo, ha conosciuto in questi ultimi anni una crescita economica a due cifre. Le aziende Monferrine invitate hanno avuto modo di cenare con la delegazione nella serata del 1° febbraio e la mattina del giorno successivo di presentare un assaggio dei loro prodotti che, nonostante la grande differenza nelle abitudini alimentari, la rappresentanza cinese ha molto apprezzato. E’ stata l’occasione per G&d, di raccontare ciò che quei prodotti tipici rappresentano in termini di territorio incontaminato, storia e cultura tramandata ed evoluta nei secoli. E’ infatti importante caratterizzare le produzioni locali come generi di elevata qualità di una produzione di nicchia. Una produzione artigianale, non seriale, non di grandi quantità che proprio per questo ha un valore intrinseco che certamente le grandi industrie non possono egua-

gliare. Qualità che si coniuga strettamente al territorio ed all’ambiente che, sino ad oggi, si è fortunatamente salvaguardato da uno sviluppo che a sua volta, se da una parte ha significato purtroppo impoverimento economico, dall’altra ha almeno evitato le degenerazioni ambientali legate a tanti insediamenti industriali. La delegazione cinese nei giorni precedenti ha girato in lungo e in largo l’Italia visitando impianti a Napoli, Parma, Venezia, Milano, Modena. Sabato si è anche recata in un paio di aziende nostrane (i tempi non consentivano altre visite che sarebbe state pur gradite): le cantine Colli di Crea, a Madonnina di Serralunga e la pasticceria Quilico a Murisengo: due delle aziende che insieme ad altre hanno presentato nella mattinata dello stesso giorno i loro prodotti d’eccellenza. La presentazione è stata effettuata presso la struttura di accoglienza Ca’ San Sebastiano a Castel San Pietro, in quel di Camino individuata da G&d di concerto con i titolari che si sono dimostrati molto disponibili, come location adeguata all’incontro. Non resta che augurarci che da questa visita nelle prossime settimane, si apra una opportunità di vendita delle nostre tipicità nel grande mercato cinese. Da parte nostra consideriamo questa iniziativa non l’arrivo o la conclusione di una promozione, ma come una partenza e, per quanto ci riguarda, saremo ben lieti di organizzare altri incontri o anche semplicemente di mettere in contatto le aziende interessate con gli importatori orientali che hanno visitato il nostro Monferrato. Pur non essendo stata una giornata propizia dal punto di vista climatico, la conoscenza delle strutture di accoglienza e la rappresentazione delle grandi opportunità offerte dal territorio, fa ben sperare in un futuro prossimo, con l’aiuto dei nostri connazionali che operano all’ombra della Grande Muraglia, anche nella presenza di turismo cinese.


www. leconserve2009.com leconserve2009@libero.it Via Maestra 3 Frazione Casalino, Mombello - AL

0142-948167 Se vi capita di passare da Casalino in quel di Mombello o di frequentare qualche mercatino locale potrete conoscere Vanda, una signora che da qualche anno ha iniziato un attività apparentemente comune, come la produzione di salse e marmellate, ma ha saputo farlo nel modo migliore, legandola, vedrete come, al territorio in cui vive ormai da anni. Ma andiamo con ordine. L’azienda venne aperta nel 2009 da due soci: Vanda Cavallito e il figlio Davide Motta. L’idea è quella di riportare sulle tavole e nelle dispense i sapori veri delle marmellate fatte in casa con la frutta matura e... “olio di gomito”. Con la volontà tipica di chi non più giovanissimo ma con tanta voglia di fare, tempo disponibile e una certa maturità acquisita nella vita dopo aver “tirato su” una famiglia, Vanda si è messa in gioco con l’aiuto del figlio Davide che l’ha aiutata ad avviare la “sua” attività seguendo una idea ben precisa: tutto assolutamente naturale e tradizionale. Oggi, nonostante le difficoltà dei tempi che corrono, l’attività conti-

