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Il periodico dal Nost Munfrà n° 52 - Dicembre 2017

SOMMARIO del numero 52 di dicembre 2017 - Quando un ristorante diventa territorio - pagina 2 - I limiti dello sviluppo del Monferrato - pagina 4 - Per il consorzio irriguo est Sesia la sommersione delle risaie sarebbe un tocca sana per la siccità… - pagina 6 - Le sommersioni delle risaie sprecano milioni di metri cubi d’acqua in più della altre colture, oltre agli altri danni…. - pagina 8 - La legna per il camino - pagina 11 - Fusione seconda puntata - pagina 13 - Fusione nucleare: ottimismo della volontà e pessimismo della ragione - pagina 19 - Per chi ama la pesca - pagina 24


Resort L’Bric di Montiglio

Quando un ristorante diventa territorio Non solo enogastronomia

ristorante parco fotografia ricerca formazione cultura sport tempo libero … e altro ancora

Maurizio Alessio titolare del Bric.

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Scriveremo su questo numero del nostro giornale di un ristorante che non è proprio nei nostri dintorni, sorge infatti in una frazione di Montiglio (AT) chiamata Carboneri. Il nome del ristorante è L’Bric. Ma cosa ha di particolare? Oltre alla vera e propria ristorazione ha sviluppato una serie di attività collaterali che in sinergia con il servizio vero e proprio, valorizzano tutto il territorio. Partiamo dal principio. L’amico Marco Fascio della Piagera di Gabiano, uno di quei giovani ragazzi monferrini che per hobby, pensate un po’, recupera vecchi trattori e macchine agricole (a riprova che la cultura per la propria storia e il proprio territorio va ben oltre le pur lodevoli ricerche storiche ed i gustosi piatti tipici della nostra gastronomia) mi ha invitato ad una cena per l’appunto al Bric. Alle cena eravamo una settantina come accade quando si muove la Pro Loco La Tabarina della Piagera di Gabiano ed abbiamo avuto modo di gustare le proposte di Attilio e Silvia Alessio i due titolari (fratello e sorella) che gestiscono il ristorante. Prima di addentrarci nelle citate attività collaterali, vogliamo raccontarvi la cena che è stata otti-

ma, come da sondaggio fra i partecipanti, fra cui spiccava una persona particolarmente esperta in materia, oltre che nota nell’ambiente e non solo: la Velis, che gestisce la trattoria dei Cacciatori proprio alla Piagera e che molti conosceranno per i suo piatto forte: l’insuperabile Panissa. Vediamo il menù: come antipasto ci è stata servita carne cruda, sia macinata che a fette sottilissime, ha fatto seguito una fettina di robiola con acciughina uova, rucola, pomodorini: piatto originale e veramente buono. Quindi un assaggio di coniglio tonnato ha chiuso gli antipasti per aprire le porte ai primi. Qui merita spendere una parola perché ci sono stati proposti ben quattro portate di pasta: conchiglioni con spinaci e formaggio, fusilli piselli e prosciutto, maltagliati con salciccia e pasta con panna e funghi. L’originalità di queste portate sta nella pasta che è prodotta con cereali coltivati e macinati in proprio. Si tratta quindi non solo di pasta fatta in casa, ma proveniente da farine e granaglie coltivate dall’azienda Agersinergie, sito internet: www.alessioagersinergie.com, fondata dal titolare, Attilio, del


ristorante. Ma attenzione, l’azienda non si limita alla coltivazione con bioagricoltura sostenibile, in essa si svolge anche una ricerca dei cereali ancestrali: cui d’na vira, come direbbero i nostri vecchi, oltre a dedicare una particolare attenzione al miglioramento ambientale, paesaggistico ed alla produzione sostenibile. Vengono anche organizzati corsi didattici di formazione in materia. Torniamo al menù e passiamo adesso ai secondi piatti: si è iniziato con il classico fritto misto monferrino, un po’ aggiornato, che vedeva oltre ai soliti componenti anche le melanzane e gli zucchini impanati e fritti. Abbiamo poi notato, con una certa meraviglia, che il fritto è stato accompagnato anche dal tipico Bagnet verde che quasi nessuno serve con questo piatto, ma che storicamente lo accompagnava sempre, come ci ha confermato anche la nostra “consulente” Velis. A seguire le cotolette di agnello e fegato, entrambi panati e fritti. Tutto ottimo, ma ciò che ha veramente gratificato il palato e la gola, anche a chi era ormai abbondantemente sazio (ogni portata è stata accompagnata da più ripassi) è stato il filetto di vitello in crosta millefoglie. Ci ha spiegato la Silvia che il filetto viene prima cotto in pentola e poi coperto con la millefoglie e passato al forno. Il risultato è veramente speciale: carne tenerissima, non asciutta, ottima al palato; la pasta, posta sopra la carne prima dell’inforno, limita la perdita per evaporazione delle componenti umide in essa presenti, salvaguardando quindi il gusto e l’aroma della carne che resta particolarmente morbida e gustosa. Prima dei dolci è doveroso citare i vini con cui sono state accompagnate le portate: Barbera Piemonte Doc di Vinchio e Vaglio Serra del 2016 di 12,5° o, per chi chiedeva il bianco, è stato servito un Muller Thurgau IGP della Val Tidone del 2016. Finale quindi

con le classiche Torta di nocciole con zabaione e Torta nera oltre ad un semifreddo. Grappa, Limoncello e caffè a chiudere. Costo... 30 euro. Ma torniamo alla… azienda, sì perché più che di ristorante si dovrebbe parlare di una holding in cui oltre alla sopra descritta ristorazione e alle attività agricole della Agersinergie bisogna menzionare anche il parco faunistico che cinge il locale che sorge su un classico Bric monferrino e domina con una splendida vista il panorama circostante. Il parco faunistico è ricco della fauna del luogo e non solo: 150 specie censite fra cui daini, cicogne, germani, oche del Nilo, cigni; volendo è possibile organizzare visite con guide naturalistiche. Così come vengono anche organizzati corsi di fotografia personalizzati con pratica: sia corsi base, che avanzati, con indirizzo paesaggistico oppure naturalistico. I docenti sono fotografi professionisti e vengono svolti workshop fotografici, e attività escursionistiche di caccia fotografica anche all’estero, vedi il sito internet: www.parcodelbric.com. Maurizio, che ci ha raccontato con l’entusiasmo di un bambino, tutte le sue innumerevoli attività non finisce mai di stupire. La sua ultima iniziativa che sta attuando in collaborazione con il parco del Po è la realizzazione di sentieri didattici con postazioni per il bird-watching lungo il Po nell’ambito del SIC Baraccone a Cavagnolo-Brusasco. Naturalmente in queste poche righe non abbiamo potuto raccontare tutto, per questo invitiamo i nostri lettori a contattare direttamente Maurizio, sempre disponibile ed entusiasta, a raccontare ed a coinvolgervi nelle sule molteplici iniziative. Presi da tutto questo ci siamo scordati di dirvi che al resort L’ Bric si organizzano cerimonie, matrimoni civili, feste, pranzi e cene per ogni ricorrenza. Ma tornando a

noi ci preme evidenziare come una semplice attività di ristorazione sia riuscita a superare i suoi limiti meramente commerciali, diventando un motore di sviluppo per il suo territorio ed anche una centro di formazione culturale in grado di promuovere quella difficile, quanto mirabile commistione fra ambiente, cultura, territorio, storia e ricerca. Un modello che se venisse replicato nel Nost Munfrà trasformerebbe i mille ristoranti in altrettanti inneschi per far fare un salto di qualità alla nostra terra. Ristorante L’Bric Frazione Carboneri 1, Montiglio Monferrato (AT) Tel. 3485923165 Silvia fisso: 0141.994040 Mail: ilbric@libero.it www.ilbric.com www.parcodelbric.com www.alessioagersinergie.com

Nost Munfrà web E’ la versione per il web del periodico che viene anche stampato e diffuso in versione cartacea con autorizzazione n° 5304 del 39-99 del Tribunale di Torino come Gabiano e dintorni; Direttore Responsabile Enzo GINO - Sede: via S. Carpoforo 97 - Fraz. Cantavenna 15020 Gabiano - AL - Italy. cell: +39 335 7782879 e-mail: posta@nost-munfra.it Sito internet: www.nost-munfra.it Pubblicazione senza scopo di lucro, diffusa gratuitamente. Oltre che in formato pdf presente nel nostro sito: www.nostmunfra.it, questa edizione può essere anche letta in formato sfogliabile su: https://issuu.com/ghigiot come tutti i primi 50 numeri del nostro periodico. Ogni volta che verrà pubblicato una nuova edizione verrà inviata una mail a coloro che lo hanno richiesto. Per essere iscritto o cancellato dalla mailing list basta richiederlo nostra e-mail. NM è anche una pagina del profilo facebook: gabianoe dintorni Su https://ghigiot.wordpress.com/ è possibile leggere i più bei articoli selezionati da Nost Munfrà. Alcuni articoli di questo numero sono stati pubblicati sulla versione cartacea distribuita a Casale Monferrato, Gabiano ed altri comuni.

