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Anno 16 - n.96

FURETTOMANIA INFORMA

NOVEMBRE DICEMBRE 2015

PERIODICO BIMESTRALE DI INFORMAZIONE MUSTELIDE riservato ai soci di Furettomania ONLUS

NOVEMBRE DICEMBRE 2015 PROSSIMA USCITA LO SPECIALE

CHRISTMAS TAILS 10 DICEMBRE

Nuova brochure informativa per FM ONLUS Ancora uno strumento per diffondere e agevolare l'accesso alle informazioni di base! Disponibili ai nostri eventi e presso i centri veterinari specializzati.

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2 SOMMARIO-REDAZIONE-DIRETTIVO NEWS 3 EDITORIALE 6 FORSE NON TUTTI SANNO CHE... 10 DICA POT POT 13 PARENTI MUSTELIDI 18 MOLTO RUMORE PER NULLA 22 CONDIVISO CON VOI 25 GRAN BAZAR 27 FOCUS ON: LO STAFF&I SOCI RACCONTANO 35 BRICOFERRET 37 ADOZIONI 40 IL PONTE DELL'ARCOBALENO 42 IL FUROSCOPO 45 PASSAPAROLA: IL PROSSIMO EVENTO 47 PASSAPAROLA: LA CAMPAGNA DEL MESE 48 VOLONTARI IN FM 49 RESPONSABILI FM-CARTA AZZURRA SERVIZI

Direzione e Supervisione: Consiglio Direttivo Furettomania ONLUS Capo Redattori: Patrizia Puccetti e Ariela Trovato Redattore scientifico: Silvia Pizzi Impaginazione e Grafica: Patrizia Puccetti Collaboratori di Redazione: Lo Staff e i Soci Spedizioni web: Gaia Franzoso Hanno collaborato a questo numero Dott. Kiumars Khadivi-Dinboli Medico Veterinario Camilla Rigoni Socia FM ONLUS Daniela Zanirato Socia FM ONLUS Gilberto Restelli Socio FM ONLUS Lavinia Cardillo Staff FM ONLUS Manuela Negri Socia FM ONLUS Sara Nicolosi Socia FM ONLUS Tommaso Bobini Socio FM ONLUS Valentina Novelli Staff FM ONLUS

FurettoMania Informa Edizioni Furettomania ONLUS Via Petrarca n.12 21012 Cassano Magnago (Varese)

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LA STORIA DEL FURETTO: L'iktis, le donnole di Oderzo, la donnola di Tartesso e il gatto della libia Le fonti scientifiche per studiare il processo di domesticazione di un animale sono generalmente tre: archeologiche, zoologiche e storiche, ma nello studio del furetto praticamente solo le ultime due sono state seguite (Owen, 2007). E’ opinione diffusa che la domesticazione del furetto sia avvenuta circa 2000-3000 anni fa, ma è ancora in discussione il luogo: secondo alcuni autori è iniziata nel Nordest dell’Africa e poi diffusa in Europa con la pratica della caccia al coniglio, mentre per altri autori è più probabile che i furetti derivino originariamente dall’Europa, ove erano presenti le puzzole, tipiche dei climi temperati (Bulloch & Tynes, 2010). Mustelidi domestici sono stati effettivamente descritti nella letteratura classica più di un migliaio di anni fa nell’aerea del Nord Africa, ma è ancora in dubbio se si tratti effettivamente di furetti discendenti dalle puzzole (Fisher, 2006; Owen, 2007; Masseti, 2008). Una interessante analisi sulla semidomesticazione dei Mustelidi è proposta nel libro di Marco Masseti, biologo studioso di paleoecologia dell’area mediterranea e medioorientale: Uomini e (non solo) topi: gli animali domestici e la fauna antropocora. Nei siti e nei libri si riportano come prime citazioni del furetto fonti di letteratura greca classica (Brown, 2001): il commediografo Aristofane (450 aC) ne “Gli Acarnesi” usa il termine in senso di ladro, e nell’opera “Storia degli animali” del filosofo Aristotele (350 aC), viene descritto per la prima volta un animale simile al furetto che si dimostra delicato e confidente con l’uomo. In realtà la corretta traduzione della parola greca utilizzata in queste fonti (“iktis”) è stata oggetto di acceso dibattito filologico soprattutto nel XVI° secolo, in un quesito rimasto tuttora non risolto. In epoca romana, lo scrittore e naturalista Plinio Il Vecchio (23-79 dC) nel A cura di suo libro Naturalis Historia, (XXIX, 60-61) cita: “Esistono due tipi di mustelide: uno selvatico, chiamato dai greci ictis. Dott.ssa Silvia Pizzi, Docente Biologia Università degli Studi di Parma