nua grazie alla sua caparbietà, all’amore ed alla passione che in questo lavoro ci mette e che lo stesso ricambia dandole grandi soddisfazioni. Con un bisticcio di parole possiamo affermare che è l’anima che anima il suo lavoro, l’anima di chi fa le cose non per puro spirito commerciale ma per piacere e per passione, ingredienti che solo sensibilità attente sanno riconoscere in tanti prodotti del nostro Monferrato. Fra questi i principali sono le confetture extra (con più del 65% di frutta), sia le tradizionali con frutta di stagione, che alcuni gusti e abbinamenti nuovi. Le ricette sono perlopiù tramandate in famiglia e altre sono prese da libri di cucina e poi provate e testati prima di metterli in produzione. Nella scelta dei prodotti Vanda cerca di valorizzare il nostro Monferrato, scegliendo frutta e verdura dei produttori delle nostre colline, da Casalino a Cantavenna, da Isolengo a Piancerreto, da Cereseto a Ozzano, puntando sul prodotto a km 0, ma soprattutto coltivati con il rispetto per la terra e l’uomo. La produzione non può, né deve essere di massa, circa 1000 vasetti al mese, che vengono venduti ad alcuni negozi di specialità alimentari, nei mercatini di enogastronomia e in alcune fiere del settore. Per Vanda è sempre una grande soddisfazione vedere la gente che assaggia per curiosità e, paragonando il suo prodotto a quello della grande distribuzione, capisce che la differenza di prezzo è ben giustificata e acquista sicura di aver fatto una buona scelta per la salute ed il palato. Tra le produzioni de - Le Conserve di via maestra - che Vanda considera giustamente “sue creature” segnaliamo fra le confetture: Vanda all’opera e la sede dell’azienda

- zucca e fragola ottenuta facendo pastorizzare la parte più liquida della confettura di fragole e conservandola per poterla poi usare in autunno con la zucca; - zucca e Barbera D.O.C. che assume l’aspetto di una crema ottima sia come marmellata che in abbinamento a formaggi stagionati; - le più tradizionali e golose pesche con gli amaretti; - l’ottimo digestivo amaricante di limoni e mele. - ed il Rabarbaro, pianta dimenticata ma generosa, con la quale Vanda prepara una confettura che è una sorpresa per il sapore leggermente aspro e molto delicato. Fra le salse per formaggi citiamo: - cipolle e ciliegie, una dolcissima marmellata che valorizza due bei prodotti nostrani; - salsa di Casalino, il nome è in onore al suo paese, ma la composizione è veramente ricca, ci sono cipolle, pere, miele, vino bianco e spezie; - salsa di cipolle e mele agrodolce Senza dimenticare la Bagna cauda, la Giardiniera, l’antipasto di peperoni e chi più ne ha più ne metta. Non resta che augurarle un grande meritato successo.

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Locanda del Rubino tra innovazione e tradizione di Alessandra Coppo

Oltre al servizio ristorante negli orari canonici, offre anche un gustoso happy hour...

Nelle foto: sotto Tipico piatto di Agnolotti piemontesi e l’ingresso alla Locanda del Rubino. A destra: vecchia immagine dell’interno della locanda