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Adesso ci provano anche con i droni

I limiti dello sviluppo del Monferrato Debellare le zanzare: ovvero la madre di tutte le battaglie

Bisogna prendere atto che fino a quando non si creeranno salubri e “normali” condizioni ambientali ogni iniziativa a favore del territorio sarà inevitabilmente destinata a fallire

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Da molte parti vengono analizzate le cause del declino del Nostro Monferrato: si va dalle linee ferroviarie dismesse, all’immagine decadente della città anche a seguito delle vicende amianto, al centralismo alessandrino, e alla perdita delle attività produttive, per citarne solo alcune. Tutte realtà note e sulle quali si può convenire, che interessano soprattutto la città di Casale. Da parte nostra ci permettiamo di evidenziarne una, o se preferite: un'altra, che periodicamente, da anni, trova spazio sui giornali locali ma che non ha ancora trovato una risposta condivisa ed efficace fra il sistema territorio e istituzioni. E’ una questione che interessa non solo la città di Casale ma ampie porzioni del territorio monferrino. Ci riferiamo alla eccessiva presenza di zanzare. Niente di nuovo sotto il sole, penseranno i nostri lettori, tuttavia merita fare alcune riflessioni che riteniamo importanti. E’ un fatto inoppugnabile che la presenza di questi insetti nel periodo estivo condiziona pesantemente lo sviluppo turistico, oltre che la qualità della vita, di tutti i monferrini ed ogni attività all’aperto specie nelle ore serali, quelle di maggior attività sociale e culturale. E’ un fatto altrettanto inoppugnabile che i risultati dei trattamenti sono risultati insufficienti, per non dire inutili, al fine di garantire accettabili condizioni ambientali. Altrettanto dimostrato che i costi di detti trattamenti ancorché effettuati sempre e solo su una ridotta parte delle

risaie sono stati consistenti: solo la Regione Piemonte dal 2007 al 2017 ha stanziato qualcosa come 56,6 milioni di euro cui vanno aggiunti gli stanziamenti degli enti locali. Più nessuno mette in dubbio, come solo qualche anno fa qualcuno azzardava, che la principale origine delle zanzare sia il sistema di coltivazione delle risaie: le cosiddette sommersioni alternate. Così come nessuno può mettere in dubbio che il riso possa essere proficuamente coltivato anche “in asciutta” ossia come avviene per le altre colture, tipo il granoturco, con irrigazioni turnate. Domanda: perché le istituzioni non stanno facendo nulla per promuovere questi sistemi di irrigazione e mettere fuori legge le sommersioni alternate? Perché milioni di persone (non solo nel Monferrato ma anche nelle Prealpi novaresi, nel torinese e in Lombardia) debbono subire l’assalto estivo delle zanzare e pagare, attraverso le loro tasse, gli interventi pubblici di mitigazione di queste infestazioni? Siamo ben coscienti che la nostra richiesta va a toccare interessi rilevanti, lobbies forti, non solo i consorzi irrigui e i coltivatori di riso, ma anche i partiti che radicano il loro consenso fra gli elettori del Monferrato ed anche nel mondo risicolo, ma non si può pretendere di avere “la botte piene e la moglie ubriaca”. O si difendono gli interessi del nostro territorio o si difendono


gli interessi dei partiti che, cercando il consenso “del boia e dell’impiccato” inseguono inesistenti terze vie, come i trattamenti larvicidi, nel vano tentativo di accontentare tutti ma come spesso accade, senza risolvere nulla. Crediamo che se Casale e il Monferrato avessero anche buone linee ferroviarie locali, un’ottima accoglienza turistica, eccellenze enogastronomiche, se di sera non si può fare una cena all’aperto con amici o per i clienti, non si può vedere in santa pace uno spettacolo senza cospargersi di Autan, non ci si può fermare a riposare lungo un sentiero in un bosco senza esser assaliti da nugoli di zanzare, che speranza ci possono essere di creare sviluppo per il territorio? E’ una questione di buon senso: prima si creano buone condizioni di vivibilità ambientale, poi si possono sviluppare tutte i talenti che il territorio può offrire. Diversamente dalla matematica se invertiamo l’ordine dei fattori il risultato cambia. In attesa che qualche organizzazione di buona volontà avvii qualche iniziativa in tal senso, magari un convegno centrato non sul solito -che fare per abolire le zanzare- ma come promuovere nuovi sistemi di coltivazione del riso rispettosi dell’ambiente , noi continueremo a dare informazioni e a contestare i soliti luoghi comuni che da troppi anni condizionano negativamente la nostra qualità della vita e lo sviluppo del nostro territorio.

ANNI 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 Totale

€ € € € € € € € € € € €

IMPORTO 7.000.000,00 7.000.000,00 7.000.000,00 7.000.000,00 7.000.000,00 7.000.000,00 5.000.000,00 5.000.000,00 1.500.000,00 1.500.000,00 1.650.000,00 56.650.000,00

Gli stanziamenti della Regione Piemonte dal 2007 ad oggi per la lotta alle zanzare

Sul sito: www.zanzare-risaie.it Troverete dati e informazioni sul rapporto fra sommersione delle risaie, zanzare e ambiente. Le aree interessate dalle risaie con i canali irrigui

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Per il consorzio irriguo est Sesia la sommersione delle risaie sarebbe un toccasana per la siccità...

Rispondiamo: No direttore e presiedente dell’Est Sesia non siamo d’accordo: vi spieghiamo il perché

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Il titolo apparso su un quotidiano “Siccità, per un chilo di riso 3.400 litri d’acqua: la lotta per fermare lo spreco nei campi” ha destato polemiche e proteste nel mondo della risicoltura, che si è sentita ancora una volta ingiustamente messo sotto accusa. Su questo tema interviene l’Associazione Irrigua Est Sesia di Novara (direttore Roberto Isola, presidente Giuseppe Caresana), con una lunga presa di posizione pubblicata su Agromagazine e che noi riportiamo integralmente di seguito.

“Emerge ancora una volta l’errato concetto di considerare gli utilizzi di acqua da parte delle colture agricole in termini di volumi assoluti e non di flussi, mantenendo così in capo alla agricoltura irrigua la nomea di “sperperatrice” di preziosa risorsa irrigua. Parlando di consumi idrici in agricoltura, diventa quindi quasi naturale fare riferimento alla coltura irrigua per eccellenza: il riso, ancora una volta accusato di eccessivo consumo di acqua proprio in un periodo in cui l’acqua scarseggia e non solo per il comparto agricolo. In Italia, dove la millenaria coltivazione del riso rappresenta un “unicum” per lo stretto legame tra risorse idriche impiegate ed il

territorio dove lo si coltiva, il concetto di “water footprint” evidenzia tutti i suoi limiti trasmettendo informazioni inesatte e fuorvianti che mal descrivono la realtà di un territorio prezioso anche dal punto di vista ambientale. La risaia, grazie alla possibilità di riutilizzo per più volte delle medesima acque e della restituzione finale in Po, rappresenta la coltura che meglio di ogni altra ottimizza l’uso delle risorsa idrica con tecniche di irrigazione tradizionali. In primo luogo, va detto che le risorse idriche utilizzate in risicoltura non sono in concorrenza e, quindi, non vengono sottratte agli altri usi (idropotabile, idroelettrico, industriale, ecc. ecc.). I bacini idroelettrici rappresentano, infatti, i primi grandi utilizzatori della risorsa idrica del bacino padano, mentre le derivazioni irrigue a servizio della risicoltura, poste a valle dei grandi sistemi di invasi e centrali, non ne influenzano il funzionamento, mentre, come è noto, ne risultano fortemente condizionate. Le medesime acque, dopo aver prodotto consistenti quantitativi di energia idroelettrica e, quindi, dopo aver perso semplicemente quota ed energia potenziale, diventano disponibili per tutti gli altri usi. Inoltre, la necessità di procedere alla sommersione delle risaie all’incirca nei mesi di aprile e maggio, consente di utilizzare acque mediamente abbondanti, grazie alle precipitazioni primaverili e allo scioglimento delle


nevi a quote basse, che altrimenti defluirebbero in Adriatico, senza beneficio alcuno. Il meccanismo di funzionamento del sistema è facilmente schematizzabile: le acque prelevate dai fiumi vengono tradotte dalla rete dei canali ad un primo utilizzo per la sommersione di una prima fascia di terreni a risaia. Immediatamente dopo le medesime portate sommergono altre porzioni di territorio e, nel contempo, si attiva il recupero e successivo riutilizzo sia delle cosiddette cola ture superficiali, sia delle acque percolate in falda (che vengono riprese dalla rete di fontanili e canali drenanti), consentendo così il riuso per più volte delle medesime acque per la sommersione e per il mantenimento di altre risaie più a valle. Senza avere la pretesa di fornire dati scientificamente provati, è tuttavia possibile dare qualche numero a supporto quanto sopra delineato. Considerando un bilancio idrico effettuato per una singola azienda risicola o a livello di camperia, si rilevano consumi specifici medi dell’ordine di 2,5 litri/ secondo per ettaro; mentre stime a livello comprensoriale indicano un consumo di circa 1 litro/secondo per ettaro. La sensibile differenza è spiegabile solo con la possibilità di recupero e successivo riutilizzo sia delle cosiddette colature superficiali, sia delle acque percolate in falda che vengono riprese dalla rete di fontanili e canali drenanti. Non è quindi possibile, né tantomeno corretto, valutare l’impiego delle risorse idriche in risicoltura sulla base dei volumi impiegati a livello di una singola “camera di risaia” o di azienda agricola, tentando magari una estrapolazione a scala maggiore per ottenere dati con validità comprensoriale. Un approccio sicuramente più realistico si deve basare sulla valutazione dei flussi idrici impiegati durante l’intera stagione