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Redazione FM ONLUS


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Si dice che il suo fiele sia efficace contro le aspidi, in tutte le altre circostanze un veleno. L’altro tipo invece, comune, che gira per le nostre case e secondo Cicerone trasporta ogni giorno i suoi cuccioli e cambia sede e dà la caccia ai serpenti.” Secondo Masseti, Plinio si riferisce ad un’opera perduta di Cicerone che potrebbe essere Admiranda, per cui non è possibile approfondire chi fossero effettivamente questi mustelidi domestici. Alla differenza fra due tipi di mustelidi fa accenno anche Isidoro di Siviglia (“Origines”, XII 3-3; circa 570-636 dC), teologo e scrittore spagnolo, che descrive una mustela vulgaris (comune) ed una mustela silvestris (selvatica). In realtà, in due diversi capitoli della sua “Storia degli animali” Aristotele aveva descritto anche un piccolo carnivoro dal ventre bianco poco più grande di un topo (“agria gale”), quindi probabilmente simile alla nostra donnola, oltre al già citato “iktis” che era più grande, come un piccolo cane, e quindi più vicino alla martora o alla puzzola. Plinio sembra identificare con l’iktis di Aristotele la mustela silvestris, detta anche mustela rustica. E’ interessante notare come sia per Aristotele sia per Plinio si tratti di terribili predatori di serpenti, mentre solo la “gale” di Aristotele è descritta anche come formidabile cacciatrice di topi (“fa la guerra ai serpenti, e soprattutto a quelli che predano topi, perché essa stessa è un predatore di questi roditori” Storia degli animali, IX, 6). E in effetti, nei bestiari medioevali l’immagine di implacabile cacciatrice di topi è tradizionalmente attribuita alla donnola. Prove decisive di una convivenza fra donnola ed uomo derivano da una straordinaria scoperta in un pozzo nell’abitato romano di Oderzo (Veneto), risalente al I-II sec dC, in piena età imperiale. Questo pozzo conteneva un’incredibile varietà di reperti zoologici, ossa attribuibili a scarti di macellazione e avanzi di pasto di animali domestici: si trattava probabilmente di una discarica. Il fatto sorprendente risulta la grande concentrazione di reperti di Mustela nivalis, ovvero la donnola: almeno 64 individui adulti, in una concentrazione relativa pari al doppio di altri mammiferi commensali (come topo ed arvicola), fatto che ragionevolmente esclude l’ipotesi di una caduta accidentale. Interessante è notare come queste “donnole di Oderzo” fossero prevalentemente adulti di grossa taglia, con dimensioni maggiori a quelle delle popolazioni attualmente presenti (Masseti, 2008). Per spiegare la loro massiccia presenza si è ipotizzato un loro uso per ricavarne pellicce, ma i resti non presentavano le caratteristiche strie da taglio, osservate in altri reperti archeologici derivanti dalla lavorazione delle pelli per indumenti. Resta probabile l’ipotesi che si trattasse di mustelidi deliberatamente allevati ed utilizzati dall’uomo per il controllo dei roditori. E’ oltretutto interessante notare come fonti storiche e reperti archeologici riportino la presenza di mustelidi (martora e faina, oltre alla donnola) in isole dell’area mediterranea (Ibiza, Majorca, Malta, Minorca, Corsica, Sardegna, Naxos, Creta..) che invece non mostravano presenza di alcun carnivoro in era preistorica, indicando un’importazione antropica di questi animali. Ancora oggi a Creta gli agricoltori ricorrono all’espediente di liberare una donnola all’interno delle serre per la riproduzione di ortaggi allo scopo di tenere lontani i piccoli roditori. Se poi pensiamo all’immagine del furetto attraverso la storia, a partire dal medioevo fino ai giorni nostri, più che al controllo di dispense e granai dai piccoli roditori o dai serpenti, lo associamo alla caccia al coniglio, allontanando da noi l’idea che le citazioni aristoteliche si riferissero allo stesso animale.