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Esistono paesini al mondo talmente piccoli da non essere segnati nemmeno su una cartina geografica, eppure, nonostante la loro limitatezza territoriale, in essi vi regna una grandezza fatta di tradizioni, buona tavola e sudore delle fronte. Questo è proprio il caso di Cantavenna, un piccolo borgo arroccato sulle colline alessandrine, fatto di contadini abituati a lavorare la terra e buongustai. Grazie alla genialità di due monferrini, quali Valentina e Gigi Cantamessa, questo piccolo centro abitato è stato reso uno dei posti più famosi del Piemonte in campo gastronomico. Difatti, negli anni ’50, i due coniugi fondarono la Locanda del Rubino, un magnifico ristorante che oggi come allora attira turisti e non solo per i suoi ottimi piatti. Gestito oggi dal nipote della coppia, Matteo, il locale porta i segni in positivo di questo cambio generazionale: accanto ai piatti tradizionali che hanno reso celebre la Locanda, Matteo ha apportato delle modifiche sia a livello di ristrutturazione sia a livello gestionale. Infatti il locale non rimane aperto solo durante gli orari canonici del pranzo e della cena ma anche nel tardo pomeriggio, in modo tale da offrire un gustoso happy hour ai giovani delle zone limitrofe. Scambiando due chiacchiere con il proprietario scopriamo che la Locanda riscuote un grandissimo successo soprattutto in Lombardia, e in particolare nella zona del varesotto, difatti più della metà dei clienti proviene proprio da questa zona. Il profumo dei piatti però valica anche le Alpi: tanti sono i clienti esteri, in particolar modo svizzeri, che, grazie all’apertura di B&B nella zona, decidono di trascorrere un fine settimana tranquillo tra le colline monferrine. Vediamo ora nel dettaglio cosa offre il locale. La regola alla base di ogni piatto è ovviamente

quella di offrire prodotti totalmente piemontesi e di stagione. In questo modo, a seconda che voi decidiate di dar gioia ai vostri palati d’autunno o d’estate, troverete piatti differenti. I pezzi forti sono la carne cruda con scaglie di parmigiano, i peperoni conditi con la tipica bagna cauda, il risotto ai funghi servito nella forma di Grana e il fritto misto piemontese. Il tutto viene accompagnato dal Rubino di Cantavenna DOC, prodotto nella cantina sociale adiacente e dalla cantina Sbarato. Non avete scuse per non recarvi almeno una volta in questo paradiso enogastronomico. Giungervi è molto semplice, difatti il paese ha solo due vie e il locale sorge nell’unica piazza. Inoltre avrete la possibilità di smaltire il pranzo di tutto rispetto facendo una passeggiata panoramica per le vie di Cantavenna: un paese fuori dal mondo, dove la natura ancora la fa da padrona. Inoltre se capiterete qui nel periodo giusto, potrete vedere le risaie sottostanti allagate dalle acque del fiume Po. L’unico motivo che ancora vi trattiene probabilmente è il prezzo ma niente paura: con una cifra assolutamente modica gli chef danno vita ad un menù fisso che include antipasti, primi e secondi a volontà. Diventa così difficile trovare un difetto a questo ristorante fatto di storia e profumi. Locanda del Rubino Via San Carpoforo 144 Cantavenna di Gabiano 0142 945037 oppure al 340 6817160 www.locandadelrubino.it info@locandadelrubino.it


Il Carpaccio all’Albese: un po’ di chiarezza di Damiano Gasparetto

Già solo il nome utilizzato per indicare questa pietanza è completamente sbagliato? Troviamo qui racchiusi infatti due preparazioni ben distinte; il Carpaccio inventato a Venezia da Cipriani e la carne cruda all’albese (sia trita che a fette), piatto dalle origini sicuramente piemontesi e contadine. Ma andiamo con ordine, il carpaccio è un piatto a base di carne cruda che Giuseppe Cipriani, fondatore dell’ Harry’s Bar di Venezia preparò per l’amica contessa Amalia Nanni di Moncenigo quando seppe che i medici le avevano vietato la carne cotta ispirandosi alle opere di Vittore Carpaccio. Pittore veneziano noto per le tonalità di rosso e bianco da lui utilizzate che proprio in quel periodo (1963) teneva una mostra a Venezia. Ad oggi questo nome indica quelle preparazioni di carne, pesce (e da qualche anno frutta) tagliate molto finemente, condite e mangiate crude. Il carpaccio inventato a Venezia prevedeva però una ricetta ben diversa, consisteva infatti in fettine sottilissime di manzo disposte su un piatto e decorate alla Kandinsky con una salsa ottenuta