e su un vasto comprensorio o, ancor meglio, a livello di macro comprensorio risicolo. Nessuna altra coltura e nessun altro sistema irriguo (anche se innovativo e, apparentemente, in grado di ridurre i fabbisogni idrici) è in grado di garantire tali “performances” a livello di comprensorio irriguo, tenendo presente che alla risaia basta un “filo d’acqua” per assicurare la riuscita del raccolto. Occorre a questo punto evidenziare un altro vero “punto di forza” della risicoltura padana: la funzione di accumulo di acqua nella falda freatica operata dal sistema risaie – canali. Infatti nei territori risicoli, l’altezza della falda freatica rilevata da pozzi e piezometri subisce, tra l’inizio della sommersione ed il suo completamento, variazioni sostanziali, che vanno da alcune decine di centimetri, a oltre 1 metro e nei casi più significativi anche di oltre 2 metri. Detti incrementi della falda danno evidenza di come gli strati di terreno al di sotto delle risaie sommerse rappresentino un gigantesco bacino di accumulo di risorsa idrica. In termini molto elementari, la sommersione della risaia si traduce nell’ “imbibire” il sottosuolo di grandissime superfici di terreno come se fosse una enorme “spugna”. I rilevanti volumi d’acqua accumulati, vengono poi restituiti ai fiumi ai quali erano stati “sottratti” e in definitiva al fiume Po, “in differita” e molto lentamente, come riscontrabile dall’analisi dei dati ufficiali rilevati dal sistema di monitoraggio idrologico delle Regioni Piemonte, Lombardia e di AIPO. Tale fenomeno, quindi, si

traduce in una mitigazione degli effetti delle magre su tutto il corso del fiume PO, che si generano normalmente nei mesi più caldi e con precipitazioni scarse (giugno, luglio e parte di agosto). Gli effetti benefici di tali restituzioni si registrano sia a vantaggio degli ecosistemi fluviali del Po, che possono così beneficiare di portate assai più abbondanti del Deflusso Minimo Vitale (DMV), sia a vantaggio dei prelievi irrigui di valle. Non va trascurato anche l’effetto di efficace contrasto alla risalita del cuneo salino nel tratto di Po prossimo al delta. Pertanto, la costanza del flusso idrico consentito dalla alimentazione in cascata delle risaie, che si fonda sul metodo tradizionale della sommersione permanente, rappresenta il sistema che rende massima la superficie di terreno coltivata a risaia, con il minor quantitativo d’acqua possibile, e costituisce un fattore regolarizzante per le portate del Po in periodi di magra, a beneficio delle utilizzazioni irrigue dipendenti dal fiume Po nell’area sud orientale della Lombardia, in Emilia Romagna e in Veneto. Ne consegue che la tradizionale coltivazione del riso in sommersione estesa per circa 200.000 ettari (dati Ente Nazionali Risi) consente il riutilizzo per più volte della medesima acqua e la restituzione finale ai fiumi dai quali era stata prelevata, a meno del quantitativo evapotraspirato”.

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Le sommersioni delle risaie sprecano milioni di metri cubi d’acqua in più della altre colture, oltre agli altri danni….

Il Monferrato è la prima vittima di questo sistema di coltivazione del riso Nell’immagine sotto le risaie piemontesi (colore chiaro) ed il reticolo dei canali di irrigazione (reticolo viola)

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Est Sesia ci racconta che i bacini idroelettrici rappresentano, i primi grandi utilizzatori della risorsa idrica del bacino padano senza dirci che spesso il motivo principale per cui questi bacini vengono realizzati è proprio per venire incontro al fabbisogno di acque delle risaie (citiamo ad esempio la diga in Valsessera). L’articolo non fa cenno ai quantitativi d’acqua sottratti ai fiumi non solo al Po (i prelievi del canale Cavour arrivano a 110 mc/s) alterandone inevitabilmente portate, decorso e depositi solidi. Secondo la visione, che ci pare un po’ strabica a tu-

tela dei propri interessi, il Consorzio ritiene che “distrarre” 2,5 miliardi di metri cubi di acqua dai fiumi e torrenti della pianura e delle montagne circostanti, “distribuirla” su 200.000 ettari di risaie per poi vederne recapitata una parte ridotta in altri tratti, in altri corsi d’acqua superficiali e in falda, ed in altri tempi sia del tutto normale. A valle dei corsi d’acqua, gli agricoltori in attesa della restituzione di ciò che resta dei prelievi per le risaie che fanno? Aspettano?. Come è normale per il Consorzio “manomettere” di qualche metro il naturale livello di falda acquifera, non senza averla prima arricchita di consistenti residui diserbanti, anticrittogamici e concimi chimici usati in risaia. Affermare poi che la - sommersione permanente rappresenta il sistema che rende massima la superficie di terreno coltivata a risaia, con il minor quantitativo d’acqua possibile - è un insulto al buonsenso oltre che a consolidati studi e pratiche di tecniche delle irrigazioni; gli stessi redattori dell’articolo infatti contraddicono sé stessi quando nelle ultime righe scrivono di “restituzione finale ai fiumi dai quali era stata prelevata, a meno del quantitativo evapotraspirato”.


Forse sfugge che il velo d’acqua sulle risaie evapora assai più di quella delle tradizionali irrigazioni e se si facesse il confronto fra l’evapotraspirazione del mais (per i tecnici: Coeff. colturale attorno allo 0,6), coltura che notoriamente richiede molta acqua, e la risaia sommersa (Coeff. colturale 1 o anche superiore), vedrete che sui 200.000 ettari di “mare a quadretti” la maggiore evapotraspirazione

causata dalle risaie porta a perdite d’acqua dell’ordine di 200 milioni di mc nel periodo primaverile - estivo: vi sembrano fesserie? E pensare che il riso può esser coltivato in asciutta irrigandolo proprio come il mais. Già ma così i consorzi irrigui venderebbero meno acqua...

Nella foto: raccolta del riso coltivato in asciutta

18 domande e risposte per chi vuole saperne di più

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Le 18 FAQ riportate sono estratte dal sito: www.zanzare-risaie.it dove sono reperibili anche i collegamenti alle fonti dei dati riportati.

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La legna per il camino

Conoscer la legna adatta come combustibile del territorio

Stufe e camini a legna sono tornati in auge con la crescita dei costi dei combustibili fossili. Ripassiamo alcune informazioni sull’uso di questa risorsa del nostro territorio.

Oggi stufe e camini a legna sono una rarità, tuttavia, specie nelle campagne, il loro uso è ancora diffuso. In certi casi poi anche nelle case di recente costruzione si realizzano camini e canne fumarie per poter godere del piacevole calore e luce emessa dalla legna che brucia. Se un tempo i nostri “vecchi” conoscevano perfettamente sulla base di una vita di esperienza, come brucia la legna e come scaldare al meglio la casa, oggi questa conoscenza è quasi scomparsa. Parliamone, anzi scriviamone. La prima cosa da conoscere per un buon fuoco di camino è la legna. Il legno è un magazzino di energia, fisicamente quando lo si accende si trasforma una piccola parte della sua massa in energia, ossia calore. Accendere un fuoco di legna significa liberare questa energia. Due cose sono necessarie perché il legno bruci: ossigeno ed alta temperatura. Cosa accade quando bruciamo della legna? Innanzitutto il legno comincia a scaldarsi (è la fase in cui noi dobbiamo fornire calore con l’innesco: diavolina, petrolio o piccoli ramoscelli accesi. In questa fase il legno espelle l’umidità in esso contenuta. Qualunque legno contiene una certa percentuale di umidità. Poiché gran parte del calore

prodotto dal fuoco in questa prima fase è impiegato nella sua evaporazione, è molto più conveniente, ed anche meno inquinante, usare legno stagionato che arriva ad avere non più del 20% di umidità, piuttosto che legna verde tagliata di fresco che può avere anche il 50% o più di umidità. Men che meno la legna mal conservata che risulta bagnata o umida. Tenete poi presente che la legna umida pesa di più di quella secca, una delle “fregature” classiche dei venditori poco seri è quella di vendere legna verde che fa difficoltà a bruciare e vi costa di più. Passati i 100° C della massa di legno l’umidità può dirsi del tutto espulsa, quindi il legno passa alla vera e propria combustione, con la formazione di un gas volatili e di carbone. Il legno prende fuoco ad una temperatura compresa tra i 260°C ed i 315° C, bruciando la carbonella ed una piccola percentuale dei gas. La maggior parte dei gas, comunque, sfuggirà per il camino, a meno che la temperatura nella stufa sia sufficientemente alta da bruciarli. Qui la legna comincia finalmente a scaldare: i gas e il carbone bruciano. Generando calore fra i 540°C ed i 705°C, per ridursi in cenere, anidride carbonica e altri gas che vengono espulsi dal camino. In questa fase si produce la maggior parte del calore sfruttabile. I gas volatili si accendono tra i 600°C ed i 650°C, purché abbiano sufficiente ossigeno. I gas di rado raggiungono que-