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Forse la prima vera citazione del “nostro” furetto, è quella del geografo e storico greco Strabone nel suo libro Geografia (63 aC - 34 dC), ove descrive un animale arrivato dalla Libia come risolutore per l’infestazione delle isole Baleari da parte di una specie di lepre. Scrive Strabone: “Di animali nocivi è invece scarsissimo quel paese, fuor certi, simili a lepri, che scavan la terra e sono da alcuni denominati leboridi, i quali rovinano le piante ed i semi, rosicandone le radici. Questo male accade in quasi tutta la Spagna e si stende fino a Marsiglia, e danneggia anche le isole. […] del resto contro i casi ordinarii furono trovate molte maniere di caccia: e nutrono a cotal fine studiosamente certi furetti salvatici che la Libia produce; poi, dopo aver chiuso loro la bocca, gl’introducono nei fori; ed essi o colle unghie traggono fuori quanti leboridi possono ghermire, o li costringono di fuggirsene all’aperto, dove sono pigliati dalle persone quivi a tal uopo appostate.” [Strabone Geografia Vo.2 (Libro III) pg 311-2 volgarizzati da Francesco Amborosoli (1832)]. Questa citazione oltre a descrivere perfettamente le tecniche di caccia al coniglio col furetto che si ritrovano dal MedioEvo ai giorni nostri, nel tempo ha supportato la discussa origine africana del furetto domestico, tanto che gli antichi chiamarono il furetto: “gatto delle Libia” (Licciardelli, 1904), tenendo in considerazione il fatto che all’epoca di Strabone col termine Libia si intendeva tutto il Nord Africa ad esclusione dell’Egitto. Ed anche Linneo, l’inventore della moderna classificazione degli esseri viventi, che per primo identificò il furetto come specie a parte (Mustela furo, 1758), indicò l’Africa come luogo di diffusione della forma tipica, anche se in realtà nessuna specie di puzzola è mai stata documentata nelle rappresentazioni faunistiche del quaternario (dipinti rupestri) in Nordafrica. Ulteriori dubbi sull’identità del furetto di Strabone, derivano dal fatto che anche il già citato Plinio il Vecchio riporta la notizia della devastante infestazione di conigli alla Baleari, ma si riferisce all’animale risolutore col termine di viverra. Tradizionalmente identificato dai commentatori moderni come furetto, in realtà non ve ne è certezza, dato che questo nome viene utilizzato da Plinio solo in questa occasione né si sa da quale lingua derivi. Un’ipotesi plausibile è che Strabone si riferisse ad un’area dell’impero romano famosa per l’allevamento del furetto piuttosto che alla vera area di origine del progenitore selvatico, probabilmente ormai estinto. Infatti oltre che in Europa, il furetto viene tuttora allevato ed utilizzato allo stesso modo per la caccia in alcune aree del Marocco. Anche se la modalità di caccia descritta da Plinio richiama quella tradizionale medioevale col furetto, secondo alcuni autori data l’area geografica di provenienza, potrebbe trattarsi di un carnivoro di dimensioni simili, ancora oggi ampiamente diffuso in Nordafrica, ovvero la genetta (Genetta genetta). La genetta infatti fu descritta inizialmente da Linneo nel 1758 come Viverna genetta sulla base di un esemplare di origine spagnola. Già anticamente lo storico greco Erodoto (V sec ac) aveva descritto un animale, denominato “donnola di Tartesso” (ndr Tartesso è un’antica città dell’Iberia/Spagna meridionale) fra gli elementi caratteristici della fauna nordafricana del suo tempo : “vi sono anche le donnole che nascono nel Silfio (ndr. pianta della Cirenaica che forniva una resina preziosa) e sono molto simili a quelle di Tartesso” (Le Storie, IV, 191-192) e secondo alcuni autori questa potrebbe essere proprio la genetta. A conferma alcune antiche monete della Cirenaica del VI sec ac raffigurano un frutto di silfio ed una genetta.