da maionese insaporita con, Worcestershire sauce, limone e poco altro. Veniva presentato in maniera semplicissima, senza insalate o altre verdure di guarnizione, per apprezzare appieno il gusto delicato della carne cruda. La carne usata per il carpaccio è il controfiletto di manzo, un taglio molto saporito, più del filetto. Trattandosi di un piatto da servire crudo, la carne deve essere freschissima e mai decongelata. Quella del Cipriani non è stata tuttavia una vera e propria invenzione in quanto in Piemonte e più precisamente nella zona dell’albese la carne mangiata in questa maniera si è sempre preparata e la sua presenza in ricettari dell’Ottocento esclude che il carp ac ci o p ossa esser e stato “inventato” da Cipriani (al limite, è stato riproposto con un nuovo nome). Infatti la carne cruda, affettata o battuta al coltello, è da sempre presente sulle tavole del Piemonte. Il piatto è tradizionalmente preparato con aglio, olio di oliva, scaglie di Grana e fettine di gambi di sedano, e naturalmente quando è stagione e per chi se lo può permettere, con il pregiato tartufo bianco di Alba. La

ricetta chiamata oggi carpaccio deriva così da un piatto piemontese, la “carne all’albese”, preparato con carne di manzo cruda, condita con tartufo, olio e limone. Si tratta chiaramente di piatti di concezione diversa ma niente è più difficile che togliere alle persone un’abitudine acquisita, e si continuerà cosi a confondere le ricette. Attualmente il carpaccio viene servito come antipasto o secondo piatto, con le fette di carne adagiate su un letto di radicchini misti o di onnipresente rucola, condito con scaglie di parmigiano, olio, sale e pepe, tollera qualche goccia di limone, ma non una vera e propria immersione nel succo, altrimenti la carne si “cuoce” a causa dell’acidità. Visto il successo ottenuto da questa versione, sono stati creati, “carpacci” di pesce, ma anche di verdura, fino ad arrivare all’esagerazione del carpaccio di frutta. Ecco quindi l’evoluzione se vogliamo un po’ bizzarra di questo piatto di cui vi lascio una delle ricette attualmente in uso ai giorni nostri; quella col tartufo. Ingredienti : 600 g di polpa sceltissima di manzo tagliata a fettine sottilissime; il succo di un limone; 1 spicchio d’aglio; 1 tartufo d’Alba; 1 bicchiere d’olio d’oliva; sale e pepe. Preparazione: Disponete le fettine di carne su un piatto da portata, aggiungete lo spicchio d’aglio tagliato a fettine e conditela con l’olio, il succo di limone, sale e pepe ben emulsionati. Servitela con lamelle di tartufo affettate al momento. www.cuoco-adomicilio.com damgas86@gmail.com

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Tamburello (da pagina 2) cadere in un approccio freddo, burocratico, inappropriato quando si cerca di descrivere passione e amore che sono gli ingredienti essenziali di una storia. Per questo è stato gratificante vedere l’interesse e sentire gli apprezzamenti di questi che non esitiamo a chiamare esperti, ma che sono molto di più: sono i protagonisti di questa storia. Una gratificazione che viene quando senti di avere contribuito a unire una comunità, a dargli un ulteriore elemento di appartenenza e quindi di avergli dato forza per affrontare insieme il tempo che passa, con tutte le sue difficoltà. Il 15-16-17 e il 22-23-24 marzo presso la ex chiesa Mater Misericordiae a Casale Monferrato la mostra verrà presentata al pubblico. l’ingresso è gratuito, e tutti potrete vedere cosa era, e cos’è, il tamburello per la nostra terra e le nostra gente. Per chi lo vorrà ci sarà anche la possibilità di acquistare tutta la raccolta dei manifesti nel formato desiderato o semplicemente anche solo una delle belle immagini di questa mostra, magari per regalarla a un amico o da appendere ad una parete di casa per far vedere agli ospiti una peculiarità, una delle tante, della nostra terra, raccontando magari cos’è e perché si trova lì. Anche così si fa storia, cultura… territorio. Per chi volesse acquistare i 50 manifesti della mostra, che è disponibile nei formati A3 (cm 21x30), 50x70 e 70x100, basta contattare la redazione (posta@gabianoedintorni.net) Nelle immagini: alcuni manifesti della mostra

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