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sta temperatura, a meno che non siano in qualche modo confinati e dirottati verso la fiamma, od in un area della camera di fuoco dove questa temperatura sia stata raggiunta (questo si ottiene solo nelle stufe ad alta efficienza). La scelta della legna è il primo passo fondamentale quindi per ottenere una buona combustione. Il valore energetico del legno viene espresso dal suo “potere calorifico”. Ogni tipologia di legna ha un potere calorifico differente e il tasso di umidità va a gravare pesantemente sul potere calorifico della legna Ricordiamoci che all’aumentare del tasso di umidità della legna diminuisce la temperatura della camera di combustione, con le conseguenze di portare una minor efficienza, maggiori residui in ambiente e fuliggine in canna fumaria e sul vetro. Il legno può essere duro o dolce. I legni duri sono generalmente più densi, pesano il doppio a parità di volume e sono meno resinosi dei legni dolci; perciò bruciano più lentamente, sono migliori nel procurare lunghe autonomie di combustione. Sono legni duri: il carpino, il leccio, il cerro, la quercia, il frassino, il faggio. I legni dolci bruciano più rapidamente producendo un calore più forte, rendendoli ottimi per avviare il fuoco; usarli però, come combustibile principale significa dover ricaricare la stufa più spesso. I legni dolci producono anche maggiore creosoto, il che significa dover pulire più spesso il camino. La legna resinosa come il pino, scalda molto ma pro-

duce molto fumo in fase di accensione. La cenere che proviene da una buona combustione è grigio chiaro o bianca ed è soprattutto poca e sembra quasi talco: se si trova cenere scura e pesante è sintomo di una cattiva combustione Un impianto efficiente comporta un basso consumo di combustibile e poca fuliggine nei camini: se si vede molta fuliggine significa che si ha un elevato consumo di combustibile e quindi una maggior spesa. Assicurarsi che ci sia sempre un adeguato apporto di ossigeno: tenere pulita la griglia di entrata d’aria dall’esterno. Come tutti i combustibili, il legno ha bisogno di una certa quantità di aria (circa 5 mc di aria per kg) per bruciare completamente. Poiché però il legno è un combustibile solido, e si miscela con difficoltà con l’aria, è necessario fornire una quantità di aria in eccesso (fino ad un totale di 8 mc per kg) per essere certi che la combustione avvenga regolarmente. Come ultimo punto per ottenere una combustione efficiente è necessario provvedere alla regolare manutenzione del nostro impianto di riscaldamento (stufe e condotto fumario) La normativa vigente, in assenza di prescrizioni di legge e/o regolamenti locali indica come periodicità delle operazioni di manutenzione degli apparecchi a focolare chiuso ad aria ogni 2 anni. Una canna fumaria regolarmente pulita mantiene alta l’efficienza dell’apparecchio e protegge da eventuali rischi di incendio.

Potere calorifico inferiore (ossia il potere calorifico al netto del calore di condensazione del vapore d'acqua durante la combustione) espresso in Kcal per kg di legno Abete – 4.600 – breve durata Acero – 4.600 – lunga durata Betulla – 4.900 – media durata Faggio – 4.600 – lunga durata con fiamma media Frassino – 5.300 – lunga durata con fiamma media Larice – 4.000 – breve durata Noce – 4.046 – lunga durata Pino – 4.900 – breve durata combustione veloce

Robinia o Gaggia

Faggio

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Fusione seconda puntata Dopo le spiegazioni dell’altra volta possiamo parlare finalmente di fusione, nucleare

Come due auto che si scontrano: volano i pezzi (neutroni) “scoppia” un sacco di energia e si produce un rottame (elio)

Partiamo dalla... fine del processo: l’energia viene messa in rete attraverso un generatore che vien mosso da una turbina alimentata con del vapore a sua volta generato attraverso uno scambiatore di calore. Questa parte dell’impianto è sostanzialmente la stessa di tutte le centrali sia nucleari a fissione che convenzionali a combustibili fossili che conosciamo. La differenza principale è che il “fornello”, ossia ciò che produce calore non è un bruciatore che impiega un combustibile fossile (gas, carbone, petrolio) o il nocciolo di un reattore nucleare a fissione, ma è un impianto a fusione nucleare. Ci interessa qui comprendere cosa succede dentro questo impianto e cosa si sta facendo per ottimizzare questo processo di fusione. Le reazioni che avvengono dentro il reattore a fusione consistono nella fusione nucleare di atomi leggeri che producono dei sottoprodotti ed energia che si mani-

festa sotto forma di energia cinetica (movimento) degli atomi oltre a particelle prodotto della reazione. La sezione d’urto Se consideriamo quella che i fisici chiamano “sezione d’urto” ossia la probabilità che avvengano reazioni fra diverse coppie di reagenti: più elevati sono gli urti e maggiore probabilità ci sarà che avvengano le reazioni di fusione. Nella figura della pagina successiva si può vedere che fra le varie coppie di reagenti quella che spicca più di altre è quella costituita da Deuterio e Trizio (curva rossa D T) che sono due isotopi dell’idrogeno. Questi fondono insieme producendo una particella alfa e un neutrone con 17 MeV di energia che si manifesta sotto forma di energia cinetica dei prodotti. Vedi figura sottostante. La ripartizione di energia è inversamente proporzionale alle masse e visto che il rapporto fra le masse è 1:4, l’elio si prenderà un 1/5 dell’energia e il neutrone 4/5 dell’energia quindi il neutrone avrà circa 14,1 MeV e l’elio avrà circa 4,5 MeV. Questa ripartizione dell’energia

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Nel grafico sono riportate le sezioni d’urto fra le diverse coppie di reagenti: D T = deuterio - trizio D 3He = deuterio - elio 3 P 11B = protoni - boro D D = deuterio - deuterio Li 3He = litio - elio3 T 3He = trizio - elio3 T T = trizio - trizio D 3He = deuterio - elio3 Sull’asse orizzontale viene riportata l’energia cinetica in migliaia di eV (keV) sull’asse verticale la sezione d’urto (barn). Come si può notare la linea rossa del DT è quella che sviluppa la massima sezione d’urto. La sezione d’urto è indicata in barn = 10-24 cm2 ; è un'unità di misura per l'area, utilizzata in fisica nucleare e subnucleare, insieme ai suoi sottomultipli

non è di poco conto perché il neutrone da fissione delle tradizionali centrali atomiche hanno una energia di circa 2 - 2,5 MeV, in questo caso i neutroni sono molto più energetici, più veloci e producono nelle strutture del reattore attraversate dal flusso neutronico degli effetti che se non adeguatamente considerati a livello di progettazione possono danneggiare le strutture del reattore. Come sempre accade nella realtà, le reazioni non sono mai “pure” nel senso che avvengono anche altre reazioni collaterali. Anche nel reattore nella pratica possono avvenire altre reazioni ad esempio: deuterio deuterio oppure deuterio - elio3. Se facciamo una miscela Deuterio Trizio un canale di fusione sarà fra atomi di deuterio (D D) un altro con l’elio3 (D - H3) con probabilità del 50% ciascuno. Il 50% di elio3 a sua volta parteciperà alla fusione fra l’elio3 e deuterio generando altri sottoprodotti. Nelle probabilità di fusione quel-

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la fra deuterio e trizio è estremamente più elevata di ogni altra reazione. Nel mondo atomico energia = velocità = temperatura Il picco della sezione d’urto DT si colloca fra i 10 e i 100 keV (vedi fig. sopra) 1 eV corrisponde a circa 11.000 gradi K, (il Kelvin è praticamente analogo in questo caso ai °C dai quali differisce solo per circa 293,15 °).

dovranno essere portati a temperature di questo ordine. Come avviene la reazione di fusione Abbiamo dei nuclei carichi positivamente uno di deuterio e uno di trizio il primo composto da un protone e un neutrone, il secondo da 1 protone 2 neutroni, le loro cariche nette sono positive, quindi se cerchiamo di avvicinarle per farle fonderle, le forze di repulsione elettrostatiche (come avviene per i poli dello

Quindi 10 keV sono 100 milioni di gradi Kelvin Ecco perché i nostri reagenti

stesso segno di una calamita) fanno sì che queste particelle si respingano.


ne nelle stelle ma non è realizzabile sulla terra. Questo principio sfrutta il fatto che grandi masse grazie alla compressione gravitazionale si riscaldano raggiungendo le condizioni di fusione e danno luogo alla accensione delle stelle. Si realizza un bilanciamento fra la pressione cinetica data dalla temperatura del gas che tende ad espandersi e la pressione gravitazionale che tenderà a comprimerlo mantenendo in Energia di repulsione fra due protoni in funzione della loro distanza equilibrio la stella sulle di6,5x105 eV mensioni caratteristiche conseguente all’equilibrio di queste due forze. Questo non è realizzabile sulla Terra a meno di bruciare completamente la Terra. Quello che invece si può fare è sfruttare un confinamento cosiddetto inerziale o magnetico. Ciò che si fa con ITER è quest’ultimo. Il gas ad alta temperatura non si trova in condizioni elettricamente neutre ma è composto da ioni ossia parti0 celle caricate elettricamente, 0 20 si può sfruttare la forza di Distanza fra due protoni in femtometri Lorentz per confinare queste gia perché le particelle possegNel sole questo fenomeno avvieparticelle. In pratica se immergono abbastanza energia cinetine attorno ai 15 milioni di gradi essendo a densità molto supeca, risalgono la collina sino a riori, mentre sulla terra per le portarsi a distanze tali, ossia così vicine, per cui entrano in condizioni di laboratorio abbiagioco, non solo le forze di repulmo bisogno di 100-150 milioni di sione elettrostatiche che restano gradi. comunque presenti, ma anche Ma un composto formato da D e T a 100 - 150 milioni di le forze di attrazione nucleare Cariche elettriche fuori dal campo gradi deve essere necessache agiscono su distanze dell’ormagnetico dine di grandezza delle dimenriamente confinato giamo in un campo magnetico il sioni del nucleo e che sono atNon possiamo lasciarlo libero di trattive e vincono le forze di remuoversi all’interno del nostro plasma, le particelle cariche pulsione elettrostatiche portanreattore con delle pareti solide, tenderanno a stare attorche sono realizzate con mateno alle linee di campo do così a fondere gli atomi. riali che per quanto resistenti magnetico. Questo sistema è caratterizzato inizialmente da energia totale alle temperature più alte come Effetto Lorentz negativa (assorbe energia) intungsteno, berillio, sono solidi fatti si può vedere che quando sino attorno ai 3.000 °C, con Con la loro la barriera è stata superata di150 milioni di gradi non c’è posvelocità e con il sibilità di confinare meccanicacampo magnetiventa una buca di potenziale. mente questo tipo di reagente. co prodotto si Quindi quando le particelle si creerà una forza trovano ad una distanza inferioLa natura mette a disposizione re dell’ordine delle dimensioni diversi meccanismi di confinaCariche elettriche del nucleo atomico formano un mento, il confinamento gradentro un campo magnetico composto legato con produzione vitazionale: è quello che avvieMettendo in un grafico (fig. sotto) questo fenomeno, vediamo che a distanza infinita questa forza è molto bassa prossima a zero, man mano che io cerco di avvicinare le due particelle la loro energia di repulsione aumenta sinché a un certo punto se il sistema non ha abbastanza energia non riuscirò a superare questa cuspide, questa collina che è una barriera di potenziale. Se invece ho abbastanza ener-

di energia e di altri prodotti come la particella alfa e il neutrone. Ciò che dobbiamo fare quindi è fornire abbastanza energia alle nostre particelle perché vincano la repulsione elettrostatica o Coulombiana perché hanno carica uguale. Per questo dobbiamo portarle a temperature alte che vuol dire energia alta per scavalcare la barriera di potenziale e fondersi.