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Secondo diversi autori questo mammifero era ampiamente diffuso ed utilizzato per la caccia in tutto l’area del Marocco e delle Baleari, e tuttora è diffuso sulle isole di Majorca, Ibiza e Cabrera. Resta il fatto che la genetta non risulta come animale presente nel Pleistocene in Europa e Vicino Oriente, ed in base ai reperti fossili viene considerata un invasore post-glaciale dell’Europa, probabilmente importato addirittura proprio dai Romani, confermando la complessità della storia del rapporto fra uomo e piccoli carnivori. E’ opportuno ricordare che la genetta NON è un Mustelide. E allora possiamo vedere come la più antica prova della domesticazione del furetto una scoperta tutta italiana e molto recente (Santini, 2010). Parliamo dell’eccezionale ritrovamento di reperti storico-faunistici negli scavi della villa Bruttiii Praesentes a Scandriglia (Rieti): si tratta di resti di sparviere (Accipiter nisus) e di furetto, resti collocati ad un primo esame fra il IV e il V secolo dC. Per quanto riguarda il furetto si tratta del cranio di un adulto, che conserva parte della dentatura superiore, facilitandone l’identificazione. Le fonti antiche, storiche ed iconografiche fanno pensare che queste due specie non possano essere considerate presenze casuali, ma che fossero “compagni di caccia” dei proprietari. Teniamo presente che le radici storiche della falconeria partono dal V secolo aC, e passano anch’esse dai racconti di Aristotele, Plinio il Vecchio sino alla letteratura classica latina, racconti che riguardano l’Oriente (India e mondo arabo) e di cui sono diffuse anche antiche testimonianze iconografiche (bassorilievi) ittite ed assire (III° millennio - VIII° sec aC), mentre di epoca romana sono alcuni mosaici (mosaico della Piccola Caccia, villa del Casale Piazza Armerina- Sicilia, mosaico del portico ovest della villa di Argo a Spiro – Grecia, mosaico della personificazione di Cartagine, in Nord Africa). Dal III sec dC la falconeria si afferma in tutto il bacino del Mediterraneo e le attestazioni figurative vanno di pari passo con le fonti storiche, dimostrando come la pratica sviluppatasi per fini alimentari divenga poi un vero e proprio sport per nobili in epoca tardo-antica, fino ad essere definita nel MedioEvo una vera e propria ars venandi (arte venatoria). Non altrettanto definito se non in epoca più tarda è il ruolo del furetto, le prime vere inequivocabile rappresentazioni di caccia col furetto (ferreting) risalgono al 1300-1500: un furetto albino appare dipinto nel Messale di Sherborne (XV sec), (foto 3) in un dipinto del libro dei salmi "Queen Mary's Psalter" (foto 4) è rappresentata una dama ben vestita che caccia col furetto (XIV sec), una scena di caccia col furetto caratterizza un affresco nel Palazzo dei Papi di Avignone (Camera del Cervo, studio di Clemente VI, 1343), (foto 1) Gastone Febo in "The Book of the Hunt" (Il libro della Caccia), (foto 2) descrive le varie tecniche di caccia in uso in Francia, e fra queste cita l’uso del furetto (1387-9). Ma il ritrovamento contemporaneo dello sparviere e del furetto nella villa di antichi signori romani può far pensare che già da secoli entrambi fossero fedeli aiutanti dell’uomo.

Owen C. 2007 ” The domestication of the ferret” in The Domestication and Exploitation of Plants and Animals - Ucko & Dimbleby Eds. Transaction Publishers. Pg 489-493 Bulloch, M.J., Tynes, V.V., 2010. Ferrets. In: Tynes, V.V. (Ed.), Behaviour of Exotic Pets. Wiley-Blackwell Publishing Ltd., USA. Fisher, P.G., 2006. Ferret behavior. In: Bays, T.B., Lightfoot, T., Mayer, J. (Eds.), Exotics Pet Behavior. Birds, Reptiles, and Small Mammals. Saunders, Elsevier Inc., Missouri, USA. Price, E.O., 2002. Animal Domestication and Behaviour. CABI Publishing, CAB International, Wallington, Oxon, UK. Brown, S., 2001 (rev 2006) “History of the ferret”. The Small Mammals Health Series. Veterinary Partner.com http://www.veterinarypartner.com/Content.plx?P=A&A=496&S=0&SourceID=43 Masseti M. “Uomini e (non solo) topi: gli animali domestici e la fauna antropocora” 2008, pg 147-156, Firenze University Press. Licciardelli, G. 1904 Il furetto: Allevamento razionale- ammaestramento - utilizzazione per la caccia - malattie. Hoepli. Santini, 2010 “I “compagni di caccia”: dalle fonti storiche ai reperti faunistici della villa dei Bruttii Praesentes (Scandriglia, Rieti)” p 153 da Atti del Convegno Sesto Incontro di Studi sul Lazio e la Sabina Roma 4-6 marzo 2009

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