e

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che le confinerà attorno alle linee di campo magnetico. E’ un processo che confina solamente le particelle cariche elettricamente e quindi per portare il plasma a temperature richieste è necessario un riscaldamento attivo ossia fare qualcosa per riscaldare i plasma. Si possono produrre anche plasmi freddi, a 10.000 °K, nei neon abbiamo plasmi di circa 1 eV, è un gas non molto ionizzato, ma già risente del campo magnetico. In un reattore non ci bastano 10.000 °K bisogna trovare i modo di aumentare questa temperatura. Così grazie alla scoperta di Lorentz se faccio passare corrente attraverso un conduttore avvolto a spire (solenoide) al suo interno si crea un campo magnetico che mantiene in sospensione (confinamento) le particelle cariche elettricamente (plasma)

Nella figura sopra: I è la corrente elettrica, le linee blu sono il campo magnetico

Il confinamento avviene attraverso il campo magnetico, se le particelle sono obbligate a stare lungo le linee di campo magnetico, prima o poi le particelle vanno a sbattere contro le pareti. Bisogna trovare i modo di non farle sbattere, il modo più semplice è quello di prendere queste linee di campo magnetico e chiuderle a ciambella in maniera che la particella che sta attorno a questa linea di campo magnetico continui a muoversi attorno ad essa senza mai andare a toccare le pareti del reattore. Ed è per questo che i reattori da

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fusione termonucleare a confinamento magnetico hanno la caratteristica forma toroidale sono cioè delle ciambelle.

Intorno alle camere che fisicamente contengono il plasma ci sono degli avvolgimenti magnetici che hanno la funzione di produrre il campo magnetico per il confinamento e altri tipi di campi magnetici (vedi foto sopra) Cerchiamo ora di capire come riscaldare il plasma. Ci sono tre tipi di riscaldamento principale. Il primo è riscaldamento Ohmico che segue la tipica legge di Ohm quella che vale anche quando accendiamo una lampadine V=rxI Ossia la tensione (Volt) = resistenza (Ohm) x Intensità di corrente (Ampere) Il plasma è un conduttore, se facciamo passare al suo interno una corrente, il plasma come tutti i conduttori, si riscalda. La

potenza che riusciamo ad accoppiare al plasma è pari a P = r x I2 Potenza (Watt) = r è la resistenza del plasma (Ohm) e I è la corrente di plasma (Ampere) Ma c’è un problema. La resistenza r in un conduttore normale, ad esempio il rame, man mano che si riscalda cresce ed oppone quindi sempre più resistenza, quindi si riscalda e assorbe sempre più potenza. Un esempio di questo fenomeno sono le stufette elettriche o i forni lettrici. Nel plasma invece man mano che si riscalda, la sua resistenza si abbassa, quindi mano a mano che aumentiamo la temperatura del plasma, la resistenza del plasma diminuisce e quindi dobbiamo aumentare sempre di più la corrente per accoppiargli più potenza. Praticamente al di sopra del keV, ossia 1.000 eV, non riusciamo più ad accoppiare potenza al plasma perché la resistenza (resistività) cala più velocemente di quanto noi riusciamo da aumentare la corrente. Quindi se raddoppiamo la corrente I di plasma pensando di crescere di un fattore 4 la potenza accoppiata (vedi formula della Potenza in cui P cresce col quadrato di I), nella realtà ac-

Nella foto del Consorzio RFX (Padova) vista un po’ dall’alto si vede la forma toroidale con tutti gli avvolgimenti magnetici che sono intorno, un po’ di alimentazioni che arrivano da sotto, si vedono gli oggetti che servono a misurare le caratteristiche di plasma, tipicamente la temperatura, la densità e la qualità del confinamento sotto diverse forme. Queste sono le tre quantità che interessano principalmente.


coppiamo solo il 5% in più al plasma. Quindi non riusciamo a depositare la nostra potenza nel plasma al di sopra del keV. ITER o i più grandi esperimenti lavorano con correnti di plasma di circa 10 milioni di Ampere (per capirci nelle prese elettriche di casa nostra si prevedono 16 Ampere). E’ evidente che aumentare le correnti circolanti fa aumentare gli sforzi sulle strutture per l’accoppiamento corrente-campo magnetico ma non aumenta l’efficienza di riscaldamento del plasma. Bisogna trovare qualcos’altro. Uno degli altri modi è quello di accoppiare potenza mediante radiazioni a frequenza opportuna. Le particelle si muovono nel plasma con delle frequenze caratteristiche, se noi mandiamo delle onde alle frequenze corrette di risonanza caratteristiche del plasma, queste onde depositano la loro potenza nel plasma aumentando la velocità delle particelle, in sostanza aumentando la loro temperatura. Frequenze caratteristiche per gli ioni sono dell’ordine di 50 MHz frequenze caratteristi degli elettroni 50 GHz. Stiamo parlando di potenze dell’ordine della decina di MW (mega watt ossia milioni di watt) che dobbiamo accoppiare la plasma. Accoppiare 10-20-30 MW a queste frequenze non è comunque semplice o agevole. Terzo metodo di riscaldamento E’ l’iniezione di particelle veloci all’interno del plasma con cessione di energia al plasma per collisione. Lo schemino esemplificativo è quello del biliardo: una palla bianca molto veloce mette in movimento le quindici palle colorate che sono ferme, se diamo abbastanza tempo affinché la palla bianca faccia muovere tutte le altre avremo alla fine un sistema di 16 palle che si muovono tutte quante alla stessa velocità ed alla stessa temperatura.

In altre parole se iniettiamo nel plasma poche particelle ma molto veloci, e riusciamo a confinare queste particelle veloci per tempi abbastanza lunghi, dopo un certo tempo avremo la termalizzazione delle particelle veloci ossia l’innalzamento della temperatura media del plasma. Producendo abbastanza particelle veloci potremo regolare la temperatura del plasma fino a portarla in condizioni di reazione. Ma questo è quello che accade dentro il reattore. Vediamo cosa accade attorno al reattore. Abbiamo visto che Deuterio e Trizio producono una particella alfa che ha una carica elettrica ed anch’essa sarà confinata all’interno del plasma attraverso i campi magnetici oltre ad un neutrone che, essendo neutro sfugge al campo magnetico. Dove va a finire questo neutrone che tra l’altro si porta i 4/5 dell’energia prodotta? Viene frenato e rallentato in quella struttura posta attorno al reattore che poi dobbiamo raffreddare per produrre il vapore che fa andare la turbina e produrre l’energia elettrica. Dove facciamo frenare il neutrone? lo facciamo in un blanket che è una struttura posta tutta intorno la reattore. Come è fatta? intanto deve essere dimensionata con lo spessore di uno due metri in base alla distanza di frenamento del neutrone all’interno del blanket. Cosa ci mettiamo intorno: ci mettiamo litio: solo litio o litio contenuto in sfere di piombo: è ancora in studio questa fase. ITER serve anche chiarire questo aspetto.

Ma ci sarà sicuramente del litio perché il litio, in particolare il 6Li che è un isotopo del litio presente in circa nel 92% nella cro-

Blanket: in Iter è costituito da 440 moduli che rivestono completamente le pareti interne del vessel (la camera a vuoto dove circola il plasma) e proteggono la struttura in acciaio e i magneti di campo toroidali superconduttori dal calore dai neutroni ad alta energia prodotti dalle reazioni di fusione. Quando i neutroni vengono rallentati nel blanket (lett. coperta), la loro energia cinetica viene trasformata in energia termica e raccolta dal refrigerante dell'acqua. In una centrale elettrica a fusione, questa energia sarà utilizzata per la produzione di energia elettrica. Ogni modulo misura 1 m x 1,5 m e pesa oltre 4,6 tonnellate.

sta terrestre, venendo in contatto con il neutrone che arriva “gratis” dalla reazione di fusione, produce una particella alfa, di cui ne abbiamo già tante, ma produce anche il trizio che è uno dei reagenti che bisogna iniettare all’interno del reattore. Questa cosa non è secondaria, perché il trizio è un elemento radioattivo, con tempo di dimezzamento di 11 anni circa. Ciò significa che se oggi ho un kg di trizio, fra 11 anni ne avrà mezzo kg, fra 22 anni ne avrò 250 grammi e nel giro di 100 anni non avrò più trizio. Il trizio che c’era

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sulla terra quando si è formata cinque miliardi di anni fa, oggi non c’è più ed in natura il trizio praticamente non esiste se non in tracce. Abbiamo quindi bisogno di qualcuno che ci produce il trizio. Essendo materiale radioattivo se avessimo una centrale di produzione da qualche parte dovremmo metterlo su dei camion e trasportare questo materiale radioattivo con tutti i problemi di sicurezza nel trasporto per portarlo alla centrale a fusione per alimentare il reattore a fusione. Sfruttando questo tipo di reazione invece, i materiali che approvvigioneranno la centrale saranno il deuterio che si trova nell’acqua di mare ed è un isotopo stabile dell’idrogeno che non dà questo tipo di problemi, e il litio che si estrae dalla crosta terrestre ed anche dall’acqua di mare. Questi due serbatoi di combustibili primari, permetteranno al deuterio di entrare nella camera di scarica ed al litio di riempire il volume del blanket e, tramite la reazione di fusione già rappresentata, aver la produzione di trizio per alimentare la centrale a fusione. Quindi al di fuori della centrale non ci sarà nessun sito di stoccaggio del trizio, ci sarà eventualmente del deuterio e dell’elio che è un gas nobile che non ci dà nessun fastidio. Problemi ancora aperti dalla fusione Abbiamo problemi di fisica per quanto riguarda la stabilità magneto-elettrodinamica ed elettrostatica del plasma. Instabilità che tendono a perturbare il confinamento che vogliamo ottenere per raggiungere le condizioni reattoriali. Ci sono problemi per quanto riguarda le interazioni plasma parete perché il confinamento non è perfetto e se andrà a toccare le pareti, bisogna capire come le pareti vengono erose e come il plasma viene inquinato dai materiali di prima parete.

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Ehi signore, c’è un buco...

Dobbiamo comprendere tutto quello che riguarda il funzionamento continuo di un plasma, perché tutti gli esperimenti da oggi sono impulsati, durano dal ½ secondo ai 10-15-20-50 secondi. Gli esperimenti più lunghi possono durare anche un’ora. Ma evidentemente un reattore Durata 50 seche produce condi, esperienergia non mento riuscito! può fun-

zionare per un’ora e poi spegnersi. Bisogna andarsi a studiare tutti quelli che sono i problemi correlati al funzionamento continuo di un plasma. Non esistono ad oggi, se non in rari casi, esperimenti che hanno studiato un plasma che produce effettivamente reazioni da fusione. Si studiano plasmi fatti di deuterio, che hanno una sezione d’urto molto bassa, ma i plasmi D - T sono stati studiati in una casistica molto, molto limitata per vari motivi, uno fra tutti: il trizio è radioattivo e quindi andare ad attivare un macchina sperimentale complica tutta la parte di manutenzione, per metter le mani su macchine radioattive, devo andarci con tutte le

protezioni limitando l’accessibilità, limitando anche l’efficienza dell’intervento. Ci sono un sacco di problemi di ingegneria date le correnti in gioco sugli elettromagneti; necessariamente in una centrale a fusione gli elettromagneti dovranno essere super conduttivi. Tutte la parti di riscaldamento del plasma: ad onde elettromagnetiche o ad iniezione di fasci di particelle veloci, vanno sotto il nome di potenza ausiliaria e costituiscono un capitolo aperto che va studiato e richiede ancora del lavoro. Ed ancora ci sono tutti i problemi di manutenzione remota legati anche alla attivazione dei materiali sia per il trizio che per il flusso neutronico. La manutenzione di un reattore non sarà fatta evidentemente da operatori umani, ma da droni e robot telecomandati che dovranno entrare nella macchina per fare manutenzione. Poi c’è tutto il capitolo della scienza dei materiali. Materiali di prima parete per limitare l’inquinamento del plasma; materiali strutturali capaci di sopportare il flusso neutronico estremamente elevato con neutroni di potenza elevata, non c’è soltanto il numero di neutroni ma anche l’energia con la quale vanno a incidere sulle strutture e quindi sui materiali capaci di sopportare questo flusso elettronico. Poi tutti i materiali di interfaccia fra plasma e la parete che dovranno esser in grado di sopportare flussi di potenza dell’ordine dei 10-20 MW per metroquadro, potenze specifiche estremamente elevate. Non esistono materiali ad oggi in grado di sopportare questi flussi se non raffreddati attivamente. Qual è la strategia europea per avere entro il 2050 energia in rete anche se vi saranno probabilmente degli slittamenti? Di questo ne tratteremo sul prossimo numero di Nost Munfrà.


Fusione nucleare: Ottimismo della volontà e pessimismo della ragione

Una serie di “indicatori” suggeriscono molta cautela circa l’insediamento di un impianto a Casale

L’incendio dell’Hinbenburg

In merito a quanto si scrive e si legge sui vari media in questi mesi a proposito dell’insediamento a Casale Monferrato dell’impianto DTT di sperimentazione della fusione nucleare ci permettiamo si segnalare alcuni aspetti che non pare siano stati adeguatamente considerati nelle note e dichiarazioni di amministratori e cittadini che meriterebbero qualche riflessione. Non solo Trizio Oltre al Trizio segnalato come radioattivo, va anche considerata la presenza di Deuterio chimicamente quasi identico all'idrogeno che a temperatura e pressione ambiente forma un gas di molecole biatomiche: 2H2 o D2 analogo al diidroegeno. Questa molecola non è propriamente innocua. Il diidrogeno essendo circa quindici volte più leggero dell'aria fu il principale gas utilizzato per anni negli aerostati e nei dirigibili, ma dopo il disastro del 6 maggio 1937 del dirigibile Hindenburg , riempito per l’appunto di idrogeno, che provocò la morte di 35 passeggeri, fu riconosciuta la pericolosità del gas passando al più inerte elio, anche se è più pesante dell'idrogeno e meno efficace p e r i l “galleggiamento” de ll e a er on av i nell’aria. Il diidrogeno è infatti un gas altamente infiammabile

e brucia in aria, con la quale forma miscele esplosive a concentrazioni dal 4 al 74,5% a pressione atmosferica. Basta liberare una fuga di H2 a contatto con O2 per innescare una violenta esplosione oppure una fiamma invisibile e pericolosa che produce acqua in gas. Le miscele di diidrogeno detonano molto facilmente a seguito di semplici scintille o, se in alta concentrazione di reagenti, anche solo per mezzo della luce solare in quanto il gas reagisce violentemente e spontaneamente con qualsiasi sostanza ossidante. La temperatura di autoignizione del diidrogeno in aria (21% di O2) è di 500 °C circa. Le fiamme di diossigeno e diidrogeno puro sono invisibili all'occhio umano; per questo motivo, è difficile identificare visivamente se una fuga di diidrogeno sta bruciando. Anche l’acqua pesante o ossido di deuterio D2O è tossica per molte specie fra cui l’uomo. E le norme cosa dicono? E’ il caso poi di ricordare che in Italia esiste una normativa sugli impianti industriali che risale a prima della guerra ed ancora vigente. Il Regio decreto 27 luglio 1934 n° 1265 (Testo unico delle leggi sanitarie) che all’art. 216 recita: Le manifatture o fabbriche che producono vapori, gas o altre esalazioni insalubri o che possono riuscire in altro modo pericolose alla salute degli abitanti sono indicate in un elenco diviso in due classi.

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La prima classe comprende quelle che debbono essere isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni; la seconda, quelle che esigono speciali cautele per la incolumità del vicinato. (…) Una industria o manifattura la quale sia inserita nella prima classe, può essere permessa nell'abitato, quante volte l'industriale che l'esercita provi che, per l'introduzione di nuovi metodi o speciali cautele, il suo esercizio non reca nocumento alla salute del vicinato. Se andiamo a vedere la prima classe dell’elenco, (per capirci quello delle fabbriche che dovrebbero essere isolate nella campagne) pubblicato con il "D.M. 5 settembre 1994: Elenco delle industrie insalubri di cui all'art. 216 del testo unico delle leggi sanitarie” vedremo fra le sostanze chimiche in prima classe compare alla voce 74: Idrogeno: - produzione, impiego, deposito e fra le attività industriali sempre in prima classe alla voce 13: Impianti e laboratori nucleari: impianti nucleari di potenza e di ricerca; impianti, per il trattamento dei combustibili nucleari; impianti per la preparazione, fabbricazione di materie fissili e combustibili nucleari; laboratori ad alto livello di attività. Forse è anche per questo che sia la centrale Fermi di Trino che i laboratori Sorin di Saluggia siano ubicati fuori dai centri abitati? Forse per questo macelli e salumifici, inceneritori, scuderie,

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maneggi, depositi e demolizioni di autoveicoli, alcune della trentina di attività industriali di prima classe non si trovano (o non si dovrebbero trovare) in città? Vedremo se dopo aver vietato i salumifici in città verrà consentita la realizzazione di impianti nucleari. Il Regolamento d’igiene del Comune di Casale ricalca poi quelle norme: ARTICOLO 119. La Giunta, su parere conforme dell'Ufficiale Sanitario, potrà permettere che sia mantenuta nell'abitato un'industria, manifattura o fabbrica, iscritta nella 1^ classe (industria da isolarsi), quando risulti accertato che, per l'introduzione di nuovi metodi e di speciali cautele, l'esercizio di essa non nuoce alla salute del vicinato. (articolo 68 (5° linea) del Testo Unico Leggi Sanitarie 1 Agosto 1907 n. 636). ARTICOLO 120. Distanza dall'abitato delle industrie insalubri. Tanto la distanza dall'abitato quanto le cautele da adottarsi a difesa della pubblica salute, per le industrie, manifattura o fabbriche attivande contemplate nell'art. 119, saranno di volta in volta stabilite dal Sindaco, sentito l'Ufficiale Sanitario ed il Capo dell'Ufficio d'Arte, ciascuno secondo la sua competenza. ARTICOLO 121. Chiusura delle fabbriche ed allontanamento dei depositi insalubri. La Giunta, su p r o p o s t a dell'Ufficiale Sanitario, potrà ordi nare la chiusura dei predetti stabilimenti e l'allontanamento dei depositi insalubri o pericolosi Sorin di Saluggia

salvo, nei casi d'urgenza, le facoltà attribuite al Sindaco dall'art. 151 della Legge Comunale e Provinciale. (art. 94 del Regolamento Generale Sanitario 3 Febbraio 1901, n. 45). Segnaliamo ancora che per la realizzazione delle opere previste si dovranno prima seguire procedure stabilite dalle leggi per la loro approvazione che prevedono, una volta redatti i progetti, che questi passino il vaglio di una apposita Conferenze di Servizi e della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) in cui tutti i soggetti preposti al rilascio di permessi, autorizzazioni o nulla osta comunque denominati, si esprimeranno in merito. Giova ricordare anche che il Decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152- Norme in materia ambientale è stato modificato in varie parti nel 2017 ed il particolare all’art 24-bis promuove la cosiddetta Inchiesta pubblica. Così recita detto articolo: 1. L’autorità competente può disporre che la consultazione del pubblico di cui all’articolo 24, comma 3, primo periodo, si svolga nelle forme dell’inchiesta pubblica, con oneri a carico del proponente, nel rispetto del termine massimo di novanta giorni (ndr dalla pubblicazione del progetti). L’inchiesta si conclude con una relazione sui lavori svolti ed un giudizio sui risultati emersi, predisposti dall’autorità 1 competente. Siamo certi che le diverse amministrazioni coinvolte, a partire dal Comune di Casale, in attuazione dei principi di trasparenza e partecipazione, attueranno tutti i dispositivi che le leggi mettono a disposizione in tal senso. Un po’ di memoria Ci sembra doveroso spendere anche alcun e parole sulla storia più o meno recente in fatto di insediamenti produttivi che avrebbero dovuto far decollare


l’economia Casalese. Una storia ricca di casistica in tal senso, e se le bugie hanno le gambe corte, sarebbe bene che anche la memoria non soffra di questo handicap Cito alcuni casi accaduti: la centrale nucleare di Trino e l’Eternit. Basta leggersi gli articoli dell’epoca o le testimonianze di chi ha vissuto quei tempi per comprendere come sempre l’insediamento di una grande azienda sia stato accolto con favore e gioia proprio per le sbandierate opportunità di lavoro che offriva, spesso accompagnate da suggestioni di un roseo futuro di sviluppo e benessere per le comunità che avessero ospitato l’insediamento. Ecco cosa scriveva sulla centrale atomica di Trino: “Nel 1956 allorché a Casale ci si baloccava con l’alchimia politica alla ricerca di sempre nuove formule che assicurassero i – cadreghini- di palazzo San Giorgio ed accontentassero nel contempo tutte le tendenze, i partiti e le persone, all’Amministrazione comunale di Trino, che si preoccupava invece dello sviluppo della cittadina, giungeva la notizia che nella vicina Saluggia sarebbe stata costruita una centra le elettrica ad energia nucleare. (….) La centrale Enrico Fermi installerà una potenza di 165 mila kW e produrrà più di un miliardo di kilowattora all’anno. Cioè tanta energia pari alla metà di quella occorrente ad una città come Torino con tutti i suoi grandiosi complessi industriali. L’opera costerà 40 miliardi, venti dei quali saranno concessi in p prestito dalla Export Import Bank degli Stati Uniti. Per tre anni sarà assicurato il lavoro ad alcune migliaia di operai e Trino ne avrà un notevolissimo beneficio e economico. A lavori ultimati la cittadina vercellese ed i suoi dintorni (speriamo che

si estendano fin o a Casale affinché anche la nostra città possa raccogliere almeno le briciole del lauto b a nc he t t o) potrà beneficiare di una vicina sorgente di Eternit - Casale Monferrato energia che mento dei rifiuti radioattivi e al potrà permettere il fiorire di decommissioning degli impianaltre industrie nella zona ti). Non ci pare nemmeno che “depressa”.2 Trino Vercellese abbia cambiato Ed ancora: “Esaminata la vail suo destino economico-sociale stissima gamma di strumengrazie alla centrale: basta vedeti, dispositivi e allarmi, è re l’andamento della popolaziogiocoforza assolvere dall’imne in costante decrescita dal putazione di -attività perico1911: 12.542 abitanti, al 2017: losa- la Centrale di Trino, soli 7.216. come del resto le E che dire della dolorosa quanto confratelle-. (Forse in futuvergognosa storia dell’Eternit: ro, costruendo impianti con Nel 1907 nasce lo stabilimento reattori veloci, le cose poETERNIT di Casale Monferrato, il trebbero cambiare. Il loro più grande per manufatti in cecombustibile sarà il plutomento d’Europa con i suoi nio, che presenta una mag94.000 metri quadrati di estengiore pericolosità. Anche alsione, circa la metà coperti, ha lora, prima di procedere ad dato lavoro sino a 5 mila persoapplicazioni di carattere inne diminuite progressivamente dustriale, gli organi responfino alla chiusura dello stabilisabili avranno assicurato le mento avvenuta nel 1986. necessarie garanzie di sicuEcco cosa scrive il casalese rezza. Ma è questo un proGiampaolo Pansa: “Nel 1906 blema che non tocca da viciun pugno di imprenditori no la nostra zona né il prosgenovesi, -i maledetti- come simo decennio, non rientranringhiava mia nonna Caterido per ora nei programmi a na, impiantarono a Casale lunga scadenza della Naziouna fabbrica all'avanguarne. A noi basterà sapere, per dia. Produceva tegole piane quanto attiene alla -Enrico fatte di cemento e di amianFermi-, che la zona circoto, grazie al brevetto di un stante Trino non subirà mai austriaco. L'invenzione vencontaminazione radioattiva. ne chiamata Eternit poiché O meglio, come si usa dire garantiva una durata eterna scherzosamente negli amdel prodotto. Non era una bienti tecnici «le mucche del bufala dal momento che siaBasso Monferrato non promo ancora circondati da durranno mai il latte raquella robaccia vecchia di dioattivo”.3 un secolo. Dalle tegole si L’opinione pubblica scoprirà in passò alle lastre ondulate. seguito che qualche problema il Poi ai tubi per gli acquedotti nucleare in Italia e nel mondo e le fognature. E lo sviluppo l’ha creato e lo sta creando andell'azienda fu trionfale. Fu cora oggi (pensiamo allo smaltila nostra Fiat. Lavorarci era

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la nostra Fiat. Lavorarci era un privilegio. Anche perché le paghe erano un tantino più alte che in altre aziende. I padri chiedevano alla figlie in età da marito: "Dove lavora questo tuo moroso?". "All'Eternit" rispondeva la ragazza, orgogliosa. "Allora sposalo" concludeva il papà. E spiegava alla moglie: "Il certificato di matrimonio avrà il valore di una polizza a vita". Se a Trino grandi cose non si sono viste con la centrale, possiamo affermare che Casale, col senno di poi, avrebbe volentieri fatto a meno dell’Eternit. Ultime memo la dedichiamo alle miniere di marna nelle nostre colline, scavate per produrre cemento e che hanno causato la frana di interi paesi o alle varie fabbriche che hanno allontanato i contadini dai loro cascinali e dalle loro terre salvo poi chiudere e trasferirsi altrove, con il risultato di aver marginalizzato un settore economico senza averlo rimpiazzato con un altro. Un errore che ci pare nell’astigiano ad esempio, non è stato commesso. Da qui una riflessione: forse lo sviluppo non può essere figlio di interventi estemporanei, improvvisati o avventurosi, ma di una duratura politica costantemente orientata a rafforzare settori strategici trainanti dell’economia. La logica del “tutto va bene purché porti qualcosa” alla fine non paga territorio e comunità. Ancora un’ultima nota sui numeri. Nel documento di 268 pagine pubblicato da ENEA dal titolo: DTT: Divertor Tokamak Test faciliy Project Proposal – risalente al 2015, si scrive: “L’impatto occupazionale previsto è rilevante, almeno 150 persone coinvolte nelle operazioni (50 % ricer-

catori e personale qualificato, 50 % personale di supporto). E' inoltre previsto un notevole numero di lavoratori coinvolti nelle fasi di costruzione ed operazione, senza contare le opportunità per spin-off e sub-appalti”. Se così fosse è facile prevedere che i ricercatori e personale qualifica arriveranno prevalentemente da fuori e limitati sarebbero i posti per i casalesi a poche decine. Ed anche in merito alla fasi di costruzione c’è la possibilità, per niente remota visti i contributi pubblici che riceve il progetto, che si debba fare un bando di gara internazionale. Se per caso chi vincesse l’appalto per la costruzione dell’impianto da 500 milioni non fosse una impresa locale, è presumibile gli appaltatori utilizzeranno le loro maestranze e poco resterebbe alle imprese locali. Prospettive di sviluppo Merita anche spendere qualche riga per evidenziare alcuni aspetti per niente chiari. Abbiamo letto di 25 anni di attività dell’impianto casalese oltre ai sette per la sua costruzione. Cercando di tenere sempre i piedi per terra, segnaliamo che ITER (per cui il DTT dovrebbe svolgere la sperimentazione di alcuni importanti aspetti) è a sua volta un reattore sperimentale. Fra gli scopi principali di ITER: - raggiungere una reazione di fusione stabile: l’obiettivo è quello di generare 500 MW

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Il cantiere di ITER a Cadereche (F)

prodotti per una durata di circa 15-30 minuti, cercando così di ricavare più energia di quelle immessa per generarla - dimostrare il controllo del plasma e delle reazioni di fusione sono conseguibili con trascurabili impatti per l'ambiente; - dimostrare la fattibilità della produzione di trizio all'interno dell’impianto in quanto l'approvvigionamento mondiale di tritio non è sufficiente a coprire le esigenze delle future centrali elettriche4 Se e quando ciò accadrà, l'energia in eccesso ottenuta dalla reazione nucleare non sarà immessa sulla rete elettrica, né utilizzata per scopi commerciali. Il costo stimato per ITER è, attualmente a 18 miliardi di euro (n.d.r. Enea parla di 20 miliardi), oltre il triplo di quanto era stato stabilito nel 2005 quando partì il progetto. “Solo verso il 2040 potremo sapere se ITER è l’innovazione radicale della prossima era umana o soltanto una sperimentazione destinata al fallimento”5 Il compito di produrre energia elettrica sfruttabile da utenze esterne è previsto per il progetto successivo, chiamato DEMO se naturalmente i problemi tecnici oggi ancora irrisolti verranno superati. DEMO sarà un progetto più grande e costoso di ITER dato che sarà necessario realizzare delle strutture sensibilmente più complesse per la produzione del trizio direttamente nell'impianto. Inoltre, le necessità di efficienza nella produzione di energia costringeranno all'uso di refriger anti diversi dall'acqua utilizzata invece in ITER, richiedendo per questo tecnologie più avanzate e, quindi,


più costose. La complessità e soprattutto i costi sono tali che per la prima volta nella storia dell’umanità superano le capacità delle singole superpotenze: “Realizzare una centrale a fusione per il futuro richiede un impegno costante a livello scientifico, gestionale e finanziario che nessun paese è in grado di garantire da solo”7 Consentiteci una riflessione: come sarebbe bello se analoga collaborazione fra le grandi potenze venisse utilizzata anche per battere la fame nel mondo o eliminare le cause antropiche che distruggono gli equilibri ambientali o anche semplicemente per ridurre gli squilibri sociali, ricordiamo infatti che mai nella storia è stata prodotta tanta ricchezza e mai è stata registrata tanta disparità fra ricchezza e povertà. Ma il DTT previsto a Casale? Alla base della DTT c’è la stessa tecnologia impiegata per ITER, ma con in più la possibilità di eseguire test utilizzando tecniche brevettate dall’ENEA. Alcuni parametri sono ormai noti: intensità di corrente di 6 milioni di Ampere; carico termico sui materiali fino a 50 milioni di watt per metro quadrato (oltre due volte la potenza di un razzo al decollo); temperatura di oltre 100 milioni di gradi; il divertore, elemento chiave del tokamak e il più “sollecitato” dalle altissime potenze, composto di tungsteno o metalli liquidi, rimovibili grazie a sistemi altamente innovativi di remote handling (n.d.r. comandi in remoto. Tralasciamo per ora gli altri aspetti più generali e complessi del tipo: Quanto tempo è realisticamente stimabile per arrivare a fornire energia elettrica all’utenza con la fusione nucleare. Il rischio (o l’opportunità) è che ci voglia troppo tempo, ed altre tecnologie possano risolvere prima e meglio il fabbisogno energetico. Estrapolando l’esperienza ed i ritardi accumulati da ITER è realistico presu-

mere che questo primo impianto, DEMO, se tutto va bene solo verso la fine del secolo potrà produrre energia elettrica per l’utenza. I costi nessuno oggi li può conoscere, ma riteniamo che alla fine saranno dell’ordine del centinaio più che delle decine di miliardi di euro. Tutti questi aspetti interverranno nella valutazione dei costi interni ed esterni dell’impianto e sono quelli che rientrano nella molto aleatoria analisi detta dei - Costi -benefici- che pochi si azzardano ad affrontare, ma che dovrebbe essere la base di partenza per giustificare ogni progetto. Se emergesse che i problemi tecnici ed economici che devono esser affrontati e risolti dall’impianto sperimentale con tutti i relativi laboratori di ricerca, rendono non conveniente la filiera della fusione nucleare, che accadrà degli impianti realizzati e delle maestranze? Il problema dei costi eccessivi fu già sollevato sia in ambito di commissione europea che di commissione senatoriale. In una comunicazione della Commissione Europea del 2017 si afferma: “Il parco nucleare in Europa sta invecchiando e sono necessari investimenti ingenti per estendere la durata di vita di alcuni reattori (e migliorarne la sicurezza), negli Stati membri che operano questa scelta, per intraprendere le attività di disattivazione previste e per stoccare a lungo termine i rifiuti nucleari. Gli investimenti sono anche necessari per sostituire gli impianti nucleari esistenti. Tali investimenti potrebbero essere destinati anche in parte a nuove centrali nucleari. L’importo totale degli investimenti nel settore del ciclo del combustibile nucleare, tra il 2015 e il 2050, è stimato in 660770 miliardi di euro”.8 Venticinque trenta miliardi all’anno per gestire l’invecchiamento dell’esistente ciclo del

combustibile nucleare a cui si andranno ad aggiungere altri e più onerosi costi nella ricerca sulla fusione perché come si scrive: “Per l'Europa il progetto (n.d.r. ITER) simbolizza la capacità dell'UE di assumere un ruolo guida a livello mondiale nel settore della scienza e delle tecnologie. Se verrà trovata una soluzione efficace, sistemica e duratura per assicurare la buona governance e la sostenibilità finanziaria, si potrà offrire un modello per future cooperazioni a livello mondiale sulle grandi sfide, quali l'approvvigionamento energetico, poste dal nostro stile di vita collettivo” Concludiamo: comprendiamo l’ansia da prestazioni politiche di molti partiti, specie in vista della prevedibile tornata elettorale primaverile, ma crediamo non sia mai opportuno affidarsi solo all’ “ottimismo della volontà” scollegandola dal “pessimismo della ragione” o come dicevano i nostri vecchi “quand a sarà ura chi l’ha i ureggi ji musta” tradotto: staremo a vedere. Note: 1 - Così introdotto dall'art. 13, comma 2, d.lgs. n. 104 del 2017 2 - Il Monferrato - 20 luglio 1960 3 - Il Monferrato 30 marzo 1968 4 - www.iter.org 5 - Il Sole 24ore del 21 maggio 2017 6 - COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO E AL CONSIGLIO CONTRIBUTO DELL'UE AL PROGETTO ITER RIFORMATO {SWD (2017) 232 final}. COM(2017) 319 final Bruxelles, 14.6.2017. 7 - www.enea.it del 17-10-2017. COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE Programma indicativo per il settore nucleare presentato a norma dell'articolo 40 del trattato Euratom - Final (previo parere delCESE) {SWD(2017) 158 final} 8 - Bruxelles, 4.5.2010 COM(2010) 226 definitivo - COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO E AL CONSIGLIO - Lo stato di avanzamento di ITER e possibili vie per il futuro.)

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Per chi ama la pesca

Anche un laghetto può diventare una ottima iniziativa per promuovere il territorio Se amate passare qualche ora a pescare, anche se non siete degli esperti, e vi piacerebbe portare a casa qualche bella e buona trota da fare al burro, vi suggeriamo di recarvi al laghetto di Gabiano: è quello che si vede dalla provinciale nella tratta che proprio sotto il Castello scende alla Piagera dove si trova il noto mercato ortofrutticolo. Con pochi euro potreste portarvi a casa qualche chilo di pesci di ottima qualità. Il laghetto “La Sorgente” ha acque pulite e sorge in uno splendido panorama tipicamente monferrino. Dominato dal castello e dall’antica Pieve di San Pietro mentre a valle a poche centinaia di metri si trova il mercato ortofrutticolo della Piagera che ogni domenica propone i tipici prodotti della locale campagna. Tornando alla pesca, segnaliamo ai nostri lettori che abbiamo passato diverse ore in diversi giorni a pescare, e chi scrive non può certo definirsi un esperSotto: fotografia del lago di Gabiano (AL)

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to pescatore, ma non siamo mai go La Sorgente dove potrete venuti via senza avere qualche trovare le informazioni che cercate compresi gli orari ed evenbella trota nella nassa. tuali periodi di chiusura o telefoIl laghetto è stato aperto da ponare al 3463670501 oppure al chi mesi grazie al lavoro della famiglia Bertin 3382149631. Se che ha effettuato poi volete farvi impegnativi inuna marenda sinoira potete terventi per renandare al ristoderlo sicuro e rante i Cacciatori soprattutto comodo per i pedalla Velis che si scatori. trova sempre Sempre pulito da nella frazione Piagera, il ristoramaglie e detriti rante vero e proche possono far prio è aperto soperdere lenze… e pesci, ma sopratlo per il pranzo; tutto veramente altrimenti semricco di trote (e pre a un tiro di schioppo potrete anche carpe) recarvi al ristocome si può noPer cena: trote! rante Il Commertare dai frequenti salti e “bollate” dei branchi di cio con tipica cucina Monferrina trote. e se amate un menù un po’ più Se non le avete voi le esche vive originale potete recarvi al bistrot La Chance che sorge proprio le potrete trovare presso i genella piazza davanti al municipio stori che, dal venerdì alla domevicino al Castello o per i più rafnica, sono sempre presenti per l’apertura del lago. finati direttamente al ristorante Vi consigliamo comunque di redel castello. carvi sul profilo facebook: LaBuona pesca a tutti!

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- Quando un ristorante diventa territorio - pagina 2 - I limiti dello sviluppo del Monferrato - pagina 4 - Per il consorzio irriguo est Sesi...

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